N. 848 –  20 Ottobre 2012

                              

 Sommario

 

 

649 - Il Piccolo 18/10/12 La Edit di Fiume festeggia il sessantesimo compleanno (Andrea Marsanich)

650 - La Voce del Popolo 16/10/12 Speciale -  Silvio Forza: L'EDIT ha in mano una doppia chiave di accesso a due mondi a contatto (Dario Saftich)

651 - La Voce del Popolo 15/10/12  Speciale – Mario Simonovich: «Panorama» 60 anni di sforzi  per far sentire le ragioni della CNI (Dario Saftich)

652 - La Voce del Popolo 19/10/12 Cultura - Successo italiano di «Arcobaleno» (pvm)

653 - Corriere della Sera 17/10/12 Treste: Proteste per la pièce della nipote di Tito

654 - Il Piccolo 14/10/12 Dignano sfratta dalle case degli esuli le famiglie Rom (p.r.)

655 - La Voce del Popolo 13/10/12 Una sepoltura dignitosa per tutte le vittime - Il Sabor sulla Proposta di legge sulle tombe della Seconda guerra mondiale (chb)

656 - Il Piccolo 18/10/12 Prosciutto istriano: L'Istria prepara la causa contro gli imitatori e chiede la doc a Bruxelles. (p.r.)

657 – La Voce del Popolo 15/10/12   Sì al programma di interventi del Veneto in Istria e Dalmazia

658 – Zadarski List 12/10/12 Missoni a Zara è benvenuto, ma la mostra non vi si terrà.- Missoni je u Zadar dobrodošao, ali izložba neće biti postavljena (Sinisa Klarica)

659 - La Voce del Popolo 17/10/12 Mille facciate di Pola saranno prese in considerazione per il restauro (Arletta Fonio Grubiša)

660 - La Repubblica 17/10/2012, Viaggi - Storie dai nostri confini orientali (Ilaria Zaffino)

661 – La Voce del Popolo 16/10/12 Cultura - Wilma Goich: «Spero di cantare a Zara» (Gianfranco Miksa)

662 - La Voce di Romagna 16/10/12 Mai così tanto il dolce sale di Sicciole

663 – Alto Adige 15/10/12 Ljubo Flego, una vita per la pallamano

664 - Il Piccolo 14/10/12 Berlino chiude ai paesi balcanici nell'Ue (Stefano Giantin)

 

 

 

 

A cura di Stefano Bombardieri

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

649 - Il Piccolo 18/10/12 La Edit di Fiume festeggia il sessantesimo compleanno

La Edit di Fiume festeggia il sessantesimo compleanno

 

FIUME Sessant’anni, una vita al fianco della tenace comunità degli italiani presente in Croazia e Slovenia. L’Edit, la casa giornalistico–editoriale con sede a Fiume, celebra i sei decenni di attività e lo fa nell’ambito delle Giornate della cultura e della lingua italiana, manifestazione promossa dal Consolato generale d’Italia a Fiume e dalla locale municipalità. È un’istituzione assolutamente preziosa l’Edit, perché con le sue pubblicazioni in italiano ha rappresentato e rappresenta un faro per i connazionali, vistisi privati nel dopoguerra della loro Madre Patria, alla quale si sono ricongiunti parte di essi nel primo maggio 2004 (Slovenia), mentre la maggioranza degli italiani lo farà il primo luglio 2013 con il tanto atteso ingresso della Croazia nell’Unione europea. La Voce del Popolo, Panorama (anch’esso in vita dal 1952), Arcobaleno (l’ex Pioniere), La Battana, e poi libri e manuali scolastici: testate storiche ed attività editoriali, una mole di lavoro che ha permesso agli italiani rimasti di non sentirsi soli, di leggere nella loro lingua, di studiare e imparare. Da anni direttore dell’Edit è il polesano Silvio Forza, intellettuale di punta della nostra Comunità nazionale. «Il nostro ente giornalistico–editoriale è straordinariamente importante per lo sviluppo e l’affermazione dell’unica comunità italiana autoctona al di fuori dei confini dell’Italia. Allo stesso tempo è un valido veicolo di diffusione di lingua e cultura italiana nell’area che tocca Croazia, Slovenia, Italia». Sono tempi di sfide per i media, soprattutto quelli della carta stampata. «Quest’ultima sarà mantenuta ma abbiamo deciso di passare decisamente alle piattaforme multimediali, con l’Edit già situata sulla rete da due anni, con il sito www.edit.hr, mentre dal 2012 siamo presenti sulle reti sociali. Vogliamo avere una quanto maggiore visibilità e per farlo offriremo i nostri prodotti online».

 

Andrea Marsanich

 

 

 

 

 

650 - La Voce del Popolo 16/10/12 Speciale -  Silvio Forza: L'EDIT ha in mano una doppia chiave di accesso a due mondi a contatto

Speciale

A COLLOQUIO CON IL DIRETTORE SILVIO FORZA, IN OCCASIONE DEI SESSANT'ANNI DI VITA DELLA CASA EDITRICE DELLA CNI


L’EDIT ha in mano una doppia chiave di accesso a due mondi a contatto

FIUME – Da oltre cinquant’anni gli italiani dell’Istria e del Quarnero operano al fine di conservare e sviluppare l’identità, la lingua la memoria collettiva italiana in queste terre. Strumenti fondamentali di questa missione sono, accanto alla scuola, l’informazione e l’editoria delle quali si è fatta carico l’EDIT. Infatti, è principalmente con l’attività dell’EDIT che si realizza il diritto costituzionale degli italiani di Croazia e Slovenia all’informazione nella propria madrelingua: l’italiano.

Nata nel 1952, l’EDIT festeggia quest’anno i 60 anni di vita. Facciamo il punto sulla storia e l’attualità della Casa editrice con il direttore Silvio Forza, da ormai otto anni alla guida dell’Ente giornalistico-editoriale della CNI.

L’EDIT celebra i 60 anni. Cosa ha rappresentato la Casa editrice in questo periodo per la comunità nazionale italiana?

Mi pare abbastanza evidente che, accanto alle scuole, l’EDIT e le sue edizioni hanno rappresentato uno degli strumenti fondamentali per la conservazione, lo sviluppo e la promozione della cultura e della lingua italiana superstiti in Istria, Fiume e nel Quarnero dopo la fine della seconda guerra mondiale. Reputo che, in tutti questi decenni, la pubblicazione di manuali scolastici per le scuole italiane sia stata di portata esistenziale per tutta la CNI.

Parimenti, non credo di sbagliare se osservo che il quotidiano “La Voce del Popolo”, oltre ad informare migliaia di persone nella loro madrelingua, ha avuto anche un innegabile ruolo formativo poiché ha letteralmente dovuto insegnare ed aiutare gli italiani rimasti a riconoscersi e vivere nella condizione di minoranza nazionale anche nelle località in cui minoranza non lo erano mai stati.

La rivista letteraria “La battana”, una delle più longeve nel suo genere, non solo è stata uno dei rari ponti di comunicazione culturale tra le due sponde dell’Adriatico, non solo è stata ed è una delle vetrine privilegiate della produzione letteraria degli italiani ad est di Trieste, ma è stata anche strumento di partecipazione civile, luogo di dibattito e palestra di pensiero, barometro dei tempi: si deve infatti a “La battana” la detabuizzazione di temi che erano stati off limits per quasi cinquant’anni quali l’esodo - e la letteratura su quest’argomento, proposta, come del resto i temi allora scabrosi dell’identità, dai tre redattori Ezio Giuricin, Maurizio Tremul ed Elvio Baccarini - e la triste vicenda del lager di Goli Otok – Isola Calva, con la pubblicazione dello splendido romanzo “Martin Muma” di Ligio Zanini.

L’EDIT può andare anche orgogliosa del mensile per bambini “Arcobaleno” - nato nel 1949 come “Il Pioniere” - che per molti degli italiani rimasti ha rappresentato – probabilmente accanto a Topolino – il primo contatto con la carta stampata. Parliamo di una testata ancora molto vitale, la prima ad approdare su Facebook - su encomiabile iniziativa dell’attuale caporedattore Tiziana Dabović, che in seno all’EDIT si distingue per propositività ed entusiasmo - e che grazie all’Unione Italiana e al governo italiano riusciamo a consegnare gratuitamente a tutti gli alunni delle scuole italiane di Croazia e Slovenia.

Grande ed importantissimo luogo di dibattito e di pensiero - basti pensare, su tutti, ai commenti scritti per tanti anni da Alessandro Damiani - è stato anche il quindicinale “Panorama” che, quando nasceva, esattamente sessant’anni fa, era di una modernità assoluta e di molti passi avanti rispetto ai tempi dell’epoca.

Sono fermamente convinto che per l’EDIT “Panorama” sia una testata preziosissima e che si è conquistata un posto di rilievo nella storia della CNI anche in virtù della brillantissima stagione di “Panorama giovani”, il supplemento delle pagine a colori che grazie alla propositività di Ezio Mestrovich e al profondo impegno del redattore Ezio Giuricin - e poi di Aldo Bencina, Sanda Rundić, Lucio Vidotto e attualmente di Diana Pirjavec Rameša - nel corso degli anni Ottanta è stato per eccellenza il luogo della dialettica minoritaria che ha avuto per protagonisti principali quasi tutti quelli che, dagli anni Novanta in poi, sarebbero diventati nuovi dirigenti della CNI e delle sue istituzioni.

Oggi “Panorama”, in primo luogo causa la metamorfosi subita da tutti i periodici con l’avvento di Internet e del giornalismo digitale, ha bisogno di un rinnovamento importante, che comunque si deve fondare sulla convinzione che l’EDIT e tutta la CNI di “Panorama” hanno ancora bisogno.

Un autentico patrimonio di conoscenza, identità, testimonianza e belle lettere sono di certo i libri extrascolastici di “EDITlibri”, il settore editoriale della nostra casa editrice: se è vero che il concorso “Istria Nobilissima”, organizzato dall’Unione Italiana e dall’Università Popolare di Trieste, è stato per gli appartenenti della CNI un grande stimolo alla scrittura, è anche vero che l’attività editoriale dell’EDIT è quella che ha consentito di raccogliere, sistemare, pubblicare, promuovere e vendere tantissimi autori della CNI tra i quali Nelida Milani Kruljac, Ester Sardoz Barlessi, Gianna Dallemulle Ausenak, Laura Marchig, Carla Rotta, Vlada Acquavita - e a breve Loredana Bogliun Debeljuh -, Osvaldo Ramous, Alessandro Damiani, Giacomo Scotti, Claudio Ugussi, Mario Schiavato, Ezio Mestrovich, Ugo Vesselizza.

 L’EDIT ha saputo polarizzare anche la critica che nasceva all’esterno, aprendosi ai contributi di ricercatori quali Bruno Maier, Irene Visentini, Cristina Benussi, Elvio Guagnini, Predrag Matvejević, Tonko Marojević, Ciril Zlobec, Elis Deghenghi Olujić, Gianna Mazzieri Sanković, Corinna Gerbaz Giuliano, Christian Eccher.

In termini generali credo si possa dire che l’attuale fisionomia della minoranza italiana in Croazia e Slovenia, con tutti i suoi valori, i suoi dubbi, le sue frustrazioni, le contraddizioni e specialmente con la sua superstite vitalità non sia in alcun modo immaginabile senza il contributo dell’EDIT e dei suoi autori.

Senza i testi di Eros Sequi, Sergio Turconi, Lucifero Martini, Paolo Lettis, Ettore Mazzieri, Romano Farina, Alessandro Damiani, Giacomo Scotti, Ezio Mestrovich, Ezio Giuricin, Elis Barbalich Geromella, Laura Marchig, Mario Simonovich e di collaboratori esterni quali Nelida Milani, Elvio Baccarini, Aljoša Curavić e tanti altri, né l’identità della CNI, né la sua rappresentazione sarebbero le stesse.

In questo contesto vorrei ricordare anche altri personaggi che sono stati fondamentali nei vari ingranaggi del funzionamento dell’informazione e dell’editoria in seno all’EDIT quali i giornalisti Renato Tich, Luciano e Mirella Giuricin, Claudio Radin, Mirella Fonio, Mario Bonita, Renzo Vidotto, Giovanni e Luigi Barbalich, Aldo Bressan, Rosi Gasparini, Irene Mestrovich, Nevio Abram, Andrea Marsanich, Rodolfo Segnan, Bruno Bontempo e tanti altri per arrivare fino agli attuali capipagina de “La Voce del Popolo” - Ivo Vidotto, Dario Saftich, Roberto Palisca, Fabio Sfiligoi, Ilaria Rocchi, Christiana Babić, Alessandro Superina, Giuliano Libanore - con in testa il caporedattore Errol Superina, al quale è spettato il difficile compito, che è riuscito a coronare con successo, di ridare nuova vita a “La Voce del Popolo” dopo la grave fase di collasso che si era verificata a cavallo tra i due secoli.

Alla guida del giornale dal 2002, Errol Superina è stato anche il più longevo caporedattore di “Panorama” che ha guidato per 12 anni, proprio nella difficile fase di transizione postjugoslava e in seno alla stessa CNI, quando il dibattito e l’opinionismo era stati il sale della rivista.

Dobbiamo ricordarci anche di tutti i fotografi - con Fernando Soprano in testa -, i grafici - mi pare doveroso citare Gianfranco Miksa e l’attuale art director Daria Vlahov Horvat -, i redattori editoriali quali Miro Kocijan, Silvana Mazzieri, Melita Sciucca e attualmente Liliana Venucci, Fedora Martinčić, Valeria Persić, Erna Toncinich, Agnese Superina ed Elisa Zaina di “Arcobaleno”, tutti gli ex direttori dei quali mi sento di menzionare Elda Bradičić - la prima, grazie a lei abbiamo la libreria EDIT in centro a Fiume -, Valerio Zappia, Ferruccio Glavina, Ennio Machin - il più longevo con i suoi 14 anni alla direzione della casa editrice - ed Ezio Mestrovich.

È poi oltremodo doveroso ricordare il contributo fondamentale - e continua ad esserlo pure oggi - di tutti i dipendenti dei servizi commerciale, distribuzione, pubblicità, autisti e di tutti gli altri profili che concorrono alla produzione, alla vendita e alla promozione di servizi e dei prodotti dell’EDIT.

Infine non dobbiamo scordare che l’EDIT ha garantito e continua a garantire “posti di lavoro in italiano” in Istria e a Fiume, e questo è un dato che va oltre il mero valore occupazionale, ma ha invece a che fare con aree, quanto simboliche tanto pragmatiche, dell’esistenza della minoranza stessa.

Devo tuttavia segnalare anche ciò che l’EDIT non ha rappresentato: purtroppo la nostra casa editrice non è stata individuata, specie da parte italiana, quale corridoio di transito obbligato negli scambi culturali ed informativi interadriatici, né è mai stata colta, in tutta la sua potenziale portata, l’importantissima presenza dell’unica casa editrice italiana autoctona fuori d’Italia, erede tra l’altro di una tradizione giornalistico-editoriale autenticamente italiana ed autoctona presente su questo territorio da oltre due secoli.

Anche se ne ha di certo le peculiarità, all’EDIT non è mai stata riconosciuta l’autorità e l’autorevolezza che si merita grazie alla sua capacità di cogliere umori, tendenze, andamenti politici e culturali di due popoli attigui, ma diversi ed in entrambe le loro lingue. L’EDIT ha in mano una doppia chiave di accesso a due mondi a contatto, ma purtroppo ancora pochi se ne rendono conto.

Mai perso l’ottimismo

Lei è ormai da otto anni alla guida della Casa editrice. I problemi, specie di natura finanziaria non sono mancati, Possiamo parlare di un andamento oscillante, di momenti di pessimismo e di altri di ottimismo?

Non credo si possa parlare di andamento oscillante. Anagraficamente non sono testimone dei primi decenni, ma so di certo che negli ultimi vent’anni la situazione finanziaria della Casa editrice, nonostante l’impegno degli stati e dell’Unione Italiana, è stata sempre riconducibile alla metafora della coperta corta.

Il livello degli stipendi e di disponibilità di investimento sul prodotto, se si esclude la parentesi chiaroscura del “Progetto EDIT” - la nuova sede e la rotativa - sono stati sempre molto scarsi, inferiori ai bisogni minimi tali da garantire decenza e decoro. Paragonata ad altre realtà simili l’EDIT è sempre costata molto ma molto di meno.

L’inadeguatezza, sia di risorse, sia strutturale, è venuta a galla quando la Croazia e la Slovenia si sono aperte all’economia di mercato. Mi spiego: fino a quando c’era il comunismo, la Jugoslavia non aveva da offrire molto di più rispetto ad un grigiore diffuso, mentre la CNI, grazie agli interventi dell’Italia tramite l’UPT, in alcuni settori era all’avanguardia proprio grazie ai prodotti italiani - macchine da scrivere, fotocopiatrici, corsi di aggiornamento, libri ecc. - che a noi giungevano regolarmente, mentre nel resto del paese erano assenti del tutto o quasi.

 Con l’avvento dell’iniziativa privata gli amici croati e sloveni hanno dato libero sfogo alla loro intraprendenza facendo passi da gigante mentre noi, minoranza che ontologicamente potremmo definire di “fisionomia umanistica” - ovvero giornalisti, insegnanti, professori, attori, ricercatori, educatori -, dunque privi di qualsiasi know-how imprenditoriale e abituati ad un trattamento paternalistico da parte degli stati, abbiamo accumulato dei ritardi paurosi.

Tra i momenti bui non possiamo non ricordare la grave crisi, che non era solo finanziaria, di fine secolo, quando era stata in gioco la stessa sopravvivenza dell’EDIT, intesa come intrinseca alla CNI, e che fortunatamente, sia grazie all’azione dell’Unione Italiana, dei deputati CNI al parlamento croato e sloveno, del sindacato e dell’Ordine dei giornalisti EDIT, con in particolare l’impegno diretto, tra le persone ancora in seno all’EDIT, di Diana Pirjavec Rameša ed Errol Superina, si è conclusa nell’autunno del 2001 con il trasferimento dei diritti di proprietà sull’EDIT all’Unione Italiana che di fatto ha aperto alla nostra casa editrice nuovi e migliori possibilità.

Rispetto ad un passato recente alquanto difficile, oggi la situazione è cambiata e dunque possiamo parlare di ottimismo, un ottimismo che non avevo perso neanche nei momenti più bui perchè studiando a fondo le leggi avevo capito che il nostro quotidiano aveva tutti i requisiti necessari per beneficiare del contributo italiano in favore della stampa che, una volta realizzato, - e qui voglio ringraziare l’ex console generale d’Italia a Fiume, Fulvio Rustico, il presidente della Giunta UI, Maurizio Tremul, e l’ex sottosegretario agli Interni Ettore Rosato - è stato per noi di portata copernicana.

Esso ci consente ora non solo di operare con serenità e tranquillità, ma ci ha messo nelle condizioni di recuperare ritardi tecnologici e di ravvivare entusiasmi spenti. Ora sta a noi programmare bene, ma senza chiuderci nella trappola del risparmio a tutti i costi “perchè tanto noi semo pici e no podemo” - un risparmio destinato comunque ad esaurirsi prima o poi -; il settore dell’informazione e dell’editoria è crudele e ciò vuol dire che o ci si adegua ai cambiamenti in atto, o si è condannati a scomparire.

Noi siamo pronti ad aprirci alle sfide che giungono dalle nuove tecnologie per mille ragioni, ma ne citerò solo quella pronunciata dal capo del nostro settore commerciale Nenad Rameša: “Offrire ai lettori un prodotto al passo con i tempi non è uno sfizio, ma è un segno di rispetto nei loro confronti”.

Un finanziamento dal quale non possiamo prescindere

Soddisfatto del sostegno fornito dagli Stati domiciliari e dalla Nazione madre alla Casa editrice?

Sì. L’Italia ci ha finalmente riconosciuto un diritto inserendo “La Voce del Popolo” nell’elenco delle testate che beneficiano dell’importante contributo della Presidenza al Consiglio. Si tratta di un finanziamento dal quale non possiamo prescindere, neppure tornando a livelli di occupazione e produzione minima.

Considerata l’attuale crisi, pure la Croazia e la Slovenia, anche grazie all’impegno dei nostri deputati Furio Radin e Roberto Battelli, ci stanno fornendo risorse notevoli. In tutti questi anni, specialmente in quelli di crisi acuta e grazie in primo luogo alla sensibilità del presidente Maurizio Tremul e poi dei consiglieri dell’Assemblea UI, anche l’Unione Italiana, il nostro fondatore, ha investito molto su di noi.

Tengo tuttavia a precisare che da quando abbiamo iniziato a percepire il contributo del Governo italiano stiamo sgravando deliberatamente in maniera importante e progressiva l’entità del sostegno dell’UI nei nostri confronti.

Il mio impegno personale e prioritario - oltre, ovviamente, a quello di tentare di garantire ai dipendenti un trattamento salariale e condizioni di lavoro adeguate, come pure a quello di programmare risorse in funzione di una crescente dignità del prodotto - è quello di aumentare le entrate che realizziamo in proprio. In questi ultimi anni abbiamo fatti passi da gigante nel settore marketing e con la libreria, ora siamo molto fiduciosi nei risultati che potranno venire dalla migrazione delle testate EDIT sulle varie piattaforme digitali, ovvero mobile, tablet, web, social networks.

Una crescita diffusa

Qual è il segmento dell’attività dell’EDIT che le ha dato le maggiori soddisfazioni?

Io sono convinto che in seno all’EDIT ci sia stata una crescita diffusa. I risultati più evidenti sono ovviamente i grandi passi in avanti fatti negli ultimi dieci anni da “La Voce del Popolo”, con l’aumento delle pagine e dei contenuti, con la lunga serie dei suoi nuovi inserti speciali e che presto uscirà con una grafica rinnovata.

Sono estremamente orgoglioso dell’enorme slancio prodotto da EDITlibri, con tutta una serie di nuove collane e nuovi titoli grazie ai quali oggi l’EDIT è certamente il punto di riferimento centrale per chi vuole studiare la letteratura CNI. Qui l’impegno di Liliana Venucci, Doris Ottaviani e Tiziana Raspor - con i loro collaboratori esterni - è stato davvero encomiabile.

Sono contento anche del rilancio della libreria in Corso a Fiume alla quale presto dedicheremo nuove attenzioni. Personalmente sono molto soddisfatto di moltissime cose che all’esterno non si vedono, come l’aumento esponenziale delle risorse che incameriamo grazie alla pubblicità, il rinnovamento tecnologico e la capillare informatizzazione dei processi di lavoro extragiornalistici ed extraeditoriali che abbiamo realizzato con tutta una serie di software programmati “in house” dal nostro tecnico Igor Kramarsich.

Quest’anno abbiamo anche rinnovato la sede, in primo luogo le infrastrutture interne che erano debilitate e debilitanti. Mi pare di poter dire che una soddisfazione generale debba giungere anche dal fatto che l’EDIT oggi viene percepita come un interlocutore culturale e commerciale serio: a “La Voce del Popolo” qualche anno fa è andato il prestigioso premio Val di Sole, mentre gli inviti di partecipazione a manifestazioni librarie ed eventi culturali anche importanti sono stati innumerevoli.

Mi preme segnalare inoltre che sono molto contento della grande e impegnativa opera di promozione delle attività dell’EDIT che stiamo facendo in Italia con il nostro partner triestino “Percorsi di cultura e comunicazione”.

Sono altresì contento di aver assunto alcuni giovani veramente in gamba che ci stanno portando una ventata di freschezza, che con le nuove tecnologie sono a casa loro e che sto coinvolgendo con responsabilità dirette nel processo di ammodernamento dell’EDIT e delle sue testate. L’esistenza dei profili facebook di “Arcobaleno” e di “EDITlibri”, tra l’altro molto seguiti, si deve anche a loro, al loro entusiasmo e alle conoscenze che hanno portato al nostro interno e che prima latitavano.

C’è anche qualche ragione di insoddisfazione. Per correttezza devo dire, recitando un mea culpa, che mi rattrista il fatto di non essere riuscito ancora a coordinare il rinnovamento contenutistico e grafico di “Panorama” e di non essermi impegnato sufficientemente nel progetto di presentazione dell’EDIT e delle sue testate su Internet.

Obbiettivamente avremmo dovuto essere più belli online già da qualche anno. Il contratto collettivo per i giornalisti, non ancora concordato, rimane uno dei principali “da fare” della mia agenda. Mi rimprovero pure di non aver investito nella costante formazione professionale dei giornalisti, cosa che mi impegno a fare a partire da subito, perché ne abbiamo bisogno veramente tutti.

Mi rincresce anche che non siamo ancora riusciti a riportare “La Voce del Popolo” al centro di un serio pensiero e di una seria dialettica minoritaria, in grado di coinvolgere anche i nostri lettori. Infine sono estremamente insoddisfatto del fatto che personalmente non ho dato troppa importanza alla necessità di comunicare bene all’esterno le tante cose nuove e belle che facciamo: sono ancora troppe le persone che guardano all’EDIT con pregiudizi non certo gratificanti e che dunque dobbiamo informare meglio. Troppe volte, in tutti questi anni, ho conosciuto persone che inizialmente giudicavano l’EDIT con un “mah” e che, dopo aver visto e analizzato le cose che facciamo, hanno cambiato il loro pre-giudizio.

In generale posso dire che le cose che mi hanno dato soddisfazione sono state molte, ma allo stesso tempo vedo grossi margini di miglioramento. Per quel che mi riguarda, anche se forse sarebbe comodo, non intendo adagiarmi al punto in cui ci troviamo ora.

Bagaglio di storia e cultura

La CNI deve restare al centro dell’attenzione delle tematiche editoriali, oppure è il caso di spaziare più in là?

L’EDIT deve usare le gambe per andare avanti, ma allo stesso tempo deve avere le mani rivolte indietro per trainare con sé tutto quel bagaglio di storia e di cultura che legittima la sua stessa esistenza e quella del suo pubblico. Ho detto tante volte che un fatto non è notizia fino a quando un giornalista non la propone come tale per una testata. Ebbene, tantissimi fatti che accadono in seno alla CNI non sono notizia per nessuno, escluse le testate EDIT e le redazioni italiane di Radio e TV Capodistria, di Radio Fiume e di Radio Pola.

Ed è nostro sacrosanto dovere trasformare questi fatti in notizie. Noi esistiamo perchè esiste il lettore CNI e in questo senso dobbiamo darne anche “rappresentazione”: tuttavia il lettore CNI non è solo un appartenente alla CNI, ma è una persona a tutto tondo. In altre parole pur avendo la CNI al centro, noi dobbiamo tentare di dare una copertura totale dei bisogni, degli interessi, dei vizi, della curiosità dei nostri lettori.  Si tratta di avere la CNI come nucleo attorno al quale contemporaneamente ruotano due moti, uno centrifugo e uno centripeto.

Io credo che eventuali novità, anche tematiche, possano giungere dalle nuove tecnologie, perché la presenza online - che ci porta in tutto il mondo - ci deve far riflettere che noi facciamo informazione ed editoria in una lingua che non è parlata solo da 25 mila italiani dell’istro-quarnerino - di norma, gli unici che fino a ieri eravamo in grado di raggiungere - ma da altri 60 milioni di persone in Italia e qualche altro milione fuori dallo Stivale.

L’esperienza facebook di EDITlibri ci insegna che a seguirci non è soltanto un pubblico interessato all’Istria, Fiume e Dalmazia per legame parentale, ma c’è anche tanta gente che semplicemente ama leggere, conoscere, imparare, viaggiare e alla quale abbiamo molto da raccontare su di noi, sulla Croazia, sulla Slovenia, sulla storia, sulla natura, sul turismo, sulle mille sfaccettature antropologiche del territorio sul quale operiamo.

Voglia di mettersi in gioco

L’EDIT guarda alle nuove tecnologie informatiche: sono queste le scommesse per il futuro?

Non ho alcun dubbio in proposito. Più saremo disposti a capire che il giornalista deve diventare un comunicatore multipiattaforma, più diventeremo capaci di convogliare verso di noi l’interesse del pubblico. Ne trarrà beneficio anche tutto l’indotto extragiornalistico. E non dobbiamo avere paura che l’online finisca con il distruggere la carta stampata.

A differenza dei mezzi di informazione non giornalistica - con il telefono e il telefax che hanno sostituito il telegrafo, la posta elettronica e gli sms che hanno sostituito quella convenzionale e il telefax -, nessun mezzo d’informazione giornalistica ha mai distrutto quello precedente.

La radio non ha ucciso la carta stampata, la TV non ha ucciso la radio, Internet non ha ucciso la TV, i libri elettronici non stanno uccidendo il libro cartaceo. Ovvio che non assistiamo ad una convivenza perfettamente armoniosa; tuttavia parliamo di una convivenza estremamente possibile. Si tratta di aver anche un po’ di fantasia e di voglia di mettersi in gioco, quelle stesse per le quali abbiamo deciso di fare questo mestiere.

Dario Saftich

 

 

 

 

651 - La Voce del Popolo 15/10/12  Speciale – Mario Simonovich: «Panorama» 60 anni di sforzi  per far sentire le ragioni della CNI

Speciale

di Dario Saftich

INTERVISTA AL CAPOREDATTORE RESPONSABILE DELLA RIVISTA QUINDICINALE DELL'EDIT, MARIO SIMONOVICH


«Panorama»: 60 anni di sforzi
  per far sentire le ragioni della CNI

FIUME – La rivista quindicinale “Panorama” festeggia quest’anno i 60 anni di vita, alla pari della Casa editrice EDIT. Testata che nei decenni ha rappresentato una sorta di biglietto da visita della Comunità nazionale italiana, è riconosciuta anche all’estero, ha avuto molti collaboratori, tra cui nomi prestigiosi, e a modo suo è stata innovativa per come si è posta nei confronti dei lettori, per le numerose iniziative promosse nel tempo.

La rivista, potremmo dire, si è fatta carico nel secondo dopoguerra di una vera e propria missione volta al mantenimento e alla promozione tanto dell’identità italiana quanto dei valori culturali e civili che hanno contraddistinto nei secoli le nostre terre. Ora però s’impone la necessità di restare al passo con i tempi che cambiano, accettare e vincere le sfide di un’epoca nuova. Ma senza abbandonare i valori di fondo del passato, che possono e debbono fungere da ispirazione.

Facciamo il punto sulla storia di “Parorama”, su quello che ha rappresentato e sulle sue prospettive con il caporedattore responsabile, Mario Simonovich, ormai da due lustri alla guida della testata.

”Panorama” ha sessant’anni. Portati bene?

Parecchie sono sicuramente le cose che andrebbero conservate del passato, anche se per altri aspetti la rivista sta cercando di mantenersi al passo con i tempi. Direi, senza esagerare, che quello di “Panorama” in questi sessant’anni è stato un ruolo essenziale, specie quando si pensi che per un lungo periodo, oltre a informare gli italiani di queste terre, è stato un fulcro della loro identità, un punto d’incontro, un polo d’attrazione conoscitivo e informativo fondamentale, in particolare negli anni più duri del dopoguerra, quando si è rivelata pure un fattore di coesione, di autoaffermazione della componente italiana dell’Istria e di Fiume, visto che i contatti allora con la Nazione madre praticamente non esistevano.

Come è cambiato il quindicinale nel tempo?

Sorta in febbraio dal dissolvimento di tre testate precedenti – palese segno della caduta dei lettori dovuta all’esodo - Panorama si diffuse presto fra i lettori grazie anche alla pubblicazione di un gran numero di allegati ed alla promozione di vari convegni, tavole rotonde, dibattiti con i lettori. Ad esempio, il Supplemento letterario in cui furono pubblicati i lavori del Primo convegno letterario del GNI tenutosi a Pola nel 1960 uscì in dieci numeri creando le condizioni per la nascita de La Battana,. Al fine di favorire la diffusione della nuova testata, i primi otto numeri furono distribuiti in pacchetto assime al quindicinale.

La “fedeltà” ai temi letterari fu continua: dal 1952 al 1963 ospitò nove edizioni del concorso a premi di poesia pubblicando complessivamente 615 poesie edi 285 autori. Altro supplemento di rilievo fu quello dedicato al contributo degli italiani alla liberazione, che costituì la premessa per il libro Fratelli nel sangue. `

Numerosi pure i concorsi a premi fra i lettori, fra cui spicca “Un mare due sponde” organizzato in collaborazione con “La Voce” ma ideato e condotto principalmente dalla redazione della rivista. Nel 1969 nasceva la rubrica “Panorama giovani” che diede vita ad una serie di miniredazioni nelle CI. Si creò così un vero e proprio laboratorio per le giovani forze intellettuali della CNI, una tribuna di confronto sui problemi e le prospettive della minoranza a cui presero parte quasi tutti coloro che poi avrebbero assunto ruoli di rilievo al suo interno.

Nel contempo, sempre attenta ai temi che meglio esprimevano le peculiarità nazionali e gli avvenimenti del territorio, la rivista rinnovò ripetutamente la veste grafica. Il cambiamento più evidente si verificò nel 1984 con la riduzione del formato e l’aumento delle pagine, passate da 40 a 60.

Importante, negli Negli Anni Ottanta è l’apporto ai nuovi gruppi d’opinione e di riforma quali “Gruppo 88” o il “Movimento per la Costituente” stimolando il dibattito sui temi da essi posti e proponendo inchieste, servizi ed interviste sui nodi e le prospettive comunitarie. Una funzione che si fece presto sentire agli inizi degli Anni Novanta, segnate dal ben noto rivolgimento.

Il decennio successivo fu segnato da stasi e difficoltà quale riflesso della complessa situazione in cui si ritrovò l’EDIT. Seguì il passaggio dei diritti di proprietà dell’editrice dal Governo all’Unione Italiana e la prosecuzione delle pubblicazioni fino ad oggi.

Possiamo dire che negli anni precedenti alla caduta del Muro di Berlino, “Panorama” sia comunque riuscito a rappresentare una sorta di anima pluralista nell’ambito del sistema totalitario?

Assolutamente sì. Anche partendo dal solo fatto che il cosiddetto allineamento al regime ed ai suoi slogan fu molto meno marcato rispetto alle realtà mediatiche della maggioranza, si arriva ben presto alla conclusione che, fin dall’inizio, oltre a portare avanti i valori della nazionalità e di un pseudo internazionalismo c’erano una posizione di partenza e un punto d’arrivo che erano essenzialmente diversi, più ricchi e articolati. Pertanto si poteva assolutamente parlare di un certo pluralismo. A riprova di tale diversità basta confrontare i titoli e temi sugli stessi argomenti su Panorama o su altre riviste.

D’obbligo il rinnovamento

Oggi si parla spesso di temi presunti tabù, all’epoca del comunismo. Eppure qua e là gli argomenti controversi spuntavano sulle pagine della rivista: dalle problematiche riguardanti la storia della minoranza, l’esodo, magari le foibe...

Direi assolutamente di sì. L’approccio era assolutamente diverso in misura notevole rispetto ai media maggioritari, certo, sia ben chiaro, ostentando d’essere in linea con il regime. Però, all’interno del permissibile questi temi sulle nostre pubblicazioni, e in questo caso parliamo di “Panorama”, occuparono, con l’andare degli anni in termini progressivi, uno spazio sempre maggiore.

Sulle foibe, per quanto mi ricordo, non si era calcata la mano perché costituivano proprio il massimo punto dolente della nostra presenza, ma anche i pochi accenni non trovavano riscontri precedenti.

La rivista ha in cantiere una nuova grafica, si punta chiaramente a un rinnovamento. Quali le direttrici di rotta e le prospettive?

Certamente la rivista mostra un po’ gli anni, sicché il rinnovamento va portato avanti sia nei contenuti sia nella forma. La forma attuale del quindicinale è assolutamente inaccettabile. Io non posso che esprimere il mio disappunto per la lentezza con cui si sta procedendo sulla strada del rinnovamento, visto ad esempio che il colore costituisce una presenza generalizzata per pubblicazioni di questo genere ed ha giustamente fatto la sua comparsa e si è diffuso nelle pubblicazioni dell’EDIT.

Ritengo che sia della massima urgenza che ciò abbia finalmente un suo riscontro pure sulle pagine di “Panorama”. In quanto ai contenuti, che saranno comunque oggetto di uno studio attento e accurato, è urgente pensare ad una massima estensione dei temi.

Qualche cosa in questo senso “Panorama” l’ha già fatto, ad esempio eliminando quasi del tutto la cronaca, e aprendosi al massimo ai collaboratori esterni, qui comprese firme di rilievo dall’estero, di cui siamo particolarmente orgogliosi.

Scuola di vita

Lei ha lavorato dapprima nel quotidiano, poi è passato nel quindicinale: come ha vissuto questo cambiamento?

Innanzitutto direi che per me il giornalismo è stato scuola di vita. Sono entrato alla “Voce del Popolo” nel 1974 precedendo di poco - e fu quella la mia prima lezione di giornalismo vissuta nella sua drammatica immediatezza - la defenestrazione di Antonio Borme.

Poi poi ho seguito l’usuale iter. L’essere stato caporedattore della “Voce del Popolo” è stata per me una grande scuola in quanto, in maniera molto significativa, mi ha insegnato a conoscere gli uomini, anche con qualche brutta sorpresa, ma pure con momenti molto appaganti quanto inattesi.

Positivo, ovviamente, il passaggio a “Panorama”, forte com’ero di determinate esperienze rivelatesi molto utili. D’altra parte, il periodo che seguì, se da una parte fu motivo di grandi soddisfazioni, dall’altra si rivelò anche molto laborioso perché, per una serie di motivi su cui oggi è inopportuno rivangare, la redazione si ritrovò ad operare con due soli giornalisti, insomma si ridusse proprio ai minimi termini.

Fu molto arduo risalire la china; ci fu un avvicendamento di colleghi che passarono da una redazione all’altra, richiamati da necessità superiori, e quindi la risalita fu abbastanza difficile. Si arrivò poi ad una situazione relativamente soddisfacente. Ma adesso ci dobbiamo confrontare di nuovo con un regresso, in quanto la redazione attuale va assolutamente rinforzata con quadri più giovani. Abbiamo l’esperienza, non anche il numero.

Qual è la differenza più visibile nel fare giornalismo venti o trent’anni fa e nel farlo oggi. Come è cambiata la professione, in altre parole, soprattutto nella nostra realtà?

Certe cose ci sono state tolte dal collo, altre, diciamo così, ci sono state appioppate. Una volta si doveva badare molto a quanto diceva il regime, stare molto attenti, era un dire e non dire, un mostrare e un occultare, con ovvi condizionamenti per il lavoro.

Questo dava, sia a “Panorama”, sia ad altre pubblicazioni all’Edit, una certa qual piccola patente di liberalità, che forse ci veniva invidiata da qualcuno. Passato il cambiamento sul piano economico e sociale, soprattutto politico, la cappa ideologica è venuta meno.

 In compenso però è salita da una parte la richiesta del pubblico per un prodotto di qualità, dall’altra il senso di responsabilità sia verso la notizia, sia verso il lettore. Oggi, quando sbagli, hai molte più possibilità di una volta di dover far fronte a reazioni anche molto ferme. Le redazioni che non si attengono ai principi cardine della professione posso andare molto facilmente incontro a disavventure molto spiacevoli.

Una redazione di qualità

Quale futuro vede per la carta stampata: riuscirà a reggere la concorrenza sempre più agguerrita dei media elettronici?

Sarebbe facile dire: vinceranno gli uni o vinceranno gli altri. Penso che il futuro ci porterà a una commistione fra questi media, tutti sono assolutamente necessari. Non vedo un prevalere assoluto degli uni sugli altri.

Eppure la carta stampata, le riviste in primo luogo, si ritrovano a dover “inseguire” i media elettronici, un certo affanno è presente...

Per contenere un affanno che è permanente bisogna operare con professionalità. L’approfondimento di una notizia, base di ogni periodico, non si può fare in un giorno o due; d’altra parte i 15 giorni intercorrenti fra due numeri sono tanti da poter vanificare ogni sforzo. Volendo creare un prodotto valido in tempi brevi, le riviste come “Panorama” devono avere una redazione di qualità e numericamente forte.

Certamente i limiti minoritari pesano, ma io mi chiedo, quanti fra noi, letto un bel paio di servizi sulle riviste che vanno per la maggiore, si preoccupano poi di dare un’occhiata anche all’impressum e contare quante persone conta la redazione? S’intende poi che anche il ritmo d’uscita va ripensato.

Ripensato nel senso di abbreviare o allungare i tempi?

Troppo presto per dirlo in questo momento. Temo che comunque le forze di cui può disporre l’EDIT attualmente siano relativamente scarse per un prodotto bisettimanale di qualità a lunga scadenza.

Qualora ciò fosse possibile, benvenga. Non è uno slogan dire che il futuro è dei giovani e oggi all’interno dell’azienda abbiamo quadri giornalistici giovani che vanno curati e preparati in modo da poter operare come e forse anche meglio di noi nei tempi a venire.

 

 

 

 

652 - La Voce del Popolo 19/10/12 Cultura - Successo italiano di «Arcobaleno»

CulTURA

AL PREMIO NAZIONALE "CITTÀ DI CHIAVARI" IMPORTANTE RICONOSCIMENTO PER IL MENSILE DELL'EDIT


Successo italiano di «Arcobaleno»

FIUME – Affermazione internazionale di “Arcobaleno”, il mensile per i ragazzi delle Scuole Elementari Italiane della CNI, pubblicato dall’Edit. Il simpaticissimo giornalino si è guadagnato una Menzione speciale, al Premio Nazionale “Città di Chiavari”, “per la meritoria azione di informazione e di intrattenimento svolta a favore dei bambini della minoranza di lingua italiana della Croazia e della Slovenia”.

“Non ci si aspettava questo riconoscimento. Ovviamente, per noi è una bella soddisfazione” ha dichiarato Tiziana Dabović, caporedattrice di “Arbobaleno”. “Siamo particolarmente lieti che questa menzione arrivi proprio in coincidenza con il sessantesimo dell’Edit, di modo che va a rappresentare un nostro contributo particolare a questo importante anniversario”.

Il Premio Nazionale “Città di Chiavari”, nato da un’idea del prof. Angelo Nobile, docente di Letteratura per l’infanzia e l’adolescenza, tra tanti premi letterari e di poesia, è l’unico concorso destinato alla stampa periodica per ragazzi. Scopo dichiarato del premio è di far conoscere, sostenere, incoraggiare e diffondere questa particolare stampa, promovendone in particolare la lettura e il migliore utilizzo in famiglia come a scuola, anche a fini didattici. Il Premio è stato istituito congiuntamente nel 2005 dall’Associazione Ligure Letteratura Giovanile e dal Comune di Chiavari, col contributo della Fondazione Carige.

“L’organizzatore del Premio ci aveva inviato il manifesto e le informazioni necessarie e abbiamo colto l’occasione per aderire al concorso” continua Tiziana Dabović. “Il nostro giornalino ci dà tante soddisfazioni in quanto il contatto con i bambini, gli adolescenti e con il mondo della scuola è sempre molto stimolante ed appagante e se si lavora con animo aperto si viene ampiamente ripagati. L’ultima novità di ‘Arcobaleno’ è stata il colore integrale. Per il futuro intendiamo approfondire il discorso del dialetto, come pure intensificare la collaborazione con gli alunni e con la realtà scolastica”.
Il primo premio del concorso è stato assegnato al periodico “Il Giornalino”, mentre menzioni speciali sono state conferite, tra gli altri, al giornalino croato “Galeb”.
La cerimonia di premiazione si svolgerà il 14 novembre, nella Sala Auditorium di Chiavari, dove saranno esposti tutti i giornalini che hanno partecipato all’edizione 2012, come pure a quelle precedenti. (pvm)

 

 

 

 

653 - Corriere della Sera 17/10/12 Treste: Proteste per la pièce della nipote di Tito

Trieste

Proteste per la pièce della nipote di Tito

TRIESTE -11 ricordo di Tito al di qua del confine con l`ex Jugoslavia evoca ancora fastidio e inquietudine e per alcuni è una nuova occasione di
protesta. Ieri pomeriggio lo spettacolo teatrale scritto dalla nipote dello statista, Svetlana Broz (nella foto, davanti a una statua del nonno), nell`aula magna dell`università di Trieste, ha scatenato la protesta di alcuni studenti aderenti all`organizzazione di destra Azione universitaria. I giovani, una ventina, hanno manifestato all`esterno dell`ateneo ed hanno distribuito volantini di protesta contro l`iniziativa.
All`interno lo stesso gruppo ha depositato alcuni altri manifesti contestando l`iniziativa. Tutto nasce anche dal fatto che Svetlana, assente alla proiezione, ha più volte e pubblicamente affermato di essere fiera del nonno del quale è diretta discendente.


 

 

 

654 - Il Piccolo 14/10/12 Dignano sfratta dalle case degli esuli le famiglie Rom

Dignano sfratta dalle case degli esuli le famiglie Rom

 

Nel piccolo alloggio “nazionalizzato” vivevano 12 persone Il sindaco: quei fori sono per i giovani che tornano in paese

 

DIGNANO La famiglia Rom di Skender Ademi di 12 componenti tra cui 5 bambini, è stata sfrattata dall'alloggio in via Angelo Ceccon dove abitava abusivamente da 13 anni. Le case abitate dagli abusivi, per lo più abitazioni un tempo appartenenti agli esuli e poi nazionalizzate, sono in condizioni precarie. Chiamarlo alloggio, in effetti, è un eufemismo, è in realtà una stanza di 30 metri quadrati, del pacchetto rimasto al comune croato nel dopoguerra. A sorvegliare sull'esecuzione dello sfratto decretato dal Tribunale comunale di Pola, c'erano 5 agenti di polizia, anche se non ci sono stati disordini. Si è sentito solo il pianto dei bambini che le nuore del capofamiglia anch’esse con gli occhi gonfi, non sono riuscite a calmare.

Skender Ademi, che ha fatto intervenire sul posto la stampa, alcuni politici e i servizi sociali , ha dichiarato che la sua situazione si è fatta disperata.«Abito a Dignano da 32 anni – ha spiegato - mia moglie è gravemente malata e ora veniamo crudelmente buttati in strada». Perché lo sfratto? Perché come spiega il sindaco Klaudio Vitasovic, la città vuole disporre dei suoi immobili, ristrutturarli e metterli a disposizione dei giovani intenzionati a ritornare a Dignano, e inoltre ci sono stati casi di incendi provocati dall' impianto elettrico difettoso. «Non vogliamo che ciò si ripeta e per questo abbiamo deciso di tagliare loro la luce». Il sindaco poi ribadisce che la città ha sempre dimostrato grande sensibilità verso i Rom. «Abbiamo definito un apposito programma sociale - dice - paghiamo la merenda dei loro alunni a scuola, abbiamo aperto un asilo Rom e neanche in futuro il nostro appoggio verrà meno.Durante il 2009 e il 2010 la Citta' di Dignano ha avviato il procedimento di sfratto nei confronti di 14 famiglie, ma solo due se ne sono andate di propria volontàe così l’amministrazione ha dovuto ricorrere alle maniere forti. Quanto agli Ademi, il Centro sociale di Pola ha fatto sapere di aver trovato una sistemazione provvisoria per i 5 bambini. Il presidente dell' Associazione dei Rom dell’Istria Veli Huseini ha definito lo sfratto «una vergogna per l' Istria», mentre il deputato dei Rom al Sabor Veljko Kajtazi ha accusato il sindaco di posizioni estremiste.

 

(p.r.)

 

 

 

 

655 - La Voce del Popolo 13/10/12 Una sepoltura dignitosa per tutte le vittime - Il Sabor sulla Proposta di legge sulle tombe della Seconda guerra mondiale

Il Sabor sulla Proposta di legge sulle tombe della Seconda guerra mondiale
Una sepoltura dignitosa per tutte le vittime

ZAGABRIA – È in discussione al Sabor la Proposta di legge sull’individuazione, la cura e la manutenzione dei cimiteri militari, delle tombe delle vittime della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra. Un documento approvato a luglio dal governo di Zoran Milanović e trasmesso al Parlamento con richiesta di iscrizione all’ordine del giorno onde individuare una soluzione alla situazione che vede tutt’ora senza risposte la richiesta di dare una dignitosa sepoltra alle vittime – militari e civili – che hanno perso la vita nel corso del secondo conflitto mondiale o negli anni successivi alla fine della guerra. Attualmente, infatti, come viene spiegato dal ministero dei Difensori, nella Repubblica di Croazia nessuna istituzione ha piena competenza in materia di vittime della Seconda guerra mondiale. L’Ufficio per l’individuazione, la cura e la manutenzione delle tombe delle vittime dei crimini comunisti commessi nel dopoguerra, istituito poco meno di un anno fa, è competente soltanto per le questioni inerenti alle vittime che hanno perso la vita dopo la conclusione delle operazioni belliche, ovvero dopo il 9 maggio 1945.


LE MOTIVAZIONI Stando alle motivazioni esplicate dal ministero, la Proposta di legge rappresenta un passo avanti rispetto alla situazione attuale in quanto razionalizza l’organizzazione del lavoro. “I dipendenti attualmente impiegati presso l’Ufficio indipendente e i componenti il Consiglio amministrativo dello stesso continueranno a svolgere il loro lavoro, ma nell’ambito del ministero dei Difensori”, ha detto il ministro Predrag Matić. Proprio questo è però il punto che non convince i rappresentanti dell’HDZ, il cui presidente Tomislav Karamarko ha sostenuto fortemente l’istituzione dell’Ufficio in parola all’epoca in cui era titolare del ministero degli Affari interni. “Invece di mantenere un Ufficio indipendente affidiamo i compiti che questi svolgeva a una struttura patrocinata dal ministero dei Difensori e dal governo. C’è da chiedersi se dopo l’abolizione dell’Ufficio autonomo si continuerà a lavorare all’individuazione, alla cura e alla manutenzione delle tombe delle vittime dei crimini comunisti”, ha chiesto durante il dibattito parlamentare il deputato dell’HDZ, Tomislav Ivić, che ha ricordato come già nel 2002 fosse stata abolita la commissione per le vittime di guerra e del dopoguerra, mentre le sue competenze erano state trasferite al ministero della Scienza.


NESSUNA PRESSIONE Immediata la replica del ministro Matić. “Garantisco che non ci saranno pressioni di natura politica. Nessuno interferirà nel lavoro del nuovo dipartimento ministeriale. Se una cosa del genere dovesse succedere, rassegnerò le dimissioni”. Poi, per chiarire meglio il modello previsto nella Proposta di legge, Matić ha detto: “Già ora l’Ufficio si appoggia al ministero”. In tal senso ha spiegato che pur non avendo alcuna competenza sull’Ufficio in veste di ministro, risponde della legalità delle spese fatte con i mezzi a disposizione dell’Ufficio, per il quale ogni mese deve firmare “un aiuto speciale”.


I FINANZIAMENTI Un altro tema sollevato nell’ambito del dibattito è stato quello dell’obbligo alla manutenzione delle tombe, che la Proposta di legge affida alle unità di autogoverno locale, le quali “non hanno i necessari mezzi finanziari”, ha affermato Zoran Vinković (HDSSB). Una questione che non si pone, secondo il ministro, che ha precisato: “Il ministero dei Difensori provvederà a costruire le vie d’accesso e ad apporre dignitose e modeste targhe ricordo sulle quali si potrà leggere che cosa sia avvenuto e quando. Per il resto – ha concluso Predrag Matić –, delle indagini relative ai crimini di guerra si occupino il ministero degli Affari interni e la Procura di Stato”.
Da aggiungere che, stando alle informazioni rese dal ministero dei Difensori, la Proposta di legge regolamenta, tra l’altro: l’individuazione, la cura e la costante manutenzione dignitosa delle tombe delle vittime del secondo dopoguerra istituendo pure un’evidenza dei sepolcri; l’individuazione di soluzioni dignitose per le spoglie delle vittime della Seconda guerra mondiale e del dopoguerra laddove il trasferimento sia dettato da ragioni di interesse pubblico o nel caso i resti vengano individuati durante lo svolgimento di lavori infrastrutturali; il mantenimento costante dei cimiteri militari e delle tombe delle vittime civili e l’attuazione degli accordi internazionali in vigore. (chb)

 

 

 

 

 

656 - Il Piccolo 18/10/12 Prosciutto istriano: L'Istria prepara la causa contro gli imitatori e chiede la doc a Bruxelles.

Il prosciutto istriano taroccato in Italia

 

L’Istria prepara la causa contro gli imitatori e chiede la doc a Bruxelles.

 

Nel weekend festival internazionale ad Antignana

 

PISINO L’Istria vuole tutelare dalle imitazioni il suo prosciutto doc e presso la Direzione generale dell’Unione europea a Bruxelles è stato avviato il relativo iter che però si presenta alquanto complesso. Ci vorranno infatti circa sei mesi prima di arrivare al traguardo. Intanto si sta pensando di fare causa a un prosciuttificio italiano reo di aver messo in commercio il suo “prosciutto istriano” che l’Istria non l’ha vista neanche con il binocolo. Nella regione il prosciutto non nasconde le sue aspirazioni di affiancarsi all’olio d’oliva e al vino sul palcoscenico dei prodotti della tradizione genuina. Da queste parti il prosciutto viene preparato con una tecnologia del tutto particolare che tiene conto delle condizioni climatiche, dell’alimentazione del suino e della bora quale elemento prezioso per l’essicatura. In Istria il prosciutto viene considerato il massimo del sapore e della bontà a tavola. Sulla scia delle rassegne enologiche e olearie è nato anche il Festival internazionale del prosciutto giunto alla sesta edizione che si tiene questo fine settimana ad Antignana, diventata la capitale regionale della delizia gastronomica. Come annunciato dal sindaco Mladen Rajko, i produttori partecipanti saranno 33 in rappresentanza di Spagna, Portogallo, Francia, Montenegro, Bosnia-Erzegovina, Austria, Slovenia, Italia e Croazia. Il giudizio sulla qualità sarà affidato a una giuria internazionale chiamata ad un compito veramente invidiabile. Tra le curiosità dell’appuntamento che solitamente riesce a calamitare almeno 25.000 visitatori c’è la promozione di una nuova

delizia: il prosciutto abbinato al gelato. Quest’anno il partner del Festival sarà la località spagnola di Jerez de los Caballeros dove ha sede il noto prosciuttificio Aquillino che produce il rinomato Jamon Iberico, il “violino” più caro al mondo. Per coloro che al prosciutto preferiscono le bontà della cucina marinara, sono in arrivo le “Giornate della sogliola”, giunte alla quinta edizione: si svolgeranno dal 19 al 31 ottobre in 17 ristoranti di Umago, Cittanova, Verteneglio e Buie. (p.r.)

 

 

 

 

 

 

 

657 – La Voce del Popolo 15/10/12   Sì al programma di interventi del Veneto in Istria e Dalmazia

PARERE FAVOREVOLE DELLA COMMISSIONE CULTURA DEL CONSIGLIO REGIONALE 
Sì al programma di interventi del Veneto in Istria e Dalmazia

VENEZIA – La Commissione Cultura del Consiglio regionale del Veneto, presieduta da Vittorino Cenci, ha espresso parere favorevole ad una serie di programmi di intervento nel settore relativi all’anno 2012. Il primo, che dovrà essere ratificato dal voto dell’aula, riguarda gli interventi per la tutela ed il recupero del patrimonio artistico veneto in Istria e Dalmazia per il quale quest’anno la Regione ha stanziato 450 mila euro contro i 520 mila dell’anno precedente.
FINANZIAMENTO La Commissione ha poi espresso parere favorevole al finanziamento annuale a sostegno delle attività della Fondazione Studium Generale Marcianum di Venezia stabilendo, però, su proposta del consigliere Roberto Fasoli (Pd), una riduzione del 20 per cento del contributo che passa così da 250 a 200 mila euro.
VENETI NEL MONDO Analoga riduzione, proposta da Carlo Alberto Tesserin (Pdl), la Commissione ha stabilito per quanto riguarda il contributo di 36.322 per la realizzazione della “Giornata dei Veneti nel Mondo” in programma a Verona tra sabato 27 e domenica 28 ottobre prossimi.

 

 

 

 

 

 

 

 

658 – Zadarski List 12/10/12 Missoni a Zara è benvenuto, ma la mostra non vi si terrà.- Missoni je u Zadar dobrodošao, ali izložba neće biti postavljena

 

Missoni a Zara è benvenuto, ma la mostra non vi si terrà.

 

Il Museo Popolare disponibile a cedere il Palazzo del Provveditore, nel novembre prossimo, ma la scadenza non rispondeva alle esigenze degli organizzatori.

 

 

Il “Genio del colore”, mostra del “designer” e stilista italiano, Ottavio Missoni, universalmente noto, non si terrà a Zara. Stando alle parole di Hrvoje Perica, sovrintendente del Museo Popolare di Zara, l’ente organizzatore, l’Unione Italiana di Fiume, ha disdetto la mostra. Il Museo Popolare era disponibile a cedere il Palazzo del Provveditorato, nel novembre prossimo, ma, dice Perica, la scadenza non rispondeva alle esigenze degli organizzatori.

 

L’episodio di Sindaco.

 

Ottavio Missoni godette fama, per qualche tempo, di Sindaco di Zara in esilio e d’icona degli esuli. E tuttavia nelle sue recenti comparse Missoni ha dichiarato che, quale ex-abitante di Zara, intese l’incarico più come onorificenza che quale serio impegno politico. Di origine Raguseo ed in parte Croato per parte di madre, Teresa de’ Vidovich, contessa di Capocesto e di Rogosnizza, s’è sempre qualificato come Dalmata. Ma l’atmosfera politica successiva alla Guerra Patriottica, il timore dell’irredentismo italiano, hanno ostacolato quale che sia contatto ufficiale con questo “designer” conosciuto nel mondo, che in gioventù fu cittadino di Zara.

 

Non vedo motivi perché la mostra non si possa tenere a Zara, tanto più che è già stata allestita nella città natale di Missoni, Ragusa, e poi a Fiume. Missoni ha chiarito attraverso i media il suo episodio (temporale ) di Sindaco, che intese quale funzione onorifica, escludendo propositi di derogare politicamente al governo, democraticamente eletto, di Zara. L’accettazione della detta sua “funzione” significava attirare l’attenzione sulla circostanza che gli esuli zaratini non potevano instaurare un ponte di collaborazione con l’ex- potere comunista – ha dichiarato il vicesindaco Drazen Grgurovic.

 

Non siamo riusciti a venire a Zara.

 

L’ente organizzatore della mostra di Missoni, l’Unione Italiana di Fiume, ebbe dei contatti con Zara, ma non diretti, bensì attraverso i suoi partners.

 

Per la verità, non abbiamo disdetto la mostra a Zara. Semplicemente, non siamo stati in grado di organizzarla, come nemmeno a Rovigno ed a Zagabria, per motivi tecnici e finanziari. La mostra “ Il Genio del colore” sarà approntata a Ragusa, Pola, Capodistria e Fiume. Ci furono contatti con Zara, per il tramite dei nostri galleristi di Pirano, ma non fu possibile allestirla nello stesso tempo, tenendo conto di aspetti finanziari ed organizzativi. Invero, gli oggetti esposti, a conclusione della mostra, vanno restituiti alla famiglia Missoni, in vista della grandiosa mostra che, nel 60° anniversario della loro attività, intendono predisporre nel novembre e dicembre prossimi in Italia. Devo sottolineare che non si alluse mai a nessuna connotazione politica , né che si menzionò il passato “ da Sindaco” di Missoni – ci ha detto Maurizio Tremul, presidente della giunta esecutiva dell’Unione Italiana di Fiume.

 

Sinisa Klarica

 

 

 

 

659 - La Voce del Popolo 17/10/12 Mille facciate di Pola saranno prese in considerazione per il restauro

Speciale

Servizio di Arletta Fonio Grubiša

L’amministrazione municipale ha varato il programma degli interventi sugli edifici storici «Mille facciate».

Ne parliamo con il vicesindaco Fabrizio Radin


«Si tratta di una necessità di civilizzazione prioritaria»

Si chiama “Mille facciate”, ma per ora si comincia da...510, ordinatamente inserite nel ciclopico catalogo dei recuperi coniato al Municipio. Addirittura mezzo migliaio di caseggiati di Pola hanno trovato modo di essere presi in considerazione, per diventare un giorno oggetto di restauri alle facciate, comprese porte e finestre, ammesso che si riescano a reperire fonti e modalità di finanziamento, al fine di poter inaugurare a tappe un così ambizioso intervento.
A esibirci i mega cataloghi è il vicesindaco di Pola, Fabrizio Radin, che ci fornisce anche le maxi cifre che sarebbero indispensabili per procedere con trattamenti e terapie consolidanti per il nostro patrimonio architettonico. Il computo dei costi è approssimativo. Si parla di più di 48 milioni di kune da impiegarsi per ripristini più accorti e precisi su facciate di edifici storici, ville austriache in primis, che appartengono all’unicità del nostro lascito urbanistico-culturale, cui si aggiungono oltre 108 milioni di kune per altre facciate del centro città allargato (non solo rigorosamente storico), dalle più vetuste alle più moderne. Tutto sommato, l’intervento estetico si mangerebbe mezzo bilancio cittadino, 152 milioni di kune alias 21 milioni di euro, il che è tutto dire.
“Questa città – è la motivazione di Fabrizio Radin –, necessita più di tutte le altre del territorio istriano di rinnovare e mettere in ordine le facciate di un gran numero di edifici, sia pubblici che privati. Trattasi di un bisogno primario, di una necessità di civilizzazione prioritaria, che affonda radici nel passato. L’odierno stato di degrado delle facciate è in parte conseguenza degli attacchi aerei e delle vibrazioni a fine conflitto mondiale. È da allora che nessun vertice municipale, né popolare né democratico, ha trovato sufficiente forza, denaro, e in principio neanche interesse di collocare la questione del recupero delle facciate quale prioritaria. Oggi, noi lo facciamo, in quanto coscienti che non è possibile supportare in maniera efficace lo sviluppo delle attività economiche nel settore terziario – commercio, alberghiera e turismo – in una città dalle facciate disastrate”.
“Mille facciate” e finalità illustrate dal vicesindaco: ”definire e risaltare l’identità urbana attraverso la ristrutturazione delle facciate, in particolare del nucleo storico e di rioni cittadini caratteristici come quello residenziale di Veruda, con le sue ville austro-ungariche, nonché di altri preziosi segmenti di matrice urbana quali l’architettura industriale e militare del XIX e XX secolo”.
“Quale punto di partenza per questo ampio processo – specifica Radin -, è stato elaborato il catalogo dei recuperi comprensivo delle carte d’identità di ogni singolo edificio, che strada facendo verrà arricchito di dati aggiuntivi. La catalogazione è stata realizzata nell’ambito dell’assessorato per la Pianificazione ambientale – Ufficio per il patrimonio storico-architettonico, ad opera degli architetti Barbara Belić-Runić, Nina Velkaverh e dell’assistente Marko Percan”. Si ragiona, in Municipio, che l’approccio alla rivitalizzazione del patrimonio urbano debba essere capillare e continuato, non limitato al ripristino degli elementi architettonici esterni delle facciate, ma esteso a una sistematica ristrutturazione degli edifici storici e degli insiemi ambientali, concentrandosi sugli aspetti della statica, del livello di degrado e di importanza dei caseggiati. A questo titolo si riportano dati fondamentali: ubicazione delle case, proprietà, epoca di costruzione, descrizione – valorizzazione in rapporto alla data della costruzione, peculiarità stilistiche, qualità dell’architettura, superficie delle facciate, descrizione degli interventi da fare come pure elementi per una valutazione preventiva dei costi. Come spiegato da Radin: “Al fine di completare dette valutazioni, si parte da un’analisi dello stato di salute della facciata, dell’esigenza dei lavori da commissionare, della necessità di stesura della documentazione progettistica, inclusi gli aspetti della conservazione e restauro, per addivenire ad un coefficiente di complessità degli interventi”. Si apprende che ha fatto da falsariga anche l’esperienza accumulata con il progetto “Dolcevita”. I prezzi approssimativi degli interventi sono scaturiti dalla moltiplicazione della superficie della facciata per il coefficiente di complessità dell’intervento e il costo del lavoro in vigore per metro quadro.

 

 

 

 

 

660 - La Repubblica 17/10/2012, Viaggi - Storie dai nostri confini orientali

Storie dai nostri confini orientali

Quattro giorni a Grado per ripercorrere la storia dei nostri confini, in particolare di quelli più orientali segnati da eventi che hanno dato vita, ad esempio, all`irredentismo e alla questione di Istria e Dalmazia.
Dal 17 al 20 ottobre I` "isola del sole" ospita la sesta edizione dì "Classe Turistica", il festival del turismo scolastico realizzato dal Touring Club italiano (www.classeturistica.it) il tema intorno a cui ruota l`edizione di quest` anno è la scuola di confine coinvolge per l`occasione anche le scuole della vicina Istria e Dalmazia. Con seminari, convegni, interventi di storici e la proiezione del docufilm Magna Istria, lo scopo del festival è far conoscere l`Italia minore, ovvero angoli turisticamente meno noti, ma non meno importanti dal punto di vista artistico,
naturalistico e storico-culturale.

Anche per questo, a margine degli incontri, sono in programma escursioni e visite sul territorio: dalla foiba di Basovizza al campo profughi di Padriciano, nell`entroterra triestino, alla risiera di San Sabba. Per finire con la fortezza di Palmanova e il museo della Grande Guerra a Gorizia.

Ilaria Zaffino

 

 

 

 

 

661 – La Voce del Popolo 16/10/12 Cultura - Wilma Goich: «Spero di cantare a Zara»

INTERVISTA ALLA CANTANTE ITALIANA, DI ORIGINI DALMATE, POPOLARISSIMA  FRA IL 1965 E LA SECONDA METÀ DEGLI ANNI SETTANTA


Wilma Goich: «Spero di cantare a Zara»


«Ho visitato la città spinta dai ricordi descrittivi di mia madre. È stato un incontro meraviglioso»

ROMA – Il nome di Wilma Goich – cantante dotata di un’ottima sensibilità musicale e di una voce dolce, garbata, ricca di toni delicati e di notevole estensione – rimanda il grande pubblico a uno tra i più popolari fra il 1965 e la seconda metà degli anni Settanta. Nota ai più soprattutto grazie al duo dei Vianella, composta oltre che da lei, anche dal marito Edoardo Vianello. Fra i suoi maggiori successi si ricordano “Ho capito che ti amo”, “Le colline sono in fiore”, “In un fiore”, “Se stasera sono qui”, “Gli occhi miei”, “Per vedere quanto è grande il mondo”, “Baci baci baci” e tanti altri successi. La cantate ligure vanta anche origini dalmate, motivo per il quale l’abbiamo incontrato per un’intervista.

“La mia famiglia è originaria di Zara – esordisce Wilma Goich – e giunse a Cairo Montenotte, comune della provincia di Savona, alcuni anni prima della guerra. Mio padre Ugo Goich, infatti, aveva ottenuto un impiego, come perito chimico, allo stabilimento della Montecatini, in Liguria, dove sono nata dopo che mia madre Maria Zmichich, raggiuse l’allora suo fidanzato per unirsi in matrimonio. I miei genitori, quindi, non vissero direttamente le terribili esperienze della pulizia etnica, delle foibe e dell’esodo. Ciò nonostante diversi miei parenti subirono sulla pelle prima le angherie nel dover lasciare le proprie terre di origine e poi anche le tristi vicende come profughi in Italia”.

I suoi genitori le parlavano mai di Zara. Che ricordi conserva?

“I miei genitori mi raccontavano in continuazione della loro città, delle loro scuole, dei loro gli amici fraterni, tra i quali anche il famoso stilista Ottavio Missoni, dei giochi in strada quando erano bambini, delle caratteristiche calli di Zara. Di come la famiglia era proprietaria di numerosi appezzamenti di terreno nella zona di Castelvenier, a pochi chilometri dalla costa. E nei cui terreni coltivavano alberi da frutta e viti, producendo un ottimo vino. Senza dimenticare l’allevamento di pecore, che permetteva di produrre gustosi latticini e lana pregiata. E poi di come si vivesse nella vita quotidiana e di tanti altri ricordi”.

Parla ancor sempre il dialetto veneto dalmata?

“Con miei genitori ho parlato tutta la vita in dialetto veneto dalmata. Con mia nonna, invece, comunicavo in croato, perché lei l’italiano non lo comprendeva. Purtroppo non avendo più la possibilità di parlarlo, l’ho immancabilmente dimenticato”.

Che cosa pensa di aver ereditato dalle radici dalmate dei suoi genitori?“

Indubbiamente il carattere. Anche se sono nata in Liguria, la mia indole è prevalentemente dalmata. Un po’ estrosa, estroversa e inevitabilmente allegra, a differenza di quella ligure, che è chiusa e ‘rocciosa’”.

Ritorna spesso a Zara?

“Ho visitato Zara per riscoprire le mie radici e quelle dei miei genitori. Chiaramente ho trovato la città molto diversa da come i miei me l’avevano descritta. Ciò nonostante ho colto da subito un forte collegamento con tutta la costa e le isole della Dalmazia. Mi ricordo che ci andai a visitarla spinta dai ricordi descrittivi di mia madre. Di quanto fossero splendide le isole e le città osservate dalla prospettiva dal mare con il vaporetto. È stato un incontro meraviglioso. Spero di ritornarci presto”.

Non ha mai avuto richieste d’ingaggio per cantare lungo la costa orientale dell’Adriatico?

“Ho cantato diverse volte in Slovenia, ma mai in Istria o in Dalmazia. Non so quale sia il motivo. Posso dire solo che il desiderio di cantare nelle terre delle mie radici è molto presente. Finché c’è vita c’è speranza”.

Gianfranco Miksa

 

 

 

 

 

 

 

662 - La Voce di Romagna 16/10/12 Mai così tanto il dolce sale di Sicciole

Mai così tanto il dolce sale di Sicciole

 

Le saline di Sicciole (in sloveno Seu Doveljske soline) sono le saline più settentrionali dell’Adriatico, e quindi in generale le più settentrionali del mare Mediterraneo. Sono site nel comune di Pirano nella regione Carsico-litoranea, nell’estremità sud­occidentale della Slovenia, nel nord­ovest della penisola dell’Istria, alla foce del fiume Dragogna.

In questi giorni la stagione 2012 è ormai prossima alla conclusione e i salinai stanno immagazzinando gli ultimi carichi di sale e proteggendo i campi saliferi per il prossimo anno. Parallelamente si sta facendo la statistica di un’annata da record, la migliore degli ultimi dieci anni. Il prodotto raccolto è stimato in cinquemila tonnellate contro le 2100 degli ultimi dieci anni, considerati normali. A favorire simili risultati è stato il lungo periodo di siccità, abbinato alle alte temperature. A fare del 2012 un’annata memorabile c’è in aggiunta anche la qualità del sale, quest’anno giudicata eccezionale. Facile prevedere che andranno a ruba soprattutto le 60 tonnellate del “fior di sale’’, molto apprezzato in gastronomia, che ha un prezzo di mercato elevato, per cui si calcola di ricavare una cifra vicina ai novecentomila euro. Molto richiesta anche l’acqua madre, piazzata sul mercato con il marchio cosmetico “Lepa Vida’’. I risultati di quest’anno faranno chiudere i bilanci societari certamente in positivo e saranno completate anche le riserve per le prossime stagioni.

 

Gli esperti ritengono utile poter disporre di quantità di sale nei magazzini tali da poter soddisfare la richiesta ordinaria almeno per due anni.

Le saline di Sicciole, oltre a quelle produttive, curano altre attività collaterali in seno al locale Parco naturale. Si va dell’ecoturismo alla tutela del patrimonio storico e naturale con il museo del sale, sino alla difesa di un ecosistema unico, dove trovano asilo e condizioni ideali per la riproduzione numerose specie di avifauna. Nel 1993 le saline di Sicciole, quale prima zona umida della Slovenia, sono state incluse nell’elenco delle località tutelate dalla convenzione di Ramsar. Questo peculiare ambiente è importante per l’intreccio di ecosistemi che contiene e che unisce le forme di transizione tra gli habitat branchiali marini, quelli di acqua dolce e quelli di terraferma.

 

La varietà delle specie di volatili che nidificano e svernano in questo ambiente è maggiore rispetto alle altre aree. In base a questi accertamenti il governo della Slovenia ha proclamato nel 2001 le saline parco naturale, mentre l’area del museo delle saline è stata proclamata monumento culturale d’importanza nazionale. Oggi le saline sono l’ambiente umido di maggiore estensione della Slovenia (650 ettari) ed al contempo la località nazionale più importante dal punto di vista ornitologico. Gli uccelli costituiscono un indice del livello di naturalezza nella gestione delle saline, dove vivono molte specie di uccelli rari, a rischio di estinzione. Una delle più importanti è il fraticello, una sterna minacciata soprattutto dallo sviluppo del turismo di massa e dall’urbanizzazione delle spiagge. In Slovenia nidifica solo nelle Saline di Sicciole che per le peculiarità che presentano sono oggetto del progetto quinquennale “L’uomo e la natura nelle Saline di Sicciole’’, approvato dall’Unione Europea e finalizzato alla conservazione della biodiversità nell’area delle saline.

La maggior parte delle risorse è destinata al risanamento degli argini frontali e di contenimento delle acque alte che porteranno ad un controllo del regime delle acque; saranno così ristrutturati e rafforzati numerosi argini che erano stati danneggiati dalla piena catastrofica del dicembre del 2008.

 

 

 

663 – Alto Adige 15/10/12 Ljubo Flego, una vita per la pallamano

Ljubo Flego, una vita per la pallamano

Era una stella della nazionale jugoslava prima, di quella croata poi e quindi dell’Italia. Ormai è bolzanino di adozione

BOLZANO. Quando hai fatto la guerra e hai sentito i proiettili passarti a pochi metri allora un evento sportivo resta solo un gioco. Anche quando si tratta di una finale importante, una manifestazione internazionale, l’ultimo atto di quattro anni di duro lavoro in palestra e sul campo. Ne sa qualcosa Ljubo Flego che la guerra l’ha fatta veramente e anche disputato finali importanti. Lui, istriano di Umago, bandiera della pallamano croata prima e piccola leggenda di quella italiana poi. Protagonista di quella generazione di fenomeni che a fine anni 90 e primi Duemila ha ottenuto i risultati più importanti mai conseguiti dall’Italia in uno sport che ha sempre vissuto ai margini della galassia sportiva. Ormai è un bolzanino dadozione perchè con il Loacker ha chiuso la sua carriera da giocatore ed iniziato quella di allenatore, seminando un terreno fertile e che dopo 40 anni di carestia lo scorso anno ha raccolto il primo scudetto della sua storia. Già, la guerra. Sono passati appena vent’anni ma sembra un secolo fa. Era quella di indipendenza della Croazia, cruenta come tutte le guerre ma drammaticamente vicina e quindi ancora più violenta. Flego, già nel giro della nazionale jugoslava deve lasciare il pallone in palestra ed imbracciare il fucile per andare al fronte e magari sparare a quelli che fino a ieri erano sui compagni di nazionale.
«Ero in seconda linea a Knin, vicino a Fiume. Dovevamo difendere la posizione e presidiare un lago ritenuto importante strategicamente. La prima linea non era distante ma per fortuna non ho mai dovuto sparare».

Flego cattvo in campo ma buono una volta finita la partita...
«La guerra è una cosa assurda, non c’è ragione per poterla giustificare. Mi trovavo a combattere contro atleti che magari fino ad un paio di mesi prima affrontavo in campionato. Mi sentivo veramente fuori posto e quando si è presentata l’occasione di abbandonare il fronte non me la sono lasciata sfuggire e non per vigliaccheria ma per convinzione».

E come è successo?
«Era tornato a casa in licenza e mi è arrivata l’offerta di Trieste. Mia madre era cittadina italiana e quindi ho potuto ottenere rapidamente anche la cittadinanza ed il passaporto ed ho fatto una scelta di vita drastica. È lì che è iniziata la mia seconda carriera».
Ma andiamo con ordine. Flego inizia a dare del tu al pallone di pallamano a Umago, una cittadina che vive di pesca e turismo, non troppo lontana dal confine con l’Italia...

«A Umago non esisteva il calcio ma solo basket e pallamano. Tutti i ragazzini giocavano in cortile con la palla a spicchi e quella da handball e per me è stato naturale avvicinarmi a questo sport. Bastavano un pallone e due sassi per fare la porta ed il gioco era fatto. Non cera la palestra e giocavamo ore e ore in cortile sotto il sole come con la pioggia».
Umago che diventa una sorta di Chievo jugoslava della pallamano...
«È proprio così. In 10 anni la squadra passa dalla lega regionale alla serie A . Un vero e proprio miracolo per un paesone di 5mila abitanti. L’allenatore dei miracoli era quel Rino Cervar che poi , è diventato il numero uno degli allenatori al mondo. Adesso allena a Skopie in Macedonia ma ha guidato squadre in tutta Europa».
Flego è talentuoso e ha mezzi fisici importanti: l’approdo in nazionale è automatico...
«Giocavo nell’Umago e ho fatto tutta la trafila nelle giovanili della Jugoslavia ma ovviamente c’era il peso politico di Belgrado e noi istriani non eravamo visti molto bene».

Poi la scissione. Con la Croazia va meglio?
«In parte. Mi ricordo ancora la prima partita con il Giappone: era il 1993 si giocava a Zagabria davanti a 5mila persone ed era la prima sfida ufficiale della selezione croata. Speravo di poter andare alle Olimpiadi di Atlanta del 1996 ma anche in quel caso Zagabria contava molto più di Umago e noi istriani eravamo un pò i figli di nessuno. Insomma, c’erano delle convocazioni geopolitiche così ho perso l’occasione di partecipare ai Giochi».

E così stacca la spina e viene in Italia...
«Sì e non me ne sono pentito. A Trieste ho vinto tre scudetti : un’atmosfera incredibile, il palazzetto sempre pieno, la gente che ti fermava per strada per chiederti l’autografo e ricordo la festa scudetto nella piazza principale piena di tifosi».

Poi inizia il suo giro dItalia...
«Dopo Trieste dovevo andare in Austria ma c'erano due partite a settimana troppe per il mio ginocchio malandato e così sono finito a Padova in A2. Poi dovevo andare in Bundesliga in Germania ma alla fine sono approdato a Prato in A1 e ho vinto scudetto, quindi Rubiera, due volte terzi e Conversano dove ho vinto scudetto e Coppa. Insomma, in carriera ho vinto 5 scudetti e tre coppe Italia, un piccolo record».

Flego diventa colonna della Nazionale...«
«In azzurro ho disputato complessivamente 80 partite. Era la Nazionale più forte di sempre, finalista ai Giochi del Mediterraneo, 14esima ai Mondiali in Giappone e 11esima agli Europei. Eravamo 5 naturalizzati ed un gruppo italiano forte , purtroppo poi l’Italia non è più stata in grado di ripetersi».
E quindi l’epilogo della carriera da giocatore a Bolzano che è diventata la sua città...
«Sì, prima ero solo giocatore in A2 e quindi anche allenatore . Sono contento perchè penso di aver dato il mio contributo a far crescere quei ragazzi che sono stati poi protagonisti nella vittoria dello storico scudetto».
Perchè in Italia la pallamano non sfonda?
«Perchè bisogna lavorare con i giovani, entrare nelle scuole, investire negli allenatori soprattutto per i settori giovanili. Prendiamo come esempio l’Islanda: 300mila abitanti ed è vice-campione del mondo. Lì si inizia a giocare da piccoli e a 9-10 anni si lavora sulla tecnica».

Una serie A1 con oltre trenta squadre: troppe?
«È un passo indietro rispetto al passato perchè si abbassa il livello tecnico».
Cosa sogna Flego?
«Di portare il Lagundo in A1 ed allenare una squadra professionistica».

 

 

 

 

664 - Il Piccolo 14/10/12 Berlino chiude ai paesi balcanici nell'Ue

Berlino chiude ai paesi balcanici nell’Ue

 

Il presidente del Bundestag: «Siamo già troppi». Stretta sul visto turistico e le richieste di asilo politico per serbi e macedoni

 

di Stefano Giantin

 

BELGRADO La Germania sorprende e gela i Balcani, con un doppio colpo a effetto in stile “Blitzkrieg”. Anticipando un’intervista in uscita nella sua edizione domenicale, il quotidiano tedesco “Die Welt” ha riportato ieri alcune dichiarazioni che hanno fatto sobbalzare molti, da Zagabria a Skopje, da Belgrado a Sarajevo, da Pristina a Podgorica. «Abbiamo così tanti urgenti compiti» da svolgere «nel consolidamento» dell’Ue da «non potere di nuovo nutrire ambizioni d’allargamento invece di impegnarci nella necessaria stabilizzazione» del quadro economico. L’affermazione è di Norbert Lammert, presidente del Bundestag. Nel mirino dell’influente esponente della Cdu in primis la Croazia, attesa come membro a tutti gli effetti dell’Ue dal 1° luglio 2013, dopo la ratifica del Trattato d’adesione da parte degli Stati membri dell’Unione. «Dobbiamo, in particolare dopo l’esperienza fatta con Romania e Bulgaria, prendere seriamente in considerazione il più recente rapporto sui progressi» nel percorso d’integrazione compilato dalla Commissione europea. Un rapporto da cui si evince che, almeno secondo Lammert, «la Croazia non è matura per l’ingresso» nell’Ue. Lammert si riferiva al “Comprehensive monitoring report”, pubblicato il 10 ottobre. Un rapporto tutto sommato positivo, che sottolinea però anche delle zone d’ombra sui cui Zagabria sta lavorando. In particolare, «la riforma del giudiziario, il miglioramento dell’efficacia» dell’azione della magistratura e «del clima per gli investimenti», necessari per «rilanciare la ripresa economica della Croazia», aveva specificato il rappresentante Ue a Zagabria, Paul Vandoren, al presidente della Repubblica, Ivo Josipovic. Un attacco, quello tedesco, che apre un secondo delicato fronte per Zagabria, dopo quello sloveno. Un attacco che dimostra che ci sono «problemi reali in Germania» in relazione al «processo di ratifica dell’entrata della Croazia» nell’Ue, chiarisce al Piccolo l’analista politico Davor Gjenero. Problemi, secondo Gjenero, esacerbati dalla «recente visita del premier Milanovic a Berlino». Una visita durante la quale «Milanovic ha commesso vari errori».

«Ha parlato di come la Croazia spenderà i soldi europei per la sua crescita economica, un approccio sbagliato dall’attuale punto di vista tedesco», illustra il politologo. «La Germania non è pronta a finanziare un nuovo Paese con problemi di budget» che ha anticipato che «userà i fondi Ue per risolvere difficoltà interne». Ma c’è anche un secondo motivo di attrito.

Milanovic non sarebbe riuscito a dimostrare il «valore aggiunto della Croazia per l’Ue», rassicurando Berlino sul peso e ruolo di Zagabria nelle relazioni fra Paesi dell’ex Jugoslavia. Zagabria che, al momento, «non ha influenza politica sulla Serbia» e sulla Bosnia, il Kosovo fa eccezione, e sconta i complicati rapporti con Lubiana. Criticità che non sono sfuggite a Berlino. Se Zagabria non ride, anche a Belgrado e Skopje l’umore non è dei migliori, sempre per colpa di Berlino. «L’aumento degli abusi nel sistema dell’asilo» politico «è inaccettabile», ha detto venerdì Hans-Peter Friedrich, ministro degli Interni tedesco, spalleggiato dall’omologo bavarese Joachim Herrmann. I due si riferivano alle migliaia di casi di finte richieste di asilo (4mila dalla Serbia nel 2012, 1.040 dalla Macedonia solo a settembre), dietro cui si nasconde il desiderio di lasciare i Balcani per cercare lavoro e migliori condizioni di vita. «L’ampio afflusso di cittadini serbi e macedoni» che arrivano in Germania, in gran parte rom e membri della minoranza albanese, «va fermato immediatamente», ha aggiunto Friedrich, auspicando la reintroduzione del regime dei visti obbligatori – abolito nel 2009 -, per serbi e macedoni. Una prospettiva, per ora ancora remota, che sarà discussa al vertice dei ministri degli Interni Ue, il prossimo 25 ottobre.

 

 

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it

 

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