Rassegna Stampa Mailing List Histria
a cura di M.Rita Cosliani, Eufemia G.Budicin e Stefano Bombardieri

N. 855 – 8 Dicembre 2013
Sommario


759 - Anvgd.it 06/12/12 - Ballarin: elezioni regionali, il TAR accoglie la nostra ferma protesta (Antonio Ballarin)
760 - Difesa Adriatica Dicembre 2012 - Il Concorso Miur-AssoEsuli per le scuole di ogni ordine e grado, «Cultura e vita materiale tra la terra e il mare. Adriatico orientale»
761 - Il Piccolo 07/12/12 - Protesta l'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia per l'identità "rubata" dell'"Atleta di Lussino testimonial al Louvre dell'orgoglio croato. (Stefano Giantin)
762 - La Voce del Popolo 06/12/12 Pola - Sergio Endrigo: Siamo riusciti a trovare il meglio che attualmente Pola possa offrire (Fredy Poropat)
763 - La Voce del Popolo 07/12/12 Asilo CNI, "Zara ci ripensi" (Erika Blečić)
764 - Corriere della Sera Sette 29/11/12 Cavalli di razza - E' in arrivo un bambino molto speciale, La mamma è figlia di un`italiana d`Istria e di un africano del Mali (G.Antonio Stella)
765 - CDM Arcipelago Adriatico 04/12/12 Marino Bonifacio e i suoi studi sui dialetti e i cognomi istriani (Carmen Palazzolo Debianchi)
766 – La Voce del Popolo 06/12/12 Cultura - Lussino 1820-1945, cantiere di «imprenditori coraggiosi (Mariano L. Cherubini)
767 – CDM Arcipelago Adriatico 04/12/2012 - Vincenzo Fasolo riproposto dalla Società dalmata di storia patria di Roma (Rita Tolomeo)
768 - La Voce in più Storia Ricerca 01/12/12 Contributi - La monografia sulla famiglia Grisón (seconda e ultima parte) (Kristjan Knez)
769 - La Voce del Popolo 07/12/12 Sono necessarie edizioni critiche delle fonti sull'Istria, risposta straordinaria al convegno scientifico internazionale di studi "Gravisi"
770 - Il Piccolo 01/12/12 Cristicchi porta la Storia in teatro a Monfalcone, «C'è anche un episodio sull'esodo istriano»
771 - La Voce del Popolo 01/12/12 Del sì, del da, dello ja - Fulvio Tomizza (Milan Rakovac)
772 - La Voce del Popolo 01/12/12 Speciale - Rivoluzione Voce: siamo appena all'inizio (Ivo Vidotto)
773 - La Voce in più Storia Ricerca 01/12/12 Gorizia: Recensione - «La domenica delle scope e altre storie di confine», di Roberto Covaz (LEG) (em)


Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/


759 - Anvgd.it 06/12/12 - Ballarin: elezioni regionali, il TAR accoglie la nostra ferma protesta
Ballarin: elezioni regionali, il TAR accoglie la nostra ferma protesta
COMUNICATO STAMPA DEL PRESIDENTE NAZIONALE ANVGD
Il provvedimento con il quale il Tar annulla il decreto della presidente della Regione Lazio Polverini, che aveva convocato le elezioni regionali nei giorni 10 ed 11 febbraio prossimi in coincidenza con il Giorno del Ricordo, accoglie la ferma protesta di questa Associazione e di altre rappresentative del mondo degli Esuli giuliani e dalmati, che a stretto giro di interventi hanno stigmatizzato nei giorni scorsi l’infelice decreto della presidente uscente.
Il provvedimento del Tar indica chiaramente l’obbligo, per il commissario designato dal ministro dell’Interno, di rinnovare il decreto di indizione delle elezioni per il 3 e 4 febbraio 2013. Con questo pronunciamento, dunque, viene smentita la infelice e superficiale decisione di far coincidere le elezioni con il Giorno dedicato alla memoria dell’esodo degli italiani dai territori ceduti alla ex Jugoslavia e degli eccidi delle Foibe. Una memoria faticosamente ritrovata dall’intera Nazione grazie al pluridecennale impegno delle comunità esuli in Italia, custodi del ricordo delle violenze subite con l’occupazione della Venezia Giulia e di Zara da parte del movimento partigiano di Tito, e dei dolorosi sacrifici loro costati nel perdere beni e prospettive di vita nei luoghi di origine.
L’intenzione, che si paventa, di un ulteriore ricorso della presidenza della Regione Lazio avverso la sentenza del Tar, confermerebbe la totale insensibilità, già evidente, verso una solennità approvata dal Parlamento italiano e prevista dal calendario civile già dal 2005.
Roma, 6 dicembre 2012
Antonio Ballarin, presidente nazionale ANVGD

 

760 - Difesa Adriatica Dicembre 2012 -

 Il Concorso Miur-AssoEsuli per le scuole di ogni ordine e grado, «

Mentre si vanno defi­nendo i dettagli del quarto Seminario nazionale sul confine orientale italiano, è pub­blicato sul sito del Ministero della Pubblica Istruzione
(al link http://hubmiur.pubblica.istruzione.it/web/hub/elenco-news/-/ dettaglioNews/viewElenco/) il bando del Concorso «Cultura e vita materiale tra la terra e il mare. Adriatico orientale: i me­stieri e la loro impronta nelle arti figurative e nella letteratura», che le associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati unite al Tavolo di lavoro in collaborazione con il Dicastero di Viale Trastevere istituiscono al fine di promuove­re l'educazione alla cittadinanza europea e sollecitare l'approfon­dimento della storia italiana at­traverso una migliore conoscenza dei rapporti storici, geografici e culturali nell'area dell'Adriatico orientale, attenendosi in particolar modo agli aspetti tematici evi­denziati nel titolo del concorso.

 
 Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Dipartimento per l’Istruzione Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica Uff.II

 CONCORSO


 “Cultura e vita materiale tra la terra e il mare Adriatico orientale: i mestieri e la loro impronta nelle arti figurative e nella letteratura”


Le Associazioni degli Esuli istriani-fiumani-dalmati unite al Tavolo di lavoro (Associazione Coordinamento Adriatico, Associazione delle Comunità Istriane, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Libero Comune di Fiume in esilio, Libero Comune di Pola in esilio, Libero comune di Zara in esilio, Unione degli Istriani) in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca bandiscono un concorso volto a promuovere l’educazione alla cittadinanza europea e sollecitare l’approfondimento della storia italiana attraverso una migliore conoscenza dei rapporti storici, geografici e culturali nell’area dell’Adriatico orientale, attenendosi in particolar modo agli aspetti tematici evidenziati nel titolo del concorso.

Destinatari
Il concorso è rivolto a tutte le Istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, della Repubblica italiana e degli Stati dove è previsto e attuato l’insegnamento in lingua italiana.
Al concorso possono partecipare Istituti scolastici, classi, gruppi e singoli alunni che svolgano nel presente anno scolastico 2012-2013 attività di studio e ricerca volti all’innovazione della didattica e che producano materiali, contributi e sussidi sull’argomento oggetto del bando.
Non è posto limite all’ambito temporale o territoriale purché esso riguardi le vicende storiche e culturali italiane dell’Adriatico orientale.
I partecipanti potranno liberamente scegliere le forme e i mezzi di comunicazione nel rispetto delle caratteristiche più avanti indicate.

Finalità
Lo scopo del concorso è l’approfondimento nello studio della storia, della cultura e delle tradizioni italiane dell’Adriatico orientale attraverso fonti scritte, orali e materiali; quindi non solo fonti d’archivio, ma anche della memoria, attingendo alle testimonianze orali.
Il concorso, inoltre, si pone l’obiettivo di valorizzare il lavoro svolto da insegnanti e studenti all’interno dei singoli progetti educativi di istituto e della progettazione didattica annuale di classe.
Una commissione selezionerà i lavori più significativi, e gli insegnanti proponenti, eventualmente con una delegazione rappresentativa della classe o del gruppo di studenti, saranno chiamati ad illustrarli nel corso di una manifestazione legata al Giorno del Ricordo 2013.

Caratteristiche dei lavori candidati
I lavori potranno essere presentati come testi, ipertesti, illustrazioni grafiche e video e dovranno essere prodotti in formato compatibile con i più diffusi sistemi di lettura e riproduzione. Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica

Scuola primaria e secondaria di primo grado
I lavori presentati non dovranno superare le 15.000 battute, se in formato testuale, e i 15 minuti di durata in forma video. Sono ammessi anche lavori che sono stati già pubblicati o divulgati, senza scopo di lucro, con finalità didattiche.
Scuola secondaria di secondo grado
I lavori presentati non dovranno superare le 40.000 battute, se in formato testuale, e i 20 minuti di durata in forma video. Sono ammessi anche lavori che sono stati già pubblicati o divulgati, senza scopo di lucro, con finalità didattiche.

Modalità di partecipazione
Gli Istituti, le classi, i gruppi o i singoli alunni che intendono partecipare al concorso dovranno compilare il modulo di partecipazione allegato al presente bando, sottoscritto dal legale rappresentante dell’istituzione scolastica, e inviarlo via mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o via fax al numero 040 639161 entro la data del 10 dicembre 2012.

L’invio del modulo di partecipazione consentirà di programmare al meglio le fasi ulteriori del concorso. Il mancato inoltro, tuttavia, non costituirà impedimento all’invio dei lavori entro la data sottoindicata.
I lavori dovranno essere inviati per posta al MIUR (Ministero Istruzione Università e Ricerca) viale Trastevere, 76/A – 00153 ROMA, Direzione Generale per gli Ordinamenti scolastici e per l’ Autonomia scolastica, alla c.a. della dott.ssa Caterina Spezzano entro il 10 gennaio 2013, con allegato il modulo di partecipazione completo di tutti i dati.
La mancanza del modulo allegato ai lavori presentati comporterà l’esclusione dal concorso. Farà fede la data del timbro postale.

Gli elaborati partecipanti al concorso non saranno restituiti al mittente.
Giuria del concorso, criteri di valutazione, pubblicazione dell’esito
La Giuria sarà composta da tre membri designati dalle Associazioni proponenti e tre indicati dal Ministero. Le valutazioni della commissione sono insindacabili.
La Giuria valuterà i lavori sulla base dei seguenti criteri:
- contenuto e attinenza al tema; - qualità e originalità; - ruolo attivo degli studenti nell’esperienza didattica; - utilizzo di fonti e testimonianze raccolte; - ricaduta formativa dell’esperienza.

Entro il 23 gennaio la Giuria valuterà i lavori candidati ed elaborerà una graduatoria di merito per le sezioni:
1) Scuola primaria e secondaria di primo grado
2) Scuola secondaria di secondo grado

Rassegna dei lavori presentati
In occasione delle manifestazioni per il “Giorno del Ricordo” del 10 febbraio 2013 gli insegnanti e l’eventuale delegazione rappresentativa della classe saranno invitati a illustrare i lavori presentati e premiati, le finalità e gli obiettivi formativi perseguiti nel corso dell’esperienza. Direzione Generale per gli Ordinamenti Scolastici e per l’Autonomia Scolastica

Premi
I premi per gli studenti consisteranno, anche, in dispositivi multimediali e per gli insegnanti in pubblicazioni.

Per eventuali chiarimenti rivolgersi a:
Prof. Maria Elena Depetroni: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Prof. Chiara Vigini: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

 
761 - Il Piccolo 07/12/12 - Protesta l'Associazione Venezia Giulia e Dalmazia per l'identità "rubata" dell'"Atleta di Lussino testimonial al Louvre dell'orgoglio croato.
L'ATLETA DI LUSSINO "TESTIMONIAL" AL LOUVRE DELL'ORGOGLIO CROATO
Una sala dedicata in esclusiva al gioiello in bronzo del I-II secolo d. C.
Protesta l’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia per l’identità “rubata”

“CROATIE, LA VOICI”
Un intero festival dalla cinema alla cucina L’esibizione al Louvre dell’Atleta di Lussino è iniziata lo scorso 23 novembre e continuerà fino al 25 febbraio 2013. La statua è stata collocata in una posizione privilegiata al piano terra del museo parigino, nell’ala Denon. L’opera sarà visitabile ogni giorno, martedì escluso, dalle 9 del mattino alle 18. In contemporanea con l’esibizione dell’Apossiomene, a Parigi e in altre città transalpine si sta svolgendo il Festival della Croazia in Francia (http://croatielavoici.com). Un festival che, trattando di arte, gastronomia, cinema, scultura, «permette di riscoprire la Croazia in un momento strategico della sua storia, prima del suo ingresso nell’Ue nel luglio 2013», spiegano gli organizzatori. Al museo Rodin, intanto, è ospitata la mostra dedicata alla scultore Ivan Meštrovic.

di Stefano Giantin
«Colui che si deterge», recita la traduzione letterale dal greco antico. «Colui che rende orgogliosa la Croazia», sarebbe oggi una parafrasi più azzeccata. Una parafrasi per descrivere “l’Atleta di Lussino” o “Apoxyomenos croato”, che dir si voglia. Statua del I-II secolo prima di Cristo, ritrovata 16 anni fa davanti alle acque dell’isola di Lussino, che sta gettando nuova e preziosa luce sul patrimonio artistico di Zagabria grazie alla sua esposizione al Louvre di Parigi. Louvre che dedica una sala intera al gioiello artistico arrivato da Lussino, nell’ambito di un più ampio festival della Croazia in Francia, “Croatie, la voici”.
Ed ecco qui anche l’Apossiomene, la cui storia è raccontata nei dettagli dal sito ufficiale del più visitato museo al mondo. Si tratta di «una replica ellenistica o romana di un originale in bronzo della seconda metà-fine del IV secolo a.C.». «Nel 1996, un subacqueo dilettante», il turista belga René Wouters, scendeva per un’esplorazione nelle acque profonde davanti a Lussino, nei pressi dell’isoletta di Vele Orijule/Oriole Grande. «A 45 metri di profondità», Wouters scoprì la statua, adagiata su un letto di sabbia, tra le rocce. Il rinvenimento, illustra il museo parigino, ci dà la «possibilità di ammirare oggi uno dei rari bronzi antichi ancora esistenti».
E il bronzo, sopravvissuto, «ci fornisce una rara e preziosa vista» d’insieme su quest’arte poco conosciuta, che in questo caso coglie il momento in cui l’atleta «rimuove dal corpo gli olii e la sabbia» alzatasi dal pavimento della palestra. Un’opera, alta quasi due metri, riportata alla luce nel 1999 dopo essere finita in mare durante il trasporto, due millenni prima, forse durante una tempesta. Passarono tre anni prima che «gli archeologi croati» fossero in grado di recuperarla dalle profondità e iniziassero a restaurarla, ricorda il sito ufficiale del Louvre. Dopo quasi sette anni di lavori, l’opera bronzea - «straordinaria» la definisce Le Figaro - è finalmente stata restituita alla sua bellezza originaria, dopo un restauro paziente e complicato. Ma qual è la reazione al cospetto dell’Atleta di Lussino dei visitatori francesi e dei turisti stranieri? «È difficile dirlo, perché l’Apoxyomenos è incluso nella collezione permanente» del museo, «non si tratta di una mostra separata e dunque non possiamo conoscere il numero esatto dei visitatori», spiega al telefono da Zagabria Iskra Karnis Vidovic, restauratrice, storica dell’arte e organizzatrice dell’allestimento assieme a Jean-Luc Martinez e Sophie Descamps-Lequime per il Louvre.
Nondimeno, «sappiamo che il Louvre accoglie nove milioni di visitatori all’anno, la statua sarà ospitata al museo per tre mesi». E i conti, sull’enorme platea che potrà ammirare l’Atleta, sono presto fatti. Ma già raggiungere il Louvre è un risultato importante, un successo per l’Istituto per cui lavora Karnis Vidovic e per Zagabria. Un successo non solo per la riuscita dell’opera di ripristino, ma anche per le conoscenze acquisite in corso d’opera. Il restauro «è durato sei anni, abbiamo ricevuto anche un grande sostegno da parte dell’Italia», in particolare «dall’Opificio delle Pietre Dure» di Firenze, sottolinea la storica dell’arte.
«Possiamo dire di avere imparato molto e attraverso questo progetto abbiamo sviluppato una rete di contatti con esperti e istituzioni», spiega. «Siamo orgogliosi di questo restauro», assicura. E orgogliosi anche perché lo sbarco al Louvre è dipeso da un «invito da parte del Louvre. L’intenzione della Croazia – chiarisce Karnis Vidovic - non era quella di esibire la statua in giro per il mondo, ma di invitare esperti e turisti a visitarla nel nostro Paese. I francesi hanno richiesto la statua», segno dell’importanza e del valore artistico dell’opera.
E, dopo la fine della mostra al Louvre nel febbraio 2013, quale sarà il futuro dell’Apoxyomenos? «La statua tornerà in Croazia», assicura Karnis Vidovic, «e sarà esposta a Lussino, in un piccolo museo a un passo dal mare», Palazzo Quarnero a Lussinpiccolo. «E sarà un “one man show”, un museo dedicato solo alla statua», conclude. Ma mentre il bronzo inorgoglisce la Croazia e suscita vivissimo interesse in Francia, sul versante cisalpino c’è spazio anche per qualche polemica. «Anche lo splendido Atleta si è visto attribuire la cittadinanza croata, benché sia copia romana del I secolo a.C. da originale greco forse del IV secolo.
Per analogia, Diocleziano a breve avrà la carta d’identità croata, essendo nato a Salona, in Dalmazia», si legge sul sito web dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, a commento di un recente articolo de “La Voce del Popolo” che annunciava lo sbarco al Louvre dell’opera d’arte. «La definizione non è in se stessa illegittima, perché l’Atleta è stato trovato in Croazia, è proprietà del governo croato, e quindi, usando l’aggettivo in senso moderno, può ben essere definito croato. Certo, forse non è la migliore possibile, proprio perché si presta a interpretazioni equivoche specie se ci sono in gioco dolorose contrapposizioni nazionali», spiega il professor Ludovico Rebaudo, autorevole docente di storia dell’arte classica all’università di Udine. «Se vogliamo essere pignoli, il bronzo è greco come ambito culturale, romano per cronologia e croato per appartenenza odierna».
Dice ancora l’esperto: «Quando l’Atleta è stato esposto a Palazzo Medici a Firenze gli organizzatori avevano usato l’espressione Atleta di Croazia. Sembra la stessa cosa, ma non lo è. È un’espressione molto più neutra, perché è normale citare le opere d’arte in base al luogo di conservazione (l’Atleta di Vienna, il Kouros di New York) e perché la definizione richiama precedenti famosi. Uno per tutti, visto che la mostra è a Parigi: il Gran Cammeo di Francia, che certo francese non è, ma si chiama così da secoli». «Meglio», conclude Rebaudo, «non caricare la scelta di un aggettivo di significati eccessivi. Non dimentichiamo che la mostra è stata organizzata» nell’ambito di “Croatie, la voici”, «e gli organizzatori hanno, come dire, tirato l’acqua al loro mulino, insistendo sull’oggi. Sul fatto che l’Atleta tornerà in Croazia «e lì i turisti, se vorranno, potranno andare a vederlo».

 

762 - La Voce del Popolo 06/12/12 Pola - Sergio Endrigo: Siamo riusciti a trovare il meglio che attualmente Pola possa offrire
SERGIO ENDRIGO. NE PARLIAMO CON EDI CUKERIĆ, ANIMA DEL PROGETTO CHE HA PORTATO AL DOPPIO CD
Siamo riusciti a trovare il meglio che attualmente Pola possa offrire
Evento d’eccezione, più unico che raro, domani sera alla Comunità degli Italiani di Pola (inizio alle 20, ingresso libero), con la presentazione del doppio CD “1947 – Hommage a Sergio Endrigo”, dedicato al celebre cantautore polese di fama mondiale, scomparso a Roma nel 2007. Lo spiritus movens di questo lungo e impegnativo progetto, che dall’idea iniziale è durato ben sette anni, è stato il produttore musicale Edi Cukerić, che si è concesso a una chiacchierata, illustrando per filo e per segno ogni... passo che ha portato alla realizzazione di questo doppio CD, che “deve essere inteso come un documento”, le impressioni sul cantautore, per poi infine svelare qualche interessante aneddoto legato ad alcuni dei tanti musicisti impegnati nell’ambizioso progetto.


Si tratta ovviamente di un’idea particolare, infine realizzata grazie a grossi sforzi. Da dove dunque l’ispirazione?


“L’idea è nata nel 2005 dal sottoscritto, che doveva curare la parte musicale, e dal designer Mauro Ferlin, impegnato nell’identità visiva. L’intento iniziale, dopo aver contattato telefonicamente Endrigo, era quello di incidere un album con delle sue nuove canzoni, però eseguite da musicisti polesi. Purtroppo nel frattempo il cantautore è scomparso, e ci siamo presi un anno di riflessione. Due anni dopo, comunque, abbiamo attuato il “piano B”: dedicare un hommage ad Endrigo, ovvero incidere i suoi vecchi brani coinvolgendo tutta la scena culturale della città di Pola: Società artistico-culturali, studenti di musica dell’Università “Juraj Dobrila”, poeti e scrittori, artisti di strada, attori, coreografi, registi, e ovviamente singoli cantanti, musicisti e band.
In questi anni abbiamo avuto una miriade di problemi, in primo luogo finanziari. Forse non è stato un male, in quanto ci siamo trovati con del tempo a disposizione, per cui siamo stati in grado di allargare il progetto, ovvero gli appetiti. Complessivamente alla realizzazione del doppio CD, compresa tutta la logistica, hanno preso parte oltre 200 persone.
La compilation comprende 31 brani, di cui solamente due in croato, “Rasipne ruke”, ovvero il rifacimento del brano di Endrigo “Mani bucate”, interpretato in una nuova versione da Arsen Dedić, che tra l’altro si è definito “il fratello” del cantautore polese. La seconda invece è “Kud plovi ovaj brod”, cantata da Endrigo al Festival di Spalato nel 70’.


- La scelta degli artisti è stata tua, come pure dei brani proposti agli stessi per interpretarli...

 

“Ho cercato di amalgamare tutti i segmenti conoscendo le qualità delle persone con cui avrei collaborato, e di queste già diverse avevano modo di conoscere il lavoro svolto da Endrigo. Mi dispiace per il fatto che non tutti coloro che avrei voluto presentare sul CD, per vari motivi, non hanno potuto farlo. Nell’insieme, comunque, sono del parere che siamo riusciti a trovare il meglio che Pola in questo momento possa offrire.”


- Un pensiero in generale sul cantautore?


“Endrigo è l’unica persona che ha saputo presentare Pola esibendosi nel globo intero, riuscendo ad acquisire una carriera di fama mondiale. Purtroppo il suo lavoro, specialmente in Italia, dove viveva dal 1947 in seguito all’esodo (è partito da Pola all’età di 14 anni), è stato spesso trascurato. È stato marginalizzato pure dalle nostre parti, dove vengono stimati maggiormente gli artisti “in transizione”, James Joyce tanto per fare un esempio.
Tra l’altro, Endrigo è stato l’unico polese a vincere il festival di Sanremo nel ‘68 (assieme a Roberto Carlos con “Canzone per tè”), ed è sempre rimasto legato alla propria città natia, anche musicalmente. A conferma di tanto i brani “1947” e “L’Arca di Noè”, che si riferiscono alle ferite dell’esodo. Non tutti sanno, inoltre, che il cantautore era legato familiarmente al compositore Antonio Smareglia, e che il padre era un noto tenore, pittore e scultore, i cui monumenti, visitati da Endrigo nel ‘63 quanto è ritornato per la prima volta a Pola, figurano ancora oggi al cimitero cittadino.”


- Ti ricordi di qualche aneddoto legato all’incisione del CD?


“Il primo è legato al musicista di strada “Cile – Cigo one man band”, che per incidere la canzone ha dovuto accorciare i cavi legati alle scarpe grazie ai quali si “trasforma” in orchestra suonando numerosi strumenti. L’incisione dunque è stata rimandata per il giorno successivo. Inoltre ci sono state delle difficoltà in quanto “Cile” è abituato a suonare camminando, e non essere statico come richiedono le necessità nello studio.
Il secondo aneddoto riguarda il tenore Alessandro Ghersin della “Lino Mariani”. Alla domanda se avrebbe voluto incidere un brano di Endrigo mi ha risposto: “no gò tempo!” Ma come, se lei è in pensione?
Ho dovuto recarmi alla CI, durante una delle sue prove, e mi è servita un’oretta per convincerlo. Infine, una volta entrato in studio al “Rojc” si è comportato come un vero professionista, e assieme a Dario Marušić, con il quale ha cantato, è stato perfetto.”


- Dei nuovi progetti nel futuro in omaggio al cantautore?


“Oltre alla scultura nel parco a lui intitolato e all’uscita di questo CD, spero che questo progetto possa proseguire. Per l’anno prossimo, anche se è ancora troppo presto per parlarne in dettaglio, abbiamo l’intenzione di organizzare un concerto con dei musicisti italiani e giovani cantautori dell’intera nostra regione.”
Fredy Poropat

 

763 - La Voce del Popolo 07/12/12 Asilo CNI, "Zara ci ripensi"
Asilo CNI, “Zara ci ripensi”
ZAGABRIA | Il Consiglio nazionale delle minoranze ritiene inaccettabile qualsiasi trattamento discriminatorio in base all’appartenenza etnica, per cui invita la Città di Zara a ridiscutere la questione del cofinanziamento del programma della scuola materna in lingua italiana “Pinocchio”, applicando criteri uguali a quelli previsti per il cofinanziamento dei programmi negli altri asili infantili presenti a Zara.
Inoltre, il Consiglio nazionale delle minoranze ritiene inaccettabile la previa verifica dell’appartenenza nazionale dei genitori che vogliono iscrivere i figli nel programma di educazione prescolare in lingua italiana. È questa la conclusione cui sono giunti i membri del Consiglio delle minoranze nazionali, i quali sono pervenuti a una posizione unanime dopo l’esaustiva esposizione del deputato della CNI e presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin.
“Ho presentato dettagliatamente il problema, descrivendo i 10 anni del complesso iter seguito per giungere alla fondazione dell’asilo d’infanzia, voluto fortemente dalla Comunità degli Italiani di Zara per le necessità della CNI ivi residente”, ha spiegato Radin alla fine della riunione. Dopo i lavori di riassetto dell’edificio (acquistato dall’UI) e la registrazione della scuola materna “Pinocchio”, la CI di Zara si è rivolta alla Città per richiedere il cofinanziamento del programma, come fanno tutte le istituzioni prescolari in Croazia.
Ma la risposta giunta dalla Città è stata che intende appoggiare il lavoro di questa istituzione solamente se il numero dei bambini che la frequenteranno non si discosterà molto da quello degli asili della maggioranza. Inoltre, il sindaco ha precisato che se l’asilo è frequentato anche da bambini della maggioranza, i programmi educativi devono essere svolti in lingua croata e nella scrittura latina.
“Le due asserzioni sono in netto contrasto sia con la Legge costituzionale sui diritti delle minoranze nazionali sia con la Legge sull’educazione e istruzione nella lingua e nella scrittura degli appartenenti alle comunità nazionali”, ha puntualizzato l’onorevole Furio Radin, spiegando che “la Legge sull’istruzione non pone limiti numerici: dunque se si tratta di una scuola della minoranza, la classe può essere composta anche da solo uno o due alunni”.
Il presidente dell’UI si è richiamato durante il proprio intervento all’Accordo italo-croato inerente ai diritti delle minoranze e alla Legge sull’istruzione della Repubblica di Croazia (con cui si sancisce che l’educazione prescolare dei figli degli appartenenti alle minoranze nazionali si realizza in armonia con la Legge stessa), “che non contemplano né limitazioni numeriche né verifiche etniche”.
Subito dopo l’intervento di Furio Radin, i membri del Consiglio hanno all’unanimità deciso di invitare la Città di Zara a ridiscutere in merito al cofinanziamento dei programmi del “Pinocchio”.
Erika Blečić

 

764 - Corriere della Sera Sette 29/11/12 Cavalli di razza - E' in arrivo un bambino molto speciale, La mamma è figlia di un`italiana d`Istria e di un africano del Mali764 -
Gian Antonio Stella / Cavalli di razza
È in arrivo un bambino molto speciale
La mamma è figlia di un`italiana d`Istria e di un africano del Mali, il padre è figlio di una slovena e di un istro-croato. Sarà il trionfo dell`amore sui nazionalismi
Cicogna In volo
Il bimbo che nascerà si chiamerà Etienne se sarà maschio, Marisol se sarà femmina.
Quasi sessant`anni dopo l`inizio dell`esodo degli italiani dall`Istria e dalla Dalmazia, venti dopo l`inizio della guerra in Bosnia e l`ingresso all`Onu della Slovenia indipendente, sta per nascere a Capodistria un bambino speciale. C`è chi dirà che tutti i bambini sono speciali. Ed è vero. Ma questo, in una terra di confine che è stata teatro di odi, lutti e angherie, è un po` più speciale di tutti gli altri. La mamma, una bella e solare trentenne laureata in scienze politiche a Trieste, si chiama Clio Diabatè, è la responsabile dei progetti europei dell`Unione degli Italiani, la comunità dei nostri connazionali dell`Istria e della Dalmazia, ha fatto le elementari, le medie e i primi due anni delle superiori alla scuola italiana di Capodistria e gli altri tre al Collegio del Mondo Unito di Duino. L`Istituto che accoglie i ragazzi di assoluta eccellenza di tutto il mondo che poi, regolarmente, ci facciamo soffiare dalle più importanti università del pianeta riuscendo a trattenerne soltanto una piccola parte. Innamorata dell`Italia, della letteratura italiana, della cultura italiana, Clio è figlia di un`italiana d`Istria di nome Ondina e di un africano del Mali di nome Dirama che si erano conosciuti durante gli studi universitari a Lubiana. A una certa età («piuttosto tardi, devo dire», ride) si è accorta ovviamente di essere nera ma si sente italiana, e non solo per l`eccellente italiano che parla con accento istriano, più di qualunque altro italiano nato a Urbino, Benevento o Busto Arsizio. Al punto che un paio d`anni fa si arrabbiò più di tutti per la stupefacente sparata di Boris Pahor, l`autore di Necropoli che, pur avendo provato sulla propria pelle il razzismo fascista e successivamente l`ostilità contro gli slavi della destra iper-nazionalista di Trieste a lungo roccaforte delMovimento Sociale Italiano, si avventurò a esprimere la sua delusione per la "debole identità nazionale del popolo sloveno" spiegando: «Guardate cosa succede a Pirano, dove hanno eletto un sindaco di colore». «Questo non le va a genio?», gli chiese il giornalista del Primorske novice che lo intervistava. Rispose: «Abbiamo sofferto così tanto per quel fazzoletto di terra, e adesso ti ritrovi con un sindaco negro. Dio mio dove è finita l`identità nazionale? Non c`e l`ho con le persone di colore. Ma se già vai a eleggere un non-sloveno, tanto valeva eleggere un membro della Comunità italiana che lì risiede. Il fatto di eleggere a sindaco uno straniero non è un buon segno...».
TRE VOLTE OFFESA. Quel giorno Clio, che aveva vissuto con emozione l`elezione del ghanese Peter Bossman alla guida del Comune natale del grande violinista compositore Giuseppe Tartini, disse di essersi «sentita offesa tre volte: come italiana, come nera e come istriana». C`è da capirla. L`Istria, infatti, piaccia o non piaccia ai nazionalisti italiani che cercarono di italianizzarla completamente negando la componente slava ai tempi di Benito Mussolini, e piaccia o non piaccia ai nazionalisti sloveni e croati che hanno cercato di slovenizzarla e croatizzarla poi, è da sempre una terra mista. Dove convivono culture diverse non solo nello stesso paesino o nella stessa contrada ma nelle stesse persone. Un esempio? Fulvio Tomizza, che aveva il papà italiano e la mamma slava e raccontò la tragedia sua e del suo paese in quel libro bellissimo che è Materada. Il compagno di Clio, al quale la nostra italiana d`Istria sta per regalare la creatura che porta in grembo, si chiama Klemen, fa il cameriere ed è a sua volta figlio di una slovena e dì un istro-croato. La creatura in arrivo se sarà un bambino si chiamerà (alla francese) Etienne, se sarà una bambina (alla spagnola) Marisol. E con la sua stessa esistenza sarà la testimonianza di come l`amore possa vincere sul nazionalismo fanatico dell`una e dell`altra parte.



765 - CDM Arcipelago Adriatico 04/12/12 Marino Bonifacio e i suoi studi sui dialetti e i cognomi istriani
MARINO BONIFACIO E I SUOI STUDI SUI DIALETTI E I COGNOMI ISTRIANI
Tutti conosciamo Marino Bonifacio, specie per i suoi scritti sui cognomi istriani sui nostri giornali, ma pochi sanno chi è veramente perché è un signore riservato e schivo, totalmente dedito ai suoi studi, grazie ai quali gli è stato attribuito quest’anno il PREMIO TANZELLA per il libro “Cognomi del comune di Pirano e dell’Istria”, vol. IV, con la motivazione: “Un ponderoso lavoro di ricerca sui cognomi delle comunità di Pirano e dell’Istria dove l’autore, con certosino impegno, descrive la storia di ogni famiglia attraverso il cognome, che è la carta d’identità del nostro passato”. E, dal momento che anch’io desideravo conoscere meglio questo personaggio del nostro mondo culturale, mi sono messa in contatto con lui e ne ho ricavato le informazioni che seguono, e che egli mi ha gentilmente e volentieri fornito.
Marino è nato a Pirano nel 1941 e vi ha frequentato, nel periodo 1947 / 51, le prime quattro classi della scuola elementare “Dopodiché - mi racconta - secondo il nuovo sistema scolastico ottennale, instaurato nel 1951 dalla Jugoslavia anche nelle scuole della Zona B dell’Istria, avrei dovuto frequentare altre quattro classi. Mi fermai invece ai primi due mesi della 3a ottennale, perché il 28 novembre 1953 esodai con la mia famiglia a Trieste, a causa delle continue persecuzioni del regime jugoslavo sugli italiani della Zona B”.


In Italia ha poi proseguito gli studi?


In Italia, nell’anno successivo all’esodo, il 1954 / 55, ho frequentato la 3a classe dell’Avviamento Industriale ad indirizzo Marinaro di Grado e nel 1955 / 56, la 1a classe dell’Istituto Tecnico Industriale Alessandro Volta di Trieste, dopo la quale ho abbandonato gli studi per andare a lavorare.


Quale occupazione scelse?


Mi imbarcai sulle navi passeggeri della Società di Navigazione Adriatica di Venezia come ragazzo di camera e poi come cambusiere. I viaggi - di 12 giorni - si svolgevano nel Mar Mediterraneo con scali a Venezia e a Genova.
Continuai così per 21 anni, dal 1960 al 1981. Già in questo periodo cominciai però a interessarmi dei cognomi e dei dialetti istriani, studiando di notte perché di giorno dovevo lavorare. Infine mi sbarcai e trovai un’occupazione a terra per proseguire i miei studi con maggiore facilità.


Si può dunque dire che il suo interessamento ai cognomi e ai dialetti istriani è “antico”, come la sua collaborazione con diversi giornali degli esuli. Io la leggo in particola su La Nuova Voce
Giuliana ma lei collabora anche con altre riviste; quali sono?


Oltre che su La Nuova Voce Giuliana, attualmente scrivo sui cognomi istriani pure sui periodici L’Eco de Piram, Umago Viva e sulla rivista scientifica semestrale Tempi & Cultura. Per anni ho scritto poi anche su La Sveglia di Capodistria, In Strada Granda di Parenzo, La Voce della Famia Ruvignisa, La Voce di San Giorgio di Pirano, Isola Nostra, Unione degli Istriani e altri ancora, che poi ho dovuto man mano lasciare per ragioni di tempo, d’età e di salute.


Oltre allo studio sui cognomi lei ha approfondito anche quello sui dialetti istriani; sono due interessi indipendenti l’uno dall’altro o uno dei due è stato la logica prosecuzione e completamento dell’altro?


Quale dei due interessi è nato prima e come ha cominciato ad occuparsene? I cognomi e i dialetti sono strettamente intercollegati, gli uni dipendenti dagli altri, complementari, essendo il cognome e il dialetto le parti più intime di ogni essere umano, i due elementi-base che determinano l’identità storica di ogni individuo, per cui ho cominciato ad occuparmene contemporaneamente dal 1978/79 in poi. E’ uno studio che da interesse è diventato passione, passione storica, perché l’onomastica cognominale-nominale - cioè l’insieme dei cognomi, nomi, soprannomi e il loro studio - e la dialettologia sono interconnesse e sussidiarie della toponomastica, della demografia, della statistica, della geografia, dell’araldica, della religione, delle lingue, degli usi, dei costumi, delle tradizioni, ecc. di un popolo; lo dimostrano i due piccoli esempi che seguono. Il cognome istriano di Umago: Balànza, equivalente a quello italiano Bilància, deriva dalla voce dialettale istriana balànza / balànsa “bilància”, mentre l’altro cognome istriano di Rovigno: Dapisìn ha origine dal toponimo Pisìn “Pisìno”, attestato dal 929 come Castrum Pisinum, risalente a sua volta al latino opacinus, “che sta a bacìo, rivolto a settentrione”. Sappiamo inoltre che il veneto attuale di Trieste ha un sostrato (base antica originaria) friulano mentre il veneto dell’Istria veneta (da Capodistria a Pola, incluse le zone interne fino a Pinguente, Rozzo e Pisino) risale al venetico (veneto antico del VII-IV secolo a. C.) intanto che il veneto dell’Istria orientale, del Quarnero e della Dalmazia ha un sostrato dalmatico (idioma romanzo parlato prima della venetizzazione
ad opera di Venezia, avvenuta specie dal XV secolo in poi).


Signor Bonifacio, lei ha veramente acquisito una grande quantità di conoscenze. E i suoi meriti sono moltiplicati dal fatto che li ha ottenuti come autodidatta ma, quali sono le fonti di questo suo sapere?


Le fonti cui attingo per i miei studi sono varie, iniziando dai documenti del Chartularium I e II, raccolta di circa 900 documenti medioevali di Pirano del ‘200 e ‘300 ad opera di Camillo de Franceschi, tratti dall’Archivio di Pirano, il più ricco dell’Istria, ove giacciono, tuttora inediti, altri 9000 strumenti notarili, contratti di vendita, testamenti, ecc. che vanno dal ‘200 al ‘600. C’è poi il Codice Diplomatico Istriano, contenente circa 1500 documenti dal 50 d. C. al 1500, raccolti da Pietro Kandler, a cui vanno aggiunti i libri matrimoniali e i necrologi sui diversi giornali (per primo “Il Piccolo” di Trieste). Come tutti gli studiosi mi avvalgo pure delle informazioni orali e per corrispondenza, oltre che di Internet (rubriche sui cognomi, segnalazioni, ecc.). Per farsi un’idea del tipo e numero di fonti di cui mi servo, veda ad esempio nel libro Cognomi del comune di Pirano e dell’Istria (IV), Pirano 2011, le Abbreviazioni bibliografiche alle pp. 241-251.


Oltre che autore di articoli sui vari giornali degli esuli e anche dei rimasti - lei è autore di diversi volumi; vorrebbe gentilmente elencarne i titoli?


Ho pubblicato quattro libri sui Cognomi del comune di Pirano e dell’Istria nel 1996, 1998, 2000, 2011, con la Comunità degli italiani di Pirano (nel cui mensile Il Trillo ho pure scritto sui cognomi), grazie all’iniziativa e al sostegno della mia concittadina coetanea Ondina Benedetti Lusa, rimasta
sul posto, con la quale sono in contatto e collaboro dal 1981, perché anche lei è interessata, oltre che allo studio dei cognomi della popolazione istriana, alla conservazione delle nostre tradizioni e del nostro dialetto. Assieme abbiamo scritto I due volumetti sul dialetto piranese Le perle del nostro dialetto, contenenti proverbi, filastrocche, detti, favole, ecc. Nel volume I (2004), di 488 pagine, c’è anche un importante Dizionarietto piranese-italiano.
Ho pure scritto sulle saline di Pirano nel volume El sal de Piran, Pirano 2000; sulla brazzera piranese in El mar de Piran, Pirano 2006; e, essendo figlio di un salinaio, pescatore e marittimo, nonché agricoltore, ho trattato La vendemmia e la vinificazione a Pirano fino al 1955 nel libro
Vent’anni della festa del vin 1989-2008, Pirano 2009.
Tra i libri pubblicati a Trieste cito i due fondamentali volumi Cognomi dell’Istria: storia e dialetti, con speciale riguardo a Rovigno e Pirano, Trieste 1997 (recensito da Gianni Giuricin) e Cognomi triestini: origini, storia, etimologia, Trieste 2004, recensito dal prof. Mario Zanini su La nuova Voce Giuliana n. 150 d.d.16/2/2007, dai quali risulta che i cognomi italiani più frequenti a Trieste sono quelli istriani, di cui avevo già trattato in 12 puntate su I cognomi di Trieste, pubblicate su altrettanti numeri del settimanale triestino Il Meridiano tra il 7/9/1996 e il 23/11/1996. Ho pure scritto sui cognomi istriani, quarnerini e dalmati presenti da Trieste a Ragusa in 21 puntate nel quindicinale italiano di Fiume Panorama tra il 2009 e il 2011.
Un elenco abbastanza aggiornato sui lavori finora da me pubblicati appare nel II vol. di Le perle del nostro dialetto e nel Piccolo dizionario del dialetto umaghese, Trieste 2011, nella cui nell’Introduzione ho dimostrato come i dialetti istriani siano soltanto in apparenza simili al triestino e al veneziano. Ad esempio, a Trieste il brodétto di pesce si chiama brodéto, in Istria brovéto / boréto / brudíto e a Venezia broéto. La lancetta dell’orologio detta a Trieste e a Venezia sfèra, in Istria diviene perlopiù squèra.
Io continuo l’opera dello studioso capodistriano Lauro Decarli, recentemente scomparso, la cui vita e i cui scritti sono stati ricordati su La nuova Voce Giuliana n. 253 del 16/1/2012. Egli è il primo uomo di cultura istriano che si sia occupato in modo scientifico dei dialetti istriani dimostrando, con il suo basilare libro Origine del dialetto veneto istriano, Trieste 1976
(citato su “La nuova Voce Giuliana” n. 150 del 16/2/2007) che il veneto istriano (istriano centro-settentrionale) non è stato trapiantato dai veneziani in Istria, ma è autoctono, al pari dell’istrioto, cioè dell’istriano meridionale (rovignese, ecc.). Va anche precisato che in
triestino non c’è distinzione tra e / o chiuse e aperte ossia tra ré (sovrano) e rè (seconda nota musicale) e tra tóni (tuòni atmosferici) e Tòni (Antònio), come invece avviene nel veneto istriano al pari del veneto euganeo, del toscano e dell’italiano.


Se non erro, tutti o quasi i suoi volumi sono stati pubblicati a cura delle Comunità degli Italiani di Croazia e Slovenia, dove è più conosciuto che in Italia. Come spiega questa situazione?


Sono più conosciuto in Istria perché vi ho trovato le persone con la stessa mia passione, che mi hanno sostenuto nelle pubblicazioni sui cognomi e sui dialetti istriani, nonché sulla marineria, sulle saline e altro, situazione verificatasi in tono minore a Trieste.


L’interesse, la passione, che lei esprime anche attraverso il tono della voce, per cognomi e dialetti sono sostenute e alimentate anche da qualcosa di più profondo?


Io penso, signora Carmen, che ogni popolo cacciato dalla propria terra e disperso per il mondo ha il dovere di reagire onde spiegare a se stesso e al popolo che l’ha cacciato e sostituito in un dato territorio qual è la propria storia e la propria identità storica. I popoli che non sanno rinnovarsi e che non sanno dire chi sono, sono soggetti a scomparire inesorabilmente nel silenzio. Per questo motivo noi Istriani, Quarnerini e Dalmati dobbiamo studiare umilmente e riscoprire la nostra storia, i nostri costumi, le nostre tradizioni, i nostri cognomi, i nostri dialetti affinché il patrimonio storico-culturale ereditato dai nostri avi non vada perduto ma sia trasmesso ai nostri discendenti oggi sparsi in ogni angolo della terra.


Sono d’accordo con lei. E’ questa la ragione per la quale anch’io scrivo ed
organizzo eventi culturali.
Grazie
Carmen Palazzolo Debianchi

 

766 – La Voce del Popolo 06/12/12 Cultura - Lussino 1820-1945, cantiere di «imprenditori coraggiosi
ALLESTITA A TRIESTE UNA MOSTRA SUGLI SQUERI STORICI DELL'ISOLA, CURATA DA RITA CRAMER GIOVANNINI DEGLI IVAMCHICH
Lussino 1820-1945, cantiere di «imprenditori coraggiosi
In una galoppata attraverso i secoli ricorrono i nomi di alcune «dinastie», come Martinolich, i Cattarinich, I Peranovich e Vidulich, i Tarabocchia...
TRIESTE | La Comunità di Lussinpiccolo, associazione italiana dei lussignani non più residenti sull’isola, ha voluto proporre a Trieste una mostra particolare sui cantieri storici di Lussino, curata e allestita da Rita Cramer Giovannini degli Ivancich, membro del direttivo del sodalizio e della redazione del Foglio “Lussino”. L’esposizione è stata aperta allo Yacht Club Adriaco, presieduto da Nicolò de Manzini, presente all’apertura con la sorella Antonia, entrambi figli di Franca Vidulich, a sua volta figlia del capitano Arturo Vidulich, tutti lussignani doc. Da domani, 7 dicembre, l’evento si “sposta” al Museo del Mare di Trieste.
Non hanno voluto mancare all’inaugurazione i rappresentanti dei titolari di parecchi cantieri lussignani, tra cui, per quello dei Cattarinich, Vittorio, Antonio e Oliviero, giunto da Sanremo; per il Picinich c’erano invece Ottavio, figlio di Marino e nipote del fondatore del cantiere e Loretta Piccini Mazzaroli; per il cantiere Martinolich c’era Doretta Martinoli Massa, figlia di Nicolò Martinoli.
E poi sono accorsi tanti altri esuli lussignani e loro discendenti, come Licia Giadrossi - Gloria Tamaro, direttore responsabile del foglio “Lussino”, Lorenzo Rovis, presidente dell’Associazione delle Comunità Istriane, Paolo Giovannini Ivancich, con la sorella Marina, dei quali il famoso Massimo Ivancich era il trisavolo. Questi ultimi sono anche i fortunati possessori di un suo manoscritto d’epoca sui fatti di Lussino, cimelio della seconda metà dell’Ottocento.
Tanti i membri della Comunità di Lussinpiccolo che hanno aderito all’appuntamento, tra cui Bianca Maria Suttora, Alessandro Giadrossi, Renata Favrini, Carmen Palazzolo, Cesare Tarabocchia, Tullio Pizzetti e tanti altri.
La mostra ripercorre la storia dei cantieri navali di Lussino, a partire dagli inizi del 1800, quando appunto cominciano a sorgere i primi cantieri navali. In precedenza, invece, le grandi compagnie armatoriali dell’isola ordinavano o acquistavano i loro bastimenti a Venezia, Trieste, Fiume, Chioggia e Curzola. Quindi decisero di provvedere da sé.
Nel 1850 si ebbe il boom della cantieristica lussignana, mentre dopo il 1870 i cantieri lussignani si trovarono senza ordini, languirono e in seguito chiusero o si riconvertirono ad altro tipo di naviglio. Sisto Cattarinich fu il primo “proto” a trasformare a Lussinpiccolo l’omonimo squero in cantiere, nel 1824, con la costruzione di un piccolo veliero di poco più 200 tonnellate; proseguì con una media di una o due imbarcazioni all’anno, fino al 1838, quando varò ben quattro imbarcazioni per un totale di 1.300 tonnellate. Giuseppe Cattarinich continuò l’opera fino al 1846. Poi il cantiere venne chiuso e riattato da Beppo Proto, tra il 1864 e il 1868, in produzione tra il 1877 e il 1880. I Cattarinich costruirono in questo arco di tempo 48 velieri. Nel 1850 Marco Martinolich “Colonich”, in secondo squero, diede il via alla costruzione di velieri e andò avanti fino al 1858. Dopo una breve interruzione, nel 1862 la riprese Nicoletto Proto, seguito dal figlio Marco Umile Martinolich, che costruì navi in ferro e a vapore. Tra il 1850 e il 1914, tra velieri e piroscafi vennero varate 168 imbarcazioni. Successivamente la direzione del cantiere fu presa dal figlio di Marco Umile, l’ing. Nicolò Martinoli, che lo condusse fino al 1940, anno in cui lo cedette al Gruppo Fratelli Messina di Genova.
Antonio Romano Cosulich, aprì il suo cantiere a Velopin nel 1850 e riuscì a costruire un veliero; qualche anno dopo il cantiere fu rilevato da uno Scopinich, che varò 4 velieri tra il 1855 e il 1861. L’anno seguente Nicoletto Proto Martinolich acquisì questo cantiere in cui, nel periodo 1862 – 1880, realizzò 11 velieri. Sempre nel 1850, Giovanni Peranovich, assieme a Melchiorre Vidulich, avviò due cantieri, uno a Prico e l’altro in Valdarche. Questi restarono aperti sette anni.
A Prico nel 1867 il cantiere fu riaperto da Luigi Adriano Tarabochia, che vi costruì nove velieri. Tra il 1888 e il 1889 i Tarabochia ne costruirono altri due. Antonio Tarabochia creò a Sardoceva un piccolo cantiere, che venne rilevato poi da Nicoletto Proto Martinolich, dove si costruirono sette velieri. Nel 1867 Marco Antonio Starcich iniziò la sua attività a Cigale e fino alla sua chiusura costruì 22 imbarcazioni a vela.
Nel 1885 Ottavio Picinich “Jovanizza” si mise all’opera ca Privlaca, realizzando, fino al 1894, otto velieri. Dopo la prima Guerra mondiale, nel 1919, l’azienda prese il nome di Cantiere Piccini. Quando Ottavio morì, il cantiere fu preso in mano dai figli: prima Giuseppe, alla sua morte Marino, che nel 1946 dovette abbandonare, esule, Lussino e il cantiere, che venne nazionalizzato.
Rita Cramer Giovannini propone con questa mostra un’autentica “galoppata” attraverso quasi due secoli, dal 1823 alla fine della Seconda guerra mondiale. L’ideatrice ha avuto l’accuratezza di indicare sulla cartina di Lussinpiccolo la localizzazione dei singoli squeri, cercando di far capire ai visitatori i fattori degli alti e bassi della fortuna della cantieristica lussignana.
Proiettate panoramiche di Dante Lussin, nonché immagini di Antonio Hreglich e Roberto Stuparich, due figure esemplari di capitani marittimi lussignani, che nella loro “carriera di lungo corso” hanno esordito (con il primo imbarco) sui velieri, per finire al comando di famosi transatlantici. Solcare i mari era un lavoro rischioso e durissimo, così come rendere “produttiva” una terra che era tutt’altro che fertile, fatta com’era – e, beninteso, continua a essere – di sassi, di macchia mediterranea densa e “eroi quotidiani”.
Mariano L. Cherubini

 

.___767 – CDM Arcipelago Adriatico 04/12/2012 - Vincenzo Fasolo riproposto dalla Società dalmata di storia patria di Roma
Vincenzo Fasolo riproposto dalla Società dalmata di storia patria di Roma

“Vincenzo Fasolo dalla Dalmazia a Roma”, il volume è stato presentato a Senigallia, in occasione dell’ultimo Raduno dei Dalmati Italiani nel Mondo ad opera della prof.ssa Rita Tolomeo che si è soffermata sulla vita e le opere dell’architetto spalatino dal Catalogo della mostra svoltasi a Roma nei Musei di Villa Torlonia, Casina delle Civette un anno fa.

Ecco un sunto della sua relazione:

“Il volume pubblicato a cura della Società dalmata di storia patria di Roma con il contributo della Legge 296/2006, è articolato in due sezioni: la prima presenta l’architetto Vincenzo Fasolo con alcuni brevi interventi d’apertura: una nota del Presidente della Società dalmata di storia patria di Roma, Marino Zorzi, un breve profilo biografico della famiglia a cura di Bruno Crevato-Selvaggi e Mladen Čulić-Dalbello, un ricordo del nipote omonimo Vincenzo Fasolo e il contributo di Maria Grazia Vodopia, sua allieva. Seguono un corposo saggio di due studiosi Francesco Giovannetti e Francesca Romana Stabile sull’apporto dato da Fasolo all’architettura del Novecento, e gli interventi della dottoressa Alberta Campitelli della Soprintendenza dei Musei di Villa Torlonia e di Maria Grazia Massafra, responsabile del Museo Casina delle Civette, luogo dove si è svolta la mostra.
La seconda sezione contiene il catalogo della mostra stessa. La raccolta del materiale della mostra e il relativo commento sono dell’architetto Vincenzo Fasolo e dell’architetto Irene Castelli, mentre il saggio riguardante i disegni artistici è opera della storica dell’arte Valentina Liberti.

La Società dalmata di Roma ha voluto fortemente realizzare la mostra per rendere omaggio a Vincenzo Fasolo che con slancio aveva aderito alla Società quando questa era stata ricostituita a Roma nell’ormai lontano 1961. Ne era divenuto quasi subito presidente, carica che aveva mantenuto fino alla morte, avvenuta il 6 novembre 1969. Laureatosi in ingegneria civile nel 1909, Fasolo si era diplomato professore di disegno architettonico presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, titolo cui tenne in particolar modo tutta la vita. Fu tra i fondatori della Facoltà di Architettura di Roma, la prima in Italia, di cui fu preside dal 1954 al 1960. Fece parte anche dell’Accademia dei Virtuosi del Pantheon.

Accompagnò alla sua attività di architetto, la passione per la pittura e il disegno come dimostra anche la selezione delle opere che sono state proposte. Splendidi e eleganti disegni che, oltre ad evidenziare l’abilità grafica dell’autore, colgono alcune tematiche di grande interesse che gli furono proprie nel corso della sua lunga carriera. Particolare attenzione meritano i rapporti affettivi e professionali di Fasolo con la sua terra natia. Era nato a Spalato il 5 luglio 1885 da Michelangelo e Andreina Allujevich. Il padre, docente di chimica, si era trasferito in Italia, prima a Cagliari e poi a Foggia; alla sua morte, avvenuta nel 1900, la famiglia si era spostata a Roma, dove Fasolo aveva continuato gli studi e nel 1905 era diventato cittadino del Regno. Alla sua terra era rimasto profondamente legato e ad essa dedicò alcune delle sue opere più sentite: il Palazzo degli italiani di Spalato (1925), il Palazzo del Comune a Zara progettato nel 1929 e la sistemazione della piazza dei Signori (1935-37) nella quale si inserisce il progetto, non realizzato, del Palazzo della Posta. Realizzato in bugnato in pietra liscia di Curzola che per alcuni ricorda il Palazzo della Cancelleria a Roma, il Palazzo del Comune di Zara raggiunge nella torre del Podestà - come scrivono gli architetti Fasolo e Castelli - «il momento architettonico più interessante per l’articolazione delle masse e per i bassorilievi che le adornano, l’inquadramento del portale nel motivo architettonico dell’arco di trionfo ricordato dai quattro pilastri aggettanti su cui poggi la balconata sembrano rimandare all’articolazione della Loggia Sanmichieli». Che Fasolo tenesse conto del carattere delle fabbriche sanmichelesche lo auspicava anche lo studioso zaratino Giuseppe Bersa che in una lettera alle autorità locali conservata nella Biblioteca Scientifica di Zara e, riportata integralmente nel catalogo che raccomandava l’impiego «di un bugnato non molto accentuato». Ma Fasolo, per la sua formazione e l’attività sviluppata all’interno dell’Associazione artistica fra i cultori dell’architettura, era già di per sé attento alla salvaguardia dei valori ambientali e artistici dei quartieri storici, al recupero del valore degli stili non come riproduzione bensì come interpretazione misurata e selettiva, una, per usare le sue parole, traduzione; e il Palazzo del Podestà, che tante polemiche suscitò nei contemporanei, come ci ricordano gli scritti di Gastone Coen, a cui va il nostro affettuoso ricordo, furono un compromesso nell’impiego dei materiali e nelle riproduzioni di alcuni motivi architettonici preesistenti nelle piazze rielaborati secondo le nuove tendenze.

A Roma era già stata organizzata una mostra di litografie di soggetto romano e veneziano, realizzate fra 1965 e 1969, organizzata nel 1971 dall’Accademia di San Luca che lo aveva avuto fra i suoi membri e di cui Fasolo era stato presidente dal 1957 al 1959. La Società dalmata ha voluto inserire la nuova mostra in un contesto legato all’attività di Fasolo che alla ristrutturazione della Casina delle Civette aveva lavorato. I lavori, che gli furono commissionati da principe Giovanni Torlonia a partire dal 1917, rientravano nel più ampio progetto di manutenzione dei diversi fabbricati della villa di proprietà dei Torlonia. La Casina abitazione prediletta del principe (attualmente aperta al pubblico come Museo) era allora il risultato di interventi architettonici diversi che ne facevano un villino eclettico in cui coesistevano tipologie diverse «in voga all’epoca che andavano dal modernismo al Liberty al neomedievale». Gli interventi di Fasolo riuscirono a dare un’identità precisa «configurando un modello di villino che, pur nella feconda diffusione di quegli anni, era destinato a restare ineguagliato per la ricchezza e l’originalità delle invenzioni e per la presenza di un apparato decorativo strettamente connesso alle architetture davvero uniche». Negli splendidi ambienti della casina si è snodato il percorso della mostra, una mostra nella mostra che ha permesso ai visitatori di seguire, attraverso epoche e luoghi, opere e progetti l’attività di Vincenzo Fasolo, ammirarne studi, schizzi, disegni di mobili e di oggetto di arredo, acquarelli. Una ricostruzione dell’uomo, dell’architetto, dell’artista solidamente fondata sui materiali d’archivio cortesemente messi a disposizione dalla famiglia Fasolo”.

Rita Tolomeo

 

768 - La Voce in più Storia Ricerca 01/12/12 Contributi - La monografia sulla famiglia Grisón (seconda e ultima parte)
CONTRIBUTI La monografia sulla famiglia Grisón (seconda e ultima parte)
Problematiche e aspetti dell’Istria rurale in un ottimo esempio di «storia patria»
di Kristjan Knez
Lo studio che presentiamo - “Grisón. Una storia istriana in un cognome. Con partico­lare riferimento alle località di Car- cauze, Villanova di Pirano e Pede- na (autoedizione, Trieste, 2010, pp. 245, prefazione di Marino Bonifa­cio)”, di Michele Grison - contie­ne una ricchezza d’informazioni e di considerazioni che supera ogni aspettativa. Infatti, propone note e ricostruzioni dei tempi andati delle località rurali considerate, elementi preziosi se si considera che l’area in questione non ha conosciuto gran­de fortuna in ambito storiografico. Si tratta dei capitoli “Note storiche sull’abitato di Carcauze” e “Appun­ti storici sulla località di Villanova di Pirano”. Questi contributi sono delle proposte per una ricostruzione cronologica delle due località ove vissero, e vivono tuttora, moltissimi Grison/Grizon.
Tra le valutazioni proposte ri­cordiamo quelle relative al Vicinato San Pietro o vico San Pietro, desti­nato alla vicina San Pietro dell’Ama­ta, che dal 1450 sarebbe divenu­to “Chercavec”/Carcauze. L’auto­re s’interroga su molteplici aspetti, li approfondisce e non da nulla per scontato. Grazie alla consultazione di una svariata documentazione e attraverso l’intreccio dei dati rica­vati è possibile seguire l’evoluzio­ne di questi luoghi. Nel caso speci­fico Grison scrive che “nel 1423 le località sono identificate come ui- cum Sancti Petri e Vicus Sancti Pe­tri e nel 1477, anno in cui le rendite vennero assegnate alla nobile fami­glia Vittori di Capodistria estintasi nel 1855, come Visinà San Pietro” (pp. 75-76) e ancora “dalla seconda metà del XV secolo sembra scom­parire il toponimo Vicinatus Sancti Petri e rimanere in uso solamente Carcauec (o similari)” (p. 76).
Variazioni toponomastiche
E la questione toponomastica rappresenta un altro interesse del­
lo storico e di conseguenza fornisce utili indicazioni. “Il toponimo Car- cauze ha manifestato alcune varian­ti nei secoli, cosicché richiamando quanto detto per Vicinatus nel corso del XIII e XIV secolo, nel 1525 la località è segnalata come Carcanec e Carcauec, nel 1620 Carcauze e Carcauec, così come mantenne Car­cauec nel 1657, 1663, 1686, 1687. Durante una parte del XVII secolo è rappresentato come Carcavec nel
1706, 1752, 1762, come Carcauze nel 1753, 1780, 1797, come Car- cauce nel 1784 e come Carcauzze nel 1799. Durante l’Ottocento ri­torna Carcauze ma anche Carcauz- ze mentre nel Novecento assume le forme di Carcauze, Carcauzze, Ker- kavce, Krkavce, Krkavce e, nel pe­riodo italiano, con il Regio Decreto 29 marzo 1923 n. 800, divenne Car- case. Oggi è Krkavce e l’abitante del luogo viene chiamato Krkocian, KrkoCjancic o Krkucian mentre la borgata viene familiarmente chia­mata dai popolani Kerkuce” (p. 90). Essa era una località con poche ani­me, nel 1580 il cardinale Agostino Valier nella sua visitazione la men­ziona come “Carcauci”.
Una parte «minore» spesso dimenticata
La chiesa del paese fu riedificata e consacrata il 29 maggio 1633 dal vescovo capodistriano Pietro Mora­ri. Dieci anni più tardi questi ordi­nava alle chiese di Padena e di Car- cauze di utilizzare il messale latino come pure nelle chiese dipendenti dalla parrocchia di Paugnano. E si potrebbe continuare, pagine den­se, con citazioni e rimandi alla do­cumentazione più varia permettono di seguire ciò che avvenne in quel­la parte “minore” dell’Istria, mai di­menticando il contesto più ampio.
Non mancano neanche i riferi­menti al periodo più recente, anche questo ricostruito sulla scorta delle fonti archivistiche. Ne riportiamo un passaggio: “dal 1903 al 1915 si assistette ad una lunghissima dia­triba fra i paesani e le varie autorità presenti sul territorio in merito alla sistemazione della casa parrocchia­le e l’erezione di una stalla. La cor­posa busta evidenzia numerose pro­blematiche sorte tra il Municipio di Pirano, il Capitanato Distrettuale di Capodistria, il Podestà di Paugnano (sig. Bartolich), i vari parroci succe­dutisi (Mateuz Skerbec ed Ignazio Pocivalnik), i rappresentanti del Co­mitato di Concorrenza della Parroc­chia di Carcauze (di cui tre nominati dalla Rappresentanza Comunale di Pirano e due da quella di Paugnano) e la Giunta Provinciale dell’Istria. Le spese presunte, i campanilismi fra i vari enti territoriali, i proble­mi procedurali, l’improvvisazione di alcuni amministratori e la trop­pa burocrazia furono degli elementi degeneranti della dialettica che non portarono a risultati concreti se non ad un progressivo deterioramento fra i rappresentanti piranesi del Co­mitato di Concorrenza e quelli no­minati da Paugnano” (p. 83).

Supporto utile ad altri ricercatori
Con la raccolta dei dati e dei do­cumenti l’autore desidera fornire un supporto utile a quei ricercatori che si soffermeranno su analisi più dettagliate sull’area in questione.“Il Catasto Franceschino della sotto comune di San Pietro dell’Amata” è invece una fotografia della realtà agricola istriana della prima metà del XIX secolo, con rimandi anche a Villanova e a Padena. Grison ri­produce quel documento cioè il “Protocollo di Descrizione dei Con­fini del Sotto Comune di St. Pietro dell’Amata, Distretto di Pirano-Circolo di Trieste” con dati d’indubbio interesse che permettono di cogliere molteplici aspetti.
Ne proponiamo un passo del­la parte iniziale: “Il Sotto Comune St. Pietro dell’Amata è confinante a Tramontana per la maggior parte colla Sotto Comune di Corte D’Iso­la, e per due altre piccole porzioni, colla Capo Comune di Pirano in angolo di Ponente e Tramontana, l’altra Del Capo Comune D’Isola in angolo di Tramontana e Levante. A Levante con la sotto Comune di Monte Distretto di Capo d’Istria. A mezzodì per la maggior parte colla sotto Comune di Costa Bona, e per la prima parte col sotto Comune di Carcauzze tutti e due sotto il Di­stretto di Capo d’Istria, a Ponente col sotto Comune di Castelvenere. Questo sotto Comune principia al Fiume Dragonia, passa fra i Prati Gorella, Basez, Spech, e nell’Arato­rio Del santissimo di Carcauzze in Linea quasi retta. In questa trovasi un Termine con croce X. Entra poi verso il Territorio Descrivendo un angolo acuto, e arriva alla Strada che mette a Sizziole ed a Pirano. Sul labbro di questa Strada dalla parte della Vigna Purini havvi un Termine di Pietra viva difigura quadrata con una X. Continua sino alla sommità del Monte, ed attraversa le Vigne Purini, ed il bosco Chiarini” (pp. 200-201). Il documento, conserva­to all’Archivio di Stato di Trieste, nel fondo del Catasto Franceschino Elaborati Catastali (1818-1840), contiene una miriade di dati.
Descrizione del territorio
La “Descrizione statisti-politi­co-economica della Comune” illu­stra la posizione topografica: “La Comune con le sue possessioni è collocata parte nella valle deno­minata Valderniga, dove si trova­no estesi e buoni Prati, e parte so­pra una catena di alte colline, che si estende da tramontana a mezzo­giorno, sul declivio e sul dorso del­le quali tanto verso Ponente, quan­to dalla parte di Levante, si trova­no campi arativi e la coltura mista di arativi vitati, olivati, vigne oli­vate ed uliveti vignati, non che po­chi ma ben coltivati uliveti sempli­ci” (p. 204).
Vi sono indicazioni sui confini, sul numero delle case e della popo­lazione, sulla quantità e qualità del bestiame, sulle strade, e si espone la situazione relativa a: fiumi, pon­ticelli e laghi, la piazza del merca­to, i prodotti della terra, i “prodot­ti d’industria ed influenza di que­sta sull’agricoltura”, la “proporzio­ne per la popolazione ed il territorio utilizzato”, la “proporzione degli animali e del Comune col terreno coltivato”, lo “stato di coltura del terreno, influenza del clima e di altre circostanze”, lo “stato morale ed in­tellettuale degli abitanti”, il “calcolo economico delle spese di manteni­mento di vito e vestito dei lavoratori campestri di S. Pietro dell’Amata”, la “giustificazione di prezzi di tutti li prodotti del suolo nella Comune di San Pietro dell’Amata”.
E si continua con il “Protocol­lo di classificazione e scelta dei re­lativi campioni di tutti li terreni uti­lizzati nella Comune di San Pietro dell’Amata eretto in esecuzione alle auliche istruzioni per l’estimo cata­stale e dei relativi essequiati decre­ti dell’Eccelsa Imperiale e Regia Commissione Provinciale del censo del Litorale”. Alla fine del volume troviamo anche riprodotte le plani­ metrie catastali ricavate dal Catasto Franceschino medesimo.

Sfumature e dettagli preziosi
Grazie all’utilizzo della docu­mentazione, attraverso una lettu­ra delle fonti di prima mano non­ché delle caratteristiche dello spazio geografico, Michele Grison analiz­za un’area spesso tralasciata dalla storiografia, ricordata tutt’al più per essere il contado e l’entroterra dei centri urbani della costa. Questa im­postazione è più che pertinente, gio­va alla comprensione dell’ambiente in cui vissero gli avi dell’autore - e con essi decine di altre famiglie - e gli ha permesso di cogliere non po­che sfumature e dettagli che altri­menti difficilmente sarebbero emer­si.
Una ricostruzione genealogica “arida”, incentrata esclusivamen­te sul suo ramo familiare, avrebbe interessato per lo più i discendenti, cioè solo una ristretta cerchia di per­sone. L’impostazione proposta da Grison, invece, che allarga l’oriz­zonte e il perimetro dell’indagine ed abbraccia quindi la storia, la ge­ografia, gli aspetti economici e so­ciali e quelli legati alla quotidianità nei borghi e villaggi di questa par­te dell’Istria, costituisce un punto di forza.
In questo modo le vicende seco­lari di una famiglia in particolare, i Grison per l’appunto, diventano un paradigma per parlare della socie­tà agricola alle spalle delle città co­stiere.

Indagini certosine
Il libro racchiude i risultati d’in­dagini certosine protrattesi nel corso di diversi anni, come abbiamo già evidenziato. Indizio dopo indizio, grazie ai dati raccolti, confrontati con quanto è possibile ricavare dal­la bibliografia e dalle fonti a stampa, l’autore ha completato il mosaico in cui ogni tessera trova un riscontro preciso. Il testo si regge su una ricca documentazione puntualmente cita­ta nelle note, che sono indice di ri­gore e di metodo scientifico.
Lo studioso ha visionato ma­teriali di varia natura e, in questa sede desideriamo evidenziarlo, ha frequentato i cimiteri, intesi come depositari della memoria storica di una comunità. La messe d’informa­zioni, soprattutto i dati anagrafici, l’ha ricavata dai libri parrocchiali ossia dai registri dei battesimi, dei matrimoni e dei defunti della par­rocchia di Carcauze e da una sele­zione di quelli di Corte d’Isola, di Costabona, di Covedo (Kubed), di Capodistria e di S. Maria Maggio­
re a Trieste; inoltre ha consultato lo “status animarum” di Villanova.

Mole impressionante di fonti e carte
All’Archivio di Stato del capo­luogo giuliano ha studiato le carte del Catasto Franceschino e quelle dell’I.R. Capitanato Distrettuale di Capodistria. Altresì utilizza le fonti a stampa che nel corso delle ricerche si sono rivelate indispensabili. Tra queste ricordiamo il “Codice Diplo­matico Istriano” di Pietro Kandler, gli statuti municipali di Capodistria, Isola e Pirano, la vasta documenta­zione edita dagli “Atti e Memorie della Società istriana di archeologia e storia patria”, come i dispacci e le relazioni dei Podestà e Capitani di Capodistria al Serenissimo Princi­pe, il “Chartularium Piranense” cu­rato da Camillo de Franceschi e le ricche informazioni contenute nel “Senato Mare. Cose dell’Istria”. Ha preso in considerazione anche i libri notarili piranesi la cui stampa è stata curata da Darja Mihelic, il “Catasti- co generale dei Boschi della Provin­cia dell’Istria (1775-1776)” di Vin­cenzo Morosini, curato da Vjeko- slav Bratulic.
Utili sono state anche le coro­grafie (come i “De’ Commenta­ri storici e geografici della provin­cia dell’Istria” di Giacomo Filippo Tommasini, le “Memorie sacre e profane dell’Istria” di Prospero Pe­tronio, la “Nuova descritione del­la provincia dell’Istria” di Nicolò Manzuoli), i dizionari delle parlate di matrice veneta, i lavori di onoma­stica cognominale, gli studi di storia istriana e/o dedicati a singoli aspet­ti e problemi: relativi alla popola­zione, all’immigrazione, alla poli­tica demografica della Serenissima, al patriziato, all’araldica, alla topo­nomastica, ai censimenti, ecc., edi­ti in lingua italiana, slovena e cro­ata. Ed ha utilizzato sapientemen­te le base dati presenti nella rete: i censimenti recenti, gli elenchi tele­fonici. Internet è diventato ormai un valido strumento per la ricerca, che aiuta lo studioso nelle sue indagini benché non potrà sostituire il lavo­ro svolto in archivio, in biblioteca e sul campo.
È effettivamente il caso di dire che ci troviamo di fronte a un ottimo esempio di storia locale o meglio di storia patria. Il volume appartiene a tutti gli effetti a quel genere, poiché approfondisce innumerevoli seg­menti, portando all’attenzione del lettore elementi utili, inediti o poco noti, che giovano all’individuazione dei nessi con la microstoria, ma an­che le dinamiche di una collettività nel lungo periodo. (fine)

 

769 - La Voce del Popolo 07/12/12 Sono necessarie edizioni critiche delle fonti sull'Istria, risposta straordinaria al convegno scientifico internazionale di studi "Gravisi"
Sono necessarie edizioni critiche delle fonti sull’Istria
Risposta straordinaria al convegno scientifico internazionale di studi “Gravisi.
Ruolo, impegno e cultura di un casato capodistriano attraverso i secoli”, due gorni intensi, lo scorso venerdì e sabato, alla Comunità degli Italiani “Santorio Santorio” di Capodistria.
A conclusione dell’incontro, ne tira le somme Kristjan Knez, presidente della Società di studi storici e geografici di Pirano, che ne è stata l’ideatrice e che per la sua realizzazione ha potuto contare su una straordinaria unione di forze e di intenti. Infatti, alla Società si sono unite la citata CI capodistriana, la CI piranese “Giuseppe Tartini”, nonché il Centro Italiano di Promozione, Cultura, Formazione e Sviluppo “Carlo Combi” di Capodistria e l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste.
Storici e ricercatori hanno evidenziato le tante sfaccettature di una “dinastia” istriana che ha avuto un ruolo di primo piano nelle vicende della penisola, soprattutto dal tardo Medioevo a oggi, ma in modo più significativo forse nel Settecento.
“Parlare dei Gravisi significa affrontare secoli di storia istriana. Si tratta di un casato influente, che ha giocato un ruolo di primo piano a Capodistria, ma anche nel resto della penisola. Si pensi solo al feudo di Pietrapelosa e agli interessi in quell’area. Ma sono proprio le singole figure di questa famiglia che devono essere studiate, perché nel corso del tempo hanno svolto una serie di impegni nei più disparati settori, sia nella città di San Nazario sia nelle magistrature della Repubblica di Venezia. Esponenti di questa famiglia li troviamo praticamente in ogni settore d’interesse. Il XVIII secolo è indubbiamente centrale: Girolamo Gravisi è stato il personaggio di maggiore spicco, erudito dai molteplici interessi; ha dato un contributo notevole sia agli studi, sia all’attività delle Accademie cittadine, senza mai dimenticare il lato pragmatico”.
Quali, a suo avviso, le parti ancora da approfondire?
“Come ho accennato nel corso del convegno, i contributi proposti desiderano essere soltanto un piccolo apporto, con l’auspicio che possano suscitare l’interesse per ulteriori e più approfonditi lavori di ricerca. D’altronde, era impossibile condensare tanti secoli di storia, con tutti i relativi problemi e aspetti, all’interno di un solo convegno”.
“Le cose da approfondire sono parecchie: si dovrebbe studiare la dimensione pratica delle accademie, le soluzioni proposte da queste per risolvere i problemi reali del territorio, riconsiderare il retaggio architettonico e artistico lasciato da questa casata; al tempo stesso è fondamentale lavorare sui profili biografici degli esponenti – in una sezione abbiamo proposto alcune importanti figure otto-novecentesche pressoché inedite, mi riferisco nella fattispecie a Anteo, Pio e Giannandrea Gravisi –, che sono essenziali per inquadrarli nel tempo e nello spazio, in quanto giovano a comprendere meglio la società nelle varie età storiche”.
Dagli interventi, tanto degli studiosi quanto del pubblico, sono emerse delle problematiche per così dire metodologiche e relative alle fonti.
“Il problema delle fonti è una costante nella storiografia istriana, da Pietro Kandler a Tomaso Luciani, all’attività della Società Istriana di archeologia e storia patria di Parenzo, gli studiosi hanno, a più riprese, manifestato i problemi relativi al reperimento della documentazione, che rappresenta la base di ogni indagine storica. L’edizione delle fonti è indispensabile, in buona parte oggi noi utilizziamo i lavori di erudizione della seconda metà dell’Ottocento e del primo Novecento, e non disponiamo di molte opere aggiornate metodologicamente. La dispersione della documentazione relativa all’area istriana in innumerevoli archivi rende ulteriormente ardua la consultazione in loco, complice anche la sempre minore disponibilità di mezzi per lavori di ricerca di questo tipo, ma fondamentali. La digitalizzazione delle fonti potrebbe essere una prima soluzione. Ma siccome le carte non ‘parlano da sole’, come si suole dire, ma devono essere interrogate dallo studioso, le edizioni critiche sono indispensabili. La nostra stessa Società, due anni or sono, ha dato alle stampe il volume curato da Luana Giurgevich, in cui con particolare attenzione ha raccolto oltre duecento lettere dell’abate Alberto Fortis ai corrispondenti dalmati. È stato uno sforzo non da poco, ma siamo consapevoli si debba perseguire questa strada, altrimenti non si registrano progressi”.
Ha da poco assunto la direzione del “Carlo Combi”, anche se attualmente in qualità di facente funzioni, Centro cui non sono mancate delle critiche da parte delle CAN comunali di Isola e di Pirano perché finora ha stentato a decollare. Ha già delle idee su come rilanciarlo?
“La nomina è arrivata qualche settimana fa, perciò sto ancora ‘studiando’ le carte. Nell’ultimo periodo il mio lavoro si è in buona parte concentrato sull’organizzazione del convegno. Il Centro ‘Carlo Combi’, infatti, è stato anche uno dei partner del progetto. Dal 2010 la collaborazione con la Società di studi storici e geografici è fattiva e ben tre convegni sono stati realizzati assieme su altrettanti aspetti della storia istriana, o meglio dell’intera area adriatica. Non voglio entrare nel merito delle critiche, perché ritengo sarebbe poco corretto. Prendendo in considerazione il contributo complessivo, qualcuno potrebbe sostenere si tratti di finanziamenti ragguardevoli; bisogna però tenere presente che in quella somma sono comprese anche le paghe dei dipendenti, le spese di gestione (compreso l’affitto della sede) e le spese legate ai programmi.
L’entità dei finanziamenti per l’attività culturale è invece contenuta, addirittura irrisoria, di conseguenza anche il piano di lavoro non può promettere grandi cose. Un’istituzione come il ‘Carlo Combi’, sorta per la promozione della cultura italiana e deputata ai grandi eventi, chiamiamoli così, per poter funzionare ed essere presente sul territorio con contenuti di un certo ‘peso’, dovrebbe disporre di un budget di gran lunga superiore. Questo è un dato di fatto, la mia esperienza acquisita finora mi insegna che per ideare contenuti di qualità e di un certo rilievo, i mezzi finanziari sono indispensabili”.
“Per il prossimo anno ci è stato comunicato che i mezzi messi a disposizione da Lubiana attraverso la CAN costiera subiranno una decurtazione. Questa è una constatazione che non offre margini d’interpretazione. Il Centro, purtroppo, non può contare sulle risorse stanziate dai Comuni, come avviene con le CAN della costa, mentre da parecchio tempo siamo in attesa di ricevere contributi dal Ministero degli Affari Esteri, per il tramite dell’Unione Italiana, per la realizzazione del progetto “Mappa, proiezione e universo laureati della CNI” (ricerca sociologica e base dati). Per quanto riguarda i contenuti del programma culturale per l’anno venturo, questi sono stati già delineati da Roberta Vincoletto, coordinatore dei programmi, che per il periodo di un anno sostituisco. Posso dire che nel 2013 si darà alle stampe una pubblicazione di carattere sociologico, già in fase di avanzata elaborazione, un convegno scientifico di cui non voglio ancora svelare i contenuti, in cui proprio il Centro avrà un ruolo centrale nell’organizzazione, inoltre collaborerà a un convegno ideato e promosso dalla Società piranese, e con i ragazzi delle scuole medie del Capodistriano continueranno le ‘visite conoscitive’ alle istituzioni della Comunità nazionale italiana in Istria e a Fiume. Anche nel 2013 il Centro sarà impegnato con il progetto europeo ‘JezikLingua-Plurilinguismo quale ricchezza e valore dell’area transfrontaliera italo-slovena’ (programma per la cooperazione transfrontaliera Italia-Slovenia 2007-2013)”.

 

770 - Il Piccolo 01/12/12 Cristicchi porta la Storia in teatro a Monfalcone, «C'è anche un episodio sull'esodo istriano»
Cristicchi porta la Storia in teatro a Monfalcone
Lunedì al Comunale lo spettacolo “Mio nonno è morto in guerra”. Il cantante:
«C’è anche un episodio sull’esodo istriano» cinema
MONFALCONE Lui si mette dalla parte di chi è stato inghiottito dai terremoti della Storia. Di chi è rimasto ignoto ai più, sebbene con coraggio e spesso col sacrificio della vita, la Storia, l'abbia fatta eccome. Simone Cristicchi, nello spettacolo che porterà in scena lunedì alle 20.45 al Teatro comunale di Monfalcone, riparte da qui, dai racconti di queste umili esistenze - quattordici - riferite da altrettanti reduci della Seconda guerra, per affrontare ancora una volta, dopo il successo del monologo d'esordio “Li romani in Russia”, una pagina dolorosa del nostro paese. La pièce, della quale è non solo autore e interprete ma anche regista, s'intitola “Mio nonno è morto in guerra” ed è tratta dall’omonimo libro edito a marzo da Mondadori. Uno spettacolo di voci, canzoni e memorie sul conflitto mondiale, con Riccardo Ciaramellari, al piano e fisarmonica, e Gabriele Ortenzi alle sonorizzazioni. «Questo allestimento – spiega Cristicchi – si può dire sia nato due anni e mezzo fa, quando mi trovavo a girare l'Italia per portare in scena il mio primo monologo. Ero incuriosito dal tema della campagna in Russia, perché mio nonno Rinaldo vi prese parte, ma mantenne sempre un grande riserbo, anzi un silenzio di tomba, sull'argomento». Contrariamente al titolo e per fortuna di Cristicchi, che altrimenti non sarebbe mai nato, nonno Rinaldo non è morto in guerra: a differenza dei tanti che partirono per quella terra fredda e letale, senza farvi rientro, tornò in patria. Ma il gelo di quel conflitto gli rimase dentro e lo ammutolì. «Ho colto l'occasione del teatro – prosegue l'artista – per mettermi a cercare altri nonni che, invece, avessero delle storie da raccontare. Ne ho collezionate una sessantina e le ho trascritte in un libro. Poi ho sentito la necessità di dare loro voce e ne ho scelte quattordici, le più simboliche, per portarle a teatro». Ma cos'è, per Cristicchi, la memoria? «Un signore – risponde - mi ha detto una frase
bellissima: “La memoria è come un campo di battaglia dove si combatte per l'eredità”. Ci aiuta a comprendere meglio il presente. Ecco, il senso dello spettacolo è quello di un omaggio a chi ha lottato per scrivere la costituzione, per uno stato democratico». «Gli eredi di questi eroi – prosegue Cristicchi - non sono certo i politici, che comprano gli F45, ma quelli che lottano per la pace, come Gino Strada, Amnesty international o Elia Mercelli, che appunto costituì il primo movimento pacifista italiano».
Nella sua “caccia” alle storie, Cristicchi ha scoperto un luogo “magico”, il famoso Magazzino 18, del Porto Vecchio di Trieste. «Nello spettacolo – dice
- c'è un episodio dedicato anche all'esodo dell'Istria. Non solo: sto scrivendo un testo assieme a Jan Bernas, l'autore de “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”, in cui si parla anche del controesodo dei monfalconesi e di Goli Otok, il gulag dei contestatori politici di Tito. Mi piacerebbe tradurlo presto in un nuovo spettacolo, in collaborazione con il Teatro stabile del Fvg. Sarebbe bello allestire la prima a Trieste, dove ho raccolto diverse storie, tra cui quella del partigiano Rodolfo Flego».

 

771 - La Voce del Popolo 01/12/12 Del sì, del da, dello ja - Fulvio Tomizza
Del sì, del da, dello ja - Fulvio Tomizza
di Milan Rakovac
Ultimamente tanti, a Lubiana come a Zagabria, i parla de’ EU-come-Jugoslavia. Ma va la’, va!? Magari l’UE come federassion! Ma, noi poveretti Mediterranei, no podessimo un po’ pensar a se stessi? E quel “affratellarsi” – cavouriano – tra gli Italiani e gli Slavi del Sud?
Parlavimo de ‘ste robe anca Fulvio e mi, anni annorum fa. Questo titolo xe una delle mie trovade. L’alleanza adriatica ci sarà, ne sono certo. Noi altri, i vicini sul Adriatico, capiremo presto, che co’l mondo Russo, Americano-Cinese, e nord-Europeo – che guarda al Mediteraneo come se saria lebroso, semo nei guai e andaremo fuch, a remengo, in malora se no femo un’alleanza stretissima, d’interese comune. L’Euroregione, che el bon Illy “Sonnenschein” la voleva ad ogni costo, come altretanto el nostro Nino.
Co’l stesso motivo, me ricordo ben come ciacolavino, Tomizza e mi, bevendo sua malvasia e fumando come turchi, sotto el su’ morer, co’i merli che fisciava e noi altri ghe fisciavino a lori, ai merli, pensando de parlar la lingua dei usei… Ierimo daccordo, l’Istria sola – no se pol, no i ne dara ‘sta occasion. Ed insieme con el TLT? Altra utopia, ovvero illusione. Ma, perché no seguir i tentativi de Tommaseo, de Cavour, o almeno l’esperienssa post-Osimo, de Moro e Minić?
In questa diression volessi specolar oggi un po’, anssi, volessi far una confession pubblica, contando i ultimi giorni, passadi per caso, con tanti “rimasti” ed esuli da Trieste a Fiume, Pola e, ciaro “fin’ a Zara” – Silvio, Dario, Max e Mila, Patrizia e Stella, Silvia e sua nona Nina, Walter Zaratin…
Xe che semo stufi (machinista daghe oio a i stantuffi), e volessimo moverse. Perché ghe vol un serio dialogo italo-croato, mai fatto come dio comanda, e adesso me par che’l xe propio a portata di mano. Perché? Perché la crisi ne copa, e perché gavemo capì, me par, quel che Tommaseo, o Bettiza o Tomizza sosteneva. Disendo che GAVEMO capì, penso alle psicologie colettive croata e italiana. Chi ga capì?
Noi altri. E i esuli. Podessi far ancor qualche nome, ma me par che bastan’ loro tre. Tomizza, per inissiar, da filoslavo, no’l iera propio filocroato. Me ricordo come oggi el ritorno de Fulvio Tomizza ai croati; anni annorum fa un giornalista croato attaccava Tomizza, dopo che xe ussi el suo romansso “Matterada”, dove no ghe iera gnanca una riga contro i croati e jugoslavi. Fulvio pativa, me diseva. Ma con qualche altra rason; iera fra i pochissimi che no’l gaveva la famigerada Propussnizza, mentre tutti i altri sì.
Anni annorum dopo, genaio 1992, un novo attacco, inaspettatissimo; un scritor croato lo acusava de schierarse dalla parte serba. O Dio!!! Subito gavemo fatto un’intervista con Fulvio per la Televisione croata, trasmessa sul stesso telegiornale nel quale appariva Cossiga in carne-e-ossa, portando a Zagabria e Lubiana in persona la riconoscenza italiana.
Oggi, in lingua croata xe stade tradotte quasi tutte le opere de Fulvio Tomizza, oseria dir che in croato Tomizza el xe piu tradotto che in nessun’altra lingua del mondo, che xe anche facile verificar – dopo gaver gavu la Propussinzza anca lui, diria mi, da ultimo de tutti i profughi, esuli e migranti e quei che doveva semplicmente scampar oltre el confin.
El “caso” voleva che me go coinvolto nell’”affare Tomizza” fin da i primi momenti. El “caso” iera semplice e sorprendente per mi – “La miglior vita”. Subito ghe go detto a Zvane Črnja, caporedator della appena stabilida bibiloteca “Istria atraverso i seccoli” (Istra kroz stoljeća), con la prima collana propio ussida e la seconda in preparazion e Črnja dopo qulache giorno me ga detto: “Eee, questo nostro Tomizza…”, pensavo che no ghe ga piasù?! “La miglior vita la pubblicheremo nella seconda collana, te podessi tradur ti?”, me ga detto Zvane.
Sì Signor, Signor Sì, gridavo pien de gioia, co tutto el mio scarsso ‘talian de Drio La Rena. Go lavora’per qualche mese, la mia “tradussion” dopo xe passa’, fortuna mia e de Fulvio, per le mani espertissime de Mate Maras. Ma guarda un po, by Frassica, ‘riva qualche lettera contro mi e Fulvio, imponendo (in nomine Cristi e compagno Tito, ciaro ciò, e da parte de qualche prete, ma anca de qualche falcone bolsevico).
In una seduta seria, con a capo el presidente dei socialisti croati, Grubišić-Čabo (dalmata con una casetta a Rovigno!), con tutte le autorità istriane e quarnerine della storia e arte, e politica, of course; decisione: “La Miglior vita” sarà pubblicata in Croazia. Fulvio rideva come mato, quando ghe contavo ‘sta nostra storia amara istriana (by Lary Zappia), el tornava a porte spalancade nel suo paese natio, nell’Istria come suo figlio glorioso, nella Croatia, nella Jugoslavia; finalmente ghe tornavino noi altri tutte le sue simpatie ed empatie che lui ne scriveva sulle sue pagine; Pola, Parenzo, Umago, Abbazia, Fiume, Zagabria. Un successo fanatastico, interviste, radio, televisioni, promozioni, party; Fulvio si prese el cuor croato, el pensier, diventando The Star.
E cussì va anche oggidì. Subito se ga tradotto Matterada, Il male viene dal nord, e altre opere, fin’a La Visitarice, Franziska... finché una modesta bibioteca, quella de Umago con a capo l’eccelente scritor Neven Ušumović, nell’arco del Forum Tomizza, da anno in anno pubblica le altre opere di Tomizza una drio l’altra…
Fulvio Tomizza, cussì, diventa uno scrittore anca croato, così come sloveno, e non solo italiano, perché creò la massima parte dei sui romanzi qua, a Matterada, con dei portagonisti slavi come italiani, con tutta la sua “anima slava e cultura italiana”.

 

772 - La Voce del Popolo 01/12/12 Speciale - Rivoluzione Voce: siamo appena all'inizio
SPECIALE di Ivo Vidotto
Rivoluzione Voce: siamo appena all’inizio
Sì, è stata proprio una rivoluzione quella subita dal nostro quotidiano e, come ogni rivoluzione, questo è soltanto l’inizio di un lungo processo di trasformazione del quotidiano, ma anche di tutta la casa editrice EDIT, e di un adeguamento ai tempi, volendo evitare di venir travolti dagli eventi. Insomma, tutti noi abbiamo voluto rafforzare gli argini prima dell’arrivo della piena del fiume e speriamo di esserci riusciti.
Con la rivoluzione grafica abbiamo voluto offrire ai nostri lettori, nostri referenti principali, un prodotto più accattivante, cercando allo stesso tempo di rendere più interessanti pure i contenuti. Non ci saremmo mai riusciti senza il contributo di esperti del settore editoriale e grafico, di persone che in questo campo hanno esperienza da vendere e che hanno già portato a termine processi di ristrutturazione presso testate prestigiose e giornali di tutti i tipi. La Voce, però, non è un giornale come gli altri e le sue peculiarità potrebbero risultare degli ostacoli, ma anche dei vantaggi.
Per tutti questi motivi abbiamo voluto fare una chiacchierata proprio con le due persone che maggiormente impersonano i “maghi” che hanno datto la spinta decisiva alla nostra “rivoluzione”, ossia Nicola Bovoli e Aurelio Candido. Per capire chi sono, basterebbe digitare i loro nomi su Google, ma a noi interessa maggiormente chi e che cosa sono stati qui, all’interno della nostra casa editrice, del nostro quotidiano, cosa sono riusciti a fare e come hanno vissuto questa che alla fine è stata anche per loro un’avventura. Abbiamo chiesto loro di raccontarsi e di raccontarci questa trasformazione della Voce dal loro punto di vista.
«Sangue blu», ma d’inchiostro
Nicola Bovoli ha esordito affermando di aver “sangue blu”, “ma non perché sono nobile, ma perché c’è tanto inchiostro nel mio sangue”. L’editoria è un mondo in cui è entrato a diciott’anni “e questo sangue blu c’è ancora dentro, anche se adesso tende al verde perché faccio l’olio d’oliva...”.
Non appena conseguita la laurea, Bovoli è stato assunto dalla Rizzoli Editore dove ha lavorato fino al 1982, “svolgendo sempre funzioni direttive, non giornalistiche, pur avendo vissuto sempre a contatto con gli amici giornalisti. Io ero la controparte – ci racconta, ma nel senso che facevamo parte di un unico team, perché io ero l’editore incaricato in questo gruppo importante e dall’altra parte avevo i direttori e i giornalisti che facevano il giornale”.
Il pallino della grafica
Anche Aurelio Candido “naviga” in questo mare da una vita. “Ho iniziato da autodidatta a 16 anni, quando curavo il giornalino studentesco di Udine – ci ha rivelato –. Facevo l’Istituto d’Arte, più precisamente la sezione arredamento, perché quella di grafica non esisteva, per cui sono autodidatta giocoforza. Guardavo quello che facevano gli altri, analizzavo le riviste francesi, americane... La grafica è stata sempre un mio pallino.
E così, invece che mettermi a fare l’arredatore o iscrivermi ad architettura, che sarebbe stato lo sbocco logico, mi sono messo subito a fare il grafico”. “Sono andato prima a Milano, ma come città non mi sono trovato gran che bene – ci ha raccontato Aurelio Candido –. Poi sono finito a Roma. Ho bussato a diverse porte finché non mi hanno preso come grafico”.
Dopo una significativa esperienza a TuttoQuotidiano, testata cagliaritana tra le prime a sperimentare stampa a colori e offset, eccolo al Messaggero di Roma, chiamato da Pasquale Prunas, “ed è lì che ho cominciato a fare il grafico di un quotidiano”. Ed è lì che ha conosciuto Piergiorgio Maoloni, con cui ha collaborato per due anni dopo l’uscita di entrambi dal giornale nel 1983.
Maoloni, scomparso nel 2005, è considerato uno dei grandi padri della grafica italiana. Ha creato un nuovo dialogo tra la parola e l’immagine. Si può definire un intellettuale della comunicazione, un designer sempre in anticipo sui tempi. “Nel 1983 mi sono messo in proprio a progettare giornali, non solo quotidiani, ma anche libri, manifesti e progetti editoriali vari. Insieme a Maoloni ho lavorato per La Stampa, l’Ora di Palermo, l’Unione sarda di Cagliari, Paese sera... Dopo che le nostre strade si sono divise, ho fatto in proprio Avvenire, l’Adige di Trento, vari settimanali diocesani e tanti altri lavori...”.
Anche il percorso professionale di Nicola Bovoli è stato piuttosto tortuoso e avvincente. Dopo 13 anni alla Rizzoli, nel 1982 ha sviluppato una scelta imprenditoriale che meditava da tempo, formando un proprio Gruppo specializzato in consulenza e gestione operativa nell’ambito del Marketing editoriale. Ha acquistato una partecipazione nella “Consuledis” di Antonio Alberti, azienda specializzata in consulenza e ricerche editoriali, e nella “Nuova Meeting”, agenzia di promozione specializzata nel settore editoriale. Ha creato poi altre aziende specializzate nei vari rami del marketing (Publisponsor - RP Studio - Speedy - Solving - Edimail - Mediolanum editori), facendole alla fine confluire tutte nell’ambito di un unico gruppo che, a partire dal 1983, ha collaborato con la maggior parte degli editori italiani contribuendo alla realizzazione di azioni di marketing di grande successo.
Recentemente infine, con la propria società personale Consuledis Sas ha raggiunto un accordo di collaborazione esclusiva con InnovAtion Media Consulting Group per lo sviluppo di attività di consulenza editoriale a quotidiani e Periodici italiani.
Un’avventura in riva al Quarnero
Dopo aver scoperto chi sono questi due personaggi, sentiamo finalmente come hanno vissuto l’avventura fiumana. Com’è che Nicola Bovoli è arrivato in riva al Quarnero?
“Tenevo una conferenza a Roma, all’Università Roma Tre sul momento attuale e sul futuro dell’editoria – ricorda –. Alla fine della conferenza sono stato avvicinato da un signore, il quale mi ha spiegato di essere era il direttore di una società editoriale croata che si occupava delle questioni relative alla minoranza italiana e che editava un quotidiano che si chiama La Voce del popolo e che avrebbe piacere di fare una chiacchierata con me.
Questo signore era Silvio Forza. Per un po’ di tempo non ci siamo sentiti, ma poi è venuto a Milano e mi ha spiegato la situazione, chiedendomi se la cosa potrebbe interessarmi. Sono venuto su per la prima volta, era diversi anni fa, e ho cercato di comprendere questa realtà. Forza mi ha spiegato di nuovo la situazione e ho capito che si sarebbe trattato di una sfida”.
Un discorso comune
Ci sono sfide e sfide... Nicola Bovoli è venuto a Fiume accompagnato da un grande esperto mondiale con il quale, peraltro, dopo aver finito la ristrutturazione del Corriere dello Sport, stava facendo la stessa cosa a Tuttosport, con la InnovAtion Media Consulting Group.
“Lui, originario triestino, era andato negli Stati Uniti ed era divendato vicedirettore di AP e ora è uno dei consulenti di InnovAtion. Siccome parla bene italiano, era stato mandato qui per questo tipo di lavoro in Italia”, ha aggiunto Bovoli. “Dopo aver preso visione della situazione – ci ha rivelato Bovoli – lui mi aveva detto di non sentirsela di prendere in mano la cosa, perché la situazione gli era sembrata piuttosto ingarbugliata. ‘Non ci interessa come InnovAtion, lascia perdere...’, mi diceva. Con InnovAtion avevamo appena finito in Croazia uno studio per lo Jutarnji list. Li abbiamo aiutati a mettere tutto a posto, anche l’edificio. ‘Noi siamo già presenti lì’, mi aveva detto, ma io ho cercato di spiegargli che le due testate non sono concorrenti e che l’EDIT non c’entrava nulla con lo Jutarnji.
Infine, non ho voluto seguire il consiglio del mio amico e gli ho detto che per questa operazione mi sarei staccato da InnovAtion. Allora ho chiamato i miei collaboratori e abbiamo proposto un primo studio di analisi editoriale del giornale, cosa che abbiamo poi portato alla luce del sole. È mia abitudine lavorare insieme, in maniera trasparente, non di nascosto, perché siamo venuti qui per portare avanti un discorso comune”.
Gli studi non si tirano fuori dal cassetto
“Il direttore Silvio Forza – ha proseguito il suo discorso Nicola Bovoli – non mi aveva mai nascosto che ci fossero delle difficoltà di carattere economico e di conseguenza non sapeva fino a che punto si sarebbe potuto impegnare per fare uno studio. Io ho fatto il progetto, che è gratuito, dopo di che... Io avevo quasi perso la speranza, ma a un certo punto si è rifatto vivo, dicendomi che aveva risolto parecchi problemi con Roma e che quindi era possibile procedere con il rilancio del quotidiano e di tutta la casa editrice. Ed è allora che è iniziato un processo che è durato due anni, fino all’uscita nella nuova Voce”.
La “rivoluzione”, come abbiamo già avuto modo di puntualizzare, è iniziata dalla grafica, argomento affrontato con Aurelio Candido. “Ci sono studi di progettazione o restiling di giornali che vengono tirati fuori dal cassetto, aggiustati un po’ e senza conoscere la redazione vengono mandati e imposti – ha iniziato il racconto della trasformazione grafica del nostro quotidiano –.
Io, invece, ho scoperto nel mio lavoro che si riesce a fare un buon giornale soltanto se si conosce l’ambiente e si è studiato soprattutto il giornale. Tu puoi fare il progetto per un giornale bellissimo, fatto da casa senza conoscere niente, ma poi il progetto è impraticabile perché non si è tenuto conto della cultura, delle abitudine, delle organizzioni di lavoro. È inutile fare un progetto bellissimo se poi non è attuabile. Non necessariamente per incapacità, intendiamoci, ma perché a quel punto diventa un dialogo tra sordi”.
Seguendo questi principi, Aurelio Candido ha elaborato un primo progetto dopo essersi studiato per bene il giornale, leggendo anche gli articoli. “Un progetto si fa anche andando a vedere cosa dice un giornale, cosa scrive. E da una prima bozza, continuando a venire qui, sentendo spessi il direttore, parlando col caporedattore, siamo arrivati alla nuova Voce. Posso dire che è un giornale nato con la collaborazione dei giornalisti, del caporedattore e del direttore”.
Come nessun giornale al mondo...
Con un bagaglio professionale così importante e con tanta esperienza alle spalle, come sarà stato per Bovoli e Candido ristrutturare la Voce?
“Qualcosa di completamente diverso – non ha dubbi Nicola Bovoli –, perché qui abbiamo trovato una situazione complessa, ma allo stesso tempo stimolante. Un giornale che vendeva così poche copie e che non era certamente il massimo di quello che avevamo visto fino ad allora, non poteva non essere una sfida stimolante, perché c’era tutto da fare. Secondo me, portare a termine un lavoro ben fatto significava cercare di arrivare a un target di riferimento che non esiste. È questo lo stimolo maggiore.
Il target di riferimento che ha la Voce, l’EDIT, non ce l’ha nessun altro giornale al mondo, almeno tra quelli che ho conosciuto io. C’è un target primario, che è rappresentato dai residenti sul territorio, ma c’è anche un target enorme di persone fuori dal territorio. Io ho girato parecchio il mondo e ovunque sia stato ho trovato napoletani, friulani e istriani. Nel mondo c’è tanta gente che ama il suo Paese, la sua lingua.
Io ho visto qui le grandi opportunità della Voce. Ci sono altri giornali in lingua italiana fatti per gli emigrati nel mondo, ma questo non è un giornale fatto per gli emigrati. Nel bailamme generale di sviluppo della situazione politica europea, io credo che un giornale come la Voce possa avere una grande funzione, come pure la comunità nazionale italiana in Croazia, nel processo di ingresso della Croazia nell’Unione europea. È un giornale che parla già una lingua dell’Unione... un motivo d’incontro”.
Un quotidiano che ha un sacco di cose da raccontare
Su questo si è trovato d’accordo anche Aurelio Candido, secondo il quale “il giornale è anche portavoce di una comunità di italiani in un contesto diverso, con una storia che è stata anche travagliata. È un giornale che ha un sacco di cose da raccontare, da far conoscere, anche in previsione del passaggio al giornale digitale, perché si potrà farlo leggere anche a chi sta in Argentina.
Questo modo di fare il giornale aiuterà a fare il giornale digitale, perché poi il supporto cartaceo è destinato o a rimanere locale o a scomparire”. “Non pensiamo certamente mandare la Voce cartacea in Argentina – ha aggiunto Nicola Bovoli –. È importante, però, che la versione cartacea sia di qualità, ma poi... La migrazione è giocoforza una cosa che stanno facendo tutti i giornali e la Voce avrà dei benefici, non di chi arriva per primo, ma di chi potrà avvalersi dell’esperienza di chi ha fatto errori.
Nessun altro giornale, per la sua specificità, ha le potenzialità della Voce. C’è da fare parecchio, ma la sensazione è che abbiamo fatto una buona partenza. Il campionato, però, è lungo e speriamo che questa vittoria sia seguita da tante altre. Ho voluto far coincidere il punto d’arrivo della versione cartacea con il punto di partenza delle altre versioni”.
Le vere sfide devono ancora arrivare
Entrambi si sono trovati concordi anche sul fatto che ci sia ancora parecchio da fare. “Però un bel passo lo abbiamo certamente fatto.... L’opportunità è grande, anche in considerazione dello sviluppo che sta avendo questa parte del territorio. La Voce del popolo deve avere sempre una funzione di trait d’union tra Italia e Croazia e quindi c’è anche un’opportunità economica per il giornale. Certamente sono contento di aver salito il primo scalino, ma la grafica non è sufficiente.
La vera grande sfida è quella di passare da un giornale che sia supportato soltanto da finanziamenti a un giornale che viene letto e acquistato e che acquista la sua autonomia. Bisogna puntare al momento in cui l’EDIT acquisterà la sua autonomia economica, premesso che è giusto che venga sostenuta da Croazia, Slovenia e Italia per la funzione che svolge.
La casa editrice deve cercare di essere indipendente, perché questa non è la mutua assistenza. Deve essere una cosa che genera una realtà economica che funziona. Se manca qualcosa, però, è giusto che ce la mettano i tre stati coinvolti, perché la minoranza va sempre e comunque protetta”, ha concluso Nicola Bovoli.
Un salto di qualità innegabile
Il salto di qualità della Voce è innegabile, come è innegabile il fatto che questo non sia un punto d’arrivo. Lungo questo cammino ci devono pur essere stati degli ostacoli, che magari chi viene da fuori riesce a inquadrare meglio.
“Il passo più difficile è stato, ma lo è ancora, quello di togliere i vecchi vizi, cambiare l’abito mentale, dal vertice all’ultimo dipendente. I contenuti e le cose da dire ci sono, ma ci deve essere un modo diverso, più accattivante di farlo. La grafica serve molto, sì, ma non basta, perché se su una buona grafica metti dei contenuti scarsi, non ci siamo... Con questo sistema, dovrebbe essere ancora più facile fare il giornale e i giornalisti e i grafici avranno più tempo per curare i particolari e tutte le potenzialità. Non si può più mettere la foto all’ultimo momento nello spazio che rimane. La foto è stata sempre trattata come un tappabuchi, come un testo scritto in fretta per lo stesso motivo. Bisogna prima cercare la foto giuste... La figura del foto editor in un giornale è fondamentale. Bisogna dargli autorità, dargli modo di funzionare”.
I vecchi vizi...
Togliere i vecchi vizi... È stato proprio tanto difficile? “All’Adige, ad esempio, di grandi difficoltà non ne ho trovate, ma ad Avvenire sì, perché lì c’erano dei vizi stratificati terribili. Nel giornalista c’è sempre il primato della parola. Tra l’altro ho scoperto che in molti giornali non si scrive per i lettori ma per i referenti. Il lettore, che dovrebbe essere il principale referente, viene così messo in secondo piano. Devi parlare bene del politico... Ho scoperto che non si fanno più inchieste perché la tendenza è quella di fare dei giornali che non disturbano...”.
“Quando ho sfogliato la prima volta il giornale, beh, non ero proprio entusiasta. Questo era dovuto, appunto, a vecchi vizi ereditati che venivano da lontano. Non dipendeva dai grafici, che si erano trovati a lavorare in una determinata situazione. Devo dire di averli trovati molto ricettivi. Ho sentito le loro esigenze e ho valutato le loro capacità e posso dire che sono bravi. Detto questo, il problema del giornale è un problema, diciamo così, culturale. Una cosa che abbiamo scoperto insieme è che l’immagine dovrebbe avere la stessa dignità del testo. Quando si fa un servizio, si deve partire sia dall’immagine che dal testo per capire come è meglio fare la pagina. La fotografia ti può dare un suggerimento su come impaginare. L’immagine è fondamentale”.
Abbiamo visto che il nuovo modo di fare il giornale ha rappresentato una sfida importante anche per due grandi professionisti del settore. Lo è stata importante, anzi, importantissima anche per tutti quelli che quotidianamente si impegnano per far giungere al lettore un prodotto migliore, più invitante e, vi assicuriamo, siamo appena all’inizio.


773 - La Voce in più Storia Ricerca 01/12/12 Gorizia: Recensione - «La domenica delle scope e altre storie di confine», di Roberto Covaz (LEG)
RECENSIONE «La domenica delle scope e altre storie di confine», di Roberto Covaz (LEG)
Una giornata di straordinaria «pulizia» quando la gente «spazzò» via un confine
La domenica delle sco­pe e altre storie di con­fine”, pubblicato nella collana “I Leggeri” della LEG - Li­breria Editrice Goriziana (collana “I leggeri”, 2012. p. 101) è il titolo di un volume scritto dal giornalista de “Il Piccolo” Roberto Covaz, ma è anche un simbolo di tutto rispet­to per rappresentare le tante storie di confine, conosciute e sconosciute, vissute a Gorizia alla fine della Se­conda guerra mondiale. Per questo forse l’autore ha scelto un momen­to saliente e dai tratti quasi cinema­tografici per addentrarsi, in realtà, nella miriade di implicazioni di un periodo irto di difficoltà, di grandi giochi sugli scacchieri politici, ma anche di sconosciuti personaggi del tutto comuni, che hanno interpreta­to a loro modo un piccolo, grande, momento epocale.
Il libro, presentato recentemen­te alla libreria Feltrinelli di Udine dall’autore e dal giornalista Paolo Medeossi, ci riporta a ridosso del­la Cortina di ferro, a pochi metri da una neonata Nova Gorica e dalla sua ben più antica omologa, separa­te all’improvviso da una linea trac­ciata in fretta e furia nel settembre 1947. A partire da quell’anno, mol­te famiglie si ritrovarono in due pae­si contrapposti, ostili, senza avere la possibilità di potersi ricongiungere. Il tempo del Lasciapassare, la famo­sa Prepustnica, era ancora lontano: il documento che avrebbe facilitato gli scambi tra i goriziani sarebbe arriva­to appena nel 1954. Ma, poco prima la realtà era incerta e buia e incre­dibilmente priva di appello, soprat­tutto per chi un’idea politica chiara e netta quasi non ce l’aveva, pur con la sua cultura, lingua, identità.
Uno sprazzo di «normalità»
Bambini, giovani, vecchi, inge­nue casalinghe, d’un tratto vivevano divisi. E alcuni lo facevano addirit­tura in case che portavano material­mente il segno di questa decisione e si ritrovavano magari il giardino da un lato e la cucina dall’altro, con tutti i problemi che si possono im­maginare. Il primo di tutti forse po­trebbe essere la costante presenza dei “graniciari”, i militari jugoslavi chiamati a presidiare la frontiera e a non lesinare sui proiettili nel caso che qualcuno non avesse capito il loro “stoj”(alt).
Una condizione miserevole, che però ebbe una piccola breccia, per quanto osteggiata anche a posteriori, il 13 agosto del 1950. Quel giorno accadde un evento che solo apparen­temente poteva apparire improvviso
e imprevedibile. Migliaia di gorizia­ni, rimasti in Jugoslavia dopo il 17 settembre 1947, decidono di supera­re in massa la frontiera per ritrovare l’antica “normalità” appena abban­donata, quella fatta di rapporti tra parenti, amici, amori spesso discor­di rispetto ai ritmi e agli umori della storia e delle nazioni.
La cittadinanza, avvertita da un tam tam di messaggi in codice su Radio Trieste, ma anche dal ser­peggiare dei passaparola, ebbe uno straordinario permesso per interces­sione governativa, con conseguente accordo con le autorità jugoslave, che diedero il via libera all’espatrio, controllato, per quella afosa dome­nica di agosto. Il valico da supera­re era quello della Casa Rossa, che sulle prime dove vedere le persone in fila, ad attendere con pazienza il proprio turno per poter verificare la possibilità di un incontro.
Un ’onda inarrestabile
In realtà, il prorompere della folla fù molto più intenso e casua­le. Qualche miliziano sparò dei col­pi in aria a scopo intimidatorio per fermare l’onda, ma il risultato fu un vero e proprio boomerang al pun­to che la massa di persone di quel giorno entrò ancora più velocemen­te, a questo punto senza più ostaco­li
Nella massa addirittura i milita­ri spiccavano con la loro stella ros­sa puntata sulla testa. Fu un improv­viso peregrinare che ha il sapore di una minuta, ma ferma rivoluzione, un esplodere degli animi repressi nei loro affetti e nei loro affanni.
Ma non solo. È anche la scarsi­tà dei beni nel lato ad est di Gori­zia che portò la gente a decidere di irrompere pacificamente anche per fare tanti, tantissimi acquisti, dopo tre anni di empori vuoti a Nova Go- rica, città allora tutta da inventa­re, spoglia, desolata e fondamen­talmente in costruzione. In questa sorta di non luogo, disorganizzato rispetto alle più impellenti necessi­tà umane, risultava introvabile an­che la semplice scopa di saggina, divenuta, casualmente un indelebile simbolo di quel memorabile accadi­mento goriziano.
Via il gusto della cicoria
Al termine di quella giorna­ta, migliaia di persone provenienti non solo dagli immediati dintorni, ma molti anche da città come Trie­ste o Fiume, tornarono a casa con la scopa in spalla quasi fosse una ba­ionetta, simbolo orgoglioso di una comodità ritrovata. In quelle poche ore, i negozi di via Rastello, Piaz­
za Vittoria, via Carducci (allora via dei Signori) e, più in generale, di tutto il centro storico, vennero pre­si letteralmente d’assalto anche per tutti gli altri possibili acquisti, dal­le saponette ai farmaci, dalle stoffe al semplice caffè al bar, miracolosa­mente e per un giorno non più al gu­sto di cicoria.
L’articolo più venduto, alla fine di quella pazza domenica, risultò però essere un umile strumento del­la quotidianeità. Il resto è la storia di una grande festa, di uno spontaneo approfittarsi di una falla improvvisa nel “sistema” per ricongiungersi ai propri cari nei tanti luoghi che, per lungo tempo, li avevano uniti ed ac­comunati. In un attimo e per un atti­mo, le trattorie e i negozi si rianima­rono attraverso il ritorno di volti noti e destini spezzati. La naturale prose­cuzione di quella giornata ci riporta ad alcuni di questi, che sono in alcu­ni casi persone ancora esistenti sulle ceneri di quella frontiera.
Altre storie di gente comune
Il sottotitolo di questo volume parla infatti di “altre storie di con­fine”, nell’accezione utilizzata spes­so dal giornalista Covaz in vari suoi romanzi, dove mischia avvenimenti reali ad altri tutto sommato realistici rispetto ai luoghi noti della Venezia giulia. L’autore in realtà lo fa con una narrazione semplice e asciutta, che si lega ad una certa cura nella ricerca storico-memorialistica, por­tata avanti con il piglio del cronista a caccia di testimonianze e infine di emozioni, anche molto basilari.
È questa la storia di un maestro inviato dal Fascismo ad insegnare a Savogna, o meglio, la più temibile Sovodnje ob soci dall’Italia meri­dionale per poi innamorarsi di una slovena di Kromberk, località che rimarrà ad Est. Un amore che divie­ne impossibile solo con l’alzarsi dei muri e che richiede una pausa, di tre anni, in un momento storico dove non ci si poteva ricongiungere nem­meno virtualmente con i propri cari, familiari, amici o amanti. Un vero e proprio dramma sociale, con i suoi microcosmi che la storia ignora se non per ricordare attimi strani, e ri­solutivi, come quando si decise per la famosa “Domenica delle scope”.
Da episodi come quello del ma­estro e della contadina di Krom- berk emerge anche tutta la poetici­tà dell’animo umano che, ora come allora, rifugge dalla politica per de­dicarsi, ingenuamente e con piace­re, alla propria, supposta semplici­tà. Un dato di fatto, neutrale, che si snoda nella narrativa ancor meglio
che nelle tonnellate di vita dimenti­cate di quegli anni.
Poetica semplicità
Negli episodi narrati da Covaz si incontrano amori che potevano tranquillamente finire, perchè ma­gari agli esordi, ma anche famiglie corrose e occhi di bambini che non capiscono proprio, in quanto “i pic­coli si chiamano per nome e dei co­gnomi gli interessa ben poco”. Ad esempio, prendiamo Olga, che per­de d’un colpo la fiducia negli adulti. “La fiumana di gente festosa che ha appena abbattuto simbolicamente il confine di Casa Rossa sciama sotto le sue finestre. Vorrebbe aggregar­si pure lei al corteo, ma la mamma la trattiene. Dalle finestre delle case vicine pungono i consueti epiteti, le spinose offese: “Ste a casa vostra, s’ciavi!”. “Olga è s’ciava, Ernesto è s’ciavo - prosegue Covaz nel libr i loro genitori sono trattati come pezze da piedi. Solo perché hanno creduto anche loro in un sogno? Un sogno subito svaporato e che la sto­ria boccerà, ma perché una bambi­na deve pagare in anticipo il conto dell’intolleranza?”
E poi ancora. ..”Olga compren­de che la gente vociante è al centro di un miracolo, che sta sovvertendo l’ordine costituito, che si è fatta bef­fe dei fucili ben oliati dei graniciari. Sparino pure quegli imbecilli, spari­no pure all’aria perché cos’altro è il confine se non aria?”.
Ritrovato fermento
Interessanti sono poi alcuni aspet­ti che Covaz individua per descrive­re una Gorizia che, pur nelle diffi­coltà, vive una sua fase di fermento politico e intellettuale. Sullo sfondo si staglia una piccola città realmente multilingue e multiculturale, accal­data dai dibattiti oltre che dall’esta­te. Non stona quindi per niente l’ac­cesa descrizione di quella famosa domenica attraverso le sue persone e i suoi luoghi di ritrovo. Un evento meritato che sembra quasi un acqua­rello a tinte forti. Come si scopre in un frammento raccontato della mar­cia di quel giorno, destinato a rima­nere unico: “La volta buia della gal­leria Bombi è poco più di una grot­ta degli spiriti, ma l’eco di canzoni, risate e bestemmie proferite da mi­gliaia di pedoni li caccia senza rite­gno. Gli spiriti se la danno a gambe, nascondendosi nei camini o tra i ce­spugli del parco del Castello, pronti a tornare nelle loro tane nella galle­ria non appena la festa sarà passata. Perché le feste, purtroppo, passano sempre. Inesorabilmente. Passa an­che questa, la festa della Domenica delle scope... Il giorno dopo, resta il
vuoto dei negozi, il vuoto nel cuore delle persone i cui cari sono tornati “di là”, il vuoto incolmabile di una rabbia ferita dai reticolati disposti lungo il confine”. Quella breve vi­sita restò un brandello d’impossibi­le, che fece capire a molti la distanza incolmabile fra due mondi.
A Gorizia quel giorno si incon­trarono persone di località oggi slo­vene come Aidussina, Gargaro, Vi- pacco, Loqua, Oppacchiasella, Vit­toria della Bainsizza, Moncorona e Castagnevizza, ma a centinaia arri­varono anche da Lubiana, Zagabria e perfino, appunto, da Fiume, dove molti monfalconesi avevano imba­stito il loro “controesodo”, rimanen­do in realtà a loro volta confinati in un Comunismo del tutto scomodo nella nuova Jugoslavia di Tito.
Ma l’evento assume una luce propria anche per l’impatto che può avere una massa umana, frustrata e esaltata, di fronte al rigido control­lo delle armi e delle politica. Senti­menti che in molti eventi della storia ricompaiono con cadenza sistemati­ca, senza aver nulla di trascenden­tale. Se non, forse, la successiva di­menticanza e il peso dell’oblio, che ci portano a non pensare alle conse­guenze delle imposizioni e degli atti di forza, improvvisi ed assoluti.
Memoria e immaginazione
Per tanti motivi in realtà l’autore dice di non voler far scordare questo episodio che nella sua temporaneità è stato così capace di rendere vera­mente visibile l’animo particolare del confine di queste parti. Un contri­buto alla memoria ma anche all’im­maginazione, oltre che a quelle vite che sembrano senza importanza ma che a guardarle da vicino appaiono sempre più grandi e sempre più fon­damentali. Emanuela Masseria Nato nel 1962 e residente a Monfalcone, il giornalista del “Piccolo” Rober­to Covaz è responsabile della reda­zione Gorizia-Monfalcone. Ha pub­blicato diversi libri, tra i quali, per Edizioni Biblioteca dell’Immagine, “Gorizia-Nova Gorica, niente da di­chiarare” (2007), “Le abbiamo fatte noi. Storia del cantiere e dei cantieri- ni di Monfalcone” (2008), “Rugge­ro Dipiazza, monsignor No” (2008), “I pescatori di Grado” (2009), “Go­rizia al tempo della guerra. Memorie di Silvino Poletto, il partigiano Ben­venuto” (2010), “Storia e memoria di Panzano, il quartiere operaio di Monfalcone” (2011). Su Gorizia ha anche pubblicato “La Rosa di Gori­zia, Piazza Sant’Antonio, c’era una volta” e la guida “Gorizia in pausa pranzo”.
(em)


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


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