N. 854 – 01 Dicembre 2012
Sommario


745 - Il Piccolo 27/11/12 Beni abbandonati, l'Ue si lava le mani (Mauro Manzin)
746 - Avvenire 28/11/12 Nasce l'Euroregione del Nordest (Francesco Dal Mas)
747 - Coordinamento Adriatico 30/11/12 Nascerà a Nord-Est la prima Euroregione italiana? (Liliana Martissa)
748 – La Voce del Popolo 27/11/12 Veneto e Istria: ottime sinergie
749 – La Voce del Popolo 28/11/12 Pola - Nuova veste per il «mandracchio» (dd)
750 - La Voce del Popolo 26/11/12 Spalato, collaborazione apertura e solidarietà alla Comunità degli Italiani (Krsto Babić)
751 - Il Giornale 24/11/2012 Eurofollie: sulle monete sì a Tito, no a croci e aureole (Fausto Biloslavo)
752 - L'Arena di Pola 24/11/2012 Allarmismi e problemi reali (Silvio Mazzaroli)
753 - Il Sole 24 Ore 24/11/12 Storia di un imprenditore, le memorie di Fulvio Bracco, fondatore del gruppo farmaceutico (Paolo Bricco)
754 - L'Arena di Pola 24/11/12 Il mio XIV Fondo Pertan (Stefano Ingarao Venier)
755 - Secolo d'Italia 16/11/12 Foibe, c'è ancora da leggere
756 - Corriere della Sera 21/11/12 Il sindaco dalmata Concina: venite a Orvieto, c’è una città ferita ma stupenda
757 - La Voce del Popolo 29/11/12 Editoriale - L'Europa mangia i suoi figli (Dario Saftich)
758 - Il Piccolo 30/11/12 L'Aja assolve l'ex premier del Kosovo (s.g.)


A cura di M.Rita Cosliani, Eufemia G. Budicin e Stefano Bombardieri

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

745 - Il Piccolo 27/11/12 Beni abbandonati, l'Ue si lava le mani
Beni abbandonati, l’Ue si lava le mani
Il caso della famiglia Carciotti. Solo pochi spiccioli di indennizzo dall’Italia. E il fratello di Tudjman vive nella loro casa
di Mauro Manzin
TRIESTE Esule, espropriata e beffata. La storia della famiglia Carciotti è “tutta” qui. Una storia di ordinaria ingiustizia, come ce ne sono tante nell’arcipelago degli esuli istriani, fiumani e dalmati. Solo che Sergio Carciotti, ultimo discendente della famiglia non molla. «Del resto - precisa - l’ho giurato a mia madre sul suo letto di morte». Così il proprietario dell'immobile ha preso carta e penna, inviando delle lettere-esposto alla Corte di giustizia Lussemburgo, alla Corte europea di Bruxelles e al Consiglio per i diritti dell'uomo di Strasburgo. La richiesta di Sergio Carciotti (che a nome della madre Madalen ha sollevato il «caso») è sempre la stessa: la restituzione della casa. L'esule chiede in sostanza un intervento dei fori europei, per quanto di loro competenza, dopo aver avuto scarsi riscontri in ambito nazionale. Carciotti , che oggi vive a Sistiana, ha interpellato negli scorsi anni ministeri e rappresentanze diplomatiche italiane, nonchè organi giudiziari croati. L'esule aveva inviato una missiva anche al Capo dello Stato croato Franjo Tudjman , senza tuttavia mai ottenere risposta. Della vicenda si sono occupati ampiamente anche i giornali di Zagabria. Alcuni hanno riportato la versione del fratello di Tudjman , Ivica, che sostiene di aver acquistato legalmente dal comune di Umago l'immobile nel 1995, altri invece sottolineando le ragioni dell'esule istriano. C'è chi infine, come il Glas Istre (il maggiore quotidiano istriano), ha realizzato un'inchiesta giornalistica giungendo alla conclusione che Ivica Tudjman, in qualità di ex alto ufficiale dell'esercito croato, ha ottenuto illegittimamente il diritto di occupare l'immobile prima, e di acquistarlo successivamente. Una compravendita risultata, tra l'altro, molto vantaggiosa: 15mila euro circa per 165 metri quadrati di superficie calpestabile, a poca distanza dal mare. Ma le beffe non finiscono qui. L’8 agosto del 2012 la Direzione generale della giustizia della Commissione europea ha risposto a una delle tante missive di Carciotti. Innanzitutto nella missiva si legge come la Corte europea dei diritti dell’uomo, anch’essa interessata da Carciotti, non è un’istituzione europea «bensì una corte istituita dal Consiglio d’Europa per garantire il rispetto della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. In quanto istituzione dell’Unione europea, la Commissione non ha alcuna competenza in merito alle procedure della Corte europea dei diritti dell’uomo che le permettano di intervenire presso gli Stati membri se non nei casi afferenti al diritto dell’Unione europea». Ma per il caso del signor Carciotti c’è di più. La casa in oggetto, infatti, si trova in Croazia la quale aderirà all’Unione europea il 1 luglio 2013. «Così la Direzione giustizia dell’Ue scrive che «per quanto riguarda le normative nazionali in materia di restituzione dei beni, l’Unione europea e la Commissione non hanno, di per sè, alcuna competenza in merito, la quale spetta in linea di principio agli Stati membri». Insomma, gli Stati membri sono liberi di determinare la portata della restituzione dei beni e le condizioni per il ripristino dei diritti dei precedenti proprietari i cui beni sono stati oggetto di procedure di esproprio prima dell’adesione all’Ue. Dunque tutto è nelle mani degli Stati membri e la materia non rientra nel campo di applicazione del diritto dell’Ue. Ma prima a Sergio Carciotti è stata recapitata una lettera del ministero dell’Economia in cui gli si comunicava che per la casetta posta in riva al mare, un terreno agricolo di quasi ottomila metri quadrati con 90 ulivi e 450 viti, il governo italiano ha liquidato complessivamente 2146,39 euro. Carciotti ha pensato a un errore di battitura; poi ha letto l'ultima delle tre pagine della raccomandata e ha scoperto che non si trattava di una svista e che a lui e a sua sorella Liliana spettavano rispettivamente 834,71 euro di indennizzo, mentre a una nipote erano stati destinati dai funzionari ministeriali 476,97 euro. Non un centesimo in più.
Due espropri per lo stesso immobile
la battaglia continua Ho promesso a mia madre sul suo letto di morte che non mi sarei arreso e proseguirò questa lotta nel nome dei diritti della famiglia
L'annosa vicenda che vede come protagonisti più proprietari (veri o presunti), e due nazionalizzazioni del medesimo immobile. Un bene che gli Accordi di Osimo avrebbero dovuto inserire tra quelli «in libera disponibilità». Tutto inizia, come detto, nel 1955 quando la casa viene abbandonata dalla famiglia Madalen, che li vi risiedeva da secoli. Contemporaneamente, i proprietari affidano la villetta a un amministratore locale. Dopo alcuni anni vengono sfrattati gli inquilini che regolarmente pagavano l'affitto ai Madalen. La giustificazione: l’immobile viene nazionalizzato. Successivamente vi si insediano Romano e Luciano Visintin che nulla pagano ai proprietari, facendosi intestare la casa. Poi, la proprietà viene frazionata, e una parte passa alla famiglia Dieghi attraverso un prestanome. Quest'ultimi ristrutturano l'immobile, ampliandolo. Nel frattempo, siamo nel 1970, lo stato jugoslavo riconosce l'ingiustizia compiuta nei confronti dei Madalen, e viene offerto un immobile nei pressi di Verteneglio. Ma viene subito rifiutato in quanto considerato non equivalente. Arriva il 1983 e il Comune di Buie nazionalizza nuovamente la casa e i Dieghi sono costretti ad abbandonarla.

 

746 - Avvenire 28/11/12 Nasce l'Euroregione del Nordest
Nasce l’Euroregione del Nordest
da Venezia
Siglata l’intesa tra Veneto, Friuli e il Land austriaco della Carinzia per rafforzare la cooperazione e accedere ai fondi comunitari
Fra Tarvisio e Villach ci si scambia l’assistenza sanitaria. Così pure tra Gorizia e Nova Gorica-San Peter. Cooperazione che si amplia ai trasporti e alle infrastrutture, ad una comune politica turistica. Ma anche alla lotta all’alcoldipendenza e alla droga. Nonché alla formazione. La collaborazione transfrontaliera è quotidiana. Ma ieri a Venezia è nata formalmente l’Euroregione «Senza Confini», estesa dal Veneto, al Friuli Venezia Giulia, al Land austriaco della Carinzia, nel prossimo futuro anche all’Istria e alla Slovenia.
I governatori Luca Zaia, Renzo Tondo e Gerhard Dòrfler hanno sottoscritto a Palazzo Balbi lo statuto e l’atto costitutivo del Gect, il gruppo di cooperazione europea che garantirà un rafforzamento delle iniziative di cooperazione transfrontaliera già in essere fra i soggetti fondatori, finalizzate allo sviluppo dei territori interessati attraverso comuni azioni in campo economico, sociale e culturale, partecipando insieme ai diversi programmi dell’Unione Europea. «Sottolineo - ha ricordato Zaia - che questo è il quinto Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale istituito in Italia ed è il primo che vede la partecipazione di una Regione a statuto ordinario».
L’Euroregione del nord-est, che ha già conquistato il Corridoio Baltico- Adriatico, potrà accedere insieme ai fondi comunitari e a tutte le iniziative che l’Ue metterà in campo. Tra le priorità, una comune politica energetica, fondata soprattutto sulle fonti rinnovabili. A Zaia e Tondo che lamentavano la fuga di sempre più numerose imprese del nord-est verso la Carinzia (e la Slovenia), dove la tassazione è limitata al 25%, contro più del doppio al di qua del confine, Dorfler ha ha assicurato: «Non farò nulla perché anche una sola azienda delocalizzi dalle vostre regioni nel mio Land; insieme, invece, dovremmo lavorare per competere, soprattutto per quanto riguarda le infrastrutture portuali, con i Paesi nordici». Sta di fatto che proprio l’altro ieri si è conclusa l’ennesima missione di imprenditori veneti in Carinzia alla ricerca di nuove opportunità d’insediamento.
Francesco Dal Mas

 

747 - Coordinamento Adriatico 30/11/12 Nascerà a Nord-Est la prima Euroregione italiana?
Nascerà a Nord-Est la prima Euroregione italiana?
Scritto da Prof.ssa Liliana Martissa
Riccardo Illy, presidente della regione Friuli Venezia Giulia, nel suo incontro di settembre con il governatore della Carinzia Joerg Haider ha posto le basi per la creazione di una Euroregione a Nord-Est, che dovrebbe comprendere, oltre alle citate regioni, anche il Veneto e alcuni territori di Slovenia e Croazia (grossomodo Istria e Quarnero). Si tratterebbe della prima regione transfrontaliera ai confini d'Italia, sull'esempio delle numerose altre già esistenti in Europa (dal lontano 1958, data della istituzione di "Euregio" a cavallo fra Olanda e Germania) e soprattutto di quelle poste ai confini orientali dell'Unione europea, che hanno costituito un laboratorio di integrazione per gli abitanti delle zone contermini. La costituzione di questa nuova Euroregione, corrispondente all'area della Comunità di lavoro Alpe Adria, con una rappresentanza comune a Bruxelles, dovrebbe garantire in ambito comunitario un maggiore peso politico alle popolazioni locali e un'azione sinergicanella tutela degli interessi comuni. Si pensi ad esempio al cosiddetto Corridoio 5, l'asse ferroviario di collegamento che dovrebbe unire Lione a Budapest passando per Torino, Milano, Trieste e Lubiana, la cui attuazione sta subendo un rallentamento, soprattutto nel tratto francese, per privilegiare forse 1'asse ferroviario a nord della Alpi (Parigi, Strasburgo, Vienna, Bratislava, Budapest).
L'interesse per una sua rapida attuazione, se è vitale per l'Italia, non dovrebbe esserlo meno per i territori della costituenda Euroregione che si trovano vicino alla progettata importantissima via di comunicazione fra Occidente e Oriente.
Trasformare un territorio di frontiera, già terra di conflitti in un' area di stabilità, non più ai margini di stati nazionali, ma al centro di una nuova area di sviluppo sovranazionale, costituisce senza dubbio una scommessa sulla evoluzione positiva della costruzione europea e una straordinaria opportunità, inimmaginabile nello scenario geopolitico del secolo che abbiamo alle spalle.

 

748 – La Voce del Popolo 27/11/12 Veneto e Istria: ottime sinergie
Proficui incontro a Villa Cordellina di Montecchio Maggiore
Veneto e Istria: ottime sinergie
VICENZA | Nell’ambito degli Open Days delle Regioni, a Villa Cordellina di Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, si è svolto ieri un incontro dal titolo “Veneto e Croazia: processi di integrazione e potenzialità economiche. Cooperazione territoriale, Interreg e GECT”. I lavori sono iniziati con i saluti del presidente della provincia di Vicenza, Attilio Schnek, poi il moderatore Stefano Beltrame, consigliere diplomatico della Regione del Veneto, ha coordinato il dibattito a cui hanno partecipato pure l’assessore veneto al bilancio, ai programmi FESR e alla cooperazione transfrontaliera e transnazionale, Roberto Ciambetti, l’ambasciatore croato in Italia, Damir Grubiša, il coordinatore esecutivo del Consorzio Minho In e Europe of Traditions, Francisco de Calheiros, l’assessore alla Cooperazione internazionale e alle integrazioni europee della Regione Istriana, Oriano Otočan, il presidente dell’Assemblea della Contea litoranea-montana, Ingo Kamenar, la rappresentante della Camera di Economia istriana, Alida Perkov, il segretario generale Unioncamere del Veneto, Gianangelo Bellati, i dirigenti della Regione del Veneto Anna Flavia Zuccon e Diego Vecchiato, e della Regione Friuli Venezia Giulia, Augusto Viola.
Un dialogo fecondo
“Da tempo Veneto e Croazia hanno aperto un dialogo che non potrà che essere foriero di interessanti sviluppi – ha sottolineato l’assessore Roberto Ciambetti –, e noi vogliamo consolidare i rapporti con questo Paese e le sue regioni in una logica di reciproco interesse. La presenza a Montecchio di una delegazione croata di forte rappresentatività conferma che stiamo operando nella giusta direzione e con prospettive molto incoraggianti”.
Analisi e confronto
L’assessore ha definito di straordinario interesse l’appuntamento di Montecchio Maggiore. Ha sottolineato che si è trattato di un’occasione di analisi e confronto sulle prospettive che “si possono concretamente aprire in particolare per il Veneto, per il suo tessuto economico e imprenditoriale, con l’entrata della Repubblica di Croazia nell’Unione europea e con le nuove opportunità che l’Unione stessa offre attraverso le diverse forme di incentivi alla collaborazione tra i nostri territori”.
Turismo e cultura
Nel corso dei vari interventi è stato evidenziato che sono numerose le possibilità di collaborazione tra il Veneto, la Regione Istriana e quella Litoraneo-montana. Non soltanto sono ampie le prospettive di cooperazione economica. È possibile anche allacciare rapporti nel campo del turismo e della cultura. Tutto questo, è stato concluso, sarà favorito dall’auspicato ingresso il primo luglio prossimo della Croazia nella massima integrazione continentale. Chiaramente saranno possibili relazioni privilegiate proprio tra il Veneto da un lato e l’Istria e il Quarnero dall’altro. Senza scordare naturalmente il Friuli Venezia Giulia e pure le contermini aree della Slovenia. Con l’obiettivo magari di arrivare a quell’Euroregione dell’Alto Adriatico di cui si parla da tantissimo tempo.
Prodotti regionali tipici
Ma l’incontro a Villa Cordellina di Montecchio Maggiore è servito soprattutto a creare ponti di collaborazione tra il Veneto e l’Istria, come rilevato dagli esponenti della Regione Istriana. In questo ambito è stata evidenziata l’ottima cooperazione tra le due Regioni a Bruxelles, con un particolare accento agli sforzi profusi negli ultimi anni per rafforzare i rapporti economici e turistici. Sono state ricordate anche le esperienze nel campo dei trasporti e della promozione dei prodotti regionali tipici. Proprio da qui si può partire per rafforzare ulteriormente la collaborazione negli anni a venire. Le basi gettate finora, infatti, sono ottime. L’Istria ha confermato di essere in grado di fungere da apripista nel percorso di avvicinamento della Croazia all’Unione europea.

 

749 – La Voce del Popolo 28/11/12 Pola - Nuova veste per il «mandracchio»
Nuova veste per il «mandracchio»
Anni, no, peggio, decenni di incuria stanno volgendo al termine e il mandracchio sarà finalmente un frammento del porto polese ordinato e perfettamente funzionale, ad esclusivo uso e consumo dei cittadini. L’anticipazione arriva dall’Autorità portuale di Pola, che da qualche tempo riflette su un progetto di riqualifica della zona nord a breve scadenza, che sia di facile attuazione e abbia pure il grande vantaggio di non richiedere eccessivi investimenti. In pratica, il “mandracchio” tornerebbe ad essere un mandracchio in tutti i sensi, vale a dire quella parte del porto riservata alle piccole imbarcazioni private utilizzate per pesca, navigazione e ricreazione a raggio limitato. Una volta tanto, insomma, una porzione di costa resterebbe in mano ai cittadini.
Ridisegnando la mappa del porto polese, l’Autorità portuale ha infatti stabilito che il bacino sarà suddiviso in tre grandi poli chiamati polo operativo, polo nautico e polo comunale. Il primo – situato a sud – è semplicemente la storica zona industriale (l’ex arsenale) che include il cantiere navale, il cementificio, i capannoni di Polatextile, lo scalo merci, eccetera. L’altro dovrebbe spuntare a nord-ovest, in zona Santa Caterina, sempre che vada in porto l’ambizioso progetto Brioni Riviera (ma visto l’evolversi della situazione dopo la sentenza della Sovrintendenza ai Beni Culturali, anche questo è da vedere). L’ultimo, il polo comunale, resterà in funzione della comunità, come recita la parola stessa. L’area verrebbe dotata di una successione ordinata di pontili rimovibili per rimpiazzare le odierne impalcature di pali di ferro e tavole di legno disposte senza alcun senso. Fatto questo, le barche dei polesi potranno tornare in quel di Vallelunga a condizioni favorevoli e prezzi sopportabili. Ed è proprio quello che proponeva di fare l’associazione sportiva Mandrač-Tivoli, fondata da un gruppo di residenti della zona che finora hanno provveduto alla manutenzione del mandracchio a proprie spese. Ebbene, l’Autorità portuale ha sposato l’iniziativa e vuole ora investire nella costruzione dei pontili, ma non intende occuparsi della loro gestione una volta realizzata l’opera: quella parte del demanio andrà in concessione in sede di bando non appena sarà agibile e l’associazione sportiva Mandrač- Tivoli sarà libera di concorrere per guadagnarsela.
Insomma, il mandracchio nuovo è a portata di mano. Per sistemare i pontili nello specchio di mare prospiciente la stazione ferroviaria e i silos della Brionka manca solo un parere (vincolante?) delle Ferrovie dello Stato. Questo perché la costa è attraversata dai binari. Ma la cosa ha sorpreso la direzione dell’Autorità portuale, secondo la quale tra il mare e i binari c’è comunque una strada regionale, piuttosto trafficata anche dai mezzi pesanti, che non ha mai creato problemi alla ferrovia. Tuttavia il procedimento è questo e bisogna osservarlo. Nel caso in cui l’opera non dovesse venir contestata, i lavori all’assetto della zona nord (polo comunale) avranno inizio al più tardi in primavera. (dd)

 

750 - La Voce del Popolo 26/11/12 Spalato, collaborazione apertura e solidarietà alla Comunità degli Italiani
Spalato, collaborazione apertura e solidarietà
SPALATO | La sede ristrutturata della Comunità degli Italiani di Spalato è stata inaugurata al grido di viva l’Italia, viva la Croazia. Alla cerimonia di ieri, svoltasi in concomitanza al 20.esimo anniversario dalla ricostituzione della CI, hanno aderito il console d’Italia a Spalato, Paola Cogliandro, la presidente dell’Assemblea dell’UI, Floriana Bassanese Radin, Rosanna Berné per la Giunta Esecutiva dell’UI, Alessandro Rossit per l’UPT, i rappresentanti delle associazioni degli esuli, dei cavalieri di San Marco e delle CI di Zara e Lesina.
Il presidente del sodalizio di Spalato, Damiano Cosimo D’Ambra, ha rilevato che il motto della Comunità sarà: “Apertura, collaborazione e solidarietà”. Il console Cogliandro ha osservato che i connazionali di Spalato si sentono spalatini a tutti gli effetti e che in quanto tali hanno dimostrato e sapranno dimostrare di saper dare un contributo sia allo sviluppo della città sia alla valorizzazione della cultura italiana.
Floriana Bassanese Radin ha ribadito l’orgoglio che la CI di Spalato suscita in seno all’UI e della CNI. Ha annunciato il prossimo arrivo a Spalato del deputato Furio Radin. Renzo de’ Vidovich, parlando a nome degli esuli, ha sottolineato che tra dalmati “andati e rimasti” non ci sono mai state differenze.
Gli ha fatto eco Mladen Čulić Dalbello, uno dei fondatori della CI di Spalato, il quale ha paragonato il sodalizio a una fiammella che deve irradiare di luce la città di Spalato. “È sbagliato pensare che gli italiani siano arrivati a Spalato 20 anni fa. La nostra è una presenza plurisecolare”, ha spiegato Čulić Dalbello, invitando a non dimenticare gli anni amari.
Nel corso della solennità sono state ricordate pure le figure di Eugenio Dalmas e Gastone Coen. La CI di Spalato ha 250 soci. La sede di circa 70 metri quadrati, è situata in pieno centro storico ed è stata ristrutturata con il contributo del Ministero degli affari esteri italiano in collaborazione con l’UI e l’UPT.
Krsto Babić

 

751 - Il Giornale 24/11/2012 Eurofollie: sulle monete sì a Tito, no a croci e aureole
Eurofollie: sulle monete sì a Tito, no a croci e aureole
La Slovacchia modifica l’immagine dei santi "per non offendere le altre religioni"
Fausto Biloslavo
Niente aureole e croci troppo visibili... siamo europei. I santi Cirillo e Metodio, osannati nell'Europa orientale come da noi Pietro e Paolo, possono comparire sulla moneta unica, ma senza ostentare simboli religiosi. Non è uno scherzo. Nel vecchio continente cristiano i burocrati di Bruxelles e qualche stato membro della Ue con manie laiciste hanno bocciato la moneta di 2 euro che la Slovacchia era pronta a coniare nel 2013. Bratislava, in occasione del 1150° anniversario della missione di Cirillo e Metodio, voleva dedicare il soldo unico ai santi.
La bozza iniziale prevedeva l'effige dei monaci, simbolo dell'Europa slava cristiana, con le aureole e l'abito talare ricoperto da grandi croci. Una copia dell'immagine che ci viene tramandata da secoli.
La puntigliosa Commissione europea ha detto «niet» chiedendo alla Slovacchia «di rimuovere i simboli religiosi» dalle monete, più precisamente «le aureole e le croci dai loro abiti». Lo ha rivelato la Banca nazionale di Bratislava, costretta a fare marcia indietro. Un cambiamento indispensabile per Bruxelles e qualche stato membro, non ben identificato, per riportare i 2 euro slovacchi «al principio del rispetto della diversità religiosa, come prescrive l'articolo 22 del Trattato sui diritti fondamentali dell'Ue».
Peccato che gli zelanti gnomi spirituali di Bruxelles non abbiano avuto nulla da obiettare per l'euro sloveno già in circolazione con il faccione di Franc Rozman, un generale di Tito, il maresciallo jugoslavo boia di italiani. L'alto ufficiale viene raffigurato con la bustina partigiana ed una grande stella a cinque punte, quella rossa dei comunisti.
Secondo la Conferenza Episcopale Slovacca «la rinuncia ai simboli essenziali delle immagini dei santi Constantino-Cirillo e Metodio sulle monete commemorative è una svolta culturale e una mancanza di rispetto per la propria storia». Cancellare le aureole dall'euro è «come togliere la croce alla cattedrale di San Martino a Bratislava» ha dichiarato l'europarlamentare popolare slovacca Anna Zaborska. La vicepresidente del parlamento di Bratislava, Erika Jurinova, ha definito «assurdo» il diktat di Bruxelles.
In Bulgaria la stampa locale ha ricordato che era stato il regime comunista a vietare le aureole nelle raffigurazioni dei santi Cirillo e Metodio.
La moneta epurata dagli zelanti burocrati europei vedrà comunque la luce il prossimo anno. I santi saranno senza aureola e con altri abiti, ma almeno si è riusciti a salvare la doppia croce del bastone pastorale, simbolo nazionale slovacco.

Lo smacco alle tradizioni cristiane europee è ancora più pesante tenendo conto che nel 1980 fu proprio Giovanni Paolo II a dichiarare i due santi copatroni dell'Europa elevandoli ad «Apostoli degli slavi». Nell'anno 862 i fratelli Costantino, detto Cirillo, e Metodio hanno tradotto per la prima volta i libri sacri cristiani nell'antica lingua slava. In seguito si spostarono nell'attuale Bulgaria e Macedonia dove si diffuse la scrittura cirillica.

La sacra storia di mezza Europa viene sacrificata sull'altare politicamente corretto della "neutralità religiosa" invocata da Bruxelles.

 

752 - L'Arena di Pola 24/11/2012 Allarmismi e problemi reali
Allarmismi e problemi reali

Il mondo dell’esodo, comprensivo di esuli e di connazionali tuttora residenti nelle nostre terre di origine, ha vissuto quest’ultimo periodo in uno stato di grande agitazione per la ventilata ipotesi che il Governo Italiano non rifinanziasse, per il prossimo triennio, le note leggi 72/01 e 73/01 in scadenza il 31/12/2012.
L’allarmismo che ne è derivato – giustificato, se si considera che senza il sostegno finanziario statale ben poche sarebbero le attività che lo stesso è in grado di sviluppare – ha fortunatamente incontrato il “sollecitato” interessamento bipartisan da parte di quei rappresentanti politici che più sono sensibili nei confronti delle vicende umane e storiche, passate ed attuali che lo riguardano.
Tutti si sono trovati sostanzialmente concordi nel configurare il finanziamento in oggetto non come una semplice sovvenzione a sostegno di attività comunque meritorie bensì come una precisa scelta strategica dell’Italia volta: da un lato, ad agevolare il superamento di un travagliato e sin troppo prolungato periodo di confronto/scontro sul piano interno e ad assicurare la sopravvivenza culturale di una componente non trascurabile della sua popolazione; dall’altro, a garantire un futuro alla sua unica comunità autoctona esistente fuori dai confini nazionali attraverso il sostegno, in particolare ma non solo, delle sue attività scolastiche e, da ultimo ed a fattor comune, a favorire il processo d’integrazione europea, quantomeno tra paesi viciniori.
Il dibattito parlamentare che l’ha riguardato sembra aver al momento scongiurato il pericolo che era venuto a determinarsi; tuttavia, stante l’attuale periodo di graffiante crisi economica, non è detto che questo “capitolo” possa considerarsi definitivamente chiuso né che si ripresenti in un prossimo futuro una volta assopiti gli “appetiti pre-elettorali” che, come ben sappiamo, sono sempre stati altamente condizionanti dell’interessamento del mondo politico nei confronti delle nostre problematiche. In definitiva, pur tirando un respiro di sollievo, sembrerebbe opportuno attrezzarsi mentalmente per fare in futuro maggiore affidamento sulle sole proprie forze e risorse.
Ulteriore e diffuso sconcerto è stato provocato, specie tra gli esuli, dal fiorire oltreconfine di talune iniziative apologetiche riguardanti Tito: produzione di filmati, manifestazioni pubbliche con esibizione di “titovke” e rosseggianti “falci e martelli”, intitolazioni di piazze, ecc.. Il tutto non dovrebbe, però, sorprendere né allarmare più che tanto. La genesi di detto “ritorno di fiamma” può, infatti ed in buona misura, ritenersi legato ad esigenze pre-elettorali, specie in Slovenia dove il prossimo 2 dicembre si terranno le elezioni presidenziali e, più in generale, alla crisi economica, ancor più grave di quella italiana e di altri paesi europei, che attanaglia anche la Croazia.
In un’ottica non strettamente campanilistica, non dovrebbe risultare difficile capire il rifiorire di detti afflati nei confronti di un personaggio che, per quanto per noi assai discutibile e condannabile, è stato capace, unico nella storia recente, di assicurare per circa quarant’anni, con “bastone e carota”, l’unità socio-politica degli “slavi del sud” (jugoslavi), garantire loro attraverso una politica di sussistenza condizioni di vita per il cosiddetto “popolino” forse più accettabili delle attuali e conferire al proprio Paese un certo peso sulla scena internazionale.
Interpretare il tutto in veste “anti-italiana” risulta, pertanto, assolutamente strumentale, improduttivo e solamente atto a fomentare antiche tensioni; dovrebbe essere invece guardato con distacco, come ad un qualcosa che, interno a detti Paesi, ci riguarda solo marginalmente. Per farlo, dovrebbe esserci d’aiuto e conforto la consapevolezza che non tutti gli sloveni ed i croati la pensano allo stesso modo.

A fronte di un problema apparentemente superato, di uno tutto sommato solo immaginario e tralasciando i non pochi che da sempre ci affliggono, ce n’è un altro di gran lunga più assillante e sul quale dovremmo maggiormente incentrare la nostra attenzione perché solo da noi possiamo cercare di risolverlo. Riguarda, in generale, il futuro di tutte le nostre Associazioni e la loro capacità di evolvere ed, in particolare, all’appropinquarsi di quello che si prospetta ormai come un ricambio – così almeno si spera – generazionale dei suoi associati ed, in primo luogo, della sua attuale dirigenza, quello del Libero Comune di Pola in Esilio. È un argomento sul quale non è più possibile tergiversare.

Come per tante altre associazioni “settoriali” e “datate”, anche i nostri problemi di base sono essenzialmente due: la partecipazione attiva dei soci ed il proselitismo che possono essere affrontati e risolti solo attraverso la definizione di fini ed obiettivi capaci di contemperare il vecchio con il nuovo, il passato con il presente e di proiettarsi nel futuro.
Per esperienza diretta, faccio l’esempio dell’Associazione Nazionale Alpini che, entrata in crisi con l’abolizione della leva obbligatoria, ha saputo uscirne e mantenere la sua esemplare ed invidiabile vitalità evolvendo, pur mantenendone le caratteristiche, da semplice Associazione Combattentistica e d’Arma in un’associazione con finalità anche sociali, aprendosi alla comunità nazionale ed internazionale nonché ai cosiddetti “Amici degli Alpini”.
È questo anche per noi un imperativo categorico per il quale, nel semestre che ancora ci separa dalla fine dell’attuale mandato, è opportuno che ci si dia da fare, con il contributo di tanti, per configurare un qualche significativo “cambiamento” da sottoporre all’attenzione ed approvazione della prossima Assemblea Generale (giugno 2013) e che risulti idoneo a perseguire il ritorno partecipativo dei soci anziani che, per quanto stanchi, disillusi e portati alla rassegnazione, sono sempre necessari per fornire testimonianza e garantire continuità e l’afflusso di giovani motivati ed entusiasti disponibili a raccoglierne il testimone, non sulla base delle passate e comuni esperienza e/o per diretta discendenza, bensì anche per una semplice ma sentita affinità morale nei confronti di valori di verità e giustizia universali e senza tempo.

Questo giornale, che è il vero ed unico collante della nostra Associazione, si offre come “palestra” di dibattito. Il primo impegno dovrà riguardare la messa a punto di un regolamento elettorale che invogli un maggior afflusso di elettori e renda più “condivisa” la nostra Associazione. Di questo vi informeremo nei prossimi numeri.

Fateci sentire la vostra voce.
Silvio Mazzaroli

 

753 - Il Sole 24 Ore 24/11/12 Storia di un imprenditore, le memorie di Fulvio Bracco, fondatore del gruppo farmaceutico
Storia di un imprenditore
Pioniere del «si può fare»
Le memorie di Fulvio Bracco, fondatore del gruppo farmaceutico

di Paolo Bricco

L’AUTOBIOGRAFIA
I ricordi. Squinzi: «È stato un esempio per tutti noi».
La figlia Diana: «Un personaggio disciplinato e "doverista"»

Che cosa può insegnare la storia di Fulvio Bracco a un ragazzo o a una ragazza che voglia diventare imprenditore o imprenditrice? Può insegnare che "nonostante tutto, si può fare"».

Guido Corbetta, docente di strategia aziendale alla Bocconi, parte dalla cosa più semplice, e insieme più complessa, per provare a delineare il profilo di Fulvio Bracco, l`imprenditore scomparso cinque anni fa di cui è stata ora pubblicata l`autobiografia, passaggio editoriale che coincide con l`anniversarlo degli 85 anni dalla fondazione dell`azienda. La tensione psicologica e il nerbo caratteriale («mio padre era un personaggio disciplinato e "doverista"», ricorda una commossa Diana Bracco) costituiscono una componente essenziale nella vicenda di uno dei protagonisti dello sviluppo economico del dopoguerra.
«Il suo "nonostante tutto, si può fare" rappresenta la sua eredità maggiore. Lui è stato davvero un esempio per tutti. E lo è soprattutto adesso che un grande scoramento pervade la classe imprenditoriale», dice Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, che è membro del consiglio di amministrazione della Bracco («è l`unico board esterno al mio gruppo di cui faccio parte»). Questa tenacia, che lo ha accomunato a una generazione di imprenditori in grado di trasformare nel giro di pochi anni l`Italia da Paese agricolo a Paese in sostanza industriale,

ha rappresentato uno degli elementi della sua azione manageriale. «Aveva un carattere forte - rammenta Diana Bracco - ma allo stesso tempo era capace di riunire. La sua squadra di collaboratori lo adorava». L`empatia fra l`imprenditore", la "dirigenza", le "maestranze". Il lavoro sui progetti comuni. Uno dei tasselli del complesso mosaico dell`industrializzazione italiana, al di là dei conflitti di classe e dell`ascesa dei ceti borghesi (si sarebbe detto nel linguaggio del Novecento).Tessere della nostra storia. E dell`evoluzione della nostra identità, che resta profondamente manifatturiera.
Squinzi ha conosciuto Fulvio Bracco nel 1997. «Oggi sono molto emozionato. Allora mì fece una impressione gigantesca. Avvertii subito l`esistenza di valori comuni. Fra me e lui. Fra la mia azienda e la sua». In quest`ultimo caso, una condivisione nelle strategie: internazionalizzazione e innovazione. Una condivisione nel modello di partenza. Quel capitalismo familiare che, per la cultura anglosassone tutta finanza e poca manifattura, molte public company quotate in borsa e scarse identità personali e comunitarie, è una cosa di poco conto. «Ma se la nostra economia non è stata affossata dalla recessione - riflette Gioacchino Attanzio, direttore dell`Associazione italiana delle aziende familiari - è proprio grazie a questo tipo di imprese, che garantiscono stabilità e continuità, due dei valori fondanti del capitalismo familiare». Dunque, la figura di Fulvio Bracco appare coerente con un preciso profilo storico italiano: l`imprenditore manifatturiero, che investe molto in innovazione e che ha nel mondo il suo mercato diriferimenta. Questa internazionalizzazione, nel suo caso specifico, ha una connotazione familiare assai forte. Le radici a Neresine, nell`isola di Lussino, hanno garantito una sorta di cosmopolitismo innato. «Esiste un folto gruppo di imprenditori italiani che hanno origine in Istria e in Dalmazia», ricorda Claudio de Polo Saibanti, presidente di Alinari.

La traiettoria esistenziale di Fulvio Bracco serve dunque a parlare della figura dell`imprenditore in Italia. Sospesa fra radicamento nella propria comunità e esposizione sui mercati internazionali. Ieri e oggi. Una vicenda che, in questo caso, ha il suo cuore a Milano.

Una storia di borghesia produttiva e colta. In cui la cultura del lavoro si mescolava con la gioia di vivere. La Scala, la passione per il calcio, le vacanze nel Mediterraneo. Il lavoro e
la vita. La memoria, ma anche il futuro.

Mecenate
Il padre di Fulvio, Elio Bracco, conobbe di persona Angiolo D`Andrea - artista friulano adottato da Milano -e alla morte dell`artista, nel 1942, salvò tutte le opere raccolte nello studio del pittore. «Tutti i quadri del povero Angelo sono in mio possesso e mi riprometto di fare una mostra postuma a Milano». Nei difficilissimi anni del Dopoguerra Elio Bracco dovette però concentrarsi sulla ricostruzione dell`azienda e quella mostra che aveva in animo di fare non fu mai organizzata. «Realizzarla oggi, a distanza di 70, anni esatti dalla morte dell`Artista, ci è sembrata un`iniziativa in un certo senso dovuta», ricorda la nipote Diana. La Mostra a Palazzo Morando (Milano, via Sant`Andrea 6) rimarrà aperta fino al 17 febbraio ed è a ingresso libero.

Album di famiglia. L`imprenditore Fulvio Bracco con il padre Elio e il fratello Tullio (a destra). «Era un personaggio disciplinato e doverista»: così Diana Bracco ricorda, commossa, la figura del padre, uno dei protagonisti dello sviluppo economico del dopoguerra che ha investito molto in innovazione e che ha fatto del mondo il mercato di riferimento. Nella foto al centro alcune confezioni di Cebion, messo in commercio nel 1934 per aiutare l`organismo ad affrontare periodi di stanchezza mentale e fisica. Il prodotto diventerà uno dei cavalli di battaglia dell`azienda farmaceutica. In basso una storica immagine dello stabilimento milanese di Lambrate che già nel 1963 occupava una superficie di 50mila mq, di cui 30mila coperti.
Fatiche e successi di un pezzo d`Italia
Nella vicenda umana e imprenditoriale di Fulvio Bracco, fondatore del gruppo farmaceutico, c`è davvero un pezzo d`Italia. I suoi dolori e le sue felicità. Le sue traversie e i suoi successi.
Il volume "Fulvio Bracco. Da Neresine a Milano. Memorie dell`imprenditore Fulvio Bracco", pubblicato dalla fondazione di famiglia, ripercorre la traiettoria collettiva di un popolo che è passato attraverso la seconda guerra mondiale con le sue tragedie ma soprattutto con il suo respiro di libertà, per approdare alla modernizzazione tumultuosa del boom economico. Ha assistito alle tensioni
sociali ma anche allo sviluppo del tessuto industriale degli anni Settanta. Ha vissuto la crescente europeizzazione degli anni Ottanta e si è misurato,negli anni Novanta, conl`irruzione della globalizzazione. Una globalizzazione sperimentata - nel caso del gruppo lombardo- con l`acquisizione, nel1994, della Squibb Diagnostics negli Stati Uniti.
Società ed economia. Dimensione nazionale e internazionale. Nella storia corale del nostro Paese, la pagina specifica delle terre "a mezzo" fra Italia e Jugoslavia viene raccontata direttamente da Fulvio-Bracco, in una pagina scritta da anziano e riportata all`interno dell`autobiografia: «Oggi che i miei molti anni mi fanno compagnia con i loro ricordi, vivo ancora più intensamente i sentimenti che mi legano all`Istria. Il Trattato di Parigi del `47 aveva significato per la mia famiglia un taglio doloroso
Con Neresine. Nessuno di noi poteva rimettere piede su quelle terre, l`Istria, Fiume, la Dalmazia, consegnate a Tito». Neresine è uno dei cuori emotivi di questa vicenda: «Aspettavo le vacanze estive, che trascorrevo sempre a Neresine» scrive, lui che era nato il 15 novembre del 1909 appunto nell`Isola di Lussino, ricordando gli anni dell`infanzia e delle giovinezza vissute nel capoluogo lombardo («per recarmi a scuola prendevo il tram numero 23, che attraversava mezza Milano»), dove il padre Elio aveva preso la rappresentanza italiana della Merck, la grande società farmaceutica tedesca. Con, tanti anni dopo, il racconto del ritorno a Neresine e l`incontro con uno sconosciuto: «Che cosa cercate?». «La casa dei Bracco». «Lei è Fulvio? Mi sono anche Bracco». In mezzo, fra l`impossibilità di rientrare d`estate a Neresine e l`esperienza del ritorno consumata tanti anni dopo («l`uomo mi ha indicato la casa, certamente difficile per me da riconoscere: era coperta da due o tre alberi»), c`è la storia di un Paese. Per esempio, l`apporto dato dai grandi architetti alla nostra cultura industriale. Fulvio Bracco, con la sua società, affida a Giordano Forti, del Politecnico di Milano, nell`immediato dopoguerra, la realizzazione dello stabilimento di Lambrate. Il progetto finirà sulla rivista "Architettura". Oppure, il passaggio dalla manifattura alla ricerca, in questo caso, con il centro
ricerche Eprova. Una scelta, già nei primi. anni Cinquanta, nel segno dell`internazionalizzazione. Il centro viene infatti fondato a Sciaffusa: «La Svizzera aveva lalegge brevettuale sui farmaci, che in Italia non esisteva: con un centro ricerche a Sciaffusa avrei potuto esportare imiti prodotti brevettati nei Paesi in cui vigeva il brevetto. Anche per quanto riguardava i ricercatori, sapevo che là c`era la gente giusta». Gli anni Sessanta e Settanta sono un viaggio continuo, alla ricerca di nuovi mercati. Non solo Europa, ma anche India, Brasile, Venezuela, Colombia, Messico, Stati Uniti e Cina. Con una internazionalizzazione commerciale, ma anche produttiva: per citare due casi, sono stati essenziali
nella espansione del gruppo lombardo gli stabilimenti della Bracco de Mexico e della Bracco Novotheràpica di San Paolo. Negli anni Sessanta, che per la Bracco come per molte altre imprese italiane costituiscono il giro dì boa fondamentale per determinare la direzione delle traiettorie successive, le fabbriche in Brasile e in Messico fanno il paio con il complesso industriale dì
Lambrate, nove filiali in Italia, cinquanta rappresentanze in tutto il mondo e il centro di ricerche in Svizzera. Nei decenni successivi, la vicenda industriale dell`imprenditore e del suo gruppo si intreccia con la storia nazionale vissuta attraverso le esperienze dell`associazionismo e della rappresentanza (soprattutto conindustriale). Fino al profilo degli ultimi anni, che fanno del gruppo Bracco uno degli esemplari migliori del Quarto Capitalismo studiato dall`ufficio studi di Mediobanca, le medie imprese ultra-internazionalizzate che tengono in piedi l`Italia nella dura, durissima, competizione globale.
P. Br.

 

754 - L'Arena di Pola 24/11/12 Il mio XIV Fondo Pertan
Il mio XIV Fondo Pertan
Finalmente è arrivato il giorno del XIV Fondo Pertan. Torno a Casa (Istria) dopo due anni, e la cosa mi emoziona come la prima volta. Ho appuntamento a Trieste con Lino Vivoda, l'Istronauta, mi viene da chiamarlo così perché è un'anima che non riesce a trovare pace lontano da Casa, dalla sua e nostra cara Terra Rossa.
Appena passato il casello autostradale di Trieste, subito mi dirigo sulla strada costiera, e come sempre i miei occhi godo­no di quel mare e di quel paesaggio, ma non è sufficiente, devo aprire il finestrino per respirare l'aria di Casa, come fac­cio sempre quando torno nella terra Giuliana. Pochi ma in­tensi minuti e sono arrivato, l'appuntamento è alla stazione, faccio due passi per camminare nella splendida città nella quale ho vissuto da bambino, per poco meno di un anno, ma ci ho vissuto, e, sarà chimica o non so, il mio cuore rico­nosce la mia Terra.
Chiamo Lino al telefono e rispondo “Mo' arrivo”.
Eccolo là, sempre uguale, a dispetto della sua età e dei suoi problemi fisici, mostra una voglia, una grinta ed una de­terminazione che a pochi ho visto, ragazzi inclusi. Dopo es­serci fraternamente salutati, da buon Maestro mi ricorda che qui non sono a Littoria, e che si dice «'desso vegno», dialetto che conosco bene, ma che fatico a praticare. La seconda cosa che mi dice è di andare a pranzare in Istria, a Casa: così faccio una telefonata al mio amico Nino, con il quale avevo appuntamento per l'ora di pranzo, anticipiamo i tempi e, dopo esserlo andato a prendere, ci dirigiamo a Casa. Naturalmen­te è Lino che ci porta in una bella osteria, mangiamo all'aper­to, così che posso godere ancora di più della mia Terra. Finito il pranzo, puntuali arrivano i ragazzi della Cristian Pertan. Il primo che saluto è Gabriele, il mio punto di riferimento a Trie­ste, insieme a Nino, ragazzi d'oro, manco a dirlo, e poi saluto uno ad uno tutti gli altri. Anche con loro, come per Trieste, la prima volta che li ho conosciuti ho avuto la sensazione di aver ritrovato dei vecchi amici, quelli ai quali non serve dire niente, perché già sanno, e lo stesso è per me. Sono come dei fratelli, mi ci trovo bene insieme, mi piace sentirli parlare nel nostro dialetto, li capisco, e qualche volta provo anche a dire qualcosa anch'io nel nostro istro-veneto.
Dopo i saluti ci dirigiamo al cimitero di Matterada, a saluta­re Cristian, come sempre si fa prima dell'apertura dei fondi li­brari a lui intitolati. Purtroppo non ho mai avuto il piacere e l'onore di conoscerlo, ma ora conosco i suoi amici, ed una persona la conosci anche dalle persone di cui si circonda, quindi sarebbe stato un altro fradel per me, e poi conosco i suoi genitori, persone stupende (el pomo casca poco lontan dal’albero). Lascio un mazzo di fiori bianchi e rossi con un bel po' di verde, ci faccio quatro ciacole e poi partiamo con il re­sto del gruppo che nel frattempo ci aveva raggiunto alla volta di Babici-S.Lorenzo, a pochi chilometri da Umago.
Roby, un altro di quelli che vedo una volta all'anno ma che mi sembra di conoscere da sempre, è proprio del posto ed ha organizzato una partita di calcio tra una selezione di Babici e gli amici di Cristian. La notizia che i ragazzi provenienti da Monza sono in ritardo ci coglie impreparati, non arriviamo neanche a 11 giocatori, così reclutiamo all'istante il buon Ni­no ed un ragazzino di 8 anni, figlio di uno dei ragazzi della Pertan. Tale padre, tale figlio, il ragazzino ha grinta da vende­re, e senza paura affronta deciso gli avversari, fermandone le azioni in più occasioni. A sorpresa il primo tempo finisce 3-1 per noi, poi, dopo pochi minuti dall'inizio del secondo tempo arriva il mio infortunio che mi costringe a lasciare la squadra in inferiorità numerica. Vengo a sapere della sconfitta (4-3) mentre mi trovo negli spogliatoi, ed il mio rammarico cresce a dismisura, tanto da sentirmi in colpa per quanto successo (ancora oggi il Nino me lo ricorda).
Comunque, finita la partita, cominciamo a prepararci per l'apertura del XIV Fondo Pertan. Nel frattempo arrivano an­che i ragazzi di Monza, sempre in buon numero, sempre presenti e con notevoli quantità di libri. Ragazzi splendidi, che non hanno sangue istriano, né dalmata, né fiumano nelle vene, e questo rende Onore a loro per l'impegno che hanno preso per la nostra causa.
Dopo il benvenuto del presidente della comunità italiana di Babici-S.Lorenzo che ci accoglie con l'esibizione di un grup­po canoro che intona canzoni in dialetto, tocca al presidente della Cristian Pertan Manoel Bibalo e a Davide Paonessa, delegato ADES di Monza, ringraziare la comunità per l'ospi­talità; quindi, con la donazione di 250 libri, di cui circa 80 pro­venienti da Latina, si apre ufficialmente il XIV Fondo Pertan presso la comunità italiana di Babici-S.Lorenzo. A seguire, la signora Luciana Melon presenta il Dizionario del dialetto umaghese, più che interessante direi utile per chi non ha la possibilità di parlare il dialetto frequentemente e potersi con­frontare con altri interlocutori. Bello e preciso in questo caso un intervento di Manoel sulla necessità di recuperare, oltre ai dialetti, l'uso della lingua italiana pura, continuamente violen­tata da inglesismi tanto inopportuni quanto dannosi e quanto mai estranei alla nostra cultura, battaglia che nel mio piccolo combatto da anni. Tra gli altri hanno preso la parola Gabriele e Lino, e la serata è trascorsa piacevolmente tra amici rimasti ed esuli, ma pur sempre amici.
La serata poi, come da tradizione istriana, è continuata a tavola, con musica ed allegria.
Finisce così una giornata che ho atteso da tanto tempo, ma, come i nostri padri ci hanno insegnato, la Famiglia prima di tutto, ed oltre a questa Fameja c'è quella che mi sono co­struito io, e mi aspetta in un'altra mia Terra, quella che i miei genitori hanno trovato tanti anni fa.
Stefano Ingarao Venier

 

755 - Secolo d'Italia 16/11/12 Foibe, c'è ancora da leggere
Foibe, c’è ancora da leggere
«Quando un popolo individualista come il nostro perde la fiducia in se stesso e nelle istituzioni che lo reggono, l’immoralità diventa una forma di vivere civile e la mediocrità invade la cosa pubblica». Parole di Curzio Malaparte tratte da “La rivolta dei santi maledetti”. L’aforisma è contenuto nella pagina d’apertura di “Foibe, una tragedia annunciata. Il lungo addio italiano alla Venezia Giulia”, scritto da Vincenzo Maria de Luca, edito da Settimo Sigillo. L’autore non è uno storico rodato, ma un libero professionista che ama dilettarsi della materia, padroneggiandola però da vero intenditore. Ne è risultato un manuale agile, completo e usufruibile specialmente dai più giovani, le vere vittime dell’ostracismo in cui è stata condannata l’intera vicenda.
Per decenni infatti si è assistito a una damnatio memoriae degli avvenimenti narrati nel libro di de Luca. Vale a dire che dalla fine dell’ultimo conflitto mondiale la parola d’ordine è stata chiara e categorica per
chiunque: tutto quello che poteva solo richiamare la memoria delle imprese compiute dai “liberatori” slavocomunisti nella Venezia Giulia, in Istria e nella Dalmazia dal 1945 in poi andava rimosso o cancellato. E se proprio si era obbligati a trattare l’argomento l’imperativo era deformare, alterare, mistificare i fatti, se non negarli tout court. Il massacro di decine di migliaia di persone rastrellate un po’ ovunque per la regione, legate col filo spinato, passate per le armi e precipitate (a volte ancora vive!) nei profondi burroni disseminati per l’altopiano carsico. Le foibe, appunto. Il tutto al fine di alterare l’identità etnica, culturale e storica della provincia, che grazie all’aberrante sillogismo un italiano, un fascista si è ritrovata in breve tempo completamente slavizzata e pronta per essere gentilmente regalata al compagno Tito.
L’operazione di rimozione collettiva di quell’olocausto riuscì alla perfezione. Tanto che quando nel 1996 “Area”, rivista d’attualità politica, decise di pubblicare un “focus” sulle verità negate, e per l’argomento intraprese un monitoraggio mirato sui manuali di storia, il risultato fu
sconcertante: se andava bene la parola “foibe” era completamente ignorata.
Se andava male i massacri giuliano-dalmati risultavano opera dei nazisti. Al tentativo di rimettere in carreggiata verità e buon senso, i magliari autori delle veline di partito spacciate per trattati di storia si sollevarono inviperiti gridando al revisionismo, o a un rigurgito di fascismo: «Noi abbiamo detto il necessario», fu la scandalizzata giustificazione.
L’importanza del libro di de Luca sta nella vastità del percorso storico offerto. Un percorso al termine del quale si ha una chiara idea dell’accaduto.

 

756 - Corriere della Sera 21/11/12 Il sindaco dalmata Concina: venite a Orvieto, c’è una città ferita ma stupenda
Il sindaco Concina: venite a Orvieto, c’è una città ferita ma stupenda
Dopo l’alluvione che ha fatto danni pesanti dalla Maremma fino all’Umbria, il sindaco di Orvieto, Antonio Concina, ci ha mandato questo messaggio, esemplare per l’efficacia e la simpatia che sprigiona per i suoi concittadini:
«Orvieto è in ginocchio! E purtroppo, passata l’alluvione del 12 e del 13, questo non fa più notizia. La preghiera del Sindaco alluvionato è invece quella di darmi una mano per aiutare non tanto le persone fisiche (grazie a Dio, siamo riusciti a evitare morti e feriti ) ma per aiutare tutte le aziende, piccole e grandi del territorio sotto alla Rupe, soprattutto nella zona di Orvieto Scalo e dintorni, dove (per inciso) le automobili sommerse sono centinaia.
Tutte, ripeto tutte queste aziende, hanno perso tutto, merci, magazzini e infrastrutture.
E Orvieto è in ginocchio! Ma la voglia di ripartire è grande. Come il coraggio e la speranza di farcela.»
E che cosa chiede il sindaco adesso?
«Solo di parlare di Orvieto e di questa tragedia, ogni volta che si può. Non ci sono morti e la gente (etrusca) ha poca voglia di piangere davanti alle telecamere (“Cosa ha provato quando ha visto tutti i suoi beni distrutti” e simili, stucchevoli domande). Ti chiedo di dire che gli orvietani non si aspettano elemosine o di essere compatiti. Vorrebbero che, se possibile, qualcuno pianificasse una gita qui, una cena qui, una notte qui, un acquisto qui. Perchè la voglia di ripartire è grande.

Non ci sono morti ma c’è una stupenda città ferita. Ti ringrazio di tutto quello che potrai fare. Tu, insieme agli altri vecchi amici, ai quali manderò la stessa preghiera.

Un abbraccio. Toni Concina, Sindaco di Orvieto».
Bene, amici, non aspettiamo la prossima primavera, andiamoci appena possibile, perlustriamo negozi e ristoranti.

 

757 - La Voce del Popolo 29/11/12 Editoriale - L'Europa mangia i suoi figli
Editoriale
di Dario Saftich
L’Europa mangia i suoi figli
Che la rivoluzione mangiasse i suoi figli era ben noto. Ma ora a quanto sembra anche l’Europa lo fa. Il presidente del governo che ha trascinato la Croazia verso l’Unione europea, che ha preso decisioni difficili come la consegna al Tribunale dell’Aja del generale Ante Gotovina e la rinuncia alla zona di pesca nell’Adriatico, si è ritrovato vittima illustre della campagna contro la corruzione richiesta dalla stessa Europa. La giustizia croata ha offerto su un vassoio d’argento alla Commissione di Bruxelles proprio la testa dell’ex premier ed ex presidente dell’Accadizeta, Ivo Sanader, quale migliore dimostrazione della sua volontà di fare sul serio nella lotta alla criminalità organizzata e alla malapianta della corruzione. Dopo la sentenza di primo grado della Corte giudicante del Tribunale conteale di Zagabria, con la quale Sanader è stato condannato a dieci anni di reclusione, l’ex premier è ritornato dietro alle sbarre. Esce dalla sua cella a Remetinec soltanto per presenziare alle udienze dell’ennesimo processo che lo vede sul banco degli imputati, quello relativo allo scandalo dei presunti fondi neri dell’HDZ.
Ma non dobbiamo dimenticare che Sanader non è l’unico imputato illustre. Ragion per cui in Croazia sta girando attualmente questa barzelletta: molti paesi hanno un governo ombra, ma solo la Croazia ha un governo in galera. E questa barzelletta diventa sempre più reale. Soltanto una settimana prima che Sanader venisse condannato per corruzione e profitti di guerra, l’ormai ex vicepremier, Radimir Čačić è stato condannato in Ungheria a 22 mesi di reclusione perché ritenuto colpevole di un incidente stradale in cui hanno perso la vita due persone. Inoltre un mese e mezzo fa in carcere è finito l’ex vicepremier Damir Polančec, braccio destro di Sanader quando era primo ministro. Polančec è stato condannato a 10 mesi di reclusione perché aveva versato mezzo milione di kune a un avvocato per una consulenza mai fornita. Lo aveva fatto magari a fin di bene, per risolvere il contenzioso con i lavoratori serbi della Borovo di Vukovar, ovvero per pagare il loro legale. Ma poco importa: un reato è tale per la giustizia anche quando chi lo commette ha forse motivazioni filantropiche ed non ha messo un soldo illecitamente in tasca. Va ricordato poi che ci sono altri due ex ministri del governo di Sanader che potrebbero finire dietro le sbarre: Berislav Rončević e Petar Čobanković. Rončević, ex ministro della Difesa nel governo Sanader, è stato condannato in primo grado a quattro anni di prigione per un presunto contratto dannoso, ovvero aver acquistato camion militari considerati di peggiore qualità al prezzo più alto sul mercato. Rončević è in attesa della decisione della Corte d’appello e se dovesse essere confermato il giudizio in primo grado anche lui andrà in carcere. E potrebbe andarci anche Petar Čobanković, il ministro dell’Agricoltura del governo Sanader, che ha ammesso la colpa ed è in attesa del processo. Persuaso da Sanader, Čobanković per esigenze del suo ministero ha comprato un enorme ufficio da Stjepan Fiolić, ex deputato dell’HDZ e ricco macellaio di Zagabria: e in questo contesto il prezzo dell’immobile sarebbe stato sovrastimato.
La barzelletta sul governo in galera, dunque, è triste realtà in Croazia, ma potrebbe diventare ancora più triste, visto l’andamento dei procedimenti giudiziari. E questo addirittura per servire da monito a quanti sarebbero intenzionati a commettere pure loro dei reati. Non va scordato, infatti, che durante la lettura della sentenza sui casi INA-MOL e “Hypo-bank”, durata quasi due ore, il giudice Ivan Turudić ha ribadito il carattere di pena esemplare che si è voluto atribuire alla condanna, in quanto Sanader avrebbe anteposto il proprio tornaconto al bene generale, creando un sistema corrotto in cui le tangenti sono diventate una metastasi diffusa in tutta la società croata. Il giudice ha in questo ambito precisato che la pena inflitta non è solo un avviso per Sanader, ma per tutti i politici, attuali e passati.
Il cerchio si sta stringendo, pertanto, attorno all’ex premier e ai suoi ministri. Secondo il mondo politico croato, la sentenza di primo grado contro Sanader, al pari degli altri procedimenti che vedono imputati ex ministri, non ha connotati politici. Ma l’industria ungherese MOL, messa indirettamente sul banco degli imputati dal verdetto di primo grado contro Sanader, in quanto avrebbe messo le mani sull’INA corrompendo l’allora primo ministro croato, non la pensa così. Gli ungheresi respingono ogni addebito e sostengono che il verdetto sia in funzione proprio della politica interna croata. La vicenda giudiziaria che doveva aprire a Zagabria le porte dell’Europa, rischia pertanto di creare contraccolpi proprio sulla via verso la massima integrazione continentale.

 

758 - Il Piccolo 30/11/12 L'Aja assolve l'ex premier del Kosovo
L’Aja assolve l’ex premier del Kosovo
Haradinaj, comandante delle milizie albanesi, giudicato non colpevole di crimini di guerra. La rabbia di Belgrado
BELGRADO «Questa Corte la giudica non colpevole per tutti i capi d’imputazione, ordina che lei sia liberato dall’unità di detenzione dell’Onu». Così il giudice sudafricano Bakone Justice Moloto ha proclamato ieri l’innocenza del comandante dell’Uck e già premier kosovaro, Ramush Haradinaj. È la seconda volta, la prima fu nel 2008, che Haradinaj viene assolto dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia. Assolto dalle accuse di gravi crimini di guerra compiuti dopo il 1998, fra cui omicidi e torture contro civili serbi, rom e albanesi “collaborazionisti”. Il Tpi ha fatto cadere ogni addebito anche nei confronti di Idriz Balaj e Lahi Brahimaj, sottoposti di Haradinaj nell’Uck, l’Esercito di Liberazione del Kosovo. Il verdetto rappresenta «la prova più lampante che l’Uck non ha mai perpetrato i crimini ingiustamente ascritti», ha gioito dopo la sentenza il premier kosovaro Thaci, anche lui ex comandante Uck. Una sentenza che, tuttavia, lascia aperti molti interrogativi. «Qualcuno verrà mai condotto davanti alla giustizia per quei crimini?», crimini che il Tpi ha confermato furono commessi, si è chiesto John Dalhuisen di Amnesty International. Difficile che accada, dopo che Brahimaj, Balaj e Haradinaj sono stati definitivamente scagionati. Scagionati con una decisione sui cui pesa l’assenza di prove concrete a carico dei tre imputati. Un’assenza che l’accusa aveva attribuito – convincendo così la Corte d’appello del Tpi a dare luce verde nel 2010 alla revisione del procedimento -, «all’intimidazione dei testimoni che aveva inquinato il processo». Da parte sua, con l’assoluzione in tasca, Haradinaj ha già annunciato che farà un ritorno trionfale in politica.
Obiettivo, la carica di premier del Kosovo. Kosovo dove ieri folle esultanti hanno festeggiato la sua liberazione con fuochi d’artificio e colpi d’arma da fuoco sparati in aria. «Haradinaj tornerà a riprendere la posizione che gli spetta di diritto, quella di leader politico del Paese», ha confermato ieri Ben Emmerson, avvocato difensore dell’ex primo ministro kosovaro. Una posizione, quella di premier, abbandonata dopo soli cento giorni, nel 2005, proprio a causa del procedimento dell’Aja. «Sono triste per non poter più lavorare con un partner e con un amico», aveva allora affermato il rappresentante dell’Onu in Kosovo, Soren Jessen-Petersen. «Capisco la rabbia della gente del Kosovo per questo sviluppo», aveva aggiunto, con una dichiarazione che aveva avvalorato agli occhi di molti la vicinanza, forse eccessiva, dell’Onu verso colui che è ormai a tutti gli effetti un ex sospetto criminale di guerra e un uomo libero. Un uomo libero che ha causato un terremoto, in una Belgrado ancora attonita per il verdetto su Oluja. Un verdetto «di un tribunale istituito per processare i serbi», da cui «è ora i serbi escano», ha reclamato il presidente Nikolic. Una sentenza «politica», l’ha bollata il premier Dacic. Un giudizio che, assieme al dialogo Serbia-Kosovo, mette a serio rischio anche la riconciliazione e la stabilità dei Balcani. (s.g.)


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc.Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it