N. 835 – 21 Luglio 2012
Sommario
450 - Il Dalmata n°74 Giugno 2012 Senigallia 29/30 settembre 2012 - 59° Raduno dei Dalmati (gv)
451 - La Voce del Popolo 14/07/12 L'Ambasciatrice D'Alessandro ad Abbazia, Fiume ed Umago: Obiettivo, favorire gli investimenti italiani (M. Kajin Benussi - K.Babi)
452 – La Voce del Popolo 20/07/12 Speciale - Unione Italiana: Maggiore autonomia per le Comunità (Sandro Petruz)
453 - Il Dalmata n°74 giugno 2012 - L'Asilo italiano di Zara in dirittura d'arrivo (red)
454 - Il Piccolo 19/07/2012 Lettere - Esuli : passi avanti e giudizi (Renzo De’Vidovich)
455 - CDM Arcipelago Adriatico 19/07/2012 - Volete far conoscere le vostre vicende legate alla storia dell'Adriatico Orientale? Scriveteci noi le metteremo on line
456 - Il Dalmata n°74 giugno 2012 - Roma: L'Associazione Naz.Dalmata inaugura la nuova sede presso la Società Dante Alighieri
457 – La Voce del Popolo 14/07/12 Speciale - Laurana e le leggende del «vescovo» (Mario Schiavato)
458 - Il Piccolo 16/07/12 Scoperta una foiba per soldati croati eliminati dai titini (Andrea Marsanich)
459 - Corriere della Sera 17/07/12 Bono Italiano di Giacomo Scotti quando in Jugoslavia i nazi fascisti eravamo noi (Corrado Stajano)
460 – La Voce del Popolo 17/07/12 Speciale - I giuliano-dalmati e il Risorgimento: altra pagina rimossa da recuperare (Gianfranco Miksa)
461 – La Voce del Popolo 19/07/12 Cultura - Tutto (o quasi) su foibe ed esodo (Ilaria Rocchi)
462 - La Stampa 17/07/12 Intervista al ministro croato Vesna Pusic: "Atene non ci fa paura, la Croazia è pronta per entrare nell'Ue" (Francesca Paci)
463 – La Voce del Popolo 20/07/12 Cultura - L'arte della manipolazione di Crt Brajnik (Gianfranco Miksa)
464 - Il Venerdì di Repubblica 20/07/12 Friuli: Nei bunker italiani della guerra mai combattuta; quella "fredda" (Giorgio Boatti)
A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

450 - Il Dalmata n°74 Giugno 2012 Senigallia 29/30 settembre 2012 - 59° Raduno dei Dalmati
59° raduno nazionale dei dalmati
18° INCONTRO CON LA CULTURA DALMATA SENIGALLIA 29 E 30 SETTEMBRE 2012
C'incontriamo per la 59ma volta, per i Dalmati un risulta­to molto lusinghiero. Vi è stato un tempo in cui i Ra­duni si sono svolti spesso a Se­nigallia; vi eravamo nel 1978 -1979-1982-1986-1990­1996 - 2000, l'ultima volta nel 2004. Erano i raduni "della settimana", vi si andava qual­che giorno prima e si tornava qualche giorno dopo, per fare il bagno, una gita nelle località dei dintorni, Frasassi e Urbino, prendere il sole favoriti dal cli­ma, da prezzi vantaggiosi, dal­l ospitalità e dalla voglia d'incontrarse e ciacolar con gli amici.
Erano gli anni dei raduni del Rime e della Maria che ci guardano di lassù ed a cui mandiamo un affettuoso saluto .. avevamo qualche anno in meno.
Quei raduni avevano uno spiri­to invidiabile, mancavano però della bella novità degli ultimi anni. Mancava la presenza di amici fino a ieri sconosciuti che abbiamo imparato ad ap­prezzare. Non sono molti, ma sono in aumento. Quasi nessu­no li conosce, partecipano ai raduni in punta dei piedi, qua­si per non disturbare. Interro­gati rispondono " Mi chiamo .. sono figlio di .. non so­no mai venuto ai raduni . in­contro volentieri gli amici dei miei genitori che parlando in dialetto e li ricordano . mi sembra di star con loro magari solo per qualche minuto ... gli parlo e mi rispondono .. non è molto che sono mancati ... avrei voluto star loro più vicino . Chi mi parlerà più di Zara, di un mondo che non esi­ste e che in qualche modo si ri­pete qui una volta l anno, a questo raduno .. un mondo nel quale ho trascorso un in­fanzia felice ed una serena giovinezza .. quante volte non ho voluto o potuto seguir­li, ascoltarli, esser loro più vi­cino preso dai mille impegni di ogni giorno, la famiglia, i figli, il lavoro ... mi mancano, per questo vengo volentieri al ra­duno, mi sembra di stare anco­ra un po 'con loro ". La parlata magari non è vene­ta, ma il pensiero che esprimo­no è bellissimo, commovente. Anche solo per questo merita partecipare ai Raduni, per far parte anche solo un giorno del­l anima, della storia del popo­lo cui appartiene la mia fami­glia, per poter dire "c ero an­ch io", per vivere un momento diverso, per tornar per un giorno de novo a casa. Senigallia ci ha sempre ospita­to con la caratteristica simpatia della Riviera Adriatica che si rinnoverà anche quest anno. Si può parlare della bellezza del litorale, della spiaggia acco­gliente e del mare pulito, ma significherebbe dimenticare il meglio, lo splendore dei mo­numenti e la vocazione della gente all accoglienza.
gv
PROGRAMMA Sabato 29 settembre ore 10.30 -12.30
Auditorium Chiesa dei Cancelli - via Arsilli "18° Incontro con la Cultura Dalmata"
Gli Autori presentano le loro opere d'argomento dalmata edite nell'ultimo anno. Conduce Chiara Motka.
ore 15,30 -18,30
Auditorium Chiesa dei Cancelli - via Arsilli "Consiglio Comunale" dell'Associazione Dalmati Italiani nel Mondo - Libero Comune di Zara in Esilio Relazione del Sindaco e degli Assessori, Interventi dei Consiglieri
ore 21,30 - 23.30
Nelle accoglienti sale del Senbhotel -
viale Bonopera n. 32 si svolgerà
"El balo de le ciacole" - musica dal vivo
Domenica 30 settembre
ore 9.30
Chiesa di San Martino - via Fratelli Bandiera Santa Messa in memoria dei nostri Morti
ore 10.45
La Fanfara dei bersaglieri in congedo suonerà
in
Piazza A. Saffi
ore 11.15 -13.00
Teatro La Fenice - via Fratelli Bandiera Assemblea dei Dalmati - Consegna del 15° Premio "N. Tommaseo"
ore 13,30 Pranzo collettivo
Le manifestazioni del sabato e della domenica si svolgono nel centro di Senigallia, non lontano dal mare, in edifici compresi nel raggio di centocinquanta metri. Nessuno avrà difficoltà a parteciparvi perché potrà raggiungerli comodamente a piedi.

 

451 - La Voce del Popolo 14/07/12 L'Ambasciatrice D'Alessandro ad Abbazia, Fiume ed Umago: Obiettivo, favorire gli investimenti italiani
L'AMBASCIATRICE EMANUELA D'ALESSANDRO AD ABBAZIA, FIUME E UMAGO
Obiettivo, favorire gli investimenti italiani
L’ambasciatrice d’Italia in Croazia, Emanuela D’Alessandro, ha fatto visita ieri ad Abbazia, Fiume e Umago. Nella Perla del Quarnero e a Umago ha incontrato anche i connazionali. Nel capoluogo quarnerino è intervenuta alla firma dell’accordo di collaborazione fra FINEST e Porin, che si prefigge l’obiettivo di favorire gli investimenti italiani in Croazia e viceversa. Nella foto Emanuela D’Alessandro alla presentazione a Fiume delle nuove maglie della squadra di calcio del Rijeka.
FIUME, FIRMATO L'ACCORDO DI COLLABORAZIONE TRA LE AZIENDE FINEST E PORIN
L’obiettivo è imprimere un impulso agli investimenti italiani in Croazia
FIUME – “La firma di questo accordo rappresenta il rafforzamento dell’ottima collaborazione tra gli investitori italiani, la Città di Fiume e la Regione litoraneo-montana, nonché dei legami tra Croazia e Italia. Sono convinto che ciò andrà a beneficio sia degli imprenditori nostrani che italiani”. Lo ha dichiarato il sindaco di Fiume, Vojko Obersnel, nel corso della cerimonia di sottoscrizione dell’Accordo di collaborazione tra FINEST, la finanziaria per gli imprenditori del Nordest italiano che promuove la cooperazione economica con i Paesi dell’Europa centro-orientale e balcanica, e l’agenzia regionale litoraneo-montana di sviluppo Porin, che si è svolta ieri nell’Aula consiliare del Municipio del capoluogo quarnerino. Il primo cittadino ha ricordato che l’amministrazione cittadina ha già collaborato con FINEST ad alcuni progetti, esprimendo soddisfazione per il rinnovato interesse degli imprenditori italiani per quest’area. Hanno firmato il suddetto documento Robert Komen, direttore della Porin, e Danilo Slokar, consigliere presso FINEST.

CASSE DI RISONANZA L’ambasciatrice d’Italia a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, che ha assistito alla cerimonia di firma dell’intesa, ha sottolineato che il merito principale va al console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, che nei mesi scorsi ha visitato la sede della FINEST a Pordenone, dando il via alla collaborazione tra le due aziende: “L’Italia è il primo partner commerciale della Croazia da dieci anni a questa parte, ma c’è ancora spazio per sviluppare le attività di cooperazione”, ha precisato l’ambasciatrice, confermando la sua piena disponibilità affinché i rapporti di collaborazione possano ulteriormente rafforzarsi. “FINEST e Porin devono essere le ‘casse di risonanza’ delle opportunità di investimento non soltanto per le aziende italiane in Croazia, ma anche per quelle croate in Italia. Le potenzialità sono enormi e sono certa che verranno sfruttate di più con l’entrata della Croazia nell’Unione europea. Il nostro obiettivo è quello di sviluppare la diplomazia economica a livello regionale e non soltanto nella capitale croata”, ha aggiunto Emanuela D’Alessandro.

OTTIMO IL LAVORO DEL CONSOLATO Anche Danilo Slokar ha sottolineato l’importanza del ruolo svolto dal Consolato generale d’Italia a Fiume nell’avvio della collaborazione, sottolineando che la sede consolare sta facendo un’ottimo lavoro per quanto riguarda la politica economica internazionale. Slokar ha ringraziato, inoltre, la Porin per essersi attivita a questo fine, nonché il sindaco di Fiume e il presidente della Regione per averli ospitati nel capoluogo quarnerino, dimostrando così quanto sia gradita la nuova collaborazione: “Avremo la possibilità di aiutarci l’un l’altro in un periodo di crisi, che tuttavia, può essere un’occasione di rilancio per tutti noi”.

SINERGIA Nel ringraziare Cianfarani per l’avvio dell’iniziativa di collaborazione, Rober Komen ha rilevato che grazie alla sinergia tra FINEST, l’agenzia Porin, le autorità locali e il consolato italiano verrà data una spinta più forte agli investimenti stranieri.

FONDI EUROPEI Paolo Perin, responsabile del settore Marketing e Progetti speciali in seno a FINEST ha illustrato l’attività della finanziaria, gli strumenti che offre e le opportunità per gli imprenditori, auspicando che prossimamente venga aperto un ufficio di rappresentanza anche in Croazia. Perin ha sottolineato che con l’adesione della Croazia alla famiglia europea, si apriranno nuove occasioni grazie ai fondi strutturali, che a sua detta, rappresentano “il volano per iniziare un nuovo cammino”, precisando che in questo contesto l’ambasciata italiana deve essere l’interlocutore privilegiato, accanto alle due aziende: “L’ambasciata deve essere la casa dell’imprenditore italiano all’estero”.

Alla firma del contratto hanno presenziato anche il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, il presidente dell’Assemblea regionale litoraneo-montana, Ingo Kamenar, nonché la presidente del Consiglio cittadino di Fiume, Dorotea Pešić Bukovac.
Monica Kajin Benussi
L'AMBASCIATRICE EMANUELA D'ALESSANDRO IN VISITA ALLA PERLA DEL QUARNERO
Abbazia, sostegno all’apertura della Scuola materna italiana
ABBAZIA – “La Comunità italiana di Abbazia rappresenta per la ‘Perla del Quarnero’ un’inestimabile fonte di ricchezza”. Lo ha dichiarato il sindaco di Abbazia, Ivo Dujmić, nel corso dell’incontro avuto con l’ambasciatrice italiana a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, e il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani. Alla riunione, svoltasi ieri al Palazzo municipale, erano presenti pure il vicesindaco Marina Gašparić, e il presidente del sodalizio di Villa Antonio, Pietro Varljen.

CONTRIBUTO Nel corso del colloquio Dujmić ha rilevato il quotidiano contributo dato dalla CI di Abbazia allo sviluppo della città. Ha ribadito il proprio appoggio alla realizzazione della futura scuola materna di Punta Kolova, dove saranno ospitate anche le due sezioni italiane. “I bambini non devono essere divisi. Nella nostra città non sono ammesse distinzioni, men che meno quelle inerenti all’appartenenza nazionale o culturale. Se l’interesse per l’iscrizione dei bambini nelle sezioni italiane dovesse lievitare procederemo ad aumentare il numero delle sezioni in questione”, ha dichiarato Dujmić, invitando l’Ambasciata italiana a sostenere il progetto a Zagabria.

ATTENZIONE Il presidente della CI di Abbazia, Pietro Varljen, ha lodato il sindaco Dujmić per l’attenzione rivolta alle necessità dei connazionali residenti nel capoluogo della Riviera liburnica. “Per noi le porte della Città sono state sempre aperte, ma non possiamo negare il fatto che da quando è in carica il sindaco Dujmić i nostri rapporti hanno avuto un ulteriore balzo qualitativo”, ha spiegato Varljen. “A pochi mesi dal suo insediamento – ha proseguito Varljen –, ci ha assicurato una sede elegantissima e funzionale, aiutandoci a risolvere un problema che ci affliggeva da anni. Ora stiamo lavorando al progetto dell’asilo e sono convinto che presto potremo iniziare a dialogare anche in merito alla riapertura ad Abbazia di una scuola in lingua italiana”.

FESTA DEL PATRONO Ivo Dujmić, invitando l’ambasciatrice ad assistere al concerto del cantautore Mario Battifiaca, che il 21 luglio prossimo, in occasione della festa del patrono San Giacomo, la locale CI organizzerà in collaborazione con la Città, ha illustrato gli ottimi rapporti di collaborazione che legano Abbazia all’Italia. “Siamo in contatto con imprenditori italiani interessati a investire nelle nostre spiagge e nei nostri parcheggi. La prossima settimana inizierà il progetto biennale finanziato con i fondi europei e denominato ‘Parchi storici’, al quale partecipano l’Università di Padova, la Regione Veneto e il Comune di Castelfranco Veneto”, ha annunciato il sindaco, avanzando un’interessante proposta ai diplomatici italiani.

PARCHI “Ad Abbazia esistono sette parchi storici che attualmente giacciono in uno stato di completo abbandono. Pensavamo di affidare ciascuno di questi parchi, in gran parte affacciati sul lungomare, alle cure di un Paese estero legato ad Abbazia dalla storia. Gli austriaci e gli ungheresi si sono detti interessati; ora siamo alla ricerca di un partner italiano”, ha spiegato Dujmić. “Il nostro intento – ha proseguito –, consiste nel valorizzare i parchi in questione promuovendo una gara tra i concessionari. Speriamo che l’Ambasciata e il Consolato generale possano aiutarci a reperire un partner italiano all’altezza della sfida”. Un’iniziativa che l’ambasciatrice e il console generale hanno abbracciato con grande entusiasmo.

INCONTRO CON LA CNI Nel prosieguo della visita Emanuela D’Alessandro è stata accolta dagli attivisti di Villa Antonio che le hanno riservato un’accoglienza assai calorosa. Emanuela D’Alessandro, che è stata il primo ambasciatore italiano ad aver visitato la CI di Abbazia nei suoi 65 anni di storia, ha dichiarato di essere molto fiera per il dinamismo dimostrato dal sodalizio e lieta del fatto che in breve tempo il numero dei soci è cresciuto fino a sfiorare il numero di 500 iscritti. “Abbazia è un gioiello stupendo, Mi fa piacere che stia ritornando al suo antico splendore”, è stato il commento espresso da Emanuela D’Alessando al termine della sua visita alla Perla del Quarnero.
Krsto Babi

 

452 – La Voce del Popolo 20/07/12 Speciale - Unione Italiana: Maggiore autonomia per le Comunità
Speciale
di Sandro Petruz
LA GIUNTA ESECUTIVA DELL'UI HA AFFRONTATO A VALLE IMPORTANTI QUESTIONI RELATIVE AI SODALIZI E ALLE SCUOLE
Maggiore autonomia per le Comunità
Maturità di Stato, auspicata l'applicazione del sistema adottato in Slovenia e Italia per le minoranze
VALLE – L’Esecutivo dell’Unione Italiana si è riunito a Valle, con all’ordine del giorno numerosi punti importanti. Prima dell’inizio della seduta, il presidente della Giunta UI Maurizio Tremul, i membri dell’Esecutivo Norma Zani, Marianna Jelicich Buić, Daniele Suman e Rosanna Bernè, che detiene anche il ruolo di presidente della CI di Valle, nonché il vicepresidente dell’Assemblea UI, Paolo Demarin, il segretario generale dell’Ufficio dell’Assemblea e della Giunta UI, Christiana Babić, e il direttore amministrativo dell’UI, Orietta Marot, hanno visitato Castel Bembo, futura sede della locale Comunità degli Italiani vallese.

CASTEL BEMBO, UN MAGNIFICO EDIFICIO L’architetto Marko Franković, responsabile della supervisione dei lavori negli interni di Castel Bembo, ha spiegato che la ristrutturazione sta proseguendo secondo la tabella di marcia fissata, anche se ci sono alcuni imprevisti che riguardano gli allacciamenti alla rete elettrica e telefonica. Al momento si sta eseguendo la posa dei pavimenti in legno nell’edificio, mentre il bando per la fornitura degli arredi è stato completato e inviato a Roma. In base alle nuove stime, Castel Bembo potrebbe aprire i battenti alla fine del mese di settembre, salvo nuovi imprevisti. Tremul si è detto molto soddisfatto del restauro e ha dichiarato che alla fine dei lavori Castel Bembo sarà sicuramente uno tra i più stupendi edifici non solo della CNI, ma di tutto il territorio.

NUOVE SCHEDE PER I SODALIZI La seduta è iniziata presso l’albergo “La Grisa” con l’approvazione delle nuove schede da inviare alle CI per avvalersi del “Fondo per la valorizzazione delle attività artistico-culturali italiane delle Comunità degli Italiani e per la diffusione e la promozione della lingua e cultura italiana per l’anno d’esercizio 2013”. Le schede saranno inviate a tutte le CI, mentre le altre istituzioni legate al mondo della CNI riceveranno solo la parte riguardante la richiesta di finanziamenti per gli anniversari.

PROGETTI Il presidente Tremul ha sottolineato che queste schede danno maggior autonomia alle singole Comunità, che potranno decidere per quali attività spendere la propria parte di ripartizione dei fondi, che rimane quella del 2012. Le Comunità potranno inserire anche attività non previste nelle schede, ma sempre nel rispetto del budget assegnato. La spesa complessiva per tutte le CI ammonta a 635.760 euro e non comprende le voci della seconda tranche dei fondi perenti previsti per il 2013. A tutte le istituzioni della CNI saranno inviate anche le schede per la presentazione di progetti di restauro, rinnovo, ristrutturazione o costruzione per gli anni 2013/2014 inerenti alle Leggi 191/2009 e 25/2010. In questo caso, le istituzioni dovranno prima confermare e aggiornare i progetti già presentati e in lista d’attesa e successivamente potranno aggiungere nuove eventuali richieste. Entrambe le schede dovranno essere compilate e rispedite al mittente entro la data del 25 settembre.

LETTERA AL VICEMINISTRO DELL’ISTRUZIONE Daniele Suman, responsabile dei Settori “Università e Ricerca scientifica”, “Organizzazione, Sviluppo e Quadri” e “Attività sportive” della Giunta dell’UI, ha presentato ai suoi colleghi la lettera che verrà inviata a Marija Lugarić, viceministro della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport della Repubblica di Croazia. Nella missiva si affronta il problema della Maturità di Stato per gli alunni della CNI che, dovendo sostenere oltre all’esame di Lingua e letteratura croata anche quello di Lingua e letteratura italiana, si ritrovano discriminati rispetto ai coetanei delle scuole della maggioranza. Per giunta il voto dell’esame di lingua italiana non porta alcun punteggio all’atto d’iscrizione presso qualsiasi Ateneo croato. La Giunta auspica l’applicazione del sistema applicato in Slovenia e Italia per le minoranze, dove lo studente deve affrontare all’esame di maturità solo la propria lingua materna. La richiesta di questa informativa è arrivata dallo stesso ministero, dopo un incontro avvenuto con i vertici dell’UI il 12 aprile scorso. La viceministro, ribadendo il principio della piena autonomia del mondo universitario, ha proposto di intraprendere un percorso di informazione e di sensibilizzazione delle Università croate per risolvere al più presto la situazione.

ESULI, POLLICE VERSO PER L’UNIONE DEGLI ISTRIANI La Giunta ha espresso parere favorevole ai progetti approvati dalla Commissione tecnico-scientifico del ministero italiano per i Beni e le Attività Culturali, inerenti ai mezzi stanziati in favore delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati residenti in Italia, eccezion fatta per le attività dell’Associazione “Unione degli Istriani”, che non si attiene allo spirito della Legge Italiana del 16 marzo 2001 a tutela del patrimonio storico e culturale della Comunità degli esuli italiani dall’Istria, Fiume e dalla Dalmazia in cui si esorta all’organizzazione di manifestazioni di incontri volti a favorire il mantenimento di contatti culturali con le terre di origine. Il presidente Tremul ha ricordato che la presidenza dell’Unione degli Istriani ha attaccato più volte l’Unione Italiana e i suoi vertici con accuse infamanti, indicando che l’UIIF sia stata nel dopoguerra un’emanazione diretta del Partito Comunista Jugoslavo per la repressione di migliaia di concittadini italiani. La Giunta ha anche riconfermato la massima disponibilità dell’UI a programmare e attuare iniziative congiunte con la Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, auspicando un ulteriore incremento degli stanziamenti per gli interventi a tutela delle tombe e dei cimiteri italiani in Croazia e Slovenia e un coinvolgimento finanziario a sostegno del nuovo Asilo italiano di Zara.

NOMINA DELLE COMMISSIONI La seduta è continuata con la nomina delle commissioni che dovranno valutare le offerte pervenute nell’ambito degli appalti per l’acquisto di mezzi audiovisivi per la CI di Rovigno, per il restauro della sede e l’acquisto degli arredi e attrezzature della CI di Draga di Moschiena, per il restauro della sede della Comunità degli Italiani di Cherso, per l’acquisto di arredi e attrezzature per la sede della Scuola Elementare Italiana “Bernardo Benussi” di Rovigno. Sono state nominate anche le commissioni dei bandi per la realizzazione dei progetti e l’acquisizione dei documenti e dei permessi necessari per la ristrutturazione dell’estivo della sede della CI di Rovigno, per la costruzione della nuova sede della Scuola materna “Rin Tin Tin” di Pola e per la costruzione della sede centrale italiana dell’istituto prescolare di Fiume. Inoltre, è stato nominato il comitato di redazione dell’Antologia Istria Nobilissima 2012, che sarà composto da Marianna Jelicich Buić, Sandro Manzin e Marino Baldini.

VISITA DI NAPOLITANO La seduta si è conclusa con un’informativa sulla visita di stato del presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, alla Repubblica di Slovenia e sull’incontro avuto con la delegazione della CNI, il 10 e 11 luglio scorso. Tremul ha ribadito il sincero apprezzamento per la costante attenzione dei presidenti Giorgio Napolitano e Danilo Türk, che anche in quest’incontro hanno espresso con determinazione la volontà di mantenere vivo il dialogo e il supporto alla Comunità Nazionale Italiana.

 

453 - Il Dalmata n°74 giugno 2012 - L'Asilo italiano di Zara in dirittura d'arrivo
l'asilo italiano di zara in dirittura d'arrivo
Sarà un struttura privata perché a differenza dell'Istria - la Dalmazia non ha le agevolazioni previste per le scuole bilingui
Pochi ricordano che sono pas­sati oltre vent'anni da quando Oddone Talpo mise a disposi­zione dieci milioni di lire del tempo per l'Asilo di Zara e che qualche anno dopo anche Ma­rio Lapenna Raccamarich mise a disposizione altri otto milioni. Non se ne fece nulla perché mancavano autorizzazioni e so­prattutto buona volontà politi­ca. Tempo fa si approfittò dei fondi che andavano perduti se non utilizzati in tempo, per ac­quistare un immobile stanzian­do una somma inferiore a quel­la che era stata spesa per altre strutture analoghe. Si è messo almeno un primo punto fermo. Dopo vari ritardi, con indeco­rosi rimpalli di responsabilità, si è arrivati finalmente a regi­strare presso il Tribunale di Za­ra l'atto di Fondazione dell'A­silo che sarà inaugurato entro il corrente anno, perché nel 2013 entra in vigore una nuova legge croata che impone nuovi e più pesanti parametri per gli asili, per cui l'immobile acqui­stato non avrebbe più i requisiti attualmente sufficienti. Per evitare che i ritardi vanifi­chino un impegno così lungo e faticoso è stato coinvolto il sot­tosegretario agli esteri Staffan de'Mistura che ha dichiarato l'Asilo di Zara un obiettivo pri­mario del Governo italiano. Hanno visitato la struttura l'Ambasciatore d'Italia a Zaga­bria Emanuela d'Alessandro, il Console d'Italia a Spalato Pao­la Cogliandro la Presidente del­la C.I di Zara Rina Villani e il Presidente della U.I Maurizio Tremul.
La lunga vertenza sull'Asilo di Zara ha finalmente chiarito che tutti avrebbero risparmiato tem­po e denaro se fosse stata com­presa prima la differenza giuri­dica in cui operano gli istituti scolastici dell'Istria e quelli della Dalmazia. E'arrivato, in­fatti, al quarto anno di vita il Li­ceo informatico linguistico Leonardo Da Vinci di Spalato, con insegnamento della lingua italiana, voluto dal Centro Ri­cerche Culturali dalmate - Spa­lato che opera come un'istitu­zione a carattere privato e per questa ragione non ha mai otte­nuto nessun finanziamento e nessuna considerazione da par­te dell'Unione italiana, che fi­nanzia solo le scuole e gli asi­li pubblici delle C.I. italiane. Scuole e asili pubblici che in Dalmazia non possono esistere. Se l'U.I non troverà un'adegua­ta soluzione, quale responsabile del CRCD chiederò per la Dalmazia croata, come già ac­cade oggi per la Dalmazia mon-tenegrina (finora esclusa dalla Legge sui finanziamenti ai ri­masti) che il Ministero degli Esteri provveda ad erogare di­rettamente i finanziamenti, per il tramite dell'Università popo­lare di Trieste senza passare per il filtro dell'U.I. che, per noi, risulta intasato a causa della normativa croata.
Dir

 

454 - Il Piccolo 19/07/2012 Lettere - Esuli : passi avanti e giudizi
ESULI - Passi avanti e giudizi
Dopo aver letto gli interventi sulle Segnalazioni di Stelio Spadaro (Pd) e del presidente della FederEsuli Renzo Codarin, che ha preso le distanze dal centrodestra per essere nominato dal sindaco Cosolini numero uno di EstEnergy e schierarsi così con il centrosinistra, sento il dovere di rappresentare anche le istanze della grande maggioranza degli esuli apartitici e di quelli del centrodestra.
Pochi ricordano che la questione di fondo che ha diviso gli esuli per mezzo secolo e che oggi inaspettatamente torna all’ordine del giorno riguarda le scelte politiche dei governi italiani del Dopoguerra e l’acquiescenza di alcune associazioni degli esuli. Decisioni, in particolare, del ministro degli Esteri Aldo Moro, e con lui di Corrado Belci (che parlò alla Camera a favore dell’Accordo di Osimo!), del segretario della Dc Raoul Pupo, dei dirigenti Guido Botteri, Arturo Vigini, Dario Rinaldi, Dario Locchi, e dell’intera classe politica morotea di Trieste.
Tutti loro non nascosero la pervicace volontà di chiudere la questione adriatica e rinunciare in questo modo a qualsivoglia rivendicazione, comprese quelle minimali a carattere culturale e in difesa della storia.
Per far ciò sono state poste in atto tre operazioni diverse: la prima, una serie devastante di trattati con cui l’Italia democristiana cercava di chiudere ogni spiraglio di rivendicazione (che abbiamo poi raggirato), tra i quali il Trattato di Roma che penalizzava gli italiani molto di più dello stesso Trattato di Pace e dell’autolesionistico Accordo di Osimo.
Due: si aizzarono gli esuli contro i rimasti, come se non fossimo un unico popolo martoriato da due destini ugualmente amari, per evitare che gli esuli potessero portare linfa vitale ai fratelli rimasti nella lotta per la sopravvivenza della cultura italiana in Istria, Fiume e Dalmazia.
Tre: il governo diede alle due maggiori organizzazioni degli esuli piccoli finanziamenti per tappare loro la bocca imponendo come guide propri uomini di fiducia, leggi i morotei triestini già citati nelle comunità istriane (che ebbero i fondi per acquistare la sede) e i fanfaniani dell’on. Barbi (che mi espulse dall’Anvgd appena eletto a capo della delegazione di Trieste di quell’associazione), unitamente a Lino Sardos Albertini, il conte Renato de’ Portada e tutti gli altri capi degli esuli locali e le “fameie” che facevano parte dell’Unione degli istriani, che contava allora 40mila iscritti, più di tutti gli altri iscritti all’Anvgd del tempo. Contro questo tracotante piano per turarci la bocca (non si parlò dell’esodo e delle foibe per oltre mezzo secolo per volontà del Pci, ma anche per colpa del governo e dell’acquiescenza di queste due associazioni) insorsero i Liberi Comuni di Zara, Fiume e Pola.
Appare, quindi, fuori del mondo l’affermazione di Codarin sui «piccoli passi in avanti» che sarebbero stati fatti dalla FederEsuli solo perché presente alla commemorazione dei caduti in Istria, organizzata dal Libero Comune di Pola in esilio, forse perché ignora che già nel periodo della mia presidenza alla FederEsuli questo si fece in molte parti. Non se ne diede un grande rilievo perché i dalmati, esuli e rimasti, molto tempo prima (esattamente dal 1946, sotto l’occhio ostile dell’Ozna), portavano i fiori rossi, bianchi e verdi al cimitero di Zara il 2 novembre.
Anche l’Unione degli istriani lo faceva da tempo e i dirigenti delle Comunità italiane dei rimasti hanno frequentato da sempre i nostri raduni mentre i dirigenti dell’Unione italiana di Fiume sono stati gli ospiti d’onore in due dibattiti di due raduni nei quali ho fatto il moderatore.
A ciò si aggiunga che attualmente il Libero Comune di Pola in esilio con il suo stendardo con la bandiera italiana e con il suo nome... irredentista, ha celebrato il proprio raduno degli esuli con la presenza dei rimasti a Pola e lo ripeterà nel 2013, e anche il Libero Comune di Fiume in esilio organizzerà il raduno degli esuli e dei rimasti a Fiume, unitamente a molte altre “fameie” e associazioni minori.
Questi sono veri passi avanti!
Renzo de’ Vidovich già presidente della FederEsuli

 

455 – CDM Arcipelago Adriatico 19/07/2012 - Volete far conoscere le vostre vicende legate alla storia dell'Adriatico Orientale? Scriveteci noi le metteremo on line
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SCRIVETECI E NOI LE METTEREMO ON LINE
L'estate del CDM sarà all'insegna delle TESTIMONIANZE. Volete far conoscere le vostre vicende legate alla storia dell'Adriatico Orientale? Scrivete a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. . Le vedrete on line sul nostro sito, anche con le foto che ci invierete in allegato... SI ACCETTANO ANCHE STORIE EDITE OLTRE AD INEDITI. E' la nostra iniziativa per l'estate

 

456 - Il Dalmata n°74 giugno 2012 - Roma: L'Associazione Naz.Dalmata inaugura la nuova sede presso la Società Dante Alighieri
NELLA SALA DEL PRIMATICCIO DELLO STORICO PALAZZO FIRENZE
L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE DALMATA INAUGURA A ROMA LA NUOVA SEDE PRESSO LA SOCIETÀ DANTE
L’Associazione nazionale Dalmata è stata fondata nel 1919 e la sua sede storica è stata sem­pre collocata presso la Sede centrale della Società Dante Alighieri in Roma. L'esistenza dell'And riveste una particolare importanza storica perché testi­monia l esistenza di due esodi di italiani dalla Dalmazia e so­prattutto quello iniziato nel 1848 quando i combattenti del­la Legione dalmata accorsero in difesa dello sfortunato tenta­tivo insurrezionale guidato da Daniele Manin e Niccolo' Tom­maseo con la rifondazione del­la Serenissima.
E' particolarmente significativo il fatto che la And sia stata fon­data nel 1919, quando ancora i dalmati erano certi che i Patti di Londra sarebbero stati rispetta­ti. L’Associazione coordinava e raccoglieva i numerosi grup­pi di esuli dalmati sparsi, già al­lora, in tutta l'Italia che erano stati costretti all Esodo dalle angherie austroungariche. Tra questi il gruppo intitolato a Fe­derico Seismit-Doda, nato a Ragusa ed esule da Spalato, che diventò Ministro delle Finanze del Regno d'Italia dei Gabinet­ti Cairoli e Crispi e quelli co­agulatisi intorno al grande gior­nalista Arturo Colautti, esule da Zara che fondò in Italia, nel tar­do Ottocento, numerose testate di quotidiani e riviste tuttora esistenti.
In questi sessant ‘anni il silenzio e la censura che accompagna­rono il dramma dell’esodo e delle foibe di Tito, fu anche per la And difficile perché con la sua sola esistenza testimoniava la continuità del genocidio, cioè l eliminazione dell’identi­tà culturale, storica e fisica de­gli italiani di Dalmazia, iniziata dall'Austria già nel 1815 con l ostacolato riconoscimento della nobiltà e del patriziato ro­mano di Dalmazia che pur ave­va una tradizione illirico-roma­na e veneta. Ma ancor più forte fu l’azione snazionalizzatrice del Regno di Jugoslavia (anni 1920 -'40) che costrinse all'esi­lio un gran numero di italiani ed ebbe l effetto disastroso di costringere all’emigrazione nelle Americhe anche i croati delle isole, privi dei servizi mi­nimi per una sopravvivenza ci­vile rappresentata da professio­nisti (medici, ingegneri, geo­metri, ecc.) da commercianti e dal ceto imprenditoriale che, soprattutto nel settore edile, aveva trasformato gli artigiani in capomastri ed imprenditori. Ma ciò che non si perdona al­l’Associazione nazionale dal­mata è di rappresentare i due esodi dalla Dalmazia che pre­cedono la cosiddetta "guerra fascista" contro la Jugoslavia che viene disperatamente rap­presentata dagli antifascisti del­l’ ultima ora per giustificare foi­be, esodo e snazionalizzazione attuata dal compagno Tito.
In soccorso dei negazionisti sono accorsi in un primo mo­mento i minimalisti ai quali si aggiungono ora redivivi cen­sori che cancellano i fatti della storia che contraddicono le lo­ro tesi. Negazionisti e mini­malisti, neutralizzati in tutta Italia hanno pensato bene di scegliere nuove sedi dove po­ter propinare le loro tesi senza contradditorio. Infatti, nelle aule di alcune scuole, tra le quali due prestigiosi licei trie­stini, hanno potuto raccontare tutto e di più contro l'Italia ad ignari allievi, mentre alcuni docenti hanno creduto bene di far svolgere dei temi in classe sui titini che liberavano Trie­ste dai nazisti, incuranti delle Foibe di Basovizza, di Monrupino e dintorni che testimo­niano un atto di pulizia etnica lampo, svoltasi nei soli 40 giorni di occupazione di Trie­ste.
Ma i più insidiosi sono coloro che ignorano volutamente i due primi esodi di Dalmazia perché, ahinoi, l'esistenza di questi fatti prima della nascita del fascismo fanno crollare la già vacillante tesi dell'Esodo del '45 e delle Foibe come una reazione alla "guerra fascista" contro la Jugoslavia. In realtà il Regno di Jugoslavia firmò l'atto di adesione all'Asse na­zista e fascista nel Palazzo del Belvedere a Vienna e pochi giorni dopo il gen. Simovic fe­ce un colpo di stato che diede inizio alla guerra civile jugos­lava che ha mietuto un milio­ne e duecentomila morti. La odierna storiografia croata, slovena, serba e montenegrina addebita, infatti, allo scontro interno tra popoli diversi che si odiavano (come è dimostra­to dalle feroci eliminazioni di massa degli anni ' 90 quando si sfasciò la Federativa Popo­lare Socialista Jugoslava) essi combatterono nella guerra ci­vile che coinvolse Ustascia, l'Esercito dello Stato autono­mo di Croazia, i Cetnici, serbi, le "SS" mussulmane di Bo­snia, i partigiani monarchici di Draga Michailovic e quelli comunisti di Tito che, duran­te e, soprattutto dopo la guer­ra, uccisero da soli quasi 800 mila di persone. Tutto ciò de­ve essere omesso e cancellato o addebitato all'Esercito ita­liano, anche se la stragrande maggioranza degli eccidi ebbe luogo dopo l'8 settembre 1943, quando il regio eserci­to non operava più nel teatro balcanico.

 

457 – La Voce del Popolo 14/07/12 Speciale - Laurana e le leggende del «vescovo»
Speciale
a cura di Mario Schiavato
L'INTERESSANTE STORIA DELLA PICCOLA LOCALITÀ LIBURNICA ALL'«OMBRA» DEL MONTE MAGGIORE
Laurana e le leggende del «vescovo»
Per fare un piccolo ritratto di Laurana, ricorreremo a quanto citato da Luigi Foscan nel suo “Porte e mura delle città, terre e castella dell’Istria”. Egli annota: “Il feudo liburnico dei conti vescovi di Pola, chiuso tra i monti del Carso e il massiccio istriano del Monte Maggiore, comprendeva, oltre al castello di Castua, altri centri molto importanti in quell’epoca, quali Apriano, Moschiena e Laurana. Di tutti questi Laurana era il solo a possedere un porto sulle sponde del golfo del Quarnero e, quindi, il suo valore era molto alto come annota il noto Valvasor il quale autore aggiunge: “I primi affidatari dei signori polesani in questa giurisdizione feudale furono, dapprima i conti di Duino, poi i loro eredi Walsee, quindi gli arciduchi d’Austria. Pertanto nessuno dei castelli che ne fecero parte raggiunsero il rango di Signoria, ma vennero governati da capitani”.
Esposti agli attacchi di mare
Più avanti il Foscan aggiunge: “Fin dai tempi antichi il ricco borgo marinaro di Laurana si trovò esposto agli attacchi di mare dei Saraceni, dei Croati, dei Narentani e, infine, dagli Uscocchi. Ma anche due volte dai Veneziani. Spesso i suoi abitanti subirono duri assalti, che portarono stragi e devastazioni, ma altrettanto spesso, le alte possenti mura che lo cingevano riuscirono a respingere gli assalitori”. Una bella veduta del borgo fortificato tratta dall’opera del già citato Valvasor, ci mostra Laurana chiusa entro una impenetrabile cortina di mura intercalata da torri, con la porta Marina collocata nel mezzo. In quel periodo la porta aveva già subito alcune piccole modifiche, quali la sostituzione dell’antico ponte levatoio con battenti di quercia. Forse, dopo l’ultima feroce incursione uscocca del 1614, l’emergenza bellica era diminuita e molti vecchi dispositivi di difesa non risultavano più necessari. Le mura si trasformarono lentamente in facciate di case, le torri vennero utilizzate come dimore, cosicché delle antiche fortificazioni oggi sono rimaste intatte soltanto la torre civica quadrata, che chiude al nord la piccola piazza centrale decorata dalla chiesa e da un paio di palazzi, tra i quali quello barocco dei principi di Auersberg, ora sede del Municipio, e la porta Marina, prospiciente al piccolo squero, ora diviso dal borgo dalla strada litoranea.
L’eterna primavera
Ancora, nel più volte citato volume di Guido Depoli “Guida di Fiume e dei suoi monti” del 1913, tra l’altro viene riportato dall’autore: “Laurana, come si deve scrivere in omaggio all’etimologia ed ai documenti, o Lovrana, come al solito si pronuncia, è un forte centro di italianità della Liburnia. (...) La sua storia si confonde con quella degli altri luoghi del declivio orientale dei Caldiera; l’antichità sua è però documentata dagli accenni dell’Anonimo Ravennate e di Edrisi. L’eterna primavera che sorride a questa riviera contribuì a trasformare anche Laurana in una stagione di bagni e di villeggiature. La trasformazione poté esser meglio prevista e disciplinata, evitando l’eccessivo agglomeramento di edifici verificatosi in Abbazia”. E più avanti: “Delle mura non rimane che una vecchia torre quadrilatera a due piani. Il duomo che già esisteva nel XV secolo, fu ripetutamente restaurato, tuttavia la navata principale reca ancora affreschi antichi però in cattivo stato. Numerose case patrizie recano date antiche e sul vecchio edifizio comunale campeggia una bella statua in legno dipinto, raffigurante San Giorgio, patrono del paese. Di fianco al palazzo comunale sta infine il celebre lodogno (Celtis australis) alla cui ombra si riposò nel 1845 Federico Augusto re di Sassonia, reduce da una escursione botanica sul Monte Maggiore; fatto questo riportato da due lapidi, una in italiano, in latino l’altra, apposte al muro di una villa vicina”.
A proposito aggiungeremo che il famoso personaggio fu accompagnato nella sua escursione – per la verità non troppo fortunata perché disturbata da una pioggia battente – dal biologo dignanese Bartolomeo Biasoletto, colui che aprirà a Trieste una farmacia ancor oggi efficiente e sempre in quella città fonderà anche l’Orto botanico.
L’interminabile «scala santa»
Nella cittadina c’era nei tempi passati uno strano personaggio che spesso incontravamo e che potemmo conoscere molto bene durante i nostri domenicali stanchi ritorni dalle varie lunghe escursioni sui monti che si ergono alle spalle di Laurana. Partivamo al mattino non solo per il Monte Maggiore, naturalmente, ma anche per il Laurento, il Grnjac, il Braico, il Brložnik, l’Alpe Grande, il Sasso delle Acque, il Monte Zupano, il Makljen ecc. Ebbene, al nostro ritorno, non appena arrivavamo a Laurana giù per la cosiddetta interminabile “scala santa”, obbligatoriamente la nostra tappa – qualche volta prima dell’arrivo dell’ultimo autobus per Fiume – era quella nella piccola osteria che si trovava davanti alla chiesa (anzi, che si trova ancora oggi, ma che ha ormai troppe stelle a uso turistico!), dove trovavamo sempre un ottimo bicchiere di vino rosso non solo, ma anche quel personaggio un po’ strano, intelligente, sempre lindo e pulito, ben vestito, ben rasato e pettinato, che noi avevamo soprannominato il “vescovo”. Costui – dopo aver stretto le mani a tutti e dopo essersi informato di come fosse andato il nostro giornaliero percorso – agguantava una sedia, ci metteva al corrente delle ultime novità del paese, e quindi ci narrava anche molte leggende, le quali, secondo lui, erano un “autentico patrimonio locale”.
Alcune di queste leggende le vogliamo qui riportare onde farle conoscere anche ai nostri lettori e far loro comprendere quale sia, a tutt’oggi, lo spensierato e talvolta spassoso carattere degli abitanti di Laurana.
I dodici lauranesi
Un giorno dodici lauranesi si recarono in un bosco nel territorio vicino di Kraj per tagliare della legna, belle querce centenarie da spedire a Venezia. Mentre stavano lavorando alacremente, ad un tratto decisero di contarsi per vedere quanti pranzi dovevano farsi portare a mezzogiorno dai loro solerti parenti. Conta e riconta, invece di dodici erano sempre undici perché colui che faceva la conta non includeva mai sé stesso. Passò di là un tale, pare sia stato di Moschiena, dal cervello fino comunque, e così pensarono di affidare a lui l’arduo compito. E difatti questi, dopo aver contato e ricontato scrupolosamente concluse:
- Siete in dodici.
- Come dodici?
- Non mi credete? Allora andate lì sul prato, calate i pantaloni, fate i vostri bisogni e poi contate.
Brontolando e piuttosto increduli i lauranesi malvolentieri eseguirono il loro compito e, meraviglia delle meraviglie, i mucchietti risultarono proprio dodici.
I colombi della foiba
Secondo un’altra leggenda narrata dal “vescovo”, un giorno due lauranesi andarono a caccia di colombi. Cammina e cammina, ad un tratto si trovarono nei pressi di una foiba dall’imboccatura della quale ne volarono fuori parecchi che si andarono a posare sui rami di un grande albero. Uno dei due disse:
- Sai che facciamo? Io mi arrampico su per quell’albero per acchiapparne un bel numero. Tu intanto torna in fretta a casa, porta qui tua moglie con tanto di padella che così potrà cucinarci un bel pranzetto.
Il primo dunque partì di corsa mentre il secondo prese a salire con una certa fatica di ramo in ramo. Ad un tratto uno si spezzò, il poveraccio scivolò, cadde a terra e, ferito, rimase a lamentarsi ai piedi del grande albero.
Quando l’altro tornò con la moglie, nel vedere la bocca insanguinata dell’amico esclamò arrabbiato:
- Accidenti! Potevi anche aspettare! Mi fai portare qui la moglie per farci cucinare un bel pranzetto e tu, invece di aspettarci, i colombi te li pappi tutti prima, crudi per giunta!
La leggenda della lampara
Il nostro simpatico personaggio ci raccontò ancora, ridacchiando, che in un tardo pomeriggio due pescatori scesero nel porticciolo per andare a pescare. Prepararono la barca, si misero ai remi e una volta al largo aspettarono il buio e poi accesero la lampara. Ed ecco subito la luce intensa attirare le sardelle: una, dieci, cento, mille! Era tutto un luccichio. E, dietro le sardelle, ecco arrivare anche dei begli sgombri che guizzarono veloci. Erano già passate le dieci di sera. Soddisfatti i due pescatori stavano per gettare le reti quando lontano lontano, sulla riva, intesero degli acuti lamenti di una donna:
- Aiuto, aiuto! Gente aiutatemi!
Uno dei due esclamò:
- Al diavolo sardelle e sgombri! Su, dobbiamo andare ad aiutare la poveretta.
Immediatamente si misero a pigiare sui remi, giù e giù, in tutta fretta verso il luogo dal quale provenivano le grida. Arrivarono su una spiaggetta che si estendeva vicino al paese e nel buio scorsero una casetta. Allora non c’erano i villoni che ci sono oggi, men che meno alberghi, campeggi e ristoranti. Pronti staccarono la lampara dalla barca e facendosi luce con quella accorsero. Erano le invocazioni di una povera donna che stava partorendo.
I due pescatori si improvvisarono levatrici. Uno teneva alta la lampada e l’altro aiutava la donna. Ed ecco nascere un bimbo. Bello! Ma non finì tutto qui! Altri lamenti della donna e alla luce della lampara nacque un secondo bambino e poi, incredibile a dirsi, un terzo! Al che il pescatore che aiutava la donna intimò all’altro:
- Spegni quella lampada!
- Perché?
- Accidenti vengono avanti come se fossero sgombri e sardelle!
Risata di tutti noi. Comunque credo sia stata l’ultima volta che incontrammo il “vescovo”. Infatti arrivò la brutta stagione, noi allentammo le nostre escursioni e il nostro interlocutore forse si è trovato un altro pubblico a cui raccontare le leggende della sua bella Laurana.

 

458 - Il Piccolo 16/07/12 Obernjak (Zagabria) - Scoperta una foiba per soldati croati eliminati dai titini
Scoperta una foiba per soldati croati eliminati dai titini
di Andrea Marsanich
FIUME Ennesimo ritrovamento negli ultimi vent’anni (da quando si è dissolta la Jugoslavia) di resti di persone liquidate dai partigiani del maresciallo Tito, crimini avvenuti dopo la fine della seconda guerra mondiale. La lista comprendente fosse comuni in Croazia si è ampliata con la scoperta avvenuta pochi giorni fa in località Obernjak, sull’altura della Medvednica, poco a settentrione di Zagabria. L’unità speciale per le riesumazioni del ministero croato della Difesa, in collaborazione con agenti di polizia ed esponenti del dicastero dei reduci, hanno fatto venire alla luce quanto resta di 36 persone, la gran parte delle quali morte ammazzate. E’ stato l’Ufficio croato per le ricerche, il contrassegno e la manutenzione delle tombe delle vittime dei crimini comunisti dopo il secondo conflitto mondiale ad emettere un comunicato, in cui si rileva come i periti medici legali abbiano concluso che le spoglie appartengano a 36 persone, alcune delle quali presentavano fori di proiettili sui loro crani, quale evidente segno di esecuzione con armi da fuoco. Oltre ai resti mortali, sono stati trovati diversi oggetti di proprietà degli sventurati, che saranno attentamente analizzati.
Secondo questo ufficio, è praticamente assodato che si tratti di diversi pazienti e di personale dell’ospedale per malattie polmonari Brestovac, situato sulla Medvednica e che era attivo nel corso del periodo bellico in quanto nosocomio dell’Ndh, lo Stato indipendente di Croazia guidato dal leader ustascia Ante Pavelic. Stando a diverse fonti attendibili, dopo la fine del conflitto, le truppe dell’Armata jugoslava presero possesso dell’ospedale e da lì sparirono per sempre da 170 a 210 malati, medici e personale parasanitario. Una delle tante tragedie consumatesi dopo la vittoria dei partigiani con la stella rossa, che fecero passare per le armi migliaia di uomini che avevano combattuto con le truppe tedesche e italiane, come pure tanti italiani in Istria e nel Quarnero.
La fossa di Obernjak è stata contrassegnata in modo provvisorio ma in futuro avrà un aspetto e una cura degni di tal nome, in ricordo di persone travolte dagli eventi postbellici, uccise senza regolare processo. I responsabili dell’ufficio hanno inoltre confermato che dal prossimo autunno continueranno le ricerche di fosse comuni che dovrebbero trovarsi nel vicino villaggio di Gracani, a nord della capitale croata. Tornando all’ospedale di Brestovac e nell’ intento di fare completa luce sulle sue vittime nel dopoguerra, l’ufficio ha rivolto un appello a tutti coloro che disponessero di qualsiavoglia informazione in merito, invitandoli a contattare il recapito telefonico 01/5503 – 063, oppure inviando una mail all’ indirizzo di posta elettronica Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 

459 - Corriere della Sera 17/07/12 Bono Italiano di Giacomo Scotti quando in Jugoslavia i nazi fascisti eravamo noi
Bono Italiano di Giacomo Scotti quando in Jugoslavia i nazi fascisti eravamo noi
‘’BONO TALIANO’’ – UN LIBRO FA LUCE SULLE “FOSSE ARDEATINE” DE’ NOANTRI -MARIO ROATTA, COMANDANTE DELLA II ARMATA IN JUGOSLAVIA, È IL MODELLO DELL’ITALIANO NUOVO VOLUTO DA MUSSOLINI – UN CRIMINALE CHE ORDINA DI UCCIDERE GLI OSTAGGI, DI INCENDIARE I VILLAGGI, DI DEPORTARE GLI ABITANTI INFEDELI: “IL TRATTAMENTO DA FARE AI RIBELLI NON DEVE ESSERE SINTETIZZATO NELLA FORMULA DENTE PER DENTE, BENSÌ IN QUELLA TESTA PER DENTE”…
Corrado Stajano per il “Corriere della Sera”
Come doveva essere l’italiano fascista? Un vero maschio, d’acciaio. Mussolini, a Gorizia, il 31 luglio 1942, detta la linea: «Non temo le parole, sono convinto che al “terrore” dei partigiani si deve rispondere con il ferro e con il fuoco. Deve cessare il luogo comune che dipinge gli italiani come sentimentali incapaci di essere duri quando occorre. Questa tradizione di leggiadria e tenerezza soverchia va interrotta (…) è cominciato un nuovo ciclo che fa vedere gli italiani come gente disposta a tutto».
I suoi generali sono concordi. Mario Roatta, comandante della II armata in Jugoslavia, futuro criminale di guerra sfuggito a ogni sanzione, è il modello dell’italiano nuovo. Nella sua circolare 3C ordina ai suoi sottoposti di uccidere gli ostaggi, di incendiare i villaggi, di deportare gli abitanti infedeli: «Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato nella formula dente per dente, bensì in quella testa per dente».
Il generale di corpo d’armata Mario Robotti fa parte di quel cerchio magico di guerrieri dal volto umano: «Si ammazza troppo poco!», scrive in un documento. Il generale d’armata Alessandro Pirzio Biroli, governatore del Montenegro, è anche lui di quella feroce partita: lamenta l’eccessiva mitezza verso i rivoltosi «selvaggi» e conclude così un suo proclama: «La favola del “bono italiano” deve cessare!»
Si intitola proprio ‘’Bono Taliano” la tragica cronaca di Giacomo Scotti (Odradek editore, pagine 253, 20), giornalista per decenni del quotidiano «La voce del popolo» di Fiume, autore conosciuto di un altro libro importante per la storia delle vicende successive alla Seconda guerra mondiale, Goli Otok, l’atroce Isola Calva, nel Quarnero, dove Tito confinava i dissidenti rimasti fedeli all’Unione Sovietica dopo la rottura con Mosca. (Claudio Magris ne ha narrato l’orrore di sangue e di violenza nel suo memorabile Alla cieca).
Il libro di Scotti, pubblicato nel 1977, rivede la luce oggi con una corposa appendice dell’autore, che completa l’opera con la ricca documentazione trovata negli archivi, soprattutto dell’ex Jugoslavia. Bono Taliano racconta le vicende del nostro regio esercito, da quando nell’aprile 1941 invase la Jugoslavia all’armistizio del settembre 1943, ma racconta anche la guerra partigiana fino al 1945 e spiega le ambizioni di Tito sulla Venezia Giulia.
Quel che accadde nell’ex Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale può fare da spaventevole simbolo della violenza e della degenerazione di un conflitto che viola anche le norme più elementari del diritto internazionale.
Le guerre nei Balcani sono sempre un inferno, ma la barbarie, in quegli anni, fece in assoluto da padrona. La violenza fu alimentata da etnie diverse e da nazionalismi esasperati. Gli italiani e i tedeschi contro i partigiani di Tito che, operaio metallurgico, seppe diventare un grande stratega e un sottile politico. E poi: gli ustascia, il partito croato di estrema destra fondato da Ante Pavelic nel 1929, e i cetnici contro i titini; i serbi monarchici contro i bosniaci musulmani; gli albanesi del Kosovo contro serbi e montenegrini. La guerra nei Balcani fu insieme guerra d’aggressione, guerra di liberazione nazionale, guerra civile, guerra ideologica, guerra di religione.
Nell’esercito italiano le inquietudini e i contrasti cominciarono presto. Le camicie nere seguirono i precetti di Mussolini e degli alti gradi, i soldati dell’esercito e gli ufficiali inferiori non nascosero invece il loro disaccordo sulle fucilazioni, le stragi, gli incendi dei villaggi, le deportazioni di massa. Le diserzioni furono sempre più numerose anche prima dell’armistizio: gli italiani che passarono dalla parte dei partigiani divennero la costante preoccupazione dei comandi.
Giacomo Scotti è un po’ troppo benevolo nei confronti delle brigate titine, che non furono angeli di umanità. Ma colpiscono certi minuti documenti come le lettere dei soldati italiani bloccate dall’occhiuta censura e finite negli archivi. Il fascismo non è la patria, i giovani mandati alla ventura cominciano a capirlo e rifiutano la guerra. Scrive un capitano a una signora di Genova il 14 luglio 1942: «Mi sento un boia. A furia di vedere barbarie incattivisco, non ho pietà nemmeno io stesso, comincio a restare impassibile dinanzi alla rovina».
Ci sono quelli che non posseggono neppure un barlume di umanità. Nel giugno 1943, il generale Pirzio Biroli fa fucilare 180 ostaggi per vendicare la morte in combattimento di 9 ufficiali del 383° reggimento fanteria: 20 a 1, una rappresaglia assai più feroce di quella nazista alle Fosse Ardeatine.
L’autore racconta con minuzia di fonti. Documenta le operazioni militari nazifasciste fallite, la Weiss, la Schwarz, descrive le innumerevoli stragi, le deportazioni, le fucilazioni: basta un sospetto. Il suo libro può essere molto utile per il lavoro degli storici.
Gli italiani non hanno ubbidito certo tutti alla volontà di Mussolini e dei generali. Il 12 marzo 1943 – un esempio – il vescovo di Trieste Antonio Santin scrive al sottosegretario agli Interni di Mussolini, Buffarini Guidi, una lettera accorata e indignata: «Uomini e donne vengono seviziati nel modo più bestiale (…). Per l’onore dell’umanità e per il buon nome dell’Italia, per il rispetto della legge e dell’autorità questi fatti devono cessare».
BIBLIOGRAFIA
Alla Seconda guerra mondiale nei Balcani sono dedicati molti libri. Tra di essi: Frederick W. Deakin, La montagna più alta. L’epopea dell’esercito partigiano jugoslavo (Einaudi); Giorgio Rochat, Le guerre italiane (Einaudi); Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? (Neri Pozza); Guido Crainz, Il dolore e l’esilio (Donzelli); Marisa Madieri, Verde Acqua (Einaudi); Franco Vegliani, La frontiera (Ceschina); Fulvio Tomizza, La miglior vita (Rizzoli); Enzo Bettiza, Esilio; (Mondadori) Claudio Magris, Alla cieca (Garzanti); Giacomo Scotti, Goli Otok (Lint)

 

460 – La Voce del Popolo 17/07/12 Speciale - Alessandra Argenti Tremul: I giuliano-dalmati e il Risorgimento: altra pagina rimossa da recuperare
Speciale
ALESSANDRA ARGENTI TREMUL DI TV CAPODISTRIA, VINCITRICE DEL PREMIO GIORNALISTICO «PAOLO LETTIS» 2012
I giuliano-dalmati e il Risorgimento: altra pagina rimossa da recuperare
CAPODISTRIA – “Nella ricorrenza dei 150 anni dell’Unità d’Italia il lavoro di Alessandra Argenti Tremul fissa, con chiara analisi storico-sociale, l’evoluzione dei rapporti tra l’Istria e Venezia. L’excursus tocca il radicamento della Serenissima nel tessuto sociale istriano giungendo a una definizione dei tratti caratterizzanti che ancor oggi confermano le comuni radici culturali. Il lavoro inoltre dimostra pregevoli qualità tecniche nella composizione delle immagini e nei ritmi di montaggio.
La sintesi esprime in termini giornalistico-televisivi un compendio dei valori nazionali cui la Comunità Italiana da sempre si richiama”. È questa la motivazione al Premio giornalistico “Paolo Lettis”, vinto quest’anno da Alessandra Argenti Tremul per il documentario “L’Unità tra Venezia e l’Istria”.
Il programma ideato e curato da lei, abbraccia una parte della ricca storia istriana legata alla Serenissima. Com’è scaturita l’idea per questo filmato?
“Il lavoro, incentrato sui legami storico-culturali tra la Serenissima e l’Istria, è nato in pratica passeggiando per le calli e i campielli di Venezia, alla ricerca di aree senza turisti al calar del sole... Registrai nella mia mente delle frasi pronunciate in veneziano da alcuni abitanti che stavano chiudendo le loro botteghe… Quei suoni mi erano molto familiari: la pronuncia, le parole, l’influsso dialettale mi ricordarono d’improvviso mia nonna. Eh sì, quella pronuncia da noi s’è un po’ persa…ma così parlava la mia amata nonna, scomparsa qualche anno fa. Poi mi sono messa a leggere, ed è uscito questo documentario”.
Come ha organizzato il lavoro per la realizzazione del cortometraggio?
“Dopo alcune ricerche effettuate nel novembre del 2010, ho preso completamente in mano questo lavoro appena nel febbraio ’11. Abbiamo messo su la squadra, poi sono state fatte le riprese e le interviste, cercando di catturare qualche storico importante di passaggio nel Veneto o nel Friuli Venezia Giulia per la ricorrenza del 150.esimo anniversario dell’Unità d’Italia. Ringrazio in particolare il regista Renato Alessio di Isola, cui è piaciuto subito questo progetto e che è stato davvero eccezionale nel seguirmi e consigliarmi.
L’intenzione era quella di presentare la storia del nostro territorio d’insediamento storico e in particolare i suoi legami linguistici e culturali tra Venezia e l’Istria, spiegare come le due sponde adriatiche fossero state un tutt’uno per moltissimi secoli. Ed è stato dunque naturale parlare delle nostre radici, non solo di libri e personaggi, ma anche della pesca – un’attività che per secoli ci ha garantito non solo la sopravvivenza ma anche un certo benessere –, delle tradizioni religiose scomparse quasi del tutto. E poi abbiamo avuto la fortuna di trovare alcune storie di vita che spiegano quello che è successo alla nostra Comunità negli ultimi 65 anni, con le trasformazioni e i traumi subiti dalla nostra società. La post-produzione del documentario si è conclusa agli inizi di giugno del 2011”.
Un dialetto più «vivo» delle aspettative
A quali conclusioni è giunta?
“Il risultato che mi ha dato maggiore soddisfazione è stato quello di aver capito, una volta trasmesso il programma televisivo, che in realtà nelle nostre città, nella nostra regione il dialetto sia conosciuto e parlato più di quello che in genere si pensi, nel senso che viene usato anche in una cerchia ben più ampia di quella dei soci e simpatizzanti delle nostre Comunità o degli iscritti alle nostre scuole.
Ciò significa, da un lato che la nostra Comunità è rimasta radicata nel proprio territorio d’insediamento storico, nonostante i vari cicloni passati nel corso dell’ultimo secolo sull’area istriana, dall’altro che purtroppo esiste ancora tanta paura a parlare in italiano o in dialetto ed esprimere la propria identità, la propria appartenenza alla Comunità italiana.
Senz’altro settant’anni di dittatura pesano e non sono facili da superare. Visto che noi siamo poi quelli, che per tutta una serie di motivi, abbiamo pagato il conto più salato degli errori commessi nel Novecento in queste terre. Dopo la Seconda guerra mondiale si è cercato in vari modi e con metodi diversi di cancellare la presenza italiana dall’Adriatico orientale, anche – come ribadito nel documentario stesso – inventandosi un’altra storia, strumentale alle tesi annessionistiche jugoslave, diversa dal percorso storico che effettivamente c’è stato. Inoltre, molte tematiche e riflessioni relative alla nostra Comunità di italiani dell’Istria, ma anche di Fiume e della Dalmazia, sono state per troppo tempo controllate da chi non ci voleva bene. Da chi era interessato a espandersi in quest’area per migliorare le proprie condizioni economiche, anche a scapito nostro ovvero della nostra società”.
Tutto cambiò con l’arrivo dell’Austria
Secondo alcuni studi, l’immigrazione slava in Istria, nelle diverse epoche, è stata favorita e organizzata dalla Serenissima, che in questo modo sosteneva la coltivazione della terra da parte delle popolazioni dalmate e balcaniche. Una convivenza che inevitabilmente portò agli scontri politico nazionalistici dell’inizio del ’900. Da questo punto di vista, il problema dell’integrazione e della convivenza tra nuovi coloni e vecchi abitanti, del sincretismo e della separazione tra le comunità e le culture, appare un tema particolarmente interessante e delicato.
Qual è la sua opinione su a proposito?
“Durante il periodo cosiddetto veneziano, tutte le popolazioni convivevano abbastanza pacificamente in queste aree, ovviamente nel rispetto degli Statuti che regolavano la vita dell’epoca. Basti ricordare che la Serenissima diede rifugio alle popolazioni in fuga dai Turchi, ripopolò l’Istria dopo ogni pestilenza, terre e lavoro venivano date a chi veniva qui in cerca di fortuna dalle aree contermini più disagiate. Senza dimenticare poi la grande libertà di stampa e di commerci che c’erano a Venezia. In questa città, inoltre, le donne erano libere di studiare e lavorare, come solo oggi si è riusciti a realizzare nelle aree più avanzate del mondo.
Il trattato di Campoformido del 1797, che decretò la morte della Repubblica di Venezia, e poi nel 1815 il Congresso di Vienna che risistemò l’Europa, diedero le terre dell’Adriatico orientale in mano agli Asburgo.
Come è noto, cambiarono molte cose dal punto di vista della gestione del territorio, gli uni vennero aizzati contro gli altri per esercitare più facilmente il potere. Il progresso industriale stava cambiando le condizioni sociali, nascevano le rivendicazioni dei popoli che si rendevano conto di essere in un certo senso gli uni diversi dagli altri. Per arrivare poi alle esplosioni e ai soprusi del XX secolo”.
Qual è stato il contributo delle genti istriane, fiumane e dalmate al processo unitario italiano?
“Il contributo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati al Risorgimento è stato notevole, ma all’epoca questa situazione non venne compresa dalla politica internazionale per cui vennero lasciati fuori dalla loro madrepatria. Questa è una storia che è stata rimossa per molto tempo dalla coscienza collettiva, dai libri di scuola, per cui bisognerebbe riappropriarsi anche in questo caso del nostro passato. Conoscere anche il Risorgimento attraverso quanto fatto da Niccolò Tommaseo, i Gambini, i tantissimi morti… sarebbe un atto doveroso. Per rendersene conto basta visitare il museo del Risorgimento a Trieste, oppure fare una passeggiata per i cimiteri delle nostre città e vedere se ci sono ancora le lapidi di quanti diedero la loro vita per la patria. Anche questo per tanti anni è stato un tabù che sarebbe ora di infrangere”.
Gianfranco Miksa

 

461 – La Voce del Popolo 19/07/12 Cultura - Tutto (o quasi) su foibe ed esodo
VENEZIA GIULIA, FIUME E DALMAZIA: IL SOFFERTO CAMMINO RIPERCORSO IN UNA LUCIDA ANALISI STORICA
Tutto (o quasi) su foibe ed esodo
Avvenimenti e antefatti spiegati da Amleto Ballarini, Giovanni Stelli, Marino Micich ed Emiliano Loria
ROMA – Dopo decenni di silenzio, la riscoperta e la rivalutazione della tragedia degli italiani dell’Adriatico orientale, in particolare del dramma degli oltre 300mila esuli, ha prodotto, grossomodo nell’arco di un decennio – con maggiore intensità dall’istituzione del Giorno del Ricordo, nel 2004 – una marea di pubblicazioni di vario genere sull’argomento, senza contare poi le manifestazioni pubbliche, le trasmissioni televisive e i filmati (sia fiction sia documentari).
Per cui oggi, per uno che ha almeno un minimo di interesse culturale, dovrebbe essere effettivamente difficile dichiararsi “all’oscuro” di ciò che accadde settant’anni fa in Istria, a Fiume, nel Quarnero, in Dalmazia.
Ricercatori, appassionati di storia o semplici curiosi hanno attualmente a disposizione una messe notevolissima di studi, saggi storici e storiografici, atti di convegni, documentari e materiali video, tanta memorialistica, racconti, romanzi e poesie...
Pubblicazioni molto valide, tra le quali però non mancano testi contenenti affermazioni e giudizi decisamente opinabili.
Manuale per scuole e mass media
Sorvoliamo su quest’ultimi, per richiamare l’attenzione su un testo non recentissimo (è del 2010), del quale consiglio la lettura, soprattutto a chi si accinge ad affrontare la materia per la prima volta, a chi desideri approfondire le sue conoscenze sui tragici eventi del Secondo conflitto mondiale e del dopoguerra nell’Adriatico orientale, con una ricognizione sulla diversità di vedute sul tema.
Quasi un manuale, indicato per i colleghi dei mezzi d’informazione della vicina penisola e per le scuole italiane, nei cui programm
Si presentano come uno strumento agile, dunque, da prendere in mano e consultare – anche a singoli capitoli –, le 143 pagine complessive di “Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia – Le foibe, l’esodo, la memoria”, lavoro a “quattro mani” che ha ottenuto quest’anno il Premio Letterario “Gen. Loris Tanzella” 2012 nella sezione “Saggi e Documenti”.
Ricostruire i ponti
Edito dall’Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio, con il patrocinio della Società di Studi Fiumani e della Regione Lazio, il volume è il risultato di un’esauriente e precisa ricerca documentaristica e testimoniale al tempo stesso, di una lucida analisi di eventi e antefatti, come pure del confronto di tesi diverse, con riferimenti alle varie interpretazioni storiografiche e a posizioni critiche autorevoli.
L’opera contiene saggi di Amleto Ballarini, Giovanni Stelli, Marino Micich, Emiliano Loria, che affrontano e studiano in maniera documentata gli eccidi avvenuti nella Venezia Giulia e in Dalmazia e l’esodo dei giuliano-dalmati, eventi rimasti troppo a lungo “ostaggio” di interpretazioni ideologiche e di convenienze politiche.
L’Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio ha voluto stampare questa sua opera per “contribuire a far conoscere il cammino di sofferenza vissuto da un’intera comunità – come riportato nella quarta di copertina –, con grande dignità e consapevolezza, non per dividere, ma per ricostruire i ponti del dialogo e della civile convivenza tra i popoli delle due sponde adriatiche”.
Lavoro accurato
Un lavoro pregevole, serio, minuziosamente accurato, in linea con quanto già uscito dalla grande fucina di ricerche, idee, attività, intelligenza, confronto – una “mente collettiva” che ha sfornato libri, riviste, convegni scientifici, manifesti – che è la Società di Studi Fiumani a Roma, cui appunto fanno riferimento Amleto Ballarini (presidente), Giovanni Stelli (direttore della rivista “Fiume”, edita dalla succitata Società), Marino Micich (direttore dell’Archivio-Museo Storico di Fiume e presidente dell’Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio) ed Emiliano Loria (archivista presso l’Archivio Museo Storico di Fiume, segretario dell’Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio).
Insieme con il Libero Comune di Fiume in Esilio, è stata una delle prime, se non proprio la prima in assoluto tra le organizzazioni degli esuli, a ricucire i contatti con la terra d’origine, con la comunità dei rimasti, a ventilare la prospettiva di un “ritorno culturale” – sempre dialogando con gli interlocutori locali – nelle città abbandonate all’indomani della disfatta italiana nella Seconda guerra mondiale e ai diktat del Trattato di Parigi del 1947.
Un ritorno, come si diceva, improntato alla ricerca della verità storica su quanto accaduto, ma senza strumentalizzazioni, recriminazioni né revanscismi, come fatto con “Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947)”, del 2002, corposa opera d’indagine congiunta tra la Società e l’Istituto croato di storia, a cura di Amleto Ballarini e Mihael Sobolevski.
Ma un ritorno anche teso al recupero e alla valorizzazione di un patrimonio – dai dialetti alle tradizioni alle tombe – che rischia di andare perduto.
Fu «epurazione preventiva»
Questo “Venezia Giulia, Fiume e Dalmazia – Le foibe, l’esodo, la memoria”, più che offrire nuovi e inediti tasselli o prospettive, è una sintesi degli aspetti più rilevanti – a livello storico e umano – della delicata vicenda che stravolse la fisionomia dell’Adriatico orientale.
Che cosa sono le foibe; come, quando e dove si consumarono tali eliminazioni fisiche sommarie; chi e quante furono le vittime; perché le foibe: a questi e altri interrogativi risponde Giovanni Stelli in “Le foibe in Venezia Giulia e in Dalmazia: un caso di epurazione preventiva” (pp. 7-36). E lo fa in maniera diretta, con una precisione e un’accuratezza studiatissima, quasi chirurgica, che genera una chiarezza straordinaria.
Soprattutto sui “perché”. Stelli passa al settaccio tutte le possibili tesi, da quella minimizzatrice, alla giustificazionista, a quella della pulizia etnica per arrivare a “una conclusione difficilmente contestabile: le ‘foibe’ si spiegano nel modo più convincente come una ‘epurazione preventiva’ condotta in base ad una precisa strategia ideologica e politica.
A questa tesi, per quanto ampiamente comprovata dalla documentazione disponibile, si era opposto nel periodo del lungo dopoguerra una sorta di blocco di natura categoriale, lo stesso che condizionava del resto l’interpretazione di episodi e aspetti decisivi della storia contemporanea: la riluttanza a riconoscere nel comunismo una forma fondamentale del totalitarismo nel Novecento.
Venuto a cadere questo ostacolo, la tesi della ‘epurazione preventiva’ si è ampiamente diffusa nella ricerca storica recente” (Stelli, pp. 29-30).
Il «mistero» della Bezdanka
Nel suo articolo “Anche Fiume ha avuto le sue foibe” (pp. 37-56), Amleto Ballarini sottolinea che il triste fenomeno non fu circoscritto, geograficamente parlando, al territorio istriano, bensì si manifestò pure nel capoluogo quarnerino, nonché in Dalmazia, come ha rammentato ad esempio Alessandra Rivaroli Mariani in “La memoria dimenticata (la foiba di Kevina)” (edito con gli auspici dell’Associazione per la cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio, Roma, 2010).
Dopo aver illustrato la situazione – demografica ed etnica – che si era venuta a creare nella provincia italiana del Carnaro dal 1924 al 1954, e quantificato l’esodo italiano da Fiume, Ballarini rileva l’episodio (spesso trascurato) dei tanti “desaparecidos” nelle voragini carsiche del Monte Maggiore, del Castuano (Nebesi e Golubica), del Grobniciano (Jazovka) e, nel concreto, di Kostrena-Santa Lucia (Bezdanka).
Secondo Ballarini in quest’ultima sarebbero finiti i questurini, i carabinieri e i finanzieri italiani che rimasero a Fiume anche dopo l’8 settembre 1943.
Spiegazioni e testimonianze
In “L’esodo dall’Istria, Fiume e Zara (1943-1958) e l’accoglienza in Italia”, Marino Micich (pp. 57-88) tratteggia in maniera esaustiva – e molto leggibile anche ai profani – il contesto di riferimento nel quale si consumò la tragedia, le motivazioni che spinsero gli italiani a lasciare in massa questi lidi nelle varie tornate, offre una quantificazione basata su fonti attendibili, su dati reali (come quelli dell’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati), riassume e pone a confronto le interpretazioni storiografiche...
Egli stesso figlio di esuli dalmati, Micich non trascura il difficile inserimento dei profughi nella nuova patria (in apertura cita Indro Montanelli, che nel 1954 così li descrive: “Ridotti a vivere in dieci o dodici in una stanza, riescono a farlo in un ordine e pulizia esemplari cercando lavoro, ma rifiutando elemosine e senza mai lamentarsi... Che ne faremo di questi esuli?”), la disattenzione delle autorità italiane nei confronti delle loro istanze, sia che si trattasse di migliorare le loro condizioni sia che si trattasse di tutelare i loro beni abbandonati (alla Jugoslavia).
Passato, presente e futuro s’intrecciano nell’articolo di Micich, che nella parte finale rilancia la necessità di iniziative congiunte esuli-rimasti, di dialogo culturale, di una nuova cooperazione per superare gli antagonismi e le rivendicazioni che hanno poi generato conflitti ed eccidi.
Gli italiani, presenti da secoli nell’Adriatico orientale, hanno pagato sicuramente un prezzo molto alto nel XX secolo.
Curata da Emiliano Loria (“L’esilio raccontato”, pp. 89-120), la raccolta delle memorie e delle testimonianze, propone i toccanti racconti di alcuni protagonisti (loro malgrado), zona per zona: l’esperienza di Zara emerge per bocca dei fratelli Guido e Fulvio Costa e delle sorelle Mirella e Bruna Ostrini; per Fiume parlano l’olimpionico Abdon Pamich e Massimo Gustincich; per l’Istria ci sono il dignanese Ferruccio Conte e il vallese Claudio Drandi.
In appendice una selezione di documenti dell’Archivio-Museo Storico di Fiume, una bibliografia sulla memoria dell’esodo e alcuni cenni bio-bibliografici sugli autori.
Ilaria Rocchi

 

462 - La Stampa 17/07/12 Intervista al ministro croato Vesna Pusic: "Atene non ci fa paura, la Croazia è pronta per entrare nell'Ue"
"Atene non ci fa paura
La Croazia è pronta per entrare nell'Ue"
Il ministro croato Vesna Pusic con Terzi
Pusic, ministro degli Esteri: «L’ingresso ci permetterà di avere maggiore stabilità»
Francesca Paci
Roma
Il futuro dei Balcani, Bruxelles, la dialettica pubblico-privato come routine delle donne di potere. C’è una consequenzialità fra l’uscita della Croazia dal conflitto del 1991 e il suo prossimo ingresso nell’Ue che, spiega il ministro degli Affari esteri e europei Vesna Pusic, immunizza la popolazione croata dal disfattismo degli euro-delusi. «Abbiamo usato l’esperienza di Paesi diversi per darci un assetto istituzionale che non ci sognavamo neppure 11 anni fa», nota la Pusic a margine della conferenza «Women in Diplomacy - Building a Network» organizzata alla Farnesina. Oggi a rispondere di quel percorso è lei, sociologa, diplomatica, punta del partito liberaldemocratico, appassionata lettrice di Havel ma anche moglie, mamma e cuoca provetta specializzata in un mix di melanzane, pomodori, feta, aglio e menta.

Cosa significa per la Croazia entrare in un’Europa piegata dalla crisi?
«La Croazia entra nell’Ue in un periodo poco euforico. Ambo le parti hanno un approccio più razionale a causa della crisi. Il primo big bang europeo avvenne nel 2004 quando l’allargamento rappresentava la fine della guerra fredda, c’erano gli Havel, i Michnik, si parlava di libertà e democrazia. Oggi i temi sono i piani di salvataggio e l’assistenza alle banche nazionali. È ovvio che sarebbe stato meglio diventare membri quando l’economia filava. Ma per la Croazia, che ha avviato le procedure nel 2001 ed è la prima società post bellica contemporanea a essere ammessa, il percorso d’ingresso è servito a costruire lo Stato».

Sei mesi fa il 67% dei croati ha detto sì all’Europa. Nessuno ha cambiato idea dopo aver visto la sorte della Grecia?
«La crisi greca imperversava in tv già nei mesi precedenti al referendum, per questo avevamo paura. Ma sebbene nessun croato si aspetti che l’Europa risolva i suoi guai prevale la convinzione che essere dentro garantisca un livello di stabilità maggiore».

L’economia croata arretra dal 2009 e il ministro delle finanze Linic ammette che l’anno prossimo potrebbe andar peggio. Europa significa anche nuovi sacrifici. E se la gente si ribellasse come in Spagna?
«La Croazia conosce già la durezza del momento e l’aggravio della tassazione extra, basta pensare che l’Iva è passata al 25%. La nostra chance è sfruttare il potenziale ambientale come fanno Slovenia e Austria e attrarre gli investimenti stranieri snellendo la tortuosa burocrazia».

Qual è il futuro dell’Europa?
«Il presente è una frammentazione in cui le singole personalità, i singoli ministri più ancora che i singoli Paesi, contano più dell’organismo Europa, un problema particolarmente evidente nella politica estera. Per poter contare sul palcoscenico internazionale, dominato da attori come Cina e Usa, l’Europa non può che andare verso una maggiore integrazione».

Pur essendo un Paese cattolico la Croazia ha una delle leggi più liberali in tema di fecondazione assistita. Ce lo spiega?
«Abbiamo cercato il consenso popolare. I croati si aspettano dallo Stato un certo standard di servizi, riservandosi poi il diritto di scegliere in base ai propri valori e convinzioni se utilizzarli o meno».

Le primavere arabe si sono ispirate ai movimenti pro-democrazia della ex Jugoslavia. La lezione balcanica può servire anche nella gestione del post rivoluzione?
«Sebbene non abbiano lo stimolo potente dell’ammissione in Europa, i Paesi arabi in rivolta possono imparare dalla nostra esperienza che un approccio meno eroico e più pragmatico al limite della noia aiuta a ridurre la tensione. Il nazionalismo e il settarismo sono come l’inquinamento, non basta pulire per scongiurarne il ritorno. Ma i sondaggi ci dicono che alla lunga siamo riusciti a disinnescare l’emotività e ora le priorità sono economiche».

 

463 – La Voce del Popolo 20/07/12 Cultura - L'arte della manipolazione di Crt Brajnik
PREMIATO A «ISTRIA NOBILISSIMA» 2012 NELLA CATEGORIA RISERVATA A CINEMATOGRAFIA, VIDEO E TELEVISIONE
L’arte della manipolazione di Črt Brajnik
Nel documentario del regista capodistriano
un'Istria meno nota, rurale spesso nascosta ai nostri occhi
CAPODISTRIA – Un filmato che racconta dell’Istria meno nota, rurale, spesso nascosta agli occhi del visitatore. Si presenta così “Eppur si muove”, ossia il documentario grazie al quale il regista capodistriano Črt Brajnik si è aggiudicato il secondo premio – il primo non è stato assegnato – al Concorso d’Arte e Cultura “Istria Nobilissima” nella categoria Arte cinematografica, video e televisione. Nella motivazione, infatti, è rilevato che “l’opera è un pregevole e onesto ritratto di vita istriana minore, ispirato a un naturalismo minimalista ed assolutamente esente da cadute retoriche, reso con un linguaggio scarno e rivelatore dell’appartenenza dell’autore ad una nuova generazione registica”.
“Faccio parte della Comunità degli Italiani di Capodistria e come membro attivo mi è sembrato naturale partecipare al Concorso – esordisce Črt Brajnik alla domanda di come sia scaturita l’idea di aderire a “Istria Nobilissima” –. La mia prima partecipazione risale a 2007 ed è stata quasi casuale, visto che a suggerirmi di concorrere era stato un amico. Gli avevo dato in visione un mio recente documentario intitolato ‘Silenzio morente’, e ne era rimasto impressionato al punto da consigliarmi di mandare il lavoro al Concorso. Devo dire che è stato un ottimo consiglio. Infatti, ho conseguito il Primo premio nell’edizione di quell’anno. Ho inviato un altro video nel 2009, ottenendo nuovamente il massimo riconoscimento”.
«Eppur si muove»
Il documentario “Eppur si muove” ha un titolo interessante. Può spiegarlo?
“È una citazione presa da Galileo Galilei sulla rotazione della Terra attorno al Sole. Nel mio caso la parafrasi viene usata per indicare il movimento dell’occhio del maiale, quando viene ‘riportato in vita’ alla fine del filmato, lo stesso occhio che viene tolto all’inizio del documentario. Vita e morte vengono dunque rappresentate dall’assenza o dalla presenza di questo movimento vitale”.
Quali erano le sue aspettative?
“Devo dire che non mi aspettavo nulla. Crearsi delle aspettative è spesso controproducente per un artista. Sono però contento ogni qualvolta riesco ad avere un riscontro dalle persone che guardano i miei corti. L’opinione degli spettatori va rispettata, un’opera audiovisiva non ha senso senza che ci sia qualcuno che la recepisca. Devo rilevare che si tratta del secondo premio, visto che il primo quest’anno non è stato assegnato”.
Quali sono gli elementi e gli argomenti che la incuriosiscono, che la spingono a girare, a creare un filmato?
“Girare significa esprimere sé stessi, presentare la propria visione. Talvolta si tratta di paure, aspirazioni e sogni. Creare un film è per me una terapia, una valvola di sicurezza che si aziona quando devo far uscire il mondo che ho dentro. Immaginare e dare vita a questi mondi è ciò che mi permette di ‘respirare’, di metabolizzare la realtà. Talvolta è difficile accettare un dato modo di vedere le cose. Creare un proprio mondo e metterlo in relazione con quello dato serve anche a modificare in positivo la percezione che abbiamo delle cose, a rivalutare certi pregiudizi dei quali spesso neanche ci rendiamo conto”.
Durante le riprese, influisce sulla scena modificandola oppure la raccoglie così com’è?
“Dipende. Parlando di film di fiction, nel preparare la scena spesso mi accorgo che alcuni aspetti che avevo dato per scontati si rivelano problematici. In quel caso occorre venire incontro ai fatti e adattare la scena in base alle condizioni che si presentano. Spesso tali condizioni sono favorevoli e possono presentare nuovi aspetti, che non erano previsti nella sceneggiatura originale. Nel documentario, invece, inquadrare significa sempre delimitare la realtà. Presentando solo una parte di un dato luogo, tralasciando tutto ciò che sta al di fuori dell’inquadratura. Ciò è, di per sé, manipolazione. Ricreare la ‘realtà’ attraverso il succedersi di tali ‘sezioni’ di inquadratura è ciò che dà alla manipolazione la parvenza di una continuità, sia temporale che spaziale. Lo spettatore ha l’impressione che ciò a cui assiste sia davvero la realtà delle cose. Ma nel cinema non esiste qualcosa come la realtà, esiste una presentazione di una data condizione, che il regista definisce come la realtà di quel film”.
Un inno alla vita
Il filmato premiato rivela una sua predilezione per l’aspetto onirico e un po’ morboso. Come mai?
“Credo che i sogni siano un’altra realtà nella quale viviamo. Non hanno una continuità e sostanza tangibile, ma nondimeno influenzano le nostre azioni durante il giorno. L’arte cinematografica, nel montaggio, struttura una realtà a partire da elementi sparsi e apparentemente sfasati. In ciò quest’arte è simile ai sogni. E proprio per questo che non ci rendiamo conto di sognare: crediamo nella struttura che creiamo attraverso il sogno. Pur non essendo logica, presenta degli elementi di credibilità che ci sono vicini. Il film è sogno. Perciò le persone amano i film. Per quanto concerne invece il morboso o l’eccesso, è un effetto che occorre per enfatizzare. Nel caso specifico del filmato ‘Eppur si muove’, il morboso serve a mostrare il processo di ricomposizione delle parti in un tutto organico. Si tratta in fondo di un inno alla vita: ciò che era diviso trova una sua unità nel procedere delle inquadrature”.
Un segmento «giovane»
Che tipo di arte cinematografica preferisce?
“Non prediligo nessun genere in particolare, seguo con attenzione alcuni autori che trovo più vicini al mio modo di concepire il cinema. Non ho problemi a guardare un blockbuster hollywoodiano al posto di un film d’autore. Non è una regola, ma anche dai film apparentemente più convenzionali si può imparare. Anzi, spesso la chiarezza e la concisione dei film americani nel raccontare una storia sono davvero notevoli”.
L’arte filmica, a differenza di letteratura, poesia e pittura, non è tra le arti maggiormente rappresentate nella nostra realtà comunitaria. Secondo lei quali sono le cause di tale orientamento?
“Non ho una chiara idea a proposito, ma è probabilmente dovuto alla lunga tradizione che le arti elencate hanno avuto all’interno della nostra realtà. Allo stesso modo credo ci sia una continuità generazionale all’interno della Comunità, per cui i membri più giovani trovano normale cimentarsi in queste categorie, mentre per molti l’arte cinematografica è un fenomeno relativamente nuovo. Non conosco da vicino le dinamiche comunitarie e i numeri, però so che a partecipare quest’anno come negli anni passati, eravamo davvero in pochi...”.
Più stimolante lavorare a Praga
Che cosa significa essere un giovane filmaker a Capodistria o, più generalmente, in Slovenia?
“Purtroppo in questo momento il supporto che l’ambito pubblico offre al cinema è davvero minimo. La possibilità di crescita professionale è minima in un ambiente che non incita e non produce film in grandi quantità. Perciò ho deciso di studiare prima, e lavorare poi, a Praga, che ha un bacino produttivo maggiore e offre appunto delle referenze importanti nel campo professionale. Mi piacerebbe davvero in futuro riuscire a introdurre un tale principio a livello locale, creando le condizioni per fare cinema e vivere di cinema. La nostra regione istriana è un paesaggio che offre spunti incredibili dal punto di vista umano. Sarebbe un peccato non poter lavorare su un territorio con tante potenzialità”.
La sua produzione consiste prevalentemente in cortometraggi. C’è il desiderio di realizzare un lungometraggio?
“Al momento ho girato diversi documentari e alcuni cortometraggi all’interno del programma accademico della FAMU (l’Accademia d’arti cinematografiche di Praga). Attualmente sto completando un corto che spero possa avere dei riscontri ai festival cinematografici. L’idea per il futuro è naturalmente un lungometraggio, sto scrivendo la mia prima sceneggiatura in questo senso. Siamo ancora nella fase embrionale e mi sto ispirando a un romanzo dello scrittore serbo Borislav Pekić, dal titolo ‘Rabbia’. Vediamo cosa ci riserverà il futuro”.
Gianfranco Miksa

 

464 - Il Venerdì di Repubblica 20/07/12 Friuli: Nei bunker italiani della guerra mai combattuta; quella "fredda"
NEI BUNKER ITALIANI DELLA GUERRA MAI COMBATTUTA:
QUELLA FREDDA
IN FRIULI SONO CENTINAIA I SITI MILITARI DELLA NATO ABBANDONATI. AVREBBERO DOVUTO FERMARE UN'EVENTUALE INVASIONE SOVIETICA, MA ORA GLI ESPERTI DUBITANO CHE SAREBBERO STATI DAVVERO EFFICACI
di GIORGIO BOATTI
SAN GIOVANNI AL NATISONE (Udine).
Pesanti portelloni d'ingresso che i rovi hanno coperto e nascosto. Basamenti d'acciaio disseminati nei campi di grano. Caserme immense abbandonate da anni: nelle ca­merate dove dormivano alpini e artiglie­ri, carristi e fanti dei reggimenti d'assal­to - un milione 600 mila italiani hanno fatto il servizio militare in Friuli negli scorsi decenni - è arrivato il bosco. Niente più «giù dalle brande» e trombe che suonano il silenzio. Ora comandano gli alberi. Gli alberi hanno sfondato i tet­ti e sporgono i loro rami verso il cielo.
A San Giovanni al Natisone una polve­riera, dismessa da dieci anni, è ancora li, in attesa che il Comune, che ne ha preso possesso, decida cosa farne: «Non voglia­mo essere precipitosi sull'utilizzo di un'area così ampia» aveva dichiarato il sindaco nel 2001. Così, nell'ex polveriera della Medeuzza, 400 mila metri quadrati sulla strada provinciale Palmarina, tutto è rimasto come prima. Ma anche le pol­veriere, per scoppiettanti che siano state, prima o poi invecchiano. Le garitte della Medeuzza hanno i vetri sfondati; sono oc­chiaie che scrutano il nulla. Il doppio reti­colato di filo spinato è una ragnatela di rughe che si svolge per chilometri lungo la campagna attorno. All'interno, decine di casematte protette da imponenti ter­rapieni - un tempo contenevano esplosivi capaci di far saltare in aria l'intera regio­ne - danno rifugio a lepri e fagiani, volpi e gufi. Di tanto in tanto scoppia qualche in­cendio doloso: forse qualcuno si è accam­pato all'interno. 0 la vicinanza all'area in­dustriale fa gola a chi vorrebbe mettere le mani sopra al complesso, anche se la crisi del «triangolo della sedia» - Manza­no, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo davano da sedere a buona parte dell'Europa; ora ci pensano i cinesi – non incoraggia a costruire nuovi capannoni, A farmi da guida, in alcuni dei bunker disseminati dalla Guerra fredda in questo angolo del Friuli, è un gruppetto di ragaz­zini. Simone, Henry, Davide, non erano ancora nati quando è stato abbattuto il Muro di Berlino ed è crollata l'Urss. Quando, insomma, tra Г89 e il primi Anni 90, è finita quella strana guerra tra i «blocchi» che non è mai stata combattuta davvero, ma che, ogni anno, veniva simu­lata da centinaia di migliaia di soldati al di qua e al di là della cortina di ferro. Sul fronte della Nato, dalla Norvegia alla Turchia, le esercitazioni proponevano no­mi perentori come Display Determination, Dragon Hammer. О gentili come titoli di canzone: Diamond Blue, Dram Beat.
D'altra parte aveva un nome evocativo anche l'Olimpo sotterraneo dal quale si pensava di coordinare la risposta all'irru­zione dell'Armata rossa tra queste colline e pianure del Friuli. Si chiamava West Star («Stella d'Occidente») ed era il più grande bunker di tutta la Penisola, scava­to nei primi Anni 60 sotto il monte Mo­scai, nel Veronese. Nei suoi 13 mila metri quadri ricavati dentro la montagna, in ambienti progettati per resistere a tutto, atomiche, armi chimiche e batteriologi­che - avrebbe dovuto accogliere 500 per­sone, tra alti comandi e tecnici. Nel suo ; cuore più blindato, articolato su tre piani, si arrivava con un trenino elettrico: solo ' pochissimi, con visto di sicurezza «Cosmic», potevano accedervi. Adesso, di- ; smesso nel 2007 dalla Nato, ci si interro- : ga su cosa farne: laboratorio di ricerca al riparo da interferenze ambientali? Museo della Guerra fredda? Discoteca?
La Guerra fredda aveva disseminato l'Italia nord-orientale, e soprattutto il Friuli, di installazioni militari: basi, caser­me, bunker, quattromila chilometri qua- : drati di servitù militari per poligoni di ti­ro ed esercitazioni. E da vent'anni è aperto il complicato capitolo delle dismissioni. Secondo una sommaria valutazione, sono oltre quattrocento i siti militari abbando­nati da queste parti nel corso dell'ultimo decennio: significa che ognuno dei 219 Comuni del Friuli Venezia Giulia si trova, in media, alle prese con due di queste aree dimesse. In totale, una superficie di oltre cento chilometri quadrati. Al Dipar­timento di Architettura dell'Università di Udine sono ormai una mezza dozzina le documentatissime tesi di laurea, seguite dal professor Roberto Petruzzi, che cen­siscono e studiano i bunker del «vallo friulano» che avrebbero dovuto fermare l'invasore in arrivo da Oriente. I bunker potevano essere di vario tipo: Pco (Posto comando osservazione), Poa (Posto os­servazione allarme), P (Postazione anti­carro), M (Postazioni di mitragliatrici pe­santi, protette da cupole corazzate). Tutti comunque erano mimetizzati nella vege­tazione, mascherati come casette canto­niere, depositi di attrezzi agricoli, barac­che per improbabili cacciatori. Gli abitan­ti sapevano, osservavano il va e vieni dei soldati e si facevano i fatti propri.
Nei bunker operava la fanteria d'arre­sto della Brigata Pozzuolo del Friuli: suo compito era prepararsi a rallentare l'im­patto dei corazzati del Patto di Varsavia, non appena fossero spuntati al di qua del­la frontiera con la Jugoslavia. Un'attesa durata più di quarant'anni.
«La fanteria d'arresto era attestata sulle difese naturali, dai rilievi del Carso ai fiumi Isonzo, Torre, Natisone e Judrio, dove si era combattuta la Grande Guer­ra. Ogni santo giorno ci si addestrava a combattere la "Terza guerra mondiale", così come era delineata negli scenari della Nato e del nostro Stato Maggiore» mi dice il colonnello Filiberto Tartaglia, già inquadrato nella Brigata Pozzuolo del Friuli. «I nostri uomini avrebbero do­vuto barricarsi là sotto, nei bunker, e, a colpi di artiglieria e mitragliatrici, osta­colare il nemico e, magari, convogliarlo proprio davanti al nostro schieramento da battaglia. Non ci voleva un Clausewitz per capire che, pur mimetiz­zati con covoni (anche d'in­verno) e fronde d'alberi, dopo due o tre tiri di artiglieria quelli dei bunker sarebbero stati spacciati». Già, una vol­ta individuati dal nemico, quelli che si trovavano là sot­to avrebbero fatto irrimedia­bilmente la fine del topo in trappola. L'incertezza era giusto sul come: sepolti dalle bombe d'aereo, fatti a pezzi dalle artiglierie o arrostiti dai lanciafiamme?
Ignari di questi scenari, i ragazzi che mi fanno da guida si fanno strada come se, dopo tante ricognizioni, si muovessero nel Campetto da calcio dietro casa Solle­vato un portellone, scendiamo di alcuni metri. Sotto, è buio totale. Servono pile, e una corda, nel caso in cui si debba scen­dere ancora. Il cuore del bunker sono le «camere da combattimento». Da qui si manovravano cannoni, artiglierie e mi­tragliatrici. Le cupole di acciaio che ab­biamo sopra la testa le proteggevano e mimetizzavano. Per arrivarci, superato il massiccio portello­ne, che ricorda quello di un sommergibile, abbiamo dovu­to scivolare lungo un cunicolo alto meno di un metro e largo ancora meno. Alcuni scalini ancora, ed ecco pareti bianche con scritte che indicano dove riporre le armi, le maschere a gas, i viveri, le riserve d'acqua (cinque litri a testa al giorno). C'è anche lo stipo per il telefono da cam­po e il locale del generatore di corrente. Poi una botola e si scende ancora di un li­vello: è il locale che faceva da camerata.
Qui i cellulari non prendono più. Per fortuna la guerra, quella che si doveva combattere tra questi bunker, è finita. Anzi, non è mai cominciata.

 

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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