N. 849 – 27 Ottobre 2012
Sommario

 

665 - Il Piccolo 26/10/12 Roma azzera i fondi a esuli e "rimasti" (Giovanni Tomasin)
666 - La Voce del Popolo 26/10/12 : Per CNI ed esuli tagli radicali (chb)
667 - La Voce del Popolo 26/10/12 Il presidente dell'UI, Furio Radin : «Si rischia una catastrofe» (chb)
668 - Il Piccolo 22/10/12 Un avvocato udinese: zona B via dall'Italia senza ratifica speciale: «Trattato di Osimo fuori dalla Costituzione» (Piero Rauber)
669 - Secolo d'Italia 25/10/12 È morto Mario Gasperini, istriano illustre
670 - L'Opinione 25/10/12 Roma - Anagrafe: Finalmente gli esuli dalmati sono italiani
671 - L'Arena di Pola 19/10/12 Avere ben chiari i propri obiettivi (Silvio Mazzaroli)
672 - La Gente d'Italia - Montevideo 24/10/12 Sergio Endrigo il sudamericano, cantautore dimenticato (Marco Ferrari)
673 - El Boletin Toronto Nº 151 - Settembre 2012 Premio alla carriera per il prof. Konrad Eisenbichler (Rosanna Turcinovich Giuricin)
674 - L'Arena di Pola 19/10/2012 I ricordi di Mons. Antonio Angeli e l'epopea dei contadini veneti insediatisi presso Altura (Ulderico Bernardi)
675 - La Voce del Popolo 20/10/12 Cultura - Fiume: Una città con i valori positivi dello spirito italiano (as)
676 - Panorama Edit 15/10/12 Fiume: Quando muore un dialetto muore un popolo - Un forte stacco generazionale (Ardea Velikonja)
677 – La Voce del Popolo 20/10/12 Speciale - Lungomare di Abbazia, un secolo e più di passeggiate (Mario Schiavato)
678 - Il Piccolo 20/10/12 Terzi: «Nessuno blocchi l'ingresso della Croazia» (Mauro Manzin)
679 - Il Piccolo 23/10/12 A Zagabria scoperte fosse di giustiziati dalle truppe titine (m.man.)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

665 - Il Piccolo 26/10/12 Roma azzera i fondi a esuli e "rimasti"
Roma azzera i fondi a esuli e “rimasti”
La legge di stabilità non proroga i contributi. Gli esponenti della comunità: «Scompare la presenza italiana oltreconfine»
di Giovanni Tomasin
TRIESTE. La proposta di Legge di stabilità in discussione alle camere non prevede il rifinanziamento della legge in favore degli esuli istriani, fiumani e dalmati e della legge in favore della minoranza italiana in Slovenia e Croazia per il biennio 2013-2015. Una notizia che suscita l’indignazione del presidente dell’Unione italiana Furio Radin, del presidente della Giunta esecutiva Maurizio Tremul e del presidente della federazione delle associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati Renzo Codarin.
I tre esponenti sono cofirmatari di un comunicato infuocato: «Si tratta di due fondamentali strumenti giuridici e finanziari qualificanti della politica estera italiana ai suoi confini orientali, verso i quali dovrebbe nutrire un interesse strategico - scrivono -. Il primo sostiene le attività del patrimionio storico e culturale degli esuli. Tale finanziamento nel 2012 è stato ridotto del 33% rispetto al 2010. Tenuto conto che la legge scade alla fine dell’anno il contributo verrà azzerato».
Stesso destino per i fondi alle minoranze in Slovenia e Croazia: «Anche in questa circostanza, non essendo previsto il rifinanziamento della legge, i relativi contributi sono azzerati. Complessivamente, nel 2012, il sostegno dello stato italiano all’unica minoranza autoctona al di fuori dei confini italiani e stato ridotto del 34% che diventa del 43% se rapportato al livello di contribuzione del 2003». Le conseguenze sono pesanti: «Sarà impossibile proseguire nella realizzazione delle attività in favore della Scuola italiana, delle Comunità degli italiani e delle principali istituzioni ed enti che contribuiscono a produrre e sviluppare la cultura e l’identità italiana sul territorio». Dopo aver ricordato l’incontro tra i tre presidenti a Trieste, il documento si conclude con un appello a tutte le autorità della Repubblica per una proroga dei contributi: «Le risorse che l’Italia destina alle due comunità non possono essere in alcun modo trattati alla stregua di sprechi da tagliare con una distorta visione della spending review, ma sono invece un vero investimento per l’Italia. Analogamente vanno trattate le risorse che l’Italia destina in favore della minoranza slovena, anch’essi pesantemente decurtati, mentre andrebbero certamente mantenuti».

 

666 - La Voce del Popolo 26/10/12 : Per CNI ed esuli tagli radicali
La proposta di Legge di stabilità, non prevede il rifinaziamento delle Legge 72/2001 e 73/2001
Per CNI ed esuli tagli radicali
FIUME – La proposta di Legge di stabilità, inviata dal governo italiano alle Camere, non prevede il rifinaziamento delle Legge 16 marzo 2001, N.72, recante interventi a tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, né della Legge 21 marzo 2001, N.73, recante interventi a favore della minoranza italiana in Slovenia e in Croazia. Un fatto che, laddove non dovessero intervenire modifiche tese a ripristinare gli stanziamenti, potrebbe tradursi in un vero e proprio dramma.
Verrebbero, infatti, azzerati i fondi destinati al mantenimento e alla promozione dell’identità e della cultura italiana, nonché della lingua nella quale queste si esprimono nei territori di insediamento storico della Comunità Italiana in Slovenia e Croazia, ma anche alla realizzazione di iniziative culturali promosse dall’universo associazionistico dell’esodo giuliano-dalmata. Non si tratta di un precedente, ma ciò non riduce la gravità della situazione che potrebbe tradursi, per mancanza di copertura finanziaria, in una cancellazione totale di un’ampia gamma di iniziative e progetti che contribuiscono in maniera capillare a diffondere un patrimonio culturale e linguistico considerato di “eccellenza” e che nel corso degli anni ha realizzato risultati ammirati e riconosciuti a molti livelli. Inoltre, è anche attraverso l’attività realizzata dalla Comunità Nazionale Italiana in Slovenia e Croazia e dagli esuli che si è contribuito a rafforzare il ruolo della Nazione Madre e dei Paesi di residenza nell’Unione europea, dando per mano della progettualità e della creatività firmata CNI ed esuli un “vestito nuovo” a un patrimonio letterario, informativo, storico, artistico e culturale in senso lato, che arricchisce la comunità intesa nel senso europeo di “casa comune”.
COMUNICATO CONGIUNTO Non stupisce pertanto che le azioni volte ad ovviare a questi rischi siano state avviate immediatamente. Lo conferma il presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, Maurizio Tremul, che in tal senso dichiara:
“Ci siamo già attivati, siamo in contatto con deputati, con senatori e con il ministero degli Affari esteri italiano. Ho sentito il sen. Giovanardi che ha già provveduto a stilare e presentare gli emendamenti alla proposta di Legge di stabilità, emendamenti che ripristinino i fondi alle due Leggi. Nei prossimi giorni – ha anticipato –, quest’azione proseguirà”. E nell’ambito di quest’attività capillare ieri le associazioni rappresentative delle due realtà – la CNI e gli esuli – ovvero l’Unione Italiana e la Federazione delle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, hanno diffuso un comunicato congiunto.
Nel documento firmato dal presidente e dal presidente della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, rispettivamente Furio Radin e Maurizio Tremul, e dal presidente della Federesuli, Renzo Codarin, si pone l’accento sul fatto che la legge 16 marzo 2001, N.72, recante interventi a tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, e la Legge 21 marzo 2001, N.73, recante interventi a favore della minoranza italiana in Slovenia e in Croazia sono “due fondamentali strumenti giuridici e finanziari qualificanti della politica estera italiana ai suoi confini orientali, verso i quali dovrebbe nutrire un interesse strategico”.
ATTIVITÀ QUALIFICATE “Il primo, la Legge N.72/2001, sostiene le attività e la conservazione del patrimonio storico e culturale degli esuli istriani, fiumani e dalmati espulsi, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, dalla propria Patria per mano del regime totalitario comunista jugoslavo. Tale finanziamento nel 2012 è stato ridotto di ben il 33 p.c. rispetto al 2010. Tenuto conto che la Legge 72/2001 scade il 31/12/2012 esso sarebbe semplicemente azzerato. Il secondo, la Legge N.73/2001, promuove le innumerevoli e qualificate attività che la Comunità Nazionale Italiana in Croazia e Slovenia svolge in favore del mantenimento e del rafforzamento della lingua, della cultura e dell’identità italiana in Istria, a Fiume e in Dalmazia. Anche in questa circostanza, non essendo previsto il rifinanziamento della Legge, i relativi contributi sarebbero azzerati”.
RIDUZIONI PESANTI “Complessivamente, nel 2012 – si ricorda nel comunicato firmato da Radin, Tremul e Codarin –, il sostegno dello Stato italiano all’unica minoranza autoctona al di fuori dei confini italiani è stato ridotto del 34 p.c., che diventa del 43 p.c. se rapportato al livello di contribuzione del 2003. Se la Legge 73/2001 non dovesse essere rifinanziata per il triennio 2013-2015, non solo saranno drammatiche le conseguenze che tali decurtazioni avranno sulla Comunità Nazionale Italiana in Istria, Fiume, Quarnero e Dalmazia, ma determineranno, in sostanza, l’inizio della scomparsa definitiva dell’unica minoranza autoctona che l’Italia possiede al di fuori dei propri confini nazionali.
Privati di queste preziosissime risorse, sarà impossibile proseguire nella realizzazione delle fondamentali attività in favore della scuola italiana, delle Comunità degli Italiani e delle principali istituzioni ed enti (Casa editrice EDIT di Fiume, Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, Dramma Italiano di Fiume, Programmi italiani di Radio e TV Capodistria, Dipartimento di studi in lingua italiana e Dipartimento per la formazione di maestri ed educatori dell’Università di Pola, Dipartimento di italianistica dell’Università di Fiume, per citare solo i principali) che contribuiscono a produrre e a sviluppare la cultura, la lingua e l’identità italiana sul proprio territorio d’insediamento storico”.
SPRECHI E RISORSE Conseguenze che potrebbero investire le realtà CNI ed esuli, ma che non mancherebbero di avere ripercussioni anche in campi ben più vasti. “L’incontro dei tre Capi di Stato di Italia, Giorgio Napolitano, Croazia, Ivo Josipović e Slovenia, Danilo Türk a Trieste il 13 luglio 2010, dei Presidenti italiano e croato a Pola il 3 settembre 2011 e dei Presidenti italiano e sloveno a Lubiana, l’11 luglio 2012 – si legge infatti nel comunicato –, avevano sottolineato anche l’importanza della presenza e del ruolo sia degli esuli sia della Comunità Nazionale Italiana quale patrimonio dei tre Paesi.
Le risorse che l’Italia destina alle due Comunità non possono in alcun modo essere trattate alla stregua di sprechi da tagliare con una distorta visione della spending review, ma sono invece un vero investimento per l’Italia. Analogamente vanno trattate le risorse che l’Italia destina in favore della Minoranza Slovena, anch’esse pesantemente decurtate, mentre andrebbero certamente mantenute”.
RICHIESTA DI PROROGA Ed è per tutti questi motivi che “l’Unione Italiana e la Federazione delle associazione degli esuli istriani, fiumani e dalmati, pur consapevoli delle difficoltà economiche che investono l’Italia, rivolgono un accorato appello alle forze politiche italiane, al Parlamento, al governo e alla Presidenza della Repubblica italiana, affinché nel DDL di stabilità sia inserita la norma che proroga i contributi in favore della Comunità Nazionale Italiana in Croazia e Slovenia e delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati, rifinanziando, quindi, per il triennio 2013-2015, le Leggi 72/2001 e 73/2001, auspicabilmente negli importi previsti per il 2010, riconfermando in questo modo l’interesse strategico nei confronti di queste Comunità e dei loro territori d’insediamento storico”. (chb)

 

667 - La Voce del Popolo 26/10/12 Il presidente dell'UI, Furio Radin : «Si rischia una catastrofe»
Il presidente dell'UI, Furio Radin

«Si rischia una catastrofe»
FIUME/SANREMO – “In questo momento la scena politica italiana è molto diversa rispetto a tre anni fa (periodo in cui venivano rifinanziate le leggi 72/2001 e 73/2001, ndr) e pertanto ogni previsione potrebbe risultare azzardata”. Questo il commento a caldo del presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin, alla notizia inerente al mancato rifinanziamento delle leggi recanti interventi a tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia, rispettivamente interventi a favore della minoranza italiana in Slovenia e in Croazia.
Radin si è comunque detto “fiducioso” anche perché, ha affermato, “l’annullamento o una drastica riduzione dei finanziamenti destinati alla Comunità Nazionale Italiana e agli esuli avrebbe conseguenze catastrofiche, fatto del quale – ha aggiunto – il governo italiano è stato messo al corrente per mezzo di diversi canali di comunicazione”.
Sempre sul tema, da Sanremo dove assieme a parlamentari italiani e croati partecipa a un incontro dell’Osce, Furio Radin ha confermato di essere in contatto con l’Ambasciata d’Italia a Zagabria e di essere stato messo al corrente da parte dell’ambasciatore Emanuela D’Alessandro che il MAE sta lavorando per ripristinare i finanziamenti a Bilancio. La situazione dunque, per alcuni aspetti, si presenta analoga a quella vissuta tre anni fa. Anche adesso, l’auspicio è che si arrivi a un emendamento della proposta di Legge, in questo caso di stabilità, che ripristini i finanziamenti. Poi dipenderà dal Parlamento se e con quali modalità l’auspicato emendamento verrà approvato. (chb)

 

668 - Il Piccolo 22/10/12 Un avvocato udinese: zona B via dall'Italia senza ratifica speciale: «Trattato di Osimo fuori dalla Costituzione»
«Trattato di Osimo fuori dalla Costituzione»
Un avvocato udinese: zona B via dall’Italia senza ratifica speciale. E il giudice di pace convoca il prefetto
di Piero Rauber
Tremino pure, i libri di storia. E gli irredentisti, dal canto loro, si tengano a freno. La notizia, però, a prescindere da come la si pensi, e dal seguito che potrà avere, è di quelle destinate per intanto a dare una scossa, in una città dal passato sensibile, qual è appunto Trieste. C’è in effetti un avvocato del foro di Udine - il quale, per inciso, non fa mistero d’essere un militante leghista - che sta mettendo in dubbio la validità giuridica del Trattato di Osimo del 1975, la sua dichiarazione di sana e robusta costituzionalià, con un quesito inedito: se per l’articolo 5 della Costituzione «la Repubblica è una e indivisibile» perché allora è bastato un passaggio parlamentare ordinario e non speciale per ratificare il distacco della “Zona B” previsto da quel Trattato, avallando di fatto una modifica alla Costituzione stessa? Altro che Osimo in dubbio per la fine dell’ex Jugoslavia, cioè uno dei due soggetti firmatari, come si dibatteva dopo il ’92. Qui, insomma, siamo davanti a un presunto controsenso tutto italiano.
L’avvocato si chiama Giovanni Turco, e di recente si è già preso titoli di giornale per aver fatto vincere una causa per danni morali e materiali, contro una conosciuta compagnia di telecomunicazioni, a una donna triestina rimasta per mesi senza collegamento internet e poi pure col telefono di casa muto. Stavolta Turco mira più in alto. E scomoda non solo il prefetto, mandandogli una lettera per chiedergli che ne pensa della costituzionalità del Trattato di Osimo, ma anche un giudice, per assicurarsi proprio che la questione non finisca in cavalleria, incastrata nei circuiti della burocrazia. Il giudice di cui sopra è il giudice di pace. In questo caso il coordinatore dell’ufficio del giudice di pace di Trieste, Francesco Pandolfelli, che nei giorni scorsi ha fissato per il 22 novembre l’apposita udienza, convocando per quel giorno il prefetto, in risposta alla cosiddetta istanza di conciliazione in sede non contenziosa presentata proprio dall’avvocato friulano il venerdì precedente. Una risposta «immediata», esulta Turco, che nell’istanza rivolta al prefetto, tramite il giudice di pace, non esita a definire questo un «dilemma», «ultimamente d’attualità...
anche alla luce dei dubbi di tanti giovani giuliani, praticanti in studi legali e non». Non è un vezzo, ma una cosa seria, giura, e neanche un fatto di denaro, posto che lui stesso scrive nel ricorso che «il valore della presente procedura è di ordine morale ed il valore economico è pari a euro zero». «L’avvocato - spiega a margine dell’istanza - nel nostro ordinamento, sancito anche dal Codice deontologico forense, deve assicurare la conoscenza delle leggi e vigilare sulla loro conformità ai principi della Costituzione». E l’articolo 5 fa parte proprio dei famosi «principi fondamentali». E così - come recita la stessa istanza - Turco «chiede al prefetto interpellato di fornirgli in questa sede di conciliazione, davanti al potere giudiziario ove lo scrivente 35 anni fa giurava, un parere-chiarimento espresso relativamente all’effetto della divisione dal territorio dello Stato italiano della “Zona B” mediante ratifica parlamentare del Trattato di Osimo, se tale effetto abbia violato in qualche modo il principio espresso nell’inciso iniziale dell’articolo 5 della Costituzione». La vertenza, chissà se a caso, scoppia in tempi in cui i nostalgici del Tlt fanno causa a Equitalia disconoscendone la potestà sulla città, e i triestini si chiedono che fine debba fare il Trattato di pace del 1947, lo stesso che introdusse la scissione tra Zona A e Zona B, là dove parla del Punto franco. Il nodo Porto vecchio, tanto per capirsi. Ma da dove nasce una simile istanza? «Dal mio cervello, ho fatto solo due più due uguale quattro», ridacchia l’avvocato. Ma perché un leghista che crede nell’«indipendenza della Padania» ora, tutto sommato, fa una battaglia d’italianità che tanto sarebbe piaciuta ai missini d’un tempo? «Mio padre - risponde sempre Turco - era un partigiano classe ’22, lottò per Trieste, ricevette pure una medaglia. Mi sento giuliano anch’io. Più che altro faccio una battaglia per Trieste, la mia militanza mi rende sensibile alla condizione di Trieste e, più in generale, delle popolazioni giuliane. Questo è poi un periodo storico caldo per gli indipendentismi, pensiamo solo a Catalogna, Fiandre, Bretagna, Scozia...»

 

669 - Secolo d'Italia 25/10/12 È morto Mario Gasperini, istriano illustre
ARTISTA £ PATRIOTA
È morto Mario Gasperini, istriano illustre
Un istriano illustre, un artista e un patriota.
Si è spento a Milano Mario Gasperini, nato a Rovigno d'Istria il 28 giugno del 1932. È stato un pittore sensibile e versatile, nello stesso tempo un poeta dell'immagine. Convinto che la vita è tanto più degna di essere vissuta quando si conserva "il cuore sempre giovane", viveva l'arte come momento di ethos e di spiritualità. Come gli altri 350 mila esuli istriani e dalmati che vennero letteralmente sradicati dalle loro case, dalle tombe e dagli affetti più cari dall'invasione delle truppe titine, Mario aveva dovuto lasciare la propria terra nativa, insieme alla sorella, la straordinaria e tenace Alida, e il fratello Italo. Il dolore per questo distacco ricorre come una costante nella sua opera, nella quale si coglie una sofferenza umana e civile sublimata nell'estetica, ma sempre nitida, concreta e tangibile.
Nel messaggio che proviene dai suoi alberi, tema fra i più ricorrenti nelle tele di Mario, sembra di cogliere una capacità quasi dantesca di resistere "al soffiar dei venti". Tanti i riconoscimenti ottenuti nel corso degli anni; tra gli altri era accademico della Legion d'Oro, accademico tiberino e membro dell'Accademia dei Cinquecento.

 

670 - L'Opinione 25/10/12 Roma - Anagrafe: Finalmente gli esuli dalmati sono italiani
Finalmente gli esuli dalmati sono italiani

«Da martedì anche gli esuli giuliano-dalmati possono ottenere, presso gli sportelli demografici dei municipi di Roma, il proprio certificato di nascita». È quanto dichiara l`assessore all`Anagrafe della Capitale, Enrico Cavallari, che spiega come fino a ieri «gli italiani nati in un`area che all`epoca costituiva territorio italiano (la Venezia Giulia e la Dalmazia) hanno dovuto sopportare molti disagi per il fatto che il sistema informatíco non riconosceva quei comuni fra quelli italiani». Sui documenti di molti esuli, il luogo di nascita è indicato quale "paese estero".

 

671 - L'Arena di Pola 19/10/12 Avere ben chiari i propri obiettivi
Avere ben chiari i propri obiettivi

Credo, anzi sono fermamente convinto, che l’unica garanzia di successo per il proprio agire sia la chiarezza degli obiettivi – possibilmente pochi, importanti e, soprattutto, commisurati alle risorse ed energie che si possono mettere in campo – da perseguire. In quest’ottica, il Libero Comune di Pola in Esilio si è da tempo dati tre obiettivi sui quali principalmente incentrare la propria azione:
concorrere alla diffusione della nostra storia a livello nazionale ed, in particolare, nelle scuole;
esercitare pressioni per giungere alla conoscenza del “chi giace dove” e promuovere la “ricucitura”, nelle terre d’origine, tra chi scelse di andare e chi ancora vi risiede.
Ampiamente condivisi i primi due, relativamente al terzo si è trovato ad agire nella non comoda posizione di “battistrada”, esponendosi a critiche ed assumendosene le responsabilità.

A tale proposito, è del poeta e saggista americano Ezra Pound, vissuto a lungo tra le due guerre in Italia, l’affermazione «Se non sei capace di rischiare qualcosa per le tue idee, o queste non valgono niente o non vali niente tu» che, senza volerci dare troppa importanza od investirci di connotati epici, sembra abbastanza confacente al nostro attuale impegno. Infatti, è fuor di dubbio che per questa nostra “idea” abbiamo affrontato ed affrontiamo dei rischi; che quanto stiamo facendo non è senza valore poiché anche dai suoi esiti dipende in buona misura la sopravvivenza dell’italianità dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia; che qualcosa, alla faccia dei nostri detrattori, valiamo dal momento che altri si sono immessi nel nostro stesso cammino e che qualche risultato, noi e loro, lo stiamo ottenendo.

Tuttavia, la convinzione per ciò che si va facendo, e dalla quale non è possibile prescindere, non è sufficiente; bisogna, tra l’altro, saper cogliere dal momento attraversato anche le sole, semplici sfumature che in qualche modo risultano confacenti al conseguimento degli obiettivi perseguiti; infatti, molto di ciò che accade e di cui veniamo a conoscenza è interpretabile e si presenta quantomeno con due facce, quella che vogliamo vedere e quella su cui preferiamo soprassedere. Ne costituisce esempio l’articolo “Dopo Tito, Tito”, apparso di recente sulla “Voce del Popolo” (e da noi pubblicato qui accanto).

Cos’è che di esso vogliamo sottolineare? La sceneggiata “vetero-comunista-titoista”, messa in atto a Capodistria in occasione del 65° Anniversario dell’Annessione del Litorale sloveno all’ex Jugoslavia dall’Amministrazione locale e da talune frange associative a forte connotazione ideologico-nazionalista, oppure il sostanziale disinteresse del Governo sloveno nei suoi confronti (che ha trovato, peraltro, corrispondenza nei toni assai moderati con cui nell’Istria croata, ed a Pola, sono state recentemente celebrate analoghe ricorrenze) e, soprattutto, il fine fortemente critico dell’articolo e l’implicito invito ad uscire una buona volta dalla preconcetta logica del “muro contro muro” espresso dall’autore?

C’è chi ha preferito stressare il primo aspetto, con ciò evidenziando – non una grande dimostrazione di buon senso – la propria non volontà, più che incapacità, di cogliere il cambiamento; noi, invece, preferiamo, con pragmatismo, mettere in luce i secondi che più danno senso al nostro agire. E non ci si venga, per questo, a dire che il nostro è un procedere con “i paraocchi” dal momento che, con pari onestà, abbiamo sempre preso atto e messo al corrente i nostri lettori anche di fatti non proprio positivi per il nostro impegno.

Non abbiamo, pertanto, alcuna intenzione di “staccare la spina”; anzi, ci sentiamo di respingere con forza le più o meno velate accuse di “accanimento terapeutico” che qualcuno ci rivolge a causa della nostra insistenza sull’argomento. Sarebbe, infatti, del tutto inopportuno per noi desistere a questo punto dal cammino intrapreso ed ingiustificato considerare la nostra comunità nazionale d’oltreconfine quale “malato terminale”.
Inoltre, ed è questa la vera ragione del nostro agire, vogliamo, nei limiti delle nostre possibilità, garantire un futuro alla loro ed alla nostra comunità promuovendo, come richiestoci da non pochi associati, un ritorno non revanscistico né tanto meno bellicoso, che sarebbe una sciocchezza oggi il solo pensarlo, bensì basato sulla ricomposizione etnica dei nostri luoghi d’origine, ed assecondando il desiderio, espressoci da qualcuno (e già attuato da altri), di poter un giorno riposare nella Terra dei propri avi, finalmente riappacificata.
Non ne vale la pena?

Silvio Mazzaroli

 

672 - La Gente d'Italia - Montevideo 24/10/12 Sergio Endrigo il sudamericano, cantautore dimenticato
Sergio Endrigo il sudamericano, cantautore dimenticato
A sette anni dalla morte dell’artista, avvenuta il 7 settembre 2005, la figlia Claudia lancia l’Sos: il suo nome e il suo talento sono finiti nel dimenticatoio. “La sua vena artistica – spiega la figlia - non si era mai esaurita. Ad un certo punto, però, hanno smesso di promuoverlo e di distribuire i suoi lavori…”.
Da qui l’idea di lanciare una petizione per la ristampa del suo catalogo in Cd.
di Marco Ferrari
Sergio Endrigo, il più sudamericano tra i nostri cantautori, il più amato dagli italiani all’estero, è completamente dimenticato: a sette anni dalla morte dell’artista, avvenuta il 7 settembre 2005, la figlia Claudia lancia l’Sos: il suo nome e il suo talento sono finiti nel dimenticatoio.
Ma c’è di più: gli organizzatori del Premio Sergio Endrigo, che ogni anno si teneva a Milano, hanno alzato bandiera bianca: “Preso atto delle difficoltà logistiche e organizzative conclamate da una miope e totale assenza di partner, collaboratori e sponsor, rendiamo noto con grande rammarico che l'edizione 2012 del Premio non potrà in alcun modo essere realizzata”.
Una sola eccezione: la pubblicazione del Cd “L’unica volta insieme” della collana “I lunedì del Sistina” che ripropone un concerto storico. Sul palco del teatro Sistina di Roma, nel maggio 1978, si esibirono insieme Umberto Bindi, Sergio Endrigo, Bruno Lauzi e Gino Paoli. Nel disco live i 4 artisti propongono i loro maggiori successi e quindi si divertono a comporre e intrecciare i loro brani in medley e diversement.
“La sua vena artistica – spiega la figlia - non si era mai esaurita. Ad un certo punto, però, hanno smesso di promuoverlo e di distribuire i suoi lavori. Quindi, ci sono tante cose meravigliose che mio padre aveva realizzato ma che in pochi conoscono perché a quasi nessuno è stata data occasione di scoprirle e di poterle apprezzarle. In radio non trasmettono le sue canzoni, non esiste una sua biografia pubblicata da un grande editore, non è possibile acquistare un cofanetto con la sua opera omnia e non c'è più alcun premio a lui dedicato”.
Di qui l’idea di lanciare una petizione per la ristampa del suo catalogo in Cd. Se le case discografiche presumono di vendere meno di mille copie, ecco la raccolta firme di mille persone disponibili ad acquistare tale prodotto. La petizione è rivolta in particolare a Bmg Ricordi, Warner Music Italia e Fonit Cetra che da sole detengono circa il 99% del catalogo di Sergio Endrigo, composto da più di 20 album, di cui solo 4 sono attualmente disponibili su compact.
Ma i progetti di Claudia Endrigo non si fermano qui: propone che gli artisti italiani si mobilino per un omaggio a uno dei più amati cantautori italiani.
“Mio padre ha vissuto a Roma per tantissimi anni, - dice - ma questa città non fa nulla per ricordalo. Mi piacerebbe vedere un grande concerto a lui dedicato, magari al Circo Massimo. Sono tanti gli artisti che amano il suo repertorio e sarebbe bello se tutti insieme salissero sul palco per un evento i cui proventi potrebbero essere destinati, ad esempio, agli enti che si occupano di animali abbandonati”.
Solo Simone Cristicci per ora ha messo nel suo repertorio un omaggio a Sergio Endrigo e poi nulla più. Una sofferenza patita dallo stesso cantautore che, negli ultimi anni di vita, colpito da problemi all’udito, aveva trovato ostacoli proprio nella case discografiche che non producevano più i suoi lavori. Tra questi vi era un omaggio a Napoli, un brano intitolato “Le ragazze di Napoli”.
Nel ritornello recita: “Le ragazze hanno sempre gli occhi neri/ neri e fondi come la notte/ Qui è bello vivere d'amore/ d'amore è stupido morire”. Endrigo ne scrisse il testo facendosi aiutare, in alcune parti in lingua napoletana, da Gerry Mottola. La musica la compose a quattro mani con Vincenzo Incenzo, già coautore di “Altre emozioni”.
Eppure per lui parlava il successo internazionale: i trionfi al Festival di Sanremo (primo nel 1968 con “Canzone per te”, secondo nel 1969 e terzo nel 1970), la conquista del mercato discografico sudamericano, i palazzetti brasiliani con ventimila spettatori a concerto, le interpretazioni dei testi di Ungaretti, Pasolini e Vinicius de Moraes.
“Endrigo veniva descritto come un artista difficile e malinconico - racconta Vincenzo Incenzo - ma era una persona simpatica, umile e piena di ironia. La prima volta che lo incontrai, in un bar di piazza Mazzini, era entusiasta come un ragazzo alla sua prima canzone. Tirò fuori dalla giacca un appunto scritto tutto in minuscolo a macchina e mi parlò del suo testo. Erano i versi di ‘Altre emozioni’, la prima canzone scritta insieme e anche l'ultima che ha cantato.
Qualche giorno dopo quell'incontro Sergio venne da me e mi disse che voleva dedicare una canzone a Napoli. Desiderava tornare a Napoli, forse anche morirci e ‘Le ragazze di Napoli’ era il suo modo di anticipare il ritorno”.
Nato a Pola il 15 giugno 1933, passato quindi a vivere da uno zio a Trieste, a causa della morte prematura del padre, Endrigo divenne profugo istriano e girovagò con la madre prima a Brindisi e poi a Venezia.
Dopo una lunga gavetta come orchestrale, nel 1960 ottenne un primo contratto con la Ricordi. E fu proprio Nanni Ricordi a incoraggiarlo a scrivere qualche pezzo. La sua prima canzone fu “Bolla di sapone”. Nel 1962 ottenne il primo successo con “Io che amo solo te”. L’apice lo toccò alla fine degli anni sessanta con “Adesso sì”, “Canzone per te”, “Girotondo intorno al mondo”, “Teresa”, “Dimmi la verità”, “Mani bucate”, “La donna del Sud”, “Dove credi di andare”, “Lontano dagli occhi”, “L'arca di Noè”.
Sergio Endrigo negli anni riallacciò i rapporti con la sua città natale partecipando a manifestazioni musicali nella ex Jugoslavia. A Pola e alla tematica dell'esodo istriano dedicò una struggente canzone dal titolo “1947”.
Il sodalizio artistico più forte è stato con il Sud America, le nostre comunità di emigranti, in particolare quelle d’Argentina, Uruguay e Brasile. Ebbe un forte legame con Vinicius de Moraes, scrissero canzoni insieme, pubblicarono un album insieme.
Le tournée di Endrigo in Sud America furono trionfali. Nel 1968 Endrigo comprò un pappagallo in Brasile, chiamato Paco. Ospitando Vinicius, il poeta brasiliano gli passò un pezzo di carta sgualcita con su scritto: “Ma che bello pappagallo tutto verde e l’occhio giallo”. Da quel bigliettino nacque un successo internazionale intitolato, appunto, “Il pappagallo”.

 

673 - El Boletin Toronto Nº 151 - Settembre 2012 Premio alla carriera per il prof. Konrad Eisenbichler
Premio alla carriera per il prof. Konrad Eisenbichler
Al prof. Konrad Eisenbichler è stato consegnato un premio alla carriera in una calda serata di fine maggio. C'erano i partecipanti alla Conferenza annuale della Società Canadese per gli studi sul Rinascimento (Cana dian Society for Renaissance Studies. CSRS) e quelli della Società Canadese per gli studi di Italianistica (Canadian Society for Italian Studies-CSIS), colleghi ed amici, stretti attorno al professore lussignan-canadese.
La cerimonia si è svolta a Waterloo nell'ambito del Congresso annuale della Federazione canadese per le discipline umanistiche e scienze sociali, il più grande raduno multidisciplinare accademico in Canada.
Perché il premio al prof. Eisenbichler?
La motivazione è stata pre­sentata dal prof. Claude La Charité, Presidente della Società di Studi del Rinascimento che assegna ogni anno questo presti­gioso riconoscimento ad un personaggio che si è distinto nell'insegnamen­to, nella ricerca, nella pubblicazione di volumi, nelle conferenze in varie università del mondo, nell'attività all'interno dell'associazione, e nel rapporto con studenti e professori.
Tutte caratteristiche che non mancano nel curriculum del prof. Eisenbichler, noto anche al pubblico dei giuliano dalmati nel mondo, per le sue origini adriatiche. Il prof. Eisenbichler è nato infatti a Lussinpiccolo da padre austriaco nato in loco e madre lussignana doc. vale a dire di antica famiglia isolana, i Martinolich. noti anche per aver sviluppato parte della marineria e della cantieristica locale e trie­stina.
Ma non soltanto, il prof. Eisenbichler è pure direttore del Boletin. il foglio d'informazione dei giuliano-dalmati di Toronto. Per tutte queste attività è stato insignito del titolo di Commendatore dal presi­dente della Repubblica italiana. Giorgio Napolitano. Ed ora i suoi meriti vengono riconosciuti anche con il premio alla carriera.
"E non per la mia età" - scherza il professor Eisenbichler in una serata di grande allegria e soddi­sfazione senza i fasti dell'etichetta, semplicemente tra amici e colleghi - evidenziando però l'ecceziona­lità del premio ricevuto che va a sottolineare la vasta produzione di pubblicazioni e la presenza costante laddove si "costruisce" la rete di contatti e collega­menti per lo sviluppo di un insegnamento consono alle necessità delle giovani generazioni.
Si scopre così, durante la serata, che molti studen­ti hanno affrontato i loro studi post laurea a Toronto su consiglio di docenti italiani che gli hanno consi­gliati di frequentare proprio i corsi del prof. Eisen­bichler.
Le testimonianze sono tante. Qualcuno di loro è rientrato in Italia, altri hanno trovato in America la loro strada. Instanca­bile, attento alle necessità dei suoi discepoli coltiva la sua passione per la poesia, in particolare per quella al femmi­nile della Toscana del Rinascimento, con studi su alcuni perso­naggi importanti.
Tra breve il tutto verrà rivelato dai volumi sia in lingua inglese che in lingua italiana.
Perché la poesia?
"È un genere che amo molto -confessa - spesso permette di immaginare contesti più ampi attraverso una sfida di lettura ed interpreta­zione. La ricerca è spesso lunga e diffìcile, ma quante soddisfazioni
E quanto ha raccontato dopo un lungo lavoro di ricerca ed analisi nei volumi dedicati alle "poetesse senesi" di prossima uscita.
A chi vuole dedicare il suo premio?
"A mia madre che mi ricorda ogni giorno il legame con la mia terra e quella capacità tutta femminile di imporsi con dolcezza e intelligenza, oggi come nel Rinasci­mento".
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

674 - L'Arena di Pola 19/10/2012 I ricordi di Mons. Antonio Angeli e l'epopea dei contadini veneti insediatisi presso Altura
I ricordi di Mons. Antonio Angeli e l’epopea dei contadini veneti insediatisi presso Altura
Nel suo libro La città sul fiume Ulderico Bernardi racconta personaggi e vicende poco note della storia istriana nei loro rapporti con il Veneto di Terraferma

Dal libro del prof. Ulderico Bernardi La città sul fiume (editore Santi Quaranta, Treviso, 2002), riportiamo un capitolo riguardante i ricordi di Monsignor Antonio Angeli, esule da Pola nella cittadina di Oderzo in provincia di Treviso, e l’epopea dei contadini veneti insediati negli anni ’30 in un’azienda agricola presso Altura e poi costretti con l’Esodo ad abbandonare le terre da loro lavorate a dovere per una decina d’anni.

Le figure più eminenti tra i profughi erano due preti. Monsignor Chiavalon e Monsignor Antonio Angeli. Erano stati parroci, in Istria. L’uno a Dignano, l’altro a Pola. Quest’ultimo, nativo di Pirano d’Istria, era un uomo di grande cultura, con la sensibilità di un poeta e la tensione mistica d’un vero religioso. Un intellettuale, che aveva compiuto i suoi studi e ottenuto le lauree in filosofia e in scienze sociali. Insegnerà a lungo nel Collegio della città che lo accolse, l’uno gestito da preti e l’altro da suore, entrambi vanto della nostra città di Oderzo.
Anche all’aspetto si riconosceva lo svagato uomo di cultura. Sempre dietro ai suoi pensieri, e noncurante delle vanità. Al momento dell’esodo, Monsignor Angeli aveva poco più di cinquant’anni. La lunga veste nera non aveva nessuna ricercatezza, anzi, era lisa sul bordo delle tasche e lustra sulle spalle.
Aveva capelli pepe e sale, folti, che spuntavano dal tricorno col batuffolo serico sul colmo. Ma più spesso era a capo scoperto, come gli facesse piacere che il vento giocasse a scompigliargli la riga, restituendogli l’aria da ragazzo. Sul volto scarno, un’ombra permanente di malinconia.
La domenica faceva bellissime prediche alla messa grande delle undici, in duomo. Venivano anche da fuori per il sentimento che metteva nel commentare le sacre scritture. C’era chi ne aveva fatto il suo padre spirituale, tanto era paziente e caritatevole nell’accogliere le confessioni.
Gli piaceva parlare, e raccontare di Pola, città romana come questa dove era venuto a stare. Solo che la sua si raccoglieva attorno a un’arena di pietra d’Istria grande come quella di Verona.
Quando poteva avere un gruppo di studentelli attorno era contento. Maestro per vocazione, fabulatore e poeta, discorreva di cose serie, ma anche di fatti quotidiani.
Aveva una forza nel narrare, che rendeva la scena colorita e sapida di umori. Fino a farci percepire sapori, fragranze e personaggi come vivi. Raccontava del bosco Siana, dove Pola respirava il verde, ma anche del mare dello stesso colore, dei pescatori che sbarcavano le loro casse e magari cucinavano direttamente sul molo un braciere di sardelle da accompagnare col vino rosso. Diceva cose di infinita tristezza, perché un cristiano, un religioso poi, non può odiare nessuno. Si schermiva se qualcuno aveva parole di ammirazione per la sua scienza e la sua capacità di perdono. Citava un brano dalla prima lettera dell’apostolo Paolo ai Corinzi: «Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cimbalo che tintinna». La carità, diceva, è l’essenza stessa di Dio. Praticandola si dà adempimento alla sua Legge. Tutta intera. Ch’è il summum bonum, il bene supremo. Un’altra citazione gli era cara e frequente nei suoi ammaestramenti. Sempre da Paolo, nella lettera ai Romani: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto».
Ma come spiegare gli orrori delle foibe, dopo il ribaltón del ’43, quando una prima vampata di rancore aveva avvolto la città con la calata dei partigiani jugoslavi. Anca òmini nostri, aggiungeva con mestizia.
Poi l’arrivo del Governo Militare Alleato alla fine della guerra, che aveva fatto di Pola un’enclave, non riconosciuta all’Italia ma quanto meno sottratta al dominio di Tito. Come Trieste. La speranza di restare italiani era concreta, e alimentava manifestazioni quotidiane, tra lo sventolio dei tricolori che spesso si trovavano a sfidare altri cortei, con la stella rossa sulle bandiere. E quella domenica di agosto del ’46, piena di sole, di voglia di mare, di voci allegre. Quando i polesani avevano steso le tovaglie sull’erba della pineta di Vergarolla, per stare in compagnia guardando i nuotatori impegnati in gare festose. Alle due del pomeriggio, sull’allegria delle brigate erano esplose 28 mine da marina.
Non si sa come, ma il deposito di residuati bellici saltato in aria aggiungeva altri 65 morti e quasi altrettanti feriti al conto del terrore.
C’era il sospetto di una strategia truce, mirata a far fuggire tutti gli italiani. Monsignore intristiva raccontando del lutto cittadino, del lungo corteo, preceduto da cento corone di fiori, nel rumore sordo degli autocarri alleati, colmi di bare. Pola restava in attesa che i vincitori decidessero del suo destino. L’amministrazione militare alleata durò meno di due anni. Tutt’attorno, nella periferia c’erano gli slavi, a puntare la preda.
Infine fu l’esodo, nella neve di quel febbraio 1947, dopo che il trattato di pace aveva sancito per le terre istriane, Fiume con le isole quarnerine, e Zara la fine d’ogni speranza di restare italiane.
La nave “Toscana”, col suo unico fumaiolo sbuffante, per undici volte coprì la rotta tra Pola e Venezia, tra Pola e Ancona, caricando più di sedicimila profughi, con le loro masserizie. Altri se n’erano già andati, anche per via di terra. Dopo l’ultimo trasporto della nave, il 20 di marzo, la città fu come morta, svuotata e muta. Il piroscafo militarizzato aveva accolto vivi e morti, come le salme di Nazario Sauro e altri marinai che furono affidate «alla materna pietà di Venezia», come dice la lapide murata nell’atrio municipale dell’antica capitale lagunare, «perché siano serbate al dì del ritorno». Monsignore alzava in alto le mani, con gesti lenti, quasi a invocare la misericordia di Dio sui morti, su chi era partito, sulla città estraniata a se stessa. Mai una parola di rancore per quei pochi che avevano scelto di rimanere. Né di apprezzamento per quell’unico episodio di sangue che un’italiana, fiorentina trapiantata a Pola, aveva compiuto in città il giorno stesso della firma a Parigi del documento con cui i Quattro Grandi imponevano, e l’Italia accettava sia pure con riserva, la cessione dell’Istria, del Quarnero e di Zara all’Armata popolare jugoslava.
Maria Pasquinelli, maestra elementare, aveva trentaquattro anni, quando gli eventi precipitarono. Era stata infermiera volontaria in Africa, aveva vissuto con passione l’intera guerra, insegnando nelle scuole italiane in Dalmazia.
Le stragi partigiane a Spalato, consumate a guerra finita sui militari italiani, buttando nel mucchio anche civili come il provveditore agli studi e il preside del ginnasio locale, l’avevano lasciata sgomenta.
Ma non le avevano impedito di raccogliere e comporre le salme di oltre cento vittime. In quel mattino del 10 febbraio 1947, Maria Pasquinelli scaricò tre colpi di pistola sul comandante inglese del presidio alleato di Pola. Il generale De Winton aveva solo qualche anno più di lei. Trentotto anni, la moglie e un bimbo di due mesi. Morì all’istante. Colpevole, come tantissimi altri in quell’epoca tragica, d’essere simbolo di qualcosa di odiato dagli uni, dagli altri o da chissà quanti ancora.
C’erano episodi che Monsignore raccontava allargando gli occhi, mentre piegava la bocca in uno stupore doloroso, scuotendo la testa.
Tra questi, la storia in gran parte sconosciuta degli operai italiani arrivati dall’Italia quando istriani e fiumani se n’erano andati, come già avevano fatto i dalmati zaratini. Comunisti fanatici, poveri disgraziati, aggiungeva subito, che poi avevano finito col pagare un prezzo umanamente esoso per la loro scelta. Quando nel 1948 Tito ruppe con Stalin, questi compagni immigrati vennero accusati d’essere dalla parte del Cominform, cioè della Russia sovietica. Rispediti in Italia, nel migliore dei casi, col carico di un’illusione distrutta, e il peso del disprezzo di chi li aveva comunque riaccolti. Non pochi, i più attivi nella politica, finirono invece per qualche anno a Goli Otok, l’Isola Calva, chiamata così perché la parte rivolta alla costa dalmata è rapata a zero dalla bora, sul canale della Morlacca, a un braccio di mare da Arbe. Nei giorni tersi si poteva indovinare all’orizzonte l’altra sponda adriatica, l’Italia. Come spiegava monsignore, non erano stati pochi quanti avevano deciso di sostituirsi agli operai e ai tecnici di lingua e cultura italiana che avevano lasciato i cantieri per l’esodo.
Più di duemila persone, tra operai e familiari, erano passati dall’altra parte, muovendosi in senso contrario agli esuli. In maggioranza provenivano da Monfalcone, dove i cantieri e le officine erano ancora devastate dalla guerra. Ma a loro s’erano uniti anche triestini, goriziani e friulani. Anche qualcuno implicato in fatti di sangue del periodo partigiano, quando italiani, partigiani, di diverso orientamento politico erano stati ammazzati da quanti volevano l’annessione di queste terre orientali, con Trieste, alla Jugoslavia comunista.
Non era mancato, tra questi esodanti a rovescio, qualche intellettuale d’altre parti d’Italia, convinto di concorrere a edificare il socialismo sulle sponde adriatiche, abbandonate dagli autoctoni, spesso bollati in blocco come “reazionari”, “borghesi”, o sbrigativamente “fascisti”.
Gli entusiasti di Tito s’insediarono a Fiume, a Pola, a Capodistria, dove c’era bisogno di manodopera specializzata, e di tenere in vita i centri culturali degli italiani immiseriti a minoranza sempre meno tollerata.
Case, fabbriche, campagne avevano cominciato a svuotarsi in tempi diversi. Prima le città, poi i paesi. Zara, già dopo i pesantissimi bombardamenti del 1943, Fiume dal 1946, Pola alla conclusione dei venti mesi di Governo Militare Alleato. Al momento delle opzioni del 1948, e ancora, con la cancellazione della zona A e della zona B del mai nato Territorio Libero di Trieste, nel ’54, avevano lasciato i territori già di sovranità italiana in centinaia di migliaia. In senso contrario avevano deciso quelli che erano definiti in blocco i “monfalconesi”.
Per la verità, alcuni venivano perfino da Milano e dalla Toscana. Laureati e professori mandati dal partito comunista italiano per sostituire gli insegnanti dell’esodo. Tutti loro, operai, tecnici, intellettuali, erano sollecitati dal progetto titino di costituire nei territori compresi tra l’Isonzo e il Quarnero la settima repubblica popolare nella Federativa Jugoslava. Con città come Trieste e Gorizia, la Venezia Giulia, comprendente l’Istria e Fiume, avrebbe così rappresentato la vetrina socialista italiana affacciata su una penisola in mano a reazionari e capitalisti.
La tensione politica era allora ai massimi, tra cortei di disoccupati e scontri tra fazioni opposte. Il controesodo, avviato nei primi mesi del 1947, quando Pola era ormai perduta, dava ai nuovi arrivati la possibilità di scegliersi con larghezza alloggi nei centri cittadini, e posti di lavoro nelle aziende in affannosa ricerca di manodopera qualificata. Accolti con entusiasmo dal potere popolare, per l’esperienza industriale che recavano, non altrettanto lo erano in quanto italiani.
In fondo, pur nella condivisione degli ideali politici, restava la vecchia rugginosa diffidenza etnica. I sopravvenuti avvertivano questa cortina che li andava avvolgendo, fino a spengere, ogni giorno un po’, la fiamma rossa degli entusiasmi che li avevano spinti a varcare una frontiera sempre più definitiva e ferrigna.
La catarsi si compì al momento della sconfessione di Tito da parte di Stalin. Fu lo scontro. Fatale, tra chi era accorso in Jugoslavia nel nome dell’internazionalismo proletario e il potere accusato dai cominformisti di depravazione nazionalista. Contro “la cricca di Tito”, coperta d’ogni sorta di insulti e messa al bando dai partiti comunisti legati all’Unione Sovietica, i “monfalconesi” giunsero a organizzare cortei accesamente accusatori, al canto dell’Internazionale, alzando ritratti del baffuto Padre dei Popoli Giuseppe Stalin. Seguì la repressione, dura e implacabile. Espulsioni, assegnazione ai lavori forzati nelle miniere bosniache, carcere.
Tra la fine del ’49 e i primi mesi del 1951 tutti erano ritornati in Italia o aspettavano di poterci tornare una volta usciti dalle prigioni. Più poveri e umiliati di prima.
Monsignor Antonio Angeli passò a miglior vita, con Pola e i suoi paesi sempre in cuore, in una stanza dell’ospedale di Oderzo nel 1971. Gli teneva la mano in quell’ultimo sospiro il vecchio compagno di studi Antonio Santin, Arcivescovo di Trieste, che lo aveva raggiunto e salutato nella sua cara lingua nativa: «Tonìn, xé rivà quel momento tanto belo!».
Sono tante le storie dell’esodo. Forse la meno nota è quella di alcune famiglie venete. Erano “i regnicoli”, immigrati fra il 1934 e il 1937 nelle terre bonificate dall’Opera Nazionale Combattenti alle spalle di Pola.
Subito dopo la grande guerra, c’era il problema di sistemare milioni di reduci dai campi di battaglia. Aleggiava nell’aria una vaga promessa: un conflitto tanto sanguinoso, che aveva decimato la gioventù richiamando perfino i ragazzi della classe 1899 per buttarli nelle trincee del Piave, avrebbe comportato generose attenzioni sociali per chi aveva combattuto.
Specie per gli uomini contadini, la maggioranza. Aiutandoli a diventare proprietari della terra che lavoravano. E acquisendo nuove terre da destinare a loro. Per gestire questi problemi fu costituita, fin dal dicembre 1917, l’Opera Nazionale Combattenti, ente bonificatore con lo scopo di promuovere la piccola proprietà contadina, e farne la protagonista di una progressiva conquista dell’autonomia alimentare del Paese. Per questo si sperimentavano nuove sementi selezionate di frumento: Ardito, Mentana, Tòdaro, Frassineto. Mais, grano, bietole, tabacco e vigna, dov’erano acquitrini e zanzare da malaria. Nel Veneto, che fino al dopoguerra comprendeva la provincia di Udine, tra le due guerre avevano arricchito l’agricoltura di oltre 650.000 ettari di buona terra: 142.000 nella Terraferma veneziana, 172.000 nel basso Friuli, 141.000 in Polesine, 123.000 nella Bassa padovana. Vicino a noi il Palù delle Sette Sorelle era diventato una distesa di campi, con case poderali e paesi nuovi: Sindacale, San Giorgio, Sant’Alò, San Stino di Livenza, Torre di Mosto, San Donà, Meolo avevano ricevuto nuova vita. Molti genitori mandavano i loro ragazzi alle scuole e nei collegi della mia piccola città, che ancora una volta veniva a svolgere il suo ruolo di capoluogo naturale.
Anche l’Istria, entrata a farne parte del Regno d’Italia dopo la vittoria sull’Austria-Ungheria, fu interessata alle bonifiche. Nel bacino dell’Arsa, in fondo alla penisola, interessarono 5.600 ettari. Nel comprensorio del Quieto, il piccolo fiume che disegna la sua valle ai piedi dei colli dove sorgono Grisignana e Portole da un lato, e Montona dall’altro, lambendo il bosco San Marco, prezioso patrimonio della Serenissima, furono conquistati alle colture altri 4.000 ettari.
L’azienda agricola di Altura, non distante da Pola, contava oltre 550 ettari di terra risanata con lavori di scavo, tracciatura di canali e costruzione di centrali di pompaggio, di case e di strade poderali.
Per queste terre, come altrove, l’Opera sollecitava il trasferimento di famiglie contadine dalle regioni più popolose.
Braccio operativo dell’ente era il Commissariato per le Migrazioni e la Colonizzazione, incaricato di selezionare i nuclei familiari da trasferire, dando la preferenza alle zone ad alta pressione demografica (Pianura Padana) in base alla decisione espressa il 25 maggio 1930 dal Gran Consiglio del Fascismo.
La circolare del Commissariato precisava ancora che «le famiglie da trasferirsi, sia per numero di componenti e per la forza e per la capacità lavorativa, come per le condizioni sanitarie e la moralità, dovevano rispondere ad alcune norme precise e rigorose che il Commissariato aveva fatto risultare in appositi moduli». In base a tali istruzioni, gli Uffici di Collocamento e i Sindacati Agricoli delle province prescelte dovevano preparare una specie di censimento delle famiglie disposte a migrare.
La selezione dei coloni veneti, specialmente in un primo tempo, quando non erano ancora ben comprese e valutate dalle autorità locali le condizioni richieste, era stata preceduta da indagini assai vaste, faticose e minuziose, condotte da parte dei funzionari del Commissariato. Basti pensare che nel primo anno i funzionari sanitari e tecnici del Commissariato dovettero prendere in esame 4.000 domande di coloni delle province di Venezia, Treviso, Udine, Vicenza, Verona, Padova, Rovigo e Brescia e successivamente passare alla visita particolareggiata di quasi 20.000 componenti delle 1.820 famiglie rimaste selezionate dopo il primo esame. Per scegliere infine tra essi i 4.910 componenti delle 466 famiglie idonee; famiglie che furono trasferite nelle prime case coloniche sorte intorno a Littoria.
Gli stessi criteri vennero seguiti anche nei confronti di coloro che vennero indirizzati ad altre province. Con generale apprezzamento si guardava alle famiglie venete, «che circondano di fiori le loro comode case coloniche, che popolano i fossati di oche e di anitre e i cortili di galline, di tacchini e di conigli».
I coloni che si trasferivano sui nuovi fondi potevano riscattarli negli anni a venire pagando all’Opera un canone non esoso.
Quando in Italia s’impose il regime fascista, ebbe subito un occhio di riguardo per i contadini romagnoli, emiliani, friulani e soprattutto veneti.
Per alcuni buoni motivi: avevano dimostrato nelle tante emigrazioni, transoceaniche e interne, d’essere capaci lavoratori della terra, ed erano abituati a vivere in case sparse, direttamente sui campi, così da evitare perdite di tempo tra casa e campo, dedicando maggiore cura al podere.
Quando si trattò di individuare chi trasferire nella penisola istriana, la scelta dei veneti fu quasi scontata, perché la loro integrazione con i locali sarebbe stata agevolata dal fatto che parlavano in pratica lo stesso dialetto, avevano molti riferimenti storici in comune, risalendo ai secoli della Serenissima, e restavano tenacemente attaccati ad usanze assai simili, consolidate all’ombra del campanile del villaggio.
Per questo, si contava, in un breve volgere di generazioni, i discendenti dei veneti ormai assimilati con gli istriani originari avrebbero rafforzato la componente italiana rispetto a quella croata.
Dal Veneto partirono molte famiglie: i Cella, i Costella, i Dian, De Stefani, Tonella, Zanco. Famiglie numerose, patriarcali, di nonni e genitori con otto o dieci figli, destinati magari a diventare più in là una dozzina.
Erano per lo più originarie della Marca Trevigiana. Da paesi di qua e di là del Piave come Gorgo al Monticano, Oderzo, Mansuè, Roncade.
Alcune famiglie venivano invece dal Vicentino e dal Polesine. Gente bramosa di campi, piena di voglia di lavorare, col traguardo fisso da raggiungere, prima o dopo, di star sul suo.
Li distribuirono nel territorio tra Altura e Monticchio, nell’agro polese, dove la costa frastagliata dell’Istria meridionale disegna un’infinità di cale e porticcioli. La terra era feconda, anche se i fenomeni carsici la rendevano povera d’acqua, ma si lavorava all’acquedotto istriano che avrebbe attenuato questa carenza. In terra di bonifica le idrovore e un buon drenaggio avrebbero dato respiro alle colture.
Gli appezzamenti predisposti dall’Opera Combattenti potevano arrivare anche a trenta ettari. Per i grandi lavori di scasso e di aratura profonda, che in altri tempi avrebbero richiesto fino a otto e più coppie di buoi robusti, erano invece disponibili i trattori cingolati Landini a testa calda, in centri aziendali cui facevano capo tutti i poderi individuali. I piccoli trattori Balilla, col motore di dieci cavalli, servivano per più modeste esigenze.
I nuovi arrivati alloggiavano in grandi case coloniche plurifamiliari, dove ciascun nucleo si sistemava su un piano.
Avevano a disposizione quattro camere da letto che misuravano 5 metri per cinque, la cucina di 8 metri per 6, con l’ampio focolare e la comodità della cucina economica costruita in mattoni. Le disposizioni erano state precise riguardo alla costruzione delle case coloniche. Aveva scritto il progettista Ernesto Cremonesi: «il camino sia spazioso, invariabilmente basso e a legna, ma provvisto altresì di due piccoli fornelli dove, con la brage, si possa riscaldare qualche pentolino. Il camino sia disposto in modo da consentire al maggior numero possibile di persone di riscaldarsi nelle serate d’inverno; che vi si possa ergere il caldaio della conserva di pomodoro o del bucato su di un treppiede mobile e che si possa appendere alla catena che discende dalla canna fumaria il paiuolo dell’acqua calda per la cottura delle patate e della polenta. Il locale sia grande. Occorre che vi si possano bruciare gli stocchi e i tutoli del granoturco, le fascine degli olmi e dei gelsi, i tralci delle viti e i grandi ciocchi dei vecchi alberi che si abbattono e si sostituiscono nel podere. Sotto la cappa capace si debbono poter appendere pannolini (vi è sempre in quelle case più di un bambino al di sotto dell’anno), funghi, pomodori e olive». A fianco stava l’acquaio, con la sua finestrella per illuminarlo bene.
La stalla era lunga 20 metri e larga 10. Ci stavano più di venti capi, tra buoi da lavoro, vacche da latte e vitellini. Sulla facciata d’ogni casa colonica risaltava, dipinto a grandi caratteri, il nome d’un patriota importante o d’un eroe della grande guerra: Grion, Oberdan, Nazario Sauro, Cesare Battisti, Francesco Rismondo.
Fu una piacevole sorpresa, dopo il lungo viaggio in treno e sui carri, sentire che la gente parlava come loro, salvo avere una diversa cadenza.
E poi amavano le stesse cose: un buon bicchiere, quattro chiacchiere, una cantata in compagnia. I cori spontanei facevano presto a formarsi, perché molte delle canzoni erano di conoscenza comune, e uomini e donne riuscivano a intonarsi assai bene per antica consuetudine al canto comunitario, non solo di chiesa. Ogni volta che i veneti sentivano suonare le campane della chiesa di San Giovanni Evangelista di Altura, rammentavano i loro paesi. Avevano saputo che i sacri bronzi duecentocinquant’anni prima, nel 1698, quando Istria e Venezia erano un unico Stato, erano stati fusi a Ceneda, cioè a Vittorio Veneto.
Girando i dintorni, scoprirono in fondo a un sentiero da capre un villaggetto irsuto e misterioso, dove i contadini parlavano tra loro nel dialetto croato ma usavano con la stessa competenza il veneto d’Istria. Sorgeva ai margini d’un sito che si diceva custodire storie remote, presenze arcaiche. Qua e là affioravano mucchi di pietre squadrate, tracce di strade dirette chissà dove. Stando alle voci, la cotica erbosa copriva i ruderi d’una città mitica, dove gli Istri avevano consumato l’ultima resistenza contro i Romani. Fino al suicidio collettivo, quando ormai stremati uccisero e buttarono oltre le mura i corpi delle donne e dei figli, prima di darsi la morte con le loro stesse spade. Si chiamava Nesazio, e il villaggetto ne aveva ereditato il nome, storpiato dai secoli in Visaze.
A quei tempi c’erano degli archeologi che frugavano tra i cumuli. Trovarono scolpite in un unico blocco le figure d’una partoriente, forse simbolo di fertilità, e un dio a cavallo, segno di forza e di potere.
Anche gli immigrati veneti arando la terra vedevano affiorare ogni tanto frammenti di ceramica, o ancora pietre lavorate. Ma non era una grande sorpresa. Venivano da paesi dove tanti popoli antichi s’erano insediati durante i secoli, e ne conoscevano le testimonianze.
Scoprirono così che c’era gente croata in quella parte dell’Istria. Ma non c’erano sguardi o situazioni ostili tra contadini dell’una e l’altra lingua.
I coloni erano venuti a risiedere in un’area quasi disabitata, prima della bonifica, e ignoravano come il regime avesse proibito agli autoctoni slavi di parlare in pubblico la loro lingua, perfino di cantare gli inni in chiesa. Per non parlare delle scuole croate che erano state chiuse. Loro erano arrivati per lavorare la terra, e riscattarla.
Seguirono anni intensi, per le famiglie coloniche. I nuovi figli nascevano istriani, i campi cominciavano a dare: frumento di buona qualità Mentana e Florence, sorgoturco, erbaspagna, uva da tavola e da vino, orzo, avena, rape, patate, ceci, sorgo gentile, fagioli, sulla e altre verdure da orto. Nell’azienda agricola di Altura erano state messe a dimora lungo le strade poderali e presso le case più di mille mandorli. Alberi da frutto e olivi piantati un poco ovunque crescevano bene. Si puntava intensamente alla coltura del tabacco. La scelta era caduta sulla qualità Erzegovina, robusta e di buona resa. Se ne seminarono più di due milioni e mezzo di piantine. La foglia essiccata veniva trasportata poi nel grande magazzino tabacchi di Pola. Anche il latte della grande stalla San Marco andava a Pola, per le lavorazioni.
La città godeva del bosco, quello di Siana, delizia dei polesani. L’azienda ne aveva cura, mentre ritraeva buoni redditi dai tagli nei boschi di Magrano e San Daniele. Fino a 1.665 quintali di legna da ardere, in un anno, e 1.667 pali capisaldi e 21.380 paletti buoni per sostenere le viti, più 115 passi di frasche. Nei boschi e nei terreni da spietrare si praticava anche una caccia abbondante. I coloni traevano qualche soldo anche dai lavori poderali predisposti dall’azienda. Tenere in ordine le strade, preparare le massicciate, e nei giorni di pioggia prendersi cura delle siepi. Le famiglie vendevano anche qualche piccolo animale ai cittadini. Che arrivavano in corriera o in bicicletta da Pola magari il martedì, quando le macellerie erano chiuse per le note disposizioni contro “le inique sanzioni”. Il mercoledì, sempre per lo stesso motivo, le macellerie erano aperte ma non potevano vendere carne bovina, mentre era libero il commercio di conigli, polli, selvaggina, cacciagione, salsiccia fresca non affettabile, carne suina, ovina e caprina, frattaglie e trippa d’ogni specie d’animale.
Il regime curava che i coloni fossero informati sulla situazione politica, così nel 1935 aveva organizzato conferenze specifiche riguardo alle restrizioni imposte dal blocco. Mentre allettava le massaie rurali con vari concorsi e premi per la pulizia, l’ordine e l’abbellimento floreale delle case coloniche, come per la razionale conduzione dell’orto. Di solito il premio consisteva in qualche coppia di conigli da riproduzione di buona razza, compresi i pregiati angora dal pelo lungo e serico.
L’azienda di Altura aveva aperto anche una scuola rurale per soli figli di mezzadri, comprendente le prime quattro classi elementari. La frequentavano quaranta bambini. Ventisette mezzadri partecipavano invece al corso di alfabetizzazione serale.
Nel 1936, sostengono le cronache dell’Opera, i coloni avevano risposto con slancio all’appello della patria per l’offerta dell’oro. Una donna aveva perfino consegnato, con la vera nuziale, la medaglia del figlio caduto in guerra. In più si erano raccolti molti quintali di rottami di ferro.
La vita scorreva, tra soddisfazioni per i raccolti e preoccupazioni per grandinate e siccità che talvolta li devastavano.
La domenica era bello trascorrere ore di riposo in libertà, camminando nei boschi. Nessuno poteva immaginare che proprio da quelle masse ombrose di roveri sarebbero uscite un giorno tante disgrazie.
Come uno sciame di diavoli, la guerra e le sue conseguenze calarono su famiglie e campi redenti. E il sogno della terra in proprietà si fece incubo. Specie dopo el ribaltón, i fatti dell’otto settembre 1943, con l’armistizio. Un’Italia divisa tra Regno d’Italia e Repubblica Sociale Italiana. Con l’Istria e la Venezia Giulia costretta in un ibrido, dove le stesse forze armate di Mussolini si trovavano spesso a fronteggiare, oltre alle ambizioni territoriali dei partigiani titini, di belogardisti e domobranzi sloveni alleati ai tedeschi, le nient’affatto celate tentazioni annessioniste del Gauleiter di Carinzia Friedrich Rainer. Il Reich hitleriano considerava queste terre sotto il nome di Adriatisches Küstenland, una zona speciale che comprendeva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana.
Tedeschi, fascisti, partigiani di Tito trasformano i boschi in uno scenario di scontri. Di giorno comandano gli uni, di notte gli altri, che si alternano nelle visite alle case, ciascuno con la sua pretesa.
I “regnicoli” contadini sono guardati con sospetto dai germanici e con diffidenza dai titini. Nonostante qualche figlio abbia preso la strada del bosco e inalberi la stella rossa sul berretto. Come tanti altri italiani patiscono rastrellamenti, internamenti in Germania, rappresaglie sanguinarie. Quando ritorneranno dai lager, e con loro la torva pace di quegli anni a brutto muso, ritroveranno Pola sotto il Governo Militare Alleato, e il resto dell’Istria nelle mani del potere popolare jugoslavo.
Alla fine di tutto, dopo avere sperato ancora nel mantenimento dell’Istria, o almeno di Pola, all’Italia, si trovarono anche loro ad ingrossare le file dell’esodo, salendo sul “Toscana” che svuotava la città e i contorni dei suoi cittadini.
I campi poco per volta tornarono ai rovi, com’era stato per secoli, quando le pesti spopolavano l’Istria e Venezia, di tanto in tanto, convogliava dai suoi domini da Mar albanesi, greci, dalmati e morlacchi per ridar vita alle terre abbandonate al selvatico.
Gli slavi dell’interno si precipitarono sulle cittadine della costa, mostrando poco interesse per il lavoro dei campi.
I coloni veneti, compresi tra gli esuli, dopo qualche anno di attesa mortificante nei campi di raccolta dei profughi istriani, quali erano ormai, accolsero in buona parte l’offerta dell’Opera Combattenti di trasferirsi a Sud, in Puglia, dov’erano disponibili terre di più recente bonifica, e altre scorporate da grandi proprietà per la riforma agraria.
Si trattava di non buttare al vento dieci anni di fatiche e di versamenti per il riscatto. I capifamiglia, dopo un sopralluogo nel Tarantino, in Comune di Ginosa, località Venticinque, ch’era il numero d’un casello ferroviario prossimo ai terreni da assegnare, non ebbero dubbi. Fecero un’altra volta la valigia.
Ulderico Bernardi

 

675 - La Voce del Popolo 20/10/12 Cultura - Fiume: Una città con i valori positivi dello spirito italiano
Una città con i valori positivi dello spirito italiano
La visita di Vittorio Sgarbi a Fiume si è conclusa con un sopralluogo, fortemente voluto dall’illustre ospite, al cimitero monumentale di Cosala, uno dei più antichi d’Europa. A suggerire alcuni degli angoli più suggestivi da vedere è stata la preside Ingrid Sever.
A cominciare dal parco all’entrata, progettato dall’architetto fiumano Venceslao Celligoi in stile futuristico, modellato a ferro di cavallo. E poi il Tempio Votivo che sovrasta il cimitero, costruito nel 1934: rappresenta la più importante opera architettonica di carattere sacro nella Fiume del XX secolo (ne è autore Bruno Angheben, mentre gli angeli della facciata sono sculture del massimo artista della Fiume novecentesca, Romolo Venucci).
Per Sgarbi anche una breve sosta davanti alle lapidi dei soldati garibaldini, una capatina al cimitero ebreo, uno sguardo ai mausolei delle famiglie patrizie che hanno fatto la storia di Fiume, vissute a cavallo del XIX e del XX secolo: sono stati concepiti in modo multiforme, dal punto di vista dell’architettura e della scultura, nello stile dello Storicismo e della Secessione; spiccano quelli di Gorup, opera del dalmata Ivan Rendić, e di Whitehead, del triestino Giacomo Zammattio.
Quindi una passeggiata di sfuggita attraverso la parte più antica del camposanto, tra tante lastre tombe erose dal tempo, ma che compongono un patrimonio artistico, storico e architettonico dal valore inestimabile, da salvare. Ricordiamo che all’interno del complesso è ospitato pure un mausoleo dedicato ai soldati italiani caduti durante la Grande guerra.
Un ultimo commento di Vittorio Sgarbi, prima di risalire in macchina per una breve capatina in Istria. Qual è la sua impressione a caldo su questa parentesi fiumana, dopo questo rapido “tour de force”? “Fiume è senza dubbio una città ordinata e molto consapevole del privilegio di essere una civiltà complessa, in cui l’Italia ha una componente importante. Per cui l’arte italiana, lo spirito italiano sono stati assorbiti nei valori positivi. Così mi è sembrato di capire”. (as)

 

676 - Panorama Edit 15/10/12 Fiume: Quando muore un dialetto muore un popolo - Un forte stacco generazionale
REPORTAGE
Grande emozione al cinquantesimo raduno degli esuli svoltosi per l’occasione a Roma
QUANDO MUORE UN DIALETTO MUORE UN POPOLO
di Ardea Velikonja
Un cinquantesimo anniversario non poteva essere più degnamente ricordato: una corona d’alloro con la bandiera fiumana ai piedi del monumento al Milite Ignoto sull’Altare della Patria di Roma. È iniziato così, con una forte emozione, il raduno degli esuli fiumani che quest’anno si sono incontrati per ben tre volte per ricordare i cinque decenni del stare insieme.
Un centinaio di fiumani patochi hanno partecipato all’incontro annuale nella capitale, alcuni anche per la prima volta dato che abitando nella bassa Italia raggiungere il Veneto dove si sono svolti finora i raduni per loro era molto difficile. I fiumani, fieri come sempre, si sono arrampicati lungo la scalinata che porta alla tomba del Milite Ignoto e in silenzio con la bandiera fiumana in mano hanno assistito alla posa della corona effettuata dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e da Guido Brazzoduro, sindaco del Libero Comune di Fiume in esilio. Un omaggio carico di emozione e di dignità.
Quindi la tanto attesa visita al Campidoglio e il ricevimento dal sindaco Alemanno.
“In Campidoglio voi siete a casa vostra e non dimenticate mai di essere italiani”, ha detto il sindaco nel suo discorso di benvenuto. “Io ho avuto la possibilità di conoscere la vostra storia perché sono figlio di un combattente in Jugoslavia e quindi abitavamo a Udine. Mio padre mi parlava spesso di voi, delle foibe dicendo che erano una vergogna. Da allora sono passati tanti anni ed è stato avviato un recupero di ciò che avete passato. Io posso dire che l’Europa che dobbiamo costruire è un Europa che ha molte ferite, noi dobbiamo mantenere la memoria di queste ferite, nessun sacrificio deve venir cancellato. La memoria, il ricordo e la capacità di raccontare ai giovani. E dalla memoria trarre l’insegnamento. Esiste una civiltà italiana in tutto il mondo che ci unifica. Bisogna costruire un Europa in cui saranno rispettate le varie civiltà” ha concluso Gianni Alemanno che ha quindi regalato a Guido Brazzoduro, ad Agnese Superina, presidente della CI di Fiume, e ad Amleto Ballarini, direttore della Società di Studi fiumani, la medaglia “Natale di Roma”.
Quindi la visita al bellissimo edificio, altrimenti non aperto al pubblico, con un cicerone d’eccezione, il consigliere Federico Guidi, che ha svelato le sue origini fiumane. I fiumani hanno così potuto per la prima volta visitare la Sala delle bandiere, quella degli Arazzi e sedersi nell’Aula Giulio Cesare dove si tiene il consiglio di Roma Capitale.
Ritorno in albergo e nel pomeriggio la consueta riunione del Consiglio e dell’Assemblea del Libero Comune di Fiume in esilio. Dopo aver letto i messaggi di augurio pervenuti all’assise dal Console italiano di Fiume, Renato Cianfarani, del nostro caporedattore Mario Simonovich e dei rappresentanti della Lega nazionale, ha preso la parola Agnese Superina che si è detta particolarmente felice per aver potuto assistere alla posa della corona d’alloro sull’Altare della Patria e la visita al Campidoglio.
“Anche noi, come del resto voi, in questo momento di crisi abbiamo i nostri bei problemi finanziari, ma cerchiamo di fare del nostro meglio. Se per voi non è stata facile l’integrazione nella società italiana entro i confini italiani altrettanto non facile è stato per noi rimasti mantenere e portare avanti la lingua e la cultura italiana. Abbiamo sì asili e scuole italiane però ci voglioni i mezzi per farli funzionare bene. Dobbiamo andare avanti altrimenti scompariremo e ciò non deve succedere. Noi per fortuna abbiamo i giovani che porteranno avanti la nostra storia e la nostra cultura”.
Le ha fatto eco la preside della SMSI di Fiume, Ingrid Sever: “La mia casa è un pezzo a Fiume e un pezzo con voi sparsi per il mondo”.
Guido Brazzoduro nel suo discorso tra l’altro ha detto che “si sta lavorando intensamente per organizzare a Fiume un Incontro mondiale da farsi il prossimo anno”, mentre Amleto Ballarini ha parlato della Rivista Fiume che dovrebbe venir valorizzata nelle scuole.
Da rilevare che il 50.esimo raduno si è svolto presso il Villaggio giuliano dalmata di Roma situato sulla Laurentina. Ed è qui che arrivarono e costruirono le case i primi fiumani esuli. Hanno la loro chiesa di san Marco Evangelista nel centro della Piazza giuliano dalmata che si raggiunge lungo un bellissimo viale alberato. Nella cripta della chiesa ci sono i Santi, come dire “da Trieste in giù” fino a Ragusa, fatti in mosaico e non c’è stato fiumano che non si è fatto una foto sotto a San Vito e Modesto.
Nel prosieguo del raduno sabato mattinata una nutrita delegazione con in testa il presidente del 12.esimo Municipio di Roma, Pasquale Calzetta, ha posto un mazzo di fiori ai piedi del Monumento che ricorda la tragedia delle foibe in Largo Vittime delle foibe istriane. E tutti gli abitanti del rione giuliano dalmata hanno voluto essere presenti a questa sentita cerimonia.
E finalmente l’attesa tavola rotonda intitolata “Il contributo dei fiumani e dei giuliano dalmati all’Europa di oggi. Cosa è stato fatto e cosa resta da fare” che ha visto la partecipazione dei senatori Carlo Giovanardi e Maurizio Gasparri, Francesco Saverio De Luigi, del ex-sen. Lucio Toth, nonché di due rappresentanti di Fiume, Agnese Superina e Ingrid Sever, tre della Società di studi fiumani e Archivio storico di Roma, Amleto ballarini, Marino Micich e Gianni Stelli, nonchè di Donatella Schurzel dell’ANVGD di Roma e di Guido Brazzoduro del Libero comune di Fiume in esilio, moderatrice Rosanna Turicnovich-Giuricin.
Per due ore si è parlato dell’importanza degli esuli che hanno avuto il loro giusto posto nella storia con l’istituzione del Giorno del Ricordo. La legge ha permesso così di far conoscere a gran parte dell’Italia, ma specie ai giovasni, una parte della storia che non conoscevano, che non c’era nei libri di testo. Da quel 2008 molto è stato fatto ma resta ancora molto da fare perché senza memoria non c’è futuro.
In questo contesto il senatore Giovanardi ha proposto la creazione di un fondo che anche in futuro permetta di salvaguardare una memoria importante: “Con l’Europa anche Fiume, pur nella sua specificità, ritorna ad essere una città aperta ed italiana per la presenza della nostra comunità. Ecco che attraverso la cultura, l’economia e tutto il resto dovete fare in modo che rimanga una testimonianza anche per chi verrà dopo di voi. Obiettivo per il quale vale la pena di combattere”.
Interessanti tutti gli interventi al dibattito seguito da un folto pubblico molto attento quando si parla di esuli e rimasti. In particolare vogliamo registrare le parole di Agnese Superina, presidente della CI di Fiume, che ha tra l’altro detto:
“La tenacia di noi rimasti ha fatto sì che a Fiume si parli il nostro dialetto e l’italiano, che si sappia la nostra storia. Senza il dialetto non c’è popolo. Fiume è sempre stata una città europea, una città di cultura, i fiumani andavano a teatro e l’emancipazione femminile era al massimo. Lo spirito d’indipendenza e di libertà lo abbiamo nei geni e quindi l’abbiamo tramandato ai nostri figli e nipoti. Abbiamo i nostri giovani che porteranno avanti la lingua e la cultura italiana”.
Nel pomeriggio una delegazione dei fiumani ha posto un mazzo di fiori ai piedi del cippo che ricorda tutti i Caduti giuliano dalmati situato sulla Laurentina. È seguita una passeggiata lungo il Villaggio Giuliano Dalmata e la tradizionale messa alla parrocchia di san Marco Evangelista, messa celebrata da padre Egidio Krizman che ha detto “è bello celebrare il 50.esimo Raduno e dire al primo io c’ero. E da allora ho celebrato parecchie volte la messa in questa chiesa dato che i miei parenti vivevano in questo villaggio, quindi questa del 50.esimo anniversario è particolarmente sentita dato che con pazienza e tenacia siamo riusciti a vedere riconosciuta la nostra storia”.
La serata èstata dedicata come sempre alla cena conviviale con un arrivederci al prossimo anno.●
Un forte stacco generazionale
I raduni dei fiumani sono arrivati al mezzo secolo. Come sintetizzare questo tempo e quali i progetti per il tempo a venire. Risponde il sindaco Guido Brazzoduro.
“Siamo al Cinquantesimo raduno dell’Associazione Libero Comune di Fiume in esilio e quindi è un traguardo significativo che abbiamo voluto solennizzare in modo particolare quest’anno con più iniziative a cominciare dall’incontro di Montegrotto con i Fedeli fiumani e la Comunità con una bella manifestazione che ha riscosso grande successo sia a teatro che poi alla messa del giorno dopo nella chiesa parrocchiale.
Poi con una particolare presenza a Fiume per la ricorrenza di San Vito e le varie celebrazioni a cui abbiamo partecipato e si conclude ora a Roma con la parte formale del raduno, il Consiglio e l’Assemblea, per fare il punto sulla situazione su quanto è stato fatto ma soprattutto su quanto si vuole e si potràfare in futuro.
Per quel che riguarda la vita di questa associazione, questa è sorta nel 1964 da un gruppo di cittadini fiumani esuli dell’area del Veneto che si sono ritrovati e sono diventati soci fondatori dell’Associazione con il primo sindaco, l’avvocato Gherbaz. Si sono poi succeduti nella carica il dott. Fabietti, l’avvocato Schwarzenberg e poi quando è mancato lui è toccato a me.
Scopo dell’associazione é tenere uniti gli esuli che sono sparsi in tutto il mondo e per questo ha peso e importanza il nostro periodico ‘La Voce di Fiume’ che serve a comunicare ai nostri concittadini le notizie, i problemi e le informazioni su quelli che vengono a mancare e quindi vogliamo che tutti sappiano e si conoscano.
L’altro aspetto con le altre associazioni dell’esodo è di essere presenti e testimoni di quanto abbiamo subito e di quanto ci è successo per farlo conoscere sia alla cittadinanza italiana che poco sa perchéa scuola per tanti anni non se ne è mai parlato, sia ai ragazzi dal mondo della scuola in quanto i libri di testo sono ancora carenti e ormai dopo tanto tempo anche gli insegnanti o non sanno o sanno in modo distorto qualche cosa sulle nostre vicende.
Un altro elemento importante e punto programmatico è la vicinanza con la Comunità degli Italiani di Fiume cui idealmente ci uniamo come cittadini della stessa città e nelle due componenti di chi è rimasto e ci vive e noi che siamo andati via. E per questo direi che reciprocamente diamo atto di quello che ognuno di noi ha subito e ha sofferto per le vicende passate sperando di poter costruire una città migliore con uno spirito europeo per il domani.
Per cui, anche per rendere tangibile alla città parte della sua storia che sia tra progetti che grazie all’aiuto del Governo italiano possiamo avere, cerchiamo di, per quel poco che possiamo, ristrutturare e riportare all’antico splendore le tombe del cimitero di Cosala”. ●

 

677 – La Voce del Popolo 20/10/12 Speciale - Lungomare di Abbazia, un secolo e più di passeggiate
Speciale
di Mario Schiavato
LA STORIA DI UNA DELLE ATTRATTIVE PIÙ CARATTERISTICHE DELLA PERLA DEL QUARNERO
Lungomare di Abbazia, un secolo e più di passeggiate
Togliamo da un libro dello scrittore-viaggiatore austriaco H. Fink, pubblicato a Vienna, alcuni cenni sulla Abbazia della fine del XIX secolo. Scrive l’autore:
“Nel 1888, un anno e mezzo prima della sua tragica fine a Mayerling, il successore al trono austriaco arciduca Rodolfo allora trentenne, trascorse un po’ di tempo ad Abbazia ospite dell’industriale ebreo Kuranda. Qui Rodolfo venne ben presto considerato un frequentatore di quelle che si definiscono “cattive compagnie”. (…) Lo scandalo venne soffocato a stento, ma Abbazia diventò un luogo di cui si cominciò a parlare in tutta la Monarchia. (…) Grazie al clima dolce, alla salubrità dell’aria ed a tale propaganda la località divenne molto rapidamente la preferita per i bagni invernali della Monarchia. Nel 1899 venne dichiarata ufficialmente luogo di cura. Sorsero alberghi, ville, parchi e nuove strade, venne costruita la Promenade lungo il mare fino a Lovrana. Vi si recarono re, principi, arciduchi, l’alta borghesia, cocottes dominavano sulla scena sociale, piccoli e grandi scandali vi si alternavano. Anche l’attività della diplomazia internazionale s’intrecciò sempre più spesso con Abbazia che di buon grado, dagli scrittori di viaggio della vecchia Austria, veniva indicata come ‘la perla della Monarchia’”.
I romantici esteti
Più avanti lo stesso autore aggiunge: “Abbazia è stata effettivamente un importante luogo di vacanza per ammalati di cuore, ma anche per romantici esteti i quali si rallegravano semplicemente di ammirare il bellissimo paesaggio che si offriva loro passeggiando sulla Promenade, una passeggiata di chilometri lungo il mare, dove non solo infatuati cercavano di ritornare alla vita normale. Camminando, non si poteva fare a meno di raggiungere pure il bel parco cittadino con le sue piante ed alberi esotici, le sue testimonianze storiche ed il più antico albergo della città con una decorativa facciata testimonianza della vecchia Austria”.
Le difficoltà con i proprietari delle ville
Dunque la Promenade, meglio il Lungomare. Costruito a tappe, si estende da Volosca a Laurana per una lunghezza complessiva di 12 chilometri. Il promotore del suo attuale assetto fu la Società per l’abbellimento di Abbazia (Abbazianer Verschönerungsverein) e i sovrintendenti ai lavori, che via via furono Heinrich Gintl, Alfred Manussi e Corrado Rubbia ebbero dei grossi problemi soprattutto per l’acquista dei terreni.
Molte delle controversie vennero risolte soltanto grazie all’autorità e spesso all’intervento dell’allora Capitano distrettuale Jettmar. Il primo tratto, ossia la tappa settentrionale Volosca-Slatina venne ultimata nel 1889, allorché Abbazia divenne – anche formalmente – Stazione di cure termali.
La parte più a sud, invece, praticamente quella che collegò il centro a Laurana, fu conclusa appena nel 1911 grazie all’impegno del medico Julius Hortenau il quale fu colui che risolse la gran parte delle difficoltà con i ricchi e spesso invadenti proprietari delle molte ville che nel frattempo erano state costruite lungo tutta la costa, i quali proprietari mal vedevano il passaggio dei vari vacanzieri lungo quella che, fino ad allora, era stata la costa di loro esclusiva proprietà.
Fu così che la passeggiata toccò praticamente la gran parte delle opere principali della storia abbaziana, collegando i vecchi sanatori della costa settentrionale, il porto, il Lido, le ville storiche Angiolina e Amalia, l’albergo Quarnero e la chiesa di San Giacomo, agli alberghi della costa meridionale e una delle testimonianze del suo lungo secolo sono anche le nodose e poderose querce che spesso lo accompagnano.
Busti scomparsi o... tra i banani
Alcune una volta notissime caratteristiche del Lungomare sono purtroppo andate perdute nell’alternarsi degli anni e dei regimi: non c’è più il busto dell’ammiraglio Littrow, è scomparso il ponticello di Otto Masarei dinanzi all’albergo Admiral, manca un bassorilievo dedicato a Billroth distrutto durante la seconda guerra mondiale (rimpiazzato da un altro nei pressi della chiesetta di San Giacomo).
Il busto di Julius Schüler (direttore delle Ferrovie Meridionali austriache, il quale effettuò grandi investimenti per la costruzione dei primi alberghi), opera di Rathausky (che tra l’altro è anche l’autore della fontana di Helios e Selene e della Madonna del Mare) si trova oggi tra i banani di Parco Angiolina…
La «Ragazza con il gabbiano»
Una delle principali caratteristiche del Lungomare oggi è rappresentata dalla “Ragazza con il gabbiano” che si trova in cima al promontorio che si estende dinanzi all’ex cimitero. Scultura recente, opera del maestro Car, venne qui eretta nel 1959 ed è appunto divenuta il simbolo di Abbazia.
Sino ad allora, ovvero fino a che il maltempo (ma non si è proprio certi che un tale fatto sia accaduto) non l’ebbe distrutta, qui stava la statua della Madonna del Mare. Vi era stata posta nel 1891 per vegliare l’anima del conte Arthur Kesselstadt, scomparso nei pressi del promontorio travolto dai flutti di un’improvvisa tempesta durante la quale perse la vita anche sua moglie la contesse Fries, mentre il loro figlio Georg venne salvato.
La copia dorata di questa Madonna del Mare oggi si può vedere dinanzi alla chiesa di San Giacomo, la cui abbazia ha appunto dato il nome alla località. (fotografia in calce)
Villa Angiolina, simbolo del turismo
Abbiamo appena accennato alla chiesa di San Giacomo che sorge praticamente nella parte centrale del Lungomare. Eretta all’incirca verso il 1420, come colonia dei benedettini profughi dal convento friulano di S. Pietro di Rosazzo, come abbiamo già detto ha dato il nome all’intero abitato sorto successivamente.
Oggigiorno conserva ben poco del suo aspetto originario: nel 1506 l’abate Simone fece tramezzare e ampliare la chiesa come scritto sulla lapide murata sulla facciata. Sede di svariati e spesso feroci processi giudiziari, ma anche di feste e di sagre, più volte cambiò gli ordini ecclesiastici ai quali apparteneva; nei suoi pressi sorse il cimitero e nel XIX secolo ospitò la prima scuola.
La Villa Angiolina, nel cui bellissimo parco oggi si snoda una piccola parte del Lungomare, è certamente l’edificio che contrassegnò l’era turistica della zona. La sua costruzione risale al 1844 da parte dell’ingegnere fiumano Iginio Scarpa e deve il proprio nome alla già allora defunta moglie del costruttore. Fu appunto questa villa che aprì le porte a tutta una serie di importanti ospiti e viaggiatori, tra i quali si annoverano l’ex imperatrice austriaca Maria Anna, il botanico Heinrich Noë, il bano croato Josip Jelačić...
Porto Herdt e le sue navi
Il Lungomare naturalmente sfiora e percorre anche i porti situati da Volosca a Laurana, cioè Icici e Ika. Per quanto riguarda Abbazia, molto probabilmente il suo più antico porto fu la caletta dinanzi alla chiesa di San Giacomo, il cosiddetto “Portić”, che oggi può ospitare soltanto pochi e piccoli natanti.
L’attuale porto vero e proprio venne comunque già segnato sulle carte geografiche nel lontano 1820 quale “Porto Herdt”. In seguito, le sue dimensioni furono più volte modificate dal costruttore della Villa Angiolina per i suoi yacht e navi varie, mentre il definitivo ampliamento avvenne all’inizio del XX secolo.
Il primo albergo
L’albergo Quarnero (oggi Kvarner) davanti al quale scorre un tratto del Lungomare terrazzato, fu il primo albergo di Abbazia e probabilmente anche il primo della costa orientale dell’Adriatico. Fu eretto nel 1884 in soli dieci mesi, sul terreno a vigneto della famiglia Tomašić da maestranze e da materiali provenienti praticamente da tutte le parti della Monarchia asburgica.
Venne concepito inizialmente come sanatorio, per la qual cosa si ritenne opportuno trasferire il cimitero adiacente in altra località. La parte vecchia è quella meridionale mentre la settentrionale ospitò i bagni caldi. Distrutti questi da un incendio al loro posto venne eretta la cosiddetta Sala dei cristalli che ancora oggi ospita delle importanti manifestazioni.
Nelle vicinanze c’è da ricordare la Villa Amalia, eretta nel 1890 quale dependance del Quarnero, che di solito ospitava i clienti più esigenti che desideravano soggiornare in un luogo a parte rispetto alla rimanente clientela. Accolse infatti Francesco Giuseppe I e Guglielmo II, la famiglia imperiale tedesca, la danzatrice Isadora Duncan, e, tra le due guerre, fu la residenza dei Savoia. Qui vennero ospitati anche Karol ed Elisabetta (alias Carmen Sylva) coppia reale rumena alla quale appunto si deve la “Passeggiata nel bosco” che doveva in qualche modo pareggiarsi con il Lungomare.
La passeggiata «Carmen Sylva»
Il re rumeno Karol, nel 1896 durante un suo soggiorno con la moglie nella villa Amalia, durante una cavalcata giornaliera si perse nel bosco sottostante Apriano. Furioso, l’indomani si recò direttamente dal capitano distrettuale barone Arthur von Schmidt-Zabierow per protestare sul mancato assetto e contrassegno dei sentieri. Allorché il furbo capitano si lagnò discretamente della mancanza di denaro per una tale “passeggiata” che doveva in qualche modo competere con il Lungomare, Karol depose generosamente sul tavolo una notevole somma di denaro, somma che doveva venir utilizzata a tale scopo.
Effettivamente essa fu spesa bene, poiché l’assetto del sentiero boschivo oggi Carmen Sylva (si tratta naturalmente della regina rumena Elisabetta moglie di re Karol che firmava i suoi versi con questo pseudonimo), fu ultimato nel 1901. I sentieri boschivi abbaziani furono misurati in modo preciso, contrassegnati a distanze di dieci minuti e attrezzati di panchine per il riposo. Venne inoltre contrassegnato come via “di primo e secondo ordine”, il che stava a significare passaggi piani o quelli leggermente inclinati, mentre l’intera lunghezza della passeggiata era valutata sull’ora e mezza.
Un’alternativa al Lungomare
Il sentiero oggi non è certo più quello di un tempo solcato com’è da accessi, scalinate, giardini, ma è riuscito comunque a conservare la spontaneità dei sempreverdi, degli asparagi selvatici, dei muschi, dei ciclamini tra muri troppo spesso malmessi. Lungo detto itinerario si trovano dei veri e propri ricordi del passato che ravvivano la passeggiata.
Chi desidera effettuare l’intero percorso, dovrà passare dal tunnel sotto la strada nuova, seguire il viottolo boschivo fino alla sorgente Vrutki (che si attraversa grazie a un ponticello e che una volta era il centro delle lavandaie) e quindi risalire l’erta serpeggiante per raggiungere il sentiero vero e proprio. In questo modo si può raggiungere il primo belvedere, la “Fortezza piccola”, quindi dopo aver oltrepassato il posto dove una volta si poteva ammirare una lapide dedicata a Goethe, si continua fino all’abitato di Varljeni, dove a 180 metri sul livello del mare si trova la “Fortezza Grande”.
Un itinerario che effettivamente abbiamo tentato di fare ma ci è stato impedito dai lavori delle nuove costruzioni che in parte continuano a ostruirlo. Comunque questo, nei piani del re Karol Waldweg di Romania, doveva essere un’alternativa di pace e di tranquillità al molto più frequentato Lungomare.

 

678 - Il Piccolo 20/10/12 Terzi: «Nessuno blocchi l'ingresso della Croazia»
Terzi: «Nessuno blocchi l’ingresso della Croazia»
Il ministro degli Esteri rilancia l’allargamento dopo le minacce slovene e tedesche «L’Italia si aspetta che i Paesi membri diano prova di lungimiranza politica»
di Mauro Manzin
BRDO PRI KRANJU. L’Italia non cambia. Anzi, con ancora più determinazione, ribadisce la propria Ostpolitik volta a una politica di inclusione dei Balcani occidentali nell’Unione europea. Lo ribadisce chiaramente il ministro degli Esteri, Giulio Terzi ieri a Brdo pri Kranju per guidare il Comitato dei ministri italo-sloveno.
La Slovenia sta vivendo una pesante crisi economica. Che impressione ha ricavato dai colloqui qui a Brdo?
La Slovenia sta agendo con determinazione su entrambi i fronti, quello interno e quello europeo. Nel 2012 il Parlamento di Lubiana ha varato un importante pacchetto di norme in materia di bilancio che dovrebbe consolidare i conti pubblici. Sul piano europeo la Slovenia ha già ratificato i recenti provvedimenti adottati dall’Ue in materia economico-finanziaria, ossia il Fiscal Compact e il Meccanismo europeo di stabilità. Il quadro è complesso, ma abbiamo fiducia che la Slovenia sia sulla strada giusta.
Dopo le tanto conclamate ma mai attuate autostrade del mare sta ora prendendo forma il Corridoio Baltico-Adriatico. Capodistria è inserita o no nel tracciato?
Lo è. Il Corridoio è destinato a fornire un forte contributo alla valorizzazione del progetto delle autostrade del mare rafforzando le connessioni tra i porti del Nord Adriatico, la rete di trasporti dell’Europa settentrionale e i collegamenti di quest’ultimi con i mercati dell’Europa orientale e dell’Asia. Il Corridoio consentirà alle zone interessate di diventare delle piattaforme collegate al Baltico da vere e proprie “catene logistiche” di trasporto, attraverso il funzionamento integrato delle attività portuali, retro-portuali, ferroviarie e stradali.
C’è poi la questione aperta della macroregione adriatico-ionica.
L’Italia è molto impegnata affinchè entro l’anno il Consiglio d’Europa dia mandato alla Commissione per mettere a punto una strategia Ue per la macroregione adriatico-ionica. Il 2014 sarà l’anno della presidenza italiana e greca e intendiamo fare in modo che per quella data l’ancoraggio di tutti i Paesi ancora non Ue dell’area (Albania, Bosnia-Erzegovina, Montenegro e Serbia) al percorso europeo si a una realtà concreta in una ideale e virtuosa congiunzione con i Paesi Ue che partecipano alla strategia (Italia, Slovenia, Grecia e Croazia). Con un significato politico molto importante: nel centenario dello scoppio della Prima Guerra mondiale i Paesi adriatico-ionici devono ritrovarsi uniti e coesi nel segno dei valori europei.
Sul versante energetico la Slovenia ha costituito una società con Gazprom per la gestione del gasdotto Southstream. Qual è la strategia italiana a Nordest?
Noi intendiamo favorire le interconnessioni e l’integrazione dei mercati dell’energia, a Nordest così come verso le altre fondamentali direttrici mediterranee e sudorientali. È necessario sviluppare una rete infrastrutturale per diversificare le fonti e le rotte di approvvigionamento. In questa prospettiva guardiamo con interesse a quei progetti capaci di incrementare i flussi energetici verso l’Italia a beneficio della sicurezza energetica nazionale e, più in generale, europea.
Quindi Southstream è coerente con la strategia italiana?
L’Italia sostiene questo progetto al quale partecipa Eni con una quota del 20% per la realizzazione del tratto offshore. Qualora prevalesse l’ipotesi di punti di approdo del gasdotto a Tarvisio rispetto all’alternativo approdo in Austria, tale interesse sarebbe ulteriormente consolidato.
A breve la Croazia sarà la 28ma stella d’Europa, ma c’è il rischio di un veto della Slovenia relativo alla questione della Ljubljanska Banka.
Auspichiamo che le questioni bilaterali siano composte in modo concorde senza conseguenze sul processo di allargamento. Ci aspettiamo che tutti diano prova di visione strategica e lungimiranza politica.
La Germania però si sta dimostrando riottosa all’allargamento dell’Ue, per Berlino addirittura la Croazia non sarebbe pronta all’adesione.
Ho parlato spesso con gli amici tedeschi dell’allargamento e devo dire che abbiamo numerose convergenze. Penso alla visione condivisa del processo di allargamento quale strumento politico per incoraggiare i Paesi candidati ad adeguarsi agli standard europei con positive ricadute in termini di maggiore sviluppo, accresciuta prosperità e rafforzamento dello stato di diritto.
Quindi l’Italia è ampiamente favorevole all’allargamento a Est dell’Ue.
Abbiamo una strategia chiara che ritiene il percorso di integrazione europea dei Balcani occidentali un fattore fondamentale di sviluppo, stabilizzazione e riconciliazione, secondo i meriti e le singole capacità di ogni Paese.
Un allargamento che comprende anche la Turchia?
Certo, nell’interesse dell’Italia, della Turchia e della stessa Ue. La nuova “positive Agenda” della Commissione rappresenta una buona cornice che potrà dare rinnovato impulso ai negoziati con Ankara e favorire il processo di liberalizzazione del regime dei visti per i cittadini turchi.
Nell’attuale politica di risparmio quale sarà la sorte del Consolato generale d’Italia a Capodistria?
Ho deciso di nominare un nuovo console generale, la dottoressa Maria Cristina Antonelli, persona di grande esperienza nel settore consolare. Quindi, in un momento difficilissimo per le risorse della Farnesina, manteniamo Capodistria. Un forte segnale di attenzione alla minoranza italiana e alla nostra presenza culturale, politica ed economica in Slovenia.

 

679 - Il Piccolo 23/10/12 A Zagabria scoperte fosse di giustiziati dalle truppe titine
A Zagabria scoperte fosse di giustiziati dalle truppe titine

L’Ufficio per i crimini comunisti della Croazia ha iniziato ieri a scavare a Gra›ani, un rione della capitale Zagabria per portare alla luce 60 cadaveri (40 uomini e 20 donne) giustiziati dalle truppe titine nel maggio 1945 dopo la conquista della città e la disfatta del regime ustascia del “poglavnik” Ante Paveli„.
Le vittime furono sommariamente definite «nemici del popolo» e uccisi senza alcun regolare processo. Alla fossa comune si è giunti grazie alla documentazione in possesso di Miroslav Haramija che all’epoca dei fatti prestava servizio come ispettore sanitario. Essa si trova in un vecchissimo frutteto il cui proprietario di 67 anni non ha mai curato anzi non lo ha neppure mai toccato, indice che molti sapevano ma tutti tacevano. Le esecuzioni a Gra›ani ebbero luogo il 10 e 11 maggio del 1945, come spiega il Vecernji List di Zagabria. I condannati provenivano dalla prigione di Zagabria, erano uomini e donne rigorosamente divisi tra loro, alcuni procedevano a gruppi altri erano legati con dei cavi. La fucilazione venne portata a termine dagli uomini dell’Armata jugoslava all’epoca di stanza a Gra›ani. I condannati furono liquidati all’ingresso del Parco naturale della Medvednica. I cadaveri furono successivamente trasportati in fosse comuni scavate dai locali. Haramija registrò tutto quanto era successo compresi i luoghi di sepoltura, in tutto 20, e il numero delle vittime sepolte: complessivamente 783.
Al loro ingresso a Zagabria i partigiani di Tito si trovarono di fronte a una popolazione che toccava il milione di unità di cui 250mila profughi provenienti dalla Bosnia-Erzegovina.
Dal comando titino l’ordine impartito fu chiarissimo: fare pulizia nei primissimi giorni dell’occupazione. Emblematico il dispaccio inviato ai vertici partigiani di Zagabria dal comando supremo dei titini a firma di Aleksandar Rankovi„. «Siamo sorpresi - si legge nel dispaccio militare - di questa riluttanza nel pulire la città di Zagabria dai nemici. Avevamo ordinato di ripulire la città nei primi giorni di occupazione e di fare tutto sistematicamente e presto, visto che a Zagabria si sono rifugiati tutti i funzionari dell’apparato ustascia nella sua ritirata di fronte le nostre truppe. Eppure a 10 giorni dalla liberazione di Zagabria avete ucciso solo 200 persone».(m. man.)


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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