N. 841 – 01 Settembre 2012
Sommario


540 - Il Piccolo 27/08/12 La Slovenia ci ripensa: darà il via libera alla Croazia nell'Ue (Stefano Giantin)
541 - L'Arena di Pola 30/08/12 Un successo di pubblico le cerimonie polesi (Paolo Radivo)
542 - CDM Arcipelago Adriatico 27/08/12 Memoria e Riconcialiazione - Ezio Giuricin
543 - L'Arena di Pola 30/08/12 Ricerchiamo nel nostro DNA la forza per andare avanti (Silvio Mazzaroli)
544 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 27/08/12 Lacota (Unione degli Istriani) A Monti: Dopo Assad revocare le onoreficenze a Tito (Aise)
545 - Il Giornale 26/08/12 Per conquistare i turisti cinesi la Croazia ci ruba Marco Polo (Fausto Biloslavo)
546 - La Voce del Popolo 25/08/12 Del si', del da, dello ja - Patria? Basta col passaporto! (Milan Rakovac)
547 - L'Arena Verona 31/08/12 Lavagno - Sebastiano Pascoli: Addio all'uomo che amava il volo (Paola Dalli Cani)
548 - La Stampa 20/08/12 Gli studenti americani in gita sulle tracce di Tito "Così si impara la Storia" (Francesco Moscatelli)
549 – Riscossa Cristiana 29/08/12 Furto di personaggi italiani: Marco Polo e Francesco Patrizi (Lino di Stefano)
550 - Panorama Mondadori 24/08/12 L'estate di Perasto (Tommaso Giancarli)
551 - Il Piccolo 22/08/12 Cercando la Dalmazia - La febbre fra i tesori di Sabbioncello (3 puntata) (Emilio Rigatti)
552 - Messaggero Veneto 30/08/12 Gorizia - Ospitarono soldati, esuli dall'Istria e gli alluvionati del Polesine. Poi il degrado (ch.se)
553 - Corriere della Sera 29/08/12 Gli screanzati snobbano Pola (Claudio Magris)
554 - CDM Arcipelago Adriatico 25/08/2012 - Meira Moise: la voglia di sapere non ha età, da ragazza a Fiume gli incontri con Palatucci (Rosanna Turcinovich Giuricin)
555 - Corriere della Sera Sette 31/08/12 Gorizia: L'amore salvato da un carro funebre (Gian Antonio Stella)
556 - Il Gazzettino 26/08/12 Il ragazzo dei "99" Pahor, la vita nei libri
557 - La Voce del Popolo 21/08/12 Lettere in Redazione - Vergarolla resta nella storia (Roberto Hapacer)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

540 - Il Piccolo 27/08/12 La Slovenia ci ripensa: darà il via libera alla Croazia nell'Ue
La Slovenia ci ripensa: darà il via libera alla Croazia nell’Ue
Il ministro degli Esteri Erjavec smentisce possibili ostacoli: «C’è il problema Ljubljanska Banka ma si può superare»
di Stefano Giantin
BELGRADO. Contrordine. O quasi. La Slovenia non ostacolerà gli ultimi passi della Croazia alle soglie dell’Ue. La promessa, dopo i “rumors” circolati sulla stampa croata a proposito di un veto sloveno contro Zagabria, è stata fatta dal ministro degli Esteri di Lubiana, Karl Erjavec. Erjavec che, in un’intervista davanti alle telecamere del “braccio balcanico” di Al Jazeera, ha voluto sgombrare il campo dai dubbi sui paventati ritardi all’ingresso della Croazia nella Ue. Ritardi possibili a causa del contenzioso tra Zagabria e Lubiana, in particolare sul capitolo della Ljubljanska Banka. «Non vedo alcun problema» che impedisca «l’inizio del processo di ratifica», ha assicurato Erjavec.
Anzi no, un ostacolo forse ancora c’è, ha ricordato il ministro. L’annosa questione dei 172 milioni di euro che 130mila croati avevano in deposito, agli inizi degli Anni Novanta, nei forzieri della Ljubljanska e che furono congelati con la chiusura delle filiali al di fuori della Slovenia, lasciando migliaia di risparmiatori croati con un pugno di mosche in mano. Per Erjavec, l’intoppo esiste, non è però insuperabile. «Non capisco perché sul fronte croato s’insista nel procedere con cause davanti a giudici croati» contro la Ljubljanska e il suo successore legale, la Nova Ljubljanska Banka, mentre si potrebbe più facilmente «risolvere il problema all’interno del processo di successione» fra i Paesi dell’ex Jugoslavia. Comunque andranno le cose, la ratifica non è a rischio, ha ripetuto il politico sloveno.
Una repentina marcia indietro rispetto alle proprie dichiarazioni del luglio scorso, quando aveva minacciato di chiudere le porte a Zagabria proprio a causa del nodo Ljubljanska. Per superare il conflitto, Erjavec ha annunciato che presto incontrerà l’omologa croata, Vesna Pusic, a cui ribadirà «che le relazioni tra Croazia e Slovenia sono molto buone, a prescindere dai temi ancora aperti, come quello della Ljubljanska Banka». Una questione, ha suggerito Erjavec, «che va risolta nella maniera appropriata», magari seguendo i suggerimenti di due esperti, uno croato e uno sloveno, che si incontreranno in settimana per esplorare nuove vie.

 

541 - L'Arena di Pola 30/08/12 Un successo di pubblico le cerimonie polesi
IERI & OGGI


IL PARCO ATTIGUO AL DUOMO SARÀ INTITOLATO ALLE “VITTIME DI VERGAROLLA”

Un successo di pubblico le cerimonie polesi
Si sono rivelate un successo di pubblico al di sopra delle più rosee aspettative le cerimonie polesi di sabato 18 agosto in omaggio alle Vittime della strage di Vergarolla. Anche quest'anno il soggetto organizzatore è stato la Comunità de­gli Italiani di Pola in collaborazione con il Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE) e il Circolo di cultura istroveneta “Istria”. Cospicuo l'afflusso di esuli (non solo polesani) e rispettivi di­scendenti, familiari e simpatizzanti. Quanto alla cospicua partecipazione di connazionali residenti in città, un contributo l'avrà sicuramente dato l'articolo apparso la mattina stessa su “La Voce del Popolo”. Ancora una volta dunque esuli e “ri­masti” si sono ritrovati numerosi per commemorare i propri conterranei vittime innocenti di quell'orribile attentato nel luo­go in cui questo avvenne 66 anni fa: Pola.
Stavolta però la mesta ricorrenza è stata allietata da una splendida sorpresa. Ai primi di agosto infatti il Comitato per la toponomastica del Consiglio cittadino di Pola ha deliberato, con il sostegno della CI, l'intitolazione alle “Vittime di Verga­rolla” del parco attiguo all'antica cattedrale dove nel 1997 fu eretto il cippo memoriale. La proposta originaria, avanzata dal Comitato di quartiere di Cittavecchia, era di dedicare l'area a Geppino Micheletti, il medico triestino dell'ospedale polese “Santorio Santorio” che curò i feriti dell'immane carne­ficina per un giorno intero senza requie malgrado fra le vitti­me vi fossero anche i suoi due figlioli e la sorella. Il Comitato per la toponomastica, ricordando che accanto al cippo esiste già una targa in memoria di Micheletti, ha deciso che a lui venga in futuro intitolata un'altra via o piazza cittadina e che venga apposta una targa in suo onore presso l'ospedale civi­co. Lo stesso Comitato ha inoltre stabilito, su proposta del Comitato di quartiere di Grega, di intitolare al musicista e compositore polese Nello Milotti la centralissima arteria che unisce la via degli Antichi Statuti con l'incrocio fra la via dell'Istria e la via dell'Anfiteatro, e al connazionale Bruno Fle- go, operaio e studioso di storia cittadina, il collegamento tra le vie Mutila e Kos, nel rione dove visse.
Alle ore 10.00 mons. Desiderio Staver ha dato inizio nello splendido duomo all'affollata messa di suffragio. Verso la fine della cerimonia abbiamo contato 171 persone. In rappresen­tanza dell'ambasciatore d'Italia a Zagabria ha assistito alla funzione religiosa l'incaricato d'affari Paolo Palminteri e, in rappresentanza del console generale d'Italia a Fiume, il vice­console d'Italia a Pola Tiziano Sosic. Per l'LCPE il “sindaco” Argeo Benco, il “vice-sindaco” Lucio Sidari, i consiglieri Silvio Mazzaroli (direttore de “L'Arena di Pola”), Maria Rita Coslia- ni, Roberto Giorgini, Salvatore Palermo, Paolo Radivo, Ro­berto Stanich e Lino Vivoda, l'assessore Graziella Cazzaniga e il revisore dei conti Gianfranco Serravallo (che il pomerig­gio precedente avevano tenuto all'Hotel Riviera una seduta del “Consiglio comunale”), nonché diversi soci.
In prima fila sedevano Fabrizio Radin, vice sindaco di Pola e presidente della locale CI, e Claudia Millotti, presidente dell'Assemblea della CI. In rappresentanza dell'Unione Italia­na c'erano il presidente Furio Radin, deputato degli italiani di Croazia e presidente del gruppo parlamentare delle minoran­ze nazionali, Paolo Demarin, vice-presidente dell'Assemblea oltre che vice-sindaco di Lisignano, e Norma Zani, compo­nente della Giunta esecutiva dell'UI. A nome di FederEsuli e del Libero Comune di Zara in Esilio - Associazione dei Dal­mati Italiani nel Mondo ha presenziato Giorgio Varisco. Rile­vante, come al solito, la presenza del Circolo “Istria”, a partire dal presidente Livio Dorigo, dal vice Fabio Scropetta e dal consigliere Gaetano Bencic. Da segnalare anche Silvana Wruss, presidente della sezione polese Società “Dante Ali­ghieri”, e Carmen Palazzolo Debianchi, del Consiglio diretti­vo dell'Associazione delle Comunità Istriane. Immancabili al tradizionale appuntamento i 31 componenti del benemerito coro misto della società artistico-culturale “Lino Mariani”, che hanno solennizzato la santa messa con i loro apprezzatissimi canti accompagnati dall'organo.
Il passo del Vangelo di Matteo letto nella circostanza si in­centrava sull'esortazione fatta da Gesù ai suoi discepoli: «Lasciate che i bambini vengano a me perché di essi è il Re­gno dei Cieli». Ascoltando tali parole qualcuno degli astanti non ha potuto evitare di rivolgere il pensiero ai tanti bambini orribilmente trucidati quel 18 agosto 1946 alle ore 14.10 sulla spiaggia insanguinata di Vergarolla...
Mons. Staver ha manifestato commozione per la presenza di tanti esuli polesani. «Voi che avete lasciato Pola da bambi­ni - ha detto con il cuore - sapete bene cosa vuol dire amare la città, amare la libertà e amare i genitori. L'incontro odierno è sia per me che per voi un esame di coscienza. Voi, allora bambini, avete vissuto in prima persona le conseguenze del­le decisioni dei potenti della Terra, che non chiesero il vostro parere. Dio ci ha creati liberi e responsabili. L'amore è atten­zione e responsabilità, non viene meno quando l'altro ti ab­bandona. Ricordare le vittime della strage di Vergarolla ri­guarda sia il nostro passato che il nostro presente. Il mondo si basa su quelli che amano, non su quelli che odiano».
Al termine della messa ha strappato più di qualche lacrima lo struggente Signore delle cime, magistralmente interpretato dal coro “Lino Mariani”, che subito dopo ha introdotto la ceri­monia nel parco attiguo alla chiesa. È seguita presso il cippo la deposizione delle corone floreali dell'Ambasciata d'Italia a Zagabria, del Consolato generale d'Italia a Fiume, della Città di Pola, della CI di Pola, dell'LCPE e del Circolo “Istria”.
Il “sindaco” Benco, dopo aver salutato i presenti, ha evoca­to con voce rotta dalla commozione quel tragico episodio di 66 anni fa in cui persero la vita tanti concittadini polesi, la­sciando nel dolore i sopravvissuti.
Paolo Palminteri ha espresso la vicinanza dell'ambasciato­re sia agli “andati” che ai “rimasti” e il compiacimento per questa iniziativa attuata in un ammirevole spirito di collabora­zione che è anche sintomo tangibile dei migliorati rapporti fra Italia e Croazia.
Livio Dorigo, invocando la nostra comune Madre Terra, ha auspicato che pace, concordia e fratellanza prevalgano e che le stragi del “secolo breve” non si verifichino più.
Fabrizio Radin ha ringraziato i «cari amici polesani vicini e lontani» per essere intervenuti in così gran numero soste­nendo lo sforzo della Città e della CI di Pola per mantenere vivi i costumi, le tradizioni e la cultura istro-veneta. Un grazie l'ha rivolto anche alle autorità diplomatiche, all'LCPE e al Cir­colo “Istria” per il loro contributo determinante al buon esito dell'evento. In conclusione ha dato notizia dell'ormai decisa intitolazione del parco alle “Vittime di Vergarolla”. Un esule gli ha chiesto se la località verrà scritta con una o due “l”, ma lui ha risposto che fa lo stesso perché l'importante è il concetto.
Giorgio Varisco ci aveva in precedenza consegnato un si­gnificativo intervento scritto auspicante l'intensificazione del­la fruttuosa collaborazione in corso tra FederEsuli ed LCPE.
Terminate le cerimonie, molti dei presenti si sono recati nell'ex chiesa dei Sacri Cuori, trasformata lo scorso anno in salone espositivo, per visitare gratuitamente una mostra mul­timediale sulla tradizione gastronomica istriana organizzata dal Museo archeologico dell'Istria in collaborazione con nu­merosi altri musei della regione. Il simpatico titolo bilingue in dialetto istro-veneto e ciacavo con sottotitolo nelle rispettive lingue nazionali Chi sgiónfo chi afamà (Sull'alimentazione in Istria) - Ki sit ki lacan (O prehrani u Istri) esplicita chiaramen­te lo scopo dell'iniziativa, consistente nel recupero della tradi­zione “orale” dell'Istria in senso anche linguistico oltre che culinario, dopo decenni di forzato oblio. La gastronomia ha infatti un legame inscindibile con l'identità istriana: non è un caso che l'oppressivo regime jugoslavo avesse tentato di cancellare e soppiantare anche la prima per meglio cancella­re e soppiantare la seconda.
L'esposizione illustra in modo onesto e oggettivo la realtà dell'alimentazione nella nostra piccola penisola attraverso i secoli dai tempi dei castellieri ad oggi. Reperti risalenti addi­rittura al 1700 a.C., focolari, mobili da cucina, elettrodomesti­ci, servizi da tavola e confezioni alimentari dei primi 80 anni del XX secolo, nonché pietanze, prodotti tipici, fotografie, libri di cucina in italiano e croato, ricettari privati, cartelli esplicati­vi, didascalie e filmati con interviste mostrano sia le persi­stenze sia le trasformazioni avvenute nel corso della storia in relazione ai diversi domini etnico-politici e alle rispettive cul­ture gastronomiche, ma anche alle differenti zone geografi­che, ai periodi dell'anno, alle ricorrenze, ai giorni della setti­mana e ai pasti quotidiani. Senza dimenticare i luoghi di compravendita e di consumo dei cibi fuori dalle quattro mura domestiche (botteghe, mercati, fiere, ristoranti, mense, con­venti). Per secoli si sono affiancate, spesso intersecandosi e mescolandosi, una cucina ricca e una povera, una della co­sta e una dell'interno, una mediterranea e una continentale, una del pesce e una della carne, una italiana e una slava. La mostra, in corso dal 5 luglio, sarà visitabile fino al 15 ottobre.
Dopo la gradita visita i convenuti, che hanno tutti ricevuto in omaggio un catalogo del materiale esposto, si sono trasfe­riti nella sede della CI di Pola in via Carrara 1, dove li ha rag­giunti il consigliere dell'LCPE Luca Covella, per un rinfresco conviviale. Un ulteriore momento di incontro cordiale e dialo­go informale fra “Esuli” e “Rimasti” è stato il successivo pran­zo in un ristorante caratteristico della periferia polese, cui hanno preso parte 37 persone. Infine gli arrivederci.
Una delegazione dell'LCPE si è quindi recata a Trieste. Poco dopo le 18 ha deposto in piazzale Rosmini una corona ai piedi del monumento in memoria di Geppino Micheletti eretto nel 2008 su iniziativa dell'Unione degli Istriani e dello stesso LCPE. Alla breve cerimonia ha presenziato il gen. Ric­cardo Basile, presidente della Famiglia Polesana e della Fe­derazione Grigioverde delle associazioni combattentistiche e d'arma di Trieste. Poi, sul colle di San Giusto, è stato reso omaggio al monumento alle Vittime di Vergarolla inaugurato
lo scorso anno per volontà della Famiglia Polesana. Hanno presenziato delegazioni e labari della Famiglia Polesana, della Fameia Capodistriana (entrambe aderenti all'Unione degli Istriani), del Movimento Nazionale Istria Fiume Dalma­zia, della Federazione Grigioverde, dell'Associazione Nazio­nale Alpini, dell'Associazione Nazionale Artiglieri, dell'Asso­ciazione Nazionale Carabinieri e dell'Associazione Orfani di Guerra. In rappresentanza di FederEsuli ha assistito Lorenzo Rovis, vice-presidente della stessa e presidente dell'Asso­ciazione delle Comunità Istriane. Un trombettiere ha conferi­to maggiore solennità all'evento introducendo anche il canto dell'Inno di Mameli. Il gen. Mazzaroli ha dato notizia ai conve­nuti della prossima intitolazione, forse già prima del 2 novem­bre, alle Vittime di Vergarolla del parco memoriale presso il duomo di Pola. Il gen. Basile ne ha preso atto con soddisfa­zione sostenendo che ciò costituisce un passo avanti.
In mattinata la Famiglia Polesana e la Federazione Grigio­verde avevano tenuto una propria cerimonia sia sul colle ca­pitolino sia in piazzale Rosmini deponendo una corona. Il gen. Basile aveva auspicato che in un prossimo futuro si pos­sano celebrare i Martiri di quel vile eccidio nel luogo stesso in cui si verificò: la spiaggia di Vergarolla. Un auspicio che natu­ralmente l'LCPE sottoscrive.
Paolo Radivo

 

542 - CDM Arcipelago Adriatico 27/08/12 Memoria e Riconcialiazione - Ezio Giuricin
MEMORIA E RICONCILIAZIONE - Ezio Giuricin
Riflessioni sull’iniziativa promossa congiuntamente dall’Unione Italiana e dal Libero Comune di Pola in esilio, in ricordo alle vittime degli opposti totalitarismi

L'impegno congiunto in difesa della presenza italiana nell'Adriatico orientale non può che passare attraverso un indispensabile processo di ricomposizione fra le due “anime” dell'italianità di quest'area. La necessità di ricostruire, per la nostra comunità, un'unita' civile e nazionale perduta.

“…Il fascino e la maledizione della Mitteleuropa consistono nella struggente e feroce incapacità di dimenticare, nella puntigliosa memoria che protocolla tutto e rilegge ogni giorno il verbale dei secoli, desiderosa di vendicarsi delle sconfitte subite nella guerra dei Trent’anni con la stessa intensità passionale dedicata alle vicende della Seconda guerra mondiale”.
C. Magris, L’infinito viaggiare, Milano 2005


Lo scorso 12 maggio l'Unione Italiana, il Libero comune di Pola in esilio e la Federazione degli esuli hanno voluto porgere, nell'ambito di quello che è stato definito un “percorso della memoria e della riconciliazione”, un omaggio alle vittime italiane degli opposti totalitarismi nelle nostre regioni. Un importante segnale di riconciliazione e di dialogo rivolto alla costruzione di un comune futuro europeo.
Sono stati toccati quattro luoghi simbolo della violenza e della disumanità generati dalle guerre, dai totalitarismi, dalle contrapposizioni ideologiche e dagli odi nazionali, con tappe al Cimitero di Capodistria, al monumento che custodisce le spoglie di centinaia di vittime di esecuzioni sommarie attuate durante la guerra e nell'immediato dopoguerra, a Strugnano, per ricordare il sacrificio di un gruppo di ragazzi uccisi nel 1921 dai fascisti, alla foiba di Terli, nei pressi di Barbana (ove furono recuperate e identificate 26 vittime, fra cui diversi antifascisti, le tre giovani sorelle Radecchi e il nonno dell'attuale amministratore delegato della Fiat Marchionne), e al monumento alle vittime del terrore fascista di Montegrande, a Pola.
Un'iniziativa “storica”, un atto simbolico di straordinaria importanza morale, etica e civile soprattutto per gli italiani di queste terre, intesa quale insostituibile punto di riferimento di un ineludibile e atteso processo di ricomposizione fra “andati” e “rimasti”.
Perché la scelta di questo “percorso”, quale la sua valenza “innovativa”, il suo significato di “rottura” rispetto alle barriere, agli antagonismi ideologici e politici, alle rigide divisioni del passato? Perché riteniamo sia così importante per costruire un futuro possibile in quest'area, oltre che per avviare una riflessione sul pesante retaggio di sofferenze della nostra storia?
E, soprattutto, perché riteniamo che quest’atto simbolico, il primo in assoluto compiuto dai rappresentanti delle due componenti, sinora divise, dell'italianità »strappata« di queste terre, sia essenziale per condividere un progetto che, senza dimenticare, ci faccia superare definitivamente le ferite del Novecento, e ci consenta di concepire, con la ricomposizione delle nostre genti, un destino comune?
L'impegno congiunto in difesa della presenza italiana nell'Adriatico orientale, del patrimonio culturale, civile e storico della nostra comunità non può che passare attraverso un indispensabile processo di ricomposizione fra le due “anime” dell'italianità di quest'area.
Questo progetto di difesa delle radici e di un'identità comune, la parziale “ricostruzione” e “ricucitura” della nostra “Heimat”, di una piccola patria nel nostro territorio d’insediamento storico, dipende, in buona misura, oltre che dalla ricomposizione civile, culturale e politica, anche da un processo - che appare particolarmente difficile, lento e complesso - di riconciliazione storica fra “andati” e “rimasti”.
Parlare di riconciliazione significa ammettere, sotto molti aspetti, che la comunità italiana in queste terre è stata funestata e divisa, nel passato, in particolare durante e dopo la seconda guerra mondiale, e in generale nel periodo dei totalitarismi (fascismo, nazismo, comunismo), da quella che è stata una palese, o, a tratti, latente “guerra civile” (la “stasis” dei greci).
Una guerra di “italiani contro italiani”, che si è intrecciata e sovrapposta a quella, più ampia e articolata, dei durissimi confronti nazionali, ideologici, politici e di classe che hanno segnato profondamente la storia sociale e civile di quest'area. L'analisi proposta dallo storico Claudio Pavone sulla resistenza italiana vista anche come “guerra civile”, si ripropone qui, sia pure con i suoi limiti, anche alla nostra dimensione regionale e, in particolare, alle divisioni politiche, ideologiche, militari, alle dolorose scelte di campo che hanno lacerato la comunità italiana dell'Adriatico nord-orientale.
L'obiettivo, com'é stato più volte sottolineato dai rappresentanti delle associazioni che hanno voluto avviare questo primo “percorso della memoria e della riconciliazione”, è quello di superare le barriere ancora presenti fra “Noi” e “Voi”, per definirci finalmente e riconoscerci come “Noi” e “Noi”, un popolo unito, una sola comunità.
La riconciliazione è stata avviata - e si sta faticosamente compiendo – per iniziativa di persone non più oberate dal peso e dalle lacerazioni del passato; da chi, obiettivamente, non ha né può avere alcuna colpa per i traumi e le lacerazioni causate dalle guerre, alcuna responsabilità per le sofferenze inflitte dalle storture delle ideologie e delle contrapposizioni politiche. Il dialogo e il riavvicinamento, nello spirito della ricerca di un comune futuro, é soprattutto frutto della volontà delle seconde e terze generazioni, o meglio di una loro “illuminata” minoranza, divenuta consapevole dell'importanza e della necessità di ricostruire, laddove possibile, per la nostra comunità, un'unita' civile e nazionale perduta.
Ma per quale motivo proprio chi non ha alcuna responsabilità per le lacerazioni del passato si sta facendo carico della necessità di avviare un “percorso di riconciliazione”; chiedendo simbolicamente “scusa” per i torti vicendevolmente inflitti, o concedendo perdono per le sofferenze subite?
La riconciliazione è soprattutto un atto di coscienza; la consapevolezza di dover riconoscere pienamente la memoria degli altri, il portato delle sofferenze di chi, proprio a causa di queste, è stato diviso da noi, e come noi ha subito la dispersione e la frattura di una comunità nazionale.
Non si tratta di cancellare con un colpo di spugna responsabilità individuali che comunque rimangono, ma di prendere coscienza, proprio perché estranei e innocenti, del peso di un’eredità storica, del fatto che comunque, come posteri, abbiamo il dovere di fare i conti con gli errori, le scelte – giuste o sbagliate – di chi ci ha preceduto, con le tracce, i solchi lasciati dal nostro passato.
Il punto non è quello di assumere “colpe” che non abbiamo: ma di interrogarci profondamente sulla nostra storia, capire le ragioni degli altri, degli eredi di chi, per varie ragioni, è stato costretto a schierarsi su un “fronte opposto”, a compiere scelte che hanno costretto a dividerci e, che, per molti aspetti, continuano, trasmettendosi assurdamente su un piano generazionale, a separarci anche oggi.
Le diverse memorie, soprattutto se contrapposte, non possono essere ”condivise”; esse però possono divenire oggetto di reciproco riconoscimento, di legittima e rispettosa considerazione.
Quello che alla fine si dovrebbe condividere, quale traguardo di un processo di riconciliazione umana, nazionale e civile, è il rispetto della memoria dell’altro.
E proprio per questo è giusto, come è stato fatto a Pola, Capodistria, Terli e Strugnano, che le “memorie” restino distinte”; che i monumenti, i cippi e le targhe onorino, ciascuna, “quelle” vittime, ricordino delle specifiche sofferenze. L’importante è il loro reciproco riconoscimento, il rispetto del dolore degli “altri”, la legittimazione, per tutti, del loro significato universale.
Va aggiunto inoltre che la “memoria”, intesa non come semplice ricordo, ma come coscienza del nostro passato, matura, si evolve, si trasforma.
La riconciliazione - presupposto di ogni ricomposizione - è il risultato di questa maturazione, del costante, laborioso, difficile, reciproco rapporto della nostra coscienza con l’eredità della storia. Ricordiamo, a questo proposito, il grande gesto compiuto il 7 dicembre del 1970 dal cancelliere tedesco e premio Nobel per la Pace Willy Brandt quando si inginocchiò, in quanto appartenente al popolo tedesco (da antifascista e socialdemocratico), al monumento che ricordava le vittime del ghetto di Varsavia.
L’omaggio porto, per la prima volta, insieme, dai rappresentanti dell’Unione Italiana e di una parte cospicua delle Associazioni degli esuli, alle vittime degli opposti totalitarismi è stato l’inizio di questo comune processo di maturazione.
Da qui lo straordinario valore di questo gesto simbolico compiuto da chi, scevro da responsabilità di qualsiasi tipo, si è fatto invece carico, con un gesto di umana pietas, del peso della storia, della sua difficile e spesso ingombrante eredità. Con la consapevolezza che solo chiedendo e concedendo simbolicamente perdono per colpe o errori commessi da altri, ma che comunque continuano a gravare sul presente e dunque sulla nostra coscienza, si potranno superare gli ostacoli e le lacerazioni che continuano a dividere il nostro popolo, la comunità italiana dell’Adriatico orientale.
Condividere il rispetto delle esperienze e riconoscere la memoria degli altri, prendere atto dell’esistenza di una memoria e di un’identità plurale e complessa è il primo, indispensabile atto di un processo di “pacificazione”; un passo importante verso il superamento definitivo di quell’inaccettabile, e latente “guerra civile“ che ha lacerato l’unità degli italiani di queste terre e, in generale, segnato i rapporti fra le componenti sociali, nazionali, politiche in quest’area.
Avevamo un debito morale che altri ci hanno accollato. Da incolpevoli, ma consapevoli del danno che esso ha provocato e potrebbe continuare a produrre nel futuro, abbiamo cercato di estinguerlo.
Qualcuno lo doveva fare: dovevamo “pulire”, “sgravare” la nostra storia dei dolorosi orpelli causati dall’inclemenza del passato, liberarci dai rancori e dalle divisioni, dai pregiudizi accumulatisi e incrostatisi nel tempo. Forse, anzi, sicuramente non basta: ma lo abbiamo fatto. E ciò oggi ci consente, forse, di costruire faticosamente - consapevoli del poco tempo rimastoci – un nuovo percorso comune rivolto al futuro.
Non mancano le possibili obiezioni. Molti affermano che la riconciliazione, di fatto, fra “andati” e “rimasti” sia già avvenuta da tempo: le divisioni e le fratture non ci sono mai state fra la gente, le persone semplici, la gran parte delle nostre componenti, tra i familiari che hanno sempre continuato a coltivare rapporti, amicizie, a condividere valori ed esperienze. Le contrapposizioni hanno riguardato, semmai, i vertici “politici” delle rispettive organizzazioni; le “elites” rappresentative che ora, tardivamente, propongono l’inutile “liturgia” politica di una “riappacificazione” già avvenuta.
Altri ribadiscono che la riconciliazione non serva, perché l’evolversi dei tempi l’avrebbero di fatto superata e resa inutile, altri ancora sono convinti che essa non sia obiettivamente possibile; ciò che è stato non può cambiare e ciascuno deve rassegnarsi a rimanere ostaggio dei propri lutti, delle proprie memorie, delle proprie sofferenze. Vi è inoltre chi ritiene che essa non abbia senso per le giovani generazioni, distanti ormai anni luce dagli eventi che ci hanno diviso. Impossibile, assurda, inutile, già avvenuta: la riconciliazione può evidentemente essere vista sotto angolature diverse.
Ma resta un punto: la storia quanto smette di insegnare - e spesso lo fa - si accanisce contro i suoi figli; se gravata dall’inutile peso dei pregiudizi, delle memorie contrapposte, può travolgerci come una valanga. Noi abbiamo il dovere, soprattutto nei confronti di chi verrà dopo di noi, di confrontarci con le “tossine” contenute nelle nostre memorie, di riflettere assieme sul nostro passato per rielaborarlo criticamente.
Un compito che ciascuno deve fare per la sua parte e che, laddove possibile, è bene possa essere svolto insieme dalle due componenti divise dell’italianità di queste terre.
Negli ultimi due anni abbiamo avuto la fortuna di assistere ai primi grandi “gesti simbolici” di riappacificazione e riconciliazione compiuti dai Capi di Stato italiano, sloveno e croato. Di straordinaria valenza è stato l’incontro del 13 luglio del 2010, a Trieste, quando i presidenti dei tre Paesi hanno partecipato al concerto della pace del maestro Muti e ad un atteso percorso delle memoria sui luoghi delle sofferenze, dei torti fatti e di quelli subiti dai rispettivi popoli nel corso del Novecento. Un cammino che poi è proseguito il 3 settembre del 2011 a Pola, quando i presidenti croato Josipović e italiano Napolitano hanno letto la storica dichiarazione congiunta sui rapporti passati e le prospettive future delle due nazioni, ribadendo il ruolo insostituibile e centrale della comunità italiana. Ricordiamo che un’analoga iniziativa era stata avanzata, tra gli altri, nei primi anni Novanta dal sindaco di Trieste - poi presidente della Regione FVG - Riccardo Illy (che nello specifico aveva proposto di inaugurare, a Trieste, alla presenza dei Capi di Stato, un monumento alle vittime di tutti i totalitarismi); l’idea allora, per vari motivi, era stata accantonata, segno che i tempi non erano ancora maturi.
Senza questi importanti avvenimenti di straordinaria valenza simbolica, politica e morale non sarebbe stato possibile immaginare l’iniziativa promossa congiuntamente lo scorso maggio, a Pola, Capodistria, Terli e Strugnano, dall’organizzazione della minoranza e da quelle degli esuli.
Con la loro azione simbolica i capi di Stato si sono fatti interpreti di un doveroso atto di riconciliazione e di dialogo fra i popoli. Gli esponenti delle nostre strutture rappresentative hanno invece voluto proporre un’iniziativa tesa a favorire la riappacificazione e la ricucitura degli antichi strappi fra gli italiani di queste terre, ribadendo la necessità di ricomporre le basi di una comune identità per garantire la continuità futura di un’italianità che rischia di scomparire.
Ma questi gesti comuni di alto valore simbolico, oggi, sono sufficienti? Sono indispensabili; ma è inutile nascondere che non possono bastare.
Si tratta solo dei primi, significativi passi di un lungo e difficile cammino.
E’ importante che a questi seguano altre importanti iniziative. Dall’organizzazione di convegni di studi, promossi congiuntamente dalle organizzazioni degli esuli e della minoranza, all’avvio di progetti europei comuni nel campo degli studi storici, della valorizzazione delle memorie, del recupero e l’approfondimento delle tradizioni comuni, della cura e del rilancio dei tratti di un comune patrimonio civile, culturale e sociale.
Gli atti simbolici, per consentirci di costruire un futuro, hanno bisogno ora di essere sorretti da un grande progetto comune.
Un sentiero ideale che, attraverso l’avvio di iniziative e, perché no, la costituzione di istituzioni culturali, economiche e strutture organizzative comuni, ci consenta di attuare un indispensabile processo di ricomposizione umana, storica, sociale fra le due “anime” della componente italiana.
Si potrebbe partire li, dove si sono fermati, tentando un’analisi comune, gli Stati: con la costituzione di una commissione mista di storici, o meglio di un gruppo di studio che si occupi di scandagliare i nodi più complessi e i capitoli più difficili e controversi della nostra storia comune. Una simile iniziativa in parte è stata avviata con il manuale e il progetto multimediale “Istria nei tempi”. Si tratta di proseguire, in modo organico, su questa strada, costruendo una fitta rete di iniziative comuni.
Tutte le comunità, scalfite dalle divisioni causate dai conflitti e dalle guerre civili, dalle violenze politiche o ideologiche, hanno cercato, dall’amnistia di Trasibulo, dalle orazioni di Lisia alle Odi di Orazio, dai tentativi di pacificazione condotti dopo il crollo del Franchismo in Spagna, o dalle commissioni per la verità e riconciliazione costituite dopo la fine dell’apartheid in Sudafrica, di avviare un processo di ricomposizione delle fratture attraverso il riconoscimento della dignità dell’altro.
E’ venuto il momento di farlo anche noi, italiani divisi di queste terre, per quanto difficile possa sembrarci questo percorso.
Lo dobbiamo fare in nome del nostro comune patrimonio culturale, storico e civile, della nostra identità, del nostro futuro.

Ezio Giuricin

da "La Ricerca" n. 61 - giugno 2012 - Centro di Ricerche Storiche di Rovigno

 


543 - L'Arena di Pola 30/08/12 Ricerchiamo nel nostro DNA la forza per andare avanti
Ricerchiamo nel nostro DNA la forza per andare avanti
Che il 2012 sia un anno “bisesto” è sicuro e che in quanto tale sia, proverbialmente parlando, in una qualche misura anche “funesto” non mancano le evidenze: crisi politica ed economica, gelo invernale, terremoto, caldo torrido, inquina­mento atmosferico, ecc. sono più che sufficienti per attestare che in questa nostra Italia non tutto va per il meglio e... non è detto che debba finire qui. In un contesto così fatalmente di­sgraziato non c'è molto da meravigliarsi se anche nel “nostro piccolo” - ed il riferimento è alle nostra vicende associative - non tutto sia andato per il verso giusto.
Eravamo convinti, ed ancora lo siamo, di “aver seminato bene” ma il “raccolto”, inutile nasconderlo, non è stato confor­me alle aspettative. Il nostro 56° Raduno ci ha lasciato dell'amaro in bocca ed un brutto colpo ci è stato inferto dall'insensato ed odioso atto vandalico, perpetrato da ignoti, nel Sacrario Italiano del Cimitero della Marina che ha vista distrutta, oltre a quattro sacelli, la targa in memoria dei nau­fraghi della RN “Rossarol”, da noi posta in sito solo l'anno scorso. Sono, purtroppo, cose che succedono, che rappre­sentano una battuta d'arresto ma non, necessariamente, un “ritorno al passato”. Quando si è convinti di quello che si va facendo non è il caso di piangersi eccessivamente addosso né di avvilirsi oltre misura e sarebbe assolutamente impro­duttivo polemizzare ulteriormente; molto meglio prendere at­to di quanto successo, farsene senza tante elucubrazioni una ragione, capire che quello che abbiamo intrapreso è un pro­cesso lungi dall'essere concluso e, pertanto, riprendere il proprio cammino. Non si tratta, infatti, di porre rimedio a quanto successo bensì, piuttosto, di andare ancora e sempre avanti.
Non mancano, fortunatamente, segnali positivi.
Per noi polesani agosto è, soprattutto, il mese dedicato al ricordo della strage di Vergarolla, l'evento che più di ogni al­tro ha segnato il nostro destino inducendoci, alla fine del cal­vario che l'aveva preceduto ed a principio di quello che l'avrebbe seguito, all'esodo. Ebbene, proprio dalla sua cele­brazione ci sono venuti segnali che ci fanno ben sperare. In­fatti, il nostro 18 agosto “polese” non solo ha fatto registrare una buona partecipazione di “esuli” e “residenti”, di rappre­sentanze diplomatiche, cittadine e di altre realtà associative che ha comportato, tra l'altro, un'eccezionale “fioritura” del Cippo ad essa dedicato, ma anche messo in evidenza, con la sua coda serale “triestina”, una apprezzabile - e da noi ap­prezzata - sinergia tra il “Libero Comune di Pola in Esilio” e la “Famiglia Polesana”, indice di unità d'intenti almeno per quanto più ci accomuna.
Sin qui - potrà dire qualcuno - tutto scontato; se effettiva­mente così è a noi, che tanto ci siamo adoperati per la cresci­ta di questa cerimonia, fa solo piacere. Molto meno scontato è, però, che l'Amministrazione cittadina abbia deciso di intito­lare l'area in cui il Cippo si trova: “Parco dedicato al ricordo delle Vittime di Vergarolla”. Ancora meno lo è quanto pubbli­
cato su la “Voce del Popolo” del 18 agosto u.s.: «[...] Verga­rolla non si scorda. La strage di innocenti in spiaggia - don­ne, bambini, civili - ha vestito la città di lutto e ha segnato ir­reparabilmente le sorti della città spianando la strada all'eso­do degli italiani di Pola. [...] La spiaggia era affollata [...] Si viveva, o perlomeno si cercava di vivere, la quotidianità, la “normalità” esorcizzando i ricordi di guerra e scacciando i pensieri per le sorti della città contesa [.] sarebbe stata solo una domenica d'estate, come tante altre. Ma la storia volle che quel 18 agosto 1946 si macchiasse di sangue. Una ma­no assassina, un disegno del terrore, un progetto di pulizia etnica avvolto dal più profondo silenzio e dal mistero più ag­ghiacciante. Il boato, la strage, il terrore. [...]». Parole chiare, inequivocabili e che riecheggiano quanto accennato, già nel dall'allora Sindaco di Pola Delbianco, rimaste però do­po lettera morta e che, purtroppo e nonostante le ulteriori evidenze emerse nel frattempo, aspettano ancora l'avvallo ufficiale di storici e di politici senza il quale la vicenda non può considerarsi “chiusa”; parole, ed anche questo ci piace sotto­linearlo, che sono state scritte da quella stessa Daria De- ghenghi che ci aveva rivolto larvate critiche (pubblicate su “L'Arena” di maggio) a proposito del nostro recente raduno e che, ciò non di meno, allora come oggi non ci impediscono di annoverarla tra le persone “amiche”; parole che sono state ribadite anche nell'articolo apparso sullo stesso giornale il successivo 20 agosto, a firma di A. Fonio Grubisa, e che, a quanto al momento dato a sapere, non hanno sollevato rea­zioni sulla stampa locale in lingua croata che si è limitata a dare notizia della celebrazione.
Possiamo ancora aggiungere, come ulteriore aspetto posi­tivo, che nemmeno tutto il male viene per nuocere. Infatti, contestualmente alla su accennata notizia della distruzione della nostra targa in ricordo dei naufraghi del “Rossarol”, sia­mo stati informati - e lo abbiamo verificato - che il monumen­to originale in loro memoria, sito sul lungomare nel comune di Lisignano e danneggiato dopo la fine della guerra, era stato ristrutturato, d'intesa tra l'Amministrazione locale ed Onorca- duti, ridandogli la dovuta dignità. Sta ora anche a noi conferir­gli “nuova vita”, facendo sì che non ricada nell'oblio.
In sostanza, sembrerebbe proprio che non siano venuti meno motivi di speranza tali da indurci a ritrovare la voglia e la forza di ripartire, avendo ben presente quello che, al di so­pra di tutto, è il nostro obiettivo principale: la preservazione del substrato di italianità dell'Istria. Per farlo dobbiamo solo guardare dentro noi stessi, ripensare a quella che è la nostra cultura indissolubilmente legata alla terra ed al mare e rifarci a quello che è il nostro DNA. In altre parole, quello che dob­biamo fare è, come si conviene a dei buoni contadini e a dei buoni marinai, rimboccarci le maniche per non soccombere agli eventi (ed alle immancabili malelingue) e riportare la bar­ra al centro per proseguire sulla rotta intrapresa.
Silvio Mazzaroli

 

544 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 27/08/12 Lacota (Unione degli Istriani) A Monti: Dopo Assad revocare le onoreficenze a Tito
LACOTA (UNIONE DEGLI ISTRIANI) A MONTI: DOPO ASSAD REVOCARE ANCHE LE ONORIFICENZE A TITO
TRIESTE \ aise\ - Dopo gli ultimi sviluppi dei giorni scorsi, che hanno portato il governo a chiedere al Quirinale la revoca, per indegnità, dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone al merito della Repubblica Italiana, conferita dal presidente Giorgio Napolitano l’11 marzo 2010 al presidente siriano Bashar al-Assad, l’Unione degli Istriani ha scritto al Governo Monti chiedendo che “la stessa onorificenza venga tolta al maresciallo Tito, i cui crimini contro centinaia di migliaia di italiani, tedeschi, ungheresi, e di varie nazionalità jugoslave, sono stati definitivamente acclarati e condannati”.
Il procedimento per revocare le onorificenze – puntualizza l’Unione degli Istriani – esiste, ed è previsto dalla Legge n. 178 del 1951 che, all’articolo 5, precisa: "Salve le disposizioni della legge penale incorre nella perdita dell’onorificenza l’insignito che se ne renda indegno. La revoca è pronunciata con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta motivata del Presidente del Consiglio dei ministri, sentito il Consiglio dell’Ordine".
Ed è stato lo stesso Staffan De Mistura, sottosegretario agli Esteri di origini dalmate, ad assicurare l’impegno del Governo, intervenendo a Palazzo Madama pochi giorni fa, a seguito dell’interpellanza urgente di una sessantina di senatori.
“La stessa misura deve riguardare ora anche il Maresciallo Tito”, spiega il presidente Lacota, che già due anni fa aveva trattato la questione polemizzando con il Quirinale. “Non è accettabile, non può esserlo per nessun motivo, che lo Stato onori contemporaneamente le vittime di una bestiale pulizia etnica, come quella subita dai giuliano-dalmati, ed il persecutore che la mise in pratica: un simile atteggiamento tradisce la moralità dello Stato”.
Il Presidente dell’Unione degli Istriani chiederà un incontro con il sottosegretario Staffan De Mistura, affinché “non si debba trascorrere un altro 10 Febbraio, Giorno del Ricordo, con ancora in piedi una simile, disumana situazione”. (aise)

 

545 - Il Giornale 26/08/12 Per conquistare i turisti cinesi la Croazia ci ruba Marco Polo
Per conquistare i turisti cinesi la Croazia ci ruba Marco Polo
Fausto Biloslavo
Marco Polo è croato, a tal punto che gli hanno dedicato un museo su un'isola di Zagabria, la tomba di re Artù si trova in Dalmazia e ovviamente Ulisse ha navigato attraverso i flutti dell'Odissea lungo le coste dell'ex repubblica jugoslava. Non è uno scherzo ma i colpi di sole estivi dei nostri vicini sull'altra sponda dell'Adriatico, che riscrivono storia e leggende a loro piacimento, con un pizzico di nazionalismo, per attirare turisti. Soprattutto quelli cinesi che nel museo dedicato al «croato» Marco Polo non devono pagare il biglietto.Dai tempi del regime di Franjo Tudjman alcuni storici croati cercano di accreditare l'ardita tesi che Marco Polo sia nato a Curzola/Korzula. E non a Venezia il 15 settembre 1254 come abbiamo sempre saputo. L'8 agosto il comune dell'isola dalmata ha inaugurato addirittura un museo in quella che sostengano sia la casa natale di Marco Polo. «Un luogo in cui sono rappresentati la vita e i molti viaggi del famoso avventuriero medievale, il personaggio più noto originario di Korzula, che nel 13imo secolo visitò la lontana e sconosciuta Cina» si legge nella presentazione. Una delle sale è dedicata alla battaglia navale fra la flotta veneziana e quella genovese, davanti le coste dell'isola, alla quale avrebbe partecipato, secondo i croati, Marco Polo. Il museo è costato 270mila euro ed il biglietto ne costa 8. Le autorità locali sono convinte che il leggendario commerciante veneziano sia nato nell'isola dalmata e che non a caso a Curzola i cognomi Polo e Depolo sono molto diffusi. In passato lo stesso ente del turismo di Zagabria, per attirare gli ospiti stranieri aveva lanciato la Croazia come «patria di Marco Polo». L'indebita appropriazione storica fa il paio con la storia di re Artù, pure lui croato. Il leggendario capo dei cavalieri della tavola rotonda, con nel fodero Exalibur che estrasse dalla roccia, non è nato a Tintahel in Cornovaglia. Per i croati ha visto i natali alle spalle di Spalato/Split, in Dalmazia. Poi sarebbe morto a Podstrana, sempre in zona. La tesi è appoggiata da uno storico inglese, John Matthews, convinto che nel villaggio croato ci sia la tomba di re Artù. Il famoso condottiero forse non è mai esistito, ma ad Igrane, sulla riviera dalmata settentrionale si svolge la Notte di re Artù. Un'attrazione turistica che narra come il nome stesso della località croata sia legata ad Igrayne, la madre del leggendario condottiero.L'appropriazione croata dei miti ha toccato l'apice con l'ultimo libro dello scrittore di viaggi e giornalista Jasen Boka, che si intitola «Sulle vie dell'Odissea». Dopo Marco Polo e re Artù diventa «croato» pure Ulisse. Le avventure marinare dell'eroe decantato da Omero sarebbero in realtà avvenute sulle coste della Dalmazia e non fra la Sicilia ed il Mediterraneo occidentale. Secondo l'illuminato narratore fin dal Peloponneso Ulisse è stato sospinto dalla bora verso l'attuale Croazia, che però soffia da nord-nord est. Dopo due anni di studi Boka ha scoperto che l'isola della ninfa Calipso, innamorata dell'eroe, non è altro che Meleda/Mljet. La tana di Polifemo, ciclope con un occhio solo, è un altro isolotto dalmata poco distante da Lesina/Hvar. Forse Itaca, con la paziente tela di Penelope, si trova a Lussinpiccolo, ridente località turistica croata frequentata da tanti italiani. Quello che non torna è Troia, ma in nome del turismo, dai miti leggendari di Omero si passa a quelli più recenti e discutibili.La memoria del defunto Josip Broz Tito, boia di italiani e padre fondatore della vecchia Jugoslavia è un'attrazione. La Net travel service, un'agenzia di viaggi con sedi negli Usa, in Asia ed Europa vuole organizzare per gli studenti americani un' «illuminante» vacanza. «Ripercorrere le tappe della vita di Tito in un viaggio educativo - annuncia Sucic Cevr a nome dell'agenzia - che spieghi l'epopea del Maresciallo in Jugoslavia e la sua storia all'epoca della guerra fredda». La vacanza «intelligente» dovrebbe partire il prossimo anno da Kumrovec, la casa natale di Tito in Croazia. Le altre tappe saranno Zagabria, Bled, Lubiana, Belgrado, l'arcipelago croato di Brioni, residenza estiva del dittatore. E forse Goli Otok, la famigerata isola calva tremendo lager per gli oppositori del regime. Il programma jugonostalgico si chiama «Ways Tito». E per ogni studente americano in visita è prevista la bustina blu con stella comunista in testa, fazzoletto rosso al collo e giuramento del pioniere, la gioventù titina.

 

546 - La Voce del Popolo 25/08/12 Del si', del da, dello ja - Patria? Basta col passaporto!
Del si', del da, dello ja
Patria? Basta col passaporto!
di Milan Rakovac
Ho visitato la mostra dedicata a Missoni, ho gioito in particolare del fatto di potermi sincerare ancora una volta del successo raggiunto a livello mondiale da un uomo delle nostre terre. Mi sono venuti in mente tanti altri esuli famosi e a me cari, proprio come lui, persone splendide che ho avuto occasione di conoscere personalmente. Qui in Croazia Missoni ha detto di essere un DALMATA CON IL PASSAPORTO ITALIANO. Fulvio Tomizza usava dire, con orgoglio e fermezza: LA MIA CULTURA ITALIANA, IL MIO SANGUE SLAVO. A suo tempo Enzo Bettiza, che stavo intervistando per l’HTV, dichiarò di essere un ORGOGLIOSO BASTARDO! Anch’io appartengo a questo circolo della cultura adriatica le cui basi poggiano nel concetto stesso della Serenissima, fondatrice e anticipatrice della comunità municipale, repubblicana e democratica – una comunità che lo sciocco Ottocento polverizzerà per creare quelle orribili e antistoriche COMUNITÀ NAZIONALI, gli Stati-nazione, le nostre Sacre, Amate Patrie che si pongono al di sopra di Tutto (eccezion fatta per Dio, ovviamente). Ed eccoci al quarto FIGLIO DELLE NOSTRE TERRE, nostr’ omo, anticipatore e padre culturale di tutti noi: Niccolò Tommaseo, il sostenitore di un progetto per il quale vale la pena di lottare anche oggi – la FEDERAZIONE DELLE LIBERE REPUBBLICHE DELL’ADRIATICO...
Leggo, e ripropongo, quanto scrive un Portale: “Rivolgendosi al nostro cronista che si è avvicinato allo yacht a bordo del quale è arrivato all’ACI Marina di Komolac, Missoni gli ha chiesto immediatamente: ‘Znate li da sam rođen u Dubrovniku?’. Detto così, in croato! “Mi fa piacere essere nuovamente nella mia città natale, a Ragusa. ‘Quando mi chiedono delle mie origini dico sempre: sono un dalmata con passaporto italiano’... Non è molto conosciuto il dato che Missoni è nato a Ragusa nel 1921, e poco si sa anche della straordinaria carriera sportiva di questo stilista famoso a livello mondiale (ha partecipato alle Olimpiadi del 1948 con la casacca dell’Italia correndo i 400 ostacoli, M.R.). Il primo laboratorio di maglieria l’ha aperto a Trieste e a introdurlo nel mondo dei tessuti e della moda è stata la moglie, Rosita Jelmini.”
Il percorso compiuto da Missoni in Croazia e Slovenia è un percorso importante, ma ancora più importante è, ne sono sicuro, il risultato positivo conseguito a livello di psicologie collettive adriatiche (latine e slave). Ed ecco un riassunto della tournée che si può leggere sulla Rete:
Dopo aver inaugurato l’Ambasciata culturale d’Italia a Maribor-Capitale Europea della Cultura 2012 ed aver proseguito il suo iter a Capodistria e a Pola, la mostra itinerante “Ottavio Missoni. Il Genio del Colore” approderà a Ragusa (Dubrovnik), dove sarà inaugurata domani, giovedì 9 agosto, alle ore 20.30, presso la Galerija Dulčić/Masle/Pulitika. L’allestimento della mostra, che resterà aperta al pubblico fino al 9 settembre, è a cura dell’Unione Italiana, in collaborazione con le Gallerie Costiere di Pirano, l’Università Popolare di Trieste, la Fondazione Ottavio e Rosita Missoni, il Centro Italiano “Carlo Combi” di Capodistria e la Comunità degli Italiani “Santorio Santorio” di Capodistria, nonché con la Galleria d’Arte di Ragusa. L’evento è patrocinato dall’Ambasciata d’Italia a Zagabria, dalla Città di Zagabria e dalla Regione Istriana... Al tempo stesso entro il percorso espositivo si dipana la narrazione a tutto tondo di un intero percorso di vita, che ha preso le mosse proprio sulle rive della costa dalmata.
Penso che l’ultima frase sia fondamentale, almeno per quanto riguarda i ragionamenti esposti in apertura. Affermazioni che Missoni & C. ribadiscono da decenni, dal secondo dopoguerra ai giorni nostri. Il nocciolo della questione sta nel guardare al mondo con gli occhi aperti, vedere l’orizzonte in tutta la sua ampiezza, proprio come ci si presenta ampio nel luogo di nascita! A me piace collocare questo meta-luogo famoso per essere il capolinea del tram, sul belvedere che si trova a poca distanza da Opicina (Opčina). Da lì si vedono TRE STATI, e tutti e tre sono miei, e nessuno è troppo grande, e tutti assieme dovranno accettare i colorati arabeschi di Missoni (nei quali s’incontrano i Balcani, il Mediterraneo e l’Oriente) come confine del nostro LEBENSRAUM (spazio vitale). A Missoni (ma nemmeno a Tomizza o a Betizza...) nessuno ha mai potuto togliere la loro TERRA NATALE indipendentemente dalle bandiere che vi potevano sventolare! Il luogo di nascita è il nostro microcosmo, ma è anche il nostro Universo! Certo, rimane una domanda, che non ho posto a Brescia dove sono stato di recente, ma vengo accolto così calorosamente: perché sono una persona cordiale anche se sono “straniero”? Per diamine, non mi sono sentito straniero né a Tunisi, né a Bengasi, né a Woolongong né a Toronto. Figurarsi se posso essere uno straniero a Venezia o a Vienna! Ottavio Missoni è una di quelle persone che rendono più sopportabile questo nostro mondo alpino-adriatico; in primo luogo perché per lui il passaporto è soltanto un documento e non una fonte mistica dalla quale sgorga l’orgoglio e sulla quale si fonda l’esistenza. Il tempo è maturo, e questa consapevolezza sta facendo breccia in noi cambiandoci, mentre noi cambiamo le cose che ci circondano. E così un giorno l’utopia adriatica di Tommaseo prenderà forma…

 

547 - L'Arena Verona 31/08/12 Lavagno - Sebastiano Pascoli: Addio all'uomo che amava il volo
Addio all'uomo che amava il volo
LAVAGNO. Aveva 90 anni: volontario in Aeronautica nel 1941, fece il corso marconisti e la scuola bombardieri a tuffo. Domani il funerale a Vago. Si è spento Sebastiano Pascoli, conosciuto in paese per aver tenuto a lungo sulla terrazza di casa sua prima un Aermacchi 308 e poi un Cessna biposto
Lavagno. Addio a «Nino», il marconista istriano figlio adottivo di Vago di Lavagno. Personaggio lo era divenuto anche per quell'idea bizzarra di utilizzare la terrazza di casa come piedistallo prima per un Aermacchi 308 e poi per quel Cessna biposto che lo scorso anno era stato costretto a veder finire nell'immondizia perchè ormai irrecuperabile. Sebastiano Pascoli, o meglio il cavalier Pascoli, aveva compiuto 90 anni a primavera: che fosse un vero libro di storia ambulante lo sapevano tutti e quelli che non lo conoscevano sapevano di lui per via del Cessna sotto le cui ali era scritto il suo cognome. Una vita che è storia ma pare un romanzo: originario di Tolmino, era arrivato a Verona alla fine del 1945. La sua famiglia, fuggita dall'Istria con la tradotta da Gorizia a Milano, fu costretta alla sosta a Verona perchè un bombardamento aveva interrotto il viaggio. I Pascoli incontrarono i conti Rizzardi-Maffei che quando seppero che la famiglia proveniva da Tolmino, luogo in cui qualche anno prima avevano visto fucilare il figlio Stefano, di soli 18 anni, aprirono loro le braccia. Fu nel palazzo di via Vaiverde che i Pascoli rimasero nei dieci anni successivi: i conti Rizzardi-Maffei non vollero nulla in cambio. Sebastiano Pascoli aveva all'attivo studi da elettrotecnico quando, nel '41, partì come volontario in Aeronautica ed entrò nel quarto corso marconisti. Non si fece mancare nemmeno la scuola bombardieri a tuffo. Volò sui vecchi aerei in dotazione alla Lutwaffe, cacciabombardieri Re 2002 e 2003. Era a Manduria, in provincia di Taranto, il giorno dell'armistizio. Cinque giorni dopo Vittorio Emanuele III e il maresciallo Pietro Badoglio approdarono lì: fu lui a predisporre le comunicazioni tra Badoglio e Brancasi, una postazione sotterranea vicino Brindisi. Non seppe mai il contenuto del dialogo, ma certo fu uno degli avieri mobilitati per predisporre gli aiuti ai soldati italiani della divisione Acqui, passati, agli occhi dei tedeschi, per traditori. Pascoli lo gridò ogni volta che gliene capitò l'occasione che l'Italia non abbandonò i suoi figli a Cefalonia e Corfù. Certo, lo ammise, si poteva fare di più, ma la morte di tanti piloti impegnati negli aiuti ai commilitoni dimostrano la verità dei fatti. Per questo, per ricordare tutte le vittime della tragedia della Divisione Acqui, a 86 anni si era avventurato in un'impresa enorme: costruire il Siai-Marchetti S 55 con cui Umberto Maddalena, nel 1928, volò tra i ghiacci della Baia del Re, in Norvegia, per salvare i superstiti del dirigibile Italia. Lo costruì in scala 1:2 tra salotto di casa sua prima e cortile poi, anche per ricordare le vittime nell'ottantesimo della trasvolata. Promotore della Casa del combattente a Isola della Scala, nel novembre scorso, a 50 anni esatti dalla realizzazione, era stato insignito con una targa commemorativa. Un ricordo da unire agli altri, anche a quello di quando Nino si ritrovò appioppato il soprannome “Gorizia”. Glielo aveva dato Umberto di Savoia inseguendolo dopo che lui, in sella a una Guzzi, non si era fermato incrociando la sua auto. Il principe gli chiese spiegazioni, che ritenne verosimili, e non si scordò più di quell'aviere con l'accento istriano e lo chiamò quando ebbe bisogno di una guardia complice di una sua fuitina d'amore dalla reggia di Piazza Plebiscito. «Gorizia» salvò anche la vita a una ragazza negli anni della guerra e nel 1978 andò da Enzo Tortora, a Portobello, per rivederla: l'Italia si commosse per quell'abbraccio rimandato per trent'anni e reso possibile dal “Dove sei”. Lo stesso, Nino, che Teresa Coraja, sua moglie, conobbe 66 anni fa e alla quale si stringeranno quanti vorranno salutarlo l'ultima volta, domani alle 10, nella parrocchiale di Santo Stefano a Vago.
Paola Dalli Cani

 

548 - La Stampa 20/08/12 Gli studenti americani in gita sulle tracce di Tito "Così si impara la Storia"
Gli studenti americani in gita sulle tracce di Tito "Così si impara la Storia"
Tour organizzati rievocano la Jugoslavia del Maresciallo

Francesco Moscatelli

Fra Bosnia e Croazia il mito di * Josip Broz - alias Maresciallo Tito - per oltre trentanni pa­dre padrone dell'ex Jugoslavia, non è mai tramontato. Anzi: la memoria del capo partigiano che liberò il suo pae­se dal nazifascismo ma che si mac­chiò anche dell'orribile crimine delle foibe, è diventato un business fatto di t-shirt, medagliette, passaporti vin­tage e associazioni neo-titoiste.
A Skopje, in Macedonia, c'è persino un ristorante, il «Kaj Marsalot» (Dal ma­resciallo), dove per ordinare un'insa­lata bisogna richiedere una «Brat-stvo i Jedinstvo» (Unità e fratellan­za). L'interesse per il passato sociali­sta, dalle automobili Yugo ai sottaceti made in Ddr del film «GoodBye Le­nin» non è una no­vità. La docente di Harvard Svetlana Boym ci ha pure scritto un saggio, «Il futuro della nostalgia», per spie­gare come mai anche le generazioni nate dopo il crollo del muro di Berlino ne sono affascinate.

Adesso però la Tito-mania sembra aver contagiato anche gli Usa. È di po­chi giorni fa, infatti, la notizia, pubbli­cata dal quotidiano croato «Jutarnji list», che l'agenzia turistica interna­zionale Net Travel Service ha inten­zione di organizzare dei viaggi ad hoc sulle tracce di Tito. «Negli Stati Uniti uno studente non può diplomarsi sen­za prima aver fatto un viaggio all'estero - spiega Mirela Sucic Cevra, responsa­bile della sede di Zagabria del tour ope­rator -. Il nostro ufficio di Boston si oc­cupa principalmente di questo tipo di turismo. Da qui l'idea di ripercorrere le tappe della vita di Tito in un viaggio educativo con tanto di interventi di sto­rici e politologi a spiegare l'epopea del Maresciallo in Jugoslavia e la sua storia all'epoca della Guerra Fredda».

La visita durerà una settimana. Il punto di partenza sarà il villaggio di Kumrovec, in Croa­zia, dove Josip Broz nacque nel 1892, set­timo di quindici fra­telli, e dove ogni an­no partiva la staffetta dei pionièri di Ti­to (in divisa perfetta: berretto blu, stel­la rossa e fazzoletto rosso) che attra­versava tutto gli stati della federazione per arrivare il 25 maggio, il giorno in cui il Presidente compiva gli anni, davanti al suo palazzo di Belgrado.
Le altre tap­pe saranno piazza Maresciallo Tito a Zagabria (a più riprese c'è chi protesta e chiede di cambiarne il nome), la villa delle vacanze di Bled, in Slovenia, già residenza estiva della famiglia reale ju­goslava, e le isole Brioni, dove il Mare­sciallo si fece costruire la casa dei suoi sogni, con annesso zoo safari. Le isole, oggi parco nazionale croato, ospitaro­no per decenni gli amici del Presiden­te: le star del cinema Elizabeth Taylor, Richard Burton e Sophia Loren, ma anche i capi di Stato esteri come Indirà Gandhi, che regalò a Tito due elefanti indiani (uno è ancora vivo ed è ospitato nello zoo accanto alla Cadillac del Ma­resciallo, l'altro è morto per un attacco di cuore nel 2010, a 45 anni).

Gli studenti americani potranno ve­dere da vicino anche il volto più terri­bile del regime titino. Il tour dovrebbe comprendere anche una sosta sull'iso­la di Goli Otok (L'isola calva), il campo di prigionia per dissidenti inaugurato nel 1949, un anno dopo la rottura fra Tito e Stalin e l'uscita della Jugoslavia dal Cominform, e chiuso solamente nel 1989. Ribattezzato «L'inferno del­l'Adriatico», vi passarono fra i 15 mila e i 50 mila prigionieri.

Le ultime due località toccate dal tour saranno Lubiana e Belgrado. Lu­biana è la città in cui Tito chiuse per sempre gli occhi, dopo aver subito l'am­putazione di una gamba per problemi circolatori, il 4 maggio del 1980, ventun giorni prima di compiere 88 anni. Da lì il suo corpo fu portato a Belgrado a bordo del «treno blu» (quello che usava abi­tualmente per gli spostamenti all'inter­no del Paese), dove l'8 maggio si svolse­ro i funerali solenni alla presenza di Margareth Thatcher, Sandro Pertini e decine di altri capi di Stato e di governo. Il viaggio si concluderà davanti al mau­soleo di Kuca Cveca «la casa dei fiori» sulla collina di Dedinje (Belgrado), non lontano dall'appartamento in cui da an­ni vive in isolamento Jovanka Broz, 88 anni, l'ultima moglie dei Maresciallo.

 

549 – Riscossa Cristiana 29/08/12 Furto di personaggi italiani: Marco Polo e Francesco Patrizi
FURTO DI PERSONAGGI ITALIANI: MARCO POLO E FRANCESCO PATRIZI
di Lino Di Stefano
La notizia riportata, qualche giorno fa, da un quotidiano nazionale secondo la quale Marco Polo (Venezia 1254-Venezia 1334) sarebbe di nazionalità croata solo per il fatto che il navigatore veneziano sarebbe nato a Cùrzola, isola della Dalmazia, possedimento della Serenissima per tanti secoli e solo nel 1946 ceduta alla Jugoslavia, prima, e, per effetto della disgregazione della citata nazione, passata alla Croazia, dopo, non è, in effetti, una grande notizia.
Per il semplice motivo, appunto, che da decenni le menzionate nazioni si sono impossessate non solo dei territori perduti dall’Italia per effetto della sconfitta successiva alla seconda guerra mondiale, ma anche dei personaggi nati colà. Marco Polo è stato addirittura ribattezzato col nome di Markus Polo, dato che il cognome non è stato possibile versarlo nella loro lingua. L’estensore del citato articolo - stigmatizzando il fatto - ha definito l’operazione finalizzata ad interessi turistici segnatamente in direzione dei cinesi i quali, come sappiamo, hanno sempre stimato ed ammirato l’autore de ‘Il Milione’.
Le cose, però, non stanno in questo modo per il semplice motivo che l’Istria e l’intera Dalmazia hanno dato i natali a uomini schiettamente italiani che si sono visti trasformati in nazionalità slava: jugoslava prima, e croata, poi. Ciò che, finora, non ha fatto, per fortuna, la Slovenia nei confronti di Giuseppe Tartini (Pirano d’Istria 1692-Padova 1770), uno dei più grandi violinisti che la storia della musica ricordi. Sicché anche se Marco Polo fosse nato a Cùrzola (oggi Korcula), quest’ultimo resterebbe sempre veneziano e, naturalmente, italiano.
Ma le nostre autorità politiche - spesso per inerzia - di ciò si sono sempre disinteressate ed anche in occasione – durante la presidenza croata di Tudjman – di una mostra, organizzata a Roma, di presunti capolavori croati, ereditati dopo il secondo conflitto mondiale, provenienti da musei e chiese ex italiani si sono comportate allo stesso modo; ma l’opinione pubblica romana e nazionale la quale ha smascherato l’operazione costringendo gli organizzatori alla chiusura.
L’azione, però, più clamorosa - sempre diretta a considerare croato l’umanista e filosofo italiano Francesco Patrizi (Cherso 1529-Roma 1597) - fu compiuta dalla Croazia ancora prima della disgregazione della Repubblica di Jugoslavia, nel senso che essa, ancora una delle sei repubbliche di quest’ultima nazione, si annetté lo studioso italiano cambiandogli il nome e il cognome in Frane Petric. Senza che anche, questa volta, le autorità italiane e, in particolare, i rappresentanti ufficiali della Filosofia italiana aprissero la bocca per smentire tale macroscopico falso storico.
E ciò, sempre in nome della salvaguardia dei buoni rapporti fra gli Stati. Ora il grande studioso platonico Francesco Patrizi non solo si è sentito sempre ‘toto corde’ italiano vivendo, in prevalenza, a Padova, Ferrara, Venezia e Roma – dove riposa - ma egli ha anche redatto le sue numerose opere sia in lingua italiana, sia in idioma latino. Ne citiamo alcune: ‘La città felice’ (1553), ‘Della Retorica’ (1556), ‘Della Poetica’ (1586), ‘Nova de universis philosophia’ ( 1591), ‘Discussiones peripateticae’ (1571), per limitarci solo ad alcune.
Pertanto, non ci sono dubbi sulla genuina italianità del filosofo veneto visto, altresì, che un altro umanista minore – Francesco Patrizi (Siena 1413-Gaeta 1494) - ha degnamente portato le generalità dello studioso di Cherso. Ma, ripetiamo, anche al cospetto di tale annessione da parte degli Enti filosofici croati, le autorità politico-culturali italiane sono rimaste in silenzio con buona pace dei migliori pensatori nostrani. Per concludere sul nostro Patrizi – anche il cognome rivela le origini dell’erudito dalmata – questi, in contrasto con Aristotele, intese sempre additare Platone, Plotino e il platonismo in genere, come le uniche ed autentiche fonti del sapere speculativo.
L’Enciclopedia Filosofica, a cura del Centro di Studi Filosofici di Gallarate, ne traccia, tra l’altro, il seguente profilo: “L’opera filosofica del Patrizi rappresenta una delle più tipiche e forse più veementi espressioni del platonismo rinascimentale, caratterizzato, nel caso specifico, da una viva istanza religiosa, in nome della quale il Patrizi rifiuta il pensiero aristotelico. Ciò che soprattutto sollecita il suo interesse è la ricerca di scritti e dottrine che si possono ricondurre alla concezione cristiana: egli addita a tal fine l’opera di Platone e quella di Plotino”( Sansoni, Firenze, vol. IV, voce ‘Patrizi Francesco’, pp. 1403-1404).

 

550 - Panorama Mondadori 24/08/12 L'estate di Perasto
L’estate di Perasto
Tommaso Giancarli
Il 12 maggio 1797, il fatto è universalmente noto, con l’entrata dei francesi in città e l’autoscioglimento delle istituzioni ha termine la (forse) millenaria storia della Repubblica di Venezia.
Il 23 agosto 1797, in una data certo meno famosa ma non negletta, le truppe austriache arrivano a Perasto, cittadina dell’odierno Montenegro, dentro alle Bocche di Cattaro, e ultima terra rimasta fino ad allora orgogliosamente veneziana, in autogoverno e pur sapendo del destino della madrepatria. In quella cittadina, per un privilegio guadagnato secoli prima dal valore e dalla fedeltà dei perastini, si conservava il vessillo che compariva, in tempi di guerra, sull’ammiraglia della flotta veneziana (anche lì custodito e scortato da dodici uomini di Perasto). All’approssimarsi degli austriaci – l’episodio è ben conosciuto – quel gonfalone fu portato in chiesa, benedetto e pianto per l’ultima volta dall’intero popolo della cittadina; e su di esso, prima che venisse seppellito sotto l’altare, il capitano Viscovich, massima autorità locale, pronunciò un discorso giustamente noto: “Per trecento e settant’anni le nostre sostanze, il nostro sangue, le vite nostre ti furono sempre consacrate, e da che tu fosti con noi, e noi con te, fummo sempre felicissimi, fummo sul mare illustri e vittoriosi sempre; niuno con te ci vide mai fuggire, niuno con te ci poté vincer mai” (la prosa goffa e aulica è quella di Francesco Viscovich, pronipote del capitano).
Qualcuno vuole, peraltro, che quel discorso sia stato fatto in veneto o in italiano, benché il citato Francesco Viscovich affermi che fu pronunciato in serbocroato; ma sostenere questo, considerato che Perasto era ed è una cittadina slava in cui né l’italiano né il veneto erano perfettamente comprensibili a tutti, significa sminuire la portata di quel gesto di affetto e attaccamento, che fu invece universale, profondo e non legato o limitato a una parte dei sudditi. Lo spirito di Venezia non ha d’altronde nulla a che vedere con una presunta italianizzazione o colonizzazione dell’Adriatico orientale, che non c’è mai stata: per la Dominante Mestre e Corfù erano la stessa cosa…
Ma non è quel discorso e quella dimostrazione d’amore, pur grande e commovente, che voglio far risaltare. Date invece un’occhiata alle date: Perasto sopravvive di tre mesi alla Repubblica. Per tre mesi, Perasto è Venezia: il sole che tramonta sul suo campanile (simile a quello di San Marco), per poi gettarsi in fondo allo stretto mare bocchese, saluta l’ultimo cantuccio di un grande dominio e di una grande civiltà.
Dopo di allora, altri proveranno a unire l’Adriatico; ma nessuno saprà evocare il Mito – che è veneziano – della Giustizia, nessuno saprà vincere e governare con equanimità e moderazione. Se andate a Perasto, anche oggi, capirete da voi cosa si è perduto per sempre quel giorno di agosto del 1797.

 

551 - Il Piccolo 22/08/12 Cercando la Dalmazia - La febbre fra i tesori di Sabbioncello (3 puntata)
La febbre fra i tesori di Sabbioncello
Il recupero della telecamera affondata, i nudisti, e finalmente un pasto decente a Zuljana
CERCANDO LA DALMAZIA
Una nuova avventura vissuta tra mare e terra. Un lunghissimo itinerario da percorrere a forza di braccia, pagaiando sul kayak, per poi provare a scoprire il mondo che si affaccia sulla costa. Queella Dalmazia che ci illudiamo di conoscere, ma che ancora oggi rappresenta una realtà tutta da scoprire. Tutta da capire. Emilio Rigatti e Mariano Storti, due professori delle medie con la passione per la “geografia sul campo”, si sono messi in movimento per intraprendere un viaggio di più di trecento chilometri per mare con l'obiettivo di toccare le splendide isole della Dalmazia Meridionale. Dopo aver visitato Lesina e trascorsa la notte a Mlin, Rigatti e Storti trovano in una baia un argentino finito in Croazia per amore. Trascorsa la notta a Smrska Uvala è la volta di un'altra traversata, fino a Sabbioncello/Peljasac. Qui si vedono costretti a uno sbarco d'emergenza per il peggioramento delle condizioni del mare.
di EMILIO RIGATTI
Spiaggetta dello sbarco a Peljasak – Orebic (Peljasac): 8 luglio. Partiti di buon'ora dalla nostra spiaggia siamo arrivati fin davanti ai bastioni di Curzola, attraversando da Sabbioncello in un punto dove le isole distano appena lo spazio di una buona nuotata. La bianca torre merlata che incorona le mura mette lo zoccolo proprio nelle onde che si frangono sull'isola dove i Croati vogliono sia nato Marco Polo. Anzi: Marko Polo. Se non sappiamo dove fu scodellato al mondo, la certezza che “Il Milione” è bellissimo dovrebbe mettere il cuore in pace a tutti, ma questa del “dov'è nato il vip storico?” - quale esso sia – è una “vexata quaestio” su cui i nazionalisti di tutte le nazioni si sbriciolano i denti. La Repubblica da sbarco, come la chiamava un cantautore veneziano, ha certamente segnato con le sue orme leonine e la sua spada l'Adriatico e il Mediterraneo.
Il “Pax Tibi” del vangelo aperto, vista la durlindana che il felino regge nell'altra zampa, suona un po' come un “baciamo le mani” che nasconde un avvertimento. Ma non c'è dubbio che il dialetto veneziano delle pietre e delle calli, dei campanili e delle chiese, parlato a punta di scalpello da stuoli di lapicidi veneti o locali - che liberavano le pietre dalla buccia che nascondeva forme rinascimentali o romaniche - è visibile ovunque. Anche a Ragusa, che veneziana non fu, almeno politicamente. Eppure, ancora si fronteggiano armate le traduzioni: Giorgio Dalmata contro Jurai Dalmatinac, Francesco Laurana contro Frane Vranjanin, Giorgio Schiavone contro Jurai Culinovic. Morti prima della nascita delle nazioni, si trovano a combattere contro se stessi in nome di stati che la storia ha inghiottito o che sono sorti dopo la loro scomparsa.
Mentre dall'alto del campanile della cattedrale guardo il contrasto tra i tetti rossi e il mare blu, giuro che non mi interessa sapere se Marko o Marco Polo fosse della Lega, della Serenissima, italiano, croato o figlio illegittimo del Kubilai Khan. Gironzolo per la bella città, mi bevo gli scorci delle calli in discesa che si tuffano in mare. Che a volte si vede appena, tanta è l'esuberanza delle piante che la gente mette davanti a casa. Al mercato compro frutta e dei meravigliosi fichi secchi, e in farmacia aspirine e un antinfiammatorio per la schiena che mi duole. Sono fuori bolla perché ho un po' di febbre e, a tratti, sento come se avessi una lama nei muscoli dorsali. Raggiungo Mariano ai kayak e attraversiamo il canale per spiaggiarci a Orebic, che si trova a Sabbioncello, a pochi minuti di pagaia da Curzola.
Anche se non è spettacolare come la dirimpettaia, questa cittadina ha una piacevolezza marinara che deve specialmente al suo lungomare e ai bei giardini tropicali dei capitani in pensione, che da Curzola venivano qui a trascorrere la vecchiaia. Sono giorni che non ci facciamo una doccia e siamo striati di sale, e anche una risciacquata ai costumi e alle magliette gioverà al decoro e all'immagine degli equipaggi, per cui optiamo per un campeggio. Torniamo indietro a recuperare le barche e la mia proverbiale distrazione, acuita dal malessere che mi pervade, mi procura un'avventura davvero spiacevole. Attacco la mia videocamera impermeabile GoPro al k. con la sua ventosa, ma mi dimentico di legarla al cordino di sicurezza. Ci tengo molto perché è un regalo dei miei alunni.
Proprio uscendo dal porto la Go Pro si stacca e la vedo sprofondare nel blu. Riesco a capire dove si ferma, traguardo la posizione con una bitta del molo, chiamo Mariano perché mi aiuti e salto giù dal k. Ma senza maschera non riesco più a vederla, tento due inutili immersioni e capisco che l'unico modo di individuarla ancora è quella di rimontare in fretta. Prima risalita "vera" della mia vita con pagaia e senza il galleggiante ausiliario, riuscita perfettamente: grazie "Canoa Kayak Friuli" e alla pignoleria degli istruttori! La GoPro è là sotto e mi rendo conto che la corrente sottomarina la sposta. O la becco subito o adiòs. Vedo due ragazzi in barca e chiedo se hanno una maschera da prestarmi. Ce l'hanno! Cerco di iperventilare, perché il fondale è profondo, ma riesco solo ad ansimare. Non c'è tempo da perdere. Mi ributto sotto ma senza pinne l'è dura, il fondo è lontano. Quando ci arrivo manco la presa: la macchina è ancora lì, a un metro da me. Torno giù – il fiato sta per finire - e l'afferro, con i timpani che dolgono perché non ho compensato. Quando alzo la testa per risalire vedo le chiglie delle tre barche. E chi ci arriva lassù col poco fiato che mi resta? Mi dico: calma Emilio, per un po' di fiato in meno non crepi, lasciati andare che vai su da solo. Quando emergo bevo, tossisco, sputo ma sono felice. Non sento la febbre, sento solo la felicità di avere recuperato la videocamera, il regalo dei miei ragazzi della “ mitica” IIIB.
9 luglio Orebic – Zuljana. Anche se la navigazione è breve e non dà problemi, come quella di oggi tra Orebic e Zuljana, si è quasi inavvertitamente e costantemente coi sensi tesi a cogliere vento, scogli, opportunità di sbarco, ma anche la bellezza della natura in cui ci muoviamo per ore. Si vive a un percento di vitalità nettamente superiore a quello della vita scandita dalla quotidianità, dall'abitudine. Il bagno al sorgere del sole, cucinare, controllare GPS, bussola, radio e scorte d'acqua, stare attenti ai possibili sbarchi, tenere d'occhio vento e barometro; ma anche aspettare l'alba sulla spiaggia, immergersi per ore nei colori mutevoli del mare e delle rocce, perdersi dietro alle costellazioni che si spostano nel buio, tutto questo ti mette in una dimensione di attenzione e di presenza che non conoscevo prima di navigare con questa gondola in fibra di vetro. Altro che “vacanza”!
Per cui, quando la signora che gestisce il campeggio che si affaccia sulla baia successiva a quella del paese, si confida con noi - ma cosa la spinge a farlo? - lamentandosi del lavoro, delle tasse, del marito che in quel momento è a dormicchiare mentre lei pulisce bagni e accoglie turisti, capisco di colpo come la nostra non sia una vacanza, ma una fuga breve ma quasi totale dalla tirannia della quotidianità, che ci obbliga a cose che non ci interessano, che dobbiamo fare e che alla fine ci rendono distratti e assenti: “vacanti”. Una volta messo il campo a Zuljana vado a godermi il tramonto e a scrivere su delle grandi lastre di pietra nella zona naturista, dall'altra parte della baia, un golfo folto di pini d'Aleppo che occupano tutti i fianchi della montagna. La bella signora boema, con due bambini al seguito, quando vede il mio kayak si avvicina e mi riempie di domande in un inglese incerto. Uno dei bambini – capisco che si chiama Frantiscek – è particolarmente curioso. Gli faccio vedere la bussola, i gavoni, il GPS con la sua freccia che indica esattamente dove ci troviamo. Lei una donna dal corpo atletico, con un sorriso particolare, aperto e un po' timoroso al tempo stesso. Mi dice che in agosto correrà la sua prima maratona e, quando le rispondo che ogni tanto ne faccio una anch'io, si avvicina con un sorriso raggiante e mi stringe la mano, calorosamente. Buona maratona, le dico. Buona navigazione, fa lei. Osservo il suo corpo nudo che si muove per stare in equilibrio sulle rocce, mentre se ne va con Frantiscek e l'altro bimbo di cui non ho capito il nome. La luce del tramonto vira in arancione il colore della loro pelle. Anche incontri come questo, davvero, sono strani ed enigmatici. Mi viene da dire “surreali”, ma quando ricordo il tunnel di controlli e norme della vita normale e normata che attraversiamo per undici mesi all'anno, penso che questo modo di vivere avrebbe potuto essere una possibilità reale che tutti abbiamo, in qualche modo, perso da chissà quanto tempo. Mi viene in mente la parola “Eden”, ma per fortuna una fame da uscocco e una trattoria che promette meraviglie, adocchiata a Zuljana, mi distolgono da riflessioni sulle occasioni perdute dell'umanità, a cui non saprei come confidarle perché non ho il suo numero di cellulare.
Non perdiamoci i calamari alla brace, piuttosto, e le palacinke d'ordinanza. Dopo varie razioni anarchiche e en plein air di riso basmati con tonno, rituffiamoci nei meccanismi perversi della globalizzazione: ma che almeno siano quelli più appetitosi. 10 luglio Zuljana – Prapotno (Ston). Ieri abbiamo fatto bene a mangiare tanto perché oggi, nel bel mezzo della trasferta al campeggio di Prapotno, vicino alla cittadina murata di Ston, un improvviso montar del vento e del mare ci ha costretto a issare i kayak sugli scogli, con una manovra complicata e rischiosa. Arriviamo a Ston di sera e io sono provato per la febbricola che non vuole andarsene, così decidiamo di fermarci lì per due giorni. Poi, ci attende l'ultima isola: Mljet, Meleda, l'isola del miele. Ovvero Ogigia, rifugio degli amori di Ulisse e Calipso, da dove l'Eroe partì con una zattera alla volta dell'Isola dei Feaci e di Itaca. Anche se adesso non lo sappiamo ancora, sarà la boscosa Meleda e non Ragusa la nostra ultima spiaggia. E se Nettuno deciderà così, vuol dire che avrà ragione lui, che di viaggi per mare se ne intende.
(3 - Segue. Le prime due puntate sono uscite il 20 e 21 agosto)

 

552 - Messaggero Veneto 30/08/12 Gorizia - Ospitarono soldati, esuli dall'Istria e gli alluvionati del Polesine. Poi il degrado
Ospitarono soldati, esuli dall’Istria e gli alluvionati del Polesine. Poi il degrado
In origine le Casermette furono costruite – come racconta lo stesso nome rimasto nell’immaginario collettivo dei goriziani – per ospitare una caserma contumaciale. Ci passarono gli alpini della Julia...
In origine le Casermette furono costruite – come racconta lo stesso nome rimasto nell’immaginario collettivo dei goriziani – per ospitare una caserma contumaciale. Ci passarono gli alpini della Julia rientrati dalla Grecia prima di essere inviati in Russia. Poi, un tourbillon di ospiti, segnato indelebilmente dalla storia, che ha inciso il proprio marchio sul confine allora italo-jugoslavo: arrivarono le truppe tedesche, poi gli Alleati. Finita la seconda guerra mondiale, le Casermette furono primo rifugio per gli esuli, costretti a lasciare l’Istria e la Dalmazia. E ancora, l’area di Montesanto ospitò nel 1951 gli alluvionati del Polesine, prima di diventare provvisorio rifugio per i senza fissa dimora. Ora, il degrado più totale, che il Comune ha provato ad arginare negli anni passati con l’installazione di una rete di protezione che permettesse di far desistere dalla tentazione di abbandonare ogni sorta di rifiuto ingombrante ai soliti incivili. (ch.se.)

 

553 – Corriere della Sera 29/08/12 Gli screanzati snobbano Pola
GLI SCREANZATI SNOBBANO POLA
di CLAUDIO MAGRIS
T ra i molti festival letterari c'è pure quello di Pola, previsto per l'autunno. Non ha la risonanza — ovvero i mezzi — di altri di forte richiamo. Ma è da anni una ricorrenza di tutto rispetto, un'occasione di incontri che si svolgono con grande stile nella scelta degli autori, fra i quali pure alcuni fra i maggiori e più noti internazionalmente, e soprattutto dei temi.
Inoltre il festival di Pola è una finestra sul mondo culturale dell'Europa sudorientale, un festival-frontiera tra diverse culture, che offre scoperte di scrittori e di opere poco conosciute da noi.
Il festival di Pola, aperto alle letterature di più vari Paesi, da qualche anno dedica particolare attenzione alla comunità italiana — una comunità che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, ha avuto momenti di grande difficoltà, affrontati con ferma dignità, pagando, insieme agli italiani dell'Istria e di Fiume, il prezzo per le violenze inflitte dal fascismo (e, sia pure in misura molto minore, già prima) agli slavi e, in certi periodi, subendo le ritorsioni nazionaliste di un regime totalitario come quello titoista, sia pure imparagonabile agli altri regimi comunisti e capace di evolversi verso forme sempre più aperte e tolleranti.
Una presenza di scrittori italiani a Pola sarebbe, oltre che fruttuosa per essi, pure un'attestazione di vicinanza all'italianità d'oltre confine. Gli organizzatori del festival hanno rivolto, con particolare attenzione, un invito a molti scrittori ed editori italiani. Spesso non hanno avuto nemmeno risposta. Ovviamente, incalzati come spesso si è da impegni e sollecitazioni, non è possibile accettarli tutti e nessuno ha l'obbligo di andare né a Mantova né a Pola. Ma nemmeno rispondere a questo invito, a questo segno di stima (che non è detto sia sempre meritato), è una cafonaggine penosa, uno sgarbo a chi viene considerato non abbastanza importante per essere trattato con normale educazione. Una cafonaggine spesso inconsapevole e dunque tanto più volgare, perché rivela una volgarità divenuta modo di essere, divenuta la natura stessa della persona.
Uno sgarbo minimo e irrilevante, certo, ma un piccolo indizio di un'Italia screanzata e piccina. Per simili atteggiamenti, e per le persone piccine piccine picciò che li assumono, Biagio Marin aveva un'espressione assai colorita, che nemmeno i tempi disinvolti e spregiudicati in cui viviamo consentono di riportare sul «Corriere».

 

554 - CDM Arcipelago Adriatico 25/08/2012 - Meira Moise: la voglia di sapere non ha età, da ragazza a Fiume gli incontri con Palatucci
Meira Moise: la voglia di sapere non ha età
Da ragazza a Fiume gli incontri con Palatucci
Meira Moise, nata a Cherso il 3 ottobre 1923 da Francesco Moise di Cherso (7 dicembre 1885) e da Pulcheria Missetich (Ragusa, 24 dicembre 1889) ha festeggiato la sua terza laurea con gli amici del suo corso all’Università di Verona. “Gli anni non contano – dicono i suoi occhi azzurri pieni di vivacità – io mi sento una di loro”. La incontriamo nella sua casa in una piccola località del Veneto dove si danno convegno i compagni di corso che lei aiuta per le tesi di laurea. C’è quasi una sorta di pudore a parlare con lei del passato, proiettata com’è nelle vicende del presente e pronta a immaginare scenari futuri ricchi di spunti e di impegni seri. Ma siamo qui per ragionare di Fiume, su suggerimento di Fulvio Mohoratz, città che l’ha accolta ragazza e dove lei aveva avuto modo di frequentare, ogni mattina, la medesima chiesa di Palatucci.
Com’era?
“Un bell’uomo, elegante, si distingueva”.

Ma come è arrivata a Fiume dalla natìa Cherso?
“Ci sono arrivata dopo una tappa intermedia. Nel 1934, infatti, mi spostai a Zara per frequentare il ginnasio inferiore, avevo 11 anni. Era una città bellissima, raccolta, con una riva meravigliosa. Lungo la Strada grande (lo struscio) si ritrovavano tutti gli studenti guardati a vista dagli adulti. Arrivavano da Sebenico, da Spalato, da Ragusa e dal resto della Dalmazia, rampolli di famiglie benestanti che volevano per loro una cultura italiana, quella della loro appartenenza. Ricordo Ottavio Missoni, mio compagno di classe, strabocciato. Quando ci incontriamo insiste sul fatto che io sia plurilaureata e io gli rispondo che lui è diventato ricco e famoso, siamo pari. Poi ero in classe anche con Enzo Bettiza, altro dalmata eccellente, a scuola era molto bravo. Ottavio invece brillava per le assenze, lo ritrovavamo allo stadio. Con Mussolini tutti dovevamo essere sportivi. Anch'io facevo corsa, lancio del giavellotto, un mucchio di attività perché al nostro sabato non venivano lasciate alternative”.
Dal punto di vista culturale cosa offriva in quegli anni Zara?


“Molto, ma noi si viveva soprattutto di scuola, che era molto seria, non come quella di oggi. Anche i professori, poi, erano di un'altra pasta, persone speciali. Ho telefonato recentemente a uno dei miei professori di filosofia che è ancora vivo, ha 97 anni, scrive libri, fa conferenze. Si è commosso nel sentire che una alunna di 88 anni ancora si ricorda di lui. Mia madre invece frequentava un circolo femminile molto elegante dove si recava per discutere di varie tematiche, erano molto impegnate”.


Come ricorda il passaggio a Fiume?

“Arrivai col vapor. La riva non era bella come quella di Zara e la stessa città di Fiume non reggeva, a mio avviso, il confronto. Aveva un fascino diverso determinato dal movimento di una città commerciale, aperta al mondo, grande. Zara era una città raccolta, piccola, graziosa, ci si conosceva tutti, per cui Fiume mi apparve più fredda e distante. Ma una volta conquistata dimestichezza con l’ambiente tutto divenne più semplice ed immediato”.


Come conobbe Palatucci?

“Andavo a messa nella chiesa di San Vito tutti i giorni. Io e la mia amica Nuccia di Milano assistevamo alla messa e vedevamo ogni giorno questo bellissimo giovane che partecipava alla funzione con grandissima devozione. Non sapevamo che si trattasse di Giovanni Palatucci. Allora abbiamo chiesto in giro e abbiamo saputo che era proprio lui, il Questore. Molto più tardi sono riuscita a sapere ma anche a capire tutto quello che aveva fatto, perché aveva proprio un amore vero per le persone. Se uno va ogni giorno in chiesa ma non riesce ad amare gli altri allora vuol dire che non ha capito niente dell'esistenza. Lo vedevo, nei primissimi banchi della chiesa di San Vito, poi ho saputo della sua fede profonda che l’ha portato a spendersi per il prossimo. Si parlava molto di lui sia tra gli alunni del liceo ma soprattutto tra le mie compagne di università, non passava inosservato”.


Lei si richiama spesso al senso di fede profonda, che cosa intende?

“Intendo vivere il Vangelo nella realtà della vita. Fede è amare l'altro, altrimenti è un concetto vuoto. La fede deve essere vissuta. Il Vangelo non è fatto per essere letto, ma per essere messo in pratica. Sono le parole di Gesù sul Testamento. Chi lo capisce, lo vive. Io penso che Palatucci vedesse Cristo nell'altro. E gli ebrei che hanno sofferto gli sono grati. In Israele hanno un bellissimo giardino dove ogni albero rappresenta una persona che ha fatto del bene al popolo ebraico, uno è dedicato a lui, a quest’uomo incredibile che avrei voluto conoscere personalmente. Poi la vita però, sempre a Fiume, mi ha fatta incontrare padre Quattrocchi e ciò ha determinato una svolta nella mia esistenza. E’ scomparso recentemente all'età di quasi cent'anni, figlio di quella coppia Beltrame – Quattrocchi che fu beatificata da Giovanni Paolo II. Aveva fatto una conferenza a Fiume e io ne rimasi enormemente colpita, parlò dell'amore come io non ne avevo mai sentito parlare. Mia madre mi aveva trasmesso un'immagine di Dio terrificante dicendomi “te bruserà all'inferno se no te fa la brava!”. Così ho cominciato ad andare a messa perché avevo necessità di confermare questa capacità di amore incondizionato. Mia madre ne era spaventata. Andavo in chiesa alla prima messa del mattino, alle sei, ecco perché incontravo Palatucci, a quell’ora lui era lì”.


Quanto l'ha aiutata nella vita la sua apertura verso il prossimo?

“Essendo arrivata al capolinea posso affermare che la fede è tutto. Vorrei poterlo gridare perché chi non ha fede non ha vissuto. La fede aiuta a superare i grandi dolori. Ne ho avuto tanti con la guerra e gli anni successivi, ma ce l’ho fatta”.
Perché ha deciso di tonare a studiare?
“Ho sentito il bisogno di farlo, di riprendere i libri in mano. Mi sono iscritta all'università, ho scelto filosofia. Ho cominciato a frequentare ed è stata una bellissima esperienza. Alla fine ho conseguito la mia seconda laurea e poi la terza, in Scienze Filosofiche, che completa l'altra. Il direttore della segreteria mi ha proposto di iscrivermi a medicina ma temo che mi boccerebbero al test d'ingresso, con tutta quella fisica ed economia che c'è. Però mi piacerebbe”.


Dove ha insegnato?
Un po' dappertutto. A Cherso, a Fiume dove insegnavo anche alle scuole medie e contemporaneamente a Sussak, poi a Gorizia per 6 anni e poi sempre a Verona. Ho insegnato inoltre per sessantadue anni catechismo. Sono sempre stata fra i giovani. Tanti li criticano ma in realtà i giovani possiedono moltissime qualità. Son buoni, generosi, aperti. Mi hanno accettata, io che sono vecchissima, come fossi una bella ragazza di vent'anni, alla pari. Hanno molto da dare, forse bisogna saperli capire”.


Che rapporto ha conservato con Cherso e Fiume?

“Torno a Cherso una volta all'anno, anche per un mese intero. Fiume invece non la vedo da una vita. A Cherso conosco tutti e tutti mi conoscono. Ho ancora viva qualche mia compagna delle elementari e allora ci troviamo per parlare, andare indietro nel tempo. Poi mi vengono a cercare appena arrivo. Sono molto affettuosi, mi invitano a pranzo e a cena, mi dimostrano in mille modi l'affetto che provano per me. E sono contenta che la Croazia entri in Europa. Dal punto di vista della fede sono dei fratelli e penso che vederli nell'ottica giusta sia il modo migliore per superare antiche divisioni. Entrare in Europa significa cambiare tante cose, a partire dalla moneta. Ma anche rivalutare gli aspetti culturali. Ci sono tanti chersini, per fare un esmpio, che hanno dato tanto nel campo delle lettere, della filosofia, nel campo della musica come padre Lizzi, che ha fatto delle scoperte grandiose. Anche l'abate Moise, mio antenato, era un grammatico eccellente dell'Ottocento ed era amico del Carducci. Tendono invece a salvare soltanto Francesco Patrizi, sul quale tra l'altro ho fatto la tesi sottolineando il fatto che fosse un naturalista, che riuscì ad inserirsi in un periodo difficile come quello della Riforma protestante e la Controriforma cattolica attraverso un modo intelligente, senza farsi coinvolgere, a differenza di altri come Giordano Bruno che venne bruciato vivo”.


Per quale motivo secondo lei un ambiente come Cherso è riuscito a produrre un personaggio di questo calibro?

Per il fatto che provenisse da una della famiglie più in vista della Cherso dell'epoca. Lui si chiamava Petris di cognome, Patrizio derivava dal latino chiaramente, ed apparteneva a una della famiglie nobiliari più antiche e più in vista. Erano anche miei parenti, alla lontana. La famiglia era presente sull'isola già dal 1300 e nasce nel 1529, non è vero che siano arrivati dalla Bosnia nel 1460. C'è la prova vicino a casa mia dove c'è la chiesetta dove venivano seppelliti i morti anche della loro famiglia e la chiesetta è del 1300.


Che cosa c'è di attuale nel pensiero di Francesco Patrizi?

“C'è la sua idea perenne di costruire una città felice. Ne parla molto e l'opera dove lui teorizza tutto questo è un'opera che mi ha affascinato moltissimo. Intanto la immagina lungo il mare perché è convinto che una città possa essere felice solamente stando vicino al mare e vicina ad un golfo cosicché la sua difesa risulti più agevole. Poi dice che la città felice dovrebbe pensare per prima cosa al benessere e alla salute dei suoi cittadini. Pone l'accento sulla salute perché dice che un uomo sano è capace di dare molto alla città. Divide la società in categorie. La prima è quella degli agricoltori che devono seminare, gestire la terra, produrre il pane. Poter dare il cibo “giusto” ai cittadini. Rispecchia, nello stesso tempo, è l'indole della nostra gente. A nove anni la famiglia gli fa interrompere gli studi per mandarlo a navigare con lo zio lungo il Mediterraneo. Volevano fare di lui un uomo di mare, un marinaio. A 15 anni però sbarca a Venezia e riprende gli studi di grammatica, latino e di greco anche se, secondo il padre, avrebbe dovuto fare medicina. Invece lui scelse Lettere. Nei suoi scritti però ricorda sempre il mare, quel periodo nel quale assieme allo zio vide tanti posti, conobbe tantissima gente diversa. Ecco, per lui il mare è una nota importante nella sua vita, come nella mia e in quella di chi ci assomiglia”.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

555 - Corriere della Sera Sette 31/08/12 Gorizia: L'amore salvato da un carro funebre
Gian Antonio Stella - Cavalli di razza
L’amore salvato da un carro funebre
Lui italiano, lei slovena. Nel ’50 il nuovo confine li obbliga alla separazione ma loro friggono in modo singolare. Una storia di speranza per tanti siriani oggi
Coppia inossidabile
Gregorio era un maestro che insegnava nell'alta valle d'Isonzo, Anica una ragazza di Moncorona, oggi Kromberk.
Chissà quante Giulietta e quanti Romeo stanno piangendo in queste settimane la loro sepa­razione in Siria. Te lo chiedi leggendo ne La domenica delle scope di Roberto Covaz, un giornalista e scrittore di Monfalcone, la storia di Gregorio e di Anica, lui italiano e lei slovena, che riuscirono a mettere in salvo il loro amore scappando, incredibile ma vero, su un carro funebre.
Gli italiani forse non ricordano cosa ac­cadde quel 13 agosto 1950 lungo l’impe­netrabile confine tra Gorizia e la neonata Nova Gorica tracciato in poche ore dalle truppe inglesi il 14 settembre 1947. Confi­ne che consegnava alla Jugoslavia titina il settanta per cento del territorio provincia­le e i tre quinti dell’estensione di Gorizia.
A tre anni da quella frattura che aveva separato così traumaticamente i due ter­ritori, dividendo famiglie, amici, cugini, fidanzati e perfino qualche casa rimasta con qualche stanza in Italia e qualche altra in Jugoslavia, racconta Covaz, «le autorità italiane e jugoslave avevano acconsen­tito che i goriziani rimasti di qua e di là del confine potessero incontrarsi, dopo tre anni di assoluta separazione, ma a debita distanza. Vietati i contatti fisici, gli abbracci tra figli e genitori, tra amici, tra fidanzati».
LA DOMENICA DELLE SCOPE. Ma quel 13 agosto le cose sfuggono di mano: a mi­gliaia, i goriziani rimasti in Jugoslavia «ab­battono il confine per tornare ad abbrac­ciare amici, parenti e fidanzate, incuranti dei fucili dei soldati jugoslavi, i graniciari, implacabili controllori della frontiera tra l’Occidente democratico e la repubblica di Tito, avamposto dell’Est europeo. Durante la loro permanenza a Gorizia, gli jugoslavi si disperdono nei caffè cittadini, nelle osterie e nei negozi, rimasti aperti vista l’imminenza del Ferragosto».
«È una giornata di festa, di acquisti, di eccessi. Gli empori vengono letteralmente vuotati perché al di là della frontiera, in una Nova Gorica ancora in fase di costru­zione e nei paesi limitrofi, non ci sono botteghe e c’è poco 0 nulla da comprare. Nemmeno una modesta e semplice scopa di saggina, l’articolo che più di tutti viene acquistato in quel memorabile giorno a Gorizia». Da qui il nome che ricorderà quella data indimenticabile: la Domenica delle scope.
Quel giorno, dopo tre anni di intermina­bile sofferenza, si ritrovano miracolosa­mente, in mezzo alla folla, appunto, anche Gregorio e Anica. Lui era un maestro di Assergi, un paese ai piedi del Gran Sasso, che accettando l’offerta del regime (il quale regalava un anno di anzianità ogni cinque a chi si sottoponeva al sacrifi­cio) era andato a insegnare a Savogna, nell’alta valle dell’Isonzo, nelle terre a larga maggioranza slovena che il Duce voleva italianizzare. Lei era una giovane slovena dì Moncorona, oggi Kromberk, che si era innamorata di quell’italiano nonostante l’ostilità verso Roma e verso la politica nazionalista fascista che puntava ad an­nientare la cultura slovena.
Finalmente riuniti dopo quei tre anni tremendi di lontananza, di silenzio, di contatti impossibili, Gregorio e Anica si lasciarono alle spalle la vecchia stazione dominata da una immensa Stella rossa, e dopo avere vagabondato per ore ammuto­lendo di terrore al passaggio delle jeep dei militari a caccia di fuggiaschi raggiunsero il Duomo, «si infilarono dentro trafelati e si nascosero sotto l’organo». Passarono la notte lì. La mattina, temendo di essere sorpresi dalla polizia, evitarono i treni e trovarono un passaggio per Monfalcone su un carro funebre il cui autista si era commosso al loro racconto. E lì, a Mon­falcone, si imbarcarono clandestini su un mercantile che dopo quattro giorni, una specie di luna di miele anticipata, li sbarcò a Pescara. Sarebbero tornati a Gorizia solo
nel 2007, il giorno dell’abbattimento di quell’odiosa frontiera.
Ecco, se c’è una speranza in questi giorni orrendi è che anche in Siria, Paese magni­fico e straziato, i carri funebri non servano solo a portar via i cadaveri ma anche a mettere in salvo amori.

 

556 - Il Gazzettino 26/08/12 Il ragazzo dei "99" Pahor, la vita nei libri
Il ragazzo dei "99" Pahor, la vita nei libri
Quasi centenario lo scrittore sloveno racconta gli anni trascorsi con la moglie da poco scomparsa
PAHOR E II MONDO «Lo vedo in pessime condizioni, ormai vittima del denaro, senza valori umani»
TRIESTE - Dinamico, lucido, prolifi­co e, come sempre, combattivo. È il ritratto dello scrittore italiano di lin­gua slovena Boris Pahor che oggi compie 99 anni. Quasi una sfida questa sua età, a dispetto degli stenti e delle persecuzioni subite, dapprima durante il fascismo a Trieste, poi nei lun­ghi periodi chiuso nei lager, un anno e mez­zo di sanatorio in Francia e il non facile dopoguerra di confi­ne tra l’Italia e la Jugoslavia di Tito.
«Sono 99 sì, non ancora cento, non so se ci arriverò, ho mol­ti acciacchi», precisa Pahor e ride. Il com­pleanno lo celebra un libro appena uscito, in sloveno, che lo scrittore ha dedicato alla moglie e il cui titolo in italiano sarebbe «Libro per Rada», scomparsa nel 2009.
«Si tratta di un libro intimista, in cui parlo di tanti argomenti ma soprat­tutto dei cinquanta e più anni che ho vissuto insieme con mia moglie», spiega lo scrittore. Il volume è ora in fase di traduzione in italiano e dovreb­be uscire tra un semestre circa per la Fazi, la stessa casa con la quale Pahor ha pubblicato 'Necropoli', la sua opera più nota, che parla della vita in un campo di concentramento. È, invece, di pochi mesi fa la pubblicazione di «Figlio di nessuno» (Rizzoli), una autobiografia scritta con Cristina Bat- tocletti che ha riscosso un buon successo.
A dispetto anche del caldo, che quest'anno non ha risparmiato nem­meno Trieste, Pahor sta trascorrendo l’estate nella sua casa a mezza costa, a Prosecco, da dove si gode una vista mozzafiato. «Quale miglior riposo che starsene a casa - spiega lo scrittore - e poi mi servono i libri da consultare, magari perché cerco una citazione o altro». Fuori dalle vicende personali, Pahor si lascia anda­re ad accenni pessimi­stici: «Vedo le pessi­me condizioni del mondo, specie per quanto riguarda il da­naro, il suo uso, la situazione delle ban­che, oggi manca un umanesimo, tutto è in funzione del guada­gno, si fanno grandi scoperte ci sono gran­di intelligenze ma è assente il valore uma­no». E il pensiero sci­vola facilmente al ri­cordo «dei morti nei campi di concentra­mento, di coloro che hanno combattu­to, se penso alla nostra vita nei campi di lavoro... tutto per niente».
Un consiglio alle nuove generazioni? «Sono stato 250 volte con gli studenti e ripeto sempre loro di cercare libri che non sono quelli di scuola, di pensare con la loro testa, di approfondire sempre. Un mese e mezzo fa sono stato in Francia e alla fine i ragazzi mi hanno consegnato dieci pagine di commenti, molto intel­ligenti. Voglio dire che la gioventù non è così balorda come si dice, anzi».
Sul panorama editoriale: «Occorre­rebbero libri più coraggiosi sulle guerre». Benché reduce da problemi di salute che lo hanno costretto a un lungo ricovero di oltre un mese in ospedale e l’età, Pahor mostra una vitalità invidiabile.

 

557 - La Voce del Popolo 21/08/12 Lettere in Redazione - Vergarolla resta nella storia
IN REDAZIONE
Vergarolla resta nella storia
Il mare muto, testimone della nostra tragedia, abbraccia le anime dei morti che nessuno è riuscito a contare e l’om­bra dei pini appare monumentale là sulla spiaggia dove solo il sangue è stato lavato, mentre noi diretti discendenti di quella Polesanità divisa possiamo soltanto invocare la pace e ingrandire la solennità di anno in anno, spinti da un’ini­ziativa che induce a rigenerare i legami autentici, avvici­nando le aspettative franche e serene, rimaste irrisolte.
Per l’anima di Pola, per quelli che hanno perso la Patria, per chi è rimasto in casa tra mille difficoltà schiavo di un silenzio imposto, Vergarolla è rientrata nella storia come un ricordo drammatico e una fonte d’insegnamento e compren­sione per il futuro, per poter spazzare definitivamente via il rancore, i revanscismi e i semi dell’odio.
Per i nostri morti sepolti e sparsi dal vento, il pensiero va sull’ali dorate.
Un Polesano fiero, puntuale e forte nella partecipazione.
Roberto Hapacer
Barissa Pola

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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