N. 852 – 17 Novembre 2012
Sommario


714 - Il Piccolo 13/11/12 Salvi i fondi per gli esuli e i "rimasti" (Mauro Manzin)
715 – La Voce del Popolo 14.11.2012 Fondi CNI, apprezzamento bipartisan (Christiana Babić)
716 - Avvenire 15/11/12 La protesta - "Foibe, irrispettoso fissare il voto proprio nel giorno del Ricordo"
717 - Il Piccolo 17/11/12 Gorizia: Congresso dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia riapre al dialogo, cadono i veti fra esuli istriani e "rimasti" (Marco Bisiach)
718 - CDM Arcipelago Adriatico 13/11/12 Congresso Anvgd: la necessità della svolta, Rodolfo Ziberna: un momento che ci impegna a fondo (Rosanna Turcinovich Giuricin)
719 - Il Piccolo 10/11/12 Gli studenti veneti sbarcano a Lesina e preparano il restauro del centro storico (a.m.)
720 – La Voce del popolo 12/11/12 Valle - Staffan de Mistura in visita alla CNI
721 – La Voce del Popolo 12/11/12 Asilo di Zara, Rina Villani: «Lasciate fare a me»
722 - Il Piccolo 15/11/12 Trieste: Istria "senza frontiere", patto tra sindaci (Furio Baldassi)
723 - Il Piccolo 12/11/12 Il teologo Rebic: «Bertone dietro al caso di Daila» (p.r.)
724 - La Voce in più Dalmazia 10/11/12 Libri - A colloquio con Guido Rumici: Il grande mosaico storico della componente dalmata italiana (Rosanna Turcinovich Giuricin)
725 – La Voce del popolo 10/11/12 Speciale - Portole, la triste rovina di un paese (Mario Schiavato)
726 - Il Piccolo 14/11/12 Lettere - La fine di un sogno (Fedele Giuliani Superina)
727 - Corriere della Sera Mezzogiorno Bari 08/11/12 Croazia: periferia d’Europa, guarda l'Europa in attesa del 1 luglio 2013 (Alessandro Leogrande)
728 - Il Piccolo 17/11/12 L’Aja assolve Gotovina Tripudio in Croazia (Mauro Manzin)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

714 - Il Piccolo 13/11/12 Salvi i fondi per gli esuli e i "rimasti" (Mauro Manzin)
Salvi i fondi per gli esuli e i “rimasti”
Un emendamento ripristina 2,3 milioni per le associazioni di istriani, fiumani e dalmati e 3,5 milioni per la minoranza
di Mauro Manzin
TRIESTE. Tanto tuonò che non piovve. Ieri il Parlamento italiano ha ripristinato i fondi per finanziare le associazioni degli esuli e la minoranza italiana in Slovenia e in Croazia. «Agli esuli e alla minoranza italiana in Istria sono state riconosciute risorse fondamentali per il proseguimento delle attività, e questo è un fatto positivo», afferma il deputato del Pd Ettore Rosato, informando da Roma che «i relatori di maggioranza hanno mantenuto l’impegno assunto e hanno presentato un emendamento con cui si riassegnano 2,3 milioni di euro per le attività delle associazioni degli esuli e 3,5 milioni di euro alla minoranza italiana in Slovenia e Croazia».
Secondo Rosato «dopo le gravi incertezze generate dal primo dispositivo della legge di stabilità, questo emendamento fa seguito a un tenace lavoro svolto dal Parlamento e rende effettive le apprezzabili aperture che erano state manifestate dal ministro degli Esteri Giulio Terzi. Il voto della Commissione questo (ieri ndr.) pomeriggio – conclude - sancisce lo scioglimento del nodo». «È una questione di giustizia storica e sociale per la quale la Lega Nord si è battuta con grande convinzione», affermano i deputati della Lega Massimiliano Fedriga, Massimo Bitonci e Roberto Simonetti, impegnati in Commissione Bilancio sulla Legge di stabilità.
«La sinergia tra Parlamento e Governo ha portato i frutti sperati - ha detto invece l’eurodeputato del Pd Debora Serracchiani, evidenziando che «oltre all'opera fondamentale dei nostri parlamentari, anche il ministro Terzi ha fatto la sua parte, mettendo a disposizione le sue poste di bilancio». «Dopo un intenso lavoro l’obiettivo è stato raggiunto», afferma invece un visibilmente soddisfatto Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’Unione italiana. «Una decisione - precisa - che ha un significato politico. Il rifinanziamento, rassicura la nostra comunità e gli esuli sul permanere dell’interesse strategico dell’Italia per questa realtà. Di ciò siamo grati al Ministero degli esteri e al ministro Terzi che sappiamo si è tanto impegnato, al Quirinale che ha perorato la causa e ovviamente ai deputati delle forze politiche che l’hanno formalizzato in Parlamento».
«Quanto avvenuto in questi giorni - dichiara ancora Tremul - testimonia ancora una volta la necessità dell’approvazione della Legge di interesse permanente per gli italiani in Croazia e Slovenia e a questo punto ci attendiamo una risposta concreta dal nuovo Parlamento che uscirà dalle elezioni della prossima primavera». «Mi auguro - conclude - che si possa risolvere anche la questione legata ai finanziamenti a favore della minoranza slovena in Italia». «È estrema soddisfazione - commenta invece il presidente della Federazione degli esuli Renzo Codarin - sapere che in una situazione economica di questo genere il Parlamento tutto, assieme al governo e al Ministero degli esteri ha rispettato gli impegni». Si chiude così una vicenda che rischiava di afossare l’opera sociale e culturale di esuli e rimasti, black-out che sarebbe stato un colpo mortale per il ricordo di fatti storici dolorosi per molto tempo dimenticati dalla storiografia ufficiale e per la sopravvivenza dell’unica minoranza italiana autoctona fuori dai confini nazionali.

 

715 – La Voce del Popolo 14.11.2012 Fondi CNI, apprezzamento bipartisan
LE LEGGE DI STABILITÀ SARÀ IN DISCUSSIONE ALLA CAMERA GIOVEDÌ. TRE LE FIDUCIE
Fondi CNI, apprezzamento bipartisan
FIUME – La Legge di Stabilità sarà in aula della Camera giovedì, per la discussione generale; seguiranno, mercoledì 21 novembre, tre voti di fiducia, mentre il voto finale è in agenda il giorno seguente, giovedì 22. È quanto stabilito ieri dalla Conferenza dei capigruppo di Montecitorio.
È slittato così, a causa del prolungarsi dei lavori della commissione Bilancio, l’inizio dell’esame del provvedimento in aula – in un primo momento il dibattito plenario era previsto per oggi –, che si concluderà in settimana.
RELATORI E GOVERNO Un’agenda dei lavori alla quale guardano con fiducia sia gli appartenenti alla Comunità Nazionale Italiana sia gli esuli giuliano-dalmati alla luce del fatto che lunedì la commissione Bilancio ha approvato un emendamento alla Legge di Stabilità che reintroduce i fondi inizialmente azzerati alle attività della CNI in Slovenia e Croazia e alle associazioni degli esuli. I fondi: 2,3 milioni di euro agli esuli e 3,5 alla CNI. Un traguardo raggiunto grazie a un’intensa attività di sensibilizzazione messa in atto dai rappresentanti delle due comunità, che si sono rivolti a tutte le istanze politiche e istituzionali, inclusi il Quirinale e la Farnesina. Ne sono derivate una mobilitazione politica bipartisan e, come si diceva, importanti aperture da parte del ministero degli Esteri, che hanno portato all’approvazione dell’emendamento presentato dai relatori di maggioranza: Renato Brunetta (Pdl) e Pier Paolo Baretta (Pd).
CONTESTO STORICO Particolarmente significativi, emerge da più parti, risultano essere stati il ruolo svolto dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che è intervenuto con tutta la sua autorevolezza e competenza in materia di vicende legate al confine orientale, e l’impegno profuso dal ministro degli Affari esteri, Giulio Terzi, che in più occasioni ha ribadito l’importanza del ruolo delle due comunità. Da ultimo in una recente lettera a Debora Serracchiani, i cui contenuti sono stati diffusi dall’europarlamentare, nella quale Terzi ha scritto di “conoscere bene il contesto storico in cui si collocano le istanze degli esuli istriani, fiumani e dalmati e la situazione della minoranza autoctona italiana, apprezzando il ruolo costruttivo da loro svolto anche nella prospettiva di riavvicinamento delle due sponde dell’Adriatico”. E dopo l’approvazione dell’emendamento Serracchiani commenta: “La sinergia tra Parlamento e governo ha portato i frutti sperati per gli esuli e la minoranza italiana. Oltre all’opera fondamentale dei nostri parlamentari, anche il ministro Terzi ha fatto la sua parte, mettendo a disposizione le sue poste di bilancio”,
SODDISFAZIONE Immediate le reazioni della società civile e della politica. I vertici dell’Unione Italiana, Furio Radin e Maurizio Tremul, ringraziando l’Italia per il rifinanziamento delle leggi 72 e 73 del 2001, hanno detto di “un grande risultato”, e soddisfazione è stata espressa dai parlamentari di praticamente tutte le forze politiche. Per Roberto Menia (Fli) si tratta di “strumenti strategici per la tutela della cultura e dell’identità nazionale sui suoi confini orientali, che dovrebbe anzi essere migliorata e rafforzata”; per Ettore Rosato (Pd) il riconoscimento delle risorse per le attività “è un fatto positivo”, per la Lega il rifinanziamento è “una questione di giustizia storica e sociale”.
L’IMPEGNO DELL’UNIONE ITALIANA Molto soddisfatto dell’esito in commissione Bilancio si è detto Isidoro Gottardo (Pdl). “Esprimo soddisfazione perché alla fine la consapevolezza di tutti che non era neppure immaginabile un disimpegno concreto dell’Italia a sostegno degli esuli e della Comunità italiana in Istria, a Fiume e in Dalmazia si è concretizzata nella riproposizione dei fondi che erano stati tagliati. Per quello che mi riguarda – così Gottardo – desidero ringraziare l’on. Brunetta che anche su mia forte sollecitazione, quale coordinatore regionale del Pdl, si è impegnato a reperire i fondi necessari. Ritengo essenziale per l’Italia l’impegno che sta portando avanti l’Unione Italiana verso la quale – ha concluso – esprimiamo profonda amicizia e solidarietà”.
LA NOTA DI FEDERESULI Dal canto loro le associazioni degli esuli istriani fiumani e dalmati “accolgono con soddisfazione la notizia dell’approvazione in commissione Bilancio della Camera di un emendamento volto ad assicurare la presenza della cultura italiana nelle regioni adriatiche delle Repubbliche di Slovenia, Croazia e Montenegro”. Lo ha scritto in una nota l’on. Lucio Toth, già presidente dell’Anvgd e vicepresidente di FederEsuli. Un ulteriore passo è stato fatto, ma l’iter non è ancora concluso, per cui Toth, a nome di FederEsuli, sottolinea che “le associazioni confidano che l’aula della Camera e il Senato della Repubblica confermino questo orientamento del governo e di tutti i gruppi parlamentari, nel riconoscimento del ruolo insostituibile che gli Italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia, ‘esuli’ e ‘rimasti’, svolgono – insieme alle minoranze slovene e croate in Italia – nella maturazione di una moderna coscienza nazionale e di una politica estera verso l’Europa centrale e sud-orientale con l’obiettivo di un’Europa sempre più unita e solidale”.
Christiana Babić

 

716 - Avvenire 15/11/12 La protesta - "Foibe, irrispettoso fissare il voto proprio nel giorno del Ricordo"
LA PROTESTA

«FOIBE, IRRISPETTOSO FISSARE IL VOTO PROPRIO NEL GIORNO DEL RICORDO»

«Individuare proprio nel IO febbraio la data per le elezioni regionali in Lombardia, Lazio e Molise, denota scarsa attenzione e sensibilità da parte del governo», accusa il "Comitato 10 febbraio",

 

717 - Il Piccolo 17/11/12 Gorizia: Congresso dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia riapre al dialogo, cadono i veti fra esuli istriani e "rimasti"
Cadono i veti fra esuli istriani e “rimasti”
A Gorizia il congresso dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia riapre al dialogo
di Marco Bisiach
GORIZIA Potenziare i contatti e le relazioni con chi è rimasto, dimenticando vecchie divisioni ma tenendo viva la cultura italiana in Istria e Dalmazia.
Questa una delle priorità per l’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, che il presidente uscente Rodolfo Ziberna ha ribadito, aprendo ieri con il suo intervento la tre giorni del 20° Congresso nazionale dell’Anvgd alla presenza di Renzo Codarin. Un congresso che per la terza volta ha scelto Gorizia come sede nell’auditorium di via Roma, dove domenica l’assemblea sarà chiamata ad eleggere il nuovo direttivo nazionale. Ziberna non sarà tra i candidati alla presidenza, per scelta, vista l’impossibilità di dedicarsi all’associazione per questioni professionali, e anche alla consapevolezza che non tutte le sue idee sono pronte per essere accolte.
Perché, in effetti, è una forte ventata di nuovo quella che Ziberna propone per l’Anvgd del futuro. Futuro da contrapporre al passato e alle sue divisioni, in parte cancellate dagli ultimi atti simbolici della politica (come lo storico incontro a Trieste tra i tre presidenti di Italia, Slovenia e Croazia), ma ancora presenti soprattutto nella memoria dei più anziani. Il punto chiave sarà riallacciare i legami con chi è rimasto. «Ci sono delle difficoltà nelle relazioni con alcune comunità di italiani, dovute anche all’oggettiva difficoltà nel dialogo dei primi decenni – spiega -. Ciascuno imputava all’altro una colpa, di essere rimasto o di aver abbandonato l’Istria, Fiume e la Dalmazia. Ma non dobbiamo più ragionare in questi
termini: siamo tutti legati dallo stesso sangue, dalla stessa storia e cultura, dalla stessa drammatica sorte». Ziberna propone di «incontrarsi, dialogare, conoscersi, e organizzare iniziative assieme» e sogna un grande meeting in Istria ideato da tutte le associazioni di esuli in collaborazione con la comunità degli italiani. Auspici di dialogo anche quelli presenti nei saluti delle autorità. Tra queste il sindaco di Gorizia Ettore Romoli:
«Gorizia si sente partecipe di questo appuntamento anche perchè circa il 20% dei suoi abitanti è di origine istriana – spiega -, tassello di una comunità fatta anche di italiani, sloveni e friulani. E proprio da qui, con gli incontri tra l’Anvgd e la comunità slovena, sono partiti negli anni scorsi i primi grandi segnali di superamento dei conflitti del passato».

 

718 - CDM Arcipelago Adriatico 13/11/12 Congresso Anvgd: la necessità della svolta, Rodolfo Ziberna: un momento che ci impegna a fondo
Congresso Anvgd: la necessità della svolta
Rodolfo Ziberna: un momento che ci impegna a fondo
Sarà il Congresso della svolta quello dell’Anvgd in programma dal 16 al 18 novembre a Gorizia. “Ogni Congresso schiude a novità e cambiamenti – afferma il Presidente nazionale Rodolfo Ziberna – ma questo avviene in un momento particolare che ci impegna a fondo”.

A che cosa si riferisce? Alla crisi, ai profondi cambiamenti in atto, alle elezioni ormai alle porte in Italia e nei vicini Paesi di Croazia e Slovenia, al cambiamento generazionale. Temi che peseranno sulle scelte dei delegati che arriveranno da tutta Italia per eleggere il nuovo Presidente e decidere un programma di attività che rispecchi le necessità del momento.

L’ultimo Congresso si svolse a Varese nel 2009. Nel marzo del 2012, il Presidente storico dell’Associazione, l’on. Lucio Toth, rassegnò le dimissioni per ragioni di salute. Da allora, alla guida dell’Anvgd è stato eletto Rodolfo Ziberna con il compito di traghettarla alla 20.ma assise nazionale. L’appuntamento avrà luogo nelle sale dell’Auditorium di Via Roma, nelle immediate vicinanze del Largo Vittime delle Foibe.

“Un Congresso, questo, che – come afferma ancora Ziberna – assumerà un grande rilievo nella pluridecennale storia dell’Anvgd: diversi e tutti importanti gli argomenti che l’incontro affronterà: dall’introduzione di indispensabili modifiche dello Statuto per adeguarlo al tempo e alle esigenze presenti al rafforzamento della presenza dell’Associazione in seno alle istituzioni; dalla migliore divulgazione della storia dei territori orientali presso le giovani generazioni e la pubblica opinione alle questioni ancora pendenti come l’indennizzo equo e definitivo (in una fase economica nazionale e internazionale in inedita emergenza) e l’anagrafe civile; dal reperimento di nuove risorse per la vita del sodalizio che ne assicuri l’operatività sul lungo termine agli obiettivi che l’Anvgd si dovrà dare per i prossimi anni”.

Dopo alcuni mesi di presidenza, Rodolfo Ziberna ha assunto l’incarico di Assessore alla Cultura del Comune di Gorizia oltre a ricoprire altri incarichi di particolare impegno, per cui aveva subito declinato qualsiasi proposta di continuare anche questo ruolo di prim’ordine nell’associazione. Chi sarà il prossimo presidente? Per ora si conoscono solo le premesse: dovrà essere un personaggio in grado di rapportarsi con il Governo, di dialogare con le realtà istituzionali dei rimasti, di svolgere un lavoro con l’uso delle nuove tecnologie di comunicazione, di essere al passo con i tempi.
“Solo da pochi anni – sottolinea Ziberna – in alcuni comitato Anvgd si sono fatti strada dei giovani, figli di esuli, dopo tanto tempo in cui l’associazionismo è stato appannaggio degli anziani. La svolta è necessaria, imposta dalla realtà, il ricambio più che una scelta è imperativo per poter immaginare un futuro. La coesione tra i nostri programmi e quelli della minoranza, si è dimostrata una naturale evoluzione della nostra storia, anche in questi giorni in cui insieme si è proceduto per far rientrare nella Legge di Stabilità i finanziamenti a noi destinati. Per non parlare delle nuove strategie che ci impegneranno sempre più nel discorso delle scuole, nel rapporto con il MIUR. La nostra attività ormai è strettamente legata ai tavoli col Governo. Il mondo cambia e noi dobbiamo cambiare con il mondo se vogliamo continuare ad esistere. Sono queste le riflessioni che ci stanno portando al congresso e a queste, insieme, dovremo dare delle risposte chiare”.
L’appuntamento avrà inizio venerdì 16 novembre, alle ore 15.30 con la convocazione del XX Congresso nazionale con il seguente Ordine del Giorno: Nomina delle cariche congressuali; Relazione del Presidente nazionale dell’Associazione; Saluti delle Autorità; Modifiche statutarie; Relazione del Delegato all’Amministrazione; Ratifica dei rendiconti economici consuntivi/preventivi dell’ultimo triennio già approvati dal Consiglio nazionale; Nomina dei tre titolari e due supplenti del Collegio dei Revisori dei Conti; Dibattito e quindi le elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale.

I lavori proseguiranno fino alle 19.30, per riprendere con lo stesso Ordine del Giorno e nel medesimo luogo sabato alle 9.30 con il dibattito e successivamente le elezioni per il rinnovo del Consiglio Nazionale. Le urne per il voto per il rinnovo del Consiglio Nazionale saranno aperte dalle ore 16.00 alle 17.30, ora in cui inizieranno le operazioni di scrutinio, al termine delle quali il Presidente dell’Assemblea congressuale proclamerà gli Eletti.

In base alle risultanze elettorali, il Consiglio nazionale Anvgd è convocato per domenica 18 novembre 2012 presso l’Auditorium regionale di Via Roma a Gorizia alle ore 10.00, in seconda convocazione con l’Elezione del Presidente nazionale e delle altre cariche.
“Importante, in questa occasione – ribadisce Ziberna - l’accoglienza del Comune e della Provincia di Gorizia, che nei giorni del Congresso renderanno accessibili alcuni importanti e pregevoli luoghi storici del territorio isontino: il Castello di Gorizia, il Museo della Grande Guerra, il Museo di Via S. Chiara e la Villa Coronini, splendida nobile residenza abitata sino a tempi recenti dai Conti Coronini.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

719 - Il Piccolo 10/11/12 Gli studenti veneti sbarcano a Lesina e preparano il restauro del centro storico
Gli studenti veneti sbarcano a Lesina e preparano il restauro del centro storico

Pregevole iniziativa della Comunità degli Italiani di Lesina (Hvar) a tutela del patrimonio storico – architettonico dell’antica città dalmata. Nei giorni scorsi esperti del laboratorio architettonico Laira e una decina di studenti della scuola restauratori Dieffe di Padova hanno compiuto una visita di studio a Lesina, su organizzazione del sodalizio dei connazionali, con il supporto del Comune di alcuni affittacamere che hanno offerto soggiorno gratuito.
Dopo che l’ anno scorso era stata filmata e studiata la loggia cittadina, settimane fa è stata la volta della Torre con l’ orologio (Leroj), la porta ovest e le fontane situate nel nucleo storico.
«Crediamo che nel 2013, su autorizzazione dell’ Istituto di conservazione di Spalato, riusciremo a portare a termine il restauro della loggia comunale – ha dichiarato il responsabile del gruppo, Adelmo Lazzari – quanto preso in visione quest’ anno diverrà un progetto che concorrerà all’assegnazione dei mezzi della Regione Veneto, grazie alla legge Beggiato». (a.m.)

 

720 – La Voce del Popolo 12/11/12 Valle - Staffan de Mistura in visita alla CNI
IN OCCASIONE DELL'INAGURAZIONE DI CASTEL BEMBO
Staffan de Mistura in visita alla CNI
FIUME – Lunedì, 19 novembre, alle ore 15 si avrà il tanto atteso taglio del nastro a Palazzo Soardo Bembo a Valle. Aprirà così dopo anni di attesa dovuta all’attenta opera di restauro di un palazzo medievale che ha ritrovato tutto il suo splendore grazie alla ferma volontà e all’impegno dei connazionali di Valle, ma anche di tutta la Comunità Nazionale Italiana. Importante è stato in questo senso il lavoro svolto dai rappresentanti delle istituzioni della CNI e dell’amministrazione locale. Fondamentale è stato il ruolo dell’Italia, che per tramite del governo, ha assicurato i finanziamenti necessari per la realizzazione del progetto.

Un appuntamento importante che – stando a quanto annunciato sabato, nel corso dell’Assemblea straordinaria dell’Assemblea dell’UI a Pola, dal presidente della Giunta esecutiva, Maurizio Tremul – vedrà la partecipazione del sottosegretario agli Esteri italiano, Staffan de Mistura.

Lo stesso giorno, nella sala del Consiglio comunale a Capodistria, si svolgerà il convegno “Le minoranze nazionali nella Nuova Europa”. Il convegno fa parte del progetto europeo “Lex” finanziato nell’ambito del programma per la cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013 dal fondo europeo di sviluppo regionale e dai fondi nazionali del ministero dell’Economia e delle Finanze italiano e dall’ufficio governativo sloveno per l’autogoverno locale e la politica regionale. Il convegno si aprirà con i tradizionali saluti delle autorità. Sono previsti gli interventi del sottosegretario De Mistura, del presidente dell’UI e deputato della CNI al Sabor croato, Furio Radin, del deputato della CNI alla Camera di Stato slovena, Roberto Battelli, del vicesindaco di Capodistria e presidente della CAN Costiera, Alberto Scheriani, del console generale della Repubblica di Slovenia a Trieste, Dimitrij Rupel e della senatrice Tamara Blažina. E se per l’elenco delle autorità l’agenda attende ancora le conferme definitive, si sono delineati gli interventi previsti nei due panel organizzati nell’ambito del convegno.

In mattinata (ore 10-12) Stefano Lusa sarà moderatore della parte nel corso della quale relazioneranno: lo scrittore e giornalista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella, il presidente della GE UI, Maurizio Tremul, il presidente dell’Skgz, Rudi Pavšič, e Oriano Otočan, assessore della Regione Istriana. Al pomeriggio (ore 15-18), la parola andrà a Sergio Bartole e Giorgio Conetti, professori dell’Università degli Studi di Trieste, Elvio Baccarini, dell’Università di Fiume e Sonja N. Lukanović e Mitja Žagar dell’Istituto per gli studi etnici di Lubiana. Il ruolo del moderatore sarà affidato a Bojan Brezigar e al termine ci sarà uno spazio per il dibattito e le conclusioni.
Gli organizzatori del convegno sono: Unione Italiana, Skgz, CAN costiera, Istituto Jacques Maritain, Istituto sloveno di ricerche – Slori, Circolo di cultura Ivan Trinko, Istituto per il diritto amministrativo e Università degli Studi di Trieste.

 

721 – La Voce del Popolo 12/11/12 Asilo di Zara, Rina Villani: «Lasciate fare a me»
Asilo di Zara, Rina Villani: «Lasciate fare a me»
Particolarmente preoccupata per le ripercussioni di un taglio drastico la presidente della CI di Zara, Rina Villani, che sta cercando di far funzionare l’asilo italiano. “Sapete tutti i problemi del nostro asilo. Il Comune non vuole finanziare le paghe dei dipendenti, delle maestre – ha premesso –. Al presidente Radin ho fatto una proposta che mi è venuta dal cuore. Dimostriamo che lo vogliamo noi, questo asilo, facciamolo. Chiedo solo che mi si diano le condizioni che hanno le altre scuole materne, ossia gli spazi e i sussidi didattici necessari per operare. Concludiamo allora la ristrutturazione della villetta, e io vi prometto che lo aprirò io l’asilo, senza l’aiuto dell’UI, facendo leva sulla buona volontà di quelli che tale struttura 65 anni fa ce l’avevano e l’hanno persa”, ha concluso la Villani.

 

722 - Il Piccolo 15/11/12 Trieste: Istria "senza frontiere", patto tra sindaci
Istria “senza frontiere”, patto tra sindaci

I primi cittadini italiani, sloveni e croati uniscono le forze con l’obiettivo di risolvere le questioni che dividono i tre paesi

di Furio Baldassi
TRIESTE Cosa occorre per fare dell’Istria una terra transfrontaliera, franca, anche transnazionale, se proprio si vuole? Partire dalle basi. Ed osservare ad esempio cosa non funziona nell’interscambio, tra i tre paesi che su quell’area gravitano. E dunque, ad esempio: le ridicole camarille tra croati e sloveni, che d’estate, nell’ultimo confine oltre l’Ue, sembrano fare a gara, a giornate alterne, tra chi è più rigido nel far passare le carovane dei turisti. Certi residui proto-nazionalisti che vedono nell’italiano (nel croato, nello sloveno) l’avversario da colpire, magari con l’arma incontestabile della multa; una certa, inscalfibile, rigidità amministrativa.
E poi, si capisce, Il Grande Tema: quello dell’economia, zavorrata a distanza di pochi chilometri da sistemi amministrativi che sembrano distanti anni luce. Problemi reali, con implicazioni incontestabili che con ogni probabilità finiranno nel carnet della conferenza permanente, dichiaratamente il primo passo per un progetto di collaborazione tra i sindaci italiani, sloveni e croati dell’area istriana. La decisione è stata presa all’unanimità dalla conferenza del comitato “Sindaci senza frontiere” che si è svolta a Grisignana e nella quale sono stati affrontati i temi dell’entrata della Croazia nell’Unione Europea (in realtà ancora in divenire...) e del futuro dei territori transfrontalieri in relazione alle politiche economiche, commerciali e ambientali comuni.
Col sindaco di Muggia Nerio Nesdladek e quello di San Dorligo della Valle Fulvia Premolin in rappresentanza dell’Istria italiana e, tra i “big”,Ivan Jakovcic, presidente della Regione Istria, il dibattito si è subito indirizzato verso i temi caldi. «Con la prossima entrata della Croazia in Europa - ha osservato Jakovcic - i tempi sono maturi per decidere se questo territorio vuole trovare delle nuove forme di collaborazione che permettano di condividere una moderna architettura di rapporti per crescere insieme».
La Premolin ha invece posto l’accento sulla necessità di individuare un organo che dovrebbe fare da coordinatore, una regia strategia e pianificazione. Il muggesano Nerio Nesladek ha invece lanciato un invito alla praticità in tempi brevi ed alla creazione, in tal senso, di un forum con un database di tutte le collaborazioni ed i progetti in essere e di quelli possibili. D’accordo Danijel Cep, vice sindaco di Capodistria che, ben conscio di cosa sia un confine, vede la caduta del confine con la Croazia come il momento conclusivo di distinzione tra un Istria italiana, slovena e croata. Per Anteo Milos, sindaco di Cittanova, la gente è sempre stata collegata per natura, sono stati i confini ad essere innaturali e con l’entrata in Europa della Croazia si fa forte l’esigenza di stringere ancor più i rapporti tra le realtà del territorio istriano e condividere esperienze. Peter Bossman, sindaco di Pirano, si dice pronto e così tutti gli altri amministratori.

 

723 - Il Piccolo 12/11/12 Il teologo Rebic: «Bertone dietro al caso di Daila»
Il teologo Rebic: «Bertone dietro al caso di Daila»
In un’intervista il religioso attacca il cardinale e «l’irredentismo italiano»: «Non dobbiamo niente ai Frati Benedettini, tutto fu indennizzato dopo Osimo»

POLA In un’intervista rilasciata al quotidiano “Vecernji List” di Zagabria il noto teologo e docente universitario Adalbert Rebic di Zagabria sostiene che nella vicenda relativa alla tenuta di Daila, a tramare nell' ombra sarebbe nientemeno che il cardinale Tarcisio Bertone, mosso da appetiti di ordine economico e probabilmente sostenuto forse a sua insaputa, dall’«irredentismo italiano». «Mi dispiace - spiega Rebic - che la vicenda sia andata così lontano e che qualcuno vi abbia coinvolto suo malgrado il Santo Padre. Non è sicuramente missione del Papa dice ancora, distribuire denaro e definire il confine tra le terre per cui è all’opera qualche associazione che vorrebbe mettere illegalmente le mani sul denaro e sulla ricchezza. A proposito ricordiamo che il valore dei 500 ettari della tenuta viene stimato sui 100 milioni di euro, Rebic invece parla di 90 milioni. Il teologo ha rilasciato l’intervista all’indomani della visita in Vaticano del premier croato Zoran Milanovic che, a suo modo di vedere, non si sarebbe preparato a dovere sulla complicata questione. «Non posso condividere l'opinione di Milanovic - dice Rebic - quando afferma che su Daila il Vaticano ha ragione. Ciò vuol dire aggiunge, che sostiene la famosa proposta formulata dalla Commissione cardinalizia costituita ad hoc secondo la quale la Croazia dovrebbe accettare la suddivisione di Daila con i Frati Benedettini nella misura del 50% a testa. Sulla vertenza può decidere unicamente il tribunale - prosegue il teologo - e non la Santa Sede come neppure la Commissione cardinalizia. Un problema di tale portata - afferma ancora - non può venir risolto nello spirito della tradizionale amicizia tra il Vaticano e la Repubblica di Croazia come va dicendo Milanovic». A proposito dei Benedettini di Praglia (che secondo il teologo vivrebbero nel convento più ricco d’Italia) Rebic sostiene che non hanno assolutamente alcun diritto sulla tenuta di Daila, dalla quale vennero cacciati nel 1948. Per la perdita dell’immobile, aggiunge, hanno intascato il risarcimento di 1,7 miliardi di lire nel quadro degli Accordi di Osimo, equindi non avrebbero più cosa cercare. «Però in essi - così ancora Rebic - si è scatenata l’ingordigia biblica dalla quale Gesù ci raccomanda di stare lontano». «Infine - afferma - il contenzioso può venir risolto solo se lo stato rispetterà le leggi, tenendo conto dei seguenti inconfutabili dati storici: Daila è territorio croato, gli Accordi di Osimo e i Frati Benedettini già indennizzati». Invita quindi la Diocesi di Parenzo-Pola e i monaci italiani a guardarsi negli occhi e a rispettare la legge dell'amore di Gesù. Infine invita l’abate dei Benedettini di Praglia a leggere ogni giorno la Parabola del debitore spietato (Mt 18,23-35), «invece di occuparsi di transazioni in denaro e ricatti bancari». (p.r.)


724 - La Voce in più Dalmazia 10/11/12 Libri - A colloquio con Guido Rumici: Il grande mosaico storico della componente dalmata italiana
LIBRI A colloquio con Guido Rumici sulle tematiche di una terra di confine e di incontro tra popoli e culture diverse
Il grande mosaico storico della componente dalmata italiana
di Rosanna Turcinovich Giuricin
Fresco di stampa, il libro di Guido Rumici sulla Dal­mazia ha focalizzato l’at­tenzione dei partecipanti all’in­contro culturale, appuntamento tradizionale, del Raduno di Se­nigallia di fine settembre. Co­ordinatrice dell’evento, Chiara Motka, che si è soffermata su al­cuni titoli di una lunga lista di libri usciti nel corso dell’anno e che trattano di cose dalmate. Tra questi il lavoro di Guido Rumi­ci, autore di numerosi volumi ri­guardanti l’Adriatico orientale e le vicende che ne hanno carat­terizzato la storia. Il suo modo semplice di divulgare notizie e accadimenti, vista la sua forma­zione di uomo della scuola abi­tuato a rapportarsi con i giovani, imprime alle sue opere una fon­damentale importanza nella co­municazione immediata.
Perché la Dalmazia in que­sta sua ultima fatica?
“La Dalmazia, terra di confi­ne e di incontro tra popoli e culture diverse - risponde Rumici -, è stata oggetto di notevoli eventi drammatici che hanno cambiato, tra l’Ottocento ed il Novecento, l’immagine e l’essenza di questo territorio, con cambi di sovranità e spostamenti delle linee di con­fine che hanno provocato traumi e lacerazioni in buona parte della popolazione interessata”.

Un insieme di testimonianze
Questi sono avvenimenti re­centi, che hanno caratterizzato il Novecento, ma la Dalmazia è molto di più...
“Infatti. Sarebbe sbagliato ri­durre la storia di queste regioni ai soli periodi, momenti e fatti di tensione, perché l’insieme del­le relazioni umane, commerciali, sociali e culturali ha storicamen­te prodotto anche lunghi periodi di convivenza e reciproco rispet­to tra le varie etnie in una terra da sempre plurilingue. I nomi delle città di Zara, Spalato, Sebenico, Traù, Ragusa, Cattaro o delle tan­te isole adiacenti alla costa dal­mate sono ben noti a tutti gli ap­passionati e studiosi della storia e anche della geografia di questa regione, ma i fatti che vi sono av­venuti nel corso soprattutto del­la prima metà del Novecento lo sono molto meno. Questo lavoro, nella sua brevità, non pretende af­fatto di affrontare né la comples­sa storia della Dalmazia negli ul­timi due secoli, per la quale si ri­manda ad opere di ben altra mole e spessore, né il contesto storico in cui tali vicende andrebbero in­serite, ma si limita a presentare un insieme di testimonianze che vorrebbe poter contribuire, seb­bene in piccola parte, alla rico­struzione di quel grande mosaico che è la storia della componente dalmata italiana nel periodo con­siderato”.

Nomi, luoghi e ricordi
Perché è così importante “sentire” la gente?
“Perché la testimonianza è im­mediata, piena di umanità, le storie dei singoli e delle famiglie mi af­fascinano: pertanto caratterizzano gran parte delle mie opere, da ‘Fra­telli d’Istria’ (Mursia) sulla storia, la situazione e le prospettive de­gli Italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia dal 1945 ad oggi. Nel 2002, sempre con Mursia, ho pubblicato ‘Infoibati. I nomi, i luo­ghi, i testimoni, i documenti’, con cui ho ricostruito l’intera vicenda degli eccidi avvenuti sul confine orientale d’Italia durante il secon­do conflitto mondiale e nel dopo­guerra, alla luce anche di numerosi documenti, spesso inediti, di fonte jugoslava, inglese ed italiana. Nel 2005 è uscito il volume ‘Un paese nella bufera: Pedena 1943/1948’, dedicato al periodo dell’occupa­
zione tedesca e del dopoguerra in una località dell’Istria interna. È del 2006, ‘Storie di deportazione’, raccolta di testimonianze di perso­ne sopravvissute alle carceri jugo­slave. Nel 2008, assieme a Olin­to Mileta, è uscito il primo volu­me della collana di testimonianze “Chiudere il cerchio”, dedicato al periodo 1900-1940, e nel 2010 il secondo volume dedicato al perio­do del secondo conflitto mondiale. Nel 2009 è stato pubblicato il ma­nuale ‘Istria, Quarnero, Dalmazia’ assieme a Roberto Spazzali e Mar­co Cuzzi, destinato al mondo della scuola e in particolare agli allievi delle scuole superiori. Nel 2010 la monografia ‘Parenzo nei ricordi’.

Temi tornati alla ribalta
Al Raduno dei Dalmati è sta­ta presentata una lista di qua­si cento titoli usciti in un anno, che ne pensa?
“Le tematiche del confine orientale d’Italia e in particola­re delle terre di frontiera, quale è stata la Dalmazia, sono tornate ne­gli ultimi anni alla ribalta dell’opi­nione pubblica nazionale sia per la guerra che negli anni Novanta del secolo scorso ha insanguina­to l’ormai ex Jugoslavia sia per la più recente istituzione del Giorno del Ricordo, celebrato il 10 feb­braio di ogni anno. Questa data è stata scelta dalla Repubblica Ita­liana per ricordare il giorno in cui a Parigi, nel 1947, venne firmato il Trattato di Pace in conseguenza del quale venne sancita la cessio­ne alla Jugoslavia delle intere pro­vince di Pola, di Fiume, di Zara e di gran parte delle province di Go­rizia e di Trieste.
Per quanto riguarda in par­ticolare la città di Zara, l’esodo della popolazione durante e dopo la Seconda guerra mondiale è sta­to ricordato in vario modo e nuo­vi lavori si sono aggiunti alle già numerose pubblicazioni esisten­ti, stampate peraltro soprattutto nell’ambito della comunità dei profughi giuliano-dalmati”.

Zone d’ombra da esplorare
È stato aperto il vaso di Pan­dora, il che ha determinato confusione e momenti di negazionismo: perché è così difficile far arrivare un messaggio chia­ro all’opinione pubblica?
“Perché restano ancora diverse zone d’ombra da esplorare, lega­te soprattutto a determinati aspet­ti delle vicende dalmate del No­vecento e, in particolare, ad alcu­ni specifici temi analizzati finora in maniera non del tutto esaustiva come, solo per citare un esempio, l’esodo dei dalmati italiani avve­nuto già dopo la fine della Prima guerra mondiale, dopo l’annes­sione della gran parte della regio­ne al nuovo Stato dei Serbi, Cro­ati e Sloveni nel 1921. La scarsa documentazione esistente e l’esi­guo numero di testimonianze rila­sciate all’epoca o in tempi più re­centi hanno così rappresentato un ostacolo alla ricerca storiografica. Se quindi gli avvenimenti di Zara
e dei suoi terribili bombardamen­ti subiti nel 1943-1944 sono for­se in parte più conosciuti rispet­to ad altri avvenimenti del perio­do della Seconda guerra mondia­le, sicuramente meno conosciute sono le vicende delle altre città e cittadine dalmate dove comun­que vi erano da sempre insedia­
te comunità autoctone di italiani venetofoni”.
Parlare e scrivere
Approfondire significherebbe anche sgombrare il campo da re­sistenze sull’uso dei nomi italiani delle città della costa, di cui spes­so si parla proprio ai Raduni?
“Direi proprio di sì. I nomi delle città o delle tantissime iso­le adiacenti alla costa dalmate sono ben noti a tutti gli appas­sionati e studiosi della storia e anche della geografia di questa regione, ma i fatti che vi sono avvenuti nel corso soprattutto della prima metà del Novecen­
to lo sono molto meno anche per il già ricordato esodo della gran parte della componente di lingua e cultura italiana degli anni Ven­ti. Difficile pertanto farli accet­tare dall’uomo qualunque”.
Come si possono colmare queste lacune?
“Parlando, scrivendo”.
Per gentile concessione dell’autore, pubblichiamo due delle testimonianze contenute nel volume:
Il morlacco sotto il tavolo
Per una strana casualità, in un brevissimo lasso di tempo, mi sono incontrato, per caso, in un sostantivo che mi ha riportato bruscamente alla mia adolescen­za negli anni Trenta con un bal­zo virtuale di settant’anni. Era da parecchi anni che non incontra­vo il termine “Morlacco”. Quan­do un bel giorno ho notato, sul­lo scontrino di un supermercato, la voce: “formaggio morlacco” e, dopo alcuni giorni, sfogliando un libro appena acquistato da mio fi­glio, e scritto da un noto docente universitario ligure, trovai scritto testualmente: “Ricordo che i miei nonni piemontesi chiamavano lo zoticone: “murlàch”. E ancora, il noto giornalista Paolo Rumiz scrive nella prefazione di un libro sulla Dalmazia: “e chi ha più sen­tito parlare dei misteriosi morlacchi, pastori e contrabbandieri, fe­roci abitanti delle terre ai confini del Turco?”. La quasi contempo­raneità di questi accadimenti mi ha riportato, con un salto mne­monico di settant’anni a ricorda­re una scena offuscata dal tem­po trascorso ma indelebile e che non mi mai abbandonato, e anzi, in questi ultimi anni ha destato la mia curiosità e il mio interesse a saperne di più sulla storia di que­sti misteriosi “pastores romano­rum”. Mio nonno era, come si di­ceva allora, con un termine molto diffuso in Dalmazia, un piccolo “possidente”; i suoi terreni agri­coli erano situati nella zona del­la Krajina di Tenin (Knin) a cir­ca 100 Km da Zara, nel territorio del Regno di Jugoslavia, e i suoi coloni, o mezzadri, erano quasi tutti morlacchi. Questo termine “morlacchi” lo sentivo pronun­ciare quasi quotidianamente da mio nonno e da mia zia che, fre­quentemente usciva in esclama­zioni del tipo “i nostri morlacchi” con un tono tra il benevolo, il tol­lerante, e l’indulgente, a seconda dei casi. Certo è che questi coloni procuravano sovente delle grane, vuoi per i confini, vuoi per i rac­colti, vuoi per i pascoli, vuoi per i pagamenti. Un giorno giunse da noi a Zara, per parlare con il non­no, un “morlacco.” Era venuto da Biskupija, un paesino vicinis­simo a Knin dove il nonno ave­va la sua proprietà terriera, dopo un viaggio non certamente age­vole di 100 Km. Allora le strade non erano asfaltate e non c’era­no mezzi di comunicazione tra il territorio jugoslavo e l’enclave italiana di Zara; il mezzo più usato per spostarsi, nel contado di Zara, era il “carretto” trainato da un “mùsso” (somaro), animale diffusissimo nel contado dalma­ta e tipico della Dalmazia. Que­sto “poljaro” (guardia campestre, contadino, come il nonno chia­mava i propri coloni) era un pez­zo d’uomo, alto e vigoroso, di età media, e con un vistoso paio di baffi brizzolati. Il colloquio durò a lungo, sino a tarda sera, per cui il nostro morlacco non sarebbe potuto rientrare a casa a un’ora decente. Mio nonno gli offrì un giaciglio che il morlacco però, dignitosamente e decisamente, rifiutò. Disse: “io dormo qui per terra” e, nonostante le insistenze, si distese, vestito com’era, sul ta­volato del corridoio, sotto un ta­volo, come fosse un letto di piu­me. E lì passò la notte. Al mattino salutò cordialmente tutti, e pieno di energia ed arzillo, prese le via di casa. II fatto mi aveva stupito e affascinato, ma mio nonno mi spiegò poi che i morlacchi erano dei pastori nomadi, romanizza­ti e non slavi, abituati a dormire per terra, anche all’aperto, con il loro gregge. Erano venuti in Dal­mazia per sfuggire alle angherie dei Turchi ottomani. Erano negati per l’agricoltura, ma combattenti fieri e fedeli. La loro origine an­cor oggi è incerta. Ne parlò per primo lo studioso Alberto Fortis, abate, nel 1774, nel suo celebre libro: “Viaggio in Dalmazia” e Venezia li utilizzò, per la loro fie­rezza e l’indole bellicosa, come mercenari nella lotta contro i Tur­chi in Dalmazia e li intruppò nel­la sua “Infanteria Oltramarina”, i cosiddetti “Schiavoni” (un insie­me di Morlacchi, Croati, Serbi, Albanesi, Montenegrini e Dalma­ti) i cui ufficiali venivano istruiti nella Scuola Militare di Zara. Ci deve essere un qualche cromo­soma morlacco nel mio DNA se oggi, a settant’anni di distanza, la parola “morlacco” suscita in me ancora tanto interesse, fasci­no, curiosità e nostalgia. A Zara li potevi incontrare al mercato, mescolati con gli altri contadini delle isole o del contado; porta­vano i loro prodotti: uova, polla­me, verdure, formaggi, fichi (100 per 1 lira), miele e frutta (melo­ni e angurie), che vendevano ai cittadini. A proposito di angurie, ricordo uno scherzo che la “mu­laria” (gruppo di monelli) viva­ce e dispettoso usava fare al mor- lacco che piazzava e vendeva le sue angurie sul lastricato, vici­no alla Piazza delle Erbe. Costui, con estrema pazienza e abilità, sovrapponeva strato su strato le angurie in modo da formare una sorta di piramide tronca, e atten­deva i clienti con pazienza. Il ra­gazzino, monello dispettoso, fin­gendosi un cliente, si avvicinava al cumulo di angurie, in attesa del “tasselo” che il contadino era so­lito fare con una “britva” (specie di coltellino a serramanico che portava sempre seco) per far ve­dere che il frutto era bello, ros­so e maturo. Il ragazzino, con la punta del piede, spostava un an­guria dello strato a contatto con la strada e crollava tutto il palco delle angurie che rotolavano via in tutte le direzioni, tra gli im­properi e le maledizioni del ven­ditore. Negli anni Trenta a Zara c’era, in Calle Carriera, anche un piccolo botteghino, modesto, in­colore, disadorno e sempre vuo­to, che assomigliava più a un ri­postiglio polveroso che ad un em­porio e che nella piccola vetrina esponeva, in permanenza, alcu­ni articoli di artigianato morlac- co: una bambola in costume mor- lacco, una “dipla” (specie di pif­fero di legno a due canne, che il montanaro pastore suonava a fia­to), manufatti di lana grezza dai vivaci colori, le cosiddette “tor- bize” (tipo di borsa del contadi­no), e piccoli oggetti in filigrana d’argento. Il negozio era di pro­prietà del signor Alesani che mol­to spesso lo lasciava incustodito e aperto per andarsene per gli af­fari suoi: una cosa oggi inconce­pibile!.. .(e mi si perdoni il para­gone). Nel corso del Novecento i morlacchi furono totalmente can­cellati dall’etnografia dei Balca­ni, assimilati prima nella Dalma­zia asburgica e poi nel Regno di Jugoslavia. I loro nipoti salirono agli onori della cronaca politica negli anni tra il 1991 ed il 1995, quando la Jugoslavia si sbriciolò e la Krajina si autoproclamò “Re­pubblica Serba Autonoma”. Ma la Croazia di Tudjman non gra­dì tale decisione e tra il 4 e il 7 agosto del 1995, con un improv­visa operazione militare, chiama­ta “Operazione Tempesta”, ripre­se il controllo del territorio, de­terminando la fuga in massa di quasi tutta la popolazione serbo­ortodossa (circa 150.000 persone autoctone) verso la Serbia. Attual­mente, nella ex Krajina, rimane, forse, qualche vecchio morlacco disperato e solo, che non ha volu­to abbandonare la sua casa e la sua terra. Oggi i morlacchi non esisto­no più; dei “pastores romanorun” è rimasto solo.il “formaggio” e.il “significato spregiativo.”
Giuseppe Bugatto
L’arrivo in Dalmazia di una maestra trentina
Finalmente dopo tre eterni mesi di spasmodica attesa, oggi primo dicembre 1941, tramite posta giunge, inviatami dall’O.N.A.I.R. (ente dal quale dipendo) la nuova nomina per la Dalmazia. M’è stata assegnata come sede scolastica Prozura, situata sull’isola di Meleda, una delle ottocento- cinquanta che formano l’arcipelago. Partirò nonostante il parere contrario di mio padre che ha tentato più volte ma invano di dissuadermi dal compiere un simile passo. Sono felice ed eccitata. Cerco la località su una carta geografica. Si tratta d’un paesino situato sull’ultima grande isola emer­gente dall’Adriatico nei pressi della città di Ragusa. Avevo presentato domanda di trasferimento qualche mese fa spe­rando fosse accolta per una serie di motivazioni. La vita di maestra ad Oslici, frazione istriana del comune di Pisino dal quale dista diciassette chilometri, comincia a pesarmi malgrado la stima e l’affetto dei compaesani. (...) Parto is­sata sul mezzo a fianco del conducente. Lascio per sempre questo paesello dove ho iniziato la carriera d’insegnante. Mi salutano affettuosamente con frasi di rimpianto gli sco­laretti e i loro genitori compreso il capovilla; la mia com­mozione è attenuata dall’aspettativa e dalla curiosità per la nuova sede che m’attende. (...) In Dalmazia, occupata
scorso aprile e considerata zona di guerra, l’O.N.A.I.R. ha aperto altre scuole in quella fascia da poco annessa e percepirò una retribuzione mensile pari a tre stipendi. (...) Giungo a Fiume. (...) Il ventisei c’imbarchiamo sullo “Spa­lato”, un grosso piroscafo di linea attraccato al molo “Ge­nova” situato nei pressi della Dogana. A bordo notiamo militari e ufficiali di tutte le armi che devono raggiungere i loro reparti dislocati in Jugoslavia. Con noi viaggia an­che l’Ispettore scolastico diretto verso la sua sede di Zara. Sono elettrizzata per questo primo trasferimento veramen­te importante. Qualche ufficiale s’avvicina per conversare.
mare è già mosso quando usciamo dal porto e man mano ci allontaniamo da riva il tempo peggiora. All’ improvvi­so, mentre in sala da pranzo siamo in attesa dei camerieri, la nave comincia a sobbalzare come impazzita; beccheggia e rulla sollevandosi e abbassandosi in un turbinio d’acqua schiumosa. Tutti i commensali escono pallidi e stralunati sui ponti premendo un fazzoletto alla bocca. Anch’io sto male e non riesco a reggermi in piedi; qualcuno m’aiuta a uscire e appoggiata alla murata rimetto l’anima. Maledico il momento nel quale ho deciso di farmi trasferire pensan­do alle cinque giornate di navigazione che m’attendono per raggiungere la nuova sede. S’afferma che quando uscire­mo dal Quarnaro il mare si calmerà perché proseguiremo tra le isole di Cherso, Veglia ed Arbe, Lussino, Premuda e Pago. Questo viaggio si protrarrà a lungo, circa il tem­po che il “Rex” impiegava per raggiungere l’America del Nord, a causa delle mine collocate lungo tutto il litorale; il natante dovrà procedere a rilento e solamente di giorno; durante la notte sosterà nei porti. Finalmente il mare s’è calmato e verso le sedici approdiamo a Zara. Siamo ac­compagnate alle scuole elementari “Cippico” dove saremo ospitate per questa notte: due vaste aule sono state trasfor­mate in dormitorio ed attrezzate con letti in ferro smaltato di bianco. (...) All’alba del ventisette riprendiamo la rotta sulla stessa nave. La giornata a bordo con il mare torna­to tranquillo scorre piacevolmente: si chiacchiera, si ride, si fanno congetture su quanto ci attende; la guerra è ancor lontana. L’imbarcazione avanza lentamente. Ammiriamo questa costa arida e suggestiva e le numerosissime isole. Verso mezzogiorno la nave dopo aver affiancato moltissi­mi scogli completamente brulli, le “Incoronate”, s’infila in un fiordo ed attracca a Sebenico che sorge ai piedi d’una altura dominata da una roccaforte. Levate le ancore ripren­diamo la navigazione verso Spalato. Nel pomeriggio ecco apparire la splendida città. Sbarchiamo con tutti i nostri colli. Sul molo s’avvicina un ragazzo che ci propone l’in­dirizzo d’una affittacamere; accettiamo di buon grado la proposta perché dovremo pernottare un paio di giorni in at­tesa di giovedì ventinove onde salire sullo “Ston”, il battel­lo che fa cabotaggio tra le isole e lungo la costa sovrastata dalle Alpi Dinariche, unico mezzo per raggiungere Mele- da. A Spalato oltre a Rosa e Lidia scendono altre dieci inse­gnanti; il gruppo più numeroso ha già raggiunto i paesi del retroterra zaratino o le isole prospicienti. (...) Giovedì ven­tinove fa ancor buio quando con le colleghe e i rispettivi bagagli riprendiamo il viaggio imbarcandoci su un piccolo piroscafo: lo “Ston”. Numerose sono le soste nei porti del­la costa dalmata e delle isole che la fronteggiano: Almis- sa, Macarsca, Selca, Podgora. (...) Lo “Ston” riprende la navigazione e si dirige verso Meleda che ci appare in lon­tananza come un imponente ammasso montuoso ricoperto di vegetazione. Siamo felici perché il lungo viaggio sta per concludersi. La prima sosta sull’isola è porto Palazzo. No­tiamo a poca distanza dalla riva un imponente rudere ro­mano da cui il nome dell’approdo. Navighiamo per altre due ore ed ecco il faro all’inizio dell’insenatura con lo sca­lo più importante, porto Sovra, dove sbarchiamo per inizia­re una nuova esperienza. Ci guardiamo smarrite; abbiamo la netta sensazione d’essere giunte in un’isola semideserta e la sfavorevole impressione è aggravata dalla stanchezza e dallo stomaco vuoto; durante gli ultimi tre giorni abbia­mo consumato solo panini imbottiti e qualche surrogato di caffè; lo “Ston” disponeva esclusivamente di questi generi di conforto. e inoltre è ripreso a piovere. Ad un tratto no­tiamo venirci incontro un Brigadiere della finanza con due suoi uomini. Ci accolgono con calore. Si trovano sul posto da sei mesi ed è la prima volta che incontrano un gruppo di connazionali. Sono premurosi; fanno trasportare i nostri colli nell’edificio trasformato in caserma e poiché è mez­zogiorno ci invitano alla loro mensa. I nostri ospiti chiedo­no notizie dell’Italia, ci descrivono i paeselli che saranno le nostre sedi e s’offrono d’accompagnarci al capoluogo (Babino Polie) per presentarci al Commissario che funge da Podestà. Ci scortano il comandante ed una guardia. I fagotti resteranno in caserma in attesa d’un natante che li trasporti alle rispettive località. (...) Ci fissano due stanze presso privati per questa prima notte isolana. Verso sera ci spostiamo poco lontano per entrare nell’unica trattoria del paese consistente in un minuscolo ambiente dove sono po­sti quattro tavoli. Viene servita la cena a base di minestra di cavolo, pesce fritto e insalata condita con olio, aceto e zucchero; tutto ottimo tranne l’insalata dolce che lascio nel piatto. (...) Fatico a prender sonno. Da qualche giorno mi tormenta un pensiero fisso.. .Come sarò accolta nella nuova residenza? Sono una straniera che arriva a seguito di eventi bellici.Comprenderei una reazione negativa nei miei con­fronti. Forse aveva ragione mio padre quando mi consigliava di rimanere ad Oslici. Come potrò insegnare a degli alunni non conoscendo una parola del loro idioma? Anche in Istria parlavano croato, ma in paese i Crivelli, i Grossi, i Prodani, compresi i Rabac e i Cibilic comprendevano e s’esprimeva­no anche nel dialetto veneto-istriano perciò il mio compito era molto facilitato. Mi rincuora aver appreso poco prima della partenza che gli insegnanti slavi che sostituiremo conti­nueranno a percepire il loro stipendio pur non lavorando.
Jolanda Vecchietti

 

725 – La Voce del Popolo 10/11/12 Speciale - Portole, la triste rovina di un paese
SPECIALE
di Mario Schiavato
VEDERE & CONOSCERE SALENDO DAL VALLONE DEL QUIETO PER INNUMEREVOLI TORNANTI SI GIUNGE A UN ANTICO ABITATO DAL SAPORE ANTICO
Portole, la triste rovina di un paese
Anche per poter arrivare a Portole bisogna salire su e su dal vallone del Quieto per una strada tutta tornanti, che alla fine si spalanca sulle vallate che circondano l’antico abitato. Da lontano il paese sembra uno dei tanti che occupano i colli dell’alta Istria, ma quando ci siamo avvicinati, quando siamo entrati e abbiamo percorso le sue stradette lastricate, siamo quasi stati presi dall’angoscia.
Eppure il piazzale che fa da belvedere sulle rigogliose colline verso occidente sembrava dare un senso di vitalità all’abitato. Qui infatti, nei pressi della loggia rinascimentale veneta dipinta di rosso, c’era un certo via vai, un movimento anche di qualche automobile, una trattoria pure se aperta solo al pomeriggio, qualche officina artigianale e, a dire la verità, anche qualche impalcatura addossata a dei muri scrostati per il restauro di un qualche edificio piuttosto fatiscente.
Finestre che guardano il cielo...
Tuttavia davvero bisogna passare l’arco a volta della porta maggiore, sotto l’ex fondaco, per accorgersi che, entro le sue mura, Portole oggi è tutta una rovina: facciate sbrecciate, vani con le finestre spalancate che guardano il cielo, tetti sfondati delle case che s’allineano lungo gli stretti vicoli lastricati dove non passa quasi mai nessuno. Nel centro c’è la chiesa parrocchiale di San Giorgio (che tra l’altro dovrebbe conservare un dipinto del Carpaccio che non abbiamo potuto vedere perché chiusa, il paese non ha più un parroco fisso) con accanto il campanile (una volta alta e nobile torre maestra della cinta muraria) anche questo piuttosto rosicchiato dal tempo e dalle intemperie e con appoggiato ai piedi un grande Leone di San Marco che una volta, prima che desse fastidio a qualche nuova autorità, era murato sulla facciata del Palazzo municipale, tutto questo risultato di un’attività edilizia svoltasi nell’ambito di più secoli, sebbene l’impronta principale sia stata data dal radicale restauro del tardo gotico (prima della metà del secolo XV).
L’edificio che sovrasta l’arco a volta del fondaco dal quale siamo entrati, ossia oggi l’ingresso principale alla città murata, minacciava addirittura di crollare se non fosse stato negli ultimi tempi completamente restaurato. Anche poche altre case sono state rimesse a nuovo da quanti, negli ultimi decenni, si sono spostati nel centro dai vari villaggetti che sorgono sui colli circostanti e molte altre sono state acquistate per farne una residenza estiva anche da persone arrivate dall’estero.
I riottosi sudditi istriani
Nota Luigi Foscan nel suo “Porte e castella dell’Istria”: “Portole racchiude nella memoria storica delle sue origini un mistero, poiché l’antico Portus appare quando e dove non dovrebbe esserci e non si trova anche se vi è certezza della sua presenza”. E più avanti cita: “Alla ‘Porta’ montana altomedioevale, che prese il posto di un ancor più antico insediamento istroromano collocato sull’altro versante destro della profonda valle del Quieto, si collegano i primi patriarchi di Aquileia, i primi marchesi d’Istria e la ricca potenza dell’abbazia di San Gallo di Moggio in Friuli. In sintesi possiamo affermare che il castello abbia fatto parte, fin dall’undicesimo secolo del Patriarcato friulano. Appartenenza sanzionata nel 1208 con il diploma di investitura del Marchesato d’Istria al patriarca Wolghero.
A Portole allora giunse il gastaldo patriarchino, che prese stanza a nome dei principi aquileiesi fino al 1251, anno in cui il patriarca Gregorio da Montelongo, impelagato, oltre che in Friuli dai vassalli riottosi anche dai suoi sudditi ribelli istriani; i quali non ritenevano di riconoscerlo loro signore, per cui dovette decidersi di cedere alcune città e castelli tra i quali appunto Portole, che mantenne questa sua prerogativa ben oltre il 1420, anno del passaggio delle terre patriarchine alla Serenissima”.
La legge del taglione
A proposito del Portus, Giuseppe Caprin nelle sue “Alpi Giulie” edizione 1895 cita: “Portole ha alle spalle il Monte Maggiore, in faccia un lembo dell’Adriatico; se ne sta tra l’alpe e il mare, altissima guardia di due passi, per cui s’ebbe il nome di Porta o Portus”.
Più avanti annota ancora: “Portole fu l’ultima a far parte dell’Istria veneziana, cioè quando distrutto il potere temporale dei patriarchi di Aquileia, il generale Arcelli l’occupò con i suoi cappelletti ed emanò lo statuto, tradotto allora dal latino in volgare italiano (...) con cui si invoca il diritto e la giustizia (...) perché non punendo il male si scaccierebbe la pace dal mondo e per ottenerla conviene rendere la natura soggetta alla giustizia”. Tra l’altro lo statuto seguiva anche la legge del taglione. Infatti ordinava: “... qualunque cittadino, abitante o forestiero, tagliasse ad altro cittadino qualche membro, sia condannato a perder simil membro suo senza remissione”.
L’oltraggio delle mutilazioni subite
Ritorniamo alle note di Luigi Foscan per chiarire l’aspetto della Portole di oggi: “La città di forma poligona intorriata, aveva tre porte di cui la maestra provveduta di ponte levatoio. (...) Ha raggiunto i nostri giorni la sola porta Maggiore (...) ancora riconoscibile nonostante l’oltraggio delle numerose mutilazioni subite. Sono scomparse le merlature, sostituite dal tetto a falde e nell’alta facciata in pietra arenaria, sono spuntate numerose finestre che segnano i tre piani superiori”. Più avanti aggiunge:
“La cinta muraria del castello si è trasformata nel corso dei secoli da chiuso baluardo a semplici mura domestiche trasformate da numerose porte e finestre, cosicché l’antico aspetto è quasi del tutto scomparso sostituito da una continua successione di edifici con scale e ballatoi interrotti a tratti dalla presenza di un unico torrione, di qualche metro di alta muraglia e dall’alta e nobile torre maestra convertita in campanile della prospiciente chiesa barocca, ma dall’interno gotico, di San Giorgio”, come da noi in precedenza citato.
Un cicerone per caso...
È stato quasi per caso che abbiamo incontrato una specie di cicerone il quale ci ha spiegato parecchie cose. Era un non troppo giovane omaccione che stava facendo merenda – pan, formajo e sardelle salade, se volè favorir... – seduto sul muretto della loggia. Alle nostre insistenti domande ci ha raccontato qualche particolare della storia recente, quella che ha praticamente segnato la vita di Portole negli ultimi tempi. “Nel dopoguerra quando l’esodo – ci disse tra un boccone e l’altro – ga portado via, oltre confin, quasi tuti, qua i xe restai in pochi. Mio nonno, un Bassanese xe mio nono, no’l ga molà le sue vigne. E gnanche la sua casa che stemo riparando. Sua? De mia nona che la jera una Gottardis e go dito tuto! E adeso ne toca a noi che no semo più giovani tirar su ‘sti veci muri che i va zo, uno drio de l’altro...”.
Ci disse ancora l’uomo che oggi le vecchie famiglie portolane sono molto poche e tutte si dedicano alla viticoltura. Un tempo però, quando c’era ancora la ferrovia a scartamento ridotto Parenzo-Trieste (1902-1935) e un bel tratto del fiume Quieto era navigabile, anche a Portole c’era un via vai di merci e di genti, di commercianti e sensali, di grossisti e dettaglianti intorno ad un’attività artigianale di bottai, maniscalchi, scalpellini, calzolai, pentolai, muratori, intagliatori. Anche materassai, tessitori e tintori. In paese vivevano più di ottocento persone, mille con quelle dei casali dei dintorni.
La leggenda della nonna
Ad un tratto chiedemmo:
- E sua nonna Gottardis le ha mai raccontato qualche leggenda del posto?
- Oh Dio! Storie vece volè dir? Mah... no savaria...
Si mise a ridere e poi da una borsa di pelle unta e bisunta tirò fuori una bottiglia di vino, la stappò, ce la offerse:
- Se ve degnè... Ma no go bicer...
Accettammo ugualmente un sorso e poi, tra una battuta e l’altra (noi aspettavamo che l’osteria aprisse i battenti per farci un po’ di pane e prosciutto) venne fuori anche la leggenda. Ma non della nonna Gottardis, ma dell’altra che era una De Candido e... “la gaveva un fogoler largo come ‘na piaza e noi tuti torno, no jera television a quei tempi!”.
Più che una leggenda si trattava di un’usanza, dato che una volta dalle parti di Portole pare che imperversasse il malocchio. Per difendersi c’erano vari modi. Per esempio la sposa il giorno delle nozze non doveva assolutamente avere alcun nodo – nessun gropo – nelle vesti, neanche nelle scarpe! Un giorno che una contadinella doveva sposarsi, così la sera prima venne istruita dalla nonna perché potesse, da sposata, difendersi dalle varie strigonerie:
- Ricordati, niente nodi alle nozze e quando rimarrai incinta, mai passare sotto una corda tesa, mai mangiare carne di maiale per non far venire bitorzoli al picinin e mai portare collane. Ricordati ancora che per facilitare il parto dovranno appoggiare sul letto un paio di pantaloni di tuo marito. Quando nascerà un maschietto, devono avvolgerlo nella camicia del padre e nelle fasce dovranno mettergli un bell’uovo sodo se si vorrà che diventi un vero maschio.
Nelle fasce di una bambina andrà invece bene una luganega. E per non perdere il latte dovrai portare nella tasca del grembiule un pettine con i denti sempre rivolti all’insù mentre la biancheria dei picinin, lavata e messa ad asciugare, dovrà essere levata prima del tramonto del sole, cioè prima che arrivino le streghe a stracciarla.
Rise il nostro cicerone e poi, facendo spallucce, così commentò:
- ‘Na volta jera cussì dale nostre parti. Oggi? Beh, oggi... lassemo perder...
Riprese la bottiglia in mano e quindi porgendocela disse:
- Se i siori vol favorir un ultimo jozzo!

 

726 - Il Piccolo 14/11/12 Lettere - La fine di un sogno
La fine di un sogno
Non era che un sogno, sebbene fosse realtà. Una realtà che sembrava uscita dalla penna del De Amicis, un prodotto di quel piccolo mondo antico così romantico e patriota. Un mondo di entusiasmi e fede, un mondo che vedeva i suoi sogni esauditi. Così le Ragazze di Trieste che accoglievano i Bersaglieri d’Italia al canto: “O Italia, o Italia del mio cuore, tu ci vieni a liberare”. Al quale, dall’altro canto dell’Istria, dal Quarnero, i ragazzi di Fiume, dall’alto del Monte Maggiore, rispondevano: “Son nato nel Quarnero, sono fiuman, sono italian”.
Quanto entusiasmo per una patria che la si conosceva più nei sogni che nella realtà, che la si desiderava come compimento totale della nostra cultura veneto italiana, in un Dante che secoli avanti aveva confermato “là nel Quarnero che Italia chiude e i suoi termini bagna”. Un sogno che durò 20 anni, e poi il tracollo, il tradimento, l’abbandono; quella terra per la quale Redipuglia ne era il massimo simbolo di sacrificio, veniva abbandonata dalla patria, e i suoi figli nella loro totalità abbandonavano quello che fino allora pensavano fosse la loro terra, la loro patria..
Il sogno ebbe la sua fine. La sconfitta dell’Italia ne fu la causa e il tradimento dell’Italia il suo completamento. Prima Mussolini, che nel suo megalogamismo cesareo si era tuffato a precipizio in una guerra non voluta dal popolo, ma funesta nella certezza della sconfitta; quindi il Re sovrano che in un momento di massima crisi si dette alla fuga anziché portarsi al confine orientale d’Italia e al comando della sua armata frenare il nemico che non oltrepassasse il valico dal quale per secoli erano entrate le popolazioni gotiche e altre simili.
Conoscemmo invece il tacco dello stivale tedesco, il “Gualeiter” ne prese il comando e quel pazzo fanatico antisemita fece della nostra Terra una provincia tedesca. La distruzione per i bombardamenti aerei, la fame per blocchi partigiani delle vie di vettovagliamento, ci resero nel 1945 una popolazione stremata, impaurita ma indomita nella sua italianità.
E l’Italia tradì per una terza volta.. Il Comunismo italiano, terzo tradimento, che anziché combattere il comunista Tito lo agevolò nella conquista di una terra che per Togliatti, Pertini e tutti i sinstroidi comunisti italiani, compresi ancora gli alti papavei del giorno d’oggi, non appartiene all’Italia, come se la Versailles di Wilson fosse carta straccia.
Infine, nel quarto tradimento, quello che fu silenzio totale da parte del governo italiano, su una tragedia umana, quale i 350.000 italiani istriani fiumani dalmati che preferirono la via dell’esilio alla sopraffazione culturale da parte dello slavo, e ancora silenzio sugli infoibati la cui vita fu loro tolta in modo barbaro per il solo fatto di essere italiani. Come dopo la tempesta l’aria diventa calma e serena, così in molti nostri quadri associativi giuliano-dalmati il ricordo di questi tradimenti non fa più presa e al soldo di un’Italia traditrice, si cullano nell’illusione di essere utili alla causa degli esuli quando invece non portano l’acqua che al loro mulino personale.
Quinto tradimento. Come reagire? La risposta in altro luogo.
Fedele Giuliani Superina (Toronto)

 

727 - Corriere della Sera Mezzogiorno Bari 08/11/12 Croazia: periferia d’Europa, guarda l'Europa in attesa del 1 luglio 2013
Croazia, periferia d’Europa
La Croazia guarda l'Europa in attesa del 1 luglio 2013
Quando il Paese entrerà nell'Ue e nello spazio-Schengen
di ALESSANDRO LEOGRANDE
La guerra, la tragedia di Vukovar, il nazionalismo esasperato a volte sembrano una nebulosa del passato. La Croazia si appresta a diventare il ventotte­simo stato membro dell'Unione Europea: l’adesione è prevista per il primo luglio del 2013, benché pro­prio la Germania - principale sponsor dell’indipen­denza croata vent’anni fa - oggi si mostri sempre più scettica verso ul­teriori allargamenti dell’Unione. Parlo di tutto questo con Jurica Pavicic, luci­do intellettuale
spalatino, giornalista, critico cinematografico, ro­manziere e autore di un notevole libro di racconti, II collezionista di serpenti, appena edito da Besa. «In Croazia - mi dice - dopo la guerra sono successe mol­le cose: il boom economico, una crisi rovinosa, l’esplosione di una enorme corruzione che ha riguar­dato anche esponenti di primo piano dell’esecutivo... La guerra in realtà appartiene a un passato re­moto, il passato prossimo riguarda tutti questi epi­sodi avvenuti i dopo l’indipendenza». Eppure quel passato re­moto toma sot­to due forme.
O come commemorazione dei caduti, o attraverso il Tribunale dell'Aja. Il Tribunale è qualcosa che sta sempre lì, come una macchia indelebile: «È difficile vivere con questa schizofrenia. La nuova Croazia ha glorificato una guerra che ha vinto, ma allo stesso tempo i leader politici di quella guerra sono tutti condannati e incarcerati». A cominciare da Franjo Tudjman, presidente della repubblica fino alla fine dei suoi giorni, nel 1999, e «post mortem» riconosciuto come il principale criminale di guerra croato. «La schizofrenia», continua Pavicic, «è accresciuta dal fatto che il governo attuale, presieduto da Zoran Milanovic, appoggia l'azione del Tribunale come passo fondamentale per l'ingresso in Europa, cioè per favorire il compimento dello stesso processo di indipendenza».
Il collezionista di serpenti è un libro venato da una profonda amarezza. Non solo la memoria della guerra è sempre lì, incisa sul corpo dei reduci, nella coscienza dei sopravvissuti. È la Croazia che ha vinto, un concentrato di individualismo e liberismo, a non avere un bel volto. «Sono molti gli sconfitti», prosegue lo scrittore. «Con tutti i suoi fallimenti, il socialismo era un tipo di società che guardava ai deboli, ai meno capaci di trasformarsi. Ormai viviamo in un mondo in cui è impossibile sopravvivere per chi è incapace di trasformarsi. La gente umile ha perduto molto: proprio coloro i quali hanno favorito il nazionalismo ne sono stati distrutti. Quelli che hanno vinto non sono solo i "berlusconiani" come il sindaco di Spalato, un imprenditore passato con successo alla politica. L'esercito dei veri vincenti è costituito soprattutto da una nuova borghesia che lavora per le banche, per le telecomunicazioni. Si tratta di una oligarchia liberale tipica dell'Europa orientale, e come in tutta l'Europa orientale sono per lo più di centrosinistra. Non sono nazionalisti, non sono conservatori. Sono cool, istruiti, cosmopoliti, a favore dei diritti civili e dell'Europa, ma fortemente neoliberisti in economia. Per i partiti conservatori votano le regioni più povere, compresa la Dalmazia».
Già, la Dalmazia, la regione meridionale che si affaccia sull'Adriatico e che oggi è il cuore dello scombussolamento economico croato. Anche qui, lungo il litorale, si ha la sensazione che il cuore delle decisioni politiche si sia spostato altrove, molto più a Nord. Non solo nel Nord del paese (a Zagabria), ma a Bruxelles, a Berlino. Come nel Sud Italia, anche in Dalmazia c'è stata una forte discontinuità nello sviluppo. Nel Novecento era un'area agricola. Poi c'è stata l'industrializzazione voluta dallo stato socialista. Vennero edificati grandi stabilimenti industriali, i contadini divennero operai e andarono ad abitare nei tipici palazzoni in stile sovietico. Ma l'onda dello sviluppo si è dissolta negli anni Novanta, con la crisi di tutta l'industria europea e con il crollo dell'industria post-comunista. Città come Spalato si sono ritrovate piene di gente senza lavoro. «Negli anni Novanta c'era anche molta eroina, e molto estremismo politico. In una decina di anni Spalato si è trasformata da città comunista (veniva chiamata Spalato la rossa, anche perché aveva dato 14mila partigiani alla Resistenza) in una fortezza dell'estrema destra». A me questa ricostruzione ricorda in pieno gli anni bui di Taranto. Fatto sta che dalle ceneri si è creata, a cavallo dei due secoli, una nuova onda di sviluppo: il turismo. «Il turismo ha portato uno sviluppo privo di controllo, particolarmente pernicioso nel momento in cui è diventato l'unico antidoto alla povertà. Questa nuova monocultura è il vero problema della Croazia adriatica. Si punta tutto sul turismo, benché sia un tipo di economia che non produce una reale crescita collettiva, e che dipende troppo dalle stagioni climatiche e dalla stabilità politica».
Nel panorama post-jugoslavo ci sono due forze contrapposte: una corre verso il locale, l'altra verso una dimensione trans-nazionale. In Croazia le diversità regionali sono molto forti, e si assiste a un significativo ritorno dell'uso del dialetto, anche sui giornali, nel cinema, in tv. «È una risposta al nazionalismo astratto dell'epoca di Tudjman», riflette Pavicic. «La separazione dalla Jugoslavia è stata edificata su un'idea astratta di Croazia e dell'essere croati». Così le diversità oggi si prendono la loro rivincita: è un fenomeno evidente proprio nelle regioni adriatiche, linguisticamente diverse dal centro, dall'Istria alla Dalmazia. Su un altro versante, invece, si sta ricreando una «jugosfera»: il neologismo è stato coniato da Tim Judah, giornalista dell'Economist, per indicare la creazione di uno spazio economico comune ai nuovi stati dopo il crollo della Jugoslavia. «I primi che hanno cominciato a creare questa area comune, come sempre», sorride Pavicic, «sono stati i contrabbandieri, i mafiosi, i trafficanti di droga. Dopo c'è stata una seconda fase che ha riguardato la cultura "bassa": le sit-com, i cantanti turbo-folk... È interessante notare come la cultura "bassa" si sia dimostrata molto più aperta di quella "alta" (la letteratura), che invece spesso ha alzato gli steccati e creato piccoli imperi nazionali».

La «jugosfera» esiste innanzitutto a livello economico. «L'esperienza di vita comune in fondo è stata molto forte. Tuttora lo vedi nei supermercati: tu compri ancora cose che vengono dall'altra parte, e quasi sempre esistevano già all'epoca della Jugoslavia. Cioccolata, caffè, formaggi... sono parte di una cultura consumistica comune, nonostante la guerra. Lo stesso vale per il cinema e la musica, per quegli autori che erano già famosi ai tempi della Jugoslavia. Lo sono ancora oggi in Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro». Poi ci sono quelli venuti dopo. Oggi il regista croato più interessante è forse Vinko Brešan, autore tra l'altro di Svjedoci (I testimoni, 2003) tratto proprio da un romanzo di Pavicic, Ovce od Gipsa (Pecore di gesso), in cui si irride la cultura nazionalista degli anni Novanta. Ma vanno anche ricordati Crnci (I negri, 2008) di Goran Devic e Zvonimir Juric, e Metastaze (Metastasi, 2009) di Branko Schmidt sugli ultras neofascisti di Zagabria. Sul versante del graphic novel, va segnalato Mare inquieto di Helena Klakoc (edito in Italia dalla triestina Comunicarte), ricordo per immagini di un viaggio-fuga in catamarano di porto in porto dell'Adriatico, durante i primi mesi della guerra. «Ogni volta che vado a Sarajevo», mi racconta ancora Pavicic, «trovo tutti i giornali croati. I legami con la Croazia sono ancora molti forti. I croati di inverno vanno in Bosnia a sciare; i bosniaci vengono sull'Adriatico per i bagni. Non hai bisogno del passaporto, basta la carta di identità». Tutto questo è sopravvissuto alla Jugoslavia. Il problema è vedere cosa accadrà con l'ingresso della Croazia nell'area Schengen. Allora tutto potrebbe cambiare, perché la frontiera tra ciò che è Unione europea e ciò che non lo è passerà proprio lungo il confine tra la Croazia e la Bosnia.

 

728 - Il Piccolo 17/11/12 L’Aja assolve Gotovina Tripudio in Croazia
L’Aja assolve Gotovina Tripudio in Croazia
Il Tpi ribalta la sentenza di primo grado che aveva condannato a 24 anni il generale accusato di pulizia etnica. Prosciolto anche Marka„
di Mauro Manzin
TRIESTE Per molti è un eroe, per altrettanti è un criminale, per il Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini nell’ex Jugoslavia (Tpi) è innocente. La sentenza è stata emanata ieri mattina. Ed è inappellabile. Il generale croato Ante Gotovina e il generale Mladen Marka„ poco dopo le 10 erano uomini liberi. Coloro che hanno liberato la Croazia dal giogo serbo possono ora essere celebrati come salvatori della Patria senza macchie e senza timori. La cosiddetta Guerra patriottica (1991-1995) può essere consacrata come fondamento dell’indipendente Croazia. E l’isteria di piazza esplode a Zagabria. Piazza Ban Jela›i„ è un tripudio di bandiere con la scacchiera (šahovnice), donne impazzite che baciano la foto di Gotovina con in mano il rosario pregato tutta la notte per le sorti dell’eroe galeotto. «Dal cuore si è sollevato un sasso - afferma il premier socialdemocratico Zoran Milanovi„ - tutto è durato 17 anni ma quel che importa ora è che i due generali stanno tornando a casa, dai loro parenti. Questa decisione è significativa per tutta la Croazia anche se due giudici erano contrari all’assoluzione. Questo ci fa pensare a quanto sottile sia il confine tra il successo e la sconfitta, la verità e la bugia, il diritto e la colpa. È chiaro ora che all’Aja erano state rinchiuse due persone innocenti, ma questo non significa che la guerra non è stata cruenta e che non sono stati fatti degli errori. Ma di essi è responsabile lo Stato non Gotovina e Marka„. La Croazia pretenderà che quelli i quali hanno sbagliato cadano nelle mani della giustizia». E Milanovi„ ha ragione quando dice che questa sentenza è importante per la Croazia tutta. In un momento in cui il Paese è in difficoltà per l’ostilità di alcuni Stati europei, leggi Germania, Gran Bretagna e Slovenia, a ratificare il Trattato di adesione all’Ue il pronunciamento dell’Aja è come l’acqua fresca per un assetato. Essa sancisce il diritto di Zagabria di essersi difesa dall’aggressore serbo, pulisce la coscienza nazionale e, in un certo senso, anche quella europea, insomma una sentenza tra diritto e ragion di Stato, un altra prova, se ce ne fosse stato bisogno, che la storia la scrivono i vincitori. Non a caso l’ex premier Jadranka Kosor (Hdz) parla di una «giornata gloriosa per la Croazia». La sentenza per l’ex prima donna significa che «la Guerra patriottica era giusta, una guerra di difesa e di liberazione», significa che «avevamo il diritto di difendere la nostra terra e che i generali Gotovina e Marka„ sono stati quelli che hanno guidato il vittorioso esercito croato verso la libertà». Molto diplomatica la Commissione Ue, che ha «preso nota» della decisione sui due generali croati e ha espresso il suo «sostegno al lavoro» del Tpi. «Siamo vicini alle vittime e comprendiamo che ci vorrà tempo per rimarginare le ferite della guerra», ha affermato il portavoce del commissario Ue all’allargamento Stefan Fuele, invitando la Croazia a «continuare a guardare al futuro con lo spirito di tolleranza e riconciliazione che ha portato il Paese sulla soglia dell’appartenenza all’Ue». E il presidente croato, Ivo Josipovi„, che si è felicitato dell’assoluzione in appello degli ex generali recepisce il messaggio politico arrivato da Bruxelles e sottolinea tuttavia che la Croazia ha comunque il dovere e la responsabilità di esaminare al meglio tutto quello che è successo e di punire gli eventuali crimini. «La sentenza ha confermato tutto quello che noi abbiamo sempre creduto in Croazia - dice Josipovi„ - e cioè che i due generali Ante Gotovina e Mladen Marka„ sono innocenti, e che non si è trattato di un progetto criminale comune organizzato dalla dirigenza e dalle forze croate allo scopo di espellere i civili, i nostri concittadini di nazionalità serba». E lui, Gotovina, che a 16 anni si imbarcò come clandestino su una nave mercantile lasciando la Jugoslavia e che a 18 era già nella Legione straniera, gran donnaiolo e personaggio degno di un romanzo di le Carré, ieri mattina alla lettura della sentenza ha spalancato la bocca e sgranato gli occhi che si sono bagnati di pianto. Per il generale d’acciaio la prima smorfia di umanità sul volto impenetrabile. Ristagna però nell’aula il silenzioso dolore delle vittime degli eccidi, della pulizia etnica. Urla, ancora una volta, il silenzio degli innocenti.


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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