N. 842 – 08 Settembre 2012
Sommario


558 - La Voce del Popolo 07/09/12 Tutela delle minoranze, un valore europeo (Christiana Babić)
559 – La Voce del Popolo 01/09/12 Fiume - Scuole italiane: sale il numero di alunni (Viviana Car)
560 - L'Arena di Pola 30/08/12 Pagnacco: inaugurato il monumento ai Martiri delle Foibe (Paolo Radivo)
561 - La Voce del Popolo 05/09/12 Rematori salvorini e umaghesi alla Regata storica di Venezia (stv)
562 - L'Arena di Pola 30/08/12 Insensato atto vandalico nel cimitero della Marina a Pola (Silvio Mazzaroli)
563 – Zadarski List 03/09/12 – Zara: L’impresa appaltatrice di Pinocchio “ ha menato per il naso” -. Izvođač radova Pinocchia "povukao za nos" (Ante Rogic)
564 – Slobodna Dalmacija 01/09/12 Luciano Monzali: Mi occupo dell’interesse italiano in Dalmazia. - Luciano Monzali: Bavim se talijanskim interesom u Dalmaciji (Damir Sarac)
565 - La Voce di Romagna 26/08/12 Rimini - Speciale regata San Marino-Slovenia: Un traversata sulle orme della storia (Mattia Valloni)
566 - La Voce del Popolo 06/09/12 Zara - Calle Larga, armonia tra passato e presente, è la via principale e più famosa (Danijela Berišić Antić )
567 - La Gazzetta del Mezzogiorno 02/09/12 «Palacinche» le frittelle dell'esodo italo-istriano (Diego Zandel)
568 - La Voce in piú Storia 01/09/12 - Una nonna fiumana racconta dalla lontanissima Australia (Krsto Babić)
569 - La Voce in piú Storia 01/09/12 - D'Annunzio, un mascalzone quasi simpatico (Ilaria Rocchi)
570 - La Voce del Popolo 06/09/12 Pirano, ricordando il tram (Giulio Ruzzier)
571 - Il Piccolo 23/08/12 Cercando la Dalmazia - Tre laghi magici per gli ospiti di Tito ( 4° puntata) (Emilio Rigatti)
572 - La Voce del Popolo 06/09/12 Zagabria: "Possibile la resa dei beni agli ebrei" (erb-ds)
573 - Il Piccolo 03/09/12 Così Trieste dimentica i suoi caduti in guerra dalla parte dell'Austria (Paolo Rumiz)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

558 - La Voce del Popolo 07/09/12 Tutela delle minoranze, un valore europeo
I presidenti Napolitano e Fischer ricevono a Merano il Grande ordine di merito
Tutela delle minoranze, un valore europeo
MERANO – Per il presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, e il suo collega austriaco Heinz Fischer, l’autonomia realizzata in Alto Adige e nel Trentino “è un modello da esportare anche in altri Paesi”. L’hanno detto mercoledì a Merano. Il presidente Napolitano ha ringraziato la Giunta provinciale, presieduta da Luis Durnwalder, dell’invito “e dell’onorificenza, un gesto che ho altamente apprezzato”. Ai massimi rappresentanti istituzionali di Italia e Austria, il presidente Durnwalder ha consegnato infatti il Grande ordine di merito, la massima onorificenza della Provincia di Bolzano. Un gesto di alto valore simbolico nell’anno in cui si celebrano due anniversari fondamentali della storia altoatesina: i 40 anni del Secondo statuto di autonomia e i 20 anni della chiusura della controversia internazionale tra Italia e Austria.

VOLONTÀ POLITICA Il Capo dello Stato italiano, nel prosieguo del suo intervento, ha definito la giornata di Merano “un’occasione importante per evidenziare il valore europeo” della soluzione individuata per la questione altoatesina. Ha ricordato che “la sua attuazione non è stata una passeggiata. Sia perché si è rivelata complessa, richiedendo molteplici specificazioni e adempimenti. Sia perché inizialmente non mancarono incomprensioni e ostilità anche virulente. Ma tutto questo – difficoltà e contrasti di qualsiasi natura – è stato via via superato; fino alla solenne dichiarazione, nel 1992, in sede di Nazioni Unite, della conclusiva, piena composizione della controversia altoatesina”. In altre parole: lungo un cammino di “volontà politica, spirito di pace, pazienza e slancio innovativo”. In un altro significativo passaggio del suo discorso dedicato all’autonomia il Capo dello Stato italiano ha ribadito che “nulla riuscirà ad aprire dispute anacronistiche”. E dopo aver ricordato che il riconoscimento dell’autonomia e la tutela delle minoranze sono principi fondamentali, il presidente Napolitano ha voluto riprendere l’auspicio del presidente Durnwalder sulla convivenza per confermare che la visione “dell’uno per l’altro appartiene a tutti”. E ha ribadito che “non ci sarà mai uno svuotamento dell’autonomia”. “In nome dell’autonomia – ha voluto aggiungere Giorgio Napolitano – crediamo profondamente in valori come quelli del bilinguismo e del biculturalismo, che qui si praticano con spirito europeo”.

LINGUA E CULTURA Nel suo discorso dopo il conferimento dell’onorificenza altoatesina il presidente austriaco Heinz Fischer ha sottolineato di essere giunto in Alto Adige per ritirarla a nome di tutti gli austriaci, “che con grande impegno e idealismo, ma anche con tenacia e saggezza” si sono battuti per risolvere il cosiddetto problema Alto Adige. L’autonomia, secondo il Capo dello Stato austriaco, ha portato sicurezza linguistica e culturale alla minoranza tedesca e ladina, benessere e pace a tutti gli altoatesini. E anche se l’auspicio è che alcuni temi residui, sensibili soprattutto sul piano emozionale, possano trovare soluzione, ha aggiunto Fischer, “bisogna riconoscere che la convivenza in Alto Adige funziona in modo pacifico e ampiamente senza conflitti. Questa convivenza pacifica è un bene prezioso, che va preservato anche in tempi di crisi”. Bisogna guardare avanti, ha specificato Fischer, costruendo su quanto di buono è stato già realizzato. L’Austria è consapevole della funzione di tutela, da esercitare responsabilmente e in dialogo “con i nostri partner e amici a Roma”, ha aggiunto il presidente Fischer. Ha chiuso il suo intervento con un grazie al presidente Durnwalder e alla popolazione altoatesina per aver ricevuto l’onorificenza “56 anni dopo la mia prima visita in Sudtirolo, una splendida terra”.

PACE E SVILUPPO Due interventi che hanno sottolineato il respiro europeo di un “progetto autonomistico che ha garantito pace e sviluppo”. Quella pace e quello sviluppo, citati a più riprese dai due Capi di Stato, che oggi si rinnovano in un contesto che chiede “più Europa”. Non sorprende pertanto che il presidente Napolitano abbia voluto concludere il suo messaggio con un forte richiamo all’integrazione e all’unità europea. “Il processo di integrazione europea, la costruzione di un’Europa unita – ha detto –, sta attraversando una fase difficile. Ma l’essenziale, per superare le difficoltà, è che le forze politiche e sociali, le opinioni pubbliche, i cittadini dei nostri Paesi, non smarriscano mai la consapevolezza delle straordinarie conquiste di civiltà che associandoci prima nella Comunità e poi nella più vasta Unione europea, abbiamo potuto conseguire. In primo luogo la pace nel cuore dell’Europa, grazie alla riconciliazione franco-tedesca; e via via il superamento di altri contenziosi del passato tra Stati, tra popolazioni, tra maggioranze e minoranze etnico-linguistiche. È in questo prezioso bilancio che si iscrive la pacificazione e cooperazione in Alto Adige; e si iscrive grazie a risultati conseguiti specialmente negli ultimi due anni, sulle sponde del mare Adriatico, la riconciliazione e nuova cooperazione tra Italia, Slovenia e Croazia”.

LO SPIRITO DI TRIESTE Una riconciliazione e una nuova cooperazione, queste ultime, che si sono costruite attraverso 20 anni di relazioni diplomatiche tra Roma, Lubiana e Zagabria. Un periodo in cui tanti importanti traguardi sono stati raggiunti e che ha dato modo ai tre Paesi di abbattere barriere giuridiche e psicologiche, instaurare un fecondo dialogo interculturale e dare spazio alle rispettive minoranze nazionali come ricchezza da tutelare e valorizzare per approfondire la collaborazione politica ed economica. Ma i passi avanti che ha significato la svolta sono tutti concentrati negli ultimi due anni. Data centrale in quest’opera di costruzione di una visione del futuro sulla quale non gravano le ombre del passato, ma che può ispirare traguardi comuni, è il 13 luglio 2010. Lo ha ricordato anche di recente, in occasione della visita di Stato nella Repubblica di Slovenia il presidente Napolitano, soffermandosi sull’importanza dello “spirito di Trieste”, che ha aperto la strada ad un salto di qualità nelle relazioni tra Italia, Slovenia e Croazia. “Sono convinto – ha detto Napolitano nel suo intervento all’Assemblea Nazionale slovena, il primo di un Capo di Stato straniero al Parlamento di Lubiana – che gli incontri e la grande carica emotiva degli eventi di quei giorni del luglio 2010 a Trieste abbiano rappresentato uno spartiacque, una cesura risolutiva – e non a caso nel segno della cultura – resa possibile dal processo di doloroso riconoscimento, che avevamo insieme intrapreso, di un drammatico passato. Si è trattato di uno sforzo non facile per nessuno, ma necessario per consolidare definitivamente il clima di pace e collaborazione stabilitosi fra i nostri due Paesi e nella regione, e per corrispondere alla vocazione europea e atlantica in cui entrambi ci riconosciamo”.

IL CONCERTO A POLA E come non citare in questo contesto la splendida serata di Pola, una vera e propria festa per la Comunità Nazionale Italiana, ma non solo. All’Arena c’erano i rappresentanti di tutte le etnie che convivono sul territorio. “Italia e Croazia insieme in Europa”, un concerto che, la sera del 3 settembre 2011, ha trasformato l’Arena in un luogo simbolo del cambiamento e della nuova prospettiva nei rapporti fra gli Stati, e prima ancora fra le persone. L’Anfiteatro romano, infatti, quella sera era più che gremito, a testimoniare l’importanza del momento. E ancora una volta a ricordare l’importanza dell’evento è stato il presidente Giorgio Napolitano, che in luglio a Lubiana ha parlato di “un’occasione importante di un incontro a Pola con il presidente croato, col quale abbiamo insieme redatto e annunciato una dichiarazione comune che va, appunto, nel senso di un radicale e incisivo miglioramento dei nostri rapporti in questa area”.
Christiana Babić

 

559 – La Voce del Popolo 01/09/12 Fiume - Scuole italiane: sale il numero di alunni
LUNEDÌ MATTINA TERMINANO LE VACANZE ESTIVE E INIZIANO LE LEZIONI DEL NUOVO ANNO SCOLASTICO
Scuole italiane: sale il numero di alunni
Sono complessivamente 73 i bambini iscritti alle prime classi elementari negli istituti della CNI
È iniziato il conto alla rovescia. Ancora qualche decina di ore, neanche il tempo per un ultimo tuffo in mare (viste anche le condizioni meteo), e per migliaia di alunni in tutto il Paese inizierà il nuovo anno scolastico. Per molti si tratterà di un ritorno tra i banchi di scuola, ma per tutti i bambini delle prime classi elementari, che lunedì inizieranno il lungo percorso educativo entrando a far parte dell’immenso mondo della scuola, sarà un grande giorno. Un giorno indimenticabile: per loro e per i loro genitori, specialmente per quelli privi dell’esperienza dell’asilo. Inizierà dunque una nuova avventura anche per i pargoli delle quattro scuole elementari fiumane con lingua d’insegnamento italiana, che quest’anno possono vantare un’ottima l’affluenza di alunni. Infatti, per l’anno scolastico che sta per avere inizio, sono stati iscritti 73 bambini che lunedì varcheranno per la prima volta la soglia della scuola prescelta: 6 in più rispetto all’anno passato.
ACCOGLIENZA SPECIALE Per gli alunni dalla seconda all’ottava classe delle SEI “Belvedere”, “Dolac”, “Gelsi” e “San Nicolò”, le lezioni inizieranno alle ore 8.30, mentre per i bimbi delle prime classi è stata giustamente organizzata un’accoglienza del tutto particolare. Alle ore 10 i 21 frugoletti della “Dolac” saranno accolti con un gioioso benarrivato. La “Belvedere” e la “San Nicolò” daranno il benvenuto a 15, rispettivamente a 23 neoalunni, con un divertente spettacolino che in entrambe le scuole avrà inizio alle ore 10.30. Poi tutti in classe a conoscere le maestre e l’ambiente che li ospiterà per il prossimo anno didattico. Alle ore 11 a fare conoscenza con i colleghi più grandi saranno infine i 14 bimbi della prima della SE “Gelsi”, pure loro accolti con un simpatico programmino di benvenuto.
AL LICEO 45 ISCRITTI La Scuola media superiore italiana accoglierà 45 alunni nelle prime classi nei quattro indirizzi. Anche qui l’affluenza è stata ottima, in quanto sono 13 gli iscritti in più dell’anno passato. Per loro le lezioni inizieranno alle ore 9, mentre per le classi superiori l’inizio delle lezioni è previsto per le 9.30.
Purtroppo, come siamo stati informati dalla segretaria, i lavori di ristrutturazione dell’atrio non sono ancora stati terminati, per cui per entrare a scuola, per il momento, gli alunni dovranno servirsi provvisoriamente dell’entrata dell’elementare “Dolac”. L’anno scolastico 2012/13 inizierà lunedì 3 settembre è terminerà il 14 giugno dell’anno venturo. Le vacanze invernali inizieranno il 24 dicembre e termineranno l’11 gennaio del 2013, mentre l’intervallo primaverile inizierà il 25 marzo e durerà fino al 29 marzo.
Viviana Car

 

560 - L'Arena di Pola 30/08/12 Pagnacco: inaugurato il monumento ai Martiri delle Foibe
Pagnacco: inaugurato il monumento ai Martiri delle Foibe
La mattina di domenica 26 agosto è stato inaugurato a Pagnacco (UD) un monumento ai "Martiri delle foibe" nell'omonimo piazzale. La scultura, voluta dall'esule polese Sara Harzarich Pe­sle, ivi residente, nostra socia e nipote del Maresciallo dei Vigili del Fuoco di Pola Arnaldo Harzarich, è stata realizzata con il parziale sostegno finanziario del Comune di Pa­gnacco, donazioni e prestazioni d'opera gratuite di privati cittadini e la collaborazione burocratica del Libero Comune di Pola in Esilio. Per il mancato accoglimento di un nostro progetto da parte della Regione FVG è, invece, venuto meno il nostro contributo finanziario anche perché la signora Harzarich ha declinato la nostra, a questo punto modesta, offerta di contribuzione, facendosi personalmente carico di talune spese vive per non sottrarre fondi all'Associazione. A Sara va, pertanto, rivolto un duplice
ringraziamento: per l'assai meritoria iniziativa e per la sua generosità.
Alla cerimonia hanno presenziato i labari dei Comuni di Pagnacco e Tavagnacco, dell'LCPE, del Comitato provinciale udinese dell'ANVGD, dell'ANA, dell'Associazione Nazionale Artiglieri e dell'Associazione Friulana Donatori di Sangue.
Il sindaco di Pagnacco Gianni Ciani ha spiegato che il monumento serve a ricordare alle nuove generazioni quanti sono stati infoibati per i loro ideali o per altri motivi. L'amministrazione ritiene peraltro doveroso commemorare anche tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per la democrazia e la libertà; in tal senso ha promosso l'erezione di un monumento al più giovane partigiano italiano voluto dall'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia. Per tale motivo una rappresentante dell'ANPI di Udine ha partecipato alla cerimonia.
Il gen. Silvio Mazzaroli, in rappresentanza delle Associazioni degli Esuli, ha ringraziato gli Alpini per aver ospitato l'iniziativa nell'ambito della festa del loro patrono san Maurizio, il sindaco e l'amministrazione comunale per aver appoggiato sia il posizionamento dell'opera sia l'intitolazione del piazzale ai Martiri delle Foibe, i Vigili del Fuoco, presenti con una squadra, e Sara Harzarich Pesle. «Noi Esuli - ha detto - abbiamo compiuto una scelta non ideologica, ma di libertà, di italianità e di fede. Oggi l'Italia è piena di piazze dedicate ai Martiri delle Foibe e la nostra vicenda è maggiormente conosciuta, ma non è ancora facile parlarne perché a ogni nostra manifestazione segue una contro-manifestazione di chi vuole giustificare o negare le ingiustizie perpetrate contro di noi». Mazzaroli ha quindi rievocato il Maresciallo Arnaldo Harzarich, capo squadra del 41° Corpo dei Vigili del Fuoco di Pola che dall'ottobre 1943 al febbraio 1945 coordinò in Istria la riesumazione dei resti mortali di 250 infoibati (204 dei quali identificati), malgrado le minacce e gli attentati dei partigiani titoisti che avevano posto una taglia sulla sua testa. Per garantirne l'incolumità, nel febbraio 1945 i suoi superiori lo trasferirono prima a Capodistria e poi a Trieste, dove rimase nascosto durante i 40 giorni di occupazione jugoslava perché ricercato. Nel giugno, convocato dagli Alleati, stese una relazione sui ritrovamenti effettuati nelle foibe istriane. Mentre però gli Alleati lo ammirarono e rispettarono, gli italiani non vollero riassumerlo in servizio a causa di alcune delazioni infamanti. «Soprattutto grazie al lavoro di Harzarich - ha aggiunto Mazzaroli - parecchio si sa delle foibe del 1943, molto poco invece di quelle del 1945».
Livio Pesle, esule da Pisino, marito di Sara Harzarich e nostro socio, ha reso merito allo scultore udinese Renato Piccilli e al coraggio dei Vigili del Fuoco polesi, ricordando come dal maggio 1945 non vi furono più recuperi delle vittime, visto che i territori dell'Adriatico orientale erano diventati jugoslavi: quelle vittime furono sepolte sotto una coltre di silenzio e omertà con la complicità del PCI.
Il vice-presidente dell'associazione "Il grembiule" ha auspicato che la vicinanza del monumento alla scuola media statale stimoli gli insegnanti a parlarne.
Si è quindi proceduto alla scopertura dell'opera, realizzata in ferro battuto su un masso di pietra posto sopra un basamento in acciottolato. Tre le targhe apposte. Quella posizionata sul davanti recita: «Ai nostri fratelli giuliani, istriani, fiumani e dalmati morti nelle foibe e nel mare per testimoniare l'italianità delle loro terre - Il Comune di Pagnacco - Agosto 2012». Quella posizionata su un lato riporta la scritta: «Agli eroici Vigili del Fuoco del 41° Corpo di Pola: maresciallo Arnaldo Harzarich capo squadra ed ai suoi valorosi commilitoni per la loro pietosa opera di recupero, a rischio della vita, delle vittime delle foibe per una loro cristiana sepoltura - La nipote Sara Harzarich Pesle - Agosto 2012». La terza targa, posta sul retro, ricorda infine che il masso è stato donato dai familiari di Costantino Tonutti.
Sara Harzarich Pesle ha letto la Preghiera per gli Infoibati di mons.
Antonio Santin. Poi una giovane critica d'arte ha spiegato il senso della scultura, che nella parte inferiore ha la forma di un inghiottitoio, nella parte mediana presenta delle mani rivolte verso l'alto a cercare aiuto, tre aste appuntite e alcuni elementi vegetali, e nella parte superiore una croce.
Infine il parroco di Pagnacco ha benedetto il monumento e tutti i presenti.
Fra questi i consiglieri dell'LCPE Maria Rita Cosliani, Roberto Giorgini, Silvio Mazzaroli e Paolo Radivo, nonché diversi soci, il presidente della Famiglia Dignanese Luigi Donorà, il presidente della Famia Ruvignisa Francesco Zuliani e il presidente del comitato provinciale udinese dell'ANVGD Silvio Cattalini. In precedenza avevano assistito alla messa celebrata dal parroco nella chiesa del paese e poi si erano aggregati al corteo che ha raggiunto il colle di San Maurizio con in testa il complesso bandistico di Fagagna. Al termine l'ANA di Pagnacco ha offerto un "rancio alpino".
Paolo Radivo

 

561 - La Voce del Popolo 05/09/12 Rematori salvorini e umaghesi alla Regata storica di Venezia
Dopo 6 anni ritorna un equipaggio istriano
Rematori salvorini e umaghesi alla Regata storica di Venezia
“Salve Venezia!” Questo il saluto che i vogatori connazionali di Umago e Salvore hanno rivolto alle autorità, agli ospiti e agli spettatori presenti sul palco galleggiante, chiamato “Machina”, in occasione del secolare appuntamento con la Regata storica di Venezia.
Dopo sei anni (nel 2006 vi avevano partecipato i rovignesi), un equipaggio di istriani si è ripresentato alla più grande manifestazione della città lagunare, partecipando alla sfilata lungo il Canal Grande. Centinaia le imbarcazioni addobbate a festa, tra le quali spiccava la “bissona” istriana. Da sottolineare che Umago è stata l’unica città “straniera” a partecipare allo storico corteo. Il Canal Grande, le sue rive, i balconi e le finestre erano stracolmi di spettatori, ospiti e turisti di mezzo mondo. Emozionatissimi i nostri bravi vogatori: Silvano Pelizzon, Danilo Latin, Daniele e Renzo Turkovich, Maurizio Ossich, Dario Dobrović, Matteo Soldatić, Diego Makovac e Roberto Sirotić, accompagnati da Ottavio Visintin, Narcisa Bolšec-Ferri e Branka Milošević, che vestivano i preziosi abiti dell’epoca della Serenissima. Il tutto è stato filmato da Vladimir Brajan e coordinato dall’instancabile presidente della Comunità degli Italiani “F. Tomizza” di Umago, Pino Degrassi. Bisogna inoltre ricordare che la straordinaria partecipazione a quest’evento è stata possibile grazie all’intervento e all’interessamento della Città e dell’Ente turistico di Umago, da sempre in prima fila nella promozione dei legami tra le due sponde dell’Adriatico. (stv)

 

562 - L'Arena di Pola 30/08/12 Insensato atto vandalico nel cimitero della Marina a Pola
Insensato atto vandalico nel cimitero della Marina a Pola
Era il 16 novembre 1918 quando, al traverso dell'abitato di Lisignano in comune di Pola, a poco più di un miglio dalla linea di costa, si consumò la tragedia del Regio esploratore "Cesare Rossarol" inabissatosi, dopo aver urtato una mina marina, con un centinaio di uomini d'equipaggio, comandante compreso. Negli anni immediatamente successivi i famigliari di quelle povere vittime vollero ricordare i loro cari erigendo, a proprie spese, un monumento sul luogo della tragedia al quale la Regia Marina Militare rese poi omaggio, con un'annuale cerimonia, sino al 1944. Alla fine del Secondo Conflitto Mondiale il monumento venne distrutto dagli jugoslavi e lo stesso cadde per decenni nel dimenticatoio.
Nel 2007, su segnalazione di un socio, il Libero Comune di Pola in Esilio individuò, in uno stato di completo abbandono, ciò che restava del monumento e decise, nelle more che divenisse esecutivo un progetto per la sua ristrutturazione che si trascinava da anni, di fare una copia della targa bronzea che ricordava i nomi di quei disgraziati marinai per collocarla nel Sacrario Italiano del Cimitero della Marina a Pola e poter, quantomeno in occasione della propria annuale celebrazione del 2 novembre, rendere loro omaggio. Nel giugno 2011, durante il nostro primo Raduno Nazionale nella Città natale, la targa veniva messa in sito e benedetta da S.E. Eugenio Ravignani, già Vescovo di Trieste e nostro concittadino.
Purtroppo, a poco più di un anno da quella solenne cerimonia, recatici a Pola per organizzare la celebrazione dell'Anniversario della strage di Vergarolla, siamo stati ufficiosamente informati che la targa era stata danneggiata (unitamente ad alcuni sacelli del Sacrario Italiano), asportata e poi rinvenuta a pezzi in una discarica cittadina. Indignati per l'insensato ed odioso atto vandalico, ci siamo subito rivolti alle Autorità competenti venendo informati che in merito era stata sporta denuncia agli organi di polizia e che indagini erano in corso. Per quanto non sia indifferente che si sia trattato di un atto oltraggioso (come noi riteniamo) o di un furto a fini di lucro (come si è tentato di farci credere), è del tutto evidente che l'inqualificabile episodio è da attribuirsi a balordi ignoranti, incapaci di confrontarsi con la storia o, nei migliori dei casi, privi di qualsivoglia senso civico. Un atto, pertanto, decisamente da condannare anche se tutto lascia pensare che lo stesso, come nei numerosi analoghi episodi verificatisi in precedenza in Istria, Dalmazia e, purtroppo, di frequente ed anche recentemente sul carso triestino, rimarrà impunito.
Sin qui le brutte notizie.
Fortunatamente, nel corso della celebrazione del 18 agosto u.s., siamo stati informati dal Vice sindaco di Pola, Fabrizio Radin, che sia i sacelli che la targa saranno quanto prima ripristinati a spese dell'Amministrazione cittadina. La nostra speranza è di poterlo constatare direttamente, unitamente all'intitolazione del "Parco in memoria alle Vittime di Vergarolla", allorché ritorneremo a Pola per la ricorrenza dei morti il prossimo 2 novembre.
Contestualmente, siamo, altresì, stati informati dell'avvenuto ripristino dell'originale monumento in memoria dei naufraghi del "Rossarol" al quale, come potuto verificare, e stata di nuovo conferita la dovuta dignità.
Tuttavia, detto monumento, per la sua collocazione, rimane avulso dai consueti circuiti celebrativi e, per evitare che possa ricadere nell'oblio, la nostra proposta è che, o il prossimo 2 novembre od il 16 dello stesso mese nella ricorrenza del naufragio, noi, l'Associazione Marinai d'Italia in congedo e quant'altri lo si visiti per rendere l'omaggio che si conviene a questi nostri Soldati caduti per la Patria.
Silvio Mazzaroli

 

563 – Zadarski List 03/09/12 – Zara: L’impresa appaltatrice di Pinocchio “ ha menato per il naso” -. Izvođač radova Pinocchia "povukao za nos"
L’impresa appaltatrice di Pinocchio “ ha menato per il naso ”.
L’impresa appaltatrice, che ha sottoscritto il contratto con l’Unione Italiana, non ha rispettato le clausole contrattuali. In altre parole, il contratto prevedeva che i lavori sarebbero dovuti essere eseguiti in due fasi, mentre l’impresa appaltatrice ha iniziato i lavori della seconda senza aver terminato la prima, ne è seguito il blocco delle opere – ha detto Rina Villani.
L’asilo italiano “ Pinocchio”, da tempo preannunciato, pur tuttavia non aprirà i battenti. Per quanto sembrasse tutto a posto, già acquistato il fabbricato destinato a sede d’asilo e tutti i dettagli definiti, l’inizio dell’attività è stato rimandato per breve tempo ancora.
Si sono verificati intoppi, come sempre del resto, nella procedura.
L’esecutore dei lavori, l’impresa che ha sottoscritto il contratto con l’Unione Italiana, non ha rispettato le clausole contrattuali.In altre parole, il contratto prevedeva che i lavori sarebbero dovuti essere eseguiti in due fasi, mentre l’impresa appaltatrice ha iniziato i lavori della seconda senza aver terminato la prima, ne è seguito il blocco delle opere – ha detto Rina Villani, presidentessa della Comunità degli Italiani che ha assunto l’iniziativa per l’istituzione dell’asilo italiano a Zara.
Nei prossimi giorni, dopo le ferie estive, s’incontreranno i rappresentanti dell’Unione Italiana con quelli dell’impresa per concordare la continuazione dei lavori. E tuttavia resta insoluta la questione più rilevante, come comportarsi con la trentina di bambini che si sono già iscritti.
Abbiamo informato in tempo utile tutti i genitori; alcuni verosimilmente revocheranno l’iscrizione, provvedendo ad effettuarla presso altri asili; altri bambini verranno presi in custodia dalle nonne, nell’attesa che il nostro asilo apra i battenti. Noi speriamo che esso inizierà l’attività alla fine d’ottobre, ancorché il tutto sarebbe dovuto essere completato alla fine d’agosto. Da parte nostra abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere e ci duole veramente che l’asilo non potrà attivarsi come gli altri – dice Rina Villani. L’inizio dell’attività saranno costrette ad attendere anche quattro maestre d’asilo, che dovrebbero occuparsi dei bambini, divisi in due gruppi.
Rammentiamo che l’asilo italiano avrà sede nell’ex-abitazione familiare di Stipe Sarlija, Strada per Boccagnazzo, e che si estenderà su di una superficie di 500 metri quadri, di cui 200 pertinenti al fabbricato ed altri 300 pertinenti al giardino intorno ad esso.
Ante Rogic


564 – Slobodna Dalmacija 01/09/12 Luciano Monzali: Mi occupo dell’interesse italiano in Dalmazia. - Luciano Monzali: Bavim se talijanskim interesom u Dalmaciji
Mi occupo dell’interesse italiano in Dalmazia.
Si possono contare sulle dita di una mano gli studiosi che si occupano della storia politica della Dalmazia, senza la cui accurata indagine non si possono semplicemente comprendere gli avvenimenti che hanno sotteso il destino della più antica regione croata. Una questione trascurata pure sull’altra sponda dell’Adriatico, che tuttavia, costantemente e sistematicamente, studia il Dr. Luciano Monzali ( 46-enne), professore di Storia delle Relazioni Internazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bari. In tre suoi libri ha scritto dei rapporti fra Italia e Paesi Balcanici, ponendo l’accento sulle fermentazioni politiche della comunità degli Italiani in Dalmazia, sulla sua popolazione autoctona, che politiche aggressive hanno praticamente condotto all’estinzione.
Trattandosi di tema complesso, abbiamo proposto al Prof. Monzali di impostare la conversazione su basi cronologiche, rendendo più chiaro il quadro degli accadimenti in questi territori e lo studioso ha tenuto bordone servendosi di un corretto croato, lingua che da solo ha appreso.
Seguo le vicende della minoranza italiana dal Risorgimento ai giorni nostri e vorrei chiarire quali fossero i motivi dell’interesse italiano verso la Dalmazia, interesse che in alcune circostanze storiche ha portato a conseguenze tragiche. Assai pochi sono gli studiosi che si occupano di questa tematica, quantunque essa sia essenziale per intendere le situazioni politiche di cui spesso si discute. Il materiale è ampio, soltanto l’archivio del Ministero degli Affari Esteri a Roma custodisce alcune centinaia di casse di documenti riguardanti la Dalmazia, dall’inizio del XX secolo fino alla Seconda Guerra Mondiale, che gli storici croati non hanno mai esaminato. Allorché mi studio a fondo la minoranza italiana, studio pure la storia della Dalmazia, configurando la prima una parte autoctona della società dalmata nel corso di un lungo periodo storico. L’opinione pubblica italiana mal conosce la storia della Dalmazia e degli Italiani di Dalmazia, non le è chiaro che la Dalmazia non è costituita unicamente da Zara e da Spalato, in cui per secoli sono esistite comunità italiane, ma anche da Knin/Tenin, Drnis/Dernis e Imotski/Imoschi. Proprio a causa dell’ignoranza aveva attecchito la teoria che la Dalmazia sarebbe dovuta spettare all’Italia.
Sussiste anche in questa sponda la resistenza ad un serio accesso (alla tematica) ?
Resistenza e pregiudizi, ma in realtà trattasi di resa dei conti fra nazionalisti italiani e croati e comunisti jugoslavi, priva di fondamento storico.
Quando in effetti nasce l’idea della Dalmazia italiana ?
Al tempo. Dopo la battaglia di Lissa del 1866, nella quale l’Austria-Ungheria sconfisse la marina italiana, insorge un trauma nei vertici politici e militari italiani; i quali ritengono che, per motivi di sicurezza, occorra aver il controllo di alcuni punti nell’Adriatico. Stiamo parlando dell’Europa del XIX secolo, quando perduravano lotte di predominio fra le Grandi Potenze e soltanto l’Italia unita temeva grandemente l’Austria ed aspirava a garantirsi la sicurezza nell’Adriatico e nelle Alpi. E dunque non avevano ancora attecchito le ragioni nazionaliste per la conquista ma, in primo luogo, quelle strategiche.
E tuttavia nella sponda orientale si diffonde il panico ?
Fra la popolazione slava, possibile, come del resto in occasione di quale che sia occupazione, ma la maggioranza degli Italiani era associata al Movimento Autonomista, unitamente alla popolazione slava, croata. Ai tempi di Lapenna e Bajamonti, nel 1866, gli autonomisti non desideravano staccarsi dall’Austria, erano leali verso la monarchia multinazionale, e gli Italiani, i Croati ed i Serbi della regione si sentivano ( semplicemente) Dalmati. Avevano il sostegno di tutti i gruppi popolari e l’esempio migliore che illustra la situazione è rappresentato dal podestà Antonio Bajamonti, il quale realizzò numerose opere in una piccola città e fu molto stimato, vinse le prime elezioni democratiche. I Dalmati, alla fin fine, non parlavano la lingua italiana, ma una favella mista di veneziano e di croato.
Gli storici croati hanno ritenuto a lungo che non fossero esistiti Italiani autoctoni in Dalmazia, ma che si trattasse di Slavi italianizzati o di migranti dalla Penisola, mentre i “ Narodnjaci” offrivano agli Italiani la possibilità di diventare Slavi. Croati e, dopo, Jugoslavi. In contrasto con la tesi della maggioranza degli storici croati, giudico che in Dalmazia si sviluppò una specifica cultura italiana nelle città e nelle isole, contrassegnata sostanzialmente da influsso slavo. Un’identità culturale e linguistica, non etnica. Niccolò Tommaseo, ad esempio, vedeva la Dalmazia come punto d’incontro di due culture, italiana e balcanica, e non considerava che i Dalmati fossero Italiani, ma nazione affine a quella italiana, un miscuglio particolare di cultura slava e latina.
Il problema, quindi, sorge quando gli autonomisti perdono le elezioni?
Gli Italiani, allora, perdono il diritto ad avere proprie scuole, ovvero sarebbero potute essere solo private, il vecchio Partito Autonomista diviene il nuovo movimento dei liberali nazionalisti italiani. Per l’apertura delle scuole occorrevano risorse finanziarie, le cercarono e le ottennero in Italia, ed appena nel 1914, coll’inizio della Prima Guerra Mondiale, si pongono come irredentisti italiani, mentre altri Dalmati italiani sostengono l’idea di acquisire un’identità croata o jugoslava, rinunciando all’annessione all’Italia. E’ in questi tempi che si fanno strada affermazioni secondo le quali la Dalmazia deve diventare territorio italiano, tanto più che l’Italia si era schierata dalla parte dei Paesi possibili vincitori. Viene concluso il Patto di Londra, che prevede siano annesse all’Italia l’Istria, una parte delle isole e la Dalmazia Settentrionale, ovvero Zara, Sebenico e circondario, esclusa Spalato.
Vi rinunciarono ( a Spalato )?
Apparve chiaro che l’Italia non avrebbe potuto controllare un territorio che era prevalentemente popolato da Croati. Le visioni delle politiche russa ed italiana, nel 1915, erano di far rientrare Spalato nella sfera d’influenza serba, mentre Ragusa sarebbe dovuta essere serba o montenegrina. L’Italia appoggiava il Regno dei Serbi, che pretendeva la Dalmazia Centrale, la Bosnia e la Vojvodina. I Dalmati Italiani si divisero in due correnti. Una aspirava all’autonomia della Dalmazia, l’altra all’annessione all’Italia.
Col Trattato di Rapallo del 1920, che previde solo Zara rimanesse italiana, fu loro offerto di optare per la cittadinanza italiana o jugoslava, ed a Spalato metà scelse la prima, l’altra metà la seconda. Le conseguenze, nel caso d’opzione per la cittadinanza italiana, furono che (gli optanti) non poterono più esercitare la professione d’avvocato, medico, farmacista, ingegnere….La scelta della cittadinanza italiana ebbe come effetto il completo isolamento della minoranza italiana dal tessuto sociale dalmato. Il Governo Jugoslavo ed i partiti croati li consideravano ( gli optanti ) alla stregua di quinta colonna dell’imperialismo italiano.
Quali furono le conseguenze?
Molti Italiani nel 1922, a Spalato, optarono per la cittadinanza jugoslava e col tempo acquisirono identità croata. La parte che optò per la cittadinanza italiana emigrò a Zara oppure in Italia, e tuttavia altra parte dei cittadini italiani pur rimase; ma nel 1941, vent’anni più tardi, se ne annoverarono solo un migliaio, fra i primi ad andarsene furono i cittadini più istruiti. Quelli rimasti si ritrovarono isolati, potevano contare su di una chiesa, una scuola e su associazioni. Talché la minoranza italiana divenne vittima dei rapporti fra Italia e la prima Jugoslavia e capro espiatorio dell’occupazione italiana.
E dopo la Seconda ( Guerra Mondiale) , sparirono del tutto?
Un gran numero d’Italiani, così come di Serbi e di Croati, furono vittime della spaventosa violenza dell’Italia fascista, della Germania nazista, degli Ustascia, dei Cetnici e dei comunisti nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Penso che in Dalmazia si possa parlare di tragedia collettiva. Guardi che cosa è accaduto a loro: ad esempio, il Dr. Ivo Tartaglia, uno dei più meritevoli podestà spalatini nonché bano del litorale, quale oppositore della politica fascista fu arrestato nel 1942 ed internato in Italia. Sennonché, alla fine della Guerra il governo comunista lo rinchiude a Lepoglava, ove presto muore. Similmente ci rimisero la pelle dei convinti cattolici, dei simpatizzanti dell’HSS ( Partito Croato del Diritto) ed anche degli appartenenti a famiglie dalmate italiane.
Abbiamo sorvolato sul periodo fascista?
Le pretese fasciste sulla Dalmazia avevano segno ideologico, ma dovevano anche comprovare che l’Italia era una potenza imperiale. Mussolini sa che a Spalato, nel 1941, ci sono solamente mille Italiani in mezzo a cinquantamila abitanti, situazione di fatto che avrebbe potuto controllare solo col ricorso alla violenza. Aspirava ad avere il predominio del Mare Adriatico e dei Balcani, superiore a quello della Germania hitleriana; e dunque si sa che Ante Pavelic fu agente italiano, che cedette all’Italia tutto ciò che richiedeva, in cambio dell’aiuto nella creazione della NDH (Stato Indipendente Croato).
Fatto di cui erano consapevoli anche i Tedeschi, che non volevano a nessun costo che Pavelic diventasse Capo dello Stato, privilegiando Vladko Macek, il cui partito HSS godeva del sostegno della maggioranza dei Croati; ma egli ( Macek ) respinse l’offerta e frattanto Pavelic divenne fedele servo tedesco. Il periodo dell’occupazione italiana è stagione del terrore sulla popolazione e l’Italia ha la responsabilità di aver indotto i popoli balcanici alla guerra ed allo spargimento di sangue. Dopo la capitolazione dell’Italia, nel 1943, Pavelic tenta di instaurare nei territori, sino ad allora occupati, il potere ustascia, ma era già troppo debole, l’effettivo controllo fu esercitato dai Tedeschi, sino alla caduta del Reich.
I resti dei resti degli Italiani se ne vanno nuovamente…
Nel corso del 1945 e del 1946, i comunisti jugoslavi instaurano un potere totalitario, adottando metodi completamente stalinisti, eliminano tutti i potenziali nemici del nuovo regime, mentre si registra una difficile situazione economica. Negli anni Quaranta e Cinquanta, la gente fugge in massa, attraversando il mare, dalla Jugoslavia verso l’Italia, per due motivi: repressioni politiche e profonda crisi economica. Agli Italiani si offrono, daccapo, due possibilità: la cittadinanza italiana oppure quella croata; la più parte opta per la cittadinanza italiana e, di nuovo, emigra in Italia, il che rientrava nelle aspettative dei comunisti. Quando nel 1953 fu chiusa, a Zara, l’ultima scuola italiana e la comunità, si inferse il colpo mortale ai Dalmati Italiani.
Non era, per la verità, il caso dell’Istria, perché lì (gli Italiani) furono più numerosi e aderirono alla L.P.L. ( Lotta Popolare di Liberazione ), venendo risparmiati. La stragrande maggioranza degli Italiani dell’Istria e del Quarnero fece fagotto, e ciononostante vi si conservarono (a costituire) minoranza. Rimasero in Jugoslavia quegli Italiani che diedero importanza all’identità regionale e quelli che credevano nel sogno d’una società comunista. La grande maggioranza di Italiani dell’Istria e del Quarnero, ad ogni modo, migrò, ma una minoranza vi sopravvisse e vi si conservò. Soltanto con l’acquisizione dell’indipendenza croata hanno iniziato ad ottenere la vera libertà d’espressione e d’istruzione.
Quanti ce ne sono ora?
A Zara, credo, circa 300 - 400; a Spalato, appena un centinaio. Questa è la conclusione della storia di gente che non ha appartenuto né all’una né all’altra opzione, che la politica ha sfruttato e diviso in schieramenti opposti; di gente che costituiva popolazione autoctona della Dalmazia, specifica per cultura e lingua, ed alla quale le circostanze storiche hanno riservato sorte ingrata.
Il destino degli esuli.
“ Tragico è il destino degli esuli della Dalmazia, dell’Istria, del Quarnero – conclude il nostro interlocutore – da 200 a 250 mila, dopo la Seconda Guerra Mondiale, sono fuggiti in Italia, ove li ha attesi cocente disillusione. Essi nemmeno sapevano che cosa fosse l’Italia, vissero per generazioni in Dalmazia ed in Istria e dovettero iniziare una nuova vita. Sebbene lo Stato si curasse della loro sistemazione, perfino dell’occupazione, dagli Italiani venivano considerati come stranieri che contavano di vivere alle loro spalle. Non comprendevano nemmeno il dialetto che gli esuli parlavano. Essi ( esuli) erano diversi anche fisicamente, di bella statura come i Dalmati. Alcuni cambiarono il cognome, italianizzandolo, per essere meglio accolti. Fu loro avverso, particolarmente, il Partito Comunista Italiano; li riteneva nemici, che fuggivano dal comunismo, creando conflitti con la Jugoslavia comunista. In fin dei conti, quando si conversa con gli esuli si avverte la dolente nostalgia che sentono per la Dalmazia, che è la loro vera patria ed il focolare domestico ”.
Damir Sarac

 

565 - La Voce di Romagna 26/08/12 Rimini - Speciale regata San Marino-Slovenia: Un traversata sulle orme della storia
SPECIALE REGATA SAN MARINO - SLOVENIA
Un traversata sulle orme della storia
FREEDOM CUP - II segretario Berardi parla dei legami del Titano con il mare e della tradizione di libertà della Repubblica
RIMINI - Appuntamento rin­novato con la Freedoom Cup 2012 la regata d’altura voluta da San Marino per inaugurare una nuova stagione sportiva e culturale. Dal 5 all’8 settembre la Repubblica del Titano si riappropria del mare e della sua metafora di libertà, per ri­scoprire una storia antica, che vuole San Marino legato al mare e per costruire una storia futura fatta di amicizia fra i popoli e condivisione di valori comuni.
Abbiamo chiesto al segreta­rio di Stato allo sport e turismo Fabio Berardi di raccontarci il significato di questa splendida manifestazione e di come la regata accolga in sé valori sportivi, culturali ed economi­ci.
“San Marino e il mare sono legati da sempre, a partire, se vogliamo dal nome. Il nome Marino ricorda, infatti, la leg­genda di un uomo che veniva dal mare, dall’altra sponda dell’Adriatico, la Dalmazia, per fondare la propria comunità sul monte che poi prese il suo nome” racconta Fabio Berardi.
“San Marino ebbe in dono le terre del Titano da Donna Fe­licissima, una “domina” roma­na di Rimini a cui il Santo fece un miracolo e da allora tra­scorsi secoli e secoli di storia, San Marino rimane legato al suo santo fondatore che ha donato agli abitanti del Titano i valori di libertà e democrazia. La regata Freedom Cup vuole ricordare - attraverso una ma­nifestazione velica di respiro internazionale - questo senso di libertà, che San Marino ha testimoniato nei secoli a tutte le nazioni, una libertà pietra fondante delFintera istituzione sanmarinese.” Il segretario di Stato continua dicendo che “La Repubblica di San Marino è entrata a pieno titolo nella li­sta Unesco del Patrimonio Im­materiale dell’Umanità, il che significa che oltre la ricchezza materiale, i suoi forti e le sue bellezze architettoniche me­dievali, San Marino è un sim­bolo da preservare agli occhi del mondo.”
La storia racconta che la pic­cola comunità di San Marino è stata un esempio nei secoli.
Prima che nascessero le co­munità puritane negli Stati U­niti San Marino ricordava che una comunità repubblicana e democratica era possibile, e proprio nel cuore di una na­zione in cui signorie, papato e potenze straniere, versavano sangue per la conquista di spazi territoriali. San Marino fu caro a tanti pensatori, fu sti­mato dai rivoluzionari repub­blicani e democratici di ogni Paese, fino ad arrivare a Napo­leone Buonaparte che garantì la sua dignità di Stato sovrano, ad Abramo Lincon e alla fuga per la salvezza di Giuseppe Garibaldi.
Fabio Berardi aggiunge rac­contando che questo spirito è contenuto nella Freedom Cup, “una regata d’altura interna­zionale che vuole dimostrare attraverso una manifestazione sportiva che il mare è valore di libertà e di viaggio, regalando agli uomini il desiderio ro­mantico dell’infinito e dando ai Paesi la possibilità di instau­rare legami di amicizia, com­mercio e cooperazione.”
Il villaggio velico aprirà sa­bato 1 settembre, le imbarca­zioni salperanno il 5 settembre alla volta dell’isola di Izola, in Slovenia.
“La Slovenia” dice Fabio Be­rardi “ ha un modello di turi­smo che può essere davvero interessante per San Marino. Insieme alla manifestazione sportiva, infatti, una delega­zione della camera di com­mercio sanmarinese arriverà in Slovenia insieme al villaggio della manifestazione.
Si terranno, inoltre, work­shop e scambi commerciali per analizzare la capacità slo­vena di attirare turismo, valo­rizzando entroterra e tradizio­ni, e dando spazio al gioco e al divertimento. “La Slovenia ha costruito un modello di turi­smo”, dice Fabio Berardi, “ba­sato su centri di conferenze all’avanguardia, capaci di atti­rare il meglio del turismo bu­siness d’Europa e non solo. Questo è un modello su cui San Marino vuole puntare, per diventare sempre di più un polo di attrazione internazio­nale”.
Mattia Valloni

 

566 - La Voce del Popolo 06/09/12 Zara - Calle Larga, armonia tra passato e presente, è la via principale e più famosa
È la via principale e più famosa di Zara. Alcuni sostengono sia più antica della città stessa

Calle Larga, armonia tra passato e presente
Sono tanti i nomi con cui fu ribatezzata nel corso dei secoli
ZARA – A Zagabria c’è l’Ilica, a Fiume il Corso, Spalato ha la via intestata a Marmont, Ragusa lo Stradun; a Zara c’è la Calle Larga. Quest’ultima, secondo alcuni, sarebbe addirittura più antica della stessa città. Nel corso della Seconda guerra mondiale quasi tutti gli edifici che s’affacciavano su Calle Larga andarono distrutti e la strada fu ricostruita in stile modernistico, mantenendo soltanto l’antica direzione est-ovest.

Spulciando nella storia di questa fondamentale via di comunicazione longitudinale, risaliamo all’antica Jadera romana (in seguito Diadora). Stando ai principi urbanistici dell’epoca dell’Impero Romano, la rete stradale era formata da strade longitudinali più larghe e da quelle trasversali che dividevano la città in insule (quartieri) rettangolari. Quindi, due importanti strade longitudinali furono – e lo sono ancor oggi – la strada che portava dalla Porta di Terraferma fino al Foro e quella che conduceva dall’attuale Piazza Petar Zoranić alla chiesa della Madonna della Salute, ossia l’attuale Calle Larga. Già Via Magna, Strada Grande, Ruga Magistra (ossia “strada principale”), nel Seicento fu conosciuta come Strada Santa Caterina, prendendo il nome del monastero che si trovava nello spazio occupato oggigiorno dal caffè “Central“.
TANTI I NOMI PER UNA SOLA VIA Fu durante il Regno italiano che cambiò nome in Calle Larga, oppure Strada Larga, denominazione che in seguito fu croatizzata, tant’è che oggi si scrive e pronuncia in una parola sola: Kalelarga.
Nel periodo del socialismo, dopo la II Guerra mondiale, Calle Larga venne ribattezzata Omladinska ulica (Via della gioventù) e Via Ivo Lola Ribar. Gli zaratini, affezionati al nome italiano Calle Larga, continuarono e continuano tutt’oggi a far riferimento alla via con questo nome, per cui succede molto spesso che se si menziona il nome Široka ulica non si capisce subito di quale parte di Zara si stia parlando.
Questa via, la più importante e la più trafficata del centro di Zara, collega parti essenziali della città, partendo da Piazza Santa Anastasia attraverso lo spiazzo che si estende fino al Foro, per giungere in Piazza del Popolo (già Platea Magna e Piazza dei Signori), proseguendo in Via Elizabeta Kotromanić (già Calle Cariera) fino al Palazzo ducale e quello del provveditore. La strada congiunge monumenti sacrali come la Chiesa di San Simeone, la Cattedrale di Sant’Anastasia e la Chiesa della Madonna della Salute.
INTERESSANTI STORIE DEL PASSATO Calle Larga era il cuore della città, attraverso la quale passavano processioni religiose, funebri, come pure sfilate carnascialesche. Nel periodo del Carnevale gruppi di cantanti divertivano i cittadini eseguendo ogni anno una canzone, scritta e messa in musica da un poeta o musicista. Il defunto professor Gastone Coen, conosciuto come autore del libro ”Zara che fu” – che racconta i fatti storici legati alla Zara di una volta –, ricorda un fattorino dal nome Dane che ogni anno entusiasmava i cittadini con i suoi fantasiosi costumi.
Già nel Cinquecento la strada fu illuminata. In Calle Larga svolgeva la sua attività l’orologiaio Josip Trevisan, per il quale si sospettava fosse Luigi XVII, figlio del re Luigi XVI e della regina Maria Antonietta, fatto che non venne mai confermato né smentito. Vi giungeva spesso anche un certo Clement Piotti, “dottore delle bambole”, come veniva chiamato, al quale le bambine portavano le loro bambole per farle riparare. Era un personaggio strano, Piotti: dormiva in una cassa da morto, circondato da crocefissi e candele.
CAFFÈ E MARASCHINO Su questa via si affacciavano caffè, taverne, alberghi, negozi e teatri; tra i caffè aperti in quel periodo nell’attuale Piazza del Popolo (Piazza dei Signori) il più noto era quello del 1730, gestito da Josip Carceniga, produttore del Maraschino, il famoso liquore zaratino che in seguito venne prodotto distillato con quella ricetta. Nel 1753, nei pressi del caffè venne aperto il Casinò Nobile, altro punto chiave della vita sociale dell’epoca. Nel 1783, nello spiazzo dove oggi sorge il Teatro Nazionale Croato, venne costruito il Teatro Nobile, importante soprattutto per il suo repertorio musicale. Era una costruzione lussuosa, una destinazione quasi obbligatoria per le varie compagnie teatrali italiane che ospitava.
Nel 1807 nell’attuale Piazza del Popolo vennero aperti altri caffè, tra cui la Grotta olandese e un caffè svizzero. Nel 1826, in Piazza Petar Zoranić venne aperto il caffè di Costantino Papadopoli, padre del noto comico e gastronomo Antonio Papadopoli. Nel 1860 l’industriale Antonio Cosmacendi aprì nella stessa piazza il Caffè del Casinò, in seguito chiamato Caffè degli Specchi.
IL TEATRO, RIFLESSO DEL POTERE Il Teatro Verdi, che fu costruito nel 1865, si trovava di fronte all’attuale Chiesa della Madonna della Salute e rifletteva il potere politico dei cittadini dell’epoca. Questi potevano seguire un ampio repertorio di opere, operette e balletti. Nel 1891, sulle fondamenta dell’ex Convento di Santa Caterina fu costruito il caffè che raggiunse uno status di culto: il Caffè Centrale. Vi confluivano intellettuali e artisti che arricchivano così la loro vita sociale. Il Caffè disponeva pure di un salone di lettura nel quale erano disponibili una cinquantina di giornali diversi. Calle Larga fu il cuore della vita sociale degli intellettuali, di ufficiali, di impiegati che volevano divertirsi, ma anche arricchire la loro vita culturale.
A partire dagli Anni ‘20 del XX secolo, la vita in Calle Larga cambia. Durante i bombardamenti degli Alleati fu distrutto il Teatro Nazionale (il Teatro Nobile chiuse nel 1882, per venire riaperto nel 1924, col nome di Teatro Nazionale). Nel 1940 fu demolito il Teatro Verdi, al cui posto venne costruito nel 1974 un edificio residenziale.
LA «BELLA ADDORMENTATA» Negli ultimi anni la vita nella Penisola (il centro storico di Zara) si sta gradualmente spegnendo, in quanto chiudono negozi, bar, boutique. Per fortuna, sono molti gli imprenditori che si impegnano a farla risorgere, soprattutto Calle Larga. Nel periodo invernale la via si “addormenta” e rivive solo nel periodo di Carnevale. Si sveglia di nuovo a primavera, con bancarelle che offrono prodotti locali e dei suoi dintorni: formaggi, olio d’oliva, miele, prodotti di lavanda, ornamenti fatti a mano, borse, bijou e quant’altro. Con l’apertura dei fast food, dei negozi di souvenir, di piccole gallerie e con il mantenimento de negozi e delle profumerie che operano ormai da anni si cerca di mantenere la vita in Calle Larga. Negli ultimi anni è stata avviata pure la manifestazione “Kalelarga art”, con la quale si vuole portare nuova vita nel centro di Zara. Ciò conferma che è necessario impegnarsi di più nel promuovere eventi culturali e prodotti al fine di conservare lo spirito zaratino della via centrale di questa località dalmata e tramandare una storia importante.
Danijela Berišić Antić

 

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567 - La Gazzetta del Mezzogiorno 02/09/12 «Palacinche» le frittelle dell'esodo italo-istriano
GRAPHIC NOVEL DI CATERINA SANSONE
«Palacinche» le frittelle dell’esodo italo-istriano
Una storia penosa rivive con nostalgici sapori. E con i disegni del barese Alessandro Tota
di DIEGO ZANDEL
Le normali crepes, ovvero sottilissime frittelle della circonferenza di un piat­i to, farcite di marmellata, crema o cioccolata, vengono chiamate in tutta l’area danubiana «palacinche». Così anche a Fiume, fin dai tempi del Regno di Ungheria: i profughi fiu­mani che se ne sono andati per il mondo dopo il passaggio della loro città alla Jugoslavia di Tito hanno portato questo sostanzioso dolce nel loro bagaglio culinario e lo hanno fatto chiamandolo sempre con il suo nome originario. Per loro, co­me a Vienna o a Budapest, le «palacinche» non diventeranno mai crepes!
Ben lo sa, e con una forte vena di nostalgia, Caterina Sansone, giovane fotografa, nata nel 1982, già alla Magnum di Parigi, figlia e nipote delle profughe fiumane Elena Cos e Giovanna Saina, partite dalla loro città attraverso i nuovi confini italo-jugoslavi nel 1950 e destinate al campo profughi di Termini Imerese e di Napoli, un paio dei 103 centri raccolta organizzati in Italia per i profughi istriani, fiumani e dalmati. Sua madre e sua nonna cucinavano le «palacin­che», per la gioia del pala­to, e col rim­pianto delle terre lasciate. La voglia di «palacinche» era la voglia di ciò che si era irrimediabil­mente perduto.
Caterina Sansone prende spunto da questo dolce per comporre - insieme al disegnatore, il barese Alessandro Tota - un «graphic novel» che racconta la vita di Elena Cos - rivissuta attra­verso i ricordi della figlia - la sua vicenda per­sonale e, attraverso lei, quella di tutti i profughi istro-fiumani nel libro, appunto, Palacinche, sot­totitolo «Storia di un’esule fiumana» (Fandango Libri). Accompagnano i bei disegni di Tota i testi e le foto di Caterina Sansone che comprendono, comunque, anche foto di famiglia, rifotografate da Caterina in modo da restituire quel senti­mento di nostalgia, talvolta di rimpianto, ma an­che di gioia, che le fotografie portano con sé.
Il libro è preziosissimo in questo senso e rap­presenta davvero una summa, in chiave anche divulgativa, di ciò che è stato l’esodo istro-fiumano e il prezzo, in termini di dolore e ingiu­stizia che è stato pagato da una popolazione in nome di una intera nazione che il fascismo aveva condotto a una guerra assurda a fianco di Hitler. Poi Tito ci ha messo del suo. E il modo è ben rappresentato dai disegni di Alessandro Tota e i fumetti di Caterina Sansone.
Senza riaprire il tragico capitolo delle foibe, basta andare all’episodio in cui vediamo gli sbir­ri della polizia politica di Tito, l’OZNA, che nel sospetto di una fuga in Italia di alcuni parenti, vengono tutti, compresi gli anziani genitori, mi­nacciati con la pistola. Il fumetto ci mostra Elena che vive questa esperienza in maniera terroriz­zata ma anche coraggiosa. Gli agenti dell’OZNA chiedono vigliaccamente a lei, Elena, nata nel 1942, e perciò all’epoca dei fatti bambina di otto anni, che cosa sa della fuga in questione. «Ma io ero una bambina! Cosa potevo saperne di queste cose? I miei genitori avevano optato per diven­tare italiani e questo era tutto»; poi nella vi­gnetta successiva: «Mi riaccompagnarono a ca­sa, e dissero ai miei genitori che finché non fos­simo partiti per l’Italia era meglio che non uscis­si di casa perché sarebbe potuto accadermi qual­cosa di brutto». Questo era il clima.
E Caterina s’è tanto immedesimata nei ricordi della madre da farne una storia viva, e bravo Alessandro Tota a disegnarla, a fare propri nel tratto i sentimenti espressi dalla coautrice.
Verso la fine del libro, foto di famiglia di ieri si confrontano nelle pagine accoppiate le foto di oggi, ovviamente scattate da Caterina stessa: i palazzi di Fiume, le strade e le piazze, i monu­menti, tra cui la torre civica, il porto, con i nomi cambiati, com’è cambiato il nome della città, di­ventato il croato Rijeka quando anche sotto il regno di Ungheria si chiamava sempre Fiume.
Ma è, questa, solo una piccola ingiustizia, for­se solo una perfidia, accanto a quelle più grandi che hanno segnato il destino di una città.
• «Palacinche» di Caterina Sansone e Alessan­dro Tota (Fandango Libri, pp. 186, euro 18).

 

568 - La Voce in piú Storia 01/09/12 – Memorie: Una nonna fiumana racconta dalla lontanissima Australia
MEMORIE A 84 anni Matilde Lizzul Comar, scomparsa 4 anni fa, ha scritto la sua biografia
Una nonna fiumana racconta dalla lontanissima Australia
La narrazione si espande attraverso tre continenti: Europa, America (Brasile) e Australia, partendo dall’ex Jugoslavia per articolarsi tra Venezia, Perth e Genova. La protagonista non ha avuto una vita facile, tutt’altro, ma è sempre riuscita a superare le avversità – tanto quelle imposte della grande Storia quanto quelle personali (come l’infedeltà del marito, che ammette candidamente, senza rancori né “sentenze”) – e le sfide grazie a una straordinaria carica di positività, energia, perseveranza e tanta speranza
È dedicata ai nipoti brasiliani l’autobiografia scritta da Matilde Lizzul Comar (Fiume 21 ottobre 1922 – Perth, Australia, 18 giugno 2008), con il contributo dei figli Marina Chenaux e Vito Comar (residente in Brasile), al fine di tramandare alle future generazioni la storia della famiglia e la propria esperienza di vita. Lo si intuisce anche dal titolo dell’opera: Nonna fiumana racconta – Nini’s story ( www.createspace.com/3976010 ), che l’autrice ha iniziato a scrivere all’età di 84 anni, dopo aver superato un periodo di depressione.
Matilde, detta Nini, è un esule fiumana di origini istriane, le cui vicende si snodano su tre continenti: Europa, America latina e Oceania. Nel libro, suddiviso in tre parti, Matilde ha condensato il racconto di tutta la propria vita. Un’esistenza che la sorte ha voluto essere più avvincente di un romanzo.
Sfogliando le pagine del libro possiamo scoprire la storia dei suoi genitori Giacomo e Francesca (Fanni), del nonno materno Toni, un marinaio “austriaco” a riposo considerato il leader carismatico di Casali Sumberesi (Šumber) e morto nel campo di concentramento di Dachau dopo essere stato arrestato dai nazisti con l’accusa di aver aiutato i partigiani, ma anche il suo rapporto con il marito Cide, anch’egli originario del capoluogo quarnerino.
Possiamo farci un’idea di come sia stata vissuta a Fiume l’epidemia di tifo che colpì la città nel 1945/46 – e che ha rischiato di essere letale per Matilde –, dei motivi che hanno spinto molti fiumani a scegliere la via dell’esilio dopo la fine della II Guerra mondiale e della la vita nei campi d’accoglienza dei profughi giulianodalmati in Italia e in particolare nel campo Foscarini in Veneto.
Possiamo farci un’idea sulla difficoltà degli studi universitari condotti da Matilde e dal marito all’Ateneo di Venezia – lei, aiutata dalla sorella più brillante e intraprendente, trova il suo percorso artistico alle Belle arti veneziane –, il rapporto emotivo e professionale della coppia (come si erano conosciuti e innamorati, come lui, un uomo molto attivo e capace, coinvolto in molti progetti – dalla direzione di una rivista studentesca, alla formazione di un team di pallanuoto, agli studi di architettura, senza dimenticare il lavoro di tecnico al cantiere – la aiutava con le scene che doveva realizzare per il Teatro Fenice), le sfide legate all’emigrazione in Australia…
Il libro ha 130 pagine ed è impreziosito da numerosissimi disegni realizzati dall’autrice.
Krsto Babić

 

569 - La Voce in piú Storia 01/09/12 - D'Annunzio, un mascalzone quasi simpatico
SPIGOLATURE

Lo scritto di un pubblicista croato alla vigilia del 12 settembre 1919
D’Annunzio, un mascalzone quasi simpatico
di Ilaria Rocchi
Adriatico orientale: un’estate rovente, anche sul piano (pseudo)storico e culturale, quella che sta per concludersi, con proposte e ipotesi che non possono apparire altro che “deliranti”. Abbiamo così letto del museo di Curzola, dedicato all’“oriundo” Marco Polo, in quella che, a livello locale, è stata indicata come la sua casa natale (gli unici che ci credono ciecamente sono i cinesi, che sappiamo soliti a plagiare le cose italiane; ci è stato poi riferito che la tomba di re Artù si troverebbe nientemeno che in Dalmazia; abbiamo “appreso” che Ulisse avrebbe vissuto le sue avventure in Dalmazia...
Tra appropriazioni indebite e sfrontati “scippi”, strategie di marketing, ricostruzioni strampalate e pacchiane, promozione, con il marchio “croato” di un patrimonio che è invece di tutt’altra matrice (romana, veneta, in primis), non ci mancava altro che il fantasma di Gabriele D’Annunzio.
L’ha scomodato – alla vigilia del mese dell’Impresa fiumana, consumatasi il 12 settembre 1919, nonché del 150.esimo della nascita del Poeta-Soldato, che ricorrerà il 12 marzo prossimo (è nato a Pescara e si è spento a Gardone Riviera, il 1.mo marzo 1938) –, un noto editorialista croato, Denis Kuljiš, sulle pagine del supplemento “Obzor”, del quotidiano “Večernji list”, uscito sabato scorso.
Stravagante, spesso polemico ma anche coraggioso, qualche anno fa (era il 2007) di Kuljiš avevamo apprezzato le prese di posizione nella diatriba Mesić – Napolitano su foibe ed esodo.
All’epoca aveva criticato duramente il presidente croato (chiedendo persino l’impeachement), che aveva contestato le affermazioni del suo omologo di Roma sul ruolo di Tito.
Kuljiš ci tenne a sottolineare che, in effetti, le parole del Capo dello Stato italiano erano giuste e corrispondevano a verità storica: “Quella attuata dall’esercito di Tito nei territori del Friuli Venezia Giulia nel dopoguerra è stata null’altro che pulizia etnica, eseguita spietatamente – scrisse il giornalista – e con l’intento di eliminare la popolazione autoctona da quelle aree.
Un certo numero di italiani è finito nelle foibe, altri sono stati affogati in mare, ma la maggior parte è stata avviata all’esilio con una combinazione tra politiche repressive e rovina economica. Il tutto nell’ottica della cosiddetta tecnica rivoluzionaria dell’espropriare l’espropriatore”.
Una Disneyland irredentista
Nel reportage pubblicato il 25 agosto, intitolato “Il fondatore del fascismo conquistò Fiume e cercò di attaccare pure Spalato” (e giunto segretamente a Zara, fu accolto “da una colonia italiana in lacrime....”),
Kuljiš affronta il “nodo” dannunziano partendo dal Vittoriale degli Italiani, ultima, stupefacente – alias “spettrale”, nell’occhiello dell’articolo – residenza-mausoleo del Vate a Gardone Riviera.
Il giornalista presenta i contenuti e il percorso espositivo, con una serie di sue valutazioni sull’ambiente. È un’immersione, osserva, in una sorta di “Disneyland irredentista”, un “tempio della vittoria e dello spirito latino”, in cui vengono commemorate le principali gesta dannunziane (“la conquista di Fiume e lo sbarco in Dalmazia”).
Vista la collocazione geografica – nella fattispecie il posizionamento sul lago di Garda –, l’accostamento con Mussolini, che qui, dopo l’armistizio del 1943, creò il suo stato fantoccio, la Repubblica Sociale Italiana, è inevitabile. “Salò e Garda – rileva Kuljiš – sono come un Jurassic park virtuale popolate da spettri fascisti, collocate in un ambiente di ville milionarie, come quella di Catullo e Clooney, dove le idee virulente si spengono inavvertitamente e covano sotto le ceneri nella penombra del museo”.
“Mussolini è morto – lo hanno ucciso i guerriglieri comunisti sotto il comando del compagno Tito – mentre D’Annunzio dorme nella sua tomba in cima alla necropoli, attorniato da una decina di avventurieri, i Sette samurai, con i quali, dopo la Prima guerra mondiale, conquistò Fiume e stravolse il corso della storia europea. Uno di loro fu probabilmente il prima artista concettuale al mondo.
D’Annunzio, d’altra parte, è il più importante ideologo del XX secolo, oltre a Lenin, ma questo suo ruolo storico viene più nascosto che svelato nel ‘lunapark fascista’ del Vittoriale”, conclude l’opinionist croato.
Con la «Puglia» in Dalmazia
Kuljiš sfrutta la presenza della mezza corazzata “Puglia” come pretesto per approdare con il racconto in Dalmazia. Poco più piccola del “Galeb” di Tito, alla fine del Primo conflitto mondiale la nave militare italiana era stazionata a Sebenico. Tra il 4 e il 5 novembre del 1918 reparti militari italiani giunsero a Zara, Lissa, Lagosta, Sebenico e in altre località dell’interno.
L’ammiraglio italiano Enrico Millo il 19 novembre fu nominato governatore della Dalmazia e fissò la propria sede a Sebenico con l’intento di prendere possesso di tutta la zona d’occupazione prevista dal Patto di Londra. A Spalato, invece, si instaurò un Comitato jugoslavo che si autoproclamò quale nuovo “Governo della Dalmazia”.
Iniziò così in Dalmazia un nuovo periodo molto controverso tra italiani e slavi, perché gli alleati forti delle rivendicazioni serbe e croate, temendo inoltre un eccessivo rafforzamento italiano in Adriatico, non erano più propensi a rispettare gli impegni presi in precedenza con l’Italia.
In quel frangente giunsero dalla Dalmazia alcune proposte per una costituzione di uno Stato libero dalmatico, ma non incontrarono il favore degli zaratini che preferivano una inequivocabile annessione all’Italia.
Quando il 15 novembre 1919 D’Annunzio sbarcò a Zara proveniente da Fiume con lo scopo di allargare gli orizzonti ideali e pratici dell’Impresa; pur riuscendo il poeta a costituire un “Corpo di volontari dalmati” rinforzato da suoi legionari, la sua azione non produsse risultati pratici nell’ambito del mondo politico italiano.
L’autore si sofferma nel dettaglio anche sul caso Traù, “isola tra la terraferma e Bua, in cui all’epoca non c’era in pratica neanche una famiglia croata”, antico comune veneto che aveva armato una galea al comando di Alvise Cippico. A capo della comunità italiana stava un ricco nobile, Nino de Fanfoglia. Insieme con un gruppo di dannunziani prese la città e proclamò la Repubblica.
A minare i suoi piani saranno però gli alleati e l’intervento della USS “Olympia”. L’11 luglio del 1920 la nave militare italiana “Puglia”, da mesi nel porto di Spalato per proteggere la minoranza italiana da rappresaglie jugoslave, fu attaccata a colpi d’arma da fuoco da nazionalisti slavi e caddero uccisi il comandante Tommaso Gulli e il motorista Aldo Rossi. “Dalla parte croata ci fu una vittima civile, un tale Matej Miš – riporta Kuljiš – di cui oggi nessuno si ricorda più”.
Figura tragicomica
È uno scritto degno d’attenzione principalmente perché in maniera relativamente corretta, scevra da ideologismi e vicende mistifi cate dalle penne dei vincitori, con una serie di riflessioni, l’autore si sforza di ricostruire in maniera “leggera” la verità storica, ovviamente nella misura in cui questo è possibile (molte ombre sono difficili da dissipare, quando si cerca di fare luce su un frangente storico così complesso, in cui interessi politici internazionali si fusero con questioni locali).
Il giornalista cerca, dunque, di spiegare la popolarità del fenomeno D’Annunzio e le gesta del pesarese a un’opinione pubblica croata finora influenzata prevalentemente da semplificazioni, visioni univoche e cliché propinati da certa storiografia, prima jugoslava, ora croata.
E quello che emerge è il ritratto di una figura tragicomica, ai limiti del ridicolo, che cerca di muoversi in un mare agitatissimo infestato di “squali”, che alla fine verrà abbandonato e rinnegato da molti (deluso dall’esperienza di Fiume, nel febbraio 1921, si ritirerà in un’esistenza solitaria nella villa di Gardone Riviera; qui lavorerà e vivrà fino alla morte, curando con gusto teatrale un mausoleo di ricordi e di simboli mitologici di cui la sua stessa persona costituiva il momento di attrazione centrale).
Peccato che, focalizzando l’attenzione sugli aspetti più “spettacolari” (e scontati), non abbia colto l’occasione per approfondirne altri più meritevoli di rilievo, come quella Carta del Carnaro che sanciva la libertà di pensiero, di stampa, di riunione e di associazione; il salario minimo, la pensione, l’assistenza medica; mentre le arti erano considerate parte fondante della nazione. Un disegno umanissimo, nobile e antesignano, democratico e civile.
Un mausoleo soffocante
Il giudizio conclusivo? “Alla fine il suo personaggio si dipana nella futilità, nella follia, in un accumulo quasi schizofrenico di artefatti e oggetti vari, cose piccole e grandi. Diventa un personaggio vicino, umano, vulnerabile, un vecchietto comico, che possedette dozzine di stivali per andare a cavallo fatti su misura, centinaia di flaconi di profumo, migliaia di libri tedeschi, nonostante non conoscesse nemmeno una parola di tedesco, l’elica dell’aereo con il quale qualcuno girò il mondo, il carapace di una tartaruga secolare posto sulla tavola della sala da pranzo riservata agli ospiti (D’Annunzio preferiva mangiare sempre da solo nella Zambracca, uno studiolo-guardaroba, dove si trovava anche la sua fornitissima farmacia, nda) come monito, poiché era morta d’indigestione nei giardini del Vittoriale...
Ora pure lui giace su, nella necropoli, in un bozzolo pietrificato, un monumento che ha strangolato il suo significato, circondato da una banda di festaioli, pseudorivoluzionari, ubriaconi e avventurieri, e, se non avesse avuto dei denti così cariati e idee tanto marce, questo terribile ipocondriaco e bugiardo risulterebbe quasi simpatico!”.
Ilaria Rocchi

 

570 - La Voce del Popolo 06/09/12 Pirano, ricordando il tram
Pirano, ricordando il tram
Ad una certa età siamo portati a rievocare gli anni della nostra gioventù ricordando i fatti che più sono rimasti impressi nella nostra mente. Succede anche che riemergano dei ricordi sepolti nella memoria. In questi appunti vi voglio raccontare quello che ancora ricordo del tram di Pirano, che per oltre 40 anni è stato un mezzo di trasporto comodo, economico, puntuale e che ha avuto un importante ruolo nella vita di Pirano, Portorose, S.Lucia e dintorni. Ho viaggiato con il tram negli ultimi tre anni del suo esercizio, cioè dal 1950 al 1953 per recarmi a scuola, da Portorose dove abitavo, a Pirano, dove frequentai quattro anni della scuola ottennale. Il tram partiva da Pirano e rispettivamente da S.Lucia ad intervalli di mezz’ora, iniziando le corse alle cinque del mattino e terminando alle 23. Non era veloce, tanto che per compiere il tragitto di poco più di cinque chilometri impiegava circa mezz’ora, anche a causa delle numerose fermate, più di una ventina, in maggior parte a richiesta. Cercherò di elencarle con le denominazioni di allora. Partendo da Piazza Tartini la prima fermata era al Borgo (Piazza S.Rocco), Sottomogoron (o Sanità), Bagni Riviera, Rimessa del tram, Case gialle, Fabbrica Salvetti, S.Bernardino, Squero, Officina gas, Casa Rossa, Sisa (Riedl), Scambio (Fisine), Magazeni, Direzione saline, Villa Maria, Hotel Central, Portorose piazza, Acqua Madre (Campi Tennis), Villa S.Marco, S.Lorenzo, Saline, Marasca (S.Lucia), Casa del Popolo ed infine il capolinea della Stazione.
Le vetture tramviarie, 5 motrici e 6 rimorchi, uno dei quali per il servizio estivo, aperto lateralmente, avevano ciascuna 20 posti a sedere, su sedili di legno a strisce ed in alto le reticelle per bagagli e pacchi, ed altrettanti posti in piedi. Gli adulti si aggrappavano con la mano su appositi appigli che pendevano dal soffitto, per mantenersi in equilibrio durante il tragitto. I tramvieri, normalmente, erano due: il conducente, ritto in piedi, con le sue manovelle e leve di comando, ben lucidate, con il piede premeva sulla campana per avvertire eventuali veicoli e pedoni, di sgomberare la strada. L’altro tramviere era il fattorino, con la sua borsa a tracolla vendeva i biglietti, o, con l’apposita pinza, bucava gli abbonamenti. Era munito anche di un fischietto con cui avvertiva il conducente di poter proseguire la corsa…
Per prenotare le fermate a richiesta, si premeva su pulsanti sistemati in vari punti delle vetture. Talvolta, quando non c’era spazio a sufficienza nelle vetture, alcuni passeggeri viaggiavano anche sui gradini e pedane esterni.
I viaggiatori abituali erano operai delle varie industrie locali: la Fabbrica Salvetti, il cantiere navale, le saline, la miniera di Sicciole, nel turismo, e poi gli scolari, le massaie, provenienti dalle campagne circostanti portando sul capo i “pianeri” (cesto rotondo e basso) e le “saine” (cesto di forma semisferica con manico), colmi di frutta e verdure con cui fornivano la Piazza di Pirano, le cosidette “done del late” provenienti anche da Malio, Corte, Sicciole che di buon mattino trasportavano i loro recipienti detti “ramine” (contenitori di lamiera per il latte) a dorso d’ asino fino alla stazione di S.Lucia per trasbordarli sul tram e per poi distribuire il latte in molte famiglie piranesi. A quei tempi abitavo a Santiane, l’altura sovrastante Portorose. Per recarmi a scuola dovevo prendere il tram alle 7.30 in piazza a Portorose partendo da casa circa 10 minuti prima. A volte anche lo perdevo. Se sentivo lo stridere delle sue ruote sul giro di S.Lorenzo (oggi Metropol), allora non mi restava altro che mettermi di buon passo a camminare verso Croce Bianca, cimitero, Carrara di Raspo fino in Piazza Tartini e arrivavo in classe, tutto affannato, pochi istanti prima che vi entrasse l’insegnante. La scuola era ubicata nell’ala sinistra del palazzo comunale, sopra la vecchia Caserma dei pompieri. A volte, noi ragazzi, si combinava qualche scherzetto a conto del tram: poco prima che arrivasse in piazza a Pirano, mettevamo sulle rotaie, a debita distanza, delle cartucce di pistole-giocattolo o scacciacani. Quando arrivava il tram provocava un rumoroso scoppiettio simile ad una raffica di arma da fuoco. Immaginate il disappunto dei tramvieri…
Mi ricordo anche di uno strano personaggio: alto, magro, portava a tracolla un sacchetto con la merenda, era addetto alla manutenzione delle rotaie. Lo chiamavamo Toni Clanfa. Munito di una specie di pala appuntita, la spingeva davanti a se inserendola nella scanalatura della rotaia asportando eventuali detriti, sassi, terriccio, che potevano provocare il deragliamento delle vetture. Da notare che le strade non erano ancora del tutto asfaltate. Noi ragazzi ci divertivamo a prenderlo in giro, se durante il tragitto lo vedevamo al lavoro, lo facevamo arrabbiare gridandogli: “Clanfaaa…” e lui, ad alta voce ci malediva i parenti più stretti, agitando minacciosamente la sua pala. Poi c’era una pescivendola ambulante, Maria Slanca, una povera diavola che si guadagnava il pane (ed il vino) vendendo pesce nei dintorni di S.Lucia e Sicciole. Di buon mattino acquistava il pesce dai pescatori, nel mandracchio di Pirano, quindi con due secchi colmi di sardelle, spari e menole saliva sul tram scendendo poi a S.Lucia per proseguire, a piedi, verso le campagne, offrendo la sua merce di casa in casa gridando: “Done, pesceee…pesce frescoooo…”.
Nelle giornate calde d’estate era seguita da una nuvola di mosche attratte dall’ odore del pesce. Nel tardo pomeriggio, traballante, con i secchi vuoti, faceva ritorno a S.Lucia per prendere nuovamente il tram per Pirano… Siccome il tram non era eccessivamente veloce, specialmente nelle curve, alcuni ne approfittavano anche per salirvi o scendere durante la corsa. Ricordo pure che una volta deragliò, uscendo dalle rotaie, forse per l’inadeguata velocità, dopo aver attraversato il ponte di S.Lucia in prossimità della trattoria di Bastian (poi Ravaliko). Anche al capolinea di Piazza Tartini più volte fuoriuscì dove finivano le rotaie, proseguendo per vari metri verso la Casa Veneziana, lasciando sul lastricato scanalature provocate dalle ruote. A tarda sera, il tram rincasava e andava a godersi il meritato riposo dopo la lunga giornata di servizio, nella rimessa che noi ragazzi chiamavamo “La casa dei trani”. E così giunse il 31 agosto 1953. Una pagina di vita si chiuse nella storia della cittadina e dei dintorni. Il tram dunque se ne va. Colpito da anzianità di servizio, questo veicolo che fu per Pirano un simpatico distintivo di vita per oltre 40 anni, lascerà per lungo tempo un senso di nostalgia nell`animo della gente. Dopo tanti viaggi via terra, lo vedemmo partire via mare. Ricordo ancora il mesto corteo delle vetture che sul giro della Rotonda vennero imbarcate sul motoveliero “Nanos” (ex Delphino), diretto verso destinazione ignota.
Giulio Ruzzier

 

571 - Il Piccolo 23/08/12 Cercando la Dalmazia - Tre laghi magici per gli ospiti di Tito ( 4° puntata)
Tre laghi magici per gli ospiti di Tito
Il fascino del parco nazionale, il complesso di epoca romana a Polace, la birra a Kosarica
CERCANDO LA DALMAZIA
Sopra di noi, le chiome dei grandi pini d’Aleppo. È uno scenario “into the wild”. La cena è riso basmati con tonno, annaffiato da un bicchiere di acqua tiepidaMentre vagabondo tra le costellazioni disteso nel mio sacco a pelo sul molo, ascolto il vento. E ho il presentimento che domani ci farà tribolare
di EMILIO RIGATTI
Ston (Peljasac): 11-12 luglio. Siccome oggi non si naviga perché possa riprendermi dalla febbre, vado a visitare Ston, l'antica Stagno. Le sue mura si arrampicano come capre sulle pendici brulle della montagna che la sovrasta per sparire oltre il crinale, e non si riesce a capire di primo acchito il perché strategico di tanta fatica architettonica. Se non ci fosse il talmud adriatico di Dario Alberi – cioè la sua insostituibile guida della Dalmazia – che ce lo spiega chiaramente con una mappa e una messe di ghiotte notizie storiche, verrebbe da dare dei dementi a questi imitatori della Grande Muraglia. Le difese del piccolo, grazioso e importante centro che appartenne alla Repubblica di Ragusa bloccavano l'accesso dalla terraferma alla penisola di Sabbioncello in prossimità dell'istmo che unisce questa quasi-isola al continente. Le saline, vitali per i ragusei, erano difese da questo straordinario complesso di fortificazioni. Le mura sono state restaurate e gli spalti resi agibili, e chi ha fiato e resistenza alla canicola può arrampicarsi sui camminamenti fino a dominare la scacchiera delle saline.
12 luglio Ston (Peljasac) – Meleda (Parco Nazionale, in un bosco). I due giorni di riposo mi hanno rimesso in sesto, così che possiamo intraprendere gli 11 chilometri di traversata fino a Meleda-Mljet, il cui profilo rivela già da distante il ribollire della sua vegetazione subtropicale. Il kayaker è meteoropatico come i vecchi con l'artrite per cui il vento in poppa rende allegra la nostra pagaiata. Non ci sono barche in vista, salvo un Grand Soleil che batte bandiera italiana e che incrocerò inevitabilmente tra poco. I membri dell'equipaggio, appena si accorgono di me, insorgono con con una serie di esclamazioni in veneto, che si trasformano in un'esplosione di giubilo quando dico loro che il kayak che, a qualche centinaio di metri di distanza, è in arrivo un quasi-vicentino, tale Mariano Storti di Recoaro.
Sono gli amici del cuore del mio compagno di viaggio e uno di essi – Andrea Sartori – ha condiviso con lui quasi tutte le spedizioni alpinistiche. Saliamo a bordo per festeggiare l'incrocio delle nostre rotte che ha del miracoloso, se si considera che né Mariano né i vicentini sapevano dei reciproci viaggi. Il vento oggi continua ad accarezzarci le spalle e le nostre barche surfano sulle onde come delfini. Ci avviciniamo alle coste di Meleda e, quella che ci appare, è un'isola dall'aspetto selvaggio, con una foresta mediterranea che bagna i suoi rami contorti in mare. Oltre al leccio, al corbezzolo e al pistacchio, i prìncipi vegetali di questa esuberante macchia sono sempre i pini d'Aleppo. Sono loro a dare un tono drammatico a questo tappeto verde, e secoli di scirocco hanno impresso ai tronchi un'inclinazione verso nordovest che il fa apparire impegnati, con un vago piglio antropomorfico, in una perpetua marcia controvento. Non ci sono sbarchi fino a Kosarica, un villaggio di pescatori con un piccolo e sicuro porto in pietre e cemento, dove sostiamo per il pranzo.
Due anziani fratelli, pescatori, si informano della nostra odissea in sedicesimo. Sanno anche un po' l'italiano perché hanno frequentato le scuole al tempo dell'occupazione italo-tedesca della Dalmazia, e uno dei due mi confessa, però a mezza voce, “di essere rimasto un po' fascista”. Approfittiamo per studiare la carta e studiare il profilo della costa settentrionale con il GPS. Una serie di isole e isolotti, poco distanti dalla costa, trasformano la punta di Meleda in una sorta di fiordo con diverse aperture al mare. Per raggiungere i celebri laghi salati, che si trovano all'interno del Parco Nazionale, dobbiamo passare di lì e decidiamo di infilarci nei meandri invece di tagliare, rimanendo all'esterno dell'isola. Dopo i primi scogli spellati ma striati di verde, l'articolata orografia di questo tratto dell'isola regala degli scorci stupendi, specialmente quando si segue da vicino il profilo delle piccole isole, perché qui l'acqua bassa assume colorazioni e trasparenze intense o delicate a seconda della profondità.
Quando usciamo dal dedalo marino ci aspetta il lungo aggiramento della punta settentrionale. Il sole sta calando e urge trovare un posto dove passare la notte, anche perché, appena doppiato il nostro capo nord, ci troviamo esposti al vento da sud e il mare improvvisamente comincia a montare. Troviamo un'insenatura che pare un lago, tranquilla ma senza evidenza di sbarchi facili. Dopo un'ispezione accurata riusciamo a trovare dei lastroni quasi verticali, distanziati tra loro in modo tale da permetterci di infilarci i kayak. Approfittanfdo di due di questi squeri naturali, peraltro non vicini tra loro, riusciamo a tirare le barche in secca. Sopra di noi, le chiome dei grandi pini d'Aleppo, alcuni dei quali spaccati dal vento. È uno scenario davvero “into the wild”. Piantiamo le tende – anch'io, per via delle zanzare - e poi Mariano si mette al fornello. Menù? Riso basmati con tonno, ovviamente, innaffiato da un buon bicchiere di acqua tiepida: e poi in branda, perché siamo davvero stanchi.
Fuori il mare rumoreggia e i pini si agitano. “No buono” penso, perché di solito il brezzone termico, quasi un aperitivo del Meltemi greco, si affievolisce e si spegne quando il sole cala. Forse domani ci toccherà navigare controvento. Meleda 13 luglio - Come ogni mattina, prima del pappone di avena con banane e frutta e il nescafè, mi faccio una bella nuotata nella baia calmissima. Fuori lo scirocco ci aspetta per farci pagare gli interessi della facile navigazione di ieri. Il GPS e le carte ci avvertono che, prima d'imboccare il canale d'ingresso ai tre laghi salati, una scogliera senza sbarchi non ci perdonerà errori di manovra. Il mare è ancora abbordabile, ma vicino alle scogliere l'effetto lavatrice è destabilizzante e allo stesso tempo spettacolare. Avvicinarsi alle rocce per sentire la respirazione animale del mare fa un po' paura, ma anche attrae, affascina. Rinforza, ma prima che l'avanzata diventi problematica troviamo l'ingresso ai tre laghi, che sono in successione, uno dopo l'altro.
La marea crescente, unita allo scirocco, fa sì che la corrente ci spari dentro un'altra delle grandi meraviglie di questo viaggio. Capiamo subito perché Tito portava i suoi ospiti qui, oltre che alle Brioni. I tre laghi hanno una colorazione di un verde tenero e vicino a riva sono trasparenti come il vetro, le pendici delle colline sono boscose. Nel secondo lago c'è un'isola in cui sorge un convento, trasformato in bar, albergo e museo. Capiamo di trovarci dietro alla scogliera che abbiamo appena sfiorato. Dopo i laghi, dovremmo dirigerci a sud di Meleda-Ogigia seguendo la costa occidentale, ma Mariano non se la sente di affrontare il mare che da questo lato è agitato. Anche se apparentemente non abbiamo scelta, il mio socio propone una soluzione alla Fitzcarraldo, se qualcuno si ricorda del film con Klaus Kinsky: mettere i k. sui carrelli, spingerli in salita, superare la montagna e scendere dopo più di tre chilometri nel fiordo dove abbiamo navigato ieri.
E così, dopo un'ora e mezza da infarto sotto il sole, per di più su una pendenza dell'8%, conquistiamo quota 76, da dove scendiamo sulla costa est dell'isola, a Polace. Qui si trova un grande complesso palatino di epoca romana, attraversato dalla strada del paese che entra da una porta ed esce dall'altra. È una rovina superba, di grande interesse, attorno alla quale è sorto l'abitato che deve il suo nome - Polace – proprio alla presenza del palazzo. Ci riposiamo un po' prima di riprendere il mare. Le rive sono irte di scogli e non c'è uno straccio di spiaggia. Così ci rimettiamo in mare aperto e, controvento, raggiungiamo con una certa fatica Kosarica, dove arriviamo stanchi e affamati. I due anziani fratelli pescatori, conosciuti ieri, sono evidentemente una sorta di autorità locale perché, dopo aver ascoltato le nostre avventure, ci danno il permesso di dormire sul molo: “Qui la polizia siamo noi: buona notte”.
Nell'unico ristorante non cucinano perché non ci sono turisti, ma il ragazzo che lo gestisce ci prepara due generosi panini e dell'ottima verdura. Mariano si prosciuga un paio di Karlovacko pivo da mezzo e io, felice, mi metto a scrivere. Più tardi, mentre vagabondo tra le costellazioni disteso nel mio sacco a pelo sul molo, ascolto il vento. Ho il presentimento che, domani, ci farà tribolare ancora.
(4 - Segue. Le prime tre puntate sono uscite il 20, 21 e 22 agosto)

 

572 - La Voce del Popolo 06/09/12 Zagabria: "Possibile la resa dei beni agli ebrei"
Delegazione israeliana ricevuta dal vicepresidente del Sabor, Josip Leko
Possibile la resa dei beni agli ebrei
Zagabria però avverte: «Evitare nuove ingiustizie nel tentativo di porre riparo a quelle vecchie»
ZAGABRIA – Il vicepresidente del Sabor, Josip Leko, ha ricevuto ieri Rafael Eitan, presidente del Consiglio nazionale per la restituzione dei beni agli ebrei presso l’ufficio del premier israeliano, con il quale si è intrattenuto a discutere della resa del patrimonio confiscato o nazionalizzato alla comunità ebraica di Croazia.
Nel comunicato emesso dopo l’incontro si rileva che in Croazia si sta lavorando alla Legge sugli indennizzi per i beni espropriati durante il regime comunista jugoslavo. I membri della delegazione israeliana - prosegue la nota - hanno espresso durante l’incontro le proprie aspettative e formulato suggerimenti in merito alla restituzione delle proprietà nazionalizzate agli ebrei dai 1941 al 1945.

Alla riunione è stato evidenziato che la Croazia non esclude la possibilità di restituire agli ebrei ciò che è stato nazionalizzato e che si stanno discutendo le modalità per risolvere la questione.
RISPETTO PER I SENTIMENTI DELLE PARTI LESE “Noi rispettiamo la posizione delle parti lese e stiamo attenti a non offendere i loro sentimenti. Nella soluzione di tale questione noi appoggeremo il principio che i beni nazionalizzati debbano ritornare nelle mani dei proprietari, però dobbiamo anche tener conto del fatto che mettendo riparo alle vecchie ingiustizie non se ne creino delle nuove”, ha dichiarato Leko, ricordando che la questione va risolta anche prendendo in considerazione le reali possibilità economiche dello Stato, nonché quelle della generazione attuale e di quelle future.

Alla riunione è stato messo in evidenza che entrambe le parti sperano in una soluzione da attuare in uno spirito di amicizia. La parte israeliana ha espresso comprensione per la situazione economica in Croazia, sottolineando che non richiede l’espropriazione delle proprietà per poter effettuare la restituzione ai vecchi proprietari.
Le aperture evidenziate da Josip Leko nel caso degli ebrei fanno ben sperare per tutti i cittadini stranieri, tra cui gli italiani, che sperano nella resa dei beni nazionalizzati nel secondo dopoguerra. Tali aperture sono tanto più significative se si pensa che all’inizio dell’anno era trapelata in via ufficiosa la notizia che il governo di Zagabria stava pensando di ricorrere a modifiche alla Costituzione pur di impedire la restituzione ai cittadini stranieri dei beni nazionalizzati o confiscati all’epoca del regime comunista jugoslavo. Chiaramente a Zagabria ora tira un vento diverso.
RESA SIMBOLICA? Di recente, nel suo discorso alla Knesset, il presidente della Repubblica, Ivo Josipović, ha ribadito la volontà della Croazia di restituire agli ebrei i beni sottratti dal regime ustascia nel corso della Seconda guerra mondiale. Fonti della presidenza però rilevano che il risarcimento potrebbe essere più che altro di carattere simbolico, morale, ad esempio la ricostruzione di una sinagoga a Zagabria.
STORICA SENTENZA Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta dalla storica sentenza della Corte costituzionale del 21 aprile 1999 con la quale è stato imposto al Sabor di eliminare la discriminazione nei confronti dei cittadini di altri Paesi in materia di restituzione dei beni sottratti dal comunismo. Le successive modifiche di legge, fatte approvare dal governo di Ivica Račan, non sono bastate a tagliare il nodo gordiano dei beni: è stato infatti stabilito che il risarcimento possa essere concesso soltanto ai cittadini di quei Paesi con i quali la Croazia avrà firmato un accordo in merito. Dopo una decina d’anni si può solamente constatare che nessun accordo è stato sottoscritto.
CORTE SUPREMA A riaprire la vertenza è stata però la storica sentenza del 4 settembre 2009 della Corte suprema, con la quale a una cittadina brasiliana, Zlata Ebenspanger, è stato comunque riconosciuto il diritto alla resa dei beni. Questo verdetto dei giudici ha costretto il mondo politico a interrogarsi nuovamente sulla vicenda.

ITALIANI ALLA FINESTRA E alla finestra stanno gli altri Paesi, tra cui l’Italia, i cui cittadini sono interessati a includersi nel processo di denazionalizzazione in Croazia. Finora si sono fatti avanti 4.211 cittadini stranieri, che reclamano la resa di 2.156 immobili, il cui valore attuale si aggirerebbe sui 500 milioni di euro. In testa sono gli italiani con 1.034 domande, seguono gli austriaci con 676, gli israeliani con 175, i tedeschi con 143, gli sloveni con 114, i cittadini delle Americhe con 14. Non si tratta di numeri da capogiro: se si optasse per la resa perlomeno dei beni in libera disponibilità, il peso finanziario potrebbe non essere eccessivo per lo Stato. Soprattutto se si considera che si tratta di edifici vetusti, che richiedono spese non indifferenti per il rinnovo e la manutenzione. Alla fin fine il Paese potrebbe anche guadagnarci in fatto di afflusso di capitali.

Va rilevato, comunque, che un’eventuale estensione agli stranieri del diritto alla resa dei beni molto probabilmente non riguarderebbe i casi coperti dai trattati firmati dalla ex Jugoslavia. Nel caso degli italiani, quindi, semmai ci fosse la volontà politica di concederlo, il diritto alla restituzione o all’indennizzo dei beni nazionalizzati sarebbe circoscritto solamente ai casi non coperti dai trattati sottoscritti fra l’Italia e la ex Jugoslavia. (erb-ds)

 

573 - Il Piccolo 03/09/12 Così Trieste dimentica i suoi caduti in guerra dalla parte dell'Austria
Così Trieste dimentica i suoi caduti in guerra dalla parte dell’Austria
Ci sono vie dedicate a Cadorna, responsabile della disfatta di Caporetto, ma silenzio totale attorno ai morti sui Carpazi
di PAOLO RUMIZ
I piccoli luoghi sono una fonte inesauribile di informazioni. La settimana scorsa vi ho raccontato della strana lapide mortuaria di un falegname, posta all'ingresso della chiesa parrocchiale di Montagne, in val Rendena, Trentino.
Nello stesso paese, accanto a quella misteriosa iscrizione c'era dell'altro, forse ancora più interessante: i nomi dei caduti delle due guerre mondiali, affiancati in una cappella orientata verso Mezzogiorno.
In quei due semplici elenchi era riassunto tutto l'infausto secolo breve. Innanzitutto il numero dei Caduti. Venticinque nella Grande guerra e sei soltanto nella Seconda guerra mondiale, e nulla sembrava spiegare meglio di quella lapide che la vera mattanza (per i militari più che per i civili) era stata la prima, su entrambi i fronti. Ma nei caduti della seconda vi era egualmente qualcosa di angosciante, la prevalenza dei dispersi sui morti con una loro tomba. Quattro contro due.
Il segno che quegli uomini erano scomparsi, inghiottiti dal nulla, dispersi nella pioggia e nella neve, e nessuno era riuscito a ritrovarli.
Il terzo e forse più interessante elemento era l'omissione della diversa bandiera sotto la quale quei poveretti avevano militato nei due conflitti. Non stava scritto da nessuna parte, forse col pretesto di non fare differenze fra i morti. Per un villeggiante di Roma o Milano quella diversità non dichiarata non era affatto intuibile. I nomi e i cognomi dei Caduti erano infatti tutti italiani. L'unica differenza con un analogo monumento in Piemonte o in Abruzzo stava negli anni.
Sulla lastra di marmo era scritto 1914-1918 e non 1915-18. Per l'Austria-Ungheria la guerra era iniziata un anno prima, dopo l'attentato di Sarajevo. Era quello l'unico indizio.
Per me che venivo da Trieste, rimasta austriaca fino al '18, era naturale sapere che i trentini della Grande Guerra avevano combattuto per l'imperatore di Vienna e che dall'Ortles fino all'altopiano di Asiago e all'Isonzo essi erano tra i pochi soli capaci di capire la lingua dei loro nemici nelle trincee contrapposte.
Per questo l'omissione mi era apparsa particolarmente fastidiosa, quasi fosse ancora impossibile oggi – come al tempo del fascismo – ammettere che le nazioni potessero estendersi anche oltre il loro spartiacque di competenza.
Come faccio a spiegare a un bergamasco o un siciliano che mio nonno, italianissimo, ha combattuto per l'Austria in quanto triestino, e ancora di più come faccio a fargli capire che il fratello di lui, irredentista convinto, è passato negli stessi anni dalla parte italiana? La complessità delle nostre frontiere non è più percepita e forse non lo è mai stata.
Così la verità sul nostro passato viene omessa. Perché a Trieste non vi è un monumento ai Caduti triestini sotto bandiera austriaca? Perché non si parla delle nostre medaglie d'oro conquistate sui Carpazi sul fronte russo? Servirono o no il loro Paese?
Nei nomi delle nostre strade e nei nostri monumenti imperversa una disonesta retorica che mente con spudoratezza sul passato. Un nome su tutti: Cadorna, il generale in capo colpevole del. la ignominiosa disfatta di Caporetto, esponente riconosciuto del più atroce sadismo mistico nei confronti dei suoi soldati, uomo che ha mandato a morte migliaia di italiani per ingiuste fucilazioni. Perché gli è stata dedicata una strada? Che senso ha ricordare un uomo simile, solo perché italiano?

 

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