N. 845 – 30 Settembre 2012
Sommario


606 - Il Piccolo 27/09/12 Radossi, una vita per la cultura italiana in Istria (Elena Dragan)
607 - La Nuova Voce Giuliana 16/09/12 - n° 267 Il prestigioso Centro di Ricerche Storiche della Comunità Italiana con sede a Rovigno (Carmen Palazzolo Debianchi)
608 – La Voce del Popolo 28/09/12 Il Commento - Il calvario dei toponimi italiani d'Istria e Dalmazia
609 - Messaggero Veneto 27/09/12 Pordenone: Spirata Elisa Pelizzari Esuli istriani in lutto
610 - Il Piccolo 27/09/12 Arbe "torna" in Italia su un francobollo emesso a San Marino (Mauro Manzin)
611 - L'Arena di Pola 23/09/12 Gli antifascisti omaggiano le Vittime di Vergarolla (Paolo Radivo)
612 - La Voce del Popolo 27/09/12 Cimitero di Cosala, evitare la «cancellazione della storia»
613 - Il Piccolo 25/09/12 Ex valichi con la Slovenia, 5 anni dopo degrado senza confini (Gianpaolo Sarti)
614 - La Voce di Fiume Luglio-Agosto 2012 - -Fiume: Eravamo, ma dove andiamo? (Rienzo Bresnik)
615 - Il Piccolo 30/09/12 «Pace lontana tra italiani, croati e sloveni» Il presidente dell'Unione degli istriani, Lacota, annuncia rivelazioni durante il convegno di martedì (u.s.)
616 - La Voce del Popolo 30/09/12 Ricordi di Patrizia Lucchi - Quando a Neresine bevevamo Jugo Cockta (1 e continua) (Patrizia Lucchi)
617 - La Voce del Popolo 18/09/12 In redazione - Chiarezza innanzitutto (Walter Matulich)
618 - Il Piccolo 28/09/12 Zara "restituisce" le salme dei militari della Wehrmacht (Andrea Marsanich)
619 - Il Piccolo 25/09/12 L’Adriatico non è un “muro”, Bari guarda all’ex Jugoslavia (Mauro Manzin)


A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/


606 - Il Piccolo 27/09/12 Radossi, una vita per la cultura italiana in Istria
Radossi, una vita per la cultura italiana in Istria
Sabato a Verona riceverà il Premio Masi “Civiltà veneta” per il suo impegno e la testimonianza umana e civile
di Elena Dragan
ROVIGNO Una Biblioteca Scientifica con oltre 100.00 volumi, più di 1.500 titoli di periodici e oltre 600 titoli di giornali, migliaia di carte geografiche, militari e stampe antiche e preziosissime. La pubblicazione in proprio di 268 volumi e la collaborazione scientifica con i migliori storici italiani, croati e sloveni: in più di 40 anni il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno è cresciuto grazie all’instancabile lavoro, alla tenacia e talvolta anche all’incoscienza di Giovanni Radossi, che ha sognato e realizzato un luogo che documenta, recupera ed elabora la storia italiana e veneta del territorio dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Scritti pubblicati «a suo rischio e pericolo», quando in epoca jugoslava simili iniziative erano un’aperta sfida al regime. Ogni anno un migliaio di studenti e 800 giovani ricercatori internazionali rendono questo luogo vivo e prezioso. In più di 1.000 metri quadrati, pazientemente ottenuti acquistando e annettendo alcune case vicine all’antico edificio veneziano nel pieno centro della città messo a disposizione dal Comune, Giovanni Radossi è riuscito nel suo intento di avviare un processo di chiarificazioni e di precisazioni sulla presenza storica italiana dell’Istria, anche attraverso l’unica orgnizzazione rappresentativa della minoranza nazionale autoctona che vive in Croazia e Slovenia, l’Unione italiana, di cui è stato anche vicepresidente. Sabato verrà premiato a Verona con il Premio Masi “Civiltà Veneta” che da 31 anni sceglie personalità venete per nascita, per famiglia o per adozione che si sono distinte nei diversi campi della cultura, della scienza, dell’arte e dell’economia. Fra i nomi premiati nel passato Claudio Magris, Biagio Marin, Luciano Benetton, Ottavio Missoni, Fulvio Tomizza, Demetrio Volcic, Enzo Bettiza, Paolo Rumiz e Susanna Tamaro.
Radossi riceverà il premio della Fondazione Masi “per aver contribuito in nome del diritto universale delle genti a preservare la propria identità culturale, a salvare la memoria della lingua e della cultura italiana e veneta in Istria”. Quello che sorprende del racconto che Radossi fa della sua vita è l’intima contiguità tra la sua storia personale e la Storia che in queste terre è stata pesantemente presente lungo tutto il Novecento. Nato nel 1936 a Rovigno, ha attraversato il XX secolo prima da ragazzo nell’immediato dopoguerra, poi da insegnante e vicesindaco italiano, sempre profondamente convinto dell’importanza di stabilire la verità storica per promuovere una convivenza pacifica e scongiurare quello che la stessa Jugoslavia ha sperimentato 20 anni fa nella sua implosione e deriva nazionalistica. Ricorda bene la sua condizione di “rimasto” e i momenti tesi subito dopo la fine della guerra, quando la gente doveva scegliere se restare o andare via dalle terre natìe non più italiane. «I parenti da parte di mio padre – spiega Radossi - partirono quasi tutti mentre quelli materni restarono. I miei genitori erano contadini e non era così facile immaginare un’altra esistenza lontano dalla terra. Ricordo che nel 1948, in pieno esodo, stavo giocando con una mia cugina e lei mi disse che l’indomani sarebbero partiti. Arrabbiato la spintonai e senza volere le procurai una lieve ferita sulla fronte. Invece con un ragazzo, italiano come me, che abitava nella mia stessa via, in una casa difronte, ci sfidavamo da una finestra all’altra e talvolta ci sputavamo, ma lui aveva quasi sempre la meglio perchè abitava un po’ più in alto. Un giorno ci accorgemmo che nella nostra via se n’erano andati tutti. Erano rimaste soltanto le nostre due famiglie. Diventammo amici». Dopo la laurea a Zagabria in Lingua e Letteratura Italiana e Inglese, Radossi ritorna a Rovigno dove insegnerà – anche nove diverse materie nello stesso anno – fino al 2004, nel liceo italiano. Al suo ritorno a casa aveva fotografato, ma non registrato, che l’elemento croato stava avanzando considerevolmente. Grazie a Radossi si introduce nelle sezioni italiane e croate lo studio dell’inglese al posto del russo, del tedesco o del francese. «Un mio cugino esule a Roma mi portava di nascosto i dischi di Elvis Presley e io di notte li trascrivevo per poi insegnare anche così l’inglese a scuola. Erano tutti entusiasti perché si respirava in quelle canzoni un senso di libertà». Un articolo di Cesare Pagnini sulla rivista “Pagine Istriane”, scoperta casualmente nel
1968 a Trieste, concorse a far nascere in Giovanni Radossi il desiderio di dedicarsi nella sua Rovigno a una ricerca storica finalmente libera dai condizionamenti dei nazionalismi e delle ideologie.

 

607 - La Nuova Voce Giuliana 16/09/12 - n° 267 Il prestigioso Centro di Ricerche Storiche della Comunità Italiana con sede a Rovigno
Il prestigioso Centro di Ricerche Storiche della Comunità Italiana con sede a Rovigno
Conosco da tempo il Centro di Ri­cerche Storiche di Rovigno, ma solo recentemente l’ho visitato con la guida del suo storico direttore e co­fondatore, il prof. Giovanni Radossi. Ed è stata tutta un’altra cosa! E, poi­ché è una struttura nota al mondo del­la cultura di tutta Europa, che è stata «fondata nei lontani anni Sessanta, “motu proprio”, - come dice il prof. Radossi - dalla minoranza italiana residente nell’ex Jugoslavia», ritengo che tutti gli esuli debbano conoscerla perché «è stata per essa, fin dall ’ini­zio, - continua il prof. Radossi - un punto di riferimento insostituibile per la tutela e l’affermazione dell ’identi­tà nazionale italiana. Infatti è anche grazie ad essa che l’Istria, oggi, non è un museo di italianità, ma un cor­po vivo, dinamico e mutevole, dove ci sono uomini che parlano, pensano ed amano in italiano... E ciò nonostante il fatto che qui, a guerra conclusa, il territorio si spopolò e, con procedi­mento selettivo in senso etnico, la po­polazione romanza, storicamente qui residente, da paritetica per numero ed egemone per cultura, si ridusse ad un gruppo disarticolato, minoritario in tutti i sensi, sull’orlo dell’estinzio­ne. L’esodo fu il meccanismo diabo­lico che tutto rese possibile e in cui tutti - andati e rimasti-furono coin­volti. Per tale motivo la nostra opera si è ispirata da sempre al ricongiun­gimento ed alla riconciliazione con i nostri conterranei esuli: traguardo ancor oggi difficile e complesso, ma è un percorso che siamo determinati a perseguire sino in fondo».
La presentazione al meglio di questa struttura così importante e complessa non è facile e io riterrò raggiunto l’obiettivo se riuscirò a ren­dere nota la sua esistenza e a stimola­re l’interesse nei suoi confronti.
Dopo diversi cambiamenti, am­pliamenti e ristrutturazioni, la se­de attuale del Centro è il palazzo di piazza Matteotti, 13, a Rovigno.
Per statuto, l’Ente si occupa di ri­cerca storica sull’Istria, Fiume e la Dalmazia ex-veneta - territori dell’in­sediamento storico della Comunità Nazionale Italiana (CNI) - e in gene­rale di tutto quanto attiene il patrimo­nio culturale del suddetto territorio, come la ricerca sociale e quella del movimento operaio e della Resisten­za e di materie attinenti come l’arche­ologia, la linguistica, la dialettologia, l’araldica, la sociologia. In qualità di insigne istituzione culturale della Comunità Nazionale degli Italiani in Istria, il Centro fa inoltre da tramite tra la cultura italiana, croata e slo­vena di questa Regione affermando, attraverso il confronto culturale, in primo luogo la propria identità, ma accettando pure l’identità degli altri e respingendo i pregiudizi.
Oltre che istituto di ricerca il Cen­tro custodisce documenti diversi sul­la regione presa in considerazione co­me libri, carte geografiche, materiale multimediale. Una collezione parti­colare è costituita dalle carte geo to­pografiche, militari, stampe e vedute della suddetta area dal sec. XVI ai nostri giorni. Ci sono poi le raccolte di documenti riguardanti l’attività del
gruppo nazionale, la storia del movi­mento operaio, quello antifascista e la Resistenza. Nel tempo è stata istituita l’attività documentaristica relativa al­la CNI dal 1943 ad oggi e un settore fotocinedocumentaristico, con sezio­ni staccate presso le Comunità degli Italiani di Pola, Fiume e Buie.
Ma uno dei “tesori” del Centro è sicuramente la sua biblioteca scienti­fica - ricca di oltre 110.000 volumi, 1518 titoli di periodici e 627 giorna­li dell’area giuliano-dalmata - alla quale, nel novembre del 1995, è stato riconosciuto lo status di “Biblioteca depositaria del Consiglio d’Europa”, con una particolare sezione dedicata ai diritti umani, alla tutela delle mi­noranze e alla protezione dell’am­biente.
Con l’istituzione della Giorna­ta del Ricordo al Centro è stato ri­conosciuto il ruolo di istituzione di importanza fondamentale per la va­lorizzazione e la conservazione del patrimonio civile e delle tradizioni italiane nell’Istria, a Fiume e in Dal­mazia.
Tutto il suddetto materiale è con­sultabile grazie a un archivio genera­le e a un archivio del materiale foto­grafico, negli ultimi anni totalmente “informatizzati”.
A quanto sopra va poi aggiunta l’attività pubblicistica ed editoriale di cui l’Istituzione si avvale per ren­der noti i risultati degli studi che si svolgono nel suo interno e per sua cura. Sono serie di pubblicazioni pe­riodiche denominate “Atti”, “Colla­na degli Atti”, “Quaderni”, “Mono­grafie”, “Documenti”, “Fonti”, “Acta Historica Nova”, “Ricerche Sociali”, ’’’Etnia” e il bollettino “La Ricerca”, oltre a varie edizioni speciali per un totale - in progress - di oltre 290 volumi, che corrispondono a quasi
pagine stampate per un totale di 310.000 copie.
Grazie alla quantità, varietà e qua­lità dei documenti in suo possesso, il Centro riceve spesso visite di perso­naggi illustri della politica, fra i qua­li ci sono stati i presidenti italiano e croato Carlo Azeglio Ciampi e Stijepan Mesic (il 10 ottobre del 2001), i presidenti del Parlamento e del Sena­to italiani Nilde Jotti (nel 1981) e Gio­vanni Spadolini (nel 1993). È inoltre quotidianamente frequentato da ri­cercatori, laureandi e studenti, una sessantina dei quali ha realizzato la propria tesi di laurea o di dottorato usufruendo dei documenti e dell’a­iuto professionale dei ricercatori del Centro.
Finanziariamente, l’attività del Centro è sostenuta per la gran parte dalla nazione madre Italia, tramite l’Università Popolare di Trieste, e in parte minore da Croazia e Slovenia.
Questa, sinteticamente, la situa­zione attuale ma, quali furono le mo­tivazioni che indussero un gruppo di studiosi della minoranza italiana, ne­gli anni Sessanta, a fondare il Cen­tro?
Per comprenderle bisogna calarsi nella realtà di quel tempo e sapere che, dal dopoguerra in poi, la storiografia jugoslava aveva sistematicamente sottaciuto o tentato di negare il peso e il reale contributo della componente italiana e romanza allo sviluppo della civiltà locale fornendo un’interpreta­zione distorta delle relazioni nazio­nali e dei processi interetnici caratte­rizzanti lo sviluppo di queste terre. E, mentre a Trieste, ma anche nel resto d’Italia, c’erano storici e strutture che si dedicavano allo studio della storia contemporanea del confine orientale d’Italia, in Istria, Fiume e Dalmazia non c’era nulla di corrispondente. La fondazione del Centro rovignese fu dunque per la minoranza italiana una scelta obbligata per «sfatare - come ebbe a sottolineare in quell’occasione il presidente dell’UIIF (Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume) Anto­nio Borme - l’inadeguata obiettivi­tà della trattazione di tutta una se­rie di questioni storiche riguardanti l’Istria» attraverso ricerche e studi condotti con imparzialità da studiosi non oberati dai retaggi del nazionali­smo. A tal fine fu coinvolto un ampio numero di studiosi che avevano già condotto, in passato, ricerche e pub­blicato saggi, studi e varie opere sul­la storia del gruppo nazionale e dei territori annessi all’ex Jugoslavia do­po la seconda guerra mondiale, quali Luciano Giuricin, Giovanni Radossi, Antonio Pauletich, Anita Forlani, Al­do Bressan, Lorenzo Vidotto, Arialdo Demartini, Riccardo Giacuzzo, Claudio Radin. Presidente del gruppo fu nominato Luciano Giuricin, suo direttore Gio­vanni Radossi.
L’istituzione si sviluppò rapida­mente, sino ad assumere in breve tempo un ruolo centrale nel campo della ricerca e della valorizzazione del patrimonio storico dell’area istro- quarnerina e delle tradizioni civili della comunità italiana... e ben pre­sto essa divenne “scomoda” per le strutture del potere jugoslavo, spe­cie dopo la pubblicazione del “Foglio d’informazioni” dell’UIIF, una spe­cie di “libro bianco” degli abusi, delle inadempienze e dei condizionamenti attuati sino allora dal potere jugo­slavo nei confronti della minoranza italiana, che rappresentava un vero e proprio atto d’accusa contro le strut­ture politiche, che avevano ridotto la componente italiana ad una condizio­ne di emarginazione e di sudditanza, intaccando duramente i diritti acqui­siti e favorendo l’assimilazione.
L’Istituzione riuscì comunque a proseguire il suo cammino e ad af­fermarsi ulteriormente grazie alla rilevanza scientifica delle opere pro­dotte, riconosciuta unanimemente da tutti, all’autorevolezza degli autori e degli studiosi coinvolti e alla serie­tà, all’impegno e al coraggio dei suoi collaboratori e ricercatori, fra i quali figuravano alcuni dei più noti storici e studiosi triestini come Elio Apih, Giulio Cervani, Iginio Moncalvo, Arduino Agnelli, Giuseppe Cuscito, a cui si aggiungeranno in seguito Ro­berto Spazzali, Raoul Pupo e altri.
Carmen Palazzolo Debianchi

 

608 – La Voce del Popolo 28/09/12 Il Commento - Il calvario dei toponimi italiani d'Istria e Dalmazia
Il COMMENTO
Il calvario dei toponimi italiani d’Istria e Dalmazia
I toponimi italiani delle località disseminate lungo la costa e sulle sponde dell’Adriatico orientale sono in parte nati come endonimi: usati cioè dagli abitanti locali e spesso derivanti da un precedente nome dalmata o latino. Un altro gruppo deriva, invece, da una traslitterazione del corrispondente termine slavo operata ai tempi della plurisecolare presenza veneziana. Spesso i toponimi italiani sono stati utilizzati ufficialmente anche durante l’amministrazione austroungarica sulle coste orientali del Mare Adriatico.
Difatti, non è raro sentire i turisti austriaci e ungheresi chiamare le località istriane e dalmate con i loro nomi italiani. Al contrario, tra i turisti italiani prevale l’abitudine di utilizzare i toponimi croati. Capita spesso di imbattersi in turisti provenienti dallo “Stivale” diretti a Veglia che chiedono indicazioni per raggiungere Krk.
La cosa buffa sta nel fatto che puntualmente storpiano la pronuncia del termine, pronunciando invece di Krk un’“onomatopea” che suona più o meno come Crec. Cherso (in croato Cres) diventa Zries, Parenzo (Poreč) Porec, mentre Draga di Moschiena (Mošćenička Draga) si tramuta letteralmente in un qualcosa impronunciabile.
E se fino a un certo punto lo storpiamento della pronuncia dei nomi croati delle località da parte dei turisti italiani è più che comprensibile considerate le peculiarità della lingua croata, lo stesso non si può dire per gli errori commessi nello scriverli.
La settimana scorsa abbiamo preso in mano una delle più prestigiose riviste italiane. In diversi articoli erano menzionate località della costa croata: Albona, Porto Albona o Rabaz, Pinguente, Ragusa (Dubrovnik), Vallo della Brazza (Bol), Brazza (Brač) e Spalato. L’unica località indicata con il nome italiano era Spalato, mentre per le altre gli autori avevano optato per i termini croati (va detto che stando ad alcuni autori può essere considerato un toponimo italiano pure Bol, nda). Una scelta discutibile, ma frequente. Una scelta, quella dei colleghi del noto settimanale, che non condividiamo, ma che possiamo anche accettare.
Ciò che non comprendiamo è il modo errato nel quale sono stati riportati i nomi di ben tre delle località indicate. E se in due casi si potrebbe trattare di uno sbaglio di battitura (Rabak invece di Rabac e Buzek invece di Buzet), è assolutamente incomprensibile come Brač sia potuta diventare Braç, considerato che né la lingua italiana né tanto meno quella croata conoscono l’uso della lettera ç.
Comprendiamo che esistono numerose ragioni che rendono più comodo l’uso dei toponimi croati e sloveni per indicare le località dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia, rispetto ai loro corrispettivi italiani. Tuttavia, in questi casi sarebbe auspicabile indicare i toponimi in questione correttamente e accompagnarli, tra parentesi, con il loro corrispettivo italiano.
Esistono numerose fonti che trattano l’argomento, anche su Internet. Una delle opere più complete in questo senso è il volume Italia Illyrica di Natale Vadori. Un’opera che propone un’approfondita e dettagliata raccolta di circa 40mila toponimi dalla Dalmazia al Mar Nero in italiano e nelle lingue locali.

 

609 - Messaggero Veneto 27/09/12 Pordenone: Spirata Elisa Pelizzari Esuli istriani in lutto
DOMANI LE ESEQUIE

Spirata Elisa Pelizzari Esuli istriani in lutto
Il mondo dell’istruzione e la comunità degli esuli istriani piangono Elisa (più conosciuta come Marisa) Pelizzari, madre dell’ex consigliera di parità e attuale dipendente della Provincia Flavia. Il mondo dell’istruzione e la comunità degli esuli istriani piangono Elisa (più conosciuta come Marisa) Pelizzari, madre dell’ex consigliera di parità e attuale dipendente della Provincia Flavia Maraston, spirata lunedì sera a 79 anni a seguito di una grave malattia. Stasera alle 19 alla parrocchia dell’Immacolata Concezione a Pordenone sarà recitato il rosario, domani alle 15 nella stessa chiesa saranno celebrati i funerali.
Elisa, come ha ricordato la professoressa Mariangela Modolo, che la conosceva bene, era nata a Santa Maria Capua Vetere (Caserta). La città in cui aveva soggiornato più a lungo, prima che a Pordenone, era stata Bologna, dove aveva compiuto i suoi studi di lingue, perfezionandosi in Inghilterra. Esemplari nella sua vita le figure del padre e del fratello, piloti, entrambi deceduti in incidente aereo; il primo a 51 anni, il secondo a 29. A Bologna Elisa aveva incontrato il maestro Ferruccio Maraston (esule istriano) che aveva sposato. Insieme, si erano trasferiti a Pordenone, dove hanno vissuto dal novembre 1967 esercitando la loro professione di insegnanti impegnati anche in varie attività politico-associative.
Marisa Pelizzari si era occupata della numerosa famiglia, nella quale nonne, zie, figlie in particolare e nipoti avevano creato un microcosmo aperto al mondo attuale. «In una commissione dell’asilo nido di Pordenone, il primo in via Rivierasca – ricorda la Modolo – conobbi Marisa Pelizzari e lei soprannominò quelli gli “anni dell’asilo”. I corsi d’inglese tenuti da Marisa, per me sono stati “colonne”, quaderni rigorosamente corretti, libri sottolineati e imparati praticamente a memoria, una bibbia. Con le sue figlie ho condiviso cultura, lavoro, conoscenze, occasioni di giovinezza. Una casa di donne di tutte le età, aperta a persone e idee, le più varie. Erano due anni che teneva lontano la bestia, la “brutta bestia”, così chiamava lei il suo male; ma non le dava spazio, perché Marisa era di una vitalità così entusiasta e curiosa, da trascinare gli altri in una specie di sfida quotidiana. Un anno fa – ha proseguito la Modolo – è morto Ferruccio e forse solo allora ha iniziato a sottolineare l’importanza dell’essere dignitosamente attivi, della qualità della vita. Non ha perso tempo: ha scritto due altri libri, oltre al già pubblicato “Una vita così”, ricordando sempre la presenza collaborativa di Ferruccio, attorniata dalla partecipazione quotidiana delle figlie e nipoti. Così ha gestito la sua malattia : lavorando, viaggiando, frequentando gli altri, usando computer e cellulare, leggendo il giornale, indignandosi ancora per la stupidità dilagante, dando consigli e parole ponderate a tutti. E ora ci manca, perché al secondo piano di via Gallina 2/c la porta si apriva sempre. Lei ti accoglieva con gioia. Noi, assieme a tutti i suoi insegnamenti di inglese, ma soprattutto di saggezza, ce la teniamo vicino come presenza positiva, ora silenziosa e muta, lei così loquace e sorridente. Ci mancherà ma ci ha insegnato molto e cercheremo di farla vivere attraverso i suoi libri tardivi».

 

610 - Il Piccolo 27/09/12 Arbe "torna" in Italia su un francobollo emesso a San Marino
Arbe “torna” in Italia su un francobollo emesso a San Marino
In occasione del ventennale dell’avvio dei rapporti bilaterali tra Roma e Zagabria dopo la “morte” della Jugoslavia
di Mauro Manzin
TRIESTE Arbe torna in Italia. Clamororsa svolta nei rapporti italo-croati?
Autodeterminazione dell’orgogliosa isola? Niente di tutto questo, per carità. Più semplicemente Arbe, capoluogo dell’omonima isola nel golfo del Quarnero, «torna» sui francobolli di San Marino: l’occasione sarà fornita il
16 ottobre prossimo dall’emissione congiunta con la Croazia di un foglietto con due francobolli da 0,85 euro per commemorare il ventesimo anniversario delle relazioni diplomatiche fra i due paesi. Ma il legame, come mette in rilievo il foglietto, non è solo diplomatico, visto che Marino (il santo scalpellino, eponimo e fondatore della repubblica), proveniva appunto dall’isola di Arbe (Rab in croato). Sul foglietto così i due francobolli (che mostrano particolari di una donna e di un uomo in fastosi costumi) sono inseriti sullo sfondo di un bassorilievo che mostra appunto lo scalpellino Marino. L’emissione, comunque, certifica anche i profondi cambiamenti avvenuti rispetto al secolo scorso. Non è infatti la prima volta che la cittadina di Arbe diventa protagonista di francobolli sammarinesi: nel 1923, dopo che l’isola entrò a far parte del Regno Jugoslavo, la bandiera del comune di Arbe (controllato per un certo periodo dagli abitanti di lingua
italiana) venne solennemente affidata alla Repubblica di San Marino che emise un apposito francobollo commemorativo. La stessa bandiera venne «restituita» ad Arbe quando nel 1941 la spartizione italo-tedesca della Jugoslavia portò l’isola sotto il controllo italiano: in quell’occasione le poste sammarinesi emisero addirittura una serie di francobolli composta da ben 15 valori. Per i filatelici una ghiotta occasione per arricchire la propria raccolta con un’emissione comunque “storica” in quanto avviene in occasione del ventennale del riconoscimento della Croazia indipendente da parte dell’Italia. Ma un’occasione anche per Arbe. Chissà che anche un francobollo non diventi una ghiotta promozione turistica. E magari anche un momento per ripassare la storia.

 

611 - L'Arena di Pola 23/09/12 Gli antifascisti omaggiano le Vittime di Vergarolla
Gli antifascisti omaggiano le Vittime di Vergarolla

L’Associazione dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti (ACAA), la Regione Istriana e la Città di Pola hanno compiuto in pochi giorni notevoli passi avanti sulla strada della pacificazione non solo fra croati e italiani, ma anche fra favorevoli e contrari alla Jugoslavia, fra residenti ed esuli. L’occasione in cui lanciare segnali di apertura e riconoscimento delle sofferenze altrui sono state le cerimonie ufficiali per il «65° anniversario della fine dell’amministrazione militare anglo-americana». Già tale formula neutra rende bene lo sforzo di moderazione compiuto, specie se consideriamo che solo cinque anni fa, il 15 settembre 2007, era stato celebrato in pompa magna all’Arena il 60° dell’«unione dell’Istria, di Fiume, di Zara e delle isole alla Croazia», con gigantografie di Tito e bandiere rosse “dotate” di falce e martello. L’allora presidente della Repubblica Stipe Mesić aveva pronunciato un aggressivo discorso nazionalista anti-italiano, seguito dai rappresentanti sia istituzionali sia dell’ACAA istriani e quarnerini.

Stavolta invece si è cambiato completamente registro: nessun mega-raduno interregionale per celebrare l’annessione alla “Madrepatria” nel luogo simbolo della romanità polese, bensì varie cerimonie composte e di carattere solo locale, clima disteso, spirito pacifico, maggiore volontà di comprendere il passato e le ragioni dell’altra parte.

Venerdì 15 settembre Raul Maršetič, ricercatore del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno e vice-presidente della Società Storica Istriana, ha tenuto, presso la Casa degli Antifascisti in via Emo, una seguitissima conferenza su Pola al tempo del Governo Militare Alleato con proiezione di foto d’epoca. L’aver affidato a un giovane storico istriano di nazionalità italiana non imputabile di titoismo il compito di illustrare quel controverso periodo in modo oggettivo è un fatto insolito che testimonia il mutato approccio.

La mattina di lunedì 17 settembre una ristretta delegazione della Città di Pola, della Regione Istriana e dell’ACAA polese ha deposto in quattro luoghi simbolo corone d’alloro con garofani rossi e due nastri tricolori: uno blu, bianco e rosso con i nomi dei soggetti dedicanti in croato, l’altro verde, bianco e rosso con gli stessi nomi in italiano. Queste le tappe: 1) il monumento, eretto nel 1999 al cimitero di Monte Ghiro dall’ACAA e dalla Città, composto da sei cippi verticali riportanti nella corretta grafia tutti i polesi (perlopiù italofoni) morti nella lotta di liberazione, nei campi di sterminio nazisti, nella guerra di Spagna (1936-39) e per mano fascista (1920-23); 2) il cippo che in via Dignano commemora gli operai Lino Mariani, Mario Lussi e Antonio Salgari, uccisi dalla Polizia Civile il 3 gennaio 1947 mentre tentavano di impedire l’asportazione e il trasporto in Italia dei macchinari aziendali del Mulino Sansa; 3) il grande monumento ai «Combattenti della lotta popolare di liberazione e alle vittime del fascismo (1941-1945)» nel Parco Tito, presso Piazzale Carolina; 4) la stele che ricorda le Vittime di Vergarolla e la lapide in memoria del dottor Geppino Micheletti nel parco a fianco del duomo.

Le prime tre tappe erano prevedibili perché consuete. Non così la quarta, che è una novità assoluta. Per la prima volta gli ex partigiani e gli antifascisti filo-jugoslavi hanno omaggiato sia i loro concittadini dilaniati dalle mine sia il medico che curò i feriti malgrado il lutto. Informati di questa lodevole intenzione, i consiglieri del Libero Comune di Pola in Esilio Silvio Mazzaroli (direttore de “L’Arena di Pola”) e Paolo Radivo hanno voluto presenziare ufficialmente a tali cerimonie dimostrando con ciò l’apprezzamento del nostro sodalizio per tale svolta storica. Del resto gli Esuli polesani hanno sempre imputato la strage di Vergarolla solo l’OZNA e mai genericamente ai propri concittadini sostenitori della Jugoslavia.

Dopo aver deposto una corona ai piedi del cippo, i rappresentanti dell’ACAA, della Città di Pola e della Regione Istriana si sono inchinati: un gesto simbolico non scontato di particolare valore dopo decenni di silenzio e rimozione. Livio Blašković, presidente della sezione polese dell’ACAA, ha espresso sincera pietà verso le «oltre 60 vittime innocenti» (tra cui «molti bambini, donne e anziani») di quella «esplosione», che ebbe grande importanza nella storia di Pola ma che «rimane un fatto avvolto in un grande mistero», benché esistano «diverse spiegazioni teoriche» e si sia puntato il dito contro gli antifascisti. Blašković si è richiamato ai discorsi in Arena dei presidenti Josipović e Napolitano compiacendosi dei migliorati rapporti italo-croati. Fabrizio Radin ha ringraziato l’ACAA per questo atto spontaneo. «In tal modo – ha commentato – noi rispettiamo a pieno il messaggio mandato dai due presidenti croato e italiano all’Arena e continuiamo sulla strada del rispetto reciproco e della conciliazione». Un trombettiere ha quindi suonato il silenzio. Il vice-sindaco ha poi confermato che l’intitolazione del parco alle “Vittime di Vergarolla” avverrà prima del 2 novembre.

In tarda mattinata si è svolta all’ex Teatro Ciscutti (ora Teatro Popolare Istriano) la seduta solenne dell’Assemblea dell’ACAA di Pola nel «65° anniversario della fine dell’amministrazione militare anglo-americana». La scenografia era sobria: a sinistra del palco campeggiavano in alto le bandiere croata, istriana, polese e italiana, mentre a destra in basso quella croato-jugoslava, quella italiana con la stella rossa e quella polese. Dietro c’era un busto di Tito in grandezza naturale. Le diciture proiettate sul grande schermo erano bilingui. La presentatrice, parlando sempre sia in croato che in italiano, ha prima letto il breve messaggio del presidente della Repubblica Ivo Josipović e ha poi spiegato che l’ACAA, con questa iniziativa, intende «commemorare la storia dell’antifascismo polese e rinnovare il ricordo partecipe di un’epoca tra le più tragiche per la storia della nostra città e per i suoi abitanti, quando nonostante la vittoria sul nazi-fascismo ottenuta sul campo non si realizzarono completamente le aspirazioni libertarie e venne introdotta l’amministrazione anglo-americana».

Tutti i successivi oratori si sono espressi in toni pacati, senza qualsivoglia accento anti-italiano.
Livio Blašković ha fatto in croato una retrospettiva storica: dalla lotta partigiana, che – ha detto – vide assieme croati e italiani nella “fratellanza e unità”, dalla prima “liberazione” al periodo del GMA, criticato soprattutto per lo scioglimento dei “poteri popolari” e la repressione compiuta della Polizia Civile, dalle manifestazioni di piazza pro Jugoslavia allo scoppio di Vergarolla, dall’uccisione dei tre operai del Mulino Sansa all’Esodo e all’inizio dell’amministrazione jugoslava.

Adriano Ruiba, vice-presidente dell’ACAA polese, ha sintetizzato in italiano i precedenti concetti, sottolineando la disoccupazione e le difficoltà economiche nel periodo alleato e ricordando che i problemi confinari tra Italia e Jugoslavia furono definitivamente risolti solo con Osimo.

Il sindaco Boris Miletić ha letto un intervento molto meditato, con alcune parti in italiano. Questi i passi più significativi.
«[…] invece di avviare il processo di pacificazione e promuovere lo sviluppo economico, il confronto e la divisione degli abitanti cresceva poiché sia le forze pro-jugoslave sia quelle pro-italiane cercavano di attirare a sé quanti più abitanti, in particolare fra la classe operaia. Non ci dovevano essere persone neutrali e la città si divise in due parti inconciliabili».
«La vita in città era dura. […] la disoccupazione a Pola era ancora più sentita poiché gli impianti industriali erano stati distrutti gravemente dai bombardamenti alleati nel 1944 e 1945, quando furono rase al suolo molte case di abitazione, lasciando i loro abitanti senza tetto».
«Sia per tali circostanze di vita, sia per la sfiducia in un positivo esito della Conferenza di Parigi, già nella primavera 1946 una parte della popolazione iniziò un esodo non organizzato dalla città verso l’Italia. […] Tutto ciò iniziò a diffondere maggiormente l’idea dell’esodo, che fu fortemente promossa da varie organizzazioni e dai relativi organi di stampa, e poi anche dai rappresentanti ufficiali dello stato italiano. Con questo obiettivo si costituì anche un Comitato per l’esodo. La politica di intimidazione dei cittadini con il pericolo slavo e comunista, con la costante affermazione secondo cui per gli italiani non ci sarebbe stata vita in uno stato jugoslavo, mostrò i suoi risultati e tutto ciò indusse un maggior numero di polesi all’esodo. Per molti indecisi uno stimolo decisivo che li condusse alla scelta finale fu la paura causata dalla mai chiarita tragedia accaduta a Vergarolla nell’agosto 1946, quando per un esplosione morirono più di 60 polesi».
«L’esodo massiccio e organizzato della maggioranza dei polesi nell’inverno 1946-47 lasciò dietro a sé vie e piazze quasi vuote, ma anche un grande vuoto in tutto ciò che fa di una città una città. Fino al 15 settembre 1947, quando l’amministrazione militare alleata dovette consegnarla alle autorità jugoslave, dalla città fu portato via tutto ciò che si poté».
«Il primo sindaco, Francesco Franjo Neffat, si trovò coi propri collaboratori davanti a un compito molto difficile: rivitalizzare una città agonizzante. Una città che solo formalmente veniva definita città, una città rimasta senza il 90% della popolazione, senza tutti o quasi tutti gli ingegneri, i medici, gli insegnanti, senza i panificatori, i commercianti, i barbieri...».
«Nonostante tutto la città non morì. A Pola iniziarono ad arrivare nuovi abitanti sia dai dintorni sia da luoghi molto lontani. Le vie e gli edifici si ripopolarono relativamente presto, ma dovevano trascorrere decenni per far sì che i nuovi abitanti si ambientassero a Pola, perché vi nascessero i loro figli che avrebbero sentito Pola come propria».
«La costruzione e la ricostruzione dello spirito e della mentalità cittadine è stato un processo di lunga durata; grande è stato il peso della ricostruzione delle infrastrutture industriali e comunali. Di converso i polesi che se ne sono andati hanno conservato nei loro ricordi una Pola che non esiste più».
«Oggi registriamo la richiesta di un nuovo inizio. Facciamo questo con un aperto e sincero confronto sui difficili momenti del passato della nostra città, che hanno lasciato profonde cicatrici nella città e nella gente».
«È arrivato il tempo della riconciliazione e del dialogo, del rispetto, della considerazione e della comprensione reciproche, cosa che in modo reale e simbolico è stata sostenuta dai presidenti croato, italiano e sloveno con i loro incontri, promuovendo un nuovo spirito nei rapporti fra i tre stati che vivono in questi spazi».
Valerio Drandić, amministratore generale della Regione Istriana, ha ripercorso in croato quegli anni e ringraziato in italiano «tutti coloro in Istria che hanno contribuito alla convivenza armoniosa di tutte le sue genti e alla costruzione civile, libera e pacifica ma nel contempo anche multietnica della Regione Istriana, di cui tutti siamo fieri».
Tomislav Ravnić, presidente regionale e vicepresidente nazionale dell’ACAA, ha richiamato alcuni avvenimenti storici, ribadito il valore della lotta antifascista e giudicato positivamente l’incontro fra i presidenti Josipović e Napolitano.

Sono infine stati proiettati due documentari espressione delle opposte interpretazioni della storia dell’immediato dopoguerra: Istina o Puli (La verità su Pola), prodotto dalla Jadran film, che racconta in lingua serba con toni propagandistici la vita in città fra il marzo e il maggio 1947 senza nascondere l’Esodo ma evidenziando il trasporto in Italia di macchinari industriali, e Pola addio, realizzato dall’Istituto Luce nel marzo 1947 e mai trasmesso in Croazia. «Pola – ha spiegato con inattesa obiettività la presentatrice – sta morendo, i polesani hanno abbandonato la propria città, anche se speravano fino all’ultimo momento che ciò non sarebbe successo. Bisogna andare via, bisogna affrettarsi, fare tutto in tempo, portare via tutto quello che si è in grado di portare, con la speranza di potersi costruire una nuova casa in Italia. Gli esuli di Pola attraverseranno le acque dell’Adriatico, ma la speranza rimane sempre viva, perché il mare può anche unire le genti delle due sponde, non necessariamente dividerle». Al termine della proiezione di Pola addio si è levato uno spontaneo applauso: ulteriore segno inequivocabile dei tempi che cambiano.

L’Assemblea è stata inframmezzata dalle esecuzioni canore dei cori “Lino Mariani” e “Matko Brajša Rašan”, accompagnati dall’Orchestra di fiati cittadina. Alcuni danzatori della società “Uljanik hanno inoltre ballato in costume tradizionale.

Paolo Radivo

 

612 - La Voce del Popolo 27/09/12 Cimitero di Cosala, evitare la «cancellazione della storia»
Riunito il Consiglio della CNI della Regione litoraneo-montana
Cimitero di Cosala, evitare la «cancellazione della storia»
FIUME – Si è riunito a Fiume il Consiglio della minoranza italiana della Regione litoraneo-montana. Tra i diversi temi all’ordine del giorno è stato affrontato anche un problema che, da qualche tempo a questa parte, calamita l’attenzione dei fiumani e non e che si riferisce ad alcune tombe al cimitero di Cosala, che potrebbero “venire cancellate”. Si tratta di quelle di vecchia data, per le quali non viene pagata la tassa annuale e che, come rilevato, rischiano di essere messe in vendita. L’argomento è estremamente complesso e molto delicato, ma gli esponenti dell’etnia sono concordi sulla necessità di prendere delle misure con l’unico scopo di evitare una “cancellazione” della storia fiumana. In questo ambito, prossimamente, sarà proposta una piattaforma per sondare le possibilità per ovviare a questo problema cercando di sollecitare chi di dovere a trovare una soluzione alla questione. Da fonti ufficiose si apprende che una persona sta fotografando tutte queste tombe, ossia gli avvertimenti affissi sulle lapidi. Si cercherà di contattarla e di tentare di acquisire le foto, per vedere con esattezza di quali sepolcri si tratti. Il tutto, come ribadito, per evitare “la sparizione di testimonianze” della realtà fiumana.
Restando in tema, su suggerimento del consigliere Giacomo Scotti è stato deciso di avviare un’iniziativa per la posa di lapidi alla memoria dei più meritevoli quali, ad esempio, Ciotta o Luppis, nei siti che saranno valutati più adeguati.
Parlando della situazione in seno alle Comunità degli Italiani nella circoscrizione di competenza del Consiglio per la Regione Litoraneo-montana, è stato affrontato il problema di quella di Veglia, la cui sede non dispone di servizi igienici e di acqua. Pur non avendo il Consiglio alcuna competenza in merito, è stato rilevato che si farà in modo di rivolgersi a chi di dovere per trovare un rimedio.
Infine, è stato deciso che la prossima riunione del Consiglio si svolgerà “fuori sede”, con tutta probabilità presso la CI di Laurana. Si tratterà di una sessione tematica, assieme ai rappresentanti delle Comunità dell’area liburnica.

 

613 - Il Piccolo 25/09/12 Ex valichi con la Slovenia, 5 anni dopo degrado senza confini
Ex valichi con la Slovenia, 5 anni dopo degrado senza confini
Da Rabuiese a Monrupino passando per Pese, edifici e aree in zona italiana abbandonati a se stessi tra rifiuti e strutture divelte. In Slovenia non è così
di Gianpaolo Sarti
Era il dicembre del 2007 quando Trieste disse addio alle frontiere con la Slovenia, entrata ufficialmente in area Schengen. In un clima di festa ed euforia la città consegnava ai libri di storia un evento epocale. Con le grandi celebrazioni a Fernetti e a Rabuiese se ne andavano per sempre i controlli, la carta d'identità e la “prepustnica” da esibire al poliziotto, le code in automobile. Se ne andavano soprattutto le barriere più dure da abbattere, quelle mentali. «Un giorno cercheremo il confine e non sapremo più dov'era», commentò l'allora ministro dell'Interno Giuliano Amato nel suo intervento a Rabuiese, per decenni uno dei simboli della cortina di ferro che separava Italia e Jugoslavia, l’Europa Occidentale dall’Est.
Quel giorno che il ministro auspicava non è ancora arrivato. Non a Pese, non a Rabuiese e nemmeno a Fernetti. Qui - a differenza della parte slovena, dove poco ci manca a vedere fiori nelle aiuole - quel che resta dei valichi si vede eccome. E in quale stato: a quasi cinque anni di distanza sono ancora là, abbandonati. Terra di nessuno, dove regna il degrado. Un ottimo biglietto da visita per chi, da Trieste, entra nel nostro Paese. Quelle frontiere mostrano, oggi, il loro volto più desolante. Un pallido ricordo del 2007.
A Rabuiese gli ex uffici di dogane e Polizia sono lasciati a se stessi, così come le palazzine delle ditte di spedizione che, dell'apertura dei confini, hanno pagato il prezzo più caro. I bordi del piazzale che separa, anzi unisce, Italia e Slovenia, è cosparso di spazzatura. Centinaia e centinaia di bottiglie e taniche di plastica, sacchi, pezzi di elettrodomestici, escrementi. E ancora batterie d'auto, copertoni, resti di cibo, vetri e calcinacci. Residui edili che qualcuno trasporta con i camion e scarica per terra. La cavità di una barra di ferro lunga qualche metro è stata trasformata in una sorta di lungo cestino delle immondizie.
Scenario decisamente migliore a Lazzaretto, Muggia. La zona, che si trova nelle vicinanze dei campeggi e della spiaggia, è tutto sommato dignitosa. Ma la struttura che doveva accogliere dogane e forze dell'ordine mostra chiari segni di incuria. All'interno si scorgono porte sfondate, pareti sbrecciate e cavi divelti. C'è anche la barra tricolore che la Polizia alzava e abbassava a ogni passaggio delle auto.
Il peggio si trova a Pese. L'area che una volta era adibita a parcheggio per i tir è stata riasfaltata e non è più accessibile. Ma nessuno si è preoccupato di pulire anni e anni di immondizia stratificata, lasciata per terra dai camionisti.
Tutt'intorno, quintali di spazzatura. Anche qui il solito inventario: ruote, migliaia di bottiglie di vetro e plastica, scatolette di latta arrugginite e rimasugli di pasti. Un'autentica discarica che si estende per diverse decine di metri nel bosco circostante. Anche qui le classiche palazzine che fino a cinque anni fa ospitavano poliziotti e finanzieri. Ma c'è di più. Un edificio bianco, con la porta sfondata, è preda di vandali. L'interno è devastato. Sul pavimento c'è di tutto: in mezzo alla sporcizia documenti doganali, manuali della Polizia, vecchie copie di giornali e un calendario dell'83. I cartoni e gli stracci usati come giacigli di fortuna sono tracce evidenti che questa catapecchia è un’abituale dimora per clochard e gente di passaggio.
Desolazione anche al piccolo confine di Monrupino. Stavolta è la costruzione del valico italiano, anche questa abbandonata, che si presenta meglio. Nella parte slovena invece, nel paese di Dol Pri Vogljah, il casolare che fino al '91 serviva da alloggio ai militari è letteralmente a pezzi. Davanti resiste ancora la garitta per il soldato di guardia e, poco più in là, gli ex uffici della Policija. Nel bosco vicino ci si imbatte in un magazzino crollato, con la copertura di amianto sparsa a terra. Siamo in Slovenia, ma poco importa: il degrado non conosce confini.

 

614 - La Voce di Fiume Luglio-Agosto 2012 - -Fiume: Eravamo, ma dove andiamo?
Eravamo, ma dove andiamo?
DI RIENZO BRESNIK
Eravamo una comunità con radici ben piantate Una comunità che andava d'accordo con gente di tutte le nazionalità; veramente multinazionale.
La comunità fiumana era cosi coesa che assimilava chiunque mettesse piede stabile a Fiume. Attraeva persino dei ragazzi e ragazze d'oltre confine (Sussak). per frequentare dei coetanei fiumani. Sarà il modo di pensare, di agire, di fare, di parlare, qualcosa d'indescrivibile che emanavano i fiumani, in breve: era l'humus che sprigionava l'attrattiva di chi soggiornava nella nostra città.
Non era il singolo ma l'insieme dei cittadini. Come se una calotta eterea copnsse la città e chi ci stava sotto rimaneva folgorato di questo invisibile humus fiumano.
Durante la guerra nemmeno i tedeschi riuscirono a fare dei giovani fiumani degli ottimi soldati per mandarli a combattere. Hanno formato dei corpi chiamati "Polizai" per dislocarli nei vari presidi a fare la guardia, questi bravi figlioli messi là dai tedeschi, quando passavano i partigiani si giravano per non vedere: una tacita intesa con i partigiani.
Ormai questo humus della comunità si è disperso con l'esodo.
I rimasti sono una esigua minoranza per trasmettere ai nuovi arrivati quella impronta fiumana. Questo vale anche per gli esodati sparsi per il mondo, o nella stessa Italia, pur parlando la stessa lingua ci si sente estranei, mancano le proprie radici.
In certi paesi persino non si è ben visti e ignorati (scrivo per esperienza personale). Un singolo che vuole caparbiamente mantenere la fiumanità è come una trottola che gira su se stessa. Quello di riunirsi una o due volte all'anno, parlarsi via internet o al telefono: crea solo nostalgia e malinconia.
I nati da genitori fiumani sia in Australia, Stati Uniti, Italia o in altri stati, il 99,9% si sentono completamente estranei al problema dei padri o dei nonni. Disinteressati ne sentono parlare ma non lo vivono, l'animo rimane sordo.
Delle volte mi domando; come sarebbe andato a finire se fossimo rimasti apolitici a Fiume?
Seguendo i rimasti: vivono tranquilli, hanno il proprio appartamento, parlano una seconda lingua, ma come ho scritto sopra, non hanno la forza di trasmettere l'humus fiumano perché sono in esigua minoranza.
Se fossimo rimasti tutti avremmo imparato il croato e i croati il dialetto fiumano e dopo? Non si sa!
I figli dei fiumani nati a Fiume parlerebbero due lingue e l'humus fiumano sì mescolerebbe e rimarrebbe sempre vivo...
Ma siamo delle biglie sparse sulla terra. Ho 85 anni e pur tenendo viva la fiamma di Fiume i miei figli e nipoti non ne vogliono sentir parlare. Fra un secolo o più interessarsi di Fiume sarà come interessarsi degli Ostrogoti. La nostra Fiume, i nostri canti, la nostra cultura sarà sepolta per sempre.
Sulla lapide potrà rimanere solo l'effige della nostra Torre Civica con sotto l'epigrafe:
"NOI ERAVAMO. ADESSO NON PIÙ."

 

615 - Il Piccolo 30/09/12 «Pace lontana tra italiani, croati e sloveni» Il presidente dell'Unione degli istriani, Lacota, annuncia rivelazioni durante il convegno di martedì
«Pace lontana tra italiani, croati e sloveni»

Il presidente dell'Unione degli istriani, Lacota, annuncia rivelazioni durante il convegno di martedì


«Pacificazione fra croati, sloveni e italiani? Nulla di tutto questo. Anzi è in atto un palese e sensibile rinvigorimento delle posizione nazionaliste da parte di Croazia e Slovenia».
Questa la riflessione del presidente dell'Unione degli istriani, Massimiliano Lacota, nel corso della presentazione del convegno in programma martedì, con inizio alle 16, nella sede di palazzo Tonello, in via Silvio Pellico 2, dal titolo «Riconciliazione: a quale prezzo?
Le prime evidenze di una improbabile pacificazione sul confine orientale». «Sono trascorsi più di due anni dall'incontro fra i presidenti dei tre Paesi in piazza dell'Unità d'Italia - ha ricordato Lacota - che qualcuno definì storico, immaginando che quell'evento avrebbe dato l'avvio a una fase di pacificazione, suggellata dal reciproco riconoscimento delle colpe e dall'allestimento di progetti di collaborazione transfrontaliera, destinati a migliorare il rapporti sul piano politico, per arrivare, come obiettivo finale, a una memoria condivisa dalle parti. Nulla di tutto questo si e' avverato. Anzi alle istituzioni nazionali dei due Stati si sono affiancati astuti interventi di finta comprensione, che nascondevano e continuano a nascondere il vero obiettivo, che è quello di radicare falsificazioni storiche studiate a tavolinoe in profondità».
Il presidente dell'Unione degli istriani ha fatto un breve elenco delle situazioni che a suo parere fanno parte di questo sistema: «Abbiamo saputo di raduni, organizzati oltre confine - ha ripreso - da parte di piccoli club di appassionati di tartufi e fusi istriani, che in realtà erano operazioni turistiche accuratamente allestite da agenzie, manifestazioni politiche di chiara matrice provocatoria, organizzate sia in Slovenia sia in Italia, per esempio a Basovizza pubbliche conferenze chiaramente indirizzate a gettare discredito sull'Italia e sugli italiani, in particolare sulle nostre forze dell'ordine.
Esiste a nostro avviso una vera e propria macchina della propaganda, attivata in Slovenia, che ha lo scopo di cambiare la storia del confine orientale, partendo dal 1919 per arrivare fino a oggi. Tutto questo senza dimenticare la distruzione di monumenti storici, che molto semplicemente e con estrema disinvoltura sono definiti come atti vandalici».
Questi argomenti saranno ripresi nel corso della conferenza di martedì, il presidente dell'Unione degli istriani ha annunciato documenti e filmati che confermeranno «che di pacificazione non si può assolutamente parlare». (u. s.)

 

616 - La Voce del Popolo 30/09/12 Ricordi di Patrizia Lucchi - Quando a Neresine bevevamo Jugo Cockta (1 e continua)
Ricordi di Patrizia Lucchi
Quando a Neresine bevevamo Jugo Cockta
Come ogni generazione neresinota che si rispetti, anche quelli della mia età, quando parlano di Neresine con i più giovani o con i “non iniziati”, amano dire “Ti no ti sa, mi so”, “Ti no ti jeri, mi jero”, “Ti no ti pol (capir/dir). Mi te dirò”. Tuttavia, mentre per la generazione dei miei genitori lo spartiacque tra ”chi conosce ogni pietra” del paese e “chi no” è costituito inevitabilmente dall’Esodo, per noi figli di esuli un buon metro di misura si può basare sulla conoscenza diretta della “Jugo Cockta” e della sua distribuzione in paese.
Chi ricorda i tempi in cui si beveva solo lo sciroppo di lamponi? Che chiamavamo “frambua”? Veniva venduto in bottiglie da un litro e diluito al momento con acqua.
«PASTINE», «FRAMBUA», «KRUŠKOVAC» E «NAPOLITANKE» Non si trovavano altre bibite confezionate, nemmeno l’aranciata o la gazzosa. E l’introduzione sul mercato dell’autarchica “Jugo Cockta”, dal gusto fortemente dolciastro, che ricordava più la “frambua” che la “Coca-Cola”? Veniva rigorosamente servita a temperatura ambiente, anche a luglio e ad agosto, perché i bar non avevano frigorifero, ovvero se lo avevano lo utilizzavano per tenere al fresco altri prodotti, al “Mornar”, l’osteria della Mika, o al “Televrin”, il bar ristorante gestito da Francin. E come poter dimenticare l’arrivo della Coca-Cola, da sorseggiare ben ghiacciata nel successivo locale aperto da Francin, il “Riba”, con tanto di posto nel “friso” (frigorifero), anche per le bevande?
Erano gli anni in cui la bottiglia di “Kruškovac”, con il suo odore forte di pere e alcool, e la grappa “domaća” (casalinga), troneggiavano nell’angolo “bar” di ogni casa. Anni in cui gli unici biscotti che si trovavano sugli scaffali dell’unico negozio - la “Zadruga” (cooperativa) - erano i “Petit Beurre” che la prozia Toniza chiamava “pastine”. L’arrivo delle “Napolitanke” (ottimi wafer), almeno nei miei ricordi, è di poco successivo. E che dire degli “Stolver”? Impossibile dimenticarli, a quei tempi erano gli unici “bomboni”: assomigliavano alle caramelle Mou, ma erano più grezzi nell’impasto e molto più saporiti.

IL MITICO «BELULI» Intanto il mitico “Beluli” apriva la prima pasticceria “slastičarna”, e noi incominciavamo ad imparare un po’ di croato: i primi “sladoled” (gelati) che iniziavano a sciogliersi prima ancora di essere spalmati sul cono, gli “štapići” fatti di chiara d’uovo sbattuta e tonnellate di zucchero, la “baklava”, da noi chiamata “mille piedi” per il numero di vespe richiamate dal miele che colava assieme all’olio, e dulcis in fundo l’immancabile “limunada”.
Mano a mano che il turismo aumentava, e con questo gli affari del Beluli, la sua gelateria cambiava posto: prima si trovava sulla salita che dalla piazza va verso la “čekaona” (stazione degli autobus). Quindi si trasferì in piazza, nell’angolo verso Marina, dove oggi c’è un negozio di filigrana. Infine ha occupato una posizione centrale in piazza e, a poco a poco, ha invaso con il suo plateatico persino quella che è stata la roccaforte delle ciacolade tra “esuli & rimasti”: il cosiddetto “muretto del pianto”. Un muricciolo basso di pietra dove gli uomini si sedevano al tramonto a chiacchierare. Veniva chiamato così perché ogni anno qualcuno di loro moriva, e l’estate seguente veniva ricordato anche lì da quanti erano ancora in vita.
Chi ha visto tutte queste trasformazioni non può che essere stato a Neresine negli anni ‘50, ‘60, al massimo nei primissimi ‘70 e lo considereremo “uno dei nostri”. Agli altri lettori, speriamo interessi conoscere uno spaccato di quegli anni di un piccolo paese, quello di origine della mia famiglia: Neresine.

LA PRIMA VOLTA Se si viene via terra, Neresine è il primo paese dell’isola di Lussino e dista 17 chilometri dal capoluogo. La sua caratteristica è di essere un paese di mare, posto giusto sotto a una montagna: il monte Ossero. Io vi sono andata per la prima volta nel luglio del 1959.
Rimasta a Neresine, la bisnonna, Giustina Camalich in Sigovich, detta “teta Justa” (in paese tutte le donne anziane venivano chiamate in segno di rispetto “teta”, che vuol dire “zia”, mentre il nome degli uomini era preceduto da “barba”, ovvero “zio”), desiderava conoscere le nipoti, ovvero le figlie dei tre figli della sua unica figlia (nonna Maria). Delle tre nuore, solo mamma è di Neresine. Pertanto non stupisce che solo lei avesse deciso di accontentare la bisnonna. Papà non poteva accompagnarci, così andammo da sole: mia madre, che ufficialmente non tornava a Neresine dal 1943 (nel gennaio del ’45 aveva accompagnato suo padre in una spedizione con un cutter a prendere un po’ di roba), noi due bambine (io avevo quasi sette anni e mia sorella Costanza quasi dieci), più tre grandi valigie, di cui una piena di bambole.
Del viaggio in treno ricordo la stazione di Trieste e quel senso di “state per oltrepassare la cortina di ferro” che si tagliava nell’aria. Vedo l’Antonietto Smundin, Neresinotto residente a Trieste (prima dell’Esodo la sua famiglia gestiva a Neresine uno dei due negozi di abbigliamento), che attraverso il finestrino appositamente abbassato ci passa i nostri passaporti (che mamma aveva inviato circa un mese prima a Trieste per il visto e che l’Antonietto si era premurato di andare a ritirare in Ambasciata), e la gente stipata sul binario che piange e ci saluta, sventolando fazzoletti bianchi con i quali al contempo si asciuga le lacrime. Sembrava che dicessero: “Se mati, dove andè, de là ve xe i drusi”.
A San Pietro del Carso (Pivka) cambiammo treno. Ci fecero salire su un trenino modello “Far West”, con il vagone “open space” e le porte che si aprivano proprio tra i piedi dei viaggiatori seduti su panche di legno, non su comodi divani, come quelli del treno che avevamo appena lasciato.
Giunte a Fiume, il prozio Nardo venne ad accoglierci alla stazione. La notte la passammo al “Bonavia”, un tempo e oggi albergo di lusso, allora ridotto in stato pietoso, tanto che persino le lenzuola avevano grandi toppe, che raccordavano le parti ormai consunte.
1 e continua

 

617 - La Voce del Popolo 18/09/12 In redazione - Chiarezza innanziatutto
In redazione
Chiarezza innanzitutto
Leggo ne "La Voce" del 5 settembre scorso le considerazioni negative che Elvio Boccarini sciorina sul conto del neolikberalismo. Dottgrina sbagliata a suo avviso.
Un paio di osservazioni.
L'autore chiama in soccorso delle sue tesi, colleghi ("come ha detto giustamente un mio collega....") e pure il Premio Nobel J.Stiglitz. Varra' la pena di aggiungere, rimanendo sullo stesso piano, che altri Prermi Nobel (F. Von Hayek e M.Friedman) si schierarono in favore di una rigorosa difesa del sistema di libero mercato, attribuendo all'intervento dello Stato la responsabilita' delle tensioni inflazionistiche registrate nelle economie occidentali. La corrente cosiddetta neoliberale ha criticato negli anni piu' recenti l'inefficienza e le degenarioni del moderno Stato assistenziale preferendo riproporre un drastico ritorno all'iniziativa privata e alla concorrenza anche nei settori generalmente affidati, nelle economie avanzate alla gestione pubblica. Orientamento che s'e' fatto strada negli Stati evoluto, socialdemocratici del Nord Europa senza contare che in realta' statuali a noi piu' familiari (Italia e Croazia: basti pensare alla sanita'...) ha pur egregiamente attecchito.
Nelle economie miste, la gestione del rischio economico e' sotto controllo pubblico, ne consegue riduzione della responsabilita' individuali degli operatori. Nelle economie di mercato i rischi economici ricadono sui protagonisti che assumono decisioni (imprese, lavoratori, consumatori) liberi di contrattare in concorrenza, subendo la responsabilita' delle medesime.
Non si vorra' afferamare che l'economia di mercata non sia compatibile con politiche sociali, che non sia possibile sviluppare una politica di giustizia distributiva. Vero e' che si possono tranquillamente perseguire finalita' distributive della ricchezza nazionale: attraverso le imposte, i sussidi ai privati e alle famiglie; attraverso i servizi pubblici ; attraverso anche le stesse regole dell'esercizio delle imprese, per la tutela del lavoro, la prevenzione di attivita' pericolose, la preservazione
dell'ambiente ecc. Finalita' che si ottengono in condizioni di migliore chiarezza nelle economie di mercato rispetto alle economie miste; chiarezza nella imputazione dei costi e nella valutazione dell'impegno finanziario per i riscontri che il mercato consente di fare anche nei riguardi delle scelte pubbliche.
Walter Matulich

 

618 - Il Piccolo 28/09/12 Zara "restituisce" le salme dei militari della Wehrmacht
Zara “restituisce” le salme dei militari della Wehrmacht
Accordo con la Germania sui 132 corpi sepolti a Bocagnazzo Saranno esumati e trasferiti nel memoriale di Zagabria
di Andrea Marsanich
ZARA. Come già avvenuto altrove in Croazia, ad esempio a Fiume, nel sobborgo zaratino di Bocagnazzo (Bokanjac) è cominciata l’esumazione dei resti di militari tedeschi della Wehrmacht, spoglie che saranno successivamente sistemate nella grande tomba dei soldati tedeschi della Seconda guerra mondiale, situata a Zagabria. L’accordo su riesumazione e sepoltura nella capitale croata è stato raggiunto di recente tra il comune di Zara e l’ambasciata di Germania in Croazia, grazie all’interessamento manifestato dall’Unione per la cura delle tombe di guerra tedesche, la Volksbund Deutsche Kriegsgraberfursorge.
L’operazione ha avuto però un intoppo quando alcuni abitanti di Bocagnazzo, all’oscuro dell’intesa tra municipalità e ambasciata tedesca, hanno chiamato la polizia dopo avere visto due uomini che scavavano nel loro cimitero, proprio laddove sono sepolti i soldati germanici. Le forze dell’ordine sono intervenute subito, ordinando l’interruzione dei lavori ma poi si è visto che tutti i documenti sono in regola, cosicché l’opera riprenderà probabilmente nei prossimi giorni.
I due uomini sono stati ingaggiati da Goran Radic, 38 anni, che vive tra Zagabria e la Germania ed è il rappresentante nella capitale croata della citata organizzazione tedesca. Radic ha esibito ai poliziotti i permessi rilasciati dai ministeri croatri degli Esteri e dell’Edilizia, nonché dalla Direzione nazionale per il diritto europeo, il diritto internazionale e gli affari consolari. «Sappiamo che decine di prigionieri di guerra tedeschi – ha dichiarato Radic – scavarono nel 1946 un canale tra Bocagnazzo e Zemoniko (Zemunik in croato) per la posa del nuovo acquedotto. Morirono tutti quell’anno e furono tumulati a Bocagnazzo e nella vicina zona denominata Fiume del Cimitero».
Radic non ha voluto affermarlo ma appare scontato che i prigionieri furono liquidati dai partigiani di Tito e quindi sepolti in due camposanti. Nel 1946 l’allora parroco di Bocagnazzo scoprì nomi e cognomi dei 132 militari tedeschi tumulati nei due cimiteri zaratini, con loro anno di nascita e luogo di residenza. Non si tratta dunque di soldati ignoti anche se mai nessun familiare si è fatto vivo dalla Germania.

 

619 - Il Piccolo 25/09/12 L’Adriatico non è un “muro”, Bari guarda all’ex Jugoslavia
L’Adriatico non è un “muro”
Bari guarda all’ex Jugoslavia

La Puglia capofila di importanti progetti finanziati dall’Unione europea
Gli slavi rappresentano una “colonia” importante nel tessuto del capoluogo

E l’Università promuove stage per studenti
È giunto oramai alla sesta edizione il Corso di relazioni interadriatiche organizzato dall’Università di Bari “Aldo Moro”, dalla Regione Puglia e dal Centro di studi e formazione nelle relazioni interadriatiche. L’iniziativa raccoglie a Bari un folto gruppo di studenti provenienti da tutte le aree dell’ex Jugoslavia e dall’Albania. Il corso si articola in una serie di lezioni e seminari che vedono impegnati docenti della locale università ma provenienti anche dal resto d’Italia. Il titolo del corso di quest’anno era “Raccontare e costruire un’Europa adriatica”. Gli studenti vengono ospitati nel campus universitario e alla fine del corso ricevono un attestato di frequenza.
di Mauro Manzin
BARI Mare, l’Adriatico, porto e vento, tramontana, anche se è bello fantasticare sugli estremi sbuffi della nordica bora. Sei a Bari e ti senti a Trieste e non solo per le affinità elettive urbanistiche e meteorologiche. Bari come Trieste è una città di confine.

Lo scopri camminando lungo le sue vie a ridosso del centro storico, alle spalle del porto e di San Nicola. L’aria salmastra che si appiccica ai capelli e quella commistione di lingue e dialetti, paradigmi dell’importanza emporiale del sito. La pianta ortogonale degli isolati tra corso Vittorio Veneto e corso Italia, di napoleonica “invenzione”, ma a un triestino viene in mente Maria Teresa e il suo borgo, rendono facile l’orientamento, tra negozi e boutique e gli immancabili cinesi conditi da una buona presenza indiana. Percori via Sparano e ti sembra di essere in via Condotti. Tanto lusso ma negozi tristemente vuoti. La strada però è affollata dal tradizionale e imperdibile “struscio”. Improbabili “dottori” che salutano obsoleti “cavalieri”, la pronuncia è musicale tra il civettuolo e l’impertinente.

Le ragazze danno il meglio di se stesse esplodendo nella mediterranea bellezza del meridione che ha oramai riposto nel baule dei ricordi lo stereotipo del femminino basso e tozzo, vestito di nero che al massimo fa capolino dall’uscio delle case. Tanti giovani, cartina al tornasole di una società viva che sa rinnovarsi. Popolazione giovanile che cresce in prossimità dell’Università. Alle spalle c’è piazza Umberto I e qui il cuore ha un tuffo. Ti sembra di essere piovuto attraverso un buco nero della memoria direttamente in piazza della Libertà a Trieste. E ti senti confuso. Stessi alberi, stessi colombi, stesso odore, un misto tra lo sterco e l’aria di mare, e poi quei gruppi così ben ordinati che si riuniscono e parlano, parlano, raccontandosi le storie di infinite migrazioni. Al centro, infatti, il parco è attraversato da una linea di panchine divise in blocchi. Nel primo che incontri sul tuo cammino ci sono i maghrebini, poi gli albanesi, seguono gli omosessuali, alla fine gli slavi, un misto di serbo e croato che solo l’orecchio fine dell’uditore esperto riesce a “separare”. E scopri che la Puglia è terra di migrazione e che il suo mare, il nostro mare Adriatico non è uno iato, ma un confine che congiunge due culture, due mondi e anche due povertà.

E di questa contiguità si occupa attivamente proprio l’Università di Bari. «La nostra idea che solo a una prima e sommaria analisi può sembrare utopica - spiega il professor Franco Botta, presidente del Centro di studi e formazione nelle relazioni interadriatiche - è quella di unire le due sponde ma anche di rilanciare il dialogo nei Balcani tra albanesi, serbi, croati nell’ambito delle relazioni di prossimità, anche perché avere buoni vicini rappresenta senza ombra di dubbio un’ottima risorsa». «Il passo in più che stiamo cercando di realizzare - precisa - è quello di creare un’identità adriatica nell’ambito europeo e questo passa attraverso la conoscenza culturale, delle letterature adriatiche, degli usi e dei costumi per arrivare a dare forma a un pezzo d’Europa capace di dialogare di più nel Mediterraneo». Su tali presupposti si innesta anche l’azione istituzionale e amministrativa della Regione Puglia. «In questa temperie - afferma l’assessore regionale al Mediterraneo, cultura e turismo, Silvia Godelli - quello delle regioni diventa un ruolo motore. Per noi il mare non è un fattore di divisione, ma uno strumento di unione.

La Puglia ha in essere numerosi partenariati con tutti gli Stati dell’ex Jugoslavia e in tutti i settori socio-economici. Il progetto europeo più importante di cui siamo il capofila riguarda le energie da fonti rinnovabili e il settore idroelettrico. Anche alla luce della nostra esperienza - conclude la Godelli - la nascita di una macroregione europea Adriatico-Ionica costituirebbe un nuovo strumento nel cui ambito sviluppare la cooperazione». Contrariamente a quanto siamo propensi a credere, e cioè che la Puglia guardi più al Sud del Mediterraneo, si scopre invero una realtà tutta proiettata ad Est, all’inizio concentrata sulla realtà albanese e oggi intenta a tessere un ampio ricamo di rapporti con la realtà ex jugoslava. Al punto che alla mente torna il grande interrogativo lanciato da Predrag Matvejevic nel suo “Breviario Mediterraneo”: l’Adriatico è un mare o un golfo?


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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