La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri

 

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Novembre 2012 – Num. 31

 

74 - La Pietra d'Istria e Venezia - Ottobre 2003 «Condur piere da Rovigno» Estrazione e commercio nei documenti d'archivio (Michela Dal Borgo)
75 - La Voce del Popolo 13/10/12 Speciale: Alla ricerca di frammenti di storia dimenticata negli angoli più reconditi di Fiume (Roberto Palisca)
76 - La Voce in più Dalmazia 13/10/12 Scienza - Giorgio Baglivi il raguseo medico del Papa (Mario Simonovich)
77 - La Voce del Popolo 13/10/12 Ricordi di Patrizia Lucchi Quando a Neresine bevevamo Jugo Cockta (3)(Patrizia Lucchi)
78 - La Voce in più Storia e Ricerca 03/11/12 Contributi - I Grisón: Tasselli di storia istriana riassunti in un cognome (1 parte) (Kristjan Knez)
79 - Vini Buoni d'Italia 16/10/12 Alla scoperta dei vini istriani (Stefano Cosma)
80 - Osservatorio Balcani 07/11/12 Migranti armeni in Turchia, una storia al femminile (Fazila Mat)
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74 - La Pietra d'Istria e Venezia - Ottobre 2003 «Condur piere da Rovigno» Estrazione e commercio nei documenti d'archivio (Michela Dal Borgo)
LA PIETRA D’ISTRIA E VENEZIA
Atti del Seminario di Studio
3 Ottobre 2003
Michela Dal Borgo
«Condur piere da Rovigno».
Estrazione e commercio nei documenti d'archivio
«Condur piere da Rovigno»
E l’esatta dizione presente nell’archivio dei Provveditori al Sal, riferentesi alle spese sostenute dallo Stato veneziano per la ricostruzione del Palazzo Ducale dopo il rovinoso incendio del 15741.
I Provveditori al Sal erano l’organo preposto ai pagamenti per tale rifabbrica e, con la precisione che veniva a caratterizzare gli organi amministrativi e conta­bili veneziani, ritroviamo tra le loro carte, a noi per fortuna pervenute, gli ordi­nativi, in quantità e in costi, decisi dai tre Provveditori eletti sopra la Fabricha del Palazzo di ingenti quantitativi di pietra d’Istria, in questo caso proprio da Rovigno, che saranno utilizzati per la rinascita del Palazzo, sede ma anche sim­bolo visivo del potere e della potenza della Repubblica del Leone.
Ma la storia della pietra d’Istria, o meglio delle pietre d’Istria, utilizzate nell’architettura veneziana, inizia già dal Trecento. In una città di legno come quella tramandataci nella superba miniatura della zona di San Lio che adorna il Tractatus de Venetae urbis libertate di Thomas Diplovatatius2, l’uso di pietra pro­veniente dalla vicina — ma non tanto, se considerati i mezzi di trasporto dell’epoca — penisola istriana è testimoniato sin nei primi capitolari delle corpo- razioni di mestiere veneziane legate al settore edile. In particolare nel capitolare dei lapicidi redatto nel 13073, il capitolo X ordinava esplicitamente di vendere pietre, o manufatti in pietra, esclusivamente specificando il nome della località di provenienza, come ad esempio de Pola, de Parencio, vel de Ruvigno. La stessa disposizione passò nel più tardo capitolare in volgare, al capitolo XXXIX, nel quale si inserisce, nel 1311, pure il divieto per i lapicidi di lavorare o di fare la­vorare la pietra cosiddetta de man bianca, sempre proveniente dall’Istria, e la cui importazione sarà esplicitamente vietata nel capitolo XXXV dello stesso statuto, poiché essa si contrapponeva, essendo di qualità inferiore, a quella de man forte, ma il cui uso era consentito per la costruzione di davanzali, coperchi di arche, colonnette, pile per acquaio, piani di poggioli, grondaie, doccioni e tubature per la conduzione dell’acqua4.
Queste due tipologie non erano le sole ricavate dalle coste istriane. Della lo­ro varietà, qualità e quantità ce ne danno notizia importanti autori quali Vincenzo Scamozzi5, Francesco Sansovino6 e pure alcuni autori locali quali Pietro Coppo (1528)7, Giovanni Filippo Tommasini8 e Prospero Petronio9.
La migliore, ad universale riconoscimento, era quella ricavata dalle cave co­stiere disseminate tra Parenzo e Rovigno e lungo il profondo fiordo del canale di Leme. Chiamata anche “pietra d’Orsera” era di gran lunga la più compatta, resistente agli agenti atmosferici e in particolare alla salsedine, ma anche facil­mente lavorabile per la realizzazione di innumerevoli manufatti lapidei. A ciò dobbiamo anche associare un suo facile trasporto - anche dalle cave più interne e per pezzi di dimensioni notevoli — grazie all’esperienza maturata dalle mae­stranze locali che avevano adottato un sistema di trascinamento tramite letti, ovvero specie di carri o lettighe in legno, agilmente governabili anche da un so­lo uomo o, nei tratti più impervi, con l’ausilio di buoi e l’ancoraggio agli alberi.
Vi erano poi, vicino a Pola e nelle isole Brioni, giacimenti di calcari più te­neri, di colore variabile tra il bianco e il gialliccio, di certo meno pregiati, tra i quali si distingueva la pietra rossastra, più dura e compatta dello scoglio di San Girolamo nelle Brioni.
Infine, la meno pregiata era la pietra scavata a nord di Parenzo, presso Cittanova, alla foce del torrente Quieto, profonda insenatura di ben 12 miglia e utilizzata soprattutto per la fluitazione del legname proveniente dal bosco dema­niale di Montona, più adatta ad essere trasformata in calce che utilizzata per l’edi­lizia, sebbene se ne potessero anche ricavare lastre, ma di limitata dimensione e compattezza. Tale innata fragilità è comprovata dalla decisione senatoriale del 1421 che ne vietò l’importazione e l’uso nell’erezione delle fondamentali difese a mare del territorio definito, politicamente e amministrativamente, “Dogado”10.
Tutte queste esaurienti informazioni, che noi possiamo ricavare dalle opere a stampa di autori che avevano avuto la possibilità di verificare de visu la realtà delle cave istriane, sono poi confermate anche dall’analisi della documentazione archivistica in materia a noi pervenuta.
Documentazione non facile da scoprire nell’immensa mole dell’Archivio dei Frari, anche per l’ampio raggio di ricerca nei meandri e nei segreti di innumere­voli magistrature statuali veneziane che possono essere state interessate, in pe­riodi diversi, vuoi per il controllo sui sistemi di sfruttamento11, vuoi per gli ap­provvigionamenti, vuoi per i semplici pagamenti, alla grande risorsa estrattiva offerta dall’Istria.
Ma non basta — e non potrà mai bastare all’attento ricercatore — fermarsi so­lo a queste testimonianze riferite alle grandi opere eseguite dallo Stato e per lo Stato, cioè ai grandi palazzi del potere.
Alla realizzazione di quel viaggio straordinario che fu la sedimentazione ar­chitettonica nella creazione di Venezia, non bisogna dimenticare l’apporto delle grandi famiglie patrizie, delle corporazioni religiose, delle confraternite di devo­zione e delle scuole di arti e mestieri.
Progetti, preventivi, contratti, accordi, pagamenti saranno pure rintracciabili negli archivi propri di questi “agenti”, atti sempre stilati con quella precisione veneziana che rasenta la pignoleria nell’elencazione di maestranze, giornate di lavoro, materiali adoperati, dai chiodi, ai legnami, alle pietre e quant’altro indi­spensabile all’edilizia12.
Come si diceva, la diversa tipologia delle pietre istriane e la loro diversificata destinazione d’uso è largamente comprovata non solo dalle citate fonti a stampa ma pure dai documenti d’archivio.
Siamo ancor oggi in larga misura debitori di innumerevoli documentate no­tizie alle puntuali ricerche del Lorenzi13 sull’erezione e sui restauri di Palazzo Ducale, e del Paoletti14 sull’architettura e scultura rinascimentale veneziana, condotte con ottocentesca pazienza anche quando il nostro Archivio dei Frari non era così facilmente consultabile.
Sin dal XIV secolo le testimonianze si fanno via via più numerose e signifi­cative.
Nel 1319, e ancora nel 1398, pietre del monte Genestoso (oggi Mun Zanistus, collina a sud del Canale di Leme) vengono portate a Venezia15.
Nel 1425, per la Cà d’Oro, Marin Contarini ordinò alcune lastre da balconi, di grandi dimensioni, estraibili solo dalle cave tra Parenzo e Rovigno, e in parti­colare da Orsera16.
Nel 1437, per il portale della Scuola Grande di San Marco e nel 1438 per la Porta della Carta viene richiesta esclusivamente pietra di Rovigno17.
Nel 1461 Pietro di Rovigno invia a Venezia pietre dalle cave di Monteauro (oggi Muntravo, a sud di Rovigno)18.
Nel 1469 i Provveditori al Sal, per una loro casa a Malamocco, richiedono per porte, finestre e balconi l’uso di «piere da Ruigno de bon nembro», mentre per la farcitura di davanzali e mensole potrà essere utilizzata anche la meno pre­giata «piera da Puola»19.
Nel 1506 il priore di San Salvador ordina diverse tipologie lapidee di prefis­sate dimensioni dalle cave di monte San Pietro a Rovigno, Monteaura < Mongorna20.
Per i numerosi restauri a Palazzo Ducale furono sempre richieste pietre di Rovigno della migliore qualità, anche se per alcune porte fu utilizzata anche la pietra proveniente dagli scogli di Brioni (1489)21, oltre ad altro materiale prove niente dalle cave del Padovano, e del Vicentino, assieme a colonne e marmi d Parma e addirittura dall’isola di Candia22.
La stessa pietra da calce di Quieto poteva essere richiesta per rifornire le rare e controllate, per ragioni di sicurezza ambientale, fornaci di calce e mattoni pre­senti nella Dominante e nell’immediato retroterra lagunare (1440, Bartolomeo Trevisan per Giovanni delle Fornaci, a San Samuele)23.
Questi sono solo alcuni esempi, già ben noti agli storici dell’architettura, ma preziosi anche per i professionisti del restauro, per diversificare le modalità dei loro interventi conservativi.
Ma quali erano le dinamiche dell’estrazione in loco, del commercio e del tra­sporto sino a Venezia delle pietre istriane?
Sappiamo che nelle zone più ricche di cave esistevano locali corporazioni di mestiere di lapicidi. A Rovigno tali maestranze risultano già organizzate dal XIII secolo e ad essi, come a quelli provenienti da Venezia, fu concesso dal Senato per il tramite del Podestà, di poter scavare pietre da qualunque luogo ri­tenessero più opportuno se destinate «pro nostro litore» (5 settembre 1323)24. A controllare il loro ben operare i Provveditori al Sal inviarono un’ispezione nel giugno 1440: «per ben e utile del nostro Comun dobiate andar fina a Ruigno a veder le piere se chavano per i diti lavorieri, aziò che i diti maistri siano soliciti a dar fine a quelo iano a far et etiam a veder la bontà dele piere i chavano e quan­to più presto ve serà posibile solicite al nostro spazio sì da Piran chome da Ruigno, semo certi cum ogni solicitudine e boni effeti dare fine a tuto, che cusì speremo nela vostra nobilitade seguirà»25.
Anche negli statuti di Pola, pubblicati dal Benussi, si fa implicito riferimento ai tagliapietra delle isole Brioni, concedendo loro di possedere - quale altra fon­te di sostentamento — sino ad otto capi di bestiame per nucleo familiare26.
Tali artigiani potevano, almeno sino al XVI secolo, essere utilizzati o come semplici cavatori, per l’estrazione e il taglio della pietra, oppure anche per le successive fasi di pulitura e levigatura (spontar), o di squadratura in blocchi ret­tangolari (squarizare), anche secondo le esigenze più o meno particolari degli acquirenti.
C’è da dire che alcuni autori ipotizzano essere queste maestranze locali “pro­babilmente” quasi tutte proprietarie delle cave sfruttate, o su base famigliare o come componenti di società27.
Si avanza qualche ragionevole dubbio, almeno dal secolo XVII, su tale affer­mazione. Nel 1582, probabilmente sulla base di antiche consuetudini, la comu­nità di Rovigno ottenne dall’allora Provveditore generale in Istria Ludovico Memo e con approvazione del Senato il riconoscimento del possesso libero di «boschi, pascoli e luochi inculti», dai quali procurarsi «qualche alimento nell’angustia del sito e povertà del luogo»28.
Tra questi “beni comuni”, giuridicamente goduti dunque in proprietà collet­tiva, rientravano anche le pietraie. I riusciti tentativi, nel 1674, da parte di alcu­ni privati di vedersi riconosciuto, tramite investitura concessa dai Deputati alle Miniere, il monopolio di sfruttamento di tali cave, suscitò le vibrate proteste della Comunità che, tramite il Podestà di Rovigno Zorzi Zorzi, giunse a portare le proprie ragioni sino a Venezia, davanti al Senato e al Consiglio dei Dieci, per vedere ripristinati gli antichi privilegi ed evitare nel contempo il pagamento della “decima minerale”29 (cfr. infra la riorganizzazione del sistema daziario su cave e miniere attuata tra XVII e XVIII secolo).
Possiamo ipotizzare che i lapicidi locali fossero in grado di fornire ogni gra­do di pietra, dal grezzo alla quasi totale finitura, come testimoniato anche da varie tipologie di contratto, vuoi per pietre allo stato naturale o per manufatti già sagomati e pronti per il montaggio (ad esempio nel 1319 dal monte Genestoso uno stipite di porta della lunghezza di 9 piedi30; nel 1425, da Pola, 150 piedi di pietra per grondaie e cornici di porta31, nel 1503 per i Procuratori di San Marco32 e nel 1506 per il Priore di San Salvador, una certa quantità di scalini, gradini)33.
L’acquirente poi poteva redigere l’ordinativo da Venezia, fidandosi totalmen­te delle professionalità dei lapicidi locali per la buona qualità, oppure inviare personale specializzato dalla Dominante per la scelta dei materiali e pure per le prime fasi di lavorazione da effettuarsi in loco. Il caso forse più noto di questa seconda soluzione è la costruzione del convento di San Zaccaria, affidata tra il 1458 e il 1477 ad Antonio Gabello e, dopo il 1483, a Mauro Coducci: ambe­due i protomaistri furono, per contratto, obbligati a frequenti viaggi in Istria, con al seguito provetti tagliapietra veneziani, per scegliere, ordinare, spontar, e organizzare il trasporto del materiale lapideo34.
Trasporto che avveniva a spese dell’acquirente o, se diversamente pattuito, a cura del lapicida istriano, quasi esclusivamente, almeno sino al XV secolo, tra­mite particolari imbarcazioni denominate marani (forse di ispirazione spagno­la), condotte a vela e della portata di 150- 200 miara (1 migliaio = 476 kg)35; nel 1437 il Senato stabilì che detti marani, utilizzati per il commercio via mare non solo di pietre ma pure di legname ad uso della Dominante, fossero esclusi­vamente di «patroni [qui] habitant cum suis familiis venetiis»36.
Ma nell’organizzazione del commercio e della lavorazione della pietra istria­na, ma anche dei marmi e di altro materiale ad uso edile proveniente dallo Stato da Terra della Serenissima, dobbiamo tener conto che all’interno della corporazione veneziana dei tagliapietra esisteva anche la figura particolare del paron de corte, ovvero un artigiano-imprenditore-direttore di lavori che, dotato di cospicui capitali, aveva la possibilità di gestire in proprio i rifornimenti, te­nendo nella propria bottega — spesso un largo spazio prospiciente un approdo acqueo, come quello tramandatoci dal Canaletto per la costruzione della chiesa di San Vidal — ingenti quantità di pietra grezza, semilavorata o già predisposta per la messa in opera, soprattutto se di formato standard come quello usato per porte, finestre, scafe, condotti acquei. A questi artigiani, già dal XV secolo, il committente poteva liberamente commissionare il “lavoro finito” - dalla pietra grezza all’edificazione - senza ulteriori preoccupazioni e secondo i prezzi pattui­ti nel preventivo contratto. Alcune di queste botteghe ben rifornite sono docu­mentate nella serie archivistica degli Inventari dei Giudici di Petizion37.
Una totale rivoluzione in materia di politica mineraria nei territori veneziani si avrà nel 1666 con l’istituzione di una nuova magistratura, i Deputati sopra le Miniere, che, eletti sino alla caduta della Serenissima dallo stesso Consiglio dei Dieci, ne erediteranno tutte le competenze in materia38.
In particolare doveva essere riveduto il modo di riscossione della decima mi­nerale «patrimonio regale dell’eccelso Consiglio di Dieci» che, imposta indiffe­rentemente su tutti i materiali estrattivi, «poteva essere riscossa in natura, pro­porzionalmente alla quantità di materiale estratto, o in denaro sui proventi ot­tenuti dalla vendita dello stesso»39.
Pietre e marmi ad uso edile, per quanto pregiati, risultavano comunque un materiale povero rispetto ai più redditizi metalli, e il sistema di riscossione fisca­le imposto su di essi doveva essere diversificato. I Deputati alla Miniere giunse­ro a disciplinare definitivamente le modalità di riscossione per pietraie, marmi, scaglie, lastre per l’edilizia con le due terminazioni dell’8 giugno 1670 e del 10 giugno 167140.
Si dispose così un sistema quanto più utile e meno dispendioso, dal punto di vista amministrativo per lo Stato, fissando, sotto la supervisione dei Vicari loca­li, un concordato annuale con i produttori, garantendo così una certa stabilità al gettito dell’imposta. Dalla seconda metà del XVIII secolo lo jus per la riscos­sione della decima minerale fu appaltato attraverso una regolare gara d’asta al miglior offerente, aperta a chiunque intendeva presentare apertamente o anche con scrittura secreta, la propria offerta annuale e per un determinato periodo di anni41.
Ma alla reale applicazione di tale normativa si opponeva una quasi totale ignoranza sulla quantità e sulla qualità delle miniere presenti nei vari territori, poiché non si era mai provveduto nel passato a redigerne accurati Catastici, co­me per altri beni di proprietà statuale42.
Il Podestà di Capodistria, interpellato dai Deputati nel settembre 1666, ave­va denunciato l’esistenza di ben 4000 pietraie nel territorio di Rovigno, Albona e Fianona, di cui solo cinque risultavano però sfruttate e ciò in assenza di mae­stranze qualificate43.
Le pretese di totale esenzione daziaria su scavo e commercio avanzate dalla Comunità di Rovigno sulla base di antiche concessioni collettive - abbiamo ci­tato quella del 167444 - si erano protratte sino al 1682, con la consegna di “at­ti , in copia, comprovanti tale diritto45.
Ma i Deputati alle Miniere, in una loro scrittura presentata al Consiglio dei Dieci il 20 giugno 1682, non le ritennero sufficienti per la rivendicazione giuri­dica di tale diritto46. Anzi, rivendicarono la pubblica utilità di concedere tali in­vestiture e di ricavarne, senza alcuna deroga territoriale, la decima minerale sta­bilita per legge:
Per notizia più essatta, come prassi tal’affare, havemo pur voluto qualche informatione con essame de diversi: e ricaviamo che molta quantità di pietra va frequentemente capitando in que­sta Città con marciliane de particolari; che una parte sia cavata da quelli abitanti e venduta a pi- guimento loro; altra si faccia cavare da mercanti di questa città a spese di essi, con profitto con­siderabile. Onde vedendo che la Communità non prende tanta parte in tale negozio, si può ar­gomentare che l’interesse sia più particolare che della Comunità medesima, e con artifici ap­punto si procuri introdurre abuso pernicioso, che si cavino minere senza investiture del Magistrato nostro, dipendente dall’Eccelso Consiglio, levar i diritti antichissimi sopra le minere al Principe per la dovuta decima. Oltre che il mal esempio potria servire per altra Comunità, particolarmente di Este e Moncelese, da quali anche per scaglia e mazegno si ricava la publica decima, come pure si pratica in altra città e luoghi del stato, e si confonderebbe il buon ordine, che s’è stabilito e si và tuttavia stabilendo con indefessa nostra applicatione, per render riguarde­vole questa entrata e corrispondente, per quanto si possa, a tempi de’ secoli passati47.
Il Consiglio dei Dieci rimette ogni decisione in materia agli stessi Deputati: «devenendo a quegl’espedienti e rissolutioni che per loro prudenza saranno giu­dicate confacenti alla giustizia e al publico servicio»48.
Alla luce di questo i Deputati decisero di revocare immediatamente tutte le investiture esistenti al gennaio 168349, fissando nel contempo la somma di cin­que «soldi de piccoli» in valuta corrente per ogni «migliaro» di pietra istriana condotta a Venezia, somma che doveva essere versata prima di procedere allo scarico del materiale50.
Ma la situazione continuava a restare volutamente confusa, poiché il lavoro duro e i bassi guadagni frenavano ormai irreparabilmente lo sfruttamento di ta­le risorsa naturale.
Tra il 1683 e il 1686, l’allora Vicario sopra le Miniere in Istria Bartolomeo Petronio, denunciando anche il disinteresse del Podestà di Rovigno nello stimo­lare le richieste di reinvestitura da parte dei locali, comunicava di essere final­mente riuscito ad istituire un apposito registro di carico e di riscossione della decima, contenente i dati esatti della quantità di pietre imbarcate, la loro desti­nazione, i nominativi del o dei proprietari della cava e del padrone dell’imbar­cazione usata per il trasporto51.
Ma gli abusi continuarono, venendo ad aggravare la situazione pure un pro­gressivo esodo di rovignesi tra gli escavatovi più periti verso il territorio di Orsera, porto di giurisdizione pontificia quale feudo del Vescovo di Parenzo52.
La graduale ma inarrestabile diminuzione di pietre e sassi vivi dall’Istria ver­so Venezia ad uso di «sacri edifizi e fabbriche private», con conseguenti sensibili rincari del loro prezzo sul mercato della Dominante, fu oggetto di una detta­gliata relazione presentata, nel settembre 1751, dai Deputati alle Miniere al Consiglio dei Dieci53.
Malgrado non siano scarse le attività di estrazione - affermano i Deputati - si verifica un notevole «disperdimento» poiché la massima parte del materiale lapideo, con imbarcazioni condotte da rovignesi e chioggiotti, veniva dirottata verso l’arciducale Trieste, città in piena espansione, con ampliamento e rafforza­mento di moli, fortificazioni, lazzaretti, edifìci privati.
Insomma risultava proprio che «li Stati e li sudditi di questo Dominio sono li principali ministri dell’altrui ingrandimento sino a farsi anche impresari della spedizione dell’intiero bisogno» che porterà il porto franco di Trieste «per sin divenire potenza marittima»54.
I rimedi suggeriti, e da adottare subito, saranno l’annullamento e la confisca delle investiture sinora concesse, rinnovabili solo «con regole, e cosi ristrette, che non siagli in seguito più permesso l’abuso dell’escavazioni»; costringere i padroni di barche «a navigare unicamente per questa Città»; riformare le moda­lità per la concessione dello jus di riscossione della decima minerale con «facoltà più limitate e particolari».
I Dieci accolsero i suggerimenti avanzati dai Deputati, annullando ancora una volta tutte le investiture e riappaltando la riscossione della decima55.
Sia detto che le reinvestiture delle cave istriane concesse dai Deputati alle Miniere tra il marzo 1752 e il dicembre 1754 risultano 45, tutte elencate in un prezioso registro a noi pervenuto56.
Ma tali salutari provvedimenti non si rivelarono bastanti e nel marzo 1755 i Deputati sottopongono all’approvazione del Consiglio dei Dieci una loro circo- stanziata terminazione, articolata in ben 11 punti, per disciplinare, una volta per tutte, il commercio e il trasporto delle pietre istriane verso la Dominante, ad uso di fabbriche pubbliche e private o per le riparazioni delle opere a prote­zione dei pubblici lidi57.
Agli istriani veniva riservato il trasporto verso Venezia, ai navigli di Chioggia e Pellestrina era consentito quello di pietre utilizzate per le difese a mare, a tutti i sudditi era permesso caricare scaglia per i rifornimenti delle fornaci da calcina. Ovviamente tutti dovevano dimostrare, con l’esibizione di appositi bollettini, di aver pagato i dovuti tributi fiscali allo Stato.
Tale terminazione viene tra l’altro estesa anche alle miniere dell’isola di Curzola e ad altri luoghi della Dalmazia, e l’esecuzione affidata alla comprovata virtù et esperienza del Provveditore generale in Dalmazia.
Con questa disposizione, approvata totalmente dal Consiglio dei Dieci 1’ 11 marzo 175558, sembrerebbero definitivamente regolamentati lo sfruttamento e il commercio della pietra istriana.
Almeno in teoria, e allora perché gli Inquisitori di Stato delegarono nel 1758 alla facoltà del Podestà di Capodistria la concessione di poter estrarre pietre de­stinate ad esteri stati?59 E perché continuava in larga scala il fenomeno di con­trabbando verso il territorio ferrarese e lo Stato pontificio?60
Crisi della richiesta interna? Crisi dell’attività estrattiva locale, con bassi sala­ri e lavoro faticoso? Fisiologico esaurimento delle vene più pregiate? Peso ecces­sivo degli aggravi fiscali imposti dallo Stato o da appaltatori di pochi scrupoli?
Probabilmente una concausa di tutte queste ragioni, e forse anche d’altre, ma la vecchia Repubblica del Leone, in tutt’altre faccende affaccendata negli ul­timi decenni di un faticante XVIII secolo, non riusciva più a trovare le forze in­terne — e le ragioni interiori — per porre adeguati rimedi a questo particolare settore della sua economia.
A Venezia non resta che rendere grazie al prezioso frutto del suolo istriano, per il passato e di certo anche per il futuro.
Note
1 Archivio di Stato di Venezia (= ASVe), Provveditori al Sai, reg. 414, aa. 1574-1577, Notatorio, dei Provveditori eletti alla Fabbrica del Palazzo. Trattasi di polizze e mandati di pagamento per il restauro e la ri- costruzione del Palazzo Ducale dopo l’incen­dio del 1574. Nello stesso registro è docu­mentata l’importazione di pietre padovane e vicentine, coppi trevigiani, colonne e marmi da Parma (c. 80v) e dall’isola di Candia (c. 95v e c. 113v).
2 Conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia.
3 L’originale è in ASVe, Giustizia Vecchia, reg. 1, cc. 222-24.
4 G. Monticolo, E. Besta, I capitolari delle arti veneziani sottoposte alla giustizia e poi alla Giustizia Vecchia dalle origini al MCCCXXX, voi. Ili, Roma 1914, pp. 249-264. Sulla cor­porazione dei tagiapiera cfr. M. Dal Borgo, Arte dei tagiapiera, in G. Caniato, M. Dal Borgo, Le arti edili a Venezia, Roma 1990, pp. 159-69.
5 V. Scamozzi, L’idea dell’architettura univer­sale, Venezia 1615, II, p. 204.
6 F. Sansovino, Venetia città nobilissima et singolare, con aggiunte di G. Martinioni, tre parti, Venezia 1663, p. 383.
7 P. Coppo, Portolano delli lochi maritimi et isole del mar Mediteraneo, 1528.
8 G.F. Tommasini, De’ Commentari storici- geographici della provincia dell’Lstria, libri otto, in «L’Archeografo Triestino», IV (1837), pp. 3-547.
9 L’originale in ASVe, Miscellanea Codici, se­rie II, reg. 40: P. Petronio, Memorie sacre e profane dell’Istria, 1681. Edizione critica a cu­ra di G. Borri e L. Parentin, Trieste 1998. Un agile sunto sulle cave istriane in F. Rodolico, Le pietre delle città d’Italia, Firenze 1953, p. 194 e sgg.
10 ASVe, Provveditori al Sai, b. 6, reg. 8a, c. 27v, 1421, 5 dicembre.
11 In generale sulle riserve estrattive venezia­ne cfr. A. Alberti, R. Cessi, La politica minera­ria delle Repubblica Veneta, Roma 1927, e più in particolare M. Dal Borgo, Il controllo dello stato sull’attività estrattiva, in G. Caniato, M. Dal Borgo, Le arti edili, cit., pp. 49-74.
12 Vorrei aprire una parentesi squisitamente archivistica. Anche di fronte ad archivi ordi­nati si devono spesso fare i conti con indici - o strumenti di corredo per la consultazione — ottocenteschi, estremamente avari di informa­zioni analitiche. Grazie al censimento “Anagrafe”, voluto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, ora archivi di corpora­zioni religiose, Scuole Grandi, Scuole piccole e suffragi, Ospedali e luoghi pii, sono più ac­cessibili, seppure a “grandi linee”. I ricchi ar­chivi di privati, talora ancora presso l’ente produttore, seppur censiti e notificati dalla Sovrintendenza per i Beni Archivistici del Veneto, risultano difficilmente penetrabili se non con una consultazione “a tappeto”, busta per busta. Con questo non voglio dire che l’archivista, nel suo doveroso, quotidiano im­pegno di conservazione e inventariazione do­vrebbe predisporre tutti i documenti d’utilità per lo storico delle diverse discipline, tutt’altro. Non sia superfluo puntualizzare, anche per le future generazioni di storici, che la ri­cerca non può e non deve esaurirsi attraverso e solo per quelle vie “canoniche” che la strut­tura dell’amministrazione veneziana più facil­mente può suggerire, perdendo magari di vi­sta impervie strade secondarie non meno fo­riere, proprio perché meno battute, di nuove ed inedite scoperte. Un ottimo esempio di ca­pillare ricerca tra le varie fonti è quello offerto in S. Connell, The Employment of Scultura and Stonemasons in Venice in the Fifteenth Century, New York and London 1988 e, della stessa autrice, il saggio Gli artigiani dell’edili­zia, in Dal Medioevo al tardo Rinascimento. Ricerche di storia del costruire a Venezia, «Ricerche Venete», 2 (1994), pp. 31-97.
13 G.B. Lorenzi, Monumenti per servire alla storia del Palazzo Ducale di Venezia, Venezia 1868.
14 P. Paoletti, L’architettura e la scultura del Rinascimento in Venezia, voli. 2, Venezia 1893.
15 Cit. in S. Connell, Gli artigiani, cit., pp. 42-43.
16 Ivi, p. 48.
17 Ivi, p. 44.
18 Ivi, p. 49.
19 Ivi, pp. 44-45.
20 Ivi, p. 48.
21 G.B. Lorenzi, Monumenti, cit., p. 225.
22 Cfr. nota 1.
23 Cit. in S. Connell, Gli artigiani, cit., p. 46 Sull’arte dei fornasieri a Venezia cfr. M. Dal Borgo, Produzione e trasporto delle mate­rie prime, in G. Caniato, M. Dal Borgo, Le arti edili, cit., pp. 75-78.
24 Cit. in B. Benussi, Storia documentata di Rovigno, Trieste 1977, pp. 143-44.
25 ASVe, Provveditori al Sai, b. 6, reg. 8a, c. 89v, 1440, 3 giugno: cit. in S. Connell, Gli artigiani, cit., p. 45.
26 B. Benussi, Statuto del Comune di Pola, in «Atti e memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria», XXVII (1911), p. 263. Dello stesso autore: Storia documenta­ta di Rovigno, Trieste 1977, pp. 143-44.
27 S. Connell, Gli artigiani, cit., p. 50. Le con­suetudini presenti in Inghilterra, o gli esempi italiani di Bologna e Carrara non possono esse­re estesi alla realtà dei domini veneziani.
28 Cfr. l’incartamento inserto nella minuta originale della parte del Consiglio di Dieci del 7 luglio 1674 in ASVe, Consiglio di Dieci, Comuni, filza 700, alla data.
29 Ibidem. Nella supplica presentata dalla Comunità cosi si legge: «uno [privilegio] è l’escavatione delle pietre, le quali con gran di­spendi cavate da monti aspri, li carricano ne’ vascelli e carricate si vendono infelici soldi cinquanta, alle volte sessanta il migliaro... per antica e non mai interrotta consuetudine la stessa Comunità ha concesso licenza a poveri abitanti di quel luogo di far tale escavazione di pietre e ricavarne in questa conformità il loro sostentamento. Hora alcuni, che biasi­mano la quiete di detta povera Comunità, si sono compiassi con mal nata stravaganza ca­pitar al Magistrato eccellentissimo delle Minere, et quasi che avessero scoperto un te­soro ignoto, si hanno fatto investir e dar aut- totità a loro soli di poter escavar da nostri luoghi dette pietre, et in questa forma di­struggendo le nostre concessioni, apportarci quelli altissimi pregiudicii che ben osserva la maturità di Vostra Serenità... La scrittura del podestà Zorzi Zorzi del 2 luglio 1654 appog­gia le istanze avanzate dalla Comunità:... Et osservo dalli libri della Comunità che dal 1542 sino al presente con uso continuato, li Rettori di questo Reggimento con li Giudici e Sindico d’essa Comunità, hanno sempre inve­stito in siti da cavar pietre questi abitanti, a conformità dell’istanze che le porgevano, sen­za alcun aggravio o spesa, gran numero de quali tutta via s’industriano in tal impegne procacciandosi con questo il vito, essend< pocchi i siti fruttiferi nella ristrettezza del territorio, disponendo della materia che cavano parte in fabbricarsi case,et parte della miglior qualità caricano sopra vascelli per cotesta Dominante, con tenuissimo prezzo di lire tre il migliaro al più. Dell’anno 1582 dal N. H. ser Lodovico Memo, Proveditor Generale in questa provincia, fu anco concesso ad essa Comunità il possesso libero de’ boschi, pasco­li e luochi inculti di questo territorio, che le fu pure ampiamente confirmato dall’eccellentissimo Senato, onde per mio umilissimo sen­timento non veggo possi cader in dubio il possesso et ius legittimo d’essa città, anco in ogni sito da cavar pietre, questi appunto es­sendo fra gl’altri li più inculti. All’incontro non appariscono rilasciate investiture dal pre­detto Magistrato [alle Miniere] di pedrare in questo territorio che di recente et in poco nu­mero, procurate da alcuni con espeller i primi investiti dalla Comunità, per quello si scorge e vien communemente rifferto. Si che, a consolation di tanti poveri, che mendicano da quotidiani sudori il necessario allimento con questo solo impiego, premessa la debita rive­renza, direi forse degna la detta Comunità della gratia supplicata come appoggiata all’equità, et alla sola preservazione de ciò che già le fu commesso dalla publica munificenza, rimettendo però queste mie umilissime et sin­cere espressioni all’alto infallibil intendimen­to della Serenità Vostra. Il Consiglio di Dieci non prese alcuna posizione, rimettendo l’ana­lisi del caso ai Deputati alle Miniere che, ben informati della materia, dovranno produrre distinta relazione in loro scrittura giurata.
30 Cit. in S. Connell, Gli artigiani, cit., p. 51.
31 Ibidem.
32 ASVe, Provveditori al Sai b. 6, reg. 8a, c. 238, cit. in S. Connell, Gli artigiani, cit., p. 49.
33 Cit. in S. Connell, Gli artigiani, cit., p. 48.
34 Ivi, pp. 52-53.
35 F. Mutinelli, Lessico veneto, Venezia 1851, p. 241.
36 ASVe, Senato, Misti, reg. 60, c. 39v, 1437, 16 ottobre. I Provveditori al Sal dove­vano controllare e reprimere eventuali abusi.
37 Il più antico inventario sino ad ora rin­tracciato è quello della bottega di Guglielmo di Pietro, del 1526, in ASVe, Scuola Grande della Misericordia, b. 24, Commissaria Gruato, fase. B2, cc. 5-9, cit. in S. Connell, Gli artigiani, cit., p. 38.
38 Cfr. A. Alberti, R. Cessi, La politica mine­raria, cit.
39 Cfr. M. Dal Borgo, Il controllo dello stato, cit., p. 49.
40 ASVe, Deputati alle Miniere, Scritture, Tomo I, alle date. Cit. in M. Dal Borgo, Il controllo dello stato, cit., pp. 50-54.
41 Cfr. M. Dal Borgo, Il controllo dello stato, cit., p. 49.
42 Sulla situazione della penisola istriana fondamentale il saggio di M. Dal Borgo, Pietre d’Istria: estrazione e commercio nei docu­menti dell’Archivio di Stato di Venezia (secc. XVII-XVIII), in «Histria Terra. Supplemento agli Atti e Memorie della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria», voi. 3, Trieste 2000, pp. 17-53.
43 ASVe, Deputati alle Miniere, Lettere re­sponsive, Istria, busta A-C.
44 Oltre alla documentazione presente nell’archivio del Consiglio di Dieci (cfr. nota 28) cfr. ASVe, Deputati alle Miniere, Carte ed atti attinenti alla Comunità di Rovigno che pretendeva esenzione della Decima Minerale, aa. 1578-1674, registro unico.
45 Cfr. il registro unico presente in ASVe, Deputati alle Miniere, Carte ed atti attinenti alla Comunità di Rovigno che pretendeva esen­zione della Decima Minerale, (scritta sul piatto anteriore), documenti in copia dal 1578 al 1674.
46 ASVe, Consiglio di Dieci, Comuni, filza 750, inserta nella minuta originale della parte del Consiglio di Dieci del 1682, 9 luglio.
47 Ibidem. I Deputati alle Miniere allegano pure copia delle investiture da loro concesse, tra il 1666 e il 1680, per i territori di Rovigno, Pola e Istria.
48 Ibidem, parte del Consiglio di Dieci del 1682 9 luglio.
49 ASVe, Deputati alle Miniere, Terminazioni ed altri atti, 1681-85, n. 76 30 gennaio. Cit. in M. Dal Borgo, Pietre d’istria, cit., p. 28, doc. 3.
50 ASVe, Ibidem, n. 77, 1683, 30 gennaio. Cit. in M. Dal Borgo, Pietre d’istria, cit., p.29 doc. 4.
51 Cfr. M. Dal Borgo, Pietre d’Istria, cit., pp. 30-36, docc. 5-7.
52 Ivi, pp. 19-20.
53 ASVe, Consiglio di Dieci, Comuni, filza 1047, 1751, 20 settembre, inserta nella mi­nuta originale della parte del 1751, 22 set­tembre. Cit. in M. Dal Borgo, Pietre d’Istria, cit., pp. 37-39, doc. 8.
54 Ibidem.
55 Cfr. M. Dal Borgo, Pietre d'Istria, cit., pp. 40-42, docc. 9-10.
56 Trattasi di un singolo registro, compren­dente il rinnovo di investiture anche in altri rettorati del dominio veneziano la cui colloca­zione archivistica ai Frari è: Deputati alle Miniere, Investiture, aa. 1721-82.
57 ASVe, Consiglio di Dieci, Comuni, filza 1062, inserta nella minuta originale della par­te dell’ 1 1 marzo 1755- Cfr. M. Dal Borgo, Pietre d’Istria, cit., pp. 43-47, docc. 11-12.
58 Ibidem. Cfr. M. Dal Borgo, Pietre d’Istria, cit., p. 48, doc. 13.
59 ASVe, Inquisitori di Stato, reg. 535, c. 108r e v; cit. in M. Dal Borgo, Pietre d'Istria, cit., p. 20.
60 Cfr. i processi presenti nell’archivio degli Inquisitori di Stato citati in M. Dal Borgo, Pietre d’Istria, cit., pp. 20-21 e nota 15.

 

75 - La Voce del Popolo 13/10/12 Speciale: Alla ricerca di frammenti di storia dimenticata negli angoli più reconditi di Fiume
a cura di Roberto Palisca
Alla ricerca di frammenti di storia dimenticata negli angoli più reconditi di Fiume
Testoni, mascheroni e antiche leggende
È stato questa estate che, mentre ci arrostivamo al sole in una delle spiaggette quasi dimenticate di Cantrida (oggi tutti vanno su quella, bella per la verità, che si estende sotto la nuova piscina) parlando con l’amico Bruno e con sua moglie, fiumani patochi, mi sono tornate in mente tutte quelle notizie che tanti anni fa, Egidio Milinovich, durante i nostri incontri nell’allora Circolo, mi aveva raccontato. E questo perché? Perché appunto i due amici, abitando presso la Scuola Gelsi e dovendo passare quasi ogni giorno lungo i vialetti di quelli che una volta erano i “Giardini”, mi raccontarono indignati del povero “Mustacion”, la mascherona spiturazzada dai spray dela mularia, murata in una specie di antro che nelle intenzioni forse doveva essere una fontana ma che invece oggi non è altro che un gran scovazzon...
El «mustacion» e i... merli
All’inizio del secolo diciannovesimo, quando ancora non era stato costruito l’acquedotto cittadino, in pieno Corso, tra l’edificio dell’attuale “Radio Fiume” e la rivendita di giornali dall’altra parte, c’era una bella sorgente, la fontana del “Mustacion”, a detta di Milinovich un grando mascheron con un per de mustaci e co’ la boca spalancada propio a culo de galina, la cui acqua serviva agli usi casalinghi di tutti gli abitanti del centro. Bastava scendere alcuni scalini per attingerla, sempre limpida e fresca, tanto che il popolo aveva coniato il detto: Chi beve l’acqua del Mustacion, de lassar Fiume no’l xe bon. Quest’acqua comunque serviva solo per bere e per cucinare. Per lavare i panni, le donne di Cittavecchia e dintorni, mastello ritto in testa, andavano a Scoglietto al lavatoio pubblico e secondo Milinovich... co’ noi mularia drio a portar el banco e la batola. E se le done jera zovini a far de candeloto perché i... merli rivava fin là a fis’ciar drio le putele e le mare voleva eser sicure... Il “Mustacion” venne eliminato con la costruzione dell’acquedotto “Ciotta”. Con lui vennero pure soppresse altre fontane pubbliche su decisione della giunta comunale per “motivi d’igiene”. Una si trovava sul Canal Morto e la serviva ai Bodoli che i andava a lavarse i pìe prima de andar a Tersato, un’altra era situata davanti al teatro, un’altra ancora in piazza Žabica e la sua acqua la vigniva fora dala boca de rane, da cui il nome. Una infine era situata presso il Sasso Bianco e due ai lati del Palazzo del Governo. Oggi, sempre a detta di Milinovich no xe restà altro che le do rode dela Cartiera in quela che jera Piaza dele Erbe, un gran cadin sempre pien de scovaze...
I due testoni con i bigodini
Ancora due testoni di un certo valore, se non artistico certamente etnografico, sono quelli della chiave di volta dei portoni del grande edificio che sorge davanti la stazione ferroviaria. Nella seconda metà del secolo XVIII la “Raffineria fiumana di zucchero” era una delle più importanti d’Europa. Produceva (nientemeno!) da venti a trentamila quintali di zucchero all’anno e nei periodi di punta, impiegava addirittura mille operai e il semilavorato arrivava direttamente con le navi al suo molo che s’allungava al posto dell’attuale stazione ferroviaria. Lo stabilimento chiuse i battenti nel 1826 dopo ben 75 anni di intensa attività. Quindi in quest’edificio (ampliato e oggi purtroppo abbandonato) venne sistemata la manifattura tabacchi rinomata per i suoi “toscani” e (questo Milinovich me lo raccontò con malcelato rimpianto) per le sue tabacchine mule stagne, piene de morbin, tute boni partiti per via dela paga che le portava casa. Jera anche la canzon: Son fiumana tabacchina/e me piase el mio mestier/ma el lavor dei spagnoleti/no’ xe solo el mio pensier!... Al proposito non bisogna dimenticare che in quei tempi a Fiume veniva anche stampato un giornaletto umoristico ”La Tabacchina”, un settimanale che però durò solo dal 1908 al 1909...
Ma lasciando da parte le tabacchine e tornando alle due teste è interessante notare che appunto “hanno i bigodini”. In effetti quella specie di tappi messi tra i capelli non sono altro che pani di zucchero perché in quella forma usciva a quei tempi il prodotto finito dalla raffineria.
Al Vecchio Napoleone d’oro
Oggi il testone che c’è sulla chiave di volta del portone a fianco dell’Arco Romano sembra essere stato restaurato da quando è diventato l’entrata di un ristorante il quale, dati i prezzi, certamente va per la maggiore. Qui però una volta sorgeva la nota osteria “Al Vecchio Napoleone d’oro” e a detta di Milinovich era una bona osteria, roba da bonculovici, co’ le tovaje bianche e anca i candelotti impizzadi sui tavoli. Noi se saziavamo dei odori, noi de Barbacan che gavevimo sempre fame. E dato che là torno jera anche i casini, magari sul più bel rivava el polizai e noi via de briva! Andavimo a sconderse in piazeta San Micel, da Peretti che co’ la Maria Longa – quela che in costume apriva i bali sul tavolazzo durante le feste – jera la copia più alta de tuta la Zitavecia...
La stecca di Beniamino Gigli
A proposito di casini, c’era un’altra testa che si inseriva in questa faccenda ed è quella che precisamente si trova subito all’uscita della Torre civica, cioè sotto il piccolo volto che porta nell’ex piazza Santa Barbara. È una testa molto rovinata, quasi senza tratti umani, e questo pare sia dovuto al fatto che le donne fiumane, arrabbiate, spesso la colpivano con scope e bastoni onde potersi in qualche modo vendicare quando scoprivano che il fidanzato o il marito era uscito da una di quelle case di malaffare piene de babe spiturazzade!
Un altro testone con tanto di leggenda è quello che si trova sopra l’arco di volta dell’entrata posteriore del teatro. Sembra che questa specie di diavolone con tanto di corna e di ghigno portasse – a detta di Milinovich – pegola a cantanti e atori. Infatti narrano sia stato la causa di una brutta stecca del grande Beniamino Gigli impegnato in una celebre opera di Verdi, il quale entrando nel teatro, non lo aveva allegramente salutato. Da allora nessun celebre artista ha voluto più passare da quell’entrata e tutti di solito sceglievano e ancora scelgono, quella molto piccola che si apre sul lato sud e che ugualmente porta ai camerini posti sui vari piani.
Ancora una piccola testa: è murata sull’ex casa Benzoni che s’apre in piazza San Vito. Sembra che in origine ornasse l’antica chiesetta del santo protettore di Fiume, ma gli ebrei hanno sempre affermato che quella è la testa di Mosè e oggi in un piano dello stesso edificio c’è appunto una loro istituzione.
I falsi testimoni di Adamich
Certamente molto più nota e storicamente documentata è la storia dei falsi testimoni di Adamich, quelle massicce colonnette-bitta che oggi hanno trovato – finalmente – degna sistemazione in un’aiuola a fianco del Palazzo del Governo. Ogi i xe tredici – mi ricordò l’amico Egidio – ma ‘na volta i jera quatordizi e noi mularia spalancavamo i oci quando le none ne contava la storia... Vuole la tradizione infatti, che quelle colonette fossero situate in Fiumara, davanti la casa di Simone Adamich da dove (e questo è un dato esatto) vennero rimosse nel 1883 perché “intralciavano il traffico”. Nel 1785, il già citato Simone aveva fatto restaurare a sue spese (era un ricco mercante di legname) la chiesetta di San Martino che era situata a Martinšćica, vicino al Lazzaretto (oggi cantiere Viktor Lenac). In quella occasione si era sparsa la voce che accanto al piccolo edificio fosse stato trovato un importante tesoro. Milinovich mi ricordò al proposito: No jera radio alora né television, ma le babe gaveva le lingue longhe e logico la verità se contava co’ la gionta... Quattordici contadini della località certamente invidiosi, testimoniarono il falso e l’Adamich venne incarcerato per non aver corrisposto allo stato la quota prevista per un ritrovamento del genere (si era severi allora!). Suo figlio però, quell’Andrea Ludovico che doveva diventare uno dei cittadini più in vista e più ricchi di Fiume, si recò immediatamente a Vienna a chiedere a Giuseppe II imperatore la liberazione del padre innocente. Simone Adamich fu così rimesso in libertà e per suo ordine e a sue spese, uno sconosciuto e piuttosto mediocre scalpellino, raffigurò i falsi testimoni sulle colonnette fatte piantare davanti la sua casa a perpetua ignominia. Secondo altre fonti, Simone Adamich avrebbe trovato il tesoro in un orto del Pomerio e per lo stesso motivo sarebbe stato rinchiuso con la moglie Anna nel castello di Crikvenica. Il figlio Andrea si sarebbe trovato allora a studiare a Vienna al ginnasio dei Pianisti e subito avrebbe chiesto udienza all’imperatore per discolpare il padre. Secondo queste fonti i testimoni sarebbero stati dodici il che non corrisponde perché, come già citato, di colonnette oggi se ne possono contare tredici, ormai sfrangiare e consunte.
Le due teste scomparse
Un’altra leggenda interessante e curiosa (viene citata anche da Giacinto Laszy sul suo libro “Fiume tra storia e leggenda”) si riferisce a due teste che, purtroppo, ormai non ci sono più, forse levate al tempo in cui sull’edificio venne installata gli apparecchi dell’aria condizionata. Erano murate sulla casa Manasteriotti nell’attuale via Ciotta 10 sotto le finestre del primo piano e una rideva mentre la seconda piangeva.
Cito dal libro di Laszy: “Un tale di Fiume si decide di emigrare in Egitto dove si stava a lavorare al taglio dell’Istmo di Suez per il canale. Prima di partire – tempi di onestà e fiducia si continua a ripetere oggi – va dal suo miglior amico e gli affida tutti i suoi averi in deposito, averi che quindi gli spediva di tanto in tanto, praticamente quasi ogni mese. Reduce dopo qualche anno, costui bussa alla porta dell’amico e chiede il suo denaro. L’amico forse finge di cadere dalle nuvole: Come? Quai bori? De cossa ti parli? Il poveraccio truffato ricorse al tribunale ma, per mancanza di ricevuta, logicamente perdette la causa. Il triste fatto naturalmente commosse tutta Fiume e, da uno scultore, eternato sulla pietra: la testa triste e lacrimante sarebbe del povero gabbato, l’altra, sorridente e giuliva, sarebbe dell’amico che si fabbricò la casa a spese del povero gonzo.
La storiella comunque – come ci affermò Milinovich – no la xe ciara! La casa in question xe stada costruida prima del Canal de Suez (1869) ed era di proprietà dei Cappuccini del vicino convento.
Finisco qui. Però vorrei ricordare che, se mi sono deciso a scrivere queste note, è anche per fare un omaggio all’amico Egidio Milinovich, scomparso a Fiume nel 1981 all’età di 78 anni.

76 - La Voce in più Dalmazia 13/10/12 Scienza - Giorgio Baglivi il raguseo medico del Papa
SCIENZA Una figura che esprime emblematicamente l’intensità delle relazioni storiche tra le due sponde del Mare Adriatico
Giorgio Baglivi il raguseo medico del Papa
Mario Simonovich
Misurando a passi nervo­si l’atrio dell’ospeda­le cittadino nell’attesa d’essere chiamata dal medico, una donna di Ragusa (Dubrov­nik), si è imbattuta in un busto, posto sull’usuale piedestallo. Nulla di strano, ha scritto, pro­muovendo immediatamente un acceso dibattito su uno dei tan­ti siti di comunicazione sociale, se non fosse che, per quanto di pregevole fattura, era “inserito in una nicchia, fra due gabinet­ti” (non medici, bensì per altra, necessaria, ma molto meno ele­vata funzione, da cui anche le sue recriminazioni). Si tratta di Giorgio Armeno Baglivi dicono gli italiani, Gjuro Armen Baglivi, puntualizzano a modo loro i croati.
PROVENIENZA ARMENA
Era nato a Ragusa l’8 settembre 1668, figlio, sempre per gli uni, di Biagio Armeno e Maria Lupi, per gli altri di Vlaho Armen e Marija Vukovic (ma c’è anche la varian­te Ana), che due anni dopo avrebbe messo alla luce un altro figlio, Gia­como (serve riportare Jakov, l’im­mancabile variante?). Il cognome indicava la provenienza armena del padre, piccolo commerciante con in cassa sempre meno soldi di quel che occorreva per vivere.
ORFANI Ma il peggio doveva ancora venire. Nello stesso anno in cui nasceva Giacomo, moriva la madre e, non molto dopo il pa­dre, molto probabilmente di tuber­colosi, scrive Mirko Grmek, auto­re di circostanziate ricerche sul­la storia della medicina nell’area dell’odierna Croazia. Degli orfa­ni si occupò il fratello paterno e quindi un altro zio, un canonico, che li mandò a scuola dai gesui­ti. Una mossa che si rivelò doppia­mente fortunata.
STRAORDINARIO INTE­RESSE In primo luogo perché Giorgio mostrò subito uno stra­ordinario interesse per il latino, la letteratura classica e l’archeologia, ma soprattutto perché Pierangelo Baglivi, anziano medico di Lecce senza figli, si rivolse allo zio cano­nico, che in quella città era prefetto del collegio dei gesuiti, perché gli trovasse a Ragusa un giovane “del­la cui istruzione si sarebbe fatto carico” come si diceva allora, ossia sarebbe stato da lui adottato e que­sti gli propose i due fratelli.
LECCE All’età di circa 14 ri­spettivamente 12 anni, Giorgio e Giacomo arrivarono a Lecce e fu­rono adottati assumendo il cogno­me Baglivi. Giacomo optò per la vita religiosa, Giorgio si avviò alla pratica medica seguendo le visite del padre adottivo che si rivelò presto tanto genitore affettuosis­simo quanto abile uomo pratico non alieno da un certo dispotismo, come si vide anni dopo, quando, avendo il figlio conosciuto Mar­cello Malpighi, allora medico del papa, e valutate molto presto le opportunità che qui si offrivano, si adoperò a dissuaderlo dall’accettare l’incarico di medico alla corte polacca mostrandosi però subito dopo assolutamente determinato ad indurlo a partire qualora “il ma­estro” si fosse trovato d’accordo.
UNA FULGIDA CARRIE­RA Allo stesso modo usò un tono risoluto, anzi quasi minaccioso, per negare l’assenso al desiderio di sposarsi manifestatogli dal gio­vane, per il quale voleva solo una fulgida carriera medica mentre tutto il resto si doveva trascura­re. Interessante notare, per inciso, che il figlio non se ne ebbe mai a male, ma anzi per tutta la vita mo­strò una vera adorazione per il ge­nitore adottivo.
STUDI DI MEDICINA La conoscenza con Malpighi fu comunque successiva agli studi di medicina che Giorgio - che, detto per inciso, firmava talvolta anche come Baglivo - aveva intrapreso a Napoli per frequentare quindi le più importanti Università italiane dell’epoca. Particolare indicativo per le sue scelte successive è an­che il fatto che si recò in parec­chi ospedali, fra cui quelli di Pa­dova, Venezia, Firenze, ed anche, secondo certi dati, Ragusa. Alfi­ne si fermò a Bologna, dove, ap­punto, insegnava Malpighi. Fra i due si istituì uno stretto rapporto: Giorgio divenne il più autorevole allievo dell’illustre docente, tan­to che, prima di morire in conse­guenza di un ictus nel 1694, que­sti chiese esplicitamente che gli fosse affidata la dissezione del suo cadavere.
ALTO VALORE SCIENTI­FICO Il rapporto in merito ste­so dal raguseo si rivelò un testo di alto valore scientifico in quan­to istituiva un preciso rapporto fra la localizzazione dell’emorragia e la paralisi che ne era derivata, tan­to più degno d’attenzione consi­derato che l’autore non aveva che 26 anni. Anni peraltro impiega­ti molto bene fin dall’inizio degli studi, in quanto, su sollecitazione del maestro, era divenuto archia­tra pontificio, ossia medico perso­nale di due papi, Innocenzo XII e il successore Clemente XI. Quale fosse la sua influenza risulta pale­se anche dalla lettera che il vesco­vo di Lecce gli scrive per chieder­gli di indurre il papa a contribui­re in maniera più sostanziosa alla creazione del seminario con cui intende dar corso in maniera più incisiva ai dettami del concilio di Trento. La sua influenza sul pontefice doveva palesemente essere significativa.
INARRESTABILE ASCESA Negli anni che seguirono, la sua car­riera sembrò seguire un’inarrestabi­le ascesa: docente, medico del papa, membro di varie accademie fra cui l’Arcadia, in contatto epistolare con i più noti ricercatori del tempo, era ovunque richiesto ed apprezzato.
MORTE IMPROVVISA A troncarla, all’improvviso, fu la morte improvvisa, che lo colse nel giugno 1707, a soli 39 anni in­
compiuti, in seguito ad una malat­tia intestinale, seguita da ascite. Ci fu chi la attribuì primariamente al cagionevole stato di salute rileva­to anche dal padre quando lo ave­va dissuaso dall’incarico in Polo­nia, ma altri affermarono, come ha scritto qualche anno fa il ricer­catore Ennio De Simone citando i suoi biografi, che, “specie in casa d’amici”, il grande medico “indul­geva troppo ai piaceri della men­sa e delle libagioni”. Cinque anni dopo, moriva il fratello Giacomo.
I grandi meriti di Giorgio Baglivi
Svelò l’essenza dello scompenso cardiaco
Baglivi non ci ha lasciato una maggior consi­stenza di opere, ma la loro validità è fuori discus­sione soprattutto per la dettagliata osservazione del paziente, la raccolta dei dati obiettivi e la loro suc­cessiva valutazione logica. Assiomatico nell’attua­le prassi corrente, un approccio di tale genere allora era contestato in nome di teorie e principi oggi qua­si incomprensibili, ma a quei tempi piuttosto diffuse quanto praticate.
OPERE PRINCIPALI Le sue opere principali sono la “De Praxi Medica” ed il successivo “Speci­men quatuor librorum de fibra motrice et morbosa” dove espone il suo programma di fisiopatologia. Nel “Catarrhus Suffocativus” descrive per primo l’origi­ne dell’edema polmonare da scompenso cardiaco.
GALILEI La formazione culturale e dottrina­ria del Baglivi fa capo a Galilei secondo cui, sco­perte le ragioni di un fatto, bisogna cercare la legge esatta che lo regola. Le leggi meccaniche del mondo inorganico vanno applicate anche nelle funzioni vi­tali sicché, osservato un fenomeno, si deve cercare di riprodurlo per poterlo studiare.
SANTORIO SANTORIO Questi erano i princi­pi della Scuola Jatrofisica o Jatromeccanica che Ba­glivi portò al massimo sviluppo. Secondo tale indi­rizzo tutti i fenomeni vitali sono dei puri fatti mec­canici (a tradurre nei fatti lo sperimentalismo gali­leiano, applicando allo studio dell’uomo il metodo matematico, fu in quegli anni soprattutto il capodi­striano Santorio Santorio con i suoi studi sulla “per- spiratio insensibilis” e con il quale peraltro Baglivi mantenne un intenso rapporto epistolare).
MACROCOSMO Di contro ad essi si poneva la Scuola Jatrochimica che si riallacciava alle idee di Paracelso che definiva la natura come il Macroco­smo la cui parte egregia era l’Uomo (Microcosmo) formato delle stesse sostanze e dominato dalle me­desime leggi. Ai quattro elementi aristotelici (aria, acqua, terra, fuoco) Paracelso aggiunse i tria prima (sale, zolfo e mercurio) presenti in tutti gli esseri vi­venti e nel caos primordiale. Se dunque la creazione era da paragonarsi al lavoro di un chimico, ne de­rivava che gli organi del corpo operavano chimica­mente.
TARANTOLISMO Nel 1695, il Baglivi dà alle stampe il suo primo testo scientifico: “Dissertatio de tarantula” a commento del tarantolismo, malattia fre­quente in Puglia, in cui distingue un’intossicazione reale da morso del ragno ed una simulata, di carat­tere isterico. Nel 1696 pubblica “De Praxi Medica” in cui definisce i compiti della nuova medicina, net­tamente distinta fra “pratica e teorica” rivendicando, per il medico pratico il primato dell’osservazione al letto del paziente.
FISIOPATOLOGIA SOLIDISTA Alla fine del 1700 il raguseo pubblica lo “Specimen quatuor li­brorum de Fibra Motrice et Morbosa”, che annuncia il suo programma di fisiopatologia solidista.
Secondo il solidismo (in questo caso il “Nuo­vo Solidismo”), che nel I sec. a. C. aveva dato vita alla “Scuola Metodica”, la più brillante nella Roma imperiale, tutte le malattie derivano da alterazioni delle parti solide del corpo, mentre i liquidi hanno un ruolo del tutto passivo. Accettata la tesi, Bagli- vi sostenne che unità elementare di tali parti solide era “la fibra”. Esistevano fibre carnee ossia motrici, contrattili, costituenti la massa muscolare (distinte in muscoli lisci e striati) e fibre membranacee che for­mavano i vasi, i visceri ed i tendini che, con il loro moto oscillatorio fungevano da vie della sensibili­tà. Organo propulsore delle prime era il cuore con il flusso di sangue; quello delle seconde era la dura madre, dotata anch’essa di una sistole e di una dia­stole che producevano il moto del fluido nervoso nei canali dei nervi che si propagava a tutte le parti soli­de a loro sottoposte.
UN GROSSO ERRORE L’attribuzione di tale funzione alla dura madre fu un grosso errore di Baglivi ma, grazie ai suoi studi, le proprietà della fibra, e soprattutto la sua capacità di contrazione, si pone­vano alla base della fisiologia e della patologia. Il suo pensiero ebbe risonanza europea perché fu uno dei primi a sostenere che la vita ha sede nelle varie parti del corpo e nel suo insieme. La sua patologia ‘fibrillare’ aprirà la via alla patologia ‘cellulare’.
CATARRO Nel 1704 pubblica il suo “Canones de medicina solidorum ad rectum Statices usum”. La prima edizione appare in appendice al “De Statica medicina” del Santorio.
Nel “Liber Primus” di una delle edizioni della sua “Opera Omnia”, nel Capitolo “De Raris Pulmonum Affectionibus”, dopo aver trattato della Polmonite con letargia, prende in considerazione il Catarrhus Suffocativus. Il termine “catarro” (dal greco “katarreo”: scorro giù), adottato fin dall’antichità greco­romana, esprimeva il concetto in auge fino al Rina­scimento, secondo il quale il catarro altro non era che flegma o comunque materiale da eliminare, che il cervello scaricava giù in gola, nel collo o nel tora­ce. Egli concluse che era invece causato dal ristagno di sangue e dalla sua rapida coagulazione nei polmo­ni ed attorno al precordio. Peraltro nella patogenesi in sé il cuore non è menzionato, né spiegato il per­ché del ristagno: la sua giustificazione del “Catarrhus Suffocativus” è limitata alla circolazione polmonare.
SEGNO DI MORTE IMMINENTE Circa la “spuma oris”, ben nota fin da Ippocrate, soprattutto come segno di morte imminente, è il primo ad attri­buirla ad un’ostacolata circolazione polmonare, ov­vero la spuma alla bocca, assieme agli altri sintomi sopraelencati, rendono la diagnosi di edema polmo­nare, quale noi oggi la intendiamo, praticamente ir­refutabile. In sintesi, cancella definitivamente l’anti­ca ipotesi del flegma espulso dal cervello.
EDEMA POLMONARE Giorgio Baglivi de­scrive dunque correttamente una parte del mecca­nismo dell’edema polmonare. Con lui il quadro del “Catarrhus Suffocativus” fa il suo debutto quale ma­lattia del sistema circolatorio. È ben vero che non chiama direttamente in causa il cuore, ma l’accura­ta descrizione del quadro e della sua patogenesi ci consente oggi di attribuirgli la primitiva descrizio­ne dell’insufficienza miocardica e dell’edema pol­monare.

77 - La Voce del Popolo 13/10/12 Ricordi di Patrizia Lucchi Quando a Neresine bevevamo Jugo Cockta (3)
a cura di Roberto Palisca
Ricordi di Patrizia Lucchi
Quando a Neresine bevevamo Jugo Cockta
Al giro “parenti”, che durava circa una settimana (la visita includeva anche delle amiche di mamma) e che comprendeva 28 case di “rimasti” e 3 di “esuli”, erano dedicate le ore pomeridiane dopo il mare e la domenica mattina dopo la Messa. La visita domiciliare era d’obbligo, sia all’arrivo che alla partenza: “Cossa no se saluda più, no ti xe vignuda ancora da mi”. “ Ma se se gavemo visto anche ieri in piaza!”. “No se saluda in piaza, se saluda in casa”.
IL GIRO DELLE NONNINE Di tutte le “tappe”, a me piaceva in particolare “il giro delle nonnine”, che consisteva nell’andare a salutare “Cobiliza”, “Pomosteme” (soprannomi che avevamo dato Costanza ed io a due simpatiche vecchine), e la “teta Mara de Dolaz” (così chiamata da tutti), che arrivava ogni anno da Genova.
Andavo molto volentieri anche dalla zia Lidia e dallo zio Paolo, perché con la zia Lidia avevo un rapporto speciale, instaurato sin dai tempi in cui erano ancora vivi i suoi genitori (la zia Toniza e lo zio Bepi, fratello della nonna Antonia). Rimane molto vivo anche il ricordo del Bepo Ruconić, primo cugino di mia nonna Antonia, dal bel sorriso dolce, e delle Boni, ovvero la teta Maddalena, la Dora e la Marici. La loro casa era l’ex Trattoria “Stella d’oro”
Tutte vestite rigorosamente di nero, di solito erano sedute fuori in cortile, a ciacolar. Erano nostre parenti da parte Camalich. Tutta quella zona era stata divisa in appezzamenti che, dalla strada, arrivavano al mare e erano stati dati in dote alle figlie Camalich ancora dal trisavolo Eugenio
.Confinante con la loro proprietà, vi era anche la casa dei “Bracco de Posta” (poi detti “farmacisti”), in quanto la moglie di Marco era una Camalich. Proprio lì aveva avuto una striscia di terra anche mia nonna Maria, poiché anche sua madre Giustina (teta Justa) era una delle figlie dell’Eugenio.

I SERVIZI E LE ATTIVITÀ PRODUTTIVE Prima di partire da Venezia, facevamo il carico delle provviste. Portavamo tutto, poiché le derrate alimentari non erano garantite. Inoltre in Italia certi prodotti costavano meno (ad esempio il caffé, ma, stranamente, anche le patate) o erano migliori (ad esempio i pelati, il riso, i detersivi).

I primissimi anni mamma interrogava chi rientrava a Venezia dal paese prima della nostra partenza, cercando di informarsi su che cosa mancava. Ma sistematicamente, se in quel periodo erano mancati, ad esempio, i dadi per fare il brodo, il dentifricio e..., quando arrivavamo gli scaffali si erano appena miracolosamente riempiti di quei prodotti, ma ne mancavano altri, che non avevamo portato. Così imparammo ad essere totalmente autonomi, a esclusione dei generi alimentari da acquistare freschi.
IN CODA PER IL PANE Per il pesce non c’erano problemi. Papà andava a pesca e garantiva pranzo e cena, mentre mamma procacciava uova e verdure girando per pollai e gli orti dei parenti e delle amiche. Dalla Noze compravamo il formaggio e la ricotta, dal Gaetano gli agnelli, sia da mangiare a Neresine, sia per portare a Venezia ai nonni. Ai nonni portavamo anche la “cobuòdniza” (il polpo). Dalla Olović prenotavamo di anno in anno le pinze pasquali.
Quanto al pane, ad altri tagli di carne o altro tipo di provviste, le cose erano più complesse. Sin dalle 5 del mattino le donne facevano la fila per il pane. Nei giorni in cui arrivava il camion con la carne, o la nave Kvarnerić con gli approvvigionamenti, la fila era lunga anche davanti alla macelleria e alla “Zadruga”. Ricordo di aver passato un pomeriggio in coda in piazza, sotto il sole cocente che rendeva incandescenti i lastroni in pietra d’Istria, in attesa dell’apertura della “Zadruga”, perché correva voce che sarebbero arrivate le “chewing gum”. Papà, che non era un intenditore di vino, amava comperarlo da una barca che arrivava dall’isola di Pago. Per fortuna all’epoca ero ancora astemia perchè, fatto in casa da vignaioli inesperti, sballottato durante il tragitto da Novaglia a Neresine, e tenuto sotto il sole in porto, in attesa degli acquirenti, già dall’odore si capiva che stava inacidendo.
FICHI, MORE E «ZUBORIĆI» Una “dalmatinka” teneva un banchetto di verdura; quanto alla frutta, in vendita si trovavano praticamente soltanto banane, per uno scambio di prodotti tra la Yugoslavia e dei Paesi africani. Qualche rara volta arrivavano le sansigote con cesti di fichi da vendere. Era l’occasione per nostra mamma per esibirsi nell’imitazione del loro dialetto, molto particolare, raccontandoci qualche aneddoto. Ma fichi, more e zuborići (amoli) crescevano a volontà in tutta l’isola, perciò non c’era bisogno di comperarli. Per una strana ragione la nonna Maria non aveva nulla da ridire se rubavamo zuborići dagli alberi i cui rami spuntavano anche lungo la strada, ma, quanto ai fichi, c’era tassativamente vietato di coglierli dagli altri. Secondo lei dovevamo servirci esclusivamente dall’albero che cresceva nella sua striscia di terra vicino alle Boni, e poco importava se anche quella le era stata requisita, per la nonna quell’albero era ancora suo.
PERSIGHI E MELONI Due volte tentammo di procacciarci della frutta inusuale: le pesche in un giardino nella strada che da Vrućić porta a Santa Maria Maddalena e i meloni in un orto sempre in zona Biscupia. Devo dire che la prima avventura fu molto più simpatica della seconda infatti, proprio mentre ci stavamo servendo, uscì fuori la proprietaria, l’Erminia, che, scuotendo la testa ci disse con ironia: “Anche a mi me piaxeria magnar perseghi”. Va precisato che, data l’aridità del terreno, l’albero non era stracarico, anzi. La volta dei meloni fu, invece, tragicomica. Non ricordo chi della nostra “banda” lanciò l’idea di andare a rubare i meloni (era la novità di quell’anno, un signore di cui non ricordo il nome aveva seminato meloni nell’orto davanti a casa sua). Eravamo in un bel gruppo e quatti quatti entrammo nell’orto, solo che qualche cosa andò storto, uscì fuori il padrone con il fucile e sparò in aria un colpo, urlando e bestemmiando. Incominciammo a scappare chi a destra e chi a sinistra. Io e mio cugino Gianni riuscimmo a nasconderci nell’ovile, le capre erano al pascolo, il puzzo no. Rimanemmo accucciati per circa mezz’ora, poi silenziosamente riuscimmo a sgusciare fuori.

La ferramenta del Toni era famosa per il “te xe e non te xe”. Se gli si chiedeva ad esempio: “Toni ti ga’ una tanica de 5 litri?” lui rispondeva: “Te xe e non te xe: te xe tanica de 5, ma i tapi i xe da 10 litri...”

TUTTI AL CINEMA Oltre alla ferramenta, alla rivendita del pane, alla macelleria, alla “Zadruga”, al banchetto della dalmatinka, alla pasticceria, all’osteria e al bar ristorante con pista da ballo, c’era il cinema. Va qui precisato che nelle case il lume a petrolio era sempre a portata di mano perché quasi ogni sera saltava la luce elettrica. Spesso capitava di rimanere al buio al cinema e così per vedere integralmente un film impiegavamo anche due o tre serate, ricominciando nel punto dove si era interrotto e rigorosamente utilizzando lo stesso biglietto.

Mauro, di cui ho già parlato, faceva tra l’altro la maschera al cinema, Gigi e Oreste i calzolai, Verona, l’altra sempliciotta del paese filo croata sempre in contrasto con Mauro, improvvisava una lotteria con il pesce che le regalavano, la zia di Nico era l’infermiera, il papà di Ivo aveva il negozio di barbiere, il papà di Adriana dirigeva l’Ufficio postale, Alma era la postina, Wilma stava alla cassa della “Zadruga”, Scarbić costruiva strane “batele”, Bepo faceva anche l’”impiza feral”, Jeromin il taxista, il Dumić un po’ di tutto: dal muratore al becchino. Le altre attività produttive consistevano ne: il cantiere, la Marina, il meccanico, le stanze e i primi appartamenti in affitto, la pensione della Leda. La zia stessa, dopo la morte dello zio, aveva iniziato ad affittare una stanza ai turisti, che successivamente aveva trasformato in bar e dato in gestione al Francin.

VITA DI TUTTI I GIORNI Il periodo del bar sotto casa fu per noi un vero tripudio. La nostra camera da letto dava proprio sulla terrazza del bar, mentre Susanna e Nicoletta, le cugine che venivano con noi da Venezia, erano in pensione dalla Leda. Il giardino della Leda, come ho già ricordato, confinava con il nostro, avevamo così tirato un cavo tra la loro camera da letto e la nostra e un altro pendeva dalla nostra finestra fino alla macchina dei gelati di Francin. All’epoca i nostri genitori non ci lasciavano andare al mare prima delle quattro del pomeriggio: con quel caldo eravamo confinate in camera da letto. Che di meglio di un gelato? Calavamo il cosić (cestino), Francin lo riempiva, tiravamo su i gelati, prendevamo i nostri due e passavamo con la rudimentale teleferica gli altri due alle cugine
.
Per noi ragazze un vero e proprio incubo erano il gallo, la pecora e la corriera. Ogni mattina all’alba un gallo iniziava a cantare, gli rispondeva una pecora, e poi un altro gallo e un’altra pecora, intanto arrivavano le donne che si sedevano sulla terrazza davanti a casa della zia e ciacolando aspettavano la corriera, la casa della zia era proprio davanti alla “ćekaona”. La strada era ancora sterrata perciò sentivamo sopraggiungere la corriera sin da Ossero (in corsa sollevava polvere rossa e sassi che poi andavano a sbattere sulle lamiere). Il primo gallo iniziava a cantare verso le tre, le donne arrivavano verso le quattro, la corriera passava alle cinque, a quel punto, stanche di non dormire, andavamo in Rapoča a fare il primo bagno.
Sul lato destro, guardando dalla parte della strada, la casa della zia Maria confinava con un prato che la zia teneva a “spagna”. Era erba medica. Ne sento ancora il profumo. Sul retro della casa c’erano l’orto, il frutteto, il pollaio e l’ovile. Una volta la zia dovette andare a Venezia perché era morto suo fratello Giovanni, così ci affidò casa, orto, capra e galline. Alle ragazze e alle donne era affidata, tra l’altro, la cura delle pecore. A mia nonna Maria, che amava molto il ballo, era concesso di andare a ballare solo una volta che le aveva munte e, visto che d’estate le tenevano alla stato brado verso Tomosina (baia dalla parte opposta del Monte Ossero rispetto a Neresine), la nonna faceva di corsa la strada del Monte, scendeva fino a metà costa, mungeva le pecore, poi col “podić” pieno (il pentolino del latte), ripercorreva la strada sempre di corsa.
3 e continua

 

78 - La Voce in più Storia e Ricerca 03/11/12 Contributi - I Grisón: Tasselli di storia istriana riassunti in un cognome (1 parte)
CONTRIBUTI I Grisón di Carcauze, Villanova di Pirano e Padena (prima parte)
Tasselli di storia istriana riassunti in un cognome

di Kristjan Knez
Lo studio del passato della no­stra penisola offre molteplici spunti d’analisi. Vi sono an­cora parecchi ambiti in cui la ricerca può dare dei contributi interessanti. Lo dimostra chiaramente Michele Grison con il suo volume “Grisón. Una storia istriana in un cognome. Con particolare riferimento alle lo­calità di Carcauze, Villanova di Pirano e Padena” (autoedizione, Trie­ste 2010, pp. 245 prefazione di Ma­rino Bonifacio). Si tratta di un’ope­ra ben concepita e interessante, ma ci rammarichiamo che l’autore ab­bia dato alle stampe solo poche de­cine di esemplari, in quanto l’argo­mento ha destato l’interesse di molti e perché riteniamo che siffatto lavo­ro meriti una maggiore conoscenza e diffusione.

Galeotto fu un articolo
Ma cosa ha spinto l’autore a in­traprendere un lavoro tanto impe­gnativo, durato sedici anni, minu­zioso e quindi approfondito sulle ra­dici della sua famiglia? La risposta è fornita nelle prime pagine dell’in­troduzione. Nell’edizione de “Il Piccolo” dell’11 novembre 1994, Grison ebbe modo di leggere una notizia relativa a quanto il quotidia­no triestino scrisse lo stesso giorno di sessant’anni prima e cioè della ri­correnza del novantottesimo anni­versario della scomparsa del conte capodistriano Grisoni, “benemeri­to cittadino e fondatore dell’istituto che porta il suo nome”. Quella se­gnalazione fu la causa prima di un interesse e al tempo stesso lo stimo­lo per appassionarsi alle indagine storiche.

Ricostruire l’albero genealogico
“Quelle poche righe, lette in ve­locità, mi hanno cambiato la vita - scrive Michele Grison -. Ma come, dei nobili sono esistiti nella vici­na Capodistria? Come è possibi­le? Siamo imparentati con loro an­che se viviamo a Trieste? Siamo di origine nobile anche noi? Da quel giorno ha preso avvio la ricerca, intervistando prima il mio anzia­no nonno, insistendo per farmi dare delle foto ingiallite e, cocciutamen­te, chiedendogli chi fossero le per­sone ritratte nelle medesime. Poi, dopo aver avuto numerose rispo­ste, seppur a fatica data l’età, ho avuto la fortuna di trovare una vec­chia carta d’identità che così recita: Giovanni Grison, nato a Villanova di Pirano - Istria, il 18. 11. 1883. Era il mio bisnonno. Bene, ho pen­sato, da lì si parte, dai registri par­rocchiali di Villanova” (p. 17).

Indagini sul territorio
Ma dove si trova questa locali­tà? Era necessario partire dalla ge­ografia, individuando la posizione del borgo. Dopo le prime ricogni­zioni all’archivio della curia triesti­na il lavoro di raccolta dei dati lo portò, inevitabilmente, all’archivio parrocchiale di Carcauze di cui Vil­lanova ne fa parte. E trovandosi im­merso nella stanza che conserva i registri dal Seicento al Novecento gli si aperse uno scenario che altri­menti non avrebbe colto in tutto il suo valore intrinseco. Quelle fon­ti straordinarie che permettono di comprendere le dinamiche interne di una determinata società rivela­rono all’autore molto più di quanto avrebbe immaginato.

Esperienza di ascolto
“Nella lettura scorrevano nomi, cognomi, vite, morti, nascite. Corre­vano gli anni ed i secoli. Ricordo un sabato mattina di un luglio caldis­simo (...) ed io, chiuso nell’archi­vio, con accesa solamente una fio­ca luce, leggevo quelle antiche pa­gine. Fuori nessun rumore. Ad un certo punto mentre consultavo un indice del Seicento, sentii provenire dall’esterno il chiocciare delle gal­line, il contadino che con la vanga colpiva ripetutamente la terra e che tra sé e sé parlava in sloveno. Rima­si ad ascoltare in silenzio e mi sem­brava d’essere ritornato indietro nel tempo. Così l’udito fu il senso che mi permise di considerare che le vite delle persone riportate in que­ste pagine si riconducono, in sintesi, a questa mia esperienza d’ascolto. Vite che per secoli sono rimaste an­corate alla terra, all’agricoltura, allo scorrere delle stagioni e della vita. Vite che iniziavano e terminavano nello stesso paese, nella secolare ruota ancestrale che legava l’uomo alla propria terra” (pp. 18-19).

Tante fonti e buona volontà
Ma rimaneva aperto il quesito di partenza, ossia se la sua famiglia fosse di nobili origini e si vi era un legame con i conti Grisoni. Il se­taccio delle fonti più diverse e di una vasta bibliografìa richiese notevoli sforzi e una dose di buona volontà ma diede notevoli risultati, in un lavoro puntuale e documenta­to, che è il risultato di oltre tre lu­stri d’indagini, propone: una ricer­ca storico-genealogica, incentrata sui Grison per l’appunto, soffer­mandosi sull’origine capodistriana e sulla sua diffusione; una serie di considerazioni sull’insediamento degli stessi a Padena e a Villano­va tra ’700 e ’800, con una sezio­ne riguardante gli aspetti demogra­fici, statistici, politici ed economici dell’area presa in esame. Offre un affresco sulla società e sulle sue di­namiche, sui rapporti di parentado, sulla storia del territorio, partendo dal “basso”.

Sfumature di grigio
L’etimo deriva dalla voce dia­lettale istroveneta, comune alle par­late delle Venezie, “griso” cioè gri­gio, indicante in origine una perso­na dai capelli grigi o che indossa abiti di quel colore. Un Grisonio de Iustinopoli è menzionato nel 1254, il cognome si sviluppa all’interno del centro urbano, anche se è arduo affermare sia esclusivamente indi­geno, specie se si tiene conto del tormentato Trecento giustinopolitano. “È probabile infatti che sul pre­esistente ed autoctono Grisoni (pre­sente sia in forma nominale che co­gnominale) si sia sviluppato ed in­serito uno (o più) Grisoni d’origine veneta o veneziana dando così vita ad una eventuale coesistenza fra capodistriani e veneti o forse ad una unica presenza di veneti” (p. 33).
Nel corso del secolo successi­vo il cognome Grisoni è molto frequente nella città di San Nazario, tra il 1419 e il 1431, difatti, ben tre individui con que­sto cognome, probabilmente impa­rentati tra loro, facevano parte del patriziato locale. E nel 1464 Fran­cesco Grisoni diede il suo contribu­to a Panfilo Castaldi a conseguire il primo tentativo di stampa a caratte­ri mobili.
Nella capitale dell’Istria vene­ta un’importante pagina di storia fu scritta dall’influente famiglia patri­zia dei Grisoni, di cui non possia­mo soffermarci. Ricorderemo che alla fine del XVII secolo questo ca­sato s’irrobustì economicamente e politicamente e aumentò enormemente le proprie ricchezze nel 1736 quando otten­nero in eredi­tà gli este-
fatti gli ha permesso di individuare in­numerevoli Gri son/Grisoni nel corso dei secoli nell’area istria na. E risolse anche l’interroga­tivo che in pratica è stato la causa di tutto. “(...) discendo sì dai Gri­son. ma da contadini!” avverte ironicamente l’autore.
Il lavoro che stiamo recensendo non è una semplice ricostruzione di vicende strettamente familiari, of­fre molto di più, come evidenziere- mo nel prosieguo. Michele Grison,
si posse­dimenti dei conti Sabini, come l’area di San Giovanni in Daila, che tennero fino al 1841.
Nel 1754 la Serenissima concedeva ai fratelli Santo, Anto­nio e Francesco Grisoni il titolo di conte. Santo e Francesco furono al­quanto intraprendenti, come si evin­ce dagli interventi a Daila, ove, nell’ultimo quarto del XVIII secolo, furono realizzati un ampio comples­so residenziale con annessi magaz­zini, frantoi e costruita una nuova
chiesa, ma intensificarono anche la coltivazione della vite e dell’olivo. Nel 1841 morì il conte Francesco, questi lasciò in opere pie 1 milione di fiorini, e ai benedettini di Praglia trasmise per via testamentaria l’ab­bazia e i terreni di Daila, mentre la moglie fondò in città il Pio Istituto Grisoni e morì nel 1858 senza eredi, dato che il figlio Pompeo era scom­parso prematuramente nel 1833 in un duello, a ventidue anni.

Varie forme
Un ramo era vissuto anche a Pirano e a Isola sino alla fine del XIV secolo. Nel 1423 si trova un ser Da­miano Grisono proprietario di un terreno a Monte di Capodistria e di un territorio datogli in affitto.
Fin dal XV secolo i Grisoni, dal­la patria di San Nazario si propaga­rono nel vasto agro, a Carcauze, a Villa Decani (registrati nel 1607), in parte slavizzandosi, divenendo per
Lo più Grison o anche Grisonich. E a tale proposito riscontriamo un in­teressante appunto sul mutamento della forma cognominale. “La pri­ma modifica del cognome Grison in Istria è la sua progressiva slavizza­zione nell’ortografia slovena. Con l’istituzione dei registri parrocchiali nel corso del Cinquecento e la rela­tiva loro tenuta nel corso dei seco­li successivi, i registri dei battesimi, dei defunti e dei matrimoni erano re­datti e conservati dal pievano del pa­ese il quale, s’era di istruzione ve­neta, scriveva Grison (mantenendo quindi inalterata la forma originaria) mentre s’era di istruzione slovena segnava, correttamente nella foneti­ca slovena, Grizon” (p. 25). Qualcu­no approda anche a Trieste, nel 1490 in quel centro urbano si trovava il capodistriano Giambattista Grisoni. Agli inizi dell’Ottocento i Grison di Carcauze si diramarono a Villanova e a Padena. Dal 1850 in poi da Mon­te di Capodistria (Smarje) alcune fa­miglie si sono stabilite a Strugnano, altre invece nella città di San Giu­sto. Nel secolo successivo essi ritor­narono sulla costa o in prossimità di essa: a Capodistria, a Corte d’Isola e nei dintorni.
(continua)
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79 - Vini Buoni d'Italia 16/10/12 Alla scoperta dei vini istriani
ALLA SCOPERTA DEI VINI ISTRIANI
Non solo vini, ma un viaggio alla scoperta di tesori gastronomici che dura tutto l’anno
La bontà dei vini dell’Istria la ritroviamo decantata in libri del passato, nelle prime guide turistiche, come pure nei simpatici modi di dire raccolti dal triestino Francesco Babudri nel suo “All’insegna del buon gusto nelle tradizioni giuliane” (1931). E frequentando le degustazioni che si svolgono nelle varie località della penisola istriana, dalla più famosa “Vinistra” a piccole manifestazioni di paese, tutto combacia. A Parenzo dicono “pan e vin i canta de morbin”, e un altro detto popolare istriano era “bevi vin e lassa l’acqua pel mulin.” Così, scorrendo le numerose massime raccolte dal Babudri in «anni di osservazioni e di ricerche» che, come ci spiega egli stesso, aveva esposto durante due lezioni che aveva tenuto all’Università Popolare, riscuotendo «il palese godimento e il vivissimo interesse di un folto e colto uditorio», scopriamo che alla fine del pasto consigliavano di incoronare la tavola con un bicchiere di malvasia, di quello che fa esclamare: «vin de malvasia… anima mia»! L’autore cita poi, fra i vini istriani, i refoschi, il terrano, la mistela di Buie, il vin rosa di Dignano ed altri. Ma è la Malvasia ad essere diventata oggi il vino bandiera, tanto da essere oggetto e al tempo stesso protagonista della manifestazione “Il mondo della Malvasia”, che nel 2012 ha visto come ospiti dall’Italia alcuni produttori di dolce Malvasia delle Lipari ed uno del vino liquoroso Malmsey (Malvasia Candida) dall’isola di Madeira. Ecco che grazie all’impegno di questa regione intraprendente la varietà Malvasia istriana sta avendo una crescita anche in Friuli Venezia Giulia ed altre varietà sparse nel bacino mediterraneo, non sempre imparentate, ma pur tuttavia omonime, sicuramente ne beneficeranno. Basta spulciare antichi archivi veneti del XIV secolo, quando l’Istria era già dominio della Serenissima, per scoprire che i “vini di Malvasia” (provenienti da Monembasia?) avevano trattamenti particolari. Privilegi rimasti nei secoli successivi, che troviamo narrati nel settimanale “L’Istria” del 1848, quando a Trieste era «lecito far venire una piccola quantità di Malvasia». Prima vino e poi vitigno che, probabilmente dalle isole greche, si radica nel territorio, entra in alcune tradizioni, come quella che narra del prete che dopo lo sposalizio andava incontro al Doge presentandogli due cappelli di paglia, due aranci e due fiaschi di Malvasia. Aneddoti che ci raccontano di come il compositore nativo di Spalato, Franz von Suppè, dopo aver diretto orchestre, amasse frequentare osterie generose di Malvasia, ancora alla soglia dei suoi settanta anni. A fine ‘800 il mai abbastanza lodato Hugues sottolineava come «sotto l’aspetto della produzione per ettaro l’Istria occuperebbe dunque il primo e il secondo, dei cinque gradi di produttività per cui furono qui classati tutti i distretti vinicoli dell’Impero. Nell’ultima vendemmia 1894 l’Istria, con 396.264 ettolitri (…) ebbe ad occupare il terzo posto». Egli ci dà poi i prezzi e la percentuale di zucchero anche di varietà forse non più esistenti: Piantadella, Negratenera, Draganella e Cobilara. Scorrendo articoli e relazioni degli ultimi centocinquanta anni balza agli occhi una costante, che è l’operosità del viticoltore istriano, unita ad una mai sopita creatività, un’effervescenza di idee che troviamo nel 1882 nella produzione di Refosco spumante. Una capacità commerciale che nel decennio successivo raggiungerà la Cina, un’autocritica rara da trovare ancor oggi nel mondo del vino, ma che spinse nel 1887 l’Istituto provinciale di Parenzo, a seguito dello scarso apprezzamento del Terrano, a spedirne 30 campioni a Bordeaux per farli assaggiare «dai più distinti periti locali». Ma anche un successo trionfale nel marzo 1911, quando al Museo commerciale di Trieste piacque tantissimo il Moscato rosa dolce, dinanzi al quale gli assaggiatori «non si stancavano di elogiarne lo squisito sapore ed il delizioso aroma». Nel primo dopoguerra, nella “Guida dell’Italia rurale”, colpisce il numero di cantine sociali (Buie, Cittanova, Umago, Verteneglio) di cattedre ambulanti di agricoltura, di consorzi agrari. Una vivacità che da un paio di decenni vediamo nuovamente ribollire come il mosto. Nel 2013 ci sarà la ventesima edizione di “Vinistra”, al cui interno l’anno passato è stata fondata l’Associazione Vini del Buiese, a cui ho avuto l’onore e il piacere di dare l’imprimatur storico, raccontando la vitivinicoltura di quella provincia attraverso i secoli. La guida del Touring Club Italiano del 1925, a proposito della Cantina sociale di Buie d’Istria, diceva che «esporta a Trieste, in Friuli e in Cecoslovacchia 15.000 ettol. di vino». Le degustazioni di Vinibuoni confermano questa tendenza alla crescita qualitativa, ad affermare un’immagine dell’Istria dove il “buon gusto” non è solo quello che troviamo nel bicchiere o nel piatto, ma anche nell’accoglienza. Così come noi, ogni anno, siamo lieti di accogliere qualche nuovo viticoltore che ci colpisce col suo “bon vin”.
Stefano Cosma

 

80 - Osservatorio Balcani 07/11/12 Migranti armeni in Turchia, una storia al femminile
Migranti armeni in Turchia, una storia al femminile
Fazıla Mat - Istanbul
7 novembre 2012
Secondo stime non ufficiali tra i 10 e i 20mila immigrati armeni lavorano in Turchia senza i permessi necessari. In gran parte si tratta di donne. A farne le spese maggiori, però, sono i figli degli immigrati, ai quali non è garantita nemmeno l'istruzione. Nostro reportage
Istanbul, cortile della chiesa armena Surp Hovhannes. Ogni sera il via-vai si fa intenso col calare del sole. Giovani donne armene, lavoratrici immigrate, si avvicendano per riportare a casa i figli all’uscita dalla scuola elementare situata nel seminterrato della chiesa. Una scuola “clandestina”, frequentata da 105 bambini privi per la maggior parte di una carta d’identità, perché nati in Turchia da genitori senza permesso di soggiorno. Una situazione che, in tutta la Turchia, interessa circa mille bambini e che rappresenta uno dei problemi più seri per gli immigrati armeni che si trovano in condizione di “irregolarità”.
Secondo stime non ufficiali, tra i 10 e i 20mila immigrati armeni lavorano in Turchia senza i permessi necessari. In gran parte si tratta di donne. Le difficoltà economiche riscontrate in Armenia le hanno portate a spostarsi all’estero per cercare lavoro. Istanbul, per la vastità delle possibilità offerte, è diventata la destinazione principale per molte di loro. Hanno trovato impiego in fabbriche, atelier tessili, oppure commerciano tra i due paesi. La maggioranza di loro, però, lavora in casa come donna delle pulizie, badante per anziani e malati e baby-sitter.

Storie di immigrati
Gli uomini, invece, molto spesso restano senza lavoro: per loro l'occupazione principale è badare affinché alla propria famiglia non accada nulla di male. Alcuni immigrati armeni, però, lavorano presso gli orafi del Gran Bazaar, oppure fanno i calzolai negli atelier di Gedikpaşa. E' il caso di A. “Siamo qui per lavorare. Cosa ci starei a fare se ci fosse lavoro in Armenia?”. In poche parole l'uomo, che preferisce non dare le proprie generalità, riassume il motivo per cui si trova a Istanbul con la moglie e la figlia. A. ci tiene a precisare che, comunque, non si lamenta di niente.
“Ho tre figli, e lo stipendio da insegnante che mi veniva dato in Armenia non ci permetteva di mantenerci”, spiega una delle responsabili della scuola elementare di Surp Hovhannes, laureata, come molte altre donne che hanno scelto di lasciare il proprio paese. “Viviamo a Istanbul da sette anni. All’inizio, prima di iniziare a lavorare a scuola, per qualche mese ho fatto la domestica, ma non ho potuto continuare perché mi pesava molto non essere trattata alla pari”.
Le famiglie armene vivono prevalentemente raccolte nel quartiere di Kumkapı, uno dei quartieri storici degli armeni “autoctoni” di Istanbul, la cui comunità conta oggi 60mila persone. Qui le economiche e poco decorose “camere per celibi” destinate qualche decennio fa ai migranti provenienti dall’Anatolia, si sono trasformate nel tempo negli alloggi per i migranti provenienti dall’estero, che si trovano a condividere spazi ristretti anche in più persone.
“Sono qui dal 2002 e vivo assieme a mio marito, mia figlia e mia suocera. Quando siamo arrivati non era facile trovare un alloggio. A noi è andata bene, perché c’era già mia suocera qui. Ora invece c’è un passaparola sulle stanze disponibili che inizia fin dalla stazione dei pullman”, ci dice Y., madre di una bambina che frequenta la sesta classe.
La stazione di cui parla Y. è la Emniyet Otogar dove una volta a settimana partono e arrivano gli autobus tra Istanbul e Yerevan. Dato che la frontiera tra la Turchia e l’Armenia è chiusa, il viaggio viene compiuto attraverso la Georgia. Per arrivare, ci vogliono almeno 36 ore di viaggio. Il biglietto di andata e ritorno costa 100 dollari, un affare a confronto del biglietto aereo Yerevan-Istanbul che può raggiungere i 750 dollari.
Perché la Turchia? Molti immigrati danno la stessa risposta: “Era la destinazione più vicina, aveva una popolazione armena locale e poi effettuare il primo ingresso era più facile rispetto ad altri paesi come Ucraina e Russia. Per entrare ci vuole solo un visto turistico acquistabile alla frontiera, che costa 15 dollari ed è valido per un mese”.
E' una volta in Turchia, però, che iniziano i problemi. Perché se di lavoro ce n'è, è quasi sempre in nero. Fino allo scorso febbraio uno straniero, se aveva i mezzi economici, poteva rinnovare il visto turistico uscendo per un giorno dal territorio turco per rientrare di nuovo. Ora, secondo la nuova legge per contrastare il lavoro irregolare degli immigrati, si impone che il “turista” dopo un periodo di permanenza massima di tre mesi non possa rientrare prima di 90 giorni trascorsi fuori dalla Turchia.
Se per molti immigrati uscire dalla Turchia ogni mese era già fuori questione, con stipendi che oscillano tra i 550 e gli 800 dollari, oggi le cose diventano ancora più complicate. E la prospettiva che i datori di lavoro assumano regolarmente, versando i 780 dollari previsti dalla legge, resta quasi sempre una chimera. E infatti, niente di concreto sembra cambiato nella vita dei diretti interessati: “Viviamo sempre con l’ansia del visto e della deportazione”, ci confessa preoccupata M.
Secondo R., invece, che due anni fa ha raggiunto il marito e la suocera (che hanno regolare permesso di soggiorno) “la polizia sa distinguere le persone. Non toccano le persone per bene che lavorano”. Suo marito ha subito tre interventi chirurgici, ma ha diritto a essere ricoverato negli ospedali turchi. Chi invece è “irregolare” quando si ammala viene seguito nell’ospedale Surp Pırgiç della comunità armena a Istanbul.
Per R. il dolore più grande è non riuscire a vedere i genitori. La madre è venuta una volta a trovarli, ma la figlia più piccola di un anno non ha mai conosciuto i nonni. “Se andassimo noi non riusciremmo a tornare tanto facilmente…”. Chi viene individuato all’uscita dalla frontiera può rientrare solo versando una penale di 15 dollari per ciascun giorno trascorso illegalmente nel paese, oppure accettando di non rientrare più in Turchia per 5 anni. “Ho tutti i parenti in Armenia”, racconta S. “Quando c’è un matrimonio o un funerale, non possiamo muoverci e questo ci fa soffrire molto. Non ci consola nemmeno il fatto di riuscire a mandare soldi a casa”.

Fortemente penalizzati i figli degli immigrati
Sono però i più piccoli ad essere maggiormente penalizzati da questa situazione. Quando una coppia “irregolare” di immigrati armeni ha un figlio in Turchia non può chiedere la cittadinanza alle autorità per il nuovo nato. Ma anche l’assenza di relazioni diplomatiche tra Ankara e Yerevan rende tutto ancor più complicato. Il bambino non può ottenere un passaporto se non andando in Armenia, ma non viene fatto passare alla frontiera se non ha alcun documento di identificazione. “Mia figlia non riesce a immaginarsi l’Armenia, quando gliene parlo. Per lei è una realtà molto distante”, ci dice un’altra immigrata. E’ un serpente che si morde la coda. Ma non finisce qui.
Il groviglio di divieti e difficoltà si ripercuote direttamente sul diritto dei bambini ad avere un’istruzione. I figli degli immigrati armeni, con un passaporto armeno o senza documenti d'identità, non possono frequentare le scuole pubbliche turche. A partire dall’anno scorso un regolamento ha concesso a questi ragazzi di potersi iscrivere alle 17 scuole delle minoranze armene locali in qualità di “ospiti”, ossia permettendo loro di frequentare le lezioni senza però che gli venga rilasciato alcun diploma valido a livello nazionale.
Pochi gli iscritti quest’anno, perché, a detta degli interessati, per le famiglie c’è sempre il rischio di venire esposti e in buona parte perché il programma scolastico, pur trattandosi di scuole armene, è interamente modellato su quello turco, senza alcun riferimento al popolo armeno e alla sua storia. Un programma che ad ogni modo non consentirebbe ai ragazzi di inserirsi nelle scuole armene se tornassero indietro. C’è poi anche il problema della lingua: l’armeno dell’Est (parlato in Armenia) è infatti una variante diversa da quello usato in Turchia.

La scuola elementare di Surp Hovhannes
La scuola elementare di Surp Hovhannes cerca, da dieci anni, di rimediare a questa difficile situazione, mentre le autorità turche, data l’assenza di alternative valide, chiudono un occhio sulla sua “clandestinità”. Sei classi gestite da sette maestre volontarie seguono il programma delle scuole armene.
“All’inizio avevamo appena sette bambini. Ora sono oltre un centinaio, inclusi quelli della materna. Quest’anno siamo riusciti ad aprire anche la sesta classe, ma per l’anno prossimo non c’è più spazio”, ci spiega una delle responsabili scolastiche.
Sono diverse iniziative congiunte a mantenere in piedi la scuola: “La chiesa ci dà gli spazi e si accolla tutte le bollette. La Caritas, a partire dal terzo anno, ha iniziato a fornirci i pasti per i bambini e ci ha messo a disposizione due persone per le pulizie, così non dobbiamo occuparci anche di quello, mentre i libri ce li manda il ministero della Diaspora dall’Armenia. Il comune di Bakırköy, poi, l’anno scorso ha organizzato attività sportive per i bambini fornendo dei pulmini per il trasporto. Una volta hanno anche previsto una visita dentistica”.
Dove andranno i bambini quando non ci sarà più posto? “Due miei amici sono tornati in Armenia dai nonni” dice N.,12 anni, “altri due hanno iniziato a frequentare le scuole armene locali, ma raccontano che è tutto diverso rispetto a qui”.
La madre è però ancora incerta sul da farsi. Sembra sicura solo su una cosa: “Un giorno, anche da vecchi, ritorneremo in Armenia. I bambini devono poter mantenere il legame con il loro paese d’origine”.
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