La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri


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Settembre 2012 – Num. 29
Sommario


59- L'Opinione 26/08/12 Cultura - Tommaseo: Il cosmopolita dal cuore italiano (Niccolò Dimivi)
60 – CDM Arcipelago Adriatico 22/08/2012 - Le popolazioni di troppo, spostamenti forzati di popolazioni dal Trattato di Losanna all'esodo istriano: aspetti storici e giuridici (Ezio Giuricin)
61 - Metodi & Ricerche gennaio-giugno 2012 - La biblioteca di Marco Perlini, rimasta a Zara (Carlo Cetteo Cipriani)
62 - Papageno 04-2012 Muggia : quella frutta strappata all'oblio (Chiara Urbani)
63 - L'Internazionale 09/06/12 Visti dagli altri - I due volti dì Trieste (Richard Werly)
64 - La Voce del Popolo 16/06/12 E & R - Pastificio «Adria»: un piccolo tassello di storia fiumana emigrata in Uruguay (Roberto Palisca)
65 - Il Piccolo 18/08/12 Aquila bicipite e leone alato il logo delle Generali fa storia
66 – Pagine Istriane Maggio-Giugno 1923 Nobili veneziani e nobili austriaci nell'isola di Cherso (Silvio Mitis)

 

59- L'Opinione 26/08/12 Cultura - Tommaseo: Il cosmopolita dal cuore italiano
Il cosmopolita dal cuore italiano
di Niccolò Dimivi
CULTURA
Nato in Dalmazia, da genitori italiani, come molti dalmati dell’epoca, a causa della pregressa dominazione veneta, Niccolò Tommaseo era di cultura e di sentimenti italiani. Fece i suoi primi studi con uno zio, un frate francescano, e poi li proseguì al Seminario di Spalato. Passò, quindi, a Padova, per studiare diritto, alloggiando presso il Seminario ove conobbe Rosmini, allora studente di teologia. I due divennero amici, legati da una reciproca stima che durerà nel tempo (sarà ospite di Rosmini a Rovereto).

Dopo gli studi di diritto, andò a Milano, lavorando come giornalista e frequentando altri personaggi del mondo intellettuale cattolico tra cui Cesare Cantù e il Manzoni, verso il quale nutrirà sempre una grande stima e che Manzoni ricambierà con un atteggiamento benevolo. Iniziò anche a collaborare all’«Antologia» di Vieusseux e fu per questo motivo che si trasferì a Firenze (1827), dove il Vieusseux gli aveva offerto una collaborazione fissa. Qui strinse amicizia con Gino Capponi e durante il suo soggiorno fiorentino ebbe una sofferta relazione amorosa con una popolana. A causa delle proteste del governo austriaco per un suo articolo a favore della rivoluzione greca, però, dovette lasciare Firenze per Parigi dove arrivò da esule squattrinato e irrequieto e dove pubblicò, fra l’altro, l’opera politica «Dell’Italia» (1835), la cui stampa fu finanziata da un suo ex compagno di studi, il sacerdote Giovanni Stefani, che aiutava generosamente i fuorusciti italiani.

L’opera fu introdotta in Italia con il titolo, volutamente contraffatto, per motivi di censura, «Opuscoli inediti di Fra Girolamo Savonarola». Da Parigi fece una puntata in Svizzera per incontrare Mazzini. Dopo quest’incontro i suoi sentimenti repubblicani e antisabaudi saranno più determinati. Passati alcuni anni a Parigi, si spostò in Corsica per le sue ricerche di italianistica e in quell’occasione definì la lingua corsa come il più puro dei dialetti italiani. Dalla Corsica passò a Venezia: qui proseguì la sua poliedrica produzione editoriale e intensificò il suo impegno politico. A seguito di alcune sue dichiarazioni sulla libertà di stampa, venne arrestato dalla polizia asburgica (1847). Fu liberato assieme a Daniele Manin e, durante il periodo della Repubblica di San Marco, assunse importanti incarichi (fu anche Ministro della Pubblica Istruzione).

Ritornati gli austriaci a Venezia, andò in esilio a Corfù (1849), allora sotto il controllo britannico, dove continuò a scrivere altri saggi, tra cui una monografia in due volumi sugli ultimi avvenimenti politici veneziani e l’opera «Rome et le monde», in lingua francese, in cui, in quanto cattolico, dichiarava la necessità della rinuncia da parte della Chiesa del potere temporale. Si adoperò anche per un riavvicinamento tra la Chiesa Cattolica e gli Ortodossi. Contemporaneamente era diventato insofferente per la cosiddetta via moderata all’unità d’Italia, da raggiungere tramite la monarchia sabauda.

Si trasferì, anche se a malincuore, a Torino, ma ritornò presto a Firenze (1859), dove restò fino alla morte. Furono anni di ristrettezze finanziarie e vi condusse un’esistenza appartata e interamente dedicata agli studi. Fra gli amici che gli rimasero vicino vi fu Gino Capponi. Qui la sua opposizione verso i Savoia e la politica unitaria di Cavour divenne radicale, tanto da rifiutare, con dignità e coerenza, alcuni riconoscimenti ufficiali, tra cui la cattedra universitaria offertagli dal ministro F. De Sanctis, la prebenda del nuovo governo nazionale e la nomina a senatore del Regno. Tommaseo s’impegnò in molti settori dell’attività letteraria. In lessicografia è presente con due opere, ancor oggi, fondamentali: il «Dizionario dei sinonimi» e il «Dizionario della lingua italiana» (in otto volumi). Negli studi etnografici si distinse con la raccolta, in quattro volumi, di canti popolari (toscani, corsi, illirici, greci).

Nell’attività di critica letteraria si schierò con i romantici nella polemica sulla lingua e redasse un notevole commento alla Divina Commedia (tre volumi) in cui mise in evidenza le fonti bibliche del poema dantesco. In narrativa si affermò con il romanzo «Fede e Bellezza», in parte autobiografico, in cui narra la storia d’amore di Giovanni, esule italiano in Francia, per la bella Maria, anch’essa italiana, i quali provenivano, entrambi, da esperienze provate dalla sventura e segnate dal peccato e che, tuttavia, erano animati da una forte fede religiosa, talvolta offuscata, ma mai perduta. Pubblicò anche raccolte di poesie, fra cui ricordiamo «Confessioni», versi tipici per l’accorata cristiana introspezione. Fu veramente un protagonista della vita letteraria di metà Ottocento. Nutrì grande attenzione ai problemi della lingua italiana ed ebbe una grande sensibilità per la poesia e le tradizioni popolari.

Amò l’Italia e si sentì sempre veneziano ed italiano (benché fosse nato in Dalmazia), pur nutrendo, allo stesso tempo, sentimenti cosmopoliti. Tommaseo è una figura significativa fra i cattolici liberali italiani dell’Ottocento, pur se avvertì fortemente, nelle sue carni, le contraddizioni fra i valori cristiani e le istanze della modernità. Ebbe rapporti diretti con i cattolici liberali francesi, in particolare con de Lamennais. Lacordaire e Montalembert, che incontrò prima a Firenze e poi a Parigi. Fu un lettore entusiasta di l’Avenir, di cui si era proposto di pubblicare una miscellanea di articoli tradotti in italiano, con il titolo Dio e libertà, che era il motto de l’Avenir. Il pensiero di Tommaseo deve molto al cattolicesimo liberale francese, anche se Tommaseo non condivise sempre il pensiero di de Lamennais: la ricca corrispondenza intercorsa con loro lo dimostra ampiamente. D’altronde già nell’«Antologia» Tommaseo aveva scritto che «erroneamente nel passato si sia ritenuto il Cristianesimo contrario alla libertà».

E nella circolare (scritta da Vieusseux, Lambruschini e Tommaseo) del 1833, inviata ai collaboratori dell’«Antologia», si affermavano gli ideali sociali, cioè il grande interesse di voler porre «al centro dell’attenzione del nuovo anno la questione delle classi inferiori, la questione delle donne e quella dei proletari». Tommaseo aderì convintamente al cristianesimo e nel suo romanzo «Fede e Bellezza», vi sono le attestazioni più evidenti. Poiché ebbe una parte non secondaria nei moti politici di quegli anni, alcuni hanno visto una qualche contraddizione tra il suo profondo sentimento religioso e il suo generoso slancio rivoluzionario. Il cattolico Tommaseo visse la sua fede religiosa in una drammatica tensione tra colpa ed espiazione, tra peccato e pentimento.

Con il suo liberalismo, si propose di dimostrare la piena compatibilità del cattolicesimo con le moderne idee di libertà e di progresso. Voleva arrivare, o almeno avvicinarsi, «al punto, ove il paese potesse governarsi da se stesso mediante la democrazia». La sua azione politica era di prospettiva: «il raggiungimento dell’indipendenza nazionale, con il favore di un’iniziativa del popolo perché il processo fosse il più consensuale possibile». L’unità d’Italia per Tommaseo era un fatto di popolo perché «bisognava valorizzare la storia dei popoli e rivolgere l’attenzione all’elevazione del popolo». Era convinto che «i protagonisti della storia siano i popoli, perché in essi si depositano i grandi valori». In Tommaseo si confrontano costantemente, anche se non sempre in maniera armoniosa, fede religiosa e ricerca della libertà, patriottismo e difesa della tradizione italiana, l’ideale federalista e l’avversione alla potenza della monarchia sabauda.
Puntate precedenti dedicate ai cattolici liberali: 10 e 24 giugno; 8, 15, 22, 29 luglio; 5, 12, 19 agosto 2012.

 

60 – CDM Arcipelago Adriatico 22/08/2012 - Le popolazioni di troppo, spostamenti forzati di popolazioni dal Trattato di Losanna all'esodo istriano: aspetti storici e giuridici
LE POPOLAZIONI DI TROPPO


di Ezio Giuricin

Lo sradicamento di popolazioni e il loro trasferimento coatto, così come l’eradicazione di intere comunità e culture hanno contrassegnato particolarmente il Secolo breve, incidendo profondamente, nella fase di ascesa degli Stati nazionali, sull’assetto sociale e la complessa e delicata dimensione degli equilibri etnici in Europa. Nel presente saggio si analizzano le correnti di pensiero e i meccanismi che hanno favorito il ricorso agli spostamenti forzati di popolazione, sino a legittimare, in talune fasi, la prassi dei trasferimenti forzati e delle “pulizie etniche”, quale strumento per raggiungere un grado quanto maggiore di omologazione e “purezza” nazionale all’interno dei nuovi Stati, o per annullare le complesse realtà plurietniche e multiculturali tipiche dell’Europa centro-orientale, considerate erroneamente quali possibili fonti di instabilità o di conflitti. Oltre a descrivere le profonde conseguenze provocate dallo stravolgimento delle aree storicamente multietniche del continente, si illustra l’evolversi degli approcci alla questione dei trasferimenti forzati, adottati sia dai singoli Stati che dai consessi internazionali, dal Trattato di Losanna a Potsdam sino alle più recenti diposizioni del diritto umanitario internazionale. Mettendo in relazione l’esodo degli italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia con gli altri fenomeni similari, nel più ampio contesto degli spostamenti di popolazioni avvenuti nella prima metà del Novecento, e in particolare dopo le due guerre mondiali, si analizzano alcune particolarità dell’esodo degli italiani dell’Adriatico orientale, inteso come uno “spostamento indotto” o “semivolontario”, difficilmente distinguibile, vista la sua collocazione intermedia tra “semivolontarietà” e “coercizione”, dal contesto complessivo dei “trasferimenti forzati”. Il saggio, oltre a fornire dei riferimenti di carattere storico e giuridico per meglio comprendere il fenomeno degli spostamenti coatti, e inquadrarlo nell’ambito del moderno diritto umanitario, rileva la necessità di definire dei più appropriati strumenti per garantire, oggi, nell’ambito del diritto internazionale, la tutela dei patrimoni culturali e sociali, dei diritti umani e dei tessuti multiculturali sconvolti dagli esodi e dai trasferimenti non volontari di popolazioni.

1. Gli inizi


I trasferimenti coatti o indotti di popolazioni e di gruppi sociali, nelle loro svariate espressioni e modalità, rappresentano purtroppo un fenomeno molto diffuso, se non una costante, nella storia politica dell’umanità. Le deportazioni, le “pulizie etniche”, gli spostamenti forzati o le “cacciate” di interi gruppi nazionali hanno assunto una dimensione crescente e radicale in particolare negli ultimi due secoli, con l’avvento degli Stati nazionali moderni, il loro confronto per il predominio territoriale e l’affermarsi del principio di esclusività etnica e nazionale dello Stato e delle sue forme di controllo sulla società. Tali fenomeni, nel loro manifestarsi fra la seconda metà dell’Ottocento e gli anni immediatamente successivi la seconda guerra mondiale, non furono mai concretamente banditi o sanzionati dal diritto internazionale.
Oggi la comunità internazionale considera gli spostamenti forzati, le varie forme di “pulizie etniche” e, più in generale, gli sradicamenti dal proprio territorio di gruppi linguistici, religiosi o nazionali delle gravi violazioni dei diritti umani; dei crimini contro l’umanità, degli atti moralmente esecrabili e incompatibili con i principi del diritto internazionale.
Ma non sempre è stato così, in particolare nel periodo che va dallo scoppio della prima guerra mondiale all’inizio della “guerra fredda”. Alla fine del diciannovesimo secolo vari autori e diplomatici avevano “sposato” la causa dei trasferimenti forzati come un’accettabile soluzione atta a superare insanabili antagonismi etnici o controversie fra gli Stati.
Lo spostamento di minoranze linguistiche o d’interi gruppi nazionali era considerato dalle cancellerie delle principali potenze (anche se non veniva mai apertamente dichiarato) uno strumento per pacificare delle aree geografiche contese, sanare le contrapposizioni e le linee di frattura fra le diverse componenti presenti all’interno di spazi storicamente multiculturali.
Uno dei primi a teorizzare i trasferimenti di intere popolazioni come legittima misura statale fu un importante statista ottomano, Ahmed Midhat Pasha, ex governatore della Rumelia (Bulgaria meridionale). In un articolo pubblicato con il nome di Midhat nel 1878 nella rivista “The Nineteenth Century”, discutendo dei risvolti della guerra russo-turca del 1878 (conclusasi con una disastrosa sconfitta militare dell’Impero ottomano, che era costata alla Sublime Porta la perdita di un terzo del suo territorio) , proponeva uno spostamento di popolazioni nei territori bulgari divenuti indipendenti, ovvero il trasferimento di tutti i musulmani che non sarebbero voluti restare nel nuovo Principato, e lo scambio delle loro proprietà con quelle di quei bulgari cristiani giunti dai territori ancora sotto il controllo ottomano. Tale proposta non fu accolta al Congresso di Berlino, tuttavia un terzo di secolo dopo, con le guerre balcaniche, venne ripresa dalla Convenzione di Adrianopoli . A conclusione del primo conflitto mondiale furono attuati sistematicamente, su queste premesse, degli scambi di popolazione tra Grecia, Turchia e Bulgaria .
Alcuni anni dopo l’idea di trasferire intere popolazioni fu ulteriormente elaborata da un funzionario bavarese, Siegfried Lichtenstaedter che, nel 1898 pubblicò, con lo pseudonimo di Mehmed Emin Efendi, un libretto su “Il futuro della Turchia”. Facendo riferimento alle crescenti tensioni nazionali nell’Europa centro-orientale, Lichtenstaedter ipotizzava, quale mezzo ottimale per risolvere i problemi degli imperi plurinazionali, lo scambio volontario di popolazioni .
“Tra diverse nazionalità, o più precisamente tra combinazioni di popolazioni di diversa razza, lingua e religione, una pace completa e duratura – affermava il Lichtenstaedter – non si verifica mai in nessun posto, anche laddove tali combinazioni esistono sotto un’unica amministrazione centrale. L’esistenza di diverse nazionalità, lingue e religioni in uno Stato inevitabilmente causa degli scontri, in una forma o l’altra… Di conseguenza il popolo cristiano deve scomparire, per quanto possibile, dalla sfera del Governo turco… Il problema che ci si pone è quello della scoperta – proseguiva il teorico bavarese – di mezzi meno drastici per l’eliminazione delle popolazioni non musulmane dalla Turchia. Chiaramente la strada migliore sarebbe quella di stimolare l’emigrazione volontaria… Ma anche l’emigrazione forzata non mi appare un’offesa contro l’umanità” .
Lichtenstaedter inoltre preannunciava teoricamente quell’insieme di “pulizie etniche” e di scambi forzati delle popolazioni che si sarebbero concluse (a seguito della guerra greco turca del 1919-1923 e del Trattato di Losanna) con la cacciata definitiva dei greci dall’Anatolia orientale, dalla Cilicia e dal Ponto (un milione e 200 mila persone residenti in quei territori da più di due millenni) e di gran parte dei turchi-musulmani dalla Grecia (350.000 cittadini greci di fede musulmana).
Profeticamente nel suo libello del 1898 affermava che “nel giro di venti o trent’anni… molte voci potrebbero udirsi lamentare le orribili atrocità compiute nell’Asia Minore occidentale contro i disgraziati greci” .
Egli inoltre sembrava giustificare, almeno parzialmente, la logica dei sanguinosi “pogrom” antiarmeni verificatesi in quell’epoca. “Un immenso macello venne, è vero, compiuto negli anni 1895-96 contro gli armeni: ma esso ebbe la sua spiegazione – rilevava lo studioso bavarese – nel pericolo immediato che la Turchia vedeva negli sforzi dei rivoluzionari armeni, e nelle minacce delle potenze europee…” .
Si anticipavano in tal modo le tesi “giustificazioniste” e i ragionamenti che, successivamente, avrebbero fatto da sfondo allo scatenamento del grande genocidio armeno del 1915.
Va comunque rilevato che all’inizio, nella teorizzazione di tali soluzioni, si faceva riferimento innanzitutto agli spostamenti di popolazione soprattutto come processi di carattere volontario. I trasferimenti o gli scambi sarebbero dovuti avvenire solo con il consenso delle popolazioni interessate (anche se è evidente la relatività del concetto di “volontarietà”, anzi la sua inapplicabilità e contraddittorietà in condizioni di crisi, di gravi pressioni sociali, politiche, economiche o di guerra).
Tuttavia va rilevato che in queste prime “elaborazioni” teoriche dello “scambio di popolazioni” erano già presenti tutti quegli elementi che, nei decenni successivi, avrebbero condizionato la storia europea e i moderni meccanismi di costruzione dello Stato nazionale attraverso i più cruenti e disumani processi di “pulizia etnica”.
La teorizzazione degli spostamenti forzati prese piede in modo particolare alla vigilia e nel corso del primo conflitto mondiale, contestualmente all’applicazione su vasta scala di tale metodo. Nel 1915 il medico ed etnografo svizzero Georges Montandon (che dopo la guerra si sarebbe distinto per il suo antisemitismo radicale) rilevava che l’unico modo per risolvere gli attriti tra maggioranze e minoranze era “l’estirpazione di massa della popolazione non appartenente alla nazione e il suo reinsediamento oltre confine”. Un suo memorandum sull’argomento venne pubblicato in connessione con la Conferenza delle nazionalità riunitasi a Losanna nel 1916 .
Montandon distingueva le frontiere nazionali da quelle etniche e linguistiche rilevando che “due nazioni giungono facilmente ad un’intesa quando il tracciato della loro frontiera non deriva che da fattori geografici. Ciò che rende arduo un compromesso è sempre la questione della popolazione. Quando il vincitore sposta la frontiera la popolazione rimane sul posto ed ecco che si viene a creare una marca”. La soluzione del “problema” delle “marche”, ovvero delle regioni di confine abitate da minoranze, o da popolazioni aventi legami transfrontalieri, era, secondo lui “l’estirpazione di massa, al di là della frontiera, dei non appartenenti alla nazione, poi l’interdizione del diritto di proprietà e anche quello di soggiorno per gli stranieri nella provincia di frontiera” . Su queste basi Montandon proponeva concretamente l’espulsione dei tedeschi dall’Alsazia-Lorena (almeno quelli stabilitisi dopo il 1870), una volta riconquistata dalla Francia e lo scambio di popolazione fra tedeschi della Prussia orientale e i polacchi residenti in quella occidentale. Montandon prevedeva inoltre, nella sua precoce “ingegneria sociale ed etnica”, la formazione di uno Stato cecoslovacco e di una “Grande Serbia” anticipatrice della Jugoslavia, nonché l’unione alla Germania dell’Austria. Oltre allo scambio di popolazione fra ungheresi della Transilvania centrale e romeni della Transilvania settentrionale, l’etnografo svizzero proponeva uno scambio fra italiani di Trieste e dell’Istria, con i croati della Dalmazia centrale. Questi ultimi avrebbero dovuto essere trasferiti nella “Grande Serbia”, mentre gli italiani della Venezia Giulia in Dalmazia, per lasciare Trieste e l’Istria alla Germania-Austria unificate, quale loro sbocco nel Mediterraneo.
Le teorizzazioni di Montandon non erano isolate; si accompagnavano a quelle di Adolf Bartels – poeta, storico della letteratura e scrittore – che nel 1914 proponeva in un memorandum politico l’annessione della “Russia occidentale” alla Germania, con un’emigrazione organizzata di popoli . O a quelle di Heinrich Class, presidente della Lega pangermanista che propugnava uno scambio tra polacchi e russi residenti nei territori che sarebbero stati annessi alla Germania con i tedeschi che risiedevano nell’Impero zarista . Per non parlare del sionista britannico Israel Zangwill che, fondatore dell’organizzazione territorialista ebraica (noto per aver coniato la frase “una terra senza un popolo per un popolo senza terra” e per avere reso celebre l’espressione “melting pot” - facendone il titolo di un’opera teatrale), fu il primo a proporre nel maggio del 1917 (ancora prima della dichiarazione Balfour) il trasferimento degli arabi residenti in Palestina allo scopo di creare uno stato ebraico .
“La terra è abitata da 600.000 arabi – affermava Zangwill riferendosi allora alla Palestina – per cui dovremmo gentilmente persuaderli ad emigrare… Gli ebrei saranno ben contenti di pagare loro le spese e di comprare altresì le loro proprietà al loro effettivo valore…” .
Qualche anno dopo avrebbe affermato inoltre che “la redistribuzione delle nazionalità nell’interesse della prosperità generale è, mi sembra, una delle funzioni della Lega delle Nazioni e dev’essere attuata in molte parti d’Europa. È stata anche suggerita come soluzione della questione irlandese” .
Solo pochi anni dopo, nel 1923, la Convenzione di Losanna avrebbe sancito ufficialmente, con la mediazione britannica e della Lega delle Nazioni, il primo grande trasferimento forzato di popolazione del Novecento.
I rivolgimenti e le violenze della prima guerra mondiale contribuirono a inasprire in termini sempre più estremi – dando una misura del degrado morale ed intellettuale che l’Europa stava sperimentando a causa del conflitto – le esigenze di espansione degli “Stati nazionali” e a rendere “ammissibile” o “tollerabile”, tra gli altri delitti contro l’umanità, anche quello della “pulizia etnica” e dei trasferimenti forzati.

2. Lo stravolgimento e la “nazionalizzazione” delle aree storicamente multietniche dell’Europa centro-orientale


Se si compara una carta politica dell’Europa dei primi anni del Novecento con quella odierna ci accorgeremo subito non solo degli enormi e molteplici spostamenti dei confini, della scomparsa di Stati e imperi e dell’apparire di nuove compagini nazionali, ma soprattutto del radicale mutamento subito dai toponimi e dell’identità di molte città e territori, della loro trasformazione da entità etnicamente composite a realtà mononazionali, segno dei profondi sconvolgimenti avvenuti nel tessuto sociale di gran parte del continente.
Ampie regioni da sempre plurilingui e multiculturali, in cui da secoli si intrecciavano e convivevano etnie, lingue, culture e religioni diverse, in cui si sovrapponevano, nell’ambito di complesse relazioni sociali, economiche e di classe, varie nazionalità, sono state sottoposte – in particolare nella prima metà del Novecento – ad un cruento processo di “semplificazione” etnica, attraverso l’espulsione di grandi masse di individui.
In mezzo secolo, in alcuni casi nel breve volgere di alcuni anni, decine di importanti città – da sempre “nazionalmente complesse” e con una storia di intrecci e di compresenze etniche, culturali e religiose – hanno visto cambiare i loro nomi, cancellare il loro passato, assumere nuove, definitive e esclusive identità. Sotto la sferza dei nuovi processi di “nazionalizzazione “, di “semplificazione” o di “pulizia etnica”, i loro toponimi, espressione di antiche sedimentazioni storiche, furono ribattezzati e cancellati .
A spostarsi, assai più dei confini sono stati gli individui che a milioni furono costretti ad abbandonare i propri insediamenti storici, come i tedeschi della Prussia orientale e occidentale, della Posnania e dell’Alta Slesia, dei Sudeti, dell’area del Volga o del Banato , i greci dell’Anatolia, della Cilicia e del Ponto, i polacchi dell’Ucraina occidentale, gli ungheresi della Slovacchia, del Banato e della Transilvania, gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Si parla di sconvolgimenti etnici e culturali mai avvenuti prima in questa proporzione. Solo durante e dopo la seconda guerra mondiale i trasferimenti e le espulsioni hanno riguardato una massa di circa 18 milioni di persone. Alcune decine di milioni di abitanti furono coinvolti durante e dopo la “grande guerra”, a cui vanno aggiunti il milione di greci espulsi dall’Anatolia negli anni Venti del Novecento, le numerose centinaia di migliaia di turchi e musulmani cacciati dalla Grecia, dalla Tracia, dalla Bulgaria, le espulsioni e gli eccidi di quasi un milione di armeni dalla Turchia, o i trasferimenti forzati di milioni di persone di varie etnie all’interno dei territori dell’Unione Sovietica. Senza contare gli stermini e gli sconvolgimenti avvenuti durante l’occupazione nazista, con il genocidio e l’olocausto di oltre i due terzi degli ebrei d’Europa (dai cinque ai sei milioni di persone) e la morte di un’altra decina di milioni di persone fra prigionieri politici e militari, oppositori, rom, sinti, pentecostali, omosessuali, disabili, ecc.
La complessa realtà multietnica dell’Europa centrale ed orientale in meno di un secolo, e in particolare dopo le due guerre mondiali, fu stravolta e cancellata nel nome della “purezza” nazionale e del principio di esclusività etnica imposto dagli Stati nazionali. Delle intere comunità nazionali e linguistiche, presenti nei loro territori d’insediamento storico da secoli – in alcuni casi da millenni – furono letteralmente “spazzate”.
La nascita dei nuovi Stati nazionali e l’applicazione del principio dell’esclusività nazionale basato sull’assioma “uno Stato - un popolo” nel volgere di pochi anni contribuirono a ridurre drasticamente il peso delle minoranze e del multiculturalismo.
Già nel 1919, dopo la prima guerra mondiale, gli appartenenti alle minoranze nazionali erano diventati un quarto della popolazione complessiva dell’Europa orientale rispetto alla metà dell’anteguerra. Dopo il secondo conflitto l’“omogeneità” nazionale degli Stati si era ulteriormente consolidata, riducendo ad una dimensione “residuale” la presenza di gruppi nazionali dislocati al di fuori dei propri Stati nazionali .
La complessità di relazioni culturali, la ricchezza sociale e civile derivante da antiche compresenze etniche sono state così inevitabilmente sacrificate per dare spazio a realtà sempre più uniformi, monolingui e monoculturali. Territori, regioni e città abituate da secoli all’uso e alla sovrapposizione di lingue diverse, all’interazione, allo scambio e alla convivenza fra diversi codici culturali, etnici e linguistici improvvisamente dovettero subire un processo di semplificazione e omologazione, sottostare ad un umiliante impoverimento civile ed umano.

3. I presupposti dell’“olocausto culturale”


La perdita della “complessità”, solo in parte compensata dal venire meno, con la scomparsa delle “diversità”, anche dei vari motivi di attrito e di scontro inevitabilmente a queste connessi, ha generato un inqualificabile “degrado” e impoverimento culturale della società. Un “vulnus” civile di portata storica, un grave e irreversibile danno al patrimonio dell’umanità per certi aspetti assimilabile al concetto di “etnocidio” o di “olocausto culturale”.
Le origini e i meccanismi di questo “olocausto culturale” sono solo in parte riconducibili al fenomeno del graduale “sovvertimento” dei rapporti, sociali, nazionali ed economici fra le cosiddette “nazioni dominanti” (i “popoli signori” o “master nation”) e le nazioni “subordinate” in Europa tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del secolo scorso.
Lo storico britannico Lewis Namier , che definiva il centro-est Europa come il “Medio oriente europeo” rilevava che “nelle numerose Irlande sparse in tutta l’Europa, tumulti e conflitti dovevano derivare dall’elevarsi delle classi inferiori e specialmente di quelle contadine, alla consapevolezza e all’azione politica. I conflitti nazionali e religiosi si intrecciavano ai movimenti agrari, inasprendosi a vicenda: la guerra era stata intrapresa sia per la proprietà nazionale che per quella personale della terra…”.
Secondo lo storico Andrea Graziosi ancora alla vigilia della “grande guerra”, e sino all’inizio del secondo conflitto mondiale, alcune etnie continuavano a svolgere un ruolo dominante dal punto di vista economico e sociale. Esse avevano monopolizzato gli strati sociali più elevati e dominato la vita urbana, contribuendo a rafforzare, con lo scontro e la sovrapposizione nazionale, anche la divisione tra città e campagna. In questa parte d’Europa la “nazionalità rendeva più forti i vincoli di classe, e nello stesso tempo i vincoli nazionali tagliavano verticalmente le classi sociali” .
In questo modo si era gradualmente creata – ed era ancora presente all’inizio del ventesimo secolo – una specie di catena gerarchica fra i diversi gruppi nazionali. Una catena che – rileva nel suo Guerra e rivoluzione Andrea Graziosi – “aveva al suo vertice, nel centro ed est europeo, tedeschi, russi e turchi, cui facevano da partner ungheresi, italiani, polacchi, greci e ai suoi anelli intermedi e inferiori popoli in via d’ascesa (serbi, rumeni, bulgari)”. Questi erano seguiti da popoli, che pur ancora marginali, stavano cercando di assumere maggiori spazi politici vista la loro dinamica partecipazione allo sviluppo economico (come i cechi) e altri le cui élite erano state da lungo tempo assimilate o eliminate, ed erano perciò quasi esclusivamente popoli contadini (come gli slovacchi, gli sloveni, i croati, i lituani, gli ucraini). La catena era chiusa da popoli privi sia di Stato che di territorio, e perciò più deboli ed esposti, nonostante il ruolo e la vitalità economici delle loro élite (come gli ebrei e gli armeni) per finire con gli zingari e altre comunità particolarmente emarginate .
La lotta per l’emancipazione sociale spesso dunque si intrecciava con quella per l’emancipazione nazionale e – anche se non inevitabilmente – rischiava di sfociare, nonostante secoli di pacifica convivenza – in tentativi di annientamento o di “pulizia” delle nazionalità ritenute “avversarie”. Il maggiore esponente dell’austromarxismo, Otto Bauer, nel suo fondamentale La questione delle nazionalità e la socialdemocrazia, rilevava infatti, nel 1907, che “l’odio nazionale non era altro che un odio di classe modificato” .
L’affermazione del principio di nazionalità e dei concetti esclusivistici dello Stato nazionale (come basi dell’organizzazione politica europea) coincisero, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento – con i primi esempi di “ritirata” dei cosiddetti “popoli signori” dal “Medio oriente europeo”. Tale processo fu accompagnato, con la nascita di nuovi Stati nazionali, dalla “purificazione etnica” delle regioni interessate.
Per la prima volta veniva intaccato direttamente – come afferma lo storico Namier – “l’ancien régime” dei rapporti tra le nazionalità e le classi nell’area del “Medio oriente europeo” .
Questa realtà era formata dal complesso di nazionalità presenti negli imperi multinazionali, o che orbitavano, dal punto di vista economico e culturale, attorno alla Germania e all’Austria. Il suo collante era formato dalle élite tedesche o di cultura tedesca formanti un “reticolo urbano” che a suo tempo aveva costituito la spina dorsale dell’Impero asburgico. Un universo che aveva i suoi corrispettivi nei reticoli urbani abitati da altri “popoli signori”, spesso delle “isole” (russe, polacche, ungheresi, italiane, ma anche greche e armene, spesso con una forte percentuale di ebrei assimilati) collocate in un “mare” rurale abitato prevalentemente da altre nazionalità (che potevano essere di volta in volta ucraini, rumeni, croati, serbi…) .
La prima guerra mondiale segnò l’inizio della fine di questi “mondi paralleli e sovrapposti”, di queste storiche compresenze, contraddistinte da rapporti gerarchici e di classe, ma anche da antiche e radicate esperienze di reciproco arricchimento, di solidarietà e convivenza. Sino a che il secondo conflitto non ne determinò la definitiva scomparsa.

4. La cacciata dei “popoli signori”. Contraddizioni di un concetto


La cacciata dei “popoli signori”, ovvero il rivolgimento dei tradizionali rapporti etnici e delle “gerarchie” sociali ed economiche esistenti da secoli fra le varie nazionalità dell’Europa centrale e orientale spiega sino ad un certo punto il fenomeno delle “pulizie etniche”, o lo sradicamento di intere comunità avvenuto nella prima metà del Novecento.
La gerarchia tra diversi popoli e il presunto “dominio”, in talune aree, di alcuni di essi sugli altri è, ovviamente, da riferirsi alle rispettive élite sociali, politiche ed economiche. Questi strati sociali esercitavano, a loro volta, forme di dominio o di “sfruttamento” su gruppi e classi subalterne della loro stessa etnia, e spesso collaboravano con le élite dei popoli “non egemoni” allo scopo di assoggettare vasti strati di popolazione esposti allo sfruttamento economico e sociale (spesso appartenenti a diverse nazionalità).
Le stesse élite dei popoli non egemoni non si facevano scrupolo di sfruttare gli inferiori strati sociali ed economici della loro stessa nazionalità, o quelli, analoghi, delle “master nation”.
L’identificazione di un determinato “popolo” con una classe (anche quando storicamente la gran parte degli appartenenti ad una nazione si veniva a trovare, oggettivamente, nell’alveo dei gruppi sottoposti allo sfruttamento sociale ed economico) è il frutto del lungo perpetuarsi della propaganda prodotta dagli scontri nazionali nel periodo delle “building nation”, ovvero della formazione delle borghesie e degli Stati nazionali.
Le élite dei popoli definiti subalterni non si ponevano l’obiettivo, in questa fase di scontro, di eliminare le cause delle eventuali ineguaglianze e dello sfruttamento (che spesso erano “trasversali” rispetto alle appartenenze nazionali e linguistiche), ma di “sostituirsi” ai gruppi dominanti, imponendo su tutti il loro specifico portato nazionale. È emblematico l’esempio, nel periodo austro-ungarico, del confronto per il diritto all’istruzione pubblica fra le borghesie italiane, croate e slovene in Istria e a Trieste. Le forze liberal-nazionali italiane si prodigavano ad aprire ginnasi, licei e scuole medie superiori anche in aree compattamente abitate da croati e sloveni, ed a negare a questi, ovunque, il diritto ad un’istruzione superiore, mentre non si preoccupavano dell’altissimo tasso di analfabetismo, dell’indigenza economica e culturale e della mancanza di scuole elementari nelle aree urbane e proletarie allora prevalentemente italiane. La lotta per il diritto all’istruzione fra i diversi vertici nazionali era chiaramente indirizzata a perpetuare l’egemonia e il dominio degli stessi, non a migliorare le condizioni delle loro rispettive “nazionalità”.
È significativo quanto affermava, a questo proposito, nel 1900, la socialista istriana Giuseppina Martinuzzi: “Noi dunque osserviamo due borghesie che si disputano il possesso economico e morale della comune patria, abbindolando il popolo ingenuo cogli idealismi di patria e nazione. E mentre la borghesia italiana sfoggia argomenti ideali e patriottici per rimanere al possesso della situazione economica, la borghesia slava sfoggia sentimenti umanitari per impadronirsi della situazione morale ed economica. Ma né l’una né l’altra potendo raggiungere i loro intenti senza il concorso delle masse lavoratrici, é a queste che rivolgono il verbo patriottico, suscitando timori infondati tra gli italiani, bagliori d’ingannevoli speranze tra gli slavi, odi, disprezzi, rappresaglie, gelosie in quelli e in questi, producendo insomma una rovina morale negli animi semplici e incolti” .
Va rilevato che il “nazionalismo” costituiva uno straordinario strumento di organizzazione del consenso grazie al quale i gruppi dominanti riuscivano a sottomettere ed a indottrinare ideologicamente gli strati subalterni della loro stessa nazione, al fine di “mobilitarli” nella lotta permanente per la gestione del potere.
Classe e nazione diventavano apparentemente alleati, dunque, allo scopo esclusivo di imporre ad un intero popolo, puntando sul “mito” della nazione, gli obiettivi dei suoi gruppi dominanti.
È in questo contesto di polarizzazione e di organizzazione di massa del moderno nazionalismo che si sono potute verificare, con le due guerre mondiali, le devastanti sopraffazioni, gli sradicamenti territoriali e l’eliminazione di intere comunità in quanto le “pulizie etniche” hanno potuto avvalersi di una straordinaria carica ideologica che spesso è riuscita a coniugare, in varie forme, dei presunti traguardi “rivoluzionari” o dei falsi obiettivi di rivolgimento sociale con degli altrettanto falsi interessi nazionali, etnici, religiosi o razziali.
L’invenzione del concetto della “colpa” o della “responsabilità collettiva” da attribuire a interi gruppi o nazioni hanno inoltre spianato la strada alla logica delle “punizioni collettive” estendibili indistintamente a tutti gli appartenenti a un popolo o una comunità, favorendo, o quantomeno offrendo un facile alibi ai grandi disegni di stravolgimento delle realtà multiculturali, di annientamento o spostamento di intere popolazioni.
Con la fine della seconda guerra mondiale si è definitivamente dissolto “l’ancien régime” dei rapporti nazionali in gran parte d’Europa, ma al contempo è stata inferta una ferita mortale al tessuto sociale di territori nazionalmente e culturalmente plurali da cui sarebbero potuti maturare – in un’apprezzabile scala – i presupposti per una reale convivenza, sostituendo le vecchie gerarchie con nuove e più ricche relazioni interetniche.

5. Dal Trattato di Losanna a Potsdam. I “popoli mobili”


Nell’evoluzione del diritto internazionale e nella storia dei trattati la questione dei trasferimenti forzati o indotti di popolazione ha avuto uno spazio molto ridotto, anche se non sono mancati sviluppi ed elaborazioni che hanno di volta in volta posto l’accento, a seconda delle condizioni politiche e storiche, sulla necessità di sancirne l’illegalità, in quanto delitti contro l’umanità, e dall’altra di tollerarne l’applicazione, quale “misura” per risolvere insanabili conflitti etnici o controversie internazionali.
Il Codice Lieber del 1863, considerato una delle basi della prima Convenzione dell’Aia (del 1899) stabiliva, nell’articolo 23, che durante una guerra la popolazione civile non poteva essere “uccisa, resa schiava, deportata o trasferita forzatamente in nuovi distretti” .
Con il nuovo secolo e l’avvicinarsi della “grande guerra” tali prescrizioni andarono gradualmente scomparendo. Gli accordi immediatamente precedenti la prima guerra mondiale non contemplavano più infatti il caso della deportazione o dell’espulsione di massa nel diritto internazionale di guerra. La Convezione dell’Aia del 1907 non prevedeva tali fattispecie per il fatto – secondo il giurista George Schwarenberg – che esse non richiedevano un espresso divieto essendo tali pratiche “generalmente rifiutate, e considerate al di sotto del livello minimo di civiltà” .
Dopo pochi anni il primo conflitto mondiale, con i suoi massacri, avrebbe contribuito ad abbassare radicalmente tale livello di civiltà, rendendo giustificabili e tollerabili spostamenti forzati, e cacciate dalla loro terra di milioni di persone.
Il primo trattato internazionale tra due Stati che prevedesse uno scambio di popolazione fu sottoscritto alla vigilia della prima conflagrazione mondiale. Si trattava della Convenzione di Adrianopoli (o Edirne), conclusa, dopo la seconda guerra balcanica, tra Bulgaria e l’Impero ottomano nel novembre del 1913. La Convenzione era stata allegata al Trattato di pace di Costantinopoli siglato poco prima, nel settembre dello stesso anno. Il documento prevedeva lo scambio di popolazioni residenti in una fascia di 15 chilometri dalle due parti del nuovo confine che divideva la Tracia. Oltre 48.000 musulmani (turchi residenti nella Tracia occidentale) furono trasferiti nell’Impero ottomano e circa 46.000 cristiani ortodossi (bulgari abitanti della Tracia orientale) in Bulgaria. Come in altri casi precedenti e successivi la maggior parte della popolazione si era già spostata prima della sigla definitiva dell’accordo .
La seconda guerra balcanica innescò una serie di movimenti di popolazione anche all’interno degli Stati che avevano sconfitto l’Impero ottomano per poi combattersi tra loro: nel 1913, 15.000 bulgari lasciarono la Macedonia, a seguito della ritirata dell’esercito bulgaro e dell’occupazione dell’area da parte della Grecia, mentre 80.000 greci furono costretti a spostarsi e abbandonare le loro case in seguito al Trattato di Bucarest (10.000 dalle zone della Macedonia assegnate alla Serbia e alla Bulgaria, 70.000 dalla Tracia occidentale occupata dalla Bulgaria). I trasferimenti forzati proseguirono nel 1914, con l’esodo in Turchia dagli Stati balcanici di 250.000 musulmani, e di 200.000 greci espulsi dalla Tracia orientale (in parte deportati verso l’interno dell’Anatolia e dell’Asia minore).
Dopo la prima guerra mondiale, la Bulgaria e la Grecia si accordarono con il Trattato di Neuilly per uno “scambio volontario” di popolazioni. A seguito di quest’intesa negli anni Venti circa 100.000 bulgari e 50.000 greci dovettero abbandonare i propri antichi territori di insediamento. Lo scambio fu avviato solo dopo che i greci decisero di deportare, accampando presunte “necessità militari”, alcune migliaia di bulgari dalla Tracia insediando al loro posto profughi greci cacciati dall’Anatolia turca .
Lo scambio tra greci e bulgari in quel periodo fu, forse, uno dei pochi condotti senza attuare una violenta e diretta costrizione, quantunque non si potesse parlare, ovviamente, date le condizioni generali di tensione e di minaccia, di “volontarietà .
Per la prima volta venne usato il termine “rimpatrio” non per descrivere il rientro di un profugo al luogo d’origine, alla sua casa, quanto per intendere lo spostamento dal luogo natale per stabilirsi in un posto lontano che si presumeva fosse la sua “vera patria” .
Agli inizi del primo conflitto mondiale, e a seguito delle gravi sconfitte subite durante le guerre balcaniche, l’Impero ottomano, nel quale si era già affacciato, dal 1908, il movimento dei “Giovani Turchi” (che avrebbe portato l’Impero della Sublime Porta a trasformarsi, nel 1923, con la proclamazione della Repubblica, in uno Stato nazionale) intraprese delle politiche miranti a eliminare o cacciare i sudditi cristiani dell’Impero, in primo luogo greci e armeni.
Le repressioni del Governo guidato dai “Giovani Turchi” si rivolsero anche contro i nazionalisti arabi, con sanguinose repressioni a Beirut e Damasco, contro gli arabi palestinesi e contro la comunità ebraica palestinese (da Giaffa furono espulsi 9.000 ebrei, fra cui lo stesso David Ben Gurion, futuro primo capo del Governo israeliano). Nel 1911, a Salonicco, nel corso di un’assemblea segreta del partito dei Giovani Turchi “Ittihad Uterekki” (Unione e Progresso) le forze nazionaliste del movimento (che ebbero il sopravvento su quelle “costituzionaliste” che invece proponevano la trasformazione della Turchia in una federazione di popoli), decisero di avviare la soppressione degli armeni .
L’ordine ufficiale di deportazione degli armeni venne dato il 27 maggio del 1915 con una legge che autorizzava le autorità militari a reprimere e deportare le popolazioni civili sospettate di spionaggio e tradimento. La fase più acuta degli stermini, e il genocidio della popolazione armena, si svolse fra il 1915 e il 1916, durante la prima guerra mondiale (nella quale l’Impero ottomano intervenne a fianco dell’Austria e della Germania), e si concluse con l’uccisone (a seguito delle stragi di civili e resistenti, delle deportazioni, della prigionia in campi di internamento) di quasi due milioni di armeni .
A partire dal 1914, 150.000 greci furono espulsi a costretti a rifugiarsi in Grecia (nella Tracia occidentale, da cui furono allontanati circa 100.000 bulgari), mentre altri 50.000 venivano deportati verso l’interno dell’Anatolia .
Nel maggio del 1914, l’Impero ottomano e la Grecia raggiunsero un accordo preliminare per uno scambio di popolazioni . Lo scoppio della guerra fece fallire l’intesa, anche se le deportazioni di greci proseguirono nei due anni successivi, sino all’entrata della Grecia in guerra, a fianco dell’Alleanza, contro la Turchia, e al successivo conflitto greco-turco del 1919-1922 (il Trattato Sévres del 1920 assegnava alla Grecia l’area di Smirne) e alla sconfitta militare di Atene che portò al grande esodo di un milione e duecentomila greci .
Il documento che sancì, sul piano concreto e quello del diritto internazionale, un vero e proprio “salto di qualità” nella prassi degli spostamenti e dei trasferimenti forzati delle popolazioni fu certamente il Trattato di Losanna, firmato il 24 luglio del 1923 .
Già il 30 gennaio del 1923 era stata firmata la Convenzione per uno scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia che definiva le condizioni per i trasferimenti e gli indennizzi, la liquidazione delle proprietà e che stabiliva la non possibilità per coloro che erano stati trasferiti di fare ritorno.
La gran massa dell’oltre un milione e duecentomila profughi greci aveva però già abbandonato i loro territori a seguito della vittoriosa offensiva delle truppe di Mustafa Kemal Ataturk su quelle greche, nella fase finale del conflitto greco-turco (nel corso del quale l’esercito greco, nel 1919, dopo la conquista di Smirne, assegnatagli dal Trattato di Sévres, si spinse, per abbattere il Governo kemalista, sino a pochi chilometri da Ankara).
Nell’agosto del 1921 scattò la controffensiva di Mustafa Kemal, nell’ambito della cosiddetta “lotta per l’indipendenza” turca, che costrinse a una precipitosa ritirata l’esercito greco e che ebbe conseguenze ancor più devastanti per la popolazione civile. Nel settembre del 1922 la città di Smirne, dove si erano concentrate centinaia di migliaia di profughi, cadde in mano alle truppe turche. Alcuni giorni dopo, dopo stragi e saccheggi, la città fu distrutta da un gigantesco incendio, che causò non meno di 15.000 vittime. I greci furono cacciati non solo dall’Anatolia occidentale e da Smirne, ma anche da ampie zone dell’entroterra . Numerosi furono i decessi durante la fuga, mentre 70.000 profughi morirono di malattia o denutrizione sulle navi o nei campi di accoglienza in Grecia.
Lo scambio forzato alla fine interessò (secondo le stime più accurate) 1.221.849 greci dell’Anatolia occidentale (secondo il censimento del 1928), di Smirne, della Cilicia e delle aree del Ponto sulle coste sud-orientali del Mar Nero e 350.000 turchi (musulmani) della Tracia, di Salonicco, di Creta e di altre regioni greche. L’accoglienza dei profughi, che costituivano quasi un quarto della popolazione complessiva della Grecia (4,5 milioni di abitanti nel 1922), causò notevoli difficoltà al Paese, che fu costretto a chiedere un prestito alla Società delle Nazioni .
Il principale criterio per definire quali popolazioni dovessero essere “scambiate” rimaneva quello religioso, tanto che i musulmani cretesi di lingua greca furono trasferiti in Turchia, e da questa vennero espulsi in Grecia, oltre a ex sudditi ottomani di lingua greca, anche circassi e curdi della chiesa greco-ortodossa (che, nei secoli, grazie al sistema dei “millet” aveva potuto comunque conservare la propria identità e una certa autonomia). Tuttavia l’aspetto “nazionale” rimaneva preminente, in un contesto nel quale il criterio “etnico” e gli obiettivi di estremizzazione nazionale imposti dai nascenti Stati nazionali portarono, in poco tempo, creando le basi per la creazione della Grecia e della Turchia moderne, alla distruzione dell’ellenismo dell’Asia minore e della presenza turca nei Balcani.
Lo scambio sancito dal Trattato di Losanna si basò inoltre su una fondamentale “asimmetria”: il numero dei turchi esodati fu, infatti, meno di un terzo del numero complessivo dei greci costretti ad abbandonare per sempre le loro case. Un’asimmetria che si trasfuse anche nelle percezioni dell’opinione pubblica: quella greca infatti visse il Trattato di Losanna come un’enorme sconfitta, definita la “catastrofe dell’Asia minore” (Mikrasiatiki catastrofi), data la scomparsa della millenaria presenza greca in quell’area. Per i turchi si trattò invece dell’apice della “guerra d’indipendenza” che aveva portato, sulle spoglie dell’Impero ottomano, alla nascita del nuovo Stato nazionale turco.
A ispirare il primo articolo della Convenzione di Losanna (sottoscritta qualche mese prima dell’analogo Trattato), che definiva i termini dello scambio forzato di popolazioni, fu Fridtjof Nansen, un ex esploratore polare norvegese che si occupava, per contro della Società delle Nazioni, di soccorrere i rifugiati .
Ma la formula del trasferimento forzato fu formalmente avallata dalle diplomazie delle potenze alleate: Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone .
La Convenzione e il Trattato di Losanna costituirono un fondamentale precedente nelle relazioni internazionali in materia di scambio di popolazioni, in quanto per la prima volta sancirono formalmente la prassi del trasferimento “forzato”, ovvero contrario alla volontà delle popolazioni interessate.
Losanna rappresentò un importante precedente anche sul piano del diritto internazionale poiché per la prima volta, in assoluto, la decisione relativa al trasferimento forzato non conseguiva solo dall’accordo bilaterale fra gli Stati interessati, ma dalla mediazione delle grandi potenze – e dunque dal loro avallo – nell’ambito di una conferenza diplomatica internazionale, il che contribuiva a legittimare sia la validità giuridica generale di tale modello che a trasformarlo in un esempio da applicare in futuro .
La fine della prima guerra mondiale provocò, a seguito della dissoluzione dei tre imperi multinazionali, quello austro-ungarico, quello zarista e quello ottomano, e con la nascita di nuovi Stati nazionali, una nuova fase di sconvolgimenti e di spostamenti etnici. Una delle conseguenze dei trattati di pace fu il drastico ridimensionamento dello spazio politico in cui avevano vissuto a lungo tedeschi e ungheresi, che dovettero emigrare dai territori in cui erano sorti i nuovi Stati nazionali (Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia) o in cui altri Stati si erano allargati (Romania), per rientrare in ciò che rimaneva, dopo la dissoluzione degli imperi, delle loro nazioni.
Nei sei anni successivi al 1918 ben 423.000 ungheresi dovettero emigrare dalla Romania, dalla Cecoslovacchia e dalla Jugoslavia (l’allora Regno degli Sloveni, dei Croati e dei Serbi). Entro il 1920 la Repubblica di Weimar aveva già accolto circa 900.000 tedeschi provenienti dall’Alsazia-Lorena (ceduta alla Francia), dallo Schleswing settentrionale (ceduto alla Danimarca), dalla regione di Eupen-Malmedy (andata al Belgio). Circa mezzo milione proveniva dall’est, ovvero dalla Posnania, dalla Pomerania e da Danzica (divenute parti del cosiddetto “corridoio polacco”) e dalle altre zone della Prussia cedute alla Polonia. Nelle maggiori città della Pomerania e della Posnania, quasi completamente tedesche prima della guerra, rimasero solo delle piccole minoranze tedesche. Dalla Slesia, che fu oggetto di contesa tra tedeschi e polacchi tra il 1919 e il 1921, emigrarono 170.000 tedeschi (dall’area successivamente annessa alla Polonia), mentre circa 100.000 polacchi abbandonarono le aree rimaste alla Germania. Una parte dei tedeschi presenti nei Paesi baltici (i Deutschbalten) furono costretti ad abbandonare in particolare l’Estonia e la Lettonia. In Polonia rimpatriarono da varie zone, tra il 1918 e il 1922, oltre 1 milione e 200.000 persone (quasi la metà ucraini e bielorussi che, fuggendo dalla Russia sovietica, si insediarono nelle regioni di confine orientali della nuova Polonia).
Negli anni Trenta enormi masse di popolazione furono trasferite forzatamente da una regione all’altra dell’Unione Sovietica, a seguito dei processi di “dekulakizzazione”, della collettivizzazione delle campagne o al fine di neutralizzare popoli ed etnie considerati poco fedeli o pericolosi per il regime. La distruzione dell’economia rurale e la politica di requisizione dei raccolti (con l’ammasso forzato e la formazione obbligata, a partire dal 1927, dei Kolchoz e dei Solkhoz) provocarono fra il 1932 e il 1933, la più grande carestia della recente storia europea, che colpì in modo particolare le repubbliche dell’Asia centrale (il Kazakhstan) e l’Ucraina, dove la carestia provocò la morte di circa 3,5-3,8 milioni di persone (7 milioni secondo stime ucraine) assumendo connotati da genocidio (definito dagli ucraini Holodomor).
Gran parte delle vittime fu causata dalla volontà punitiva di Stalin nei confronti dell’indipendentismo ucraino, così come dell’autonomia e del “socialismo nazionale” sostenuti dai dirigenti comunisti di quella repubblica sovietica. Alcune centinaia di migliaia di persone persero la vita, a causa degli stenti, nel Caucaso settentrionale e nell’area del Volga (con un alto numero di vittime fra i tedeschi presenti storicamente in quella zona), mentre circa un milione e mezzo di persone perirono in Kazakhstan. Negli anni precedenti furono deportati quasi due milioni di cosacchi. Altre deportazioni avvennero in concomitanza con la “grande purga” di Stalin del 1936- 1937, iniziata, dopo l’assassinio di Kirov, con il primo grande processo di Mosca contro Zinov’ev e Kamenev, che dette luogo ad un interminabile serie di processi politici e a oltre 600.000 esecuzioni capitali . Il patto Molotov-Ribbentrop, del 1939, che portò all’occupazione sovietica di parte della Polonia, dei Paesi baltici, della Bessarabia e della Bucovina settentrionale (e più tardi della Carelia finlandese, a conclusione della guerra contro la Finlandia), determinò un’altra serie di spostamenti forzati e di espulsioni di massa (soprattutto a danno di polacchi, finlandesi, rumeni e moldavi).
Particolare dimensione assunsero i trasferimenti imposti fra le due guerre dal regime nazista nei confronti delle comunità tedesche presenti al di fuori del Reich, allo scopo di riportare in patria i “tedeschi etnici” (Volksdeutsche) nell’ambito di un’operazione, definita “Heim ins Reich”, che avrebbe dovuto condurre, nell’ambito della riorganizzazione razziale dell’Europa centro-orientale, all’unione di tutti tedeschi in una “Grande Germania”. Decine di migliaia di tedeschi furono fatti rimpatriare dai Paesi baltici, dalla Volinia, dalla Galizia, dalla Bessarabia, dalla Bucovina settentrionale e meridionale, dalla Dobrugia, dall’Alto Adige-Sud Tirolo, dalla Croazia nord-orientale .
Gli stermini e le deportazioni di milioni di persone attuati dai nazisti nei territori occupati durante la seconda guerra mondiale, e la stessa Shoah, il genocidio degli ebrei, fecero assumere al fenomeno dello spostamento forzato delle popolazioni una connotazione estrema, funzionale ad un più ampio e disumano progetto di dominio e di annientamento razziale.
Il “Generalplan Ost” dei nazisti prevedeva il trasferimento forzato di una massa enorme di popolazioni, soprattutto all’Est, che avrebbe potuto arrivare a circa 60 milioni di persone. La somma e l’incrocio fra la politica di sterminio razziale, le operazioni di guerra e l’attuazione del “Generalplan Ost” nell’ambito dell’ideologia nazionalsocialista dello “Spazio vitale - Lebensraum” causarono in maniera diretta o indiretta la morte di decine di milioni di persone (si parla di circa 17-18 milioni di vittime), in particolare ebrei e slavi (più di cinque milioni di ebrei degli oltre 9 milioni presenti in Europa nel 1939, dai due ai tre milioni di polacchi non ebrei, e numerosi milioni di altre vittime tra russi, bielorussi, ucraini, cechi, e altre etnie o confessioni, come gli zingari – sinti e rom – i cui componenti erano stati definiti “untermenschen”, subumani).
Alla fine della seconda guerra mondiale in Europa c’erano, secondo alcune stime, circa 40 milioni di perone sradicate dalla propria terra, esclusi i lavoratori non tedeschi impiegati in Germania e i tedeschi che fuggivano di fronte all’avanzare dell’esercito sovietico.
La sconfitta militare del Terzo Reich e l’avanzata dell’Armata rossa sovietica nel centro-est europeo determinarono, di converso, l’eliminazione quasi totale della storica presenza tedesca nell’Europa orientale .
Circa 13 milioni di tedeschi furono espulsi o deportati dalle regioni annesse dalla Polonia e dall’URSS, dalla Cecoslovacchia, e da altre aree dell’Europa sud-orientale (di questi circa due milioni morirono a seguito delle sofferenze, delle privazioni o delle repressioni). Circa sette milioni furono espulsi dalla Polonia e oltre tre milioni, a seguito dei decreti Beneš, dalla Cecoslovacchia (Sudeti e Slovacchia occidentale) .
Oltre un milione di polacchi (ed ebrei) rimpatriarono in Polonia (i cui confini, dalla Linea Curzon all’Oder-Neisse, erano stati spostati di centinaia di chilometri ad ovest) dopo essere stati trasferiti o espulsi dall’URSS (Ucraina, Bielorussia, Lituania).
Verso la fine della guerra si estese, anche tra le grandi potenze che sarebbero risultate vincitrici, il concetto dell’ammissibilità degli spostamenti forzati di popolazioni come parte della soluzione del “nuovo equilibrio europeo” e dunque la quasi unanime applicazione del “principio di Losanna” (in particolare se riferito agli sconfitti).
Va rilevato che già nel 1940 il “Foreign Research and Press service” del Governo britannico (emanazione del prestigioso “Royal Institute of International Affairs”) preparò un Memorandum sui trasferimenti di popolazione in Europa che sarebbero serviti, dopo la fine della guerra, a risolvere i problemi delle minoranze. L’Ente elaborò delle proposte di spostamenti sul confine rumeno-ungherese, ai confini tra Italia e Jugoslavia, tra la Cecoslovacchia e l’Ungheria. L’esigenza di procedere a espulsioni di massa derivava dall’obiettivo britannico di dare vita, dopo la guerra, a delle confederazioni di Stati nell’Europa centrale e orientale per affermare la sfera d’influenza inglese e contrastare quella sovietica. Nel novembre del 1943 il Foreign Office costituì l’“Interdipartimental Committee on the Transfers of Population”. Nel 1944 dopo che il Governo britannico si era indirizzato a stabilire il nuovo confine tedesco-polacco sull’Oder-Neisse, il Comitato valutava che si sarebbero dovuti espellere più di dieci milioni di tedeschi. Il progetto delle “confederazioni” fallì a seguito dei successi militari e diplomatici di Mosca .
Il principio dei trasferimenti forzati venne sostanzialmente condiviso dalle potenze occidentali e dall’Unione Sovietica. Emblematico fu a questo proposito il discorso pronunciato da Winston Churchill, il 15 dicembre del 1944 alla Camera dei comuni: “Per quanto è dato vedere, l’espulsione – affermava il primo ministro britannico – è la soluzione più soddisfacente e definitiva. Non vi saranno più commistioni di popoli che causano infiniti guai come in Alsazia-Lorena. Si farà piazza pulita. La prospettiva di sradicare una popolazione non mi spaventa affatto, così come non mi spaventano questi trasferimenti di massa, oggi più possibili che in passato grazie alle tecniche moderne” .
Le conferenze di Yalta, Teheran e Potsdam dettero pieno avallo a questa impostazione.
Il “principio di Losanna” che riconosceva l’ammissibilità degli spostamenti forzati, anche sul piano del diritto internazionale, trovò conferma nell’articolo XIII della Dichiarazione di Potsdam, sottoscritta dai Governi del Regno Unito, degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica nell’agosto del 1945. In tale articolo si rilevava, infatti, che: “I tre Governi, avendo considerato la questione in tutti i suoi aspetti, riconoscono la necessità di provvedere al trasferimento in Germania delle popolazioni tedesche, o di suoi elementi, attualmente presenti in Polonia, Cecoslovacchia e Ungheria. Essi concordano altresì che qualsiasi trasferimento dovrà essere espletato in maniera umana e ordinata” .
Le espulsioni purtroppo avvennero in un clima tutt’altro che “umano e ordinato”, causando la morte di almeno due milioni di persone. Si affermò il concetto della “colpa collettiva” per le efferatezze commesse nel corso della seconda guerra mondiale dai nazisti. Nel clima influenzato dalle decisioni di Potsdam, vari Paesi decisero di espellere le comunità tedesche o le componenti nazionali degli Stati che avevano occupato i loro territori durante il secondo conflitto mondiale anche senza un’esplicita “sanzione politica o giuridica” (come i decreti Beneš in Cecoslovacchia o le decisioni sull’espulsione in Polonia). L’ondata di esodi e trasferimenti coinvolse anche altre componenti nazionali: gli ungheresi della Slovacchia, della Transilvania e della Jugoslavia (Banato, Bačka, Vojvodina), gli italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, i rumeni della parte di Bucovina passata all’URSS. Come afferma la storica Marina Cattaruzza, “mai un’epoca fu più favorevole per liberarsi in un colpo solo delle proprie minoranze dei mesi immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale” .

6. L’esodo degli italiani. Caratteristiche e interpretazioni


Lo spostamento dei confini a seguito della seconda guerra mondiale e il conseguente trasferimento (forzato o indotto) di buona parte delle popolazioni residenti nel territorio del proprio insediamento storico interessarono direttamente anche l’area della Venezia Giulia e l’Adriatico orientale. A segnare il destino di questi territori fu il Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio del 1947 e il successivo Memorandum di Londra del 1954, che fissarono le nuove frontiere fra Italia e Jugoslavia .
Con il Trattato del 1947 furono ceduti alla Jugoslavia la gran parte del territorio istriano con Pola, le città di Fiume e Zara, le isole del Quarnero (Cherso e Lussino) e quelle di Lagosta e Pelagosa. Per l’Istria nord-occidentale (a settentrione del Quieto) e la città di Trieste si prefigurò la costituzione del Territorio Libero di Trieste (TLT), diviso nuovamente in Zona A (Trieste e dintorni) e Zona B (Capodistriano e Buiese), sottoposte rispettivamente all’amministrazione militare alleata ed a quella jugoslava.
La Conferenza di pace respinse la richiesta della delegazione italiana di attuare un plebiscito popolare nell’intera Venezia Giulia .
L’esodo degli italiani ebbe inizio già prima della sigla del Trattato, soprattutto a Fiume e a Pola, quando per una parte della popolazione – che aveva ampiamente provato le conseguenze dell’occupazione jugoslava – era ormai evidente che quei territori sarebbero stati definitivamente ceduti . Ancor prima era avvenuto il trasferimento degli italiani da Zara .
Un primo significativo esodo dalla Dalmazia era avvenuto già a conclusione della prima guerra mondiale, a seguito dell’annessione (riconosciuta dal Trattato di Rapallo del 1920) della Dalmazia (tranne Zara e alcune isole) al nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Alcune decine di migliaia di italiani dell’area lasciarono le loro terre per trasferirsi a Zara, nelle isole quarnerine, a Trieste o in altre città italiane (la gran parte emigrò oltre oceano) .
Il Trattato di pace apriva così un drammatico dilemma per gran parte della popolazione italiana: o rimanere in balia di un potere che non offriva alcuna garanzia sul piano della sicurezza personale e delle libertà civili, così come su quella del proprio sentire nazionale e politico, oppure abbandonare tutto per prendere una via dell’esilio che appariva assai incerta . Proseguì inoltre, ed anzi assunse proporzioni quasi incontrollabili, l’ondata di processi politici e di condanne contro i vari “nemici del popolo”. Di fronte al dilagare del fenomeno era assente, nel potere jugoslavo, qualsiasi disponibilità a rimettere in discussione la strategia ed i comportamenti concreti che avevano portato al punto di rottura i rapporti tra autorità e la gran parte della popolazione italiana. L’esodo, per il regime, era da addebitarsi esclusivamente all’azione propagandistica delle forze “reazionarie” e non al nazionalismo di una parte dei nuovi poteri popolari, alla repressione e alle massicce campagne di epurazione condotte dalle autorità, al clima di insicurezza e di negazione delle libertà civili che il nuovo sistema aveva introdotto .
Il fenomeno dell’esodo continuò in varie ondate, anche negli anni successivi, assumendo proporzioni e dimensioni tali da snaturare e sconvolgere completamente l’identità culturale e gli equilibri etnici e sociali dell’intera regione.
Il Memorandum di Londra del 1954, che assegnò la Zona B alla Jugoslavia e Trieste all’Italia, produsse l’ultima ondata di trasferimenti su vasca scala, sradicando gran parte della popolazione italiana del Buiese e del Capodistriano.
Sotto il profilo storico l’esodo si tradusse, come rilevato dallo storico Raoul Pupo, “nel ritiro della presenza nazionale italiana da una regione che l’aveva vista attiva, come elemento originario e costitutivo, senza soluzione di continuità dall’epoca della romanizzazione in poi” . L’esodo degli italiani dall’Istria, Fiume e dalla Dalmazia nel dopoguerra segnò, rispetto a tutti gli altri mutamenti demografici che interessarono nel passato quest’area, una novità sostanziale: a scomparire fu quasi un’intera componente nazionale, nell’insieme delle sue articolazioni sociali.
Alla fine la regione fu abbandonata da quasi 300.000 persone (in base a stime e fonti diverse l’esodo, nelle sue varie fasi, avrebbe coinvolto un numero di persone oscillante dalle 200.000 alle 350.000 unità) .
Le cittadine della costa occidentale dell’Istria ed i principali centri urbani della regione furono quasi completamente svuotati e, soprattutto, venne snaturata e cancellata in modo irreversibile, a conclusione di un radicale processo di sradicamento, l’identità plurale e la fisionomia culturale, linguistica e nazionale dell’Adriatico orientale.
Una delle caratteristiche specifiche dell’esodo istriano è che esso non fu determinato da provvedimenti formali di espulsione (come in Cecoslovacchia o in Polonia), e che da parte delle autorità jugoslave non venne attuata una politica ufficiale di espulsione (anche se non mancarono iniziative mirate all’allontanamento coatto di individui o segmenti di popolazione ritenuti avversi al regime). In effetti, a concepire la soluzione del trasferimento della popolazione di “lingua d’uso” italiana, disciplinandone i meccanismi, furono le stesse disposizioni del Trattato di pace e del Memorandum di Londra, con l’introduzione del meccanismo delle opzioni.
In base al paragrafo 2 dell’articolo 19 del Trattato di pace ai cittadini di lingua d’uso italiana veniva concessa infatti la facoltà di optare, entro un anno dall’entrata in vigore del Trattato, a favore della cittadinanza italiana, con l’obbligo però di trasferirsi definitivamente in Italia a distanza di un anno dalla presentazione della domanda d’opzione. Più precisamente l’articolo 19 stabiliva che “lo Stato al quale il territorio è ceduto potrà esigere che coloro che si avvalgono dell’opzione si trasferiscano in Italia entro un anno dalla data in cui l’opzione è stata esercitata” . L’Assemblea federale della RSF di Jugoslavia emanò, il 27 novembre del 1947, la legge sulla cittadinanza per i territori annessi, che fu completata (il 2 dicembre del 1947) da un apposito regolamento, il quale stabiliva, da parte jugoslava, i criteri e le procedure per la concessione delle opzioni: tali disposizioni prevedevano espressamente l’espulsione, ovvero l’obbligo di trasferirsi in Italia, entro un anno dall’esercizio del diritto di opzione.
Come era successo altre volte nella storia (dopo l’annessione dell’Alsazia-Lorena al secondo Impero germanico, o nel caso del nuovo assetto emerso nei Balcani dal Congresso di Berlino del 1878) il diritto di opzione diventava di fatto una specie di legittimazione formale o di strumento giuridico per favorire e regolare degli spostamenti (indotti o forzati) di popolazione .
Da varie parti l’esodo italiano è stato definito di tipo “volontario” o frutto di una “libera scelta”. Gli accadimenti storici rilevano però l’esatto contrario. Di fronte alle forti restrizioni dei diritti umani e delle libertà civili, al timore o alla concreta minaccia di perdere la propria identità nazionale e linguistica, alle paure derivanti dalle conseguenze del libero manifestare le proprie convinzioni religiose, culturali o politiche e, in genere, viste le ricadute oggettive della natura totalitaria del regime comunista jugoslavo, per gran parte della popolazione italiana quella dell’esodo appariva come una scelta obbligata, come l’unica soluzione possibile per salvaguardare la propria libertà personale, e in molti casi, la propria incolumità.
Sotto questo punto di vista l’esodo degli italiani dall’area dell’Adriatico orientale può essere visto come uno spostamento di popolazione “indotto”, le cui cause e fattori, per la loro stessa natura, spesso sono difficilmente distinguibili da quelle tipiche dei “trasferimenti forzati” e pertanto contigue al concetto di “coercizione”.
Alcuni teorici, data la difficoltà di distinguere oggettivamente tra i vari tipi di spostamenti forzati, hanno coniato, per quella che si potrebbe definire “la zona grigia” tra “semivolontarietà” e “coercizione”, la definizione di “semivoluntary compulsed expulsions”.
Per le sue specifiche caratteristiche l’esodo istriano dunque, può essere annoverato tra i trasferimenti “indotti” che, pur non avendo le specificità tipiche delle deportazioni e delle espulsioni, si trova ad avere in comune con queste la peculiarità dell’imposizione di un atto contro la volontà.
Su questi aspetti lo studioso di diritto delle minoranze Theodor Veiter affermava, nel 1967, che: “L’espulsione o la fuga di massa degli italiani dai territori ceduti alla Jugoslavia con il Trattato di pace del 1947 sono di natura complessa. In primo luogo bisogna partire dalla considerazione che la fuga degli italiani secondo il moderno diritto dei profughi è da considerare un’espulsione di massa. È vero che tale fuga si configura come un atto apparentemente volontario. Colui che, rifiutandosi di optare o non fuggendo dalla propria terra si troverebbe esposto a persecuzioni di natura personale, politica, etnica, religiosa o economica, o verrebbe costretto a vivere in un regime che lo rende senza patria nella propria terra o patria d’origine, non compie volontariamente la scelta dell’emigrazione, ma è da considerarsi espulso dal proprio Paese” .
In base alle recenti disposizioni in materia di diritto umanitario il trasferimento di una popolazione contro la propria volontà, ovvero in condizioni ambientali, politiche e di pressione tali da indurre i propri componenti a intraprendere una scelta che non avrebbero mai preso se queste condizioni non si fossero concretizzate, è da considerarsi assimilabile, nella sua interpretazione estensiva, al concetto di “spostamento forzato”, e dunque ad una violazione dei diritti dell’uomo. Naturalmente le motivazioni, le scelte e i comportamenti dei vari individui all’interno del fenomeno collettivo dell’esodo furono estremamente complessi e diversificati tra loro e le prove della “coercizione”, o di atti contro la volontà, in assenza di provvedimenti formali di espulsione, sono certamente difficili da configurare giuridicamente.
Tuttavia rimane chiara la cornice storica e la rilevanza etica e morale di un fenomeno, come quello dell’esodo degli italiani, che va visto innanzitutto per gli effetti che ha prodotto: lo sradicamento e l’allontanamento quasi totale di una popolazione autoctona, la parziale cancellazione della sua presenza culturale, civile e linguistica. In assenza di precise formulazioni giuridiche, che possano trovare concreto riferimento nelle attuali disposizioni sul diritto umanitario, il fenomeno dell’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia si avvicina certamente ad assumere i contorni, sul piano più generale dello “ius gentium” o del diritto naturale, di una grave violazione dei valori fondamentali di giustizia e umanità.
Considerato inoltre che, a seguito dell’esodo, è stata quasi completamente o prevalentemente cancellata la presenza culturale, civile e linguistica di una comunità nazionale nella sua area di insediamento storico, sradicata la realtà sociale e nazionale di un gruppo al punto da stravolgere e modificare profondamente l’identità di un territorio, si potrebbe coniare, per descrivere gli effetti di questo processo, il concetto di “olocausto socio-culturale” o di “eradicazione etnica” .

7. Oltre Potsdam. La condanna internazionale dei trasferimenti forzati


Gradualmente, dopo Potsdam, si fece largo nell’opinione pubblica mondiale e, di conseguenza, anche fra i vertici politici delle grandi potenze, la convinzione che i trasferimenti di massa e gli spostamenti forzati di popolazioni, quali misure per risolvere gli equilibri nazionali e geo-politici, non fossero più tollerabili ed, anzi, risultassero incompatibili con i nuovi orientamenti del diritto internazionale che stavano dando particolare rilevanza alla tutela dei diritti fondamentali dell’uomo.
Un salto di qualità avvenne con l’istituzione del Tribunale militare internazionale di Norimberga, e l’approvazione, a Londra, l’8 agosto del 1945, del suo Statuto. Al di là delle numerose critiche emerse sinora sulla sua effettiva legittimità (il fatto che sia stato costituito dai “vincitori” del secondo conflitto mondiale per giudicare i “vinti”, e che il suo funzionamento fosse basato su norme in parte non esistenti al momento in cui erano stati commessi i crimini, in violazione cioè del principio “nullum crimen sine lege, nulla poena sine lege”), lo Statuto del Tribunale di Norimberga introduceva per la prima volta la categoria giuridica dei “crimini contro l’umanità” (accanto a quelli contro la pace e ai crimini di guerra). Nella definizione si parlava di “assassinio, sterminio, deportazione e altri atti inumani commessi nei confronti di qualsiasi popolazione civile prima o durante la guerra”. Un altro aspetto non secondario del Tribunale di Norimberga era che, nei suoi criteri di giudizio, ribadiva chiaramente il concetto di “responsabilità individuale” (fondamentale principio del diritto penale) ponendo così un argine, anche di fronte all’opinione pubblica, all’ideologia della “responsabilità collettiva” che proprio in quei momenti stava contribuendo a legittimare le deportazioni in massa di parte dei “popoli sconfitti”.
Al ben noto processo contro i capi nazisti conclusosi nell’ottobre del 1946, fecero seguito altri processi celebrati dai tribunali militari americani. Uno di essi giudicò gli imputati responsabili dell’“Ente governativo nazista che si era occupato del reinsediamento dei Volksdeutschen” e di progettare la riorganizzazione razziale dell’Europa centrale e orientale . Durante questo processo fu contestata l’idea stessa che le espulsioni e i reinsediamenti potessero essere considerati dei legittimi strumenti di governo. L’accusa infatti sostenne che “l’espulsione di intere popolazioni dalle proprie terre natali e il reinsediamento di coloni al loro posto costituivano dei crimini contro l’umanità”.
I difensori degli imputati ricorsero all’argomento che le espulsioni erano state condotte nel passato in svariate altre occasioni da altri Stati e che le stesse potenze vincitrici le avevano “tollerate”. Nella requisitoria finale l’accusa affermò che la “legge non ha ancora riconosciuto che due torti fanno un diritto”, aggiungendo che “se altri hanno commesso ciò di cui questi imputati sono accusati, anch’essi hanno commesso dei crimini” .
La nascita dell’ONU (con il suo Statuto del 26 luglio 1945) favorì l’affermazione delle basi fondamentali della tutela internazionale dei diritti dell’uomo. Il 9 dicembre del 1948 a New York l’Assemblea generale delle Nazioni Unite proclamò la Dichiarazione universale dei diritti umani. Nel 1948 la Convenzione per la prevenzione e la punizione del crimine di genocidio formalizzava definitivamente l’inammissibilità e la punibilità delle pratiche di spostamento forzato, in particolare di quelle basate su discriminanti etniche .
La quarta Convenzione di Ginevra sulla protezione dei civili in tempo di guerra, siglata il 12 agosto del 1949, annoverò le deportazioni fra i crimini di guerra ribadendo che “i trasferimenti forzati individuali o di massa di persone protette, come le deportazioni da un territorio occupato o a quello di qualunque altro Paese, sono vietati a prescindere dalle loro motivazioni”. Si stabiliva inoltre che nel caso in cui il numero delle vittime fosse molto alto, la deportazione potesse esser considerata un “genocidio” (termine coniato nel 1944 dal giurista polacco Raphael Lemkin per descrivere le politiche naziste in Polonia). La Convenzione di Ginevra ribadiva l’obbligo di consentire ai civili, dopo la cessazione delle ostilità, di ritornare, e il divieto di trasferire nel territorio occupato parte della popolazione civile dello Stato occupante.
Con l’approvazione nel 1966 del Patto internazionale sui diritti civili e politici e del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, che sancivano fra l’altro il diritto, per tutti i popoli, all’autodeterminazione, si cementava il nucleo giuridico fondamentale dei diritti dell’uomo .
Un ulteriore salto di qualità su questo piano venne registrato con l’istituzione fra il 1993 e il 1994, da parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU, di due tribunali penali internazionali, il Tribunale per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia e il Tribunale internazionale per il Ruanda , nonché a livello europeo, con l’approvazione, nel 2000, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea .
Va rilevato che la prassi giuridica del Tribunale dell’Aia per l’ex Jugoslavia ha posto in evidenza, in più occasioni, la necessità di ricorrere ad un’interpretazione estensiva del concetto di deportazione e di trasferimento forzato di popolazioni. Nel processo contro Milorad Krnojelac, l’accusa e lo stesso Tribunale rilevavano, infatti, nel 2002, che: “Il termine deportazione forzata non deve essere interpretato in senso restrittivo come se fosse limitato al ricorso della forza fisica. Tale termine può comprendere la minaccia dell’uso della forza o della coercizione, come quella causata dal timore della violenza, della costrizione, della prigionia, dalla pressione psicologica o dall’abuso di potere. L’elemento essenziale è il fatto che lo spostamento è in sé contro la volontà, dove le persone coinvolte non godono di una reale possibilità di scelta” .
Il principale riferimento per quanto riguarda la sanzione internazionale degli spostamenti forzati di popolazione rimane comunque l’articolo 7 dello Statuto della Corte penale internazionale siglato a Roma il 17 luglio del 1998 . Lo Statuto del Tribunale distingue nettamente il reato di genocidio dagli altri crimini contro l’umanità. Al punto d) dell’articolo 7 si configurano in particolare le caratteristiche del reato di “deportazione e trasferimento forzati di popolazione” a cui il Tribunale da un significato estensivo, quale espressione più generale dello “ius gentium”, considerando la punibilità di tali atti se perpetuati “contro la volontà” degli individui.
Tuttavia gli spostamenti coatti e i trasferimenti di popolazioni, nonostante le più severe disposizioni e i divieti del diritto internazionale, sono proseguiti, senza particolari interventi atti a prevenirli o a contenerli, anche nella seconda metà del ventesimo secolo per estendere le loro dolorose conseguenze al nuovo millennio.
Fra gli esempi più eclatanti vi è quello dell’espulsione di quasi 200.000 greci, nel 1974, dalla parte settentrionale dell’isola di Cipro, e di decine di migliaia di turchi dall’area sud-occidentale, a seguito del golpe contro Makarios (ordito dalle forze vicine al Governo militare dei colonnelli, che avevano proclamato l’“enosis”, l’unione alla Grecia) e dell’occupazione militare turca della metà settentrionale dell’isola. All’occupazione militare turca è seguito l’insediamento, nella parte nord-orientale, di circa 150.000 turchi provenienti dall’Anatolia. Agli spostamenti forzati si è aggiunto il completo abbandono della città di Famagosta e di altre località divenute “zona morta” e disabitata (“nekri zoni”) e la netta divisione politica ed etnica dell’isola lungo una linea di demarcazione che ha separato in due la Repubblica cipriota (divenuta indipendente, dopo oltre un secolo di dominio britannico, nel 1960). La sua capitale Nicosia (Lefkosia), nonostante la Repubblica cipriota (solo la parte sud-occidentale) sia diventata parte dell’Unione Europea nel 2004, è tutt’oggi solcata dalla “green line”, la linea verde, divenuta un nuovo muro europeo.
Ancor prima, nel 1955, a seguito del “pogrom” di Istanbul (nel corso del quale furono distrutte le proprietà, i negozi, le fabbriche della comunità greca di Istanbul, con l’uccisione e il ferimento di decine di persone), si accelerò il processo che avrebbe portato all’esodo degli oltre 200.000 greci (risparmiati dal Trattato di Losanna) dalla città sul Bosforo. Il “pogrom” si accanì anche contro armeni ed ebrei. Nel 1964, dopo che il Governo turco si decise di denunciare la Convenzione di Ankara del 1933 (che stabiliva il diritto dei greci di continuare a vivere e lavorare a Istanbul) fu deportata dalla città, con meno di due giorni di preavviso, la gran parte della comunità dei “romei” (come venivano chiamati i greci della città), riducendola a poche decine di migliaia di persone.
Un capitolo particolare spetta alla specifica esperienza della “Nakba” (catastrofe), lo spostamento e l’emigrazione forzata di circa 700.000 profughi palestinesi dai territori del mandato britannico della Palestina che entrarono a far parte dello Stato d’Israele a seguito della sua proclamazione nel maggio del 1948 e della successiva aggressione militare araba, conclusasi con la vittoria di Israele (nella prima guerra arabo-israeliana). Nonostante l’ONU stabilisse, nel dicembre del 1948, con la Risoluzione 194, il diritto al ritorno dei profughi (che nel frattempo erano stati sparsi in campi provvisori nei Paesi arabi vicini) questa possibilità finora è stata loro negata (dal 1948 ad oggi il numero dei rifugiati palestinesi insediati nei campi profughi è aumentato, considerati anche i loro discendenti, a 3,7 milioni).
Particolarmente difficile fu inoltre il destino della comunità turco-musulmana in Bulgaria. Dopo una fase di dure repressioni del regime comunista bulgaro nei confronti degli oltre 800.000 turchi ancora presenti nel Paese (caratterizzate dai “pogrom” e dalla campagna per il cambiamento forzato dei nomi del 1964), nel 1968 la Bulgaria e la Turchia firmarono un primo accordo che prevedeva l’espulsione e il trasferimento in Turchia di 30.000 turchi (tra cui i “pomacchi”, musulmani di lingua bulgara). Dopo un’ulteriore accentuarsi delle repressioni contro i turchi, nel 1989, alla vigilia della caduta del regime di Todor Živkov, oltre 250.000 turchi fecero domanda d’espatrio (che venne concessa solo a circa 150.000 di loro). La Turchia dopo breve tempo chiuse le proprie frontiere, causando delle colonne chilometriche di profughi. In soli tre mesi, dalla fine di maggio al mese di agosto del 1989 oltre 320.000 turchi abbandonarono la Bulgaria (50.000 tornarono nei mesi successivi, ed altri 100.000 vi fecero rientro entro il 1990).
Il culmine delle più recenti “pulizie etniche” in Europa, fu raggiunto con la guerra degli anni Novanta in Jugoslavia, che produsse, oltre a una gran quantità di vittime, all’innumerevole serie di stragi (come quella di Srebrenica), più di un milione di profughi e rifugiati, e lo spostamento forzato di centinaia di migliaia di persone .
I massacri e il movimento di enormi masse di profughi in Ruanda e nell’Africa centro-orientale (con il conflitto tra tutsi e hutu e il genocidio di oltre 800.000 tutsi nel 1994) completò il tragico quadro di violenze e di crimini contro l’umanità commessi in quest’ultimo squarcio di secolo .

8. Lo sradicamento etnico e nazionale come problema del diritto internazionale: questioni e prospettive


L’enormità dei danni e delle sofferenze causati sinora dagli spostamenti coatti di popolazione hanno posto in risalto la desolante incapacità della comunità internazionale di opporsi efficacemente a queste inaccettabili violazioni del diritto umanitario. Gli strumenti giuridici adottati sinora per fungere da deterrente contro questi crimini e punire i loro autori sono stati applicati solo nei casi più gravi ed evidenti, o quando tali violazioni sono avvenute in contesti di profondo disordine internazionale suscettibili di sconvolgere consolidati equilibri geopolitici e di minacciare gli interessi delle maggiori potenze.
La gran parte degli spostamenti forzati, degli esodi indotti, degli sradicamenti di culture e popolazioni autoctone sono stati perpetrati senza suscitare alcuna reazione né provocare plausibili sanzioni da parte della comunità internazionale.
La difficoltà di distinguere fra le diverse tipologie e “graduazioni” degli spostamenti, nella complessa “zona d’ombra” che racchiude il passaggio, spesso quasi impercettibile, fra i crimini più efferati contro l’umanità e le forme meno cruente, indotte o relativamente “volontarie”, ma non per questo meno disumane, di trasferimenti di popolazione, ha contribuito a indebolire l’azione repressiva e, soprattutto, la capacità dissuasiva e di prevenzione del moderno diritto internazionale.
I trasferimenti forzati di popolazione, chiaramente contemplati dal diritto internazionale come crimini contro l’umanità, molto difficilmente possono trasformarsi in concreti capi d’accusa nell’ambito del diritto internazionale penale, sia perché le fattispecie criminose individuate dalle Convenzioni sono generalmente delineate in termini generici (in quanto frutto molto spesso di compromessi), sia perché si tratta di ipotesi di reato che mal si prestano ad una specificazione rigorosa (in quanto tante sono le possibilità ed i mezzi di realizzazione di tali crimini che prevederli ed enumerarli diventa particolarmente arduo).
L’articolo 7 dello Statuto del Tribunale penale internazionale e le altre norme del diritto internazionale umanitario definiscono chiaramente il delitto di genocidio, quello di deportazione e quello di trasferimento forzato di popolazioni . Non contemplano però né enumerano specificatamente le varie “graduazioni” o “tipologie” di spostamenti, né prevedono (pur riconoscendo la necessità di un’interpretazione estensiva dei concetti di “deportazione e “trasferimento forzato”) altre specifiche definizioni come potrebbero essere, ad esempio, quelle riferite agli “spostamenti indotti”, ai “trasferimenti semi-volontari” (semivoluntary compulsed expulsions)”, o i termini di “genocidio culturale” e di “eradicazione etnica”.
La gran parte degli spostamenti semi-forzati o semi-volontari, ovvero degli esodi e dei trasferimenti avvenuti oggettivamente contro la volontà della popolazione non sono sanzionati dalla comunità internazionale; rimangono pertanto impuniti come delitti contro l’umanità. Essi rimangono nella “zona grigia” dell’interpretazione estensiva dei crimini di genocidio, deportazione e trasferimento forzato di popolazioni, alla mercé dei meccanismi straordinariamente complessi della giurisdizione penale internazionale.
Rimane l’esecrazione morale, la condanna, la ripulsa o l’inaccettabilità dal punto di vista politico, etico, civile e culturale e, quanto meno, la loro messa al bando in quanto violazioni dello “ius gentium” umanitario.
Ma il punto fondamentale non è tanto quello di condannare i responsabili (che spesso, ad onta dell’imprescrittibilità dei reati, a distanza di tanti anni, non sono più vivi, perseguibili o ritracciabili) quanto quello di garantire una possibile “riparazione” per le sofferenze subite dagli individui e dalle collettività, e favorire un “superamento” parziale delle fratture civili e culturali prodotte a danno non solo di una comunità quanto all’insieme di un ambiente sociale.
L’esilio collettivo, lo sradicamento totale o parziale di una popolazione, della sua lingua e della sua cultura è una delle violazioni più gravi dei diritti universali dell’uomo e del patrimonio collettivo dell’umanità. Tale violazione nega una delle sfere più intime e profonde dell’identità, della dignità, e dell’esistenza dell’uomo; quella dell’appartenenza nazionale, culturale e linguistica, dell’attaccamento alle proprie radici, dell’esigenza di far parte di una comunità, di coltivare un rapporto con il proprio territorio di nascita o di provenienza. Gli esodi provocano dei danni incalcolabili al patrimonio sociale, culturale ed umano e rischiano di cancellare per sempre, oltre alla presenza di una componente nazionale, l’identità plurale di una società.
Da qui l’esigenza, oggi, di un nuovo “patto internazionale”, a livello europeo (ma anche tra i singoli Stati), per la tutela dei patrimoni culturali e sociali delle comunità e dei territori colpiti dagli esodi e dai trasferimenti in massa delle popolazioni (a cui dovrebbe essere concesso comunque, nel caso di successioni statati o mutamenti di confini, il diritto all’autodeterminazione).
A distanza di tanti anni è certamente difficile concepire e, soprattutto, realizzare delle misure atte a ristabilire, almeno in parte, i valori di un “ecosistema” culturale e sociale distrutto dall’esodo. Ma se vogliamo dare vita ad una società europea realmente democratica, basata sui principi del pluralismo culturale, della tolleranza, del rispetto delle diversità e delle specifiche identità (linguistiche, nazionali, religiose e culturali) non vi sono alternative.
Il nostro comune destino di cittadini europei non può basarsi sul tacito riconoscimento degli effetti nefasti provocati dagli esodi e dai trasferimenti di massa, dallo sradicamento di comunità e culture. Per affrontare le nostre sfide future dovremo emanciparci dal peso delle sofferenze del passato ed avviare, laddove possibile, dei progetti di ripristino del patrimonio umano e culturale compromesso dal trasferimento di centinaia di migliaia di persone.
Tali progetti dovrebbero prevedere, laddove possibile, il riconoscimento del diritto al ritorno dei profughi e dei loro discendenti; la facoltà cioè, per chi lo desideri, di rientrare nei luoghi d’origine creando le condizioni per favorire dei percorsi individuali o collettivi di reinsediamento e di integrazione sociale senza arrecare alcun nocumento alle popolazioni insediatesi successivamente.
Ma appare ancora più importante la necessità di attuare, attivando dei progetti europei, delle iniziative atte a preservare il patrimonio culturale e civile, le presenze nazionali e linguistiche, così come l’identità plurale del territorio minacciati dagli sconvolgimenti causati dai trasferimenti coatti o indotti di popolazioni.
Si tratterebbe di un nuovo “salto di qualità” del diritto umanitario, ma anche nelle relazioni bilaterali, che ci consentirebbe di chiudere finalmente il vergognoso capitolo storico degli esodi e degli spostamenti forzati di popolazioni, ma che soprattutto ci aiuterebbe a costruire un’Europa dei popoli e delle minoranze realmente democratica e plurale.
Per dare vita ad una società non più ostaggio dei nazionalismi e degli esclusivismi etnici, ma orgogliosa erede di un ricco mosaico di culture e di antichi percorsi di convivenza.

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SCHECHTMAN, Joseph B., European Population Transfer 1939-1945, Ithaca, Cornell University Press, 1946.
SCHECHTMAN, Joseph B., The refugees in the world. Displacement and integration, New York, Baines, 1963.
VALDEVIT, Gianpaolo, La questione di Trieste 1941-1954, Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Milano, Franco Angeli editore, 1986.

 

61 - Metodi & Ricerche gennaio-giugno 2012 - La biblioteca di Marco Perlini, rimasta a Zara
La biblioteca di Marco Perlini, rimasta a Zara
di Carlo Cetteo Cipriani
Marco Perlini è un personaggio di un qualche rilievo nella vita sociale di Zara italiana fra le due guerre mondiali e poi nel dopoguerra fra gli zaratini esuli in Italia.
Nato in Zara nel 1905 da famiglia locale che come la maggior parte delle zaratine aveva ascendenze da mezza Europa: dalla Scozia e dalla Lombardia per parte mater­na, dalla Boemia per parte patema, infatti il padre si chiamava Venceslao. La sua era una famiglia abbastanza benestante per i proventi di proprietà immobiliari e di una delle farmacie importanti della città. Seguì pertanto il desiderio paterno e si laureò in farmacia a Roma nel 1928, frequentando però anche lezioni di umanisti come Adolfo Venturi e Vittorio Rossi, essendosi fin da ragazzo appassionato di storia e poesia. Con la forzata cacciata degli Italiani dalla Dalmazia dopo la II Guerra mondiale, egli pure dovette fuggire per salvarsi e trovò rifugio nel Veneto, sistemandosi infine a Vicen­za, facendo lavori di vario genere per sopravvivere. Qui morirà nel 19951. Come è frequente fra gli uomini di scienza, Perlini fu anche un appassionato di letteratura ed altre attività umanistiche, scrittore egli stesso2.
Mentre si era sistemato in qualche modo a Vicenza, dopo l’esodo da Zara, Marco Perlini fu interessato da Giuseppe Praga3 circa la sorte della sua biblioteca. Nelle carte Praga conservate nella Biblioteca Marciana di Venezia, abbiamo una lettera di Marco Perlini del 12 novembre 19494. In questa lettera egli chiede anche se nella domanda per la richiesta d’indennizzo dei beni abbandonati a Zara dovesse inserire la biblioteca, che ad un calcolo del tutto approssimato poteva valere 300,400.000 lire5. Compiegata la lettera ci sono 4 fogli dattiloscritti6, che illustrano in maniera più ordinata l’elenco dei volumi lasciati a Zara (si ha l’impressione che dopo aver scritto la lettera, Perlini abbia riflettuto sull’argomento preparando un elenco più dettagliato). Non è presente una lettera di richiesta del Praga, ma dal testo si capisce che era stato Praga a sollevare la questione, forse aveva scritto come funzionario della Sovrintendenza bibliografica, forse come personaggio rilevante della diaspora dalmata.
È interessante leggere le due missive di Perlini in quanto ci danno l’indicazione di cosa contenesse, come s’era formata, la biblioteca d’un uomo di cultura in una città italiana di provincia, qual era Zara nella prima metà del ’900. Una biblioteca di circa 5.000 volumi, frutto sia delle precedenti acquisizioni dei suoi avi che, soprattutto, del suo amore per la cultura. Ce ne dà un elenco del tutto sintetico, basato sui soli ricordi del momento; alla lettura si capisce che la lettera è scritta di getto, non rivisitata con successivi riflessioni e ricordi, mentre il dattiloscritto, come detto, sembra frutto di un ricordo più attento e meditato7. Ne emerge comunque una biblioteca di cultura letteraria soprattutto, com’era nell’interesse del Perlini, legata sì ai classici ma con tanti nomi contemporanei e stranieri (parla di testi in slavo, tedesco e francese).
I libri di Perlini non avevano subito distruzioni dirette dalla guerra in quanto l’ala della casa in cui erano allogati era rimasta indenne dai bombardamenti aerei subiti dalla città dalmata8. Secondo le notizie giuntegli, il concittadino Marco Scrivanich le aveva spostate, dopo ch’egli era fuggito da Zara, nel convento di San Francesco e successivamente in un rifugio sotto casa Drioli. Di lì qualcuno le avrebbe portate alle Colovare9 sotto il palazzo in costruzione del Genio Civile.
Lascerei però parlare direttamente il Perlini, sia per renderne evidente il periodare, che per utilità di studiosi di storia delle biblioteche, storia della scienza e storia del libro, che dalle parole dirette potranno rilevare dettagli forse importanti10. Le elenca­zioni sono fatte per argomento. La lettera dice: Il numero complessivo, fra i libri di scienza e di varia cultura, opuscoli, estratti, riviste ecc. si avvicinava alle 5000 (4800, mi sembra di ricordarmi, l’ultima sommaria catalogazione). La carat­teristica principale della mia bibli.[oteca] era, forse, quella di avere tutto ciò che veniva stampato riguardante il Vaticano, maggiore e minore, storico e aneddotico, dal Pastor a Silvio Negro, dal Rauck alle... «ciacole del Bepi» - naturalmente tutto ciò che si poteva permettere di avere un semplice privato, sull’argomento.
Eppoi molto teatro - specie critica. (Praga tutto, tutto Martini, Oliva, Brecht, d'Amico. Braga- glia, ecc.) parecchie «Storie del Teatro». -
Scienza - tedeschi: i 2 volumoni rari dell’Haager, i 5 volumi del Ceconi [Cecossi ?] «Malati- se...erne», centinaia di studi, relazioni ecc. e parecchie antichi («De Secretis» ecc.)
Arte e critica d’arte - Lo Spinger Ricci - i 3 v.[olumi] Natali Vitelli, Marangoni, Costantini, Venturi Lionello, ecc. eppoi numerose monografie d’arte di [....] su Modigliani, De Pisis, Carrà, Tosi - Donatello, gli scultori mediovali francesi [?] ... Jacopo della Quercia come i soliti Vitruvi [?] Palladio, Milizia edizioni] settecentesche.
Tutti i classici delFUTET. I «filosofi» di Garzanti. Tre-quattrocento opere e studi di Storia patria. Tutto Goldoni in 2 edizioni. Una vecchia del (mi sembra) 1715 (non ricordo presso chi) in 37 volumi, e quella monumentale numerata edita dal Municipio di Venezia (non mi ricordo il mio n.Jumero]). Tutto Mommsen, Gregorovius, Pais - tutto Carducci, Pascoli, d’Annunzio, Gozzano, Onofri, Montale, Saba -
7 Ed.[izioni] della Div.fina] Com.[media] - dall’ili.[ustrata] del Dorè - a uno tascabile «P[aradiso]» già appartenuto a Colautti - 5 Ed.[izioni] dei «Pr.Jomessi] Sposi», 3 dei «Fioretti» 3 dei «Canti» ecc.
Tutta la narrativa italiana moderna: tutto Svevo, tutto Fracchia [?] Baldini, Bacchelli, Moravia, Palazzeschi, Pea, Angioletti, Stuparich, Slataper, Pavese, ecc. ecc. E Papini e Panzini - tutti -.
Eppoi 16-18 Tommaseo fra Le Monnier e Mondadori. L’enciclopedia Mayer’s e la Cogliati- Mondadori per ragazzi e le Bompiani. - La Scala d’oro: tutto Ojetti.
Una ventina di carte geografiche antiche.
L'ultima Ed.[izione] dell’Atlante del Pontingi [?]
Una quindicina fra dizionari, Vocabolari, Nomenclatori, ecc. (Tommaseo, Zingarelli. Primoli, Ghiotti, Melzi, 2 vol.[umi] «Percic», ecc. ecc.) il Panzini [?], il «Chi l’ha detto?» gli storici classici in edizioni ottocentesche, Guicciardini, Machiavelli, Botta, il Sismondi, il Giannone, il Delfino. - Eppoi Bonghi, Minghetti, il Luzio - il Lamartine, Thiers - numerosissime opere su Napoleone. Le opere di tutti gli utopisti.
Eppoi i poeti dialettali: tutto il Belli (I Ed.[izione] vol.[umi] V), il Pascarella, Trilussa (12 voi. [umi]), il Lamberti, i licenziosi veneziani, il Porta, il Testoni, il Zanazzo [?], il Sarfatti e molti altri minori. Di Giacomo.
Qualche decina di libri in slavo e francese.
Opere preferite: Epitteto, Luciano, Montaigne, Pascal, S. Agostino, Saint Beuve, Erasmo.
Questi, per sommi capi, le principali e più appariscenti caratteristiche della mia biblioteca, con singoli esempi di nomi.
Mi scordavo i colossi: 6 ed.[izioni | della Bibbia, 5 del Vangelo, e Shakespeare e Goethe (trad. [uzione] Sansoni) e la novellistica da Bandello a Sacchetti a Pirandello e Maupassant. Eppoi, natu-raímente, tutti i romanzoni, romanzi, romanzetti e romanzacci che ogni distinta famiglia borghese «aveva, ha» ed «avrà» sempre: da Tolstoi alla Steno, da Flaubert a Le Rock, da Zola a Sue, da Dickens e Dostojewski a Mam[?] e agli americani.
[...] La raccolta delle vecchie annate della «Fiera letteraria» valevano [...].
Il dattiloscritto, in maniera più dettagliata, dice:
BIBLIOTECA privata di MARCO PERLINI junior fu VENCESLAO da ZARA.
PROFESSIONALE e di CULTURA VARIA - in parte ereditata dagli avi e dal padre, in parte creata personalmente - sita a pianoterra sin. della casa Manzin alla Riva Nuova - in 2 stanze.
[segue una descrizione delle vicende dall'abbandono di Zara, sintetizzate all’inizio di questo saggio],
I Biblioteca professionale-scientifica:
numerosissime opere di chimica-farmaceutica di Oddo, di Perathoner, di Paolini, di Spica, di Charrier, opere di Chimica organica di Parravano, di Betti, di Cannizzaro, di Botanica di Perrotta, di Igiene di Scala ecc. numerose Farmacopee: la Germanica, la Elvetica, l’Austriaca, l’Italiana, la Francese ecc., due volumi di Medicamenta, due volumi ormai rari dell’Hanger due volumi sulla «Terapia clinica» del Messini, decine di opere sulle Analisi dell’orine, del sangue, delle feci, de­gli sputi; trattati di Microbiologia, la «Farmacologia», del Bonanni, la «Farmacognosia» del Di Mattei, numerosi trattati di infortunistica, di pronto soccorso, di terapia «mitridatica», di piante medicinali, ecc. di urologia, di neuropatologia, elementi di chirurgia, di medicina pratica, di poso­logia, di veterinaria; i 5 volumi del Ceconi sulla «Malattie Interne» e una decina di trattati antichi, fra i quali più rari e meglio conservati : a) il «Nuovo Atlante Universale e Theatro Farmaceutico» di Antonio de Sgobbis da Montanagna[;] in Venetia presso Paolo Baglioni MDCLXXXII p. 820 e tre tavole b) «DE SECRETIS» lib. XVII Basilea 1582 in 8° con figure, prima edizione - di Giacomo Wecker-Wecherius - ex variis auctoribus collecti - volume mandato da mio padre, dietro richiesta, a Londra nel 1905 a un’esposizione di libri rari e di curiosità storiche riguardanti la medicina la chimica la farmacia. - Numerose annate di parecchie Riviste professionali. Centinaia di altri vo­lumi di minor importanza.
II La caratteristica fondamentale della mia Biblioteca privata riguardante le opera di varia cultura, era quella di possedere moltissime opere che trattavano del Papato, del Vaticano «mag­giore o minore», opere storiche e aneddotiche, scientifiche e divulgative, dall’opera massima del von Pastor «La Storia dei Papi», rilegata in pelle in tutti i XVI volumi, al Ranke e a molteplici altre antiche e moderne storie e vite dei papi, storie della Chiesa, monografie su vari pontefici, sulle principali famiglie[:] sui Borgia sui Barberini sui Colonna sui Pignatelli; sulla politica del Vaticano, sulla Roma dei Papi, sui pontefici da Pio IX in poi; studi particolari sugli usi e costumi al di là del Portone di Bronzo, sulla Roma di Gregorio XVI, sulla Conciliazione, sulla Legge delle Guarentigie, su S. Pietro il Laterano Castelgandolfo, sulle Grotte Vaticane, sul Sacco di Roma e Castel Sant’Angelo, sull'araldica papale, sulle Basiliche e Chiese di Roma, sul nepotismo, studi monografie sui principali cardinali, sui conclavi, le Encicliche, le cerimonie, sulla musica grego­riana, sull’anedottica ecc. ecc. volumoni monumentali e opuscoli, dal citato Pastor al Vercesi, dal Ranke al Ceccarius o a Silvio Negro, del padre Semeria all'introvabile edizione travasiana delle «Ciacole del Bepi», tutto ciò che usciva e riguardava il Papato e il Vaticano in tutte le sue manife­stazioni esteriori, congiunture storiche, i suoi uomini, la sua potenza.
III Un’altra Sezione importante della mia Biblioteca riguardava il TEATRO - teatro antico e moderno, italiano e straniero e numerosissime opere di critica teatrale. Parecchie Storie del Tea­tro, tutte le Cronache Teatrali di Praga, M.M. Martini, Ridenti, Lanocita, Franci, d’Amico ecc. ecc. Tutte le opere di Ferd. Martini Boutet Oliva Bragaglia ecc. eppoi storie monografiche di vari teatri dall’Olimpico alla Scala al locale Teatro dei Nobili col vasto studio del Sabalich. Tutto il Rasi il Coletti ecc. Tutta la drammatica italiana dalle Sacre Rappresentazioni a Pirandello e Betti; e i grandi stranieri da Shakespeare ad Ibsen da Goethe a Schiller ad Andrejeff. Tutta la collezione del «Dramma». L’opera Omnia di Goldoni in 2 ediz [ioni]: una ed.[izione] antica, mi sembra, del 1715 (non mi ricordo presso chi) in 37 volumi, e quell'Ediz. monumentale in carta Fabriano edita dal Municipio di Venezia NUMERATA in solo Mille esemplari, in 29 o 30 volumi, a cura di Maddalena, Ortolani, ecc.
A centinaia i volumi colla produzione di Bracco Butti, Gallina Selvatico e poi tutto Tristan Bernard, Shaw ecc...
IV ARTE E CRITICA D’ARTE.
I volumi dello Springer-Ricci, del Natali-Vitelli, di Berenson di Venturi (Lionello), Costantini, Marangoni, di Bucci, antiche Storie delle Arti, quantità di monografie su singole città articoli ed opere, numerose Opere di lusso su Modigliani, De Pisis Carrà Tosi - Donatello, gli scultori medio­vali francesi, Jacopo della Quercia, studi sul Barocco, sul Bernini, sui Preraffaelliti; le solite opere settecentesche di Vitruvio Milizia Palladio Scamozzi ecc. A decine le piccole monografie d’arte Schweiller e di altre case edit.[rici] 2 opere monumentali su Raimondi e sull’incisione, polemiche del Bartolini, sul Futurismo, sul Novecento ecc.
Tutte le annate dell’«Emporium» - (centinaia di foto Alinari formato grande).
8-10 Opere sul Palazzo d’Urbino ecc.
V COLLEZIONI VARIE:
UTET: tutti i «Classici» rilegati GARZANTI: collezioni dei «FILOSOFI»
MONDADORI: tutte le «Scie», tutta «La Medusa»
EINAUDI: quasi tutti i «Saggi» colla cornice rossa VALLECCHI: tutto Soffici tutto Viani tutto Papini FORMIGGINI: quasi tutti i «Classici del ridere»
Quasi tutti i classici Zanichelli, parecchi Bocca, ecc. ecc.
VI STORIA PATRIA: tra le opere antiche e moderne, opuscoli estratti manoscritti trattanti Zara, la Dalmazia, Venezia nei riflessi colla Dalmazia e l’Adriatico, politica e geopolitica, lotte antiche e recenti, in italiano latino francese e serbo-croato: circa trecento
Tutte le annate dell’Annuario Dalmatico, dell’Archivio Storico, della Rivista Dalmatica.
VII ENCICLOPEDIE ecc.
La monumentale Majer, la Pomba, la Cogliati-Mondadori per Ragazzi, la Bompiani, il Melzi Vili.
VIII VOCABOLARI, NOMENCALTORI, DIZIONARI, comuni dei Sinonimi, dei contrari, ortografici, geografici, storici, danteschi carducciani dannunziani, antichi, moderni, degli uomini illustri ecc. (Tommaeo Zingarelli Premoli Panzini, i 2 ormai rari volumi del Parcic. Kusar, Andro- vic, Ghiotti, e latini e greci e tedeschi e spagnoli) il «Chi l’ha detto?» ecc.
IX. Quasi tutta la NARRATIVA italiana moderna:
tutto Slataper Svevo Stuparich, tutto Fracchia Baldini Bacchelli Moravia Palazzeschi Pea Ci- cognani Angioletti Pavese Bontempelli e i saggisti Cecchi Missiroli Malaparte Trompeo ecc. ecc. ecc.
X. Molta POESIA - ottocento e contemporanea -
Tutto, naturalmente Carducci (poeta e prosatore) Pascoli, D’Annunzio (poeta prosatore e drammaturgo) tutto Gozzano, Onofri Montale Saba Quasimodo; innumerevoli versificatori di fama nazionale regionale e locale, tutte le Annate della bellissima Rivista di Poesia: «Circoli».
XI STORIA e STORIA della LETTERATURA
gli storici di Roma: tutti, Mommsen, Gregorovius Ferreo Pais ecc. gli storici classici italiani in edizioni ottocentesche: Guicciardini Macchiavelli Botta il Sismondi (svizzero italiano) il Gianno- ne, il Delfico - e poi Bonghi Minghetti il Luzio, - il Burckhard il Lamartine Thiers - numerosissi­me opere su Napoleone - Salvatorelli Savelli ecc. Le opere di tutti gli Utopisti. Isidoro del Lungo.
Tutto Croce, Serra, Torraca, Bulferetti, D’Ancona, ecc. ecc. De Sanctis.
XII I POETI DIALETTALI: tutto il Belli (I ed. rara voi. 5), il Pascarella, il Trilussa (12 vo­lumi); il Lamberti, [...] il Nalin, il Porta; il Testoni il Zanazzo il Sarfatti; il Di Giacomo; infiniti altri minori.
XIII Letteratura varia in francese, tedesco, croato - in tutto circa una cinquantina di volumi
XIV Tutto Manzoni (8 volumi) + 5 diverse ed.fizioni] dei Pr.[omessi] Sp.[osi]
[tutto] Dante - + 7 [diverse edizioni] della D.[ivina] C.[commedia] - dall’illustrata dal Dorè a una tascabile «Barbèra» appartenuta ad Arturo Colautti
La Bibbia, Leopardi, Foscolo, Monti, l’Alfieri, i Fioretti in numerose edizioni.
XV La NARRATIVA e la NOVELLISTICA intemazionali, rappresentatissime, fino a rag­giungere alcune centinaia di volumi: daTo[l]stoi aCa[l]dwel[l], da Flaubert a Verga, da Zola a Sue a Bernanos, da Dostojewski a Mann, da Dickens a Balzac a Dos Passos a Carossa, dalla Serao alla De Cespedes e i popolarissimi: i Brocchi le Steno i Fraccaroli le Mura; e un centinaio di ricche edizioni di libri per bambini e ragazzi. La novellistica, tutta, da Bandello a Maupassant ai minori minimi e sconosciuti.
XVI GEOGRAFIA: dal grande «Atlante del Touring» ultima ed.[izione] a numerosi altri piccoli Atlanti scolastici e pratici; Atlanti storici, politici, geopolitica; monografie sulle Alpi, sul Danubio ecc; un centinaio di carte geografiche e topografiche moderne e antiche; numerose del Lombardo-Veneto e della Dalmazia - carte militari austriache
TUTTA la produzione del Touring Club dalla fondazione al 1943.
XVII Raccolte, Annate complete di Riviste di vario genere: esempi: della «Nuova Antologia»
di «Pan»
di «Circoli»
di «Natura ed Arte»
della «Fiera Letteraria»
dell’«Italia Letteraria»
dell’«Italiano»
del «Selvaggio»
dell’«Universale»
delle citate Riviste dalmatiche
del «Dramma»
del «Bollettino Chimico-farmaceutico» ecc. ecc.
XVIII Alcuni autori PREFERITI, le opere dei quali mi erano a portata di mano, e dei quali ho
quindi più vivo il ricordo: I
Epitteto, Luciano, Marco Aurelio, S. Agostino, Montaigne, Pascal, Erasmo, Saint Beuve, )
Carlyle, Emerson, Tocq[u]eville, Huitzinga, ecc.
XIX VARIETÀ: raccolte di aneddoti, curiosità, libri di casa, aforismi proverbi 1’ «et ab hic et ab hoc» ecc.
XX 18-20 volumi di opere di Tommaseo nelle ediz.[ioni] Le Monnier e Mondadori le ultimis­sime - 8-10 volumi su Tommaseo
XXI 9 tra operette, opuscoli, estratti a firma del sottoscritto.
A titolo di cronaca si comunica che nella Biblioteca descritta si trovavano pure alcune opere d’arte: una Madonna su legno 25x35 di scuola veneziana del XV sec. - un Crocefisso d’avorio barocco - una raccolta di 12 fiorentine in perfetto stato di conservazione, due acqueforti di Lino Selvatico un raro olio dello scultore Oscar Gallo, disegni e acquerelli di Altiero Capellini. Oltre a parecchi ed antichi oggetti bosniaci.
Il sottoscritto si rammenta che l’ultima catalogazione fatta alla sua Biblioteca nel gennaio- febbraio del 1943, si riferiva a circa 4.800 volumi.
[il testo continua calcolando il valore in 350.000 lire].
Di questa mole di volumi non sappiamo la fine. Probabilmente sarebbe difficile identificarli in quanto non abbiamo notizie che ci fossero note di possesso o ex-libris. Nei mesi successivi all’occupazione iugoslava della città fu avviato il recupero di numerose biblioteche private della città11. Si spera che la biblioteca di Marco Perlini almeno in parte sia confluita nella rinnovata Biblioteca Paravia che riaprì dopo l’oc­cupazione croata della città il 14 ottobre 1945 col nome di Narodna biblioteka, «poi sviluppatasi velocemente grazie ai libri salvati dalle rovine della città»12. Nel 1992 la biblioteca fu ridenominata Znanstvena knjiznica.
[1] Autobiografia in M. Perlini, La patria dalmata, Venezia, Scuola Dalmata dei SS. Giorgio e Trifone, 2010, pp. 8 e segg.
2 Taluni dei suoi scritti sono riprodotti in Peroni, La patria dalmata, cit.; alle pp. 209-11 l’elenco dei suoi scritti.
3 Già direttore della civica Biblioteca Paravia di Zara ed Ispettore bibliografico della Dalmazia dal 1935 alla fuga del 1943, oltre che importante storico della Dalmazia. All’epoca, in esilio in Venezia, lavorava nella Biblioteca Marciana e collaborava con la Soprintendenza Bibliografica delle Venezie.
4 Biblioteca Nazionale Marciana, Venezia, Carte Praga, IT-VI-586 (12350), n. 248, 3 cc. intestate «Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro le Malattie - sede provinciale di Vicenza».
5 Ovvero circa 5.000-6.800 euro del 2008, anche se, ai prezzi del mercato antiquario attuale, le sole opere e carte geografiche più antiche nel complesso spunterebbero un totale più elevato.
6 Datati come la lettera 12 novembre 1949, firmati nell’ultima pagina e portanti l’indicazione «dr.
PERLINI Marco fu Venceslao da ZARA ora a Vicenza - via G. Salvi 11».
7 Non si comprende esattamente il motivo per il quale ci siano due documenti differenti sulla stessa questione, ma con la stessa data. Dalla lettura del successivo epistolario di Praga sembrerebbe di ca­pire che s’intendeva inserire il valore della biblioteca abbandonata nel novero dei beni abbandonati per cui s’avanzavano richieste di rimborso allo Stato. Sembra di capire che, quale funzionario della Sovrintendenza bibliografica, Praga vistasse tali elenchi.
8 Zara subì 54 bombardamenti aerei degli Alleati fra il novembre 1943 e l’ottobre 1944, con la di­struzione di circa il 90% della costruzioni, la morte di quasi il 10% della popolazione. O. Talpo, S. Brcic, ...Vennero dal Cielo. Zara distrutta 1943-1944, II ed., Associazione Dalmati Italiani nel Mondo, Campobasso, Pailadino Editore, 2006.
9 Zona allora periferica della città, fra Zara centro e Borgo Erizzo.
10 Nella trascrizione è stata rispettata fedelmente la scrittura dell’originale riguardo a maiuscole e punteggiatura. Fra quadre sono inseriti i completamenti delle parole abbreviate dall’autore e, con punteggiatura. Fra quadre sono inseriti i completamenti delle parole abbreviate dall’autore e, con puntini, le parole incomprensibili. La punteggiatura originale sembra non avere una regola precisa.
11 G. Coen, 1944-1954. Zara cambia pelle, in «Atti e Memorie della Società Dalmata di Storia Patria», n. 11 (voi. XXXI, n.s. XX), Roma, Talìa editrice, Venezia 2009, pp. 83-84.
12 Dal sito internet: http://www.zkzd.hr/poviiest.php?ie7Ìk=en consultato il 15 gennaio 2010.
Sempre fra quadre sono stati corretti taluni pochi evidenti errori come in Tocqueville che nell’originale manca della «u».

 

62 - Papageno 04-2012 Muggia : quella frutta strappata all'oblio
QUELLA FRUTTA ANTICA STRAPPATA ALL'OBLIO
CILIEGIE, FICHI, PESCHE, MELE, ALBICOCCHE, MANDORLE: MUGGIA E L'ISTRIA RISCOPRONO I SAPORI DI UN TEMPO
Chiara Urbani
Chi tra i più fortunati non ricorda con nostalgia quel tempo in cui i bambini si arrampicavano sugli alberi a rubacchiare le prime ciliegie di stagione? Oggi quei sapori non esistono più: le varietà moderne vengono sviluppate per rispondere alle esigenze del mercato che le Impone resistenti al trasporto, alla manipolazione, alla marcescenza e con precise caratteristiche estetiche, che vorrebbero giustificare il ricorso alla modificazione genetica. Tutto questo a discapito della salubrità del prodotto e naturalmente...del gusto! Nel territorio muggesano e istriano, troviamo un patrimonio di varietà autoctone che sembrano rispondere alla perfezione alle rinnovate esigenze di genuinità del prodotti e alla ricerca di sapori dimenticati. Dal punto di vista geografico e morfologico Muggia risulta parte integrante della penisola istriana, e ancor più dal punto di vista agricolo, dato che le varietà fruttifere maggiormente diffuse vengono ampiamente condivise da tutto il resto della penisola e si ritrovano sparse un po' in tutta l'Istria, cosa che non avviene e non è storicamente avvenuta nel vicino Friuli. Le antiche cultivar fruttifere caratteristiche del territorio muggesano con tutta probabilità derivano infatti da varietà simili portate in epoche remote da altre partì d'Europa che si sono adattate alle caratteristiche del territorio. La composizione marnoso-arenacea del terreno (Flysch) ha modificato il patrimonio genetico della specie originaria determinando lo sviluppo di nuove varietà del tutto caratteristiche, che non hanno nulla da condividere con varietà analoghe sviluppatesi in altre zone della regione, con terreni diversi di origine carsica o alluvionale. La specificità delle cultivar muggesane rappresenta dunque un'opportunità di estensione e di arricchimento dell'offerta del territorio regionale, in ragione della biodiversità che la contraddistingue e che la rende unica nel panorama italiano. Un tempo a Trieste, per distinguere la provenienza e la prelibatezza dei prodotti, si diceva "bisi de Capodistria", "meloni de Isola", "fragoloni de Strugnan" e "sariese de Muja". Questi modi di dire riportano quando dalle colline circostanti la valle di Muggia, I cosiddetti "Monti de Muja", si snodava una lenta processione di carretti ricolmi di prodotti che partivano prestissimo al mattino per recarsi al mercato di Trieste. Lungo la valle delle Noghere i carri trainati da cavalli o asini si intervallavano alle donne coi "pianeri" di frutta sulla testa, e al sorgere del sole molti di loro avevano venduto i loro prodotti ed erano già tornati a casa. Tra la frutta più richiesta ed apprezzata del territorio muggesano spiccano le ciliegie. A Muggia il ciliegio veniva innestato sul ciliegio canino (Prunus mahleb), che venne diffuso da diverse famiglie carsiche che emigrarono nella zona di Muggia Vecchia attratti dalle possibilità occupazionali dell'allora cantiere navale di San Rocco, e si stabilirono sui versanti collinari (chiamati "cranzi" in ragione della provenienza dei loro abitanti, i "carsici"). Il resto lo fecero i merli e le capinere che, mangiando le bacche del ciliegio canino distribuirono i suoi semi attraverso le deiezioni in tutto il territorio circostante. A Muggia il ciliegio canino viene tradizionalmente indicato col nome di "trottolér", che deriva forse dalla sua attitudine a ritorcere il tronco per effetto della Bora, o forse per le caratteristiche di consistenza del suo legno che lo rendevano adatto ad essere forgiato nelle forme più bizzarre.
L'impiego del ciliegio canino come portainnesto finisce però col rendere il ciliegio innestato incline al "nanismo" riducendo di conseguenza l'entità del raccolto, pur conferendo alla pianta maggior resistenza a malattie e alla siccità estiva perché sfrutta un apparato radicale molto esteso e particolarmente longevo. Tra le antiche cultivar di ciliegio storicamente diffuse nel territorio muggesano troviamo la ciliegia "bonariva", la più precoce in assoluto dato che matura già a fine aprile sotto forma di un frutto piccolo, dalla colorazione rosso-chiaro e poi quasi nero a maturazione completa. La "bonariva" era apprezzata per la sua precocità: essendo infatti primaticcia si vendeva molto bene al mercato. Era poi molto ambita da bambini e ragazzi che prendevano letteralmente d'assalto i pochi alberi esistenti per concedersi la prima scorpacciata di stagione. La ciliegia detta "tenera a manigo curto" costituiva "La" ciliegia per eccellenza: il frutto grosso con polpa dolce e tenera, dal nocciolo piccolo e dal manico corto era la più richiesta dal mercato. La sua coltivazione assicurava ai contadini muggesani una produzione consistente, concentrata dopo la seconda decade di maggio, perchè l'albero fioriva immediatamente dopo le gelate primaverili. Oggi i pochi esemplari rimasti vanno sempre più diradandosi e nessuno si prende la briga di innestarli, preferendo comperare quelli già innestati. La ciliegia "bianca o pisona" ha una forma leggermente cuoriforme o tondeggiante e un colore avorio screziato di rosso lì dove risulta esposta al sole. L'origine della denominazione "pisona" deriva però dalla polpa particolarmente dissetante e liquescente, che la rende tuttavia vulnerabile alla presenza di vermi. La ciliegia "vissòla" resta lievemente asprigna anche a piena maturazione e si presenta grossa e tondeggiante, di colore rosso intenso. Pur maturando appena verso la terza decade di maggio non veniva attaccata dai vermi e per questo si impiegava in diverse preparazioni: conservata sotto grappa o per le marmellate. L'albero è riconoscibile per le foglie di un verde più scuro rispetto alle altre varietà e la corteccia dalla sfumatura nerastra. La ciliegia "durasiga" rappresenta forse la varietà meno conosciuta e diffusa sul territorio muggesano, con la particolarità di fruttificare ad anni alterni. L'albero produce frutti molto grossi dal colore giallognolo e polpa croccante ed acidula, con nocciolo piccolo e picciolo cortissimo. Accanto alle ciliegie a cui Muggia e le colline circostanti dovevano la sua notorietà troviamo alcune varietà tipiche di piante di fico. Non c'era campo in cui non venisse piantato almeno un albero di fico: presso i pollai si usava per ombreggiare i polli, che poi si nutrivano dei fichi che cadevano. I contadini poi facevano merenda a pane e fichi, mentre le madri farcivano con la sua marmellata i panini da dare ai bambini a scuola. Il fico "de lujo o scofiòto" veniva così chiamato per la maturazione a luglio e la probabile diffusione a Scofìe, località del muggesano ora In territorio sloveno. È una varietà dal frutto mediamente grosso che a maturazione assume un colore verde chiaro tendente al giallognolo e internamente con polpa ambrata e liquescente, dall'ottimo sapore. Il giorno prima di recarsi al mercato le donne raccoglievano i fichi di mattina (o di sera) per mantenerne la fragranza, e poi li riponevano su caratteristici vassoi di vimini chiamati "pianeri", dalla forma circolare e con il bordo rialzato, dove i fichi venivano sistemati a strati alterni di foglie dell'albero stesso: in questo modo, una volta al mercato, i fichi sul banco erano belle pronti per essere venduti. Questi fichi erano spesso presi d'assalto da uccelli chiamati rigogoli (Oriolus oriolus), in dialetto "papafighi" (mangiafichi) che oltre ad essere golosi dei suoi frutti sceglievano gli alberi per nidificarvi. Il fico "rovàn o mujesàn" raggiunge a maturazione avvenuta una colorazione viola intenso, dalla polpa rossa Intrisa di sostanza zuccherina dalla consistenza semifluida e appiccicosa: infatti è caratteristica la goccia ambrata che si forma sull'apice inferiore del fico, che lo protegge dalla penetrazione dell'acqua piovana, rendendolo molto resistente al temporali di fine estate. I nonni usavano seccarlo infilzandolo con uno spago che veniva appeso al soffitto della cantina, con cui si confezionavano poi diversi dolci nutrienti per l'inverno. Questa varietà rappresenta II fico da marmellata per eccellenza, anche perché per la sua povertà d'acqua bastavano due ore di cottura, e poi ha il pregio di prolungare la sua maturazione da settembre fino ai primi freddi, consentendo un raccolto abbondante. Da ricordare anche il fico "della Madonna" di colore marrone, di cui si sono quasi perse le tracce. Una varietà molto originale per il territorio era rappresentata dal moro (Morus nigra) che per le caratteristiche del frutto era conosciuto come "mora da sugo". Viene erroneamente associato al gelso, che fu importato solo più tardi dalla Cina. Il moro è invece originario dell'Armenia e diffuso poi nel bacino del Mediterraneo dagli antichi Greci. Le sue "more da sugo", grosse e di color rosso sangue, ricche di succhi e dal sapore piacevolissimo, conservavano un retrogusto acidulo anche a piena maturazione. Questi frutti erano talmente delicati che risultava impossibile raccoglierli senza strizzarli, così venivano posti in ampi catini smaltati da cui, una volta al mercato, i clienti si servivano con un ramaiolo dentro tazze o bicchieri che era destinato a sporcarsi, era frequente assistere allo spettacolo di frotte di bambini e ragazzi che si arrampicavano sugli alberi in mutande e poi, una volta sazi, andavano a tuffarsi in mare per togliersi di dosso il colore "sanguigno". Le more erano utilizzate per preparazioni prelibate come i frullati, i sorbetti, il gelato e il ratafià. Il pesco "sopa de vin" (zuppa di vino) era molto diffuso nel territorio maggesano, maturava a settembre assumendo una colorazione rossastra sul fondo verde chiaro, mentre la polpa era rosso intenso. Il suo gusto ottimo dal sapore leggermente amarognolo lo rendevano perfetto per la preparazione dei "persighi col vin". Tra le antiche cultivar muggesane ricordiamo inoltre l'albicocca o "ermelin", la cui marmellata si usava per farcire le crèpes ancor oggi chiamate "amlet o amblet". Tra i meli spiccano la profumatissima mela "gustana" di agosto, il melo "bruto ma bon" dalla buccia ruggine che racchiude un gusto eccellente e la mela "de rosa" dal profumo vagamente fiorito. Ricordiamo la mandorla "grosa de Lazareto" per la sua provenienza e consistenza, e il pero "de San Piero", varietà precoce dal piccolo frutto e sapore dolcissimo e in fine il pero "spadon o de spada", enorme e prelibato.



63 - L'Internazionale 09/06/12 Visti dagli altri - I due volti dì Trieste
Visti dagli altri
I due volti dì Trieste
Richard Werly, Le Temps, Svizzera
Da una parte c’è una città tentata dal populismo di stampo berlusconiano, dall’altra una comunità che cambia grazie all’immigrazione e alle nuove generazioni
“La città ridiventa italiana grazie ai turisti”, spiega Sabrina Morena
Ha appena finito il suo discorso. Con gli occhi febbricitanti e i sottili baffi perfettamente al­lisciati, Gabriele D’Annunzio si pavoneggia nella sua uniforme, indossa­ta in modo bizzarro, con il farfallino e la daga in cintura. Nella grande sala del Caffè Tommaseo, uno dei primi bar triestini, inaugurato nel 1830, aleggia il fumo dei si­gari. Qui, al riparo dal sole di agosto del 1919, si svolge una riunione eterogenea di nobili italiani, avventurieri e disertori dell’esercito asburgico. D’Annunzio ha convocato lo stato maggiore della sua “le­gione”. L’obiettivo è riconquistare Fiume- oggi Rijeka, in Croazia - e tutti i territori della costa adriatica popolati in maggioran­za da italiani. Ripete da giorni che la giova­ne Italia, vincitrice della prima guerra mondiale, otterrà con la forza la sua porzio­ne dello smembrato impero austroungari­co. E che importa se, dalle loro ricche ville sul promontorio di Miramare, le grandi fa­miglie di armatori greci, di mercanti arme­ni e di banchieri ebrei ridono di lui. Il poeta giura che il suo nazionalismo avrà la meglio sulla diplomazia. Un embrione del futuro fascismo.
Matteo, il venditore di libri usati di via San Rocco che ho incontrato il giorno prima tra i tavolini del Caffè Tommaseo, richiude l’album di foto antiche. Quella febbre na­zionalista degli anni venti sembra molto lontana dalla Trieste meticcia di oggi. Nel frattempo ci raggiunge Sabrina Morena, drammaturga, autrice dello spettacolo II viaggio di Caterina, che racconta la storia di un processo di fine ottocento contro una cameriera originaria delle campagne friu­lane accusata di infanticidio in una Trieste ricca e cosmopolita. Morena è anche la di­rettrice del festival culturale S/Paesati, de­dicato alle minoranze. “Trieste è prima di tutto una città di frontiera”, ci spiega men­tre una giovane musicista si siede al grande pianoforte a coda. “Non è una città di cer­tezze, ma di indecisione. Il suo universo non è l’Italia, ma l’Europa centrale”.

Territorio libero
Tutto nei decori urbani di Trieste, realizza­ti dai migliori architetti dell’impero au­stroungarico all’inizio dell’ottocento, riflet­te questa identità variegata di cui il Caffè Tommaseo è testimone. Qui di fianco c’è la chiesa bizantina della comunità greca. Si dice che i discendenti di questa comunità possiedano ancora oggi gran parte del pa­trimonio immobiliare cittadino. A meno di cento metri, di fronte al grande canale, sor­ge l’imponente cattedrale della comunità serba, la più importante della città. “Il Caf­fè Tommaseo rappresenta la Trieste avven­turosa, l’antro dei sogni e dei miraggi”, spiega Matteo. È quindi il luogo ideale per raccontare la storia di questo porto, tornato all’Italia nel novembre del 1954, dopo esse­re stato per dieci anni un “territorio libero” amministrato dall’Onu. A ridosso della Ju­goslavia, che stava dall’altra parte del muro che divideva l’Europa.
Seduti a un altro tavolino quattro pen­sionati triestini tirano fuori una scacchiera. Il Piccolo, il quotidiano locale, offre il pro­gramma dei concerti serali in piazza Giu­seppe Verdi, che ora brulica di operai slove­ni e croati. Sabrina Morena, francese per parte di madre, sorride leggendo la lista di caffè e luoghi importanti presa da Microco­smi e Danubio, due dei più importanti libri dello scrittore Claudio Magris.
L’autore triestino, che speravamo di po­ter incontrare, avrebbe quasi certamente scelto come luogo per il nostro appunta­mento il Caffè San Marco, in via Cesare Battisti, vicino ai giardini pubblici. Un con­densato d’Italia, inaugurato il 3 gennaio 1914 e devastato il 23 marzo 1915 dai soldati austroungarici. Mentre al Tommaseo si po­tevano ascoltare le arringhe irredentiste di D’Annunzio, al San Marco, racconta Ma­gris, c’era una “fabbrica dei passaporti falsi per i patrioti antiaustriaci che volevano fug­gire in Italia” dopo il rimpatrio a Trieste, il 2 giugno 1914, del cadavere dell’arciduca Ferdinando, assassinato a Sarajevo.
A fine luglio, però, il Caffè San Marco è chiuso per ferie e i suoi clienti sono stati costretti a emigrare. Alessandro ne è dispia­ciuto. Il giovane proprietario della casa editrice Asterios - fondata da suo nonno che era immigrato qui dalla Grecia - avreb­be voluto invitarci al San Marco per bere un caffè Illy, l’azienda di Trieste nota in tutto il mondo. Perciò ci incontriamo nella sua li­breria, vicino alla sinagoga. È una strana combinazione quella tra la casa editrice al­ternativa, che pubblica autori vicini alla si­nistra radicale, e questa città, aggrappata al suo patrimonio, con una popolazione sem­pre più anziana che va a passeggio su viale Miramare. “Ci sono due Trieste in crisi”, precisa Alessandro. “Una città dove tutti si conoscono, tentata come buona parte dell’Italia dal populismo di destra di Silvio Berlusconi, accecata dal denaro facile. E un’altra, in cambiamento costante sotto i colpi dell’immigrazione e delle nuove ge­nerazioni”.
Di ritorno al Caffè Tommaseo, Guido, seduto dietro la cassa, sorride per la coinci­denza. La nostra nuova interlocutrice, la professoressa slovena Marija Mitrovic, sie­de, senza accorgersene, sotto un quadro che raffigura una donna nuda. Colori squil­lanti, forme provocanti: l’opposto della mo­danatura d’epoca, dei centrini sfrangiati e dell’atmosfera un po’ antiquata del locale. Un’ottima scelta, però. Perché Marija è esperta di rotture. “Non si può parlare di Trieste se si dimentica quello che significa­va per noi jugoslavi negli anni sessanta e settanta. Trieste era l’occidente. La libertà. La società dei consumi. E, in parte, la città è rimasta legata a quest’immaginario”, ci spiega questa docente universitaria che è venuta in Italia dopo il crollo dell’ex Jugo­slavia.
Ammortizzatori solidi
I camerieri più anziani del Tommaseo an­nuiscono. In quegli anni la piazza Ponteros­so, oggi in parte un parcheggio, ospitava uno dei più grandi mercati all’aperto d’Eu­ropa. I frigoriferi, le cucine a gas, i pacchi di vestiti si ammonticchiavano sui tetti delle auto dirette verso il paese di Tito. Un’inde­lebile “jugonostalgia”: “Non c’è da stupirsi se Trieste appare così indolente di fronte alla crisi economica di questi anni”, osserva Sabrina. “Ne ha viste altre, molte altre”.
Giorgio Cicogna è un prodotto di questo incrocio balcanico. Nato e cresciuto a Trieste, questo diplomatico, ex collaboratore di molti ministri italiani, dirige l’Iniziativa centro europea, un’organizzazione che riu­nisce diciotto paesi della regione. La crisi?
“Questa città ha accumulato enormi risor­se nel corso dei suoi cambiamenti”, raccon­ta Cicogna. “Ha un solido sistema di am­mortizzatori”. Sua moglie, nata in Belgio, aggiunge: “A Trieste è difficile rendersi conto delle difficoltà finanziarie nel resto della penisola”. Di sera i ristoranti in riva al mare sono pieni. Dalle targhe delle auto croate, slovene e serbe si capisce che la città è ancora una calamita per chi vive al di là delle montagne d’Istria. I moli del porto, però, sono deserti rispetto al passato.
Come per smentirci, la grande sala del Caffè Tommaseo si riempie all’improvviso. Ancorata proprio di fronte alla piazza d’Italia, a pochi metri dell’ex sede del Lloyd Adriatico, una nave della Costa crociere sfida un’enorme gru di scarico galleggiante, entrata in funzione all’inizio del secolo scorso e oggi tutelata come monumento. Sabrina Morena sorride: “La città ridiventa italiana grazie ai turisti, che con la crisi so­no costretti a limitare i loro viaggi all’este­ro”.
Eletta da poco alla provincia nelle fila del Partito democratico, Morena appare sicura di sé: “Trieste non è più lacittà mer­cantile di un tempo. È sempre di più un mu­seo. Dobbiamo ripensare la nostra identi­tà”. I camerieri del Caffè Tommaseo si fan­no stradatra i tavolini. Il piano ha smesso di suonare da un po’. Tranne i turisti, i triestini seduti ai tavoli hanno tutti un’età avanzata. Sembra che in città due abitanti su tre siano pensionati.
Mentre siede sotto il vecchio orologio del Caffè Tommaseo, Melita Richter, do­cente di letteratura serbocroata, azzarda un’ipotesi: “Trieste non è più un punto di partenza. La ferrovia che la collegava a Lu­biana non esiste più. Più scollegata dal suo entroterra balcanico, ha perso forza e finge di ignorare i nuovi arrivati, immigrati dalla Cina, dalla Somalia o dal Medio Oriente”. Un esempio di questo cambiamento di pa­radigma è il fatto che la statua dello scritto­re irlandese James Joyce, contemporaneo di D’Annunzio, si trova sul ponte del canale a poca distanza da strade piene di negozi cinesi a buon mercato.
“Per una città leggendaria come Trie­ste, la vera crisi è essersi normalizzata”, ironizza Matteo sorseggiando un espresso. E in dialetto conclude, guardando l’Adriati­co assolato: “Cos te voi, no se poi!”. Cosa vuoi, non ci si può fare nulla! - Gim

 

64 - La Voce del Popolo 16/06/12 E & R - Pastificio «Adria»: un piccolo tassello di storia fiumana emigrata in Uruguay (Roberto Palisca)
Il fondatore dello stabilimento, Luigi Ossoinack, si portò dietro una fidata squadra di collaboratori
Pastificio «Adria»: un piccolo tassello di storia fiumana emigrata in Uruguay

A cura di Roberto Palisca
Su iniziativa dell’esule fiumano in Uruguay, Furio Percovich, il giornale “La gente d’Italia”, quotidiano d’informazione indipendente che diffonde tra l’altro a mezzo stampa pure notizie riguardanti le numerose aziende e gli imprenditori italiani nell’Uruguay, ha pubblicato a metà maggio un interessante servizio sul pastificio “Adria” di Montevideo”.
Ricordiamo che questa e altre vicende dei giuliani, fiumani e dalmati nel mondo erano state documentate anni or sono anche nella mostra itinerante dal titolo “Con la nostre radici nel nuovo Millennio”, a cura del Circolo Giuliano dell’Uruguay, che dopo aver toccato varie località dell’Argentina, nel marzo di tre anni fa aveva arricchito pure la cerimonia d’apertura della sede dell’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo.
Riportiamo di seguito quanto scritto da Furio Percovich e pubblicato da “La gente d’Italia”
*************
Nel ‘’portofranco” di Fiume, cittá della Venezia Giulia che tra le due guerre mondiali era situata sul confine fra l’Italia e la Jugoslavia, l’imprenditore Luigi Ossoinack era titolare de “La Marittima”, agenzia di forniture navali e di un pastificio, aziende che dopo il 1945 e la cessione della Regione alla Jugoslavia, furono “nazionalizzate” dal regime comunista del Maresciallo Tito.

Imprenditore ricco di iniziative – come un omonimo antenato che, quando Fiume apparteneva al’Impero Austroungarico aveva fondato l’importante Compagnia di Navigazione “Adria” – decise di emigrare in Uruguay e rifondare a Montevideo il pastificio fiumano.

Portó con sé la sua fi data squadra di collaboratori, anche loro esuli, come il direttore Giovanni Maganja e tecnici Giovanni Berton, Carlo Biasi, Giulio Franco, Antonio Kriznar, Felice Penco e Galileo Percovich.
Nell’ottobre del 1949 loro s’imbarcarono a Genova e con macchinari importati dall’Italia e gli accessori fabbricati localmente, istallarono il pastificio “Adria” (adottando i colori e la marca dell’avita Compagnia di Navigazione Austroungherese-Fiumana, facendosi poi seguire dalle rispettive famiglie.

Lo stabilimento, localizzato nell’Avenida 8 de Octubre, vicino all’Avenida Giuseppe Garibaldi, inizió la produzione nel marzo del 1950 e ben presto acquistó una posizione di rilievo nell’industria alimentare locale, abituando la popolazione uruguayana a consumare anche la pasta essicata cucinata al dente, oltre alla tradizionale pasta fresca delle piccole fabbrichette locali di quartiere.
Ossoinack diede lavoro anche ad altri italiani emigrati in Uruguay. Poi nel 1955, avendo saputo che nella Provincia di Misiones, in Argentina, si trovava il giá commerciante di legnami a Fiume Silvio Premuda, che tentava fortuna nello stesso ramo, lo invitó a venire a lavorare nel pastificio con la sua famiglia. Fu cosí che anche lui ed i suoi figli, Gianfranco e Paolo, fecero parte dei quadri dello stabilimento.
Nel 1950 il pastificio occupava i due edifici centrali della fotografía che pubblichiamo a lato. Ssuccessivamente si sviluppó occupando anche i due edifici laterali, oltre al deposito e centro di distribuzione per tutto l’Uruguay, situato nella vía Eduardo Víctor Haedo (ex Dante).
Oggi l’azienda é diretta da Antonio Maganja, e vi lavorano alcuni discendenti dei fondatori.

Furio Percovich

 

65 - Il Piccolo 18/08/12 Aquila bicipite e leone alato il logo delle Generali fa storia
Aquila bicipite e leone alato il logo delle Generali fa storia
Personaggi, passaggi e vicende della compagnia nel volume sull’archivio il libro
Un lungo lavoro di ricerca tra testi, foto e schede Il volume “L’archivio storico racconta-Vicende e personaggi delle Assicurazioni Generali nell’Ottocento” è l’ultima iniziativa editoriale realizzata dal Gruppo del Leone, frutto di un lungo lavoro di ricerca e catalogazione negli archivi della compagnia. Con testi, foto e schede sintetiche racconta le vicende e i personaggi che hanno fatto la storia della società triestina inserendo ogni dettaglio nel contesto storico e sociale in cui è maturato. Nonostante l’argomento, taglio e impostazione non possono certo essere considerati di tipo archivistico. La veste grafica accattivante e la scrittura scorrevole rendono il volume un prezioso strumento di facile e piacevole consultazione da tenere in biblioteca. di Stefano Bizzi Dall'aquila bicipite, al leone alato. La storia di Generali si può raccontare anche attraverso l'evoluzione del suo logo. L'immagine stilizzata di oggi è solo l'ultimo passaggio di un cambiamento continuo che probabilmente non è ancora giunto alla fine. Il cambiamento è ripercorso nel volume dedicato dalla società triestina al suo archivio storico. In origine, sui documenti ufficiali della compagnia nata il 26 dicembre 1831 con il nome di Assicurazioni Generali Austro-Italiche campeggiava il simbolo degli Asburgo. Il leone - oggi utilizzato anche come sinonimo del gruppo - arrivò solo in un secondo tempo. L'utilizzo dell'aquila imperiale era stato concesso da Vienna come privilegio e ben rappresentava le due teste della Compagnia. Sin dalle sue origini, Generali aveva adottato una doppia struttura direzionale: a Trieste fissò la propria sede centrale, a Venezia istituì la direzione veneta. La prima si insediò sulle Rive a Palazzo Carciotti e sviluppò gli affari nell'ambito del Impero austriaco; la seconda occupò alcuni locali nel palazzo delle Procuratie venete di piazza San Marco e si occupò delle operazioni nel Lombardo-Veneto e nel resto della penisola italica. Come viene sottolineato nel volume “L'archivio storico racconta-Vicende e personaggi delle Assicurazioni Generali nell'Ottocento” (250 pagg., s.i.p.) nel corso del primo decennio l'espansione commerciale fu rapida: “Agenzie vengono aperte in tutti gli Stati italiani, nei maggiori centri dell'Impero, da Vienna a Praga e Pest, e nei principali porti d'Europa, a cominciare da Bordeaux e Marsiglia”. Lo sviluppo delle attività, però, non procedette come desiderato. In diversi Stati italiani, i governi si dimostrarono diffidenti. A suggerire un cambio di immagine furono soprattutto i moti del 1848. I maggiori esponenti della direzione veneta abbracciarono con entusiasmo la causa della Repubblica di Daniele Manin e questo creò non pochi imbarazzi a Trieste. Un po' come accade oggi quando in occasione degli scontri di piazza i manifestanti si scagliano contro i marchi di certe multinazionali, allora, in alcune città italiane, le sedi di Generali vennero assaltate perché presentavano nell'insegna proprio l'aquila a due teste. Il Consiglio d'amministrazione decise prima di eliminare dal nome sociale la dicitura “Austro-Italiche”, poi di cambiare il simbolo. Nonostante le ricerche d’archivio, ancora non è certa la data d’introduzione del leone alato. Di certo c’è che nell’autobiografia di una delle maggiori figure della storia di Generali, Marco Besso scrive che dagli anni Sessanta dell’Ottocento avvenimenti e manifestazioni della Società vennero generalmente accompagnati dal “fido Leone” e che dal 7 aprile 1848 “ogni stampato e ogni manifesto, e le targhe da affiggere sulle case assicurative o avevano il nostro bravo leone di San Marco od almeno non c’era più l’aquila”. Per ora, la più antica attestazione del nuovo simbolo emersa dall’archivio storico è un mandato dell’agenzia di Parma risalente al 1860. La scelta del leone marciano rispondeva a precise strategie commerciali e di immagine. Oltre al fatto che la direzione “italiana” si trovava a Venezia, l’emblema storico della città lagunare richiamava i fasti della Serenissima, “immagine di efficienza e sinonimo di successi anche per la compagnia”. I primi leoni erano rivolti a sinistra (come quello di oggi), ma il viso era rivolto verso chi guardava. Il capo era cinto da un’aureola e la coda era a “doppia volta”. Poi entrambi i dettagli vennero eliminati. L’iconografia rimase statuaria fino agli anni Settanta, quando arrivò la stilizzazione di oggi che coniuga la modernità con la storia secolare di Generali. Logo ergo sum.

 


66 – Pagine Istriane Maggio-Giugno 1923 Nobili veneziani e nobili austriaci nell'isola di Cherso
Nobili veneziani e nobili austriaci nell’isola di Cherso
Caduta la repubblica di San Marco nel modo che tutti sanno, l’Austria anche nell' isola che mi diede i natali, per arte politica, nulla mutò in sulle prime negli ordinamenti interni. Le istituzioni veneziane rimasero intatte, e le nuove norme legislative sancite dagli invasori riguardavano soltanto i cani vaganti, le legnate, i vasi non fermati alle finestre, l'obbligo di illuminare le vie, il divieto di giuocare d'azzardo e di fumare in pubblico, pena la rottura della pipa. Ma l'affetto tenace dei chersini al veneto Leone fu sempre ai non chiamati padroni un pruno negli occhi, che bi­sognava togliere ad ogni costo, affinchè l’aquila grifagna potesse a suo agio conficcare gli artigli nelle viscere nostre. E poiché alcuni patrizi, ed è inutile ormai negare la verità storica, aveano intrigato, vuoi per ambizione, vuoi per interesse, in favore dei nuovi venuti, costoro, sia nella prima che nella seconda dominazione, si diedero a blandirli, a solleticarne la vanità e l'utilità. Sapeva per esperienza l'Austria che con i popolani nulla era da tentare, con quei popolani che aveano vendicato nel sangue il tradimento ordito o compiuto da certi nobili: con quei popolani th’erano riusciti a sottrarre dalle mani degli scalpellatori austrìaci l'amato e venerato Leone, per dargli sepoltura tranquilla ed onorata nel fondo del nostro bel mare. Ma con i patrizi si poteva iniziare quell'opera disgregatrice con la quale speravasi di distogliere gli sguardi degli isolani da Venezia per dirìgerli verso Vienna. E quindi sia dopo Campoformio, sia dopo il 1815 fa sapere ai patrìzi che è disposta a riconoscere le prerogative e le immunità concesse da Venezia alla loro classe, purché chiedano a Vienna la conferma della loro nobiltà.
Le antiche casate dei Drasa, Schia, Sbarra, Grabbia, Profici, Donati, Capece ecc. non ebbero bisogno di subire le tentazioni austriache, perchè s’erano estinte prima della fine della repubblica veneta, ma altre abboccarono all'amo accortamente gettato dal governo degli Absburgo. Però non so quale specie di compiacimento abbia in tali famiglie suscitato la vista dei novelli diplomi, quando esse s'accorsero che ai loro bei cognomi latini ed italiani erano stati appiccicati a Vienna dei predicati nobiliari prettamente teutonici, irti di aspirate, di dittonghi con varia pronuncia e di vocali più o meno raddolcite.
Soltanto negli ultimi tempi l’Austria si compiacque di largire un predicato del tutto italiano ed uno per metà italiano e per metà croato, in conformità al solito si­stema di promuovere, per i noti fini, la Babele linguistica nella nostra Regione.
Ma se una parte del patriziato isolano si lasciò adescare dagli allettamenti dell'Austria, la maggioranza d'esso, fiera della propria nobiltà veneziana, non inviò istanze al governo di V ienna, sebbene questi avesse ripetutamente prorogato il termine della presentazione delle domande. E non lo fece perché, come andò dicendo uno de' miei avi, i nobili veneziani non aveano bisogno di venir riconosciuti e convalidati dai Tedescazi.
Queste famiglie sdegnose furono gli Antoniazzo-Bocchina, i Petris del Torrione, i Petris-Ercole, i Colombis, i Moise, i Mitis ecc.; e la loro avversione a piegarsi alle studiate blandizie di Vienna é tanto più notevole, in quanto l'Austria ne' primi tempi si mostrava tenerissima e prodiga con la sua nobiltà. Questa da noi non era chiamata soltanto come sotto San Marco, a reggere le aste del baldacchino, a portare la spada ed il tricorno, a possedere banchi speciali in chiesa, a ricevere dal sacer­dote, prima dei popolani, le ceneri, il fumo dell’incenso e la benedizione del predicatore: non godeva solamente l'esclusivo privilegio di correre... alla giostra, perchè i patrizi anche sotto l’Austria continuarono per un buon tratto a costituire la mag­gioranza nel consiglio cittadino, ad essere esenti da ogni fazione e gravezza.
Talché durante la signoria degli Absburgo l'antica nobiltà veneziana dell'isola di Cherso si dissolve in vane categorie; ci sono quelli che hanno chiesto ed ottenuto la conferma: quelli che non l'hanno chiesta, e, pur non usandola negli atti pubblici, ci tengono ai diplomi ed agli stemmi che mettono ben in evidenza nei loro salotti e sopra le porte delle loro case; altri, impipandosi d'una convalidazione che ritengono inutile, usano apertamente ed a tutto spiano la particella de, che, almeno senza apostrofo, sarà latina, sarà francese ma non è italiana. Ci sono infine i nobili che chiameremo moderni, perchè seguaci del nuovo spirito livellatore, alieno da piccinerie e da vane pompe aristocratiche: costoro amalgamandosi col popolo si fanno paladini de' suoi diritti e mandano pergamene, sigilli, blasoni a' ferravecchi o in soffitta a tener compagnia alle cianfrusaglie ed ai topi. E su per giù ritengo che le stesse cose sieno avvenute in tutta la regione Giulia, con l'aggiunta forse di qualche diminuizione nel grado nobiliare, e relativo assegno di minor numero di quarti, palle e foglie, tanto per dimostrare che la nobiltà austriaca valeva più della veneziana. S'intende eh' io qui non fo cenno dei nobili di esclusiva creazione absburgica.
Ma se l'Austria gabbò parte della nostra nobiltà appiop­pandole i sullodati predicati, se gabbò tutti gli abitanti dell'isola introducendo un po' per volta il più opprimente assolutismo, restò anche gabbata, perchè i nepoti e pronipoti di quei nobili concordi si unirono alla rimanente cittadinanza nel combattere l'azione dispotica e croatizzatrice del governo di Vienna, alto tenendo il carattere italiano dell'ieola, specie in quella rocca mai scalata che fu il municipio nostro. Il quale dalla caduta della repubblica veneziana alla tanto auspicata redenzione che ci congiunse per sempre alla Gran Madre Antica, rimase sempre italiano, malgrado numerosi e potenti nemici avessero fatto ogni sforzo per abbatterlo.
Però anche in questo periodo di libertà vittoriosa permane la confusione in riguardo al diritto ed all’uso dei titoli nobiliari. E poiché a Roma c e una Consulta Araldica, la quale regola tale diritto, e poiché il mondo bisogna prenderlo com'è, con tutte le sue piccole ambizioni e tutte le sue piccole vanità, mi pare sa­rebbe opportuno che l'opera assimilatrice e sistematrice tra le vecchie e le nuove provincie del Regno si estendesse pure alla arruffata questione della nobiltà gentilizia.
Cigale, nell’estate del 1923.
SILVIO MITIS


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