N. 840 – 25 Agosto 2012
Sommario


525 - Il Piccolo 19/08/12 Pola ricorda la strage anti-italiana di Vergarolla (p.r.)
526 - L'Arena di Pola 30/07/12 18 agosto 1946 (Regina Cimmino)
527 - Latina Oggi 20/08/12 Una strage figlia del terrore, tutto sullo scoppio di un arsenale bellico sulla spiaggia di Vergarolla a Pola (Daniele Lembo)
528 – CDM Arcipelago Adriatico 23/08/2012 - Roma 5, 6 e 7 Otoobre 2012: Il Raduno dei fiumani
529 - Il Piccolo 21/08/12 Vandali - Provincia di Trieste: «Foiba imbrattata, gesto di odio»
530 - Il Piccolo 20/08/12 L’ Intervento - Re Artù e Marco Polo dalmati ma non croati (Renzo De’Vidovich)
531 - La Voce del Popolo 23/08/12 Capodistria - Il «boscarin» ora anche nell'Istria slovena (gk)
532 - Il Piccolo 22/08/12 Da Parenzo a Trieste: il sogno proibito dei turisti in bicicletta (Livio Missio)
533 - Il Piccolo 21/08/12 Zagabria starebbe preparando un giro di vite nei confronti delle minoranze. (pr)
534 - Il Piccolo 19/08/12 Zagabria: «Lubiana non ci vuole nell’Ue» (Mauro Manzin)
535 - Avvenire 23/08/12 Intervista - L'Istria delle culture? Un abbecedario (Vittorio Filippi)
536 – La Voce del Popolo 22/08/12 L'istrorumeno, una realtà che va tutelata (Sandro Petruz)
537 - Il Piccolo 20/08/12 Cercando la Dalmazia - Un itinerario lungo più di trecento chilometri partendo da Spalato per fare rotta su Ragusa (1° puntata) (Emilio Rigatti)
538 - Il Piccolo 21/08/12 Cercando la Dalmazia - Molte meraviglie sfuggono ai ricchi sui " ferri da stiro" ( 2° puntata) (Emilio Rigatti)
539 - Avvenire 15/08/12 I popoli delle Alpi - Quel pizzico di Slovenia nelle Valli del Natisone (Francesco Dal Mas)


A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arenadipola.it
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/



525 - Il Piccolo 19/08/12 Pola ricorda la strage anti-italiana di Vergarolla
Pola ricorda la strage anti-italiana di Vergarolla
POLA Ieri nel rispetto della tradizione avviata dopo la caduta dei Muri (prima l'argomento era tabù) sono state commemorate le vittime innocenti della strage di Vergarolla di 66 anni fa. Quel triste giorno, nello scoppio di 9 tonnellate di esplosivo contenuti nelle mine residuati di guerra, morirono un centinaio di polesani che stavano trascorrendo una domenica di sole al mare. Molti si erano dati appuntamento a Vergarolla per assistere alla regata remiera per la celebrazione dei 100 anni della Società Pietas Julia. E forte tra i polesani era il desiderio di ritrovarsi in libertà dopo gli anni oscuri della guerra. Quel forte boato determinò una svolta nella vita cittadina in quanto era una chiara intimidazione del regime comunista nei confronti degli italiani, che intrapresero così la strada dell'esodo.
Pola rimase spopolata, l’italianità in città venne ridotta a una fievole fiammella che ha ripreso vigore solo dopo tanti decenni. Ogni anno dopo l'ex Jugoslavia, i polesani “andati” e “rimasti”, due voci di una tragedia comune che diventano sempre più una voce sola, sentono il bisogno di trovarsi dinanzi al cippo. Quest' anno i discorsi sono stati estremamente brevi.
«Siamo qui semplicemente per ricordare le vittime innocenti di quella strage
- è stato detto - e per rendere consapevoli anche le giovani generazioni di un tragedia che non deve mai più ripetersi». Sono intervenuti Fabrizio Radin, vice sindaco e presidente della Comunità degli italiani di Pola, che ha annunciato la proposta del sindaco Boris Miletic d’intitolare il parco adiacente al duomo in cui avviene la commemorazione alle vittime di Vergarolla, il sindaco del Libero Comune di Pola in esilio Argeo Benco, il presidente del Circolo di cultura Istria di Trieste e l'incaricato d'affari dell'Ambasciata italiana a Zagabria Paolo Palminteri. Dopo la posa di una corona di fiori sul cippo, ha cantato la Corale Lino Mariani mentre in precedenza nel duomo don Desiderio Staver ha celebrato la messa di suffragio. (p.r.)

 

526 - L'Arena di Pola 30/07/12 18 agosto 1946
18 agosto 1946

18 agosto 1946, una calda giornata d’estate, una manifestazione per ricordare l’anniversario della fondazione della “Pietas Julia”, Società per le Attività Marinare, con grande partecipazione della cittadinanza.
Io mi trovavo allo stabilimento di Stoia, la più bella delle piccole insenature per il “bagno”. Dalle mie parti si diceva “vado al bagno”, perché si passava una gioiosa giornata in acqua, fra tuffi e nuotate. Ero distesa nella pineta, dove i pini toccano il mare e il profumo delle erbe – lavanda, maggiorana, timo, origano, salvia, rosmarino, “pelin” – formano un compendio con l’acqua salata. E per sempre mi sono rimasti dentro quegli odori, per cui non esiste un altro mare. Alla punta estrema di Stoia, bagnati dal mare aperto c’erano i lastroni: la bianca pietra d’Istria, quasi scolpita, quasi le bianche scogliere di Dover.

Improvvisamente la terra ha tremato: ho alzato gli occhi e ho visto un’enorme colonna di fumo, forse ho visto qualche corpo in alto. In linea d’aria ero vicinissima.
A Stoia ero in colonia, organizzata dal G.M.A., ci accompagnavano al mattino, ci riportavano nel tardo pomeriggio. Quel giorno non si capiva più niente, non ci veniva detto molto. Solo al ritorno, di solito si facevano i cori, ci fu detto di osservare il massimo silenzio. Capimmo che era successo qualcosa di orribile.
Quanti di noi ancora una volta, ancora come nella peggiore delle guerre, avevano perso una persona cara?
In quello che fu un attentato, in quanto per esplodere le mine dovevano essere innescate, morirono centodieci persone, forse anche un soldato del G.M.A.. Quante morirono in seguito per le ferite riportate, non so chi ne abbia tenuto il conto. Quella che si era preannunciata come una festosa giornata d’estate per troppi fu veramente l’ultima estate: per chi morì e per chi scelse l’Esodo. E non eravamo tutti fascisti, come spesso veniamo etichettati, se non nella stessa misura delle altre città italiane. Ma quello scoppio, nove tonnellate di tritolo, spinse anche i più indecisi ad andarsene. Pola contava trentacinquemila abitanti, ne rimasero duemila.

Su quelle mine la gente stava seduta, appendeva i vestiti, riparava alla loro ombra le merende. Sentii raccontare che un uomo interamente vestito all’improvviso gridò: «Scampé, scampé che s’ciopa!» (Scappate, scappate che scoppia). Molti si alzarono e furono investiti dallo spostamento d’aria. Fecero il possibile per ricomporre i corpi, i gabbiani volavano in cielo con osceni brandelli nel becco, i soccorritori trasportarono masse informi di resti umani che tremavano come gelatina, qualche corpo finì in mare e per il resto di quell’estate nessuno mangiò pesce.
Più che lo scoppio, che per puro caso non toccò la mia famiglia, mi sconvolsero i funerali: tante bare su tanti camion militari, coperte dal tricolore e dal silenzio di una città in ginocchio, in ogni senso. Un silenzio che si poteva toccare. Io lì, muta a guardare. Col terrore che qualcosa accadesse ancora. Non ho ricordo di un fiore. Eppure c’erano. Solo per due bare ci fu un funerale privato: per i due figlioletti dell’eroico medico che, pur sapendo di aver perso i due figli, il fratello, la cognata e una nipotina, non lasciò l’ospedale, operando e curando i feriti, per ventiquattro ore di seguito. Lui aveva deciso di rimanere a Pola. Come medico tutti erano suoi pazienti: di qualsiasi razza, di qualsiasi idea politica. Dopo la strage lasciò la città, disse di non volersi trovare un giorno a curare gli assassini dei suoi figli. Gli fu concessa la medaglia d’argento al valor civile. Nei miei ricordi di bambina riaffiora una frase: «In un bara ci sono solo i giocattoli». Al mio primo ritorno a Pola, dopo ventisette anni, quel che mi colpì fu ritrovarla come l’avevo lasciata: in una sorta di immobilismo, avevano spianato solo le macerie, era come fosse morta.

Mi lasciava in uno stupore irreale, ma alla fine, se pur dolorosamente, ero contenta: potevo ritrovare tutto, quasi tutto, in quelle strade, in quelle pietre fino alle pinete, fino al mare, il mio mare. Mi colpiva la mancanza di bambini, di giovani, quelli che incontravo erano tutti in divisa. Mi recai in visita al Cimitero, nell’entrare una donna mi disse di portare dei fiori, io risposi di non aver tombe su cui lasciarli. Chissà dov’era finita la croce di legno del nonno, ma la donna mi invitò ancora a prenderli e a lasciarli su una tomba qualsiasi: «In tanti fanno così».
Entrai nel cimitero alto sul mare, dopo pochi passi scorsi la tomba di due fratellini e il cuginetto morti a Vergarolla, poco distante un’altra raccoglieva le spoglie di ventisette persone di tutte le età, sempre morte quel 18 agosto 1946. Mi riscoppiò dentro tutto l’orrore di quel giorno: allora era tutto vero, non è un incubo che ho portato in me e ingigantito nel ricordo! Lasciai i poveri tulipani che ormai avevano reclinato la corolla, senza cercare l’acqua, uscii in fretta. Non mi riuscì di mormorare una preghiera.

Regina Cimmino
(da Quella terra è la mia terra Istria: memoria di un esodo, ed. Il Prato, Padova)

 

527 - Latina Oggi 20/08/12 Una strage figlia del terrore, tutto sullo scoppio di un arsenale bellico sulla spiaggia di Vergarolla a Pola
Persero la vita quasi cento italiani. Lo scopo fu terrorizzare la comunità e costringerla all’esodo
Una strage figlia del terrore
Tutto sullo scoppio di un arsenale bellico sulla spiaggia di Vergarolla a Pola
E' domenica 18 agosto 1946 e sulla spiaggia di Vergarolla, alla periferia di Pola, si sono riuniti centinaia di italiani. Fa caldo, è un'afosa giornata d'agosto ed è normale che tanta gente sia sul lido, ma nell'occasione la folla supera di gran lunga quella normale nelle giornate di calore esti­vo. Il motivo di tante presenze è dovuto al fatto che è prevista una manifestazione di nuoto della Socie­tà Nautica Pietas Julia che tiene la coppa “Scarioni”.
Nelle primissime ore del pomerig­gio (ore 14.10) si verificherà un'e­splosione devastante. Non lontano dallo stabilimento balneare, sono state accatastate 28 mine, di quelle del tipo antisbarco da Marina.
Quegli ordigni dovrebbero essere in piena sicurezza perchè sono state disinnescate dagli uomini del Genio e private dei detonatori. Contengono ancora l'esplosivo, ma non dovreb­bero deflagrare. Eppure la tragedia avviene e spazza via da quella spiag­gia un centinaio di cittadini di Po­la.
Il numero delle vittime non è mai stato completamente definito, indi­cato intorno al centinaio, è composto da intere famiglie che vengono com­pletamente spazzate vie. Quindi, nell'esplosione troveranno la morte vecchi, donne, bambini, talvolta in piccolissima età.
Raccontata così la tragedia potreb­be sembrare una di quelle tante scia­gure nazionali che, di tanto in tanto, avvengono. La guerra è finita da oltre sedici mesi e quelle mine po­trebbero anche essere esplose per caso. Fatto sta che non è la sorte a decidere l'esplosione e la morte di tante persone che, come vedremo, vengono assassinate poiché hanno il solo torto di essere italiani e difende­re l'attaccamento alla loro Patria.
La vicenda è più complessa di quella che parrebbe. La guerra, co­me detto, è finita da mesi e l'area del confine nord orientale, sulle quale gravano le mire della Jugoslavia di Tito, è stata divisa nella Zona “A” del Territorio Libero di Trieste e nella Zona “B” sotto controllo jugo­slavo, in attesa di decidere la sorte finale di quella regione italiana.
La città di Pola, benché sia in Istria e quindi in territorio controllato dai comunisti slavi, ha la particolarità di venire inclusa nella zona A, diven­tando una specie di enclave italiana circondata dal territorio della zona B.
L'intera Pola ha sentimenti italiani e, quindi, la cittadinanza aspira a restare legata alla madrepatria Italia. Tutti confidano sulle dichiarazioni di principio degli americani, secon­do le quali ogni popolo dovrebbe avere “il diritto di poter decidere in piena autonomia del proprio desti­no”.
La riunione di tanta gente sulla spiaggia, al momento dellaa defla­grazione, non è dovuta solo alla gara tenuta della Società Nautica Pietas Julia. In realtà, è l'occasione di una manifestazione di italianità, una dei tanti momenti in cui i cittadini di Pola creano momenti per innalzare il loro canto corale all'Italia. Peraltro, la stessa “Arena di Pola” il quotidia­no cittadino, ha reclamizzato l'even­to come una manifestazione di italia­nità.
Quelle mine non scoppieranno per caso, non sarà il sole cocente o un fornello da cucina acceso troppo vicino a farle saltare, a causare la tragedia sarà una mano assassina.
All'epoca sul reale movente e sugli agenti di quell'attentato terroristico si indagò poco e male. Nessuno, forse, aveva la reale intenzione di individuarne con chiarezza esecutori e mandanti. Anche perché gli italiani avevano perso la guerra e qualche prezzo, anche in vite umane, poteva­no anche continuare a pagarlo. Ci sono voluti decine d'anni perché dagli archivi inglesi uscisse una do­cumentazione capace, da sola, di fare piena luce su quell'infido atto terroristico.
All'epoca il comando inglese diede compito a una commissione d'in­chiesta di individuare le responsabi­lità della strage. Quest'ultima giunse a concludere che:le mine erano in stato di sicurezza, poiché disattivate e che alcuni testimoni, fa i quali anche un inglese, asserivano che poco prima dell'esplosione avevano udito un piccolo scoppio e visto un fumo blu correre verso le mine. Pertanto, nella relazione finale fu espresso il parere che "Gli ordigni sono stati deliberatamente fatti esplodere da persona o persone sco­nosciute".
Da non molto tempo, un ricercato­re italiano ha pubblicato documenti tratti dal Public Record Office di Londra, tali da togliere ogni dubbio su quei fatti. Di tale documentazio­ne, relativa ai fatti che interessarono l'Istria e la Dalmazia in quegli anni, fa parte una dettagliata informativa, datata 19 dicembre 1946, intitolata “Sabotage in Pola e relativa alla strage di Vergarolla. In questo docu­mento si imputa all'OZNA, il servi­zio segreto titino, la paternità della strage.
Il messaggio per gli italiani di Pola deve essere chiaro e forte: restare e accettare il regime comunista titino, oppure lasciare da esuli l'Istria.
In quegli anni, in quell'area fu por­tato avanti un progetto di genocidio di un popolo, inteso sia come nazio­ne sia come tradizione dello stesso. Gli italiani, con le buone o con le cattive dovevano scomparire da quelle terre.
La cosa più scandalosa dell'intera vicenda è che, per anni, non solo dei morti di Vergarolla, ma dell'intero massacro perpetrato contro gli italia­ni in quelle terre, si è preferito far finta di dimenticare. I Governi Italia­ni, per decenni, hanno volutamente dimenticato cancellando quegli eventi dai manuali di storia ad uso scolastico: gli italiani non dovevano sapere.
Solo il 18 agosto 2011, la Famiglia Polesana di Trieste, costituita da un nucleo di esuli, ha posato sul colle di San Giusto, una stele con i nomi e l’età di quegli innocenti dei quali, purtroppo solo 64 poterono essere identificati.
La stele, come tutti monumenti, da sola non basta a mantenere vivo il ricordo. C'è bisogno che gli italiani e, in particolare, i giovani sappiano che oltre sessanta anni fa ci furono loro compatrioti che scelsero la via dell'esilio pur di mantenere fede a un'idea di amor di patria. Perché la patria può essere un roseto odoroso, ma per amarla talvolta bisogna saper anche abbracciare roveti di spine.
(Daniele Lembo)

 

528 – CDM Arcipelago Adriatico 23/08/2012 - Roma 5, 6 e 7 Otoobre 2012: Il Raduno dei fiumani
ROMA 5, 6 e 7 OTTOBRE 2012: IL RADUNO DEI FIUMANI
Dopo Montegrotto e San Vito, i Fiumani tornano ad incontrarsi. Questa volta sarà Roma che coronerà l’anno del Cinquantesimo anniversario dal Primo Raduno fiumano in Italia. Nel prossimo numero de La Voce di Fiume, che uscirà a fine agosto, l’appello del Sindaco Guido Brazzoduro a tutti i fiumani, in particolare ai figli ed ai nipoti, a partecipare numerosi. Anticipiamo il programma dell’incontro.

Venerdì 5 ottobre 2012 – mattino

ore 10,30 - deposizione corona d'alloro all'Altare della Patria con le autorità del Comune di Roma
ore 11,30 - saluto delle autorità di Roma Capitale ai fiumani (sarà disponibile un pullman di 50 posti) e visita guidata al Palazzo Pretorio del Campidoglio
ore 13,30 – partenza per il rientro in albergo - pranzo libero

pomeriggio-sera

ore 16,00 - Consiglio comunale presso la sala convegni dell’Hotel American Palace EUR
ore 17.30 - Assemblea cittadina nella sala convegni dell'hotel
ore 20.00 – cena libera


Sabato 6 ottobre - mattino

visita al Quartiere Giuliano-Dalmata (500 metri dall'hotel)
Ore 9,30 - Omaggio al Monumento foibe in Largo Vittime delle foibe istriane (piazzale Metrò Laurentina) e al Cippo Carsico con ANVGD Roma.

Ore 11,00 - Incontro presso la Comunità giuliano-dalmata di Roma, tavola rotonda e dibattito
“II contributo dei fiumani e dei giuliano-dalmati all'Europa di oggi. Cosa è stato fatto e cosa resta da fare” – con la partecipazione di dirigenti delle associazioni fiumane e dell’Anvgd e personalità politiche.

Ore 13.30 - Pranzo libero

Ore 17,00 – Santa Messa alla Chiesa di San Marco Evangelista – Quartiere giuliano-dalmata
in Piazza Giuliani e Dalmati

Ore 18.15 - Visita all'Archivio Museo storico di Fiume – Società di Studi Fiumani
Ore 20.15 – cena sociale a menù fisso
Ore 22,00 – (musica e convivialità)


Domenica 7 ottobre
ore 10,00 - rassegna editoriale a cura della prof.ssa Laura Calci
ore 12,30 - pranzo sociale in hotel
ore 15,30 - partenze

Location

Hotel individuati e prezzi per Raduno esuli fiumani a Roma:

Hotel American Palace EUR **** in via Laurentina, 554 - ROMA
Tel. 065913552 – fax: 065911740 – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Camera matrimoniale Euro 120,00
Camera singola Euro 90,00
Non disponibile il supplemento per mezza pensione.


Hotel Villa EUR*** in Piazza Marcellino Champagnat, 2 – ROMA
Tel. 0554220627 – Fax 06.54220912
e- mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Camera matrimoniale Euro 110,00
Camera singola Euro 65,00


Hotel Stelle d’Europa *** - Via Genieri, 7 – si trova a 250 metri a piedi dal Villaggio Giuliano Dalmata e a 800 metri dall’American Palace
Camera matrimoniale Euro 90,00
Camera singola Euro 60,00
Tel. 065010251

 

529 - Il Piccolo 21/08/12 Vandali - Provincia di Trieste: «Foiba imbrattata, gesto di odio»
VANDALI «Foiba imbrattata, gesto di odio»
Interventi di Mosetti del Comitato 10 Febbraio e di Dubs del Pdl
«Denunciamo l’aggravarsi dell’incessante clima che persiste riguardo i danneggiamenti e i furti ai Monumenti nazionali nella provincia di Trieste». Lo afferma Daniele Mosetti, presidente provinciale Comitato 10 Febbraio.
Dal monumento nazionale della Foiba di Basovizza è stata asportata l’altra notte la lampada votiva collocata sul cippo di Tristano Alberti che riproduce lo spaccato della Foiba.
La Lega nazionale ha prontamente denunciato il furto ai carabinieri come pure il secondo vilipendio nell’arco di poche ore al Monumento nazionale dei Martiri delle foibe a Monrupino.
«A distanza di poche ore dall'esser ripulita dalle scritte rosse in sloveno trovate il 15 agosto - sottolinea Mosetti - viene nuovamente imbrattata, completamente, di nero e con esplicita sigla di ben noto apparato repressivo titino, evidentemente ancora esistente.
Il grave gesto pone nuove riflessioni, sull'odio ancora vivo verso l'italianità di questa terra martire, nella frustrazione di non esser riusciti a occupare Trieste per più di quaranta giorni e nell'agonia di non poter veder sventolare la bandiera slava sui palazzi della nostra città».
Su queste vicende interviene anche il consigliere regioanl del Pdl Roberto Dubs: «Siamo nel 2012, ma qualcuno evidentemente è ancora rimasto fermo al 1945. Questi tristi personaggi che invece di andare al mare imbrattano i monumenti ai caduti, mi fanno venire in mente le storie di quei soldati dell’ impero del Sol Levante i quali, abbandonati su qualche isolotto del pacifico e vivendo senza alcun contatto con la realtà, hanno continuato a combattere nemici inesistenti di una guerra ormai conclusa, anche fino agli anni Sessanta».

 

530 - Il Piccolo 20/08/12 L’Intervento - Re Artù e Marco Polo dalmati ma non croati
Re Artù e Marco Polo dalmati ma non croati
L’INTERVENTO DI RENZO DE’ VIDOVICH*
In relazione all’articolo di Andrea Marsanich apparso su Il Piccolo del 3 agosto “I Dalmati scippano Re Artù a sua Maestà” con sottotitolo “Non solo Marco Polo ma anche il mitico sovrano britannico diventa croato” vorrei precisare che non esistono solo i recenti studi dello storico inglese John Matthews, ma vi sono precedenti piuttosto importanti riportati anche nel libro edito dal Centro Ricerche Culturali dalmate – Spalato nel 2007 “Salona negli scavi di Francesco Carrara” di Daria Garbin, nel quale è documentato il ritrovamento della tomba di Artorius Castus. Anche nel sito dedicato agli “Uomini illustri di Dalmazia” consultabile da un paio d’anni in www.dalmaziaeu.it (che avrà anche una sua edizione cartacea nel prossimo settembre) è scritto in proposito “Generale romano, Governatore romano della Dalmazia e probabile ispiratore delle leggende su Re Artù, fu un valoroso ed abile condottiero romano di nome Lucio Artorio Casto vissuto nella seconda metà del secondo secolo dopo Cristo. È stato Centurione nella III Legio gallica e, più tardi, dal 122 d.C., prefetto della VI Legio Victrix in Britannia, dove è diventato famoso difendendo il Vallo di Adriano e domando tumulti locali.
Lo storico Kemp Malone (1924) ed i suoi allievi ritengono che questo generale romano fosse il personaggio storico che ha dato impulso alla creazione delle leggende popolari che, con il tempo, hanno concorso alla formazione del leggendario Re Artù e del ciclo della Tavola rotonda. Dopo essersi ritirato dal servizio militare attivo, venne nominato governatore della Dalmazia. Un sarcofago che porta il nome di Lucius Artorius Castus è stato ritrovato a Postrana (Podstrana), a sud di Spalato”.
Infine, ne Il Piccolo di 9 agosto Mauro Manzin titola “A Curzola aperto il Museo del Marco Polo croato”. Sull’argomento va precisato che l’Enciclopedia Britannica sostenne questa tesi per vari decenni e che sull’origine di Marco Polo, forse nato a Curzola, il nostro citato Sito internet è molto preciso e vi sono nominati anche i fratelli Nicolò e Matteo Polo, padre e zio di Marco Polo, che lo hanno accompagnato nel viaggio alla corte del Cublai Can. Costoro risultano appartenere ad una nota famiglia di Sebenico (come documenta l’Allulli nel libri su Marco Polo edito da Mondatori del 1954 e numerose volta su Il Dalmata).
Naturalmente il generale romano Artorius era un dalmata romano vissuto tre-quattro secoli prima della venuta di croati, serbi e montenegrini in Dalmazia e se qualcuno a Porto Narenta, l’odierna Metcovich, sia pure a titolo folcloristico, dice il contrario si fa solo ridere da chi abbia un minimo di cultura. Altrettanto dicasi della famiglia di Marco Polo, una delle tante casate veneziane della Dalmazia del tempo.
Sarebbe come se gli arabi dell’Egitto di oggi si vantassero di discendere dai Faraoni e sostenessero che le Piramidi sono cosa loro. Ma, precisata l’origine romana di Re Artù e quella veneziana di Marco Polo, non trovo niente di strano che le città oggi croate ne ricordino le gesta là dove sono nati, ancorché Artù appartenga all’antica Nazione dalmata illirico- romana nel tempo in cui le popolazioni slave non erano ancora presenti in Europa e, Marco Polo alla Nazione dalmata medievale, al tempo in cui la presenza slava in Dalmazia c’era, ma era ancora marginale e di scarsa rilevanza.
* Presidente della Delegazione di Trieste dell’Associazione Dalmati italiani nel mondo



531 - La Voce del Popolo 23/08/12 Capodistria - Il «boscarin» ora anche nell'Istria slovena
PROSEGUE IL PROGETTO CROATO – SLOVENO APRO SUL CARSO E IN ISTRIA
Il «boscarin» ora anche nell’Istria slovena
CAPODISTRIA – Nei giorni scorsi i pascoli della zona di Podgorje, ad una quindicina di chilometri da Capodistria, si sono arricchiti di 10 vacche istriane. Gli animali sono tutti gravidi e quindi raddoppieranno presto i componenti della mandria. L’iniziativa rientra nel progetto transfrontaliero sloveno-croato per la tutela e il ripristino della biodiversità dell’ambiente con l’allevamento di razze autoctone, denominato APRO. Vede protagonista la Regione Istriana da parte croata e l’Istituto agricolo-forestale di Nova Gorica per la Slovenia. L’intenzione è di riportare nella parte slovena dell’Istria e del Carso il bue istriano, il popolare “ boscarin”, scomparso completamente negli ultimi decenni dalle campagne oltre il Dragogna. Un tentativo di rilanciarlo, effettuato appoggiandosi alla vacca podolica, è stato fatto di recente nell’entroterra capodistriano nelle fattorie di Cristoglie e alcuni esemplari popolano oggi il Parco naturale di Val Stagnon. Il progetto APRO si basa, invece, su bovini provenienti dall’Istria centrale. Gli esperti sono convinti che i possenti animali sapranno adeguarsi alle condizioni di vita nella zona carsico- costiera. Da parte slovena si sottolinea soprattutto l’importanza della razza per la produzione di carni, ma gli esponenti della regione istriana hanno messo in evidenza anche il ruolo che può avere nella tutela dell’ambiente. Pascolando, infatti, i boscarini diventano “pompieri”, impedendo alla macchia e al bosco di estendersi oltre misura. Si prevengono in tal modo i disastrosi incendi come quelli che dieci giorni fa hanno devastato centinaia di ettari proprio nella zona di Podgorje. Unanime la consapevolezza che i bovini istriani sono un simbolo culturale e naturale molto importante dell’Istria e che va pertanto tutelato. Le cose saranno molto più facili con l’entrata della Croazia in Europa e con la scomparsa delle frontiere sloveno-croate. (gk)

 

532 - Il Piccolo 22/08/12 Da Parenzo a Trieste: il sogno proibito dei turisti in bicicletta
Da Parenzo a Trieste: il sogno proibito dei turisti in bicicletta
Il tratto che congiunge il tratto sloveno della pista con Muggia è finalmente completato. Ma poi si ricade nel traffico
di Livio Missio
MUGGIA L’Austria era un paese ordinato. L’Italia, un po’ meno. Questo devono pensare i cicloturisti tedeschi che si mettono in testa di ripercorrere il tracciato della mitica ferrovia Parenzana partendo dai campeggi istriani. Casco, zainetto, una gonfiata alle gomme della mountain bike e via verso Miramare. Settanta chilometri senza vedere un’auto, nel verde della macchia mediterranea: «Wunderbar»! Sulle cartine made in Germany la Parenzana è ben tracciata da 4 anni per tutta la sua lunghezza, come da progetto. E almeno in questo, da poche settimane, anche l’Italia ha smesso di barare: la ciclabile “Parenzana” c’è. Quasi tutta.
Da notare che l’accordo fra i 30 Comuni (italiani, sloveni e croati) per realizzare la “Strada della salute e dell’amicizia” è stato sottoscritto il 6 ottovre del 2000. Da anni gli sloveni hanno realizzato i loro 43 chilometri, idem i croati (una trentina). Ultima l’Italia (due scarsi). E “quasi” tutta perchè per Trieste ne mancano ancora 10. Superato il confine di Sicciole, e attraversato anche il tratto sloveno, il ciclista di Monaco si accorge infatti di essere arrivato in Italia solo perché, uscito dal bosco di Vignano, si trova improvvisamente in mezzo al traffico caotico della zona industriale muggesana. Ammesso (e non concesso) riesca a capire qual è il percorso verso Trieste, dopo tre attraversamenti sulle zebre fra auto che sfrecciano e rotonde che indicano rampe autostradali (verboten!), arriverà al massimo sotto la collina di Aquilinia. Scollinata la quale si troverà sulla provinciale Trieste-Muggia (la via Flavia) che di pista ciclabile non ha neanche un metro.
E da lì a Miramare lo aspettano dieci chilometri d’inferno. Il tutto senza l’aiuto di un cartello, perché il tratto italiano della ciclabile Parenzana è ancora custodito come un segreto di Fatima. L’inaugurazione, dicono al Comune di Muggia, si farà a settembre, quando si metteranno anche i cartelli e quando di cicloturisti se ne vedranno ormai pochi. Il tutto verrà buono l’anno prossimo. Del fatto di essere arrivato in Italia, in verità, il cicloturista forestiero potrebbe accorgersi anche da un altro particolare. Se, passato sotto il ponte di pietra che delimita il confine sloveno-italiano, invece di guardare davanti getta lo sguardo ai bordi per ammirare il sommaco e le roverelle, vedrà anche ammassi di pneumatici, carcasse di automobili, elettrodomestici arrugginiti e montagne di detriti di ogni tipo. Perché quando per ripulire l’antico tracciato della storica ferrovia e asfaltarlo le ruspe hanno aperto un varco nella boscaglia diventata ormai impenetrabile dopo anni e anni di abbandono, sono venuti alla luce non templi indù sepolti dalla giungla ma tutti i depositi abusivi degli sfasciacarrozze che operavano a ridosso del confine.
Ai tempi della ex Jugoslavia infatti era fiorente il commercio di pezzi di ricambio e i rottamatori facevano affari d’oro con sloveni, croati, serbi e bosniaci. Adesso l’unica eredità rimasta sono montagne di detriti di cui, onestamente, il sindaco Nerio Nesladek ammette di aver sempre saputo. «Adesso il Comune dovrà cacciare almeno seimila euro per la bonifica», racconta. E per fortuna che quella delle bombe d’aereo dell’ultima guerra si è rivelata solo una diceria: ma intanto i lavori hanno rallentato anche per aspettare l’ok del genio militare. Bonificata e opportunamente segnalata ecco dunque che per il “foliage” di ottobre la Parenzana potrebbe essere degna di questo nome per tutta la sua lunghezza. Che non resterà mai completa perché da Muggia a Trieste (da lì partiva il trenino) la ciclabile, come si diceva, resta un sogno. «E questo perché nella cultura dei nostri politici la bici rimane uno strumento di svago e non un mezzo da incentivare per gli spostamenti di tutti i giorni, per incentivare la mobilità sostenibile». Lo dice Jacopo Rothenaisler, ex sindaco di Muggia che dell’ambiente ha fatto la propria mission. Una pedalata e un’arrabbiatura. Forse perché ha un cognome tedesco.

 

533 - Il Piccolo 21/08/12 Zagabria starebbe preparando un giro di vite nei confronti delle minoranze.
L’ALLARME Un giro di vite sui deputati delle minoranze Radin insorge
POLA Zagabria starebbe preparando un giro di vite nei confronti delle minoranze.
Obiettivo: ridimensionare il ruolo dei loro rappresentanti al Sabor. Secondo il parere di Sinisa Tatalovic, consigliere per la politica interna del capo dello Stato Ivo Josipovic, i deputati delle minoranze non dovrebbero venire eletti in maniera autonoma, ma sulle liste dei partiti. Non basta: dovrebbero votare in Parlamento solo su questioni relative alle minoranze nazionali e non ad esempio sulla fiducia al governo o sul bilancio. Sarebbero quindi deputati di Serie B.
Furio Radin, deputato italiano che ha reagito duramente all’ipotesi intervenendo sui vari Tg croati, sostiene che Tatalovic avrebbe agito per conto suo. «Ma non so - avverte - se il consigliere sia tanto sprovveduto da dire delle cose che il presidente della Repubblica non condivide.Per mettere fine a questa polemica ho proposto un incontro chiarificatore con il capo dello Stato che le minoranze vedono come punto di riferimento e come primo cittadino del paese nel quale vogliamo sentirci a casa nostra».
La dichiarazione di Tatalovic è stata formulata quasi in contemporanea con il clamoroso e acceso scontro tra Josipovic e il deputato della minoranza serba Milorad Pupovac. In riferimento alle dotazioni finanziarie per la minoranza serba, Josipovic ha accusato Pupovac di etnobusiness e di scarsa tutela degli interessi dei suoi connazionali in Croazia. Radin ha giudicato inusuale il linguaggio di Josipovic nei confronti di un deputato minoritario e in questo caso di uno dei leader storici dei serbi. «Probabilmente - afferma il deputato italiano - una certa animosità è sorta un anno fa, quando la Corte costituzionale della Croazia con una sentenza incostituzionale (non si possono modificare le regole elettorali a soli quattro mesi dall’appuntamento con le urne) aveva bocciato sia il doppio voto per gli italiani che il modello specifico di discriminazione positiva per i serbi, invalidando quanto concesso dal precedente potere di centrodestra».
La scandalosa sentenza, così alcuni osservatori, aveva confermato che la Corte costituzionale non è immune da pressioni politiche e che i giudici sono disposti a far piaceri a destra o a sinistra. E mentre il paese si sta avvicinando a grandi passi all’Unione europea è evidente una discrepanza tra il premier Zoran Milanovic e il capo dello Stato Ivo Josipovic sui temi delle minoranze anche se entrambi sono socialdemocratici. Milanovic ha finora mantenuto un atteggiamento alquanto freddo mentre Josipovic, come rimarca Radin, «ci ha fatto felici intervenendo due anni fa all’inaugurazione della nuova sede della Comunità degli italiani di Cittanova e incontrando il 3 settembre scorso a Pola il capo dello stato italiano Giorgio Napolitano con il quale ha poi assistito al ben noto concerto in Arena». (p.r.)

 


534 - Il Piccolo 19/08/12 Zagabria: «Lubiana non ci vuole nell’Ue»
Zagabria: «Lubiana non ci vuole nell’Ue»
Sale la tensione tra i due Paesi. La Slovenia sarebbe pronta al veto per il caso Ljubljanska Banka e i beni espropriati da Tito
di Mauro Manzin
TRIESTE È un autunno caldissimo quello che si preannuncia per i rapporti bilaterali tra Slovenia e Croazia. E la posta in palio è molto, ma molto grande: l’ingresso di Zagabria nell’Unione europea. Secondo fonti diplomatiche riportate dal quotidiano Jutranji List il premier sloveno Janez Janša starebbe preparando una vera e propria offensiva d’ottobre. Lubiana, infatti, sta predisponendo tutto quanto serve per spostare il contenzioso bilaterale sulla Ljubljanska Banka su un piano europeo. Risultato? Il veto all’adesione della Croazia all’Ue (data prevista il prossimo 1 luglio). Ma non basta. La Slovenia vuole mettere sul piatto della bilancia anche la restituzione ai cittadini sloveni dei beni di loro proprietà confiscati in Croazia dal passato regime titino. Insomma, una sorta di beni abbandonati in salsa slovena. La vertenza, a volte la storia sa essere veramente beffarda, potrebbe aprire nuove porte alla storica questione relativa ai beni abbandonati dai profughi italiani. Zagabria finora non ha versato neppure un euro dei 35 milioni di dollari che dovrebbe restituire all’Italia quale erede degli obblighi provenienti dagli Accordi di Roma del 1981 tra Roma e l’allora Jugoslavia di Tito. E la Farnesina ha tutt’altro che abbassato la saracinesca sulla annosa vicenda. La Slovenia poi, come unico membro dell’Unione europea proveniente dalla frantumazione della ex Jugoslavia, può vantare a oggi una grossa influenza circa le questioni che riguardano i Balcani occidentali, tra cui, per l’appunto, l’adesione della Croazia. In più può contare, in sede comunitaria, di alcuni forti alleati quali la Svezia, l’Olanda e la Gran Bretagna storicamente molto severi nel percorso intrapreso da Zagabria nel suo avvicinamento all’Ue. Un banco di prova determinante per la Croazia sarà la relazione di controllo sul Paese ex jugoslavo chela Commissione europea riceverà a ottobre e relativo al percorso di standardizzazione di Zagabria alle normative comunitarie. In quell’occasione (da qui l’offensiva di ottobre) Lubiana chiederebbe lo stop alla Croazia sostenendo che, nel caso della Ljubljanska Banka, essa ha violato gli obblighi relativi al capitolo quarto del Trattato di adesione, anche se questa sezione non è sotto il controllo della Commissione. Se la Slovenia dovesse riuscire a influenzare gli esiti dell’operazione di monitoraggio della Commissione la Croazia si verrebbe a trovare in acque decisamente burrascose, dove tenere la rotta per raggiungere la data del 1 luglio 2013 diverrebbe molto complicato. Per gli olandesi, infatti, la data del 1 luglio è puramente teorica mentre la Germania non fa segreto che l’adesione potrebbe slittare a fine 2013. Come reagirà Zagabria? Secondo gli analisti la questione dovrebbe essere presa in mano dal premier Zoran Milutinovi„ il quale dovrebbe convincere il suo “collega” sloveno Janša che la Croazia non vuole minacciare gli interessi della Slovenia. Il premier croato dovrebbe poi nominare un emissario speciale che si occupi dei rapporti con Lubiana e dell’opera di lobbing presso gli altri Paesi europei. A questo proposito appaiono cruciali i due incontri che lo stesso Milanovi„ avrà il prossimo autunno con la cancelliera tedesca Anglea Merkel e il presidente francese Francois Hollande. Ottenere l’appoggio di Parigi e Berlino costituirebbe un salvacondotto non da poco da esibire sul tavolo europeo. Ma a favore della Croazia potrebbe anche giocare la Commissione stessa la quale, sempre più alla ricerca di un nuovo ruolo politico e istituzionale all’interno di un’Europa fortemente in crisi di identità, non gradirebbe che la data del 1 luglio 2013 da lei stessa indicata venisse di fatto cancellata.

 

535 - Avvenire 23/08/12 Intervista - L'Istria delle culture? Un abbecedario
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L’Istria delle culture? Un abbecedario
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Dicono le statistiche che l’anno scorso gli arrivi turistici in Istria hanno superato i tre milioni; in testa tedeschi ed italiani. A cui dobbiamo aggiungere i flussi dei vacanzieri che l’Istria la attraversano per andare verso altre mete, in Dalmazia come in Grecia. Eppure l’Istria merita uno sguardo ed una comprensione ben diversi, meno superficiali, dice il sociologo trevigiano Ulderico Bernardi, che a questa area dell’Europa ha appena dedicato un libro, Istria d’amore (Edizioni Santi Quaranta, euro 13).

Allora, come guardare oggi l’Istria, professore?
«Con tristezza so di molti turisti, anche italiani, che si sorprendono nel trovare i cartelli bilingui ignorando la storia e l’originalità di queste terre che vedono gli italiani non come degli immigrati ma come degli autoctoni veri e propri, anche se per i rimasti c’è una sofferenza indicibile dovuta ad un esodo lungo e doloroso che inizia con il crollo fascista del 1943 ed arriva fino agli accordi di Osimo del 1975».

Allora da dove partire per capire la complessità dell’Istria?
«Occorre visitare senza fretta, spingendosi all’interno, cimiteri ed osterie. Nei primi le lapidi parlano di un passato originale e ricco di sorprese, di personaggi misconosciuti ed interessanti come, nel camposanto di Draguccio, del medico ottocentesco Antonio Grossich, inventore della disinfezione preoperatoria con la tintura di iodio, tecnica che salvò chissà quante vite. E poi le osterie, dove attorno ad un bicchiere di buon malvasia l’intercalare in veneto ed in croato-ciacavo sottolinea una mescolanza linguistica e culturale di un’Istria che nei secoli è stata davvero un palinsesto su cui tante mani hanno lasciato una traccia più o meno profonda».

Può la complessità della piccola Istria insegnare qualcosa alla grande Europa, che nell’estate prossima vedrà proprio la Croazia divenire il suo ventottesimo membro?
«Certamente, l’Istria può essere oggi un buon paradigma per una Europa che ricordi sempre l’antico insegnamento di Abelardo quando parlava di Europa diversa, non adversa . Una Europa che oggi si compone di ben 330 culture regionali è una Europa che si qualifica sulla diversità. E può imparare dalle vicende istriane il grande pericolo dei nazionalismi come le possibilità che sa dare il multiculturalismo qui coltivato fin dai tempi della Serenissima e degli Absburgo. Arrivando ad una interculturalità come valore del mettere insieme il meglio delle diversità. Però occorre prima di tutto conoscere la propria cultura, perché solo chi ha buone radici può aprirsi all’altro senza esserne intimorito. È la grande lezione di Simone Weil sul radicamento come bisogno dell’anima».

Lei nel suo libro definisce l’Istria «un abbecedario spalancato sulle culture». Chi ci può aiutare a sfogliare ed a capire questo abecedario?
«Io ho trovato conforto ed aiuto nella comprensione della realtà istriana nelle pagine di tre autori; sono Niccolò Tommaseo, Fulvio Tomizza e Mircea Eliade. Il primo è un po’ il padre culturale di tutte quelle piccole civiltà che si affacciano sull’Adriatico, ma anche di quell’Europa pluralista delle tante diversità tenute insieme dalle comuni radici cristiane. Il secondo, scrittore e uomo di frontiera, ha sempre puntato nella sua produzione letteraria – come in Materada – ad accordare tra loro le varie componenti di sangue, di cultura, di mentalità. Sentendole stimolanti, non gravose. Infine Eliade, grande storico delle religioni, ci sottolinea l’importanza dell’autoctonia, del sentirsi intimamente legati ad un luogo. Che è cosa ben lontana dalle narrazioni nazionaliste che, specie proprio in Istria, produssero inenarrabili sofferenze che non dobbiamo mai lasciar cadere nell’oblio».
Vittorio Filippi

 

536 – La Voce del Popolo 22/08/12 L'istrorumeno, una realtà che va tutelata
GLI IDIOMI ISTRIANI DESTANO L'INTERESSE DEGLI STUDIOSI AMERICANI ZVJEZDANA VRZIĆ E JOHN VICTOR SINGLER
L’istrorumeno, una realtà che va tutelata
ROVIGNO – Alcune sere fa la Comunità degli Italiani di Rovigno ha presentato il bozzetto folcloristico in dialetto rovignese “Rovigno bella”. All’incantevole serata hanno partecipato degli ospiti d’eccezione, Zvjezdana Vrzić e John Victor Singler, due docenti del Dipartimento di linguistica della prestigiosa New York University, che stanno collaborando ad un progetto per la preservazione dell’idioma autoctono dei valacchi d’Istria e dei seianesi, conosciuto come lingua istrorumena, che si parla per la maggior parte nella zona ai piedi del Monte Maggiore e nella Cicceria.
La professoressa Vrzić, di origini fiumane, ha trascorso la sua infanzia a Icici e nel 1998 ha conseguito un dottorato di ricerca in linguistica presso la NYU; vanta numerose pubblicazioni inerenti all’istrorumeno, che ha imparato in famiglia dalla nonna e dalla madre. John Victor Singler, invece, è uno dei più rinomati esperti di lingue creole e pidgin ed è anche uno dei responsabili dell’African Linguistics School in Ghana.
Entrambi sono impegnati nel progetto “Tutela del valacco e del seianese”, nato nel 2005 e che, oltre a un grande lavoro di ricerca e documentazione, comprende un programma di rivitalizzazione a cura dell’associazione “Spod Učke” (Ai piedi del Monte Maggiore), presieduta da Viviana Brkarić, che si occupa di insegnare ai ragazzi le canzoni tipiche dell’istrorumeno.
TUTELA DELLE PARLATE ISTRIANE I risultati di questi sforzi di rivitalizzazione sono stati presentati dai simpatici e giovanissimi bambini di Valdarsa, uno dei villaggi dove si parla l’istrorumeno, che hanno presentato al pubblico rovignese le canzoni dell’infanzia tipiche della tradizione dei valacchi istriani.
Alla fine della serata abbiamo incontrato i due ricercatori per approfondire i temi della tutela e della rivitalizzazione delle parlate istriane. La professoressa Vrzić ha ricordato che il progetto è partito da New York, dove ci sono ormai più parlanti attivi di questo idioma che nella stessa Istria. Secondo gli ultimi dati, i parlanti attivi che abitano nella “grande mela” sono circa 300, mentre in Istria sono rimasti in 150, per la maggior parte residenti nei villaggi di Valdarsa, Seiane, Villanova d’Arsa, Lettai, Sucodro, Grobnico e Costorciani. Nel 2007 il progetto si è avvalso della collaborazione del Museo etnografico dell‘Istria e dell’associazione “Tragovi”(Tracce), approdando in Istria.
Per la tutela di questa parlata è stato fondamentale il lavoro di ricerca e documentazione, che ha portato alla creazione di un sito interattivo consultabile all’indirizzo www.vlaski-zejanski.com , dove si possono scaricare numerose registrazioni audio e video e approfondire l’interesse per questa lingua.
Negli ultimi 5 anni il progetto viene sostenuto dal ministero della Cultura, dalle Regioni Istriana e Litoraneo montana, dai Comuni di Mattuglie e Chersano, ma anche dal governo americano attraverso la National Science Foundation, un’agenzia governativa degli Stati Uniti che sostiene la ricerca e la formazione. L’agenzia ha assicurato i mezzi bastanti per 3 anni di ricerca sulla parlata valacca e seianese, che verrà analizzata dal punto di vista sociolinguistico e sintattico.
Queste due idiomi, che fanno parte del gruppo linguistico rumeno, sono stati separati per centinaia di anni dalla nazione madre e si sono evoluti in maniera autonoma diventando molto interessanti per la ricerca linguistica.
RICCHEZZA LINGUISTICA In base alle conoscenze attuali, i primi valacchi sono arrivati in Istria verso la prima meta del 1600 e l’analisi dei toponimi slavi istriani indica che diverse località della zona settentrionale della regione hanno una denominazione derivante dall’istrorumeno.
John Victor Singler ha sottolineato che non bisogna mai permettere che una lingua scompaia senza che sia attentamente studiata e documentata, perché ogni ricerca di questo tipo è fondamentale per comprendere il funzionamento del linguaggio umano.
“L’Istria è ancora più affascinante per un linguista - ha affermato Singler - perché l’istrioto appartiene al gruppo delle lingue italo-occidentali (Western Romance languages), mentre l’istrorumeno è una lingua romanza orientale (Eastern Romance languages) e per la ricerca sarà molto interessante trovare i punti di contatto fra questi idiomi: conoscendo a fondo queste parlate si potrà avere una visione più completa della ricca storia della penisola istriana”.
GLI IDIOMI ISTRIANI «SERIAMENTE IN PERICOLO» La Vrzić ha anche aggiunto che il rischio d’estinzione del valacco e del seianese è simile alle altre parlate autoctone dell’Istria, come l’istrioto, che comprende le parlate romanze autoctone di Rovigno, Valle, Dignano, Fasana, Gallesano e Sissano.
Infatti, l’istrioto e l’istrorumeno sono entrati nell’Atlante delle lingue in pericolo di estinzione redatto dall’UNESCO, nella categoria “seriamente in pericolo”, che indica quegli idiomi usati dagli anziani e dai nonni e che i genitori capiscono ma non usano nella comunicazione quotidiana e nei confronti dei bambini. La differenza maggiore tra i due è che l’istrioto ha sicuramente una maggiore testimonianza scritta, mentre l’istrorumeno è una lingua prettamente orale.
Alla serata organizzata dalla CI rovignese era presente anche la vicepresidente della Regione Istriana, Viviana Benussi, che ha confermato la massima disponibilità della Regione per questo tipo di progetti, aggiungendo che nei prossimi giorni i due ricercatori faranno visita anche ad altre Comunità degli Italiani, dove si parla l’istrioto, per sondare la possibilità di un lavoro di ricerca più ampio, che includa anche le altre parlate autoctone istriane.
Sandro Petruz

 

537 - Il Piccolo 20/08/12 Cercando la Dalmazia - Un itinerario lungo più di trecento chilometri partendo da Spalato per fare rotta su Ragusa ( 1° puntata)
La disobbedienza di chi va per mare senza un pedalò
Un itinerario lungo più di trecento chilometri partendo da Spalato per fare rotta su Ragusa
CERCANDO LA DALMAZIA
È sempre emozionante per noi marinai di campagna staccarci da terra.
Dopo un’iniziale diffidenza si inizia a planare sulle onde tra paesaggi da fiaba
di EMILIO RIGATTI
Duce (Spalato)– Milna (Isola delle Brazza/Brac): 3 luglio. Un pino infestato di cicale notturne esplode di colpo con fragore, poi si accendono in sequenza il vento e il biascicare delle onde sulla spiaggia. Intanto, il disco lunare sale come una bolla d'aria nell'olio a inondare d'argento la geografia scabra e refrattaria di queste gobbe calcaree. Con la brezza, la vibrazione concitata dei riflessi della luna sul mare diventa nervosa, elettrica. Il materassino gonfiabile, steso a pochi metri dalla riva, è la postazione perfetta per godermi l'insonnia della notte prima dell'inizio di questo viaggio.
Siamo a Duce, a qualche chilometro a sud di Spalato, uno dei paesi di questa Rimini croata che le montagne da una parte e l'Adriatico dall'altra hanno costretto ad assumere uno sviluppo lineare e congestionato. C'è poco movimento, nei locali ci sono più camerieri che clienti e la crisi si vede senza indici economici alla mano. Noi, il nostro stabilimento vacanziero ce lo allacciamo in vita come un sari indiano e ci faremo portare da lui per una quindicina di giorni.
Il kayak è un mezzo entusiasmante, appassionante, pericolosamente economico ed educativo nel senso più profondo del termine. Così come lo usiamo noi è quasi da fuorilegge e io credo che le ragioni delle limitazioni imposte siano diverse: spinge a spendere poco, obbliga a riprendere in mano il proprio tempo senza tassametri, trasforma i naviganti da tonni in scatola a delfini liberi di guizzare dove vogliono. D'altronde, tanto per dire, sono illegali anche i miei studenti quando tornano a casa da scuola in bicicletta. Gli standard di controllo e sicurezza piano piano ci hanno tolto fette di libertà e di libero arbitrio, è perciò il k. è un mezzo eversivo e pericoloso.
A Trieste, la distanza massima autorizzata dalla costa è di trecento metri, come un pedalò: e quindi, davanti a certi stabilimenti o alberghi che hanno una concessione di ben duecento metri, a noi resterebbe una striscia di cento metri. Senza golpe, ci hanno tutti allineati e messi quieti coi regolamenti. La libertà si compra: se vuoi dormire, paghi, se vuoi navigare, paghi barca e ormeggio, se vuoi bere, i sindaci hanno eliminato le fontane dalle piazze e devi pagare al bar. A un bagnante in pattino la guardia costiera non chiederà mai di indossare il salvagente. Al kayaker, sì. Quindi, lo dichiariamo subito: disobbedienza civile, satyagraha marinaresca alla Ghandi.
Ah, nei paesi nordici non è così: il campeggio è libero in qualsiasi punto della costa e, fatta la patente, si può navigare dall'Inghilterra all'Irlanda. Là, ognuno è responsabile per se stesso. Qui, dobbiamo chiedere il permesso alla mamma, che di solito non lo dà. Se ci beccano, è multa da brividi: e se la nostra libertà rischia di costare cara, come sa chi per lei la dolce vita degli alberghi rifiuta, pagheremo.
L'illuminazione lontana del paese di Supetar e il suo riflesso s'indeboliscono con l'alba, mentre il blocco di calcari grigi e bianchi dell'isola della Brazza/Brac, davanti a noi, comincia a galleggiare nella luce. È la più tozza delle isole dalmate, un massiccio che culmina con i quasi ottocento metri della Vidova Gora. Soffia un vento teso, il mare è allegro ma non mosso: bene, navigheremo di poppa, ed è una fortuna, perché la traversata è di ben undici chilometri e prima la ultimiamo e meglio è. Siamo a rischio multa, ma diventiamo invisibili dopo poche centinaia di metri: non ci beccheranno, ci ripetiamo fiduciosi come i cow boy di un'epopea "eastern" galleggiante. E non un “far east”, ma un “near east” alle porte di casa. Anche qui ci sono i massicci refrattari che sorgono dal deserto polveroso. Ma da noi il deserto è stato invaso da una massa d'acqua di un blu che fa strabuzzare gli occhi. Invece dei cactus e dei coyote ci sono praterie di poseidonia e branzini.
È sempre emozionante per noi, marinai di campagna, staccarci da terra. Riuscirà il marinaio a provare lo stesso sentimento del terricolo nel lasciarsi alle spalle il primo miglio di mare? si chiedeva Emily Dickinson in una poesia. Oggi voliamo e in meno di due ore planiamo sulle onde davanti a Sutivan. Qui devo cercare Vanja Ilich, nel suo mulino rotondo che sembra una torre dei libri di fiabe, per regalargli il mio "Dalmazia Dalmazia", dove parlo della storia della sua famiglia che lui mi aveva raccontato anni fa. Gli Ilich partivano da qui con le navi cariche d'olio alla volta dei porti russi del Mar Nero, dove scambiavano il loro prodotto con grani. Un'epopea che assume contorni mitici: milioni di fiammelle della fede in cambio di pane, un ottimo soggetto per un film. Non trovo Vanja che arriverà domani, ma il suo vicino riceve il libro che gli consegnerà. Però, prima di lasciarmi andare, mi sottopone a un minuzioso quanto incredulo interrogatorio circa il nostro viaggio.
Navighiamo verso Milna, sulla punta nord-occidentale dell'isola, un paese che non conosco nonostante io abbia girato molto per la Brazza in bici. Tra le onde del maestrale, che nel frattempo si sono formate, mi devo destreggiare tra cellulare e pagaia, per la più bizzarra intervista radiofonica della mia vita, rischiando un paio di volte di rispondere alla domanda del giornalista dalla prospettiva dei cefali.
Le coste sono coperte da pini e ci sono poche tracce umane. Milna appare alla fine di un fiordo, con la sua aria da vecchia cartolina e la bella chiesa che si affaccia sul porto. Anzi, nella chiesa c'è pure un quadro dei miei barocchi preferiti, Francesco Fontebasso. Una suora, che deve aver capito che i miei non sono interessi a carattere mistico, mi lancia sguardi poco amichevoli. Facciamo la spesa e subito ci accorgiamo che non ci sta nei gavoni. Non abbiamo ancora perso del tutto le nostre abitudini di supermercatari, ma dovremo farlo presto.
Qui non c'è campeggio, quindi ci tocca dormire “alla vigliacca”, cioè sotto le stelle. La notte è dolce, chiara e senza vento, e la luna piena – che pare davvero uscita dalla poesia del Giacomo nazionale – si squaglia come miele argenteo sulle ondine dei due k. Mariano è un po' preoccupato per la ricerca del posto, ma a me la lunga navigazione notturna a luci spente riempie di gioia. Troviamo un molo di cemento a un paio di chilometri da Milna, davanti a una vikendiza, una villetta estiva.
4 luglio Milna – Bol.
Io che faccio fatica ad alzarmi, la mattina, in navigazione divento subito una gallina. Piombo di stanchezza dopo cena e alle quattro e mezza sono accovacciato sugli scogli come un macaco. Alle cinque mi faccio una bella nuotata e poi via, colazione da legionario, pagaia in resta e avanti. Mariano, montanaro di Recoaro, ha un rapporto contraddittorio con l'acqua: ama navigare ma allo stesso tempo esita, diffida, sbocconcella ma non morde l'elemento marino. Siamo una strana coppia, un Chisciotte e un Sancho Panza delle distese cobalto, questa mattina a caccia del monastero della Blazza, una costruzione geometrica attaccata come una cozza alle rupi bianche e rosse d'ossido di questa parte dell'isola.
Al monastero della Blazza c'ero stato in bici, ma mi avevano detto che c'era anche un accesso dal mare. Da lì avevano portato a dorso di mulo, e con gran dispendio di energie e di brente di vino per i facchini, il telescopio più potente dei Balcani, voluto dal frate Milicevic, dotto croato in corrispondenza con scienziati come Einstein. Mariano e io troviamo la baia cristallina e costellata di grandi agavi con un certa difficoltà, ma perdersi tra acque limpide, rocce e pini non è una gran disgrazia. Sbarchiamo e individuiamo subito il sentiero. È l'ora della brace solare, ma imbocchiamo lo stesso la salita che ci porterà fin sotto le mura pallide di questo monastero nascosto. Non ci va quasi nessuno perché il parcheggio più vicino è a un'ora di marcia: per fortuna.
A Bol, dove arriviamo verso sera, mangiamo una pizza cattiva anche per gli standard di qui e poi ci mettiamo nuovo in mare a notte fonda. Dopo un'ora di navigazione - e di qualche borborigma di Mariano che vorrebbe fermarsi prima - troviamo una spiaggia asciutta con delle cavità. Sistemo il sacco a pelo sotto il riparo naturale dell'ingresso di una grotta, sbircio la luna, sempre bella in carne, e col naso all'aria mi stendo sul sacco a pelo perché fa troppo caldo: ed è subito neolitico. (1 - Segue)

 

538 - Il Piccolo 21/08/12 Cercando la Dalmazia - Molte meraviglie sfuggono ai ricchi sui " ferri da stiro" ( 2° puntata)
Molte meraviglie sfuggono ai ricchi sui “ferri da stiro”
Non si vedono dagli yacht grotte incantate mosaici di roccia, baie e spiagge da sogno
CERCANDO LA DALMAZIA
E ogni tanto bisogna cacciare la testa sotto acqua per scoprire sempre nuove emozioni nel paesaggio naturale
di EMILIO RIGATTI
Dalla Brazza/Brac a Lesina /Hvar (paese di Mlin: 5 luglio. Dai torrioni verticali della Vidova Gora le pendici brulle scendono piegandosi in valli allungate e ripide ma dalla sezione dolce. Su questi grembiali di pietra dalle pendenze feroci degli eroi del vino hanno seminato dei grandi quadrati verdissimi di velluto a coste. Sono le vigne del bolski plavac, il vino di qua. La traversata dalla Brazza/Brac a Lesina/Hvar è più breve dell'altra e ce la caviamo con un'ora ballerina sulle onde. Doppiamo il capo nordoccidentale e pieghiamo verso sudest quando un enorme yacht – di quelli denominati “ferri da stiro” - ci passa poco distante. Il "Phoenix 2" è la barca del genere più grande che abbia mai visto. Gli omini che spazzano una specie di spiaggia in mogano, nella parte posteriore, sembrano delle formiche, poi un elicottero atterra comodamente sul ponte di prua. In porto a Lesina ci mettiamo a fare gli spiritosi chiedendo a gran voce l'elicottero in prestito, ridendo come scemi, ma due addetti della capitaneria si avvicinano e ci invitano a smammare.
Così andiamo a sbarcare presso la chiesa di San Francesco. Oggi è il compleanno di Mariano e il regalo è una passeggiata per le vie lastricate e lucide, tra le calli in ombra e la lunga piazza candida che ha come sfondo l'elegante chiesa. Con un caffè e un gelato in un bar è placata la nostra sete di mondanità, imbarchiamo con la calma e andiamo ad accamparci nel villaggio di Mlin, qualche chilometro a sud. Ci concediamo un'onorevole cena di pesce al “Milina”, a fianco di una tavolata multietinca di americani, indiani e bambini di tutti i colori di Benetton. I due papà, l'indiano e l'americano, indugiano al tavolo dopo la partenza delle famiglie, restii a terminare una maratona enobirrologica che li vede provati e commossi. Da uno straccio di conversazione sento che stanno parlando di Dio.
Poi li vedo andar via zoppicando: probabilmente dalla gamba teologica – esisterà o no? – e certamente da quella fisica. 6 luglio Mlin – Smrska Uvala ("Baia dell'Argentino"). Le meraviglie del viaggio crescono in progressione, giorno dopo giorno, e ci accompagnano in una wunderkemmer geografica senza fine. Attraversandola provo la sensazione un po' onirica e un po' infantile di scoprire un tesoro, una grotta dietro la cascata. Oggi la camera delle meraviglie assume l'aspetto di una teoria di scogliere che sorgono da un mare di una purezza impensabile, vetrosa, che a volte sprofonda improvvisamente in dei blu così saturi da far pensare allo zaffiro. Ogni tanto faccio un eskimo e guardo il colore del mare a testa in giù, rimpiangendo di non avere una maschera da sub. Quelle pietre superbe, che sfioriamo per poterle toccare, sono spesso accatastate in collassi giganteschi, colonizzati da arbusti e pini, rivelano spaccature verticali e trasversali in cui ogni tanto si aprono delle grotte. Entriamo in tutte quelle che incontriamo, attoniti per la luce azzurra che riverbera sulle volte di mosaici di agglomerati, e quando usciamo il sole impietoso ci acceca.
La nostra meta di oggi è un campeggio segnalato dalla carta di Mariano ma, una volta arrivati nel luogo indicato, dei pescatori ci dicono che non esiste. Passiamo di baia in baia finché ci appare un presepio di case di pietra che si affaccia sul mare. C'è movimento serale attorno alle poche case, i comignoli fumano. Degli uomini bevono sotto la pergola, delle donne si affaccendano, i bambini saltano in acqua da un molo in cemento. Sbarchiamo, ci togliamo i salvagenti, tiriamo in secca le barche, sotto gli occhi curiosi della gente. Io mi presento davanti a un gruppo di persone – sono di tutte le età - con le bottiglie di plastica vuote. «Posso riempirle?», le domande sul nostro viaggio si susseguono, gli sguardi diventano benevoli. «Un campeggio?» mi dice un signore rasato a zero, con l'orecchino e l'aria saracina, «non mi risulta». Capisco che non è croato e mi pare di cogliere nella sua cadenza l'accento di Buenos Aires. Sparo senza pensare: «Eres argentino?». Mannaggia, l'ho beccato, Jorge Arias è proprio un boariense, a cui non pare vero di poter parlare spagnolo. Bastano pochi minuti per accendere una chiacchierata emozionante, unica e così fuorirotta da elettrizzarci: Benedetti, Mercedes Souza, Borges, Sabato, Octavio Paz, Rulfo, Soriano. Amiamo gli stessi poeti e scrittori e gli stessi libri. Discutiamo su Borges, stoniamo strofe di tanghi e ricordiamo la passione di Gardel per la Colombia. E che ci fai qui, Jorge, in questa baia che stasera è un pezzo di America Latina? gli chiedo. Una donna croata, più giovane di lui, lo ha incontrato cinque anni prima in Cile, su un bus per Valparaiso. È nato l'amore, è nato un bambino, e lui ha lasciato i suoi due lavori – clown di strada e tecnico di dialisi - e ha seguito Daniela a Zagabria. Non sono mai scesi da quel bus e si capisce a pelle che sono felici, lei a insegnare al liceo e lui a fare il "moglio" a casa. La tribù dei Bonkovich, signori di Smrska Uvala – così si chiama la baia - ci danno il lasciapassare per tutto. Acqua, campeggio, un bicchierino per Mariano e “jamnica” gasata per me.
Dopo una cena disdicevole a base di pasta maltrattata Mariano monta la tenda, ma io ormai mi sto facendo risucchiare dall'abisso stellato. Stendo sulla sabbia il materassino e mi lascio galleggiare nel buio punteggiato di scintille. 7 luglio Smrska Uvala (Lesina/Hvar) - Loviste (Sabbioncello/ Peljasac). Jorge scende a salutarci di buon'ora con il piccolo Rocco e ci salutiamo cantando a mezza voce «Adios muchacho companeros de mi vida, barra querida de aquellos tiempos...», uno dei tanghi più celebri di Gardel. Cortocircuito in testa: mia moglie a Bogotà, mio figlio ad Addis Abeba, io qui, appena sgusciato da una notte all'addiaccio che stono un tango con un clown argentino, finito qui per amore. Se ti muovi, tutto comincia a muoversi attorno a te. Ma anche dentro, c'è un sistema stellare che si muove in risonanza. Sento un po' la fatica dello stupore continuo, dell'immediatezza selvatica di questo viaggio che entra a far parte del "sistema Emilio"...
Dopo gli otto chilometri di traversata verso Peljasac/Sabbioncello, con un maestrale in crescendo, doppiamo la punta estrema di questa penisola e, al fondo di una baia verdeazzurra, Mariano scorge una casetta di pietra. Non ci sono segni evidenti che si tratti di una trattoria, ma il mio compagno, non so come, lo capisce. Alla trattoria “Estravaganca” (scritta così, alla croata) di Duba Uvala ci sono un po' di tedeschi birreggianti, un vento che scuote le cannelle della tettoia e profumi di pesce fresco sulle braci. Coroniamo la traversata con un polipo in campana di ferro con le patate. Altro che la pastaccia di ieri. Poi le palacinche e il caffè e infine la siesta, forse troppo lunga. Sì, perché il maestrale si è fatto teso, il mare è pieno di gattini e una incerta navigazione di poppa ci accoglie appena fuori della baia. Vedo Mariano in difficoltà, ogni tanto delle onde ci arrivano da dietro e ci troviamo con l'acqua che annega il paraspruzzi e che ci sbilancia. Io recupero una scuffia con una spazzata di pagaia che mi salva, ma per un pelo. Scopro che Mariano non sa fare i salvataggi a due, né le altre manovre fondamentali che ho imparato al CKF, il mio club di eschimesi adriatici.
Dobbiamo trovare uno sbarco che si materializza nell'improvviso e inaspettato abbraccio di una una spiaggia, l'unica che si apra tra queste scogliere. Siccome rinforza decidiamo di mettere il campo qui. Che naufragio delizioso: leggo, scrivo al computer, mi faccio tramontare dal sole che sparisce tra le onde. Lo chef Mariano consiglia e obbliga a una cena a base di riso basmati, banane e scatolette di tonno. Stendo il materassino tra due rocce. Ancora cielo: mi metto a pescare meteroriti, a inventarmi costellazioni, a pedinare satelliti e aerei silenziosi che incrociano le stelle. Il vento è forte e caldo, la Luna sempre più sottile. Speriamo che domani il maestrale cali. Ma anche no. Qui è bellissimo, ho da leggere e da scrivere, e abbiamo acqua per tre giorni e cibo per dieci. Di una cosa sono certo: alla fine di questo viaggio avrò visto più cielo stellato che non in tutto il resto della mia vita.
(2 - Segue. La prima puntata è stata pubblicata il 20 agosto)

 

539 - Avvenire 15/08/12 I popoli delle Alpi - Quel pizzico di Slovenia nelle Valli del Natisone
I POPOLI DELLE ALPI/ 2

Quel pizzico di Slovenia nelle Valli del Natisone
Una scuola statale bilingue e un giornale cattolico in slavo Ma per gli 80mila “stranieri”la toponomastica è solo in italiano
da Drenchia (Udine)
Francesco Dal Mas
E’ il giorno della "Rozinca", la fe­sta dei fiori, in questa piccola chiesa del più piccolo Comune delle Valli del Natisone, sulle monta­gne al confine tra l’Italia e la Slovenia. E il giorno in cui si portano all’altare, per essere benedetti, piccoli fasci di erbe medicinali: finocchi, malva, as­senzio; serviranno per decotti, o ver­ranno bruciati per allontanare le tem­peste. Un rito dalla tradizione orien­tale, secondo cui nel sepolcro vuoto di Maria Santissima furono trovati il suo velo e fiori. Sono almeno 80mila gli Sloveni che vivono a ridosso del confine, dal Carso triestino, anzi dal mare di Muggia, fino alle altitudini di Tarvisio, a poche centinaia di metri dall’Austria, distribuiti in tre provin­ce, Trieste, appunto (6 Comuni), Go­rizia (8) e Udine (18).
La comunità delle Valli del Natisone ha una sua specifica identità, con set­te Comuni e San Pietro al Natisone/Spietar, come capoluogo. La mi­noranza è riconosciuta, con tanto di normative di tutela e promozione, da Roma e da Trieste, capitale della Re­gione che fonda la sua specialità an­che sulla presenza della minoranza slovena. Lubiana sostiene gli sloveni e li considera (nonché aiuta) come preziosi ambasciatori in Italia. Davvero buio, da queste parti, il pe­riodo della dittatura fascista, che sop­presse ogni iniziativa; proprio per la Rozinca proibì l’uso della lingua slo­vena nelle chiese. Ma dal 1945 la co­munità si è progressivamente riscat­tata, trovando nelle leggi nazionali 482 del 1999,38 del 2001 e regionale 26 del 2007 punti non solo di difesa, ma anche di rilancio. Nelle Valli c’è una scuola statale bilingue, sloveno­italiano, ci sono giornali in lingua, co­me il Dom di area cattolica. Non mancano perfino attività di suppor­to economico e sociale. Quelle più innovative riguardano la cultura.
Gli sloveni del Natisone ricordano con fierezza l’autonomia goduta sot­to il Patriarcato di Aquileia e la Re­pubblica di Venezia. L’avvocato Car­lo Podrecca così sintetizzava gli oltre mille anni di storia della Slavia friu­lana: «Dai documenti emerge che il Popolo della Slavia aveva saputo crearsi, fin dalle origini, un governo proprio, democratico e parlamenta­re, che deliberava nei suoi Arrenghi intorno a tutti gli interessi ammini­strativi, economici, politici e giudi­ziari della Regione. E fino all’ultimo diede saggio di forte organamento, di sapienza civile, e che é degno di fi­gurare nella storia gloriosa dei Co­muni italiani». Terre attraversate dal­l’emigrazione e ancor oggi dallo spo­polamento. Emblematico è il caso di Drenchia: dai 1.562 abitanti del 1921 e dai 1.392 del 1951 è precipitata ai 130 di oggi. Una vera catastrofe de­mografica.
Le Valli del Natisone hanno sempre trovato nella Chiesa e specificata­mente nei parroci le loro più efficaci sentinelle. «Questo loro lavoro, come ebbe a dire l’allora arcivescovo Alfre­do Battisti - ricorda il giornalista Gior­gio Banchig, una vita dedicata alla sua gente e al giornale Dom - è sta­to messo in difficoltà da politiche po­co lungimiranti. I sacerdoti hanno spesso sofferto perché il loro attaccamento alla lingua e alla cultura slo­vena è stato erroneamen­te accusato di poco amo­re verso l’Italia, la propria patria: sloveni ma italia­ni». In occasione della sua prima visita pastorale, Battisti ebbe ancora a di­re: «Il Signore ha manda­to me come vescovo a di­fendere e promuovere la fede. La fede, però, si in­carna e si esprime in una lingua, in una cultura, la cultura di questo po­polo. Venendo nelle vostre comunità io difendo il diritto naturale di ogni singolo paese: chi sceglie la lingua slovena, ha il diritto naturale di e­sprimerla nella liturgia e nel canto e lo stesso diritto intendo difendere nelle comunità che scelgono la lingua italiana».
Da allora la Chiesa diocesana di Udi­ne non ha mai fatto mancare il suo sostegno, confermato non più tardi del 15 luglio scorso quando l’attuale arcivescovo, Andrea Bruno Mazzo- cato, è stato in visita a Drenchia. «Ve­nendo qui da Udine ho avuto la per­cezione di avere dinanzi un’altra realtà. A Udine, nelle commissioni pastorali, si vedono le cose in teoria e spesso perfino in astratto, perché molti dei consiglieri non sono mai stati in queste zone. Anche per me si è trattato di una diversa verità, per­ché i luoghi, le distanze, rendono le cose più vere e ricche, senza nascon­dere le difficoltà collegate».
«Se dal punto di vista topografico le difficoltà sono ben evidenti, non pos­siamo dimenticare la storia religiosa di queste comunità e la perseveranza attuale nella fede», ricorda il teo­logo Marino Qualizza, che ogni do­menica si reca a celebrare in quel di Drenchia, frutto di una fedeltà a quanto ricevuto in una educazione e formazione cristiane che non accen­nano, per fortuna, a invecchiare. Ma sempre nuovi problemi incombono sul futuro di queste minoranze. I sin-daci sono al lavoro per la redazione degli statuti delle nuove Unioni dei comuni montani del Natisone, del Torre e del Canal del Ferro-Valcanale, che entro la fine dell’anno do­vrebbero sostituire le soppresse Co­munità montane. A essi i comitati provinciali della Confederazione del­le organizzazioni slovene (Sso) e U­nione culturale economica slovena (Skgz), riconosciute dalla Regione co­me rappresentanti della minoranza slovena, hanno rivolto un appello af­finché gli statuti siano scritti in forma bilingue, venga evidenziata la pre­senza della comunità slovena e si scriva la toponomastica anche in slo­veno. Sso e Skgz chiedono che la de­nominazione ufficiale dei nuovi en­ti faccia riferimento ai nomi storici del territorio (ad esempio, Sla- via/Beneija) e venga espressa in for­ma bilingue.
I DIALETTI SLAVI DAL RESIANO AL TERSKO
Dal punto di vista linguistico, le comunità di ceppo slavo sono suddivise in vari gruppi dialettali da nord verso sud: lo zegliano (zilijsko), propaggine italiana del dialetto della valle carinziana di Zeglia, ancora diffuso in alcuni centri dellaVal Canale (Kanalska Dolina); il resiano (rezijansko), in uso nei paesi dellaVal ai Resia, che, esibendo tratti conservativi, rappresenta un caso a sé; il tersko, cioè i dialetti del Torre, sulle Prealpi, con diramazioni verso l'area pianeggiante; il nadisko, ossia i dialetti della Val Natisone, tipo più vitale ed esteso.A questi si affiancano le varietà della provincia di Gorizia (brisko cioè del Collio o collinare) e di Trieste (krasko, parlato nei paesi del Carso).
(F.D.M.)


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
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