N. 847 – 13 Ottobre 2012

Sommario
634 – CDM Arcipelago Adriatico 05/10/12 - Raduno a Roma: Fiumani in Campidoglio (Rosanna Turcinovich Giuricin)
635 - La Voce del Popolo 01/10/12 Tremul: «L'asilo di Zara si farà» (rtg)
636 - Difesa Adriatica Ottobre 2012 A Gorizia il XX Congresso nazionale dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.
637 - Corriere della Sera Sette 12/10/12 Editoriale - Sulla pelle della gente (Pier Luigi Vercesi)
638 - La Voce del Popolo 12/10/12 Speciale - Marchionne, forte e sensibile come un istriano vero (Gianfranco Miksa)
639 - L' Espresso 12/10/12 Sergio ha sempre ragione (v.d.)
640 - Il Piccolo 09/10/12 Un pescatore narentano novantenne riporta "a galla" Tito (Andrea Marsanich)
641 - La Voce in più Storia e Ricerca 06/10/12 Riflessioni - Madrepatria, ritorni, annessioni... (Italo Dapiran)
642 – La Voce del Popolo 10/10/12 Cultura - Museo due palazzi sarà il cuore pulsante della cultura zaratina (pvm)
643 – La Voce del Popolo 10/10/12 Speciale - Ottavio Missoni, geniale simpatia (Helena Labus Bačić)
644 - La Voce del Popolo 06/10/12 Piemonte, l'irriducibile rovina di un paese (Mario Schiavato)
645 - Difesa Adriatica Ottobre 2012 - "Fiume", edito il numero di Gennaio-Giugno 2012
646 - Il Piccolo 12/10/12 Gorizia: Italiani e sloveni, si ricomincia dalla parola (Marco Bisiach)
647 - Corriere della Sera 12/10/12 Lettere a Sergio Romano - Alleati di Hitler in guerra spesso nazionalisti, non fascisti. (Alfredo Guarino)
648 - Corriere della Sera 09/10/12 L'Intervista - Il presidente serbo Nikolic: «L'Europa può chiederci tutto ma non di rinunciare al Kosovo» (Mara Gergolet)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

634 – CDM Arcipelago Adriatico 05/10/12 - Raduno a Roma: Fiumani in Campidoglio
Raduno a Roma: Fiumani in Campidoglio
“In Campidoglio vi dovete sentire a casa” – ad affermarlo il Sindaco di Roma Capitale, Gianni Alemanno, che questa mattina ha accolto nella Sala delle Bandiere le delegazioni dei Fiumani provenienti dalle città d’Italia e dal resto del Mondo per prendere parte alla terza cerimonia 50.esimo dal primo Raduno fiumano, che chiude le celebrazioni del 2012 dedicate a questa importante ricorrenza.

Davanti all’Altare della Patria è stato reso omaggio a tutti coloro che hanno sofferto per le foibe e l’esodo, alla presenza del Sindaco e dei Consiglieri e di un folto gruppo di fiumani che si è schierato davanti al monumento al Milite Ignoto. Un centinaio di persone hanno preso parte all’intensa mattinata di visite e discorsi ufficiali, iniziati dai Consiglieri Federico Guidi (che ha voluto svelare le sue origini fiumane) e da Andrea De Priamo che segue da anni la realtà del Quartoere giuliano-dalmato e le escursioni della Memoria a Fiume e in Istria.

Intenso l’intervento di Guido Brazzoduro che ha voluto sottolineare l’impegno ad intensificare la collaborazione con la Comunità Italiana di Fiume per consolidare un’italianità nella quale “tutti ci riconosciamo e che lì ha un futuro che ha bisogno anche della nostra presenza culturale, civile ed umana”. Concetto ripreso e confermato da Agnese Superina, presidente della CI di Fiume che aveva già avuto modo di accogliere il Sindaco Alemanno nella sede di Palazzo Modello quando la stessa Comunità aveva fatto da tramite anche del contatto con la Città di Zagabria con la presenza del suo sindaco.

Donatella Schurzel ha ricordato le iniziative con le scuole ma anche l’impegno dei giuliano-dalmati per dotarsi, grazie alla disponibilità del Comune di Roma, di un Centro Polivalente che assicuri continuità alla presenza giuliano-dalmata a Roma e in Italia con mostre permanenti, incontri, conferenze ed altri contenuti culturali di ampio respiro e notevole spessore. Per dare maggiore respiro a realtà già esistenti come la Società di Studi Fiumani e Archivio di Fiume, artefici di quest’incontro romano – grazie in particolare all’impegno di Marino Micich – Amleto Ballarini ha ricordato i primi difficili passi di qualche decennio fa di ricomposizione di una tessuto umano tra esuli e rimasti che oggi, grazie anche agli incontri annuali di San Vito e Ognissanti, rappresentano un fine raggiunto e superato, schiudendo oggi a nuove possibilità.

La mattinata è poi proseguita con la visita guidata del Campidoglio. E’ stato l’on. Guidi ad improvvisarsi splendido cicerone, aprendo porte “private” e offrendo la possibilità ai Fiumani di visitare un sito della massima importanza amministrativa ma anche di carattere storico, così come spesso succede nel cuore di Roma, di una romanità affiorante e reale che meraviglia ed affascina.
La giornata è poi continuata con la riunione del Consiglio e dell’assemblea con l’attenzione ai continui arrivi dalle più lontane regioni italiane, come la Sicilia e dal Mondo di Fiumani che hanno voluto essere presenti a questo evento d’eccezione. Attesa oggi la tavola rotonda, la messa e la visita dell’Archivio Museo di Fiume.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 


635 - La Voce del Popolo 01/10/12 Tremul: «L'asilo di Zara si farà»
Il presidente della giunta ui Lo dichiara all’incontro di Senigallia
Tremul: «L’asilo di Zara si farà»
SENIGALLIA – L’asilo di Zara si farà. Ad assicurarlo è il presidente della Giunta di Unione Italiana, Maurizio Tremul, al Raduno dei Dalmati di Senigallia, dove è intervenuto su invito del massimo rappresentante dell’associazione, Franco Luxardo.
Cosa c’è di vero nelle accuse apparse quest’estate sulla stampa all’indirizzo della Giunta UI? L’arresto improvviso dei lavori di ristrutturazione della villa acquistata dall’Unione per la realizzazione dell’asilo italiano di Zara, l’amarezza della CI dalmata nel vedere dilazionata la data d’inaugurazione dell’asilo, l’incertezza sullo status giuridico dell’istituzione scolastica. Elementi che rappresentano solo una parte della questione. Era necessario pertanto uscire dalla riservatezza delle trattative fin qui condotte, per una spiegazione con dovizia di particolari.
Ed è quanto Tremul ha fatto in margine alla riunione del Consiglio dei Dalmati a Senigalla. Partendo da una premessa: giungere all’acquisto di un bene immobile per la realizzazione dell’asilo a Zara, ha richiesto un impegno di tutti, lungo ed intenso. Con due tappe fondamentali: l’incontro dei Presidenti, prima a Trieste e poi a Pola. A significare il ruolo della politica in questo percorso, non ancora concluso.
Il resto è rappresentato dall’impegno per colmare un iter burocratico non certo semplice né facile che ha portato, nel maggio di quest’anno, al riconoscimento da parte del ministero croato dell’Istruzione, del programma pedagogico dell’asilo italiano di Zara.
Due i momenti da superare ora per giungere all’inaugurazione dell’asilo: il primo di carattere tecnico, il secondo giuridico-finanziario. La ditta che stava svolgendo i lavori ha effettuato interventi non richiesti. Di conseguenza l’UI ha bloccato il cantiere, il contratto è stato revocato e rescisso e a questo punto si dovrà avviare un nuovo appalto, e questo è fattibile – spiega Tremul. Così l’asilo croato di Zara con lingua d’insegnamento italiano con qualche ora di croato potrebbe iniziare la sua attività con due insegnanti che però il Comune non accetta di pagare, come da precedenti accordi. Il motivo è chiaramente riportato in una lettera del sindaco di Zara all’UI, nella quale si fa presente che la città sostiene le spese degli asili croati nei quali s’insegna qualche ora anche in italiano. Il che capovolge il rapporto ore-lingua. Per l’UI la scelta della prima formula, che rientra pienamente nel concetto di scuola della minoranza, così come nel resto delle scuole dell’Istria e di Fiume, è imprescindibile. Come finanziare quindi l’operazione? Bisognerà trovare un accordo e comunque una soluzione. L’asilo costa 76mila euro l’anno. La retta delle famiglie è commisurata al finanziamento pubblico e non può comunque superare le 700 kune mensili, vale a dire meno di 90 euro. Si dovranno pertanto armonizzare il costo reale con i possibili e necessari contributi.
“E vi assicuro – conclude Tremul – che quest’estate non mi sono preso una pausa di riflessione, come riportato dalla stampa, ma ho continuato a lavorare per l’asilo di Zara, per cercare di superare gli scogli che vi sto esponendo”.
Consiglieri e pubblico applaudono l’intervento di Tremul e poi si stringono intorno a lui, grati per la sua chiarezza, amareggiati per una storia diventata infinita, consolati dalla promessa che si stia cercando una soluzione, stizziti che qualcuno usi la questione dell’asilo per costruirsi una visibilità mediatica. Su tutto la sensazione che si stia costruendo insieme, “noi e noi”, come ripete Tremul da tempo e come ribadito in diversi momenti del Raduno.
La sera prima del Raduno i massimi esponenti dell’associazione dei Dalmati hanno incontrato il Rotary di Senigallia durante una cena ed è stata l’occasione per parlare dei Dalmati italiani nel mondo attraverso la loro storia e l’attività, in particolare per l’asilo di Zara. I rotariani si sono impegnati a supportare la realizzazione dell’asilo attraverso forme di scambio confacenti al ruolo del Rotary.
“Un incontro molto positivo – ha dichiarato Franco Rismondo, dalmato residente ad Ancona che ha organizzato l’appuntamento – che certo porterà a risultati concreti”. (rtg)

 

636 - Difesa Adriatica Ottobre 2012 A Gorizia il XX Congresso nazionale dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.
A Gorizia il XX Congresso nazionale dell’Associazione
Tre giorni di interventi dal 16 al 18 novembre per il rinnovo degli organi statutari e l’elezione del nuovo Presidente
Alla scadenza naturale del triennio dall’ultimo Con­gresso di Varese del 2009, i delegati dell’Associazione saranno chiamati a Gorizia a partecipare da venerdì 16 a domenica 18 novembre 2012 alla 20.ma assise nazionale della più grande rappresentanza in Italia degli Esuli. Un appuntamento come sem­pre di grande rilievo, che avrà luo­go nelle sale dell’Auditorium di Via Roma, nelle immediate vicinanze del Largo Vittime delle Foibe.
L’Auditorium goriziano è una struttura moderna e centrale, non distante dalla statua bronzea di Ot­taviano Augusto che sino al 1947 era collocata vicino all’Arena di Pola.
Un Congresso, questo, che - ci si attende - assumerà un grande rilievo nella pluridecennale storia dell’Anvgd perché dovrà definire gli indirizzi “politici” e i passi necessari per rilanciare il ruolo e la funzione dell’Associazione in una cornice na­zionale, politica ed economica, radi­calmente mutata rispetto anche al recente passato e connotata oggi da aspetti e risvolti inediti.
Diversi e tutti salienti gli argo­menti che certamente il Congresso certamente affronterà: dall’introdu­zione di indispensabili modifiche dello Statuto per adeguarlo al tempo e alle esigenze presenti al rafforza­mento della presenza dell’Associa­zione in seno alle istituzioni; dalla migliore divulgazione della storia dei territori orientali presso le giovani generazioni e la pubblica opinione
alle questioni ancora pendenti come l’indennizzo equo e definitivo (in una fase economica nazionale e in­ternazionale in inedita emergenza) e l’anagrafe civile; dal reperimento di nuove risorse per la vita del sodalizio che ne assicuri l’operatività sul lungo termine, agli obiettivi che I’Anvgd si dovrà dare per i prossimi anni.
Al momento di andare in stam­pa il programma prevede, venerdì 16 novembre, alle ore 15.30 la convoca­zione del XX Congresso nazionale con il seguente Ordine del Giorno:
Nomina delle cariche con­gressuali; Relazione del Presidente nazionale dell’Associazione; Salu­ti delle Autorità; Modifiche statu­tarie; Relazione del Delegato all’Am­ministrazione; Ratifica dei rendiconti economici consuntivi/preventivi dell’ultimo triennio già approvati dal Consiglio nazionale; Nomina dei tre titolari e due supplenti del Collegio dei Revisori dei Conti; Dibattito e quindi le elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale.
IL RINNOVO DEL CONSIGLIO NAZIONALE
I lavori proseguiranno fino alle 19.30, per riprendere con lo stesso Ordine del Giorno e nel me­desimo luogo sabato alle 9.30.
Sabato 17 novembre, pro­sieguo dei lavori con orario dal­le 9.30 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 18.00, ripresa del dibattito e successivamente elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale. Le urne per il voto per il rinnovo del Consiglio Nazionale saranno aperte dalle ore 16.00 alle 17.30, ora in cui inizieranno le operazio­ni di scrutinio, al termine delle quali il Presidente dell'Assemblea congressuale proclamerà gli Eletti.
L’ELEZIONE DEL PRESIDENTE NAZIONALE E DEGLI ALTRI ORGANI
In base alle risultanze elet­torali, il Consiglio na­zionale Anvgd è convocato per domenica 18 novembre 2012 presso l’Auditorium regionale di Via Roma a Gorizia alle ore
in prima convocazione e alle ore 10.00 in seconda convo­cazione con il seguente Ordine del Giorno:
Elezione del Presidente na­zionale; Elezione dei Vicepre­sidenti nazionali (di cui uno vicario); Elezione dei sei Consi­glieri per l’Esecutivo nazionale; Elezione del Delegato all’Am­ministrazione; Nomina dei tre titolari e due supplenti del Collegio dei Probiviri; Nomina dei componenti la Commissione nazionale di Disciplina.
La conclusione dei lavori è prevista domenica 18 novem­bre con orario dalle 10.00 alle 12.00.
Importante l’accoglienza assicurata dal Comune e dalla Provincia di Gorizia, che nei giorni del Congresso renderan­no accessibili alcuni importan­ti e pregevoli luoghi storici del territorio isontino: il Castello di Gorizia, il Museo della Grande Guerra, il Museo di Via S. Chia­ra e la Villa Coronini, splendida nobile residenza abitata sino a tempi recenti dai Conti Coronini.
Sui prossimi numeri un’am­pia cronaca dell’evento.

 

637 - Corriere della Sera Sette 12/10/12 Editoriale - Sulla pelle della gente
EDITORIALE
Sulla pelle della gente

di Pier Luigi Vercesi
Leggevo Eredità, il romanzo sul filo della memo­ria di Lilli Gruber, il giorno in cui è morto Erich Hobsbawm. Migliaia di storici hanno cercato di comprendere il Novecento, ma Hobsbawm ne ha colto per primo l’essenza incorniciandolo nella definizione di “Secolo breve”. Il Ventesimo è durato 80 anni scarsi, densi come un’eternità: si è aperto con la Prima guerra mondiale e si è chiuso con la caduta del Muro di Berlino. In mezzo, semplicemente tutto: si sono rincorsi alti ideali, si sono seppellite molte illusioni. Nulla è accaduto con levità. Ogni evento è marchiato sulla pelle dei nostri padri e dei nostri nonni, quella gente comune da cui è partito Hobsbawm per le sue analisi, la stessa evocata dalla Gruber narrando la Heimat dei suoi ante­nati. Heimat è una parola tedesca difficile da tradurre, ma il suo significato gli italiani lo comprendono bene: vuol dire piccola patria, luogo dove siamo nati e ci siamo plasmati, dove tutte le famiglie hanno un lessico comune, il medesimo modo di intendere valori e affetti. Una “casa” da cui non si può essere strappati senza soffrirne. Vale per le comunità tedesche dell’Alto Adige-Sud Tiralo come per quelle italiane dell’ Istria e per le centinaia di altre spazzate via nelle industrializzazioni forzate di fascismi e comunismi. Ho letto 11 diario inedito di una ragazza, nata italiana in territorio austriaco, che il 24 maggio del 1915 aveva 18 anni. Era triestina e lontana parente di Guglielmo Oberdan. Come “naturale”, la polizia austriaca la arrestò e la internò nel campo di concentramento di Katzenau. Nulla a che vedere con le Auschwitz della guerra successiva, ma pur sempre sradicamento dalla sua Heimat per motivi politico-razziali. Non mi dilungo sulla tenerezza di quelle pagine, vado alla sostanza: finita la guerra, dopo tre anni vissuti in baracca, la ragazza si costruisce un futuro con il marito ad Abbazia, la Rimini della nobiltà austro-ungarica, il palcoscenico preferito dal genio dell’operetta Franz Lehar e dalle sue vedove allegre; scoppiata un’altra guerra, e questa volta perduta, la ragazza ormai donna abbandona i begl’abiti e la sua Heimat per tornare profuga, in stracci, verso una Venezia assediata e invasa dai topi, dormendo sotto i ponti.
Stiamo solo raccontando le “piccole” storie di casa nostra, se rivangassimo cos’hanno fatto i tedeschi di Hitler o i sovietici di Stalin potremmo rabbrividire. Tutto questo è
Il Novecento, Che idiozia: era sorto carico di ottimismo prospettando l’edificazione di un “uomo nuovo” per poi sprofondare nella morsa e nei ricatti dei totalitarismi. È finito. Bene, però una cosa, sul filo del ricordo, mi tor­menta: in nome della globalizzazione, della produttività, della competitività, degli spread, della finanza intemazionale e di una serie di altre (forse) sacrosante ragioni, si dimenticano le nostre Heimat e quelle dei nostri figli ai quali è impossibile aggrapparsi alla speranza di una vita serena; tutti dobbiamo imparare l’inglese, studiare all’estero, adattarci alle magnifiche sorti “regressive”, scordarci la nostra cultura, essere un po’ cinesi, un po’ indiani e molto, molto flessibili, come del resto, si sa, lo sono gli americani. C’è qualcosa che non toma: il risul­tato, per la gente qualunque, è negativo, peggiore, mentre chi corrompe e si fa corrompere, chi è spietato e senza principi rimane a galla. Temo che da qualche parte, in questo pensiero dominante, ci sia una falla. Speriamo di non accorgercene da profughi avvolti in stracci.

 

638 - La Voce del Popolo 12/10/12 Speciale - Marchionne, forte e sensibile come un istriano vero
SPECIALE
di Gianfranco Miksa
L’AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA FIAT E CHRYSLER CI RACCONTA LE SUE RADICI
Marchionne, forte e sensibile come un istriano vero
FIUME – Quando nell’ottobre del 2010 l’amministratore delegato della FIAT e Chrysler, Sergio Marchionne, partecipò alla commemorazione delle foibe a Torino, nell’ambito della cerimonia per il Giorno del Ricordo, molti rimasero perplessi, non riuscendo a cogliere il nesso tra l’evento e il numero uno della casa automobilistica di Torino e Detroit.
Poi venne spiegato che la mamma di Sergio Marchionne, Maria Zuccon, è istriana – ora vive in Canada –, mentre il nonno materno venne massacrato nella foiba di Terli (Trlji), nel comune di Barbana.
Un profondo legame con il popolo giuliano che non potevamo non investigare per raccontarlo ai nostri lettori. Tra un impegno e l’altro dell’amministratore delegato, siamo riusciti a realizzare quest’intervista, dove ci parla della sua famiglia, delle radici e di cosa significhi essere a capo di un gruppo automobilistico come la FIAT e la Chrysler. Vanta origini abruzzesi, un’adolescenza in Canada, ma nelle sue vene scorre anche sangue istriano.
Sua madre le parlava dell’Istria? Che ricordi conserva? Sa parlare il dialetto istriano?
“Mia mamma mi parlava spesso della sua terra quando ero bambino, e me ne parla tutt’ora, quando riusciamo a trascorrere qualche ora insieme. I ricordi che ha, com’è comprensibile, sono molto contrastanti. Ne parla con gioia quando racconta della sua infanzia a Zucconi, dei bei momenti che ha trascorso con la famiglia, di quando andava al mare con sua sorella Anna e, dopo lunghe camminate, raggiungevano finalmente la spiaggia e le ‘loro’ grotte.
Ne parla con amore quando racconta dell’incontro con mio padre, che dall’Abruzzo si era trasferito proprio in Istria per dirigere la stazione dei Carabinieri di Carnizza. Si erano conosciuti nell’emporio che mio nonno Giacomo aveva aperto in piazza, a Zucconi, praticamente sotto casa, e dove mia madre trascorreva molto tempo ad aiutare”.
Amore e dolore per la patria perduta
“E ne parla con profondo dolore se pensa al periodo delle pulizie etniche e delle foibe. Quando nel 1943 arrivarono i partigiani di Tito a rastrellare i ‘nemici del popolo’, l’emporio venne distrutto e mio nonno fu catturato e fatto sparire, insieme ad altre persone perbene del paese. Anche mio zio Giuseppe, il fratello più grande di mia madre, che partì alla ricerca del padre, non fece mai più ritorno a casa.
Qualche anno più tardi, i miei genitori lasciarono l’Istria, per sposarsi e andare a vivere in Italia. Quanto al dialetto istriano, l’ho sentito spesso da mia mamma. Io non lo so parlare, ma riesco a capirne il senso”.
La sua famiglia materna ha provato sulla propria pelle la tragedia delle foibe e dell’esodo. Come si è rapportato a tale fardello? Nutre rancore contro gli aguzzini di suo nonno?
“Il rancore non è uno dei sentimenti che mia madre mi ha trasmesso. In lei ho sempre visto una donna estremamente forte e sensibile, due elementi che possono convivere solo in chi è stato messo duramente alla prova dalla vita. Quando parla della terribile esperienza che lei e la sua famiglia hanno dovuto passare, sento dolore e commozione nella sua voce, non vendetta”.
Che cosa prova, l’amministratore delegato della Fiat, uno dei manager più stimati che fa onore all’Italia, nelle celebrazioni del Giorno del Ricordo? So che ha partecipato alle celebrazioni di Torino. Pensa in futuro di includersi maggiormente in questo tipo di manifestazioni?
“Se mi sarà possibile, e non mi troverò all’estero per lavoro, sì, certo, parteciperò di nuovo. Credo sia importante non dimenticare quella tragedia, nata da una cultura dell’odio che non trova ragioni se non nella follia. Quei ricordi, il dolore che ne è collegato e la voglia di reagire, rendono ancora più forte la necessità di fondare ogni nostra scelta e ogni nostra azione su ciò che abbiamo di più prezioso, quei valori che non conoscono confini: la giustizia, l’onestà, il rispetto per gli altri. Questi sono i valori che mia madre mi ha sempre trasmesso”.
Dare al passato anche un futuro
Un suo consiglio “da manager e cittadino del mondo” qual è: in quale maniera, a suo avviso, andrebbe promossa la civiltà istriana?
“Non ho consigli da dare, ma penso che ogni civiltà, ogni cultura vada difesa e promossa. Proteggere le proprie radici è un modo non solo per conservare la propria identità, ma serve anche a comprendere meglio il percorso fatto da un popolo, da un insieme di persone unite da valori comuni. Gli istriani hanno perso la propria terra, ma non lo spirito d’intraprendenza, le tradizioni e i valori che esistevano allora. Sono tutti elementi importanti della civiltà istriana, da riscoprire e valorizzare, per dare al passato anche un futuro”.
Ritorna spesso a Pola, anzi a Zucconi, nella casa materna? Che cosa prova?
“Purtroppo non più molto spesso, perché viaggio continuamente tra gli Stati Uniti e l’Europa, e il tempo libero non è tantissimo. Ci sono però tornato una decina di anni fa, con mia mamma, che ora abita in Canada, e i miei due figli. Ricordo momenti piacevoli e anche un po’ di commozione”.
Pensa di chiedere la restituzione dei beni immobili lasciati dalla sua famiglia in Istria?
“No, non ci ho mai pensato seriamente. Molti anni fa me ne aveva accennato una lontana parente, ma poi non se n’è fatto nulla”.
Una sua lontana parente, in un documentario, ha parlato di lei come di un ragazzino coscienzioso, serio, bravo. Quali ricordi ha della sua infanzia trascorsa in Istria?
“La prima volta che sono andato in Istria avevo tre anni e ci siamo tornati tante altre volte, d’estate, quando io ero ragazzo. Andavamo con la mia famiglia a passare le vacanze nella casa di campagna dei miei zii: Martino, il fratello più giovane di mia mamma, e sua moglie Maria.
A me piaceva alzarmi presto, il mattino, per seguire mio zio nei campi, quando andava a pascolare il bestiame. Forse era il contatto con la natura, più probabilmente l’affetto verso di lui, ma questo è uno dei ricordi che mi è rimasto più impresso, anche per la serenità di quei momenti”.
Cambiare per andare avanti
Ha fatto lo sportellista in banca, si è laureato in Filosofia, poi in Economia e successivamente anche in Legge e, dopo un momento maoista, è diventato sostenitore del capitalismo americano. Cosa prova nel dirigere oggi la Fiat?
“A volte, se guardo indietro, alle scelte che ho fatto negli studi e nel lavoro, il migliore aggettivo che mi viene in mente è ‘caotico’. Ho fatto il commercialista e poi l’avvocato e ho seguito tante altre strade, passando per la finanza, prima di arrivare a occuparmi di imballaggi, poi di alluminio, di chimica, di biotecnologia, di servizi e oggi di automobili.
Guidare un grande gruppo industriale come Fiat-Chrysler è un privilegio e una grande responsabilità insieme. Dobbiamo tenere sempre a mente che le nostre scelte hanno un impatto su centinaia di migliaia di altre persone. Tutte le nostre decisioni devono necessariamente essere prese con cura, diligenza e rigore, e con piena coscienza delle conseguenze che ne possono derivare. Non so se la filosofia, che ho seguito all’inizio del mio percorso universitario, mi abbia reso allora un avvocato migliore o mi renda oggi un amministratore delegato migliore. Ma mi ha aperto gli occhi, ha aperto la mia mente ad altro. Così è stato anche per tutte le esperienze successive”.
“Credo che nel cammino di ognuno di noi ci siano tante cose che possono cambiare noi stessi e il nostro percorso di vita, ma le può riconoscere solo chi ha abbracciato l’abitudine ad apprezzare tutto ciò che può capitare, chi ha mantenuto una mente aperta al cambiamento, alla voglia di conoscere e di mettersi alla prova.
Questo è ciò che raccomando sempre ai miei ragazzi, in Fiat e in Chrysler: di avere sempre il coraggio di cambiare sé stessi, cambiare idea, approccio, punto di vista, perché è anche l’unico modo per cambiare le cose che non vanno e vivere pienamente la propria vita”.

 

639 - L' Espresso 12/10/12 Sergio ha sempre ragione
SERGIO HA SEMPRE RAGIONE

In Parlamento si muove un partito trasversale dei "marchionniani" che a ogni occasione tesse le lodi del numero uno del Lingotto. Le maggiori simpatie Marchionne le incontra nel centrodestra: a parte i liberai del Pdl, da Brunetta a Cazzola, ai confindustriali come Sacconi e ai filoamericani come Frattini e Martino, c`è anche un fedelissimo di Fini tra i fan più sfegatati dell`amministratore delegato della Fiat. Ma per motivi che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo e le scelte industriali. È Roberto Menia, già sottosegretario del governo Berlusconi prima di transitare in Fli, uno che conosce bene la storia della famiglia di Marchionne e la sua tragedia " istriana": il nonno di Sergio, Giacomo Zuccon, fu sequestrato e gettato
in una foiba dai partigiani titini, prima che i genitori si rifugiassero in Abruzzo. Sulle foibe Menia è da sempre il principale protagonista di tutte le battaglie della destra. E per lui Marchionne ha ragione sempre, a prescindere.
V. D.

 

640 - Il Piccolo 09/10/12 Un pescatore narentano novantenne riporta "a galla" Tito
Un pescatore narentano novantenne riporta “a galla” Tito
Nelle sue reti gettate a Punta Radalj è rimasto impigliato un busto del Maresciallo «Apparteneva a un ex viceministro degli Interni. Ma adesso è il mio trofeo»
di Andrea Marsanich
RAGUSA. Pescata di valore storico per il novantenne Pave Volarevic, ritenuto unanimemente il più vecchio pescatore narentano e della Contea di Ragusa.
L’anziano ha calato le sue reti in mare nello specchio antistante Punta Radalj, in un’area non molto distante dalla località di Metkovic (Porta Perenta), situata nel delta del fiume Narenta, ed ha riportato a galla nientemeno che un busto bronzeo di Josip Broz Tito, il Maresciallo della Jugoslavia, scomparso nel 1980.
Non sarà magari una scoperta archeologica pari a quella del Bronzo di Lussino, altrimenti chiamato l’Atleta della Croazia, tornato in superficie dopo ben 2 mila anni, ma anche la notizia della pescata del vecchio Pave ha fatto clamore nella regione ragusea e nel resto del Paese perché le sue reti hanno permesso venisse recuperato un busto di quelli molto presenti dal 1945 agli inizi degli anni Novanta in sedi partitiche, sindacali, nei posti di lavoro e anche in case private.
Poi, con la Federativa defunta, queste opere in bronzo o in altro materiale sono state collocate in punti non esposte e qualcuna è stata gettata anche negli immondezzai, a testimonianza di quanto sia vero il detto “sic transit gloria mundi”. Volarevic ha pescato un busto pesante 2 chili e coperto da quelle incrostazioni tipiche per gli oggetti che stanno per lungo tempo in mare. «Ma io ho voluto rimetterlo a lucido – ha spiegato l’ancora vispo novantenne – ed ora lo porto con me, nella mia borsa, e lo mostro solo alle persone che mi aggradano. È il mio trofeo di pesca e me lo tengo stretto».
Ai giornalisti che gli chiedevano se sapesse a chi fosse appartenuto il “Tito di punta Radalj”, Volarevic ha risposto senza esitare: «Credo che si trovasse nella casa di Aco Baranjin a Radalj. Questi fuggì a Belgrado durante la Guerra patria, il conflitto degli anni Novanta fra croati e serbi. Baranjin era una persona autorevole nell’allora Jugoslavia perché ricoprì anche l’incarico di vice ministro degli Affari interni». L’anziano pescatore ha poi continuato: «Il titolare del dicastero a quei tempi era Aleksand Rankovic successivamente finito in disgrazia. Aco era invalido, gli avevano amputato una gamba e diceva di averla persa in una battaglia contro i tedeschi. Chissà se era vero. Parlo comunque di un uomo che era temuto, anche perché in casa a Radalj teneva numerose armi».
Nel confessare che al posto del Maresciallo avrebbe voluto pescare qualche enorme esemplare di branzino o di orata, Volarevic ha parlato comunque di pesca fortunata, con il busto che sarà stato in acqua almeno per una ventina di anni. «Quello che prendi in mare è tuo», ha concluso l’arzillo vegliardo, fiero del suo trofeo.

 

641 - La Voce in più Storia e Ricerca 06/10/12
RIFLESSIONI A proposito della festa nazionale del 15 settembre in Slovenia

Madrepatria, ritorni, annessioni...
Italo Dapiran
Mi trovo in archivio, sto consultando la cronaca dell’I.R. Ginnasio Superiore di Capodistria, sfoglio il quaderno e scorro le notizie puntualmente annotate. Mi soffermo su ciò che accadde negli ultimi giorni della Grande Guerra, pri­ma dello sfaldamento dell’esercito asburgico sul fronte austro­italiano. L’occhio cade immediatamente su una data e leggo: “4 novembre 1918, 9 ¾ antim. sbarcano in città gli Italiani libe­ratori (due torpediniere), accolti festosamente dalla popolazio­ne e dalle autorità”. Anche Francesco Semi, insigne studioso, all’epoca un ragazzino di otto anni, ricorda che “L’arrivo degli italiani a Capodistria significava troppe cose per noi, come del resto per tutta la città. (...)”.

Bandiere tricolori
E accanto alle tante “Bandiere tricolori ai davanzali d’ogni casa (...)”, il testimone di quell’evento storico evidenzia che “Passo passo che procedevamo verso la Piazza, udivamo in- treccarsi per l’aria grida di ‘Evviva l’Italia!’ ‘Viva Vittorio Emanuele!’ ‘Abbasso l’Austria!’, ‘Viva l’Istria italiana!’ e spes­so, spessissimo ‘Viva San Marco!’, ‘Viva Venezia!’, ‘Viva la Dominante!’, che coronavano il canto dei vari inni. Cortei giun­gevano da ogni parte della città. Chi non era organizzato, s’ac­codava dietro questa o quella bandiera” (“Istria mia. Racconti di ieri e d’oggi”, Venezia 1959, pp. 25-26, 29).

Stato di esaltazione
Pochi giorni dopo nella città di San Nazario nasceva un giornale dal titolo eloquente: “L’Istria redenta”. Nel primo nu­mero, del 10 novembre 1918, riporta: “È venuta la Mamma, la buona, la cara mamma; son giunti i fratelli belli, forti, nobili. È arrivata l’Italia, son spariti i tiranni; si può parlar finalmente il linguaggio nostro, il dolce dolcissimo idioma de’ nostri padri”. Era il coronamento di un sogno, dopo oltre mezzo secolo di auspici, che aveva coinvolto alcune generazioni. L’esaltazione iniziale dovette ben presto fare i conti anche con la realtà di uno stato che di certo non era “ordinato” come l’impero di France­sco Giuseppe.

Prima doccia fredda
E su quell’“effervescente entusiasmo cadde la prima doc­cia fredda”, scrive il piranese Diego de Castro, che proveniva da una famiglia nella quale, come ricorda nelle sue memorie, vi era un fortissimo amore per l’Italia, i cui componenti era­no “imbevuti di patriottismo fino al midollo”. Giunse anche il cambio della corona in lire al 40 per cento, donde la battuta “Ci hanno redento al 60 per cento”. Però quei figli avevano trova­to la loro madre.
Poi penso all’attualità, alla Capodistria del 2012, che recen­temente, sulle rive, ha ospitato la celebrazione solenne del ritor­no (!?) o dell’annessione - non tutti hanno le idee chiare - del Litorale alla madrepatria. Ma le cittadine costiere cosa c’entra­no con siffatto festeggiamento? Poco, o meglio nulla.

Ricorrenza assurda
Qualche anno fa lo Stato sloveno ha istituito la festa na­zionale, ma lavorativa, del 15 settembre. Nel 1947, proprio in quella data, in base alle disposizioni del Trattato di pace con l’Italia, firmato il 10 febbraio, la Jugoslavia otteneva buona par­
te dei territori della Venezia Giulia che con il Trattato di Rapallo del 1920 furono formalmente inclusi nel Regno sabaudo. Gori­zia e Monfalcone passavano all’Italia, mentre l’area compresa tra Duino e Cittanova andava a costituire il cosiddetto Territo­rio libero di Trieste. Ciò vuol dire che né Capodistria, né Isola e tanto meno Pirano, in quel frangente, si trovavano entro i confi­ni della Repubblica socialista di Slovenia. Si dovette attendere il 1954 e nulla era scontato, il lavorio politico e diplomatico fu animato e appassionato.

Spiegare ai giovani
Ma queste cose non sono spiegate e siccome non tutti le co­noscono, specie i più giovani, si ha l’impressione si voglia far passare una pagina di storia contraffatta, gettandola in un calde­rone senza alcuna distinzione. A parte queste forzature, i centri costieri dovrebbero essere esclusi da questo tipo di manifesta­zioni, in primo luogo per una forma di rispetto verso il loro pas­sato, ma anche, e soprattutto, per mostrare una dose di sensibili­tà nei confronti della sua popolazione, i cui sentimenti legittimi erano altri e che proprio a seguito di quella sistemazione terri­toriale, senza contare la politica discriminatoria messa in atto, fu sradicata dal suo contesto per finire raminga ai quattro angoli del globo. Gli Italiani ancora residen ti, invece, ormai non contano nulla, sono ridotti ai minimi termini e immediatamente furono spo gliati di ogni potere.

Scegliere località dell’interno
Se lo Stato sloveno vuole proprio evidenziare che anche una porzio­ne d’Istria le appartiene (sebbene questo nome geografico sia mes­so quasi al bando), lo può fare li­beramente, sarebbe però più lo­gico se scegliesse una località dell’interno. Covedo (Kubed), ad esempio, sarebbe ideale, an­che da un punto di vista sim­bolico. Nel lontano agosto del 1870, gli Sloveni proprio colà avevano promosso il tabor, una grande adunanza all’aperto con migliaia di partecipanti, in cui fu­rono discussi i problemi più acce­si: la necessità di lottare per l’ot­tenimento di maggiori diritti nazio­nali e politici e l’introduzione della lingua slovena nella scuola, negli uf­fici, nei tribunali e più in generale nella vita pubblica. Sempre in quell’occasione fu ribadito che essi non erano una “tribù slava” bensì parte integrante del popolo slo­veno. Si appoggiava il programma della Slo venia unita e qualcuno, con ostinazione, parlò de gli Slavi come degli abitanti originari della penisola accampando diritti quasi esclusivi. L’altro lato del na­zionalismo ottocentesco, spesso e volentieri omesso.

Solo demagogia
In una terra plurale, con sensibilità diverse, che porta­rono a scelte dissimili, è opportuno ricordare tutto ciò con la dovuta onestà intellettuale. Non è possibile fare finta di nulla e lasciar passare le manipolazioni dei tempi andati della nostra penisola. Il 1918, così come il 1945, può es­sere letto in chiave diametralmente opposta: per gli uni è la liberazione per gli altri è l’occupazione.
Bisogna tenerlo presente, soprattutto per evitare quell’interpretazione arrogante della storia a senso unico che non tiene conto del punto di vista degli altri. Pertan­to è opportuno dire anche che nel secondo dopoguerra, Capodistria perdette la madrepatria - quella festosamente accolta nel 1918 - e ogni speranza di un suo possibile ri­entro. Per gli Italiani non ci fu nessun ritorno e in città gli Sloveni dovevano ancora arrivare. La storia è questa, tutto il resto è demagogia.

 

642 – La Voce del Popolo 10/10/12 Cultura -
Museo due palazzi sarà il cuore pulsante della cultura zaratina

PROGETTO DI RISTRUTTURAZIONE E RESTAURO DI PALAZZO DEI RETTORI E DEL PROVVEDITORE CON FONDI UE
Museo due palazzi sarà il cuore pulsante della cultura zaratina
ZARA – Si avvarrà dei fondi finanziari dell’Unione Europea il progetto di ristrutturazione e restauro del Palazzo dei Rettori e del Palazzo del Provveditore di Zara, due antichi monumenti culturali sotto tutela, che verranno uniti, dando luogo ad uno spazio unico, il Museo due palazzi, in cui avrebbero sede diverse istituzioni culturali cittadine.
Il progetto, del valore di 20 milioni di euro, sarà coperto per l’85% dai preposti organi europei, mentre il rimanente verrà erogato dalla municipalità con il supporto dei ministeri per il turismo e per la cultura. Il due palazzi, che rappresentano il più grande complesso del centro storico della città dalmata, andrebbero a costituire il Museo due palazzi, accogliendo su una superficie di ben 7500 metri quadrati la collezione del Museo popolare.
Il complesso museale, a ristrutturazione e restauro conclusi, diverrebbe sede, in un secondo momento, pure della Galleria d’arte, del Museo Civico, del Museo etnologico, del Museo di scienze naturali e della Collezione marina. In più si otterrebbero degli spazi da utilizzare come sala da concerto o per altri contenuti culturali, divenendo di fatto un centro polivalente cittadino privilegiato.
Il progetto si protrarrà per trentasei mesi e darà lavoro ad una settantina di persone, tra operai e specialisti.
Per quanto riguarda l’aspetto storico rileviamo che le prime notizie riguardo al Palazzo dei Rettori risalgono al Milleduecento. L’antichità dell’edificio viene testimoniata dagli strati, nella struttura muraria, di risalenza romanica e gotica. Un primo ed importante restauro del Palazzo fu effettuato nel Cinquecento, seguito da un secondo nell’Ottocento, in stile classico ad opera dell’architetto Francesco Zavorea.
L’insieme del Palazzo dei Rettori viene dato da quattro ampie ali che racchiudono un’ elegantissima ed ampia corte ad arcate a tutto sesto nel cui centro è posizionata una cisterna. L’armoniosa scalinata conduce al piano nobile nell’aula del consiglio e in altre sale. Alla monumentale entrata di sapore manieristico si alternano elementi classici a supporto dell’elegante balcone.
A ponente del Palazzo dei Rettori è stato eretto nel Seicento l’ampio e spazioso Palazzo del Provveditore con ali laterali e cortili interni il quale nel diciannovesimo secolo, sotto il dominio dell’impero asburgico, venne fuso con il Palazzo dei Rettori divenendo sede dell’amministrazione provinciale dalmata.
Il progetto zaratino concernente i due palazzi mette in risalto ancora una volta la “vitalità” e “capacità di adattamento” degli antichi edifici e palazzi, che grazie al loro intrinseco valore storico-artistico si presentano come risorse permanenti e rifioriscono, come la Fenice, a nuove vite e funzioni, dispensando la loro armonia architettonica a misura d’uomo. Analogo, a Fiume, il caso di Palazzo Garbas, nel cuore della Cittavecchia; già diroccato e destinato alla distruzione, oggi è sede dell’Istituto per la Conservazione dei monumenti e di uno spazio espositivo. (pvm)
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643 – La Voce del Popolo 10/10/12 Speciale - Ottavio Missoni, geniale simpatia
LA MOSTRA DEDICATA A QUESTO GRANDE PERSONAGGIO APPRODA ALLE GIORNATE DEL MADE IN ITALY A FIUME
Ottavio Missoni, geniale simpatia
E in tanti hanno voluto abbracciare lo stilista, sportivo e artista italiano di origini dalmate
FIUME – Un personaggio particolare che con il suo talento ha trasformato il dolore in sorriso e gioia. È questa soltanto una delle tante frasi con le quali è stato descritto e definito ieri sera, nell’ambito della cerimonia di apertura della mostra “Il Genio del Colore” alla Galleria “Kortil”, Ottavio Missoni, il grande “artigiano“ (come ama autodefinirsi) che, assieme alla moglie Rosita, ha creato un marchio che ha conquistato tutto il mondo.

All’evento, con il quale sono state inaugurate le Giornate della cultura e della lingua italiana a Fiume, hanno preso parte, oltre che l’artista e designer Ottavio Missoni assieme alla moglie Rosita, al figlio Luca Missoni, curatore della mostra, e al nipote Ottavio, anche esponenti di istituzioni italiane, della Comunità Nazionale Italiana e autorità cittadine, nonché un folto pubblico, accorso per vedere da vicino un personaggio molto particolare, ma essenzialmente una persona semplice e spontanea.
«Siamo tutti fratelli della costa»
”Non credete a tutto ciò che hanno detto di me”, ha dichiarato Ottavio Missoni facendo riferimento ai discorsi che sono stati pronunciati nel corso della cerimonia. Si è inoltre detto molto felice di trovarsi a Fiume, dove si è sentito come se fosse a casa.
“Il mio mare è l’Adriatico e tutti noi siamo fratelli della costa”, ha ribadito, ricordando che la sua vita è il colore. Chiesto, invece, di dire quale sia la qualità che meglio lo descrive ha constatato che questa è la sua “mentalità romanticamente anarchica”. “Infatti, non mi piace essere comandato e nemmeno comandare”, ha concluso Ottavio Missoni.
Si chiude un ciclo
Come rilevato dal presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, con l’allestimento a Fiume si conclude il ciclo di mostre itineranti che hanno fatto tappa a Maribor, Capodistria, Pola e Ragusa (Dubrovnik). Tremul ha voluto inoltre ringraziare tutte le istituzioni che hanno contribuito all’organizzazione del progetto.
Luca Missoni, figlio di Ottavio e coautore dell’allestimento assieme a Mario Steffé, ha puntualizzato che la Galleria “Kortil” ha dato un’opportunità di creare un nuovo allestimento della mostra e di riscoprire quello che i suoi genitori hanno fatto nella loro vita attraverso i colori, il che li ha portati a sua volta a creare sempre cose nuove.
Un maestro che si definisce artigiano
La presidente della Comunità degli Italiani, Agnese Superina, ha ammesso di essere molto emozionata per aver avuto la possibilità di salutare in questa città Ottavio Missoni a nome della CI e di tutti gli italiani che vivono a Fiume e che ammirano il lavoro del grande designer da sempre, mentre il Console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, ha rilevato che “questo è un giorno particolarmente importante perchè posso dare il benvenuto a un personaggio particolare.
Non lo posso chiamare maestro, né artista, perché lui non lo vuole, ma lo penso – ha sottolineato il console –. Ottavio Missoni ha portato tanto colore, assieme alla moda di Rosita, in tutto il mondo”, ha concluso Cianfarani, il quale ha voluto infine ringraziare la Città di Fiume per aver reso possibile l’organizzazione delle Giornate della cultura e della lingua italiana.
Mai visto un pubblico così vasto Ai presenti si è infine rivolto il sindaco di Fiume, Vojko Obersnel, il quale ha detto di non aver mai prima assistito all’apertura di una mostra dinanzi a un pubblico così vasto, il che è una testimonianza della stima dei cittadini di Fiume per il lavoro e la creatività di Ottavio Missoni. Ha infine ringraziato il Consolato generale d’Italia a Fiume per l’organizzazione della mostra e ha invitato Ottavio Missoni a tornare a Fiume, dove sarà sempre il benvenuto.
La mostra è organizzata dall’Unione Italiana in collaborazione con il Consolato Generale d’Italia a Fiume e la Città di Fiume, nonché con le Gallerie costiere di Pirano, l’Università Popolare di Trieste, la Fondazione Ottavio e Rosita Missoni, il Consiglio nazionale per le minoranze della Repubblica di Croazia, l’Istituto Italiano di Cultura, il Centro italiano “Carlo Combi”, la Comunità degli Italiani di Capodistria e la Galleria “Kortil” e si svolge con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia a Zagabria e della Regione Istriana.
Helena Labus Bačić

 

644 - La Voce del Popolo 06/10/12 Piemonte, l'irriducibile rovina di un paese
di Mario Schiavato
Un interessante intreccio di viuzze tortuose, passaggi coperti da portici, minuscole piazzette

Piemonte, l’irriducibile rovina di un paese
Da Levade, una strada bianca in salita serpeggia sassosa tra balze scoscese e verdeggianti, d’autunno a tratti rosseggianti per i pampini dei vasti vigneti, oppure, in inverno, ingiallite dalle foglie degli estesi querceti e alternate dalle chiazze verdi dei pini. Dopo una vasta conca, a soli 250 metri sul livello del mare, si scorge all’improvviso su un colle il paesino di Piemonte, con la torre campanaria che pende lievemente verso sud. Da lontano si ha la sensazione di vedere un borgo ameno, ma avvicinandosi ci si accorge ben presto della sua ormai irriducibile rovina.
Il selciato a «masegni»
Eppure orti e campi all’intorno paiono fertili, chiazzati come sono di ulivi, vigneti e frutteti. È evidente che l’insediamento è nato in una ricca zona agricola collinare anche se a tutt’oggi la maggior parte dell’abitato è dentro le mura fatte di terrazzi, ballatoi, feritoie mentre all’apice domina il massiccio castello su un robusto basamento a scarpa, edificio ormai da tanto scoperchiato e in rovina, e quindi la chiesa di Santa Maria Vergine con la sua torre-campanile che rivela una vocazione guerresca (ghibellina) con i tre merli a coda di rondine. Su varie case e casette, sui portali, sul castello, nonché sulle tre chiese si notano i segni di rifacimenti. Ma da allora è passato parecchio tempo senza più interventi e la rovina è evidente. Comunque, davvero interessante appare l’intreccio di viuzze tortuose, passaggi coperti da portici, minuscole piazzette, tutte in erta pendenza e quello che è conservato come in nessun altro posto in Istria è sicuramente il selciato a “masegni” di pietra e ciottoli della salita che porta a quel castello che all’inizio – lo dicono gli storici – sorse su un primo castelliere e quindi di certo su un accampamento romano (sono stati trovati dei resti molto interessanti) per diventare più tardi uno dei manieri della contea di Pisino, proprietà dei conti di Gorizia.
Il capitano Pietro Funez
Spulciamo dal testo di Giuseppe Caprin “Alpi Giulie” e apprendiamo che “il luogo più ben serrato al nemico era il piccolo castello di Piemonte, collocato nell’alta sella di due colli (da cui il nome: al piè dei monti). Lo riparava un doppio giro di mura. Sull’unica porta, all’esterno, sta murata l’arma dei Contarini”. Più innanzi l’autore spiega il perché di quello stemma: “Respinti nel 1348 i Croati discesi dalla Liburnia, venne preso d’assalto nel 1412 dagli Ungheri di re Sigismondo i quali, ritenendo appartenesse ai Veneziani, con grande sorpresa s’accorsero dell’equivoco in cui erano caduti. Infatti, il castello veniva custodito dal capitano Pietro Funez (del quale diremo più innanzi), portoghese, gastaldo e scudiero di Eleonora di Portogallo, moglie dell’imperatore Federico. Poi arrivarono i Capodistriani che tentarono più volte di conquistarlo per la Serenissima, alla quale fu costretto a fare la sua dedizione nel 1508. Occupato dagli arciduchi durante la guerra della lega di Cambray e restituito per effetto dei trattati di pace ai Veneziani, nel 1530, il giorno 7 luglio, sotto il portico della chiesa di San Giacomo di Rialto in Venezia, presenti i Savi, fu venduto al pubblico incanto per settemilacinquecento ducati assieme alle ville di Bercenegla, Cuberton, Castagna, Rosara, Visinada, Medolin e Santa Maria di Campo “con tante habentie, pertinenze, ragioni, giurisdizioni e territori” a Giustiniano Contarini e Girolamo Grimani. Fatte due parti del tutto e tirate a sorte, Piemonte con due ville toccò al primo con l’obbligo di “rispettare i diritti e titoli e consuetudini delli Piemontesi”, mentre i restanti luoghi andarono ai Grimani.
I capitani e le cernide
Come gli altri signori del tempo, anche i Contarini tenevano nel feudo un proprio capitano con la cernide (la milizia armata) che aveva soprattutto il compito di incassare la decima di ogni raccolto e di ogni allevamento, naturalmente “con le buone o con le cattive”. Di solito questi capitani venivano ingaggiati nel Veneto e nella Lombardia. Interessante è notare che nell’assumere l’ufficio su Piemonte, in mancanza di uno statuto erano loro a emanare un rigido regolamento a cui i sudditi dovevano sottostare. Nomineremo a caso alcuni capitoli dettati da uno di questi capitani: “Pagare la decima al tempo fissato, non tagliare olivi, non bestemmiare, non portar armi e rispettare la roba altrui, osservare i precetti del decalogo cristiano, vietata la caccia a lepri e pernici con reti, vietato gettare immondizie sulle vie del castello, le fontane pubbliche devono essere sempre monde, giusti i pesi e le misure, dalla decima si toglie la quarta parte per la chiesa parrocchiale”.
Tra le tante cose interessanti da vedere in questo piccolo borgo ci sono alcune lapidi risalenti al tempo dei romani come quella che ricorda un certo Lucio Volumnio, ancora un sarcofago con due pregevoli figure in rilievo, un bassorilievo in pietra con le immagini di Bacco e Arianna. E naturalmente, sopra la porta d’entrata, l’inevitabile blasone scudato dei Contarini.
Leonora, il castello e l’ostensorio
Qualcosa di molto più interessante era custodito in una delle tre chiese, quella molto ampia fuori delle mura dedicata a San Giovanni e ricostruita nel 1792. Nel suo tesoro era compreso un “ostensorio d’argento dorato pesante un funto e tre once”, dono del conte Pietro Funez, con atto del 1449 e ricordato nell’inventario della chiesa datato 1740. Donatore e oggetto hanno una storia curiosa: Funez era un nobile portoghese sposato a una contessa Sauran. Nel 1461 questo capitano lusitano ebbe in dono il castello di Piemonte “ad dies vitae”, cioè fino alla morte, da Leonora, moglie di Federico III imperatore e figlia di Odoardo re del Portogallo. La quale Leonora, con una donazione di 10.000 zecchini d’oro, ebbe dal marito la Contea di Pisino e per aver vicino l’amico (e certamente suo amante) Pietro Funez gli fece appunto il... modesto regalo del castello. Il portoghese (bello e mantenuto) a sua volta volle fare un’ottima figura donando alla chiesa il bellissimo ostensorio, adorno di medaglioni smaltati e, naturalmente, con fregiato il nome del donatore e fece anche costruire un altare dedicato ai santi Fabiano e Sebastiano. Vent’anni dopo, il parroco che non aveva un soldo, vendette per 70 fiorini il prezioso oggetto sacro a due mercanti girovaghi che lo rivendettero a Trieste. Da qui passò a Venezia e, infine, venne acquistato dal ramo parigino della famiglia Rothschild per 25 mila marchi.
I beni della terra e la pazienza
La storia dell’ostensorio ci venne raccontata dal sior Toni, vecio maestro quando a Piemonte jera fioi. Lo incontrammo davanti all’entrata del castello oggi in parte ricostruita nell’arco e nelle feritoie. A questa persona piuttosto distinta ci rivolgemmo proprio per conoscere qualche leggenda del posto. Non si fece pregare e oltre alla storia dell’ostensorio ci narrò anche una leggenda una volta molto popolare in paese.
Disse il vecchio maestro: “Si racconta che una volta il Signore fece annunciare sulla terra che avrebbe concesso una grazia ai Piemontesi che gliela avessero chiesta. Per primo si presentò un ricco:
• Signore, concedimi una vita piacevole e quanto di meglio la terra mi possa offrire.
• Sia esaudito il tuo desiderio, - disse il Signore.
Secondo si presentò un frate:
• Signore, concedimi i beni e i piaceri della vita.
- Li ho dati via tutti. Se li è presi il ricco.
• Allora concedimi la pazienza.
• Ebbene, sia! – rispose Dio.
Da ultimo venne un povero. Disse:
Dio onnipotente, fammi dono di tutti i beni della terra.
• Non è possibile. Il ricco se li è già presi tutti.
• Allora dammi la pazienza per sopportare la mia grama esistenza.
• L’ho già data in dono al frate.
È da allora che il ricco possiede tutti i piaceri e i beni della terra, il frate la pazienza, mentre ai poveri, soprattutto a quelli di Piemonte, non rimane altro che tirare a campare con la loro malasorte.
I vecchi proverbi
Il vecchio maestro ci disse pure che era anche un esperto conoscitore dei proverbi del paese. E noi non abbiamo potuto fare a meno di annotarne almeno qualcuno di quelli più bizzarri che ci spiattellò anche se ci accorgemmo di avere addosso gli sguardi indagatori di alcune donne che spiavano dalle finestre socchiuse e una addirittura ci fece un cenno come se il nostro interlocutore fosse un tantino balordo. Comunque questi non sono tutti i proverbi che abbiamo scrupolosamente annotato. Ne citiamo solo alcuni.
Buiesi cazza mussi, visignanesi magnamule; valesi bifolchi, montonesi magna zabe; pisinoten otentoten; lindaresi prepotenti lori e tuti i sui parenti; barbanese magna sarese e mola scorese... E poi ancora: Rovignese pien de inzegno, spaca el saso con el legno; pedenesi gran cristiani tuti santi e scalzacani; galignanesi gran dotori, bevi sgnapa pei dolori.
Ridacchiò il signor maestro e mostrando le corna verso le finestre socchiuse continuò a dire: Toresan, el de drio malà ma el beco san; Tore, Abrega e Frata, tute tre no val na gata!; parenzan magna merda e lassa pan… E quindi serio serio: Xe mejo Piemonte coi sui sgrumassi che Parenzo co i suoi palazi... E per finire aggiungeremo quello che spifferò tutto d’un fiato: Montonese anima persa, porta Cristo alla riversa; la zente de Pinguente la pianse sempre per gnente; Piran pien de pan, Orsera piena de vin e piena de morbin; Trieste piena de peste; Capodistria gran parona, tuto prende gnente dona! E infine esclamò: Piemonte caput mundi, Roma solo secundis...

 

645 - Difesa Adriatica Ottobre 2012 - "Fiume", edito il numero di Gennaio-Giugno 2012
“Fiume”, edito il numero di Gennaio-Giugno 2012
Un nuovo fascicolo della rivista “Fiume”, di Gennaio-Giugno 2012, appena edito a cura della Societa di Studi Fiumani, presenta saggi e recensioni di sicuro interesse per quanti vogliano approfondire i tanti aspetti della lunga e complessa storia della citta adriatica.
Apre questo numero il contributo di Giovanni Stelli Senza più tornare. L’esodo istriano, fiumano, dalmata e gli esodi nella storia del Novecento, che é una articolata recensione all’omonimo volume di Enrico Miletto edito quest’anno per le Edizioni Seb 27 di Torino.
Di questa antologia di interventi dovuti a studiosi diversi Stelli esamina le argomentazioni piu significative, ma non manca di rilevare anche le lacune o le .ambiguità di taluni assunti, particolarmente la dove - come nel caso di un intervento tra quelli raccolti nel volume di Miletto - la sua autrice si dimostra restia a indicare nel comunismo quell’ideologia totalitaria responsabile non soltanto degli eccidi ai danni della popolazione italiana della Venezia Giulia negli anni della seconda guerra mondiale, ma fonte anche delle sanguinose lotte tra opposte visioni all’interno dello stesso movimento comunista.
Al vaglio severo di Stelli anche altri saggi, come quello dedicato all’esodo istriano in un contesto europeo, il cui autore mostra di riconoscere un valore “scientifico” alle asserzioni tutte politiche (e ciniche) di Togliatti, intese a ridurre l’enorme portata del fenomeno dell’esodo per timore che potesse assumere in Italia, anche all’interno del Partito Comunista, un clamore eccessivo e perturbante per la linea adottata dal .Migliore. nei riguardi della Jugoslavia, naturalmente prima del 1948.
Alla piú remota, ma non per questo meno animosa, lotta per l’indipendenza ungherese nel biennio 1848-’49 nel quadro dei grandi moti liberali europei, e dedicato l’articolo di Katalin Mellace Gli ultimi anni di Lajos Kossuth. Fonti valdesi sulla morte del patriota ungherese.
Dal suo esilio torinese, l’eroe della rivoluzione liberale tentó di proseguire con altri strumenti la sua generosa lotta, ritenendo che .il dominio della casa austriaca [era] incompatibile coll’indipendenza dell’Ungheria. e perció impegnandosi nella collaborazione a giornali e riviste per tenere desto il problema della liberta del suo Paese.
Alla sua morte lo stesso imperatore dette disposizione che nessun rappresentante della monarchia austriaca avrebbe dovuto prendere parte alle cerimonie commemorative e, con precisione asburgica, tanto meno alla raccolta di fondi per l’erezione di monumenti in sua memoria.
Quanto la sua figura fosse gia divenuta emblematica delle aspirazioni delle nazioni lo dimostrarono le sue esequie a Torino, alle quali affluirono - li cita puntualmente l’autrice - i veterani ungheresi del 1848, i torinesi, i veneziani, i nizzardi e ancora i vecchi garibaldini in camicia rossa.
Sulla figura del maggiore dei Granatieri Carlo Reina nei mesi dell’Impresa dannunziana si sofferma con un ampio intervento Leonardo Malatesta, che ricostruisce le circostanze del suo allontanamento da Fiume per ordine dello stesso Comandante a causa di un forte dissenso sulla conduzione della stessa Impresa sino al suo avvicinarsi a Zanella

 

646 - Il Piccolo 12/10/12 Gorizia: Italiani e sloveni, si ricomincia dalla parola
Italiani e sloveni, si ricomincia dalla parola

Storici e intellettuali si sono confrontati a Gorizia sul dialogo fra le minoranze nelle rispettive repubbliche

di Marco Bisiach
GORIZIA Parola che unisce, parola che divide. Parola come lingua, bene prezioso e diritto, preteso o tolto, a seconda dei punti di vista. Parola come testo, di un libro di storia o di un giornale, per diffondere un'idea, difenderla o conciliare. Parola come dialogo. Quel dialogo “possibile” tra popoli storicamente e geograficamente vicini, poi per un tempo lungo divisi, ed infine, oggi, autori di un lento ma propositivo percorso di riavvicinamento.
È il dialogo di cui s'è parlato ieri pomeriggio a Gorizia, sede – forse unica e ideale, secondo lo storico Fulvio Salimbeni – del convegno “Minoranza slovena in Italia e italiana in Slovenia. Il dialogo possibile superando i rispettivi nazionalismi dell'800”, promosso dall'Anvgd in collaborazione con il nostro giornale ed il Primorski Dnevnik, assieme anche alla slovena Skgz.
C'erano il direttore de Il Piccolo Paolo Possamai, nella veste del moderatore, i rappresentanti di Anvgd, Skgz e Unione Italiana in Slovenia e Croazia Rodolfo Ziberna, Livio Semolic e Maurizio Tremul, soprattutto gli storici italiani e sloveni Fulvio Salimbeni, Roul Pupo, Marta Verginella e Kristjan Knez.
Tema vasto e delicato, quello del rapporto tra le due comunità, quella di lingua italiana e quella di lingua slovena, che in questo lembo tormentato di terra a cavallo tra oriente ed occidente, hanno sempre vissuto pacificamente. Fino a scoprirsi, dopo la metà dell'Ottocento, improvvisamente incapaci della convivenza. Dire del perché e del come, in sintesi estrema e definitiva, è difficile quanto azzardato.
Eppure l’incontro sul filo della storia proposto ieri a Gorizia ha tracciato una strada, offerto un unico comune denominatore per la riflessione. La parola. Che è stata, con la lingua madre vietata alle genti dalla crescente aggressività dei nazionalismi e della politica tra Ottocento e Novecento, il motivo scatenante delle dispute e dei conflitti, degli esodi e delle tragedie. Elemento principe di divisione, in questo senso. Ma parola che è stata anche mezzo, come hanno intelligentemente suggerito nei loro interventi sia Verginella che Knez, di affermazione di un'idea nazionalista, quando gli storici schierati veicolavano una visione solamente parziale dei fatti e della realtà. O quando lo stesso facevano i giornali. Quegli stessi quotidiani che oggi invece provano a fondere le diversità, pur rispettando le identità. «Anche se – ha rimarcato non senza dispiacere Knez – notiamo ancora oggi ad esempio nel capodistriano come i mass media in lingua slovena snobbino regolarmente quanto fa e propone la comunità italiana. È solo un caso o c'è un qualcosa di programmato alle spalle?».
La chiave del dialogo, in territori plurali, è secondo Knez allora l'evitare la strumentalizzazione della parola, e «chiamare le cose sempre con il loro nome». Ma partendo da un passato forse non ancora abbastanza lontano, per capire le radici del conflitto, il convegno ha tentato soprattutto di delineare una prospettiva per il futuro. Una prospettiva di dialogo che passa ancora attraverso la parola: l'insegnamento della lingua slovena – sempre più diffuso anche per scelta delle famiglie italiane – che deve essere possibilità per tutti, secondo Livio Semolic. Ma anche i testi scolastici che, dicono Salimbeni e Pupo, oggi dovrebbero raccontare, specie nelle terre di confine, una storia condivisa e collettiva. Perchè la memoria è destinata a restare sempre affare personale.

 

647 - Corriere della Sera 12/10/12
Lettere a Sergio Romano - Alleati di Hitler in guerra spesso nazionalisti, non fascisti

ALLEATI DI HITLER IN GUERRA SPESSO NAZIONALISTI, NON FASCISTI
Mi rivolgo a lei per qualche maggiore informazione su un tema che mi incuriosisce. Una pittrice di Brno, vissuta a Bratislava, mi ha narrato che suo padre fu ministro del governo Tiso, separatista e indipendentista slovacco, alleato della Germania nazista, aggiungendo che come ministro «tecnico», esperto di economia, fu poi condannato dal governo comunista, insediatosi dopo la fine della Seconda guerra mondiale, ad alcuni anni di reclusione, mentre molti altri ministri, «non tecnici», furono condannati alla pena di morte o all'ergastolo. Le chiedo se è vero che il governo Tiso fu, più che un governo nazista, un governo sorretto da separatisti che anelavano all'indipendenza della Slovacchia dalla Boemia e Moravia, sorretto per lo più da cattolici di segno fortemente conservatore. È vero che ai ministri «tecnici», che non avevano avuto le principali responsabilità politiche, fu comminata poi soltanto una pena detentiva di alcuni anni?
Alfredo Guarino

Caro Guarino,
Possiamo comprendere il caso di monsignor Tiso, capo dello Stato slovacco durante la Seconda guerra mondiale, soltanto collocandolo in un quadro più largo: quello degli Stati emersi dal crollo dei grandi imperi multinazionali (asburgico, zarista, ottomano) dopo la Grande Guerra. Nelle intenzioni proclamate dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson questi Stati dovevano essere «nazionali» e riflettere le aspirazioni di comunità caratterizzate da una forte identità etnica, linguistica, culturale. Nella realtà, i confini furono tracciati, molto spesso, secondo le convenienze dei vincitori e le ambizioni delle classi politiche che esercitavano in quel momento una maggiore influenza.
La Polonia riuscì ad appropriarsi di una parte della Slesia, abitata da popolazioni tedesche. I leader boemi poterono creare uno Stato che comprendeva le province tedesche del Sudetenland e la Slovacchia ungherese. Il Regno di Serbia creò una nazione degli slavi del sud che molti croati, sloveni, macedoni, ungheresi della Vojvodina e albanesi del Kosovo non consideravano la loro casa. La Romania incorporò la Transilvania ungherese. L'Italia conquistò il confine al Brennero e ottenne l'Istria, dove il contado era prevalentemente slavo.
In Europa orientale, il trionfo dei bolscevichi sull'Armata bianca cancellò dalla carta geografica alcuni degli Stati indipendenti che erano sorti dopo il collasso dell'impero zarista: Ucraina, Bielorussia, Armenia, Azerbaijan, Georgia. Più tardi, grazie all'accordo con Hitler, Stalin completò l'opera recuperando le terre conquistate dai polacchi nel 1921, le repubbliche del Baltico, una parte della Carelia finlandese. La scoppio della Seconda guerra mondiale rimise in discussione tutti i confini europei e le vittorie tedesche offrirono ai nazionalismi frustrati un'occasione a cui molti non seppero resistere. Nacquero così lo Stato slovacco e il Regno di Croazia, rinacquero le repubbliche del Baltico e la Finlandia entrò in guerra a fianco della Germania per riprendere ai sovietici le terre perdute durante la guerra del 1939-1940. In questi nuovi Stati vi erano certamente formazioni politiche che avevano una forte affinità ideologica con il fascismo e il nazismo; ma vi erano anche molti nazionalisti per cui la Germania di Hitler, in quel momento, rappresentava il minore dei mali.
Dopo le vittorie dell'Armata rossa e l'instaurazione dei regimi comunisti, tutti coloro che avevano collaborato con i tedeschi furono considerati «nazifascisti». Ma fu trattato con meno rigore chi aveva competenze tecniche e poteva servire alla ricostruzione del Paese dopo la guerra.

 

648 - Corriere della Sera 09/10/12
L'Intervista - Il presidente serbo Nikolic: «L'Europa può chiederci tutto ma non di rinunciare al Kosovo»

L’Intervista
Il leader nazionalista di Belgrado oggi a Roma da Napolitano al quale vorrebbe portare In regalo la rakija, la grappa che produce personalmente a casa
«L’Europa può chiederci tutto ma non di rinunciare al Kosovo»
Il presidente serbo Nikolic: «Srebrenica non fu genocidio
DAL NOSTRO INVIATO
La Serbia ha rinunciato a molti tributi liberando la Fiat da molti vincoli. Se l’avesse fatto l’Italia, forse la Fiat avrebbe investito in Italia
Finché non saranno condannati, Karadzic e Mladic sono innocenti, com’è la regola in tutti i sistemi giudiziari del mondo
BELGRADO — «L’Europa non dovreb­be metterà di fronte a questa scelta: o es­sere membri dell’Ue o riconoscere l’indi­pendenza del Kosovo». Tomislav Nikolic, presidente serbo, l’ha detto il giorno del­l’insediamento, e lo ripete seduto sui diva­ni bianchi del suo ufficio a Belgrado, in quest’intervista al Corriere. «Non ho cam­biato idea: ho detto "se dobbiamo rinun­ciare al Kosovo, meglio dimenticare l’Eu­ropa" e per me vale ancora». È alla vigilia
della partenza per l’Italia, il primo Paese Ue che visiterà, e nei corridoi gira voce che voglia portare al presidente Napolita­no in regalo la rakija, la grappa che produ­ce personalmente a casa; oggi vedrà an­che il premier Mario Monti. La sua vittoria contro il filo-europeo Tadic è stata accolta con sospetto in molti Paesi. Eppure, l’ex volontario in guerra, vice nel partito nazio­nalista di Vojislav Seselj (ora a processo al­l’Aia), ha assunto posizioni «democristia­ne» e concilianti. Meno, sul Kosovo.
Presidente, lei vuole entrare in Euro­pa...
«L’Europa è il nostro obiettivo dal 2000. Abbiamo riformato l’economia, la giustizia, i servizi segreti, l’amministrazio­ne. Ma fatti questi progressi, ora c’è la pre­condizione del Kosovo. Non è giusto. Non chiedetemi se io voglio l’Europa: la vera domanda è se l’Europa vuole noi».
Cosa siete disposti a concedere sul Ko­sovo?
«Sotto enormi pressioni, la Serbia ha ac­cettato una serie di accordi con Pristina. Io ero contrario. Ma ora sono impegni del­lo Stato, e da presidente li rispetterò».
Lei propone negoziati diretti tra i lea­der politici.
«Non possono condurli, come in passa­to, tre anonimi funzionari statali. Vanno tenuti dai governi».
E lei sarebbe disponibile?
«Non mi tirerei indietro. Però se dall’al­tra parte l’interlocutore dovesse essere il premier kosovaro Thaci... So bene che non spetta a noi scegliere la controparte, però ricordo che Thaci è ancora coinvolto in un’indagine sul traffico di organi duran­te la guerra. E che prima bisognerebbe concluderla».
Lei non gli darebbe la mano...
«L’ho quasi incontrato a New York a un ricevimento Ue. Quando ho scoperto che c’era, me ne sono andato: non volevo crea­re scandalo evitando di stringergli la ma­no».
Perché ha scelto l’Italia per il suo pri­mo viaggio?
«L'Italia con noi ha legami da decenni, la Fiat costruì ai tempi dei comunisti lo stabilimento a Kragujevac, dove sono na­to, vidi gli italiani fidanzarsi con le serbe. E tutti noi andavamo in bus a Trieste, a comprare vestiti sul Ponte Rosso o il caffè: Trieste, e l’Italia, erano l’affaccio al mon­do. E poi ho la sensazione che l’Italia provi ancora un po’ di disagio perché è stata coinvolta, come partner della Nato, nelle vicende serbe».
La Fiat, e lo stabilimento di Kra­gujevac, sono al centro dei rapporti Ser- bia-Italia. Riuscirà lo Stato serbo, nono­stante la crisi, a rispettare gli impegni presi?
«Sì, daremo alla Fiat quanto concorda­to, ossia 90 milioni, in due rate. La prima quest’anno, la seconda l’anno prossimo. Costruiremo le infrastrutture, onoreremo gli impegni. Sono convinto che la produ­zione a Kragujevac deve essere conforme
alla capacità dello stabilimento».
Vuole dire produrre fino a 200 mila macchine. Però in Italia si teme che la produzione così si sposti in Serbia.
«Finora la Serbia non ha tolto lavoro agli italiani: qui si assemblano le parti del­la 500L che si costruiscono in Italia. Del re­sto, la produzione si sposta dove ci sono le condizioni. La Serbia ha rinunciato a molti tributi liberando la Fiat da molti vin­coli. Se l’avesse fatto l’Italia, forse la Fiat avrebbe investito in Italia Non si può chie­dere a chi mette i propri soldi di restare per patriottismo in un Paese dove non conviene produrre».
Presidente, lei è stato molto criticato per alcune sue frasi. Disse che a Srebre­nica non c’è stato genocidio...
«La Serbia non è stata coinvolta nel cri­mine di Srebrenica. Quel crimine è stato compiuto da alcune singole persone ap­partenenti al popolo serbo. Il parlamento serbo ha condannato quel crimine gravis­simo: ma non ha parlato di genocidio, non ho sentito nessuno in Serbia definirlo così, e non l’ho fatto neanch’io».
Nel 2007 lei disse che Karadzic e Ma­die non erano criminali. Fosse stato pre­sidente allora, avrebbe fatto arrestare Mladic?
«Karadzic e Mladic sono all’Aia. Finché non saranno condannati, saranno inno­centi, com’è la regola in tutti i sistemi giu­diziari del mondo. L’arresto? Il presidente non ordina arresti. Forse il mio predeces­sore l’ha fatto, ma io so quali sono i miei compiti costituzionali».
Ma un presidente di un simile arresto viene informato...
«A che serve interrogarsi su Karadzic e Mladic? Sono un libro chiuso e consegna­to all’Aia».
Mara Gergolet
Il Personaggio
Da Kragujevac
Tomislav Nikolic è nato 60 anni fa a Kragujevac, dove la Fiat ha i suoi stabilimenti Con Seielj A lungo membro del Partito radicale del nazionalista Vojislav Seselj (ora sotto processo all'Aia per crimini di guerra), del quale è stato vice, si è distaccato dalle posizioni del leader ed è passato a sostenere l'avvicinamento della Serbia all'Unione Europea
Il partito
Nel 2008 ha lasciato il Partito radicale e ha fondato il Partito del progresso, nazional-conservatore e populista La presidenza Alle elezioni presidenziali del 2012 ha sconfitto al ballottaggio il filo-europeo Boris Tadic,
Dal 31 maggio è presidente della Serbia. Contrario all'indipendenza del Kosovo

 

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