N. 853 – 23 Novembre 2012
Sommario

 

729 - La Voce del Popolo 20/11/12 Valle: Inaugurato Castel Bembo gioiello dell'Istria e della CNI (Sandro Petruz)
730 - Il Piccolo 20/11/12 Capodistria: «Le minoranze nazionali sono una grande risorsa» (Franco Babich)
731 – CDM Arcipelago Adriatico 18/11/2012 - Antonio Ballarin, eletto Presidente dell'ANVGD al Congresso di Gorizia (Rosanna Turcinovich Giuricin)
732 - CDM Arcipelago Adriatico 17/11/12 De Mistura: la Pace è l'unica via. (Rosanna Turcinovich Giuricin)
733 – La Voce del Popolo 21/11/12 Cultura - Gian Antonio Stella da più di vent'anni a fianco degli italiani «oltre confine» (Marin Rogić)
734 - La Voce del Popolo 21/11/12 Censimento: a Umago 2.144 italiani (Franco Sodomaco)
735 - Il Piccolo 18/11/12 Istria e Quarnero sono le regioni croate più poliglotte (Andrea Marsanich)
736 - La Voce del Popolo 21/11/12 "La Voce" - Tre passi avanti (Errol Superina)
737 - La Voce del Popolo 17/11/12 Diffondere la lingua italiana nella Slavonia occidentale (chb)
738 – La Voce del Popolo 17/11/12 E & R - Muli del Tommaseo - La Zanzara centenaria (Roberto Palisca)
739 – La Voce del popolo 20/11/12 Cultura - Viaggio tra genti e realtà di frontiera (Patrizia Venucci Merdžo)
740 – La Voce del Popolo 19/11/12 Umago: Una vita combattuta fino in fondo per mantenere la lingua e la cultura italiana (Franco Sodomaco)
741 - La Voce di Fiume Febbraio 2012 - Quando "il rimosso" ritorna con gli interessi (Silvia Pesaro)
742 - L'Opinione 21/11/12 E se i missili li stessero lanciando su Trieste? (Barbara Di Salvo)
743 - Il Fatto Quotidiano 21/11/12 Israele - Critiche no - Il governo non è un paese (Furio Colombo)
744 - Il Giornale 17/11/12 Il Commento - Sorpresa, per la corte dell’Aia solo i serbi sono criminali (Giuseppe Marino)

 

A cura di Stefano Bombardieri
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

729 - La Voce del Popolo 20/11/12 Valle: Inaugurato Castel Bembo gioiello dell'Istria e della CNI
A VALLE LA FOLLA DELLE GRANDI OCCASIONI. PRESENTE PURE IL SOTTOSEGRETARIO ITALIANO STAFFAN DE MISTURA
Inaugurato Castel Bembo gioiello dell’Istria e della CNI
VALLE – Nel pomeriggio di ieri è stata scritta un’importante pagina della storia della Comunità Nazionale Italiana, della Regione Istriana e della località di Valle con l’apertura di Palazzo Soardo – Bembo, che ritorna ad essere la dimora della Comunità degli italiani vallese dopo una pausa lunga 14 anni, dovuta a un complesso restauro avvenuto in due fasi distinte. La cerimonia d’inaugurazione del Palazzo, che è stato di proprietà della famiglia Soardo – Bembo, è iniziato in piazza Tomaso Bembo con la banda d’ottoni comunale che ha intonato l’inno croato, quello italiano e quello della Regione Istriana. La piazza era gremita fino all’ultimo posto da tantissimi connazionali, arrivati da tutta l’Istria, e da numerosi esuli vallesi, che sono arrivati da ogni parte d’Italia per assistere all’apertura di Castel Bembo. La cerimonia è continuata con l’esibizione del gruppo dei giovani della sezione folcloristica della CI di Valle, che hanno presentato i balli tipici della località e hanno recitato la poesia dialettale “Vallese mi sen”, di Romina Floris. Subito dopo le autorità hanno dato via al taglio inaugurale del nastro posizionato sotto una delle due torri del Castello, che regolava l’accesso al centro storico di Valle. Il nastro, formato da due strisce rappresentanti i tricolori croato e italiano, è stato tagliato dal sottosegretario agli Esteri italiano, Staffan de Mistura, dall’ambasciatrice italiana in Croazia, Emanuela D’Alessandro, dal console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, dal presidente della Regione Istriana, Ivan Jakovčić, da Silvio Delbello, presidente dell’Università Popolare di Trieste, dall’onorevole Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana, da Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’UI e da Rosanna Bernè, presidente del sodalizio vallese. Dopo il taglio del nastro, il parroco di Valle, Darko Zgrabljić, ha benedetto il Castello e le autorità presenti sono entrate nell’atrio del palazzo, dove è stata scoperta una targa commemorativa, in cui ricorda l’investimento del Governo Italiano, che per il tramite di UI-UPT ha provveduto all’acquisto del Palazzo e alla sua ristrutturazione.
MINUZIOSO RESTAURO Nella sala centrale del primo piano di Castel Bembo, dove si trovano numerosi affreschi e decorazioni che sono stati minuziosamente restaurati da un gruppo di esperti della società “Vuksan Slikarstvo” di Zagabria, si è svolta la parte protocollare del programma d’inaugurazione, con gli interventi dei rappresentanti dei numerosi enti che hanno contributo alla realizzazione del restauro. Si è iniziato con la presidente della CI locale, Rosanna Bernè, che ha definito Castel Bembo come un vero gioiello nato dalla lavoro e dall’impegno di numerose persone che per 20 anni non hanno mai smesso di sognare. La presidente ha ringraziato tutti i presenti e in modo particolare gli attivisti vallesi, che anche senza una sede adeguata hanno portato avanti finora tutti i programmi fissati dal sodalizio. “È risaputo che il vallese è tenace e caparbio - ha concluso Rosanna Berné - e anche con scarsi mezzi alla fine arriva al traguardo”. La Bernè ha anche voluto ricordare i presidenti che l’hanno preceduta per il loro contributo e ha assicurato che riceveranno uno spazio adeguato nella monografia che verrà pubblicata a breve su Castel Bembo. A seguire è intervenuto il sindaco di Valle, Edi Pastrovicchio, che si è rivolto in lingua italiana ai presenti ringraziando a nome di tutti i cittadini il Governo Italiano e tutti gli enti che hanno contribuito alla realizzazione di questo investimento.
LUNGIMIRANZA Il presidente dell’UPT, Silvio Delbello, ha fatto un breve resoconto sulle dinamiche dell’investimento, ricordando che grazie alla felice intuizione, alla lungimiranza dei dirigenti dell’UI e al contributo decisivo dello Stato italiano nel 1998 il castello venne acquistato quando era già sede della locale Comunità degli Italiani. Alla realizzazione dei progetti necessari alla ristrutturazione hanno contribuito gli architetti Bruno Poropat di Rovigno, Barbara Fornasir di Trieste e Marko Franković di Fiume, mentre i lavori nella prima fase sono stati eseguiti dall’impressa “Geokop” di Valle e nella seconda fase, iniziata lo scorso anno, dalla ditta “Vallis” di Umago. Delbello ha specificato che il costo dell’investimento, comprendente anche gli arredi, che dovrebbero arrivare entro due settimane, è di poco inferiore ai 2 milioni di euro. Grazie al contributo dello Stato italiano e alla collaborazione UI-UPT all’Istria è stato ridato l’uso di uno dei suoi principali monumenti.
L’UI ORGOGLIOSA L’onorevole Furio Radin ha sottolineato che l’UI è molto orgogliosa di quest’opera di restauro e che la CI di Valle può finalmente usufruire di una struttura che le è sempre idealmente appartenuta e rappresenta l’identità laica di Valle, come San Giuliano rappresenta quella religiosa. “Quella vallese è una Comunità molto attiva e anche intelligente e paziente, che ha saputo aspettare e agire quando era necessario per avere una sede così prestigiosa”, ha dichiarato il presidente dell’UI.
RINGRAZIAMENTI Radin ha anche voluto ricordare un aneddoto personale legato a Castel Bembo, che durante i bombardamenti sulla Città di Pola della Seconda guerra mondiale era stato usato per accogliere gli sfollati, tra cui c’era anche sua madre che gli ha raccontato come i vallesi organizzassero in continuazione musiche e balli proprio nella sala centrale del palazzo per lenire i dolori del conflitto. Il presidente ha colto l’occasione per trasmettere al ministro Terzi e al MAE i più sentiti ringraziamenti per tutto il supporto avuto dall’Italia.
Ivan Jakovčić, presidente della Regione Istriana, che si è anche rivolto ai presenti in lingua italiana, ha sottolineato che grazie all’ottima collaborazione con l’onorevole Radin e la CNI, l’Istria è diventata una regione europea che ha lottato per il bilinguismo e che i rapporti con l’Italia sono fondamentali per un futuro comune. Il presidente della Regione ha evidenziato pure quanto siano stati importanti per l’Istria gli investimenti fatti finora dal Governo Italiano: questa cooperazione potrà dare ancora maggiori frutti in futuro, quando la Croazia entrerà finalmente in Europa. La Regione ha dato il suo pieno appoggio per candidare dei progetti comuni che possano evidenziare le grandi potenzialità di Castel Bembo.
UN SEGNALE AI CONNAZIONALI La cerimonia si è conclusa con l’accorato intervento dell’ospite d’onore dell’inaugurazione, il sottosegretario agli Esteri italiano, Staffan de Mistura, che ha evidenziato subito come l’investimento di Castel Bembo sia un segno di volontà e continuità che il Governo Italiano vuole dare ai connazionali di questa Regione. “Vive lo spirito di Pola, di quell’incontro magico tra presidenti, che hanno voluto esprimere un concetto fondamentale: che bisogna lasciare il passato e affrontare assieme il futuro europeo nel rispetto e nella dignità delle rispettive minoranze”, ha dichiarato il sottosegretario. Per quanto riguarda Castel Bembo, de Mistura ha sottolineato che si tratta veramente di un edificio imponente e solenne che suscita ammirazione.
RISORSE Inoltre, il sottosegretario ha anche affrontato il problema dei finanziamenti per la CNI di Croazia e Slovenia: “Il ministro Terzi e il Governo hanno fatto degli sforzi enormi per trovare le risorse necessarie, ma si è riusciti nell’intento perché è assolutamente giusto farlo e continueremo a farlo”. Anche de Mistura ha voluto concludere il suo intervento con un aneddoto personale, ricordando le sue origine dalmate e il fatto che quando lavorava per l’ONU dovette rimanere a Ragusa durante i bombardamenti degli anni Novanta. Dopo uno degli attacchi più feroci, De Mistura ha ricordato che la popolazione si ritrovò per suonare musiche di Mozart e musiche venete per dimostrare che tutto si può perdere, ma non la propria cultura e le proprie radici.
Sandro Petruz

 

730 - Il Piccolo 20/11/12 Capodistria: «Le minoranze nazionali sono una grande risorsa»
«Le minoranze nazionali sono una grande risorsa»
CAPODISTRIA Le minoranze nazionali – quella italiana in Slovenia e Croazia e quella slovena in Italia – sono fattori indispensabili per la crescita complessiva del tessuto civile e democratico di queste terre di confine. E la crisi finanziaria che ha colpito l'Europa, paradossalmente, può significare per queste stesse minoranze anche una straordinaria opportunità.
Questo, in sintesi, il messaggio emerso dal convegno “Le minoranze nazionali nella nuova Europa”, che si è svolto ieri a Capodistria nell'ambito del progetto Lex, concepito per rafforzare la collaborazione tra le due minoranze e co-finanziato dal programma di collaborazione transfrontaliera Italia–Slovenia 2007–2013. Al convegno, oltre agli esponenti politici delle due minoranze e – per la prima volta - anche degli esuli, a conferma della volonta di superare le ferite del passato nello spirito dell'incontro di Trieste del luglio 2010 tra i presidenti italiano Napolitano, sloveno Türk e croato Josipovi„, sono intervenuti tra gli altri il sottosegretario italiano agli Esteri Staffan De Mistura e il giornalista del Corriere della sera Gian Antonio Stella. Della crisi come di un'opportunità e delle minoranze come una risorsa ha parlato proprio De Mistura. «Le minoranze – secondo De Mistura – possono aiutare Italia e Slovenia a fare progetti comuni in un contesto europeo». Stella ha presentato invece una relazione dal titolo «L'eterna guerra contro l'altro», sottolineando come la stagione dei piccoli nazionalismi sia ormai finita e come oggi, non solo in Europa, ci sia bisogno di un patriottismo «maturo, adulto e mite», che porti alla collaborazione e non al confronto. Per la Comunità nazionale italiana, al convegno erano presenti il presidente dell'Ui Furio Radin, il presidente della Giunta esecutiva Ui Maurizio Tremul, il deputato italiano al Parlamento sloveno Roberto Battelli e il presidente della Can costiera Alberto Scheriani.
Franco Babich

 

731 – CDM Arcipelago Adriatico 18/11/2012 - Antonio Ballarin, eletto Presidente dell'ANVGD al Congresso di Gorizia
Antonio Ballarin, eletto Presidente dell'ANVGD al Congresso di Gorizia
Antonio Ballarin è il nuovo Presidente dell’Anvgd. Nato nel Quartiere giuliano di Roma da famiglia lussignana, “figlio del popolo” si definisce, orgoglioso delle proprie radici, ha festeggiato cinquantatre anni nei giorni del Congresso assieme alla sua famiglia, moglie e tre figli, che hanno cantato insieme le canzoni istriane durante la serata di gala. Da anni ha messo a disposizione il suo impegno per l’associazione, supportando il lavoro di Lucio Toth, che continua il suo lavoro nelle vesti di Presidente onorario, con slancio e quella passionalità adriatica che caratterizza il contributo di tanta nostra gente.
L’elezione di Ballarin al XX Congresso di Gorizia, segna un momento di svolta nella storia dell’associazione, attesa, annunciata, voluta, preparata per dare nuovo corso ad un’attività consolidata e forte ma persa in mille rivoli e mille interessi imposti dall’evoluzione dei tempi e delle contingenze.
La prima cosa da fare? Costruire una rete “di amicizia”, afferma il Neopresidente, “per affrontare tutti i problemi – e ce ne sono tanti – con la serenità di cui abbiamo bisogno. Non mancherà il confronto – come succede in tutte le famiglie, e noi è questo che siamo, una famiglia – per tanto con la volontà di costruire, non di distruggere la nostra immagine di popolo sparso, legato alle origini, che ha portato dignità ovunque abbia stabilito la propria dimora”.
Il tutto cercando di “integrare e non di escludere”.
In questi anni si sono create diverse sacche critiche in varie parti d’Italia, con Comitati che sono entrati in sofferenza. Secondo il principio per cui “abbiamo bisogno del contributo di tutti”, il dialogo sarà fondamentale per ricompattare una realtà che deve procedere decisa, soprattutto in un momento come questo, soffocato dalle difficoltà finanziarie, con stanziamenti a singhiozzo. Una delle novità di questo Congresso è anche l’annuncio di costituzione di una Aps, ovvero una Onlus che dovrebbe portare alle associazioni quel 5 per mille della dichiarazione dei redditi previsto dalla legge.

L’elezione di Antonio Ballarin arriva dopo tre giorni di congresso durante il quale sono emersi messaggi di grande apertura con l’intervento, nella prima giornata, dei massimi rappresentanti del Comune con il Sindaco Ettore Romoli e della Provincia Stefano Gherghetta, della Regione con il consigliere Gaetano Valenti, dei Presidenti delle altre Associazioni degli Esuli (Dalmati con il gen. Elio Ricciardi, Fiumani con il Sindaco Guido Brazzoduro, Polesani con il Sindaco Argeo Benco, le Comunità Istriane con il Presidente Lorenzo Rovis), dei Giuliani nel Mondo con il VicePresidente Silvio Cattalini, ma anche con la partecipazione del Presidente della Giunta di Unione Italiana, Maurizio Tremul e, per la prima volta, di un alto rappresentante degli Sloveni di Gorizia, Livio Semolic.
Con Rodolfo Ziberna, Presidente Anvgd fino al XX Congresso di questi giorni, così come sottolineato durante il suo intervento d’apertura, Semolic lavora da tempo per portare a quel clima di distensione necessario a dare nuova qualità alla realtà goriziana ma non soltanto. Una disponibilità che conferma il desiderio di seguire la linea tracciata nel 2010 dai tre Presidenti di Italia, Croazia e Slovenia con l’incontro del 13 luglio a Trieste che le associazioni degli esuli hanno reso possibile e che ora fanno propria per offrire un’altra possibilità alla storia stessa dell’associazionismo.
Per Tremul è significativo quanto registrato negli ultimi tempi: minoranza ed esuli, fianco a fianco, si sono presentati compatti con le loro richieste al Governo, di reciproco supporto, per far rientrare nella Legge di Stabilità i finanziamenti necessari alla loro esistenza. Un segnale forte che va continuato, con altre occasioni di collaborazione anche in campo europeo. Dal punto di vista umano, - Tremul continua a ripeterlo da tempo – è necessario il superamento del “noi e voi” per giungere a quel “noi e noi” che rispecchia la realtà delle cose.
Durante il dibattito seguito alla cerimonia ufficiale di apertura del XX Congresso, l’attenzione è stata posta soprattutto sulla scuola, uno dei primi e maggiori risultati del Tavolo col Governo aperto qualche anno fa. La collaborazione col MIUR sta dando l’occasione di dialogare con le scuole, educando gli insegnanti alla conoscenza delle vicende adriatiche. Ma, grazie a questo percorso, si è formata una squadra vincente, composta da docenti attivi nell’associazionismo che sentono questa attività come una “causa” vera e propria per la quale spendersi totalmente. Non soltanto, la collaborazione si è estesa anche alla scuola della minoranza, con progetti comuni e con i concorsi destinati agli alunni, che ristabiliscono un po’ di equilibrio nel silenzio di tanti decenni. Un lavoro che va comunque continuato.
Si è parlato inoltre di beni abbandonati da porre su un piano alto, che introduca delle novità e poi di cultura in senso lato riguardante l’impegno dei Comitati, ma anche di informazione, cimiteri ed altre tematiche di fondamentale importanza per l’esistenza stessa dell’Anvgd. Su tutto, l’esigenza di un ricambio generazionale che inizia dal vertice.
Nella squadra di Antonio Ballarin (Roma) alcuni nomi nuovi e parecchi giovani. Ad iniziare dal segretario Alessandro Scardino (Verona). Al fianco di Ballarin, nell’esecutivo: Pietro Cerlienco (Monza), Franco Papetti (Perugia), Maria Elena Depetroni (Bergamo), Renzo Codarin (Trieste), Davide Rossi (Verona-Trieste), Guido Brazzoduro (Milano), Mario Diracca (Pescara), Rodolfo Ziberna (Gorizia), Giampaolo Pani (Modena), Italia Giacca (Verona), Alessandro Cuk (Venezia) e Donatella Schurzel (Roma). Delegato all’amministrazione, Maria Rita Sanguigni.
Il Consiglio dell’Anvgd si riunirà nel gennaio del 2013 per la distribuzione degli incarichi-delega. Il nuovo Presidente ha un progetto ben preciso.
“Non sono Martin Luther King ma ho un sogno – ha dichiarato in chiusura di Congresso -, sono un idealista e quindi vorrei che la nostra attività si configurasse su basi di amicizia, una squadra che porti avanti dei valori in cui crede. Confrontarci per superare le reticenze attraverso una comunicazione che focalizzi i nostri obiettivi. Su questo ci impegneremo pur nell’autonomia dei singoli comitati ma con un contatto continuo ed efficace. Non vogliamo esclusivismi, di siti internet più ce ne sono meglio è, anzi, devono servirci per creare degli archivi del ricordo e per meglio delineare i progetti con gli italiani della minoranza”.
Non dimentica, Ballarin, in questo caso, di richiamarsi a dei simboli forti, che valgono per gli uni e per gli altri, come la bandiera.
“Abbiamo elaborato un lutto – afferma, prima di salutare il centinaio di delegati giunti da tutta Italia - dal quale stiamo parzialmente uscendo grazie anche al Giorno del Ricordo. Il senso di appartenenza per noi è importante e lo è anche a livello generale per cui la nostra realtà italiana, vista da fuori è meravigliosa, culla di cultura e civiltà, e noi siamo, di fatto, una culla all’interno di una culla. Ovunque sia andata la nostra gente ha dato prova di dignità, anche nella povertà, e voglia di costruire”.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

732 - CDM Arcipelago Adriatico 17/11/12 De Mistura: la Pace è l'unica via.
De Mistura: la Pace è l’unica via…
Al Sottosegretario, che sarà a Capodistria e a Valle lunedì prossimo, è stata data la cittadinanza onoraria ad Assisi
L’on. Staffan de Mistura, Sottosegretario agli Esteri del Governo italiano sarà lunedì prossimo a Capodistria e poi a Valle, vicino alla Comunità italiana in questo momento emblematico.
Perché questa soddisfazione nell’avere la sua attenzione?
Perché è uno di noi, almeno egli così si considera, per le sue radici dalmate, perché conosce la nostra storia, perché capisce il nostro dialetto e il desiderio di pace di un mondo che il Secolo breve ha segnato pesantemente. La pace è per de Mistura anche filosofia di vita, proprio per la forza delle sue radici appartiene al mondo, si sposta laddove c’è bisogno, tra chi soffre, alla ricerca di soluzioni. Un moderno cavaliere-combattente per il quale si prova immediata simpatia. Agli inizi di novembre la Città di Assisi gli ha conferito la cittadinanza onoraria durante una cerimonia alla presenza delle massime autorità locali alla quale hanno presenziato i giuliano-dalmati dell’Umbria.
Che cosa significa – gli abbiamo chiesto – questo riconoscimento di Assisi?

“L’ho accolto con grande emozione per due ragioni. Perché la città di Assisi rappresenta un simbolo di pace riconosciuto a livello internazionale ed è quindi un valore aggiunto per chi si occupa di pace keeping. Ma ritengo più importante la seconda ragione. Premiando me hanno premiato le migliaia di persone che ho incontrato durante la mia vita, in tutte le zone difficili del mondo, che operano ogni giorno in condizioni difficili, rischiando la vita, per un fine di pace. E’ la sua universalità a renderlo così importante”.

Pace oggi significa soprattutto trasversalità, quanto è difficile far capire al mondo il peso assurdo delle chiusure negli egoismi locali?

“Le resistenze ci sono ma considero che, alla fine, la via della pace sia l’unica possibile. Ne prendiamo atto in ogni occasione. Scoppia il conflitto, succedono fatti irreparabili ma quando riemerge la ragione, bisogna comunque trovare delle soluzioni di pace. Consideriamo quanto sta avvenendo in Siria, non potrà continuare, bisognerà arrivare ad un accordo, è solo questione di tempo. Ciò che è difficile da accettare è il prezzo che si paga per questa transizione dal conflitto alla sua soluzione, sulla coscienza rimangono tantissime vittime. La guerra è assurda”.

L'esclusivismo nazionale per le terre dell'Adriatico orientale è stato una tragedia durante la seconda guerra mondiale e nei decenni successivi. Che cosa comporta il suo superamento?

“Il tempo aiuta. Le ferite si risanano in fretta se scattano quel meccanismo imprescindibile del rispetto della dignità delle singole componenti. I giovani devono conoscere la storia ma essere pronti a superarla. Ciò che sta già avvenendo con l’entrata dei Paesi dei Balcani nell’UE. Dovrebbero entrare tutti perché a quel punto valgono le medesime regole del gioco e si fa strada un diverso approccio con la realtà”.

Lei ricorda spesso l'aneddoto dell'abbraccio. Perché è così importante?

“Beh, ciascuno segue dei particolari percorsi quando si tratta di operare in trincea. Dalla mia esperienza ho dedotto che quando ci sono questi momenti di estremo disagio, come può esserlo la profuganza, ha più valore uno strumento psicologico forte, che l’aiuto materiale. A chi ha lasciato casa ed affetti, a chi ha rinunciato ad una dimensione di vita normale, certi simbolismi significano rispetto della dignità che spesso non danno cibo, coperta o altri beni materiali. Ma se spalanchi le braccia a chi ti sta camminando incontro, metti in campo la tua disponibilità e l’altro si sente in salvo”.

Che cosa le ha insegnato la sofferenza dei Balcani?

“Proprio questo, il rispetto dell’altro”.

Nelle sue missioni nel mondo che cosa porta con sé di questo mondo adriatico tormentato?

“Le parole di mio padre. Era nato a Sebenico, si sentiva un veneto di Dalmazia con un profondo amore per le proprie radici. Questo orgoglio è fondamentale se aiuta ad incontrare l’altro, la storia diventa una guida alla quale riferirsi. Ricordati di tutto questo – mi diceva – quando girerai il mondo: se credi in ciò che sei, se hai una forte dignità, il resto verrà da sé”.

Sarebbe più facile superare le crisi se ognuno smettesse di considerarsi l’ombelico del mondo?

“E’ nella natura dell’uomo, l’egoismo è difficile da circoscrivere. Mettiamo il caso della persona che si ammala ed è convinta di essere l’unica vittima del destino in questa vita, implode, si commisera. Ma quando viene ricoverata all’ ospedale, all’improvviso si accorge che ci sono tante altre persone che soffrono, capisce che è parte di una realtà che coinvolge anche altri individui. Impara ad ascoltare, a ridimensionare le proprie ansie, ad accettare la sofferenza ma solo per combatterla”.
Quanto è difficile oggi portare la pace in Paesi che non la conoscono?

“Molto, ma va fatto perché va mantenuto quel senso di speranza e di fiducia nell’altro che ci rende forti. In tanti teatri di guerra mi sono accorto che ad esprimere questo sentire profondo sono proprio le donne che forse comprendono di più l’atrocità e l’inutilità della guerra. Sono loro che riescono a sorridere anche in situazioni difficili, infondono coraggio”.

Che cosa rappresenta la Dalmazia per lei?

“E’ la storia della mia famiglia che ritrovo in quella di tante famiglie giuliano-dalmate che ho modo di incontrare. Il legame con la terra che è forte nella nostra gente e quella dignità alla quale mi richiamo spesso perché la considero fondamentale, un messaggio che viene dal passato ma che non passa mai”.

La prossima settimana Lei sarà in Istria, al Convegno sulle Minoranze a Capodistria e poi a Valle all’inaugurazione di Castel Bembo, restaurato grazie al contributo del Governo Italiano. Oggi più che mai diventa il simbolo dell’attenzione dell’Italia nei confronti della nostra realtà. La crisi ci sta investendo: c’è spazio per l’ottimismo?
“Mi permetta di rispondere con un’unica parola: affermativo”.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

733 – La Voce del Popolo 21/11/12 Cultura - Gian Antonio Stella da più di vent'anni a fianco degli italiani «oltre confine»
INTERVISTA ALLO SCRITTORE E GIORNALISTA DEL CORRIERE DELLA SERA, OSPITE DELLA CI DI FIUME
Gian Antonio Stella da più di vent’anni a fianco degli italiani «oltre confine»
FIUME – Gian Antonio Stella, giornalista e scrittore, una delle firme più importanti del Corriere della sera e del giornalismo del Bel Paese, è stato ospite mercoledì sera alla Comunità degli Italiani (Palazzo Modello), dove ha tenuto una conferenza dal titolo “L’eterna guerra contro l’altro”, durante la quale ha illustrato ai presenti il vecchio vizio che esiste da quando esiste l’uomo, che le persone hanno di creare divisioni (nazionalità, colore, sesso, appartenenza politica e altro) tra di loro, che il più delle volte sfociano in un odio violento che provoca guerre e crimini contro l’umanità.
La serata, organizzata dall’UI, dall’UP Trieste e dalla CI locale, è stata introdotta dalla presidente della CI, Agnese Superina; il presidente della GE dell’UI, Maurizio Tremul, ha presentato l’ospite, che dopo la conferenza ci ha concesso un’intervista.
Gian Antonio Stella e gli italiani ‘al di qua’ del confine. Una storia che dura da decenni. Lei già si occupò di noi, dell’UI, verso la fine degli anni ’80. Famosi rimangono gli articoli che scrisse allora sul Corriere della Sera, nei quali espresse il proprio appoggio alla CNI in Slovenia e Croazia, a quei tempi messa in discussione dall’allora presidente Cossiga. Che ricordi ha di quegli avvenimenti?
“La prima volta sono venuto in Istria in vacanza; erano gli inizi degli anni ’80. Vi sono ritornato dopo aver letto un articolo sul Piccolo di Trieste che diceva “Allarme della Comunità Italiana, la comunità sta morendo”, più o meno nel 1987. Questo mi ha spinto ad approfondire l’argomento. In quell’occasione ho conosciuto un sacco di gente, Ezio Mestrovich, Maurizio Tremul, Eros Bičić, Franco Juri e molti altri, tutto il gruppo che poi avrebbe animato la riscossa a favore degli italiani oltre confine.
Allora andai a trovare anche Anita Forlani; passai da Pola e Dignano e conobbi il prof. Radossi. Quel viaggio e tutti quegli incontri mi hanno portato ad appassionarmi al tema degli italiani oltre confine.
Poi, quando Cossiga disse la scemenza: ‘Non mi risulta che ci siano ancora italiani in Slovenia e Istria’, io feci un pezzo cattivissimo, molto duro. Anche se non ero ancora il giornalista noto di adesso, ma avevo ‘le spalle più strette’, il presidente lesse il mio articolo”.
“Nel corso della mia carriera ho avuto un rapporto difficile con Cossiga – ricorda Stella -, momenti di grande simpatia e momenti bruschi. Però Cossiga era uno che, quando era consapevole di avere torto, sapeva riconoscerlo e di questo devo dargliene atto: ammise di avere torto e chiese scusa.
In seguito ho avuto modo di intervistare il comandante Giacca, quel comandante di una banda di partigiani che fece la strage di Porzûs, una cosa orribile: partigiani rossi filo-titini che ammazzano i partigiani filo-cattolici che stavano intorno al comandante De Gregori (lo zio di Francesco de Gregori). A Porzûs fu ucciso anche il fratello di Pasolini.
Sono andato a trovare il comandante Giacca, mi pare vivesse a Capodistria, e non era per niente pentito di quello che aveva fatto. Anzi, era ancora convinto della giustezza delle sue tesi; quindi mi documentai per capire meglio le vicende di queste terre”.
Il suo è diventato un rapporto talmente stretto con l’Istria che neanche lo scoppio della Guerra dei Balcani è riuscito ad interrompere.
“Quando scoppiò la guerra e pareva che bombardassero Capodistria e Fiume, io ero qua. Ero qua anche quando incominciarono ad arrivare in Istria le prime ondate di profughi. Tra Istria, Quarnero e Dalmazia ci sarò stato più di cento volte. Sono profondamente legato a queste terre e alle vicende di voi italiani oltre confine.
Conosco l’Istria talmente bene che mi ritengo di avere il diritto di incazzarmi se ci sono delle cose che non mi piacciono. Come per esempio l’affare intorno alla centrale a carbone di Fianona. In un posto bellissimo, con quel fiordo meraviglioso, la centrale di Fianona è una cosa assurda: ancora carbone nel 2012”!
Lei fu uno dei pochi giornalisti italiani che parteciparono a Buie alla riunione del Gruppo d’opinione ‘88. Che ricordi ha di quel periodo?
Mi ricordo benissimo quell’avvenimento. C’ero anch’io alla riunione, in un cinema, del Gruppo d’opinione ‘88, che ha segnato un momento di svolta importante per l’UI. Credo che ci fossero solo due giornalisti italiani presenti: io e il collega del Piccolo. Mi ricordo che fu una stagione molto interessante, nel mio piccolo diedi l’appoggio agli italiani ‘al di qua’.
Conobbi Antonio Borme e Virgilio Giuricin, vittima dell’ultimo processo politico razziale in Europa; era accusato di spionaggio perché portava a sviluppare le foto che faceva a Pordenone. Una cosa ridicola, pazzesca. Aveva diritto di rispondere al processo in italiano, ma non gli fu permesso; una cosa assurda”!
Collegandoci al tema della sua conferenza, “L’eterna guerra contro l’altro”, spiega come nel corso dei secoli tra la gente vi sia costantemente nell’aria odio, paura nei confronti del ‘diverso’. Sembra che i media cavalchino e fomentino spesso l’onda della paura. Che cosa ne pensa? Com’è lo stato di salute attuale dell’informazione in Italia?
”Non c’è dubbio, l’informazione ha colpe innegabili. Troppo spesso, pur di aumentare l’attenzione, si fa un gioco al massacro che produce onde d’odio che poi diventano difficili da controllare. È l’informazione quella che dovrebbe essere il controllore della società, che dovrebbe tentare di ripristinare la verità laddove questa venga alterata.
Per quanto riguarda il suo stato di salute, mettiamola così: Indro Montanelli e Enzo Biagi dicevano che se uno è bravo non si riesce a censurarlo. È vero, ma a me non basta; se uno è bravo sì che è più difficile censurarlo, però non deve prevalere il principio ‘tu devi essere bravo per non essere censurato’.
Io posso scrivere tutto quello che mi passa per la testa, ma sono consapevole che c’è la censura. Quello che mi fa più paura è l’autocensura, che negli ultimi tempi sta prendendo piede nelle varie pubblicazioni; i giornalisti scrivono meno di quello che vorrebbero per non avere grane”.
È quasi d’obbligo farle una domanda sull’attualità politica in Italia. Insieme a Sergio Rizzo ha scritto il libro “La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili”, caso editoriale italiano arrivato alla ventunesima edizione; nella saggistica ha battuto tutti i record: un milione e trecento mila copie. Nel libro sono spiegati nel dettaglio tutti gli sprechi ed i costi della pubblica amministrazione. Con il governo dei tecnici come sta la ‘casta’, che fine hanno fatto gli sprechi?
“La situazione economica è così pesante che hanno dovuto (i politici ndr.) fare dei tagli, però in ogni momento, con ogni trucco, cercano di ‘svuotare’ i tagli che hanno fatto; aboliscono i vitalizi nelle regioni, però poi fanno una leggina che li fa rientrare dalla finestra sotto altra forma.
In realtà le svolte vere che speravamo si facessero non ci sono state neanche con il governo Monti, anche se qualche piccolo passo in avanti è stato fatto. Per esempio, è diminuito del 92% l’utilizzo dei ‘voli blu’. Sul taglio delle province, che in Italia hanno un peso enorme sulla spesa pubblica, il governo ci ha provato, ma alla fine non si è fatto niente”.
Restando all’attualità politica e al tema ‘paura verso l’altro’, negli ultimi tempi la politica italiana, destra, sinistra e centro, ha un ‘nemico’ comune, ritenuto il portavoce dell’‘antipolitica’: Beppe Grillo. Cosa ne pensa? Grillo sarà in grado di rivoluzionare il sistema partitico italiano?
“E Berlusconi che è entrato in politica tuonando contro i vecchi politici? Non era antipolitica anche quella? Nel momento in cui il movimento di Grillo si presenta alle elezioni, diventa movimento politico. Grillo fa politica, può piacerti o non piacerti, ma la sua è politica pura. Dicono non abbia un programma, però c’è ed è consultabile da tutti in rete.
Io non sono d’accordo con il suo programma, per esempio, l’abolizione di tutti gli inceneritori, niente rigassificatori, abolizione dei partiti, e potrei fare una lista di cose che mi vedono contrario al programma di Grillo.
Ma una cosa positiva, la vera rivoluzione, è che ha consentito a tantissimi giovani di avvicinarsi alla politica. Io lo conosco bene, ho un buon rapporto con lui, non sono d’accordo con il suo pensiero, però è una persona che crede nei propri ideali, è uno che ci mette la faccia, è sempre stato molto coerente. Ma… con che faccia i politici di oggi dicono che Grillo fa antipolitica?”
Con le nuove tecnologie che influenzano sempre più la vita quotidiana, che futuro prevede per il giornalismo tradizionale, quello della carta stampata? Rischia di scomparire a favore dei nuovi media?
“Io non sono un feticista del tipo “solo la carta, l’odore della carta, la bellezza di sfogliare un giornale con i polpastrelli’. Se tutti i nostri lettori passassero sull’ i-pad per me non cambierebbe nulla. L’informazione ha un senso se chi te la dà si assume le proprie responsabilità.
Guai a credere che la rete sia fonte di verità assoluta; su Internet si trovano scemenze pazzesche. Internet è come una dinamite, è indispensabile, se vuoi buttare giù una costruzione abusiva devi usare la dinamite, altrettanto devi fare se vuoi costruire una galleria. Sopra, però, c’è scritto ‘usare con attenzione’; così deve essere anche per Internet. Alla fine l’importante per una notizia - o su carta o su Internet – è che ci sia e che sia vera”.
Parlando con lei si nota grande passione e amore per il giornalismo. Ha scritto decine di libri di denuncia, centinaia di inchieste, articoli, ecc. Nonostante questi siano arrivati a un grande numero di persone, i fatti che denuncia e di cui scrive stentano a cambiare. Cos’è che la spinge a continuare nel suo lavoro di inchiesta con tanta determinazione?
“A dire il vero io ho un rapporto metalmeccanico con il lavoro, sono un operaio pagato bene. Mi alzo alla 5 di mattina e lavoro tutto il giorno; lavoro perché devo farlo. Se c’è da fare una battaglia sul razzismo non è che la faccio perché mi pagano, la faccio perché devo farla. C’è da fare una battaglia contro le grandi navi a Venezia? La faccio perché ci credo. Lo faccio perché questo è il mio mestiere.
Io porto a casa una sconfitta al giorno: denunci tante cose ma spesso non fanno niente. Ho più sconfitte che Ferrara alla Sampdoria (ride). Allora cosa fai, smetti? No vai avanti, anzi, più ‘battaglie’ perdo più insisto; non si deve mollare.
Come dice John Belushi: ‘quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare’ (dice sorridendo). Ed è proprio questo il punto, non arrendersi mai. Proprio voi, al di là del confine, ne siete l’esempio migliore”.
Marin Rogić

 

734 - La Voce del Popolo 21/11/12 Censimento: a Umago 2.144 italiani
Censimento: a Umago 2.144 italiani
I dati, anche se parziali e incompleti, sono pervenuti al Consiglio cittadino per le questioni della CNI
Il Consiglio cittadino per le questioni della minoranza italiana ha ricevuto i primi dati per l’Umaghese (anche se ancora parziali e incompleti) sull’ultimo censimento della popolazione, effettuato nel 2011. Risultati piuttosto confortanti, almeno per ciò che riguarda la nostra etnia, poichè risulta che gli italiani resistono bene all’assimilazione.
Dai dati pervenuti si deduce anche che la popolazione di Umago, città il cui comprensorio si estente su 83 chilometri quadrati, aumenta più velocemente che in altre parti dell’ex Buiese.
Dieci anni fa Umago contava 12.900 abitanti. In base al censimento dell’anno scorso risulta averne 13.594. Fatto curioso, che il ministro dell’Amministrazione statale Arsen Bauk ha fatto notare pure in alcune occasioni, è che in base ai dati dell’ultimo censimento Umago risulterebbe avere più cittadini maggiorenni, e dunque con diritto di voto, che abitanti. Un’incongruenza che potrebbe essere attribuita al fatto che in questo momento il conteggio della popolazione risulterebbe ancora parziale, con alcuni rioni municipali rimasti fuori dalla conta.
Su 13.594 abitanti rilevati, comunque, 2.144 si sono dichiarati italiani (il 15.77%). Tra gli appartenenti alle altre etnie 667 serbi, 204 sloveni, 142 bosniaci, 341 bosniaci musulmani e 151 albanesi. Rispetto al censimento del 2001 il numero di abitanti risulta dunque essere aumentato, mentre quello delle persone che si sono dichiarate di nazionalità italiana è leggermente diminuito.
Nel 2001 a Umago c’erano 2.365 italiani dichiarati (una percentuale del 18.33%). Purtroppo, a distanza di un anno, molti dati del censimento del 2011 non sono ancora ufficiali, perché non sono stati ancora elaborati.
Umago ha una densità di 162.74 abitanti per chilometro quadrato, il 72.87% dei quali parla il croato e il 20.7% dei quali dichiara di usare la lingua italiana.
Stando a fonti ufficiose, l’area del Buiese in questo momento avrebbe tuttavia superato i 30mila abitanti. Quanti ne aveva nel 1931. Tra questi 8.866 risultano evidenziati nei registri del Commissariato di polizia di Buie e 24.483 in quelli del Dipartimento della Questura di Umago. Il primo ha competenze di giurisdizione per i territori dei Comuni di Grisignana, Buie e Verteneglio. Il secondo, invece, per le Città di Umago e Cittanova.
Si tratta di dati estremamente importanti non soltanto se analizzati nell’ottica del censimento della popolazione, ma anche se analizzati dal punto di vista del cambiamento dell’appartenenza nazionale dei censiti.
Se si prendono in esame i dati statistici degli ultimi decenni per l’area che va dal fiume Dragogna al Quieto, si nota che nel 1931 la zona contava circa 30mila abitanti, nel 1948 ne aveva 26mila; nel 1953 appena 22mila e nel 1971 poco più di 18mila.
Dopo l’esodo, dunque, soltanto nel 1981 era stato rilevato un lieve aumento del numero degli abitanti ed era stata superata la soglia dei 20.577 censiti. Nel corso degli ultimi dieci anni, tuttavia, il numero degli abitanti è sensibilmente aumentato, non certo grazie all’aumento delle nascite, che sono poche a tutt’oggi. Il fenomeno è dovuto piuttosto all’immigrazione interna, e alle code della guerra degli anni ‘90, con migliaia di profughi e sfollati che si erano trasferiti in Istria dalle zone investite dagli eventi bellici e che in seguito sono evidentemente rimasti a vivere nell’Umaghese.
Franco Sodomaco

 

735 - Il Piccolo 18/11/12 Istria e Quarnero sono le regioni croate più poliglotte
di Andrea Marsanich
FIUME Circa un quinto dei cittadini croati, d’età superiore ai 15 anni, non sa parlare nemmeno una lingua straniera, con gli slavoni (il 49%) a guidare la graduatoria di quelli che comunicano solo in croato. L’altra classifica vede nettamente in testa gli abitanti del Quarnero e dell’Istria (il 95%), che hanno dichiarato di usare tranquillamente almeno una lingua d’oltreconfine. È quanto emerge da un sondaggio promosso recentemente dall’
agenzia specializzata GfK, che ha interpellato 500 persone di tutte le regioni del Paese. Tra coloro che hanno affermato di non essere monolingui (sono il 79%), l’81% ha rilevato di saper esprimersi in inglese, il 49% in tedesco, il 24 in italiano, il 12 in spagnolo e il 9% in russo.
Dall’inchiesta salta fuori che l’italiano lo parlano più le donne che gli uomini, con la lingua di Dante presente soprattutto in Istria e Quarnero (nulla di strano, in verità), ma anche a Zagabria e in Dalmazia. In questa regione adriatica, e nonostante decenni e decenni di forzata cancellazione dell’italianità, la nostra lingua resta pur sempre in grado di attirare le attenzione di giovani e adulti. Quindi si viene a sapere che l’italiano è molto usato dai giovani tra i 15 e i 34 anni di età, conferma indelebile del prezioso apporto fornito da asili infantili, scuole elementari e medie e facoltà dove si insegna l’italiano. Restando ancora in tema, si scopre che l’italiano è conosciuto sia dalle persone con basso grado d’istruzione, sia da coloro che hanno conseguito la laurea. ù L’inglese, come lingua straniera, è dominante in Croazia, sulla falsariga di quanto avviene in gran parte d’Europa e nel mondo. Lo parlano più le donne (84%) che gli uomini (79%), soprattutto i giovani e meno gli over 65 (34%).

 

736 - La Voce del Popolo 21/11/12 "La Voce" - Tre passi avanti

Oggi “La Voce” si presenta in edicola tutta a colori e con una veste grafica rifatta dalla A alla Z. I preliminari per l’avvio del progetto, tra installazione di nuovi software e abilitazione del personale, sono iniziati parecchio tempo fa e non si è trattato, come forse potrebbe sembrare a prima vista, di un’operazione semplice.
Dietro a tutto quello che noterete, sfogliando nel tempo questo nostro/vostro nuovo giornale, vi è una fattiva e costante presenza della direzione, di squadre di esperti in scienze della comunicazione, di giornalisti e, soprattutto, di grafici impegnati in una manovra congiunta molto complessa e costantemente a rischio di imprevisti e di incognite.
Ciò ha richiesto sperimentazioni, provini, numeri zero, collaudi, revisioni e cambiamenti sicuramente impercettibili ai più. Il giornale sarà ora più ricco anche nei contenuti: più spazio verrà riservato alle pagine culturali, all’economia, allo sport e allo spettacolo. Sono in preparazione anche nuovi supplementi, il cui contenuto volutamente non riveliamo.
Per questa Redazione, che ha comunque ambizioni ben più grandi, si è trattato di uno sforzo non indifferente che, forti delle esperienze precedenti, verrà ripagato – vogliamo sperarlo - dopo l’impatto con i lettori. Siamo molto grati e riconoscenti a chi ci segue.
Senza tale attaccamento, senza la fedeltà dei nostri lettori, senza la loro puntuale presenza in edicola e senza la comprensione dimostrata anche in questa delicata fase di transizione, nulla sarebbe stato possibile. Questo giornale crescerà ancora perché già oggi può contare e fare affidamento sulle innegabili capacità e sull’emergente competenza di giovani laureati – in schiacciante maggioranza all’interno della Redazione – che stanno cementando le basi della “Voce” per i prossimi 20-30 anni.
Forse non ce ne siamo accorti, ma questa “Voce” è già un giornale composto da giovani della CNI. Un quotidiano sempre più autorevole e di qualità, che si offre al giudizio pubblico senza timori, che cerca di coagulare le intelligenze migliori senza mai spegnere la nostra voglia di autocritica e di rispetto di sé stessi e degli altri in un dialogo vivace, a volte duro, ma senza infingimenti.
Coloro che hanno voluto e coloro che hanno creato questo nuovo giornale hanno fissato degli standard elevati che fanno volare “La Voce” verso un’altra dimensione. Ne beneficeranno l’EDIT tutta, unitamente alla CNI nel suo insieme. Da parte nostra, a livello di Casa editrice, crediamo di aver creato un bel prodotto che sottoponiamo alla critica dei lettori. Sopporteremo, ne sono certo, anche il peso dei meriti.
Per creanza questo sarebbe anche il momento dei ringraziamenti. Voglio esprimere, a nome mio e della Redazione che dirigo, la più sentita riconoscenza a quanti hanno contribuito affinché questo progetto vedesse la luce.
Non farò tutti i nomi, ma ringrazierò il signor Silvio Forza - con il quale collaboro a contatto diretto in tutti questi anni in una dialettica permeata di temperamento, a volte accesa, ma sempre costruttiva - per la sensibilità dimostrata in ogni occasione nei confronti delle crescenti esigenze di un giornale in continua evoluzione.
Viva noi.
Errol Superina

 

737 - La Voce del Popolo17/11/12 Diffondere la lingua italiana nella Slavonia occidentale
L'ambasciatore Emanuela D'Alessandro e l'on. Furio Radin a Kutina
Diffondere la lingua italiana nella Slavonia occidentale
KUTINA – Gli italiani a Kutina: una comunità storica che arricchisce il territorio e contribuisce a consolidare i legami bilaterali. Questo quanto emerso nel corso dei colloqui avuti, nei giorni scorsi a Kutina, dall’ambasciatore d’Italia in Croazia, Emanuela D’Alessandro e dal deputato della CNI al Sabor e presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin, con il vicesindaco Željko Uzel e con i connazionali riuniti nella Comunità degli Italiani “Dante”, presieduta da Antun Di Gallo. Una visita iniziata con l’incontro nel palazzo municipale, dove Furio Radin ha ribadito l’attenzione che la Comunità Nazionale Italiana e le sue istituzioni riservano alla Slavonia occidentale.
UN’AREA DI GRANDE IMPORTANZA “Per noi – così Radin –, quest’area è di grande importanza. Qui risiedono i nostri connazionali provenienti dall’area del Bellunese e qui operano tre Comunità degli Italiani: oltre a quella di Kutina, ci sono anche quelle di Pakrac e di Lipik. Siamo particolarmente orgogliosi del fatto che a Kutina vengano organizzati corsi di lingua italiana e che l’italiano sia inserito tra le materie d’insegnamento nella scuola media superiore”. Poi, rivolgendosi al vicesindaco, Radin ha dichiarato: “Tutte le attività e le iniziative dedicate alla nostra comunità e alla diffusione della lingua italiana che realizzerete saranno molto apprezzate. La cultura va infatti vista non soltanto come un collante tra varie realtà, ma anche come un vettore capace di incentivare gli investimenti”.
BUONA COLLABORAZIONE Antun Di Gallo, da parte sua, ha ribadito la buona collaborazione in essere tra la Comunità degli Italiani, l’Unione Italiana e la municipalità. “Ci aiutiamo a vicenda – ha detto –. Negli anni della Guerra patriottica ho avviato i contatti tra Longarone e la Città di Kutina, il che ha consentito a questo territorio di poter usufruire di aiuti importanti. Oggi la collaborazione e il dialogo proseguono e di questo sono molto soddisfatto”.
STANDARD DEMOCRATICO Per la Città di Kutina lo status riconosciuto alle minoranze rappresenta un vero e proprio standard democratico e pertanto ogni iniziativa che possa contribuire ad un ulteriore miglioramento è la benvenuta. Lo ha ribadito il vicesindaco, Željko Uzel. “La collaborazione proseguirà e migliorerà nel tempo. A Kutina vivono anche altre minoranze e ritengo che, come già avviene nel caso delle comunità ceca e slovacca, anche la comunità nazionale italiana debba ricevere in visione tutti i materiali predisposti per le riunioni del Consiglio municipale, soprattutto quelli relativi alle questioni di particolare importanza per Kutina”.
INCONTRO CON IL PARROCO ITALIANO Concluso l’incontro nella sede municipale, l’ambasciatore Emanuela d’Alessandro, ha visitato la città, apprezzando in modo particolare la chiesa di S. Maria Nevosa dove si è fermata per un breve colloquio con il parroco italiano, Mariano Passerini.
MOSTRA «IN ONORE A VENEZIA» È seguita la visita alla Comunità degli Italiani “Dante”, dove è stata inaugurata la mostra di quadri intitolata “In onore a Venezia”, del prof. Mladen Mitar. Un evento allestito nella sede ristrutturata di recente al quale oltre all’ambasciatore D’Alessandro e a Furio Radin hanno assistito anche i rappresentanti della Città di Kutina e della Contea di Sisak e della Moslavina, Željko Uzel e Andrija Rudić. Un occasione per Emanuela D’Alessandro per esprimere l’apprezzamento per il lavoro svolto dai connazionali di Kutina e per gli sforzi profusi per il mantenimento e la diffusione della lingua e della cultura italiane sul territorio. L’ambasciatore non ha mancato di ribadire il suo grazie alla Croazia e alla Città di Kutina per la collaborazione costante.
CULTURA ITALIANA E dell’importanza della cultura italiana, della sua incidenza sul territorio ha parlato anche l’autore dei quadri esposti. “Venezia non è semplicemente bella, Venezia è l’essenza della spiritualità. I più grandi artisti sono stati affascinati da Venezia e ancora oggi questa città attira per la sua unicità”. (chb)

 

738 – La Voce del Popolo 17/11/12 E & R - Muli del Tommaseo - La Zanzara centenaria
a cura di Roberto Palisca
Muli del Tommaseo
La Zanzara centenaria
“Cento e non li dimostra”, frase fatta ma efficace per celebrare i cento numeri del periodico “La Zanzara” pubblicato dai Muli del Tommaseo. A tale proposito è illuminante quanto scritto da Giovanni “Nini” De Luca nella prefazione alla raccolta della Zanzara 1946/2000:
“Gli anni politicamente perigliosi della sua nascita, la giovane età del coraggioso gruppo promotore, il fine di creare spazi di libertà là dove emergevano soltanto repressione e soprusi, danno alla nostra ‘Zanzara’ una connotazione tutta particolare.”
Giovanni De Luca ricorda nel suo testo che “La Zanzara” nacque nell’immediato dopoguerra. quando a Fiume, in Istria e in Dalmazia l’essere italiano era già una grave colpa. “L’insetto muore, ma risorge in terra di Puglia – ricorda tuttavia De Luca –, novella fenice tra “figheri”, olivi, vigneti ed odore di salso, nel seno di ponente del porto di Brindisi”.
“Siamo sul finire del 1946. I tempi sono perigliosi, ma in questo contesto la Zanzara assume una nuova connotazione. Da giornalino del Liceo Scientifico di Fiume, una realtà circoscritta ad una scuola e ad una città, diventa foglio di tutti i Muli del Tommaseo, indipendentemente dal luogo di nascita, caratteristica che mantiene tuttora, nonostante gli acciacchi propri della non più tenera età.
Così la satira pungente si è trasformata in ironia, gli articoli dì denuncia si sono fatti più sfumati, dato che al giorno d’oggi non c’è più la ‘magnadora’, come all’epoca veniva definita la ‘governance’ del Collegio, le punture ci sono ancora, ma il tutto in maniera più indulgente”.
“Il volo dell’insetto termina il 15 giugno del 1949, anno II N° 9 – ricorda De luca, quando la ‘Zanzara’ se ne va in letargo. Si sveglierà nel 1986, dopo un meritato riposo di 37 anni”.
Lo spirito è sempre quello di una volta ma addolcito dalla saggezza della terza età.

 


739 – La Voce del Popolo 20/11/12 Cultura - Viaggio tra genti e realtà di frontiera
USCITO IL NUMERO 185 DE «LA BATTANA», LA RIVISTA TRIMESTRALE DI CULTURA DELLA CNI (EDIT)
Viaggio tra genti e realtà di frontiera
FIUME – È l’indagine sulla complessa e stratificata realtà delle genti di frontiera il filo conduttore del numero 185 (luglio- settembre 2012) de “La battana”, la rivista trimestrale di cultura della CNI (per i tipi dell’EDIT), che anche in quest’occasione attinge ai contributi scientifico-letterari di autori connazionali come pure di quelli della maggioranza; prendendo come emblema e punto di partenza – fa notare nella premessa la caporedattrice Corinna Gerbaz Giuliano - la storia del ponte sulla Drina, capolavoro di Andrić, al quale autore fa riferimento una parte dei contenuti del numero.
VIAGGIO SENTIMENTALE S’intitola “Gli ‘Itinerari istriani’ di Romano Farina: percorsi di viaggio e di scrittura“ il saggio di Elis Deghenghi Olujić nel quale si esamina l’opera del giornalista istriano, decimo volume della “Biblioteca Istriana”, avviata da UI-UPT nel 1979. Nell’introduzione la studiosa rileva il metodo di viaggio ed osservazione del Nostro per le rughe antiche dell’Istria che egli compie, richiamando la figura dell’antico viandante e del pellegrino, rigorosamente a piedi, “annotando attentamente il paesaggio ma soprattutto la presenza umana e le dinamiche economiche, sociali e civili che incidono il territorio e lo trasformano”. Il suo è un “viaggio sentimentale e culturale in un’Istria magica, tra chiese e cimiteri, tra campanili e castelli”, paesaggio romantico e misterioso degradato però dall’immancabile cartello con scritte tipo “zimmer, room, camere” o “gasthaus”. Particolarmente attratto dall’Istria interna perché meno conosciuta, Farina, che si presenta come narrante e attinge volentieri ai ricordi del passato, registra con scrupolosa fedeltà le tappe, i paesaggi, la frammentazione di usi e costumi, gli incontri, le vestigia della storia antica, le opere d’arte (e quant’altro) dell’entroterra istriano. Una terra che nonostante il passare del tempo ha mantenuto le sue composite caratteristiche di contenitore di tanti mondi che fanno dell’Istria un territorio quasi unico nel panorama europeo.
ESISTENZA UMANA E SUBCONSCIO La precisa e dotta analisi contenutistico-semiotico-etica di Josip Krajač verte intorno al “Ribelle Salvatore Cipicco di Magris“, ossia del romanzo “Alla cieca“, dello scrittore triestino Claudio Magris. Nell’ottima traduzione di Dario Saftich, Krajač rileva la complessità del romanzo, che è strutturato senza una trama ben definita. “Il flusso della coscienza, ovvero del subconscio del personaggio principale rappresenta la linea guida di ciò che accade nel romanzo. Al centro dell’attenzione c’è la questione dell’esistenza umana, che stretta tra il controllo e la punizione (del potere), si ritrova minacciata - scrive Krajač -. Magris punta l’indice accusatore nei confronti dell’ideologia della società e ironizza e sottopone a critica la sua etica distorta”.
TRADUZIONI Il contributo della giovane connazionale Anna Girotto è imperniato sul problema della traduzione dal croato e s’intitola “Tradurre la lingua di Renato Baretić: una sfida“. Baretić, noto autore spalatino-zagabrese, è pure autore di “Pričaj mi o njoj“/“Raccontami di lei“, drammatica storia di amore e di guerra (nell’ex Jugoslavia), oggetto dell’interesse di Girotto; la quale rileva le difficoltà incontrate nel lavoro di traduzione a livello di restituzione del linguaggio colloquiale e si sofferma sulle strategie traduttive, ossia sulla necessità di conoscenza dei “meccanismi di produzione e di funzionamento della grammatica“.
REALTÀ DI CONFINE La sequela di scritti radicati sull’argomento delle realtà di confine, interregionali e multiculturali, continua con “Presenze e assenze nei ‘Racconti triestini’ di Ivo Andrić “, a firma di Mario Simonovich; ossia con l’analisi del libro del Premio Nobel bosniaco “La storia maledetta, racconti triestini“, scandito nei quattro racconti “Esaltazione e rovina di Toma Galus“, “Dalla parte del sole“, “L’impero di Postružnik“ e “La storia maledetta“. Simonovich premette come Andrić si prefiggesse una costruzione complessa, da romanzo, abbandonata però fin dall’inizio, i cui pilastri portanti si presentano perciò “come elementi strutturali poderosi desolatamente abbandonati alla rinfusa nel cantiere di costruzione“, così il saggista. La storia, che narra le disgraziate vicende con la giustizia del giovane marinaio bosniaco sbarcato a Trieste alla vigilia della dichiarazione di guerra alla Serbia, rappresenta la città giuliana come fedelissima dell’Austria, non accennando minimamente ai fermenti irredentisti, d’italianità dell’epoca, che sicuramente erano visibili, e dei quali Andrić doveva essere a conoscenza. “Sarebbe significativo capire i motivi di tale scelta“, commenta Simonovich.
LETTURE La sezione “letture“ propone l’articolato e toccante racconto di Mario Schiavato “Il mio trapianto“, legato al mondo contadino dell’Istria.
Sotto il segmento dedicato al cinema, la rivista culturale pubblica “Essere italo-americani sul grande schermo: cinema muto, dagli anni Ottanta e Novanta, fino ai giorni nostri“, di Stjepan Pranjić.
Si conclude con la recensione di Ugo Veselizza, ricca di rimandi letterari, del libro di Fernando Marchiori “Scritto dentro“, che è un libro sulle parole, “un discorso sulla moralità dove la scrittura... diviene paradigma di un’unica testimonianza che da se stessa si duplica nella vita della finzione letteraria“, osserva l’autore.
La copertina e l’interno riportano le fotografie di Goran Žiković che ritraggono lavori e situazioni della XIX edizione dell’Ex Tempore di Grisignana.
Patrizia Venucci Merdžo

 

740 – La Voce del Popolo 19/11/12

Umago: Una vita combattuta fino in fondo per mantenere la lingua e la cultura italiana
UMAGO IN UN TEATRO GREMITO LA CI «FULVIO TOMIZZA» A CELEBRATO IL 65.ESIMO DELLA SUA FONDAZIONE

UMAGO – “La nostra storia - ieri, oggi e domani... e non finisce qui”, questo lo spettacolo organizzato dalla locale Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza” per celebrare il 65.esimo della fondazione. Un avvenimento da incorniciare, che ha visto la partecipazione di tutte le sezioni della CI, ma anche di moltissimi ospiti, e di un pubblico talmente numeroso che, una volta riempiti i posti a sedere a teatro, ha assistito all’evento dalle scalinate.
Oggi la CI umaghese conta 2.700 soci; è la terza per numero di iscritti, nell’elenco dei sodalizi che fanno capo all’Unione Italiana; ha una sede importante e rappresenta uno dei pilastri della cultura e dell’italianità di queste terre. Per capire come le cose sono cambiate nel corso degli anni, basti dire che nel 1963 l’asilo italiano di Umago contava appena 3 bambini, mentre oggi ne ospita 187, in 6 sedi diverse. Alla festa del 65.esimo sono intervenuti il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, la parlamentare del Sabor Tanja Vrbat, il presidente dell’Unione Italiana e deputato al Sabor della CNI, Furio Radin, la presidente dell’Assemblea dell’UI Floriana Bassanese-Radin, il presidente dell’Università Popolare di Trieste, Silvio Delbello, il direttore generale dell’UPT, Alessandro Rossit, il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul, il sindaco di Umago Vili Bassanese, i vicesindaci Veljko Ivančić e Mauro Jurman, l’ex ambasciatore della Croazia a Roma, Drago Kraljević, decine di presidenti delle altre Comunità, consiglieri comunali, imprenditori, amici del sodalizio. Tutti per essere presenti a un anniversario importante.
PAGINE TRISTI E FELICI Il programma, condotto da Larisa Gasperini, ha preso il via con gli interventi di Giuseppe Rota, Roberta Lakošeljac e Pino Degrassi, attuale presidente della CI, che hanno raccontato la storia della CI, mentre su uno schermo gigante scorrevano le immagini di foto che raccontavano la storia del sodalizio, scattate da dopo il 1947 fino ai giorni nostri. Pagine più, ma anche meno liete, di una vita combattuta fino in fondo per mantenere vive la lingua e la cultura italiana. La “Fulvio Tomizza” è l’istituzione che, dal dopoguerra a oggi, si è presa cura delle tradizioni e della lingua italiana che, se la CI non fosse esistita, sarebbero scomparse da tempo. Certo, se gli italiani di Umago sono riusciti a mantenere in vita la propria cultura, è stato anche grazie al contributo dell’Italia e a uno Statuto cittadino che pone le lingue croata e italiana sullo stesso piano.
RUOLO DA PROTAGONISTA Un sodalizio considerato “storico” per la CNI, con un passato burrascoso, soprattutto dopo il 1947, ma che è riuscito a svolgere e a mantenere, nel corso degli anni, un ruolo di vero protagonista a Umago e nel Buiese, dimostrando forza estrema anche nei momenti duri, spianando nel tempo la strada pure alla nascita di altre Comunità nel comprensorio, ma soprattutto di asili e scuole, compresa la media superiore di Buie “Leonardo da Vinci”.
Il sodalizio è nato su espressa iniziativa di alcuni concittadini, tra i quali Angelo Delben, Narciso Favilla, Aldo Galuzzi e tanti altri. La fondazione dell’allora Circolo Italiano di Cultura, come ricordato nei discorsi di circostanza, avvenne in momenti storici difficili e complessi, in tempi in cui non era facile dichiararsi italiani.
Oltre alla critica situazione venutasi a creare con il Trattato di pace di Parigi, del febbraio di quello stesso anno, che decretava la costituzione del Territorio Libero di Trieste, con le zone A e B, all’indomani della Seconda guerra mondiale erano incerte le condizioni economiche dell’Istria. Ci furono i contrasti tra Tito e Stalin e il periodo del Cominform, e una particolare diffidenza da parte delle autorità jugoslave nei confronti degli italiani rimasti.
Tutti questi fattori influirono e ostacolarono un normale sviluppo dell’allora CIC, che dovette fare sforzi enormi per sopravvivere. Tanto che per un certo periodo operò in un’aula della scuola elementare italiana di Umago, in via Garibaldi. Tempi in cui, nonostante le difficoltà, la CI riuscì a fondare anche un complesso giovanile di musica leggera, i “Diamanti azzurri”, che fu per generazioni di connazionali un vero vanto del Circolo.
DAL TEATRO AL CORO Nel 1962, in seno al sodalizio, nacque il teatro di Giuseppe Rota; poi venne istituito il coro, e quindi tutte le altre sezioni, comprese quelle di danza moderna “Blue Dream” e “Sweet Dream”. Alla guida della “Fulvio Tomizza” si susseguirono, nel corso degli anni, il già menzionato Luigi Grassi, Giuseppe Rota, Romano Cimador, Sergio Bernich, Dario Forza, Pino Degrassi, Roberta Lakošeljac.
In occasione del 65.esimo, della CI sono stati premiati tre attivisti del coro, che ha compiuto 35 anni: Nerina Crnić, Alida Degrassi e Armando Degrassi. Per l’intensa attività in seno alla Filodrammatica sono stati premiati Giuseppe Rota, da tantissimi anni autore ,regista e anche interprete di tante commedie; il presidente CI, Pino Degrassi (ad assegnargli il riconoscimento è stato il suo vice Arden Sirotić), gli instancabili attivisti Bruno Bose e Maria Giraldi.
Con il concorso del Consiglio municipale della minoranza, la CI ha voluto premiare inoltre il Consolato italiano a Fiume, l’Università popolare di Trieste e la Città di Umago. Significative le parole pronunciate da Silvio Delbello, presidente dell’UPT e della “Famiglia umaghese” di Trieste: ”La terra umaghese è certamente di chi la percorre ogni giorno, ma anche di chi la ricorda e la sogna”. Questo per dire che la storia non solo ha cambiato soltanto la città, ma anche la sorte di intere generazioni.
Dal teatro di Umago la festa si è poi spostata all’albergo “Coral Sol Melià” di Catoro, per una serata “a cinque stelle” rallegrata dal complesso “Batana” di Rovigno, La bella serata ha raggiunto il culmine con il rito del taglio di un’immensa e squisita torta che simboleggiava il tricolore italiano, da parte di Furio Radin, Renato Cianfarani, Pino Degrassi, Mauro Jurman e Maurizio Tremul.
Franco Sodomaco

 

741 - La Voce di Fiume Febbraio 2012 - Quando "il rimosso" ritorna con gli interessi
Quando "il rimosso" ritorna con gli interessi

Silvia Pesaro
Sergio Maria Corazza è uno psichiatra di 49 anni che vive a Ravenna. Laurea a Bologna, specializzazione in psichiatria e neuropsichiatria infantile ed esperienza professionale di due anni a New York e Los Angeles. All'inizio del suo percorso professionale nel 1990 lavorò presso il pronto soccorso di Cervia, dove fece conoscenza con un paziente in vacanza di nome Edo Bernobich. Quest'ultimo, chiedendo una ricetta, rimase sorpreso dal cognome del medico: "Prima di andare in guerra feci testamento dal giudice Giorgio Corazza…". "Era mio nonno!" rispose stupito Sergio. Con il racconto di questo episodio inizia la nostra intervista…

Sergio Maria Corazza proviene da una antica famiglia di origine austriaca proprietaria di numerosi boschi, che già dal '400 risiedeva a Visignano e Montona. Il nonno paterno si trovava a lavorare come magistrato a Rovigno quando, a seguito della sconfitta dell'Austria nella Grande Guerra, fu mandato dalle autorità italiane al confino in Sardegna per un anno.Successivamente Giorgio Corazza venne richiamato in Istria insieme ad altri competenti magistrati di allora e, dopo aver prestato giuramento al Regno d'Italia, ritornò a esercitare la sua professione. "Mio nonno è sempre stato considerato una persona seria e imparziale- racconta Sergio- … e i titini lo hanno sempre rispettato, non procurandogli mai alcun danno, forse anche perché erano a conoscenza delle sue traversie politico-istituzionali. Certo le ritorsioni economiche ci furono, ma per fortuna non si andò mai oltre queste". Dopo la storia del nonno, Sergio mi parla dettagliatamente anche dei suoi genitori, Fedor Corazza, allora ufficiale dell'esercito residente a Pinguente, e Lucia Gioseffi di Parenzo. E qui, sulla madre Lucia e sulle vicende della sua famiglia, si potrebbe quasi scrivere un romanzo. Sì perché Lucia non solo era nipote del famoso Dott. Mauro Gioseffi di Parenzo, grande esperto di malaria e tubercolosi, ma era anche prima cugina di Mario e Licio Visintin, le due medaglie d'oro al valor militare, l'uno eroe aeronautico, morto eroicamente in Abissinia dopo aver abbattuto numerosi aerei inglesi, l'altro morto eroicamente a Gibilterra dopo una incursione subacquea con i famosi "maiali".
Sergio ad un certo si ferma e con umiltà spiega le sue intenzioni: "non voglio autocelebrarmi, io non sono nessuno. Questa è la storia dei miei antenati che ormai non ci sono più. Restano solo alcuni documenti e poche fotografie, come quelle che riguardano Antonio Grossich, cugino di mia nonna" . Il Sen. Grossich era un medico, noto per le sue ricerche in campo chirurgico sull'utilizzo della tintura di iodio nella chirurgia profonda. Interventista italiano divenne poi sindaco della città di Fiume.
Tutti questi fatti narrati sono stati una eredità importante per Sergio perché, pur non vedendolo come protagonista diretto, lo hanno segnato profondamente nella sua identità. Quando Sergio torna a Parenzo, ritrova un luogo familiare, caldo. La casa veneziana dove vissero i suoi genitori in via Decumana evoca consapevolezze lontane ma ancora vive. "In quei luoghi si sono conosciuti i miei. Sempre lì si sono sposati. Io ho nostalgia di un mondo che gli è stato strappato e che ho conosciuto solo di riflesso".
Le sue interessanti riflessioni sull'Esodo derivano in parte anche dalla sua preparazione in campo psicologico Il suo punto di vista si basa infatti su una profonda analisi dei connotati psichici individuali e collettivi delle persone che hanno vissuto questa esperienza. Perché i suoi genitori, come tanti altri esuli, erano così restii a parlare della loro esperienza nel campo profughi di Termini Imerese? Perché questo silenzio in parte imposto e in parte inconsciamente cercato? "L'Esodo giuliano dalmata è stato una vera e propria anomalia perché il suo ricordo è stato volutamente cancellato per sessant'anni. E questi sessant'anni sono ancora molto vicini, il rimpianto e il risentimento sono ancora forti. Questo silenzio, voluto per finalità politiche internazionali e interne, ha avuto purtroppo un impatto devastante sugli esuli perché è stato loro impedito di cicatrizzare una ferita ancora rimasta aperta. Con la rimozione non si cancella il ricordo, anzi, il rimosso, quando ritorna, ritorna sempre con gli interessi".

Sergio è nato a Trieste e ha vissuto l'infanzia a Ravenna ma si è sempre sentito un pesce fuor d'acqua, forse per via di quel particolare dialetto parlato in famiglia, delle fritole mangiate a San Nicolò o di quella strana minestra arancione fatta di pasta e bocìci che destava tanto stupore nei suoi compagni di scuola. Nessuno capiva esattamente da dove venisse. Del resto non era facile comprendere risposte come "sono di Trieste ma dall'altra parte" oppure "sono profugo dall'Italia in Italia".

Gli chiedo come sia possibile che anche le nuove generazioni possano provare certe sensazioni. E Sergio spiega: "Il dramma dell'esodo si trasmette anche con il silenzio, anche senza parlarne. Con la maturità cresce la propria identità e riemerge l'attenzione per le nostre origini; ciò succede soprattutto nel momento in cui viene a mancare un genitore o una persona importante. E' per questo forse che sento Parenzo come "mia", perché la prima a morire è stata mia madre".

Sergio fa riferimento a una vera e propria rielaborazione del lutto, un percorso che ha toccato anche lui. "Quando da ragazzo andavo lì e sentivo parlare un'altra lingua sentivo ribollire il sangue! Ma ora capisco che le nuove generazioni non sanno nulla e che molti slavi furono trapiantati a forza in Istria". Forse questa crescita interiore descritta dalle parole di Sergio consente di capire meglio certe dinamiche e di fronteggiare la sofferenza senza covare vendetta ma chiedendo soltanto verità.

 

742 - L'Opinione 21/11/12 E se i missili li stessero lanciando su Trieste?
E se i missili li stessero lanciando su Trieste?
Basta, non ce la faccio più. Pos­sibile che a nessuno importi di noi? A Trieste viviamo in una si­tuazione impossibile da anni. Sono mesi che il lancio di missili dalla Slovenia si è intensificato.
Ormai fatico a distinguere per­sino il giorno dalla notte. E più il tempo che passo nel bunker che all’esterno o a casa mia, se ancora può definirsi tale. Sono talmente stufa di aggiustare i vetri delle fi­nestre che vanno i mille pericolosi pezzi ad ogni esplosione che li ho sostituiti con dei teli di plastica, che fanno passare la bora che è un piacere. Ho freddo, ho fame, ho paura. Ma è vita questa?
Non riusciamo più a lavorare, la nostra economia si sta esauren­do, i nostri figli non vanno più a scuola, non ho il coraggio di uscire a far la spesa e mi nutro di scato­lette, non mi ricordo neppure più cosa significhi avere una vita so­ciale. Non sono forse anch’io de­gna di vivere la mia esistenza?
Pace? Siamo noi che non ab­biamo più pace da quando la Rus­sia ha deciso di assecondare i so­gni annessionistici degli sloveni. Continuano a rifornirli di missili, ormai si è perso il conto delle mi­gliaia che ci hanno lanciato. Come fanno a non capire che li stanno solo sfruttando come carne da ma­cello per i sogni imperialistici di Putin, deciso a usarci come prete­sto per far scoppiare la terza guer­ra mondiale? Come fa a non ca­pirlo il resto del mondo?
Dobbiamo essere i soli a difen­derci da una minaccia così aperta per l’intero Occidente? Ma cos’è ormai l’Occidente se non una ma­nica di rammolliti? Ci stanno con­quistando, esattamente come i bar­bari conquistarono l’impero romano, senza che neppure i ro­mani se ne accorgessero. Tutti buoni solo a chiacchierare presi nelle loro utopie politicamente corrette non vedono che la guerra è contro tutti, non solo contro l’Italia.
Io capisco che in Slovenia si vi­va male, ma non è colpa mia. Or­mai siamo divisi da 60 anni e tro­vo assurde queste continue rivendicazioni, totalmente anacro­nistiche. Lo so che Trieste in pas­sato è stata slovena, o meglio au­stro-ungarica, ma se è per questo anche Fiume è stata italiana, così come l’Istria. E quindi?
Se ogni nazione al mondo do­vesse rivendicare il territorio dei confinanti perché in passato fa­ceva parte del proprio vivremmo in un perenne stato di conflitto. Quando si finirebbe? Quanto in­dietro nel tempo si potrebbe an­dare? Ben venga! Torniamo ai confini dell’impero romano, allo­ra, e non se ne parli più.
Ma non ha nessun senso. Signi­ficherebbe solo la guerra continua fino al totale annientamento di tutto il genere umano, perché ci sarà sempre qualcuno pronto a ri­vendicare il pezzetto di terra del vicino. Siamo animali bellicosi, portati istintivamente a cercare protezione all’interno di un terri­torio, ma siamo anche consapevo­li, forse meno degli animali veri, che una volta definiti i confini è nell’interesse di tutti rispettare il territorio altrui. Territorio che non è e non potrà mai essere immuta­bile nei secoli, perché purtroppo legato alle brame di conquista di altri animali, da cui inevitabilmen­te ci si deve difendere, come stia­mo cercando di fare noi.
Ebbene, ora mi chiedo a che caspita servono gli armistizi, i trat­tati di pace, le risoluzioni di quel­l’ente inutile chiamato Onu se non abbiamo il diritto di difendere il nostro territorio? Il diritto inter­nazionale non è stato creato pro­prio per regolamentare i rapporti tra Stati?
Se l’Onu se ne frega di noi, se il mondo ci odia, se siamo consi­derati un popolo indegno di essere nazione, chi ci deve proteggere? Dobbiamo forse suicidarci in mas­sa per togliere il disturbo? O dob­biamo lasciare che siano i nostri confinanti slavi a sterminarci tutti per spartirsi le nostre spoglie?
Da qualche giorno finalmente
il nostro governo ha deciso di di­fenderci, di reagire all’aggressione continua, alla pioggia di missili che ci sta distruggendo, ed ha contrat­taccato. Lo so che la guerra è una brutta bestia e mi spiace sincera­mente per i morti che provocherà, ma non avevamo altra scelta. Non è una guerra di attacco quella che stiamo muovendo, ma di difesa della nostra sopravvivenza.
Siamo tutti italiani, per quanto siamo una nazione relativamente giovane il territorio su cui viviamo è nostro, ce lo siamo conquistato con il sangue dei nostri padri. Per questo la nostra Patria è sacra ed inviolabile esattamente come lo sono tutte le altre nazioni del mondo.
Forse qualche nostro avo ha sbagliato, forse non sarà stato giusto togliere Trieste al controllo di Tito, forse molti triestini di ori­gine slovena avrebbero preferito vivere sotto quel simpatico regi­me, ma la storia è andata così e oggi noi siamo italiani, punto e basta. E come tutti gli italiani ab­biamo diritto di vivere e di essere lasciati in pace.
Non è colpa mia se a Nova Gorica patiscono la fame. Non li ho votati io i loro capi che si sono intascati i miliardi di aiuti umani­tari mandati da tutto il mondo o li hanno sprecati in armamenti. Quando la comunità internazio­nale ha deciso la suddivisione delle nostre terre, avevamo tutti due scelte: accettarla e costruire il no­stro futuro, oppure rifiutarla e continuare a combattere per un passato ormai sepolto. Abbiamo sbagliato noi ad accettarla o gli sloveni a rifiutarla? Cosa hanno ottenuto? Solo guerra, fame e di­sperazione.
Ecco, quello che più mi fa im­bestialire sono quelli che non san­no niente di noi, che non provano neppure a mettersi nei nostri panni e continuano ad accusarci di essere i responsabili di una guerra in cui ci stiamo solo difendendo. Si sono mai chiesti i benpensanti cosa do­vrebbe fare la Francia se la Germania le lanciasse missili per ri­prendersi l’Alsazia e la Lorena? Gli Stati Uniti dovrebbero forse accettare passivamente la rivendi­cazione armata dell’Alaska da par­te della Russia? E forse giusto che il Libano accetti finalmente di tor­nare sotto la Grande Siria? Abbia­mo, quindi, noi italiani il diritto di attaccare la Francia per ripren­derci Nizza?
Facile riempirsi la bocca di pa­ce davanti al telegiornale seduti al calduccio nella propria poltrona.
Venite a trovarci nei nostri bunker a Trieste e poi ne discu­tiamo... tra una sirena e un’esplo­sione.
BARBARA DI SALVO

 

743 - Il Fatto Quotidiano 21/11/12 Israele - Critiche no - Il governo non è un paese

dì Furio Colombo
Si può parlar male di Israele? Per rispondere dirò che que­sto è il destino riservato a Israele: molto prima di decidere sulla por­tata delle sue azioni e l’eventuale gravità dei suoi errori, bisogna de­cidere se Israele è un Paese nor­male. L’Italia, ad esempio, è un Paese normale. Eppure ha distrut­to intere popolazioni etiopiche e somale con gas asfissianti, ha spossessato e perseguitato i nostri vicini croati e sloveni che vive­vano a Trieste, tormentandoli ed eliminandoli fino alla nostra sconfìtta; ha scritto con cura, ap­provato all'unanimità ed eseguito con fervore le leggi razziali, man­dando a morte migliaia di fami­glie italiane ebree, compresi i bambini, tutti quelli che hanno potuto trovare. La Cina, ai nostri giorni è un Paese normale, pro­prio mentre è intento a distrug­gere il Tibet, a perseguitare le po­polazioni cinesi islamiche (Uiguri) e a stroncare con carcere e morte l’ostinata diversità del va­sto gruppo Falun gong. I Paesi normali possono, a volte, essere rimproverati o ammoniti per i lo­ro comportamenti nel passato o nel presente, ma la discussione su di loro avviene (persino per il Ruanda che aveva provocato un milione di morti e due milioni di profughi) partendo da due punti base.
Uno: un governo non è un Paese, e infatti molti di noi non hanno mai accettato che Berlusconi fosse l'Italia.
DUE: OGNI VOLTA che si richiama il nazismo come chiave di analo­gia, spiegazione e confronto, si chiamano in causa le vittime, dun­que gli ebrei. È il momento in cui, agli occhi degli accusatori, diven­tano i carnefici. Certo, solo alcuni folli neo-nazisti aggiungeranno la bieca frase “vedi? Non ne hanno fatti fuori abbastanza”. Ma il senso pesa due volte. Primo, il legame ebrei-nazisti diventa, allo stesso tempo, reversibile e ferreo, un de­stino legato all'altro e la condanna a rifare lo stesso ignobile gioco. Secondo, senza gli ebrei, che di­ventano i nazisti che li hanno per­seguitati, i palestinesi vivrebbero liberi e felici. Ogni riferimento ai Pashtun dell'Afghanistan, che sot­to il nome di Taliban hanno fatto, fanno e faranno stragi di donne con la lapidazione, e di bambini, con l'immensa diffusione di mine antiuomo, è considerato fuori po­sto. I Taliban saranno pesanti da sopportare, ma non sono ebrei. Ecco dove e come le critiche a Israele (anche le più legittime) possono diventare uno strano di­scorso che porta al razzismo: quando si evoca il legame rove­sciato vittima-carnefice, indican­do per forza l'ebreo come prota­gonista negativo; quando, anche da persone certamente democra­tiche, si fa fìnta di credere che un governo sia un popolo e un Paese (come se David Grossman parlas­se da Malta); quando si stabilisco­no per Israele criteri di giudizio (dunque di condanna) che non si applicano mai a nessun altro Pae­se (eppure le atrocità nel mondo sono immense anche in questo momento) che non sia ebreo.

 

744 - Il Giornale 17/11/12 Il Commento - Sorpresa, per la corte dell’Aia solo i serbi sono criminali
il commento
Sorpresa, per la corte dell’Aia solo i serbi sono criminali
Giuseppe Marino
■ L'ultima cannonata della guerra di Jugoslavia è stata sparata ieri. E ha colpito in pieno il senso stesso della giustizia internazionale che, faticosamente messa in piedi dopo anni di dibattiti (o meglio secoli, se si pensa che se ne parlò per la prima volta alla fine dell’800), rischia di perdere altri pezzi della sua traballante legittimazione. Le polemiche sono inevitabili dopo che ieri la corte d’appello del Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia, antesignano della Corte penale dell'Aia, ha assolto Ante Gotovina e un altro generale croato, Mladen Markac, dall'accusa di «crimini contro l’umanità e violazione delle leggi di guerra». Gotovina lasciò la Legione straniera e tornò in Croazia allo scoppio della guerra civile proprio per dare manforte al suo Paese. Ebbe un ruolo centrale nell’attacco alla Krajna, quella porzione deU'hinterland dalmata a maggioranza serba che non accettò la dichiarazione d'indipendenza della Croazia per timore di trovarsi discriminata in un Paese straniero e ostile. La zona fu massicciamente bombardata, ci furono alcune centinaia di morti e 150-200.000 serbi furono costretti ad abbandonare le proprie case e scappare. La sentenza di ieri, ribaltando la condanna a 24 anni inflitta in primo grado a Gotovina, certifica che i bombardamen­ti, pur avendo sicuramente centrato obiettivi civili, non si possono configurare come un «piano coordinato» per attuare quella pulizia etnica che effettivamente poi avvenne, con la «liberazione» della Krajna nel 1995. È una sentenza sconcertante dal punto di vista del diritto, raggiunta oltretutto col parere contrario di due giudici su cinque, tra cui l’italiano Fausto Pocar, perché non ha solo prosciolto i colpevoli, magari riconoscendo che erano solo esecutori del disegno nazionalista: ha stabilito che bombardare obiettivi civili, a posteriori, può essere giustificato. Ma altrettanto sconcertante è l’effetto politico. I due generali sono già tornati in patria, accolti come trionfatori. E quelle scene di giubilo in cidon o una nuo va ferita nella co scienza dei serbi che sono stati bombardati dalla Nato, esclusi dall’Unione europea e ora, in pratica, riconosciuti unici responsabili dei massacri di quella sanguinosa guerra civile. La comunità internazionale, che già tanti errori aveva commesso nel trattare il dramma dell'ex Jugoslavia, ha perso un’altra volta la bussola. E ora chi vieterà ai massacratori serbi di chiedere anche loro l'assoluzione?

 

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
 scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.