N. 844 – 26 Settembre 2012
Sommario
589 – Vivere Senigallia.it 22/09/12 Tornano a Senigallia gli esuli dalmati
590 - Corriere della Sera 19/09/12 Il «Tommaseo» ad Alvise Zorzi
591 – La Voce del Popolo 22/09/12 E & R - A Roma, all'inizio del mese prossimo il cinquantesimo Raduno dei Fiumani (Roberto Palisca)
592 - La Voce del Popolo 24/09/12 Albona - «Tutto parla della nostra infanzia» (Tanja Škopac)
593 - Il Piccolo 19/09/12 Gorizia - Atto vandalico contro la sede dell'Anvgd
594 - Il Piccolo 23/09/12 Battelli: «In Slovenia il bilinguismo attuato tardi e male» (Franco Babich)
595 - La Voce del Popolo 20/09/12 Castel Bembo pronto ad accogliere la Comunità degli Italiani di Valle (Cristina Golojka)
596 - L'Arena di Pola 23/09/12 Foibe: ipocrisie e silenzi di Stato (Silvio Mazzaroli)
597 – La Voce del Popolo 22/09/12 Fiume - «Il ponte che unì le comunità italiana e slava» (Viviana Car)
598 - L'Arena di Pola 23/09/12 Dall'"Ultima mularia de Pola" l'iniziale spinta alla ricucitura Esuli-Rimasti (Lino Vivoda)
599 - La Voce del Popolo 15/09/12 Pola : cambia lo stradario della città (dd)
600 - East Journal 20/09/12 Croazia: il monastero croato e i monaci padovani, tra religione e politica. (Valentina di Cesare)
601 - La Voce del Popolo 22/09/12 Del si', del da, dello ja - Croato-italo (Milan Rakovac)
602 – La Voce del Popolo 22/09/12 Speciale - Moncalvo, una contrada dimenticata (Mario Schiavato)
603 - La Voce del Popolo 17/09/12 Sergio Endrigo, un pensatore unico (fp)
604 - Il Piccolo 24/08/12 Cercando la Dalmazia - L'approdo sulla spiaggia di Ulisse (5 puntata e Fine) (Emilio Rigatti)
605 - Corriere della Sera 25/09/12 Lettere a Sergio Romano - L'Europa degli esodi un secolo di pulizie etniche (Augusto Romani)


A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/


589 – Vivere Senigallia.it 22/09/12 Tornano a Senigallia gli esuli dalmati
Tornano a Senigallia gli esuli dalmati
Con il Patrocinio dell'amministrazione comunale i prossimi 29 e 30 settembre si svolgerà a Senigallia il 59° Raduno Nazionale dei Dalmati; saranno presenti alcune centinaia di esuli provenienti dall'Italia ed all'estero.
L'ultimo raduno degli esuli dalmati a Senigallia si è svolto 8 anni fa, nel 2004 quando aveva avuto tra gli ospiti Gianfranco Fini ed era stato fortemente contestato dal Mezza Canaja.

Ecco il programma:
59° RADUNO NAZIONALE DEI DALMATI
18° INCONTRO CON LA CULTURA DALMATA
SENIGALLIA, 29-30 settembre 2012

P R O G R A M M A

sabato 29 settembre
ore 10.00 - 12.30 Auditorium Chiesa dei Cancelli - via Arsilli
"18° Incontro con la Cultura Dalmata"
Gli Autori presentano le loro opere d'argomento dalmata edite nell'ultimo anno, conduce Chiara Motka.
ore 15,30 - 18,30 Auditorium Chiesa dei Cancelli - via Arsilli
"Consiglio Comunale" dell'Associazione Dalmati Italiani nel Mondo - Libero Comune di Zara in Esilio
Relazione del Sindaco e degli Assessori, interventi dei Consiglieri
ore 21,30 - 23.30 Nelle accoglienti sale del Senbhotel - viale Bonopera n. 32
si svolgerà "El balo de le ciacole" - musica dal vivo

domenica 30 settembre
ore 09.30 Chiesa di San Martino - via Fratelli Bandiera
Santa Messa in memoria dei nostri morti
ore 10.45 Una Fanfara dei bersaglieri in congedo suonerà in Piazza A. Saffi
ore 11.15 - 13.00 Teatro La Fenice - via Fratelli Bandiera
Assemblea dei Dalmati - Consegna del 15° Premio "N. Tommaseo" allo storico veneziano Alvise Zorzi
ore 13,30 Pranzo collettivo
590 - Corriere della Sera 19/09/12 Il «Tommaseo» ad Alvise Zorzi
Cultura
Il «Tommaseo» ad Alvise Zorzi
Il Premio Niccolò Tommaseo per la cultura dalmata è stato assegnato allo storico veneziano Alvise Zorzi (foto): gli verrà consegnato il 30 settembre, a Senigallia, al teatro La Fenice. Zorzi, scrittore e giornalista, presiede il Comitato per le fonti della storia di Venezia. Il Tommaseo, in passato, è andato tra gli altri a Enzo Bettiza, Tullio Kezich e Claudio Magris.

 

591 – La Voce del Popolo 22/09/12 E & R - A Roma, all'inizio del mese prossimo il cinquantesimo Raduno dei Fiumani
a cura di Roberto Palisca
GRANDE ATTESA PER L'EVENTO ORGANIZZATO DAL LIBERO COMUNE DI FIUME IN ESILIO
A Roma, all’inizio del mese prossimo il cinquantesimo Raduno dei Fiumani
Grande attesa tra gli esuli fiumani, per l’appuntamento del 5, 6 e 7 ottobre a Roma. Dopo Montegrotto e l’incontro con i concittadini rimasti, avvenuto in giugno in occasione della ricorrenza patronale di San Vito, San Modesto e Santa Crescenzia a Fiume, il 50.esimo Raduno dei Fiumani avrà il suo seguito nel primo fine settimana di ottobre, nel Quartiere Giuliano Dalmata di Roma.
Al Raduno, organizzato dal Libero Comune di Fiume in Esilio, oltre al sindaco Guido Brazzoduro, alla sua vice Laura Calci e al segretario Mario Stalzer, saranno presenti pure gli esponenti della Comunità degli Italiani di Fiume.
Ci si ritroverà venerdì 5 ottobre in mattinata (alle ore 10.30), per la cerimonia della deposizione di una corona d’alloro ai piedi dell’Altare della Patria, in presenza delle autorità del Comune di Roma. Alle ore 11,30 a salutare i convenuti saranno le autorità di Roma Capitale. Per tutti i partecipanti al Raduno sarà a disposizione un pullman di 50 posti che partirà dal Villaggio Giuliano e dall’hotel “American Palace”, dove saranno sistemati i convenuti,.
Dopo la cerimonia sarà organizzata una visita guidata al Palazzo Pretorio del Campidoglio.
Venerdì pomeriggio a riunirsi, nella sala convegni dell’albergo “American Palace EUR”, sarà il Consiglio comunale, mentre alle 17.30 la stessa aula ospiterà l’Assemblea cittadina.
Sabato 6 ottobre si farà visita al Quartiere Giuliano-Dalmata, distante appena 500 metri dall’albergo. Alle ore 10 si sosterà dinanzi al Monumento che in Largo Vittime delle foibe istriane, in piazzale Metrò Laurentina, ricorda le vittime.
Quindi, alle ore 11, nella sala dell’hotel “American Palace EUR“ si svolgerà una tavola rotonda dedicata al tema “II contributo dei fi umani e dei giuliano-dalmati all’Europa di oggi. Cosa è stato fatto e cosa resta da fare”. All’incontro parteciperanno i dirigenti delle associazioni fi umane e dell’Anvgd, e personalità politiche.
Alle ore 16.15 una rappresentanza degli esuli renderà omaggio al cippo dei Caduti giuliano dalmati di tutte le guerre posto all’angolo di via Laurentina e via A. Cippico, nel Villaggio Giuliano Dalmata.
Dopo la cerimonia nella chiesa di San Marco Evangelista si terrà una Santa Messa al termine della quale sarà organizzata una visita alla sede dell’Archivio Museo storico di Fiume e della Società di Studi Fiumani.
La serata conclusiva del Raduno si trascorrerà in allegria in albergo.
Domenica 7 ottobre alle ore 10 sarà allestita una rassegna editoriale a cura della prof.ssa Laura Calci.
Sulle pagine del nuovo numero de “La Voce di Fiume” sarà pubblicato l’appello del Sindaco del Libero Comune di Fiume in Esilio, Guido Brazzoduro a tutti i fiumani (e in particolare ai figli e ai nipoti), di aderire e partecipare numerosi al Raduno di Roma.

 

592 - La Voce del Popolo 24/09/12 Albona - «Tutto parla della nostra infanzia»
DA VENERDÌ A DOMENICA PER LA PRIMA VOLTA NELLA CITTÀ ISTRIANA SI È TENUTO IL RADUNO DEGLI ESULI ALBONESI
«Tutto parla della nostra infanzia»
ALBONA – “Chi è senza radici non esiste. Non si possono dimenticare e rinnegare le proprie radici”. Ha illustrato in questo modo l’importanza degli incontri tra gli esuli e i rimasti, Tomaso Millevoi, presidente della Società operaia di mutuo soccorso “Onorato Zustovich” con sede a Trieste, che questo fine settimana, ha organizzato ad Albona il Raduno degli esuli albonesi. È stata questa la 39.esima edizione del tradizionale appuntamento e la prima ad essere organizzata ad Albona, motivo per cui sarà ricordata quale evento storico.
Demetlika commosso e fiducioso
A visitare Albona e incontrarsi con i rimasti sono stati 90 esuli albonesi e loro famiglie, provenienti da Treviso, Conegliano, Monfalcone e Trieste. Dopo un programma organizzato per loro venerdì sera a Rabaz, dove hanno soggiornato durante la permanenza nella loro città di origine, sabato si è avuto l’evento principale della tre giorni. La lunga giornata è iniziata con il ricevimento dal sindaco di Albona Tulio Demetlika, che si è tenuto nella sede municipale in Cittavecchia, luogo di infanzia e giovinezza di gran parte delle persone che hanno partecipato al Raduno.
Vi hanno preso parte, oltre a Millevoi e ai suoi colleghi della società triestina, Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana e deputato della CNI al Sabor, Pierina Fabris, del Consolato generale d’Italia a Fiume, Ferdinando Parlato, consigliere dell’Università popolare di Trieste, come pure soci e dirigenti della Comunità degli Italiani “Giuseppina Martinuzzi” di Albona con Tullio Vorano, presidente della Giunta esecutiva del sodalizio, che ha contribuito all’organizzazione del Raduno.
Dopo aver parlato di Albona negli ultimi vent’anni, mettendo l’accento su quanto fatto dalla CNI e dall’amministrazione cittadina per la tutela e la salvaguardia della lingua e della cultura italiana nella città, delle iniziative quali l’apertura della sezione italiana dell’asilo “Pjerina Verbanac” e il bilinguismo visivo in una parte del centro storico, il sindaco Demetlika ha detto, commuovendosi, di ricordare quanto sua madre gli raccontava, quando era ancora un bambino, del destino di molti italiani dopo la Seconda guerra mondiale.
“Spero che oggi viviamo in un mondo in cui simili cose non possono più accadere”, ha detto con voce tremolante, sperando che “la cultura di tolleranza, convivenza e comprensione che si vive in Istria si allargherà a tutta l’Europa” con l’entrata della Croazia nell’Unione Europea.
Sessant’anni fa il primo raduno
“Ogni angolo, ogni casa, la chiesa, el campanil ed el Borgo, tutto parla della nostra infanzia, la nostra gioventù e i nostri amici. Ricorderemo per sempre questo raduno e lo terremo nel profondo del nostro cuore”, ha detto Tomaso Millevoi, ricordando che il primo Raduno degli esuli albonesi si è tenuto nel 1952.
Il primo invito di un sindaco di Albona, Marin Brkarić, agli esuli di visitare Albona, è stato formulato in una lettera consegnata agli esponenti della SOMS triestina al 31.esimo Raduno a Verona. Nello stesso si affermava che Albona merita che sia messa “una pietra sul passato” e che “chi è andato via e chi è rimasto cerchi di collaborare, di instaurare nuovi rapporti, costruire insieme qualcosa di nuovo, di cui le future generazioni possano essere fiere”.
“Purtroppo, le condizioni non erano tali e nemmeno questo si era realizzato. Sono passati da allora 16 anni, però da quel periodo gli albonesi rimasti sono stati sempre invitati ai raduni e hanno regolarmente aderito”, ha detto nel suo discorso Tullio Vorano, secondo il quale, il primo tentativo di tenere un raduno ad Albona si è avuto nel 1979, quando “il benemerito presidente della ricostituita Società operaia di mutuo soccorso, Marco Macillis, aveva programmato una gita ad Albona e aveva chiesto alla Comunità italiana rimasta di farsi interprete presso l’amministrazione comunale per patrocinare la gita”.
“La risposta, purtroppo, fu negativa e l’iniziativa non andò in porto”, ha detto Vorano. Parlando delle iniziative realizzate dai rimasti e dagli esuli, Vorano ha ricordato la rimembranza del centenario della battaglia contro gli Uscocchi, organizzata nel 1999, e nel 2000 la scelta della personalità dell’Albonese del ventesimo secolo nella persona dello stimatissimo Tommaso Lazzarini, la cui figlia Lavinia Lazzarini de Battiala è stata tra i 90 albonesi in visita lo scorso weekend ad Albona.
Momenti dolorosi del passato
Oltre all’importanza dei ritorni collettivi istituzionali degli esuli, Furio Radin ha voluto ricordare il passato rivoluzionario di Albona, ma pure quello che egli personalmente non vuole ricordare, ma che non può essere dimenticato: la foiba nel territorio della città di Albona e la chiusura della scuola italiana negli anni Cinquanta, nel momento in cui l’istituzione aveva mille studenti. Con l’entrata della Croazia nell’UE ad Albona, ha detto Furio Radin, “saremo tutti di casa”. “Il vostro ritorno simbolico per me è un grande evento, è molto sentimentale vedervi qua. Spero di vedere qua pure i vostri figli e i vostri nipoti, spero che tramandiate anche a loro questo amore che avete per Albona”, ha detto Radin. Pierina Fabris ha sottolineato l’importanza dello sforzo da parte degli esuli e dei rimasti, eredi di una cultura comune, di “ricomporre un’identità e ricostituire i profondi legami a suo tempo spezzati con uno sguardo rivolto al futuro”. Quando la tabella all’entrata nella città di Albona avrà, oltre al toponimo in croato, pure l’equivalente in italiano? hanno chiesto i presenti al sindaco, invitandolo a fare tutto il necessario perché ciò avvenga prima della loro prossima visita istituzionale ad Albona.
Al cimitero albonese ha fatto seguito la scopertura di una lapide commemorativa con il testo: “Rimanga nel tempo e si rinnovi nel cuore il ricordo di tutti gli esuli albonesi sepolti lontano dal loro paese d’origine a causa di un avverso destino”. Nelle ore serali dello stesso giorno al Teatrino si è avuto uno spettacolo con la partecipazione della giovane cantante e pianista Nicole Vidak, l’esibizione delle corali della CI, dei Minicantanti con la maestra Sabrina Stemberga Vidak e del Coro “Giuseppina Martinuzzi” con la maestra Nerina Ševrlica Bolfan. Oltre al concerto, in programma pure l’inaugurazione della mostra di Rinaldo Racovaz, pittore autodidatta nato a Traghetto, da anni residente a Trieste. Nell’occasione Maria Vlačić, attivista della CI, ha letto la sua poesia ispirata al Raduno degli albonesi e intitolata “Albona pianzi, pianzi”. Ieri, dopo la Santa Messa alla chiesa parrocchiale in Cittavecchia, l’incontro è proseguito con una passeggiata per le calli di Albona e una visita ai principali palazzi del centro storico.
Tanja Škopac


593 - Il Piccolo 19/09/12 Gorizia - Atto vandalico contro la sede dell'Anvgd
Atto vandalico contro la sede dell'Anvgd
Ignoti hanno tentato di sfondare la porta d'ingresso. Ziberna: «Gesto intollerante e incomprensibile»
Per l'ennesima volta la sede dell'Anvgd e della Lega Nazionale di Gorizia è stata oggetto di atti vandalici, «regolarmente denunciati alle autorità competenti - fa sapere il presidente Rodolfo Ziberna -. Negli anni scorsi ripetutamente erano state lordate o danneggiate la tabella di ottone collocata fuori dalla sede, oppure la bacheca collocata presso i Giardini pubblici. Nei giorni scorsi, invece, la porta di ingresso della sede ha subito un tentativo di sfondamento, riportando gravi danni».
Aggiunge Ziberna: «Vogliamo essere certi che questi ripetuti atti, ovviamente non casuali, siano stati portati a termine da persone semplicemente non capaci di misurarsi con la dialettica e le parole, consapevoli della loro limitatezza culturale tendente al bullismo.
Intolleranza, violenza sulle cose, violazione delle leggi, negazione dei diritti altrui e sopraffazione non appartengono alla cultura goriziana, e ci auguriamo che chi sta ora favorendo, consapevolmente o inconsapevolmente, questo clima ritorni sui suoi passi».
Un mese fa, i vandali erano entrati in azione nella sede dell'associazione "Cuore Amico" in via Cipriani 71. Ad essere presa di mira era stata la rete del deposito materiali della tettoia di destra, completamente divelta. Tutto il materiale posto all'interno era stato poi messo a soqquadro. I responsabili di Cuore Amico avevano denunciato che era la terza volta che la sede, utilizzata per il corso di ginnastica, veniva presa di mira dai malintenzionati. «Quando abbiamo aperto la sede la nostra amarezza è stata enorme, anche perché non capiamo se i nostri "visitatori" vogliono arricchirsi a discapito di una onlus che è pari ad un nullatenente oppure se non sanno proprio come passare meglio il tempo», aveva spiegato amareggiato il presidente dell'associazione dottor
Mario Spanghero.

 

594 - Il Piccolo 23/09/12 Battelli: «In Slovenia il bilinguismo attuato tardi e male»
Battelli: «In Slovenia il bilinguismo attuato tardi e male»

di Franco Babich
LUBIANA Bene il bilinguismo sulla carta, male nella realtà, specie negli uffici dell'amministrazione statale. La Commissione per le nazionalità del Parlamento sloveno ha fatto il punto sul problema chiave che riguarda i diritti delle minoranze autoctone italiana e ungherese in Slovenia: le norme sul bilinguismo non vengono rispettate con coerenza. Se nella comunicazione verbale con gli impiegati della pubblica amministrazione e negli enti pubblici le cose funzionano in modo relativamente soddisfacente, la situazione cambia drasticamente quando si tratta di documenti, moduli, verbali e delibere, insomma tutto quanto riguarda la comunicazione scritta tra gli appartenenti alle minoranze e gli organi statale e le istituzioni pubbliche nei territori ufficialmente bilingui. I procedimenti amministrativi per chi vuole l'utilizzo dell'italiano nei comuni del Capodistriano (e dell'ungherese nell'Oltremura) spesso richiedono più tempo, per cui di fatto gli italiani (e gli ungheresi) vengono dissuasi a usare la propria lingua nella comunicazione ufficiale. Come constatato dalla Commissione, ci vuole più controllo ma anche più attenzione, da parte dello stato, per questa problematica. Non sono necessarie nè nuove leggi nè nuovi regolamenti, ha rilevato in sede di Commissione il deputato della Comunità nazionale italiana al Parlamento sloveno Roberto Battelli, ma solo una coerente applicazione delle norme già in vigore. Una verifica di quanto è stato fatto in questo campo sarà fatta tra un anno. La Commissione ha discusso anche della recente proposta del governo sloveno di tagliare il canone per la Radiotelevisione di Slovenia. Per i deputati, arrivare, di conseguenza, alla riduzione dei programmi italiani di Tv e Radio Capodistria significherebbe violare i diritti acquisiti. Delle possibili ripercussioni per le due testate italiane della riduzione del canone Rtv ha parlato anche la Giunta esecutiva dell'Unione italiana, riunita a Crevatini, che ha invitato il Parlamento a bocciare la proposta, e di mantenere perlomento inalterati i finanziamenti attuali per i programmi italiani.

 

595 - La Voce del Popolo 20/09/12 Castel Bembo pronto ad accogliere la Comunità degli Italiani di Valle
Dopo una ristrutturazione durata tantissimi anni, prossima l'inaugurazione dell'edificio
Castel Bembo pronto ad accogliere la Comunità degli Italiani di Valle
VALLE – Dopo tanti anni sono stati finalmente portati a termine i lavori di rinnovo di Castel Bembo, futura sede della Comunità degli Italiani di Valle. Per l’apertura si sta attendendo ormai soltanto l’arrivo degli arredi, previsto per la fine del mese. “La data della cerimonia d’inaugurazione dovrebbe venir dunque fissata a giorni, in accordo con l’Unione Italiana, l’Università Popolare di Trieste e il Consolato Generale d’Italia a Fiume“ – ci spiega la presidente della Comunità degli Italiani di Valle, Rosanna Bernè.
La prima fase dei lavori di riassetto del palazzo, che era stato acquistato dall’UI nel 1998, era iniziata otto anni fa, quando erano stati completati gli interventi di ristrutturazione del tetto e delle massicce mura esterne. Ora è stata portata a termine anche la seconda fase di ristrutturazione, iniziata nel maggio del 2011, che prevedeva il restauro degli interni. Sono stati rifatti così tutti gli infissi, sostituite le porte e le finestre, le pavimentazioni in legno, alle quali si è badato di ridare l’ aspetto originale, tranne che in due sale del maestoso palazzo, dove il pavimento originale in pietra appariva ben custodito, per cui in queste si è proceduto soltanto a minuziosi interventi di pulitura e riassetto.
I pavimenti dei vani destinati a ospitare gli uffici della presidenza e della segreteria del sodalizio, a lato dello splendido salone centrale situato al primo piano, che ora risplende di nuova luce in quanto sono stati rifatti ad arte tutti i meravigliosi affreschi che abbellivano originariamente il lussuoso ambiente, sono stati realizzati in vetro e acciaio, per permettere così a chiunque si trovi nel palazzo, la visione del sottostante sito archeologico. I bellissimi affreschi e le decorazioni di antica fattura ritrovati in cinque delle sale del palazzo sono stati restaurati ad’arte dall’esperto personale della società “Vuksan” di Zagabria. Le scalinate che portano ai piani inferiori sono rimaste in pietra, mentre quelle che conducono ai piani superiori sono state rifatte in legno, com’erano originariamente. Sono state completate inoltre anche tutte le installazioni dell’illuminazione elettrica e le tubature della rete idrica e il palazzo è stato dotato di un moderno impianto di riscaldamento.
“In tutti gli interventi si è badato a rispettare rigorosamente lo stile originario, in modo da recuperare l’aspetto che gli ambienti avevano nel lontano passato“ – ha tenuto a sottolineare Rosanna Bernè.
I lavori sono stati eseguiti dalla ditta appaltatrice locale “Vallis“, su progetto dell’architetto Marko Franković di Fiume. Gli arredi saranno forniti dalla società slovena “Ikos Calcagnigni“. L’investimento ammonta a circa 1,5 milioni di euro, stanziati per il rinnovo di Castel Bembo dal ministero degli Affari Esteri italiano.
Cristina Golojka

 

596 - L'Arena di Pola 23/09/12 Foibe: ipocrisie e silenzi di Stato
Foibe: ipocrisie e silenzi di Stato

Nell’editoriale di giugno avevo scritto relativamente al nostro passato che “se ne deve ancora parlare, eccome!” ed, indubbiamente, di questo passato fanno parte anche, e per certi versi soprattutto, le foibe che, come detto da qualcuno, sono nel nostro DNA. Ne voglio riparlare in questo numero del giornale per tre ordini di motivi: primo, perché una delle nostre priorità è riuscire, Dio solo sa quando, a scoprire “chi giace dove”; secondo, perché abbiamo da poco vissuta l’emozione dell’inaugurazione del “Monumento alle Vittime delle Foibe” a Pagnacco; terzo, perché me ne dà spunto la recente celebrazione annuale, voluta dal Parlamento europeo, occorsa il 23 agosto in memoria delle Vittime di tutti i totalitarismi. Di detta celebrazione non ho trovato particolari riscontri in Italia; ne ho, invece, colti alcuni dalla stampa d’oltreconfine.
Riporto, di seguito, uno stralcio in italiano di un “post” apparso su twitter a firma del Presidente croato Ivo Josipović:
«La Giornata europea in memoria delle vittime dei totalitarismi, che oggi celebriamo, è un’occasione per ricordare tutte le persone, i gruppi sociali, le minoranze e i popoli che hanno sofferto a causa di estremismi politici, religiosi, ideologici o di ogni altro tipo. Nel XX secolo, purtroppo, l’Europa è stata la culla di alcune ideologie totalitarie: del nazismo, del fascismo e del comunismo, che ha avuto anche un volto particolarmente brutale, lo stalinismo. È stata anche un’area in cui per lunghi anni sono esistiti regimi autoritari e semi-autoritari […] molti Paesi sono stati sotto occupazione, altri sono stati vittime della violenza politica, etnica o ideologica nata al loro interno. Soltanto verso la fine del secolo scorso la Croazia ha intrapreso appieno la strada della democrazia che poggia sul concetto dei diritti umani, del pluralismo e del rispetto reciproco. Dobbiamo ammetterlo, percorrere questa via non è stato semplice e non sempre la strada si è presentata in discesa. […] Tra le vittime non possono esserci distinzioni, né queste possono essere fatte in base alle circostanze nelle quali una persona è divenuta vittima innocente di un estremismo. A ogni vittima va riconosciuta piena dignità e alle famiglie va espressa pietas e fornito l’aiuto necessario […]».
Gli hanno fatto eco taluni rappresentanti del principale partito d’opposizione (l’HDZ), lamentando una certa qual freddezza, per non dire omertà, nel ricordare nella circostanza quelle che localmente sono state le vittime del comunismo e precisando che «stando alle stime della polizia in Croazia ci sono circa 750 fosse comuni nelle quali giacciono i corpi delle vittime dei crimini comunisti. Stando ad alcune valutazioni il loro numero sale addirittura a 1.500, ma soltanto 50 sono contrassegnate in modo adeguato».
Sul tema è intervenuto anche il premier sloveno Janez Janša che così si è pronunciato: «La nostra società non si può permettere di finire nuovamente sulla strada dell’intolleranza sociale e della fomentazione dell’odio a causa di interpretazioni storiche di parte, dell’intolleranza e del non riconoscimento dell’altro e del diverso […] Riconoscere le colpe e gli errori commessi nel passato e condannare gli stessi è un dovere. È altresì doveroso chiedere sia riconosciuta la responsabilità di coloro che in nome di un’ideologia totalitaria hanno causato la morte di migliaia di vittime e provocato sofferenza a diverse generazioni».

E in Italia? Per quanto ne sappiamo, NULLA! Forse qualcuno, più attento di noi, avrà visto, udito o letto qualcosa al riguardo e se così è pregato di farcelo sapere. Peraltro, ammesso che qualcosa ci sia stato, non si sarà trattato d’altro, come per quanto summenzionato, che di un effluvio di parole belle fin che si vuole ed in qualche misura anche non prive di significato ma, soprattutto, ipocrite e destinate a rimanere tali sino a quando non saranno seguite da fatti concreti che rendano giustizia alle tante vittime, perlopiù innocenti, di questo ennesimo olocausto e non sarà stato fornito l’aiuto necessario alle famiglie per poter quantomeno portare un fiore laddove giacciono i loro cari.
Tutto ciò premesso c’è anche, ed è il più pressante, un altro motivo perché di foibe, o più in generale di fosse comuni ed altro, si deve ancora parlare ed è che di questa immane tragedia ancora molto resta da scoprire e da dire anche solo per quanto riguarda noi italiani che di essa rappresentiamo una parte, di certo non la più cospicua.
Qualcuno (non italiano), riferendosi ad essa, ha definito la Slovenia “il più grande cimitero a cielo aperto d’Europa di tombe senza croce” e, a dar credito a quanto più sopra riportato, sembrerebbe che la Croazia non le sia da meno. Peraltro, anche in Italia, ed è poco noto, oltre a quelle sul Carso triestino, esistono sull’Alpago, in provincia di Belluno, alcune foibe di cui, a differenza delle precedenti, vittime (a parte numerosissimi tedeschi) e carnefici sono, purtroppo, indistintamente “gente nostra”.
Quanti e quali di questi luoghi della tragedia contengano spoglie di nostri connazionali non ci è dato sapere. Le foibe che conosciamo, quasi tutte relative agli eccidi del ’43 ed in parte reseci tristemente familiari dalla pietosa opera di recupero dei V.F. di Pola guidati dall’eroico M.llo Arnaldo Harzarich, non sono che una minima parte; di quelle del ’45 e dopo non sappiamo praticamente nulla. Io stesso, in occasione del mio ultimo soggiorno a Pola, sono stato accompagnato da amici residenti all’imboccatura di una di queste, nei pressi di Dignano, di cui prima mai avevo sentito parlare, quantomeno non con il nome con cui mi è stata indicata: foiba di Stanzia Celija. E degli otto/dieci mila “infoibati” menzionati, non certo per eccesso, nell’intervista del professor Oliva (qui sotto riportata) cosa ne sappiamo? Non sono più di qualche centinaio quelli di cui conosciamo il luogo del martirio.

È questo immane “vuoto di conoscenza” il motivo principale per cui è necessario parlarne, far ancora e sempre sentire la nostra voce; è questa la vera ragione per cui è doveroso reiterare frequentemente la nostra richiesta per sapere “chi giace dove”. Sinora nulla abbiamo sortito; anche la nostra ultima istanza rivolta ai tre Capi di Stato e di Governo, di cui vi abbiamo dato notizia sull’“Arena” di giugno, ha avuto come unico riscontro la restituzione, per consegna avvenuta, del talloncino di “ricevuta di ritorno”. Poi più nulla anche se, da fonti diplomatiche, abbiamo saputo essere attiva una Commissione bilaterale italo-croata che negli ultimi mesi si è incontrata, per confrontarsi in materia, un paio di volte, prima a Roma e poi a Zagabria.

Pertanto, l’ipocrisia di cui sopra è viepiù sottolineata da un “silenzio di Stato” che definire VERGOGNOSO è dir poco; lo è in primo luogo, per il nostro sentire, da parte italiana.

Silvio Mazzaroli

 

597 – La Voce del Popolo 22/09/12 Fiume - «Il ponte che unì le comunità italiana e slava»
SCOPERTA TARGA RICORDO IN MEMORIA DI SUOR MARIA CROCIFISSA COSULICH
«Il ponte che unì le comunità italiana e slava»
“In un periodo storico, colmo di conflitti e divisioni tra le genti fiumane, suor Maria Crocifissa dimostrò di essere il ponte che unì la comunità italiana e quella slava. La città di Fiume è fiera di aver dato i natali a questa donna straordinaria”.
Con queste semplici parole, monsignor Ivan Devčić, arcivescovo fiumano, ha voluto sottolineare la grandezza di cuore e di bontà di suor Maria Crocifissa Cosulich, fondatrice della Congregazione delle figlie del Sacro Cuore di Gesù e sua prima priora. In occasione del 160.esimo anniversario della nascita, l’Arcidiocesi di Fiume congiuntamente con le suore della Congregazione, ha voluto onorare la suora ricordando con una lapide i suoi natali fiumani.
La targa-ricordo è stata affissa sul muro di cinta della casa natale al civico 19 di via XIII Divisione istriana, nel rione di Pećine, ed è stata inaugurata alla presenza delle autorità cittadine, regionali, ecclesiastiche.
“Maria Crocifissa Cosulich, oltre a manifestare un forte attaccamento spirituale, fu una donna di vasta cultura, maestra d’asilo e di musica, poliglotta e poetessa – ha esposto suor Nives Stubičar, attuale priora della Congregazione –. Da giovane dimostrò tutta la sua carità verso il prossimo, aiutando per tutta la sua vita le famiglie povere e occupandosi dei più bisognosi, non tralasciando la sua devozione verso il Sacro Cuore di Gesù.
Un raro esempio di altruismo e dedizione verso Dio e verso il singolo. Per queste qualità, oggi celebriamo la sua nascita e il processo di beatificazione in corso. Madre Maria Crocifissa Cosulich, affrontò molte prove vivendo di fede e conformandosi con il Cristo Crocifisso”.
Alla cerimonia di inaugurazione della targa ricordo dedica alla religiosa hanno partecipato tutte le suore della Congregazione, raccogliendosi con commozione e devozione in una breve preghiera dinanzi alla lapide.
Viviana Car

 

598 - L'Arena di Pola 23/09/12 Dall'"Ultima mularia de Pola" l'iniziale spinta alla ricucitura Esuli-Rimasti
Dall’“Ultima mularia de Pola” l’iniziale spinta alla ricucitura Esuli-Rimasti

Come annunciato sull’“Arena” di luglio 2012, si è svolto a Padenghe sul Garda, nei giorni 7-9 settembre, il XXV raduno dell’Ultima Mularia de Pola. Ne daremo il resoconto sul giornale di ottobre, dedicandogli una pagina a colori con la pubblicazione di qualche simpatica foto.
Su questo numero preferiamo pubblicare quanto a proposito scrittoci da Lino Vivoda, che detti raduni ha frequentato sin dalla prima edizione, evidenziandoci che proprio in uno di questi si collocano i prodromi, pertanto assai “datati”, di quello che sarebbe poi stato il nostro percorso di “ricucitura” con i rimasti; un’apertura che allora non mancò di suscitare più di un distinguo tra favorevoli e contrari.

Scrive “el mulo” Lino:

Sbaglia di grosso chi considera il XXV Ritrovo dell’“Ultima mularia de Pola”, il mitico gruppo fondato da Aldo Vallini e Roberto Giorgini, come un semplice ritrovarsi di amici, compagni di scuola e di strada a Pola negli anni prima dell’esodo. Quando tutti erano ancora “mularia”.
Sorto come allegro ritrovarsi, ricordando i bei tempi dell’infanzia nella città natia abbandonata con l’esodo, nel tempo questo gruppo ne ha scritto delle autentiche pagine di storia. Sin dai primi raduni, infatti, specialmente nei pomeriggi riservati alle “Quatro ciacole serie”, attraverso i dibattiti aperti a tutti i partecipanti, il gruppo divenne una vera fucina di opinioni. In particolare, uno dei temi dibattuti riguardava appunto l’apertura ai “rimasti” ed i toni si fecero così accessi che ad un certo punto l’iniziativa venne sospesa per non accrescere la divisione tra i favorevoli al dialogo, per conservare la lingua e le tradizioni italiane in Istria, e quelli contrari a qualsiasi contatto. Che, bisogna dire, all’inizio erano la maggioranza. Tuttavia il seme era lanciato e dal primo telegramma inviato durante la guerra di disgregazione della Jugoslavia alla “mularia” rimasta a Pola, sino ai successivi incontri, da me promossi in qualità di Sindaco pro tempore, tra il Libero Comune di Pola in esilio (dopo l’invito rivoltoci dalla prof. Olga Milotti durante il convegno di Brescia) e gli italiani rimasti alla Comunità di Pola, al monumento di Vergarolla, alle Messe del 2 novembre con i Consoli in memoria dei Caduti italiani… che si sono poi arricchiti di significato durante il mandato di Sindaco del gen. Silvio Mazzaroli, cui vanno riconosciuti indubbi meriti, le iniziative in tal senso sono andate crescendo sino a culminare nei raduni del Libero Comune a Pola degli ultimi due anni.
Ma ritorniamo un momento alla fase iniziale, ricostruita attraverso le cronache riportate nel libro L’Associazione Libero Comune di Pola in Esilio, da me scritto proprio per ricordare, e del quale conservo ancora qualche copia per i giovani che volessero documentarsi. Bisogna partire dal XXXV Raduno Nazionale degli Esuli da Pola svoltosi a Peschiera del Garda quando, dopo interventi di Ive, Caravello, Piccoli, Borsi, Zuliani, Maier, Pisani, Micovillovich e Rangan, venne approvata la mia proposta di tenere in occasione del successivo raduno dell’ultima “Mularia” una riunione della Giunta comunale che successivamente, su proposta di Mario Ive, mi autorizzerà a prendere contatto coi rimasti a Pola, conformemente alle decisioni adottate dalla Federazione sotto la presidenza di Aldo Clemente.
È interessante riportare un pezzo di quanto scritto da Aldo Vallini su “L’Arena di Pola”, Gorizia 01.08.1991, sotto il titolo Proposte per le ciacole serie:
«Mi auguro che la partecipazione al quarto raduno della “mularia” sul Garda sia massiccia. Spero anche che ognuno di noi porti personali contributi alla riunione del sabato pomeriggio. In questi quattro anni abbiamo assistito ad un tale stravolgimento politico che ha interessato tutta l’Europa dell’Est, dal mar Baltico all’Adriatico, per cui tutti coloro che a qualsiasi titolo vogliono interessarsi al “problema giuliano-dalmata” debbono porsi oggi in una prospettiva diversa rispetto ad alcuni anni fa. Parlando recentemente con Roberto Giorgini e Livio Dorigo condivido con loro uno dei concetti guida che ci devono ispirare: tentare ogni via per tenere rapporti con i giovani connazionali che vivono in Istria. Speriamo che la questione jugoslava possa trovare una pacifica soluzione e che la Slovenia e la Croazia possano divenire veramente due stati indipendenti. Allora questi rapporti almeno in linea teorica dovrebbero risultare più agevoli».
Al IV Raduno dell’“Ultima mularia”, svoltosi a Padenghe sul Garda il 14 e 15 settembre 1991, parteciparono un centinaio di convenuti. Nel corso del dibattito “ciacole serie”, dopo le riflessioni introduttive di Roberto Giorgini, Aldo Vallini, Pasquale De Simone (al tempo direttore de “L’Arena”) e mie (allora sindaco) si susseguirono interessanti interventi di Argeo Benco, Licia Micovillovich, Livio Ciresola, Piero Turchio, Mario Longo, Gaetano La Perna, Livio Dorigo (presidente del Circolo Istria di Trieste), Lidia Cinco e Fulvio Farba.
Alla fine della discussione, d’accordo anche la minoranza di dissenzienti, venne trovata una concordanza di intenti che portò alla stesura di un telegramma ai giovani di Pola a nome dell’“Ultima mularia”. Vennero delegati a preparare il testo Lino Vivoda, Livio Dorigo, Otello Sojatti per la maggioranza e Anna Borsi e Fulvio Farba per la minoranza. Il testo proposto, sottoposto all’approvazione dell’assemblea, venne votato all’unanimità ed inviato telegraficamente a Pola. Verrà pubblicato sulla “Voce del Popolo” del 9 ottobre 1991, ed è il seguente:
«La “Mularia” polesana in esilio, riunita a Padenghe sul Garda il 15 settembre 1991 per il suo IV Raduno annuale, invia un solidale saluto ed augurio alla “mularia” di Pola e, considerando la grave situazione in cui si trova oggi l’Istria, auspica che, attraverso soluzioni pacifiche in unità di intenti e nel comune interesse, si giunga ad una soluzione nel quadro della futura Europa – anche considerando la particolare specificità dell’Istria, regione storica Europea – nel cui ambito gli Italiani dell’Istria possano svolgere quel ruolo che la storia ha affidato alla cultura latino-veneta».
In quella occasione la Santa Messa fu celebrata nel Duomo di Desenzano sul Garda da mons. Eugenio Ravignani, polesano, Vescovo di Vittorio Veneto, e da don Desiderio Staver, parroco del Duomo di Pola. Alla sera al cenone, presente anche il Vescovo, dopo l’arrivo di un’enorme torta raffigurante l’Arena, consegnai al gen. Loris Tanzella, su proposta della dirigenza della “Mularia” Vallini-Giorgini, la pergamena di cittadino onorario del Libero Comune di Pola in Esilio.

Per comprendere lo spirito che animava gran parte dell’“Ultima mularia de Pola” si veda la lettera pubblicata sull’“Arena” dell’8 luglio 2001, con la quale un gruppo di “mule” residenti a La Spezia rispondeva sul giornale ad un socio “dissenziente”. Sono le stesse che assieme ad altri avevano dato vita a Padova al mio giornale “Istria Europa”, attraverso il quale ho condotto una lunga battaglia a favore della cosiddetta “ricucitura”.
Lino Vivoda

Di seguito, per chi ne avesse persa la traccia, il testo della lettera a suo tempo pubblicata dal nostro giornale che ben evidenzia i sentimenti di molti di noi a base della nostra volontà di ricucitura.

Vece e bele mule
Siamo un piccolo gruppo di “vece-bele-mule” polesane che vogliono […] ribadire a Roberto Giorgini, di cui abbiamo apprezzato, sin dal primo anno, l’iniziativa e l’impegno personale nella realizzazione di questo “ritrovarsi” e “riconoscer­si” nell’ultima “mularia”, la nostra stima e il nostro ringraziamento per la passione disinteressata con cui ha sempre organizzato i raduni. […] Assurda ci sembra la “querelle” sui rimasti e qui vogliamo espri­mere e se possibile chiarire il no­stro giudizio sui famigerati “rima­sti”. Per ciò ricapitoliamo. I “ri­masti”, oggi nostri coetanei, han­no seguito nel lontano 1947 la decisione dei loro genitori: non andare “pel mondo”, ma resta­re. Non possiamo pensare che tutti quei genitori fossero infoibatori, delatori di innocenti o svisce­rati anti-italiani. Riteniamo che fra loro c’era chi non voleva lascia­re la casetta col suo fazzoletto di terra, chi sognava un utopico pa­ese socialista e lo aveva identifi­cato nella Jugoslavia di Tito, chi ricordava con nostalgia la ferrea amministrazione austriaca e di­sprezzava il pressappochismo di quella italiana, chi non sopporta­va di aver dovuto italianizzare il suo cognome, chi era cosi poco coraggioso da non poter soppor­tare l’incognita dell’esodo... l’elenco potrebbe ancora conti­nuare.
Il fatto è che molti rimasti, sen­tendosi italiani, hanno avuto il coraggio (malgrado il clima pe­sante dei primi anni) di mandare i figli alla scuola italiana e grazie a questi ultimi abbiamo scoperto, attraverso libri come Bora e Una famiglia istriana, per ci­tarne due, il dramma vissuto dal­la “mularia” rimasta. Non ci è mai sembrato perciò un’insop­portabile eresia l’avere rap­porti coi “rimasti”.
Non possiamo dimenticare, tut­ti, che siamo figli di una terra di frontiera, dove le identità etniche e culturali non sono sempre chia­re e decifrabili, ci piaccia o no.
Ci auguriamo di veder pubbli­cate in prima pagina anche le ra­gioni, le nostre ragioni di frangia (non sappiamo se piccola o gran­de) dell’ultima “mularia”.
Evelina Minnelli; Elda Lazza­ri; Fanny Biasiol; Isabella Jursich; Nella Vaiassi; Valeria Matijasich

 

599 - La Voce del Popolo 15/09/12 Pola : cambia lo stradario della città
Quattordici decreti in quattordici giorni per il primo cittadino: tra due settimane la seduta del Consiglio
Cambia lo stradario della città
Tra non più di due settimane il sindaco porterà in aula consiliare la sua proposta di modifiche e integrazioni allo stradario della Città di Pola, così come gli è stato suggerito di fare dalla Commissione municipale preposta alla denominazione delle vie e delle piazze, poco più di un mese fa. Scartate dunque le proposte incomplete, infondate, ambigue e assurde, il sindaco propone dunque al Consiglio municipale di cambiare la vecchia denominazione di via del Cimitero in via Monte Giro, sfruttando così, e valorizzando, il toponimo storico del colle che ospita il camposanto. Entrano invece per la prima volta nello stradario i nomi del compositore e direttore di cori Nello Milotti (gli spetta il viale che porta da via dei Vecchi Statuti a via dell’Istria, a ridosso dell’anfiteatro), degli antifascisti Nevenka Zacchigna, Franjo Nefat (il primo sindaco di Pola dalla fine del governo militare alleato), Anton Ciliga Tonin (giornalista e pubblicista) e Bruno Flego (pubblicista). Ed entrano per la prima volta nello stradario gli sfollati da Pola del 1915-1918, ma anche le vittime di Vergarolla, a cui verrà intestato il parco adiacente al Duomo, che da diversi anni a questa parte ospita il cippo memoriale in ricordo del funesto evento.
Tra le decisioni (quattordici in tutto) prese dal sindaco nelle due scorse settimane e quelle che per entrare in vigore devono avere il placet del Consiglio municipale, c’è anche il bilancio semestrale consuntivo. Dai conti che Miletić si prepara a esporre ai consiglieri risulta che tra gennaio e giugno di quest’anno le casse municipali hanno introitato 144,8 milioni di kune e speso 132,5 milioni. L’eccesso di 12 milioni, ha spiegato il sindaco, è stato impiegato per coprire il disavanzo dello scorso anno. Per il resto, le finanze municipali, se non godono proprio della massima salute, non stanno nemmeno male. La Città di Pola – ha concluso il sindaco, presentando ai cronisti il lavoro delle ultime due settimane – onora regolarmente tutti i propri impegni verso i fornitori e i fruitori del bilancio. Sempre nei limiti dell’austerità dettata dal momento, ovviamente. Per le spese non pianificate ad agosto, il sindaco ha attinto alle riserve di bilancio e distribuito ben 64mila kune (qualcosa in più della norma) per lo più a fini di beneficenza. (dd)

 

600 - East Journal 20/09/12 Croazia: il monastero croato e i monaci padovani, tra religione e politica.
CROAZIA: Il monastero croato e i monaci padovani, tra religione e politica
di Valentina Di Cesare
E’ una lunga storia quella che lega il suggestivo monastero di Dajla e l’Abbazia benedettina di Praglia, nella campagna padovana. Ed altrettanto lunga sembra essere la strada della riconciliazione, tra le parti che ne detengono la proprietà, ovvero la chiesa cattolica croata, che fa capo al Vaticano, e il governo croato.
Nella prima metà del 1800 l’architetto francese Terrier de Manenot fu incaricato di rivalutare un’ area di Novigrad, sulla costa nord- occidentale croata, dove da secoli erano stati costruiti vari edifici di culto. Le più antiche testimonianze risalgono ai romani, che in quell’area avevano dei vasti possedimenti; dopo di loro nel VI secolo a.C., si insediarono i monaci greci “calogeri”, fedeli al culto di San Basilio e per questo detti anche monaci basiliani, che professavano rito ortodosso. Questi fecero costruire un monastero in cui, nel IX secolo, presero dimora dei monaci cristiani benedettini che consacrarono l’edificio a San Giovanni Battista. Dall’alto medioevo in poi, la cristianità si impadronì di quei luoghi. Nonostante qualche anno dopo i benedettini avessero abbandonato il monastero, due nobili famiglie istriane ne curarono gli interessi per generazioni, adibendo l’antico monastero a residenza estiva, fino a quando nella prima metà del XIX secolo, l’edificio fu ceduto ai monaci benedettini di Praglia, nel padovano, che lo adibirono nuovamente a monastero, trasferendovisi. I frati padovani rimasero a Novigrad fino al 1948, anno in cui dovettero tornare in Italia, perché privati della proprietà del luogo, che da allora fu usato come ospizio e poi definitivamente abbandonato dalla fine degli anni ’80.
Il caso è tornato alla ribalta già la scorsa estate dopo che il Vaticano decretò che il vecchio monastero dovesse tornare proprietà dei monaci padovani; il ministro della giustizia di Zagabria per contro, aveva firmato una delibera in cui dichiarava che l’immobile dovesse tornare invece nelle mani dello Stato croato. Dal 2011 insomma si susseguono sull’argomento numerosi botta e risposta tra Vaticano e Governo croato. Tuttavia, il 29 ottobre prossimo, il premier croato Milanovic siederà in udienza privata con Benedetto XVI e incontrerà il Segretario di Stato Vaticano Tarcisio Bertone, per cercare di trovare un accordo sulla questione. In realtà mesi fa lo stesso governo croato aveva dichiarato di essere in perfetto accordo con la diocesi di Pola, la quale aveva espresso il proprio rifiuto sulla restituzione dell’edificio ai benedettini di Praglia in quanto, secondo i religiosi croati, i frati del monastero padovano erano già stati risarciti con gli Accordi di Osimo e non avevano perciò alcun diritto a un secondo indennizzo. Quella che sembra una questione di secondo rilievo, ha causato non pochi contrasti tra chiesa cattolica croata e Santa Sede. Lo scorso anno infatti, la presa di posizione contraria al Vaticano da parte della diocesi di Pola, aveva portato la Santa Sede ad sostituire immediatamente l’ allora Vescovo istriano con uno direttamente nominato da Roma. La sostituzione sarebbe durata giusto il tempo di firmare l’atto di restituzione al Monastero di Praglia, per una somma di circa 30 milioni di euro. La “missione” diplomatica di Milanovic sarà a quanto pare molto delicata, perché oltre alla paternità del complesso architettonico di Dajla si discuterà anche dei finanziamenti statali al clero croato; anche in questo caso, il Vaticano giocherà un ruolo di primo piano nella pianificazione dei fondi destinati agli ordini religiosi. Fino ad ora infatti, la forte ingerenza della Chiesa di Roma nelle questioni politiche croate, è stata resa possibile dagli stessi governi, perlopiù di centro-destra. Bertone ha inoltre annunciato che durante l’incontro con Milanovic, si discuterà anche dell’attuale situazione politica nei Balcani meridionali, e del ruolo che la Croazia dovrà svolgere per mantenere saldi i suoi legami, soprattutto culturali, con l’Europa Occidentale.
Dalla religione all’economia, ed alla politica, il passo sembra essere davvero molto breve.

 

601 - La Voce del Popolo 22/09/12 Del si', del da, dello ja - Croato-italo
Del si', del da, dello ja
di Milan Rakovac
Croato-italo
Sto per “privatizzare” questo spazio. Lo ammetto, dedicherò queste righe a un amico. Le ragioni che mi spingono a farlo sono tante, ma l’occasione è davvero unica, a mio avviso interessante. Non rientra nella prassi diplomatica che l’Ambasciatore di uno Stato organizzi una cena formale in onore dell’Ambasciatore che sta per assumere le redini della rappresentanza diplomatica nel suo Paese. O sbaglio? Come dicevo le regioni sono tante, ma la prima fra tutte è che l’amico in questione è Damir Grubiša, un CROATO-ITALO, per parafrasare Enzo Bettiza che disse come dovendosi definire oggi si definirebbe ITALO-SLAVO. Non soltanto perché nelle sue vene scorre sangue istriano e fiumano, croato e italiano, né perché le sue lingue materne sono in realtà il croato e l’italiano. Grubiša, il nuovo Ambasciatore croato a Roma, ha sintetizzato benissimo il problema della psicopatologia collettiva adriatica:
“Mentre per gli italiani sono ‘gli esuli’, per i croati le stesse persone sono ‘optanti’; mentre per gli italiani la partenza è ‘l’esodo’, per i croati si tratta della ‘partenza degli optanti’; mentre per gli uni l’adesione dell’Istria alla Croazia è il frutto dell’ ‘annessionismo slavo’, per gli altri è ‘l’atto di liberazione nazionale’... È molto più urgente, lo si vede anche adesso, stimolare gli storici di questi tre Paesi a lavorare un po’ nel conformare le memorie storiche, quelle che non sono ‘le nostre’, così che si possa capire perché anche in futuro questi affaire… potrebbero saltare fuori di nuovo, se i politici, gli storici, i sacerdoti, gli scrittori, gli intellettuali e tutti gli altri attori, da tutte e tre le parti, non dovessero fare qualcosa, e il prima possibile. Perché quando c’è uno scontro a livello etnico fra italiani-sloveni-croati, i più colpiti sono sempre coloro che si trovano al margine dei tre grandi blocchi etnici – e questi sono i membri delle minoranze – quella slovena, croata, italiana. Così è sempre stato fino ad ora, e così, a quanto pare lo sarà, se non ci saranno da tutte e tre le parti sufficienti voci ragionevoli che fermeranno questo ‘inesorabile cammino della storia’”.
Così parlò Damir Grubiša, nell’occasione del giubileo di Giacomo Scotti, ecco una parafrasi giusta del famosissimo “Also Sprach Zaratustra” di Nietzsche, che anche Franci Blašković nominava cussi un disco con le mie canzoni; solo che Damir Grubiša EL XE ZARATUSTRA DELLE NOSTRE GENTI, TERRE E STORIE.
L’Ambasciatore della Repubblica italiana in Croazia, Emanuela D’Alessandro, come dicevo, in occasione della partenza di Grubiša in Italia, dove sarà il nuovo Ambasciatore della Repubblica di Croazia, ha organizzato una cena in suo onore. Era previsto che ci firmassimo in un libro, e così ho chiesto se accanto alla firma posso scrivere due righe. “Ma certo”, mi sono sentito rispondere. Ho scritto: “Cavour 1848: affratellarsi con gli Slavi del Sud. Tommaseo 1848: Federazione delle libere Repubbliche dell’Adriatico”.
L’Ambasciatrice ha letto in un buon croato (lingua che sta studiando) una bellissima lettera: “Dato che non posso assolutamente comparare la mia scarsa conoscenza della lingua croata con la perfetta padronanza dell’italiano dell’Ambasciatore Grubiša consentitemi di leggere questo breve indirizzo di saluto. È un onore e un grande piacere averVi miei ospiti e salutare assieme a Voi il nostro comune amico, l’Ambasciatore Grubiša, che sta per partire alla volta di Roma. Di madre italiana, ottimo conoscitore della nostra lingua e della nostra cultura, grande studioso della recente storia politica italiana, nonno di due splendidi bambini per metà italiani, chi meglio di lui potrebbe rappresentare oggi la Croazia nel mio Paese…”
Dr.sc. Damir Grubiša, erudita, poliglotta, polistorico è nato a Fiume nel 1946. Vicepreside della Facoltà di Scienze politiche di Zagabria presso la quale insegna, attività che svolge anche all’Università di Fiume e presso i corsi postlaurea delle Università di Bradford, Bologna, Parigi II e Sarajevo. Le sue competenze emergono in modo chiaro già dai titoli dei suoi libri: “Introduzione a Machiavelli”, 1985, “Le lettere di Machiavelli tra letteratura e politica”, 1987, “Come leggere ‘Il principe’”, 1998, “Il pensiero politico del rinascimento italiano”, 2000, “Come leggere l’Utopia”, 2003, “La Costituzione europea e il sistema politico dell’UE”, 2004, “Assiologia politica dell’Unione europea”,2005.
Insomma, un croato-italo, e se sario a Roma, ghe cantaria “È arrivato l’Ambasciatore”; perché con persone come Emanuela D’Alessandro e Damir Grubiša a ricoprire incarichi così importanti le parole pronunciate, un secolo e mezzo fa, da Cavour e da Tommaseo diventano un’“utopia positiva”.

 

602 – La Voce del Popolo 22/09/12 Speciale - Moncalvo, una contrada dimenticata
Speciale di Mario Schiavato
ALLA RICERCA DEI RUDERI DELLA VECCHIA FORTIFICAZIONE DI UN PICCOLO PAESE NEL CUORE DELL’ISTRIA
Moncalvo, una contrada dimenticata
Per arrivare a Moncalvo bisogna lasciare la strada tutta curve e saliscendi che unisce la Valdarsa al vallone di Pisino e inoltrarsi, su per una viuzza tra i campi, fino al bivio nei pressi di un gran letamaio. Nessuna tabella indica dov’è posta la località, per cui dovemmo fermarci per poter chiedere a dei passanti dove fossero i ruderi della vecchia fortificazione, però senza che nessuno ci desse una qualche informazione.
Finché venne avanti una vecchia con una gerla sulle spalle la quale ci disse che dovevamo svoltare a destra, che il paese si trovava lì, alla svolta della strada, dopo una sorgente e un laghetto con la chiesetta di Santa Maria della Fonte, chiesetta – anche questo ci disse – che aveva degli affreschi di un ignoto maestro risalenti al 1400. Parlava un vecchio dialetto istriano e ci disse subito di chiamarsi Amalia, di avere 87 anni, i suoi figli tutti in Italia a Valdobbiadene in quel di Treviso, bravi fioi che i me porta sempre el cafè co’i vien, partiti perché nel paese non c’era proprio più niente da fare, poco anche nella vicina Cerreto, e no parlemo de Pisin, avevano solo qualche campo da coltivare, ma ormai a quei campi ci pensano zerti smafari rivadi chissà de dove...
La siora Amalia e la sua gerla
La facemmo salire in macchina con tutta la sua gerla, e non le parve vero: “vara ti, mi in auto!. Me par de eser ‘na marchesa!”. Duecento metri appena e arrivammo al paesino, anzi prima di tutto al laco, il laghetto che riceveva l’acqua da una sorgente murata e che rifletteva appunto la chiesetta di recente restaurata, con una bella loggia davanti, bianca, massiccia e con sull’architrave una data, forse di un restauro: 1710.
La vecchia siora Amalia ci fece ancora da guida. Il paese non ha che poche case radunate lungo la strada, poi si oltrepassa un arco della porta della difesa con due feritoie ai lati, al fianco un vecchio palazzo con un Cristo murato sulla facciata, oltre, sulla piazzetta, il palazzone dei nobili De Franceschi in pessimo stato di conservazione, sul fondo il campanile bianco e la chiesa dei SS. Pietro e Paolo, “senza prete perché se’l ghe saria ne tocaria mantegnerlo e tropo granda xe la ciesa per le poche anime che vive qua...”.
La siora Amalia ci invitò poi a casa sua a bere il caffè. Bon, propio bon, italian. Accettammo anche perché volevamo farci raccontare qualche vecchia leggenda del paese e dobbiamo dire che fu davvero una fonte inesauribile. Ma andiamo con ordine.
Una storia antica
La storia di Moncalvo inizia al tempo dei romani. Abbiamo raccolto i dati principali nell’opera di Luigi Foscan “Porte e mura delle castella dell’Istria”. I coloni latini che qui si stabilirono e che appartenevano alle famiglie Avilia e Labiena chiamarono il loro villaggio “Mons Nudus” probabilmente perché il colle sul quale sorgeva era allora completamente spoglio di alberi. Della loro presenza testimonia una stele sepolcrale qui ritrovata con l’effigie del colono Tito Avilio Proculo. Nei secoli seguenti, il borgo mantenne la sua primitiva denominazione anche se con appellativi differenti derivanti dai nuovi abitanti, cioè Slavi e Italiani. Per i primi Gologoriza (scritto nei documenti con la zeta) per i secondi Moncalvo. Infatti, le invasioni barbariche del quinto secolo e quelle successive dei Longobardi, affiancati da Avari e Slavi, investirono anche questo piccolo centro rurale.
Gologoriza e i contadini slavi
La contrada venne abbandonata dai suoi abitanti latini tanto che il primo documento giunto fino a noi e che risale all’anno 1102 e che si occupa di Moncalvo, lo nomina col nome slavo di Gologoriza il che sta a dimostrare che in quell’epoca appunto s’erano insediati nella zona dei contadini slavi. Questo documento è un contratto di compravendita della località stipulato tra i nobili coniugi romani Egino, la longobarda Ilmingart, con gli acquirenti Conrado dei quali il marito era un avvocato del patriarcato di Aquileia mentre sua moglie, Matilda, era una nobile di Moosburg, comunque entrambi di origine tedesca.
I signori della Contea dell’Istria
In seguito il piccolo feudo passò di mano in mano ad altri feudatari imperiali di sangue germanico, taluni istrianizzati dopo decenni o secoli di soggiorno in questa nostra penisola, come quel Menardo di Sovignacco signore di “Gollo-Gorizza” nell’anno 1275 finché gli Asburgo, novelli signori della Contea dell’Istria, dopo l’estinzione della linea istriana dei conti Lurn, riuscirono a mettervi le mani, a impossessarsene e sottoporre il borgo al severo controllo del capitanato di Pisino. Nel secolo XVIII la dipendenza con la vicina contea venne meno in seguito all’acquisto del feudo da parte di una famiglia della Carnia, i De Franceschi, che praticamente ne godettero la proprietà fino alla fine del secondo conflitto mondiale.
Palese origine romana
Non si conosce il secolo in cui l’abitato venne recinto da mura. La sola porta settentrionale rimasta non risale certamente a un lontano periodo. La sua configurazione infatti rivela la tipicità dell’arte rinascimentale, anche se con una manualità diciamo di tipo rurale. Ai lati del portale si aprono due strette feritoie verticali che risalgono a un periodo anteriore all’evidente ristrutturazione del varco.
La seconda porta è scomparsa insieme al resto delle mura che circondavano il piccolo insediamento agricolo. Era collocata sullo stesso rettilineo di quella settentrionale, al cardine opposto, indizio palese dell’origine romana del borgo, presso la torricina quadrata, che un recente restauro piuttosto discutibile, ha comunque preservato dalla rovina totale. Si presume che ambedue le porte fossero provviste di ponte levatoio e di fossati, elementi difensivi questi che appartennero perlomeno al quindicesimo secolo.
Gli stivaloni pieni di pece
E ora ritorniamo alla nostra siora Amalia che fu lesta a mettere sul fuoco una bella cogoma per offrirci un ottimo caffè. E intanto che aspettava che cominciasse a frusignar, ci raccontò le sue storie, quele che ‘na volta le none contava ai fioi sentadi torno el fogoler. Ogi nisun conta più gnente perché xe sta sempia de television...
Ed ecco le due leggende che si ha narrato, ambedue legate proprio a quella chiesetta di Santa Maria della Fonte, che come abbiamo già ricordato si trova subito all’entrata del paese.
“Molto tempo fa – racconta la prima – un omaccione prepotente e selvatico s’intrufolava ogni notte nella chiesetta per dormire. Aveva un aspetto ripugnante, bestemmiava come un turco, suscitava tanta paura e tutti avrebbero voluto liberarsi della sua presenza, soprattutto le donne che di sera non potevano più andare nella chiesetta a recitare il rosario. Dapprima non si sapeva come fare, ma finalmente alcune comari riuscirono a escogitare un’astuzia.
Una sera lasciarono nella chiesetta una ciotola di minestra de bobici, una grande frittata messa dentro una strussa de pan, un bel fiasco di vino. Accanto ci misero anche un paio di stivaloni belli lucidi ma al cui interno avevano colato parecchia pece.
Quando l’omaccione prepotente quella sera arrivò come al solito scatarrando ed imprecando, mangiò subito la minestra, mangiò rumorosamente e con gran gusto anche la frittata e mandò giù, con ingordigia, tutto il fiasco di vino. Poi, ubriaco, calzò gli stivali ma s’accorse troppo tardi che, impregnati di pece com’erano, gli sarebbe stato impossibile levarseli.
Arrabbiato, nel crepuscolo uscì carponi dalla chiesetta trascinandosi avanti a fatica con quegli stivali. I paesani che erano tutti in agguato, cercarono di attirarlo verso il laghetto che si trova subito sotto per poterlo spingere dentro. Al che l’omaccione gridò: “Vengo, vengo...”. E avanzò, infatti, barcollando, poi scivolò e cadde in acqua, dove venne inghiottito dalla melma e così scomparve per sempre e le donne poterono tornare ogni sera nella chiesetta a recitare il rosario.
I briganti e la vacca grassa
Una volta gli abitanti di Moncalvo vennero assediati da dei briganti i quali, per poter farli arrendere e quindi fare man bassa nel paese, non permisero che qui venisse portato alcun prodotto alimentare. Il comandante del castello non sapeva più cosa fare per resistere quando gli venne in mente un’idea: passò di casa in casa e si fece dare dagli abitanti quanto più frumento e granturco possibile. Quindi presa una bella vacca la fece mangiare tutto quello che aveva accumulato e la rimpinzò anche di sale. Poi fece aprire la porta delle mura, la lasciò andare. Naturalmente per tutto quello che aveva mangiato la bestia fu assalita da una sete tremenda e in tutta fretta si diresse al laghetto che s’allargava davanti alla chiesa di Santa Maria della Fonte.
Il capo dei briganti si meravigliò non poco nel veder venire avanti quella vacca ben pasciuta.
- Una bella bestia, non c’è che dire! – esclamò lisciandosi i baffi. – Ci faremo un bel e abbondante pranzo!
Detto, fatto. I briganti acchiapparono la bestia, la macellarono. Quando il capo s’accorse di tutto il grano che aveva nello stomaco, piuttosto arrabbiato concluse:
- Se quelli di Moncalvo hanno tanto frumento da darlo anche alle vacche, non si arrenderanno mai e noi stiamo qui solo a perdere tempo!
Diede subito ordine di levare l’assedio e di andare a far danni da qualche altra parte.
Dopo tanto la cogoma cominciò a gorgogliare, in caffè ci venne servito su delle belle tazzine ancora regalo dele mie noze, da parte dela comare Bepina, che Dio ghe brassi l’anima, poveretta, ‘ste atenti a no’ rompermele!

 

603 - La Voce del Popolo 17/09/12 Sergio Endrigo, un pensatore unico
Appuntamento con la Piccola scena musicale istriana nel settimo anniversario della morte
Sergio Endrigo, un pensatore unico
Breve e senza troppi fronzoli, ma allo stesso tempo molto sentito ed emotivo l’omaggio a Sergio Endrigo nel settimo anniversario della sua morte. A ricordare il celebre cantautore e poeta polese, ieri, nel primo pomeriggio al parco intitolato all’artista (presso il civico 20 di via dell’Istria, dov’è nato), è stata la Piccola scena musicale istriana “Forum Endrigo”. È stato un incontro quasi spontaneo e anche informale promosso dalla suddetta associazione, senza protocolli vari e presenze di esponenti politici. Insomma, un intrattenimento che ha voluto, a grosse linee, presentare e valorizzare tutta la bravura e il talento di questo cantautore, purtroppo poco conosciuto nella città natia. A salire per primo “sul palco”, ovvero sul monumento in omaggio ad Endrigo, è stato Vito Dundara, a capo della Piccola scena musicale, per poi dar spazio al rovignese Riccardo Bosazzi, nonché al polese Valter Milovan - “Maer” e all’albonese Predrag Ljuna.
“Sergio Endrigo, grande cantautore conosciuto in tutto il mondo però poco a Pola, rappresenta una parte indissolubile della nostra identità culturale – ha fatto notare Dundara –. Un pensatore unico, che ha voluto lasciare il proprio segno nella società attraverso l’amore e le emozioni. Sergio certamente non amava il consumismo, per cui è stato trascurato dall’industria musicale, però i suoi messaggi vivono e sono attuali ancora al giorno d’oggi. È un nostro impegno, dunque, continuare sul suo cammino, che è quello di far capire alla gente che con la musica e la poesia si può cambiare il mondo.” Dundara, Bosazzi, Milovan e Ljuna, in una mezz’ora di programma, seguito da una trentina di presenti, hanno proposto diversi cavalli di battaglia del cantautore polese, tra i quali “Come stasera mai”, “Adesso sì”, “Canzone per te”, “Dove credi di andare”, nonché “Via Brunetto 34”. (fp)

 

604 - Il Piccolo 24/08/12 Cercando la Dalmazia - L'approdo sulla spiaggia di Ulisse (5 puntata e fine)
L’approdo sulla spiaggia di Ulisse
Ultima tappa a Blace dove secondo i croati l’eroe omerico ripartì con la zattera per Itaca U
N’AVVENTURA IN KAJAK
Trecento chilometri tra terra e mare
CERCANDO LA DALMAZIA
Ritrovo Renata, la bella maratoneta boema, con i figli come grilli e il marito, che trascina una gamba malata. E stavolta ci scambiamo gli indirizzi
Una delle prossime rotte di questa mia odissea personale non potrà che seguire la rotta che lungo l’Adriatico porta alla mitica isola greca
Si è conclusa l’avventura tra mare e terra dei due professori delle medie, Emilio Rigatti e Mariano Storti, che hanno la passione della “geografia sul campo”. Un lunghissimo itinerario percorso a forza di braccia, pagaiando sul kayak, con l’obiettivo di toccare le isole della Dalmazia meridionale. L’ultimo incontro, sulla spiagga di Blace, ha qualcosa di magico. Un medico di Spalato, che ha studiato sei anni alla Sapienza di Roma, racconta ai due viaggiatori che la loro navigazione si è conclusa sul lido dove Ulisse ha costruito la zattera per tornare a Itaca.
di EMILIO RIGATTI
Meleda, paese di Kosarica - Sobra - 13 luglio Anche ieri se mi sono aggirato per Kosarica reggendo il Vhf come fa il rabdomante con la sua bacchetta, non c'è stato modo di beccare un canale con il bollettino meteorologico. Così ci siamo svegliati prima dell'alba, mentre uscivano le barche da pesca, per approfittare della quiete notturna e navigare con mare calmo. Ma non appena i kayak hanno messo il naso fuori dal porto siamo stati salutati da un vento a raffiche, il che è un brutto segno. I due anziani fratelli pescatori, che calavano le reti, ci hanno messo sul chi vive: «State attenti che rinforza...».
Ma noi - unica imprudenza del viaggio - decidiamo di navigare comunque, pur sapendo che la costa non offre sbarchi. Il vento, perfettamente contrario, rinforza fino a ridurre la nostra velocità quasi a zero. Il mare comincia a montare e io sono un po' preoccupato per la mancanza di esperienza di Mariano in fatto di salvataggi. Ogigia/Meleda non è tenera col navigante e mi chiedo da dove sia partito Ulisse con la sua zattera. Qua, di spiagge, non c'è neppure l'ombra. Un piccolo approdo che non avevamo notato l'altro ieri ci offre l'unica possibilità di riparo da qui al porto di Sobra, che dista sette chilometri e mezzo. Non ci penso due volte e dico a Mariano di sbarcare.
L'alaggio delle barche stavolta è facile, ma una quantità impressionante di spazzatura ha trasformato l'insenatura in una discarica di materiale plastico. Due belle e minuscole costruzioni in pietra, benché poste in posizione elevata, sono state riempite di schifezze dalle mareggiate invernali. Escrementi freschi di capre e mufloni selvatici mi fanno temere che ci possano essere zecche. Un postaccio, ma non abbiamo scelta: dobbiamo aspettare che il vento cali. Le poche barche che passano qui davanti saltano sulle onde formate e dobbiamo solo ritenerci fortunati di essere al riparo. Per ingannare la lunga attesa esco a giocare con il vento e il mare. La barca salta e procede come una lumaca, ma quando metto la prua verso riva si lancia in delle interminabili ed elettrizzanti surfate.
A un tratto, sento che qualcosa cambia nelle condizioni meteo: il Gps rivela che riesco ad avanzare controvento dai due ai quattro chilometri all'ora, segno che sta migliorando. Dobbiamo approfittare del momento favorevole: o tentiamo adesso di raggiungere Sobra o dovremo passare la notte in questo immondezzaio. Dopo cinque minuti siamo prua al vento, ma quei sette chilometri ci faranno sudare per quasi tre ore. L'entrata nel porto di Sobra, con un mare al traverso abbacinante come oro fuso per il sole calante, è spettacolare anche se ci esige la massima attenzione. Lo sbarco sarà piuttosto animato, perché le onde prenderanno le nostre barche facendole girare come fuscelli e sbattendole sul cemento del molo, per fortuna senza danni. Sono giorni che non ci facciamo una doccia e dall'inizio dell'avventura che dormiamo esclusivamente per terra. Facciamo i lord? Ma sì! Affittiamo una stanza da una signora, che ci dà anche un ottima sistemazione per i kayak. Il Vhf riesce a sintonizzarsi sul canale 73, ci informa che anche domani ci sarà vento forte. Optiamo per un'altra sveglia in albis e – carpe diem – ci godiamo la doccia e la notte tra le lenzuola di bucato.
14 luglio Sobra – Saplunara Quando scendiamo in mare il vento soffia alto sul crinale di Meleda scompigliando il bosco, ma l'isola ci ripara ed è solo alla volta del capo meridionale che si farà sentire, spingendo le onde a ingolfarsi e a esplodere con fragore nelle baie aspre di rocce tormentate. I nostri kayak salgono e scendono su questo mantice blu cupo che fa sentire tutta la sua forza, e veniamo ripagati con emozioni indimenticabili per le fatiche della pagaiata. Con qualche tuffo al cuore per alcune botte d'acqua e vento riusciamo a raggiungere un'insenatura sabbiosa, quieta come un bicchier d'acqua. Un cartello c'informa che siamo a Blace, una delle poche spiagge di sabbia della Croazia. Saplunara, che raggiungiamo a piedi, è un paese piccolo ma disordinato, a un paio di chilometri da dove siamo sbarcati.
Avevamo proprio bisogno di muovere un po' le gambe. È composto per lo più da case moderne e anonime, ma in compenso si affaccia su una baia di un bel blu carico, contornata da rocce abbacinanti. Alla bottega del paese un caro e boccheggiante internet ci permette di dare un'occhiata alla posta e – ahimè - al meteo: il vento non mollerà per i prossimi giorni, raggiungerà i cinquanta nodi e ce l'avremmo pure contro. Vedo le facce dei miei istruttori del CKF che mi dicono: «Rigatti, non pensarci nemmeno!». Ragusa, proprio lì davanti a noi, non la raggiungeremo: ed è una buona notizia, perché questo mi obbligherà a ritornare, prima o poi. La notizia cattiva è che domani alle sei dovrò prendere l'aliscafo per Ragusa, per poi andare a recuperare l'auto a Spalato in bus, perché Mariano ha dimenticato a casa la patente, Dio lo benedica.
Più tardi, alla spiaggia di Blace dove decidiamo di mettere il campo, vado a caccia d'immagini sulla distesa di rocce che sembra quasi una candida colata lavica, poi trovo una conca comoda e riparata dal vento, apro lo zaino e mi metto a scrivere e a prendere sole. Ad un certo momento sento delle voci e faccio il gesto di rimettermi il costume, quando un angioletto nudo sbuca da dietro un masso. Non credo ai miei occhi: è Frantiscek, seguito dal fratellino e dalla mamma, che avevo incontrato a Zuljana giorni fa. Restiamo tutti e quattro a bocca aperta, pervasi dal sotterraneo entusiasmo che scaturisce dalle coincidenze che sembrano magiche. È una buona occasione per presentarci – non lo avevamo fatto - e per scambiarci le mail. Ci avviamo verso la spiaggia e il marito di Renata, la bella maratoneta boema, ci viene incontro. Resto senza fiato vedendo che trascina le gambe, non riesco a capire se per una poliomielite o per i postumi di un incidente. La cosa mi fa una strana impressione: la moglie maratoneta, i bambini che sono due grilli e lui che si trascina a fatica sulla sabbia. Ci salutiamo e li guardo allontanarsi, e mi sembra l'ultima scena di questo film nautico.
Ma non è l'ultima. Un tale, forse un bagnino o un operaio del Comune, sta mettendo in un sacco i rifiuti che va raccattando lungo la battigia. Io adocchio una ciabatta e un pallone sgonfiato, mi avvicino e li infilo nel sacco. Ci scambiamo un sorriso e un saluto. Mariano e io iniziamo a dargli una mano e, dopo un breve scambio di battute in croato, quello inizia a parlare un italiano onorevolissimo, se non proprio fluente. È un medico di Spalato in vacanza e ha studiato per sei anni alla Sapienza, a Roma. Per una qualche ragione il nostro viaggio lo accende d'entusiasmo. Sui due piedi ci invita a casa sua a dormire, dove ci presenta la moglie e ci mette a disposizione il portico per sistemare i kayak. Li raggiungeremo più tardi, dopo una cena squisita nella trattoria del paese (da Franka, a conduzione familiare-dinastica, con vista cinque stelle, pesce freschissimo e prezzi modici, se mi si consente lo spot) e capiremo perché lui e sua moglie si sono illuminati per le nostre storie.
“Sapete che avete concluso la navigazione sul lido dove Ulisse ha costruito la zattera per tornare a Itaca?” Fedor e Liljana sono tifosi accaniti di questa versione della geografia omerica e addirittura mi regalano un libro di un giornalista croato sull'argomento. Odissea alla mano, vi si dimostra che il nostro ultimo sbarco è proprio il luogo mitico della partenza dell'Eroe per Itaca. Ci fanno vedere un cartello che stanno preparando con grande cura per sistemarlo all'ingresso della spiaggia. C'è scritto: «Ulisse e Calipso, o viaggiatore, ti hanno lasciato questa splendida baia perché tu possa continuare a goderne. Lasciala, per favore, così come te l'hanno lasciata loro». Non nascondo che questo gesto di civiltà omerica mi commuove. E a letto, più tardi - rivedendo le tappe di questo viaggio da bucanieri del turismo, scomodo, entusiasmante e che mi ha asciugato e salato come un'acciuga - non posso smettere di pensare che una delle prossime rotte della mia odissea personale non può che essere questa: da Meleda ad Itaca in kayak. Il tarlo comincia a lavorare, l'inverno che arriverà sarà lungo e mi darà tempo di pensarci. Ma intanto, godiamoci la digestione di questa navigazione indimenticabile appena conclusa. Perché, come si dice in Colombia, "nadie me quita lo bailao". E cioè: nessuno mi può togliere i balli che ho ballato.
(5 - Fine. Le altre puntate sono uscite il 20, 21, 22 e 23 agosto)

 

605 - Corriere della Sera 25/09/12 Lettere a Sergio Romano - L'Europa degli esodi un secolo di pulizie etniche
L’EUROPA DEGLI ESODI UN SECOLO DI PULIZIE ETNICHE
In una risposta a un lettore lei ha ricordato i «Vertriebene» della Prussia Orientale, della Slesia, della Pomerania, del Sudetenland cecoslovacco e di alcune regioni ungheresi e jugoslave. Non ha però fatto cenno a tanti sloveni cacciati dall’Italia nel secolo scorso. Forse perché di quei profughi si è ormai persa la memoria storica?
Augusto Romani
Firenze
Caro Romani, Le rispondo segnalandole anzitutto un libro su L’età delle migrazioni forzate. Esodi e deportazioni in Europa 1853-1953, recentemente apparso presso Il Mulino. Gli storici che ne sono autori — Antonio Ferrara e Niccolò Pianciola — hanno descritto tutte le maggiori manipolazioni demografiche compiute, quasi sempre con la forza, in un secolo di storia europea: da quelle dell’Impero ottomano a quelle dell’impero zarista, da quelle dell’Unione Sovietica a quelle della Germania nazista, da quelle dell’Europa centrorientale a quelle della penisola balcanica soprattutto durante la Seconda guerra mondiale.
Secondo una tabella pubblicata a pag. 399 le persone coinvolte furono circa 32 milioni, ma la cifra non comprende le forme più spicce e brutali di pulizia etnica come la soppressione di circa sei milioni di ebrei fra il 1942 e il 1945. In questo terrificante capitolo di storia europea i dati che concernono il territorio nazionale italiano sono irrilevanti. Il fascismo cercò di italianizzare le popolazioni germaniche e slave delle province orientali, persuase molti «indigeni» a modificare il loro cognome, soppresse o scoraggiò la stampa locale, intervenne pesantemente sulla toponomastica e fu complice, direttamente o indirettamente, degli esodi provocati dalla guerra civile che si combatté in Jugoslavia, soprattutto fra serbi e croati, dal 1942 al 1945. Ma non sembra avere programmato e pianificato «politiche di migrazione forzata delle popolazioni "allogene" ».
Il trasferimento in Germania della popolazione di lingua tedesca della provincia di Bolzano fu il risultato di un accordo italo-tedesco, offrì ai sudtirolesi una scelta (restare o partire) e finì per interessare, a causa della guerra, un numero molto limitato di persone. A proposito della politica fascista, gli autori del libro citano un discorso di Mussolini alla Camera dei fasci e delle corporazioni del 10 giugno 1941. Il leader del fascismo disse che gli Stati devono «tendere a realizzare il massimo della loro unità etnica e spirituale in modo da far coincidere a un certo punto i tre elementi: razza, nazione, Stato». Considerava gli «alloglotti» un rischio, un fattore di disturbo, ma aggiunse che «può essere talvolta inevitabile di averli per ragioni supreme di sicurezza strategica ». Occorreva, in questo caso, «adottare verso di essi un trattamento speciale, premesso, bene inteso, la loro assoluta lealtà di cittadini verso lo Stato». Ebbe forse l’impressione di essere stato troppo conciliante perché si affrettò ad aggiungere che «comunque, quando l’etnia non va d’accordo con la geografia, è l’etnia che deve muoversi: gli scambi di popolazione e l’esodo di parti di esse sono provvidenziali, perché portano a far coincidere i confini politici con quelli razziali». Vi era in quelle parole un implicito riferimento all’accordo Ciano-Ribbentrop del 1939 con cui i due ministri degli Esteri avevano organizzato, consenzienti le popolazioni, la «pulizia etnica» dell’Alto Adige.

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
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