N. 846 – 07 Ottobre 2012
Sommario
620 - La Voce del Popolo 01/10/12 Si è svolto a Senigallia il 59.esimo Raduno dei Dalmati italiani nel Mondo, una memoria da ricostruire (Rosanna Turcinovich Giuricin)
621 – CDM Arcipelago Adriatico 01/10/2012 - Lucio Toth: intervento al Raduno di Senigallia, vista da lontano, la Dalmazia nel pensiero degli Italiani (Lucio Toth)
622 - Il Resto del Carlino Ancona 28/09/12 Senigallia: Dalmati, il raduno riempe gli hotel
623 – CDM Arcipelago Adriatico 03/10/2012 - Riaperto tavolo di lavoro tra Esuli e Ministero degli Esteri (rtg)
624 - Il Piccolo 28/09/12 La Lettera del giorno - Il Museo della civiltà istriana, una mistificazione storica (Claudia Cernigoi)
625 - Il Piccolo 02/10/12 L'Intervento - La civiltà istriana ha 2000 anni Per questo merita il Museo (Renzo de’Vidovich)
626 - La Voce del Popolo 06/10/12 E & R - Fiumani a Roma per il 50.esimo Raduno (Roberto Palisca)
627 - Il Piccolo 30/09/12 A Sanvincenti un progetto di ristrutturazione a firma triestina
628 - La Voce del Popolo 29/09/12 E & R - Due esuli da Pola in visita a Cherso e Lussinpiccolo (Roberto Palisca)
629 - La Stampa 05/10/12 D’Annunzio, l’Immaginifico al potere (Ernesto Ferrero)
630 – La Voce del Popolo 03/10/12 Cultura - Dal mare istriano al Villaggio San Marco l'odissea degli esuli vista da un bambino (ir)
631 - La Voce del Popolo 06/10/12 E & R - Ricordi di Patrizia Lucchi: Quando a Neresine bevevamo Jugo Cockta (Patrizia Lucchi – Roberto Palisca) (2°parte)
632 - Il Piccolo 02/10/12 La nuova guerra balcanica si combatte nelle scuole - I genocidi nascosti da Belgrado e Pristina (Stefano Giantin)
633 – Il Piccolo 28/09/12 Un "impressionista" a Venezia Quel tratto nervoso di Guardi che ha rivoluzionato le vedute

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

620 - La Voce del Popolo 01/10/12 Si è svolto a Senigallia il 59.esimo Raduno dei Dalmati italiani nel Mondo, una memoria da ricostruire
Si è svolto a Senigallia il 59.esimo Raduno dei Dalmati italiani nel Mondo

Una memoria da ricostruire
SENIGALLIA – Senigallia, 59.esimo Raduno dei Dalmati italiani nel Mondo. Protagonisti la storia e il futuro asilo, nel mezzo riflessioni e proposte che rivelano un tessuto vivace e presente. Sulla scia di quanto realizzato dagli esuli da Pola nella loro città e della volontà dei Fiumani di portare il proprio Incontro annuale a Fiume nel 2013, anche i Dalmati propongono di tenere il prossimo meeting in quel di Zara. Per dare un senso al nuovo corso dei rapporti con l’altra sponda dell’Adriatico, lanciato proprio da questi consessi, nelle parole di Lucio Toth che da anni ribadisce l’importanza di una presenza culturale nei rispettivi luoghi di provenienza affinché i giovani possano sentire come propria anche la cultura degli italiani andati altrove con la tragica guerra sulla scia di spinte nazionalistiche di antica data.
RAGIONI PROFONDE E forse è proprio questo il nodo da sciogliere: l’origine stessa della contrapposizione etnica che tanta sofferenza ha creato in queste terre. Per superare quella comoda formula di “fascismo = comunismo = foibe”, che così spesso si usa per giustificare tragiche verità. Le ragioni dell’esodo sono ben più profonde e la Dalmazia le conosce bene, se si considera che lo spostamento del popolo dalmata italiano è iniziato molto prima che le ideologie avvelenassero il Secolo breve.
MOSAICO DALMATA Lo sanno bene storici e divulgatori come Guido Rumici, presente al raduno – nell’ambito del 18° incontro con la cultura dalmata condotto da Chiara Motka – col suo volume “Mosaico Dalmata – Storie di Dalmati italiani” che coniuga la parte dedicata alla storia, partendo dal 1848 e toccando tappe fondamentali come quelle del 1866 e 1878, da leggere e capire. O attraverso le poesie e i racconti di autori come Raffaele Cecconi o saggi sulle opere d’arte tra Dalmazia e Italia, come nel catalogo della mostra dedicata a Vincenzo Fasolo e presentato da Rita Tolomeo della Società Dalmata di Storia Patria di Roma. Tutti e tre invitati ad intervenire nella mattinata culturale.
LA STRADA DELLE SCUOLE Con il Giorno del Ricordo alcune consapevolezze si stanno facendo strada, grazie all’impegno dei protagonisti e testimoni dell’esodo, grazie alle numerose pubblicazioni che stanno invadendo il panorama editoriale dei circoli interessati. Rimane, tra le tante, la difficoltà di superare con le pubblicazioni le nicchie dell’associazionismo, di arrivare al vasto pubblico. La strada prescelta è quella delle scuole, intervenire attraverso l’educazione dei giovani per riempire le sacche d’ignoranza determinate dal lungo silenzio del Novecento sulle questioni adriatiche.
COME CI VEDONO GLI ALTRI... Legittima quindi la domanda posta da Lucio Toth nella sua lectio di domenica mattina su “come ci vedono gli altri, gli altri italiani innanzitutto. Perché per parlare di noi, dalmati italiani, e della nostra esistenza nella storia, da molti ignorata o negata, occorre innanzitutto capire con chi parliamo. Che cosa sa o pensa di noi il nostro interlocutore italico. Quello che vorremmo ci capisse di più”.
RICHIESTE «COMPLICATE» La risposta affonda nella storia e in tutti i tentativi del popolo Dalmata, ma anche di Fiume e l’Istria, di far arrivare all’Italia che stava nascendo, a quella che entrava in guerra, nella prima e nella seconda, che c’erano genti in queste terre “oltremarine” che si sentivano italiane e che anelavano ad un’unione all’Italia nel rispetto delle loro specificità. Una storia che Toth racconta in sei tappe che, attraverso nomi di personaggi famosi che si sono spesi per la causa fino ad atti di estremo sacrificio, svelano una verità ancora da acquisire al sentire comune, ovvero l’indifferenza del resto d’Italia a considerare legittime tali richieste perché complicate da quel calderone balcanico che l’Austria aveva messo in moto facendo leva sull’appartenenza nazionale che la storia trasformerà in nazionalismo.
UN QUARANTENNIO DI SILENZIO Nella sesta parte, quella a noi più vicina, Toth ribadisce: “Il 6° periodo, che possiamo chiamare di un risveglio dell’attenzione sul piano storiografico e sentimentale, è quello che va dal 1991 a oggi. Il triste e lungo quarantennio di silenzio è cessato infatti quando la cruenta dissoluzione della Federazione jugoslava mostrò al mondo quanto fosse effimera quella costruzione politica, quanto fosse oppressivo ed economicamente sballato il vantato “modello jugoslavo”, di quali efferatezze fossero capaci le contrapposte fazioni.
I NOMI NEL CUORE Si aprì allora una breccia nella pubblica opinione del paese che le nostre associazioni hanno saputo intelligentemente allargare, riportando alla luce della memoria nazionale la nostra vicenda di giuliano-dalmati. In questa riscoperta storica, cui concorsero scrittori e giornalisti di ogni tendenza politica, anche la Dalmazia tornò ad affacciarsi all’attenzione della nazione. Molto contribuirono le parole dei Presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Fu Ciampi in un messaggio di Capodanno ad affermare che “i nomi di Fiume, di Pola e di Zara sono nel cuore di tutti gli italiani”. Erano decenni che non sentivamo qualcosa del genere.
RITORNO IN SUPERFICIE Le leggi approvate dal parlamento, quasi all’unanimità, nei primi anni del 2000 confermarono questa attenzione come l’introduzione del Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo (10 febbraio) e la tutela del patrimonio storico e culturale degli Italiani dell’Adriatico Orientale, oltre ad altre provvidenze di carattere sociale, furono il segno tangibile, seppure modesto, di questo ritorno alla superficie del fiume carsico della nostra storia e della nostra cultura...”.
LA QUESTIONE MEDAGLIA E poi si sofferma su uno dei punti dolenti del rapporto dei Dalmati con l’Italia: “E ancora, onestamente – dice Toth, interpretando il comune sentire espresso a più voci durante il Raduno – ci è difficile capire perché non sia mai stata ufficializzata la concessione della medaglia d’oro alla nostra città”. Medaglia – è stata ribadito dallo stesso Franco Luxardo – data ad altre città distrutte dai bombardamenti con migliaia di morti. La motivazione per Zara non viene accettata.
TERRE PLURINAZIONALI E continua Toth: “Oggi, guardando all’avvenire – come stiamo già facendo – il nostro obiettivo si è fatto ancora più ambizioso: riconquistare l’attenzione della cultura e dell’opinione pubblica croate nel riconoscere l’esistenza di una radicata presenza italiana lungo la costa dalmata. È un compito nobilissimo, perché non vuole riaprire antiche ferite reciproche, ma ricostruire una memoria che non disconosca a priori il carattere plurinazionale della nostra terra.
TENDENZE NEGAZIONISTE L’obiettività delle nostre posizioni, la rinuncia a rivendicazioni territoriali (ancora così vive tra i paesi della ex-Jugoslavia tra Slovenia e Croazia, Croazia e Bosnia, Bosnia e Serbia), il riconoscimento del carattere minoritario dell’italianità dalmata di fronte a un’innegabile maggioranza croata della popolazione, secondo l’insegnamento di quel grande dalmata e italiano che fu Niccolò Tommaseo, devono servire a vincere le tendenze negazioniste dell’estremismo nazionalista croato e del nostalgismo comunista titino.
IL TRIONFO DELLA VERITÀ Anche l’affermazione dell’autoctonia della presenza latina e italiana in Dalmazia, al di là della “colonizzazione veneziana” dal XIV secolo al 1796, deve essere da noi suffragata con serietà storiografica e documentaria, pronti anche ad accettare quello che la propaganda nazionalista italiana voleva ignorare. La verità trionfa sempre. E non dobbiamo avere paura di proclamarla a testa alta. Quando si sa stare nei limiti della realtà è la realtà stessa a darci ragione. E nessuno ci potrà smentire”.
LA CULTURA DELLA SERENISSIMA Discorso ripreso anche nell’intervista al Premio Tommaseo edizione 2012, dallo storico e scrittore veneziano Alvise Zorzi. Non è potuto essere a Senigallia per ragioni di salute ma si è rivolto ai presenti attraverso un’intervista filmata proiettata all’incontro. “La cultura della Serenissima, che permea la realtà dalmata è un patrimonio che appartiene all’umanità e a maggior ragione al popolo che abita quelle città e che a quelle città si sente d’appartenere. Perché ancor oggi Venezia può insegnare molto all’Europa per la sobrietà e la lungimiranza del suo amministrare”.
OCCASIONI D’INCONTRO Le due giornate sono state arricchite anche dalla presenza della fanfara dei Bersaglieri che si è esibita nella piazza principale di Senigallia, dalla partecipazione delle massime autorità, dal Vescovo al Sindaco agli incontri dalmati. Durante la messa è stato letto un lungo elenco di “amici andati avanti” nel corso dell’ultimo anno. Una lista troppo lunga che sta assottigliando le file dell’associazione, di tutte le associazioni senza che ci sia la garanzia di un ricambio necessario e doveroso. Un ritardo di alcuni decenni della politica nei confronti delle tematiche dell’esodo hanno determinato anche questo strappo generazionale difficile da ricucire trasformando la nostalgia in voglia di costruire nuove occasioni d’incontro. E forse proprio la Dalmazia sta dando un segnale in questo senso, con la presenza massiccia ai raduni degli italiani di Dalmazia, un’osmosi necessaria per quel futuro di cui già oggi si vorrebbe avere conferma ma per il quale bisognerà investire tempo e fatica. Il messaggio è chiaro.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

621 – CDM Arcipelago Adriatico 01/10/2012 -
Lucio Toth: intervento al Raduno di Senigallia, vista da lontano, la Dalmazia nel pensiero degli Italiani

Lucio Toth: intervento al Raduno di Senigallia
Vista da lontano, la Dalmazia nel pensiero degli Italiani
Ci siamo chiesti tante volte come ci vedono gli “altri”, gli altri italiani innanzitutto. Perché per parlare di noi, dalmati italiani, e della nostra esistenza nella storia, da molti ignorata o negata, occorre innanzitutto capire con chi parliamo. Che cosa sa o pensa di noi il nostro interlocutore italico. Quello che vorremmo ci capisse di più.
I due volumi di Luciano Monzali “Italiani di Dalmazia” costituiscono una base scientifica irrinunciabile e gliene saremo sempre grati.
Ma la domanda che oggi ci poniamo - che è emersa in una polemica dell’estate appena passata – è quando la nostra regione è entrata negli interessi del pensiero politico e della cultura italiana in generale.
Mi voglio limitare naturalmente all’età contemporanea, da Campoformio in qua. Perché è da allora che comincia la nostra “passione adriatica” ed è da allora che l’Italia, volendo raggiungere indipendenza e unità politica, si è posta il problema dei suoi confini, cioè di fino a dove avrebbe dovuto arrivare l’Italia nuova, libera e sovrana, liberata dal giogo straniero e dalla frammentazione statale che di questo giogo era parte essenziale.
Il problema è collegato a quello analogo dell’Istria e di Fiume, di cui inevitabilmente dovrò parlare. L’esodo ci ha colpito tutti indistintamente, anche se assai diverse erano le prospettive di partenza. Noi certo eravamo, di tutti gli italiani dell’Adriatico orientale, i più lontani e i meno conosciuti. Quindi di tutti i più esposti.
Diversi i luoghi, diversi i tempi e il contesto storico nei quali il problema del confine orientale si articola. Se quello che per gli istriani era quasi acquisito nella mente dei “regnicoli”, per noi e per i fiumani lo era assai meno.
Non tratterò infatti di come noi ci vedevamo, dall’altra parte di questo mare che abbiamo davanti. Anche se abbiamo maturato solo con il tempo l’aspirazione netta e definita di voler entrare in uno stato italiano unificato. Italiani ci chiamavano i nostri vicini e conterranei: tedeschi, slavi e ungheresi. Italiani ci consideravamo noi. La nozione di “italofoni” è venuta fuori dopo, per giustificare agli occhi di croati e sloveni perché la nostra terra sia diventata parte dei loro stati nazionali. I nostri si sono sacrificati nelle guerre della Patria perché erano semplicemente italiani, non italofoni!
Mi occuperò di come ci vedevano da questa parte, soprattutto dal Po in giù. Dato che per i veneti la sensazione era diversa, per ragioni che qui è inutile ricordare e delle quali Alvise Zorzi ci è maestro.
Una prima constatazione amara è che l’elemento italiano dell’Adriatico orientale, dall’Isontino alle Bocche di Cattaro, sembra guardare all’Italia e alle sue vicende risorgimentali come se ne facesse parte, sia pure in forme inizialmente non ben definite e solo verso la fine dell’Ottocento con la volontà decisa di entrare a far parte dello stato unitario italiano nato nel 1861 (l’Irredentismo Adriatico).
Diversa è la valutazione che si deve constatare studiando la letteratura, i carteggi personali, gli scritti e i discorsi politici, i documenti diplomatici delle personalità più in vista dell’Ottocento e del Novecento, al di qua dell’Isonzo, quelle che hanno forgiato l’opinione pubblica del Paese e di conseguenza l’azione politica dei suoi governi.
Volendo distinguere i tempi – ed è necessario sul piano metodologico – si arriva a riconoscere sei periodi abbastanza delineati e omogenei: il primo dal 1810 al 1848; il secondo dal 1848 al 1866; il terzo dal 1866 al 1915; il quarto dal 1915 al 1947; il quinto dal 1947 al 1991; l’ultimo dal ’91 ad oggi.

Il primo periodo è caratterizzato da un idealismo immaginario. Nel pensiero comune la Dalmazia resta una terra della Repubblica di Venezia, come tale segnata nelle mappe e ingiustamente cancellata dal Congresso di Vienna. Ed essendo la Repubblica considerata uno “stato italiano” anche la Dalmazia per riflesso ne è investita, come dalla luce di una lanterna, o di un faro il cui raggio illumina tutto l’Adriatico orientale.
Se ne lamenta la consegna all’Austria da parte di Napoleone con l’Istria e il Veneto nel trattato di Campoformio, e Ugo Foscolo, greco-dalmata, insorge nei suoi scritti. Nello stesso Compianto di Perasto emerge questo senso di appartenenza: “E se i tempi presenti, infelicissimi per imprevidenza, per dissension, per arbitri illegali, per vizi offendenti la natura e el gius de le genti, non Te avesse tolto da l’Italia, per Ti in perpetuo sarave le nostre sostanze, el nostro sangue, la vita nostra…” (G.Praga Storia di Dalmazia, Padova CEDAM, 1954). Così si rivolge, come sapete, al Veneto Gonfalon, che verrà custodito sotto gli altari delle cattedrali dalmate con le reliquie dei Santi.
Certo questo documento viene dall’altra sponda. Ma, nessuno al di qua, ce lo contesta. Anzi il motto “Ti con nu, nu con Ti” commuoverà tutta la Penisola e sarà ripreso dalle fanteria di marina italiane.

Al momento dell’annessione di tutta la costa adriatica orientale al Regno d’Italia (1806-1809) il gen. Mathieu Dumas poteva lanciare il 19 febbraio 1806 il suo proclama: “Dalmati! L’Imperatore Napoleone, Re d’Italia, Vostro Re, vi rende alla vostra patria…Il trattato di Presburgo garantisce la riunione della Dalmazia al Regno d’Italia. Bravi Dalmati!...sommessi alle Leggi sotto le quali Egli ha riuniti i Popoli d’Italia come membri di una sola Famiglia.” (ibidem)
E il “Reggimento Real Dalmata” venne inquadrato nell’armata del regno italico di Beauharnais e con essa parteciperà con onore alla campagna di Russia. Nelle gazzette ufficiali della capitale, Milano, i dipartimenti dalmati restano inseriti anche dopo la creazione delle Province Illiriche (1810-1814), essendo uniforme l’ordinamento amministrativo e giudiziario.

Nell’Italia del periodo napoleonico nessuno trova nulla da obiettare a questa assimilazione della Dalmazia al resto d’Italia. Le insorgenze antifrancesi che si verificano nell’entroterra dalmato, alimentate dal clero cattolico e dai governi di Vienna e di Londra, non sono diverse da quelle dell’Italia meridionale, anche se a leggere tra le righe dei proclami asburgici un fattore etnico anti-italiano comincia a delinearsi.
Nel blocco inglese ai porti del continente Lissa sarà per anni base della flotta di Sua Maestà britannica mentre Zara reggerà bravamente gli assedi austro-inglesi, dimostrandosi solidale e fedele alle truppe franco-italiane che la presidiano.

Tale sensazione di appartenenza della nostra regione alle sorti d’Italia continua ad irradiarsi anche dopo la Restaurazione, anche se la province dell’impero asburgico considerate “italiane”, essendovi l’italiano lingua ufficiale, vengono divise in Regno Lombardo-Veneto e Illiria, che inizia già a Cormons e ad Aquileja, futuro confine del 1866.
Nelle sette segrete che si diffusero in tutta Italia e nella stessa Dalmazia nei decenni tra il Venti e il Quaranta dell’Ottocento, sia la “Setta dei Guelfi” che la Carboneria considerano la Dalmazia parte dell’Italia e delle sue rivendicazioni di libertà e indipendenza. Nello statuto della Società Ausonia, che era la carta fondante della Carboneria, di chiara matrice massonica, si legge: “La vecchia Italia, assumendo l’antica denominazione di Ausonia, doveva essere liberata tutta dalla triplice marina alla più alte vette delle Alpi: da Malta al Trentino, dalle Bocche di Cattaro a Trieste e comprendere tutte le isole per un raggio di cento miglia dalla sua costa”.

Non sfugge lo stile un po’ visionario di queste proclamazioni, tipiche dello spirito dell’epoca, né ci è dato sapere quali cognizioni avessero i loro redattori della situazione etnica della nostra regione. Ma non esistendo all’epoca nessun movimento nazionale croato o sloveno tornava naturale che la ribellione all’”oppressione” asburgica si rivolgesse a tutti territori degli ex-stati italiani ante Congresso di Vienna.
Già in Mazzini tuttavia, al momento della fondazione della Giovine Italia (1831), l’appartenenza della Dalmazia all’Italia sfuma e vacilla fino a perdersi. Malgrado tra i suoi seguaci, perseguitati dalle polizie ci fossero molti dalmati. Col tempo gli ideali mazziniani avevano preso il largo estendendosi alle aspirazioni di tutti i popoli “oppressi” dai tre imperi centro-orientali: Austria, Russia e Turchia.

Nello statuto della Giovine Italia infatti la Dalmazia scompare e i confini del futuro stato si fermano al Quarnaro. Così Mazzini scriveva negli anni della Repubblica Romana: “Ma il vero obiettivo della vita internazionale dell’Italia, la via più diretta alla sua futura grandezza, sta più in alto, là dove si agita oggi il più vitale problema europeo, nella fratellanza col vasto, potente elemento chiamato a infondere nuovi spiriti nella Comunione delle Nazioni o a perturbarle, se lasciato da una improvvida diffidenza a sviarsi, di lunghe guerre e di grandi pervertimenti: nell’alleanza con la famiglia slava.
I confini orientali d’Italia sono segnati da quando Dante scrisse ‘ a Pola presso del Carnaro ch’Italia chiude e i suoi termini bagna’ (Inf. IX. 113)

L’Istria è nostra. Ma da Fiume, lungo la costa orientale dell’Adriatico, fino al fiume Bojana sui confini dell’Albania, scende una zona nella quale tra le reliquie delle nostre colonie, predomina l’elemento slavo.”
Mazzini indicava due zone slave: una a sud e una a nord della “barriera” dacio-magiara dell Ungheria e della Romania, e riteneva provvidenziale la fascia slava tra Germania e Russia, contro il predominio tedesco e il panslavismo zarista.
“Là, nell’alleanza con le popolazioni di queste due zone stanno…le nostre speranze, la nostra iniziativa in Europa, la nostra futura potenza politica ed economica.” (in “Politica internazionale” nn. 4, 5 e 6 su “La Roma del Popolo”, Roma 1848-49).

Nelle rivoluzioni del 1848 la Dalmazia – come osserva Monzali – non fu teatro di grandi rivolgimenti. Eppure sappiamo, dalle memorie di Niccolò Tommaseo, che la guarnigione italiana di Zara si sarebbe dovuta ribellare e fu lui stesso a fermarla. E che la municipalità di Spalato chiese di aderire alla risorta Repubblica democratica veneta.
Un’intera Legione istriano-dalmata combatterà nella difesa di Venezia e dalmati furono i suoi principali protagonisti. Altri ne troviamo nella difesa della Repubblica Romana, come Federico Seismit-Doda, autore tra l’altro della canzone più popolare tra i combattenti: “La Romana”. Trasuda di amore per la patria italiana il repubblicano e mazziniano Seismit-Doda. Non sa cosa pensa il suo idolo della sua terra natale?
A proposito di vocazioni musicali non è un dalmata, Enrico Cossovich, a scrivere nel 1848 la più nota canzone napoletana: “Santa Lucia”? Suo fratello Marco intanto è volontario garibaldino e diventerà colonnello nelle future guerre dell’Eroe dei Due Mondi (G. Garibaldi, “Memorie”, BUR ediz.1998, Milano).

Ma come vedevano gli altri italiani un Sirovich, un Caravà, un Cattalinich, un Solitro, un Paulucci delle Roncole, che combattevano al loro fianco per l’unità dell’Italia? Come patrioti italiani venivano percepiti, ma ciò non significava che la loro terra fosse compresa necessariamente nel sogno unitario. Questo era ancora indefinito nei suoi contorni costituzionali (monarchia costituzionale, repubblica o federazione di stati) e territoriali.
Illuminante è la posizione di Terenzio Mamiani, come marchigiano e adriatico il più interessato al confine orientale. In una lettera dell’11 aprile 1848 ad un giornale romano così sviluppa il suo pensiero: “Sostengo che è grandemente mestieri menar la guerra nel Tirolo… e di qui un buon nerbo di milizie scendendo dal Cadore e dal Friulano dee spingersi con ardire e prestezza ad occupare Trieste, e porgere ajuto ai partigiani e fautori della causa italiana che sono pure colà…In questa sollecita occupazione di tutta l’Istria raccogliesi a parer mio un punto principalissimo della liberazione d’Italia e un gran pegno della sicurezza avvenire…
Potrebbe Lamagna muover fortemente per serbar dominio sopra Trieste, la qual città d’altra parte rompe in mezzo le terre italiane poste tra l’Isonzo e il Quarnaro. Sino dai tempi di Augusto hanno l’Alpi Giulie e le Carniche segnato i confini d’Italia, e però tutta l’Istria e il litorale che corre da Pola a Venezia è nostro e niun vessillo vi deve sventolare salvo che l’italiano…

Per rispetto poi all’Illiria e alla Dalmazia, basti per ora il notare che abita in quelle province una gente nel cui arbitrio sta il dichiararsi per la causa italiana o per quella dei popoli slavi; imperocché di schiatta sono slavi; di costume, di lettere, di governo si sentono italiani. A noi importa solo questo, ch’elli non siano e non vogliano essere austriaci, e non possa l’Austria nei porti di Dalmazia prepararci contro offese e molestie”.
Tra velleità belliche e realismo strategico si muove dunque il nostro più fervido sostenitore.
Ma c’è anche un realismo idealista, se così lo vogliamo chiamare, ed è quello del Manin, del Tommaseo, di Valussi: costruire per Veneti, Friulani, Istriani e Dalmati, e quindi anche per Fiumani e Triestini, delle piccole repubbliche federate tra loro sul modello svizzero. Siamo nell’ambito del pensiero di Carlo Cattaneo. Andato perduto perché contraddetto dalla realtà effettuale.

Il 2° periodo (1849-1866) è improntato proprio ad un prevalente realismo e possibilismo. Il fallimento del ’48, delle sue illusioni e delle sue confusioni ideologiche porta Cavour e il Piemonte a formulare piani più concreti. E a metterli in pratica. Con astuta determinazione e con una avvolgente strategia, che non disdegna – come sappiamo- la grazie femminili. Mai più l’Italia avrà un simile genio alla sua guida. Eppure in una relazione riservata, che Cavour porta con sé a Plombières nell’estate del 1857 per l’incontro con Napoleone III si può leggere: “Cosa può fare Napoleone III?...La leva dell’Inghilterra è l’Austria. Bisogna spezzarla e si spezza soltanto cacciandola dall’Italia. Con la Francia sarebbe tutta l’Italia…. Raggiunta la pace dovrebbe poi farsi una Lega delle tre Italie: la Superiore dal Piemonte alle coste dell’Istria e della Dalmazia con le Bocche di Cattaro sotto il re Sabaudo. La Inferiore…” (Arrigo Petacco, Il Regno del Nord, Mondadori 2009).

Ma è quasi certo che Cavour non abbia mostrato all’imperatore francese quel documento. Se nel 1859 raccomanderà all’amico pesarese Terenzio Mamiani, in piena seconda guerra d’indipendenza, di non parlare ufficialmente di Istria e di Dalmazia per non spaventare troppo Napoleone III, già pentito del suo aiuto per l’estendersi delle annessioni sabaude all’Italia centrale.
In effetti la flotta franco-piemontese aveva occupato l’isola di Lussino, festeggiata dalla popolazione con festoni tricolori italiani. Ma era chiaro che per Napoleone un regno sabaudo limitato al nord andava benissimo come alleato, perché gli sarebbe rimasto subordinato come ai tempi del grande avo. E sarebbe andata bene anche la Dalmazia, con le basi dalmate e istriane e la Via Napoleonica aperta da Marmont tra le scogliere dinariche. Ma un nuovo stato che occupasse tutta la penisola al centro del Mediterraneo diventava al contrario una minaccia per le ambizioni francesi di dominarlo. Ed entrava in gioco l’interesse opposto dell’Inghilterra di sostituire una grande Italia all’impero austriaco, proprio per mantenere l’egemonia su quel mare.

Sulla questione adriatica Cavour tornerà poco prima di morire, confidando ai suoi amici dopo l’unificazione: «…Garibaldi vuole andare a Roma e a Venezia, e ci voglio andare anch’io. Nessuno ha più fretta di me…Quanto all’Istria e al Tirolo, è un’altra cosa. Toccherà a un’altra generazione. Noi abbiamo fatto abbastanza. Abbiamo fatto l’Italia». (Marina Cattaruzza, L’Italia e il confine orientale, Il Mulino 2007)
La travolgente impresa dei Mille, architettata da Garibaldi con il consenso espresso ma nascosto del re Vittorio Emanuele II, scavalcando Cavour, porrà infatti nuovi problemi alla diplomazia piemontese. Perché l’appoggio inglese nella conquista del Sud turba gli equilibri mediterranei.
Per altro verso, dopo l’armistizio di Villafranca, non si può spaventare troppo l’Austria sull’Adriatico, per non tentarla di mandare le sue truppe – come sempre aveva fatto – a difendere lo Stato Pontificio, prendendo alle spalle l’esercito sardo che nel settembre 1860 lo aveva invaso scendendo lungo l’Adriatico per incontrarsi con Garibaldi. Suprema spregiudicatezza dopo lo schiaffo di Villafranca: usare i due grandi alleati uno contro l’altro. A brigante brigante e mezzo. Se Napoleone III gli aveva negato il Veneto Cavour si prende il Regno delle Due Sicilie, alla cui conquista si era inizialmente opposto!
Tra i liberali moderati le ambizioni territoriali verso oriente sono viste del resto con imbarazzo e come velleità fantapolitiche.

Massimo D’Azeglio, già Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri piemontese nel 1849, in uno scritto da Pisa del 15 gennaio 1861, difende a spada tratta l’armistizio di Villafranca e il conseguente Trattato di Zurigo e se la prende con le impazienze dei repubblicani.
“L’opposizione repubblicana – scrive con sferzante ironia – ha risuscitato un’antica malizia che risale alla mitologia greca e si ritrova poi nelle novelle e nei romanzi cavallereschi. Euristeo impose ad Ercole le XII fatiche. I re del ciclo d’Arturo e della Tavola Rotonda propongono a’ pretendenti delle loro figliole imprese impossibili, col pensiero che vi trovino la morte; e la demagogia dominante a Napoli (appena liberata da Garibaldi e acquisita al regno sabaudo) presentava al conte Cavour il modesto programma di spianare Verona, Mantova, Legnago e Peschiera, liberar Venezia a primavera, il Tirolo, Trieste, la Dalmazia, ecc. Occupare Roma mandandone altrove il papa ed i francesi, e coronar l’opera coronando Vittorio Emanuele in Campidoglio! A questo prezzo Vittorio Emanuele poteva sperare nella loro approvazione. Se no, no!”

Nel 1866 Cavour non c’è più. E la prudenza del nuovo Regno d’Italia è ancora maggiore. L’alleato questa volta è la Prussia, decisa a togliere agli Asburgo l’egemonia sulla Confederazione Germanica. Ma di questa Confederazione fanno parte integrante Trieste, Gorizia, il Trentino e la Contea di Pisino. Garibaldi tenta lo stesso. Entra in Trentino, ma deve rinunciare al progettato sbarco in Dalmazia, che della Confederazione Germanica non fa parte, a seguito della sconfitta di Persano a Lissa.
Nelle pubblicistica croata è ancora viva la convinzione che l’Italia in quell’anno volesse prendersi la Dalmazia e celebra Lissa come una vittoria sua, schierandosi chiaramente con la causa degli Asburgo e respingendo ogni afflato risorgimentale di indipendenza.
Ma le memorie di Garibaldi sui suoi progetti devono essere oggetto di riflessione “…era intenzione nelle alte sfere, per non metter tanti volontari insieme, di dividerli in due e lasciarne la metà nell’Italia meridionale, con certi pretesti divulgati per mascherar la magagna… Qui io devo fare giustizia al re: sino dai primi momenti - vi si legge infatti – in cui si comunicava la sua intenzione di propormi al comando dei volontari…egli mi partecipava l’idea di gettarci sulle coste dalmate per cui mi sarei inteso con l’ammiraglio Persano, e si disse che tale determinazione fu assolutamente combattuta dai suoi generali, e in particolare dal generale Lamarmora.
La risoluzione di spingerci verso l’Adriatico mi piacque talmente ch’io ne feci fare a Vittorio Emanuele i miei complimenti per il concetto proficuo e grandioso. Era veramente troppo bello il concetto, perché potesse capere in certi cervelli del Consiglio Aulico italiano, ed io presto potei persuadermi che il trattenere cinque reggimenti di volontari ad ostro, altro non era che diffidenza…

Che magnifico orizzonte si presentava all’oriente per noi! Sulle coste dalmate con trentamila uomini, v’era proprio da sconvolgere la monarchia austriaca, quanti elementi simpatici ed amici trovavamo noi in quella parte dell’Europa orientale, dalla Grecia all’Ungaria! Tutte popolazioni bellicose, nemiche dell’Austria e della Turchia e che poca spinta abbisognano per sollevarle contro i loro dominatori…”
Mazzini nell’agosto 1866, sdegnato per l’esito della guerra, ribadiva i diritti dell’Italia su tutta quella che poi sarà la Venezia Giulia, giungendo a dire che era “nostra anche la Postoina e la Carsia sottosposta amministrativamente a Lubiana.” Quindi non si preoccupava della composizione etnica del territorio, dando valore al dato orografico del “confine naturale”. (M.Cattaruzza, op.cit.). Non è rivendicazione da poco. Ma non nomina la Dalmazia.
Il Vate genovese sviluppava così il suo pensiero: “L’Impero Turco e l’Austria sono irrevocabilmente condannati a perire. La vita internazionale d’Italia deve tendere ad accelerarne la morte. E l’elsa del ferro che deve ucciderli sta in mano agli slavi.
Suonata dai popoli sommossi l’ora suprema la costa occidentale dell’Adriatico diventerebbe la nostra base d’operazione per ajuti efficaci ai nuovi alleati. Le nostre navi da guerra riscatteranno l’onore violato della bandiera conquistando agli slavi del Montenegro lo sbocco del quale abbisognano, le Bocche di Cattaro, e agli slavi della Dalmazia le città principali della costa orientale. Lissa, chiamata giustamente da altri la Malta dell’Adriatico e campo di una nostra immeritata disfatta che importa per l’onore del navilio di cancellare, rimarrebbe stazione italiana.”
Fu in quell’estate del 1866, tra incertezze, paure e progetti ambiziosi, che si consumò il nostro destino di dalmati italiani. La mala sorte di Lissa ne fu la conclusione.

Il 3° periodo (1866-1915) si può definire di rinuncia ufficiale e fermento culturale.
Da un lato abbiamo da parte dei governi di Firenze e di Roma l’abbandono di qualsiasi rivendicazione non solo sulla Dalmazia, ma anche sul Trentino, Trieste e l’Istria. Dall’ altro un movimento, minoritario sul piano numerico, ma molto attivo sul piano culturale, operava al contrario.
Se nel 1869 già si mandava in Dalmazia la nave “Monzambano” per ricognizioni nautiche e in segno di amicizia, per poi averne la bella sorpresa di Sebenico (con una ventina di marinai feriti dai nazionalisti croati), paradossalmente con l’ascesa al potere della Sinistra Storica l’atteggiamento di riavvicinamento all’Austria prenderà corpo con un’azione diplomatica coerente e rigorosa, per lo meno in superficie.
Depretis, divenuto premier nel 1876, chiamava le aspirazioni su Trento e Trieste “de vieux cancans”, non rinunciando ai francesismi della classe dirigente piemontese. Fu il suo governo a stipulare la Triplice Alleanza nel 1882.
Da quel momento le autorità governative italiane non fecero che ostacolare e perseguitare anche penalmente i sostenitori di un “compimento” del Risorgimento.

Il fallito attentato di Oberdan e la sua impiccagione nel dicembre di quello stesso anno furono occasione per tutta la sinistra radicale e repubblicana, rimasta fedele agli ideali originari, di aspre critiche al governo Depretis e poi a quello di Francesco Crispi, che proseguiva nella linea del predecessore.
Nelle commemorazioni di Oberdan i disordini di piazza, specie a Roma, ma anche a Udine e altrove, furono repressi con durezza. I Circoli Oberdan, sorti soprattutto nell’Italia centrale, che nel 1887 erano 47, vennero sciolti definitivamente da Crispi nel 1890.
In quell’anno il ministro delle Finanze, il raguseo Sismit-Doda, fu obbligato alle dimissioni per aver partecipato ad Udine a un banchetto dagli accenti irredentisti.
In questo periodo i fuorusciti dalmati, come gli istriani e i triestini - rifugiatisi nel Regno per essere stati espulsi dalle pubbliche amministrazioni austro-ungariche o comunque impediti a svolgere le loro attività professionali per le loro posizioni filo-italiane - venivano tenuti d’occhio dalle regia polizia, in stretta collaborazione con la polizia e i “servizi” austriaci. Questi ultimi sottolineavano il carattere sovversivo e antimonarchico di ogni manifestazione irredentista, come l’inaugurazione della tomba a Dante a Ravenna, cui dalmati, giuliani e trentini recarono l’olio per la lampada votiva.

Nonostante queste segnalazioni fossero in netto contrasto con le manifestazioni di cordoglio che si ebbero nei territori austro-italiani e anche in Dalmazia per l’assassinio di Umberto I. Accuse quindi in parte vere, in parte inventate per carpire la fiducia degli organi di polizia italiani.
Cos’era successo intanto sul piano culturale? L’ascesa al potere di Depretis, dopo l’accordo “trasformista” in parlamento, spaccò la sinistra italiana. Uomini che avevano combattuto con Garibaldi nelle stesse battaglie si trovarono uno contro l’altro. E l’irredentismo nacque proprio dallo scontento della sinistra radicale e repubblicana di fronte alla politica filo-austriaca e filo-tedesca dei governi Depretis e Crispi.

Il primo a usare il termine di “terre irredente” fu Matteo Renato Imbriani in un convegno a Napoli nel 1877, da cui nacque l’”Associazione per l’Italia Irredenta”. Ad essa aderirono personalità come Garibaldi, Avezzana, Saffi, Bovio, Cairoli, Cavallotti. La definizione ebbe successo e a questo successo concorsero gli esuli trentini, giuliani e dalmati nelle città italiane. Nella propaganda irredentista non sempre appare la Dalmazia, tanto che “i dalmati si sentono quasi sempre dimenticati se non esclusi” (Attilio Tamaro, voce “Irredentismo” nell’Enciclopedia Italiana, 1933).
Ma sia la loro presenza nelle associazioni che la diffondono, sia l’indeterminatezza degli eventuali confini orientali fece sì tale movimento finisse per comprendere anche la Dalmazia. Alla Dalmazia in particolare dedicherà la sua attenzione uno storico friulano poco conosciuto, Giuseppe Marcotti, cogliendo appieno nel 1885, il processo di declino dell’italianità dalmatica con la progressiva presa di coscienza di un’identità nazionale croata (“giovane nazione ricca di cupidigie e di audacia”), che si diffonde proprio tra i croati di Dalmazia, abbandonando il lealismo asburgico per abbracciare la causa di un’unione iugoslava, dopo i successi serbi nelle guerre balcaniche (L.Monzali, op. cit.)

Interessante a questo punto è constatare come l’atteggiamento del governo di Roma fece “pendant” con quello di Vienna, prospettando agli italiani d’Austria, come unica speranza di salvezza dall’egemonia slava, il lealismo verso gli Asburgo nel quadro dell’autonomismo, mettendo in sordina le velleità di unirsi allo stato italiano. Espliciti sono gli inviti del Console a Trieste Durando e dell’ambasciatore Nigra a Vienna, tramite il suo collaboratore, il diplomatico Avarna (Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia - Le Lettere, 2004). Le rivendicazioni adriatiche – argomentavano – avrebbero messo contro l’Italia tutti gli slavi del sud, saldando una parte di essi, croati e sloveni, alla monarchia austriaca.
Fu questa poi la linea seguita dai leader autonomisti dalmati, come Luigi Lapenna e a Zara il podestà Niccolò Trigari. Ciò non impedirà alla polizia imperial-regia di definire gli appartenenti al partito autonomista “partitanti italiani”.
La strategia dei governi italiani si ricollega anche a un’altra prospettiva geo-politica che si dimostrerà altrettanto fallimentare. L’idea – promossa tra i primi da Cesare Balbo – era di dirottare le tendenze imperialiste della monarchia danubiana verso il sud dei Balcani fino all’Egeo, dopo l’accordo austro-magiaro del 1867, per ottenere compensi territoriali nel Nord-Est italiano.
Ma questa idea mostrava la corda, perché da un lato ignorava le aspirazioni all’indipendenza dei Serbi e dei Bulgari e di compimento dell’unità nazionale della Grecia (i cui confini “naturali” arrivavano al Bosforo e all’Asia Minore), dall’altro se poteva aiutare per il Trentino peggiorava le prospettive italiane in Adriatico, giacché i territori eventualmente conquistati nell’hinterland balcanico avrebbero aumentato le necessità di sbocchi sull’Adriatico assai più di quanto ne avesse l’Austria-Ungheria nel 1867.

Pur tuttavia nel 1883, con una contraddizione tipicamente italiana, Crispi, mentre condannava pubblicamente l’irredentismo e scioglieva il Comitato romano pro Trento e Trieste, decise di sovvenzionare riservatamente le organizzazioni di difesa dell’italianità nei territori irredenti, Dalmazia compresa.
Dall’ispirazione irredentista erano nate infatti prima la “Pro Patria” e poi la Società Dante Alighieri, su iniziativa dei triestini Felice e Giacomo Venezian, con lo scopo di difendere la presenza italiana un po’ ovunque fuori dai confini del Regno, ma soprattutto nei territori austro-italiani.
La stessa politica di sovvenzioni occulte fu poi estesa alla Lega Nazionale, che fu fondamentale nel difendere le scuole italiane in Istria e soprattutto in Dalmazia, mano a mano che le autorità austriache le venivano sopprimendo sul finire dell’Ottocento nelle città dalmate dove esistevano, da Arbe a Traù, a Cattaro, a Curzola, a Lesina.
Col passare degli anni infatti fu sempre più evidente che la pressione slovena e croata su tutto il litorale dell’Impero, da Gorizia alle Bocche, aveva l’appoggio dichiarato delle autorità governative. La caduta della giunta autonomista di Baiamonti a Spalato nel 1882, sotto la minaccia della flotta imperiale, non era che un esempio.
In Italia tali eventi alimentavano la crescita di sentimenti anti-austriaci nella pubblica opinione, come già era avvenuto con la conquista austriaca della Bosnia-Erzegovina nel 1878, risvegliando la pretesa di “compensi” alla frontiera orientale. Così avvenne con l’insurrezione di Pirano nel 1894 contro la progettata introduzione del bilinguismo italo-sloveno, che infatti fu respinta per la ferma opposizione dei piranesi e di tutti gli italiani dell’Istria. Così gli incidenti di Trieste nel 1898 dopo l’uccisione a Ginevra dell’imperatrice Elisabetta da parte di un anarchico italiano o gli scontri tra studenti italiani e tedeschi all’università di Innsbruck nel 1904, cui avevano partecipato studenti dalmati.

I poeti più noti dell’epoca sposarono la causa adriatica. Giosuè Carducci dedicò a Trieste e all’Istria una delle “Odi barbare” (1877 – 1889): “Molosso ringhia, o antiche versi italici…’Quando?’ fremono i giovani che videro pur ieri da San Giusto ridere glauco l’Adria. Oh al bel mar di Trieste…volate di San Giusto sopra i romani ruderi! Salutate nel Golfo Giustinopoli, gemma dell’Istria, e il verde porto e il leon di Muggia; salutate il divin riso dell’Adria fin dove a Pola i templi ostenta a Roma e a Cesare!.. Poi…in faccia allo stranier che armato accampasi sul nostro suolo, cantate: Italia, Italia, Italia!”
D’Annunzio nel 1895, nel suo viaggio verso la Grecia con Fenoglio, toccava per la prima volta le coste istriane e dalmate, restandone affascinato per sempre. A Capodistria dedicò una delle più delicate poesie dell’Alcione, “La Loggia”: “Settembre, il tuo minor fratello Aprile/ fioriva le vestigia di San Marco/ a Capodistria, quando navigammo/ il patrio mare che Trieste addenta/ con i forti moli/ per tenace amore./ Capodistria, succiso adriaco fiore!/…S’ode nell’ombra quella parlatura/ che ricorda Rialto e Cannaregio./ Una colomba tuba sul bel fregio.” Ma già nomina la Dalmazia nel sonetto a Gubbio: “Agobbio, quell’artiere di Dalmazia/ che asil di Muse il bel monte d’Urbino/ fece, l’asprezza sua dell’Appennino/ guerreggiato temprò con la sua grazia”(Elettra, 1907)
Non c’è ancora il fervore epico dei “Tre salmi per i nostri morti” del 2 novembre 1915 (“Mie tutte le città del mio linguaggio, tutte le rive delle mie vestigia…Ma in Zara è la forza del mio cuore,su la Porta Marina sta la mia fede/ in Santa Anastasia arde il mio voto… Ruggi, o città, coi tuoi leoni! A te darò la stella mattutina. A te verrò e di sotto alla tavola del tuo altare trarrò i tuoi stendardi. Li spiegherò nel vento di Levante…”). o nel Cantico per l’Ottava della Vittoria del novembre 1918 (“E Zara è la prima, Zara nostra, rocca di fede…O Sebenico beata, che hai gli occhi più profondi…O Traù, mia dolce donna, tu che sei tra le donne dalmate la più dorata1…”)
Ma era già un segno che uno degli intellettuali più in vista della cultura italiana ed europea dell’epoca rivolgesse a questo tema il suo interesse estetico.
Per quello che può valere anche le guide turistiche italiane respiravano lo stesso clima se l’editore Treves dedicava una guida del 1881 a “Venezia e il Veneto – Trento-Trieste –Istria”.

Complessivamente tuttavia il movimento irredentista tradizionale, di ispirazione mazziniana e democratica, segnala sul piano politico un lento declino a cavallo tra i due secoli e si affaccerà così una sua versione più aggressiva, dai toni fortemente nazionalisti, come in Ruggero Timeus.
Sta di fatto che nel 1907 il ministro degli esteri italiano Tittoni, faceva sue con soddisfazione la parole del governatore austriaco di Trieste Hohenlohe, che ‘”l’irredentismo era morto”. Lo ripeté anche il ministro San Giuliano nel 1910.
Singolare affermazione se proprio in quegli anni si verificò la svolta irredentista del Corriere della Sera, il più autorevole quotidiano italiano, con le corrispondenze di Luigi Barzini che denunciavano il disagio della popolazione italiana delle province austriache.
Ma anche Slataper affermava con amarezza che “l’irredentismo, nella storia dell’Italia unita, rappresentava più uno stato d’animo che un fattore dotato di concreta efficacia politica” (M.Cattaruzza, op.cit.)
Pochi anni dopo sarà smentito dai fatti, e da lui stesso, che lascerà la vita sul Podgora nel 1916, presso a quel Carso che amava e cui aveva dedicato la sua prosa migliore.

E siamo giunti al 4° periodo (1915-1947), quello dell’esaltazione emotiva e della drammatizzazione, che in drammi e tragedie si concluderà.
In questa fase l’irredentismo riprende vita confluendo nel vasto movimento interventista, probabilmente minoritario nel paese e limitato ai ceti borghesi e intellettuali, ma rappresentato da forze molto vivaci sul piano culturale, ma anche economico. A questo punto la Dalmazia diventa un fattore essenziale della “questione adriatica”.
Non credo molto nella teoria del “complotto massonico” per distruggere la cattolicissima Austria. Se ci fosse stato avrebbero dovuto capirlo per primi a Vienna, evitando di cadere nella trappola di Sarajevo. Certo è che i fervori patriottici delle piazze italiane furono strumentalizzati da quanti avevano interesse a un intervento dell’Italia a fianco dell’Intesa.
E la Dalmazia diventò nodo di contrasti e oggetto insieme delle trattative bilaterali e multilaterali di Roma con Vienna, Berlino, Parigi, Londra e San Pietroburgo.

A leggere il carteggio diplomatico di quei primi mesi frenetici del 1915 ci si rende conto che le concessioni di Vienna erano veramente poca cosa. E non il “parecchio” di cui parlava Giolitti. Il massimo cui si giunse alla vigilia della denuncia della Triplice furono il Trentino e la Destra dell’Isonzo. Non Gorizia, non Trieste, né l’Istria. Figuriamoci la Dalmazia!
Veniva anche alla luce in quelle incertezze un conflitto costante nella cultura politica italiana, tra il richiamo delle concezioni liberali occidentali, rappresentate dalla Francia e dai paesi anglosassoni, e l’attrazione verso le correnti filosofiche e giuridiche dell’idealismo tedesco.
Se sul piano mediatico nel congresso a Roma della “Trento e Trieste” il 29 marzo del 1915 Enrico Corradini auspicava la liberazione del Trentino, dell’Istria e della Dalmazia, sul piano diplomatico le manovre italiane non erano meno esplicite ed audaci.

Il 4 marzo l’ambasciatore a Londra Imperiali dettava le condizioni dell’Italia per entrare in guerra con l’Intesa: il Trentino fino al Brennero, Trieste e l’Istria fino a Volosca, la Dalmazia tra Fiume (da dare alla Croazia!) e la Narenta con tutte le isole a nord e ad est, Valona e Saseno in Albania, il Dodecanneso (già occupato nel’ 1911), compensi in Africa e in Turchia (Adalia e il territorio circostante). Le Bocche di Cattaro potevano andare al Montenegro, per conquistarne l’appoggio o per un favore alla Regina Elena.
Il 20 marzo il ministro degli esteri inglese Edward Grey rimetteva al marchese Imperiali un memorandum nel quale si osservava che “la domanda italiana della Dalmazia e la pretesa delle isole del Quarnaro lasciavano alla Serbia opportunità e condizioni molto ristrette per il suo accesso al mare e rimaneva divisa nelle sue province iugoslave, che avevano con ragione guardato alla guerra come a quella che avrebbe assicurato loro le legittime aspirazioni di espansione e di sviluppo di cui erano state fino allora private”.
Il 29 marzo Imperiali consegna a Grey un nuovo memorandum in cui le richieste italiane sul confine meridionale della Dalmazia erano più ridotte. Ma avvertì che di più non si poteva rinunciare.
Il 2 aprile in uno dialogo tra Sonnino e il ministro degli esteri austriaco Stephan Burian da parte italiana esce una proposta di creare uno stato autonomo e indipendente che comprenda l’Isontino con Gorizia, il Trentino e l’Istria settentrionale. Le isole della Dalmazia centrale all’Italia (Curzola, Lesina, Lissa, Lagosta, Meleda e Pelagosa). La proposta viene respinta.
Il 26 aprile 1915 Imperiali raggiunge l’accordo (Patto di Londra) con l’inglese Grey, il francese Cambon e il russo Benchendorff: all’Italia tutti i territori al di qua della crinale alpina delle Giulie, la Dalmazia fino a Capo Planca con tutte le isole a nord e ad est della costa dalmatica; alla Croazia, Serbia e Montenegro il Litorale ungherese con Fiume, la “Costa croata” con Novi e Carlopago, e le isole di Veglia e Arbe e il resto della Dalmazia da Traù alle Bocche di Cattaro.
Il 3 maggio l’Italia denuncia il trattato con l’Austra-Ungheria e la Germania.
Il 5 maggio D’Annunzio pronuncia il famoso discorso di Quarto. Significativo l’atteggiamento di Vittorio Emanuele III. Ordina alle autorità civili e militari di non presenziare alla manifestazione, ma invia un telegramma di incoraggiamento invocando l’unità della patria e il compimento dell’opera iniziata dal suo Grande Avo e dal “Duce dei Mille” fino all’”Alpe d’Oriente”. Loda poi “i fuoriusciti di Trieste e dell’ Istria, gli esuli dell’Adriatico e dell’Alpe di Trento, i più fieri e candidi, che diedero alle capanne costrutte i nomi delle terre asservite, come ad augurarne e ad annunziarne il riscatto”. Non nomina quindi esplicitamente la Dalmazia, ma inserisce tra i fuoriusciti gli esuli dell’Adriatico e tra le “capanne” che gli organizzatori avevano costruito a Quarto c’erano anche quelle intitolate alle città e isole dalmate.

Nelle manifestazioni dei giorni che precedettero il 24 maggio, il “Maggio radioso” – come fu chiamato – le folle nelle piazze invocavano tutti i territori d’oltre Adriatico, dentro e fuori il Patto di Londra.
Tra gli organizzatori c’erano tanti dalmati rifugiatisi nella Penisola, come i futuri senatori Antonio Tacconi e Roberto Ghiglianovich, perseguitati dalle autorità austro-ungariche per il loro aperto irredentismo.
L’intervento divise tutte le forze politiche e le correnti di pensiero. Nella stampa furono a favore il Corriere della Sera, di cui era stato direttore lo zaratino Arturo Colautti, Il Popolo d’Italia, L’Idea Nazionale, L’idea Democratica. Contro Il Giornale d’Italia, la Nuova Antologia, La Tribuna, La Stampa, L’Avanti, L’Avvenire, l’Osservatore Romano e l’Unità Cattolica.
Se gli organi ufficiali e le direzioni del partito socialista e dei sindacati si dichiararono neutralisti, una larga frangia dei loro iscritti erano tra i più animosi interventisti, come Bissolati, Mussolini, De Ambris e tutti i socialisti delle regioni irredente come Battisti e Sauro.

Tra i cattolici si schierò per l’intervento Don Luigi Sturzo, il futuro fondatore del Partito Popolare e durante il conflitto numerose associazioni cattoliche incoraggiarono i loro iscritti al volontariato in armi e alla difesa “della Patria”, specie dopo la disfatta di Caporetto. Le gerarchie furono generalmente molto distaccate se non ostili.
Nel movimento interventista si trovarono così insieme sia la destra nazionalista di Federzoni e di Timeus/Fauro, sia la sinistra radicale, repubblicana e “democratica”, sia parte del mondo cattolico e socialista, come una parte di liberali moderati. Si sostiene che fosse un movimento minoritario. Ma come misurarlo in un’epoca di scarsa alfabetizzazione e partecipazione popolare alla vita politica?
Fu un periodo di grande esaltazione, non mitigata dall’esperienza tragica delle prime battaglie sul fronte occidentale e su quello orientale, che avevano rivelato quanto fosse diventato micidiale, in termini di vite umane, il nuovo armamento degli eserciti.

Drammatico fu l’incontro tra Giolitti e Salandra, presidente del consiglio dimessosi e confermato nel giro di pochi giorni, a casa di quest’ultimo il 9 maggio 1915. Giolitti confermò la sua opinione che “la guerra sia un grave pericolo date le condizioni del Paese e possa trasformarsi in un danno anche riuscendo vittoriosa”.
Ben 350 deputati e 100 senatori lasciarono il loro biglietto da visita sul tavolo di Giolitti per dimostrare al loro solidarietà. Votarono però la fiducia al Governo Salandra, che sapevano interventista. La dichiarazione di guerra tuttavia fu iniziativa del re senza consultare il parlamento, come del resto gli consentiva lo Statuto Albertino.
Nel mondo intellettuale i pareri erano discordanti. All’interno della rivista fiorentina “La Voce”, cui avevano collaborato Slataper, Giani Stuparich e altri irredenti, Papini si schierò per l’intervento, mentre nettamente contrario era Angelo Vivante che negava i diritti dell’Italia sulla stessa Trieste.

Salvemini fu tra gli interventisti. L’Italia non poteva – nella sua acuta analisi - rinunciare al compimento dell’unificazione senza rinnegare il Risorgimento, e quindi la fonte stessa dell’indipendenza nazionale (M.Cattaruzza, op. cit.). Ma espresse chiaramente la sua contrarietà alle pretese sulla Dalmazia. “Pretendere tutta o quasi la Dalmazia è rendere impossibile il compromesso, è spingere tutti gli Slavi del Sud a fare massa con l’Austria contro l’Italia”. Richiamandosi al pensiero mazziniano vagheggiava una confederazione tra Carinzia, Croazia, Dalmazia, Bosnia, Montenegro, Serbia e Bulgaria, per arginare l’imperialismo tedesco verso l’Europa balcanica e danubiana, che le nostre eccessive rivendicazioni territoriali finivano per favorire.
Ma nell’interventismo confluivano – com’è noto – correnti vitalistiche di pensiero, come Papini o Marinetti, che vedevano nella guerra in quanto tale un fattore di rigenerazione di un’Italietta imbolsita e governata da un moderatismo che comprimeva le energie vitali della nazione.
I dubbi sulla Dalmazia si evidenziano anche nelle posizioni irredentiste. Se nel comitato interventista costituitosi a Roma nel settembre 1914 troviamo con Salvatore Barzilai, Albino Zenatti, Ettore Tolomei, Ruggero Timeus anche il traurino Antonio Cippico, aperto quindi alle rivendicazioni più estese, nel memoriale “I confini naturali d’Italia”, che Tullio Mayer e il chersino Francesco Salata consegnano a Sidney Sonnino, nel marzo 1915 si esprimeva l’opportunità di annettere anche Fiume, mentre quella di parte della costa dalmata avrebbe dovuto prospettarsi solo qualora alla fine della guerra l’Austria fosse rimasta padrona dell’Adriatico orientale.
A tale linea finì per aderire anche lo stesso ministro Sonnino. Chiara fu quindi la contrapposizione tra chi, come gli esuli dalmati e giuliani, vedevano il nemico principale nell’espansionismo slavo, e chi invece lo individuava nella monarchia asburgica.

In piena guerra, nel gennaio del ’18, si costituì a Milano la Democrazia Sociale Irredenta, alla quale appartenevano Ernesto Sestan, Giovanni Semich e Dante Lipman, di ispirazione democratico-socialista, nei cui obiettivi si rinunciava alla Dalmazia, in cambio di Fiume e della sola Zara. Era la prima volta che la sorte della capitale della Dalmazia veniva distinta dal resto della regione, in forza del suo mantenuto carattere italiano. (Cattaruzza, ibidem).
Occorre tener conto che, secondo valutazioni attendibili, gli esuli dai territori irredenti erano già oltre 40.000 nel 1914, arrivando ad oltre 80.000 all’entrata in guerra dell’Italia. Se i primi appartenevano per lo più alle classi sociali più elevate, perseguitate in qualche modo dalle autorità imperiali, i secondi, autentici profughi, venivano anche dalle classi più umili, identificandosi spesso con la categoria dei “regnicoli”, cioè di quanti pur vivendo nei territori austriaci da generazioni avevano mantenuto la cittadinanza italiana (carbonai, paroni di barche, quadri industriali, piccoli commercianti, ecc., provenienti in Dalmazia da famiglie di origine friulana, marchigiana, romagnola, pugliese, ecc. ). E come profughi furono trattati in “campi di raccolta” in tutto il Regno (Relazione parlamentare sui territori irredenti). Ammontavano a circa 60.000, in condizioni non sempre ottimali.
Tra gli esuli dalmati più influenti furono certamente Ghiglianovich, Cippico, Tacconi, Alessandro Dudan e altri. Luigi Ziliotto rimase a Zara come podestà e fu internato dall’Austria, come Natale Krekich, nel maggio 1915 con l’intera giunta appartenente al partito autonomista. Era tra quei 50.000 giuliano-dalmati e trentini dei campi di internamento tra Stiria, Boemia, Ungheria, ecc.

Date queste premesse, le incertezze sulla sorte della Dalmazia si rinnovarono alla fine del conflitto. L’opinione pubblica italiana si divideva tra chi voleva mantenute almeno le promesse del Patto di Londra, chi voleva di più, Fiume e la Dalmazia sotto Capo Planca, chi voleva rinunciarvi del tutto per non inimicarsi serbi e croati, chi prospettava “stati liberi”, come fu poi per Fiume nel Trattato di Rapallo del novembre 1920.
Non occorre che ricordi a voi la passione patriottica delle nostre città, da Arbe a Cattaro, e degli sforzi profusi a Roma, a Parigi, a Londra, a Washington dai nostri dirigenti, esuli e liberati dall’internamento austriaco. Il Senato ne ha riconosciuto il valore dedicando a Roberto Ghiglianovich un busto nei corridoi d’onore di Palazzo Madama. Altrettanto cerchiamo di raggiungere per Luigi Ziliotto, nominato senatore alla fine del conflitto.
Né tanto meno l’impresa fiumana iniziata nel settembre del 1919, cui Zara, Sebenico, Spalato, Traù. Curzola, Veglia parteciparono “con trepidazione”, come si diceva allora, ma anche con un contributo di sangue.
In quella breve stagione anche in Italia le manifestazioni popolari in favore dell’annessione della Dalmazia e di Fiume, più o meno spontanee (come tutte le manifestazioni di piazza), furono frequenti e quasi oceaniche, anche con esiti drammatici, come a Roma il 24 maggio del 1920.

Se c’era chi le appoggiava con fervore, c’era ovviamente chi le osteggiava o derideva (“Dalmata non è un’origine geografica, ma una professione”).
Come i giornali nazionali così i partiti politici rappresentati in parlamento avevano atteggiamenti diversi. Se i socialisti intendevano limitare le nostre pretese prendendo atto della nascita di un nuovo stato che univa gli Slavi del Sud e quindi dell’inopportunità di negare ad esso i naturali sbocchi sull’Adriatico, i liberal-nazionali, presenti nel governo, tendevano a confermare il Patto di Londra almeno per quanto riguardava il crinale delle Giulie, rinunciando alla Dalmazia eccetto Zara, come poi avvenne a Rapallo. Si riaffacciava inoltre nella nostra diplomazia l’idea di chiedere compensi a tale rinuncia sul piano coloniale. Il risultato fu la cessione all’Italia di un triangolino settentrionale del Kenia con Chisimaio, da unire alla Somalia italiana. Oggi è teatro di scontri cruenti tra milizie islamiste e governative, appoggiate da Nairobi e Addis Abeba.
Fu così che negli scontenti si creò il mito della “Vittoria mutilata”, espressione dannunziana che ebbe il consueto risultato dirompente delle sue invenzioni letterarie. Non è qui il caso di affrontare il dibattuto problema di quanto questo mito abbia influito sulla nascita e la vittoria politica del fascismo.

Certo non fu un fattore non indifferente del suo consenso. Ma le radici del fenomeno vanno ricercate altrove, come ha rivelato con coraggio Renzo De Felice: nella profonda crisi dei partiti democratici e liberali tradizionali, nelle divisioni tra socialisti riformisti, massimalisti e comunisti, con i disordini che ne seguivano e la criminalità politica montante nelle formazioni estremiste, nel ritardo dei cattolici politicamente organizzati, che non sapevano ancora avvalersi del conquistato suffragio universale del 1911; non ultimo nella crisi economica determinata dai debiti di guerra, dalla fine delle commesse militari, dalla smobilitazione delle forze armate. I disordini di piazza con morti e feriti non riguardavano solo la Venezia Giulia, ma tutte le regioni italiane, dalle Puglie al Piemonte.
Anche il quegli anni del primo dopoguerra gli intellettuali italiani si divisero sul problema della c.d. “Terza Sponda”. Per fare solo un esempio Piero Gobetti si dichiarava nel 1918 nettamente contrario all’unione della Dalmazia al Regno, in base alla considerazione realistica che per acquisire al territorio nazionale 40.000 italiani si finiva per comprendervi centinaia di migliaia di slavi.
A livello di pubblica opinione tuttavia l’entusiasmo per i “fratelli di Dalmazia” era notevole, anche tra i ceti popolari, più per un sentimento patriottico scaturito dai sacrifici della guerra che per una vera conoscenza della situazione e delle sue problematiche. Fu in quegli anni che l’odonomastica delle città italiane si arricchì di Vie Zara, Piazze Fiume, Lungomari Spalato.

Dopo la soluzione della questione fiumana del 1924 l’entusiasmo si placò, trasformandosi da un lato in soddisfazione dei ceti politici per il problema che si erano tolto dai piedi, dall’altro in protesta covata per la “vittoria mutilata”, utilissima nei comizi e nei discorsi commemorativi.
Intanto la sorte dei dalmati italiani fuori di Zara è quella che conoscete. Conservando la cittadinanza italiana, come fecero i più, perdevano però ogni diritto politico, divenendo estranei e irrilevanti nella vita pubblica delle loro città. Perdendola finivano gradualmente con la generazione successiva in una lenta ma inesorabile slavizzazione.
Dopo le violenze anti-italiane degli anni 1918-1920 anche questa condizione di inferiorità civile indusse almeno diecimila italiani autoctoni ad abbandonare la Dalmazia. Fra essi ricordiamo un Giovanni Soglian, poi provveditore agli studi di Spalato nel 1941-43, un Vincenzo Fasolo, architetto e urbanista tra i più noti tra il Venti e il Cinquanta del Novecento, un Lallich, pittore della scuola romana, un Manlio Cace, anch’egli rientrato a Sebenico nel 1941, i Lubin, i Mazzoni e i Nutrizio di Traù, i Missoni di Ragusa e molti altri, che lasceranno la vita nella II guerra mondiale per l’italianità della loro terra.

Ma come ci vedevano in quegli anni del ventennio fascista gli altri italiani?
Zara era meta di gite scolastiche e del Dopolavoro, i cui gitanti domenicali se ne incantavano per la sua “grazia veneta”. Militari e funzionari, insegnanti e impiegati che vi arrivavano dalla Penisola si sentivano un po’ spaesati all’inizio, in una condizione psicologica non dissimile da chi andava in colonia o in Sardegna… Molti cercavano di andarsene al più presto in sedi meno esotiche. Altri si affezionavano alla città, ne assorbivano lo spirito di gaiezza spensierata e di appassionato patriottismo. Diventavano più zaratini dei zaratini.
Nei campi sportivi italiani ci si stupiva di anti cognomi slavi, tedeschi, ungheresi che portavano allori olimpionici alle squadre italiane.
Nei primi anni qualche comitiva di squadristi dell’opposta sponda venivano a Zara a impartire lezioni di italianità alla minoranza croata e serba. Tornavano con le pive nel sacco perché i loro metodi non piacevano ai giovani di Zara, fascisti o no che fossero. Per noi dalmati italiani suonavano offesa. Sta di fatto che a Zara nelle elezioni del 1924 non fu il PNF a vincere, ma una lista liberal-nazionale di centro.
Nella storiografia giuliana si parla di un “fascismo di frontiera”. Nella Zara italiana non so questa espressione quanto abbia riscontro nella realtà. Posizioni estremiste si ritroveranno a Spalato nel 1941-43 in una condizione di forte inferiorità numerica dell’elemento italiano e di un terrorismo comunista cittadino che a Zara non aveva spazio.
Sul piano diplomatico la Convenzione di Nettuno del 1925 sistemò le ultime questioni transfrontaliere, soprattutto a Fiume e a Zara, con la creazione intorno alla piccola ènclave zaratina di tre zone, ove era consentito lo spostamento di merci e persone, così da non troncare i rapporti vitali tra la città, il suo retroterra e le isole dell’arcipelago.
E’ evidente che il regime fascista cercò di mitigare l’isolamento della nostra città con l’introduzione del porto franco e alcune opere pubbliche, che rientravano nella politica generale del partito sul piano dell’educazione dei giovani e della sanità. Gli imprenditori zaratini seppero trarre profitto da tali provvidenze dando alla città venti anni di benessere.

Tuttavia il problema della Dalmazia e le non spente aspirazioni dei dalmati italiani di riaprire la questione dei confini restò una pietra d’inciampo nei rapporti italo-iugoslavi, che il governo di Roma cercava di superare nel quadro della più vasta politica verso l’area danubiana e i Balcani.
Il patto Ciano- Stojadinović del 1937, con la rinuncia ad ogni aspirazione territoriale italiana, creò non poche apprensioni sia nella Venezia Giulia che a Zara, così come il discorso di Mussolini in Piazza dell’Unità a Trieste del settembre 1938 in cui, dopo aver annunciato insieme le leggi razziali e l’avvicinamento alla Yugoslavia, si sentì di dover dire: “Non abbiate qualche volta l’impressione che Roma, perché distante, sia lontana. No. Roma è qui…”
Il colpo di stato a Belgrado del marzo 1941, l’invasione della Iugoslavia da parte dell’Asse il 6 aprile fece cambiare nuovamente i toni. Tutte le rivendicazioni furono rimesse in campo (“da Arbe fino a Spizza”) e più vibrante si fece la propaganda del regime con l’annessione all’Italia nella primavera del 1941 delle nuove province dalmate di Spalato e Cattaro e l’allargamento a Sebenico e Tenin della provincia di Zara.
Ricordiamo però che nei nuovi territori annessi i quadri dell’amministrazione iugoslava restarono in gran parte al loro posto e il serbo-croato rimase lingua ufficiale in un bilinguismo simile a quello dell’epoca austriaca. Le cooperative ad esempio di chiamavano “zadrughe” con l’indicazione bilingue o trilingue, in caratteri cirillici, se il comune era abitato anche da serbi.
Ciononostante l’annessione, per i gravissimi problemi creati dalla feroce guerriglia incrociata insorta su tutto l’hinterland dalmato, rafforzò nella maggior parte degli italiani l’opinione che la nostra regione fosse un groviglio di inesauribili guai.

L’8 settembre confermò come gran parte dei militari italiani si sentisse in Dalmazia come in terra straniera, quando gettando fucili e giberne gridavano di voler “tornare in Italia”, tra lo sgomento della nostra gente, che si sentì tradita. Rinnegavano così l’eroismo dei loro commilitoni caduti con onore, dalmati compresi, per difenderci dalle minacce nemiche.
Gli eventi successivi, la crisi tra gli Alleati e Tito nella “corsa per Trieste” condannò la Dalmazia all’abbandono più totale.
De Gasperi farà alla conferenza di Parigi un ultimo tentativo, per salvare Zara, proponendo uno Stato Libero che comprendesse Fiume, Zara e le isole di Cherso e Lussino. Si vide quanto queste proposte fossero fuori della storia, dato che la debolezza dell’Italia non le consentì nel 1947 di difendere nemmeno Trieste.
Questo non vuol dire che la stampa dell’Italia divisa tra Nord e Sud non si interessasse alla tragedia di Zara, quasi distrutta dai bombardamenti e al nostro esodo. Ma il governo di Roma, sotto tutela alleata, nulla poté fare se non mandare nell’estate del 1945 le navi dell’ancora Regia Marina a raccogliere i profughi dalmati che si erano rifugiati a Lussino.

Il 5° periodo e quello dell’oblio e della censura politica, la damnatio memoriae. Anche questo lo avete vissuto di persona. E’ stato come se Zara non fosse mai stata italiana e che parlare della Dalmazia fosse soltanto propaganda neo-fascista. Le nostre città e le nostre isole diventarono nella stampa, nell’editoria, nei dèpliant turistici Krk, Rab, Pag, Zadar, Sibenik, Trogir, ecc.
A nessuno interessò che l’80% della popolazione zaratina avesse optato per la cittadinanza italiana e che dopo il Memorandum di Londra del 1954 un’ultima ondata di zaratini italiani scegliesse la strada dell’esodo, quando furono abolite le ultime scuole nella nostra lingua e divenne quindi chiara la volontà di sradicare ogni traccia della nostra presenza.
Bisogna riconoscere che da parte della Chiesa cattolica qualche rispetto per la nostra vicenda non cessò mai, come avvenne nei rari incontri dei rappresentanti della Diaspora giuliano-dalmata con i Papi. Questa attenzione era dovuta anche alla presenza in Italia di tanti sacerdoti esuli, come il nostro vescovo Mons. Munzani, don Scutarich, Mons. Duca, don Luigi Stefani, Mons. Lovrovich, Padre Flaminio Rocchi, e alle persecuzioni che i cattolici tutti subivano da parte del regime comunista di Tito.
Quanto abbiamo sofferto nell’immediato dopoguerra, soprattutto le famiglie ricoverate per anni nei campi-profughi, dall’ostracismo politico che la militanza comunista italiana mise in essere con ostinata pervicacia, anche con episodi di violenza, lo sappiamo solo noi.

Il 6° periodo, che possiamo chiamare di un risveglio dell’attenzione sul piano storiografico e sentimentale, è quello che va dal 1991 ad oggi.
Il triste e lungo quarantennio di silenzio è cessato infatti quando la cruenta dissoluzione della Federazione Iugoslava mostrò al mondo quanto fosse effimera quella costruzione politica, quanto fosse oppressivo ed economicamente sballato il vantato “modello iugoslavo”, di quali efferatezze fossero capaci le contrapposte fazioni.
Si aprì allora una breccia nella pubblica opinione del paese che le nostre associazioni hanno saputo intelligentemente allargare, riportando alla luce della memoria nazionale la nostra vicenda di giuliano-dalmati. In questa riscoperta storica, cui concorsero scrittori e giornalisti di ogni tendenza politica, anche la Dalmazia tornò ad affacciarsi all’attenzione della nazione.
Molto contribuirono le parole dei Presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Fu Ciampi in un messaggio di Capodanno ad affermare che “i nomi di Fiume, di Pola e di Zara sono nel cuore di tutti gli italiani”.
Erano decenni che non sentivamo qualcosa del genere.
Le leggi approvate dal parlamento, quasi all’unanimità, nei primi anni del 2000 confermarono questa attenzione con l’introduzione del Giorno del Ricordo delle Foibe e dell’Esodo, la tutela del patrimonio storico e culturale degli Italiani dell’Adriatico Orientale, la normativa sull’Anagrafe di noi esuli e sull’acquisto agevolato delle case popolari, furono il segno tangibile, seppure modesto, di questo ritorno alla superficie del fiume carsico della nostra storia e della nostra cultura.
E ancora, onestamente, ci è difficile capire perché noi sia mai stata ufficializzata la concessione della medaglia d’oro alla nostra città.
La Regione Veneto, come altre regioni della Penisola, ha voluto emanare leggi a protezione della nostra tradizione culturale, per non fare precipitare nell’oblio secoli di vita italiana della nostra Dalmazia.

Oggi, guardando all’avvenire – come ho accennato un anno fa e come stiamo già facendo – il nostro obiettivo si è fatto ancora più ambizioso: riconquistare l’attenzione della cultura e dell’opinione pubblica croate nel riconoscere l’esistenza di una radicata presenza italiana lungo la costa dalmata.
E’ un compito nobilissimo perché non vuole riaprire antiche ferite reciproche, ma ricostruire una memoria che non disconosca a priori il carattere plurinazionale della nostra terra.
L’obiettività delle nostre posizioni, la rinuncia a rivendicazioni territoriali (ancora così vive tra i paesi della ex-Iugoslavia tra Slovenia e Croazia, Croazia e Bosnia, Bosnia e Serbia), il riconoscimento del carattere minoritario dell’italianità dalmata di fronte ad una innegabile maggioranza croata della popolazione, secondo l’insegnamento di quel grande dalmata e italiano che fu Niccolò Tommaseo, devono servire a vincere le tendenze negazioniste dell’estremismo nazionalista croato e del nostalgismo comunista titino.
Anche l’affermazione dell’autoctonia della presenza latina e italiana in Dalmazia, al di là della “colonizzazione veneziana” dal XIV secolo al 1796, deve essere da noi suffragata con serietà storiografica e documentaria, pronti anche ad accettare quello che la propaganda nazionalista italiana voleva ignorare.
La verità trionfa sempre. E non dobbiamo avere paura di proclamarla a testa alta. Quando si sa stare nei limiti della realtà è la realtà stessa a darci ragione. E nessuno ci potrà smentire.

Lucio Toth

 

622 - Il Resto del Carlino Ancona 28/09/12 Senigallia: Dalmati, il raduno riempe gli hotel
ANCONA
ALCUNE CENTINAIA GLI ARRIVI PER IL CONVEGNO E NON E’ SOLO TURISMO
Dalmati, il raduno riempe gli hotel
SENIGALLIA - LE PRESENZE turistiche le­gate ai raduni nazionali conti­nuano a movimentare la fine del mese. Merito dell’associa­zione “Dalmati italiani nel mondo-Libero comune di Za­ra in esilio”, fondata nel 1963 e con sede a Padova. Il presi­dente, Franco Luxardo - del­la famiglia dei produttori del liquore maraschino - che è su­bentrato allo stilista Ottavio Missoni (presidente onora­rio) ed il consiglio direttivo hanno deciso infatti di ritor­nare a Senigallia. Qui domani e domenica con il patrocinio del Comune si terrà il 590 Ra­duno nazionale dei Dalmati; saranno presenti alcune centi­naia di ‘esuli’ provenienti
dall’Italia ed all’estero.
Per i Dalmati, un ritorno in città dopo alcuni anni. Quanti per l'esattezza?
«Una decina più o meno» pre­cisa il responsabile dell’orga­nizzazione, Giorgio Varisco. «Anzi, dal 2004 quando pro­prio a Senigallia premiammo il presidente della camera, Gianfranco Fini ».
Quanti saranno i parteci­panti al raduno?
«Siamo sull’ ordine delle tre­cento persone, tra gli esuli ita­liani e quanti arriveranno dall’estero».
Come mai la scelta è cadu­ta su Senigallia?
«Perché siamo particolarmen­te legati alla città; prima di tutto perché c’è il mare ed è un posto gradevole, poi per­ché siamo sempre stati accolti molto bene dall’Amministra­zione comunale. Non ultimo il fatto che siamo riusciti an­che ad ottenere particolari condizioni dagli alberghi».
Quanti ne avete prenota­ti?
«Sono quattro ed in pra­tica sono stati tutti riempiti da noi».
Quale lo scopo dell'associazione?
«Riunisce e rappresenta i dal­mati italiani che durante e do­po la fine del secondo conflit­to mondiale furono costretti ad abbandonare la terra nata­le per salvare l’identità e la vi­ta di fronte alle persecuzioni nazionaliste jugoslave. La fi­nalità è discutere coi rappre­sentanti del governo proble­matiche come cittadinanza, previdenza ed assistenza, gli errori sui documenti anagrafi­ci degli esuli, ma anche e so­prattutto un equo indennizzo per i beni abbandonati e la re­stituzione dei beni italiani na­zionalizzati che fossero anco­ra nella disponibilità dei go­verni di Croazia e di Slove­nia».

 

623 – CDM Arcipelago Adriatico 03/10/2012 - Riaperto tavolo di lavoro tra Esuli e Ministero degli Esteri
Riaperto tavolo di lavoro tra Esuli e Ministero degli Esteri
Si è svolta oggi a Roma alla Farnesina una riunione al vertice per FederEsuli (Renzo Codarin, Lucio Toth, Lorenzo Rovis, Giorgio Varisco, Franco Luxardo, Guido Brazzoduro), Libero Comune di Pola (Argeo Benco), Unione degli Istriani (Massimiliano Lacota e Enrico Neami) e Coordinamento Adriatico (Giuseppe de Vergottini), allo stesso tavolo con gli Ambasciatori Luigi Mattiolo, direttore generale per l’Europa, Michele Baiano, Francesco Saverio De Luigi, Alessandro Pignatti.

Il MAE ha colto le istanze degli interlocutori sottolineando l’importanza di una continuità nel lavoro fin qui svolto dalle associazioni grazie al supporto di un finanziamento mirato. Questa è stata infatti l’occasione per affrontare i vari temi di massima urgenza per le associazioni degli esuli istriani-fiumani e dalmati che si sono soffermati sui temi “storici” quali la restituzione dei beni nazionalizzati dopo la seconda guerra mondiale in Croazia dalla quale si attende una soluzione equa del contenzioso riguardante la Legge di denazionalizzazione.
In particolare la sentenza della Corte costituzionale del 2010 che impone di adeguare le norme che di fatto discriminano il diritto dei cittadini nati in quelle terre, ora stranieri rispetto agli attuali. Ai rappresentanti del Governo italiano è stata illustrata l’attività svolta anche nella salvaguardia delle tombe nei luoghi di provenienza degli esuli, con particolare cenno alla ripresa dell’attività della Commissione mista croata e italiana con Onor Caduti per la riesumazione e recupero delle salme di esecuzioni sommarie dell’immediato dopoguerra, vedi il caso del Sen. Gigante in quel di Castua. E’ stato affrontato anche il tema del rinnovo della Legge 72 che ha contribuito in modo significativo, con varie proroghe, allo sviluppo dell’attività delle Associazioni degli Esuli.

Tra le questioni ancora sensibili tra Italia e Slovenia, la necessità di assicurare alle opere restaurate ed esposte a Trieste nel 2005 alla mostra intitolata Histria, una degna collocazione, a disposizione dei visitatori e degli studiosi in terra italiana, così come fermamente ribadito durante gli incontri tra i Presidenti.
E sempre nello spirito di Trieste e Pola l’auspicio che il Governo croato faccia proprio l’atteggiamento del Capo di Stato Ivo Josipovic nei confronti delle richieste di esuli e minoranza italiana in quelle terre. Il tutto al fine di assicurare un armonico sviluppo del territorio così come fortemente auspicato e richiesto durante gli importanti incontri.
Su tutte le tematiche affrontate, gli alti rappresentanti di Governo hanno dichiarato la propria disponibilità a continuare il dialogo per una soluzione adeguata delle questioni poste in evidenza. (rtg)

 

624 - Il Piccolo 28/09/12 La Lettera del giorno - Il Museo della civiltà istriana, una mistificazione storica
Il Museo della civiltà istriana, una mistificazione storica
LA LETTERA DEL GIORNO Rispondo brevemente alla segnalazione del signor Enzo Paolo Sevieri sul Piccolo del 23 settembre, che mi chiede quali “svarioni o falsità” storiche abbia io riscontrato nelle mostre ospitate dal locale “Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata”. Mi spiego: già nella sua denominazione il “museo della civiltà istriana fiumana e dalmata” di Trieste, è inesatto. Non esiste una “civiltà istriana, fiumana e dalmata”, non più di quanto esista una “civiltà carsolina, bisiacca e basso friulana”, e si potrebbe continuare così. Preciso che non ho nulla in contrario, anzi, alla creazione di musei etnografici (come quello di Servola e la Casa carsica di Repentabor), che mantengono intatto il ricordo di come si viveva nei tempi andati. Ma da qui a parlare di “civiltà”, servolana o carsica, ce ne corre. Ma il problema di fondo, nella denominazione del Museo suddetto è che in realtà nelle esposizioni non si parla dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia nella loro integrità etnica e storica, ma si parla esclusivamente della presenza italofona in quei territori, come se l’Istria, Fiume e la Dalmazia non fossero state storicamente popolate anche (e in maggioranza) da altre etnie (Sloveni, Croati e Istrorumeni in quanto autoctoni, e ricordiamo che Fiume è una città forse ancora più cosmopolita di Trieste), fattore che rappresenta la ricchezza della cultura di queste terre, però di questa ricchezza non si fa parola nel Museo. Ed in effetti questo, più che uno “svarione” mi sembra una “mistificazione”. Segnalo in questa sede, per motivi di spazio, solo le cose più evidenti: l’esposizione di soli manifesti jugoslavi, considerati “anti-italiani” e non dei manifesti fascisti nei quali, ad esempio, gli “squadristi di Dignano” imponevano l’obbligo di parlare esclusivamente italiano; l’orribile (parlo sia dal punto di vista artistico che da quello comunicativo) quadro dal titolo “Druže l’infoibatore”, rappresentazione razzista dello stereotipo dello “slavo” identificato come violento e criminale; il lunghissimo elenco di presunti “infoibati” posto a circondare una “simulazione” di foiba, con il quale si continuano a reiterare anche nomi di persone che non sono state “infoibate”, mantenendo viva così la falsificazione storica del concetto di “infoibamento”, dove vengono considerati “infoibati” (cioè, letteralmente, uccisi mediante precipitazione in un abisso) tutti coloro che in qualsivoglia modo sono morti, presumibilmente per mano partigiana durante il conflitto o dell’autorità jugoslava dopo la fine delle ostilità, nonostante sia storicamente dimostrato che tale concetto è del tutto errato e fuorviante, e non rende giustizia neppure alle vittime. Chiudo parafrasando Elio Vittorini nella sua nota polemica con Palmiro Togliatti: questa non è cultura, è propaganda.
Claudia Cernigoi

 

625 - Il Piccolo 02/10/12 L'Intervento - La civiltà istriana ha 2000 anni Per questo merita il Museo
La civiltà istriana ha 2000 anni Per questo merita il Museo

l’intervento
di RENZO DE’ VIDOVICH*

Se la lettera di Claudia Cernigoi, pubblicata sul Piccolo del 27 settembre, aveva l’intento provocatorio di compattare tutte le componenti che fanno parte dell’Irci e che sono talvolta in disaccordo, come risulta da alcuni scritti pubblicati di recente anche dal giornale, posso dire che è riuscita nell’intento. Scrivo, infatti, da Senigallia (dal 59° Raduno nazionale dei dalmati), e non descrivo la reazione di molti amici provenienti da tutto il mondo che hanno letto il Piccolo, fatto circolare dai dalmati triestini, registrando un’unanime condanna.
Con la massima serenità ritengo di poter rispondere alle molte affermazioni inesatte della Cernigoi e, nello specifico:
1) Perché è stato scelto per il nostro Museo il termine “civiltà” e non “cultura”? Si è dibattuto, molti anni fa, sul nome da dare al museo, e le opinioni oscillavano tra la parola “cultura”, che sembrava più modesta e attuale, e quella linguisticamente più corretta di “civiltà”. È stato decisivo l’intervento, a mio mezzo, del professor Aldo Duro, non tanto in veste di zaratino quanto in quella di massimo conoscitore della semantica, di direttore dell’Enciclopedia italiana Treccani e di autore dell’apprezzato Dizionario della lingua italiana, che ha dissipato ogni dubbio: l’espressione “cultura”, che nella lingua tedesca comprende un po’ tutte le espressioni in cui si articola la vita di un popolo, non ha uguale significato nella lingua italiana. La cultura si limita a includere le espressioni letterarie, filosofiche e artistiche di un popolo ma esclude musica, folclore, gastronomia, usi, costumi e quant’altro rientra, invece, nel concetto più altisonante ma corretto di civiltà.
2) Quando nel Museo si documentano le stragi dei “druzi”, non si fa riferimento - come tentò di fare Tito e alcuni suoi epigoni locali - all’intero popolo jugoslavo, ma solo ai comunisti jugoslavi, perché la parola “druzi” significa “compagni” e si riferisce, dunque, solo ed esclusivamente ai comunisti e non agli altri cittadini jugoslavi che furono, al pari degli italiani, vittime della ferocia scatenata da questa ideologia non solo in Istria, Fiume e Dalmazia ma anche nel resto dell’ex Jugoslavia. Ritengo, anzi, che le nuove Repubbliche di Slovenia e di Croazia abbiano fatto bene a prendere le distanze dalle stragi comuniste jugoslave di Tito, com’e dimostrato dal fatto che collaborano sinceramente al ritrovamento e all’individuazione delle salme italiane, ma anche croate, slovene, bosniache, serbe eccetera.
3) È corretto parlare, quando si fa riferimento alle stragi del 1943-1945, di foibe. Hanno destato lugubre ilarità alcune affermazioni di noti assassini che protestavano: “non ho infoibato Tizio e Caio, li ho strangolati!”. È vero che non tutte le morti delle persone assassinate prima ma soprattutto dopo la guerra dai comunisti jugoslavi di Tito (per determinare e accelerare l’esodo degli italiani) non sono avvenute attraverso l’infoibamento. Ad esempio, nella Dalmazia sono state rinvenute poche foibe e la maggioranza della gente è stata annegata in mare, gettata da una rupe, strangolata, accoltellata, impiccata, fucilata, sgozzata, fatta sparire o uccisa in altri modi barbari. Si è usata, come avviene da sempre, la pars pro toto e quindi queste vittime si chiamano “infoibati”, senza dover ogni volta specificare o catalogare il modo con il quale siano stati eliminati.
Quanto ho scritto riguarda tutti gli esuli ma - mi si consenta di rivendicare con il legittimo orgoglio di italiano - che la componente italiana della Dalmazia vanta una civiltà di duemila anni, che ha dato a Roma un imperatore come Diocleziano e altri 32 imperatori meno noti, alla Chiesa numerosi uomini come San Girolamo, traduttore delle sacre scritture, tuttora fondamento della messa cattolica ma anche di quella ortodossa, e due papi, San Caio e Giovanni IV, che la Chiesa cattolica attribuisce alla nazione dalmata, letterati come Niccolò Tommaseo (autore del primo Dizionario della lingua italiana), Francesco Fortunio (autore della prima Grammatica italiana), Gianfrancesco Biondi (autore del primo romanzo della lingua italiana), Ruggiero Boscovich che misurò per primo la distanza tra la Terra e la Luna, Benedetto de’ Cotrugli, inventore della partita doppia... E faccio grazia ai lettori degli altri 3500 nominativi di dalmati illustri che ho appena finito di elencare e qualificare in un libro che sarà in distribuzione a breve. Basterebbe questo per giustificare la parola “civiltà”, anche nel senso improprio della Cernigoi, senza contare dell’altrettanto grande tradizione di uomini illustri dell’Istria e di Fiume.
* Componente del Cda dell’Irci

 

626 - La Voce del Popolo 06/10/12 E & R - Fiumani a Roma per il 50.esimo Raduno
Esuli e Rimasti on line
a cura di Roberto Palisca
L'augurio è che il prossimo incontro, in programma agli inizi di settembre, si svolga sotto la Tore
Fiumani a Roma per il 50.esimo Raduno
Ha preso il via ieri, a Roma, il 50.esimo Raduno dei fiumani organizzato dal Libero Comune in esilio con la collaborazione del Comitato provinciale di Roma dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e della Società di Studi Fiumani.
Come dichiarato dal massimo rappresentante dell’associazione, Guido Brazzoduro, alla vigilia dell’incontro, “la volontà e la speranza è di festeggiare degnamente l’importante ricorrenza che giunge così, dopo Montegrotto e San Vito a Fiume, all’ultima fase dell’anno giubilare”.
Brazzoduro si è anche augurato di poter celebrare questo 50.esimo Raduno il più numerosi possibile, sperando che la sede possa favorire specialmente coloro che, per la distanza, in passato non sono riusciti a partecipare agli incontri annui, e quanti, per motivi di età e salute, erano rimasti forzatamente assenti ai precedenti appuntamenti.
“Confido che si possa comunque ricordare, discutere, proporre iniziative valide per ciascuno e soprattutto per la nostra collettività: se è vero che le file si assottigliano, è anche vero che le possiamo rinforzare coinvolgendo figli e nipoti con qualcosa che li faccia sentire con orgoglio discendenti dei ‘fiumani patochi’. Pertanto largo ai giovani che vogliono raccogliere il testimone per dare continuità al nostro impegno, anche per realizzare qualche nuovo progetto che abbiamo lanciato” - ha dichiarato Brazzoduro.
Articolato in tre giorni, il Raduno ha avuto inizio ieri con l’omaggio all’Altare della Patria, in presenza delle autorità di Roma capitale. È seguita una visita guidata al Palazzo Senatorio, in piazza del Campidoglio, sede di rappresentanza del Comune di Roma. Nel pomeriggio, nella sala convegni dell’albergo “American Palace EUR”, si è riunito il Consiglio comunale, mentre alle 17.30, aperta dal sindaco del Libero Comune, Guido Brazzoduro, si è svolta la seduta dell’Assemblea cittadina, alla quale erano presenti pure la presidente della Comunità degli Italiani
di Fiume, Agnese Superina e la preside della SMSI di Fiume, Ingrid Sever.
Oggi in mattinata è in programma una visita al Quartiere Giuliano-Dalmata. Alle ore 10 si sosterà dinanzi al Monumento di Largo Vittime delle foibe istriane. Quindi, alle ore 11, nella sala dell’hotel “American Palace EUR” si svolgerà una tavola rotonda dedicata al tema “II contributo dei fiumani e dei giuliano-dalmati all’Europa di oggi. Cosa è stato fatto e cosa resta da fare”. A quest’incontro è stata annunciata pure la presenza dei senatori Carlo Giovanardi e Maurizio Gasparri.
Alle ore 16.15 una rappresentanza degli esuli renderà omaggio al cippo dei Caduti giuliano dalmati di tutte le guerre, posto all’angolo di via Laurentina e via Cippico, nel Villaggio Giuliano Dalmata. Dopo la cerimonia nella chiesa di San Marco Evangelista si terrà una Santa Messa, al termine della quale sarà organizzata una visita alla sede dell’Archivio Museo storico di Fiume e della Società di Studi Fiumani. La serata conclusiva del Raduno si trascorrerà in allegria in albergo. Domenica 7 ottobre alle ore 10 sarà allestita una rassegna editoriale a cura della prof.ssa Laura Calci.
L’augurio è che il prossimo Raduno, in programma agli inizi di settembre, si svolga a Fiume, come auspicato già diverse volte dai vertici della Comunità degli Italiani di Palazzo Modello, e durante il tradizionale incontro con la delegazione degli Esuli fiumani di quest’anno anche dal sindaco di Fiume Vojko Obersnel. L’evento potrebbe aver luogo agli inizi di settembre del 2013

 

627 - Il Piccolo 30/09/12 A Sanvincenti un progetto di ristrutturazione a firma triestina
Arte, musica e teatro nell’antico borgo


A Sanvincenti un progetto di ristrutturazione a firma triestina


TRIESTE Sanvincenti, in Istria a un centinaio di chilometri da Trieste, è un bellissimo e pittoresco paese che da qualche anno l'Associazione Collivium Savicenta cerca di rivalorizzare attraverso l'arte, la fotografia, la musica, il teatro (di recente Gli amanti di Sanvincenti è andato in scena a Trieste per la regia di Gualtiero Giorgini) e l'architettura. Il tutto grazie anche all'interesse e all'aiuto di molti artisti triestini, sloveni e croati trattandosi di un progetto al quale possono aderire tutti. Si è svolta così ieri la terza edizione dell'Hist(o)ria Slam, che l'associazione organizza nel contesto del castello in origine di proprietà delle famiglie veneziane Morosini e Grimani e nella torre recentemente ristrutturata. Torre dove si è tenuta l'esibizione di numerosi artisti tra cui Tea Bicic, Ðanino Božic, Petar Brajnovic, Paolo Cervi Kervischer, Mira Licen Krmpotic, Robert Pauletta, Barbara Stefani, Ani Tretjak, Kruno Vrgoc, Martina Žerjal. La mostra è frutto di un workshop pittorico tenutosi l'anno scorso dopo un intensa settimana di lavori in residence.
Le architette Dana Khrlanko e Barbara Fornasir hanno presentato il progetto di ristrutturazione delle case dell'Associazione e a seguire è stata presentata la mostra fotografica FotosFromFriends che racchiude le fotografie di Neva Gasparo, Fabio Balbi, Mark Smith, Sasha Halambek, Simone Casetta. Il tutto è visitabile anche questa mattina, in caso di mal tempo nella loggia del municipio. L'Associazione ColliVium nasce da un'idea di Luca Schueli, Presidente dell'Assoc’associazione, e dei suoi componenti che con questo neologismo hanno voluto trasmettere in sintesi la volontà d'incontro tra lingue e culture differenti, il desiderio che si sedimentino assieme; deriva infatti da “colluvium”, il termine usato dagli Istriani per definire il sedimento, che si forma per erosione, la fertile terra rossa utilizzata per coltivare orti e vigne. Il fine è l’incontro tra le culture della tradizione istriana – latina, slava e germanica – e ogni altra, nelle differenti espressioni artistiche, ecosofiche e spirituali e lavora con artisti e ricercatori locali e internazionali, gruppi e Onlus con le stesse finalità, creando, organizzando e ospitando conferenze, simposi, mostre, spettacoli e seminari.

 

628 - La Voce del Popolo 29/09/12 E & R - Due esuli da Pola in visita a Cherso e Lussinpiccolo
Esuli e Rimasti on line

a cura di Roberto Palisca
ROBERTO STANICH E FURIO DORINI NEI LUOGHI CHE RICORDANO DALL'INFANZIA
Due esuli da Pola in visita a Cherso e Lussinpiccolo
Accompagnato dal presidente dell’Associazione “Ierimo del Filzi” di Milano, Furio Dorini, il consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio, Roberto Stanich, da tantissimo tempo anche nostro valido collaboratore, ha fatto visita nei giorni scorsi a Cherso e Lussinpiccolo. Entrambi sono esuli polesani trapiantati a Milano. Dopo il ritorno alla terra d’origine che fanno ormai con frequenza regolare, più volte all’anno, Stanich e Dorini hanno voluto fare visita anche alle isole di Cherso e Lussino, dove anche spesso soggiornavano da bambini.
Roberto Stanich non ha bisogno di presentazioni particolari, in qusta nostra rubrica. Appassionato studioso di storia, tradizioni e cultura giuliano-dalmate, collabora da anni attivamente con varie associazioni e riviste, partecipa a dibattiti e conferenze su questi temi e scrive. Tre sono i volumi di racconti in dialetto istro-veneto pubblicati finora da Roberto Stanich: “L’Imprinting dell’Istria”, “La vita xe ancora bela” e “Merlo de Graia”.
Nel corso del nostro incontro lussignano Stanich ha voluto sottolineare quelli che sono i temi che più gli stanno a cuore: il dialetto istro-veneto, e i sapori e gli odori dell’Istria. I cibi tipici sono uno di quei legami profondi che ricordano a chi è lontano dalle proprie terre d’origine le sue radici e l’identità. Piatti istriani e dalmati, come la frittata di asparagi e la jota. Lo stesso vale per gli odori: il profumo della propria casa e quello della propria terra. Il dialetto istro-veneto è poi la nostra lingua d’ambiente: un patrimonio che caratterizza un popolo. E sia per Stanich che per Dorini, rimane un patrimonio da preservare e promuovere.
Per quanto concerne invece la realtà con i rimasti, entrambi hanno rilevato che, oggi che anche la Croazia è finalmente alle porte dell’Unione Europea, bisogna guardare al presente rivolti verso il futuro. Ai rimasti il merito di essere riusciti a mantenere in vita la lingua italiana e la propria identità. Origini e radici sono quelle di tutti
Nel corso della brevissima visita chesino-lussignana, accolti dal presidente del Comitato esecutivo della Comunità degli Italiani Mariano L. Cherubini, Roberto Stanich e Furio Dorini hanno voluto vedere anche “Villa Perla”, sede della locale Comunità degli Italiani e si sono rallegrati per i grandi lavori in corso per istituire il Museo che ospiterà l’Apoxiomenos, il bronzo di Lussino.
Per la cronaca diremo che i tre sono tutti ex convittuali dei collegi per gli esuli: Roberto Stanich del “Nazario Sauro” di Trieste, Furio Dorini del “Fabio Filzi” di Gorizia e Grado e Mariano L. Cherubini del “Semente Nova” dell’Opera Figli del Popolo.

 

629 - La Stampa 05/10/12 D’Annunzio, l’Immaginifico al potere
D’Annunzio, l’Immaginifico al potere

Nel 150° della nascita, sarà celebrato l’anno prossimo al Salone del libro
Un genio innovatore con il quale dovremo tornare a fare i conti
Ernesto Ferrero
“L’unico italiano capace di fare una rivoluzione». È Gabriele d’Annunzio secondo Lenin: giudizio molto lusinghiero per lui, meno per gli italiani, maestri di trasformismi gattopardeschi ma per nulla portati alle palingenesi radicali. Lenin si riferiva all’impresa di Fiume, ma il Vate pescarese di rivoluzioni ne ha messe in atto parecchie e adesso che è alle porte il 150° della nascita (12 marzo 1863) bisognerà tornare a fare i conti con lui. Domani a «Portici di carta», a Torino, Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale, e chi scrive annunceranno le iniziative che lo ricorderanno al prossimo Salone del libro e altrove. Tra mostre, spettacoli e convegni spicca una tavola rotonda su D’Annunzio innovatore che vuole portare in luce gli aspetti che ce lo rendono così vicino.
Dell’Immaginifico per autodefinizione si è detto che incarna all’ennesima potenza i vizi nazionali: levantino, fedifrago, narciso, superficiale, melodrammatico, poseur, arcitaliano anche nell’arte di vivere al di sopra delle proprie risorse, di volersi principe del Rinascimento con i soldi altrui. Eppure l’Inimitabile (ha già deciso di esserlo a quindici anni) è stato il solo scrittore italiano che si sia imposto in Europa, osannato a Parigi, ammirato da Sarah Bernhardt e dalla Rubinstein, da Debussy e da Diaghilev, da Proust e Montesquieu. Con lui l’Italia tornava improvvisamente a essere degna dei tesori d’arte che custodiva quasi per caso. Nel 1897 Gide arrivava a dire che la letteratura italiana, data per morta quanto quella spagnola, tornava ad attrarre l’attenzione di tutta Europa.
Facendo della propria vita un’opera d’arte, D’Annunzio aveva confezionato un qualcosa che ancora non si era visto nel Paese degli ermetici e dei crepuscolari: il poeta guerriero, il letterato d’azione, il dandy al di sopra d’ogni norma e regola, il superuomo capace di stupire con effetti speciali, il maestro d’eleganze inarrivabili, la guida culturale, il sacerdote della bellezza, l’artista supremo, il nume nazionale, lo sdegnato tutore dell’ambiente e dei beni culturali contro gli scempi edilizi. Definito il «Giovanni Battista del fascismo», in realtà ne dubitava. Mussolini ne temeva il carisma, e pur di tenerlo buono e lontano si rassegnò a cospicue sovvenzioni statali. Difatti il Vate ha sognato di offrirsi agli Italiani come un’alternativa all’ex socialista figlio del fabbro di Predappio.
Una leggenda vivente, un romanzo ambulante, come ha dimostrato anche la ricca biografia di Annamaria Andreoli (Il vivere inimitabile, Mondadori). Genio della politica e della comunicazione, maestro di marketing, ipnotizzatore di folle, porta l’immaginazione verso il potere inventando la guerra come spettacolo. Il vero futurista è lui, che non si limita a stilare manifesti teorici, ma si prodiga a rischio della vita in performance mirabolanti, sfide vere: le motosiluranti della «beffa di Buccari», il volo su Vienna con un biposto fatto adattare appositamente (la sua «sedia incendiaria» poggia direttamente su un serbatoio aggiunto), la sbalorditiva impresa fiumana. Nessuno come lui intuisce cosa piace alle folle che disprezza. Sa come vendere emozioni, farsi mito vivente. Le sue trovate non sono mai banali. Il reimpiego della classicità si combina con l’uso epico delle tecnologie più avanzate. Quando nel 1931 il senatore Agnelli gli chiede se l’automobile appartenga al genere maschile o al femminile, lui, che è entrato in Fiume al volante di una sontuosa Fiat T4, non ha dubbi: ha «la grazia, la snellezza, la vivacità d’una seduttrice; ha inoltre una virtù ignota alle donne: la perfetta obbedienza».
Il post-moderno è cosa sua: sempre sul filo del Kitsch, combina stili, assembla materiali, copia e incolla, manipola, e sempre con il dono della parola folgorante, musicale e marmorea. Inventa marchi (la Rinascente, Aurum), reinventa gridi di guerra («Eia eia alalà»), scrive le didascalie per Cabiria, detta la lapide per il monumento agli alpini a Villar Perosa, verga migliaia di lettere e ognuna porta il sigillo del verbo assoluto. L’esibizionismo calcolato fa parte dello spettacolo, lo scandalo e la provocazione pagano sempre. «Angelico porco alato», è un eroe dei nostri tempi, perfetto per la società dello spettacolo che verrà, un antenato che la nostra mediocrità preferisce volgere in caricatura. Cinico edonista, cocainomane ed erotomane, teorizza l’eccesso: «Dall’ingombro carnale, come dalla bestialità indomita, come dalla turbolenza sanguigna si esalano le aure divine del mio spirito». Nel libro che Giordano Bruno Guerri sta terminando, La mia vita carnale, dedicato all’ultimo decennio, c’è una lettera del 1904 alla Duse che è un po’ una chiave di volta: «Il bisogno imperioso della vita violenta - della vita carnale, del piacere, del pericolo fisico, dell’allegrezza - mi hanno tratto lontano. E tu - che talvolta ti sei commossa fino alle lacrime dinanzi a un mio movimento istintivo come ti commuovi dinanzi alla fame di un animale o dinanzi allo sforzo d’una pianta per superare un muro triste - tu puoi farmi onta di questo bisogno?». E la Duse, magnanima: «Non ti difendere, figlio, perché io non ti accuso. Così è. Così sia».
Diceva d’essere «un capo senza partigiani, un condottiero senza seguaci, un maestro senza discepoli». Dal Vittoriale tuonava: «C’è oggi in Italia una giovinezza esplosiva e una decrepitezza ingombrante. Ci sono istituti politici più morti di una cassapanca fessa e tarlata, ma anche demagoghi che credono di aderire alla realtà e non aderiscono se non alla loro camicia sordida».

 

630 – La Voce del Popolo 03/10/12 Cultura - Dal mare istriano al Villaggio San Marco l'odissea degli esuli vista da un bambino
A CASA TARTINI VENERDÌ SI PARLA DEL LIBRO «I GATTI DI PIRANO» DI ANNA MALAVASI E MARINO PIUCA
Dal mare istriano al Villaggio San Marco l’odissea degli esuli vista da un bambino
PIRANO – Dall’antica città marinara che diede i natali al violinista e compositore Giuseppe Tartini, perla straordinaria e preziosa, alla realtà tetra dei caseggiati di un centro di raccolta per profughi allestito nei pressi dell’emiliana Carpi.
Qui, infatti, agli ebrei che dovevano essere inviati nei lager e ad altri prigionieri, si sostituirono, dopo la Seconda guerra mondiale, i giuliani e i dalmati che, lasciate le loro terre passate alla Jugoslavia di Tito, diedero vita al “Villaggio San Marco”. L’insediamento di Fossoli, infatti, dal 1955 al 1970 accolse numerose famiglie giunte dalle sponde dell’Adriatico orientale.
Una testimonianza di quei giorni è narrata nel libro “I gatti di Pirano” (Prefazione di Lorenzo Bertucelli, Presidente Fondazione ex Campo Fossoli, Aliberti editore, Reggio Emilia, 2011), di Anna Malavasi e Marino Piuca. Una storia di esuli istriani, ma rispetto alle altre finora lette viene proposta e rivissuta attraverso gli occhi di un bambino costretto a lasciare il proprio paese, gli amici, il mare, per arrivare a Fossoli, ex Polizei und Durch-gangslager (campo di polizia e di transito per oppositori politici ed ebrei).
Ma l’opera è al contempo anche un’antologia di piccoli brani letterari che affiancano, spiegano e ampliano i temi affrontati, le situazioni, i paesaggi, i sentimenti, offrendo uno spaccato di vita degli anni del dopoguerra. In quasi 300 pagine, frutto di numerose ricerche storiche sull’argomento, gli autori raccontano il percorso di alcuni tra i tanti che hanno vissuto l’esperienza dell’esodo, spesso divisi tra passato e presente, il distacco dalla terra natale, il difficile inserimento in diverse regioni d’Italia, alla ricerca di risposte razionali a tanti dubbi e domande.
”I gatti di Pirano. Dal mare istriano al campo di Fossoli” verrà presentato venerdì prossimo nella Sala delle Vedute di Casa Tartini a Pirano (ore 18). Interverranno, oltre agli autori, Kristjan Knez e Daniela Sorgo. Inoltre, al piantereno dell’edificio verrà allestita una mostra dei lavori sul tema dei gatti, realizzati durante i laboratori artistici di pittura e ceramica e dai gruppi creativi della Comunità degli Italiani “Giuseppe Tartini” (rimarrà aperta al pubblico fino a giovedì 11 ottobre 2012).
È un viaggio nella storia e nella letteratura, dunque, questo itinerario che viene proposto dalla piranese Società di studi storici e geografici e realizzato dalla CI “Giuseppe Tartini” nell’ambito del programma culturale della Comunità autogestita della nazionalità italiana di Pirano, con il contributo finanziario del Ministero dell’Istruzione, scuola, cultura e sport della Repubblica di Slovenia.
Anna Malavasi, nata a Carpi, si è laureata in Lettere classiche all’Università di Bologna. Tra gli anni Settanta e Novanta, dedicati all’insegnamento, ha scritto con gli allievi numerosi racconti storici, presenti in parte su internet (vedi Al tempo dei Bilongfri), dando vita a esperienze di scuola di scrittura ante litteram. Marino Piuca, nato a Pirano d’Istria, perito industriale, ha svolto la sua attività anche con mansioni direttive nel settore della meccanica. Si è dedicato per alcuni anni all’insegnamento. Ha scritto poesie pubblicate in mostre e periodici di Trieste. (ir)

 

631 - La Voce del Popolo 06/10/12 E & R - Ricordi di Patrizia Lucchi:
Quando a Neresine bevevamo Jugo Cockta

a cura di Roberto Palisca
Ricordi di Patrizia Lucchi
Quando a Neresine bevevamo Jugo Cockta
Dell’indomani mattina, ricordo la coda in riva per prendere i biglietti per il vaporetto, l’angoscia di mia madre che non sapeva chiedere in croato. “Tre biglietti per Cherso”, e il bigliettaio che non voleva capire l’italiano. Chissà che cosa poteva chiedere una donna con due bambine e tre valigie a un botteghino che a quell’ora vendeva esclusivamente biglietti per Cherso!?
Rivedo le lacrime di mia madre, sotto il sole cocente, la gente in coda, infastidita che mormorava parole che non capivo, e infine un signore che si impietosì e chiese per noi, “nella lingua giusta”, i tre biglietti. Dell’attraversata non ho ricordi particolari. Ho solo un’immagine del nostro arrivo a Cherso e quindi della corriera fino ad Ossero, dove ci aspettava il “Rigel” – la barca dei Lekić “Sindia” di Piazza – che faceva servizio fino a Neresine. A Neresine i rami familiari si distinguono attraverso il soprannome. Anche la mia famiglia paterna appartiene ai “Lechich”, al ramo dei “Ziezi” – in italiano “lepri” - de Biscupia”. Il nostro cognome fu cambiato in “Lucchi” durante il fascismo, in quanto il nonno, comandante dei vaporetti di linea - ovvero parastatale - fu “caldamente invitato” a farlo.

TUTTI A BORDO Il “Rigel” era una barca in legno con motore sputacchiante e uno spazio sottocoperta dove era stivato un numero eccessivo di passeggeri. Io ero rimasta fuori, compressa dalla gente imbarcata come me sopracoperta, e rimasi esterrefatta nel vedere Gigi Sigović, che poi seppi essere il calzolaio del paese, estrarre a stento dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di sigarette “VIS” completamente schiacciate. I Lekić e Gigi furono quindi i primi compaesani che conobbi prima ancora di mettere piede in paese.
Una particolarità di Neresine è quella di avere tre porti (oltre a quello grande di “Marina”, quelli in località “Frati” e “Biscupia”), tre frantoi, uno in ogni porto, e tre chiese (Frati, Duomo e Santa Maria Maddalena)
Dell’arrivo a Neresine ho ancora ben impresso lo sbarco in porto grande, ma soprattutto la corsa lungo il vialetto (che mi sembrava immenso), che da Marina porta alla piazza, e la gente che mi diceva “cori che in piaza la tua bisinona Justa la te speta”.

NONNA BISI Giunta in fondo alla strada, qualcuno mi indicò la bisnonna seduta sul lato opposto della piazza, su una panca sotto al balcone dell’attuale ufficio postale. Il forte contrasto tra il nero dell’abito e della carnagione e la testa tutta bianca mi impressionarono. Si fece così sentire la stanchezza del viaggio e con il volto rigato da lacrimoni, ritornai di corsa da mamma, prima ancora di raggiungere la nonna bisi. Cara e indimenticabile “bisi, bisirlò”, come ti chiamavamo cantilenando, che ci hai introdotto ai bagni di sole in orto, alle carote da sgranocchiare crude e alla “cobuòdniza”, che masticavi per ore perché non avevi nemmeno un dente. Per chi non lo sapesse la “cobuòdniza” è il polpo essiccato al sole e poi cotto in brodetto. Ricordo i pomeriggi a letto con te, saltandoti sulla pancia; la tua serenità, la tua dolcezza, la tua pazienza, l’orgoglio e la gioia che ostentavi per avere in paese le nipotine.
A Neresine eravamo ospiti del prozio Bortolo (fratello della nonna materna, Antonia, da noi chiamato “zio”, come chiamavamo tutti i prozii, nel rispetto delle tradizioni del paese) e di sua moglie, la prozia/zia Maria (da noi detta “zia Maria dello zio Bortolo” per distinguerla da altre “zie” con lo stesso nome.
Lo zio Bortolo faceva il falegname, la sua segheria era dietro casa. Un giorno ci portò al largo con la barchetta a remi, l’acqua era limpidissima e, nonostante la profondità, vedevamo nuotare interi branchi di pesci.
La zia Maria era nota in paese anche come “la Maria de apalto”, perché una volta la sua famiglia aveva la tabaccheria. La zia aveva ancora i sacchetti del negozio e una certa quantità di prodotti alimentari in scatola “de prima de la guera” che ogni tanto apriva e divideva con il gatto Miki: “No se buta via gnente, questa roba la dura anche un quaranta ani”. Sempre con il principio del “no se buta via niente”, la zia essiccava le foglie del tè e i fondi del caffè che riutilizzava più volte. Essiccava anche i pomodori e i fichi, posti su una moschiera che attirava sciami di vespe. Un’altra moschiera era dedicata alla carne, le uova, invece, erano conservate in un cesto.

«NINA MIA SON BARCAROLO» La casa dello zio Bortolo era dotata di cisterna con tanto di pompa per l’acqua direttamente sul lavello della cucina, era un lusso. La casa della bisnonna Justa, che viveva con lo zio Justo (suo figlio) e la zia Juba (la moglie), non aveva la cisterna, così aiutavo la bisnonna nell’andare a prendere l’acqua con il secchio al pozzo della piazza. Con lo zio Justo e la zia Juba mi piaceva andare a pesca. Lo zio aveva una bellissima voce baritonale e mentre strascinavamo il “palangar”, che è un lungo filo da pesca con attaccati centinaia di ami, ognuno con la sua esca, cantava a squarciagola “Ma la rujada la se inalza”, “Nina mia son barcarolo”, “Guarda la luna come che la camina”...
La zia portava per merenda “scombreti rosti” e una “struza de pan”, il vino si bevevo dalla “bucaleta de legno”. Pochi anni dopo Justo e Juba emigrarono in America, all’epoca credo che lui avesse circa sessantacinque anni e la zia poco meno. Ciò nonostante trovarono lavoro a New York e ritornarono a Neresine a fasi intermittenti. La casa dello zio Bortolo confinava con la casa della Leda e del Franco che avevano due figli: Boris, più piccolo di noi, ed Edna nostra coetanea. Conoscemmo Edna il secondo giorno della nostra presenza a Neresine.
Non potrò mai dimenticare quel giorno. Lei venne a casa della zia appositamente per invitarci a giocare nel suo giardino con la “pindulacia” (l’altalena), termine che faticai a capire. Edna divenne la nostra prima amichetta neresinotta. Fu lei a presentarci ad altre bambine della nostra età: Adriana, Annamaria, Lucia e sua sorella Carmen, Eva, Renza, Rita e Luciana, mentre Marina e Teresa erano più giovani di noi. Al secondo giorno di permanenza a Neresine appartiene anche un altro ricordo. Eravamo appena arrivate in piazza quando sentimmo una voce tuonante dalla parte del Duomo. Un uomo si stava precipitando giù per gli scalini gridando: “Giordanicci! Cossa ti son ti??” Era Mauro, il sempliciotto del paese, personaggio caratteristico, filo italiano. A lui era concesso di esprimere i propri sentimenti politici. Dopo di lui altre persone vennero a salutarla e a baciarla. Un incontro particolarmente toccante fu quello con Giulia, che era stata a servizio dai miei nonni materni e che adorava mia madre. L’aveva vista e fatta crescere. Abbracci e lacrime: mamma era tornata a casa.

IL RITO DELLA VISITA AI PARENTI Dopo quella prima volta, per tre anni non tornammo più. Poi prendemmo l’abitudine di andarci tutte le estati. Come arrivavamo in paese, iniziava il rito della “visita parenti”. Mamma ci accompagnava di casa in casa a salutare. Il percorso era obbligato in quanto era una grave offesa andare a trovare prima un parente meno stretto, tralasciando un parente più stretto, o, a parità di parentela, privilegiare uno meno anziano. Pertanto, se andando in una casa non trovavamo nessuno, dovevamo sospendere il giro di visite in attesa del rientro dei padroni di quella casa.
2 e continua

 

632 - Il Piccolo 02/10/12 La nuova guerra balcanica si combatte nelle scuole - I genocidi nascosti da Belgrado e Pristina
La nuova guerra balcanica si combatte nelle scuole

Gli studenti di Serbia e Kosovo si formano su libri di storia lacunosi e manipolati dove imparano che l’altra etnia è l’unica colpevole del conflitto jugoslavo

di Stefano Giantin
BELGRADO La guerra, quella combattuta con le armi, è finita da più di un decennio. Ma un altro conflitto, silenzioso ma altrettanto pericoloso, ancora si combatte nei Balcani, sui banchi di scuola della Serbia e del Kosovo. Banchi sui quali gli studenti apprendono da libri di storia che descrivono “l’altro” in modo distorto. Oppure che non ne parlano proprio, lasciando campo libero a informazioni falsate, raccolte in famiglia o attraverso i media. Il messaggio che arriva ai ragazzi, su entrambi i fronti, è che le vittime sono ogni volta i “nostri”. Gli aguzzini sempre quelli dell’altra etnia. L’allarmante scenario è stato svelato da una ricerca del “braccio kosovaro” dell’autorevole Humanitarian Law Centre (Hlc), ong fondata dall’attivista per i diritti umani Nataša Kandi„, presente in Kosovo dal ’97. Hlc che ha svolto nelle scuole nazionali una trentina di lezioni di storia della Jugoslavia e del Kosovo a ragazzi albanesi tra i 15 e i 17 anni. Tirando le somme degli incontri, «siamo arrivati alla conclusione che la conoscenza del passato è carente tra gli studenti del Kosovo, che non sanno», per esempio, «il numero reale delle vittime e delle persone scomparse durante la guerra», spiega al telefono da Priština Kreshnik Sylejmani, coordinatore del progetto. È proprio l’informazione sul numero delle vittime della guerra del ’99 il problema maggiore. Secondo le indagini dell’ong, il bilancio di vittime e scomparsi nella guerra del Kosovo, in gran parte albanesi, ammonta ad oggi a «13.500 persone di tutte le etnie». Nelle scuole alcuni ragazzi hanno invece riportato numeri che oscillano da «200mila a 250mila», altri hanno parlato solo di un migliaio.
C’è «una grande discrepanza tra quelle che stanno diventando le cifre ufficiali» e quanto insegnato agli studenti. Non bisogna sorprendersi, considerato che nei libri di testo non vengono forniti dati sulle vittime e i ragazzi «ottengono questi numeri dai genitori, dagli insegnanti delle scuole e da media non professionali e di parte», illustra Sylejmani. Anche l’immagine del “fronte opposto” è parziale. Durante le lezioni, racconta il rappresentante dell’Hlc, «abbiamo fatto ascoltare quattro registrazioni audio con storie che le vittime» della guerra in Kosovo «ci hanno raccontato». Il tutto «senza rivelare ai ragazzi né i nomi né l’etnia e neppure i luoghi dei crimini», così che gli studenti «non potessero sapere chi fosse la vittima e chi fosse l’esecutore». Poi, «abbiamo chiesto agli studenti quale pensassero fosse l’etnia delle vittime». La loro prima risposta, che erano «tutti albanesi». «Allora abbiamo spiegato che 560 serbi furono uccisi nel mese successivo alla fine del conflitto e prospettato che una delle vittime nelle registrazioni potrebbe essere non-albanese. E vari giovani hanno cambiato posizione, rispondendo che una di esse avrebbe potuto essere serba». In effetti «uno dei quattro clip audio riguardava un’anziana serba il cui figlio fu ucciso nella sua casa da albanesi in uniforme». Così, dopo lo «shock iniziale», i ragazzi hanno iniziato ad «accettare l’idea che le vittime non fanno parte di una solo etnia». E nella discussione successiva si è arrivati a capire che «non ci sono guerre pulite» e che ci sono state vittime civili da entrambe le parti.
La nobile iniziativa dell’Hlc non si fermerà alle lezioni e ai colloqui con i ragazzi. «Il nostro progetto è quello di inserire almeno un capitolo nei libri di storia che faccia i conti col passato». E, in quelli di educazione civica, una sezione che analizzi «diritti umani e giustizia di transizione». Sarà un «processo lungo» con l’obiettivo di convincere il ministero dell’Educazione di Priština ad accogliere la proposta dell’Hlc. Inserire nei manuali «i fatti», consentirà di evitare «ulteriori manipolazioni degli eventi storici». Manipolazioni che avvengono, naturalmente, anche sul fronte opposto, tra i serbi del Kosovo e in Serbia. Serbia dove, molto spesso, le «giovani generazioni non conoscono l’“altro”, usano termini impregnati d’odio quando parlano degli altri», specifica Sylejmani. Ma in questi casi diventa più difficile immaginare l’Hlc in azione. «Il ministero serbo per l’Educazione», che controlla le scuole “parallele” dei serbi kosovari, «non ci dà il permesso di fare questo tipo di lezioni», denuncia l’attivista. Lo stesso accade in Serbia. Dove alcuni studenti hanno dovuto recarsi nel quartiere generale dell’Hlc per assistere a simili lezioni. Per poter ascoltare, senza filtri, l’altra versione della storia.

LA RICERCA

I genocidi nascosti da Belgrado e Pristina

BELGRADO Un’approfondita analisi comparativa dei libri di storia scolastici in Kosovo, Albania e Serbia è stata compiuta dal ricercatore Shkelzen Gashi per l’ong “Associazione kosovara per i diritti umani e dei bambini”. Nel rapporto, pubblicato quest’anno, sono state messe a confronto le diverse “versioni della storia” del Kosovo dal 1912 al 2000. Alcuni passi significativi dell’analisi, relativi al Kosovo tra il ’98 e il ’99, spiegano che «nei manuali in Kosovo e Serbia una posizione centrale viene riservata ai soli crimini “dell’altra parte”». I libri stampati a Belgrado «forniscono solo dati sui crimini compiuti dall’Uck dopo il conflitto armato e l’ingresso della Nato in Kosovo, ma non durante». Inoltre «non menzionano un singolo albanese ucciso dalle forze serbe/jugoslave durante il conflitto». Lo stesso pattern, per le vittime serbe, viene seguito dai manuali albanesi e kosovari. Sui libri serbi, «non si registrano le deportazioni degli albanesi durante la guerra», oltre 800mila secondo l’Unhcr, mentre quelli albanesi parlano genericamente di «più di un milione» di espulsi.
Sintomatico anche il fatto che i libri pubblicati in Kosovo ricordino «solo i crimini dei serbi contro gli albanesi nel 1912, nel 1918-19, nel periodo tra le due guerre mondiali, nel 1945, nel dopoguerra e nel conflitto del 1998-99». Crimini descritti come «sanguinosi atti terroristici», «violenza nazionalistica», «genocidio contro gli albanesi», «scene orribili di squadroni barbari». Il tutto, senza quantificare gli atti criminali e senza sostanziare il «termine genocidio». Scena speculare sui manuali serbi, che parlano – per i fatti del 1915, 1941-1943, 1999-2000 -, di «attacchi di bande locali di albanesi» e di «terrorismo albanese contro i serbi». Mai menzionati gli aspetti costruttivi, «gli incontri, gli accordi e la collaborazione politica e militare tra albanesi e serbi». Molto più corretti, in confronto, i libri in uso invece in Albania, che riferiscono sì solo dei crimini serbi, ma con un linguaggio almeno più moderato. (s.g.)

 

633 – Il Piccolo 28/09/12 Un "impressionista" a Venezia Quel tratto nervoso di Guardi che ha rivoluzionato le vedute
Un “impressionista” a Venezia Quel tratto nervoso di Guardi che ha rivoluzionato le vedute

Fino al 6 gennaio al Museo Correr possono essere ammirate le sue “visioni” in un’antologia monografica ricca di centocinquanta opere, fra dipinti e disegni
esposizione
ARTE - MOSTRA
Uno sguardo approfondito e partecipe sulle diverse fasi della poliedrica attività di questo grande pittore a trecento anni dalla nascita
La terra degli avi al Buonconsiglio di Trento In occasione del terzo centenario della nascita di Francesco Guardi si apre al Castello del Buonconsiglio di Trento la mostra “Francesco Guardi nella terra degli avi. Dipinti di figura e capricci floreali” (6 ottobre - 6 gennaio 2013). In questa esposizione vengono messe in luce le origini valtellinesi del celebre vedutista veneziano. Il padre Domenico infatti era nativo della Valle di Sole. Il legame con il Trentino resterà vivo in Francesco anche per alcune committenze di carattere sacro procurate da uno zio parroco a Vigo di Ton. In particolare nella terra degli avi Francesco lavorerà col fratello Antonio. di Giovanna Pastega
VENEZIA «Spiritoso nell’inventare, sperto nell’architettura, nel contraffare i terreni, nell’espressione dell’aria e dell’orizzonte...». Così veniva definito Francesco Guardi in un catalogo del 1790. Artista raffinato quanto eclettico, tanto da cimentarsi – caso raro – in tutti i generi pittorici, può essere considerato per la sua produzione matura forse il più celebre tra i vedutisti veneziani accanto al Canaletto. La particolare interpretazione della luce e il tratto nervoso che caratterizza i suoi quadri contengono già quel germe di inquietudine che poi sarà proprio dell’arte contemporanea, tanto da farlo definire da certa critica addirittura una sorta di pre-impressionista. Alle sue straordinarie ‘visioni’ veneziane e a tutta la sua multiforme produzione pittorica è dedicata la grande mostra che domani si aprirà al pubblico e sarà visitabile sino al 6 gennaio nelle sale del Museo Correr a Venezia. Circa 150 opere tra dipinti e disegni offriranno una sorta di antologia monografica mai vista prima, uno sguardo approfondito sulle diverse fasi della poliedrica attività di questo grande pittore veneziano a 300 anni dalla nascita: dai ritratti giovanili alle celebri scene d’interno e dalle tele dedicate alle feste ufficiali della Serenissima fino alle suggestive vedute di Venezia e ai più fantasiosi capricci realizzati negli anni della maturità. La formazione di Francesco Guardi avviene all’interno di una modesta bottega a conduzione familiare dove tutti sono pittori, dal padre Domenico ai fratelli Antonio e Nicolò. Nessuno sarà in grado di raggiungere in vita, se non il successo, almeno una certa agiatezza. Francesco nell’ultima parte della vita resterà addirittura tagliato fuori dalla grande committenza, più incline ad acquistare opere di nuovo taglio neoclassico, tanto che alla morte nel 1793 il suo nome cadrà nell’oblio. La riscoperta di Guardi avverrà in Francia alla metà dell’800 assieme alla generale rivalutazione del rococò proprio grazie alle sue vedute. Il successo è improvviso quanto straordinario, tanto da sovvertire agli occhi dei critici e dei collezionisti il consolidato rapporto gerarchico nei confronti di Canaletto. Non a caso Francesco sarà il primo artista veneziano del ‘700 ad avere una propria monografia di valore scientifico. Negli anni successivi si susseguiranno i contributi storico-critici sulla sua opera e scoppieranno anche le prime grandi polemiche: è la famosa querelle guardesca che culminerà con la celebre mostra curata da Pietro Zampetti a Palazzo Grassi nel 1965, dove il dibattito sulla distinzione tra le opere eseguite da Francesco e quelle realizzate dal fratello maggiore Antonio toccherà il suo vertice. Da allora Francesco Guardi diventerà una presenza stabile nel pantheon dell’arte veneziana, coniugando al successo presso la critica quello di pubblico e tra i collezionisti, come testimoniano le recenti quotazioni raggiunte da alcuni dei suoi dipinti, quasi dei record per la pittura antica. “Guardi – racconta Alberto Craievich curatore della mostra insieme a Filippo Pedrocco – è un artista intrigante e complicato. Ogni suo quadro è diverso dagli altri quasi non fosse dipinto dalla stessa mano e la sua evoluzione artistica attraverso 81 anni di vita procede per salti, non per gradi, cambiando continuamente. Si può dire che Francesco Guardi sia molti pittori in un solo e le sue variegate esperienze lo dimostrano: fu copista, pittore di figure, ma anche di fiori. Dipinse sipari per il teatro e decorò persino mobili, fu uno straordinario paesista, un vedutista originale, un pittore sacro, un cronista di eventi pubblici, un eccezionale inventore di ‘capricci’. La sua produzione è enorme, tanto che la questione attribuzionistica è stata ed è un elemento alquanto delicato e dibattuto, non a caso è stato uno degli artisti antichi più copiati. Si può dire che Guardi è come il buon vino: migliora invecchiando. Da vecchio ha dato il meglio di sé regalando alle sue opere forse proprio in conseguenza delle difficoltà economiche e dell’emarginazione dalla grande committenza una grande libertà di espressione e di contenuti”. La mostra veneziana si annuncia nella biografia guardesca come una pietra miliare dal punto di vista scientifico al pari della celebre esposizione realizzata negli anni ’60 a Palazzo Grassi che lo rilanciò e lo fece conoscere al grande pubblico come l’artista delle vedute e dei capricci. Mai però in passato è stato visibile come in questa antologica realizzata al Correr un insieme di opere tale per quantità e qualità. Si potranno ammirare infatti alcuni dipinti mai visti prima in Italia se non in foto provenienti dai maggiori musei del mondo e da collezioni private. Percorrendo le 5 sezioni di questa mostra non si può non rimanere colpiti, affascinati, quasi sopraffatti dalla straordinaria capacità pittorica di questo artista. Osservando le sue vedute veneziane quasi spaventa la bellezza assoluta dei suoi cieli attraversati da nuvole inquiete e dai respiri del vento sull’acqua e sulle vele. Emoziona, quasi scuote nel profondo, la visione degli alberi maestosi dipinti nei Capricci quasi fossero creature capaci di raccontarci segreti terribili tra cielo e terra accanto a rovine immaginarie e piccole figure umane di passaggio. Ma soprattutto sorprende la trasparenza del colore che si dissolve fin quasi alla rarefazione della luce nelle opere più tarde che spesso rimpiccioliscono alle dimensioni di miniature. Lì si ritrova ancor più che altrove il genio di un artista che ha saputo raccontare come pochi una Venezia non solo quale era ma quale ognuno di noi che l’ha conosce e la ama ritrova nei propri pensieri. Il grande critico e storico dell’arte Carlo Giulio Argan scriveva che il paesaggio di Guardi è il preludio del paesaggio romantico. Lo si percepisce specie nelle opere dell’estrema maturità, dove lo stile personalissimo del pittore diviene sempre più libero e allusivo: le proporzioni fra i vari elementi sono liberamente alterate, la struttura prospettica diventa elastica e si deforma senza alcun aggancio alla realtà. Le figure sono semplici macchie di colore, un rapido scarabocchio bianco o un punto nero tracciato con un segno tremolante. “Francesco muore nel 1793 quando qualche idea del mondo romantico – ci spiega Filippo Pedrocco - già si è fatta avanti. Senza forzare troppo questa interpretazione direi che in Guardi c’è un qualcosa che anticipa ma non certo che risente. La sua è un evoluzione stilistica verso forme che hanno un sapore moderno, ma probabilmente più semplicemente piacevano di più sia a lui che alla committenza”. Tra i punti di forza della mostra alcuni capolavori custoditi dalla Fondazione Musei di Venezia, come le celebri scene d’interni di Ca’ Rezzonico e una selezione da poco restaurata dell’eccezionale corpus grafico del Gabinetto dei disegni e delle stampe del Museo Correr. Un’occasione unica per conoscere da vicino la straordinaria parabola artistica di uno degli ultimi grandi maestri della pittura veneta.


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