N. 836 – 28 Luglio 2012


Sommario
465 - Il Piccolo 24/07/12 L'Unione italiana "boicotta" i piani degli istriani di Trieste (p.r.)
466 - Il Piccolo 25/07/12 L'Unione degli istriani contesta il ''veto'' di Tremul
467 - La Voce del Popolo 25/07/12 Canfanaro - Bue istriano: «Noi, gelosi custodi di una razza autoctona» (Sandro Petruz)
469 - Difesa Adriatica - Agosto Settembre 2012 Mailing List Histria a Pisino per il XII Raduno (Eufemia Giuliana Budicin)
468 - Il Piccolo 21/07/12 Missoni stupisce ancora: oro nel nuoto (Laura Borsani)
470 - Brescia Oggi 25/07/12 Dall'Istria alla Scala e al Kenya i nuovi alfieri della Serenissima (Adamo Dagradi)
471 – Libero 25/07/12 Divisioni linguistiche - Dimmi come chiami la città e ti dirò chi voti (Camillo Langone)
472 - La Nuova Voce Giuliana 16/07/12 Una pagina di storia del capodistriano Nazario Gallo (Chiara Vigini)
473 – Il Giornale 25/07/12 A Veglia, gioiello dell'Adriatico domina ancora il Leone dei Dogi (Dora Ravanelli)
474 - La Voce del Popolo 24/07/12 Cultura - Dizionario del dialetto umaghese: La forza unificante della parlata locale (Kristjan Knez)
475 - Il Piccolo 22/07/12 Il grande arcipelago dell'orrore dove Tito faceva torturare i comunisti che amavano Stalin (Alessandro Mezzena Lona – Predag Matvejevic)
476 – La Voce del Popolo 21/07/12 Speciale - Mormorano, nido isolato e sospeso sulla campagna (Mario Schiavato)
477 - La Voce in più Cultura 21/07/12 Intervista - Rosanna Bubola: Le mie forti radici istriane, amo far sorridere le persone e inventare storie sempre nuove (Nelida Milani Kruljac)
478 - La Voce in più Storia e Ricerca 07/07/12 - La Voce in più Storia e Ricerca 07/07/12 Pirano nell'età dei grandi cambiamenti e un esempio di buona memorialistica, intervista a Mario Ravalico
(Kristjan Knez)
479 - Il Piccolo 22/07/12 Sentenza Storica - La Corte croata ammette: «Crimini etnici contro i serbi» (a.m.)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

465 - Il Piccolo 24/07/12 L'Unione italiana "boicotta" i piani degli istriani di Trieste
L’Unione italiana “boicotta” i piani degli istriani di Trieste
VALLE Nella sua ultima riunione prima della pausa estiva, la Giunta esecutiva dell'Unione italiana ha dato disco verde ai progetti approvati dalla Commissione tecnico-scientifica del Ministero italiano per i Beni e le Attività Culturali in riferimento ai mezzi stanziati a favore delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati residenti in Italia. C'è però un'eccezione che sicuramente darà adito a qualche polemica. Ossia su proposta del presidente della Giunta Ui, Maurizio Tremul è stato deciso di non appoggiare le attività dell'Unione degli istriani di Trieste in quanto giudicata non rispettosa della Legge italiana del 16 marzo 2001 che contempla la tutela del patrimonio storico e culturale della Comunità degli esuli italiani. La norma tra l'altro incoraggia la promozione di manifestazioni intese a mantenere contatti culturali con la terra d'origine.
Tremul ha ricordato che più volte la presidenza dell'Unione degli istriani ha attaccato l'Unione italiana con accuse infamanti. La vecchia Uiif (Unione degli italiani dell'Istria e di Fiume) ha proseguito Tremul, è stata giudicata un'emanazione del Partito comunista jugoslavo per la repressione di migliaia e migliaia di connazionali. La nostra valutazione non è vincolante ma ha il suo peso ha aggiunto Tremul, esprimendo la massima disponibilità dell'Ui ad attuare iniziative congiunte con al Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati ed auspicando l'incremento degli stanziamenti a favore della tutela delle tombe e dei cimiteri italiani in Croazia e Slovenia. Prima di riunirsi presso il nuovo ed elegante albergo “La Grisa”, la Giunta Ui ha visitato Castel Bembo la cui ristrutturazione iniziata ben 16 anni fa, sta per concludersi. Ora è in atto la posa della pavimentazione in legno. A lavori ultimati come spiegato dall'architetto Claudio Frankovi„ il maniero medievale avrà un aspetto molto fedele a com'era nel XIX secolo. (p.r.)

 

466 - Il Piccolo 25/07/12 L'Unione degli istriani contesta il ''veto'' di Tremul
L’Unione degli istriani contesta il ''veto'' di Tremul
Il presidente dell’Unione degli istriani, Massimiliano Lacota, replica alle prese di posizione della Giunta esecutiva dell’Unione italiana che nella sua ultima seduta ha deliberato, su proposta del presidente Maurizio Tremul, di esprimere parere negativo sulle attività promosse dall’Unione degli istriani con il contributo del ministero italiano per i Beni Culturali.
«Prendo atto - afferma Lacota in un comunicato - della delibera della Giunta esecutiva dell’Ui e cioè della contrarietà espressa, su basi praticamente di tipo dottrinale, dall’ente di rappresentanza della minoranza italiana in Slovenia e Croazia nei confronti delle attività scientifiche e culturali svolte dall’Unione degli istriani a favore della collettività degli esuli in esilio, con il supporto di una specifica legge dello Stato italiano, ed attraverso il rispetto pieno di tutti i parametri fondamentali che questa prevede». «È interessante invece rilevare – prosegue – come tale “veto” nasconda, probabilmente, una manifesta insofferenza verso quello che normalmente, negli ambienti democratici, viene definito semplicemente confronto oppure discussione».
«Ciò detto, non si può che ribadire quanto già affermato in precedenza rispetto alla funzione decisiva ed attiva che l’Unione degli italiani dell’Istria e di Fiume (Uiif) ebbe dalla sua nascita nel 1944, ed in seguito fino almeno alla fine degli anni ’50: si trattava di un organizzazione istituita e guidata dal Partito comunista jugoslavo con il preciso fine politico di spalleggiare i disegni annessionistici di Tito e di metterli in pratica». «Mi spiace per Maurizio Tremul - si legge ancora - ma quanto affermato è e rimane una verità drammaticamente documentata (e sperimentata da molti istriani, fiumani e dalmati scampati alle purghe dopo l’8 settembre 1943) da quintali e quintali di carte: testimonianze, pubblicazioni, materiali di archivio pubblici e privati, ricostruzioni storiche».

 

467 - La Voce del Popolo 25/07/12 Canfanaro -

Bue istriano: «Noi, gelosi custodi di una razza autoctona»
CANFANARO Presentato il programma della Fiera di San Giacomo dedicata al bue istriano
«Noi, gelosi custodi di una razza autoctona»
CANFANARO – Il Comune di Canfanaro ha organizzato una speciale conferenza stampa per presentare il programma della 22.esima edizione della Festa di San Giacomo (chiamata Jakovlja in croato), dedicata al bue istriano, che si svolgerà questo fine settimana nel centro del paese. L’inusuale conferenza si è svolta sul podere di proprietà di Ivana Moružin, giovanissima allevatrice, che l’anno scorso ha vinto con il suo Boscarin il titolo di più bell’esemplare della rassegna. Il sindaco Sandro Jurman ha ricordato che nel 1991 grazie all’entusiasmo di diverse persone si è deciso di riportare in auge la festa di San Giacomo, che sul territorio del Comune di Canfanaro aveva una tradizione secolare. L’obiettivo principale di questa manifestazione è proprio la tutela del bue istriano e la promozione dell’allevamento della specie autoctona del Bovino istriano.

CHI SARÀ IL PIÙ BELLO? La particolarità delle festività di San Giacomo è la rassegna dei buoi, che è suddivisa in 3 categorie con la scelta dell’esemplare più bello, di quello più pesante e di quello più docile. Il sindaco ha ricordato che nel 1991 c’era appena un centinaio di capi di bestiame, quindi è pure grazie alla festa di San Giacomo che è stata promossa l’iniziativa per la tutela della razza autoctona del Bovino istriano, entrata così a far parte del programma di sovvenzioni statali. Purtroppo il bue in quanto castrato (esemplare non adatto alla riproduzione) non rientra nel programma di aiuti statali e per mantenere vive le tradizioni di un tempo, la Regione, le Città e i Comuni della penisola hanno indetto un fondo per le sovvenzioni degli allevatori che si prendono cura di questi esemplari che superano anche i 1.200 chili di peso. Inoltre, nell’ambito della rivalutazione e valorizzazione economica dell’allevamento del bovino istriano, dal 2005 sono stati istituti dei corsi di aggiornamento professionale per gli chef dei ristoranti istriani, organizzati dall’Agenzia per lo sviluppo rurale dell’Istria (AZRRI). Con tutte queste iniziative i capi di bestiame superano oggi le 600 unità.

La presidente del comitato organizzativo, Sandra Orbanić, ha presentato il programma di questa edizione della Festa di San Giacomo che inizierà giovedì 27 luglio con la finale del torneo di tennis prevista alle ore 20 sui terreni sportivi di Canfanaro. Venerdì è in programma la partita di calcio tra i veterani e i senior del Comune alle ore 19 e successivamente è prevista l’apertura della mostra di 4 artisti locali e il concerto del gruppo Belfast Food.

Sabato, la manifestazione inizierà alle ore 9 con un giro in bicicletta nella zona, mentre alle 11 si svolgerà la messa solenne in onore di San Giacomo e alle 12 si continuerà con la fiera di souvenir istriani. Alle 17 andrà in scena la 22.esima rassegna dei buoi con ben 17 esemplari attentamente selezionati. In serata è previsto il concerto di Goran Karan e della “Rekonstrukcija band” e a mezzanotte il tradizionale spettacolo pirotecnico. Domenica alle 14 ci sarà anche la quinta edizione della gara automobilistica di Canfanaro, che chiuderà le festività di San Giacomo. Inoltre, diversi produttori locali presenteranno i piatti tipici della tradizione istriana.

UNO STATO POCO ATTENTO Anton Meden, uno dei promotori della rassegna, ha ricordato che a causa delle flessioni delle sovvenzioni locali gli esemplari di bue sono diminuiti rispetto all’anno scorso, ma va anche sottolineato l’esempio di Ivana Moružin, che nonostante la giovane età e la perdita prematura del padre ha continuato le tradizioni di famiglia. La stessa Ivana ha spiegato che per lei non è affatto un problema occuparsi del bestiame di famiglia e che si tratta in realtà di un esperienza bellissima, che ti permette di stare a stretto contato con la natura ed a combattere lo stress della vita di tutti i giorni.

“Non bisogna mai dimenticare le tradizioni di una volta – ha dichiarato Ivana –, e il bue istriano è una parte fondamentale della storia di queste terre. Evitare la sua estinzione è una prova d’amore verso I’Istria”. Ivana ha anche ringraziato il Comune di Canfanaro che è sempre stato vicino agli allevatori di tutta la Regione e ha aggiunto che le sovvenzioni rimangono assolutamente necessarie per preservare questa specie autoctona. Il mantenimento di un singolo bue costa all’incirca 1000 kune al mese. Jurman ha ricordato che per gli allevatori del bue istriano e per la fiera il Comune metterà a disposizione 40mila kune, ed ha invitato anche gli altri Comuni e Città istriane ad aumentare le sovvenzioni a favore degli allevatori di questo particolare simbolo della storia istriana.
Sandro Petruz
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468 - Il Piccolo 21/07/12 Missoni stupisce ancora: oro nel nuoto
Missoni stupisce ancora: oro nel nuoto
Lo stilista, 91 anni, rientrato da Bari col “tricolore” Master: «A 13 anni vinsi i 100 dorso ai campionati provinciali di Zara»
di Laura Borsani
TRIESTE È rientrato da Bari con l’oro nei 50 metri dorso ai Campionati italiani Master. Il re del “Made in Italy”, Ottavio Missoni, a 91 anni s’è portato a casa un nuovo risultato: la vasca dei 50 metri, categoria M90, se l’è “passata” in 2 minuti, 13 secondi e 22 centesimi. Nelle piscine comunali baresi ha gareggiato con la romana Due Ponti, tra i sodalizi più medagliati della settimana agonistica, conclusasi il 15 luglio. Standing ovation, per una kermesse che ha visto premiate circa 250 società, a fronte della partecipazione di 2500 atleti provenienti da tutta Italia. Del resto, Missoni di sport ne mastica. È proprio il caso di dirlo: di stoffa ne ha da vendere. Azzurro dell’atletica dal 1935 al 1948, anno in cui partecipò alle Olimpiadi di Londra nei 400 hs, continua a collezionare “tricolori”. È accaduto in occasione dei suoi 90 anni, quando ha conquistato il titolo italiano Master con il getto del peso che lui, prosaicamente definisce “buttare la bala”. A 50 anni il salto in alto. A 80 arrivano i lanci, passando per i campionati italiani, europei e un mondiale.
Ora il nuoto. Una disciplina che lo stilista aveva praticato già a 13 anni. «Era il 1934 - ricorda - vinsi i 100 metri a dorso ai Campionati provinciali di Zara. Quest’anno sono campione italiano dei veterani». Ma l’oro coi 50 a dorso non è il primo: già nel 2009 ai Master disputatisi a Riccione lo stilista trionfò nella categoria M85 con il tempo di 1 minuto, 26 secondi e 81 centesimi. «Sì questo per me è il secondo oro - osserva -: dove vado faccio oro, oppure niente». Quest’anno Missoni ha dovuto rinunciare all’atletica, il suo cavallo di battaglia: «Roba seria - aggiunge -. Ai mondiali di Riccione per la prima volta giunsi secondo. Diecimila iscritti. Certo, di over 80 e over 90 ne restano pochi e sono molto più scarsi di me. L’importante è che io sia in gara». Con il nuoto ha debuttato da ragazzino e con il nuoto s’è ripreso le sue soddisfazioni: «Il fatto è - spiega lo stilista - che a gennaio ho avuto problemi alla schiena, una vertebra incrinata. Ho subito un intervento chirurgico. La cura: ginnastica in acqua calda e nuotare a dorso. Devo anche camminare. In piscina, a casa mia, mi sono così cimentato: 20 minuti, fino a un’ora al giorno. Fa bene alla schiena. Casa mia è una palestra: mi muovo ogni mattina, passeggio, faccio tennis, anche la ginnastica respiratoria. A Sumirago, in provincia di Varese, è un paradiso: apro le finestre la mattina e vedo il Monte Rosa... Sono qui da 40 anni, tutto casa e bottega». Poi i Campionati a Bari. «Ora mi preparerò per il prossimo anno. Ma sarà l’atletica». Voglia di agonismo? Lui sorride: «È un piacere muoversi, ti senti meglio, anche la testa funziona meglio. Gareggio per sentirmi bene. Ai Master mi diverto, incontro gli amici. È un bel passatempo». Una soddisfazione per la moglie Rosita... «Anche lei nuota, e come nuota: in estate, in Dalmazia, andiamo a pescare i dondoli. Va giù con la maschera da sub che è un piacere. Quando va a funghi, poi, non si ferma più. I Master li vincerebbe ad occhi chiusi».

 

469 - Difesa Adriatica - Agosto Settembre 2012 Mailing List Histria a Pisino per il XII Raduno
Mailing List Histria a Pisino per il XII Raduno
Consegnati agli studenti i premi del concorso dedicato alle scuole italiane
Si sono svolti a Pisino, sabato 19 e domenica 20 maggio scorsi, il XII Raduno della Mailing List Histria, ospitato dalla locale Comunità degli Italiani, e la cerimonia di premia­zione dei ragazzi delle scuole con lingua d'insegnamento italiana della Croazia e della Slovenia, nonché di quelli che la studiano ai corsi promossi dalle Comunità degli Italiani delle località che non hanno scuole italiane (incluse la Dalmazia e il Montene­gro). Si tratta di una gara letteraria che il gruppo organizza da dieci anni a questa parte in collaborazione con l'Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo e con vari enti e organizzazioni, tra le quali i Liberi Comuni di Fiume e di Pola in esilio, l'Associazione per la Cultura fiumana, istriana e dalmata nel Lazio, del periodico "Istria Europa", del Comitato Anvgd di Gorizia e dell'Associazione Culturale Istriani-Fiumani-Dalmati del Piemonte. E con il contributo del Cdm di Trie­ste per la stampa della pubbli­cazione che raccoglie i lavori premiati dell'edizione prece­dente.
Un concorso che si fa vale­re ogni anno sempre più gra­zie alla collaborazione con le scuole e con le Comunità de­gli Italiani che vi partecipano numerose ed entusiaste tanto che questa edizione ha visto la partecipazione di ben 321 alunni, con 174 elaborati, 158 giunti dalle scuole elementari e 16 da quelle medie superio­ri, più un'altra decina di temi giunti dalle località del Montene­gro. Il difficile compito di valutare gli elaborati e di stilare una classifica è toccato anche quest'anno alla commissione di valu­tazione presieduta da Gianclaudio de Angelini e composta da Maria Luisa Botteri, Giuliana Eufemia Budicin, Adriana Ivanov Danieli, Antonio Fares, Ondina Lusa, Sandro Manzin, Mauro Mereghetti, Patrizia Pezzini, Mirella Tribioli; membri esterni Walter Cnapich, Maria Rita Cosliani che hanno svolto il pre­zioso compito dell'organizzazione logistica, oltre ai padri nobili Axel Famiglini e Giorgio Varisco.
A salutare i presenti in apertura della manifestazione è stato pure il presidente della Giunta esecutiva dell'Unione Italiana, Maurizio Tremul, che ha portato ai convenuti anche i saluti del presidente dell'Ui e deputato al Sabor della Cni, Furio Radin e quelli del Console generale d'Italia a Fiume, Renato Cianfarani, entrambi purtroppo impossibilitati a partecipare. Il presidente nazionale dell'ANVGD, Rodolfo Ziberna, e Kristian Knez hanno pure fatto pervenire i loro saluti riconfermando la loro calorosa vicinanza.
Tremul ha rilevato che quella promossa dalla Mlh è una splendida tradizione, che coinvolge ogni anno sempre più giovani che hanno la possibilità di dimostrare il loro grado di pa­dronanza della lingua di Dante ed i bei dialetti istriani e dalmati.
Prima dell'inizio della cerimonia di premiazione dei ragazzi che hanno vinto l'edizione 2012 del concorso è stato letto un messaggio di saluto e di augurio per il successo dell'iniziativa giunto da parte del presidente del Senato, Renato Schifani. A salutare i partecipanti alla gara e tutti i graditi ospiti è stata pure la presidente della Comunità degli Italiani di Pisino, Graziella Paulovic
La giovane Ines Kovacic Drdnic ha porto il suo saluto in qua­lità di vice-sindaco di Pisino e di direttrice del costo misto "Ro-zenice", che ha intonato il Va' pensiero (con tutto il pubblico in piedi) e altri due canti in italiano, fra scroscianti applausi. Quindi il piccolo dei bambini della Ci ha cantato altri motivi istro-veneti, suscitando viva simpatia.
proposte per nuove sinergie
Di seguito un intervento musicale e poetico, di Mario Fragiacomo e Gianclaudio de Angelini, suggestivo e intenso. Nel corso della cerimonia è intervenuto anche il gen. Silvio Maz-zaroli che ha consegnato i due premi speciali del Libero Comune di Pola in Esilio. Alla giornalista dell'"Avvenire", Lucia Bellaspiga, è stato conferito il premio «Amico della Mlhistria». Olga e Carlo Milotti, venuti col treno da Pola, hanno testimoniato quanto sia­mo affratellati, nonostante i colpi dell'avversa fortuna.
Dopo la premiazione dei ragazzi e il pranzo conviviale, l'in­contro è proseguito con il dibattito dedicato al tema «Insieme per vivere»: idee per la creazione di nuove sinergie in seno alla comunità giuliano-dalmata all'indomani della caduta dell'ultimo confine con la Croazia. Fra i convenuti, Franco Biloslavo e Mari­no Gambozzi.
Il sabato precedente, nella sede della Comunità degli Italia­ni di Pisino, si era svolta invece la presentazione della collana di testimonianze «Chiudere il cerchio», progetto promosso da Guido Rumici e Olinto Mileta Mattiuz per iniziare una più arti­colata ricerca sul tema della società giuliana e dalmata nella spe­ranza che contribuisca a comprendere meglio il clima in cui si viveva prima dell'esodo. Mentre la giornata della domenica era incominciata con la Messa in italiano, celebrata dal parroco di Pisino nel duomo di San Nicolò, presenti anche alcuni pisinoti residenti e la presidente della Ci, Graziella Paulovic, tramite per l'iniziativa.
Eufemia Giuliana Budicin

 

470 - Brescia Oggi 25/07/12 Dall'Istria alla Scala e al Kenya i nuovi alfieri della Serenissima
II riconoscimento culturale all'ecologista, al musicista emergente e a due custodi delle nostre vere tradizioni
Dall'Istria alla Scala e al Kenya i nuovi alfieri della Serenissima

Premio Masi Civiltà Veneta a Kuki Gallmann, paladina della natura africana, Andrea Battistoni, il più giovane direttore nel tempio dell'opera, Giovanni Radossi, faro di Rovigno, e Gian Antonio Stella, penna anti-casta


Adamo Dagradi

L'ecologista dell'Africa, il nipo­tino di Toscanini, il faro di Rovigno, la penna anti-Casta: a ognuno di loro si può applica­re il motto di Sandro Boscaini, «prima saver far, dopo far sa­ver».
E l'hanno fatto sapere in tutto il mondo, cosa sa fare la civiltà veneta. Così hanno me­ritato il premio di cui da 31 an­ni è sponsor «mister Amare­ne». Perché «il vino», spiega Bo­scaini, «ha il pregio di far cono­scere la nostra eccellenza a tut­to il mondo, ormai con 160 pre­miati. Il Triveneto è ricchissi­mo di personalità, è meravi­glioso vedere quanti si distin­guono in ambito artistico, scientifico ed economico».
I premiati di quest'anno, de­signati dalla giuria presieduta da Isabella Bossi Fedrigotti, giornalista e scrittrice, sono personalità della musica, del­la stampa, testimoni coraggio­si in difesa della cultura italia­na in Istria e della natura in Africa.
La più famosa tra que­sti alfieri di una civiltà che fu detta Serenissima è Kuki Gall­mann, trevigiana, figlia dello scrittore Cino Boccazzi. A lei va il premio internazionale Grosso d'Oro Veneziano, dedi­cato all'impegno umanitario. Trasferitasi in Kenya nel 1972, da allora è impegnata nella lot­ta per salvare la natura e i po­poli di quel paradiso sfortuna­to. Una vita avventurosa, se­gnata anche dal dolore: le bat­taglie contro i predatori di zan­ne, la perdita del figlio e del marito. Ha raccontato la sua storia in romanzi e racconti, il più famoso dei quali, Sognan­do l'Africa, è diventato un film con Kim Basinger. Kuki Gall­mann in questi giorni ha ripre­so la guerra contro i bracconie­ri che fanno strage di elefanti nelle riserve kenyote. Posta quotidianamente le tappe del­la sua battaglia sul sito www. gallmannkenya.org dal quale si può accedere a quello della sua fondazione per la ricerca, l'educazione e la conservazio­ne dei beni ambientali: il Gall­mann Memorial Found.
IL PIÙ GIOVANE dei premiati è Andrea Battistoni, venticin­quenne violoncellista e diret­tore d'orchestra. Adottato dai verdiani di Parma, dove lo chiamano «il nipotino di To­scanini», perché come lui diri­ge tutto a memoria, con le le Nozze di Figaro in aprile è di­ventato il più giovane in 200 anni di storia a dirigere un'opera alla Scala di Milano.
Sarà sul podio in Arena per la Turandot nella stagione in cor­so e speriamo di vederlo far musica anche al Filarmonico il 29 agosto, alla serata in cui riceverà con gli altri il Premio Masi: magari nell'esilarante cabaret che sa fare con i suoi amici del B-Side Trio. «Il lato B della musica...» Sì, perché ha 25 anni e l'orecchio assolu­to, ma non se la tira: Non è mu­sica per vecchi, titolo del libro che ha pubblicato quest'anno per Rizzoli.

IL PIÙ ANZIANO dei premiati è Giovanni Radossi, classe 1937. «Il faro dell'italianità d'Istria», spiega Boscaini, «una terra che parla veneto da secoli, ma che le drammatiche vicende della seconda guerra mondiale lasciarono alla Jugo­slavia comunista di Tito». Poi sappiamo cosa accadde: le foi­be, la pulizia etnica. Non fu fa­cile salvarsi da esuli, non fu fa­cile restare da italiani che ri­vendicano la propria civiltà. Lo ha fatto Radossi, fondatore e da 50 anni direttore del Cen­tro di ricerche storiche dell' Unione italiana di Rovigno. Ha pubblicato 280 saggi, che vanno dall'arte veneta ai mer­cati di Venezia, alle tragedie del dopoguerra. Scritti pubbli­cati a suo rischio e pericolo quando in epoca titina simili iniziative erano un'aperta sfi­da al regime. «Oggi ha passa­porto croato», dice Boscaini, «ma di più veneti di lui, non saprei trovarne.»

Veneto doc, per dirla in termi­ni enologici, è l'altro premia­to, il vicentino Gian Antonio Stella, editorialista del Corrie­re della Sera e autore, assieme a Sergio Rizzo, del bestseller La casta (Rizzoli). Sottotitolo drammatico: Così ipolitici ita­liani sono diventati intoccabi­li. Fa più scalpore del successo in libreria — 1.200.000 copie vendute dal 2007 a oggi — la valenza profetica. «Quelle in­tuizioni sui mali dell'Italia si stanno confermando», consta­ta Boscaini.
Per il 2012, infine, il premio internazionale Civiltà del Vi­no va all'accademia londinese Masters of Wine, «forse il cor­so di studi più duro al mon­do», spiega Boscaini. «Solo 280 iscritti, nessun italiano. Non si sono mai avvicinati con grande trasporto al nostro vi­no, guardano soprattutto alla Francia e alla California. Dicia­mo che la loro attenzione va at­tirata anche così». Portando Lynne Sherriff, che guida l'isti­tuto, nelle cantine Masi in Valpolicella, a firmare la botte d'Amarone dei vincitori. •

 

471 – Libero 25/07/12 Divisioni linguistiche - Dimmi come chiami la città e ti dirò chi voti
Divisioni linguistiche
Dimmi come chiami la città e ti dirò chi voti
Alto Adige o Sudtirolo? Croazia o Dalmazia? Ecco una piccola guida per conoscere
i nomi italiani di regioni e località. Per dimostrare un po` d`amor patrio anche parlando
CAMILLO LANGONE
Facciamo un piccolo test, di quelli da sala d`aspetto o da ombrellone: come la chiamate la provinciadi Bolzano? Alto Adige oppure Sudtirolo? Il test, com`è ovvio, non è per nulla innocente e la risposta non è neutrale bensì ricca di connotazioni politiche: se dite Alto Adige siete di destra, se dite Sudtirolo siete di sinistra. E se usate entrambe le dizioni,barcamenandovi un po` opportunisticamente a seconda dei casi e degli interlocutori, è probabile che siate di centro e che abbiate trasferito nella toponomastica la «politica dei due forni» inventata da Andreotti e oggi rispolverata da Casini. A chi non condivide questa mia interpretazione ricordo che, come sempre, parlo di destra e di sinistra più dal punto di vista culturale che elettorale. Chi dice «Sudtirolo» e proviene da Forza Italia o Alleanza Nazionale (oggi, forse ancora per poco, Pdl) è chiaro che soffre di qualche problema minore di connessione tra la bocca con cui parla e la mano con cui traccia la croce sulla scheda. Dire Alto Adige è orientarsi verso l`Italia, lungo il fiume che porta a Trento e a Verona: una persona di lingua madre italiana non può che usare questo termine, se appunto non vuole tradire sua madre, la sua lingua e se stesso. Dire «Sudtirolo» è viceversa orientarsi verso il Tirolo ossia verso l`Austria: se lo dice herr Franz lo trovo del tutto naturale, ma se a farlo è il signor Francesco ecco che percepisco una sgradevole stonatura.
Il servilismo dell`Idv
Della faccenda ne parla lo scrittore altoatesino Alessandro Banda nel suo Due mondi e io vengo dall`altro (Laterza, pp. 104, euro 12): «Uno di destra non avrebbe mai detto, a nessun costo, Sudtirolo, mentre uno di sinistra preferiva quest`ultima dizione e usava Alto Adige solo con i turisti. Oggi non è più così, o almeno mi pare" A Banda gli pare relativamennte male: a tutt`oggi sul sito del Pdl provinciale,tra le facce di Berlusconi e della Biancofiore, campeggia solitaria la scritta «Alto Adige» mentre Pd, Sinistrae libertà e Movimento 5 Stelle,pur se composti quasi esclusivamenteda italofoni, optano per lo zelantebilinguismo «Alto Adige/Siidtirol» con tanto di puntini sulla u. Il massimo del servilismo viene espresso dall`Italia dei Valori, che addirittura capovolge i termini e mette «Siidtirol» al primo posto. Evidentemente fra i valori sbandierati dal partito di Di Pietro (capeggiato in loco da un «maresciallo Pasquale Di Domenico» che non credo possa vantare origini teutoniche) ne manca uno: l`italianità.Il problema sollevato dal piccolo test politico -toponomastico non è locale ma nazionale: gran parte dell sinistra italiana, da sempre odall`ultima guerra mondiale, durante la quale i partigiani comunisti sparavano addosso ai connazionali in nome di Unione Sovietica e Iugoslavia,è allergica alla patria. Forse è addirittura un problema continentale: a leggere George Orwell, la mancanza di patriottismo è un tratto caratteristico di coloro che l`autore
della Fattoria degli animali definiva «i conigli lessi della Sinistra». Ma in Inghilterra questo è (o forse era) un fenomeno elitario, intellettuale,mentre da noi l`esterofilia ha dimensioni di massa. Quando l`ideologia passa il testimone all`ignoranza si apre un vuoto storico-geograficoall`interno del quale la nizzarda Mentone può diventare Menton, l`isola di Cavallo (in Corsica) può diventare Cavallò e, soprattutto, la Dalmazia può diventare Croazia. Ecco un`altra domanda che sembra da spiaggia ma non lo è: come chiamate la città natale di Ottavio Missoni? Ragusa o Dubrovnik? State attenti a come rispondente perché c'è il rischio che il grande stilista venga a sollevarvi per le orecchie...
Ragusa sotto la lana
E se vi ostinate a confondere la Ragusa dalmata con la Ragusa sicilianapotreste trovarvi seppelliti sotto una montagna di lana colorata. Risalendo la costa adriatica come chiamate la città dove morì l`imperatore Diocleziano e dove crebbe Raimondo Vianello? Spalato o Split? Maurizio Maggiani, scrittore che si definisce anarchico ma è di un conformismo raro, ha dichiarato: «Mi piace Spalato - e so che si dovrebbe dire Split, e mi vergogno perché non mi viene subito da dirlo». Essere di sinistra significa anche questo: vergognarsi della propria lingua. Quest`estate, per motivi che mi sfuggono, sta vendendo parecchio Fulvio Ervas con Se ti abbraccio non aver paura. Non so come lapensi politicamente, ma da come la pensa toponomasticamente deduco che pure lui abbia l`Italia in gran dispetto. In un articolo uscito sulla Stampa racconta un viaggio dalmata con abuso di consonanti e carenza di vocali: Pag anzichéPago, Krk e Cres invece diVeglia e Cherso, isole descritte da D`Annunzio nella Canzone del Quarnaro che bisognerebbe rileggere, magari per imparare come si scrive. A proposito, come chiamate la città dannunziana per eccellenza? Fiume o Rijeka? Spero che, almeno per rispetto alla martoriata comunità italiana che ancora ci vive, a nessuno venga in mente di rispondere con il secondo termine. Eppure, come ricorda lo scrittore francese Michel Houellebecq, «i partiti dell`ultrasinistra sono votati da masochisti astiosi» e allora ci sarà senz`altro, da qualche parte, un vendoliano che gode come un riccio a dire Rijeka. Grazie a Dio però non lo conosco.

 

472 - La Nuova Voce Giuliana 16/07/12 Una pagina di storia del capodistriano Nazario Gallo
I Nostri grandi . . .
Una memoria che è un messaggio
Una pagina di storia del capodistriano Nazario Gallo
Ci è stata affidata una pagina di Storia: è quella contenuta nell'Album del capodistriano Na­zario Gallo.
L'Album vede la luce nel 1857, stampato dalla tipografia Weiss di Trieste. È il tempo del ritorno in Istria dell'Austria con il governo poliziesco del principe Metternich, principale uomo politico austria­co in Europa, quando, dopo la pa­rentesi napoleonica, sui troni degli Stati europei ritornano le vecchie teste coronate. In Italia è il tempo delle guerre di indipendenza.
A Capodistria e nelle altre citta­dine istriane con la maggioranza in quelle della costa, l'idea di un'Italia unitaria di cui far parte, si fa strada e trova subito una risposta positiva.
Esce, a cura di Nazario Gallo, un Album che ne è la testimonian­za. È un ponderoso volume anto­logico (lo segnalo perché lo con­servo) nel quale trovano ospitalità studiosi illustri istriani, ma anche italiani dell'epoca, contemporanei di Nazario Gallo che ne è l'autore e il curatore.
Non è, bisogna sottolinearlo, solo una risonanza emotiva detta­ta sul momento dall'amore per la patria italiana. È una memoria re­ale e storica di un'Istria italiana. Vi sono raccolte le tappe della storia delle cittadine italiane, esplorate anche nella loro genuina vivacità con immagini colte dalla lente di un illustratore attento quale era il Nazario Gallo, all'epoca anche uno studioso dell'impiego del sale ma­rino prodotto dalle saline istriane nell'industria.
Nell'album ci sono anche del­le preziose incisioni in acciaio su disegni di artisti contemporanei e affermati. Del Tomaselli, un af­fermato studioso nel campo delle lettere, critico letterario, c'è "l'e­silio di Dante", che, oggi, per noi condannati all'esilio permanente, è un incancellabile simbolo lette­rario. Non manca, poi, in questa esposizione, il severo volto del capodistriano Rinaldo conte Car­li (1720-1795), l'economista e il giurista giustinopolitano. Racco­glieva grande fama, non solo in Istria, come professore, magistrato,
economista, letterato e cittadino.
Non manca una raccolta di po­esie, di prose, studi di letteratura e storici.
Tra le città citate apre la rasse­gna Trieste, la città alla quale l'o­pera è dedicata perché "città dei traffichi delle arti e delle lettere / animatrice cospicua / nel 1854 / soccorse / le affamate popolazio­ni dell'Istria" (sul finire del 1853 e agli inizi del 1854, una indegna speculazione economica per ragio­ni militari aveva fatto salire il prez­zo dei cereali riducendo gli istriani alla fame. Il soccorso era arrivato da Trieste). Del risveglio naziona­le, come è riportato nell'Album, si era fatto un interprete particolare il professore Vincenzo De Castro d'I­stria, un piranese soprannominato il "Patriarca dell'Irredentismo".
Questa breve disquisizione sull'antenato di Nello San Gallo, che ce lo segnala, e che ringrazia­mo sentitamente, dà un po' il conto di quello che era l'Istria e, qui in particolare, Capodistria. E bello, per chi è venuto dopo, sapere di tante opere illustri, di tanti perso­naggi che erano diventati grandi e si spendevano per aumentare e divulgare la conoscenza delle let­tere, delle arti, dell'architettura, dell' industria e delle mille altre branche del bello e del giusto...
Ho tagliato arbitrariamente l'ultima riga, il caro sig. Nello me lo perdonerà, perché avrebbe tolto (in cauda venenum - il veleno nel­la coda) tutta la dolcezza del suo scritto, dolcezza che è invece ritor­nata di lì a poco, con alcune con­siderazioni su Pirano e il Tartini, che chiudono questo editoriale e che mi paiono confermare l'urgen­za di ricordare, a sé e agli altri, le cose belle della nostra terra, nella convinzione che, per dirlo con le parole di Dostoevskji, "la bellezza salverà il mondo". Senz'altro ciò è vero per le terre dell'Adriatico orientale per secoli connotate da una quieta e laboriosa italianità.
Ho letto [sulla Nuova Voce Giuliana] "Sono di Pirano" di Sil­va Bon, che racconta il desiderio irrealizzato di Elsa Fonda, i suoi documenti fotografici e le sue Capodistria, acquerello di Aldo Raimondi testimonianze su Pirano, una ri­membranza, questa, della "picco­la, grande città di Tartini". Noi di Capodistria la si raggiungeva in bicicletta e si sostava, riverenti, in "piasa" dove c'è il monumento a Giuseppe Tartini.
Nato a Pirano, il grande musi­cista, l'8 aprile del 1692, è stato il più acrobatico virtuoso, intorno al­la metà del '700, del violino. Il suo suono era dominato da un'esalta­zione quasi infuocata, concentrata nella famosa sua "Sonata del dia­volo", il "Trillo" o "Terzo suono" da lui eseguito dopo un sogno nel quale aveva incontrato il diavolo.
Mi sono chiesto spesso perché non vengono eseguite più spesso le musiche di questo eccezionale compositore, così noto e allo stes­so tempo così ignoto. A Padova c'è l'Accademia Tartiniana che do­vrebbe programmare dei concer­ti, trasmessi dalla televisione, con la partecipazione, secondo il mio desiderio, di Uto Ughi di Isola d'I­stria, un altro, oggi, grande e cele­bre nostro violinista.
Insieme ai saluti troviamo an­che "un ricordino della mia Capo-distria: eseguito da Aldo Raimondi quando ero più giovane, esecuzio­ne alla quale ho assistito". La met­tiamo a corredo di questa pagina, grati.
Chiara Vigini

 

473 – Il Giornale 25/07/12 A Veglia, gioiello dell'Adriatico domina ancora il Leone dei Dogi
A Veglia, gioiello dell'Adriatico domina ancora il Leone dei Dogi
Dora Ravanelli -
Un leone si aggira su Veglia (Krk), l'isola più grande insieme alla vicina Cherso tra le 1165 censite lungo la costa della Croazia, Mare Adriatico. Non fa paura: ha una zampa alzata e, accanto, il Vangelo. Per gli italiani un'icona familiare, quella della Repubblica veneziana dei Dogi. A due ore di auto da Trieste, collegata alla terraferma da un ponte, l'isola si scioglie in un mare trasparente scomponendosi in un caleidoscopio di baie, cale e insenature verdi tagliate da sciabolate di fiori viola, rossi, gialli; rocce grigie e rossastre; spiagge di sabbia o ghiaia bianche e avorio. Perfette per una navigazione a vela, per ogni sport acquatico o quieta balneazione fino a un'estate che già trascolora nell'autunno. L'interno dispiega paesaggi lussureggianti, aree con muretti a secco, villaggi di fascino. Il capoluogo, Veglia, è avvolta da mura. La torre di guardia ha l'orologio che, per errore, indica le ore 4 con il numero romano IIII anziché IV; la porta di Mare, il leone. I quattrocenteschi bastioni e il castello sono della casata dei Francopane, guerrieri e mecenati, che hanno irrorato i territori della loro pluricentenaria presenza: non c'è opera d'arte o militare che non sia riconducibile a loro (o ai veneziani). Il Bar Volsonis, un ingresso anonimo, è un giacimento stratificato di vari periodi: mura dal IV sec. a.C. in poi, un remo di galea della battaglia di Lepanto, un lavatoio medievale…distribuiti in più ambienti e nel giardino retrostante. Merita almeno il tempo di un caffè. Ulica Strossmayera è la via principale, a lastroni, con case basse, stucchi, portoncini e grate da cui s'intravvedono patii e giardini, mentre fichi sovrastano i muriccioli ombreggiando i vicoli. I gatti la fanno da padroni. Tra i negozi, invasi di paccottiglia, da segnalare Krcanka, ceramiche zoomorfe e brocche; Fortis, ancora ceramiche più la collezione di reperti romani del proprietario. Mariolina produce la pasta di grano duro surlice, più altri 16 tipi. Eccellente l'olio d'oliva venduto nel negozio Nono (16-22 euro). Grande concentrazione di arte nel quadrilatero che abbraccia la cattedrale, il castello Francopane, l'arcivescovado e la chiesa romanica di S. Quirino, che è anche scrigno museale. Fuori delle mura, giardinetti, il porticciolo con barche all'ancora, spiagge, ristoranti, asini rassegnati a farsi cavalcare da bimbi fin troppo entusiasti. Delizioso l'Hotel Marina, 10 camere vista mare, acciaio, moquette bordeaux e bianca (da 80 euro a persona, www.hotelikrk.hr). Si cena nel dehors pieds-dans-l'eau con piatti di pesce. Puntando a est, tra querce e macchia mediterranea in costa, Punat sorge sull'omonima insenatura con il porto turistico più grande dell'Adriatico. Lungomare alberato e ricco di negozietti. Si dorme all'Hotel Kanajt, immerso in un oliveto (doppia da 110 euro). In pochi minuti di barca, l'isolotto di Kosljun: un convento francescano; il museo etnografico; la chiesa con la più grande tela a olio della regione; la biblioteca con 30mila volumi; la tomba dell'ultima Francopane, Caterina; steli con scrittura paleoslava, la glagolitica, introdotta da Cirillo e Metodio; un giardino botanico. La baia di Stara Baska, rocce e calette, è incantevole. Oltre, ecco Baska, alle spalle una vallata verde di salvia (ottimo il miele) chiusa da alture glabre. La cittadina accoglie con un acquario che non ti aspetti: 21 vasche con oltre cento specie. E poi case di pescatori strette tra loro e palazzi specchio di nobiltà, barche all'ancora, una lunga spiaggia (da evitare in agosto), trattorie con pergolato come Francica o Cicibela (rospo con tartufi di mare e scampi in padella, 45 euro in 2). Verbenico (Vrbnik) scivola a picco nel blu dal colle roccioso su cui è edificata: case di pietra e stradine, tra cui quella annoverata come la più stretta del mondo, 42 cm, Grskovicev prolaz. Due le perle: la chiesa del '300 con manoscritti glagolitici e un ristorante formidabile per la posizione vista mare e la cucina, il Nada della famiglia Juranic. Antipasti di pesce, surlice con scampi, rana pescatrice e crostacei alla griglia: 27 euro. Si beve il vino bianco della zona, zlathina, e il rosso brajda. Sulla punta nord Castelmuschio (Omisalj) è l'abitato più antico, su uno sperone che domina il golfo del Quarnaro. L'isola pedonale accoglie il Museo del costume, palazzi in pietra, la piazza Dunaj con case gotiche e romaniche, chiese del Mille con statue di lupi, santi e diavoli. Illuminate dalla luna, Fiume e Abbazia baluginano a un passo da qui, sulla terraferma. (Turismo di Veglia, www.tz-krk.hr, tel. +385.51.221414; Turismo croato, www.croatia.hr).

 

474 - La Voce del Popolo 24/07/12 Cultura - Dizionario del dialetto umaghese: La forza unificante della parlata locale
RECENSIONE DI KRISTJAN KNEZ - UN PICCOLO MA SIGNIFICATIVO DIZIONARIO SUL DIALETTO EDITO DALLA «FAMIGLIA UMAGHESE»
La forza unificante della parlata locale
Il vernacolo ha saputo attrarre anche persone di diversa provenienza, che oggi lo parlano senza difficoltà
TRIESTE – Alla fine dello scorso anno, su iniziativa della “Famiglia Umaghese”, associazione aderente all’Unione degli Istriani di Trieste, è uscito il volumetto “Piccolo dizionario del dialetto umaghese”, che in una sessantina di pagine annota la parlata della località istriana. Nella cittadina costiera si parlava e si continua a comunicare, sebbene il vernacolo sia utilizzato in minore misura rispetto al passato, in un dialetto di matrice veneta, le cui origini si perdono nella notte dei tempi e preesistente alla dominazione della Serenissima. La sua valorizzazione, anche attraverso l’edizione di opere che registrino e trasmettano quella che è parte integrante della collettività umaghese – nel caso specifico –, di ieri e di oggi, residente o sradicata dal suo contesto naturale, è un’operazione intelligente e di notevole valenza.
La compilazione, che non ha alcuna pretesa linguistica, come si avverte, è nata dal desiderio di far conoscere ai più giovani “(…) che non hanno avuto la possibilità di assaporarla de auditu, l’armonia del dialetto parlato da nonni e bisnonni”. Il recupero delle caratteristiche tipiche della popolazione di un determinato territorio, e il dialetto occupa indubbiamente un posto di rilievo, è importante, specie in questo momento storico, poiché, sotto l’effetto della globalizzazione, le identità locali rischiano di scomparire, laddove non esista una chiara e concreta politica culturale, concepita su solide basi scientifiche.
Piero Delbello: «Suggestiva raccolta di lemmi»
“Risulta suggestivo e determinante l’aver individuato e raccolto tale quantità di lemmi poiché ciò comporta un tentativo di conservazione di una parlata oggi chiaramente in disuso sia per la permanenza in loco molto ridotta di parlanti originari – e di ciò è causa il massiccio esodo del dopoguerra che ha coinvolto, come in tutto il resto dell’Istria, anche, e forse in misura maggiore che altrove, gli umaghesi autoctoni – che per la dispersione forzata che gli esuli hanno avuto non solo in Italia, ma anche negli angoli più remoti del mondo. Nello sradicamento dall’humus originario sta il dramma della più difficoltosa conservazione di usi, costumi, tradizioni ed, anche, della parlata”, evidenzia Piero Delbello nella presentazione.
I profondi cambiamenti che hanno investito l’Istria e l’assottigliamento della presenza italiana, la prima che utilizzava il dialetto romanzo nella vita quotidiana, dopo un esodo che ha letteralmente spopolato anche quell’angolo della regione, e la modernizzazione che ha investito tutto e tutti, con il conseguente declino di alcune attività tradizionali, hanno inevitabilmente contribuito al depauperamento della parlata locale.
Quest’ultima, però, ha resistito grazie soprattutto, alla campagna, il contesto cioè in cui il dialetto istroveneto si è conservato maggiormente e quindi ha continuato a svolgere quel ruolo di vettore comunicativo; ed essere ancora quella lingua franca, usata dalle varie anime indigene, a prescindere dalla loro appartenenza nazionale e dalla lingua madre. Proprio così, esso ebbe, difatti, la forza di unire. Inoltre, il dialetto romanzo non è scomparso anche grazie alla componente slava autoctona.
La testimonianza più genuina e verace della nostra penisola
Chi non conosce le peculiarità dell’Istria considererà quest’asserzione un paradosso, ma non lo è. Quel dialetto stesso è tuttora riconosciuto come parte integrante del suo essere, nella cui parlata sono entrati centinaia di termini e di espressioni. Taluni lemmi, andati magari in disuso presso la popolazione italiana, lì persistono. Possiamo considerarla la testimonianza più genuina e verace della penisola in cui viviamo. Questo è un aspetto che meriterebbe maggiore attenzione e ci aiuterebbe a comprendere le dinamiche che hanno permesso la conservazione di una lingua profondamente abbarbicata a questa terra.
In più, rappresenta uno spunto per una riflessione che superi la questione dei nazionalismi contrapposti. Se i funesti accadimenti del secondo dopoguerra smembrarono la comunità italiana, disperdendola ai quattro venti, riducendola in loco a sparuta minoranza, il dialetto non è venuto meno. La situazione non è proprio idilliaca; al tempo stesso, però, non vogliamo trasmettere considerazioni catastrofiche. La parlata locale è ancora fluida, è viva, non si è cristallizzata, perciò è soggetta a influenze, e, cosa ancora più importante, viene trasmessa alle nuove generazioni.
È proprio nel Buiese e nell’Umaghese che il vernacolo non può essere considerato una sorta di “merce rara”; i giovani, compresi gli adolescenti, lo parlano, non solo con i propri nonni, ma anche tra di loro in comitiva. E questo è più che positivo. Anzi, il dialetto ha saputo attrarre anche persone di diversa provenienza, le quali, alcune quasi perfettamente altre meno, hanno assorbito il dialetto – sovente dovendo acquisirlo perché era l’unico modo per relazionarsi con gli abitanti locali – e oggi lo parlano senza problemi.
Un «colpo di grazia» dal... triestino
Sono i corsi e i ricorsi della storia. D’altra parte qualcosa di simile si era verificato anche tra il XVI e il XVII secolo, quando la zona fu interessata dalla colonizzazione veneziana tesa a ripopolare le aree pressoché spopolate a seguito dei flagelli delle malattie. Malgrado l’arrivo di genti provenienti da vari contesti, in breve tempo queste s’integrarono alla nuova realtà e acquisirono la parlata istroveneta.
Nell’introduzione, firmata da Marino Bonifacio, attento studioso di onomastica cognominale, nonché competente conoscitore dei dialetti romanzi istriani, autore di importanti studi sull’argomento, questi spiega alcune caratteristiche della parlata umaghese. Essa, pur avendo subìto l’influenza secolare del veneziano, conserva ancora innumerevoli caratteri propri, sebbene il vocalismo umaghese segua il modello veneziano. Lo studioso piranese avverte ancora che “il colpo di grazia ai dialetti veneto-istriani con vocalismo storico di tipo veneto e toscano, viene naturalmente dato dal triestino, unico dialetto italiano a non avere la distinzione vocalica tra e/o chiuse e aperte (…)”.
Peculiarità documentate
Nel dizionario, compilato da Luciana Melon, comunque, ritroviamo non poche locuzioni di chiara derivazione istriana, vale a dire non comuni al triestino o ad altri dialetti dell’area veneta. Si tratta di peculiarità documentate, che testimoniano l’esistenza di differenze che oggi, in molti casi, difficilmente si distinguono. Bonifacio evidenzia che “(…) l’italiano schizza (comincia a cadere qualche schizza di pioggia) detto a Trieste schiza, a Umago diventa schìssola o schissoléa con la desinenza –éa, come a Pirano (ove già nel 1456 abbiamo ordinéa “(egli) ordina”), un tempo comune a tutti i dialetti istriani”.
La pubblicazione è corredata da foto d’epoca e dalle vignette di Paolo Marani, artista triestino noto al pubblico soprattutto per i suoi disegni, proposti in chiave satirica, pubblicati su “Il Piccolo”, quotidiano con il quale collabora da più di vent’anni. Questi ha sviluppato delle simpatiche immagini su alcuni pensieri e modi di dire tipici.

 

475 - Il Piccolo 22/07/12 Il grande arcipelago dell'orrore dove Tito faceva torturare i comunisti che amavano Stalin
Il grande arcipelago dell’orrore dove Tito faceva torturare i comunisti che amavano Stalin
Nel suo nuovo saggio “Il gulag in mezzo al mare” pubblicato dalla Lint di Trieste Giacomo Scotti racconta l’inferno di Goli Otok e degli altri lager jugoslavi
Molti italiani vennero picchiati e umiliati sull’Isola Calva dove i carcerieri erano uomini addestrati appositamente ma anche delinquenti


Quando il “giaguaro” Vidali tramava contro il Maresciallo. Gli amici di Mosca, i fedeli al comunismo sovietico, provarono a fare fuori Tito. Appoggiandosi a uno dei personaggi più carismatici e controversi del Pci triestino. Quel Vittorio Vidali, detto “il giaguaro”, che dopo la guerra di Spagna, sospettato di avere organizzato l’assassinio di Lev Trotsky, progettò un attentato contro il Maresciallo nel settembre del 1949. In pratica vennero sistemate delle mine sulle rotaie del tratto ferroviario Divaccia-Pola. Ma quando di lì passò il treno di Tito, il generale che comandava gli agenti della sicurezza militare venne informato da un pastore di movimernti sospetti attorno alla ferrovia. Le mine c’erano davvero, Tito si salvò proseguendo il viaggio in automobile.

di Alessandro Mezzena Lona

Erano comunisti, di quelli veri. E si illudevano che la Jugoslavia di Tito fosse uno dei paradisi socialisti che avevano sognato a lungo. Governati dalla giustizia, dalla solidarietà, dal rispetto verso gli altri. A risvegliarli fu l’incubo di Goli Otok. L’inferno di roccia e arbusti piazzato lì, nella corrente del Mare Adriatico, di fronte alla meraviglia dell’isola di Arbe. Uno dei campi di concentramento più disumani e feroci che la mente di qualche aguzzino abbia mai potuto immaginare. Erano comunisti, certo, ma stavano dalla parte sbagliata. Loro credevano nel Cominform, nell’Unione Sovietica del piccolo padre Stalin. In quel Verbo internazionalista che nel novembre del 1949 spedì all’indirizzo di Tito e della Jugoslavia una scomunica senza appello. Trattando l’eroe della Resistenza e la sua “banda” da «spie e assassini» che, secondo Mosca, non avevano disdegnato complicità con la Gestapo. Additando la via balcanica al socialismo come il più clamoroso esempio di deviazionismo.

Così, davanti a quei comunisti “cominformisti” si aprì il baratro delle condanne senza processo. La via verso l’Isola Calva, da cui moltissimi non fecero ritorno. Il calvario del “Gulag in mezzo al mare” che Giacomo Scotti racconta nel suo nuovo libro, pubblicato da Lint Editoriale di Trieste (pagg. 337, euro 18). E che, come sottolinea Predrag Matvejevic nella sua bella prefazione “Un libro, un autore”, non è semplicemente una riedizione aggiornata e arricchita del suo primo saggio, “Ritorno all’Isola Calva” del 1991. In cui, per la prima volta, lo scrittore nato vicino a Napoli, che vive tra Fiume e Trieste, stracciava il fittissimo velo di silenzio che aveva coperto gli orrori del gulag titoista. No, questa volta Scotti ha voluto scavare ancora più in profondità. Andando a raccogliere le testimonianze di chi, per lunghi anni, ha scelto la via del silenzio. Scandagliando i pochi libri autobiografici scritti da chi dall’inferno era riuscito a tornare. Mettendo assieme una mappa precisissima di quello che è stato, appunto, il gulag in mezzo al mare.

Perché oltre a Goli Otok, vennero trasaformati in lager altri posti come l’isola di Sveti Grgur (San Gregorio), Ugljan (nei pressi di Zara), Sremska Mitrovica in Serbia, Stara Gradiška e Nova Gradiška in Croazia, oltre a Bile„a in Erzegovina. «Un variegato arcipelago di terra e mare - scrive Matvejevic - nel quale si consumò per circa un decennio uno dei crimini più orrendi contro l’uomo: la sua distruzione fisica e morale, la sua trasformazione da uomo libero in schiavo». Ed è proprio in questo che il gulag jugoslavo si è differenziato dai lager nazisti, ma anche dai campi sovietici. Perché per ordine di Tito, e dei suoi strettissimi collaboratori, a Goli Otok si creò una terribile macchina per l’annientamento psicologico, prima ancora che fisico, di chi non era allineato con le idee del Partito. I comunisti che arrivavano sull’Isola Calva trovavano ad accoglierli uomini addestrati a fare di loro delle marionette. Veri e propri criminali, persone addestrate a picchiare, a estirpare da quei dissidenti le loro idee “cominformiste”. Le cifre non contano.

C’è chi parla di 60 mila, chi di 16 mila comunisti torturati nei gulag jugoslavi. Uomini e donne. Anche intellettuali come Ligio Zanini, l’autore del “Martin Muma”, e il poeta Ante Zemljar. Quel che ancora oggi lascia senza parole è il racconto delle torture bestiali inflitte ai prigionieri. Di cui nessuno aveva il coraggio di parlare. Nemmeno chi, sopravvissuto, ritornava prima o poi a casa. Storie che hanno trovato eco nei libri di Gianpaolo Pansa, in “Anima Mundi” di Susanna Tamaro, in “Alla cieca” di Claudio Magris, in un racconto di Federica Manzon pubblicato l’anno scorso dal “Piccolo”. Molti tra i prigionieri erano italiani. Qualcuno si era trasferito in Jugoslavia da Monfalcone, dal Friuli, per partecipare alla realizzazione del progetto jugoslavo. A Goli Otok venivano accolti dagli altri prigionieri, schierati in doppia fila, che li massacravano di botte. A quell’accoglienza bestiale seguiva la fame, la sete, le umiliazioni, l’assalto delle piattole. Una “cura” così estrema doveva servire a riportarli alla ragione, a ripudiare le loro idee. A dimenticare il sogno comunista, trasformandolo in incubo.
TESTIMONIANZE

E chi ritornava da quell’inferno non si sfogava con i suoi amici

Da “Il gulag in mezzo al mare” di Giacomo Scotti pubblichiamo l’inizio della prefazione di Predrag Matvejevic, per gentile concessione della casa editrice Lint.
di PREDRAG MATVEJEVIC
Non è la prima volta che m’incontro con i libri di Giacomo Scotti. Di alcuni ho scritto le prefazioni. Considerato uno dei più affermati scrittori e poeti bilingui della regione che abbraccia il Quarnero, l’Istria e la Venezia Giulia, è certamente anche uno dei più popolari scrittori fra le genti crate e slovene di quelle “terre di mezzo” a cavallo del confine orientale d’Italia. Frequentando Scotti da oltre quattro decenni e avendo consolidato negli anni una fraterna amicizia dovuta anche all’impegno comune in varie associazioni in difesa della libertà, so bene che nel periodo 1948-1953 - gli anni rievocati in questo libro - egli fu personalmente coinvolto come giornalista e come italiano negli eventi del Cominform.
Ma non cadde nella rete della repressione, e non conosceva quella rete dall’interno. A salvarlo furono alcune circostanze: arrivato in Jugoslavia diciottenne nel 1947, era rimasto fuori dalle cellule del Partito comunista jugoslavo, escluso dalle riunioni del partito, e “ignaro” di quanto in quelle segrete assisi avvenisse e si decidesse.
Al punto che abbracciava fraternamente e festosamente quei colleghi di lavoro nel quotidiano “La Voce del Popolo” di Fiume che dopo due-tre anni trascorsi ai lavori forzati, gli raccontavano di essere stati al “lavoro volontario” in regioni lontane della Jugoslavia, e ora venivano a salutarlo. Mentivano perché avevano dovuto giurare di mentire; lui credeva o fingeva di credere loro. Molti anni dopo - come tutti noi jugoslavi - scoprì, e fu il primo a scriverne sui giornali nel 1989 e primo a dirlo pure in un libro, quello che i suoi amici e compagni italiani avevano subìto insieme a decine di migliaia di montenegrini, bosniaci, serbi, croati e di appartenenti agli altri popoli della defunta Repubblica federativa. I tempi del Cominform erano ormai passati. Un anno dopo quelle prime rivelazioni fatte da Scotti sulle pagine dell’unico quotidiano italiano in Jugoslavia e del quindicinale “Panorama” che tuttora escono a Fiume, arrivò la conferma di Milovan Gilas. (...)

 

476 – La Voce del Popolo 21/07/12 Speciale - Mormorano, nido isolato e sospeso sulla campagna
Speciale
a cura di Mario Schiavato
UNA VISITA QUASI CASUALE IN UN ANTICO E POCO CONOSCIUTO PAESE DELL'ISTRIA ORIENTALE
Mormorano, nido isolato e sospeso sulla campagna
Mentre stavamo vagabondando per quella parte dell’Istria orientale poco conosciuta, diretti alla meravigliosa, vasta e selvaggia insenatura di Vallelunga, rimasta in gran parte intatta in quanto il turismo sembra non averla ancora scoperta, ci siamo imbattuti quasi per caso nell’antico paese e castello di Mormorano. Non è stato comunque facile trovare delle notizie di storici inerenti al paesino arroccato su un’altura. Nel suo “Terra d’Istria”, Luciano Lago annota soltanto: “Mormorano è un antico borgo fortificato e il suo nome deriva da Mons Marianus, del quale troviamo la prima attestazione notificata come Castrum Monte Mariano in un documento del 1150. (...) Ancor oggi la struttura originaria del vecchio centro, abbarbicato su un vasto sperone che domina la sottostante incisione carsica della Val Maddalena, è chiuso nella stretta cintura muraria, con le vecchie case addossate le une alle altre, e contrasta con quelle della villa – cioè con gli edifici sparsi isolati qua e là, aggiungiamo noi – e riprende chiaramente tutte le caratteristiche dei centri derivanti dalla nuova amministrazione...”.
Annota ancora l’autore: il paese “... si trova al centro di un’area che nel corso dei secoli conobbe un’intensa colonizzazione a opera di genti provenienti dalla Dalmazia, dalla Bosnia e dall’Erzegovina. In particolare, la vicina sede di Carnizza venne interamente fondata da famiglie di Morlacchi nel 1520”. Altre importanti notizie su Mormorano le abbiamo trovate sul libro: “Porte e mura delle città, terre e castella dell’Istria” di Luigi Foscan, alle quali ricorreremo più innanzi.
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Quando da Marzana si imbocca la strada per Vallelunga (Duga Uvala) e Vareschi, dopo un’infinità di curve e di strettoie in fitte pinete dalle ombre verdastre e dopo aver incontrato finalmente una viuzza angusta che sale subito tra olivi e vigneti distesi al sole, pare impossibile di poter scoprire tra i tanti vecchi casolari sparsi qua e là sui dossi, molti dei quali abbandonati, un qualcosa che valga la pena di visitare. Eppure Mormorano (come hanno fatto a chiamarlo in croato Mutvoran?) è lì, lo scorgiamo quasi subito, cotto dal sole, oltre il fianco di una grande casa da poco rimodernata che ha addirittura all’esterno un forno per cuocere il pane e con tanto di fuoco acceso.
Dopo una breve discesa lungo una stradetta malandata, come un nido isolato e sospeso sulla vasta campagna, ci si trova davanti il borgo stretto dalla cinta muraria, col campanile che svetta bianco oltre i muraglioni grigi: un paesino minuscolo, con oggi una decina di abitanti fissi in tutto, quasi irreale e che sembra essere stato fatto per ospitare delle fate. E se davvero si dovesse collocare in Istria la più piccola città del mondo, noi al posto di Colmo (Hum) sceglieremmo proprio questa, così raccolta attorno alla grande chiesa di Santa Maddalena pare risalente ancora al 490 (ma, ci chiediamo, a che serviva una chiesa tanto grande per un paese così piccolo?).
Una storia antichissima
Ci fermiamo sul vasto piazzale erboso davanti l’antica loggia di recente restaurata e ci meravigliamo perché in una vecchia fotografia che avevamo scovato in un libro, la torre portaia della cinta muraria di Mormorano era completamente nascosta, coperta da un massiccio intrico di edera e ora invece il tutto è ben bene ripulito: gli archi, mirabilmente sospesi nel vuoto, mettono ancora di più in rilievo quella che doveva essere la possanza dell’antico maniero. Ed ecco dunque che per farne un esatto profilo storico andiamo a spulciare nella già citata opera di Luigi Foscan.
Questo storico afferma che la località faceva parte di un vasto complesso di castellieri il quale aveva come centro politico la non lontana Nesazio, l’ultimo esempio esistente in fase di transizione tra epoca istrica e romana, roccaforte del re Epulo il quale oppose resistenza alle legioni dei consoli Manlio Valsone e Claudio Pulcher e sulla quale si abbatté la potenza militare romana che la distrusse completamente rendendola anzi per un lungo periodo di tempo quasi totalmente disabitata. Dopo la distruzione di Nesazio in quella fertile zona venne creato l’ager pubblicus, una grande tenuta della gente Marcia, e logicamente anche a Mormorano si installarono dei nuovi padroni.
Le antiche muraglie a secco
Per la verità le antiche muraglie a secco degli Istri che circondavano l’abitato servirono ancora per diversi secoli, praticamente fino al periodo del feudalesimo, al tempo cioè in cui le vetuste fortificazioni, in gran parte già abbandonate ai crolli, vennero riattate, molte ricostruite di sana pianta. Sempre secondo l’autore di “Città, terre e castella dell’Istria”, ci sono notizie certe che Mormorano sia stata fortificata dal governo di Bisanzio durante il IV secolo con delle mura e torri, le cui strutture erano ancora efficienti nel Cinquecento. Comunque numerose riparazioni e rifacimenti si avvicendarono nel corso del lungo periodo di tempo tra l’età moderna e quella bizantina, alla quale si riferisce un bel disegno eseguito nel 1563 dal cartografo Antonio Locha. È grazie a quel piccolo schizzo, che risultò non di fantasia, ma rispecchiante realmente la situazione dell’accastellato borgo medioevale, che si è riusciti a ricostruire graficamente la bella torre portaia che attualmente, pur se priva del piano superiore, funziona da ingresso principale al villaggio.
La massiccia tozza torre, merlata alla guelfa, (e non poteva essere diversamente appartenendo Mormorano fin dai tempi più lontani al Vescovado di Pola), affiorava dalle mura con tutto il suo corpo e si elevava sopra di queste di qualche metro. Le grosse merlature rettangolari si sporgevano oltre la linea murale sostenute da mensoloni, tra i quali si aprivano le caditoie atte a versare liquidi bollenti su eventuali nemici assalitori.
Molte finestre chiuse...
Visitare la località oggi è faccenda di poco tempo, ma si resta ammaliati dal complesso della massiccia torre d’entrata, pur in larga parte danneggiata. Si passa così sotto l’arco della prima porta, certamente munita di ponte levatoio essendo presenti ai lati del varco i fori di uscita delle catene che lo sostenevano, e si scorge quindi una stretta porticina aperta nella parete di sinistra che immette nell’angusto vano delle scale, salendo le quali si raggiungeva il piano superiore e, quindi, la terrazza merlata. Procedendo lungo il sottopassaggio, si incontra un secondo portale per entrare in un’altra costruzione che probabilmente aveva la funzione di ospitare il corpo di guardia, tanto che si può osservare la traccia di un camino che doveva servire per riscaldare l’ambiente.
Infine, dopo aver incontrato un terzo e ultimo arco portaio, si entra nel villaggio vero e proprio il quale, da quel che abbiamo osservato, oggi è quasi completamente abbandonato. Infatti molte le finestre chiuse, le ante consunte dal tempo, una sola con un fil di ferro al quale erano appese delle calze messe ad asciugare. Tra le diverse case senza tetto e le pochissime riadattate, in un angusto cortile interno abbiamo incontrato soltanto una ragazza anacronisticamente vestita in jeans la quale, seduta al sole su una panca, stava tranquillamente fumando una sigaretta e neanche rispose al nostro saluto.
Sempre dalle note di Foscan apprendiamo che “la sommità dell’antica torre portaia di Mormorano, minata dall’usura del tempo e dall’incuria dell’uomo, crollò agli inizi del secolo passato investita da un fortissimo vento di bora”. Comunque, da quello che abbiamo potuto capire dalle diverse macchine edili e dai materiali che abbiamo visto accatastati sul piazzale antistante, c’è ancora qualcuno che cerca di recuperare e ricostruire quel poco che si può.
La vecchia strega Bora e il figlio Borin
È stata una vecchia donna che abbiamo incontrato nei pressi del piccolo cimitero – volevamo vedere i cognomi sulle vecchie lapidi – a parlarci della bora che quassù deve soffiare veramente forte e che, come abbiamo già ricordato, fu la causa prima del crollo della torre. Secondo l’antica tradizione popolare del paese – così ci raccontò la siora Nena – quel vento violento è una vecchissima strega con un figlio, il Borin. Ambedue abiterebbero dalle parti di Canizza in una caverna con l’apertura sbarrata da un grosso macigno.
Spesso il ventaccio sguscia fuori e dopo parecchi giorni viene respinto dentro a grande fatica. Infuria per tre, per nove, o perfino per più giorni: “Quando la bora se move o uno, o tre, o cinque, o nove” ci disse la siora Nena. E aggiunse: “Qua, in Istria, la gente dixe: in tre giorni la nasse, in tre giorni la cresse, in tre giorni la crepa!” Poi continuò imperterrita: “Da noi se conta anche che a Segna la nasse, a Fiume la fiorisse, a Trieste la crepa!”. Ridacchiando, sistemandosi meglio il fazzolettone nero sulla testa, riprese a enumerarci tutti i proverbi che sapeva sulla bora: “Piova o vento, le strighe va in convento, sol e bora le stringhe va in malora”; “Tre calighe fa una piova, do calighe fa una bora”.
Tre barbe bianche...
E non bastò alla siora Nena raccontarci tutti i proverbi del posto ma ce ne citò anche altri. Ad esempio ci disse che sulle isole i predica: “Tre barbe bianche pol sbusierar, ma tre bore co’i sete in marzo no le mancherà!” Ci spiegò che con questo si intende dire: sarà facile che tre anziani dicano qualche bugia, mentre sarà difficile che manchino le bore del 7, del 17 e del 27 marzo. Ci raccontò pure che sulle isole si afferma che quando la bora imperversa con estrema violenza, vuol dire che qualcuno si è tolta la vita oppure ha venduto la sua anima al diavolo. Ancora, che a Lussinpiccolo si tramanda la convinzione che quando soffia la bora una donna non deve fare all’amore con il suo uomo perché può facilmente restare incinta. Secondo siora Nena a Sissano invece, in tempo di gran bora aprono tutti le finestre delle cantine per poter avere così degli ottimi vini e dei succosi prosciutti.
La maledizione degli schiavi
Siora Nena ci sorprese ancora narrandoci un’antica leggenda, che una volta le nonne raccontavano ai nipoti, “naturalmente prima dela television”. Seria seria assicurò che, secondo la storia, i Veneziani abbatterono i grandi querceti attorno al paese e anche nelle zone carsiche della costa adriatica per ricavarne il legno necessario a fabbricare i loro palazzi e le loro navi. Per questo motivo, le maledizioni degli schiavi incatenati e maltrattati ai banchi delle galee, ricadde sulla patria di quel legno con il quale erano state fabbricate. I boschi perciò non crebbero più attorno al paese e da quel tempo a Mormorano e lungo le coste imperversò la bora, anche se – e questo lo aggiungiamo noi – comunque è un fatto storico che quei boschi erano stati abbattuti anche molto prima che i Veneziani vi avessero qui stabilito il loro dominio.
La nostra lunga chiacchierata con la simpatica siora Nena finì in un casolare un po’ fuori del paese davanti a dei bicchieri di ottimo teran accompagnato da qualche fettina di ancor migliore parsuto...

 

477 - La Voce in più Cultura 21/07/12 Intervista - Rosanna Bubola: Le mie forti radici istriane, amo far sorridere le persone e inventare storie sempre nuove
INTERVISTA Rosanna Bubola ci racconta il suo mondo e la passione per la scrittura. E il teatro? Le dicevano: non ce la farai mai... sei solo una ragazzina di Buie
Rosanna Bubola, attrice e scrittrice
Le mie forti radici istriane
Amo far sorridere le persone e inventare storie sempre nuove
Sono cresciuta con due fantasmi di famiglia, due figure femminili molto importanti che sono sempre state presenti nella mia crescita e mi accompagnano tuttora. Sono i miei angeli e non mi lasciano mai. Non le ho mai conosciute, allora le ho idealizzate nella purezza più assoluta, senza paure. Erano due persone buone e hanno continuato ad esserlo.
Il palcoscenico è arrivato presto, a scuola, con un 'insegnante come Dolores Barnaba è inevitabile. In realtà ho sempre voluto fare l'attrice, e la scrittura è stata la valvola di sfogo alle mie aspirazioni e frustrazioni. Quando avevo 12-13 anni c'è stata la fusione. Alla C.I. di Buie è arrivato il regista triestino Spiro Dalla Porta Xydias e ha portato un testo che ho amato subito 'Spoon River' di Edgar Lee Masters. Finalmente teatro e letteratura si sposavano, poesia e noir si fondevano e prendevano voce. Lì è scattato qualcosa
di Nelida Milani Kruljac
Rosanna Bubola (Capodistria, 1975) vive tra Buie e Fiume. Dopo aver frequen­tato il ginnasio italiano a Buie, si è laureata nel 2003 alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste. Con i suoi racconti ha vinto numerosi premi letterari al Concorso d'Ar­te e Cultura "Istria Nobilissima" e altrove. Il suo primo libro, Vivere il Carso, passeggiando tra sapori e emozioni, guida turistica del Carso Triestino, è uscito per Basaldella di Campoformido (UD) nel 2006. At­trice del Dramma Italiano di Fiu­me, l'autrice spazia in serena com­mistione tra il palco e la penna co­struendo il suo iter di crescita inte­riore e professionale.
Chi è Rosanna Bubola? Pri­ma di entrare nel vivo della con­versazione, potresti dire qualco­sa di te, della tua vita? Descriver­ti brevemente...
"Sono nata un pomeriggio so­leggiato di giugno del 1975 a Ca-podistria (Slo), ho passato la mag­gior parte della mia vita a Buie (Cro), ma sono italiana com'è ita­liana la mia cultura e fortemente istriane le mie radici.
Ho frequentato le scuole prima­ria e secondaria in lingua italiana a Buie, sapendo di dover guadagna­re una borsa studio per realizzare le mie aspirazioni Non è stato diffici-
le, anche perché i miei genitori mi hanno fatto capire presto che solo studiando avrei deciso da sola che ne sarebbe stato della mia vita.
Nel 2003 mi sono laureata in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Trieste (e sono anni che mi dimentico di riti­rare il diploma...ormai sarà in qual­che museo) con una tesi in Dialet­tologia incentrata sul Lessico-con­cordanza dell'opera 'Favalando col cucal Fileipo' di Ligio Zanini.
Per formazione teatrale esco dalla gavetta, da quell'universo ap­passionato che è il teatro amatoria­le, dove sacrifichi ogni istante di tempo libero per raggiungere un garage polveroso e creare un so­gno teatrale assieme agli amici. Ho sempre avuto la passione per il tea­tro che si è sviluppata a pari passo con la scrittura fin da bambina. Un ruolo importante lo hanno giocato due insegnanti: Dolores Barnaba, la mia insegnante elementare che attraverso sketch e filodrammati­ca mi ha fatto sentire il palco come la mia seconda casa, e la compian­ta Vlada Acquavita (grande mae­stra di vita) che, oltre a insegnarmi con passione la lingua francese, mi ha guidato in un percorso di letture creativo e mirato".
Tu incarni il classico esem­pio di giovane che dà l'anima per le proprie passioni, portan­dole avanti con grande profes­sionalità. Racconta un po' questi tuoi amori: il teatro e la scrittu­ra. Senza minimizzare quello che in realtà è impegno, abnegazione e passione.
"Scrittura e teatro per me sono due necessità. La prima nasce dalla mancanza di interlocutori durante la prima fase dell'adolescenza. Io vengo da una famiglia in cui si par­la molto, si comunica tanto, ma a un certo punto mamma e papà devi metterli da parte e trovare altre per­sone, più vicine come età, per poter relazionarti e confrontarti.
Io all'epoca non le ho trova­te, i miei coetanei avevano altri interessi e io ero la pecora nera che amava leggere libri e studiare, magari seduta su una tomba del cimitero vecchio di Buie, che non è un luogo macabro, ma un giar­dino affacciato sulla valle e sulla costa. Non avendo con chi parla­re, mi sono messa a scrivere per capire me stessa e il mondo che mi circonda, così, per autoanalisi ho iniziato a gettare sulla carta i miei percorsi mentali. È più facile piangere quando si è da soli.
Ho sempre amato inventa­re storie, non sempre allegre, e la scrittura mi ha dato la possibilità di creare mondi alternativi, per­sonaggi, creature che escono dal­la fantasia e prendono corpo attra­verso le parole. Quando sei pic­colo e scrivi, non è sempre facile. I miei genitori mi hanno sempre supportato in questo, ma mi sono trovata davanti persone che han­no cercato di dirmi quanto la scrit­tura sia una perdita di tempo, un "qualcosa" per intellettuali e non per una ragazzina.
11 teatro ha significato evolu­zione. Ho scoperto, ancora alle elementari, che i personaggi che mi facevano interpretare erano parte di me, lati nascosti del mio Io che potevo esprimere senza che nessuno mi giudicasse. All'epoca ero affetta da un egocentrismo mo­struoso (per fortuna smarrito con gli anni) forse perché avevo il deside­rio di dire a tutti: ci sono, sono qui, non sono quell'esserino noioso che pensate io sia... Essere qualcun altro mi faceva dimenticare per un attimo me stessa, ed era affascinante.
Quando dicevo a qualcuno che avrei voluto fare l'attrice, mi sen­tivo dire: dimentica, non ce la fa­rai mai, sei solo una ragazzina di Buie, come se Buie fosse un covo di ignoranti dal quale non poteva uscire nulla di buono. De André cantava: 'dal letame nascono i fio­ri'. È vero".
Tutto ciò che è profondo ama la maschera. Se andiamo oltre la scorza, se varchiamo la soglia delle parvenze esteriori, se perlu­striamo la "profondità della su­perficie", cosa muove i tuoi rac­conti? Perché ti circondi di fan­tasmi, sagome di alieni, di defunti divisi fra eros e thanatos, angeli, anime, selve oscure, fiumi vorti­cosi, uccelli notturni, tombe, lapi­di, cimiteri? Da dove questo tuo gotico che a volte si tinge di sogno e altre volte scivola volentieri nel giallo psicologico, come nel rac­conto 'Un giorno di agosto'?
"Sono cresciuta con due fanta­smi di famiglia, due figure femmi­nili molto importanti che sono sempre state presenti nella mia crescita e mi accompagnano tuttora. Sono i miei angeli e non mi lasciano mai. Non le ho mai conosciute, allora le ho idealizzate nella purezza più as­soluta, senza paure. Erano due per­sone buone e hanno continuato ad esserlo.
A casa mia siamo molto aperti, si parla di tutto. Sono cresciuta masti­cando storie di alieni, fate, streghe, folletti, leggende, a pranzo si parla di archeologia, di storia, scoperte. A casa mia non si sono mai fatti pette­golezzi sulla gente intorno, ci sono cose più importanti al mondo della macchina nuova del vicino di casa. Quando a 14 anni i miei hanno tro­vato nel mio comodino una raccol­ta di riviste sataniche non ne hanno fatto una tragedia, mi hanno chiesto a cosa mi servivano e io ho rispo­sto: a capire ciò che non so. E da qui nascono i miei temi, dalla necessità spasmodica di capire, di imparare. L'ignoto fa paura, lo sconosciuto fa paura, il diverso fa paura, sta solo a noi fare un piccolo sforzo e cer­care di capire queste cose. La cono­scenza abbatte le paure e io ho pau­ra solo dell'ignoranza.
Indosso spesso e volentieri la maschera del buffone, ho imparato che se sei all'apparenza "superficia­le" la gente ti accoglie meglio, al­trimenti tira su una barriera di pre­concetti campati in aria e rifiuta di conoscerti. Non lo faccio per ingan­nare le persone, ma perché amo ve­derle sorridere. Immaginarsi se ini­ziassi a parlare della mia visione del mondo, della religione, del mistero, con chi non mi conosce? Sarei an­cora nel mio angoletto del cimitero vecchio a leggere libri da sola. La solitudine è un lusso per me, oltre che una scelta.
A volte mi sento dire che sono una persona "buona", ed è una cosa che comincia a darmi fastidio. Sono come sono, con tante sfaccettatu­re del carattere. Sarò anche buo­na, ma a volte mi sento pervasa da istinti omicidi, ho voglia di picchia­re, allora, per non farlo per davvero, prendo carta e penna e uccido qual­cuno. Viviamo nel mondo delle ne­vrosi e dello stress, sarebbe innatu­rale che i miei personaggi regalas­sero un sorriso a chi gli rende la vita impossibile. L'omicidio è la con­seguenza naturale dello stress alla quale sono sottoposti. Se il capore­dattore del racconto 'Un giorno di agosto' non fosse stato egoista e non fosse stato insistente, sarebbe rima­sto in vita. Alla fine ciò che uccido non sono persone in carne ed ossa ma comportamenti che vorrei elimi­nare sul serio, atteggiamenti, modi di essere che a volte mi appartengo­no. Ammazzarli sulla carta è in ef­fetti un modo per migliorare".
Il fantasy, il giallo, il noir, il poliziesco si pongono tutti sotto l'ampio ombrello del gotico. Tu ami disegnare mondi ignoti, mi­steriosi, fuori di ogni dimensione umana, con questa predilezione thanatica, con questi aspetti in­quietanti - l'intangibile, il sesto senso - che turbano l'apparente-mente banale quotidiano. I tuoi personaggi - Maria che realizza il sogno di raggiungere il mare, Giovanna che giace nel cimitero vecchio di San Martino - richia­mano personaggi di E.A.Poe, Ho­ward Lovecraft, Prosper Meri­mée, E.T.A. Hofmann, Jules Ver­ne, ecc... Quali i tuoi rapporti con questa grande famiglia? E con al­tri membri della stessa famiglia?
"È bello leggere romanzi in cui c'è il lieto fine e tutti si amano e vivono felici per il resto della vita. Ebbene, a me non piace leggere ro­manzi in cui tutti si amano e vivono felici e contenti fino alla fine dei loro giorni. Sono cresciuta avvicinando­mi progressivamente al gotico, tut­ti gli scrittori citati fanno parte della mia formazione. Me li ha fatti leg­gere Vlada Acquavita, ha capito che non mi bastavano il libro Cuore e Il giornalino di Gian Burrasca, così, essendo anche bibliotecaria presso la scuola elementare, ha iniziato a farmi scoprire mondi fantastici. Il romanticismo profondo del Dracula di Stoker mi ha aperto gli occhi sul­la profondità dell'amore, poi sono arrivati Conan Doyle e i primi gial­li, la suspense, Gustav Meyrink e il suo Golem, l'esoterismo, le streghe. Jules Verne è stato amore a prima vista e poi è arrivato Poe che mi ha rapito e portato tra le ombre, e lì mi sono accorta che era quello il mio mondo naturale. Ho iniziato a di­vorare libri sull'occulto, a sprofon­dare in misteri più grandi di me, ad avere una visione della vita meno li­mitata perché questi autori mi han­no guidata oltre me stessa. Mor­te, malattie, fantasmi, sono ancora oggi temi tabù. L'aldilà ha destato da sempre timore nei vivi, ma già il fatto che "esista" è una cosa posi­tiva, una piccola speranza. Io credo nelle energie e l'energia non muore, si trasforma, non posso credere che una volta morta di me non reste­rà altro che un corpo destinato alla decomposizione. C'è qualcos'al­tro che abita il nostro io e va "al di là" del materiale, del presente, per cui la morte diventa un'altra vita, o la continuazione di questa e non la fine. I miei personaggi arrivano da quell'altra vita e cercano di comu­nicare con gli abitanti della terra, ma non sempre questi ultimi sono disposti ad ascoltarli. Alla fin fine i miei protagonisti non sono negativi, sono soltanto soli, hanno bisogno di comunicare, di tornare ad esistere. Giovanna esiste davvero, non l'ho inventata io, è un piccolo angelo adolescente, è lei che ha ascoltato le mie paranoie e i miei pianti adole­scenziali e l'ho amata da subito per­ché non mi ha mai giudicato. Non poteva, direbbe qualcuno dei lettori, avrebbe potuto, dico io. Il racconto è nato per non dimenticarla e, for­se, egoisticamente, per non dimen­ticare un lato spontaneo e irraziona­le di me. Maria alla fine, anche nella morte, è felice, ha realizzato il suo sogno, ha incontrato il suo principe e ha raggiunto il mare, ha realizza­to il suo sogno. Se fosse rimasta nel suo piccolo paese non avrebbe mai assaporato il gusto della trasgressio­ne, dell'avventura, non si sarebbe mai sentita libera. E questo, anche se non sembra, è un racconto sulla libertà di scelta".
Assoluta novità il tuo modo, dalle nostre parti. Forse più che definirlo gotico, sarebbe più indi­cato chiamarlo neogotico, perché sono ben sviluppati gli aspetti psi­cologici e il mistero è meno cupo e angoscioso che nel genere lette­rario classico. Il gotico "rurale" che introduci provoca un piccolo sconvolgimento negli usuali qua­dri di riferimento della Lettera­tura CNI. In una letteratura che gronda neorealismo e realismo, tu sembri suggerire che la sempli­ce razionalità è insufficiente alla comprensione, che la verità si può raggiungere per altre vie, grazie all'immaginazione...
"Gli antichi, Esopo, Apuleio, Fedro, Ovidio, si affidavano all'im­maginazione, alle metafore, alle storielle in prosa, che presentavano spunti umoristici, pillole di saggez­za sulla moralità, l'amore, la morte, la giustizia, l'ingiustizia. Credo che le persone comprendano meglio le cose quando non si sentono coin­volte direttamente. Io personalmente sono coinvolta e sono in ogni riga che scrivo, ma coloro che leggono i miei racconti all'inizio sono distan­ti, non si sentono parte di quei mon­di oscuri e contorti, non sanno come andrà a finire, poi pian piano, qua­si senza rendersene conto, si sento­no attratti, vogliono capire. Non è presunzione la mia. Non voglio in­segnare nulla a nessuno, ma sono cresciuta sentendo parlare di foibe, esodo, partigiani, resistenza e, a for­za di sentirne parlare, mi sono ben che stufata. È lì, attraverso quei rac­conti ascoltati svogliatamente, che ognuno cercava di inculcarmi la sua verità e la verità è talmente perso­nale (nelle emozioni importanti) da essere sempre diversa da persona a persona. Il nostro mondo non è fatto solo di cose accadute sul territorio in un breve periodo della nostra sto­ria, è fatto di presente, di tangibile e intangibile, di adesso. Il mio cervel­lo quando pensa alle foibe ama pen­sare a quel favoloso mondo sotter­raneo che si snoda attraverso tutta l'Istria, fatto di colori, odori, acque in caduta libera che goccia per goc­cia ricamano vaschette di concre­zioni fragili come coralli. Rispetto molto il dolore di chi ha vissuto le atrocità della guerra, ma non amo l'odio nelle parole della gente, spes­so esibito per voler rendere il pro­prio dolore maggiore di quello de­gli altri. Il dolore è dolore, fa male, a volte fa morire, lo so, ma so anche che è un'ancora che ci obbliga a rimanere sul fondo e non ci permet­te di risalire a prendere ossigeno. Il mio gotico rurale è ciò che mi cir­conda, è il quotidiano filtrato attra­verso il mio pensare e il mio sentire. Anche i fantasmi, gli elfi e le stre­ghe possono subire delle ingiustizie, esattamente come i vivi e non è detto che soffrano di meno".
Dove e quando ti sei trovata 'catturata' dal teatro? Perché e come si passa dalle tavole del pal­coscenico al tavolino della scrittu­ra?
"Il palcoscenico è arrivato pre­sto, a scuola, con un'insegnante come Dolores Barnaba è inevitabi­le. In realtà ho sempre voluto fare l'attrice, e la scrittura è stata la val­vola di sfogo alle mie aspirazioni e frustrazioni. Quando avevo 12-13 anni c'è stata la fusione. Alla C.I. di Buie è arrivato il regista triesti­no Spiro Dalla Porta Xydias e ha portato un testo che ho amato subi­to 'Spoon River' di Edgar Lee Ma­sters. Finalmente teatro e letteratura si sposavano, poesia e noir si fonde­vano e prendevano voce. Lì è scat­tato qualcosa. Lì c'era quella vena che adoravo e io potevo essere uno dei personaggi, defunti, che raccon­tavano la propria storia con la sin­cerità di chi non ha nulla da perde­re. Forse è anche grazie a Masters che ho iniziato a far parlare i defun­ti, con lui ho capito che i miei perso­naggi dovevano avere anche rabbia e rancori, ma soprattutto non dove­vano aver paura di nulla, non dove­vano temere il giudizio degli altri".
Quanto secondo te il teatro può dare in termini umani e quanto in­vece può togliere a livello persona­le? Nel senso che per raggiungere un certo livello ci vuole molto impegno, molto tempo da dedicare, e forse per questo si rischia di perde­re in dolcezza, in capacità di conse­gnarsi, di avere completa fiducia e di lasciarsi guidare da un lui....
"Ognuno sceglie la propria stra­da, in gran parte è artefice della pro-prtia vita, e dev'esserne consapevole. Io ho scelto il teatro, ma non ho abbandonato la vita. Il mio mestiere è fatto di continua ricerca e studio, quando si torna a casa si studia per il giorno seguente, si fa memoria, ci si aggiorna. Ogni regista porta con sé un nuovo modo di lavorare, un nuovo approccio al testo, bisogna essere flessibili e sapersi adegua­re, bisogna aver voglia di imparare. Ogni personaggio ti arricchisce e a volte ti manda in crisi, l'importante è lavorarci su e lavorare su se stes­si per renderlo vivo. Quello che re­sta del giorno è la vita vera, quella fatta di famiglia, bollette da pagare, vestiti da stirare, amici con cui bere un caffè e scambiare idee. Io passo in macchina tre ore al giorno, facen­do la pendolare Buie-Fiume e quel­le ore le uso per creare nuove storie, prendo appunti e quando scende la notte cerco di farle vivere attraver­so la scrittura. Riesco anche a cura­re i miei hobby, amo la speleologia, faccio del volontariato con i bambi­ni. Certo che se il giorno avesse 29 ore, avrei più spazio per me stessa, ma non mi lamento...".
Ti ispiri a qualche attrice in particolare? Vorresti assomiglia­re a chi?
"Vorrei essere me stessa, sem­pre migliore, in continua evoluzio­ne, non assomigliare a nessuno. E non mi ispiro a nessuno in partico­lare, ma adoro Marryl Streep, Hi­lary Swank, Anna Magnani, Kate Blanchet. Amo i non belli ma bra­vi, in un certo senso mi intrigano gli anti-divi, coloro che hanno avuto la capacità di restare se stessi e di ca­pire che la vita è più importante del successo".
È difficile oggi fare teatro?
"Io vivo una situazione di privi­legio. Il nostro sistema-teatro non trova riscontro in Europa dove la privatizzazione degli enti ha scon­volto i meccanismi. Fare teatro ed esserne parte è splendido e per quanti sacrifici implichi ti dona al­trettante soddisfazioni, è una scelta, come ho detto prima, e se l'accetti devi andare fino in fondo. Il Dram­ma Italiano è un contesto partico­lare in cui è interessante lavorare e non si deve aver paura di osare. Sia­mo un ottimo gruppo di attori, sen­za false modestie, credo che possia­mo affrontare qualsiasi sfida, siamo dei professionisti. Vorrei solo che il discorso 'teatro' ritornasse di più nelle scuole, credo che insegnare ai ragazzi cosa sia veramente il nostro lavoro e farli appassionare al tea­tro li gratificherebbe. Intendiamoci, fare teatro non è mai facile. Siamo lì, vivi, con gli occhi del pubblico puntati addosso, non è cinema, non esistono scene da poter correggere e rifare, e il bello è proprio questo, che ogni sera lo spettacolo è diver-
so, perché ogni sera noi siamo di­versi e il pubblico cambia".
Il tuo rapporto con l'Istria multi-lingue, multiculture, multi-odio e multi-amore...
"Amo l'Istria, qui ci sono le mie radici, le mie tradizioni, la storia della mia famiglia. La mia Istria è prevalentemente quella del Buie-se, con piccoli paesi tra le colline e gente verace e semplice, è anche l'Istria della cultura, dei turisti che popolano le coste d'estate e le tra­sformano in un formicaio multilin­gue. Siamo gente aperta, pronta ad accogliere tutti con modestia e cor­dialità, ma quelli che arrivano non sempre accettano il nostro modo di vedere. Pochi giorni fa un ra­gazzo di Zagabria ha avuto da ridi­re sul fatto che io ed un mio amico parlassimo in italiano, mi ha detto che siamo in Croazia, gli ho rispo­sto che questa è l'Istria e se ho vo­glia posso parlare anche in bulgaro o aramaico, l'importante è capirsi. Quando ha tirato fuori il discorso dei fascisti mi sono incazzata parec­chio. La mia famiglia è qui da 400 anni...dove cavolo erano i fascisti 400 anni fa? Quando si smetterà con l'odio, con il complesso di su­periorità e la presunzione? L'Istria è il mio amore, ma io la chiamo an­che la mia puttana: qui sono arrivati tutti, tutti l'hanno trombata e nessu­no l'ha mai pagata. È una terra usa­ta e i pochi che la amano veramente non hanno più la forza o forse la vo­glia di difenderla. Dovremmo smet­terla di essere sempre in competi­zione con tutti, presi dalla smania di dover dimostrare agli altri di esseri migliori di loro. In realtà siamo tut­ti talmente insicuri che diventiamo arroganti. Per fortuna nella mia vita ho conosciuto persone veramente ai vertici del sapere, persone sem­plici in grado di commuoversi da­vanti a un tramonto che io dall'alto
della mia stupidità trovavo banale. Queste persone mi hanno insegna­to a non dover dimostrare nulla, a lavorare sodo, a raggiungere il mio Essere senza perdere di vista il mio
10 e cercando nella vita di ritorna­re alla semplicità. Io non faccio di­scriminazioni, lo trovo da ignoran­ti, prendo le persone come tali, non m'importa da dove vengono, che lingua parlano, che religione prati­cano, sono cose loro, private, m'im­porta solo che siano brave persone.
11 multi-odio sottile c'è ancora ma si maschera dietro la parola 'tolleran­za'. Ma chi è questa divinità, questo essere superiore chiamato a 'tolle­rare'? La tolleranza è una delle fac­ce dell'ignoranza e finché non capi­remo di dover 'comprendere' e non 'tollerare' non ci sposteremo dal no­stro piccolo mondo ottuso".
Hai un sogno lavorativo nel cassetto? Nuovi racconti?
"Di sogni ne ho tanti, di progetti nel cassetto un archivio intero. Te­atralmente mi piacciono le sfide, i personaggi che c'entrano poco con me stessa, ci sono dei ruoli che mi piacerebbe interpretare...chissà, for­se un giorno...
Idee per i racconti ce ne sono tante, tanti appunti che aspettano di essere elaborati, personaggi che at­tendono vita anche se sono già mor­ti.
Sto lavorando ad un racconto lungo che ha a che fare con la mia terra, ma per ora non mi sbilancio, ho molto da studiare e da fare, co­munque ci sono dentro le mie fate, i miei folletti, le mie grotte, i miei morti e tutti gli esseri puri che po­polano il mio micro-mondo interio­re".
Grazie, Rosanna, per la dispo­nibilità e l'attenzione che mi hai concesso. Ad maiora! Un grande in bocca al lupo.
Nelida Milani Kruljac
Curriculum letterario
R. Bubola, "Vivere il Carso, passeggiando tra sapori e emozioni, guida turistica del Carso Triestino", 2006, Basaldella di Campofor-mido (UD), La Tipografica
- Primo premio - al Concorso letterario "Istria Nobilissima", sez. Poesia, categ. Giovani 1991
- Quinto premio - alla III Edizione del Concorso "Pola Poesia" di Novara 1993
- Quinto premio - al Concorso "Giovani e Poesia" di Triuggio (Milano) 1997
- Menzione onorevole - al Concorso d'Arte e Cultura "Istria Nobilissima", sezione Prosa in lingua italiana, con il racconto "Iris
Blu" 1999
- Terzo premio con il monologo "Un giorno d'agosto" al con­corso per testi radiofonici-radiodrammi indetto da Radio Capodi-
stria, 2010
- Secondo premio al Concorso d'Arte e Cultura „Istria Nobilissi­ma 2011, sezione Prosa in lingua italiana con due racconti legati dal titolo "Due fiumi e due Lune".
- Menzione onorevole a Istria Nobilissima 2012 sezione Prosa, col racconto "Giovanna".

 

478 - La Voce in più Storia e Ricerca 07/07/12 Pirano nell'età dei grandi cambiamenti e un esempio di buona memorialistica, intervista a Mario Ravalico
Pirano nell’età dei grandi cambiamenti e un esempio di buona memorialistica
Intervista a Mario Ravalico
di Kristjan Knez
La buona memorialistica, a differenza di quella sciatta che continua ad essere pubblicata, oltre a rappresentare un’interessante lettura può costituire una fonte importante per lo storico, dalla quale attingere informazioni o considerazioni, talvolta essenziali per comprendere una determinata questione. Ricco di spunti e riflessioni è senz’altro il volumetto Pirano 1941-1954. Una vita, tante storie, del piranese Mario Ravalico, uscito a Trieste, in autoedizione, alla fine dello scorso anno. In un’ottantina di pagine l’autore descrive gli anni trascorsi nella città natia, dalla nascita, in una fredda giornata invernale in pieno secondo conflitto mondiale, all’esodo della famiglia, avvenuto il 25 maggio 1954. Attraverso una narrazione semplice ma efficace, Ravalico offre ai lettori uno spaccato della società piranese, specie nel dopoguerra, con particolari d’indubbio interesse che permettono di cogliere le radicali trasformazioni che interessarono il centro urbano. La pubblicazione è particolarmente interessante, perché propone sia le vicende personali e/o familiari sia quelle concernenti la collettività della località istriana. Mediante l’annotazione di episodi, problemi, figure, gioie, speranze e delusioni, emerge palesemente la metamorfosi di Pirano: i provvedimenti messi in atto dalle autorità che facevano riferimento al nuovo sistema, la discriminazione del clero nonché lo stillicidio delle partenze che determinarono la forte contrazione della presenza italiana, alla fine ridottasi a sparuta minoranza. A Trieste abbiamo raggiunto Mario Ravalico per una conversazione incentrata sul suo lavoro nonché sul vivere quotidiano nella patria di Tartini negli anni da lui descritti.
Lo scritto nasce da un’esigenza di raccontare. È una stesura privata. Quando si manifesta la volontà di registrare i ricordi dell’infanzia e della prima giovinezza, di metterli nero su bianco?
Lo scritto l’ho pensato diversi anni fa, era mio desiderio ripercorrere alcune tappe di quella stagione, per lasciare una traccia, anche cose già sentite, dette, ma in qualche modo personalizzate dalla mia famiglia. Poi il tempo non me lo permetteva, nel senso che avevo molti impegni; liberatomi da questi, l’altr’anno mi sono messo a registrare queste cose, dando una certa sequenza, rivedendo varie volte, confrontandomi, per la parte familiare, anche con mia sorella, e poi con altre persone che in qualche modo potevano darmi un indirizzo che fosse accettabile da un punto di vista della presentazione, trattandosi anche di un tema abbastanza delicato.
Il testo sta avendo un ottimo successo e la gente è interessata a leggerlo, perché in realtà non ci si sofferma soltanto su una vicenda singola, privata, intima, ma, come leggiamo nel sottotitolo, si parla sì di una vita ma anche di tante storie. E nella narrazione e negli avvenimenti di quegli anni molti s’immedesimano. È così?
Questo è vero, non è solo la storia mia o quella della mia famiglia ma è un intreccio con tante storie locali. Non ho contato il numero delle persone citate, sono moltissime; ma non era per fare una cosa ridondante, ci sono perché effettivamente esse hanno fatto parte della storia di quegli anni e mi pareva avesse un significato ricordarli. Ci sono tante storie: la mia storia, quella di mia sorella, dei miei genitori e di mia nonna ma anche quelle degli amici, dei ragazzi con i quali si giocava e assieme si frequentava la scuola.
Come apprendiamo, il racconto nasce con il tentativo di superare il rancore, il dolore, le ferite e di andare oltre l’ingiustizia vissuta e subita. Quanto è durata questa fase di elaborazione? Come ha “metabolizzato” quella stagione della sua esistenza, in cui non sono mancati gli episodi spiacevoli?
C’è una data importante per me che segna l’inizio della “svolta”. Dopo essermi sposato, con mia moglie andai a vivere in un appartamento in via Commerciale, in città, a Trieste. Poi, nel 1980, ebbi uno sfratto e, non avendo molte altre possibilità, mi capitò di potermi sistemare in un alloggio dell’azienda in cui allora lavoravo, l’Enel. In periferia, a Padriciano, vi era una casa libera che mi fu data in via provvisoria, allora si disse… e oggi sono ancora lì. Quello fu un vero cambiamento, o meglio, a causa di ciò iniziò un cambiamento profondo. Andare ad abitare a Padriciano per me era una cosa molto emblematica, perché mi richiamava la presenza del più grosso campo profughi nell’area triestina, quello che durò più a lungo. Io non avevo mai abitato in quel campo che però conoscevo abbastanza bene, andando spesso a far visita a dei parenti che erano sistemati là. Io arrivai nella mia nuova abitazione a Padriciano, un po’ fuori dal paese, il primo ottobre, ma già a metà del 1981 iniziai a conoscere quella località e a prendere qualche abitudine, anche cose molto semplici come fare la spesa in paese anziché in città, incontravo le persone del luogo, cominciavo a frequentare la parrocchia di Basovizza, che era quella territorialmente di riferimento, e mi accorsi che quella realtà, complessivamente, era molto diversa da quella in cui ero vissuto fino a poco prima. Lì mi sentivo, è un dato di fatto, minoranza; tanto per dire, a livello parrocchiale allora non veniva celebrata la messa in italiano; iniziò con il nostro arrivo e per la presenza di altre persone, il sabato sera. Questo mi portò a rapportarmi con gente che non conoscevo prima, che aveva altre abitudini ed usi, oltre che un’altra lingua (lo sloveno); incominciai a conoscere la loro storia, la loro cultura, anche le loro sofferenze del passato e cominciavano così a cadere tanti luoghi comuni. Questo non fu certo immediato. Poi ci fu un secondo momento, forse più di riflessione. I cattolici sloveni di Trieste, anche durante il periodo del regime comunista in Jugoslavia, organizzavano ogni anno, nel mese di settembre, appunto a Trieste, un convegno di studio denominato “Draga”, affrontando tematiche sempre molto interessanti. Lo facevano anche per dare modo ai cattolici sloveni della Jugoslavia di parlare e di ragionare liberamente. Nel 1992 mi fu chiesto di fare un intervento a una tavola rotonda. Allora fui molto imbarazzato per la richiesta, in primo luogo perché non conosco la lingua. Il tema era essere minoranza, con il sottotitolo le comunità oggi. Tra i relatori c’era anche una mia compaesana, che peraltro non conoscevo, Amalia Petronio, allora impegnata nella Biblioteca di Capodistria, e ci trovavamo insieme dietro allo stesso tavolo, lei italiana, minoranza in Slovenia, e io Italiano di un paese in Italia, a maggioranza slovena. È chiaro che per proporre alcune riflessioni – non ci andavo a titolo personale, all’epoca ero presidente diocesano dell’Azione Cattolica di Trieste –, portavo la mia testimonianza, era necessario riflettere su molte cose e in quell’occasione mi accorsi, per preparare l’intervento, come in realtà avessi cominciato a ragionare in maniera diversa di come non lo facevo prima. La terza cosa importante che cambiò la mia visione o riflessione interna fu il servizio che mi trovai a svolgere dal 12 maggio 1998, quando l’allora vescovo Ravignani mi chiese di assumere l’incarico di direttore della Caritas diocesana di Trieste. Cosa c’entra? Erano gli anni in cui arrivarono tantissimi profughi dall’ex Jugoslavia, soprattutto dalla Croazia, poi i Serbi delle Krajine, i giovani disertori dal Montenegro e innumerevoli dalla Bosnia ed Erzegovina. Questo fatto portò la Caritas, nel giro di qualche mese, a realizzare una mensa, addirittura con due turni di erogazione dei pasti, prima c’erano i profughi della ex Jugoslavia e poi gli altri, non per creare separatezze, ma perché in quel momento c’erano tante tensioni in città, che bisognava saper gestire, non senza fatica; subito dopo, nel 1999, cominciarono i bombardamenti della NATO sul Kosovo e sulla Serbia e quindi ci fu una nuova fuga di gente. Il Comune di Trieste utilizzò una scuola elementare dismessa per fare una casa d’accoglienza per giovani che scappavano via dal Kosovo e alla Caritas fu chiesto di aprire una casa d’accoglienza per accogliere famiglie kosovare, che avevano tanti bambini. Io ne parlai con il vescovo che mi lasciò completamente mano libera per rispondere a questa emergenza; trovai la disponibilità di una struttura religiosa e ci organizzammo; quell’esperienza durò diciotto mesi. Dal 16 aprile 1999 al 31 ottobre 2000 furono accolte circa 500 persone, tantissimi bambini, alcuni nati al Burlo Garofolo, la struttura ospedaliera vicinissima alla casa di accoglienza. Questo fatto fu importante per me, perché mi mise a confronto con queste persone, e io in quel momento pensai alle cose che avevo vissuto: quando andavano via i Piranesi e al loro posto arrivava gente dall’interno della Bosnia; me li ricordo ancora, erano poverissimi, arrivavano con carri sui quali c’era il carbone, forse l’unica loro ricchezza. Tutto questo mi impose tanti interrogativi e fu un po’ la chiave di volta. Negli anni successivi mi trovai ad accompagnare il vescovo di Trieste a Mostar, per un incontro con i vescovi della Bosnia ed Erzegovina, ebbi modo di conoscere la Caritas locale e nacque un rapporto in primo luogo di amicizia profonda, ancora adesso ci sentiamo, ma anche di collaborazione che è durata fino ad alcuni mesi fa. Poi la Caritas si aprì con quella della Serbia, ricordiamo che lì la Chiesa cattolica è realtà di minoranza ma ha una Caritas che ha aperto porte e finestre a chi ne ha bisogno, a prescindere dall’appartenenza religiosa. Tutto questo lo ricordo perché non potevo portare dentro di me rancori, riserve, barriere se volevo svolgere quel servizio. Però mi ha aiutato moltissimo a superare e a riconciliarmi prima di tutto con me stesso e poi con la storia.
Nel volumetto emerge soprattutto il lato umano, le vicende di ogni giorno in una cittadina che nel dopoguerra stava cambiando. La sua narrazione è una testimonianza genuina che offre spunti anche per le future ricostruzioni storiografiche. Quando scriveva ha forse pensato che il suo testo potrà essere di notevole aiuto anche agli studiosi di domani?
Non l’ho proprio pensato, non era nei miei orizzonti. Questo aspetto è forse il frutto più maturo di questa mia iniziativa, se può aiutare a una riflessione. C’è un punto, un episodio che sviluppo anche nel testo, andando a Umago per la festa patronale di San Pellegrino, ero ragazzino, avevo tredici anni circa, lì trovai l’allora amministratore apostolico, mons. Nezić, croato, vescovo di Parenzo e Pola che amministrava la cresima e a tavola io vedevo anche tante facce che non consideravo “i miei” e lì mi ero chiesto chi fossero i “buoni” e chi i “cattivi”. Questa riflessione credo stimoli parecchio su tante storie. Alla fine credo che vale quello che è stato l’insegnamento di qualche anno fa del vescovo Ravignani, laddove a Trieste diceva: la memoria non si può perdere, dimenticare perché ognuno ha la propria storia, quello che dovremmo tentare di fare è di purificare questa memoria in modo che non restino rancori e magari si arrivi un domani a una memoria condivisa, chi lo sa, speriamo. Però dobbiamo lavorare in una logica d’incontro tra le genti diverse che appartengono a queste terre, è un concetto che fa fatica a entrare nella testa di molta gente. L’Adriatico, ricordiamolo, è un mare plurimo, non è un mare singolo; proprio in questo insieme di appartenenze la storia nostra deve trovare i punti d’incontro.
Come si giudicava l’operato dei Poteri Popolari? A casa i familiari ne discutevano?
Di questo ricordo qualcosa. Due sono gli episodi. In occasione delle elezioni del 1950 arrivò l’ordine di imbandierare tutte le case e quindi esporre su ogni finestra la bandiera italiana con la stella rossa in mezzo. La casa in cui abitavo era di proprietà di mia nonna materna, mio padre, per il quieto vivere, l’espose; mia nonna, invece, la tirò via, dicendo “cossa xe sta strassa” e la buttò. “I me ga ordinado de meterla”, rispose papà, perché così andavano le cose, “Ma qua, a casa mia, comando mi”, quindi la cosa finì in quel modo. Questo faceva capire che sotto sotto c’era una tensione, tra chi riteneva che si dovesse vivere qui, non si sapeva ancora se si sarebbe andati via, e se si rimaneva era necessario trovare una forma di possibile convivenza, e chi invece non accettava queste imposizioni. L’altro episodio è quello delle votazioni. In quel caso i rappresentanti dei Poteri Popolari andavano di casa in casa, battendo sui portoni per spaventare la gente, le case tenevano le finestre ben chiuse, la gente veniva chiamata a recarsi alle urne. Io ricordo che ci fu una grande discussione con qualche tensione in casa tra mia mamma e mio papà. Lei non voleva recarsi, anche perché sua madre la invitava a non andare, perché non c’erano dubbi su chi avrebbe vinto, c’era un’unica lista – poi informandomi seppi che vi erano anche altre due liste, anche se di appoggio a quella del partito comunista, ma all’epoca non potevo saperlo –, mio padre, invece, diceva che era il caso di presentarsi alle urne e alla fine andò solo lui.
All’epoca dei grandi cambiamenti lei era un ragazzino, si rendeva conto di vivere in una stagione di metamorfosi?
Mi rendevo perfettamente conto e nella scuola, forse, colsi il cambiamento più grosso e più evidente dal punto di vista immediato. C’è poi un altro particolare sempre legato alla scuola, che non è secondario. In una contrada parallela alla mia, verso il mare, la “contrada de drento” come si diceva, che aveva la casa però sulla riva, abitava il prof. Paolo Sema con la moglie e i tre figli, la più grande, Giuliana, era in classe con mia sorella. Io sapevo che lui insegnava ed era il preside, ma non della mia scuola, perché io frequentavo le ottennali e lui era al liceo. All’improvviso lo trovai non più insegnante ma pescatore con la sua “batela”, intento a sistemare le reti, più tardi andò ai magazzini del sale a fare un lavoro amministrativo, finché andrà via anche lui con l’esodo. Questo fatto scombinò molto la mia immaginazione: un professore che insegna, tra l’altro preside, che in un certo momento cambia completamente il suo lavoro. Perché questo cambiamento? Questo è un altro dei cambiamenti fondamentali, che è impossibile non accorgersene. Così come il corpo insegnanti, certi che vanno e altri che arrivano. La lingua d’insegnamento continuava ad essere l’italiano, però sapevi che c’era un taglio particolare dato all’insegnamento. Era il tempo in cui si scriveva nei negozi “W Trieste settimana repubblica” e ricordo che nel libro di geografia della nostra classe c’era scritto proprio questo. Prima c’era stato l’allontanamento della Jugoslavia dal Cominform, con tutte le conseguenze, ovviamente non potevo saperlo all’epoca, e solo molto più tardi venni a conoscenza che a Pirano si erano formati due gruppi del partito comunista. Lo stesso mio padre che era socialista, e poi aveva aderito al comunismo, era per la linea internazionalista. Queste cose le percepivi, te ne accorgevi. A scuola poi si smise d’insegnare la religione, fu chiuso l’oratorio, le suore presenti nell’asilo e nell’ospedale dovettero andarsene. Non capivo le ragioni però i cambiamenti erano ben visibili.
Nel volumetto parla della scuola in cui questa metamorfosi si manifestò chiaramente, anche perché lei parla del tentativo di “imbonimento” ideologico. Come passava il messaggio e quale fu il ruolo degli insegnanti?
C’era, ad esempio, l’insegnante di ginnastica, il prof. Ferfolja, uno sloveno credo proveniente da Ronchi dei Legionari in provincia di Gorizia, che era uno di quelli che diceva che la domenica mattina si doveva andare alle manifestazioni ginniche in piazza Tartini, che per la verità non durarono molto, ma ci furono per alcuni anni. Inoltre c’erano insegnanti, italiani, ma non ho presente che facessero politica in classe. L’insegnante diciamo così più problematico era quello di sloveno, il prof. Oskar Kogoj, era quello che “osservava” tutto ed era presente dappertutto. Questo lo percepivi. C’era poi l’insegnante di scienze naturali e ricordo che durante la lezione sentii per la prima volta affermare la teoria di Darwin, per cui la storia della Creazione non esisteva. Io come altri ragazzi ne uscimmo sconvolti da quella lezione. A quei tempi non era tanto sviluppata la ricerca su determinate tematiche, oggi invece i ragazzi sono molto più liberi di ragionare, di riflettere, di ricercare. Capii però il messaggio di quell’insegnante, che presentava una realtà del tutto diversa da come era stato insegnato a noi. E questo creò non pochi problemi.
In una parte del suo lavoro, a proposito del cambiamento di un verso del ritornello dell’“Inno di Pirano”, imposto dagli stessi Poteri Popolari al maestro Luigi Bevilacqua, scrive che quelle erano “piccole cose, di piccoli uomini”, opera dei caporioni locali che, evidentemente, volevano dimostrare d’essere integerrimi. Cosa ci può dire in merito?
Non so perché molti non ricordino questo particolare, in me questa cosa è ancora molto viva. Ad un tratto il ritornello modificato diventò così “La gioia del viver se la porta sempre in cor” e non più “e de la patria ognora se ga la fede in cor”, veniva così abbandonato il tema della patria. Se il maestro non propose più la versione originale, un motivo ci sarà pur stato. Perché lo fece? Capivi che qualcuno glielo avrà detto o meglio imposto. In classe, inoltre, si iniziava a chiedere quale fosse la nostra patria. Sono piccoli indizi che si legano l’un l’altro. Erano azioni di piccoli uomini perché pensavano si salvasse l’ideologia solo attraverso delle stupidaggini. Anche il canto del “Va Pensiero”, che qualcuno lo cantava di nascosto, ad un certo punto si disse che non doveva essere più cantato. Qualche anno fa in Istria, a Crassiza, nella sede della Comunità degli Italiani, ero con un gruppo di triestini che avevo accompagnato sui luoghi del Beato don Bonifacio, alla fine gli amici del sodalizio eseguirono quel brano. A me vennero i brividi nel sentirlo, perché pensavo a quella volta a Pirano. Tutte queste cose facevano parte di un sistema che voleva smontare l’appartenenza culturale, politica, ideologica, religiosa, ecc. Insomma doveva essere cancellata ogni traccia di quella cultura.
La Chiesa era un punto di riferimento per la collettività. Cos’è stato fatto dal nuovo ordinamento politico – comunista – per eliminare la sua influenza sul popolo?
Si può dire che due erano le realtà in cui allora era concentrata la cultura: il corpo degli insegnanti e la Chiesa. Perciò sia i preti sia i docenti furono fatti bersaglio e perseguitati. Queste due categorie, in qualche modo, influivano nella formazione e nell’educazione delle giovani generazioni. E per questo il regime decise di combatterle, anche duramente.
Nel testo evidenzia l’agonia della Chiesa, dalle persecuzioni alla sua ghettizzazione, con diversi episodi legati alle vicende e alle sventure dei sacerdoti. Rammenta però che la condotta repressiva non era rivolta solo al clero italiano, colpito per la sua identità nazionale, ma coinvolse anche quello sloveno e croato. Questa è una novità – in un lavoro di memorialistica di un esule –, è il risultato di quella elaborazione che l’ha portata a vedere con occhi diversi la storia delle nostre terre?
È vero, questo è sicuramente, e lo dico con molta convinzione e serenità, il frutto di quella riflessione di cui si parlava all’inizio. Come si fa a non dire quello che è successo; cioè che la persecuzione del clero era rivolta verso tutte le parti, italiana, slovena e croata. Proprio in questi giorni sto leggendo un libro scritto all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso, scritto da don Mario Bartolić, della Diocesi di Parenzo e Pola, che racconta non solo la storia del martirio di don Miro Bulešić a Lanischie, che avviene nove mesi dopo la scomparsa di don Francesco Bonifacio, ma di tutta la zona del Pinguentino. Come si fa a non riconoscere queste situazioni? Sarebbe sbagliato storicamente, dire che la persecuzione fu rivolta solo nei confronti del clero italiano. Quando a mons. Santin fu impedito di andare a cresimare in quella parte della sua diocesi che si trovava in Istria, dopo le aggressioni subite a Capodistria, mandò a cresimare in quelle parrocchie mons. Ukmar, un prete sloveno di Trieste, un sant’uomo; anche lui fu massacrato di botte. È sopravvissuto solo perché lo avevano lasciato a terra pensando fosse già morto. La persecuzione era contro tutti i sacerdoti, indipendentemente dall’appartenenza nazionale. Nel mio libretto ho raccontato l’episodio dell’aggressione di mons. Anton Vovk, perché mi aveva colpito il suo volto con i profondi segni di ferite, vedendolo da vicino sull’altare, e mi chiesi cosa gli fosse successo. Proprio quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario della sua aggressione, cioè quell’attentato subito alla stazione di Novo mesto nel ’52: gli gettarono sulle sue vesti della benzina e gli dettero fuoco.
C’è un’attenzione particolare anche per la gente comune giunta a Pirano da altri contesti: i Bosgnacchi che arrivarono a colmare i vuoti prodotti dalle partenze, oppure i funzionari dell’allora Jugoslavia, perlopiù sloveni, che dovevano celare la loro fede religiosa (ricorda, ad esempio, un battesimo “segreto”, un matrimonio celebrato con titubanza a sera inoltrata). Con questi episodi concreti desidera evidenziare che la politica scellerata e illiberale di un regime non deve portare alle semplificazioni e alle generalizzazioni ossia alla condanna di un popolo intero. È questo il messaggio che desidera trasmettere?
Senz’altro. Questo ragionamento riguarda tutte le ideologie, possiamo parlare di quella comunista come pure di quella precedente, l’ideologia fascista, non dimentichiamo ciò che il fascismo fece in Italia e in terra istriana, anche negli ambienti di chiesa: agli inizi degli anni ’30 i Circoli dell’Azione Cattolica vennero chiusi e spesso furono bastonati i suoi dirigenti. Non può un regime pretendere d’instaurarsi sopprimendo le coscienze. A me ha sorpreso, andando spesso in Bosnia e anche in Serbia, vedere la fede che c’è in quei luoghi, nonostante i duri decenni di regime. In una parrocchia di Mostar, ad esempio, ogni giorno classi diverse di bambini e ragazzi partecipano al catechismo per la prima comunione e la cresima, per un totale di 800 ragazzi ogni settimana; sono numeri che nemmeno possiamo immaginare da noi, in Italia. Lo stesso ho visto in Serbia, dove i cattolici sono una minoranza, tra l’altro sparsi su vasti territori, però la domenica le chiese sono piene di gente. Ciò vuol dire che la fede, nonostante tutto, è rimasta, non si sradica tanto facilmente, certo cinquant’anni di regime hanno fatto quello che hanno fatto. La libertà di coscienza è sacra, forse una delle cose più importanti che abbiamo, è inviolabile, è intoccabile e dovremmo custodirla come qualcosa di prezioso.
Nell’estate del 1955, un anno dopo l’esodo della sua famiglia, ritornò a Pirano su invito del parroco don Mario Latin, ancora presente in città sebbene si stesse preparando ad abbandonarla. Come aveva trovato la sua cittadina?
Ho trovato le case vuote e altre riempite da nuovi arrivati, gente cambiata, con altre abitudini e poi non vedevo più quelli che erano stati i miei amici, i compagni di giochi; la chiesa era quasi vuota. Anche la lingua nella maggioranza era cambiata, tranne che per poche persone che era rimasta l’italiano o meglio il piranese, e da questo capivi che la città era ormai profondamente cambiata. Le funzioni religiose si facevano però ancora in italiano, questo finché non se ne andò anche don Mario.

 

479 - Il Piccolo 22/07/12 Sentenza Storica - La Corte croata ammette: «Crimini etnici contro i serbi»
SENTENZA STORICA
La Corte croata ammette: «Crimini etnici contro i serbi»
ZAGABRIA Clamorosa sentenza della Corte suprema croata che ha stabilito giorni fa come la Repubblica di Croazia sia responsabile della tragica morte di nove civili di nazionalità serba, uccisi nel settembre 1995 da militari croati a Varivode, piccolo villaggio dell’entroterra di Sebenico, Dalmazia. Il massimo organo giudiziario nel Paese ha annullato quanto deciso in tal senso prima dal Tribunale comunale di Knin (Tenin) e poi dal Tribunale regionale di Sebenico, che avevano respinto la richiesta di risarcimento avanzata da Jovan Beric, i cui genitori Radivoj e Marija Beric erano stati liquidati da soldati croati quel 28 settembre di 17 anni fa, a operazioni di guerra già concluse da settimane. Parliamo dell’Operazione Tempesta che nell’agosto ’95 portò alla liberazione di una vasta porzione di territorio nazionale croato, fino allora in mano agli indipendentisti serbi della Krajina di Knin. Nove abitanti di Varivode, dai 60 agli 85 anni, che non avevano voluto fuggire in Bosnia o Serbia assieme a decine di migliaia di connazionali, erano stati uccisi a colpi d’arma da fuoco nelle loro abitazioni o nei cortili, avendo una sola “colpa”: erano serbi e l’area andava pulita etnicamente. Così la pensavano gli assassini (e non solo loro), mai scoperti, processati e puniti per quello che è uno dei più efferati crimini commessi da parte croata durante e dopo il conflitto dei Novanta. Il verdetto della Corte suprema crea un precedente: mai finora Zagabria si è ritenuta responsabile di un massacro di civili nel periodo bellico e postbellico. È stata pertanto ordinata la ripetizione del processo. Jovan Beric aveva denunciato lo Stato croato nel 2007, con le sorelle Branka Kovac e Nevenka Stipisic, chiedendo un risarcimento sui 120mila euro. (a.m.)

 

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