La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri
anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

67 - La Voce in più Storia Ricerca 06/10/12 Pubblicazioni - Capire Umago: regata storico-culturale dai primordi ad oggi (Kristjan Knez)
68 - La Voce del Popolo 01/08/12 Le cinque giornate di Fiume ((Kristjan Knez)
69 – L’Arena di Pola 30/08/12 Vergarolla: Quello scoppio per opera di «ignoti» (Bepi Nider)
70 - Foglio Periodico Istriano n° 44 - 8 Luglio 1808 Notizie Interne
71 - La Voce del Popolo 12/10/12 Drio el canton - Tornemo in cusina (Ester Sardoz Barlessi)
72 - Il Piccolo 18/08/12 Racconti d'estate - Il suono delle campane in quel lontano monastero del Kosovo (Paolo Rumiz)
73 - Osservatorio Balcani 10/10/12 Gli armeni di Siria (Ilenia Santin)

 

Ottobre 2012 – Num. 30


67 - La Voce in più Storia Ricerca 06/10/12
Pubblicazioni - Capire Umago: regata storico-culturale dai primordi ad oggi

PUBBLICAZIONI Carta d’identità «bilingue » accessibile a tutti, esauriente e puntuale, con percorsi e approfondimenti interdisciplinari e iconografici

Capire Umago: regata storico-culturale dai primordi ad oggi

In un volume bilingue, edito dalla Biblioteca civica e dall’Università popolare aperta «Ante Babić» sono racchiusi i più diversi aspetti della vita della città. In primo piano il suo patrimonio

Umago. Monografica grada Umaga/Monografia della cit­tà di Umago» è il recente vo­lume bilingue, edito dalla Biblioteca civi­ca e dall’Università popolare aperta “Ante Babic”, la cui realizzazione è stata resa possibile grazie al concorso finanziario della municipalità umaghese. Si tratta di un’opera collettanea particolarmente cura­ta nella veste grafica, non da meno sono pure i contenuti. Questi propongono lo svi­luppo storico, dalla prima antropizzazione del territorio ai giorni nostri, e si sofferma­no sul suo patrimonio culturale e artistico, come pure sulla situazione odierna, con ri­ferimenti alla dimensione economica, nel­la fattispecie quella legata all’ospitalità che fa di Umago stessa una delle capitali turistiche della Croazia.
È un’edizione accessibile a tutti, infatti gli editori hanno avuto l’accortezza di con­fezionare un prodotto in entrambe le lingue del territorio (le traduzioni in lingua ita­liana sono state curate da: Sara Blazevic, Maurizio Rota, Dimitrij Susanj, Jan Vanek, Suzana Zenzerovic, Ivana Martincic e Marina Prebeg, queste ultime hanno pro­posto anche la versione croata dei testi ita­liani). Il libro desidera essere una sorta di biglietto di visita del comune e lo è a tutti gli effetti. L’italiano non è relegato a sem­plice “contorno”, ma, nel pieno rispetto del bilinguismo esistente, ha pari dignità in quanto lingua usata quotidianamente dal­la popolazione. Per questa sensibilità, pur­troppo non sempre esistente, i promotori meritano un plauso.
Il ricco apparato d’immagini accompa­gna i capitoli dedicati ai più diversi aspetti della vita umaghese di ieri e di oggi. Ac­canto ai materiali iconografici attinti dagli archivi del Museo civico e della surricorda­ta Università popolare aperta nonché dalla collezione del prematuramente scomparso Niki Fachin, attento e appassionato indaga­tore del passato di questa parte dell’Istria, l’edizione ospita un considerevole numero di immagini realizzate dai fotografi: Gian­franco Abrami, Nerio Belic, Neda Fanuko, Mijat Gavran, Alen Hlaj, Neven Jurjak, Renco Kosinovic, Elena Maurel, Robert Sironic e Zaneto Paulin.

Omaggio al territorio che crea identità
L’opera è un omaggio al territorio. In apertura il sindaco, Vili Bassanese, evi­denzia che essa “va incontro all’esigenza comune di esaltare i valori e la singolari­tà della storiografia locale, nondimeno la modernità del comprensorio umaghese, suggellando il nostro amore verso la città in cui siamo cresciuti, in cui viviamo e la­voriamo, permettendoci di rafforzare que­sto affetto traendo da esso la forza per lo sviluppo della propria identità”. E desi­dera fornire anche delle “risposte a mol­te domande” a coloro che, specie in tem­pi recenti, hanno trovato colà una nuova residenza. Una bella dichiarazione di at­taccamento verso la piccola patria, che ci rimanda con il pensiero al Diciannovesimo secolo, quando cioè le municipalità della penisola, rendendosi conto che non erano per niente delle realtà prive di alcuna im­portanza alla periferia dell’impero asburgi­co, promossero gli studi storiografici e la valorizzazione del retaggio culturale pre­sente in loco, che avrebbero dovuto stimo­lare il progresso venturo.

Sulle orme di Kandler
Proprio nel 1870 l’erudito triestino Pie­tro Kandler recapitava al consigliere dot­tor Sebastiano Picciola il suo testo intito­lato “Omago. Cenni storici”, ossia uno dei primi tentativi di ricostruzione storiografi­ca degli accadimenti concernenti Umago, come si evince dagli studi di Rino Cigui,
autore pure di due contributi nella mono­grafia che stiamo presentando. In apertura si avverte che solo oggi è possibile appren­dere la verità storica e che il volume non ha la pretesa di essere definitivo, ma de­sidera essere solo un contributo alla com­prensione. È un appunto non insignifican­te, se pensiamo che fino a poco più di due decenni or sono iniziative di questo genere dovevano seguire la falsariga proposta dal regime, in cui emergevano le versioni uffi­ciali e dogmatiche, accompagnate da tante omissioni, censure e mezze verità. Una so­cietà che desidera definirsi veramente de­mocratica non può accettare che lo studio dei tempi andati sia offuscato dagli interes­si di partito. E da quanto abbiamo appurato gli autori hanno lavorato con onestà intel­lettuale e quindi senza condizionamenti.

Tante le tracce del passato
Umago è una cittadina dinamica, cono­sciuta per l’offerta turistica e, soprattutto, per un evento centrale come il torneo ATP, il maggiore campionato tennistico ospitato in Croazia (dal 1989). Il comune è poi ca­ratterizzato da uno sviluppo costiero am­maliante, con insenature, baie, promontori e un litorale frequentato fin dall’antichità. Le tracce dei tempi andati sono, di conse­guenza, ricchissime e il territorio periodi­camente restituisce tasselli di testimonian­ze, grazie alle quali è possibile ricostruire il passato di questo angolo istriano.
L’antichità è, indubbiamente, quel­la che riserva le maggiori sorprese, che di volta in volta riconfermano l’importanza di quest’area ai tempi di Roma. Anche i più recenti scavi archeologici effettuati nel centro urbano sono di notevole interesse, poiché hanno riportato alla luce considere­voli elementi della Umago medievale, un periodo sul quale le nostre conoscenze non abbondano. Le ricerche degli ultimi anni e le testimonianze scoperte gettano nuova luce sull’età di “mezzo”. L’auspicio mag­giore è che i dati, i reperti e le considera­zioni emersi da tali indagini possano esse­re adeguatamente sviluppati in un volume monografico.

L’espansione del nucleo urbano
Se per secoli il centro era concentra­to sul promontorio, diversa è la situazione odierna con l’urbanizzazione che interessa ormai l’intero territorio che si sviluppa a mo’ d’anfiteatro, un tempo occupato prin­cipalmente da campi delle grandi tenute, lavorati quasi fino in prossimità del mare. Ci sono delle immagini attraverso le qua­li è possibile seguire questa espansione dal nucleo originario in direzione dell’interno come pure in prossimità del litorale, tant’è che da Valle Lunga e Punta del Moro a Co­munella e Punta Moella possiamo parlare di un’area urbana pressoché continua.
Le testimonianze fotografiche aiutano non poco a seguire la metamorfosi. A p. 251 una piacevole cartolina a colori, mol­to probabilmente della fine dell’Ottocento o dei primi del Novecento, ci raffigura una cittadina che possiamo immaginare statica, con una popolazione dedita principalmente alla pesca e all’agricoltura; essa è interes­sante perché raffigura il centro urbano vi­sto da un punto al di qua del porto, in par­te ricoperto dalla macchia mediterranea e da una pianta d’olivo, chiaro riferimento a quegli appezzamenti coltivati che discen­devano verso il mare. A p. 24 una foto in bianco e nero, degli anni Sessanta del se­colo scorso, ci mostra una realtà risveglia­ta, con la presenza dei primi edifici moder­ni e dei caseggiati eretti su quelle porzioni di terra fino a pochi anni prima occupate dagli orti; questa parte costituisce oggi il vero cuore della località. Infine ricordiamo la foto aerea alle pp. 274-275, che effica­cemente ci rappresenta lo sviluppo recente di Umago, in cui la parte antica costituisce solo un segmento, un’appendice dalla qua­le si protende l’agglomerato di case e co­struzioni varie.

Un mosaico in undici sezioni
Il volume si compone di undici contri­buti redatti da altrettanti autori. Poiché si desiderava curare un libro divulgativo, gli argomenti spaziano in vari settori e interes­si. I testi sono sì accessibili ad un pubbli­co più ampio, ma non per questo perdono la loro validità scientifica, ci riferiamo so­prattutto alla prima parte riservata alle va­rie età storiche della cittadina. Anzi, queste ricostruzioni sono il frutto di attente inda­gini topografiche e di ricerche archivisti­che e bibliografiche, le cui fonti sono pun­tualmente citate nelle note a corredo dei singoli saggi.
Le Note introduttive di Dimitrij Susanj (pp. 13-26), offrono un excursus nella sto­ria umaghese, dalle prime forme di civil­tà riscontrate negli insediamenti, come i castellieri sui colli di Romania, San Pie­tro, Colombania e Ungaria, all’età aurea dell’Urbe. In quei secoli lungo la riviera e nelle vicine campagne sorsero ville ma­rittime e ville rustiche, con strutture adibi­te alla produzione di vino, d’olio d’oliva, all’estrazione della porpora, ecc.

Dall’età aurea al tramonto
Il viaggio nei secoli si sofferma sul tra­monto dell’antichità e sull’alto Medioevo, sui tempi insicuri, contraddistinti da sac­cheggi e distruzioni che contribuirono allo spostamento della popolazione origina­ria verso zone meglio difendibili. La stagione dell’incertezza e della titubanza ven­ne meno con l’astro nascente di Venezia, la quale, staccatasi da Bisanzio e uscita con la sua forza marittima dalle barene della lagu­na, si proiettò nello spazio adriatico metten­do in atto una serie di operazioni militari tese a eliminare l’endemico problema del­la pirateria e rendere quel mare liberamen­te navigabile. Dal XIII secolo la cittadina si trovò a gravitare nell’orbita della Serenissi­ma e da questa dipendeva. Oltre alla politi­ca della Dominante che disciplinava severa­mente lo sviluppo economico, i secoli com­presi tra l’autunno del Medioevo e la prima età moderna furono inclementi. Le pessime condizioni igienico-sanitarie e l’aria insalu­bre, con zone perennemente interessate dal­la malaria, senza contare i flagelli della pe­ste e le morie provocate dal colera, contri­buirono a vari ricambi della popolazione.

La colonizzazione
L’area fu interessata dalla colonizzazio­ne della Repubblica che a più riprese ripo­polò le aree rimaste pressoché deserte, tra­sportando genti dall’inquieta area balcanica e da quella egea, progressivamente assorbi­te dalla Sublime Porta. Ciò contribuì a mo­dificare la struttura degli abitanti; le testi­monianze disseminate sul territorio, come l’introduzione dell’alfabeto glagolitico, per esempio, sono un chiaro indizio.
Si ricorda l’amministrazione austriaca e il fiorire dell’idea nazionale e dei risorgi­menti che coinvolsero le anime compresen­ti sul territorio. Il processo di nazionalizza­zione delle masse non fu lineare e imme­diato, e, specie nel contesto rurale, quella componente, fino a tempi a noi recenti, non aveva manifestato una chiara appartenenza nazionale, complice anche il bilinguismo e la commistione di identità locali forti che rendevano problematica l’individuazione di contorni netti. Il XIX secolo fu contrad­distinto anche da una ripresa in vari setto­ri: l’agricoltura si risollevò e conobbe uno slancio grazie allo sviluppo esponenziale di Trieste per i cui approvvigionamenti face­va riferimento all’area istriana più prossi­ma, parallelamente crebbero anche i colle­gamenti marittimi.
Nuova linfa
Il progresso economico in senso lato fu promosso dai grandi proprietari terrieri De Franceschi e Manzutto, altri invece, grazie all’impegno politico sia in città sia in seno alla Dieta provinciale dell’Istria, s’impe­gnarono a dare nuova linfa alle più diver­se attività. Sorsero nuove realtà: la cantina sociale, il mulino, il conservificio e furono introdotte nuove tecniche nel settore agre­ste. Si ricorda quindi il periodo successi­vo al crollo austro-ungarico e l’amministra­zione italiana. Il regime fascista se da un lato intervenne con una politica snazionalizzatrice con il fine di eliminare le pecu­liarità di un contesto composito, per omo­logarlo all’idea di “una nazione = una lin­gua”, dall’altro, grazie ai grandi lavori pubblici, che inclusero la penisola in uni­co comprensorio di trasformazione fondia­ria, anche la città fu attraversata dall’Ac­quedotto istriano che risolse lo storico pro­blema idrico, mentre gli interventi di bo­nifica delle zone acquitrinose posero fine alla malaria, vera piaga per la società loca­le. Si passa agli anni del secondo conflitto mondiale, con le misure repressive adotta­te dalle forze naziste in risposta alla Resi­stenza e si ricorda la tragedia del piroscafo “San Marco” colpito dall’aviazione alleata il 9 settembre 1944 provocando la morte di 154 persone. I riferimenti toccano anche “il dramma del dopoguerra” con le riper­cussioni del problema di Trieste e l’esodo finale della stragrande maggioranza della popolazione autoctona.
I periodi più remoti
La storia di Umago e dei suoi dintor­ni fino al 1269, proposta da Narcisa Bolsec Ferri e da Branka Milosevic (pp. 27-42), ac­compagna il lettore nei periodi più remoti.
I copiosi rinvenimenti archeologici confer­mano una continuità insediativa dal Paleo­litico in qua, come lo attestano i resti di un insediamento risalente a quel periodo, sco­perto negli anni Settanta del secolo scorso nell’area del promontorio di Salvore e sem­pre in quel sito, nella parte più alta, furono scoperte delle selci utilizzate per la fabbri­cazione di utensili; in base alle conoscenze sinora acquisite quel punto costituisce il più antico abitato all’aperto della penisola istria­na, risalente al mesolitico (10 000-5000 a C.). Nell’insenatura di Zambrattia vi era in­vece un insediamento neolitico. Il territorio fu ulteriormente antropizzato all’inizio del primo millennio (età del ferro).
Gli Histri, giunti in quella nuova terra, s’insediarono nei castellieri già esistenti e in­staurarono un rapporto di convivenza con la popolazione che trovarono in loco. Nel III e I sec. a.C. essi dominavano ormai l’Adriati­co settentrionale praticando la pirateria, gra­zie all’utilizzo d’imbarcazioni veloci e equi­paggi particolarmente pratici, proprio come gli altri popoli che si affacciavano sulle coste di quel mare. I problemi arrecati ai Romani e ai loro interessi nell’area portarono a conflit­ti tra le due parti, che si conclusero nel 177 a.C. con la caduta di Nesazio, la loro capitale nell’Istria meridionale.
Seguono i riferimenti all’organizzazione del territorio in età romana, alla realtà eco­nomica, contraddistinta dalle ville rustiche di grandi dimensioni, come Sepomaia, ai porti e alle arterie stradali. La vitalità di quest’area e il suo intenso popolamento trovano riscontro nelle innumerevoli sepolture nonché nei re­perti di vario genere rinvenuti in diverse località. Anche dopo il crollo dell’impero dei ce­sari l’area continuò a svolgere un ruolo non secondario. Apparteneva all’Esarcato di Ra­venna e con la riconquista di Giustiniano, a Sipar fu eretta una fortificazione sopra i resti di una struttura romana. Humago è menziona­ta nella Cosmographia dell’Anonimo Raven­nate (VIII sec.), autore che cita anche Silbio (Salvore) e Sapparis, Siparis (Sipar). Vi sarà poi il dominio franco e con il trattato di Ver­dun dell’843, cioè con la spartizione dell’im­pero tra i tre nipoti di Carlo Magno, la peniso­la istriana si troverà nell’orbita germanica.
L’epoca della Serenissima
Già prima del Mille Venezia iniziò a guardare con maggiore interesse alla sponda opposta. Accordi, legami sempre più stretti e patti di fidelitas le apriranno lentamente la strada verso la conquista di quelle posizio­ni strategiche, suggellata poi dalle dedizio­ni. La storia di Umago in epoca veneziana (1269-1797), firmata da Rino Cigui (pp. 43­58), si sofferma sulla stagione in cui la citta­dina apparteneva ai domini marciani, il cui sviluppo fu lento e difficoltoso. Gli attacchi militari e i flagelli delle malattie lasciarono un segno profondo, mentre la colonizzazio­ne slava avrebbe mutato la struttura demo­grafica del territorio. Venute meno le insidie dal mare, che avevano costretto la cittadina a chiudersi entro la cinta muraria, la nuova si­tuazione contribuì al rinnovamento, accom­pagnato da una costante crescita della popo­lazione, tant’è che per ospitarla nel centro urbano si dovette, nei primi decenni del XIV secolo, alzare una seconda difesa tra la Valle della Moela e le acque del porto. Affrancata­si dagli ultimi vincoli feudali, si gettarono le basi del comune autonomo dotato di uno sta­tuto proprio (XII sec.) il cui potere ammini­strativo e giudiziario era affidato a magistrati eletti dal popolo.
L’italianità: capitolo curato da Rino Cigui
La trattazione de “La cultura italia­na a Umago: istituzioni e personaggi” è stata affidata a Rino Cigui (pp. 149­158). Gli uomini d’intelletto affacciati­si sulla scena della località istriana, al­meno dal XVIII secolo in poi, contri­buirono allo sviluppo in senso lato del­la cittadina e, come evidenzia l’autore, “sono stati loro i portatori della sensi­bilità moderna e dello spirito analitico e scientifico che stava lentamente pene­trando anche nella piccola Umago”.
Per quanto concerne l’istruzione sco­lastica va detto che nel 1818 nella Dioce­si di Cittanova erano in funzione le scuo­le di Umago, Verteneglio e Cittanova, la situazione cambiò nella seconda metà del secolo, grazie alla pubblicazione della nuova legge austriaca per le scuole popo­lari (1869). L’istruzione diventava di per­tinenza comunale e provinciale.
Tra le iniziative precedenti si ricorda l’apertura della scuola a Petrovia (1857) che divenne un punto di riferimento an­che per la popolazione di Matterada. Per venire incontro all’alfabetizzazione suc­cessivamente sorsero scuole nelle frazio­ni del territorio.
Tra le personalità originarie dell’Uma- ghese ricordiamo: gli storiografi France­sco Roselli, Giovanni Battista de France­schi, anche podestà, deputato al Consiglio dell’Impero e alla Dieta di Parenzo, Erne­sto Fumis e Andrea Benedetti, i letterati Giuseppe Martinello, Giovanni Novacco, Giorgio Abrami e Fulvio Tomizza, nella musica si distinse Gian Giacomo Man- zutto, apprezzati medici furono Giuseppe Manzutto, Carlo Apollonio, Giorgio de Franceschi e Edoardo Pascali; da ricorda­re anche l’ingegnere Italo de Franceschi.
La condotta politica dell’imperatore Ottone IV che aveva infeudato la penisola al Patriarcato d’Aquileia e la paura manifestata dai comuni istria­ni di finire fagocitati dai Conti di Gorizia, acerrimi nemici del Patriarcato stesso, fecero sì che quei co­muni guardassero a Venezia. Il 3 dicembre 1269 il nobile veneziano Marino Bembo prese possesso di Umago nella veste di rettore.
Pensare alla difesa
La difesa territoriale fu una delle prime preoccu­pazioni della Repubblica, che istituì un’organizza­zione militare unitaria, con sede dapprima a Parenzo (1301) quindi a S. Lorenzo al Leme (dal 1304). Dopo la virulenta ribellione capodistriana del 1348, che palesò l’inopportunità di un unico comando mili­tare per tutti i territori istriani di suo possesso, furono introdotte alcune novità: il rappresentante di Capodi­stria divenne podestà e capitano con maggiori com­petenze militari e fu istituito un Pasenatico a Umago per la difesa dell’area inclusa tra il Risano e il Quie­to. La sua durata fu breve e già nel 1359, per ragioni strategiche, la sede fu traslata a Grisignana.
L’assenza di una forza militare a Umago ebbe conseguenze deleterie. Il lungo braccio di ferro tra Genova e Venezia, la cui rivalità sfociò in una serie di duri scontri per la supremazia marittima e com­merciale, investì anche l’Istria. Umago fu attaccata, saccheggiata e danneggiata in più occasioni: 1354, 1370, 1379. E dopo gli eventi bellici comparve l’om­bra cupa delle epidemie, la prima notizia relativa alla peste risale al 1424. E nel corso dell’età moderna una sequela di morbi non avrebbe risparmiato il territorio con la sua scia di morte.
Il ruolo delle confraternite
Quelle ondate ebbero conseguenze esiziali. Per ovviare a quella situazione, nel Cinquecento la Se­renissima intervenne colonizzando l’agro umaghese con genti provenienti da contesti lontani “che ve­nivano investite di fondi e casali e godevano, per vent’anni, esenzione da ogni gravame personale e reale” (p. 49). L’autore si sofferma pure sul ruo­lo socio-economico delle confraternite, “uno degli aspetti più genuini della vita spirituale dell’epoca” (p. 51). Esse erano associazioni formate da laici che non pronunciavano voti, non seguivano regole mo­nastiche, non vivevano in comunità, ma si univa­no per pregare e per esercitare la carità cristiana. In città sono attestate già nel 1490 (scuole di S. Gia­como, S. Andrea, S. Nicolò, S. Pellegrino, S. Gio­vanni Battista, S. Benedetto e S. Maria). Le corpo­razioni religiose aumentarono nel secolo successivo grazie alle disposizioni del Concilio di Trento.
Ricco retaggio
Narcisa Bolsec Ferri e Branka Milosevic hanno curato anche un’esauriente sezione su “Il patrimonio di Umago e dintorni” (pp. 59-110), dalla quale emer­ge il ricco retaggio custodito nell’area presa in esa­me. La continuità degli insediamenti e l’antropizza- zione del territorio, dalla protostoria in qua, hanno lasciato tracce e segni evidenti che l’hanno modella­to in ogni suo aspetto. Le autrici analizzano la chie­sa parrocchiale dedicata all’Assunzione della Beata Vergine e a San Pellegrino, una struttura del XV se­colo ristrutturata nel 1691, giacché esattamente un quarantennio prima essa era stata seriamente dan­neggiata da un nubifragio.
Nel 1730 però l’edificio di culto fu abbattuto e sul­lo stesso sito sorse quello nuovo; i lavori si protrassero per un trentennio e non furono mai terminati, come si evince dalla facciata incompiuta. Il progetto della fab­brica è attribuito a Giovanni Dongetti, architetto pira- nese di origini milanesi. Merita rammentare che que­sta chiesa parrocchiale è la prima costruzione di tipo­logia tardopalladiana edificata nel XVIII secolo nella provincia veneziana dell’Istria e fu modello per quelle successive, realizzate a Buie, Grisignana, Pinguente e Piemonte.
Il saggio, con dovizia d’informazioni, illustra la natura artistica in essa contenuta: il trittico tardogotico in legno raffigurante i SS. Pietro, Antonio da Padova e Martino e la Pietà lignea rispettivamente dei primi e della fine del Quattrocento, l’organo di Francesco Dazzi del 1776, il dipinto a olio raffigurante il Cristo risorto, un’opera tardorinascimentale (primi del XVII secolo) attribuita al pittore Maffeo da Verona. Il centro storico racchiude ancora edifici di notevole interesse; nelle sue calli si trovano case con bifora gotica o con bifora rinascimentale o il palazzo settecentesco dei De Franceschi. Tra le residenze più considerevoli del No­vecento emerge quella dei Manzutto, che sorse nello spazio compreso tra le due cinte murarie demolite.
Il nuovo convive con il vecchio
A Umago oggi convivono testimonianze del pas­sato più remoto ed elementi nuovi; per fare un esem­pio è sufficiente ricordare la chiesetta di San Rocco del 1514 circondata da costruzioni di recente fattura. Sul litorale sorge invece la chiesetta di San Pellegri­no, un piccolo edificio a pianta rettangolare attestato già nel 1106. Il repertorio artistico, culturale e anti­quario fa riferimento anche alle località più prossi­me: San Giovanni della Corneta, Seghetto, Petrovia, Matterada e Madonna del Carso sulle quali in questa sede non possiamo scendere nei particolari.
La presentazione continua con la trattazione di Se- pomaia, cioè un ampio latifondo di età romana bene organizzato e articolato in possedimenti di dimensio­ni minori, ognuno dei quali era amministrato singo­larmente. Tale area includeva Zambrattia, Sipar, S. Margherita, i promontori di Tiola, Catoro e Muntarol e oggi essa ospita importanti siti archeologici, rigoro­samente descritti, rilevando le testimonianze più si­gnificative: la statuetta di Mercurio del I-II sec., il di­ploma militare in bronzo del 194 di Iezzi, la statuetta in bronzo raffigurante Iside Fortuna di Salvore, ecc.
In rassegna si presentano anche gli edifici più im­portanti, in primo luogo quelli di culto: la chiesa di S. Giovanni Evangelista a Salvore (seconda metà del XII sec.), quella di S. Lorenzo a Valfontane (XII sec.), i re­sti dell’abbazia benedettina e della chiesa di S. Pietro a Monterosso (IX-XII sec.), nonché le stanzie, vale a dire le residenze di grandi proprietari, tra le quali ricordia­mo le dimore di Stanzia Grande della famiglia Cesare, villa Gabrielli a Volparia, palazzo Sossa a Madonna del Carso e la dimora dei De Franceschi a Seghetto. Altre strutture residenziali sorgevano a Valizza, Colombania e Capitanía, tutti possedimenti della famiglia piranese dei conti Furegoni e prima dei conti Venier.
Dal diploma del 1860 a Osimo
Oltre un secolo di storia è tracciato da Darko Du- kovski nel capitolo “La storia di Umago dal diploma di ottobre del 1860 al Trattato di Osimo del 1975” (pp. 111-148). La città dapprima comune catastale, nel 1910 divenne comune amministrativo, mentre tra Otto e Novecento registrò un considerevole aumen­to demografico: dai 2310 abitanti nel 1880 ai 3933 del 1945. Siccome l’agricoltura non conobbe uno svi­luppo altrettanto importante l’eccedenza di manodo­pera divenne una costante. Tra la fine del 1920 e gli inizi dell’anno successivo a Umago fu istituita un’or­ganizzazione fascista come pure a Buie e Cittanova. Sebbene il movimento fascista in loco si sviluppasse secondo il modello esistente nel Parentino, nel 1928 esso si unì al Fascio di Pirano. Gli avvenimenti e i problemi della Venezia Giulia nei decenni compresi tra il primo e il secondo dopoguerra sono presentati in un’ottica regionale sul cui sfondo troviamo il mu­nicipio umaghese.
Le prime scuole croate
Zlatan Varelja scrive, invece, de “La storia dell’istruzione scolastica croata a Umago e nei suoi dintorni”. In concomitanza con la riforma costituzio­nale dell’Impero asburgico sorsero le prima scuole croate, dette complementari o anche pievane, dato che erano i preti a svolgere il ruolo d’insegnante. La questione dell’istruzione e in particolare della lingua usata rappresentò uno degli argomenti di scontro po­litico-nazionale in tutte le aree plurali e mistilingui della duplice monarchia.
Il contributo ospitato nel volume, a nostro giudi­zio, fa perno su una visione croatocentrica e si muo­ve su posizioni che la storiografia sta ormai abbando­nando. Affermare che “in molti territori croati questi consigli (comunali, nda) erano nelle mani degli Ita­liani o degli italofili. Nel 1884 il governo regionale di Parenzo (cioè la Dieta, nda) nomina in ogni con­siglio scolastico distrettuale tre dei propri rappresen­tanti, ovviamente solo risoluti nazionalisti Italiani” (p. 163), è semplicemente fuorviante. La nazionaliz­zazione delle masse passava anche, e soprattutto, at­traverso i banchi di scuola e proprio lì si coltivava la coscienza d’appartenenza ad un popolo.
Dicotomia città - contado
La dicotomia tra città e contado o meglio tra i reg­gitori e i subordinati nelle nostre terre non era solo questione di censo ma anche linguistica ed etnica. Di conseguenza si attivò la Società dei Santi Cirillo e Metodio che nel 1911 aperse la scuola croata a Mat­terada e l’anno dopo a Babici. Con l’avvento del fa­scismo tutte le realtà attive in lingua croata furono eliminate e risorsero a guerra terminata: a Pizzudo Superiore, Metti, Medighia, Valizza, Babici, Giurizzani, Vardizza, Morino. A Umago la scuola croata fu introdotta nell’anno scolastico 1948-49.
La pubblicazione propone anche altri contributi non attinenti al passato dell’area analizzata, e cioè: “Lo sviluppo economico e turistico della città di Umago”, di Valentin Jakac; “Lo sport a Umago”, di Mijat Gavran e Mladen Zoric; “La cultura nella Uma- go odierna: istituzioni, manifestazioni, associazioni”, di Neven Usumovic; nonché “Le caratteristiche am­bientali di Umago e dintorni”, di Neda Fanuko.
Kristjan Knez

 

68 - La Voce del Popolo 01/08/12 Le cinque giornate di Fiume
Le cinque giornate di Fiume


di Kristjan Knez


Nel 1930, cioè dieci anni dopo i tumultuosi fatti che coinvolsero la città di San Vito, conosciuti come “Natale di sangue”, l’avvocato Giuseppe Moscati, un ex legionario, pubblicò a Milano, presso la casa editrice “Carnaro”, il volume “Le cinque giornate di Fiume”.
Era uno degli innumerevoli scritti dedicati a quel problema che aveva coinvolto sia l’opinione pubblica sia la politica del Regno d’Italia. Quella edizione, in particolare, si soffermava sugli ultimi giorni della Reggenza del Carnaro. Proponeva l’epilogo sanguinoso della questione adriatica, apertasi al termine del primo conflitto mondiale e conclusasi, dopo alterne vicende, con le cannonate ordinate dal capo del Governo Giovanni Giolitti, che posero fine all’avventura dannunziana e costrinsero il poeta-soldato ad abbandonare il capoluogo liburnico.
In 334 pagine l’autore svela particolari poco noti, presentando fonti di varia natura, proponendo altresì una corposa appendice di documenti e di dati particolarmente utili, come i nomi dei legionari e dei civili caduti nonché l’elenco dei feriti nelle cinque giornate medesime.
Nella prefazione si legge: “Queste pagine non sono state ispirate da propositi di commemorazione, né vogliono essere elogio funebre dei nostri morti. In questo primo Decennale, noi vogliamo ricordare ai memori e agli immemori che le idealità per le quali si immolarono i nostri Caduti sono ancora fiaccola ardente del nostro spirito e della nostra fede”.
Moscati partecipò all’impresa fiumana poco più che diciottenne. Era nato, infatti, a Napoli il 3 aprile 1901; durante la seconda guerra mondiale prestò servizio e fu congedato con il grado di tenente colonnello. Dal 1945 in poi fu impegnato in un’alacre battaglia per la conservazione del Vittoriale, la residenza concepita e voluta da Gabriele d’Annunzio a Gardone (Brescia), che, in un clima eccitato per la fine del fascismo e la conclusione del conflitto, si era intenzionati a distruggere, in quanto giudicata alla stregua di una reminiscenza di un’età che si voleva dimenticare. Fino alla morte si batté con tutte le forze affinché il ricordo del Vate non andasse perduto o, peggio ancora, volutamente cancellato. Assieme a pochi altri ex legionari, nel gennaio del 1946, fondò l’associazione “Amici del Vittoriale”, ma la registrazione formale avvenne solo il 2 novembre 1972, due anni dopo la scomparsa di chi l’aveva voluta. Gli scopi sociali erano: rivendicare le ragioni che guidarono i legionari stessi nella città quarnerina, stimolare l’applicazione integrale del progetto predisposto da d’Annunzio per il Vittoriale degli Italiani, divulgare la sua vita e le opere uscite dalla sua penna, rettificare gli errori d’interpretazione nonché valorizzare il patrimonio artistico e ideale raccolto nella residenza sul lago di Garda.
Era un’operazione ambiziosa e conobbe innumerevoli ostacoli. Solo attraverso un lungo lavorio, Moscati poté dare corpo all’idea di partenza e al contempo mise in luce le ultime opere del letterato. A oltre ottant’anni dall’uscita di quel libro, la nipote Silvia Moscati, giornalista e scrittrice, propone una rivisitazione del volume in questione (Alcione editore, “Atmosfere istriane e dalmate”, collana diretta da Alessandro Cuk e Romana de Carli Szabados, Treviso 2011, pp. 160), uscito con il concorso del Comitato Provinciale di Venezia dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.
La pubblicazione evidenzia che lo “zio Peppino”, “Attraverso anni di fatiche e sacrifici economici riuscì a portare al Vittoriale il rispetto degli uomini”. E desidera ancora rammentare quelle pagine di storia che, accanto a tante altre, sempre relative allo spazio dell’Adriatico orientale, l’Italia odierna sembra scordare, quasi non appartenessero al suo passato e alla sua dimensione culturale e spirituale. L’autrice evidenzia, non a torto, che “nessuna parola è stata spesa in quest’anno di commemorazione dei centocinquant’anni d’Italia per quelle terre che tanto avevano voluto essere italiane e che furono tali”.
È una constatazione che non fa una piega, infatti, nel Bel Paese vi è una sorta di barriera che impedisce di guardare a quei lidi orientali di un mare comune, in cui vi sono stati uomini che avevano sperato e avevano agito per l’unità del Paese, che includesse anche le terre situate a oriente di Trieste, oggi dimenticate. E si ignora anche quello che, nel corso dei secoli, fu l’apporto, proveniente da quei lidi, dato in senso lato alla cultura italiana. L’oblio e la conseguente impreparazione si colgono poi, puntualmente, ogni qualvolta in Italia ci si avvicina, anche solo sommariamente, a quelle regioni.
Alla notizia dell’entrata dei Legionari in Fiume, Giuseppe Moscati si arruolò nel Battaglione Regina con incarico all’ufficio propaganda del Comando della città sul Quarnero. Era un ragazzo, figlio di Edoardo e Vittoria Fiorelli, la cui decisione aveva profondamente gratificato il padre, il quale, da qualche tempo, sosteneva la necessità di quell’impresa, frequentando i bar chiassosi partenopei in cui non mancava la presenza dei futuristi locali. Nel capoluogo liburnico Giuseppe fu arruolato e ottenne il foglio che lo attestava. Prima dovette giurare, in primo luogo di difendere con tutte le proprie forze e fino all’estremo il territorio nazionale e di obbedire agli ordini del comandante. Inoltre dichiarava “di mantenersi fedele alla causa per cui è chiamato e di adempiere ai suoi doveri di disciplina fino alla soluzione della questione di Fiume liberamente accettata dal Consiglio Nazionale”.
Ogni legionario era consapevole, ancora, che “tutti i doveri del militare procedono da un unico principio che è quel medesimo sul quale è basata l’istituzione dell’Esercito cioè la necessità dell’uso della forza per far rispettare l’annessione di Fiume alla Madre Patria proclamata per diritto d’autodecisione il XXX ottobre 1918”.
L’autrice segue la permanenza fiumana dello zio, soffermandosi soprattutto sulle ultime settimane: dalla firma del Trattato di Rapallo (novembre 1920), che fissò la linea di demarcazione tra il Regno d’Italia e quello dei Serbi, Croati e Sloveni, che contemporaneamente segnò l’inizio della fine dell’esperimento dannunziano, all’azione militare giolittiana, ordinata negli ultimi giorni di quello stesso anno, per porre termine a una situazione fastidiosa oltremodo nonché per fare rispettare le decisioni di quell’accordo internazionale. La città era ormai assediata dalle truppe del regio esercito. Il 24 dicembre 1920 d’Annunzio ordinò di lanciare dai suoi aviatori, sopra le forze di terra, un proclama in cui, tra l’altro, si rimarcava che quegli uomini “Ingannati dai vostri capi che obbediscono ai sinistri negatori della guerra e della vittoria, voi volete dare alla storia atroce d’Italia il Natale fiumano, il Natale di sangue, il Natale d’infamia”.
E a proposito delle loro madri, il poeta-soldato sottolineava: “Non sanno che voi martoriate una città non colpevole se non d’aver sempre creduto sull’Italia, se non d’essere sempre fedele all’Italia”. I messaggi di quel tenore non commossero e non si indietreggiò di fronte alle risoluzioni prese. Il blocco era ormai pressoché totale. In quella enigmatica Vigilia, il Vate con un telegrafo trasmise il seguente messaggio: “L’Italia celebra la notte di Natale facendo strage di soldati Italiani in Fiume d’Italia. Stop. Gabriele d’Annunzio saluta i suoi carnefici”. La situazione peggiorò nei giorni successivi.
Per Santo Stefano l’azione di forza si fece sentire: nel pomeriggio la squadra navale, in testa alla quale vi era l’“Andrea Doria”, si posizionò non lungi dalla diga, a circa ottocento metri dal palazzo del comando. I cannoni furono puntati in quella direzione e apersero il fuoco. La stanza del comandante fu centrata, d’Annunzio, che si trovava proprio in quell’ambiente e fino a un attimo prima aveva osservato la situazione nel golfo, riuscì ad uscirne incolume, trascinato a forza dai suoi ufficiali e dal legionario Eno Mecheri, che casualmente si trovava in via Buonarroti. Anche il 27 e 28 dicembre le bombe continuarono a cadere.
Ad Abbazia, il generale Carlo Ferraro s’incontrò con il sindaco Gigante accompagnato dal capitano Host Venturi. Vennero a conoscenza che l’alto rappresentante militare italiano aveva ricevuto l’ordine di bombardare sistematicamente, da terra e dal mare, il centro urbano a partire dalle ore 9 del 29 dicembre. Presso lo studio del dottor Grossich si riunì il Consiglio di Reggenza, si convenne di evitare la distruzione completa della città e di evitare un bagno di sangue. Gabriele d’Annunzio dette le dimissioni. Il 31 dicembre 1920, alle ore 16.30, un comunicato firmato dal generale Ferraro, dal generale del regio esercito Enrico Caviglia e per Fiume da Nino Host Venturi e dal sindaco Riccardo Gigante, stabiliva, tra le varie cose, di allontanare i legionari dal capoluogo liburnico, entro il 5 gennaio 1921, di sgomberare le isole di Veglia e di Arbe da parte degli stessi, di evacuare dal porto tutto il naviglio da guerra e commerciale irregolarmente trattenuto, ecc.

Questi e altri episodi sono narrati con dovizia di particolari. Nella lettera di ringraziamento, il Poeta scrisse a Moscati: “Il tuo libro è bello e caldo. Davanti ad una così schietta rappresentazione di quella nostra inimitabile vita io più volte mi sono vergognato di questa”.

 

69 – L’Arena di Pola 30/08/12 Vergarolla: Quello scoppio per opera di «ignoti»
Quello scoppio per opera di «ignoti»
Una delle insenature più belle, più caratteristiche, più frequentate del porto di Pola era Vergarolla. Le famiglie prediligevano questa località perché, alla bellezza del mare, si aggiungeva la frescura di un’ombrosa pineta che arrivava fino alla spiaggia. Su questa erano state accumulate dagli Alleati una trentina di mine disattivate benchéancora cariche di tritolo.
Il 18 agosto, tre giorni dopo la grande manifestazione all’anfiteatro romano, a Vergarolla si svolgeva una festa con gare di nuoto e ballo all’aperto. Numerosissime le famiglie sulla spiaggia, innumerevoli i bambini. Erano andati su barche imbandierate, su motoscafi, su cutters per divertirsi ed invece andavano incontro alla morte.
Verso le 14 e 20 un tremendo scoppio fece tremare la città già provata duramente dai bombardamenti e da altri due scoppi verificatisi dopo il ’45. Crollarono vecchi muri, si frantumarono vetrate, si contorsero saracinesche. Erano scoppiate per opera di «ignoti» (Comunicato Alleato) le mine marine.

El sol brusa le piere,
tremola l’aria e vien su da l’asfalto
de catrame vampade.
A Vergarola xé festa.
Su le barche bandiere,
soni, canti, ridade.
El mar, lucido e fermo, par de smalto.
Ogi nissun, sicuro, a casa resta.
Sfarfala i cuters, motoscafi cori,
passa barconi pieni
de mame e fioi sereni,
foleti scuri come tanti mori,
scherzosi, alegri come useleti
(sarà presto su, in cel, tanti angioleti)
...E tuti quanti va là, a Vergarola...
Circa le due e venti
quando tremar se senti
la tera, el cel, le case, tuta Pola.
Tremendo un rombo, ’na grande fiamada
e po’ da Vergarola ’na fumada
nera se alza in alto e paurosa.
Vetri roti... rolè sbregadi via...
... che disastro... che strage... Mama mia!
E la notizia cori dolorosa...
El sol brusa le piere,
tremola l’aria e vien su da l’asfalto
de catrame vampade.
A Vergarola la morte...
a mez’asta bandiere...
Sangue... vite sfalzade …
el mar xé rosso, fermo e par de smalto.
Quanti i colpidi da la bruta sorte?
Un brazo qua... là do’ mani... ’na testa...
stroncadi come fiori
i fioi coi genitori...
a Vergarola che tragica festa!
Pica dai rami dei pini spiantadi
tochi de carne... intorno, seminadi,
corpi de fioi ne le pose più strane,
scrivelai, tuti storti,
poveri pici morti!
Calca de gente a l’ospedal davanti.
Done palide, oci gonfi de pianto...
spetinade... mal vestide... Dio santo!
Dove xé el picio mio?... Mia sorela?...
I mi cognadi... i mi parenti tuti?...
Assassini... vigliachi... farabuti...
El giorno se fa scuro...
campane a morto co l’Ave Maria.
In capela stivadi
da l’altar, a fianco a fianco,
per tera, lungo ’l muro,
riposa i massacradi...
i feridi vanegia su in corsia...
Vea piansendo un dotor tanto stanco...
Bepi Nider


Il testo, estratto dal libretto Terra Nostra scritto nel 1948 da Giuseppe Nider in merito alla tragedia di Vergarolla, ci è stato gentilmente inviato dalla socia Caterina Silli di Trieste.

 

70 - Foglio Periodico Istriano n° 44 - 8 Luglio 1808 Notizie Interne
NOTIZIE INTERNE.
Capodistria 8 luglio. 1808
Tre lance armare inglesi staccaronsi dal bor­do della fregata, tentando di penetrare nel por­to di Omago per rubare qualche legno ivi an­corato .’Avveduta essendosi del tentativo e del pericolo la Guardia nazionale di Omago, è accorsa inver le situazioni minacciate dai ne­mici, sostenne lungamente, e ben diresse con­tro d’essi il fuoco, in maniera che allontanò ogni pericolo, obbligati avendoli a fuggirsene, restando essa colla dispiacenza soltanto di non aver potuto impedire che una brezzerà che sta­va per entrare nel porto, c che investir do­vette all’ imboccatura del medesimo, rimanes­se loro preda.
Il sig. Prefetto e il sig. Gene­rale di brigata Schilt, comandante la suddi­visione militare nell’Istria, testificarono al­la brava Guardia nazionale di Omago, e al sig. Sindaco ed agli abitanti una particolar soddisfazione pel loro zelo, pel coraggio, e per la felice riuscita dell’azione.
Altra di detto giorno.
Il sig. cav. Prefetto ha ricevuto da Lussinpiccolo l’importante notizia essere ivi felice­mente arrivata la Flottiglia italiana, partita da Pola con numeroso convoglio , con truppa da sbarco e con grossa artiglieria , comandata dal sig- Aiutante comandante cav. Dembowski spedito espressamente da Milano a Pola.
£ssa spedizione cotanto difficile ad eseguir­si, fu diretta dal signor cavaliere Dembowski con tanta prudenza ed attività che tutti gli sforzi degli Inglesi, chi fanno i pirati in que­sti mari, furono inutili per sorprenderli o per attaccarla.
Altra del giorno stesso.
Procedente da Capodistria entrò, la mattina del primo giorno del corrente luglio, nel porto di Cittanova la R. Golletta italica l'Ortensia. La fregata nemica, un trabacolo armato in corso e cinque lance armate e con truppe di sbarco, presentaronsi al porto per tentar dì abbracciare o di prendere la Golletta. Al fuo­co della fregata e dei legni nemici, corrispose il fuoco della Golletta e delle batterìe di Cittano­va per cinque ore continue, a capo delle eguali, maltrattati seriamente dalla mitraglia la frega­ta , i legni e gli equipaggi nemici, dovettero rinunziare al progetto , ritirarsi e riprendere il largo.
E’ superiore a qualunque elogio il co­raggio e l’attività e la buona condotta spiegata in Tale incontro dal Comandante ed equipaggio della Golletta, dal Direttore, dal Sargente c dagli Artiglieri di guarnigione, dagli Ufficiali di passaggio ivi eventualmente trovatisi, dal Co­mandante e dalla Colonna mobiledel R. Batta­glione d’Istria ivi accorsi, e dalla Guardia nazionale , dal Sindaco e dagli abitanti di Citta­nova, ai quali rispettivamente fu intanto testifi­cata la piena soddisfazione dal sig. cav. Pre­fetto e dal sig. Generale di Brigata. Ventidue palle nemiche furono trovate nella Città in cui qualche abitazione fu leggermente danneg­giata. I nemici, nel ritirarsi, appicarono il fuoco a due barche cariche di pietre per Ve­nezia , ma il fuoco venne estinto e preserva­te le barche; ed un trabacolo italico ch'ira stato da esse lance predato, venne dalla Goletta ripreso e in peno condotto.

 

71 - La Voce del Popolo 12/10/12 Drio el canton - Tornemo in cusina
DRIO EL CANTON
Tornemo in cusina
Ogni tanto bisogna tornar indrio col pensier e passar per la cusina, perchè se no se disi tuto, pararia che no gavemo magnà mai altro che minestrine e minestroni, e no xe vero. Anche noi gavevimo, e gavemo, i nostri dolci.
Dolsi tradissionai, che se fa ancora 'desso e se ghe pensemo ai gusti e ai profumi ne vien in amente tochi dela nostra vita, e de conseguensa tochi de storia, perchè guere, ocupassioni, fassismo, esodo, carestie e comunismo, tuto xe ligado anche ai magnari. Ogni novo rivà ga portà qualcossa de suo e noi gavemo ciapado un fiatin de tuti. Specialmente i giovani ga assorbido tanto, noi, più de tanto no, semo restai più a quel che le nostre none ga imparà del'Austria.
Al giorno d'ogi che la gente se missia de qua e de là, le nove generassioni no ga problemi a far baclave che xe de origine turca e che coi drusi xe rivade anche de noi, o pite de tute le qualità e londonerize (che bone!), che fa le done dela Slavonia che xe pasticere nate, e che le nostre fie ga imparà a far anche lore e no ghe importa che origine che le ga.
Mi son più tradissionalista e fasso quel che fasseva mia mama e prima de ela, mia nona. Quasi tuto importà de Vienna.
Ciapemo i gnochi dolsi presempio: i pol esser con la marmelada, con i susini o con le seriese, ma tuti devi esser rodoladi in tel pangratà rosolado in tel butiro e po' passai in te la canela missiada col suchero.
E col stesso paston dei gnochi de patate se fa anche dei rodoli fini e longhi che dopo se taia a tochi e con quei se fa una specie de "e" che se meti a friser e se spolvera de suchero, e saria i famosi chifeleti.
E xe obligatorio nominar i strudel, anche de origine austriaca, specialmente quel de pomi, dove che se devi ben che sentir la canela. I strudel, in general se li impasta con la feza per farli levar, altro che bustine come che usa ogi!
Forsi ancora meo de quel de pomi, xe el strudel de puina de pegora missiada con suchero, gialo de ovo e ùa passa. Me vien l'aquolina in boca solo a pensarghe, e dir che mi no son propio tanto portada per i dolsi, ma el strudel de puina el xe iresistibile e solo la parola strudel disi che xe un dolce austriaco, come el kuguluf del resto. Per el kuguluf ghe vol una rostiera special, tonda, alta, con un buso in mezo e torno tante onde per darghe la forma ale fete co se lo cava del forno e se lo taia. E anche la putiza, xe bonissima, e no finirò mai de pentirme de no gaver salvado la riceta de mama che la ghe vegniva speciale. Una volta a Trieste in una pasticeria go visto scrito putiza, e la go comprada. Gnente de far con quela de mia mama e mia nona.
E 'desso passemo ai dolsi dele nostre feste, quei dele tradissioni. Per Pasqua pinze e titole e in quel paston va dentro ovi e tanto condimento e per lavorar la pasta ghe vol forsa, e me ricordo che dopo impastade le pinze mama ghe passava el paston a mio papà per lavorarlo, perchè el gaveva più forsa in tei brassi. La pasta bisognava più volte butarla zò de levadura e del stesso toco se fasseva le titole, che iera dresse con un ovo duro in sima.
A Nadal, fritole coi pignoi e l'uveta e fate levar anche lore con la feza e no come quele de ogi fate col yogurt, che le ga un altro gusto.
Fritole e putiza coverte con la strassa dei piati, in camera, le lassava el profumo per giorni.
A Carneval iera i crostoli friti a forma de fiochi e rifinidi a cape perchè taiadi con la rodela.
E se fasseva anche qualcossa de dolse anche se no iera nissuna ricorensa.
Pomi in camisa, tociadi in te la pasta dei amlet e friti; amlet co la marmelada o la puina, bale de neve, col bianco del'ovo ben sbatù e boido in tel late e zavaion, la torta de risi con l'ùa passa. e chissà quanta roba ancora che 'desso no me vien.
Mama fasseva col cognac medicinal, i limoni, el suchero e i ovi con tuta la scorsa che se disfava e passava via le scorsete, el cognac al'uovo, e la diseva che el iera bon per verser l'apetito, ma con la carestia che iera soto i drusi tuti gaveva apetito e no serviva gnente per verserlo, perchè alora saria stada fame.
Ester Sardoz Barlessi

 

72 - Il Piccolo 18/08/12
Racconti d'estate - Il suono delle campane in quel lontano monastero del Kosovo

Il suono delle campane in quel lontano monastero del Kosovo
Un bimbo spaventato dal rintocco della tradizione cattolica “guarisce” cinquant’anni dopo grazie a quella ortodossa
di PAOLO RUMIZ
Una volta, il venerdì santo, si legavano le campane e fino alla domenica di pasqua piombava il silenzio sui paesi e le città. Il parroco spediva il sacrestano in cima alla torre campanaria e questo infagottava non senza fatica i giganti di bronzo con fasce e coperte. Nessun rintocco doveva disturbare la funebre attesa della resurrezione. I bambini avevano una paura tremenda di quel silenzio, che nel mondo cattolico era amplificato da tenebrose coreografie. La morte, la morte, ricordati che devi morire. Era più quello il messaggio, che l'attesa della vita. E il santissimo funerale pesava sulle coscienze molto più della gioia del nuovo inizio. Quando entrai nella mia prima chiesa ortodossa, a Trieste, ricordo come fui stupefatto dalla gioia dell'urlo “è risorto!” e dai favolosi canti con cui i coristi (serbi soprattutto, e qualche russo) riempivano la penombra popolata di candele al termine della processione notturna del sabato. Era un altro mondo rispetto al sepolcrale silenzio che regnava nella mia chiesa parrocchiale dominata dal senso di colpa. Nel barocco Piemonte, dove spesso mi recavo per trovare dei parenti, era peggio ancora. Le chiese erano istoriate da coreografie di spaventosi melodrammi e sante mezze discinte crudelissimamente martirizzate. In Piemonte, fino a ieri, l'agonia di un'anima era accompagnata, anche per giorni, nei paesi, da un colpo secco di campana ripetuto che ogni cinque minuti, fino allo sfinimento, il sacrestano doveva dare con un martelletto sulla parte alta del bronzo. Alla fine, il trapasso non era annunciato che da un silenzio. A noi bambini veniva detto che c'era un'agonia e perdevamo il sonno, ma il peggio era il silenzio finale. Ci sembrava che anche l'anima del poveraccio venisse inghiottita in un buco nero. E ancora oggi sono convinto che quell'accompagnamento acustico della morte era fatto più per terrorizzare e sottomettere a clericali poteri che per infondere la speranza di un'altra vita. Ma la cosa che mi fece più paura nel Piemonte della cattolica controriforma furono le “tenebrè”, che spaventavano solo a nominarle. Un giorno d'aprile, quando dal cielo piombò sui fedeli il silenzio campanario della vigilia di Pasqua, in paese iniziò qua e là un tamburellare come di picchio, ma molto, molto più cupo. Chiesi alla zia che cosa fosse e lei mi portò in strada per mano per farmelo vedere. Due uomini con nero cappello e nero vestito agitavano una tavoletta di legno fornita di maniglia e di un batacchio sui due lati, e questa frenetica agitazione generava quel suono martellante che – disse la zia – serviva a sostituire le campane. Sognai le “tenebrè” a lungo, dopo quell'esperienza. E mi ci vollero anni per riconciliarmi con quel suono. Accadde in Kosovo, nel monastero serbo-ortodosso di Decani, circondato da musulmani (e cattolici) ostili di lingua albanese. Un posto incantevole. Era maggio, mi avevano dato una stanzetta al primo piano, sotto il dormitorio dei monaci. Dormivo della grossa, ma verso le quattro del mattino risentii le tenebrè, ma meno cupe e più ritmate. Facevano “TA-ta-ta-ta TA-ta-ta-ta TA-ta TA-ta TA-ta”. Non capivo da dove venisse. Poi dalla finestra vidi un monaco con una tavola di legno in mano e un martelletto di legno che girava attorno alla chiesa compiendo il suo rito di percussione. Era la sveglia per le preghiere dell'alba. Lo capii da un altro rumore, quello dei piedi scalzi dei monaci che scesero le scale fino alle loro ciabatte allineate su una rastrelliera all'uscita. “Vieni con noi” mi disse uno di loro, e dopo cinquant'anni seppellii la paura. Quel mattino vidi spade di luce entrare dalle vetrate del tempio e udii celestiali canti di pie donne prima che il sole ardente dei Balcani bucasse la foresta sul lato del Montenegro.

 

73 - Osservatorio Balcani 10/10/12 Gli armeni di Siria
Gli armeni di Siria
Ilenia Santin | Yerevan
Migliaia di armeni hanno abbandonato le città siriane per rifugiarsi in Armenia. La maggior parte di loro confida in un rapido ritorno in Siria, ma il protrarsi del conflitto rende sempre più incerto il loro futuro. Il sostegno ai profughi da parte del governo armeno e della diaspora, il punto di vista dell'UNHCR a Yerevan
Il numero di profughi che dalla Siria fuggono verso l’Armenia non accenna a diminuire. Secondo le stime del ministero della Diaspora armeno, sarebbero circa quattromila gli armeni siriani giunti finora nel Paese, mentre sono più di venti gli armeni rimasti uccisi nel conflitto in Siria.
Tra coloro che sono arrivati in Armenia, alcuni si sono fermati per un breve periodo di tempo, come i gruppi di bambini – più di quattrocento – provenienti da Aleppo e Damasco che hanno partecipato a campi estivi e che, dopo alcune settimane, sono rientrati nel loro Paese. Altri non sono più ripartiti, ma il loro futuro in Armenia resta incerto.
Il reportage
Un secolo fa il genocidio armeno sanciva la fine della convivenza turco-armena in Anatolia e affidava al Levante arabo i destini dei sopravvissuti. Aleppo, Damasco, Baghdad e Amman
divennero così il grembo della diaspora armena.
Ma è in Libano che si compie il momento di maggiore intesa tra l'esilio armeno e il mondo arabo. A Beirut viene fondata l'università della diaspora, nasce la coscienza e la rivendicazione politica armena, sopravvive e si rinnova il mito del ritorno, si esprime l'anima della più grande comunità armena del Medio Oriente. E' da Beirut che si diffonde la diaspora in Europa, negli Stati Uniti, in Sud America e in Africa.
Asilo temporaneo
“A parte il divario linguistico, il problema principale per gli armeni di Siria è il lavoro”, ha spiegato in un’intervista ad Osservatorio Lusine Stepanyan, Capo Dipartimento delle Comunità armene del Vicino e Medio Oriente al Ministero della Diaspora. “Lasciando la Siria, hanno abbandonato tutto e perso impieghi spesso ben pagati e di alto livello. Una volta in Armenia, molti vorrebbero aprire un’attività ma non è facile, incontrano vari ostacoli che si traducono in difficoltà economiche e problemi di adattamento agli standard di vita locale”.
Un valido aiuto in tal senso è giunto dal mondo dell’imprenditoria locale: “Quarantacinque organizzazioni, per lo più fabbriche, si sono offerte di assumere armeni siriani. Aiutarli a trovare lavoro è il modo migliore per risolvere la maggior parte dei loro problemi: se lavorano, hanno i soldi per pagare l’affitto e mantenersi in attesa di ripartire”.
È infatti questo il desiderio degli armeni di Siria: “Per ora solo una quarantina di famiglie ha presentato domanda di asilo, non solo perché guardano all’Armenia come a una madrepatria, un luogo dove non vengono accolti da estranei – chiarisce la Stepanyan – ma soprattutto perché tutti loro progettano di tornare in Siria una volta terminato il conflitto”.
L'aiuto del governo armeno
Per ora le autorità armene hanno cercato principalmente di risolvere problemi di carattere economico e amministrativo, adottando una serie di provvedimenti al fine di facilitare la permanenza nel Paese dei profughi siriani. Il 23 agosto, il Primo ministro Tigran Sargsyan ha dichiarato valide le patenti di guida siriane, a condizione che tra un anno vengano sostituite con patenti armene. Il governo ha poi esentato i cittadini siriani di origine armena dalle spese per estendere la durata del visto e per ricevere il permesso di soggiorno: “Se c’è un’emergenza, i nostri connazionali saranno esentati dal pagare e creeremo le condizioni più favorevoli che permettano loro di risolvere i propri problemi”, ha spiegato il Primo ministro durante la seduta del 30 agosto. L’ultimo provvedimento in tal senso è stato adottato il 29 settembre, con la decisione di esonerare gli armeni siriani dal pagamento dei dazi doganali e di permettere loro di utilizzare i propri veicoli in Armenia senza alcun costo.
La solidarietà della diaspora
Numerose anche le manifestazioni di solidarietà di carattere privato a favore della comunità siriana. La maggiore istituzione benefica della Diaspora, l’Armenian General Benevolent Union (AGBU), ha raccolto dagli inizi di settembre più di 150.000 dollari da destinare alla comunità armena in Siria. Anche l’Hayastan All-Armenian Fund, ente di beneficenza con sede a Yerevan e presieduto dal presidente Sargsyan, ha aperto agli inizi di agosto un conto per raccogliere fondi con cui fornire assistenza finanziaria agli armeni siriani e finanziare i campi estivi per i bambini provenienti dalla Siria. Ai più piccoli sono state destinate anche alcune iniziative riguardanti il settore dell’educazione: oltre all’organizzazione di corsi di armeno orientale, e alla possibilità per i bambini siriani di frequentare le scuole armene ordinarie, si è provveduto all’apertura di una scuola siriana a Yerevan. La scuola, un’iniziativa congiunta dei ministeri armeni della Diaspora e dell’Educazione, offrirà programmi di studio in linea con quelli siriani: “Tutto è progettato in modo che al loro ritorno in Siria i bambini proseguano gli studi continuando il programma educativo. Ormai abbiamo registrato più di duecento bambini in età scolare, l’85-90% dei quali continueranno la loro formazione nella scuola siriana a Yerevan”, ha dichiarato ad Armenpress il 19 settembre scorso il capo del “Dipartimento per i Programmi Panarmeni”, Atom Mkhitaryan.
Il ministero della Diaspora ha organizzato inoltre vari incontri di coordinamento con i rappresentanti della comunità armena siriana, al fine di risolvere le questioni più urgenti. Durante l’incontro del 22 settembre, la ministra Hranush Hakobyan ha annunciato l’istituzione di un’apposita organizzazione non governativa col compito di “coordinare, analizzare e presentare tutte le questioni degli armeni siriani al ministero della Diaspora” e “organizzare l’assistenza finanziaria alle famiglie bisognose”. La nuova ONG – “Coordination Center for Syrian Armenians' issues” – dovrebbe dunque supplire alla mancanza di un organismo che si occupi direttamente e concretamente dei bisogni quotidiani degli armeni di Siria.
Le stime dell'UNHCR
Osservatorio ha parlato con Damtew Dessalegne, rappresentante dell’UNHCR in Armenia, della situazione degli armeni siriani nel Paese. Secondo Dessalegne, “dal punto di vista dell’integrazione non esiste posto migliore: i siriani giunti in Armenia sono tutti di etnia armena, tecnicamente e legalmente non sono rifugiati, ma sono considerati cittadini armeni. Il problema dell’occupazione esiste anche in Europa e in America e, una volta superato il gap linguistico, l’Armenia resta un Paese dove inserirsi facilmente, come è avvenuto per gli armeni dell’Azerbaijan giunti qui negli anni Novanta”. Al momento, tuttavia, non si hanno informazioni complete sulla situazione di ciascuno: “Gli unici dati certi riguardano le famiglie più bisognose che, a causa della loro condizione, si sono rivolte al Servizio Migrazioni Armeno per chiedere asilo e ricevere aiuti concreti quali alloggio, cibo, assistenza sanitaria”.
Purtroppo, col protrarsi del conflitto, le speranze di un prossimo ritorno in Siria si allontanano e si moltiplicano i problemi: “I rifugi dell’UNHCR sono ormai pieni e, con l’avvicinarsi dell’inverno, bisogna pensare ad organizzare e fornire assistenza di base”. A tal proposito, assicura la Stepanyan, il ministero della Diaspora si sta occupando dei centri di accoglienza e provvede a raccogliere, col contributo di soggetti privati e internazionali, beni di ogni tipo – cibo, vestiti e indumenti invernali, materiale scolastico – che verranno distribuiti agli armeni siriani in difficoltà.
La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi la “Gazeta Istriana” sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.

 

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.