N. 851 – 10 Novembre 2012
Sommario


698 - Agenzia Italiana Stampa Estero Aise 05/11/12 Legge Stabilità – Mailing List Histria risponde la Ministro Terzi : Positiva soluzione per i fondi agli esuli (Aise)
699 - Il Piccolo 06/11/2012 Fermata la norma "salva esuli e rimasti” (Mauro Manzin)
700 - Agenzia Italiana Stampa Estero Aise 08/11/12 Legge Stabilità - Fondi ad esuli e minoranze : Anche il "Libero comune di Pola in Esilio" scrive a Napolitano" (Aise)
701 - La Voce del Popolo 03/11/12 A Pola e Fiume cerimonie di commemorazione dei defunti, omaggio alle vittime e ai caduti (Marko Mrđenović e Viviana Car)
702 - Messaggero Veneto 08/11/12 Udine - Vittime delle Foibe, targa rovinata
703 - CDM Arcipelago Adriatico 07/11/2012 - Dal 16 al 18 novembre il Congresso nazionale ANVGD a Gorizia
704 - La Voce del Popolo 03/11/2012 Fiume: Quell'aquila (non più) scomoda (Gianfranco Miksa)
705 - La Voce di Romagna 03/11/12 Il ponte da Fiume versò la libertà, Antonia Galander è tornata con la famiglia a Lugo e Bagnacavallo (Aldo Viroli)
706 - Il Piccolo 07/11/12 Istria terra di medici? La storia dice proprio di sì (Grazia Palmisano)
707 – La Voce del Popolo 03/11/12 Speciale - Il magnifico labirinto delle Incoronate (Maria Schiavato)
708 – La Voce del Popolo 05/11/12 Cultura - I Gravisi, secoli di impegno e cultura nella penisola e nell'«Atene» dell'Istria (Ilaria Rocchi)
709 - Il Piccolo 08/11/12 Il friulano D'Andrea, maestro dimenticato del Simbolismo che incantò il dalmata Bracco (Arianna Boria)
710 - La Voce in più Storia e Ricerca 03/11/12 Libri - Aldo Moro, l'Italia e i Balcani «scacco matto» a esuli e rimasti (Nicolò Giraldi)
711 - La Voce del Popolo 09/11/12 Pola - Nello Milotti, rivivono ricordi ed emozioni (fp)
712 - Il Piccolo 04/11/12 Londra stoppa la Croazia in Europa (Mauro Manzin)
713 - L'Arena Verona 01/11/12 Lettere - Amare considerazioni (Romano Cramer)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

698 - Agenzia Italiana Stampa Estero Aise 05/11/12 Legge Stabilità – Mailing List Histria risponde la Ministro Terzi : Positiva soluzione per i fondi agli esuli
Lunedì 05 Novembre 2012 12:50
FIUME\ aise\ - "Gentilissimo Signor Ministro, La ringraziamo vivamente per la Sua cortese risposta dalla quale traspare un sincero impegno a favore della nostra richiesta di aiuto".
È quanto scrive la MailingList Histria al Ministro Terzi che, nei giorni scorsi, ha risposto alla richiesta di intervento a sostegno dei fondi alle associazioni degli esuli e delle minoranze, azzerati dalla Legge di Stabilità.
Nella risposta al Ministro, la MailingList Histria auspica che "la Presidenza della Repubblica, il Governo, il Parlamento, le Associazioni degli Esuli e l'Unione Italiana possano raggiungere una positiva soluzione alle problematiche in discussione. L’augurio – aggiungono – è che non si creino nuove fratture e contrapposizioni delle quali crediamo nessuno oggi senta la necessità".
"A tal fine – si legge ancora nella lettera – riteniamo che l'ineguagliabile lavoro di raccordo tra le istituzioni operato per tutti dall'On.le Lucio Toth a nome della Federesuli, segni la via maestra per il raggiungimento di una soluzione che ripristini i fondi vitali che il Governo erogherà a favore delle associazioni degli esuli insieme a quelli necessari per la vita della comunità italiana autoctona residente nella comune terra d'origine". (aise)

 

699 - Il Piccolo 06/11/2012 Fermata la norma "salva esuli e rimasti”
Fermata la norma “salva esuli e rimasti”
La Camera giudica inammissibili gli emendamenti presentati per ripristinare i fondi.
Rosato: «Faremo immediato ricorso»
di Mauro Manzin
TRIESTE. Brutte notizie da Montecitorio per i finanziamenti destinati alla minoranza italiana in Slovenia e Croazia e alle associazioni degli esuli in Italia. Nella serata di ieri, infatti, la presidenza della Camera ha dichiarato «inammissibili» tutti gli emendamenti presentati praticamente da tutti i gruppi parlamentari con i quali si richiedeva il ripristino dei fondi. La vicenda però non si chiude qui. «Presenteremo appello entro domani mattina (stamane ndr.)- dichiara il deputato del Pd, Ettore Rosato - perché gli emendamenti siano accettati, lavoreremo per questo in collaborazione con uno dei due relatori della legge di stabilità che è il deputato del Partito democratico, Pierpaolo Beretta».
A questo punto però la situazione sembra appesa a un filo. Lo stesso ministro degli Esteri, Giulio Terzi di Sant’Agata ha dichiarato che il suo ministero aveva ripresentato i finanziamenti che però successivamente erano stati cancellati nella predisposizione della legge Finanziaria e ha detto che ora la responsabilità passa al Parlamento. Parlamento che non si è fatto pregare visto che in un clima assolutamente bipartisan, secondo gli schieramenti tradizionali, pronti sono scattati gli emendamenti per il ripristino dei fondi.
L’erogazione dei finanziamenti, lo ricordiamo, sono di vitale importanza vuoi per i nostri connazionali che vivono in Croazia e Slovenia, vuoi per le associazioni degli esuli. Come ribadito dagli organi istituzionali dell’Unione italiana il taglio determinerebbe un drastico ridimensionamento di tutte le attività in calendario con grave nocumento per i settori della scuola e della cultura e provocherebbero altresì la perdita di una cinquantina di posti di lavoro. L’Unione italiana ha inviato una circostanziata lettera alla commissione Bilancio della Camera in cui vi era il dettagliato elenco delle attività che sarebbero state annullate se i finanziamenti non fossero stati erogati. Ma, visto il decorso dei fatti, sembra che l’appello sia caduto nel vuoto.
La decisione avrebbe comunque anche un importante risvolto internazionale. Solo pochi giorni fa alla riunione del Comitato dei ministri di Slovenia e Italia a Brdo pri Kranju il ministro degli Esteri Terzi aveva ribadito l’assoluto interesse prioritario dell’Italia nei confronti dell’unica minoranza autoctona che vive fuori dai confini della madrepatria.
E, bisogna altresì dire, che la Slovenia, pur vivendo una condizione economica catastrofica ha confermato i finanziamenti per la minoranza italiana e quella ungherese presenti sul suo territorio lasciando però aperti i temi relativi al funzionamento di Radio e Tv Capodistria (le sorti ricadono nel calderone riguardante la Rtv di Slovenia e i tagli al canone). A questo punto il vulnus sembra molto grave a fronte di una malcelata mancanza di iniziativa da parte della Farnesina.

 

700 - Agenzia Italiana Stampa Estero Aise 08/11/12 Legge Stabilità - Fondi ad esuli e minoranze : Anche il "Libero comune di Pola in Esilio" scrive a Napolitano"
LEGGE STABILITÀ/ FONDI AD ESULI E MINORANZE: ANCHE IL "LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO" SCRIVE A NAPOLITANO
VARESE\ aise\ - "Illustre Signor Presidente, da anni il Libero Comune di Pola in Esilio coltiva il dialogo con i connazionali che risiedono nella nostra amata città d’origine e in Istria.
Riteniamo, infatti, necessaria la ricomposizione delle due parti del nostro corpo sociale lacerato dall’Esodo sia per porre rimedio ai guasti del passato sia per garantire continuità a quanto resta di un tessuto umano e civile troppo a lungo lacerato". Inizia così la lettera che Argeo Benco, Sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, ha inviato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per sollecitare un suo intervento a sostegno dei fondi destinati agli esuli e alle minoranze, azzerati dalla Legge di stabilità.
"In tale ottica – scrive Benco – il 3 settembre 2011 siamo stati presenti alle significative cerimonie volute da Lei e dal Presidente croato Josipovic a Pola. Sempre nel solco da Lei tracciato fin dallo storico incontro del 10 luglio 2010 a Trieste, abbiamo tenuto nel giugno 2011 il nostro primo Raduno a Pola in collaborazione con la locale Comunità degli italiani. La partecipazione di soci e il riscontro delle autorità e degli organi di informazione locali sono stati notevoli. Nel maggio 2012 abbiamo ripetuto l’esperienza. In entrambe le circostanze abbiamo promosso eventi culturali e conferito la benemerenza “Istria Terra amata”. Nel primo Raduno abbiamo altresì inaugurato nel Sacrario italiano del Cimitero della Marina a Pola il calco della targa bronzea del monumento ai 96 naufraghi del regio esploratore “Cesare Rossarol” e visitato le Comunità degli italiani di Valle e Dignano. Nel secondo, d’intesa con l’Unione italiana e FederEsuli, abbiamo compiuto un Percorso della memoria e della riconciliazione in omaggio alle Vittime italiane degli opposti totalitarismi in Istria e co-promosso un convegno internazionale di studio sull’opera dell’illustre archeologo Mario Mirabella Roberti. Nel giugno 2013 è programmato il nostro terzo Raduno a Pola, ricco di iniziative come i precedenti".
"Sempre in collaborazione con i nostri concittadini d’oltreconfine e con le autorità diplomatiche della Repubblica italiana in Croazia, - ricorda Benco - abbiamo ogni anno commemorato a Pola le Vittime della strage di Vergarolla (18 agosto 1946), e celebrato la festività dei Defunti (2 novembre), nel riconoscimento dovuto alle Vittime dei diversi schieramenti in cui la città si è trovata divisa durante il terribile ‘900. In quest’ultima occasione, in accordo con la Comunità degli italiani di Sissano. Abbiamo anche reso omaggio al neo-ristrutturato monumento ai naufraghi del “Rossarol”, presso Lisignano.Abbiamo inoltre promosso o aderito a ulteriori. Occasioni di incontro e condivisione tra polesani esuli e “rimasti”. Segnalo in particolare che una nostra rappresentanza ha presenziato alle cerimonie dello scorso 17 settembre in cui l’Associazione dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti di Pola, per la prima volta, hanno portato una corona anche al cippo che ricorda i nostri concittadini periti nell’esplosione di Vergarolla".
"Intendiamo continuare su tale cammino di riappacificazione insieme ai nostri connazionali tuttora residenti a Pola, compiendo di volta in volta sempre nuovi e concreti passi avanti", assicura Benco che aggiunge: "siamo, infatti, convinti che solo così la nostra comunità potrà avere un futuro e che solo così a Pola potrà restare una traccia della plurimillenaria italianità autoctona".
In quest’ottica, "il mancato rifinanziamento della Legge 72/2001 (interventi a tutela del patrimonio storico e culturale delle comunità e degli esuli italiani dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia) toglierebbe ossigeno al nostro lavoro, che si fonda sul volontariato e sui contributi dei soci, tenuti assieme da quel collante associativo che è il nostro organo di stampa, “L’Arena di Pola”. Il contestuale mancato rifinanziamento della Legge 73/2001 (interventi a favore della minoranza italiana in Slovenia e Croazia) creerebbe difficoltà ancora più gravi ai nostri interlocutori, i quali devono garantire il costoso funzionamento di asili, scuole, istituzioni, sedi e di imprescindibili importanti attività culturali".
"Comprendendo la necessità di effettuare tagli nei più svariati settori del bilancio statale, - aggiunge Benco – auspichiamo che i fondi per ambo le leggi non vengano cancellati ma, se non proprio riconfermati, tutt’al più ridimensionati in modo razionale e oggettivo. Siamo disposti a ulteriori sacrifici per il bene della Patria, ma le nostre file si vanno inesorabilmente assottigliando con il trascorrere del tempo, mentre i nostri connazionali residenti necessitano di un sostegno economico da parte della Nazione Madre che sia congruo alla gran mole di funzioni svolte per conservare la fiammella dell’italianità".
"Una brutale cancellazione dei finanziamenti, già ridotti rispetto al passato, - conclude Benco – potrebbe compromettere in modo irreparabile il proficuo lavoro compiuto finora da ambo le parti. Grati di quanto potrà fare nel comune interesse dell’Italia, Le porgiamo i nostri più deferenti saluti". (aise)

 

701 - La Voce del Popolo 03/11/12 A Pola e Fiume cerimonie di commemorazione dei defunti, omaggio alle vittime e ai caduti
A Pola e Fiume cerimonie di commemorazione dei defunti, alla presenza del console generale Cianfarani
Omaggio alle vittime e ai caduti
POLA – Come da tradizione ormai consolidata, il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, il vicesindaco di Pola, Fabrizio Radin, il presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin, il sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, Argeo Benco e il direttore del periodico “L’Arena di Pola”, Silvio Mazzaroli, ieri – giornata dedicata ai defunti – si sono riuniti all’ossario dei caduti italiani del cimitero della Marina Militare di Stoia, dove hanno reso omaggio alle vittime delle due grandi guerre che hanno sconvolto il mondo.
“L’Italia è presente e non ha mai dimenticato i suoi caduti, i nostri fratelli. Ricordarli, anche con piccoli gesti come questo, è nostro dovere”, ha detto il rappresentante della Repubblica d’Italia prima di cedere la parola al vicesindaco, Fabrizio Radin, il quale ha dichiarato che – tra civili e militari di tutti gli eserciti – sono migliaia i morti sepolti a Pola. “È nostro obbligo ricordarli”, ha proseguito, condannando i vandali o meglio i ladri che già due volte hanno rubato dal cimitero della Marina Militare la targa in memoria dei naufraghi del Rossarol, cacciatorpediniere italiano affondato nelle acque di Lisignano il 18 novembre 1918, e altre targhe in bronzo dedicate alle vittime delle due guerre. Targhe che la Città ha prontamente sostituito.
Reso omaggio ai caduti, Mazzaroli, direttore de “L’Arena di Pola”, nonché consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio, ha voluto ringraziare l’amministrazione municipale polese per aver, finalmente, intitolato alle vittime di Vergarolla il parco adiacente alla Cattedrale. A tale proposito, Mazzaroli ha chiesto in via ufficiosa che sul cippo di Vergarolla vengano riportati anche i nomi e le date di nascita e morte delle 64 vittime riconosciute. “I nomi certificano la trascorsa italianità di Pola, mentre l’età è la testimonianza della loro assoluta innocenza. L’età media delle vittime, tra le quali numerosi minorenni, raggiunge a malapena i trent’anni”, ha proseguito Mazzaroli, che ha sottolineato come il Libero Comune di Pola in Esilio “abbia fatto molto in questi ultimi anni per ricucire lo strappo tra esuli e rimasti o residenti”.
“Abbiamo intrapreso un percorso lungo il quale dobbiamo proseguire”, ha concluso l’esponente degli esuli, che ha poi invitato i presenti a recarsi sulla tomba di Nazario Sauro, patriota militare italiano, tenente di vascello della Regia Marina nel primo conflitto mondiale ed esponente dell’irredentismo italiano, giustiziato per alto tradimento dall’Austria-Ungheria.

Il console Renato Cianfarani e la delegazione di polesani rimasti ed esuli si sono trasferiti successivamente al cimitero cittadino dove hanno posato una corona di fiori sulla tomba della famiglia Sacconi, in cui sono sepolti i corpi di 24 vittime di Vergarolla. Un doveroso omaggio è stato reso anche a Riccardo Bombig, tenente dei bersaglieri caduto eroicamente, a Dorigo Fortunato, Antonio Sincich e Mario Zanetti, tre consiglieri comunali di Pola deportati e deceduti nei campi di concentramento austriaci. Infine, dopo l’omaggio ai defunti reso dal coro della “Lino Mariani”, un’ultima corona di fiori è stata posta ai piedi del monumento dedicato ai caduti nella lotta armata contro il nazifascismo.
In mattinata, il console generale d’Italia a Fiume ha assistito alla santa messa celebrata nella Cattedrale polese da Don Desiderio (Željko) Staver.
FIUME Anche a Fiume, in linea con la tradizione, nel pomeriggio è stato reso omaggio ai defunti. Intensa l’emozione di fiumani, esuli e rimasti, per l’appuntamento di fede che ogni anno li vede raccolti nella giornata dei defunti nella cripta della chiesa di San Romualdo e Ognissanti di Cosala. Molti gli intervenuti in questo luogo di rimembranza e culto per la Santa Messa in italiano officiata da don Giuseppe Vosilla, che ha rivolto una preghiera a tutti i defunti fiumani le cui tombe si trovano sparse nel mondo come pure a quelli che riposano nel cimitero di Cosala. A rendere ancora più toccante la cerimonia è stato il Coro Fedeli Fiumani guidato da Lucia Scrobogna Malner, che ha eseguito canti liturgici. Unitamente ai fiumani, a partecipare alla funzione è stato il console generale d’Italia, Renato Cianfarani, accompagnato dalla delegazione del Consolato. Presenti pure i rappresentanti del Libero Comune di Fiume in esilio, con il presidente Guido Brazzoduro, la delegazione della Comunità degli Italiani di Fiume guidata dalla presidente Agnese Superina e la presidente del Consiglio litoraneo-montano della CNI, Orietta Marot. La celebrazione religiosa si è confermata, dunque, un appuntamento che unisce ancor di più gli esuli e i rimasti. Al termine della funzione i fiumani si sono raccolti per la benedizione dinanzi al cippo che si trova a lato della cripta, dedicato a tutti “i fiumani di ogni fede e razza scomparsi in pace e in guerra”. La delegazione del Consolato, accompagnata da numerosi connazionali, di seguito ha deposto una corona di fiori dinanzi al monumento dei granatieri che si trova nel cimitero.
Marko Mrđenović e Viviana Car

 

702 - Messaggero Veneto 08/11/12 Udine - Vittime delle Foibe, targa rovinata
Vittime delle Foibe, targa rovinata
L'episodio a Udine. L’associazione Venezia Giulia e Dalmazia: uno sfregio alla nostra memoria
UDINE. E’ stato inaugurato nel giugno del 2010 il monumento dedicato alle Vittime delle Foibe, in via Bertaldia. E venerdì scorso, giornata dedicata ai Defunti, quanti hanno partecipato alla cerimonia che si è svolta accanto al cippo commemorativo hanno notato che la targa era stata vistosamente graffiata, in particolare in corrispondenza delle croci.
Per questo atto vandalico i rappresentanti dell’associazione Venezia Giulia e Dalmazia hanno avuto dure parole di condanna: «Come ogni anno, anche qualche giorno fa in occasione del 2 novembre ci siamo recati al monumento di via Bertaldia dove c’è un monumento che ricorda le vittime della Foibe. Si tratta di un masso in pietra carsica su cui è stata posta una targa con scritto “A perpetuo ricordo delle vittime delle Foibe e delle altre tragiche vicende in Istria, Fiume e Dalmazia durante la seconda guerra mondiale. I fratelli esuli in Friuli. Associazione nazionale Veenzia Giulia e Dalmazia in Udine” Vederla tutta rovinata, a soli due anni dall’inaugurazione, per noi è stato un brutto colpo. Vogliamo dunque esprimere tutta la nostra amarezza e il nostro disgusto per un oltraggio che offende la nostra religione e la nostra memoria».

 

703 - CDM Arcipelago Adriatico 07/11/2012 - Dal 16 al 18 novembre il Congresso nazionale ANVGD a Gorizia
Dal 16 al 18 novembre il Congresso nazionale ANVGD a Gorizia
Prenderà il via venerdì 16 novembre alle ore 15.30, presso l’Auditorium di Via Roma a Gorizia, il Congresso dell’ANVGD che chiude un periodo di transizione, tra la precedente presidenza di Lucio Toth e la nomina a marzo di Rodolfo Ziberna a presidente incaricato a traghettare l’ANVGD al suo Congresso elettorale 2012.

All’inaugurazione parteciperanno numerose personalità politiche della regione FVG, ospiti e naturalmente i delegati dei Comitati di tutta Italia.

Il Congresso inizierà con la nomina delle cariche congressuali, per proseguire con la relazione del Presidente nazionale dell’Associazione e il saluto delle Autorità. Si entrerà poi nel vivo dell’iter statutario che prevede la modifiche al suo testo, la relazione del Delegato all’Amministrazione, la ratifica dei rendiconti economici consuntivi/preventivi dell’ultimo triennio già approvati dal Consiglio nazionale, la nomina dei tre titolari e due supplenti del Collegio dei Revisori dei Conti, il dibattito e le elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale.
Saranno momenti intensi che impegneranno i delegati fino a domenica.

 

704 - La Voce del Popolo 03/11/2012 Fiume: Quell'aquila (non più) scomoda
La «decapitazione» 93 anni fa
Quell’aquila (non più) scomoda
FIUME – Scomoda a due regimi totalitari. Per quello fascista era troppo “asburgica”; per quello comunista invece era di matrice “antislava” e troppo “borghese”. Parliamo dell’aquila bicipite, il plurisecolare simbolo di Fiume, che dalla Torre civica scrutava torvamente l’Oriente. Il maestoso volatile era stato posizionato per la prima volta sulla struttura della torre il 1.mo luglio del 1906 su iniziativa delle donne fiumane, in occasione della festa di San Vito, patrono della città.
Il 4 novembre del 1919, due giovani legionari, Guglielmo Barbieri e Alberto Tappari, privarono l’aquila fiumana di una delle due teste. A novantatré anni di distanza ricordiamo lo scempio cui fu sottoposto all’epoca, ma anche in seguito, il simbolo per antonomasia del particolarismo fiumano. Vediamo che cosa ne scrissero i giornali locali.
Una testa di troppo
Il quotidiano “La Vedetta d’Italia” del 6 novembre 1919, titolando “Una testa di meno”, ripercorre i fatti che spinsero i due legionari di Gabriele D’Annunzio a decapitare una testa dell’aquila. Il rapace a due teste rievocava troppo il simbolo del potere asburgico. Un’aquila con una testa sola, secondo gli Arditi, rimandava invece all’Italia, rispettivamente alla Roma imperiale.
“È nota la proposta – scriveva il giornalista de “La Vedetta” –, messa ai voti dal Comandante al cospetto dell’immensa folla di elettori convenuti al Teatro Verdi, di tagliare una delle due teste che l’aquila bicipite, sullo stemma fiumano, ostenta con fastidiosa burbanza austriaca. La proposta fu accolta, allora con una selva unanime di applausi accompagnati da un coro di approvazioni. Da quel giorno molti dei nostri giovani, passando sotto la Torre civica, guardavano in su, verso l’aquila bicipite che sovrasta ad ali spianate il culmine della Torre, e dicevano scherzosamente: ‘Saria ora de meterla a posto e farla diventar romana, quell’aquila austriaca!’”. “Senonché a semplificare la testa bicipite e fare dell’apparenza austriaca un simbolo puramente e semplicemente romano, occorreva il benestare delle autorità comunali, o un deciso sì del Consiglio Nazionale. Due giovani impazienti, stanchi di attender un’autorizzazione qualunque, vollero ieri procedere di ‘motu proprio’ alla decapitazione: e arrampicatisi sino all’aquila – col rischio di precipitare giù ad ogni istante – si diedero pieni di ardore a segare il collo a una delle due teste. Naturalmente una gran folla di cittadini si radunò tosto sul Corso a guardare incantata, lassù, verso i due temerari che lavoravano proprio di lena. La testa finalmente si staccò e sul tronco fu rizzato il tricolore italiano, che sventolò tra gli applausi degli spettatori. Noi riteniamo che l’aquila tutta intera doveva venir levata di là, e sostituita, con maggior senso di opportunità con un’aquila romana”.
Una mutilazione che si poteva evitare
Il cronista della “Vedetta” ritenne di dover interpretare l’opinione pubblica in questo modo: “Si poteva evitare l’inutile mutilazione di un monumento il quale, comunque si voglia considerarlo, rappresenta pur sempre un ricordo storico che andava collocato nel Museo Civico e là… lasciato in pace tra gli altri polverosi cimeli di un’epoca che fu”. Aggiungendo: “Tuttavia, si è ancora in tempo a rimediare, incollando la testa recisa sul tronco e contentando l’altra testa, che un pochino ha l’aria di reclamare la compagna assente. Qualcuno, infatti, osservava stamani che l’aquila, così com’è ora, sembra zoppa e come inclinata a guardare in giù, ha una fisionomia di bestia inquieta, insomma. Attendiamo provvedimenti”.

Successivamente, l’aquila venne definitivamente fatta a pezzi dai comunisti di Tito nel 1949. In quell’occasione, la “Difesa Adriatica” (periodico degli esuli) del 26 marzo 1949, riportava, sotto il titolo di “In frantumi l’aquila della Torre Civica di Fiume”, quanto segue: “... due giovinastri furono veduti arrampicarsi, dal tetto di una casa lungo il cornicione della Torre e, con un sistema di corde e di altri sostegni, raggiungere faticosamente lo zoccolo su cui posava l’aquila. Per una buona mezz’ora, gli operai o altro che fossero, si affaticarono a smuovere l’aquila dalla sua base. Ma invano. Quei due primi uomini vennero sostituiti da altri due che recavano un apparecchio con la fiamma ossidrica. Non potendo recuperarla intera, i rappresentanti della civiltà balcanica (sic) se ne impadronivano facendola a pezzi. A ogni pezzo che cadeva rimbalzando sull’asfalto, la folla degli spettatori dava in urli, la folla protestava, molti andavano raccogliendo i frantumi e se li portavano via come reliquie”.

Di recente l’Associazione Stato Libero di Fiume – che si adopera per il recupero e la valorizzazione di storia, cultura, lingua, tradizioni e monumenti della città – ha avviato un’iniziativa volta a far ritornare la statua dell’aquila bicipite sulla Torre Civica. Tuttavia, visto che della versione originale – realizzata dallo scultore Vittorio de Marco, fusa nello stabilimento di Matteo Skull –, non è rimasto nulla, si dovrà procedere alla costruzione di una nuova statua, sicuramente più ridotta rispetto a quella distrutta, che era alta 2 metri e 20, aveva un’apertura alare di 3 metri e pesava 2 tonnellate.
Gianfranco Miksa

 

705 - La Voce di Romagna 03/11/12 Il ponte da Fiume versò la libertà, Antonia Galander è tornata con la famiglia a Lugo e Bagnacavallo
STORIE E PERSONAGGI
ANTONIA GALANDAUER E’ TORNATA CON LA FAMIGLIA A LUGO E BAGNACAVALLO

Il ponte da Fiume verso la libertà
LA TESTIMONIANZA
di Maria Dalla Valle: era il maresciallo Macaccaro ad avvisare mio padre e Vincenzo Tambini delle imminenti retate della Gestapo
Nel 1947 i Galandauer e gli Jakobovitz lasceranno la loro città divenuta jugoslava e nel 1949 si trasferiranno in Israele
Sull’arrivo a Bagnacavallo delle famiglie Galandauer e Jakobovitz, oltre a quella di Elena Galandauer e dei figli Antonia ed Eugenio, esiste la testimonianza di Edda Jakobovitz, rispettivamente nipote e cugina, tradotta dall’ebraico da Elena Kugler (Hanna Weiss), a sua volta cugina, che Tambini aveva sistemato assieme alla madre e alle sorelle a Lugo. Ad avvisare Dalla Valle e Tambini delle imminenti retate nazifasciste era il maresciallo Ezechiele Maccacaro, comandante della stazione dei carabinieri di Bagnacavallo. “Era - racconta la signora Maria - grande amico di mio padre e di Tambini; li legava una fraterna amicizia. A Bagnacavallo la caserma e il palazzo Tambini sono vicinissimi e loro si salutavano dalle finestre. Quando Maccacaro andava a Lugo, si fermava sempre a casa nostra”. Maria racconta sorridendo di essere rimasta colpita da Maccacaro, che pur avendo all’epoca 46 anni, sembrava un ragazzino. “Aveva modi gentili – continua il suo racconto – ed era sempre pronto ad avvisare Tambini e mio padre del pericolo imminente”. Maria conferma il racconto di Eugenio Galandauer, che all’epoca aveva 10 anni, sulla sera in cui Tambini, allertato dal “capo della polizia locale”, si era precipitato ad avvisare i rifugiati della retata che avrebbero fatto i tedeschi l’indomani, organizzando così con Dalla Valle il loro trasferimento. Quella sera, ricorda Maria, il maresciallo era in macchina con altri carabinieri; quel particolare lascia pensare che anche i suoi militari fossero al corrente della catena di solidarietà messa in atto nella zona di Bagnacavallo. “La Ghestapo, questo il racconto di Eugenio Galandauer, aveva mandato un comunicato urgente alla polizia locale, dichiarando di sapere che la zona dava asilo agli ebrei. Accluso al comunicato c’era una lista completa di nomi dei rifugiati e di quelli che davano rifugio. Molto probabilmente quella lista era stata consegnata da un delatore locale”. Grazie all’intervento del maresciallo Maccacaro, i tedeschi non troveranno tracce della presenza dei rifugiati, tanto che il comandante della Gestapo scriverà nel suo rapporto che certamente si era trattato di un falso allarme. Dalla Valle aveva scavato un locale sull’argine del fiume Senio, collegato con un tunnel alla sua casa, dove i fuggitivi, in caso di necessità, avrebbero potuto trovare rifugio. Maria Dalla Valle, anche lei parte attiva dell’organizzazione, ha rischiato più volte la vita girando in mezzo ai tedeschi. “Andavo - racconta - tutti i giorni a fare la spesa in bicicletta. Non sapevo nulla sulla vera identità delle persone assistite da mio padre e da Tambini; ero io a portare a Lugo ogni giorno il latte al convento, erano circa 4/5 litri. In diverse occasioni, di domenica, assieme a Maria Rosa Muratori, nipote di Tambini, andavo al convento per prendere Cecilia, Antonia ed Edda che accompagnavamo per una passeggiata”. Antonia ha anche visitato il convento di Lugo dalle Suore Ancelle del Sacro Cuore di Gesù agonizzante, dove era stata accolta assieme alla sorella Cecilia e alla cugina Edda Jakobovitz, manifestando gratitudine alle religiose per l’ospitalità ricevuta. Ha poi incontrato il sindaco di Bagnacavallo, Laura Rossi, e visitato il “Parco dei Giusti di Bagnacavallo”, inaugurato recentemente. Nel 1989, Eugenio Galandauer era venuto in Italia per conto del Ministero degli Interni di Israele, di cui era funzionario, nell’ambito di un gemellaggio che lo aveva portato a Cotignola; nell’occasione aveva incontrato i suoi benefattori. “Per anni – è il racconto di Eugenio - eravamo in contatto con le due famiglie, i Tambini ed i Dalla Valle. Mia madre scriveva lettere di ringraziamento, anno dopo anno. Anni fa consegnammo la storia di questa meravigliosa salvezza all’Istituto per immortalare la Shoah (lo Yad Vashem, ndr) e loro dettero a queste famiglie l’attestato sulla loro opera (il titolo di Giusti). In tutti quegli anni mi sentivo in debito e volevo visitare e ringraziare personalmente quelle persone che erano state come un faro lucente nell’oscurità che avvolgeva l’Europa in quei torbidi anni della Shoah. A loro il precetto eterno della nostra riconoscenza”. Vincenzo Tambini consegnerà a Eugenio la borsa dei filatteri, appartenuta ai Galandauer: “Non so per quale ragione non sotterrai questa borsa – disse - ma sono sicuro che questa sacra reliquia mi salvò dalle grinfie tedesche. Per tre volte fui arrestato dalla Ghestapo e mi salvai. E’ arrivata l’ora di riconsegnare il pegno. Tambini, piangente, ci dette la borsa. La borsa era lisa, ma riuscii a riconoscere il ricamo di mia madre”. Nella sua testimonianza sul periodo trascorso in collegio, Edda racconta l’emozione nel preparare il Presepio. “Le Suore toglievano dal loro imballaggio molte piccolo statuette ed altri aggeggi e con questi costruivamo un “piccolo mondo”. Questo lavoro accese la mia immaginazione e fu per me come una fonte di luce, di felicità, ricchezza, splendore e colori sulla scena delle giornate grigie. Meno ricco e più imbarazzante fu il pasto del Natale. Le poche educande che non erano uscite in vacanza sedevano con le Suore; il “menù” comprendeva la pasta con sugo di carne di maiale tritata. Un avvenimento molto importante fu quando andammo a vedere uno spettacolo al Convento (Si tratta dell’Istituto Salesiano, non più esistente a Lugo) dove si trovavano mio fratello ed i miei cugini (quest’ultimi erano Eugenio Galandauer e Carlo Berger). Non ricordo lo spettacolo, ma non posso dimenticare la grande emozione nell’incontro breve e rapito”. Arriva il maggio del 1944; muniti di carte d’identità compilate con nomi falsi, e con l’aiuto di Lidia Gelmi Cattaneo, che viveva a Bergano ed era in contatto con Tambini, il gruppo parte in treno per Bologna da dove prosegue per Bergamo, Sondrio e Tirano. Da qui, a piedi, raggiunge la Svizzera, dove i bambini verranno sistemati in un istituto gestito dall’American Joint e gli adulti in campi profughi. A Zurigo il 5 gennaio 1945 nasce Ignazio Galandauer, che poi nel 1970 cadrà in combattimento nella striscia di Gaza. Il 10 settembre 1945 i Galandauer e gli Jakobovitz ritorneranno a Fiume divenuta Rijeka. La vita sotto il regime di Tito era difficile, Giacomo Galandauer verrà anche arrestato dall’Ozna, la polizia politica. Non appena verrà concesso ai cittadini italiani di partire, il 15 maggio 1947 i Galandauer e gli Jakobovitz abbandoneranno la loro città per trasferirsi a Cremona, dove Giacomo Galandauer aveva avviato un’attività commerciale, e nell’aprile del 1949 si imbarcheranno a Venezia sulla motonave “Abbazia” per approdare in Israele. Racconta Antonia che la decisione di trasferirsi in Israele era dovuta anche al clima idoneo alla salute di Eugenio.
Aldo Viroli
Il grande cuore romagnolo
L’incontro con i congiunti di chi l’aveva salvata
Desiderava da tempo rivedere i luoghi dove era stata accolta dal grande cuore romagnolo mentre assieme ai suoi cari cercava di scampare all’arresto e alla deportazione. Così all’inizio di settembre, Antonia Galandauer, accompagnata dalla sua numerosa famiglia, è tornata da Israele, dove vive dal 1949, a Bagnacavallo e a Lugo. Ha incontrato ed abbracciato i congiunti di Antonio Dalla Valle e Vincenzo Tambini, che a rischio della vita avevano organizzato quella grande catena di solidarietà verso la sua e le altre famiglie ebraiche fiumane in fuga verso la salvezza, una vicenda di cui “Storie e personaggi” si sta occupando da anni. Grazie al ritorno in Romagna di Antonia, si è potuto dare con certezza un nome a chi avvisava tempestivamente Tambini e Dalla Valle delle imminenti retate dei tedeschi. Il capo della polizia locale di cui aveva parlato Eugenio Galandauer, fratello di Antonia, era il maresciallo Ezechiele Maccacaro, comandante della stazione dei carabinieri di Bagnacavallo. La conferma viene dalla signora Maria Dalla Valle, figlia di Antonio, all'epoca quindicenne. Quando Antonia le ha mostrato l’album fotografico da lei realizzato con i personaggi coinvolti in quella eccezionale iniziativa umanitaria, dai salvatori ai salvati, lei ha riconosciuto subito Maccacaro, legato da profonda amicizia al padre e a Tambini.

 

706 - Il Piccolo 07/11/12 Istria terra di medici? La storia dice proprio di sì
Istria terra di medici? La storia dice proprio di sì

Gens Adriae promuove una conferenza sulle figure di spicco tra cui eccelle Santorio

La cultura medica che fiorì in Istria nel passato si è sempre distinta per preparazione e una speciale apertura ai diversi influssi che le stesse vicende storiche di questa terra hanno favorito. Ad addentrarsi in questo tema – alle 17.30, nella sala Baroncini delle Generali – saranno Claudio Bevilacqua, storico medico e accademico lancisiano, Euro Ponte, docente di Storia della medicina all’ateneo triestino nonché presidente del Conservatorio di Storia medica giuliana, e Nevio Sfiligoi, medico di Medicina generale e appassionato di medicina orientale. A presentare i relatori Oscar Venturini, presidente dell’associazione Gens Adriae che promuove l’incontro.
Di tre esponenti di rilievo della medicina istriana – di cui va sottolineata anche la fisionomia di fervidi patrioti – parlerà Bevilacqua. I loro nomi? Antonio Felice Giacich (1813-1898), Antonio Grossich (1849-1917) e Mario Blasich, che concluse la sua vita sessantasettenne, a Fiume nel 1945, ucciso dai partigiani.
L’intervento di Euro Ponte sarà invece una rivisitazione a largo raggio, dal 1500 a metà del ’900, dei medici istriani, parte dei quali hanno studiato a Padova – quelli cioé vissuti sotto il dominio della Serenissima -, mentre i medici dell’Istria asburgica studiavano a Vienna, a Graz e in altre città dell’impero, essendo allora la cultura scientifica tedesca con la celebre scuola viennese un luminoso faro.
E in un simile scenario si erge la figura del capodistriano Santorio Santorio, considerato l’iniziatore della medicina moderna. Laureatosi a Padova, nel 1587 su invito del re di Polonia Santorio si recò a Varsavia dove svolse per 14 anni la professione di medico. Tornato in Italia, insegnò Medicina teorica a Padova dal 1611 al 1624. Infine, Nevio Sfiligoi parlerà del sistema ospedaliero in Istria e nel Quarnero, addentrandosi in tre precisi momenti storici: quello dell’impero austro-ungarico, il periodo italiano, e quello allorché la Venezia Giulia venne divisa in Zona A e in Zona B. E concluderà con ricordare alcuni medici istriani che si trasferirono a Trieste.
Grazia Palmisano

 

707 – La Voce del Popolo 03/11/12 Speciale - Il magnifico labirinto delle Incoronate
Speciale
di Mario Schiavato
VEDERE & CONOSCERE UNA PICCOLA CROCIERA ALLA... CORONA GALLEGGIANTE CHE SI ERGE SULL’AZZURRO DEL MARE
Il magnifico labirinto delle Incoronate
La parte croata dell’Adriatico è senza dubbio uno dei mari più articolati del mondo e le isole Incoronate (Kornati) ne sono un tipico esempio perché non c’è un altro arcipelago così intensamente fitto di isole, isolotti, scogli... Su uno spazio di soli 300 chilometri quadrati, con un’area complessiva di soltanto 69, si trova questo magnifico labirinto di circa 150 terre emergenti, che oggi formano appunto il Parco nazionale, proclamato tale il 24 luglio 1980. Kornat con i suoi 32 km² è l’isola più grande, centro principale Vrulje, una quarantina di casette piuttosto malmesse e attualmente abitate soltanto nei brevi periodi estivi.
Qui è interessante notare la cosiddetta Toreta, cioè i resti di una fortificazione che si innalza sopra una parete di 58 metri e che risale al VI secolo, vale a dire al tempo di Bisanzio, attorno alla quale s’estendeva un piccolo abitato liburnico. Ai suoi piedi, nel cosiddetto campo di Tarac, c’è la chiesetta di Santa Maria edificata nel XV sec. sulle rovine di una basilica paleocristiana. Per estensione, la seconda isola è quella di Žut (15 km²), la quale, per appartenenza, è divisa nientemeno che tra quasi trecento abitanti di Murter, famiglie di ex pastori ed ex pescatori.
I «rimasugli» del Creatore
Secondo una leggenda popolare, che naturalmente non ha niente a che vedere con la geomorfologia, le Incoronate sarebbero state formate dai rimasugli di pietrame che erano rimasti e che il Creatore stanco sparpagliò dopo aver creato la Terra. I geologi tuttavia asseriscono che in effetti non si tratta altro che di una parte del prolungamento della catena dinarica, il che è soprattutto evidenziato dalla direzione (nordovest-sudest) delle isole, prolungamento che si è staccato dalla costa originaria soltanto negli ultimi 25 mila anni e soprattutto in seguito all’innalzamento del livello del mare (circa 96 metri nell’Adriatico) dovuto allo scioglimento dei ghiacci.
Il territorio emergente è formato da rocce calcaree e qui infatti si possono evidenziare tutti i fenomeni carsici: crepacci, fenditure, massi, doline e dolinette, grotte e ogni forma di abrasione e di corrosione delle rocce. Ma certamente una delle particolarità delle isole Incoronate sono le colorate pareti a picco sul mare, soprattutto nella parte sud dell’arcipelago, le quali spesso raggiungono anche i 100 metri di altezza mentre la Metlina con i suoi 237 metri è l’isola più alta e più scoscesa. Il nome di Incoronate deriva certamente da queste pareti che, viste da lontano, sembrano proprio una corona galleggiante che si erge sull’azzurro del mare.
I pastori di Murter
I patrizi di Zara, dopo aver tenuto queste isole in affitto per molti anni, nel Seicento le avevano acquistate dai Veneziani per mandarci a vivere i contadini e i pastori di Murter i quali a loro volta ne diventarono i padroni segnando altresì le loro spesso non vaste proprietà con gli interminabili muri a secco. La desertificazione comunque è solo un fatto di cielo e di tempo: nel corso dei secoli gli incendi (i pastori li provocavano per rinnovare l’erba dei pascoli e di recente, com’è noto, uno ha anche provocato diverse vittime umane), le piogge qui spesso violente hanno dilavato l’intero arcipelago e i venti a loro volta ne hanno soffiato via molta della terra, così oggi il mare può esaltarne l’isolamento e la quasi tragica bellezza.
Gli interminabili muretti a secco
Certamente, lo abbiamo già detto, la caratteristica principale dell’intero arcipelago e che tante volte ai visitatori toglie davvero il fiato, sono i chilometri e chilometri di muretti a secco che sono stati eretti – immaginiamo con quale fatica! – dai proprietari dei pascoli per impedire il passaggio degli ovini da una proprietà all’altra. Soltanto sull’isola principale la loro lunghezza assomma ad oltre 70 chilometri!
La flora e la fauna delle isole hanno ben 346 specie determinate e 295 sottospecie. Secondo gli esperti del ramo l’intero territorio sarebbe ben protetto. Ma fino a quando, aggiungiamo noi, visto il continuo aumento dei visitatori e il conseguente rilascio d’immondizie che nessuno pensa a togliere?
A proposito della flora, sono interessanti le note di un biologo fiumano, il noto Giuseppe Host, che quale membro di una Commissione Aulica austriaca effettuò un lungo viaggio botanico nell’Istria e nella Dalmazia (1801-1802) e che a proposito delle Incoronate annota:
“Andai a visitare qualche isola ove la quantità delle pecore, che ivi restano estate ed inverno, consumano quasi tutte le piante”. Quindi aggiunge la lunga lista di quelle endemiche raccolte e conclude: “Anche nelle altre isole di certo vi si dovrebbero trovare molte piante rare. Io non potei visitarle perché senza viveri e senza abitanti, non potendo ritornare, o per vento contrario o burrascoso, vi si dovrebbe morire di fame, se non si è fatta prima provvigione per più giorni. Siccome quelle Isole sono disabitate, così nulla vi si trova per un pur misero sostentamento dell’uomo. Per questo la sera stessa, per fortuna con vento favorevole, felicemente ritornammo a Vergada, donde dopo la mezzanotte partimmo per Zara”.
Le montagne di immondizie
Siamo partiti dall’isola di Iž, posta tra Ugljan e l’Isola Lunga (Dugi Otok), con il vecchio guzo di barba Ive. A bordo della piccola barca c’era proprio tutto l’occorrente per stare via un paio di giorni. Oltre ai viveri, una tanica di vino e alcune di nafta, c’erano quindi, ben sistemati in una cassetta, togne, parangal, sacaleva... Poi, allineate sui pajoi una voliga, ‘na fiocina rusinida, ‘na gafa; a poppa anche una lampara, no’ se sa mai... come ci disse barba Ive quando ci allungò una mano per aiutarci nell’imbarco.
E ridacchiò anche, nel vederci come eravamo bene impaludati. Compresi i sacchi a pelo negli zaini, si doveva pur pernottare da qualche parte in quella “crociera” da tanto sognata e mai prima realizzata... Il guzo partì tossicchiando, si fece posto tra le troppe e troppo lustre imbarcazioni dei turisti che alla sera avevano cenato in paese, acquistato bottiglie d’acqua e di vino, pernottato in rada e, naturalmente, scaricato le solite montagne di immondizie.
Le guardie all’inseguimento...
Il mare era leggermente mosso, disseminato di miriadi di luccicanti riflessi e di fitte bianchissime crestine. Sembrava animato dalla nostra stessa agitazione. Ma barba Ive era tranquillo. Noi guardavamo le isole che si alternavano finché uscimmo verso l’Isola Lunga e il paese di Sali e alla fine, dopo Čuška e Mala Proversa, infilammo lo stretto passaggio che ci avrebbe portato nella baia di Telaščica, compresa nel Parco nazionale delle Inoronate e già stracolma di imbarcazioni varie, non per niente è uno dei punti più panoramici dell’intero complesso. Fu a questo punto che barba Ive si indignò e cominciò anche a bestemmiare perché una barca delle guardie del parco cominciò rapida a inseguirci per farci pagare il biglietto d’ingresso.
- Io? Io che sono nato in questo mare! – cominciò a gridare –, io dovrei pagare il biglietto? Munjeni, vi ste baš munjeni... Poi una volta che i due tali si affiancarono, salirono a bordo cercando se per caso avevamo pescato qualche pesce, dovette cedere. Pagammo noi. E non tanto poco!
Poi ci lasciarono andare, ma trovare un po’ di posto per approdare a Telaščica fu davvero impossibile. Per poterci spingere su per il sentiero della pineta e andare ad ammirare le alte muraglie affacciate sul mare – panorama strappafiato! – dovemmo passare da una barca all’altra. Calmammo barba Ive con una birra che portammo a bordo al ritorno, acquistata in uno dei tanti improvvisati baretti a un prezzo da hotel a cinque stelle!
Le «gocce di latte» nel cielo
Continuammo subito. Spesso il nostro barcariol, senza badare troppo alle raccomandazioni dei guardaparco si fermava in qualche ansa, lì dove gli isolotti talvolta si aprivano a un fazzoletto di pini o di olivi, o magari dove c’era una casetta con un rustico moletto per attraccare, gettava la togna mentre noi facevamo il bagno in quell’acqua spesso troppo salata e con la maschera esploravamo il fondo ricco di un mondo ittico veramente incredibile.
Quella sera raggiungemmo Piškera. Scendemmo a mangiar qualcosa in una specie di osteria coi soliti prezzi a cinque stelle e poi barba Ive raggiunse un’ansa tranquilla e deserta che forse solo lui conosceva, ci fece scendere con i nostri zaini e così potemmo trovare un bel pino sotto al quale passare la notte. Un cielo immenso, pieno di stelle, mai viste tante!, comprese quelle della Via Lattea che, secondo una leggenda zaratina, sarebbero nient’altro che gocce di latte che caddero dal seno della Madonna mentre stava allattando Gesù.
Dall’alto di Piškera...
Il nostro vecio barcariol invece, gettato il parangal, s’addormentò disteso sui pajoi. Ma il mattino dopo ci mostrò una bella sfilza di pesci quando fummo svegliati dallo sgraziato, stridulo, penetrante verso di un gabbiano che, a due passi dalla riva, era intento a smangiucchiarsi una seppia più grande di lui.
Poi ci avviammo su verso l’alto, assestando con grande attenzione i piedi, passo dopo passo, sulle spigolose pietre disseminate su ampie distese di salvia appena fiorita. Dall’alto di Piškera potemmo, emozionati, ammirare l’intero arcipelago, vasto, aspro, fantastico. Il vento a tratti sembrava volerci dare delle spinte per precipitarci nel vuoto. Verso sud le isole via via diventavano sempre più piccole e assumevano delle forme tondeggianti, più regolari, apparivano come calotte bianche dall’aspetto lunare riaffioranti da un mare blu.
Neanche barba Ive, che tra loro aveva bordisado una vita, conosceva tutti i loro nomi. E ce ne sono anche di ridiculi come ad esempio Culo di Femmina (Babina Guzica), Puttana Grande e Puttana Piccola (Kurba Vela i Kurba Mala) le quali, quest’ultime, sulle vecchie carte austriache apparivano col nome di Curbabella!
Le «sciabolate» del faro
Dopo quattro giorni di vagabondaggi sul mare nonché salite e discese per il pietrame, e tre notti passate sotto le stelle, prendemmo la rotta del ritorno. Ma non riuscimmo a vedere le sciabolate del faro di Sestrice che ricordano ai naviganti di starsene lontani. Barba Ive volle passare per i canali interni. Ritto con il timone tra le gambe, ci indicava le pareti a picco finché alla fine approdammo tra l’isola e la scogliera di Skanji, in quello straccetto di pineta dove sorge la chiesetta di Nostra Signora di Piškera risalente al 1560 e dove, una volta all’anno, arrivano tutti gli ex residenti.
Nel 1931 erano 310. Negli anni ‘70 del secolo scorso solo sei. Oggi? Chissà... Ci sono troppi edifici, molti tirati su alla buona, i quali, nonostante tutti i divieti, sorgono per accontentare le migliaia di turisti che con i loro lussuosi yacht arrivano per cenare e quindi pernottare nella baia. I quali pagano, certo che pagano, ma lasciano anche montagne di immondizie che nessuno si preoccupa di asportare... Perché mai qui non arrivano gli intransigenti guardiaparco?

 

708 – La Voce del Popolo 05/11/12
Cultura - I Gravisi, secoli di impegno e cultura nella penisola e nell'«Atene» dell'Istria
NEL BICENTARIO DELLA MORTE DI GIROLAMO, UN CONVEGNO A CAPODISTRIA FARÀ LUCE SUL RUOLO DEL CASATO

I Gravisi, secoli di impegno e cultura nella penisola e nell’«Atene» dell’Istria
CAPODISTRIA – Un personaggio assai interessante, dotto e istruito, di ampie vedute e interessi, un umanista vero, che metteva le sue vaste cognizioni a disposizione degli altri. Ricorre quest’anno il bicentenario della morte del marchese Girolamo Gravisi (Capodistria, 15 giugno 1720 – 31 marzo 1812), figura centrale nella storia capodistriana del XVIII secolo, una delle maggiori personalità dell’età dei Lumi e della stagione delle accademie nella nostra regione, oltre che stretto collaboratore del cugino Gian Rinaldo Carli. La ricorrenza offre lo spunto per una riflessione storica sulla famiglia Gravisi, gli impegni da essa svolti sia in città sia nel resto della penisola istriana, nonché sui ruoli esercitati per conto della Repubblica di Venezia.

È partendo da questi presupposti che la Società di Studi storici e geografici di Pirano ha pensato di promuovere una due giorni di studio, di carattere interdisciplinare, dedicata all’argomento, con approfondimenti concernenti il casato e i singoli personaggi che si sono distinti nei campi più diversi, dai tempi antichi sino alla contemporaneità, senza trascurare il panorama storico dell’epoca, andando ad analizzare e presentare i momenti e i fenomeni più significativi. Il convegno scientifico internazionale “I Gravisi. Ruolo, impegno e cultura di un casato capodistriano attraverso i secoli”, si terrà nella sede della Comunità degli Italiani “Santorio Santorio” di Capodistria, appunto a Palazzo Gravisi, il 30 novembre – 1.mo dicembre. Significativi i patrocini scientifici, le collaborazioni e i sostegni a quest’inziativa dell’associazione diretta dall’instancabile e validissimo Kristjan Knez: c’è il coinvolgimento dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fumano-dalmata di Trieste (IRCI), c’è il patrocinio scientifico dell’Università del Litorale – Facoltà di Studi Umanistici, Dipartimento di Italianistica di Capodistria, del Centro di Ricerche storiche di Rovigno...
Un ritratto a tutto tondo
Nel corso dell’incontro gli organizzatori si sono prefissi di affrontare i seguenti argomenti: l’origine della famiglia; il casato capodistriano; i rapporti di parentado; il feudo del Marchesato di Pietrapelosa; le proprietà nel contado di Capodistria; i beni immobili in città e nel circondario; uomini d’arme, funzionari e uomini di cultura durante il dominio della Repubblica di Venezia; il ruolo svolto nell’ambito delle accademie; il contributo dato allo sviluppo civile e culturale di Capodistria. Un capitolo sarà incentrato sul Girolamo Gravisi, erudito e illuminato, in cui verrà fatta luce sullo studioso, il promotore di iniziative culturali, il suo ruolo nell’Accademia dei Risorti, il rapporto e la collaborazione con Gian Rinaldo Carli, i contatti con gli uomini di cultura del suo tempo. Non mancheranno accenni sugli studiosi di storia patria tra Otto e Novecento, nonché sulle vicende novecentesche e l’esilio della famiglia..

Nel corso del convegno prenderanno la parola relatori provenienti dalla Slovenia, dalla Croazia e dall’Italia, in rappresentanza di università (Capodistria, Trieste, Venezia), biblioteche, istituti e società di ricerca nonché di altre istituzioni, che proporranno innumerevoli contributi relativi alla famiglia in questione e al contesto storico, evidenziando gli intensi scambi di varia natura tra l’Istria, Venezia e l’area veneta nonché le altre regioni italiane. Ad oggi si annoverano diciotto adesioni di studiosi, tra questi diversi giovani connazionali.
Tanti studiosi, diversi connazionali
L’incontro si aprirà venerdì 30 novembre alle ore 9.15, con gli indirizzi di saluto, cui seguirà la prima parte, dal titolo “Il casato” (presiede Veronica Toso, Università Ca’ Foscari, Venezia), e gli interventi di: Fulvio Salimbeni (Università di Udine), Da Gian Rinaldo Carli a Bernardo Benussi: erudizione e storia patria in Istria tra illuminismo e irredentismo; Marino Bonifacio (Società di Studi storici e geografici, Pirano), Origini storiche dei nobili Gravìsi di Pirano e Capodistria; Gaetano Benčić (Società di Studi storici e geografici, Pirano), Pietrapelosa: da castello patriarchino a feudo dei Gravisi.

I lavori riprenderanno dopo una pausa caffè, con tema Girolamo Gravisi, le accademie e la cultura del suo tempo (presiede Salvator Žitko, Società storica del Litorale, Capodistria), e le relazioni di Isabella Flego (Comunità degli Italiani “Santorio Santorio”, Capodistria/Accademia dei Risorti, Capodistria), Girolamo Gravisi: tesori di un precursore silenzioso; Veronica Toso (Università Ca’ Foscari, Venezia), Cultura ed erudizione a Venezia e in Istria nella Repubblica delle lettere; Antonio Trampus (Università Ca’ Foscari, Venezia), Accademie, istituzioni e virtù civica. Girolamo Gravisi, Gianrinaldo Carli e l’Accademia dei Risorti.
Una figura poliedrica
Seguirà nel pomeriggio-serata, la parte incentrata su Girolamo Gravisi: figura poliedrica del Settecento istriano (presiede Antonio Trampus, Università Ca’ Foscari, Venezia), e i contributi di: Gino Bandelli (Università di Trieste), Girolamo Gravisi e l’antiquaria istriana nel secolo XVIII; Luana Giurgevich (Centro Interuniversitário de História das Ciências e da Tecnologia (CIUHCT) – Faculdade de Ciências – Universidade de Lisboa/Società di studi storici e geografici, Pirano), Londra-Padova-Capodistria: Alberto Fortis e il ritrovamento dell’iscrizione di Cissa; Ivan Marković (Biblioteca centrale “Srečko Vilhar”, Capodistria), Girolamo Gravisi “bibliotecario”: la Libreria Pubblica di Capodistria 1760-1806; Giorgio Federico Siboni (Società Storica Lombarda, Milano), “Alla Magnifica Città di Capodistria”. Scambi culturali fra Luigi Bossi, Gian Rinaldo Carli e Girolamo Gravisi; Nives Zudič Antonič (Università del Litorale, Capodistria), Girolamo Gravisi e la questione della lingua.

La mattinata di sabato 1.mo dicembre sarà imperniata sul retaggio di una famiglia (presiede Isabella Flego, Comunità degli Italiani “Santorio Santorio”, Capodistria/Accademia dei Risorti, Capodistria), con i saggi di: Zdenka Bonin-Deborah Rogoznica (Archivio regionale di Capodistria), Il fondo della casata Gravisi custodito nell’Archivio regionale di Capodistria; Salvator Žitko (Società storica del Litorale, Capodistria), L’antica decorazione pittorica dello scalone del palazzo dei marchesi Gravisi-Barbabianca e il contesto storico; Marina Paoletić (Società di Studi storici e geografici, Pirano), La perduta villa Gravisi-Barbabianca a San Tomà e l’architetto Gabriel Le Terrier de Manetot; Denis Visintin (Museo civico, Pisino), Le ultime vicende feudali del Feudo di Pietrapelosa.
Approccio interdisciplinare
Un altro segmento di cui si discuterà al convegno capodistriano è L’Ottocento e il Novecento: figure e vicende storiche (presiede Fulvio Salimbeni, Università di Udine). Ne parleranno: Kristjan Knez (Società di Studi storici e geografici, Pirano), con Anteo Gravisi: erudito, studioso di storia patria e redattore de “La Provincia dell’Istria”; Rino Cigui (Centro di Ricerche storiche, Rovigno/Società di studi storici e geografici, Pirano), con Pio Gravisi e le misure profilattiche contro il colera a Capodistria negli anni 1883-84; Michele Grison (Società di Studi storici e geografici, Pirano), con Il professor dottor Giannandrea de Gravisi Barbabianca (Capodistria 1880-Trieste 1960). Chiuderà, in modo più che appropriato, Alessandra Argenti Tremul (Centro di Ricerche storiche, Rovigno), con Gli ultimi giorni della famiglia Gravisi a Capodistria.
Ilaria Rocchi

 

709 - Il Piccolo 08/11/12 Il friulano D'Andrea, maestro dimenticato del Simbolismo che incantò il dalmata Bracco
Il friulano D’Andrea, maestro dimenticato del Simbolismo che incantò il dalmata Bracco
Una mostra al Museo della città di Milano rende omaggio al pittore di Rauscedo i cui quadri vennero acquistti in blocco dall’imprenditore, nonno di Diana

DOVE E QUANDO

ARTE - RISCOPERTA
Arianna Boria
L’esposizione celebra i settant’anni della morte dell’artista e gli ottantacinque dalla fondazione del Gruppo farmaceutico

Negli anni ’30, la malattia, la non adesione al fascismo e il cambiamento nei gusti determinarono il progressivo disinteresse della critica e un ingiusto oblio

La collezione è sempre rimasta di proprietà della famiglia. Il percorso è arricchito da prestiti del Museo del ’900, del Mart di Rovereto, della galleria Ricci Oddi di Piacenza
L’esposizione “Angiolo D’Andrea. La riscoperta di un maestro tra Simbolismo e Novecento”, a palazzo Morando Attendolo Bolognini di Milano (in via Sant’Andrea 6), è visitabile dall’8 novembre al 17 febbraio 2013, a ingresso gratuito. Gli orari vanno da martedì a domenica, 9-13, 14-17.30, lunedì chiuso. Il catalogo è pubblicato da Skira, che contribuisce a produzione e organizzazione della mostra, con saggi di Luciano Caramel, curatore dell’allestimento, di Kevin McManus e Stefano Aloisi. Il sito internet è www.mostraangiolodandrea.it. di Arianna Boria Milano rende omaggio ad Angiolo D’Andrea, protagonista friulano del Simbolismo, da anni a torto dimenticato. E lo fa con un’ampia mostra che si apre oggi al Museo della città di palazzo Morando, centocinquanta opere tra dipinti, disegni e decorazioni architettoniche che provengono in gran parte dalle collezioni di una stessa famiglia, quella della triestina Diana Bracco, presidente e amministratore delegato dell’omonimo gruppo, numero due di Confindustria e presidente di Expo 2015. «Il titolo dell’esposizione, “Angiolo D’Andrea. La riscoperta di un maestro tra Simbolismo e Novecento”, può sembrare ambizioso, o addirittura velleitario», spiega il curatore Luciano Caramel. Soprattutto perchè l’artista è poco più che un nome al di fuori della sua terra d’origine, il Friuli, dove nacque, a Rauscedo in provincia di Pordenone nel 1880, per tornare a morirvi, malato e ormai fuori dal giro, nel novembre 1942. Eppure proprio in Lombardia, e a Milano, D’Andrea, che era pittore ma aperto all’integrazione delle arti e attento in particolare all’architettura, svolse tutta la sua attività, lontano dalle luci della ribalta, schivo e introverso, ma non per questo meno incisivo nei fermenti artistici di quegli anni. La decisione di dedicargli una prima retrospettiva nasce dal recente recupero del fondo di dipinti di proprietà della famiglia e della Fondazione Bracco, sostenitore dell’iniziativa insieme al Comune di Milano e a Skira Editore. Una collezione originata da una storia toccante, che prende le mosse da quando Angiolo D’Andrea, ormai malato, fu costretto a ritornare a Rauscedo, lasciando nel suo studio di via Macedonio Melloni a Milano, un cospicuo numero di lavori. Le opere vennero catalogate dall’amico scultore Riccardo Fontana, che si occupò di trovare un collezionista disposto ad acquistare i quadri in blocco, sia per non disperdere il testamento artistico di Angiolo sia per dare una mano economica ai familiari. L’acquirente venne individuato: era l’industriale farmaceutico Elio Bracco, dalmata di Lussino e imprenditore tra Trieste e Milano, che visitò lo studio a due giorni dalla morte di D’Andrea e rimase colpito, e più che mai convinto, dal valore dell’artista friulano, accettando così di concludere la transazione e di mantenere unito un nucleo rilevante di lavori. «È al nonno che si deve il “salvataggio” della produzione di D’Andrea - dice Diana Bracco - un’operazione cui avrebbe dovuto far seguito un evento espositivo per divulgare un’opera poco conosciuta. È quanto emerge da una lettera datata 12 settembre 1947 destinata a un erede del maestro, che abbiamo ritrovato con non poca emozione. “Tutti i quadri del povero Angelo D’Andrea - scriveva nonno Elio - sono stati salvati e sono sempre in mio possesso. Mi riprometto il prossimo anno di fare una mostra postuma a Milano, dopo che avrò preparato un catalogo generale di tutte le sue opere. Se avrò bisogno di qualche informazione, vi scriverò perchè, come ebbi a dirvi a tuo tempo, è mio desiderio che rifulga l’opera di questo grande maestro”». Nei primi quarant’anni del ’900, infatti, D’Andrea aveva ricevuto lusinghieri riconoscimenti di critica e di mercato, soprattutto a Milano, aveva esposto nella prestigiosa Galleria Pesaro e in altre sedi importanti. E a Milano aveva realizzato anche alcuni pregevoli interventi architettonici, come le decorazioni di palazzo Berri Meregalli in via Cappuccini e i mosaici del bar “Camparino” in galleria Vittorio Emanuele, tra il 1922 e il 1925, che evidenziano l’evoluzione di mezzi e stili avvenuta nel decennio trascorso. Elio Bracco non potè mai realizzare la mostra su D’Andrea. Negli anni del dopoguerra dovette concentrarsi sulla ricostruzione dell’azienda e quel desiderio rimase tale. Alla sua morte, avvenuta a Roma, i quadri vennero portati a Milano, custoditi nel patrimonio della famiglia. Oggi, Diana e la sorella Gemma, con i cugini Rossella ed Elio Filippo Bracco, organizzano questa mostra per dar rilievo a un duplice anniversario: i settant’anni dalla morte del pittore e gli ottantacinque dalla nascita del Gruppo Bracco. «Ci è sembrata un’iniziativa particolarmente significativa - sottolinea Diana Bracco - e in un certo senso “dovuta”: sia nei confronti di nostro nonno e del suo impegno in veste di imprenditore e mecenate, sia nei confronti di Angiolo D’Andrea, un artista italiano che merita di essere riscoperto in tutto il suo valore». Oltre alle opere della famiglia, in mostra ci sono dipinti provenienti dal Museo di Milano, dal Museo del ’900, dalla Galleria d’arte moderna Ricci Oddi di Piacenza e otto disegni dal Mart di Rovereto. Il percorso segue l’ordine cronologico delle opere e propone l’esperienza di D’Andrea come disegnatore, illustratore e autore di pitture nell’architettura, dagli esordi fino al 1938 (molto interessanti le illustrazioni per la rivista Arte italiana decorativa e industriale diretta da Camillo Boito), poi i disegni e gli acquerelli di luoghi storici milanesi, le tavole dedicate all’architettura e i cartoni eseguiti per le vetrate di chiesa e sala dei benefattori dell’ospedale di Niguarda. Sfilano quindi le tele dominate da allegorie e simboli, il ciclo dedicato al sacro (dove spicca la grande “Gratia Plena” del ’22, con cui vinse la Biennale di Venezia), i dipinti incentrati sulla spiritualità immanente alla natura, la contemplazione dei paesaggi, il ciclo sui combattimenti della grande guerra, che visse in prima persona. Ma perchè Angiolo D’Andrea cadde nel dimenticatoio? Le ipotesi sono varie e si addensano sugli anni Trenta quando, forse già sofferente, allentò i contatti con gli ambienti artistici. Pare non avesse grandi simpatie per il regime, come attesta l’unica partecipazione, e con un’unica tela, alla Quarta mostra regionale del sindacato fascista, nel 1933. Forse, semplicemente, i gusti del pubblico stavano cambiando, entrando nel ’900 maturo, e il “colorista audace ed eccezionale”, come lo definisce Stefano Aloisi nell’unico saggio sull’artista, non incontrava più. Alla sua morte, la critica lo aveva già da tempo disertato e, in seguito, quasi nulla, e tutto in ambito locale, contribuisce a custodirne nome e carriera. Fino alla mostra di Milano, che lo stesso curatore Caramel definisce un “risarcimento”.

 

710 - La Voce in più Storia e Ricerca 03/11/12
Libri - Aldo Moro, l'Italia e i Balcani «scacco matto» a esuli e rimasti
LIBRI Momenti e problemi della politica estera italiana 1963 - 1978
Aldo Moro, l’Italia e i Balcani «scacco matto» a esuli e rimasti
Come anticipa il titolo, il saggio storico “Aldo Moro. L’Italia repubbli­cana e i Balcani” (Besa Editrice, Lecce, 2012), curato da Italo Gar- zia, Luciano Monzali e Massimo Bucarelli, affronta la questione del rapporto della politica estera italiana - durante i governi pre­sieduti da Aldo Moro - nei con­fronti dei Paesi balcanici. Il ri­dimensionamento della sua pre­senza sulla sponda dell’Adriatico orientale, successivo alla sconfit­ta militare nella Seconda guerra mondiale, fu per l’Italia un duro colpo, che tuttavia riuscì a non far pesare tanto, in termini di politica estera. Infatti, la volontà italiana di tenere ben saldi i rapporti con i Paesi balcanici e con l’altra spon­da del mare Adriatico, la si può notare all’interno di scelte politi­che ben definite, figlie di quella precisa idea (dialogo, pace, sicu­rezza ed autonomia, nda) che la Democrazia Cristiana morotea possedeva.
Staccarsi dal bipolarismo
Nonostante la presenza di regi­mi illiberali nella regione, Roma s’impegnò fortemente nel man­tenimento di una precisa linea di condotta. Vedere nei Balcani e so­prattutto nel leader del blocco dei non allineati, un’opportunità di autonomia fuori dai due blocchi, fu ciò che la Dc di Aldo Moro ten­tò di realizzare. Staccarsi da posi­zioni bipolari, sempre garanten­do un’alleanza atlantica nella sua massima importanza, e proponen­do un modello di politica estera non dissimile - almeno nelle in­tenzioni - da quello dell’Ostpo­litik tedesca, furono esattamente parti del dibattito cui si poteva as­sistere all’interno della Democra­zia Cristiana degli anni Sessanta e primi Settanta.
Il libro si snoda attraverso il rapporto pluridecennale che Aldo Moro ebbe con il più grande par­tito cattolico europeo di sempre, e ricostruisce le logiche morotee nei riguardi soprattutto della po­litica estera. Il tutto costruito sul­la base dei pilastri democristiani
dell’epoca, concetti come rispet­to dell’alleanza atlantica, costru­zione della sicurezza nazionale, autonomia all’interno del bipo­larismo, prudenza nell’esposizio­ne.
in questo modo il raggio d’azione di un’Italia volta alla multilatera­lità. Senza compromettere il rap­porto con la Nato, Moro cercò una sponda a Oriente per giungere a quel ruolo che, secondo lui stesso,
Unici spazi di manovra ma con scarsi risultati
Gli spazi di manovra italiana che Moro, sia da presidente del Consiglio sia da ministro degli Esteri, cercò di sfruttare al massi­mo furono quelli allora del rappor­to con i Balcani. Questo inizial­mente suggerì un’esponenziale crescita del sospetto da parte degli Usa, potenza che guardava a Est con timore. L’idea di Moro non fu quella di superare, valicare l’alle­anza atlantica, bensì di allargare
l’Italia avrebbe dovuto recitare nel bipolarismo della Guerra Fredda.
Un ruolo della mediazione tra i blocchi, cercando alleati nei Balcani: è ciò che avrebbe volu­to realizzare Moro. I risultati fu­rono tuttavia scarsi. Sotto diver­si punti di vista. Cercando quel ruolo internazionale e, contem­poraneamente allargando le ma­glie della Democrazia Cristiana a quel centro-sinistra tanto ago­gnato - cosa che Moro credeva essere fondamentale nel raffor­zamento dello Stato - porterà a
un allentamento dei vincoli im­posti dai blocchi.

Risolta la questione confini
Moro non fu in grado, all’epo­ca, di pensare a ciò che sareb­be avvenuto di lì a qualche anno. Non potè immaginare l’avvita­mento dell’Unione Sovietica, non fu in grado di prevedere lo sgreto­lamento della Repubblica Federa­tiva Jugoslava, non riuscì ad ipo­tizzare, in linea generale, il crollo del sistema social-comunista.
Osimo fu uno dei risultati. Per decenni la questione dei confini era rimasta irrisolta, probabilmen­te perché serviva a logiche parti­tiche e propagandistiche, perché il tutto doveva rimanere aperto a bacini di voto. Il 10 novembre del 1975 il governo Moro mise la parola fine alla questione. Maria­no Rumor, prima degli scandali politici di qualche anno più tardi, chiuse le speranze - poche ormai, e costruite sulle promesse politi­che - degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Furono apportate alcu­ne piccole modifiche ai confini (la zona del monte Sabotino), la fase della distensione era ormai pronta a diffondersi.

Diversi interrogativi irrisolti
L’allentamento dei vincoli ai blocchi lo porterà a immaginare il governo di solidarietà naziona­le, ad aprire le porte a un Partito Comunista Italiano sempre più di­stante da Mosca (ma non finanzia­riamente, visto che gli ultimi dol­lari arriveranno verso il 1980) e con un’Italia alle prese con il mo­mento forse di più ampia parteci­pazione popolare e di autonomia politica, figlio per reazione del­le stagioni violente del terrorismo brigatista, delle stragi neofasciste e delle bombe contro lo Stato.
Ciò che il libro si prefigge non è tanto il dare delle risposte, ben­sì riformulare quesiti per creare un vero e proprio dibattito sulla poli­tica estera della Democrazia Cri­stiana morotea. La politica este­ra di Aldo Moro nei confronti dei Balcani fu una politica estera di tutto rispetto? O fu politica mino­re? Può essere considerata come Ostpolitik italiana la volontà di co­operare con gli Stati dell’area adria­tico - balcanica? Furono rapporti solamente di buon vicinato quel­li con Jugoslavia, Romania, Alba­nia, Bulgaria o alla base ci fu l’dea che il dialogo potessero portare alla pace e alla sicurezza - e quindi a un progressivo disgelo - di un’area particolarmente strategica per il bi­polarismo?
Nicolò Giraldi
Gli autori
Italo Garzia è ordinario di Storia delle Relazioni In­ternazionali presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Uni­versità degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Fra le sue ope­re ricordiamo: “La Questio­ne Romana durante la Prima guerra mondiale” (Edizioni scientifiche italiane, Napoli, 1981), “Il negoziato diploma­tico per i Patti Lateranensi” (Giuffrè, Milano, 1974), “Pio XII e l’Italia nella Seconda guerra mondiale” (Morcellia­na, Brescia, 1988), “L’Italia e le origini della Società del­le Nazioni” (Bonacci, Roma, 1995).
Luciano Monzali è pro­fessore associato di Storia delle Relazioni Internaziona­li presso la Facoltà di Scien­ze Politiche dell’Universi­tà degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Fra i suoi lavori più recenti rileviamo:“Italiani di Dalmazia 1914-1924” (Le Lettere, Firenze, 2007), “Il sogno dell’egemonia. L’Ita­lia, la questione jugoslava e l’Europa centrale 1918-1941” (Le Lettere, Firenze, 2010) e “Mario Toscano e la politica estera italiana nell’era ato­mica” (Le Lettere, Firenze 2011).
Massimo Bucarelli è dot­tore di ricerca di Storia delle Relazioni Internazionali e do­cente di Storia dell’America presso l’Università di Roma LUMSA e di Storia della Po­litica Estera Italiana pres­so l’Università degli Studi di Parma. È autore di: “Mus­solini e la Jugoslavia. 1922­1939” (Graphis Bari 2006), “La questione jugoslava nel­la politica estera dell’Italia repubblicana. 1945-1999” (Aracne, Roma 2008).

 

711 - La Voce del Popolo 09/11/12 Pola - Nello Milotti, rivivono ricordi ed emozioni
Un Concerto di galà chiuderà sabato prossimo la prima edizione delle Giornate dedicate al Maestro
Nello Milotti, rivivono ricordi ed emozioni

Omaggio dovuto al compositore istriano, pedagogo e direttore d'orchestra e di cori
POLA – Quest’anno ricorre l’85.esimo anniversario della nascita di Nello Milotti, autentico, unico, inimitabile e insigne compositore istriano, pedagogo e direttore d’orchestra e di cori, scomparso nel 2011 all’età di 84 anni. L’immagine indelebile del Maestro, uno dei compositori più fecondi che la nostra regione abbia mai avuto, è ancora impressa nella memoria di chiunque abbia lavorato o semplicemente conosciuto Nello Milotti, la cui musica ha contribuito a mantenere vivo il modo di essere della nostra comunità.
AMPIO SOSTEGNO AL PROGETTO Da mesi un gruppo di entusiasti composto da artisti, poeti, giornalisti e musicisti collabora con le istituzioni, sia cittadine sia regionali, a un nuovo progetto dedicato interamente al Maestro, intitolato Giornate di Nello Milotti. Il primo di una lunga serie di appuntamenti si è tenuto ieri alla Biblioteca civica di Pola, dove è stata inaugurata la mostra di tutti i riconoscimenti e i premi assegnati a Milotti, “Ricordi emersi nel garage” e la proiezione (la prima in assoluto) del documentario “Il nostro concittadino Nello Milotti”.
L’AULA MAGNA DELLA «JURAJ DOBRILA», SEDE «NATURALE» PER L’EVENTO Il momento clou dell’intero programma sarà senz’altro il Concerto di gala in onore del Maestro, sabato sera con inizio alle 19, organizzato dal Comitato di quartiere di Grega, dall’Ateneo polese, dalla Biblioteca civica e dalla Cattedra del Sabor ciacavo per la musica (Katedra Čakavskog sabora za glazbu) di Cittanova, in collaborazione con “Arena International”, l’Unione Italiana, l’Università Popolare di Trieste. L’appuntamento di sabato, l’ultimo delle “Giornate di Nello Milotti”, è stato presentato ieri da Tatiana Šverko, direttrice artistica del Concerto, dalla musicologa Orietta Šverko, dal rettore dell’Università “Juraj Dobrila”, Robert Matijašić, e da Deni Mišović, presidente del Comitato di quartiere di Grega, da cui è partita l’iniziativa di organizzare le Giornate di Nello Milotti. “Il concerto non poteva che tenersi nel nostro Ateneo, dove il Maestro ha insegnato per lunghi anni”, ha commentato Matijašić.
PROMOZIONE DI ALCUNE TRA LE PIÙ BELLE PAGINE DEL NOSTRO PATRIMONIO MUSICALE Tatiana Šverko, oltre a ricordare che i laboratori musicali di “Arena International” sono stati creati con l’obiettivo di promuovere il ricco repertorio musicale istro-veneto e non solo dell’Istria, ha annunciato che a esibirsi alla “Juraj Dobrila” non saranno, come consuetudine, i frequentanti dei corsi, ma i maestri. Per l’occasione proporranno al pubblico le più belle pagine della musica cameristica di Milotti, tra cui “Lo scherzo” e “La campana solitaria”, brani mai eseguiti finora dai musicisti di “Arena International”.
ARTISTI PROVENIENTI DALL’ITALIA, DALLA SLOVENIA E DAL TERRITORIO Tra gli artisti cui è stato affidato il compito di eseguire le musiche del compositore istriano vi sono docenti delle Università di Lubiana, Maribor e Pola nonché delle Scuole di musica di Zagabria, Fiume, Pola, Parenzo, Isola e Trieste. Sarà così possibile ascoltare Tadej Kenig, Samanta Stell, il soprano Eleonora Matijašić, Dubravka Jančić, Žarko Ignjatović ed Elda Krajcar Percan e Tatiana Šverko. Nel corso della sera si avvicenderanno sul palco dell’Aula magna “Tone Peruško” il Trio di fiati (flauto, oboe e clarinetto) composto da Anamarija Brhanić, Neđžad Karabdić e Branko Škara con il brano “Trio”. Toccherà poi a Dubravka Jančić e Tatiana Šverko eseguire al violoncello e al pianoforte “Duo concertante”. Žarko Ignjatović alla chitarra proporrà invece il brano “Concerto in modo istriano”.
CHIUSURA CON L’ORCHESTRA DA CAMERA E IL QUARTETTO DI FIATI DI «ARENA INTERNATIONAL» Al flauto e al pianoforte, Samanta Stell e Tatiana Šverko eseguiranno “Lo Scherzo” e “Perle d’Ocrida”, mentre ad Edo Krajcar Percan il compito di suonare al pianoforte “Pod Čićarijom”. Il soprano Eleonora Matijašić e Tadej Kenig (clarinetto), accompagnati al pianoforte da Tatiana Šverko, eseguiranno successivamente “Campana solitaria” e “Fantasia”. L’onore di chiudere la serata spetterà all’Orchestra da camera e al quartetto di fiati di “Arena International”, che proporranno al pubblico la “Primorska poema”. (mm)
Libiamo ne’ lieti calici e un rosè con l’effigie del Maestro
POLA – Inaugurata martedì sera alla Biblioteca civica e sala di lettura di Pola la mostra intitolata “Ricordi emersi nel garage”, che rientra nella prima edizione delle Giornate di Milotti: un omaggio dunque a questo “ultimo vero classico nella ricca catena istriana di musicisti e compositori”, com’è stato definito all’appuntamento dovuto alla Città di Pola, all’Università degli studi “Juraj Dobrila”, alla Biblioteca civica e alla sala di lettura di Pola, nonché alla Cattedra del Sabor ciacavo per la musica di Cittanova. All’apertura dell’esposizione – in pratica una piccolissima e allo stesso tempo preziosa parte degli innumerevoli premi, riconoscimenti, targhe, fotografie, spartiti ed altri frammenti del compositore, musicista e dirigente – sono intervenuti Ivana Paula Gortan-Carlin, che ha curato la mostra, Nela Načinović, direttrice della Biblioteca civica, Zdravko Macura, vicino di casa e grande amico del compositore, lo scrittore Danijel Načinović, nonché Deni Mišanović, a capo del Comitato di quartiere di Grega, nel quale Milotti (nato a Trieste nel 1927 e scomparso a Pola nel marzo dello scorso anno) è vissuto. “Questa esposizione rappresenta solamente una minima parte di tutti i riconoscimenti, nazionali e internazionali, che questo musicista e compositore poliedrico ha ottenuto nel corso della lunga e ricchissima carriera”, ha precisato la Gortan-Calin, che nella circostanza non ha mancato di ringraziare la consorte di Nello Milotti, Kitti, purtroppo assente all’evento causa malattia. “Voglio sperare che queste Giornate continuino, con l’obiettivo finale di pubblicare una monografia”, ha detto ancora la curatrice. Tantissimi i campi in cui si è cimentatto il Maestro: ha composto musica per bambini, marce partigiane, brani per cori (tra l’altro per lunghissimi anni ha seguito quelli della “Lino Mariani” e “Matko Brajša Rašan” di Pola, nonché le “Roženice” di Pisino), brani classici, di musica leggera e quant’altro. La sua musica è particolare, in quanto ha saputo “amalgamare”, ovvero trovare una “lingua in comune” tra la melodia italiana e quella di queste terre. “Oltre agli spartiti che si trovano nel suo garage, che a modo suo è un vero e proprio museo, gran parte degli stessi il Maestro li ha donati all’Archivio di Stato a Pisino, nonché alla Televisione nazionale croata”, ha concluso la Gortan-Calin. Particolarmente emotivo è stato l’intervento di Zdravko Macura, tra l’altro amico... di garage di Milotti. Illustrando la vita del compositore, dalla giovane età quando si è associato alle file dei partigiani sino alla scomparsa, Macura si è soffermato su numerosi aneddoti, ovvero sui colloqui tra i due con un buon bicchiere di vino. Infine, Danijel Načinović ha recitato una poesia appunto sul nettare di Bacco, con la quale è stato presentato il vino rosè “Perusic”, che porta l’etichetta con la figura del compositore. (fp)

 

712 - Il Piccolo 04/11/12 Londra stoppa la Croazia in Europa
Londra stoppa la Croazia in Europa
Il Parlamento britannico dà man forte alla Germania: «Zagabria impreparata». E un monito arriva anche dalla Clinton
di Mauro Manzin
TRIESTE. Dopo la Germania della Merkel ora ci si mette pure la Gran Bretagna di Cameron a infilare il bastone fra le ruote all’adesione della Croazia all’Ue. Londra infatti non ratificherà il Trattato di adesione di Zagabria se prima la speciale commissione di controllo della Commissione Ue non dichiarerà che la Croazia ha pienamente assolto a tutti i parametri chiesti dall’Europa per il suo ingresso. La ritrosia emerge chiaramente in un verbale della Camera dei comuni pubblicato dal quotidiano Vecernji List. In esso si legge che secondo i deputati britannici la Croazia non rispetta pienamente i parametri Ue e, per ora, non è pronta ad aderire ai Ventisette. Secondo il ministro per gli Affari comunitari britannico, David Lidington Zagabria non starebbe neppure offrendo piena collaborazione al Tribunale internazionale dell’Aja visto che non ha consegnato mai ai giudici internazionali i richiesti documenti militari relativi all’operazione Tempesta per la quale è stato condannato il generale croato Ante Gotovina. Ma c’è di più. Il Parlamento di Sua Maestà ritiene che l’attuale processo a carico dell’ex premier, Ivo Sanader altro non è se non la fotocopia di quello a carico di Yulia Timoshenko in Ucraina e lo bolla come una sorta di specchietto per le allodole che serve a far credere che il Paese è impegnato seriamente alla lotta contro la corruzione quando, in verità, non lo è affatto.
Giudizi pesantissimi quelli levatisi dal Parlamento londinese che però non sono riusciti a smuovere il governo croato come quelli, altrettanto pesanti, mossi dal segretario di Stato americano Hillary Clinton in visita a Zagabria. La Lady di ferro statunitense ha anche lei ribadito che la Croazia deve accelerare le riforme se vuole essere accolta nell’Ue nel luglio del 2013. Infatti subito dopo la partenza della Clinton da Zagabria, il governo Milanovi„ ha immediatamente attivato un’azione strategica per adeguarsi alle richieste europee. Il premier è stato categorico: i singoli ministeri devono portare a termine il tutto entro la fine del 2012. Ma non sarà un percorse nè facile, nè rettilineo. Tra i punti (dieci in tutto) che la Croazia deve ancora assolvere c’è ad esempio la riforma del codice penale laddove si obbliga anche il prete a informare l’autorità giudiziaria se in confessionale viene a sapere fatti penalmente perseguibili. E sia sa quanto la Croazia sia legata alla Chiesa cattolica. E c’è poi da trasformare l’assunzione di modiche quantità di droga da reato amministrativo a reato penale. E l’opposizione ha già preannunciato battaglia.

 

713 - L'Arena Verona 01/11/12 Lettere - Amare considerazioni
Amare considerazioni
Questa è una lettera aperta al segretario federale della Lega Nord Roberto Maroni, al presi­dente della Regione Friuli Ve­nezia Giulia e al presidente della Regione Veneto.
«Facciamo seguito alla pri­ma conferenza regionale sulla «tutela della minoranza slove­na in Friuli», realizzata a Gori­zia sabato 13 ottobre, per esporre solo alcune nostre amare considerazioni e rifles­sioni. Purtroppo, siamo abi­tuati (come esuli giuliano-dal­mati e come cittadini italiani) alle vostre scelte infelici e inop­portune, in particolare in que­sti anni difficilissimi anche per l’Italia, dove il governo Monti (almeno riconosciamo, alla Lega Nord, la giusta e cor­retta opposizione) continua imperterrito a dissanguare ed a impoverire gli italiani e tutta l’Italia. Ci chiediamo a che prò, il governatore del Friuli Renzo Tondo si è prodigato con tanto impegno e sollecitu­dine per chiedere, con capar- biainsistenza, al governo Mon­ti il trasferimento di euro 4.834.072 (dico oltre 4 milio­ni) per la minoranza slovena locale? Tondo, ha avuto forse il buon senso ed il rispetto di tutti noi esuli (ma Bossi, non dichiarò che anche le nostre terre perdute fanno parte del­la «Padania»?) di chiedere al­la Slovenia la restituzione di qualche nostro bene naziona­lizzato a suo tempo dal comu­nista jugoslavo Tito, poi passa­to di «proprietà» della stessa Slovenia? Non ci risulta, vor­remmo essere smentiti, e non ci risulta che il governatore del Friuli, si impegni così, con tanta passione e abnegazione, anche per le nostre istanze, sempre disattese.
E che dire anche dell’ex gover­natore del Veneto Giancarlo Galan, che ha emanato una legge regionale con la quale fi­nanziava generosamente (con miliardi di euro di tutti gli ita­liani!) e che tale incredibile e geniale trovata continua con il leghista Luca Zaia, a finanzia­re dei restauri di palazzi co­struiti dalla Repubblica di Ve­nezia in Istria e in Dalmazia senza alcun ritorno né per gli esuli giuliano-dalmati né per gli italiani né per l’Italia, Ma, allora per chi?
Non comprendiamo come l’Italia, con i leghisti in partico­lare, si prodighi ad «assiste­re» generosamente gli sloveni e croati, con elargizioni di no­tevoli fondi di tutto il popolo italiano, senza nessuna condi­zione senza nessuna contro- partita, mentre aumenta lami­seria, la disoccupazione meif- tre non ci sono finanziamenti per i restauri del nostro im­menso patrimonio artistico, oltre a quelli terremotati. Ancora una volta gli esuli giu­liano-dalmati, sono stati, da questa classe politica: traditi, umiliati e vilipesi».
Romano Cramer
Segretario dei Movimento nazionale Istria- Fiume - Dalmazia - MILANO

 

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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