N. 843 – 15 Settembre 2012
Sommario


574 - Il Piccolo 11/09/12 Il premier croato dal Papa per risolvere il caso Dalia (Mauro Manzin)
575 - Unione degli Istriani 12/09/12 Trieste: Commemorato il Martirio del Beato Francesco Bonifacio
576 - La Voce del Popolo 14/09/12 Pola ricorda la fine del Governo alleato (dd)
577 - La Voce del Popolo 08/09/12 La migliore stagione turistica nella storia della Croazia
578 - Il Piccolo 12/09/12 Spalato e Zara sull’orlo della bancarotta (Mauro Manzin)
579 - La Voce del Popolo 14/09/12 Emigrati giuliani e istriani a Trieste (rtg)
580 - Il Piccolo 13/09/12 John Lennon e Tito la "strana coppia" insieme per la pace
581 - Il Piccolo 14/09/12 «John Lennon con Tito? Mostra di cattivo gusto» (Riccardo Tosques)
582 – La Voce del Popolo 14/09/12 Fiume - A scuola di... storia e cultura fiumane (Stella Defranza)
583 - La Voce in più Dalmazia 08/09/12 Lissa, una vittoria con troppi padri (Dario Saftich)
584 - La Voce del Popolo 13/09/12 Avvincente vita dei baroni Hütterott da Trieste a Rovigno, fino al Giappone (Cristina Golojka)
585 - La Voce del Popolo 11/09/12 Vlado Benussi: «Il dialetto? Un modo di esistere» (Gianfranco Miksa)
586 – Il Piccolo 13/09/12 La lettera del giorno - Grande Guerra, i dimenticati perché non "italianissimi" (Sergio Callegari – Paolo Rumiz)
587 - Corriere della Sera 13/09/12 Lettere a Sergio Romano - Collasso della Jugoslavia: alle origini del dramma (G.Ferraris - S.Romano)
588 - La Repubblica 09/09/12 Dubrovnik? Come un'enclave extra-Ue (Arturo Cocchi - Linda Varlese)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

574 - Il Piccolo 11/09/12 Il premier croato dal Papa per risolvere il caso Dalia
Il premier croato dal Papa per risolvere il caso Dalia
Il “caso Daila” approda ai piani alti del Vaticano Il 29 ottobre il premier croato Milanovic, dopo l’udienza privata dal Papa, si confronterà sul futuro del monastero conteso con il segretario di Stato Bertone
di Mauro Manzin
TRIESTE Il caso della “ri-nazionalizzazione” del monastero di Daila adesso approda in Vaticano. Il primo ministro croato Zoran Milanovic, infatti, sarà il prossimo 29 ottobre in udienza privata dal Papa e incontrerà il segretario di Stato vaticano cardinale Tarcisio Bertone. La notizia, non ancora confermata dai Banski Dvori, è trapelata però sulle pagine del quotidiano di Zagabria Vecernji List. Ricordiamo che nell’agosto del 2011 il ministro della Giustizia croato ha emesso una delibera con la quale ha dichiarato nulla la restituzione dei beni del monastero di Daila, alla Chiesa cattolica croata, aprendo in questo modo la strada per la restituzione dell'immobile allo Stato croato, invece che all'Abbazia di Praglia, nel Padovano, come aveva deciso il Vaticano solo un mese prima. In un comunicato il ministero precisò allora che dopo aver effettuato una serie di controlli della procedura di restituzione del monastero e dei terreni circostanti alla Chiesa, svoltasi tra il 1997 e il 2002, è stato constato che tale atto legale «è da considerarsi nullo dato che fu svolto in base alla legge sulla restituzione dei beni confiscati dalle autorità jugoslave comuniste, mentre rientrava nella materia già prima risolta con accordi internazionali», ovvero gli Accordi di Osimo. In sostanza, il ministero ha accolto la posizione della diocesi di Pola e Parenzo, che aveva rifiutato di restituire l'immobile ai benedettini italiani, dopo una decisione del Vaticano, approvata dal Papa, sostenendo che i frati di Praglia erano già stati risarciti in base agli Accordi di Osimo e pertanto non avevano diritto a un secondo indennizzo. La controversia aveva suscitato un'aperta disobbedienza del vescovo locale, mons. Ivan Milovan e dell'intero clero istriano al Vaticano e al primate della Croazia, cardinale Josip Božanic. Milovan era stato sostituito da un vescovo nominato da Roma per il tempo necessario a firmare l'atto notarile con il quale la sua diocesi avrebbe ceduto l'immobile, del valore di almeno 30 milioni di euro, ai benedettini italiani. Con la decisione del ministro croato lo Stato dovrebbe riacquisire l'immobile, ma anche evitare che altri simili richieste di indennizzo provenienti dall'Italia possano aggirare il regime internazionale degli Accordi di Osimo secondo i quali l'Italia, e non la Croazia o la Slovenia, si era fatta carico di risarcire i propri cittadini per i beni abbandonati dopo la Seconda guerra mondiale. Vaticano e Croazia hanno sempre fatto sapere di volersi accordare sulla “vexata quaestio” considerando una bega giudiziale come “ultima ratio”. L’ex premier Jadranka Kosor scrisse al tempo una lettera a Benedetto XVI che presupponeva una sua “missione” presso la Santa Sede. Ma poi non se ne fece nulla. Ora tocca a Milanovi„ prendere in mano lo scottante dossier Daila. Il confronto avverrà però non certo con Benedetto XVI, ma con il segretario di Stato il cardinale Tarcisio Bertone. Con il Pontefice Milanovic discuterà delle relazioni tra Croazia e Vaticano, della situazione della Chiesa cattolica nel Paese ex jugoslavo nonché della situazione politica nei Balcani. Oltre all’affare Daila, Milanovic dovrebbe annunciare al cardinale Bertone l’avvio del confronto tra governo croato e Conferenza episcopale croata sull’eventuale revisione dell’accordo tra Chiesa e Stato per quanto riguarda i finanziamenti statali al clero croato. I vescovi croati mettono però le mani avanti. La revisione presuppone un lungo confronto tra le parti e quindi, dicono fonti ecclesiali croate, per i prossimi due anni l’ammontare dei finanziamenti statali al clero non subiranno tagli. Nella vicenda il Vaticano avrebbe un ruolo di supervisore per poi ratificare quasi come un notaio l’accordo raggiunto. Ma si sa, la diplomazia vaticana non starà certo a guardare e non vorrà perdere quel ruolo privilegiato fin qui mantenuto in Croazia grazie soprattutto all’appoggio dei governi di centrodestra.

 

575 - Unione degli Istriani 12/09/12 Trieste: Commemorato il Martirio del Beato Francesco Bonifacio
Commemorato il Martirio del Beato Francesco Bonifacio
L'Unione degli Istriani ha commemorato con una partecipata cerimonia svoltasi nel pomeriggio dell'11 settembre il martirio del Beato Don Francesco Bonifacio, sacerdote italiano dell'Istria assassinato ed infoibato 66 anni orsono nei pressi di Villa Gardossi, villaggio dell'entroterra istriano del quale era parroco. Alla cerimonia, che ha visto la deposizione di una corona nel largo a lui intitolato, hanno partecipato il Prefetto di Trieste, Alessandro Giacchetti, l'Assessore Angela Brandi in rappresentanza del Governatore Renzo Tondo, il Consigliere Regionale Piero Camber, l'Assessore Antonella Grim per il Comune di Trieste ed i rappresentanti del Comando Militare Esercito e della Capitaneria di Porto di Trieste. Significativa, come ogni anno, la presenza del fratello del Beato Don Bonifacio, Giovanni Bonifacio, e di altri congiunti del martire istriano. In rappresentanza del Vescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, era presente Mons. Giuseppe Rocco, per il cui tramite il Presule ha fatto giungere il suo caloroso messaggio ed impartito la Benedizione Apostolica ai presenti.
Nel suo intervento il presidente dell'Unione degli Istriani, Massimiliano Lacota, ha ricordato la figura luminosa del Beato Don Bonifacio, faro di fede e di speranza per il popolo a lui affidato e a cui indefessamente si dedicò, incurante delle crescenti minacce delle autorità slavo-comuniste, fino all'estremo sacrificio.

 

576 - La Voce del Popolo 14/09/12 Pola ricorda la fine del Governo alleato
Omaggio a tutte le vittime nello spirito della riconciliazione: da oggi a lunedì diversi appuntamenti

Pola ricorda la fine del Governo alleato
Nel fine settimana entrante Pola ricorderà la fine del governo militare alleato, che si concludeva di fatto il 17 settembre del 1947 con il passaggio definitivo di Pola e dell’Istria alla Jugoslavia. Un periodo particolarmente dolente per la storia della città, che visse nell’incertezza di un presente infinito con una guerra ancora nell’aria, una strage di innocenti a Vergarolla e un esodo degli italiani in massa che avrebbe cambiato per sempre la fisionomia e l’anima stessa della città. Quest’anno ricorre il 65.esimo anniversario dell’avvenimento e questa volta l’Associazione dei combattenti e degli antifascisti di Pola intende celebrarlo nello “spirito della riconciliazione”, seguendo l’esempio dei due presidenti della Repubblica, Josipovic e Napolitano, ma anche di quel “percorso” in omaggio alle vittime degli opposti totalitarismi compiuto lo scorso maggio dall’associazione degli esuli polesi, il Libero Comune di Pola in Esilio.
Il cambiamento di paradigma nel concepire le celebrazioni sta nel fatto che l’Associazione dei combattenti antifascisti porterà il proprio omaggio anche alle vittime di Vergarolla, cosa mai successa prima d’ora – ha spiegato il vicesindaco Fabrizio Radin –, ma non solo. La seduta solenne dell’Assemblea dell’associazione, in programma lunedì mattina a teatro, si concluderà con la proiezione di due documentari che narrano ciascuno dalla propria ottica le vicissitudini della città e della sua popolazione al termine del secondo conflitto mondiale. Si tratta dei film “Istina o Puli” (La verità su Pola) di produzione jugoslava, e dell’italiano “Addio Pola”.
Ed è sempre in questo stesso spirito della riconciliazione che l’amministrazione cittadina sta cambiando il modo di considerare la sua storia, rendendo a sua volta il doveroso ossequio ai martiri di Vergarolla (ai quali sarà intitolato il Parco adiacente al Duomo che ne ospita il cippo commemorativo) e onorando diversi antifascisti, croati ed italiani, cui saranno dedicate altre vie della città. Tra questi il primo sindaco di Pola dal ritiro delle forze alleate, Francesco Franjo Nefat, che ebbe l’ingrato compito di gestire e ricostruire una città fantasma. Perché tale fu Pola dopo l’esodo degli Italiani, ha ribadito Fabrizio Radin, in seguito ad uno svuotamento letterale di medici, ingegneri, insegnanti, panettieri, parrucchieri e via dicendo, quando, a partire dal febbraio del 1947, il 90 per cento della popolazione polese lasciò la città.

Ma veniamo alle celebrazioni in programma da quest’oggi fino a lunedì 17 settembre. Stamani con inizio alle 11 il professore Raul Marsetič terrà una conferenza su “Pola al tempo del governo militare alleato” presso la Casa degli Antifascisti in via Emo. Lunedì mattina una delegazione degli Antifascisti congiuntamente a una rappresentanza della municipalità porterà corone di fiori in Parco Tito, al Cimitero civico, al monumento ai caduti in difesa delle macchine del “Mulino” in via Trieste ed infine al cippo commemorativo delle vittime di Vergarolla in centro città. Seguirà la seduta solenne dell’assemblea dell’Associazione dei combattenti e degli antifascisti, che prevede un intervento del sindaco, un breve concerto dei cori “Lino Mariani” e “Matko Brajša Rašan” e la proiezioni dei due documentari sul dopoguerra. (dd)

 

577 - La Voce del Popolo 08/09/12 La migliore stagione turistica nella storia della Croazia
IL MINISTRO VELJKO OSTOJIĆ PRESENTA I DATI GENNAIO-AGOSTO
La migliore stagione turistica nella storia della Croazia
ZAGABRIA – Per l’industria dell’ospitalità croata è stata un’annata record. Mai finora, come evidenziato dal ministro del Turismo, Veljko Ostojić, sono state registrate tante giornate vacanza.

STRANIERI IN AUMENTO Dall’inizio di gennaio fino a tutto agosto, l’industria dell’ospitalità nazionale ha realizzato complessivamente 58,95 milioni di pernottamenti: il 5,59 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Di questi, 53,14 milioni di pernottamenti riguardano i turisti stranieri (aumento del 6,6 per cento), mentre quelli nostrani ne hanno realizzato 5,8 milioni (flessione del 3,3 per cento). Nello stesso periodo preso in esame, è stato registrato un aumento del 4,22 per cento di arrivi complessivi. C’è stato il 5,2 per cento in più di ospiti stranieri e il 3,3 in meno turisti di nostrani, sempre facendo i raffronti con il periodo gennaio-agosto del 2011.
I MIGLIORI NEL MEDITERRANEO Nel mese di agosto sono stati realizzati 22,98 milioni di pernottamenti (5,13 per cento in più). Nel presentare i dati, il ministro del Turismo, Veljko Ostojić, ha messo in rilievo che questa è la migliore stagione turistica nella storia della Croazia, sia per quanto riguarda gli arrivi che per quanto concerne i pernottamenti. Ha aggiunto che, in questo modo la Croazia ha fatto meglio di tutti i Paesi turistici del Mediterraneo, visto che ha evidenziato l’aumento maggiore di presenze, lasciando indietro potenze turistiche come Spagna, Slovenia, Cipro, Malta, Francia, Grecia, Italia e Turchia.

INTROITI Il ministero del Turismo ha reso noti pure i dati riguardanti l’aumento degli introiti nelle attività legate alla sistemazione degli ospiti, alla preparazione e all’offerta alimentare, nonché a quelle che riguardano le agenzie turistiche. Nel primo semestre sono stati realizzati 8,9 miliardi di kune, con un aumento del 3,2 per cento rispetto allo scorso anno. Gli alberghi hanno realizzato 3,5 miliardi, con un incremento del dieci per cento. Allo stesso tempo, le agenzie hanno incassato 1,9 miliardi con un aumento del 3,3 per cento.

ISTRIA IN TESTA L’incremento maggiore delle giornate vacanza, del 10 per cento, è stato realizzato nella Contea raguseo-narentana, mentre in assoluto il maggior numero di pernottamenti è stato registrato nella Regione istriana, ovvero 18,5 milioni, con un aumento su base annua del 6 per cento.

TEDESCHI IN PRIMA FILA Sono stati soprattutto i vacanzieri tedeschi, con un aumento dei pernottamenti del 13 per cento, a trainare l’industria dell’ospitalità croata. Ma sono aumentate anche le presenze di olandesi (più 14 p.c.) e di polacchi (più 9 p.c.). Gli italiani sono arrivati in numero inferiore rispetto all’anno scorso, però i loro 4,3 milioni di giornate vacanza sono un buon risultato se si considera la crisi che attanaglia l’Italia, ha evidenziato il ministro Veljko Ostojić. I turisti sloveni hanno fatto registrare un lieve aumento dei pernottamenti, pari allo 0,1 per cento: nell’insieme hanno realizzato 6,6 milioni di giornate vacanza, un dato tutt’altro che disprezzabile.

RISULTATI BRILLANTI Nell’insieme la Croazia può cantare davvero vittoria. Un aumento delle presenze rispetto allo scorso anno lo hanno registrato ancora soltanto Spagna e Cipro, ma i loro tassi d’incremento sono stati più modesti. Tutti gli altri Paesi mediterranei a vocazione turistica hanno fatto peggio rispetto al 2011.

 

578 - Il Piccolo 12/09/12 Spalato e Zara sull’orlo della bancarotta
Spalato e Zara sull’orlo della bancarotta
I mega-palasport costruiti per i mondiali di pallamano hanno prosciugato le casse municipali. Buco da 100 milioni di euro
di Mauro Manzin
TRIESTE Spalato e Zara sull’orlo della bancarotta a causa dello sport. O meglio, a causa del buco milionario determinato dalla costruzione di mega impianti in occasione dei campionati del mondo di pallamano del 2009. Buco che le casse comunali delle due città ora non riescono a colmare. Il palasport costa al controverso sindaco di Spalato, Željko Kerum qualcosa come un quarto dell’intero bilancio municipale. E ora, a causa dell’insolvenza il comune si ritrova con i conti bloccati. La Spaladium Arena è nata dal consorzio tra Comune di Spalato e la società Sportski Grad e a tutt’oggi resta un’opera incompiuta. Mancano i garage, le aree per i negozi e una torre alta 100 metri. I soldi sono finiti. L’«hangar con le sedie», come lo ha ribattezzato Kerum, costruito nel tempo record di 430 giorni per un costo di 70 milioni di euro è oggi chiuso. Il Comune ha un debito regresso di 3 milioni di euro (che non ha) e quello che fu definito «il diamante sportivo della Dalmazia» è il luogo preferito dai drogati e dai senzatetto. Tutto quanto era possibile rubare è stato rubato. Sorveglianza non c’è. Chi la paga? Il Comune di Spalato deve dunque parecchi milioni alla società che “gestisce” il palasport la quale, a sua volta, ha un debito di 34 milioni di euro con lo Stato per risarcirlo del mutuo dallo stesso acceso nel 2009 e a scadenza trentennale e debiti per 65 milioni di euro con i propri creditori. Come riferisce il Delo di Lubiana lunedì scorso è giunto a Spalato il vicepremier croato Branko Gr›i„ il quale ha espresso la buona volontà del governo di dare una mano alla città. Dopo il vertice di ieri comunque le uniche cose chiare sono che il governo cercherà di sbloccare i conti del Comune di Spalato, che il palasport resta chiuso e che sempre l’esecutivo è intenzionato ad annullare gli accordi con lo stesso Comune di Spalato e il consorzio che lo ha costruito. Da tutta l’intricata e poco chiara vicenda emerge che l’unico a pagare finora è lo Stato croato ma sono in molti a chiedersi dove finisca il denaro. La questione della Spaladium Arena, comunque, viene anche a intrecciarsi con i guai finanziari personali del sindaco Kerum. La sua società Adriatic, che voleva costruire il nuovo hotel Marjan si trova di fronte all’esecuzione fallimentare per tutta una serie di conti non saldati. Conti bloccati per l’altra società di Kerum, la Neva che opera nel settore turistico e che di fatto è la proprietaria dell’altra società Adriatic. Certo che per fallire nel turismo in un’area come quella di Spalato bisogna mettersi d’impegno... Conti bloccati anche per la società Sun›ani odmor di proprietà di Saša Horvat, fratello di Fani Horvat, l’attuale compagna del sindaco Kerum. E nei guai finanziari è finita anche la Te Sapor il cui proprietario è Igor Sapunar, nipote del primo cittadino di Spalato la quale voleva costruire in città sette alti grattacieli con appartamenti da rivendere a basso prezzo, circa mille euro a metro quadrato. Vicenda fotocopia anche per la “cugina” Zara. Anche qui nell’occhio del ciclone il palazzetto dello sport costruito sempre in occasione dei Campionati mondiali di pallamano del 2009. All’inizio dei lavori è stato previsto che la nuova struttura sarebbe costata 10 milioni di euro. Un anno più tardi il costo era già lievitato a 13 milioni. Oggi per l’opera bisogna versare qualcosa come 30 milioni di euro. «E temo che questa non sia la cifra conclusiva», ha affermato il vicepremier Gr›i„. Nonostante la crisi economica mondiale fosse già esplosa, nel 2009 il governo di centrodestra a guida Hdz non ha lesinato investimenti nell’area di Spalato e Zara, tradizionale serbatoio di voti per i conservatori, senza porre in atto le dovute garanzie perché i finanziamenti non si esaurissero, o meglio, non venissero gestiti in modo perlomeno dubbio. Tra Spalato e Zara si sono investiti più di 100 milioni di euro. Risultato: due hangar vuoti. Lapalissiano esempio di gestione della cosa pubblica degna del terzo mondo.

 

579 - La Voce del Popolo 14/09/12 Emigrati giuliani e istriani a Trieste
Ricevuti dal vicesindaco Fabiana Martini nella sala del Consiglio comunale
Emigrati giuliani e istriani a Trieste
TRIESTE – Trieste, la città della storia e delle storie. Partite insieme, qualche giorno fa, due importanti iniziative dell’Associazione Giuliani nel Mondo di Trieste, hanno avuto anche momenti di “commossa” condivisione. Ieri mattina giovani e “diversamente giovani” sono stati ricevuti dal vicesindaco Fabiana Martini nella sala del Consiglio comunale, alla presenza del presidente dell’Associazione, Dario Locchi e della ventina di partecipanti agli eventi. Si tratta del IV soggiorno, della durata di due settimane, di 10 anziani emigrati, di origine giuliana, organizzato con il contributo della Regione FVG. I partecipanti provengono dall’Argentina, dall’Australia e dal Sudafrica e di storie da raccontare ne hanno moltissime.
Il secondo gruppo partecipa invece al XV Stage formativo-culturale, della durata di due settimane, destinato ai giovani discendenti da famiglie di emigrati di origine giuliana. I 13 giovani provengono dall’Argentina, dall’Australia, dal Canada, dal Brasile, dal Cile e dal Sudafrica. La storia delle terre giuliane, fiumane e dalmate la conoscono marginalmente, per cui il viaggio in Friuli Venezia Giulia è un’occasione di approfondimento, ma è soprattutto un modo per allacciare nuovi rapporti con il concetto delle origini, delle radici da conservare e sviluppare attraverso la loro attività nei circoli e nella quotidianità della loro esistenza altrove, arricchita di nuovi elementi.
Durante il soggiorno vengono messi a contatto con la realtà di Trieste, di Gorizia e in generale del Friuli Venezia Giulia, dal punto di vista della storia, della cultura, dell’arte e delle tradizioni popolari, vengono ricevuti dai vertici delle istituzioni locali e visitano alcune significative realtà industriali, della ricerca scientifica ed universitaria.
Nel presentarli ieri mattina al vicesindaco di Trieste Fabiana Martini, il presidente Dario Locchi ha ribadito l’importanza di questo impegno che l’Associazione intende confermare nel tempo, anche in considerazione del successo riscontrato nel passato da questa iniziativa. Ma ha voluto anche sottolineare l’importante aspetto umano di far incontrare generazioni diverse nel medesimo viaggio. Calorose le parole di benvenuto del vicensindaco, che ha insistito nel far parlare anche gli ospiti per raccogliere le loro impressioni, le sensazioni, le proposte. Per niente intimiditi dal luogo e dall’occasione d’incontro, alcuni di loro hanno raccontato storie di partenze e di permanenze.
C’è chi ritorna dopo 57 anni a Trieste con ancora intatti i ricordi di bambina, altri dopo 65 anni di assenza nei prossimi giorni rivedranno Fiume, alla quale si sono sempre sentiti di appartenere. Vogliono visitare Palazzo Modello, passeggiare lungo il Corso, ma soprattutto incontrare la gente che è il riferimento più importante per chi è andato tanto lontano. Altri rivedranno i parenti con i quali sono in contatto da una vita ma che non hanno mai avuto modo di incontrare. Momenti di emozione ai margini della storia. (rtg)

 

580 - Il Piccolo 13/09/12 John Lennon e Tito la "strana coppia" insieme per la pace
John Lennon e Tito la “strana coppia” insieme per la pace

Apre domani al Museo Carà e alla Negrisin di Muggia la mostra sul progetto del ’68 realizzato dall’ex Beatle

Si chiama “Yoko, Lennon, Tito – un'azione concettuale” ed è una mostra incentrata su un'iniziativa artistica pacifista della fine degli anni Sessanta. Per la prima volta in Italia, saranno esposte fotografie, lettere, documenti e il carteggio fra John Lennon, Yoko Ono, Tito e altri leader mondiali, invitati a piantare le “ghiande della pace”. L'evento inizierà domani – nelle due sedi del museo d'arte moderna Ugo Carà e della galleria comunale d'arte Giuseppe Negrisin di Muggia – e si concluderà domenica 14 ottobre.
Risulta difficile credere che Yoko e John abbiano potuto condividere un progetto, per quanto concettuale, con Josip Broz Tito. Eppure è così. Nel giugno del 1968, Yoko Ono e John Lennon hanno seminato due ghiande nella città inglese di Coventry. Gli artisti pensavano che, piantandole, avrebbero simbolicamente armonizzato l'Est e l'Ovest.
Alcuni fan dei Beatles hanno demolito la loro opera espiantando le querce. L'anno seguente, la coppia Ono-Lennon ha globalizzato il progetto spedendo a una cinquantina di leader mondiali un pacchetto che conteneva due ghiande, chiedendo loro di seminarle in nome della pace nel mondo.
Destinatario, è stato anche l'allora presidente della federazione jugoslava Tito. Il Maresciallo si è dimostrato entusiasta dell'idea e l'ha assecondata. Nell'arboreto dell'ex residenza presidenziale a Belgrado, sono cresciute due querce che oggi hanno quasi 45 anni.
La mostra vuole essere un omaggio al particolare momento nel quale tre figure di rilievo del ventesimo secolo, si sono incontrate condividendo la stessa idea di pace e di coesistenza fra popoli e Paesi. La stessa disapprovazione della guerra e della violenza. Immaginando un mondo di incontro e non scontro fra culture e religioni. Per quanto diverse. Per quanto apparentemente incompatibili. Un periodo in cui Tito teneva particolarmente a dare di sé l’immagine di un leader contrario alla guerra. Non solo. Condividevano anche la sensibilità artistica. Yoko e John, in qualità di artisti affermati, Tito quale grande amante dell'arte e fotografo dilettante.
La vita pubblica del Maresciallo ci è nota. Quella privata, fatta eccezione per quanto trasmesso dalla propaganda dell'epoca, un po' meno. Josip Broz non guardava solo con occhio politico, ma anche attraverso l'obiettivo della macchina fotografica. Yoko Ono e l'ex Beatle hanno cercato di mandare messaggi artistici attivi. Il fatto che Tito e altri capi di Stato avessero deciso di aderirvi, dimostra il significato della loro arte e la voglia di dar vita a un'esistenza migliore. La rassegna si è già tenuta in Serbia, a Belgrado e Novi Sad e a Portorose.



581 - Il Piccolo 14/09/12 «John Lennon con Tito? Mostra di cattivo gusto»
«John Lennon con Tito? Mostra di cattivo gusto»

Polemiche da parte del Pdl sulla rassegna che verrà inaugurata oggi a Muggia Il vicesindaco Marzi: «La coppia regalò al politico due ghiande contro la guerra»

di Riccardo Tosques
MUGGIA Cosa possono avere in comune John Lennon, Yoko Ono e il maresciallo Tito?
Sono in molti a chiederselo a Muggia, sede della mostra su questo speciale terzetto che verrà inaugurata oggi alle 18.30 alla sala comunale d'arte “Giuseppe Negrisin” (e a seguire al museo “Ugo Carà” di via Roma). “Yoko Lennon Tito - un’azione concettuale” ha già destato qualche malumore. Tra il centrodestra, naturalmente. A scatola chiusa la mostra proposta dall’amministrazione Nesladek parrebbe un azzardo. Se non addirittura una provocazione.
«Proporre una mostra di questo squallore è di cattivo gusto nelle terre che soffrirono il dramma dell'esodo e l'odio etnico titino verso gli italiani nella barbarie delle foibe», ha stigmatizzato in queste ore il consigliere comunale del Pdl Daniele Mosetti.
Eppure all’inaugurazione di oggi è annunciata la presenza di Piero Camber, esponente politico dello stesso partito di Mosetti. E tra i sostenitori dell’iniziativa del centrosinistra muggesana troviamo un ente tutt’altro che schierato a sinistra: la Regione. Qualcosa non torna? Forse. Ma cosa potranno vedere da oggi i muggesani nei loro due amati musei? Alcuni bozzetti opera dello storico cantante-chitarrista John Lennon, delle grafiche prodotte dall’artista (e moglie di Lennon) Yoko Ono. E di Tito? Oltre ad alcune fotografie (amatoriali) ma molto apprezzate scattate dal maresciallo Josip Broz, padre fondatore della Jugoslavija, troveremo anche delle missive tra Tito e i due artisti. Oggetto: alcune... ghiande.
A svelare l’arcano è il vicesindaco nonché assessore alla Cultura di Muggia, Laura Marzi: «Esattamente 43 anni fa Tito, assieme ad altri 40 “grandi della Terra” ricevette da Yoko Ono e John Lennon due ghiande con lo scopo di piantare due alberi della pace, un gesto che ritengo molto importante e che ben testimonia la considerazione che i due avevano del politico jugoslavo». Leggenda vuole che tra i 40 grandi che ricevettero le due ghiande “gandhiane” vi fu un unico grande della Terra a piantarle davvero: il maresciallo Tito. «Le querce sono state scoperte recentemente a Belgrado, vicino alla sua ex residenza», aggiunge la Marzi. Un gesto che nel lontano 1969, dopo che gli anni bui della Seconda guerra mondiale erano lontani, la dice molto su questo personaggio tanto odiato e amato al tempo stesso.
La mostra, realizzata in collaborazione con l’Obalne Galerije di Pirano, il Muzej istorije Jugoslavije di Belgrado, la Galerija Bel Art di Novi Sad, il Centar za vizuelnu kulturu Zlatno oko di Novi Sad, nonché con il contributo del Ministero della Cultura della Repubblica della Slovenia, nasce con l’idea di provocare, sì, ma provocare una riflessione. «Tito era un fotografo amatoriale ma riconosciuto a livello ufficiale, tanto che alcuni suoi scatti sono contenuti al Museo di arte moderna di New York - prosegue Marzi - e poi ha avuto questo particolare legame con due pacifisti rinomati come Lennon e Yok Ono». Insomma una mostra che vuole trasmettere un messaggio di pace. Privo di polemiche. “War is over, if you want”.

 

582 – La Voce del Popolo 14/09/12 Fiume - A scuola di... storia e cultura fiumane
TRA QUALCHE GIORNO PARTIRÀ IL PROGETTO «LA MIA FIUME», NUOVA MATERIA OPZIONALE
A scuola di... storia e cultura fiumane
I bimbi che frequentano le quinte classi delle scuole elementari, da quest’anno potranno approfondire il proprio sapere pure per quanto riguarda la storia, la cultura e la geografia della nostra città. Partirà la settimana prossima il progetto “La mia Fiume” (Moja Rijeka), presentato ieri nel bellissimo salone di Villa Ružić a Pećine. Il sindaco Vojko Obersnel ha spiegato come è nata l’idea di pubblicare un manuale sul patrimonio culturale fiumano e quali contenuti verranno offerti ai ragazzi.
“Nel 2007 abbiamo fatto un breve sondaggio tra i cittadini di Fiume – ha spiegato Obersnel – chiedendo loro alcuni particolari della storia della nostra regione e i risultati non sono stati brillanti. Dato che gli insegnanti di croato e storia non hanno il tempo necessario per sviluppare temi all’infuori dei programmi prescritti dal ministero, abbiamo deciso di arricchire l’offerta di materie e informazioni a disposizione dei ragazzi istituendo una materia facoltativa che quest’anno verrà presentata in cinque scuole: Zamet, Srdoči, Nikola Tesla, Podmurvice e Kozala.
Se quest’anno la materia ‘La mia Fiume’ avrà successo, cercheremo di ripresentarla anche l’anno prossimo alle altre classi e di ottenere l’autorizzazione del ministero della Scienza, dell’Istruzione e dello Sport a introdurla tra le materie opzionali ufficiali”.
Theodor de Canziani Jakšić, custode di Villa Ružić e delle collezioni artistiche esposte, ha ringraziato i fautori del manuale di aver inserito pure la splendida villa tra i monumenti presentati nel libro e ha spiegato l’importanza di questo singolare museo privato.
“Villa Ružić è l’unica villa privata con tanto di collezioni artistiche di valore a essere aperta al pubblico. In tutta la Croazia non esiste un altro museo del genere, anche se in Europa è molto diffusa la consuetudine di aprire la porta di casa propria a visitatori e turisti. Lavorando con i ragazzi della scuola media superiore, ho notato che ignorano alcuni eventi essenziali che hanno plasmato la storia della nostra città. Spero, dunque, che i bimbi e i genitori sappiano apprezzare questa nuova materia scolastica e studino insieme le lezioni del manuale”.
Velid Đekić, il curatore delle lezioni e dei temi elaborati, ha dichiarato che non è stato facile selezionare alcuni temi a scapito di altri, perché la storia di Fiume è talmente ricca, che gli spunti da elaborare sono infiniti. Se nel manuale hanno trovato il loro posto l’etimologia del nome “Fiume” e la storia delle sue sorgenti, il moretto e gli altri simboli della città, lo sport, il patrimonio industriale, il centro astronomico, alcuni personaggi famosi, tante curiosità, nonché monumenti noti e meno noti, purtroppo non sono rientrati il silurificio, il poeta Janko Polić Kamov e alcuni fatti importanti della contemporaneità.
I ragazzi che parteciperanno alle lezioni potranno pubblicare i propri lavori sul sito ufficiale del corso e approfondire le proprie ricerche direttamente su Internet.
Stella Defranza

 

583 - La Voce in più Dalmazia 08/09/12 Lissa, una vittoria con troppi padri
Lissa, una vittoria con troppi padri
di Dario Saftich
“A Lissa il 20 luglio 1866 gli eredi della Serenissima (veneti, giuliani, istriani e dalmati), ossatura della marina asburgica, sconfissero clamorosamente la marina tricolore (che brillava per la rivalità tra le tre componenti, sarda, siciliana e napoletana) che tanto baldanzosamente aveva affrontato la battaglia, forte della propria superiorità di uomini e di mezzi, e quel ‘uomini di ferro su navi di legno hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro’ fotografa mirabilmente lo scontro navale.
Nell’elenco delle medaglie d’oro e d’argento troviamo cognomi tipicamente veneti, a partire da Vincenzo Vianello detto Gratton e Tommaso Penzo detto Ociai entrambi medaglie d’oro, per arrivare a Pregnolato, Ghezzo, Dal Pra, Varagnolo, Vidal, Gamba, Scarpa, Busetto, Boscolo, Varisco, Venturini, Donaggio, Nordio, Sfriso, Galimberti e tanti altri”.
Questa l’immagine che della storica battaglia di Lissa fornisce l’ex assessore regionale del Veneto, Ettore Beggiato, in un saggio intitolato: “Quando i veneti sconfissero gli italiani”.

“….deghe drento, Nino, che la ciapemo”, così si rivolse l’ammiraglio Tegetthoff secondo alcuni a Vincenzo Vianello da Pellestrina secondo altri a Tommaso Penzo da Chioggia, e all’annuncio della vittoria gli equipaggi risposero lanciando i berretti in aria e gridando “Viva San Marco!!” Nella parole di Beggiato risuona l’orgoglio di un politico che si sente erede della Serenissima. Giustamente l’ex assessore ricorda che della flotta di Tegetthoff facevano parte veneti, giuliani, istriani e dalmati.

Se andiamo a scorrere, invece, la versione sulla battaglia di Lissa fornita anche quest’estate, come nel passato, dalle fonti croate ci troviamo di fronte a una chiave di lettura completamente diversa, anzi potremmo dire tranquillamente opposta. In questo caso tali fonti sono concordi: sarebbero stati i croati a sconfiggere gli italiani. E per suffragare tale impostazione si citano ovviamente sfilze di cognomi in “ić” tra i marinai. E si ricorda regolarmente la nota poesia intitolata “Naš čovo” di Silvije Strahimir Kranjčević, imperniata sulla vicenda di un marinaio croato della flotta austroungarica.
Indubbiamente sulle navi comandate dall’ammiraglio Tegetthoff erano imbarcati marittimi dell’Adriatico orientale e anche del Veneto, che all’epoca faceva ancora parte dell’Impero asburgico (e il passaggio all’Italia sarebbe avvenuto proprio concluse le ostilità, quindi dopo la battaglia di Lissa). C’erano sicuramente veneti, c’erano sicuramente croati, ma c’erano sicuramente anche istriani, quarnerini e dalmati la cui identificazione nazionale poteva essere italiana, la cui lingua d’uso era certamente rappresentata o dall’istroveneto e dal veneto-dalmata.
Quella austriaca era la flotta di un Impero multietnico, le cui varie componenti etniche stavano sviluppando le proprie identità nazionali. Quella italiana era la flotta di una nazione da poco unificata, che doveva chiaramente fare i conti con le identità locali e con quelle degli Stati precedenti da poco passati alla storia.
La vittoria austriaca a Lissa possiamo forse definirla come un impeto d’orgoglio di un mondo antico, quello nel segno del Leone di San Marco. Quel mondo stava per finire stritolato di fronte all’emergere delle nuove nazioni, delle nuove contrapposizioni. Ma non era ancora scomparso all’epoca. Se si parla di “presenza veneta” non si deve dimenticare la componente dell’Adriatico orientale.
Che la vittoria austriaca di Lissa abbia favorito la componente croata è indubbio: gli italiani in Dalmazia hanno cominciato a vedere progressivamente indebolita la loro presenza proprio dopo le vicende del 1866.
Ma dare una coloritura marcatamente nazionale al successo di una flotta di un Impero multietnico è perlomeno eccessivo: è una lettura dei fatti fatta con i paraocchi ideologici ed etnici di poi.
Forse sarebbe meglio definire Lissa come l’ultima battaglia di un mondo in transizione verso le identità moderne, di cui qualcuno può nutrire anche un pizzico di nostalgia.

 

584 - La Voce del Popolo 13/09/12 Avvincente vita dei baroni Hütterott da Trieste a Rovigno, fino al Giappone
La ricercatrice veneziana Silvia Zanlorenzi in città per studiare la nobile famiglia
Avvincente vita dei baroni Hütterott da Trieste a Rovigno, fino al Giappone
ROVIGNO – La ricercatrice e dottoranda veneziana Silvia Zanlorenzi in questi giorni si trova a Rovigno per approfondire le ricerche sulla vita dei baroni Hütterott. La ricercatrice ha già collaborazioni esterne per gli “Atti” del Centro di ricerche storiche; sinora ha avuto due pubblicazioni, che hanno suscitato un notevole interesse, nei volumi del 2007 e del 2008, e che sono frutto di ricerche sulla vita della ricca e nobile famiglia di industriali e commercianti triestini di origine tedesca, che arrivarono a Rovigno nel 1890, con Giovanni Giorgio Hütterott, lasciando importanti tracce della loro presenza e contribuendo allo sviluppo della città.
A portarla a Rovigno sono state le sue origini rovignesi (da parte materna), e torna spesso in città per fare visita ai parenti. Qui ha sempre sentito parlare dei baroni Hütterot, ma l’idea per la ricerca è partita quando, grazie ad una mostra allestita nel 2005 dal Museo civico locale, ha scoperto che il barone Giovanni Giorgio era Console onorario del Giappone, con il quale manteneva stretti contatti. “Questo collegamento tra gli Hütterott ed il Giappone mi ha entusiasmata, siccome sono laureata in lingua giapponese ed all’epoca della mostra ero appena rientrata da una permanenza di tre anni in Giappone”, spiega Silvia. Così il suo legame con Rovigno è diventato anche professionale.
Partendo basandosi sui contatti del barone con il Giappone, è arrivata a tracciare un ritratto più ampio e generale, analizzando anche gli aspetti della vita economica, sociale, ma anche culturale di questa famiglia di nobili.
“Mi piacerebbe proseguire le ricerche. Mi ha affascinata molto la figura del barone Giovanni Giorgio e della Trieste dell’epoca, che appare molto moderna. Soprattutto i suoi scritti sul Giappone lo rivelano come un uomo che ha affrontato una nuova cultura con una grande apertura mentale, a differenza di altri, come Revoltella, che invece scriveva del Giappone con una mentalità un po’ colonialista: Hutterott era uno spirito più moderno, interculturale”.
La giovane ricercatrice confessa che uno dei suoi desideri è quello di approfondire le ricerche sul collegamento tra il barone e la terra del Sol levante: “Quando avrò l’occasione, vorrei fare un viaggio in Giappone, nei luoghi dove il barone era stato nel 1884-1885 assieme alla moglie Maria, quando venne ricevuto dall’imperatore, che gli aveva persino assegnato il riconoscimento dell’Ordine del Sol levante, per aver contribuito alla diffusione della cultura orientale.
Eventi così ufficiali sono stati sicuramente registrati e la documentazione sulla visita del barone è stata probabilmente conservata. Sia lui che la moglie hanno lasciato degli scritti. Giovanni Giorgio scrisse una ricerca non propriamente scientifica, ma molto curata, intitolata “Le spade giapponesi”, mentre della moglie è rimasto un diario nel quale ha annotato la situazione delle donne in Giappone. Si tratta di scritti unici e rari nel loro genere e di conseguenza anche molto importanti”.

TRIESTE UN PO’ DISTRATTA Silvia Zanlorenzi spera in un maggiore riconoscimento di questo importante personaggio anche dalla Città di Trieste: “A Rovigno il barone è rimasto nella memoria della città perchè era stato molto attivo ed era stato proprio lui ad avviare il turismo rovignese, lasciando un segno molto tangibile del suo interesse per questo posto.
Anche a Trieste era stato coinvolto in molte attività, come consigliere e presidente dell’Associazione marittima e della Società per la pesca e l’itticoltura, oltre che a essere stato il rappresentante consolare del Giappone. Per questo motivo quello che mi ha impressionato di più è il fatto che una tale figura di spicco sia stata dimenticata a Trieste, città nella quale era nato e dove era stato altrettanto attivo.
Risulta molto difficile, quindi, fare una ricerca completa: i Musei civici triestini hanno sottovalutato l’importanza di questa figura, che invece a Rovigno è ben ricordata da tutti. A Vienna esiste addirittura un discendente diretto, che però non è stato disposto a cedere il materiale sul barone in suo possesso, a scopi di ricerca. Un vero peccato, perché si tratta di una figura che merita una maggior attenzione e che, per i suoi contatti con l’Oriente, poteva diventare un punto di partenza per un filone orientale a Trieste, che svelerebbe un nuovo aspetto della città”.
Cristina Golojka

 

585 - La Voce del Popolo 11/09/12 Vlado Benussi: «Il dialetto? Un modo di esistere»
Primo premio a «Istria Nobilissima», nella categoria Poesia in uno dei dialetti della Comunità Nazionale Italiana
Vlado Benussi: «Il dialetto? Un modo di esistere»
ROVIGNO – L’ultima edizione del Concorso d’Arte e Cultura “Istria Nobilissima” è stata motivo di grande orgoglio per i fratelli Libero e Vlado Benussi. Entrambi, infatti, hanno approfondito temi legati alla loro tradizione dialettale rovignese, ottenendo i massimi riconoscimenti al concorso principe della nostra realtà comunitaria. Il primo si è imposto con il saggio “Il verbo nel dialetto di Rovigno d’Istria”, mentre il secondo ha trionfato nella categoria Poesia in uno degli idiomi della CNI, con la raccolta di versi in dialetto rovignese, “S’ceîse da racuordi”. Nella motivazione che accompagna il premio è riportato che “L’espressività del linguaggio (il dialetto rovignese) e l’evidenza semantica della parola riflettono memorie, nostalgie e l’armonia perduta di un piccolo mondo in estinzione”.
Questa edizione di “Istria Nobilissima” ha visto un doppio successo firmato Benussi, in due sezioni diverse, che vertono, però, intorno allo stesso tema: il dialetto rovignese. Che cosa ci dice di questa doppia vittoria “in famiglia”?
“Il dialetto ha accompagnato tutto il percorso della mia vita – confida il poeta, musicista, nonché professore, Vlado Benussi –. Veniva parlato da tutti in famiglia, anche se un po’ meno da noi giovani. Già dal tempo delle elementari mi ero cimentato in poesie dialettali e scenette nella nostra ‘faviela’ (Doûto parculpa da la siminseîna 1959/60); la sua dolce melodia è stata per me fonte di tante ispirazioni sia poetiche sia musicali, nonché sottofondo nelle commedie musicali, scritte sia per i miei alunni del Gruppo di studio del dialetto rovignese (operante da una ventina d’anni presso la Scuola elementare ‘Bernardo Benussi’ e curati da me con amore e abnegazione), che per adulti nella doppia raccolta di canzoni in dialetto rovignese ‘Puoche paruole’(1980) e ‘Viecia Ruveîgno’ (1988). Il fatto che anche mio fratello abbia vinto grazie al suo Studio sulla grammatica del nostro comune dialetto, sta a indicare quanto sia importante per noi questa dolce ‘faviela’ di cui non possiamo non avvertire l’inevitabile declino”.

Come nasce questa raccolta di versi in dialetto rovignese?

“La raccolta ‘S’c eîse da racuordi’ nasce in un arco di tempo che va dal 2000 ad oggi, in una miscellanea di temi, sentimenti e ricordi variegati: rimembranze della mia gioventù, poesie d’amore imberbe e maturo, sentenze severe per chi si è comportato male imprimendo solchi profondi nella nostra vita”.

Esiste un filo conduttore di questi versi?

“Al di fuori del dialetto non c’è un vero e proprio filo conduttore. È il dialetto che mi conduce per mano, con la sua dolcezza e la sua armoniosità, tra le torbide vie della verità, spesso idilliache e spesso tortuose e irte di spine e malelingue. Ho sempre un quaderno pronto a segnare i miei stati d’animo e di solito le poesie nascono di getto, con pochissime correzioni; eventualmente mi soffermo nella versione tradotta in italiano”.

Quali sono i temi che ha affrontato nella raccolta e quali sono quelli che la spingono a esprimersi con la poesia?

“Essendo la poesia una necessità di sfogo dell’anima, scrivere versi mi crea un senso di piacere e libertà, anche se i temi mi fanno spesso versare qualche lacrima quando li rileggo, a distanza di qualche giorno dalla creazione. Il poeta non sceglie né il momento né il tema, ma la poesia diventa necessità di espressione quando emergono dei sentimenti più profondi legati all’infanzia, alla maturità, spesso con una collocazione logistica nella città natale o in luoghi astratti del subconscio”.

Nella motivazione al premio, la giuria ha evidenziato che le sue parole “riflettono memorie, nostalgie e l’armonia di un piccolo mondo in estinzione”. È d’accordo che sia un mondo oramai al tramonto?

“Non sono completamente d’accordo che il nostro sia un piccolo mondo in estinzione. È il dialetto che è ‘condannato’ dalla globalità e dall’assimilazione, mentre il mondo si evolve e bisogna stare ‘al passo’ con i tempi. Le armonie del dialetto, come nella musica, sono infinite, bisogna coglierle e proporle soprattutto ai giovani, come il grande lavoro di riproposta del dialetto rovignese svolto nella nostra scuola elementare, nell’allestimento di bozzetti folcloristici, partecipazione a concorsi quali: ‘Favalando la ruvigni∫a’, ‘Istria Nobilissima’, ‘Mailing List Histria’ e altri progetti. È questa la via che ci permetterà di mantenere il nostro dialetto quanto più a lungo, dolce e propositivo”.
Quali sono, secondo lei, i meccanismi per salvaguardare il dialetto rovignese dalla graduale e purtroppo inevitabile sparizione?

“Oltre a quello che è stato già detto a proposito del lavoro di recupero nel Gruppo di studio del dialetto rovignese operante presso la SE ‘Bernardo Benussi’, ci sono ancora io all’asilo d’infanzia ‘Naridola’, dove curo le tradizioni folcloristiche cittadine con il coretto omonimo, mantenendo nel tempo i giochi musicali, le filastrocche e le conte tradizionali. E siamo arrivati già alla terza raccolta in CD. Notevole è pure il lavoro del coretto ’Batanòla’ cioè i minicantanti della CI di Rovigno che guido con tanto entusiasmo, passando questa staffetta di tradizioni in verticale, con l’auspicio che continuino a cantare e parlare il nostro dialetto anche dopo. Da non dimenticare la mole di lavoro con i minicantanti del Gruppo ‘Butèmola in canto’, della CI, diretto da Biba Benussi. Inoltre sto preparando un Catalogo delle bitinade rovignesi, un centinaio circa, corredato da testi e musiche, tradizione rovignese in parte ancora viva nell’attività di singoli artisti e gruppi rovignesi, tra cui la SAC ‘Marco Garbin’ e il ‘Batana folk group’”.
Gianfranco Miksa

 

586 – Il Piccolo 13/09/12 La lettera del giorno - Grande Guerra, i dimenticati perché non "italianissimi"
Grande Guerra, i dimenticati perché non “italianissimi”

LA LETTERA DEL GIORNO

Paolo Rumiz si lamenta che ci siano ancora vie intitolate al generale Cadorna, ritenuto oggi da molti come un militare perverso e senza scrupoli. Vorrebbe invece che una via di Trieste venisse intitolata ai militari triestini caduti sotto l'Austria, completamente ignorati dalla storiografia locale. E porta l'esempio di suo nonno “italianissimo” dice lui, caduto nei Carpazi. Siamo seri, per favore! Che suo nonno sia italianissimo, questa è una favola! Suo nonno era un semplice italofono come consente il suo cognome, che dovendo obbedire a certi ordini, l'ha fatto senza discutere, come molti altri. Fosse stato “italianissimo” sarebbe passato da parte italiana e avrebbe combattuto nel regio esercito, come ad esempio Scipio Slataper, e i fratelli Stuparich. Attenzione, non intendo mica denigrarlo o insultarlo, solo non mi va che si facciano passare come tali certe persone che non lo sono. Quanto poi alla presenza triestina nell'esercito austro-ungarico credo che basti qualche targa ricordo nel locale cimitero militare. Dopo aver sentito la canzone del “Gefreiter” (caporale) ideata da Cecchelin (ex A.U.) e le battute spiritose di Jole Silvani sui “demoghela” e “pomigadori” triestini al tempo della prima guerra, credo che una via intitolata agli ex A.U. susciterebbe più di qualche sorriso (non solo di mestizia).
Sergio Callegari

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Alora. Mia nona me diseva: picio mio, prima de scaldarte el pissin, ragiona. Cussì, per iutar el sior Callegari a ragionar devo spiegarghe un poche de robe che no 'l sa. Mio nono paterno iera furlan e el xe emigrà in Argentina a oto ani, e de tute ste storie iredente nol gaveva alba. Mi parlavo del nono materno che jera un Pitacco, istrian patoco de Piran. Quel no xe morto ma el ga solo combatù sui Carpazi per el povero Franz (se el fussi morto mi non saria nanche nato). Insoma el gaveva la divisa austriaca. Suo fradel inveze el xe passà co l'Italia, po' el xe diventà senator del Regno e podestà de Trieste.
El sior Callegari pensarà: un pomigava e l'altro jera un fulmine de guera. Un iera italofono e l'altro italianissimo. Insoma i doveva vardarse come can e gato. Inveze no, i se voleva un ben de vita. Come se spiega? Come fa una mama a far un fio italofono e un italianissimo? Cossa vol dir italianissimo? Mi no go mai capì cosa vol dir italianissimo. No go mai visto in giro tedeschissimi, croatissimi o cinesissimi. No se riva nanche a pronunciar ben. Sona mal. Mi me sa che el sior Callegari el ragiona su schemi del 1920, quando bisognava far finta che nel 1915 la magioranza dei triestini jera per l'Italia. Quela jera una bala granda come una casa.
I citadini de lingua e cultura italiana che i ga combatù per l'impero dele tante lingue e dele tante nazioni – quel, per capirse, che ga fato el Lloyd, le Generali e tute le nostre ferovie – i iera el 98 per cento dei nostri, e no i iera meno italiani del 2 per cento che xe passà co l'Italia.
I nostri soldai soto l'Austria ga patì come i altri e come i altri i ga ciapà onorificenze al valor. E sicome i jera tanti, i ga ciapà tante medaie. Insoma, no i ga solo pomigà. Ciorli pel cul forsi che gaveva senso nel 1918, ma adesso, nel 2012 me par una roba civilmente e militarmente vergognosa.
Se el podestà Giorgio Pitacco gavessi sentì parlar mal de suo fradel el se gaveria imbufalì. Lu gaveva rispeto dei aversari. Rispeto: xe la parola giusta. E alora mi domando rispeto per mio nono Feruccio. E no rivo capir perché in sta cità dovemo dedicar tante vie e monumenti a quei che ga combatù per re Vittorio o Mussolini e no aver nanche una per quei che ga combatù – per dover, necesità o fede – per un impero che ga fato granda Trieste e jera assai più Europa dele nazioni “issime” che ne ga mandà in malora.
Paolo Rumiz

 

587 - Corriere della Sera 13/09/12 Lettere a Sergio Romano - Collasso della Jugoslavia: alle origini del dramma
Collasso della Jugoslavia: alle origini del dramma
Mi piacerebbe avere una sua opinione su quanto è successo a seguito della dichiarazione di indipendenza delle Repubbliche della ex Jugoslavia. Sono spesso da quelle parti per motivi di lavoro, però vedo che nessuno ama parlarne, quasi volessero scacciare dalle loro menti quei momenti tristi e terribili di lotte intestine, di guerre civili e di massacri. In fondo però ammettono che questi odi tra le varie etnie e le varie comunità non si sono ancora sopiti, che non hanno dimenticato, per cui secondo loro sarebbero possibili nuovi scontri tra le varie parti, soprattutto in Bosnia. Che cosa ha determinato questa follia collettiva che ha causato situazioni come a Srebrenica o Sarajevo? Quale è stata la causa scatenante? Perché l’odio sembra ancora covare sotto la cenere?
Giovanni Ferraris
Caro Ferraris,
Lo Stato jugoslavo nacque alla fine della Grande Guerra, dopo il collasso dell’Impero asburgico, e si chiamò per qualche anno Regno dei serbi, croati e sloveni: un nome da cui traspare implicitamente la varietà dei gruppi nazionali e religiosi che dovettero convivere all’interno di uno stesso sistema politico. Le prime crepe cominciarono a intravedersi sin dagli inizi e divennero drammaticamente pericolose dopo l’aggressione tedesca del 1941, quando nacque una Croazia indipendente (ma in realtà satellite della Germania e dell’Italia), il Kosovo fu ceduto all’Albania, la Slovenia fu divisa tra Italia e Germania, il Montenegro rinacque sotto la corona di Vittorio Emanuele. Una parte del Paese insorse contro le potenze occupanti, ma altri jugoslavi videro nel collasso del Regno il trionfo dei loro particolarismi nazionali. Per meglio comprendere la crisi jugoslava degli anni Novanta, conviene ricordare che tra il 1941 e il 1945 si combatterono in Jugoslavia tre guerre: quella fra i partigiani di Tito e le potenze dell’Asse, quella delle formazioni comuniste contro i partigiani serbi e monarchici del generale Mihailovic, quella dei croati dello Stato fantoccio di Ante Pavelic contro i serbi della Krajina, della Slavonia e della Bosnia.

Dopo la fine della guerra, Tito ebbe il merito di ricostruire lo Stato unitario. Si servì del federalismo (più apparente che reale) e soprattutto di una ideologia, il comunismo, che avrebbe cancellato le meschine identità locali, assicurato il progresso di tutti e creato un uomo nuovo: il cittadino comunista jugoslavo. Le promesse furono in buona parte disattese, ma Tito ebbe altresì il merito di conferire allo Stato jugoslavo un forte profilo internazionale nel campo dei non allineati e riuscì, finché visse, a impedire la frantumazione della sua creatura. Per parecchi anni la Jugoslavia fu una sorta di Svizzera comunista, al confine tra i due blocchi, utile a entrambi. La sua crisi cominciò, strisciante, con la morte di Tito nel 1980 ed esplose dopo la fine della Guerra Fredda, all’inizio degli anni Novanta, quando il ruolo «terzaforzista » della Jugoslavia divenne inutile. Il conflitto fu feroce perché non vi era gruppo etnico- religioso che non avesse conti da regolare e umiliazioni da riscattare. Fu lungo perché non esistevano frontiere che separassero nettamente un gruppo dall’altro. E si concluse soltanto grazie all’intervento degli Stati Uniti e dell’Europa. Ma la vera pace verrà soltanto quando tutte le antiche Repubbliche jugoslave saranno riunite nell’ambito dell’Unione europea.

 

588 - La Repubblica 09/09/12 Dubrovnik? Come un'enclave extra-Ue
Dubrovnik? Come un'enclave extra-Ue
di Arturo Cocchi e Linda Varlese
Croazia nell'Unione da luglio 2013. Ma se il Paese otterrà vantaggi, a Ragusa andrà male.
Colpa di un doppio confine che sussiste dai tempi della lotta con Venezia...
Dubrovnik addio, sarà molto più difficile da raggiungere dall'Italia e dall'Europa. L'entrata nell'Unione Europea della Croazia rischia paradossalmente di tagliare fuori una sua piccola parte, l'estremità sud della costa dalmata, dal resto dello stesso Paese ex jugoslavo e di conseguenza dal grande Mercato Comune. A soffrirne le conseguenze sarebbero la magnifica Dubrovnik, città medievale fortificata di straordinario fascino, e la sottile striscia costiera che la circonda, il lembo meridionale della Dalmazia, una striscia di terra a ridosso del mare, lunga una cinquantina di chilometri e larga non più di 10.

Dubrovnik-Ragusa, patrimonio dell'Umanità Unesco, è testimonianza di una storia antica, città di indipendenza e di commercio, che da sola vale il viaggio per i suoi panorami, i monumenti e per la dimensione storica e culturale. Ma l'anomalia territoriale che per secoli è stata il punto di forza dell'antica repubblica marinara rivale di Venezia potrebbe divenire il suo tallone d'Achille, sottraendo flussi commerciali e soprattutto turistici e dirottandoli altrove. Il problema risulta immediato, consultando una carta geografica o Google Maps. La Croazia è spezzata in due. La parte settentrionale (quasi la totalità dei 56 mila chilometri quadri di superficie del Paese) è divisa da quella meridionale da un lembo di terra lungo pochi chilometri che è territorio bosniaco: è l'area di Neum, una delle stranezze geografiche d'Europa, l'unico sbocco della Bosnia Erzegovina sul mare.

Un problema minimo, oggi che sia la Croazia che la Bosnia non sono parte della Ue, e che i controlli alle frontiere dei due Paesi sono minimi e rapidi. Ma quando, dal 1° luglio 2013, Zagabria entrerà di diritto a far parte dell'Unione Europea, le cose cambieranno. Il lembo maggioritario settentrionale della Croazia sarà allacciata alla Slovenia, e quindi parte integrante del territorio dell'Unione. Non altrettanto accadrà all'area di Dubrovnik, Cavtat (Ragusavecchia) e alla penisola del Peljesac (Sabbioncello), di fatto un'enclave in territorio bosniaco. Là, nei pressi della località di Neum, bisognerà superare due frontiere in 10 chilometri circa. E si tratterà di frontiere Ue-non Ue, con annessi controlli a tappeto su persone e merci, e prevedibili lungaggini burocratiche, code e attese.
Un impedimento che alla lunga potrebbe finire per scoraggiare i visitatori. Gli italiani ad esempio, per aggirare l'ostacolo, avrebbero come un'unica soluzione quella di arrivare in aeroporto a Cavtat, cittadina poco più a sud di Dubrovnik o via mare partendo da Bari: situazione quest'ultima appetibile per chi arriva dal centro-sud, non certo per chi proviene dall'Appennino Tosco-emilano in su. Con un aggravio di costi non indifferente. Altra opzione, per italiani e no, quella di arrivare, normalmente, attraverso Slovenia e costa dalmata e poi, dalla parte unita all'Europa, imbarcarsi su un ferry a Ploce, servizio che già esiste; di lì su può raggiungere il Peljesac-Sabbioncello e dirigere verso Dubrovnik, senza passare confini. Chiaro che si allungano i chilometraggi e i tempi: benché la tratta da attraversare per mare sia dell'ordine dei 10 chilometri, vanno conteggiati tempi d'attesa e imbarco. E il prevedibile sovraccarico di traffico che la verisimile maggiore difficoltà di attraversamento del confine porterebbe su questo servizio traghetti di linea e sulla via di accesso in ambo i sensi.
Per questo le autorità stanno da tempo pensando ad un ponte che colleghi i due lembi di terra: lungo 2400 metri partirebbe dalla costa settentrionale e raggiungerebbe Ragusa, senza dover passare attraverso l'entroterra bosniaco. Il ponte verrebbe costruito sull'estrema propaggine settentrionale del Sabbioncello, che si trova davanti all'estrema costa meridionale del "mainland" croato.

Ma la proposta non ha vita facile dal momento che la Bosnia ha già fatto sapere che il ponte potrebbe minacciare il suo accesso al mare aperto e che preferirebbe un corridoio chiuso nell'entroterra di Neum. E anche la Croazia aspetta di ricevere l'ok dalla Ue all'avvio dei lavori, che chiede siano completamente coperti dai fondi europei. Il tema verrà discusso dalle controparti in sede comunitaria a Bruxelles, il mese prossimo. E se anche le possibilità di arrivare a un accordo ci sono, difficilmente la soluzione del problema si potrà vedere costruita e operativa entro i 10 mesi che mancano all'ingresso croato nell'Unione.

Se lo spezzettamento del suolo croato è di per sé curioso, ancor più curiosa è la vicenda storico-politica che ne è all'origine. Si deve risalire alla fine del Diciassettesimo secolo, quando la pur ricca e prosperosa repubblica di Ragusa doveva fronteggiare la regina dei mari, Venezia. Stretta sul mare dallo strapotere della Serenissima, e su terra dall'Impero Ottomano, Ragusa cedette quel lembo di terra non particolarmente ricco e poco abitato ai Turchi, che, occupandolo, schermarono virtualmente la città rispetto alla potentissima rivale. Forte della presenza ottomana e delle proprie stesse mura, la repubblica non cedette mai se non a Napoleone, all'inizio dell'Ottocento. Neum, poi, nella successiva frammentazione del Balcani, rimase sempre appannaggio della Bosnia ed Erzegovina. Oggi, quel colpo di genio strategico dei governanti della città di oltre 300 anni fa, per anni il suo punto di forza, rischia di diventarne il tallone d'Achille.


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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