N. 834 – 14 Luglio 2012
Sommario
435 - Il Piccolo 12/07/12 Napolitano rinsalda l'amicizia con Lubiana
436 – La Voce del Popolo 11/07/12 Italia e Slovenia puntano a una vera unione politica dell'Europa
437 - Il Piccolo 12/07/12 Lo "spirito di Trieste" rivive nella girandola di incontri
438 - CDM Arcipelago Adriatico 13/07/2012 - Lettera di Renzo Codarin al Direttore de Il Piccolo: "Un nuova feconda stagione dopo il 13 luglio 2010" (Renzo Codarin)
439 - Il Piccolo 13/07/12 Tagli per radio e tv A rischio sparizione i programmi italiani (Franco Babich)
440 - Difesa Adriatica Luglio 2012 - I tempi della crisi, il ritorno della violenza, come le versioni giustificazioniste si alimentano delle risorgenti intolleranze (Lucio Toth)
441 - Il Piccolo 08/07/12 Trieste: La Regione dà i soldi per la statua di Santin (Silvio Maranzana)
442 - Difesa Adriatica Luglio 2012 - Università di Zagabria, Selimovic e la tesi di dottorato su «La questione degli esuli nei rapporti italo-croati» (Colovare)
443 - Zadarski List - Zara 30/06/2012 Talijanska veleposlanica jučer boravila u Zadru - L’ambasciatrice italiana ha soggiornato ieri a Zara. (Ante Rogić)
444 - Il Piccolo 11/07/12 Dalmazia, il progetto del ponte per scavalcare la Bosnia
445 - La Voce del Popolo 11/07/12 Cultura - Lussinpiccolo: Villa Perla, casa del dialogo ritrovato (Mariano L.Cherubini)
446 – L'Arena di Pola 27/06/12 La nascita del Collegio "Zandonai" di Pesaro, Don Pietro Damiani, un “padre” per gli esuli istriani, fiumani e dalmati
447 - L'Arena di Pola 27/06/12 56° Raduno nazionale degli Esuli da Pola : Due goccioline d’acqua dopo il Raduno (Fernando Togni)
448 - La Stampa Tutto Libri 07/07/12 La Dalmazia di Ervas, una terra anche crudele che sa carezzare l'anima (Fulvio Ervas)
449 – Il Piccolo 11/07/12 Trieste e il male di frontiera viaggio nella città letteraria (Pietro Spirito)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

435 - Il Piccolo 12/07/12 Napolitano rinsalda l'amicizia con Lubiana
Napolitano rinsalda l’amicizia con Lubiana
La minoranza italiana al centro della giornata conclusiva della visita di Stato: «Siamo attenti alla vostra valorizzazione»
La Croazia non esclude il ricorso al Fmi
LE ASPETTATIVE DELLA COMUNITÀ Da Battelli a Tremul, i vertici rivendicano di non essere una spesa ma un mezzo per rinsaldare i rapporti anche in campo economico
IL COLLOQUIO CON IL PREMIER Il presidente italiano e Jansa sottolineano la crescita della collaborazione I media sloveni: si respira un clima nuovo
«La situazione economica in Croazia è estremamente difficile, e l’anno prossimo potrebbe essere peggio, al punto da non escludere anche un aiuto del Fondo monetario internazionale». Lo ha affermato ieri, in un’intervista al settimanale Globus, il ministro della Finanze del governo di Zagabria, Slavko Linic. «Come definire altrimenti una situazione in cui si registra un permanente calo del Pil, un’enorme insolvenza, una costante crescita della disoccupazione e del numero di lavoratori che non percepiscono lo stipendio», ha spiegato il ministro. «In questo momento il debito estero della Croazia ammonta a 47 miliardi di euro (quasi il 100% del Pil annuale, ndr), la spesa pubblica è troppo alta, e per risolvere i molti problemi dell’economia si dovrebbe spendere di più, mentre, data la situazione economica, non abbiamo altra scelta che spendere di meno.
Se l’economia reale entro la fine dell’anno non vedrà una ripresa, il 2013 sarà ancora più difficile», ha concluso Linic. Gli ultimi dati statistici mostrano che nella prima metà dell’anno la Croazia ha avuto una contrazione del Pil, mentre le stime per l’intero 2012 indicano che si potrebbe avere una ripresa intorno allo 0,8 per cento.di Franco Babich wLUBIANA Un’ora di colloqui con una delegazione della Comunità nazionale italiana, il breve incontro con il sindaco di Lubiana Zoran Jankovic e, infine, l’appuntamento con il premier Janez Jansa, prima dei saluti del presidente Danilo Türk e il rientro a Roma: il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha concluso ieri la visita di Stato alla Slovenia, una visita che ha confermato il buon momento nelle relazioni tra i due Paesi.
L’incontro con Napolitano è stato per la Comunità nazionale italiana un’occasione per parlare dei problemi della minoranza, legati in particolare al bilinguismo e alla necessità di veder pienamente riconosciuta e rispettata la presenza storica sul territorio, ma è stata anche e soprattutto un’occasione per parlare delle proprie speranze, visto il nuovo clima positivo nei rapporti tra Roma e Lubiana.
Della delegazione facevano parte il presidente della Comunità autogestita costiera della nazionalità italiana Alberto Scheriani, i rappresentanti delle Can comunali, il deputato italiano al Parlamento sloveno Roberto Battelli, il presidente dell’Unione italiana nonché deputato italiano al Parlamento croato Furio Radin e i presidenti della giunta esecutiva e dell’assemblea dell’Unione italiana, Maurizio Tremul e Floriana Bassanese.
«Vogliamo essere una risorsa qui dove viviamo, con la nostra lingua, la nostra cultura, con la nostra presenza anche economica, in un contesto di ricchezza e diversità che è tipico di queste terre» ha dichiarato Roberto Battelli ai microfoni di Tv Capodistria al termine dell’incontro. Le attività della minoranza italiana, ma anche più in generale delle minoranze nazionali, a giudizio di Maurizio Tremul, devono essere viste come un investimento, non come una spesa, «perché la presenza culturale e linguistica è uno strumento fondamentale per sviluppare i rapporti reciproci, anche economici» tra i Paesi.
Napolitano, nel suo intervento, ha ribadito che l’Italia è attenta egualmente alla tutela dei diritti e alla valorizzazione del ruolo della minoranza italiana in Slovenia come di quella slovena in Italia. «Lavoriamo – ha dichiarato a fine incontro – per dare seguiti e sviluppi concreti alla politica che qui si fa da parte del governo sloveno nei confronti delle minoranze». Napolitano ha ricordato con piacere anche la visita del settembre scorso a Pola, quando all’Arena erano presenti migliaia di italiani, e non solo italiani, per il grande concerto in occasione del suo incontro con il presidente croato Ivo Josipovic.
Dopo l’incontro con la Comunità nazionale italiana, che si è svolto nel salone dell’albergo Union, Napolitano si è incontrato brevemente con il sindaco di Lubiana Jankovic dopo di che ha avuto un colloquio più lungo con il premier sloveno Janša. I due hanno giudicato positive le relazioni tra Italia e Slovenia, in particolare nel campo della collaborazione economica che nell’ultimo anno è aumentata nonostante la crisi. Napolitano e Jansa hanno espresso soddisfazione anche per come nei rispettivi Paesi vengono affrontate le problematiche delle minoranze nazionali. In quanto alla crisi dell’Eurozona, i due leader hanno definito positive le conclusioni del recente vertice europeo, che ha prestato attenzione al rigore della spesa pubblica nei vari Paesi senza però trascurare la necessità di sollecitare la crescita e lo sviluppo.
Anche ieri, come nei giorni della vigilia, alla visita di Napolitano i media sloveni hanno dedicato ampio spazio, e tutti concordano che tra i due Paesi si avverte un clima nuovo, molto più positivo rispetto al passato. In quanto alle questioni ancora irrisolte, come per esempio il problema dei rigassificatori nel golfo di Trieste (la Slovenia è nettamente contraria), se ne riparlerà il 17 settembre a Lubiana, all’incontro interministeriale Italia–Slovenia.

 

436 – La Voce del Popolo 11/07/12 Italia e Slovenia puntano a una vera unione politica dell'Europa
NEL CASTELLO DI BRDO L'INCONTRO E LA CONFERENZA STAMPA CONGIUNTA DEI PRESIDENTI DANILO TÜRK E GIORGIO NAPOLITANO IN UN CLIMA DI «AMICIZIA E DIMESTICHEZZA»
Italia e Slovenia puntano a una vera unione politica dell’Europa

Giusta considerazione e rispetto dell'importante ruolo che le etnie hanno per la società.
Ampi sforzi vadano profusi per valorizzare il loro apporto alla vita delle comunità
BRDO PRESSO KRANJ – Una prospettiva luminosa nelle relazioni bilaterali che si inseriscono in un quadro di ampia collaborazione nell’area dei Balcani occidentali e del comune impegno che contraddistingue l’azione nel contesto dell’Unione europea e della comunità internazionale. È questo il clima nel quale si svolge la prima visita di Stato del presidente italiano, Giorgio Napolitano, nella Repubblica di Slovenia. Una visita che, su invito del presidente sloveno Danilo Türk, porta tra oggi e domani il Capo dello Stato italiano a Brdo presso Kranj e a Lubiana, dove l’agenda degli appuntamenti è di altissimo livello. La prima visita di Stato, abbiamo ricordato, ma non la prima visita. Tutt’altro: un punto di arrivo di una fitta serie di incontri precedenti. Il dialogo tra Napolitano e Türk è infatti ben consolidato, e soprattutto continuo.
VALENZA POLITICA Tantissime le occasioni di incontro che hanno preceduto quella di ieri mattina nel Castello di Brdo. Alcune di altissima valenza, non soltanto politica. Basti pensare agli appuntamenti ricordati in conferenza stampa, al termine dei colloqui riservati, dagli stessi presidenti: il concerto diretto a Trieste dal Maestro Riccardo Muti il 13 luglio 2010, al quale partecipò anche il Capo dello Stato croato, Ivo Josipović, come sottolineato da Napolitano; la visita di Stato del presidente sloveno in Italia un anno e mezzo fa, la partecipazione di Napolitano alle celebrazioni del 20.esimo anniversario della statalità slovena e di Türk a quelle per il 150.esimo dell’Unità d’Italia...
UNA PAGINA NUOVA Momenti importanti che testimoniano la solidità di un rapporto bilaterale tra due Paesi contermini, tra due Stati amici che insieme scrivono una pagina nuova delle terre che tanto hanno in comune e che il passato ha segnato con ferite dolorose, superate anche grazie alla comune volontà di contribuire alla costruzione di un futuro di pace e di collaborazione nell’area sempre più inserita nel contesto comunitario.
GESTI SIMBOLICI Fondamentali in questo senso i gesti simbolici che testimoniano questa volontà e che hanno consentito di contestualizzare il dialogo in un clima, definito dal presidente Napolitano, “di amicizia e dimestichezza”, determinato da quello che oramai comunemente viene definito “lo spirito di Trieste”, che a Pola il 3 settembre, lo ha ricordato il Capo dello Stato italiano, ha visto nell’Arena un nuovo importante capitolo con la lettura della dichiarazione congiunta italo-croata.
Una visita di Stato, quindi, nel corso della quale i due presidenti hanno avuto tanti motivi per dichiararsi soddisfatti dei passi avanti compiuti lungo un cammino che vuole lasciarsi alle spalle i condizionamenti del passato per dedicarsi alla costruzione di un’Europa che non parla soltanto di economia, ma riprende la sua idea originaria datata anni ‘50.
ISTITUZIONI EUROPEE La volontà è quella di “allargare lo sguardo e individuare le risposte più adatte a dare vita a una unione politica vera e propria dell’UE”, ha detto Napolitano, ricollegandosi al concetto espresso da Türk. Il presidente sloveno ha auspicato infatti “più Europa”: un obiettivo che non può essere raggiunto senza pensare a “un sistema fiscale integrato, un sistema finanziario comune, a una politica economica coordinata e ai meccanismi che daranno piena legittimità alle istituzioni europee”.
Importante è stato dunque lo spazio dedicato all’Europa, al suo futuro e ai percorsi integrativi nel corso dei colloqui, sia in quelli tra i due Capi di Stato, sia durante l’incontro tra le rispettive delegazioni, delle quali fanno parte anche i ministri degli Affari Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata e Karl Erjavec, affiancati entrambi dagli Ambasciatori italiano a Lubiana, Rossella Franchini Sherifis, e sloveno a Roma, Iztok Mirošič.
MINORANZE Altrettanta attenzione, come annunciato, anche per l’altro argomento che lega saldamente Roma e Lubiana: le rispettive minoranze. “Lo status delle etnie è una misura della qualità dei rapporti tra gli Stati”, ha affermato il presidente Danilo Türk introducendo l’argomento. “Gli importanti risultati conseguiti su questo piano sono di grandissima importanza, prova ne è che la Slovenia ha deciso di non ridurre i mezzi destinati alla Comunità Nazionale Italiana nemmeno in questo momento contraddistinto dalla crisi finanziaria. D’altra parte, gli obiettivi raggiunti in fatto di tutela e di finanziamenti assicurati dal governo italiano e dalla Regione FVG alla minoranza slovena in Italia ci fanno ben sperare circa la possibilità di addivenire a soluzioni altrettanto buone anche su altri temi comuni che ci troviamo ad affrontare. Naturalmente, il lavoro da fare è ancora tanto. I passi avanti e i progetti innovativi però non mancano“, ha detto Türk, ricordando in questo contesto il progetto UE “Jezik-Lingua” portato avanti congiuntamente dalle due comunità nazionali.
RICCHEZZA CULTURALE L’innalzamento della qualità dei rapporti a livello politico, quindi, porta anche al conseguimento di risultati molto pratici e quotidiani che si riflettono sulla vita delle persone in generale e delle minoranze in particolare. Le etnie infatti in un contesto positivo e costruttivo possono finalmente assumere il proprio ruolo naturale, che è quello di “ricchezza culturale”, e svolgere a 360 gradi la propria attività di vettore di collegamento tra due realtà statuali e territoriali che tanto hanno in comune.
UN IMPEGNO INDISPENSABILE Un pensiero espresso in termini molto chiari dal presidente Türk, che ha parlato di una “giusta considerazione e rispetto dell’importante ruolo che le etnie hanno per la società” e che il presidente Napolitano ha ripreso, condividendolo in pieno. “Sono profondamente convinto che ampi sforzi vadano profusi non soltanto a tutela delle minoranze, ma anche per valorizzare il loro apporto alla vita delle comunità. Un impegno politico e finanziario – ha aggiunto – che va rinnovato di continuo, anche alla luce delle difficoltà note. In questo quadro condizionato, almeno per quanto riguarda l’Italia, dallo sviluppo degli avvenimenti faremo di tutto – ha concluso Giorgio Napolitano, che oggi incontrerà una delegazione della CNI della quale faranno parte il deputato della nostra etnia alla Camera di Stato, i vertici dell’UI e delle CAN -, perché l’impegno verso le minoranze sia preservato come indispensabile“.
PURE L’UI AL PRANZO DI STATO Al Pranzo di Stato offerto a Napolitano al Castello di Brdo da Türk è stato invitato pure il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul. Si è trattato sicuramente di un grande riconoscimento all’UI.

 

437 - Il Piccolo 12/07/12 Lo "spirito di Trieste" rivive nella girandola di incontri
Lo “spirito di Trieste” rivive nella girandola di incontri
TRIESTE «Lo spirito di Trieste». Giorgio Napolitano, in visita a Lubiana, l’ha ricordato parlando all’assemblea nazionale slovena. «È quello che ha permesso di chiudere definitivamente con il doloroso passato e mdi superare un passato oscuro che rischiava di imprigionarci» ha detto il presidente della Repubblica. Sono passati esattamente due anni dal concerto tenuto a Trieste da Riccardo Muti in piazza Unità alla presenza dei tre presidenti di Italia, Slovenia e Croazia. Un evento fortemente voluto dall’ex sindaco Roberto Dipiazza che trovò in Napolitano un alleato entusiasta. Era il 13 luglio quando Napolitano, Danilo Turk e Ivo Josipovic si ritrovano a Trieste per un concerto storico nell’ambito delle “Vie dell’amicizia” del Ravenna Festival. Un’orchestra formata da 360 giovani musicisti dei tre Paesi, musiche di compositori italiani, sloveni e croati (inclusi i tre inni), 10mila persone in piazza e i tre presidente sul palco. «Spero che questo che noi abbiamo fatto stasera con questi giovani possiate portarlo avanti voi, ma sempre con i giovani» disse Muti ai tre capi di Statpo dopo il concerto. E loro accolsero subito l’invito. «Rendiamo omaggio alle vittime degli odi del passato e celebriamo il nostro comune impegno per la pace e l’amicizia tra i nostri popoli» scrisse Napolitano sul libro delle dediche del concerto. «Oggi aprimo un unuovo capitolo della storia. Ci siamo lasciati alle spalle un periodo di violenza inizato novant’anni fa, E davanti a noi c’è un futuro comuni basato sui diritti umani e su un percorso europeo» fu la dedica di Türk. «L’amicizia tra le genti e i popoli è più forte del Male che si manifesta più volte nella Storia. Dobbiamo saperlo riconoscere, il Male, per sconfiggerlo. Ma i popoli croato, sloveno e italiano sanno farlo e, con fiducia, guardano al comune futuro europeo» detto Josipovic. Questo è “lo spirito di Trieste” .

 

438 - CDM Arcipelago Adriatico 13/07/2012 - Lettera di Renzo Codarin al Direttore de Il Piccolo: "Un nuova feconda stagione dopo il 13 luglio 2010"
Lettera di Renzo Codarin al Direttore de Il Piccolo
"Un nuova feconda stagione dopo il 13 luglio 2010"
Alla cortese attenzione del Direttore de “Il Piccolo” Paolo Possamai

Trieste,11 luglio 2012

Gentile Direttore,

il 13 luglio 2010 ha segnato un momento di svolta nelle relazioni fra Italia, Slovenia e Croazia. Due anni fa i Presidenti Napolitano, Türk e Josipović hanno posto simbolicamente termine alla lunga e rovinosa epoca degli etnocentrismi contrapposti, dando avvio a un percorso di sincera collaborazione a beneficio di tutti gli abitanti dell’Adriatico orientale. Italia e Slovenia fanno parte dell’Unione Europea, presto vi entrerà a pieno titolo anche la Croazia, ed è loro compito costruire materialmente in quest’area l’Europa come Casa e Patria comune. Consci di tale necessità, i tre Presidenti si sono incontrati a Trieste per rendere insieme omaggio a due simboli delle contese e delle tragedie del ’900, il Narodni dom e il Monumento all’Esodo, e per assistere poi in Piazza Unità al concerto del Maestro Muti.
Il 3 settembre 2011 a Pola Napolitano e Josipović hanno segnato una nuova tappa di questo salutare cammino, riconoscendo reciprocamente i torti arrecati e le sofferenze subite dai rispettivi popoli. Un’ulteriore tappa l’hanno compiuta il Libero Comune di Pola in Esilio, l’Unione Italiana e FederEsuli con il Percorso della memoria e della riconciliazione tenuto in Istria il 12 maggio 2012 per onorare le vittime italiane degli opposti totalitarismi. Ora il Presidente Napolitano è stato in visita di Stato in Slovenia, è intervenuto al Parlamento ed ha incontrato una delegazione della minoranza italiana.

Con ciò non sono stati automaticamente risolti tutti i problemi ancora aperti, ma si è instaurato il clima adatto a risolverli. E non è poco. Ora infatti risulta più facile affrontare con le autorità slovene e croate temi spinosi come l’attuazione dell’Accordo di Roma del 1983, la restituzione dei beni degli Esuli “in libera disponibilità” e di quelli non coperti dai trattati internazionali, la tutela delle tombe italiane nei cimiteri di Istria, Quarnero e Dalmazia o la segnalazione ufficiale dei luoghi dove avvennero le stragi titine. Piccoli passi avanti in proposito si stanno già registrando. Ora si tratta di proseguire.

La maggioranza delle Associazioni degli Esuli sta contribuendo attivamente a questa nuova e feconda stagione insieme ai connazionali “rimasti” di buona volontà. Ma è importante che anche Trieste, per la sua storia e la sua collocazione geo-strategica, continui a svolgere un ruolo chiave. Se in precedenza è stata il principale oggetto del contendere fra i popoli che si affacciano sull’Alto Adriatico, oggi può invece costituire un luogo di incontro, dialogo e interazione in chiave europea fra l’Italia e tutti i Paesi dell’ex Jugoslavia. Così come è stata la “capitale dell’Esodo”, il bastione contro il comunismo, Trieste può ora diventare la punta avanzata dell’Italia verso i Balcani occidentali in un’ottica di pacificazione e cooperazione. Gli Esuli devono molto a questa città, che li ha accolti in un periodo difficile subendo non pochi disagi, ed è giusto che ora si sdebitino nei suoi confronti con un atto simbolico di riconoscenza. Anche questo significa “spirito di Trieste”.


Renzo Codarin
Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati
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439 - Il Piccolo 13/07/12 Tagli per radio e tv A rischio sparizione i programmi italiani
Tagli per radio e tv A rischio sparizione i programmi italiani
Lubiana impone alla Rtv slovena un risparmio di 2,4 milioni
Nel mirino anche le due testate giornalistiche di Capodistria
di Franco Babich
CAPODISTRIA Il Comitato dei programmi italiani di Tv e Radio Capodistria ha bocciato la proposta di Revisione del bilancio della Radiotelevisione di Slovenia per il 2012, ma nuovi tagli ai programmi e all’organico delle due emittenti sembrano comunque quasi inevitabili. La Rtv slovena, ha spiegato il direttore generale dell’ente, Marko Filli, deve risparmiare entro la fine dell’anno altri 2,4 milioni di euro, e questo significa, per il Centro radiotelevisivo regionale di Capodistria – di cui fanno parte anche le due testate italiane – la necessità di tagliare le spese per altri 90mila euro.

Non è ancora chiaro quale sarà il prezzo da pagare per i programmi, ma è certo che la nuova stretta porterà a un ulteriore ridimensionamento del Piano di produzione per il 2012, già corretto al ribasso rispetto al 2011. «Andando avanti di questo passo – ha dichiarato ai microfoni di TV Capodistria il presidente del Comitato, Alberto Scheriani – dei programmi italiani prima o poi non rimarrà niente, o rimarrà molto poco».

Le nuove misure di austerity, oltre a costringere le due testate a ridurre alcune trasmissioni, rischiano di avere effetti negativi anche sull’organico di Tv e Radio Capodistria. La norma di legge che prevede il pensionamento obbligatorio per chi ha maturato le condizioni è attualmente al vaglio della Corte costituzionale, ma per il futuro non c’è alcuna certezza sul turnover, ossia sulla possibilità di rimpiazzare i giornalisti e redattori che andranno – o dovranno andare – in pensione.

Nel corso del dibattito è stato ricordato più volte che la Comunità nazionale italiana ha diritto all’informazione nella propria lingua in base alla Costituzione e alle leggi, per cui è inaccettabile che si proceda a un nuovo ridimensionamento dei programmi minoritari. In questo senso, è stato ricordato anche l’accordo sottoscritto dal deputato della minoranza italiana Roberto Battelli con il governo Jansa, accordo che dovrebbe mettere almeno in parte al riparo le testate di Tv e Radio Capodistria da tagli dei fondi pubblici. Un incontro per discutere dei problemi e delle prospettive dei programmi italiani di TV e Radio Capodistria, potrebbe essere organizzato in autunno.

 

440 - Difesa Adriatica Luglio 2012 - I tempi della crisi, il ritorno della violenza, come le versioni giustificazioniste si alimentano delle risorgenti intolleranze
I tempi della crisi, il ritorno della violenza
Come le versioni giustificazioniste si alimentano delle risorgenti intolleranze
Quando tra gli anni No­vanta e l'inizio di questo secolo furono introdotti in diversi Paesi le «giornate della memoria» o «del ricordo» la loro finalità si compendiava nell'espressione Nunca mas, «Mai più», dedicata in origine ai desaparecidos argentini e cileni, vittime di quelle dittature. Un monito quindi a che non si ripetessero genocidi o massacri dettati dall'odio politico, razziale, religioso od etnico.
Questa strada abbiamo per­corso anche noi, Esuli giuliano-dalmati, per ricordare agli italiani e all'Europa gli eccidi delle Foibe e il nostro lungo Esodo dall'Istria,
dal Quarnaro, dalla Dalmazia. Inserendoci in questo modo nella memoria delle altre grandi tragedie del Novecento, ancora più grandi delle nostre, come la Shoah o il genocidio armeno. I giorni della memoria si sono poi estesi - non senza critiche e ciniche ironie - alle vittime di altre violenze collettive, come il terrorismo interno e interna­zionale, la mafia, o altro. Il comune denominatore di queste ricorrenze è la condanna della violenza collettiva che si scatena con­tro persone inermi senza giustifica­zioni accettabili di carattere militare o di altra natura moralmente rico­nosciuta dal diritto internazionale.
Si è cercato anche di far sì che queste giornate del ricordo non suonassero offesa alla sensibilità di altri popoli, così da farne - oltre che denuncia di ingiustizie - occa­sione di riconciliazione e di com­prensione tra i popoli e di matura­zione della coscienza collettiva dei singoli Paesi. Questi scopi anche noi, Esuli istriani, fiumani e dal­mati, siamo riusciti a raggiungere, raccogliendo intorno al ricordo delle Foibe e del nostro Esodo non solo tutte le istituzioni dello Stato e gran parte della cultura e dei media nazionali, ma anche i capi di Stato dei vicini paesi in­teressati, spingendo ai margini le interpretazioni negazioniste e giustificazioniste. Sono segni evidenti di questo percorso gli incontri di Trieste (2010), di Pola (2011), di Capodistria, di Vines e di Montegrande (2012).
i valori della convivenza minati da un ritorno della violenza sociale
ppure ci sono segnali in Italia e in tutto il mondo che il culto delle violenza «leva­trice della storia» non sia morto con la caduta delle ideologie più o meno totalitarie che la esaltavano come strumento unico di giustizia tra le classi e tra le nazioni.
È comparso in questi giorni un pamphlet di Luisa Muraro, Dio è violento, che ha sollevato un ve­spaio nei maggiori giornali italiani. Secondo la filosofa il «contratto sociale» sarebbe morto e con esso la fiducia nella democrazia e nella stessa legalità, i valori cioè sui quali si è sviluppata la civiltà occidentale dall'Illuminismo fino a ieri. Oggi ormai, di fronte a una globalizza­zione economica e finanziaria livel­latrice delle diversità identitarie, ma promotrice di divaricazioni sociali tra le classi sempre più stridenti, il ricorso alla violenza tornerebbe ad essere l'unico modo consentito ai più deboli, che si sentono schiac­ciati da una oppressione anonima e invasiva, per ribellarsi e sconvolgere gli instabili equilibri che li impri­gionano. E lo stesso avverrebbe per le nazioni e le etnie che non inten­dono assoggettarsi al dominio della finanza internazionale e del nuovo capitalismo.
Che il quadro offerto dai no­tiziari quotidiani indichi un in­cremento progressivo di violenze collettive e individuali è un fatto innegabile. Alle esplosioni di vio­lenza di singoli individui mental­mente disturbati si accompagnano episodi di intolleranza razziale e re­ligiosa di vario colore, dal razzismo anti-immigrati all'antisemitismo,
per non parlare degli eccidi di mas­sa provocati o giustificati da motivi religiosi in Africa e in Asia.
Rischiamo allora noi, «poveri profughi» (come si diceva una vol­ta), di essere arrivati al riconosci­mento della nostra "memoria" nel momento in cui lo scopo di queste memorie collettive viene superato dal ritorno alla "legge della giungla" che si va riaffermando un po' ovun­que e di cui il saggio della Muraro dà semplicemente atto. La violenza fisica, o anche verbale, nella pole­mica politica sta trionfando, con il rischio ormai avvertito da tutti di aprire la strada a nuove tempeste di violenza collettiva.
il ritorno di derive eversive contro i valori di giustizia storica
Riprendono allora vigore anche le interpretazio­ni giustificazioniste delle Foibe e dell'Esodo, quindi di tutti gli eso­di. Le ondate rivoluzionarie non possono risparmiare chi si oppone ad esse, per un motivo o per l'altro, anche solo per l'appartenenza ad un gruppo etnico contrario a quel tipo di rivolgimento. Il nemico deve essere spazzato via in qualsiasi modo e senza tanti riguardi e tan­te distinzioni capziose e formaliste tra colpevoli e innocenti. Persino la stage di Porzùs ha trovato giustifi­cazione nei soliti noti, nostalgici di Tito. Se gli «osovani» erano «tradi­tori» e prendevano contatti con il nemico, processo o non processo e quali che fossero le prove a ca­rico, dovevano essere uccisi subito. E bene hanno fatto a massacrarne una ventina i partigiani italiani agli ordini dell'Avnoj. Così come le Foibe erano giustificate dalla necessità "storica" di eliminare preventivamente quanti si oppo­nevano alla rivoluzione comunista titina e all'annessione dell'intera Venezia Giulia e di parte del Friuli allo stato comunista iugoslavo.
Molte voci autorevoli si sono levate, soprattutto a sinistra - e pour cause - per contestare le con­clusioni della Muraro, nella consa­pevolezza del baratro verso il quale verrebbero spinti i popoli da un ritorno a forme rivoluzionarie di protesta che identificassero nelle attuali istituzioni democratiche e internazionali strumenti di oppres­sione sociale e di egemonia di una nazione sulle altre. Certo la crisi economica spinge interi ceti sociali all'esasperazione, predisponendo il terreno per esplosioni di violenza collettiva, che fino ad oggi erano esclusive di minoranze estremiste.
Anche in questa minaccia ai valori di convivenza e di giustizia storica, ai quali abbiamo ispira­to la nostra azione associativa, finiamo fatalmente per trovarci in prima fila. Se in Italia bisogna prendersela con qualcuno gli esuli giuliano-dalmati sono un bersa­glio privilegiato, come succede al nostro monumento ai Martiri delle Foibe di Marghera, più volte oltraggiato dai vandali. E lo stes­so succede agli italiani «rimasti», quando a Zara la targa bilingue della nostra comunità viene siste­maticamente distrutta o a Rovigno la sede della comunità viene imbrattata di svastiche e di fasci, come la casa del vicesindaco Bet­tin a Venezia.
Avremmo allora lottato in­vano, per decenni, per pacificare gli animi e spiegare i meccanismi perversi della storia che hanno de­vastato l'Adriatico orientale?
Da queste nuove minacce, che nascono dal ventre profon­do di una società disorientata, come quella italiana ed europea di questi anni, dobbiamo saperci difendere con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione, racco­gliendo e unificando le energie di tutte le associazioni così da non disperdere le risorse e trovarne di nuove. Non dobbiamo abbassare la guardia, se vogliamo difendere le conquiste storiche e morali che abbiamo raggiunto, consapevoli che il confine che difendiamo è il confine della civiltà, della giustizia tra i popoli, del rispetto del dirit­to, unico baluardo che l'umanità ha inventato contro i mostri della violenza.
Lucio Toth
Presidente onorario Anvgd

 

441 - Il Piccolo 08/07/12 Trieste: La Regione dà i soldi per la statua di Santin
La Regione dà i soldi per la statua di Santin
Bypassato il Comune
Il sito: sulle Rive di fronte a Ponterosso, in area demaniale
Cosolini: «Favorevole ma la procedura prescelta è inusuale»
di Silvio Maranzana
Centodiecimila euro della Regione all’Istituto di cultura marittimo-portuale (Icmp) per collocare in città la statua del vescovo Antonio Santin. Il finanziamento è previsto dall’articolo 6, che riguarda gli interventi in campo culturale, del maxiemendamento di maggioranza alla finanziaria regionale approvato l’altra notte e porta le firme del relatore Cargnelutti e dei capigruppo Galasso (Pdl), Narduzzi (Lega), Sasco (Udc) e Asquini (Gruppo misto). Era il 3 agosto 2010 allorché l’ex sindaco Roberto Dipiazza dichiarava: «Abbiamo chiuso l’accordo con l’Autorità portuale e la Soprintendenza e presto le Rive saranno arricchite da questo doveroso omaggio al vescovo Santin». Il sito, dopo essere mutato per una decina di volte, era stato identificato nell’area di fronte a Ponterosso, ma dal lato mare e quindi su terreno demaniale dove era stato deciso di collocare la statua «contornata da un giardinetto». Racconta un protagonista di quella stagione politica che il Salotto azzurro del municipio rimase blindato per un paio di giorni in attesa che il senatore Giulio Camber venisse di persona a scegliere uno tra i bozzetti scultorei che erano stati segretamente esposti. La scelta sarebbe poi caduta su quello che raffigura il vescovo che indica un punto in lontananza. Quel punto sarà il tempio di Monte Grisa che Santin volle sul crinale carsico ben visibile dalla Jugoslavia comunista che si era annessa anche la sua Istria. La spesa prevista sarebbe stata stimata in 70mila euro.
In tutto questo percorso l’amministrazione comunale in carica da oltre un anno non ha ancora messo bocca. «Sia beninteso che a un monumento al vescovo Santin io sono favorevole perché si tratta di una figura preminente nella storia di questa città - afferma il sindaco Roberto Cosolini - certo il percorso procedurale scelto è perlomemo originale, ritengo comunque che sarà previsto in merito anche un voto del Comune». «Non credo che il provvedimento debba passare attraverso la giunta o il Consiglio comunale - ribatte Piero Camber (Pdl), presidente della Commissione cultura della Regione - era stata la precedente giunta a chiedere un finanziamento alla Regione e adesso finalmente i soldi sono stati dati alla fondazione che si occupa degli interventi culturali e museali in ambito portuale sulla cui area il monumento sperabilmente potrà essere collocato». Chiaro che la presenza di Marina Monassi al vertice dell’Autorità portuale (di cui l’Icmp è un ente strumentale) stia favorendo l’operazione che sostanzialmente bypassa il Comune.
Il bozzetto scelto allora era quello dello scultore Giovanni Pacor di Staranzano. La statua, alta un paio di metri, dovrebbe poggiare su un robusto basamento e Antonio Santin, vescovo di Trieste e Capodistria dal 1938 al 1975, apparirà in piedi con tanto di mitria e pastorale. I siti ipotizzati in precedenza per la sua collocazione e poi scartati erano stati quelli di piazza Venezia, di Monte Grisa, di via di Cavana vicino alla Curia, di piazza San Giovanni, del piazzale della cattedrale di San Giusto, dell’area tra il Salone degli Incanti e il Magazzino vini, di piazza Tommaseo, per approdare infine allo spazio non distante dalla Capitaneria di porto di fronte al Canale di Ponterosso.

 

442 - Difesa Adriatica Luglio 2012 - Università di Zagabria, Selimovic e la tesi di dottorato su «La questione degli esuli nei rapporti italo-croati»
Università di Zagabria, Selimovic e la tesi di dottorato su «La questione degli esuli nei rapporti italo-croati»
Una tesi di dottorato particolare, quella di­scussa recentemente nell'Uni­versità di Zagabria, avendo per argomento «La questione degli esuli nei rapporti italo-croati»: l'ha elaborata Senol Selimo­vic, il 9 maggio scorso, presso la Facoltà di Scienze Politiche, relatore il Prof. Damir Grubisa (nato a Fiume nel 1946 e pros­simo ambasciatore, a Roma, della Repubblica di Croazia); una tesi che gli è valsa il con­seguimento del prestigioso «dottorato di ricerca». Un par­ticolare significativo: nell'opera, che lo ha impegnato per anni, il Selimovic fa uso, ci dicono, unicamente del sostantivo ita­liano «esuli», ritenendo non congruente il ricorso all'omolo­go sostantivo croato («prognanici» o « izgnanici»).
Il Selimovic, carneade per i più, è un noto giornalista della "Slobodna Dalmacija", quoti­diano di Spalato. Ha pubblica­to e pubblica nel giornale per il quale scrive, da oltre un venten­nio in qua, innumerevoli arti­coli sulle vicende storico-poli­tiche del secondo dopoguerra, connesse col Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947; e, conseguentemente, sul nostro esodo, sugli indennizzi relativi ai beni abbandonati, non tra­scurando nemmeno gli empiti nostri legati ai raduni annuali. Qualche attento osservatore lo avrà adocchiato mentre, silen­zioso, assisteva agli «Incontri sulla cultura dalmata» ed ai la­vori dell'Assemblea Generale nelle varie città, sedi di raduni, appunto.
Utile sarà aggiungere che fu insignito, nel 2007, dell'onori­ficenza dell'Ordine della Stella della Solidarietà italiana (gra­do di Cavaliere), con decreto
del Presidente della Repub­blica Italiana, su proposta del Ministro per gli Affari Esteri. Riconoscimento di cui sono destinatari Italiani all'estero e stranieri, che «abbiano special­mente contribuito alla rico­struzione dell'Italia nel primo dopoguerra».
I suoi commenti si distin­guono per equanimità di giu­dizi nei nostri confronti, fino al punto da far trasparire, direi, umana benevolenza verso gen­te segnata da avverso destino. Un sentire ispirato, io credo, da sradicamenti che non rispar­miarono nemmeno lui e la sua famiglia. Nato a Edirne, in Tur­chia, nel 1963, la lasciò all'età di sette anni, approdando nel­la ex Jugoslavia, ove pregiudizi diffusi infiorarono il vivere nel­la nuova «heimat».
Leggerò incuriosito, appena ne avrò la possibilità, il lavoro del giornalista che, per parte di madre, affonda le radici, incre­dibile, in Borgo Erizzo, di cui sono estrazione anch'io ed ove, ahimè, «il tempo mio primo / e di me si spendea la miglior parte».
Colovare

 

443 - Zadarski List - Zara 30/06/2012 Talijanska veleposlanica jučer boravila u Zadru - L’ambasciatrice italiana ha soggiornato ieri a Zara.
L’ambasciatrice italiana ha soggiornato ieri a Zara.
Ante Rogić
A Zara, ieri, ha soggiornato Emanuela D’Alessandro, ambasciatrice italiana nella Repubblica di Croazia. Nel corso della suo primo soggiorno nella nostra città ha visitato l’Università di Zara e successivamente è stato organizzato , presso la Comunità degli Italiani di Zara, un incontro cui hanno preso parte il console italiano di Spalato, Paola Cogliandro; il presidente della Giunta Esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul; Rina Villani, presidente della Comunità degli Italiani di Zara; il vicesindaco della Città di Zara, Dott. Drazen Grgurovic ed Anita Martinovic della Divisione Collaborazione Internazionale della Città di Zara.
Rina Villani ha ricordato che la Comunità degli Italiani di Zara fu istituita nel 1991, dopo la dichiarazione dell’ indipendenza croata, grazie a una ridotto gruppo di persone. Essa oggi annovera più di 500 soci effettivi e più di 100 soci simpatizzanti. Ha posto l’accento sulle attività che si svolgono all’interno della Comunità, a cominciare dai corsi d’italiano per i fanciulli e gli adulti , per finire al laboratorio teatrale, al coro ed ai corsi di pittura.
Il nostro compito è di conservare l’originaria identità italiana, la lingua e la cultura italiane in una città nella quale trapela la cultura veneziana. Zara, come città, è stata spesso sottovalutata, pur meritando di essere il capoluogo della regione. In questo contesto, la Comunità degli Italiani rivestirà un ruolo importante nell’arricchimento della sua identità culturale – ha detto Villani, preannunciando indi l’apertura dell’asilo italiano a Zara.
L’asilo che entrerà in funzione in settembre rappresenterà la prima istituzione prescolare italiana dopo il 1953, allorché tutte le scuole italiane da queste parti furono chiuse. Tutti coloro che attendono ormai da dieci anni in qua l’apertura di questo asilo s’aspettano un ottimo asilo, quale esso in effetti sarà – ha dichiarato Rina Villani.
Emanuela D’Alessandro, riferendosi ai locali della Comunità degli Italiani , ha detto trattarsi di eccellente ambiente, caratterizzato da ricche attività.
Non si tratta solamente di un bel sito, ma vanno apprezzati l’elevato numero di soci e le numerose attività. Porto il sostegno del Governo Italiano a tutte le Comunità, e dunque pure a questa di Zara. Il Ministero degli Affari Esteri appoggia decine di progetti, li finanzia, ne vede e segue la nascita e, poi, la realizzazione. Sono certa che riusciremo in tempo ad attuare questo progetto di asilo in Zara. Costituisce ricchezza a disposizione di tutti – ha detto l’ambasciatrice italiana nella Repubblica di Croazia.
Ha rivolto un saluto ai presenti , a nome della Città, il vicesindaco Grgurovic, dichiarando di sperare che Zara torni ad occupare il primo posta nella collaborazione fra le due sponde.

 

444 - Il Piccolo 11/07/12 Dalmazia, il progetto del ponte per scavalcare la Bosnia
Dalmazia, il progetto del ponte per scavalcare la Bosnia
L’idea è dell’americana The Adriatic Group e della croata Lotus Arhitecti e prevede che il territorio bosniaco-erzegovese di Neum, in Dalmazia, venga scavalcato dai croati tramite una struttura costituita da pontoni galleggianti. Una soluzione assolutamente meno costosa del bocciato ponte di Sabbioncello (Peljesac) che avrebbe comportato alla Croazia investimenti per almeno 250 milioni di euro. Il progetto croato–statunitense prevede una spesa non superiore ai 36 milioni: il governo Milanovic dovrà esprimersi a breve.
«Siamo stati messi a conoscenza del progetto – così la portavoce del ministero della Marineria, Trasporti e Infrastrutture, Renata Ivanovic – ma non possiamo esprimerci prima che le due parti si incontrino». La proposta croato–americana che contempla la costruzione del più grande ponte del genere in Europa, il secondo al mondo, dietro soltanto al Ponte Rosellini a Seattle, negli Usa. Il ponte che permetterebbe di bypassare la Bosnia sarebbe lungo 2,4 chilometri, composto da 90 pontoni, avrebbe due corsie e la velocità veicolare massima sarebbe di 50 chilometri orari.
Al consorzio hanno calcolato che il pedaggio per l’attraversamento del ponte in un verso sarebbe fissato a 3 euro. «Si tratterebbe di una soluzione accettabile e conveniente – ha affermato Marijan Banelli, presidente dell’Associazione croata dei trasportatori su strada – . L’attuale sistema di transito lungo Neum non risponde nemmeno minimamente ai criteri fissati dal regime di Schengen». Il ponte mobile, però, potrebbe consentire il passaggio soltanto a piccole imbarcazioni.


445 – La Voce del Popolo 11/07/12 Cultura - Lussinpiccolo: Villa Perla, casa del dialogo ritrovato
INSIEME CON I «RIMASTI» RIPERCORSA L'EPOPEA DI UNA FAMIGLIA LUSSIGNANA DI ESULI, I TARABOCCHIA LUZZATO FEGIZ
Villa Perla, casa del dialogo ritrovato
In mostra nella sede della Ci di Lussinpiccolo documenti, foto, tradizioni, momenti di vita vissuta
LUSSINPICCOLO – Un evento di grande rilievo la cerimonia di apertura della mostra fotografica “Villa Perla... una volta” a Lussinpiccolo, svoltasi alla presenza del sindaco Gary Cappelli.
Armatori, comandanti marittimi come i Cosulich, i Gerolimich, i Tarabocchia, i Martinolich,e poi ancora gli Straulino, i Goidanich, i Premuda... provenienti da Italia, Francia e San Paolo del Brasile hanno voluto presenziare all’incontro.
L’inaugurazione della mostra è iniziata con il meraviglioso inno “A Lussino”, di Vittorio Craglietto, eseguito dall’omonimo coro femminile della CI lussignana, diretto da Antonella Picinić, con l’accompagnamento al pianoforte di Antonella Kunda.
Nel corso della serata hanno preso la parola Anna Maria Saganić, presidente della CI, il sindaco di Lussinpiccolo, Gary Cappelli, e la protagonista dell’evento, Alice Luzzatto Fegiz, che è apparsa lievemente commossa nel raccontare le vicende legate alla villa di famiglia.
“Una pagina di storia questa – come ha rilevato la giornalista della RAI, Alice Luzzatto Fegiz, nipote di Eustachio Tarabocchia, che fece costruire la villa agli inizi del Novecento –, oggi quando la Croazia sta per entrare nell’Unione Europea, che impone una operazione ecumenica di pace per raccontare le nostre memorie, reciprocamente, sotterrando l’ascia di guerra”.
L’esposizione, come dicevamo, ripercorre la storia della famiglia lussignana Tarabocchia Luzzato Fegiz e della loro residenza, oggi nota come Villa Perla. La palazzina, in stile liberty, è sede della Comunità degli Italiani lussignana.
Il sodalizio, in collaborazione con Alice Luzzatto Fegiz, una degli eredi del casato, ha allestito la mostra in cui sono stati presentati documenti oleografici, foto e tradizioni degli ex padroni di casa, esuli, “nemici del popolo”, cui il regime jugoslavo confiscò l’immobile.
L’attuale Villa Perla nel 1948 venne requisita dal regime di Tito, fu adibita a carcere isolano fino agli anni Ottanta, quando divenne sede della ditta “Jadranka” e quindi passò di proprietà a Biserka Žečević. Nell’anno 2002 l’abitazione fu venduta al Ministero degli Esteri italiano per 675mila euro. La famiglia Luzzatto Fegiz ottenne un indennizzo per il bene abbandonato pari a 30 milioni di lire.
Forza de leon e panza de formigola
Alice ha anche ricordato la domanda che i comandanti lussignani rivolgevano ai giovani prima di imbarcarli sulle loro navi: “Ti gà forza de leon e panza de formigola?”. (Nello stemma di famiglia c’è appunto un leone). In rilievo la figura della madre Ivetta Tarabocchia, nata a Lussinpiccolo nel 1913 da una famiglia di armatori e capitani, imparentati con altre grandi famiglie dell’Isola, come ad esempio i Martinolich.
Fu una delle prime donne a praticare la vela con la barca di famiglia, sulla quale muoverà i suoi primi passi anche il celebre ammiraglio Agostino-Tino Straulino.
A ventun anni sposa il professore universitario triestino Pierpaolo Luzzatto Fegiz, creatore delle scienze statistiche in Italia, fondatore della Doxa, il primo Istituto italiano per le ricerche di mercato.
Tra le grandi passioni di Ivetta, oltre alla vela, ci fu sempre anche il tennis, praticato con successo a partire dalla prima giovinezza. Donna dal carattere forte e volitivo, già comproprietaria delle compagnie di navigazione Lussino e Martinolich, aveva veleggiato in Istria e in Dalmazia, prevalentemente nell’originaria Lussino, dove prima della guerra era proprietaria della casa situata nella baia di Zabodaski.
Proprio in questa baia il marito Pierpaolo scrisse il libro “Lettere da Zabodaski”, una testimonianza della forza di questa donna trovatasi a fronteggiare da sola, a Lussino nel 1945, l’arrivo dei titini e a organizzare poi una rocambolesca fuga via mare, in barca a vela, verso Trieste con dietro i figli e ben poco altro.
Il marito fortunatamente nel 1925 era stato campione italiano di canottaggio ed aveva già attravesato l’Adriatico in barca a remi di notte con direzione Ancona. E il percorso dell’esposizione si ferma qui, anzi al 1948, quando la famiglia perse Villa Perla.
Un pubblico affollatissimo di lussignani doc ha visitato la mostra, assistendo anche alla proiezione di un documentario sulla famiglia Tarabocchia Luzzatto Fegiz girato da Cecilia Donaggio, nipote di Alice.
La serata è stata organizzata dalla locale CI in collaborazione con la famiglia Tarabocchia, il sostegno dell’Unione Italiana e della Città di Lussinpiccolo.
Mariano L. Cherubini


446 – L'Arena di Pola 27/06/12 La nascita del Collegio "Zandonai" di Pesaro, Don Pietro Damiani, un “padre” per gli esuli istriani, fiumani e dalmati
La nascita del Collegio “Zandonai” di Pesaro

Don Pietro Damiani, un “padre” per gli esuli istriani, fiumani e dalmati

Le conseguenze politico-territoriali della seconda guerra mondiale sono state per la Venezia Giulia e la sua popolazione di estrema durezza. Dal 1943 al 1945 non solo si è consumata una drastica mutilazione territoriale, ma ha avuto luogo il fenomeno massiccio dell’esodo: più di 300.000 persone.
La cronaca di questa triste migrazione umana, tessuta di sofferenze, di speranze deluse, di episodi dolorosissimi e del loro cammino verso una nuova vita ci viene qui descritta da don Pietro Damiani, allora cappellano militare, che li accolse nel campo per prigionieri (in effetti, reduci di guerra) e profughi di Udine.
Il testo che segue, basato sui ricordi di don Pietro, è tratto dall’elaborato che a Lui hanno voluto dedicare gli studenti del Liceo Scientifico e Musicale “G. Marconi” di Pesaro e che, premiato dalle Associazioni degli Esuli, è stato presentato nel corso del seminario dedicato alle scuole tenutosi a Trieste il 23-24 febbraio 2012, in occasione del “Giorno del Ricordo”.

«La tragedia della Venezia Giulia e dell’Istria e della Dalmazia si svolgeva in pieno e non veniva avvertita molto perché troppi erano gli avvenimenti. Appena si ebbe un poco di respiro balzò al nostro sguardo come un problema gravissimo da affrontare. Passavano per il Campo giovani e vecchi che fuggivano, donne e bambini terrificati, e tutti raccontavano una triste storia. Chi ha vissuto in mezzo a loro sa quali dolori questi fratelli hanno dovuto sopportare. Spesso inseguiti, braccati, qualche volta ripresi e fatti sparire. Imparai il nome “foiba”, e seppi che molti erano stati gettati in quelle orribili fosse solo perché italiani. La sorte di questi profughi era ben triste, perché dovevano vagare di Campo in Campo, senza meta, non sempre accolti con simpatia e comprensione. Come Sacerdote e come Italiano sentii il bisogno di fare qualcosa per essi e mi misi al lavoro. Diedi pane, vestiario, scarpe, denaro, ma alle volte non avevo mezzi.

Quelli che mi facevano più compassione erano i bambini! Quanti ne vidi aggrappati alle mamme, ammucchiati nelle aule, trasformate in dormitori, sdraiati sulle misere coperte in mezzo al cortile. Passavano per il Campo e sparivano come inghiottiti da questo povero mondo pieno di cattiveria e di insidie. Nella mia mente si accendeva il desiderio di fare qualcosa di particolare per i bambini orfani, profughi, derelitti. Che colpa avevano essi, se gli uomini erano tanto cattivi? Perché dovevano scontare le colpe degli altri? È stata una grande scuola per me la vita del Campo! Fu proprio il pianto accorato di un bimbo che diede la spinta finale all’idea di dare una casa ai profughi. Decisi così di fondare un collegio per raccogliere i bambini, vittime di guerra, una impresa difficile ma sentii che sarei riuscito. Avevo fiducia in Cristo!».

«Il bimbo piange e chiede del babbo e della mamma, ma nessuno risponde al suo gemito. Troppa gente è presa dalla morsa del dolore e della tragedia. Mi sono piegato su di lui ed ho pianto anche io come un bambino e solo la Fede mi ha impedito di maledire i colpevoli. Ho stretto nelle braccia il piccolo Istriano ed ho giurato che avrei fatto tutto il possibile per salvare ed assistere queste vittime innocenti della guerra e della crudeltà umana. La mia decisione fu immediata e mi misi al lavoro e mi affidai alla Divina Provvidenza».
«Mai un dubbio, mai una titubanza neppure di fronte alle più gravi difficoltà. Mi consigliai con l’Arcivescovo di Udine e ne ebbi l’incoraggiamento e la benedizione. Scrissi al mio amato Vescovo Bonaventura Porta ed anche il mio Pastore mi incoraggiò, approvando la mia iniziativa».

«Con l’entusiasmo di un neofita cercai di diffondere la mia idea ed ebbi molti consensi e buone speranze. Passò qualche tempo e le cose andarono abbastanza bene, ma gli aiuti promessi per pagare i mobili sfumarono ed io mi trovai con le mie difficoltà e con seri impegni».

«Il comandante italiano del Campo, ten. Previato, carissima persona ed ottimo amico, non mancò di parlare della mia iniziativa al cap. Strauss, comandante alleato del Campo, ed ebbi così l’assicurazione di aiuti appena il Campo avesse cessato la sua funzione. In verità molto potei fare per la bontà e l’aiuto di queste care persone. Organizzai nel mio grande ufficio una specie di laboratorio, nel quale, oltre al lavoro per il Campo, si venivano preparando indumenti per i miei futuri ragazzi. Si trasformava tutto quello che non poteva essere utilizzato per i Reduci, e con qualche piccola spesa potei acquistare della tela per il corredo dei piccoli. Quando venne il momento di decidere per la sede del Collegio naturalmente subito pensai alla mia città di Pesaro. Pregai a lungo, soffersi terribilmente, ma non mi mancò la fiducia. Compresi che le Opere del Signore sorgono nel dolore, vivono nella dura prova».

Annota don Pietro poi nei vari appunti il prezioso contributo (lettini, coperte, tele, maglie, materassi, ecc.) che ha avuto da tante persone; in particolare sottolinea la grande disponibilità della gente di Udine che gli ha dato «prova di tanto affetto, stima e partecipazione attiva» all’ardua impresa e il Comando Militare Alleato e il Comando Militare Italiano che avevano sede nella stessa città di Udine per la generosità e disponibilità avute nei riguardi del progetto che si stava attuando. Don Pietro fa costruire così case per coloro che non avevano più una terra e dona amore ai derelitti. Cerca una sede provvisoria per ospitare i bambini. Motivo per cui si reca a Roma per chiedere aiuto. Gli viene concesso dal Governo l’edificio “Postetelegrafonici” di Pesaro in affitto a caro prezzo, 300.000 lire, e la condizionale di restaurare l’immobile a proprie spese. Don Pietro ha a disposizione solo 100.000 lire, ma accetta la proposta ed il sogno comincia a prendere forma.
E finalmente alla fine di luglio 1946 una colonna di automezzi da Udine era in viaggio verso Pesaro e trasportava le cose per arredare il nascente Collegio.

«Ci mettemmo al lavoro per sistemare tutto, perché ai primi di agosto sarebbero arrivati i bambini. È difficile immaginare quanta fatica, anche materiale, dovetti sopportare con i miei collaboratori per mettere tutto a posto. Letti, materassi, coperte, materiale vario [...]. Le persone lavoravano con lena. Era uno spettacolo tanto bello dopo quello che avevo visto di distruzione e di disordine. Il primo miracolo era compiuto e non mancai di ringraziare tanto il Signore! Il giorno più bello venne quando alla stazione di Udine transitò, proveniente da Trieste, il primo treno di bambini che dovevano occupare il Collegio. Ero in attesa alla stazione con la mia divisa militare. Il treno giunse sbuffando e si fermò. Ai finestrini erano i piccoli figli della Terra contesa e guardavano con gli occhi vivaci la gente che stava alla stazione.
Nessuno di loro mi conosceva, e quando videro che mi interessavo di loro chiesero subito chi ero e che cosa volevo. Non mi conoscevano, ma io conoscevo loro e li amavo ancor prima di conoscerli. Fui preso dalla commozione alla vista di quei bambini e non mi fu possibile dire parola alcuna. Il prof. Mario Rossi, mio primo collaboratore, era andato a Trieste per ricevere i bambini e si trovava sul treno. Scese e mi strinse la mano con effusione, commosso come me. Presi in consegna il convoglio ed anch’io partii insieme ai piccoli amici della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia. Il viaggio fu lungo ed estenuante, anche perché il caldo era terribile. Come Dio volle, giungemmo alla stazione di Pesaro. Era molto tardi, ma al nostro arrivo c’era ancora molta gente ad attendere. Il treno si fermò bruscamente per farci capire che bisognava mettersi subito in moto per scendere. Molti, commossi, battevano le mani ed agitavano i fazzoletti, altri salutavano con un sorriso pieno di soddisfazione. Appena il treno fu fermo, scesi per salutare le Autorità e gli amici, che mi si strinsero attorno. Il col. Giorgetti, Comandante del 6° C.A.R., dopo i saluti, mi disse che i bambini erano invitati tutti a ricevere il primo omaggio nella Caserma Del Monte. Trasportati dagli automezzi militari giungemmo alla Caserma ricevuti con tanto entusiasmo. Molte signore e signorine, insieme agli ufficiali, servirono dolci e caffelatte ai bambini, i quali, nonostante la stanchezza, avevano ancora volontà di scherzare e di ridere. Erano sporchi per il fumo e la fuliggine del treno, ma erano tutti belli, quei figli della Patria! Fu un atto molto gradito, quello del col. Giorgetti e dei suoi Ufficiali, e lo apprezzai tanto per il suo valore morale».

Pesaro si mostrò una città accogliente e ospitale.
Era dura la vita i primi tempi con centinaia di bambini non abituati alla disciplina e pieni di vita. Sacrifici senza limiti devono affrontare don Pietro e i suoi collaboratori, ma il coraggio li sostiene perché sanno che il sacrificio ripaga prima o poi. Ben presto la struttura ospitante diventa insufficiente. Grazie al contributo di molti Pesaresi e non solo, padre Damiani farà costruire un nuovo collegio e comprensorio scolastico che intitolerà al suo grande amico e benefattore Riccardo Zandonai e che reca in alto la scritta: “In fide victoria”.
Tantissimi i ragazzi che nel corso degli anni si formeranno presso l’Opera Padre Damiani. Iniziò proprio così la storia del Collegio: una storia continuata fino ai nostri giorni, tra mille opere di carità.

«Il Signore mi ha dato la forza e così, nella luce della sua Fede e per l’amore del prossimo, ho dato origine alla mia Istituzione che nel giro di 36 anni ha accolto nel suo seno decine di migliaia di bambini bisognosi di tutto. Non furono solo Istriani e Dalmati, ma anche piccoli del Meridione, vittime della guerra e della miseria».
Con la preghiera, la scuola, il lavoro ed il gioco, tanti di questi ragazzi hanno trovato la gioia di vivere e la forza di costruire il futuro.

 

447 - L'Arena di Pola 27/06/12 56° Raduno nazionale degli Esuli da Pola : Due goccioline d’acqua dopo il Raduno
Due goccioline d’acqua dopo il Raduno
Una delle definizioni di fatto storico – alla buona, perciò comprensibile da tutti – è: “evento che determini delle conseguenze” (fatto qualsiasi, conseguenze qualsiasi relative ad esso). Quindi, senza la pretesa di passare alla storia, scrivo le quattro parole che seguono per chi non c’era, come per tanti altri cari amici coi quali ho condiviso le piccole ENORMI vicende di quei giorni; e anche per me. Collochiamole dunque nel tempo.
Sono rientrato in casa il 16 maggio 2012 alle 17 dal 56° Raduno nazionale degli Esuli da Pola (ISTRIA) organizzato dal LCPE. Ho bevuto una tazza di tè e poi ho pensato che la cosa migliore fosse un breve totale riposo, o sonnellino che dir si voglia. Mi sono sdraiato sul letto e ho chiuso gli occhi. L’assopirsi dipende – da fisico a fisico – dal grado di stanchezza personale e da altri fattori; di sicuro comunque, per favorirlo, occorre staccare la spina del pensare. In genere, non ho affatto problemi per addormentarmi. Si vede però che ieri quella spina non era disinserita del tutto.
Vi faccio queste descrizioni perché so che gli amici lettori sono pazienti e sto io stesso dando corpo ad esse; ieri invece le vissi: a metà tra realtà e sogno (magnifico quando succede). Nei due piccoli angoli interni degli occhi si stavano formando due goccioline d’acqua leggermente salate, trattenute dalle palpebre abbassate. Non chiedetemi il perché: non lo so, ma cercherò di trovarlo con voi perché mi siete cari, posso fidarmi e, insieme, lo rivivremo condividendo.
È vigilia di festa: “Il sabato del villaggio” del NOSTRO grande Giacomo di Recanati. E dopo il pranzo stiamo andando verso «una depressione carsica sul fondo della quale si apre una profonda spaccatura che assorbe le acque»: così il vocabolario definisce la parola latina fovea. E lì, a Terli, ti inginocchi e, dal profondo di te e della caverna, erompe un sentimento segreto, tenero, misterioso, potente come il colpo d’ala dell’aquila verso il cielo, l’infinito... e intuisci cos’è una delle due goccioline sotto la palpebra: un abbraccio d’amore insopprimibile – nel silenzio più eloquente – che ci unisce ai Morti nostri, che né trattati o federalismi possono impedire. Nessuno potrà rubarcelo MAI; gridiamolo forte, pur se a labbra serrate: il vento è violento ma generoso, avverte l’affinità col nostro urlo e lo porta via per spargerlo sulla Penisola mediterranea e lontano sino ai confini del mondo, affinché lo sentano e capiscano i pronipoti, e lo ricordino nei secoli.
Ora passerò a piccoli cenni di altre emozioni, senza preoccuparmi della loro sequenza; in un quadro d’insieme conta la scossa data da ogni particolare, che traduce poi in sintesi, a ciascuno, l’immedesimazione e la rimembranza personali: astratte certo, ma così vive, cioè vere, sue. Dopo una colazione, a gruppo completo in pellegrinaggio nei dintorni, qualcuno con una fisarmonica attaccò canzoni, e il coro divenne un’esplosione, che si può tradurre solo coi puntini... poiché chi c’era ricorda commosso... e tu che non c’eri l’immagini e, senza accorgerti, stai cantando a mente un ritornello che ti sovviene, con un groppo in gola. Io ero girato di spalle, e non riuscii a deglutire quando scoppiò “Amapola, lindissima Amapola” (nel gioco di parole, naturalmente) che, chissà perché, associai a “Arma la prora, marinaio”, che cantavamo col ritornello “San Marco! San Marco!” sull’aria di “Dalmazia, Dalmazia / cosa importa se si muore”.
Sono andato a Monte Ghiro con un’amica polesana a portare un fiore, un lume, una preghiera su una tomba di famiglia privata. E mi parve d’avere il petto stretto da catene gelate: erano Morti istriani... all’estero. Atroce!
Ma perché sempre li chiamano “Grandi” quelli che vincono e sempre dicono di essere la parte giusta, però – siedano a Jalta, a Versailles, o in un altro angolo del mondo – con grande sussiego sanno confezionare solo enciclopedie di sporche e ingiuriose chiacchiere per far digerire all’umanità ingiuste e crudeli transazioni, con la spudoratezza di metterle all’insegna dell’autodeterminazione dei popoli?
Ci siamo recati pure a Forte Punta Christo, edificato nel 1863, uno dei tanti facenti parte del sistema di fortificazioni (inutili) costruite intorno a Pola, dopo che divenne la base della flotta militare austro-ungarica. Una giornata di bora, di freddo. Ma abbiamo cantato “Va pensiero” in una di quelle casematte: con tutto il fiato che avevamo nell’anima, dato che all’ultimo momento ci avevano negato con una scusa di farlo in Duomo alla fine della Messa. Senza commenti.
Avete naturalmente inteso che i cenni di questa seconda parte andarono a formare la gocciolina nell’altro occhio del piccolo uomo che credeva di dormire.
Io sono Lombardo, quindi onorato che mi concediate ospitalità nella vostra comunità in occasioni così importanti. Vi confesso però che avrei voluto essere capace di scrivere queste righe nel vostro dialetto: per compensare – con poco ma affettuosamente – quanto avete sofferto. Anche se l’aggettivo primario del nostro popolo è: ITALIANO. Intendo dire: è il fronte unico di lingua, cultura, territorio, tradizioni, cioè la nostra storia, quello che conta oggi, per andare verso una realtà che possa dare inizio alla costruzione di un futuro allargato. Non credo che il passato finisca con noi. In natura è sempre la stessa pianta che continua a rifiorire. È finita un’epoca, non una civiltà. Guardiamo avanti e continuiamo su questa strada. Se non vogliamo che siano sempre I GRANDI (?) a fregarci e portarci dove vogliono, abbiamo solo noi stessi: da realizzare e da unire (non dividere) per trovarci come Nazione a partecipare con le altre onestamente a consessi maggiori. Bisticciarci e dividerci è la cosa principale che tutti i detentori del potere lasciano fare, perché finisce sempre col favorire i loro interessi. E il passar per stupidi è anche offensivo. Sarebbe colpevole che i nostri discendenti, alcune generazioni dopo, dovessero giudicarci deboli. L’abbiamo già fatto per quattrocento anni: infatti siamo indietro.
Ecco perché considero che i vostri Raduni non possano più essere solo incontro di Esuli, ma un riabbracciarsi di amici istro-veneti, friulani, giuliani, fiumani, dalmati per cantare il passato e programmare non contrasti ma azioni costruttive degne della civiltà e delle qualità che avete: per voi e per la Patria Italia. E l’Italia siamo TUTTI NOI.
Il Poeta abruzzese – anche per sue personali vicende – chiamò “amarissimo” l’Adriatico nord-orientale. Se con fede e tenacia riusciremo nel tempo a trasformarlo in acqua soltanto salata, egli pure sarà contento.
Il Mondo di oggi, questa Umanità hanno estremo bisogno d’Amore, di sincero buon volere. L’amore è un sentimento forte, non una debolezza. E quando luminosi sentimenti coinvolgono spirito, mente e volontà umani, essi si traducono nel collante dell’esistere, non in biada retorica.
Fernando Togni

 

448 - La Stampa Tutto Libri 07/07/12 La Dalmazia di Ervas, una terra anche crudele che sa carezzare l'anima
La Dalmazia di Ervas, una terra anche crudele che sa carezzare l'anima
In pulmino alla scoperta di isole sconosciute tra case veneziane villaggi che producevano capitani e gelsi di un mondo gigante
Fulvio Ervas
Il Westfalia California si mette in moto al primo colpo. Si fuma una pinta di gasolio, non è uno spettacolo ecocompatibile, però ci sono affezionato. Mi ha fatto addormentare con tramonti da sogno, davanti alla fortezza veneziana di Methoni, Peloponneso. Sono in debito e sopporto i consumi, non certo da crisi economica, il borbottio del motore, certi cigolii delle porte.

Adoro, quando posso, cercare qualcosa lungo la costa dalmata. Non so il perché tanta di suggestione. Sarà che Trieste mi ha tenuto con sé per nove mesi, nell’ospedale militare, a battere a macchina tra strampalati colonnelli medici e formidabili malanni anatomici che i fanti inventavano per sfuggire alla vita di caserma; sarà per la frontiera e l'eccitante sensazione di passare una linea; sarà per via del comunismo di Tito, che da giovane pareva imitasse la libertà; sarà per i campeggi naturisti dove finivi per apprezzare più la pulizia che le tette (meritevoli, ben s'intende).
Sarà. Ci sono andato spessissimo. Lungo la costa istriana, sino a Rovigno a cercare i cimeli sottratti al Baron Gautsch, piroscafo austriaco che giace sui fondali, affondato su mina italiana nel primo conflitto; salendo verso il fiordo di Koromacno, nel campeggio più soffocato da alberi che abbia mai visto; capatina a Motovun la bella Montona veneziana, leoni su una porta che domina, da una collina, terre di vini rossi e tartufi. Non proprio imperdibili, i tartufi.

Questa volta taglio l’Istria, mi immetto sulla costiera, la tortuosa, la regina dei rallentamenti: se t’incodi a un vecchio camion è fatta. Il tempo diventa medievale, ed è il tempo che il Westfalia preferisce, aerodinamicamente compromesso dal muso anteriore che lo fa somigliare alla capoccia di un alien in vacanza.

Si vedono già, lungo la strada, gli spiedi per il maiale, perché avanza l'ora di pranzo, ma io preferisco ancora una slasticarna, una pasticceria con fette dolci così grandi che potresti coltivarci il basilico su un balcone di città, per non parlare dei bomboloni che potrebbero comodamente contenere, le monete, le chiavi di casa, il taglia unghie e gli occhiali da lettura.

La costa viene affiancata dall'isola di Pag, lunga compagnia chiara: accelero un poco, a un certo punto la sorpasserò, lasciandola affannata ed immobile. Ho visitato più di qualche isola, lungo questa costa. Krk, Cres, Losinj, Dugi Otok, l'isola lunga. Mai Pag, frenato dal pregiudizio che sia un'isola troppo secca, troppo bruciata.

Scendo dai miei pensieri quando vedo Zara e rifletto se entrarci per l'ennesima volta, ma scivolo via, come su sapone e mi faccio calamitare dall'indicazione per l'isola di Murter, sconosciuta, e finisco con il pranzare in un'osteria a Betina, soliti calamari fritti, vino bianco, un paio di vecchi spinosi seduti a fianco, sguardo bruciante, sembrano tutti pirati. E' uno di questi ad indicarmi, con dolce cadenza triestina, il parco della Krka, prima della bianca Sebenico, una lunga rientranza del mare che va a mescolarsi con le acque dolci della Krka, un fiume minatore che scava le rocce calcaree e salta, riempie, salta ancora in una sequenza di catini d'acque verdi.

Che c'è di bello sulla Krka?, chiedo e quello sorride al socio, come se fossi l'inquilino dell'ultimo piano di un palazzone, e mi dice che c'è Skradin.

Ecco, vorrei morire a Skradin. Quando le curve mi lasciano vedere l'abitato, case veneziane colme di giuggioli, gelsi del mondo dei giganti, l'approdo per le barche a vela, l'ansa ampia del fiume, la bolla del tempo si sgonfia e rimango senza fiato.

E' l'effetto di queste pietre, di questa acqua potente, dell'ombra dei gelsi, del caldo del Westfalia che non sa minimamente cosa sia l'aria condizionata. Sento che è una terra di fantasticherie. Dura, crudele anche. Per me leggera, ariosa, capace di accarezzarmi l'anima.

Dormo a Skradin. Sogno lunghi proteo color carne sui fondali della Krka e reti lanciate per catturare pesci, pregiati solo per le scaglie che finiscono, quasi invisibili, a Vienna ingrediente segreto per i belletti delle dame di corte. Sogno ed è il 1911 e dalla lontanissima Tunguska, dove era caduto un misterioso meteorite, è partito un pope che vorrebbe uccidere il giovane Gavrilo Princip. Il pope, illuminato dall'evento di Tunguska, sa che il giovane assassinerà l'arciduca austriaco, facendo precipitare l'Europa nella Grande Guerra e trascinando lo zar di tutte le Russie nel fango. Chissà se sarebbe servito uccidere il giovane Princip? Eliminare il catalizzatore.

A Trogir, Traù, il Westfalia inchioda davanti ad un mercatino di frutta e verdura, coloratissimo.
Il venditore di frutta, enigmatico, pesa le pesche, una ad una, aspettando che dica: basta così, grazie. Alla quinta, mi fa segno che devo pagare, mi vede distratto. Dietro la frutta e la verdura c'è la foto di un platano colossale, un pilastro della terra se uno s'intende di fotosintesi. L'uomo dice che è l'albero di Trsteno, lontano lontano.

Più lontano di Orebic?, chiedo e così rivelo la mia meta, dove voglio arrivare perché ho una curiosità da soddisfare.
Orebic viene prima, mi dice. Lo so, è un paesino della penisola di Peljesac, in direzione di Dubrovnik.

Seguo con lo sguardo le correnti veloci dell'acqua che si ritira nel mare, sopra un ponte, abbracciando d'un colpo un piccolo campanile di San Marco, la facciata intera di Trogir, affascinante come una cellula.

Penso a Orebic: possibile che una piccola comunità abbia prodotto, a cavallo tra ottocento e novecento, un gran numero di capitani di lungo corso? Tutti lì? E da lì imbarcati per mezzo mondo o tre quarti di mondo, i capitani di Orebic, che mi piace il nome, mi piace l'idea che certi ritagli di terra, come un orto coltivato, producano una zucca speciale, un capitano di lungo corso per l'appunto.
Continua a scendere, mi dico, che al largo c'è l'isola di Brac e di Hvar, potrei deviare, ma resisto alla tentazione. Il Westfalia non molla mai. Fuma, come un capitano con la pipa. Attraverso il confine con il Montenegro chiudendo gli occhi: troppo caotico cemento, un confine fatto di plastica. All'imboccatura della penisola di Peljesac ci sono le mura di Ston e anche legioni di cozze allevate che si lasciano apprezzare.
Orebic si rivela una lunga corsa, una salita è così impegnativa che il Westfalia mi consegna il testamento, arriva nel punto più alto con le lacrime agli occhi e io con lui. Pensa alla discesa, gli dico, ma la tosse non gli passa. Orebic ci accoglie con un campeggio familiare, slavi del sud che sono più alti di me che non sono basso, la solita birra che bevi senza accorgertene e le case dei capitani. Vecchie case di pietra affacciate al mare, spesso con giardini murati, con piante che hanno imposto la loro forma e la loro ombra. Il museo dei capitani ha bei modelli di navi, corde annodate, carte nautiche e fotografie stupende di uomini e certo deve essere una bella sensazione quella di governare una nave, forse è quello che si nota nelle espressioni dei volti: un punto di partenza, uno di arrivo, correnti e burrasche. Come la vita. Che governiamo poco, sarà perché ci crediamo capitani anche seduti ai tavolini di un bar. Ci vuole allenamento, tradizione. E questa si produce dentro il campo di forza di un luogo.

Hai capito?, dico al Westfalia: tu un motore ce l'hai, di che ti lagni (a parte il costo del gasolio)?
Riparte, sempre al primo colpo. Lui non resiste e io nemmeno: allunghiamo verso Trsteno, verso il grande platano, che sono due e quando li vedo, un po' ammaccati e immensi, non so più se morire a Skradin o a Trsteno.
Davanti ad un'ansa di fiume o sopra un albero.

Non lo so davvero. Allora attraverso di corsa l'Arboreto di Trsteno, una selva elegante, sino ad una terrazza sul mare, uno strapiombo come sarebbe piaciuto a Rilke, e mi lancio nel vuoto. Il Westfalia volante mi acciuffa e mi riporta a casa, ancora una volta.

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 7 luglio)

 

449 – Il Piccolo 11/07/12 Trieste e il male di frontiera viaggio nella città letteraria
Trieste e il male di frontiera viaggio nella città letteraria
Katia Pizzi dell’Università di Londra analizza in un saggio le vicende storiche e intellettuali tra il 1918 e il 1954 con uno sguardo fino ai nostri giorni
di Pietro Spirito
Arriva da Londra una nitida fotografia dell’«elusivo fantasma di un’identità letteraria di Trieste», un ampio, organico, esame del mito di Trieste come città letteraria e della sua sfuggente identità. In “Trieste: italianità, triestinità e male di frontiera” (Gedit, pagg. 219, euro 18,00), Katia Pizzi, docente di letteratura e cultura italiana all’Institute of Germanic and Romance Studies della School of Advanced Study dell’Università di Londra, affronta con piglio multidisciplinare il “casus” triestino focalizzando la sua attenzione nel periodo che va tra il 1918 e il 1954, alla ricerca di una visione unitaria di quel composito, ma anche «disorganico e sfilacciato» profilo culturale che è la cifra caratteristica della città.
Non nuova al confronto con i labirinti identitari triestini (suo il volume “A city in Search of an Author: The Literary Identity of Trieste”, Londra-New York 2001) Katia Pizzi parte dal momento in cui «Trieste perde il ruolo economico primario goduto all’interno dell’Impero Austro-Ungarico, rimanendo gravata da emergenti problemi etnici e confinari», per addentrarsi in quella lunga stagione gravida di «presenze letterarie importanti» dove si delinea un concetto di triestinità «elusivo ma imprescindibile per una comprensione del fenomeno letterario triestino fino ai nostri giorni». Ciò che interessa alla studiosa non è tanto riesaminare e rivalutare figure canoniche della letteratura triestina, a cominciare da Italo Svevo, quanto piuttosto considerare la società - non solo letteraria - nel suo complesso alla luce dei mutamenti storici.
Ecco allora, per esempio, l’analisi della vena autobiografica di tanti romanzi, uno dei sentieri più battuti che portano al “mito di Trieste”, città dove «scrittori scrivono di pittori; artisti dipingono Trieste nello stile dei suoi autori. Scultori modellano busti di scrittori e dei loro figli (...)», e dove «autori triestini curano, stampano, comprano e recensiscono i reciproci sforzi letterari, dedicandoseli a vicenda», mentre «amanti sposano o fuggono insieme a mogli, mariti, figli di letterati, amici e parenti». In questo ambiente claustrofobico, autoreferenziale, tipico delle comunità ristrette e che allunga le sue propaggini fino ai nostri giorni, Katia Pizzi tratteggia una mappa variegata seguendo due principali direttive: «Trieste nella letteratura, la città nel suo aspetto antropomorfo, personificato; e Trieste e la letteratura, cioè la letteratura triestina e la triestinità».
Il risultato è un saggio che se da un alto non si allontana di molto da consolidate interpretazioni, dall’altro dà nel suo complesso una visione originale delle turbolenze triestine, sottolineando e sviscerando aspetti solo apparentemente secondari. Come quell’idea di “Trieste materna”, intesa come «vincolo tra cultura e nazione», che caratterizza tante opere della prima metà del Ventesimo secolo. È ciò che Roberto Curci e Gabriella Ziani indagando le scrittrici triestine chiameranno “maternalismo” e che l’autrice spiega in termini psicanalitici: l’Italia vista come madre che diventerà, nel secondo dopoguerra, matrigna, alimentando quella “nevrosi del tradimento” che ben conosciamo anche fuori dalle pagine letterarie. Uscito un po’ in sordina (e di non facilissima reperibilità) il saggio di Katia Pizzi è una bussola in più per cercare di orientarsi nell’«infinita e fondamentalmente illusoria» identità triestina.

 

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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