RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA

a cura di M.Rita Cosliani, Eufemia G.Budicin e Stefano Bombardieri

N. 856 – 15 Dicembre 2012
Sommario


774 – CDM Arcipelago Adriatico 08/12/12 Franco Papetti sul significato di APS e svolta dell'ANVGD (Rosanna Turcinovich Giuricin)
775 - La Voce del Popolo 12/12/12 L'istrianità è... identità a sé, attaccamento e anche di più (Ilaria Rocchi)
776 – CDM Arcipelago Adriatico 10/12/2012 - L'ultimo saluto a Ida Derin Reia - A settembre aveva festeggiato 100 anni (Rosanna Turcinovich Giuricin)
777 - Il Piccolo 12/12/12 A Spalato i pazzi amanti del "pizzighin" giocano sotto la bora nel mare di Botticelle (a.m.)
778 - La Voce del Popolo 10/12/12 Pola - Tributo a Sergio Endrigo il Cd «1947» va a ruba
779 - La Voce del Popolo 11/12/12 Cultura - L'Istria a fumetti, dalla preistoria ai giorni nostri (Ilaria Rocchi)
780 - La Voce in più Dalmazia 08/12/12 Gli Ivanovich di Dobrota, conti e valorosi combattenti di mare (5) (Giacomo Scotti)
781 – La Voce del Popolo 12/12/12 Bollettino del Centro Ricerche Storiche di Rovigno «La Ricerca» n. 61 (ir)
782 - La Voce del Popolo 15/12/12 - E e R . Ciacolade di Alfredo Fucci Nadal e panettoni in campo profughi (Roberto Palisca)
783 - La Voce in piú Educa 13/11/12 - Fiumano, grande passione (Patrizia Chiepolo Mihočić)
784 - Il Piccolo 08/12/12 Lettere - Unione Europea la Croazia e gli italiani (Silvio Delbello)
785 - Il Piccolo 12/12/12 Lettere - L’IRCI e l’Adriatico (Chiara Vigini)
786 - Osservatorio Balcani 11/12/12 La comunità ebraica in Croazia (Sandy Gentilezza)


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774 – CDM Arcipelago Adriatico 08/12/12 Franco Papetti sul significato di APS e svolta dell'ANVGD
Franco Papetti sul significato di APS e svolta dell'ANVGD
Il mondo dell’associazionismo degli esuli ad una svolta, determinata da svariati fattori tra cui anche la necessità di inventare nuove forme di finanziamento che permettano una giusta autonomia nell’operare in tranquillità sul territorio nazionale.
Al Congresso ANVGD si è parlato, ancora una volta, di APS, dopo che l’argomento era stato affrontato sia a Varese (tre anni fa), poi al convegno di Rimini e nei vari Consigli ANVGD. Non è stata solo una relazione ma l’annuncio che l’APS è finalmente una realtà. Si tratta di un meccanismo, previsto dalla legge, per destinare dei mezzi alle associazioni no profit.
Al Congresso di Gorizia – visti i tanti tempi in scaletta - all’argomento non è stato concesso moltissimo tempo, necessario quindi approfondire i risvolti di un impegno che parte proprio da un’informazione capillare. A parlarne, nelle varie occasioni, è stato il dott. Franco Papetti, neoeletto nella rosa dei vicepresidenti ANVGD.
Perché, su che cosa si basano le sue riflessioni?
“Dobbiamo fare un salto all’indietro nel secolo scorso. A partire dagli anni Ottanta e Novanta si è verificato in Italia un grande sviluppo del così detto “terzo settore”. Che cosa s’intende? Se nel “primo settore” rientrano tutte le attività di intervento in campo sociale da parte dello Stato; nel “secondo settore” quelle del mercato che hanno come fine il raggiungimento di uno scopo di lucro; il “terzo settore” comprende tutte quelle attività che hanno un fine sociale senza scopo di lucro, dette anche “organizzazioni di volontariato”.
Lo Stato ha ordinato questa materia con due leggi fondamentali: D.L. del 4 dicembre 1997 n.460 sulle ONLUS acronimo che indica le organizzazioni non a fine di lucro di utilità sociale; Legge del 7 dicembre 2000 n. 383 sulle APS ( associazioni di promozione sociale)”.
Che cosa le distingue?
“Si tratta di differenze estremamente sottili tra ONLUS e APS, le prime sono definite organizzazioni di volontariato con finalità di solidarietà sociale, quindi verso i terzi, e le seconde come organizzazioni di volontariato che hanno come fine la promozione sociale sia verso gli associati che verso i terzi”.
La legge riconosce una serie di vantaggi normativi, amministrativi, organizzativi e fiscali con donazioni ed altri meccanismi?
“Entriamo nel vivo della questione: le donazioni fino a € 2065,82 effettuate dalle persone fisiche sono detraibili dall’imposta lorda nella misura del 19%. Per quanto riguarda le imprese la legge n.80 del 14 maggio 2005 ha introdotto la deducibilità dall’ammontare del reddito d’impresa con le erogazioni liberali in denaro nel limite del 10% del reddito complessivo dichiarato e comunque nella misura massima di € 70.000 annui.
Le erogazioni sia dei privati che delle industrie possono essere un grosso volano operativo, permettendo alle ONLUS e alle APS di costituire la cosiddetta massa critica per poter operare per il raggiungimento dei fini istituzionali”.
E’ una possibilità che esiste da tempo e alla quale non s’era ancora pensato?
“Già al congresso di Varese si era presentata l’opportunità di fondare una APS che potesse aiutarci, visto la continua rarefazione dei contributi statali, nella operatività dei nostri comitati provinciali e di tutti gli aderenti. L’obiettivo è stato raggiunto quest’anno con la fondazione dell’Associazione di Promozione Sociale “ISTRIA, FIUME, DALMAZIA, GOLFO DI VENEZIA”, nata il 12 ottobre 2012”.
Con che caratteristiche?
“L’Associazione non ha scopo di lucro e si prefigge di svolgere utilità sociale (assistenziali, culturali, divulgative e ricreative) a favore di associati o di terzi con particolare riferimento al sacrificio collettivo determinato dall’Esodo giuliano-dalmata, volendone perpetuare il ricordo e sostenere gli esuli ed i loro discendenti, nonché le popolazioni di lingua italiana ed istro-veneta che ancora oggi risiedono nella Venezia-Giulia, dell’Istria, nel Quarnero e nella Dalmazia.
In particolare l’articolo 4 dello statuto elenca una serie di possibili interventi che vorrei elencare perché è importante prenderne atto: assistenza e sostegno agli esuli giuliano-dalmati ed ai loro discendenti curando, in maniera particolare, tutte le forme di aiuto e supporto, ritenute necessarie e moralmente doverose, in particolare per le persone anziane o in difficoltà; tutela dei diritti civili degli esuli giuliano-dalmati e dei loro discendenti e sostegno, in uguale misura, dei diritti fondamentali delle persone di lingua italiana ed istro-veneta che ancora oggi risiedono nel territorio adriatico storicamente luogo di influenza economico-culturale della Repubblica di Venezia; promozione e valorizzazione della lingua italiana ed istro-veneta, nonché dei beni culturali direttamente connessi con la storia dei popoli istriani, giuliani e dalmati, presenti sul territorio nazionale, oppure conservati nell’Adriatico del nord ed orientale; promozione delle forme culturali direttamente connesse con le vicende storiche; educazione e divulgazione, della storia, della lingua, della cultura e dell’arte.
L’Associazione potrà altresì svolgere tutte le attività connesse al proprio scopo istituzionale, anche curando l’edizione di stampe (periodiche e non) ed effettuando ogni altro servizio idoneo al raggiungimento delle sue finalità”.
Oltre a ciò la Legge offre un’altra grande opportunità che consiste nel poter acquisire il 5 per mille delle imposte. Come funziona?
“La Legge attribuisce alle APS, registrate in un apposito Registro Nazionale, anche un altro importantissimo strumento per finanziarsi: la possibilità di poter acquisire il 5 per mille della tassazione delle imposte sul reddito delle persone fisiche. Una volta quindi che sarà concluso l’iter della registrazione nel Registro Nazionale delle Associazioni di Promozione Sociale, solo apponendo la firma ed indicando il numero specifico assegnato alla nostra APS, nel modello di dichiarazione dei redditi sarà possibile far pervenire alla nostra associazione il 5 per mille dell’imposta relativa.
Come si evince, quindi, non avendo bisogno di nessun sacrificio economico dell’individuo e conoscendo l’attaccamento alle proprie terre d’origine dei nostri soci sarà possibile poter disporre di importi adeguati a raggiungere i fini istituzionali dell’associazione”.
Quale sarà il vostro compito per rendere efficace il ruolo dell’APS?
“Il primo step, quello della costituzione formale, è stato assolto. Ora si tratta di rendere operativa l’attività della APS con l’ampliamento del numero degli associati; un’informazione capillare per far conoscere a tutti l’operatività ed i vantaggi della APS; l’istituzione dei percorsi gestionali dei vari progetti; iniziare l’operatività sul territorio nazionale ed accedere al 5 per mille”.
A Gorizia è stata rinnovata la struttura al vertice dell’ANVGD, quali saranno i prossimi impegni?
“Si svilupperanno secondo dei punti guida basati su precisi prodromi: sono trascorsi 65 anni dalla perdita delle nostre terre d’origine della Venezia Giulia; il numero degli esuli di prima generazione sta velocemente diminuendo; le risorse che lo Stato italiano decide di destinare al mondo dell’esodo andranno ad esaurirsi entro poco tempo; l’entrata della Croazia nella Unione Europea ed il nuovo spirito di collaborazione tra Italia, Slovenia e Croazia, soprattutto dopo gli incontri dei tre Presidenti con il riconoscimento reciproco dei propri torti, hanno portato ad un nuovo clima più distensivo nei rapporti; esigenza di proteggere la nostra minoranza che sarà il futuro testimone della nostra storia di popolo.
Non a caso, per la prima volta, è stato eletto un Presidente che non è nato nei territori abbandonati ma è figlio di profughi che bene potrà interpretare le necessità e le esigenze nel tramandare la nostra storia nel nuovo secolo”.
Fino a poco tempo fa si credeva quasi impossibile il passaggio del testimone…
“E’ vero che la seconda generazione non ha subito il dolore terribile dell’abbandono delle terre dei propri avi ma è anche vero che ha sofferto la realtà di essere una generazione nata senza patria e divisa tra un passato scomparso ed una naturale integrazione.
Posso affermare, senza possibilità di essere smentito, che Antonio Ballarin sarà il Presidente migliore per gestire questo momento tanto delicato. E’ trascorso nemmeno un mese dalla nomina del nuovo Presidente, del nuovo Esecutivo e del Consiglio Nazionale. A gennaio verrà convocato il Consiglio Nazionale nel quale verranno esplicitati gli obiettivi, le strategie e tutti gli aspetti operativi relativi al prossimo triennio. Stiamo lavorando”.
Che cosa viene tramandato al prossimo, c’è spazio per una nuova dimensione, di una diversa collaborazione anche con gli Italiani delle terre dell’Adriatico orientale, come ribadito al Congresso?
“Uno dei punti più importanti emersi al Congresso di Gorizia è quello del ritorno alle nostre terre d’origine: certo non è un ritorno fisico, ormai la storia ha fatto il suo corso, ma un ritorno culturale ed intellettuale ed il rapporto con la minoranza delle nostre terre d’origine sono la chiave di volta per poter raggiungere questo obiettivo.
Quindi, la difesa della nostra storia, cultura e presenza nelle terre dell’Adriatico orientale passa attraverso gli italiani che risiedono in Slovenia, Istria e Dalmazia. Si tratta di iniziare un nuovo rapporto con i nostri fratelli e di abbandonare, come detto a Gorizia da Maurizio Tremul, Presidente della Giunta di Unione Italiana, quel muro di sospetti e rancori di un passato ormai fuori dalla storia e che ci ha sempre separato: “non più noi e voi ma semplicemente noi”.
E’ necessario passare da una sterile definizione di principio a fatti concreti: quelli che mi vengono subito in mente sono: riunioni periodiche tra ANVGD e Unione Italiana, incontri tra comunità, gite culturali, progetti culturali comuni, visite reciproche tra scuole, etc.”.
Lei vive a Perugia, lontano dai centri in cui è più palpabile la vita associativa degli esuli, il 10 Febbraio ha cambiato il suo rapporto con il concetto d’associazione, in che modo ha stimolato il suo impegno?
“Il dieci febbraio è stato un riconoscimento, seppur tardivo, delle tragedia e delle sofferenze patite dagli istriani, fiumani e dalmati. E’ stato comunque un volano di iniziative che ci ha permesso di non affondare completamente nel dimenticatoio e di far tornare la nostra storia parte della storia nazionale. Il Giorno del Ricordo non deve essere però un punto di arrivo ma un punto di partenza soprattutto ora in cui è in atto un cambio generazionale.
Relativamente al mio impegno ho cercato di operare in Umbria, vivendo da quando avevo due anni in questa splendida regione d’Italia, in diverse direzioni: istituzionale - collaborando con le principali istituzioni pubbliche ed in particolar modo con ISUC (Istituto Storico dell’Umbria Contemporanea), Regione e Comuni -, scolastiche, con l’USR (Ufficio Scolastico Regionale) e diretta con gli Istituti scolastici.
Chiaramente il “Giorno del Ricordo” è stata la spinta principale che ha permesso l’apertura di molte porte che erano rimaste chiuse per tanto tempo a causa di, chiamiamoli così, pregiudizi storici consolidati dalla vulgata popolare”.
Come stimolare le giovani generazioni al coinvolgimento diretto, anche solo in singole occasioni?
“Una ricerca effettuata dall’ANVGD nel gennaio 2012 dalla Società Ferrari e Nasi Associati su un campione rappresentativo ha rilevato risultati drammatici sulla conoscenza sia dell’esodo che delle foibe. Il 16% del campione ha sentito parlare delle foibe ma non sa che cosa siano; il 15% ha sentito parlare dell’esodo dei giuliano dalmati ma non sa darne una spiegazione. Ancora più drammatiche la percentuale di coloro che non sa assolutamente nulla: rispettivamente del 55% relativamente alle foibe e un drammatico 76% dell’esodo dei giuliano–dalmati.
Dolorosa è la perdita di conoscenza dei nomi geografici italiani delle terre che furono di cultura italiana da sempre e si preferisce storpiare nomi impronunciabili in croato o sloveno, e questo anche nei principali mass media italiani. E’ evidente quindi che ancora molto dobbiamo lavorare nel campo dell’informazione al fine di colmare questo buco di non conoscenza di questa parte di nostra storia nazionale che per oltre 50 anni è stata completamente rimossa. Credo che l’investimento più proficuo sia quello sulle nuove generazioni”.
Come fare a stimolare la loro curiosità?
“Per prima cosa è necessario che la scuola faccia la sua parte e la faccia in modo preparato e consapevole. I corsi MIUR sono sicuramente una base di partenza ottimale al fine formativo degli insegnati. Altro aspetto importante sul quale dobbiamo lavorare è quello di veder finalmente inserite in tutti i libri di scuola le vicende storiche riguardanti i confini orientali.
Per seconda cosa dovremo aumentare le collaborazioni con le scuole di ogni livello e grado per il Giorno del Ricordo. Altro punto importante dovrà svolgersi nel coinvolgimento attivo degli studenti e questo potrà avvenire sia con iniziative tipo quella effettuata con il Touring club italiano sia quella di stimolare la ricerca e l’approfondimento con concorsi o altro.
Nel momento che la nostra APS sarà operativa potrà darci una grossa mano nel poter raggiungere importanti obiettivi in questo settore”.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

775 - La Voce del Popolo 12/12/12 L'istrianità è... identità a sé, attaccamento e anche di più
L’istrianità è... identità a sé, attaccamento e anche di più
Che cos’è l’istrianità? Un’identità a sé, risultato della compenetrazione e della coesistenza di culture e lingue diverse, in primis di derivazione romana e slava? O è piuttosto attaccamento al territorio? O, ancora, voglia di autogoverno da parte di una realtà che, a prescindere dagli stati cui è appartenuta, è sempre stata periferica, in un certo senso isolata, vista anche la sua configurazione geografica? Probabilmente, anzi sicuramente, è tutto ciò e anche di più.
Ma come far capire tale istrianità, concetto così complesso e articolato, forse anche astruso, a chi non lo vive dal di dentro, a chi non lo ha studiato, a chi non gli è in un certo senso vicino? Ci hanno provato ieri sera a Trieste, a delle menti che per definizione dovrebbero essere aperte ad apprendere e conoscere, uno storico di indubbia fama, un grande esperto di diritto costituzionale e un politico-amministratore. Nella sala “Cacciaguerra“, nell’ambito di una conferenza organizzata dal Club degli studenti istriani dell’Ateneo giuliano – giocando dunque quasi in casa – hanno parlato a un folto pubblico di ragazzi (ma non solo), spiegando appunto l’Istria, le peculiarità di una regione, Raoul Pupo, professore di Storia contemporanea e Storia del Friuli Venezia Giulia presso la Facoltà di Scienze politiche, Sergio Bartole, professore emerito della Facoltà di Giurisprudenza, e Oriano Otočan, assessore alla cooperazione internazionale e alle integrazioni europee della Regione Istriana. Spiegano ciascuno, sotto l’aspetto che ha analizzato e indagato nel corso della propria esperienza professionale, il concetto di istranità.
Regione di frontiera
Ha esordito lo storico, un esperto in materia di questioni istriane del passato, riconosciuto a livello nazionale e internazionale, stimatissimo pure dai suoi studenti, come ci è parso di comprendere. Pupo si è soffermato sul concetto di “regione di frontiera“, chiarendo innanzitutto che cosa si intenda con il termine di confine, che è recente nell’accezione che noi oggi gli diamo, appartiene cioè all’Ottocento e al Novecento, si afferma con la nascita degli Stati nazionali. Forse sarebbe più indicato allora definire l’Istria una terra di “passaggio“, con il piccolo particolare che non è ancora assodato quali siano le realtà cui fa da ponte: l’Italia e i Balcani (no, per carità, i Balcani no!)? Mondo latino e mondo slavo?
In passato, ha sottolineato Pupo, vigeva una sorta di plurilinguismo opportunistico, per cui la lingua appare un indicatore debole dell’identità (diverso il caso dei due secoli più vicini a noi, quando invece diverrà bandiera). E poi, la penisola ha vissuto varie dimensioni di popolamento: c’è stata la fase della romanizzazione, quindi l’insediamento delle genti slave, quindi, alle soglie dell’Età moderna, di altre etnie che, con la complicità di Venezia, scappando dai Turchi venivano a rimpolpare una regione decimata da carestie, epidemie e soprattutto guerre. Senza dimenticare, e Pupo lo ha sottolineato, l’esodo della seconda metà del Novecento – questa sì una grande novità in quanto ha segnato un momento di vera rottura – che ha riguardato gli italiani e quindi la scomparsa di un elemento fondante della società istriana.
Cura alla convivenza pluralistica
L’istrianità stessa, poi, assume una valenza particolare in epoche non remotissime: gli esuli che, abbandonata la patria d’origine lasciano anche il campanilismo per stringersi attorno alla comune civiltà istriana; gli abitanti attuali dell’area, attaccanti alla terra, ma anche come risposta alle spinte nazionalistiche di Croazia e Slovenia, dopo la dissoluzione della Jugoslavia. Inclusione, convivenza, pluralità, dialogo: questa in sintesi l’eredità che secondo il prof. Bartole ha messo invece a confronto le due regioni, il Friuli Venezia Giulia e l’Istria, analizzando a fondo i rispettivi statuti, in particolare quelli istriani del 1994 e del 2009, anche alla luce della sentenza della corte costituzionale croata.
L’Istria, ha chiarito Bartole, non ha l’autogoverno, non ha potere legislativo, ma attua e implementa leggi emesse da un’entità superiore, il Sabor croato, pur dedicando una particolare cura alla convivenza pluralistica. Otočan ha illustrato l’assetto della Regione oggi, le sue caratteristiche sociali, economiche, nazionali e altre, ripercorrendo i grandi mutamenti del “secolo breve”, ciò che rende oggi l’Istria una delle regioni più progredite – in tutti i sensi – a livello nazionale croato e le sue aspirazioni. Il futuro è ineluttabilmente europeo e vedrà l’Istria riacquisire la sua unitarietà, conquistare magari pure maggiori poteri decisionali, alias l’autogoverno e il decentramento, preservando la sua identità multilingue e multiculturale.
Ilaria Rocchi

 

776 – CDM Arcipelago Adriatico 10/12/2012 - L'ultimo saluto a Ida Derin Reia - A settembre aveva festeggiato 100 anni
L'ultimo saluto a Ida Derin Reia
A settembre aveva festeggiato 100 anni E' mancata a Toronto Ida Derin Reia, capodistriana, aveva compiuto a settembre 100 anni che aveva festeggiato con tanta allegra, circondata dai familiari e da tutta la comunità giuliano-dalmata che vive nella città canadese. Donna volitiva, coraggiosa, aveva sostenuto, negli anni dell'arrivo in Canada, un folto gruppo di giovani partiti senza famiglia per il Nuovo Mondo. Con Ida avevano trovato conforto, calore ed energia vitale. Donna istriana forte, convinta come tante di dover tener su "i tre cantoni" della casa, non era mai venuta meno a questo suo credo, un po' per intima convinzione ma soprattutto per un fatto caratteriale. Roccia, o quercia, come è spesso stata definita la tipologia di queste nostre donne, in grado di cambiare le cose. Così come le tre figlie Lorendana, Oriella ed Elsa che le sono state sempre vicine. Forti, convinte. Insieme ai fratelli, Franco e Fabio sono state anche un perno di quell'italianità alto Adriatica o giuliano-dalmata che dir si voglia, attorno al quale si sono intrecciati rapporti ed iniziative. E Ida era sempre presente, a ribadire la legittimità di una scelta ed il desiderio di mantenere alto il messaggio di un popolo sparso ma non sconfitto.
L'ultima volta l'abbiamo incontrata al pensionato di Villa Colombo, che aveva scelto autonomamente e con decisione - così come nel suo carattere - come sua dimora da parecchi anni. Alla parola Trieste, erano affiorati mille ricordi. Ormai dall'alto delle geografie confuse, riandava con il pensiero a Carcase dov'era nata, vissuta, dove aveva lavorato al locale asilo d'infanzia.
I bambini mi chiamavano maestra! Ricordava. Per poi confidare il desiderio di recarsi a Trieste, appena avesse avuto una giornata libera.
Dolce Ida, con lei se ne va un pezzo di storia, rimane il ricordo, l'affetto, l'allegria che riusciva spandere a piene mani.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

777 - Il Piccolo 12/12/12 A Spalato i pazzi amanti del "pizzighin" giocano sotto la bora nel mare di Botticelle
A Spalato i pazzi amanti del “pizzighin” giocano sotto la bora nel mare di Botticelle

È un luogo cult della città di San Doimo, situato a poca distanza dal nucleo storico e sempre frequentato. Anche in pieno inverno. La spiaggia Botticelle (Bacvice in croato) di Spalato attira per i suoi bassi fondali nugoli di appassionati di “pizzighin”, il popolare gioco che vede uomini e donne in costume da bagno scambiarsi la pallina di gomma con colpi di mano (o di altre parti del corpo) e con un unico obiettivo: evitare il più a lungo possibile che tocchi la superficie del mare. Botticelle ha il fondo sabbioso e in 20–30 o poco più centimetri di acqua si ammirano elementi bravissimi e spettacolari, che amano giocare anche quando la temperatura dell’ aria è quasi prossima allo zero (quella del mare tra i 10 e i 15 gradi) e tira una bora freddissima. È quanto succede in questi giorni, con sparuti gruppi di spalatini che proprio non riescono a riununciare al “pizzighin”. Va ricordato che dal 2007 questo gioco è sotto tutela del ministero della Cultura croato. (a.m.)

 

778 - La Voce del Popolo 10/12/12 Pola - Tributo a Sergio Endrigo il Cd «1947» va a ruba
Tributo a Sergio Endrigo il Cd «1947» va a ruba
Non è la prima volta che la Comunità degli Italiani di Pola si sia mobilitata per omaggiare Sergio Endrigo. C’erano stati altri concerti anche prima d’ora, ma soprattutto c’era stata l’iniziativa del monumento dell’“arca” nel parco intestato al cantautore poco lontano dalla sua casa natale. Eppure questa volta gli italiani di Pola hanno fatto di più.
Con l’aiuto dell’Unione Italiana, del municipio di Pola e della Regione, è uscito un doppio Cd di tributo a Endrigo, intitolato semplicemente “1947”, che ha coinvolto la bellezza di 250 artisti, quasi esclusivamente polesi, sotto la direzione di un autentico mago della discografia nazionale: Edi Cukerić.
Per presentarlo al pubblico, una parte degli interpreti si è esibita in concerto venerdì sera alla Comunità degli Italiani e la serata è stata a sua volta oggetto di riprese per la produzione di un filmato in DVD. Insomma, se Roma e l’Italia hanno “dimenticato” Endrigo - e il giudizio l’aveva espresso a suo tempo la stessa figlia del cantautore, Claudia - Pola ha fatto il suo dovere. Di più: l’ha fatto con immenso piacere.
Il Cd è stato distribuito gratuitamente ai presenti a fine serata. Insufficienti e già esaurite le 700 copie della prima tiratura, “1947” - come rilevato nel corso della serata dal presidente dellla Comunità degli Italiani e vicesindaco di Pola, Fabrizio Radin - tornerà a essere masterizzato in altre 1.000 copie, che saranno disponibili in tempo per i concerti di fine anno.
Grande il concerto. Ovviamente non è stato possibile portare sul palcoscenico tutti gli artisti del CD, ma intanto c’è stato il modo di presentarne al pubblico uno spaccato fedele. L’edizione conta 31 brani scelti con cura tra i più belli, elegiaci, riflessivi, e alcuni tra i più noti dell’autore, qui incluse le canzoni per ragazzi. Ed è proprio un brano per bambini che ha aperto il concerto: “Ci vuole un fiore” di Rodari ed Endrigo è stata interpretata dal coro “Zaro” e dalla dolce Nika Bosusco (voce solista), che si sono guadagnati subito larghi consensi di pubblico.
“Io che amo solo te” è stata rivisitata in chiave jazz da Tamara Obrovac e il suo Transhistria Ensamble, in una cover distante anni luce dall’originale, come ha avuto modo di ammettere la cantante un attimo prima di dare il “la” alla band: “Sergio perdonami ovunque tu sia”. Bellissima “Oriente” nelle mani di Franko Krajcar e dell’Indivia band, probabilmente uno dei brani meglio riusciti della serata, ma ci aveva messo lo zampino Mauro Giorgi per l’arrangiamento e quindi non poteva andare diversamente...
Magnifica la voce di Kristina Jurman Ferlin nell’interpretazione di “Te lo leggo negli occhi”, anche in questo caso particolare negli arrangiamenti, di Maurizio Ferlin, una delle due rivelazioni femminili di questo bellissimo concerto insieme a Franka Strmotić Ivančić, che si è cimentata egregiamente nell’interpretazione di “Trasloco”.
Tra i dilettanti che hanno accettato l’invito di omaggiare Endrigo anche un timido Bojan Šumonja che ha parlato a “Teresa”, poi un poeta quale Daniel Načinović per dire di un “Dolce paese”, un pirotecnico Cile, alias in arte Cigo Man Band, che ha fatto esplodere l’atmosfera in sala con “Il pappagallo”, ed infine il coreografo Matija Ferlin, accompagnato dalla flautista Natasa Dragun in “Questo amore è per sempre”.
Livio Morosin ha fatto di più. In “Elisa Elisa”, ha unito la sua alla voce di Endrigo in un collage tutto sommato riuscito, così come è andato felicemente in porto anche l’esperimento rap di Icon e Renoma con la partecipazione del DJ Marino in “Mille lire”.
Assenti anche se annunciati, Arsen Dedić, grande amico di Endrigo e autore della sua “Kud plovi ovaj brod”, e i Nola, che hanno trasmesso i loro saluti al pubblico in un video proiettato a metà concerto.
Ma non sarebbe mai mancato all’appello il coro della “Lino Mariani” che da tempo esegue “L’ Arca di Noè” su arrangiamento di Branko Okmaca e direzione di Edi Svich: anche questa un’esibizione da incorniciare. Nè sarebbe mancato il primo tenore del coro, Alessandro Ghersin, che ha interpretato il brano centrale del disco omonimo: “1947”.

 

779 - La Voce del Popolo 11/12/12 Cultura - L'Istria a fumetti, dalla preistoria ai giorni nostri
L’Istria a fumetti, dalla preistoria ai giorni nostri
Il fumetto come trasmissione del passato, di comunicazione di massa, come strumento educativo. Lo aveva ben capito Enzo Biagi, negli anni ’70, con la sua “Storia d’Italia a fumetti”, quale poteva essere il potenziale divulgativo di quella che Hugo Pratt definisce “letteratura disegnata”. E circa due mesi fa a Ravenna, l’ottavo Komikazen – Festival Internazionale del Fumetto di Realtà, ha ribadito il ruolo del racconto “a strisce” nella divulgazione storica, della memoria. Infatti, l’evento centrale del festival è la stata mostra “Nuova Storia d’Italia a fumetti – Dal Risorgimento al berlusconismo in 150 tavole”.
“Ciao, io sono la capra e, da tempi remoti, ho abitato la terra dell’Istria. Vorrei raccontarvi una storia... Venite a me, o giovani di mente pura, e io, dea degli Istri, sempre e ancor oggi simbolo di tutte le sue genti, vi racconterò in modo semplice la storia vera dei suoi abitanti e dell’Istria, loro terra madre, poiché possiate così conoscerla, comprenderla ed amarla”.
Sono le “premesse” da cui parte “Storia dell’Istria a fumetti”, un volumetto con il quale dodici anni fa esordivano in questo filone storiografico innovativo “a strisce” – se così si può dire –, il Circolo di cultura istroveneta “Istria” e l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste. Una curiosissima e simpaticissima iniziativa editoriale, realizzata con il contributo della Regione Veneto, destinata principalmente ai giovanissimi, ma non per questo meno adatta anche a un pubblico più grandicello.
Ora, a distanza di dodici anni, a cura del Circolo “Istria” esce la seconda ristampa dell’opera (stampata presso la Tipografia Adriatica a Trieste), aggiornata al 2012 con la consulenza storica di Roberto Spazzali e con i disegni di Laura Bologna, nonché l’elaborazione elettronica di Vanja Macovaz.
Va detto che “padre” dell’idea è Walter Macovaz e che la sua realizzazione ha richiesto il al contributo “forzato” di Livio Dorigo, Franco Colombo, Pietro Del Bello, Flavio Portolan, Renzo Arcon, Bruna Pompei, Chiara Vigini e di tanti altri autori, bimbi compresi (Aurora, Caterina, Gaia, Paolo, Vanja). I fumetti sono del cartoonist Manuel Zuliani, cui si aggiungono tavole dei pittori e grafici Bruno Chersicla, Ugo Pierri e Franco Sillato.
Edizione singolare, che, anche alla luce del discorso di apertura, riacquista attualità; tant’è che si è deciso di riproporla al grande pubblico. Se ne parla domani alle ore 17.30, al Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata a Trieste. Partecipano Livio Dorigo, presidente del Circolo “Istria”, Piero Delbello, direttore dell’IRCI, Bruno Spazzali, Vanja e Walter Macovaz.
Nel ruolo di Cicerone vediamo dunque una capra, simbolo per antonomasia della regione, della tenacia delle sue genti e tradizioni. Come dire, siamo noi stessi – affidando l’io narrante al nostro emblema – a spiegare chi siamo, la nostra identità, la bimillenaria vicenda della nostra terra, partendo dalla preistoria per arrivare ai giorni nostri. Il tutto con grande obiettività, ma anche con una punta di umorismo.
Si risale alle prime tracce di umanità, si prosegue con Romani, Goti, Unni, Longobardi, Franchi di Carlo Magno... per arrivare al rapporto con la “Dominante”, la Repubblica di Venezia, fondamentale, anche se alle volte controverso, per i destini della civiltà istriana. Secoli trascorsi, nel bene e nel male, sotto le ali del Leone di San Marco, per poi passare sotto quelle dell’Aquila austriaca, in un crescendo di drammaticità, con la recrudescenza dei nazionalismi, culminata con le guerre del ’900.
Si va quindi all’affermazione del comunismo di Tito, alle tragedie di foibe ed esodo, all’annessione alla Jugoslavia. Si affrontano pure i momenti di svolta nel regime titino, come la rottura con Stalin, ma anche il dopo Tito, la disintegrazione della Federativa, i nuovi confini in Istria con la nascita degli stati di Croazia e Slovenia.
Da rilevare infine che ciascuna pagina stampata è affiancata da una “vuota”, da riempire a piacimento con una propria storia personale, oppure una diversa visione dei fatti. Nel rispetto di quella pluralità – di idee, linguistica, culturale... – che ha sempre contraddistinto le genti istriane. “Fratellanza non vuol dire consanguineità, ma giocare, lavorare, consumare il pane assieme. Condividere la stessa storia”, insegna il Circolo “Istria”.
Un progetto di indubbio valore, anche didattico, se teniamo conto che, fin dalle epoche più remote, le immagini sono arrivate lì dove mille parole non sarebbero state mai altrettanto efficaci nel diffondere, spiegare e interpretare la realtà.

E visto che la tendenza di quest’anno in fatto di regali di Natale vede il buon libro tornare a essere una delle scelte migliori, per chi fosse in cerca di ispirazione, questa “Storia dell’Istria a fumetti” ci pare più che un ottimo suggerimento.
Ilaria Rocchi

 

780 - La Voce in più Dalmazia 08/12/12 Gli Ivanovich di Dobrota, conti e valorosi combattenti di mare (5)
I cavalieri dalmati hanno dato prova di eroismo sotto le insegne della Serenissima, combattendo contro i corsari (5 e continua)
Gli Ivanovich di Dobrota, conti e valorosi combattenti di mare
di Giacomo Scotti
Diciannove mesi dopo la concessione del cavalie­rato al capitano rovignese, la medesima facoltà di portare la Croce, il titolo, le vesti, la spa­da e gli sproni d’oro di Cavaliere di San Marco venne concessa al conte Marco Ivanovich di Dobro­ta nelle Bocche di Cattaro, figlio di Luca e fratello di Giuseppe che sarà decorato a sua volta con lo stesso ordine cinque anni dopo.
IL PRESTIGIO DEL PA­DRE Per l’atto di valore che pre­sto racconteremo con l’ausilio del Privilegio dogale datato 19 luglio 1751, il decreto era stato varato dal Senato il mese precedente (9 giugno). L’episodio che fruttò a Mar­co il cavalierato risaliva invece al 17 aprile dello stesso anno. Come si vede, per lui tutto si risolse nel giro di tre mesi, e questo perché alle spalle del conte-capitano c’era il prestigio del padre. “Infatti - re­cita il Privilegio - dalli molteplici autentici riscontri a Noi umiliati”, risultava “pienamente il valore del Capitan Luca di lui Padre in soste­ner l’onor delle Pubbliche Armi, negl’azzardosi incontri di Guerra, comparite poi di presente quando
lo stesso Capitan Marco s’è segna­lato nella recente occasione”.
Il fatto avvenne nelle acque di Patrasso, il 17 aprile come già det­to. Mentre Capitan Marco Ivano­vich guidava “La Veneta Tartana nominata “Crocefisso e Madonna del Rosario” diretta verso il Re­gno di Morea con un carico di for­maggi, il mercantile venne attacca­to da “un’altra tartana barbaresca alla sua di gran lunga superiore di forze”.
LEGNO NEMICO Il legno nemico, quello stesso giorno, ave­vano inutilmente inseguito due grossi battelli veneti ed ora si diri­geva a vele spiegate verso la nuova preda. Cercando di sottrarsi all’at­tacco della tartana barbaresca, Iva- novich spiegò tutte le vele per ac­celerare la rotta e mettersi in salvo, ma visto inutile ogni sforzo per la maggiore velocità della nave ne­mica, preparò la propria alla difesa nonostante la disparità delle forze: 200 marinai e 16 cannoni dalla par­te dei corsari, 22 uomini e 8 pezzi di artiglieria su “Santissimo Croci­fisso e Madonna del Rosario”.
BARBARA IMPRESA “Per molte ore coraggiosamente com­battendo, nonostante una riporta­ta ferita”, Ivanovich “per tre volte “respinse” l’innimico nei soffer­ti assalti di rambo, obbligando fi­nalmente il corsaro con molto suo danno nel bastimento e nell’equi­paggio al rittiro et all’abbandono della feroce barbara impresa.”
Nella Scuola Dalmata dei SS. Giorgio e Trifone di Venezia l’at­to di eroismo del conte-capitano Marco Ivanovich è ricordato da un’iscrizione affiancata al ritratto del personaggio e riassume quan­to è stato qui raccontato con qual­che piccola variazione: il combat­timento sarebbe durato sei ore e mezza, “a fuoco vivo di cannone e moschettate”, e dopo un tentativo di arrembaggio del nemico, “che fu respinto con gran perdita di...”. Sempre a Venezia, nella suddetta Scuola, esiste un quadro che rap­presenta l’azione navale nelle ac­que di Patrasso con in basso un medaglione ovale che ritrae Ivanovich: con la mano solleva la Cro­ce di Cavaliere gli pende dal pet­to. Croce e Privilegio a lui concessi vennero acquistati dal Comune di Venezia nel 1895 insieme a quel­li di suo fratello Giuseppe e affida­ti al Museo Civico Correr ma en­trambi furono rubati: la Croce nel 1925 e il Privilegio in data impre­cisata.
COMBATTIMENTO NAVA­LE Marco Ivanovich rimase ucci­so in un altro combattimento nava­le nel 1756. Colpito a morte, cadde quasi ai piedi di suo fratello Giu­seppe il 19 aprile nelle acque del porto greco Duce di Atene.
Ci sia perciò concesso di viola­re l’ordine cronologico e di parlare subito di Giuseppe Ivanovich e di quella battaglia, premettendo che il 17 agosto 1756, quattro mesi dopo lo scontro in cui cadde Marco Ivanovich, il doge Francesco Loredan approvò un decreto varato dal Se­nato il 12 di quello stesso mese e firmò il Privilegio che confermava il titolo di Cavaliere concesso dai senatori a Giuseppe, pure lui con­te di Dobrota, pure lui capitano di mare. Il documento comincia con­statando il ripetersi di “nuovi saggi di esperienza marittima e militare della sempre benemerita famiglia Ivanovich da Dobrota”, accenna alla “valorosa persona del Conte Giuseppe che, fornito di singolar coraggio nella giovanil età sua può contarsi fra li più meritevoli che si siano in simiglianti guise distinti”, e ricorda infine “Marco suo fratel­lo” decorato dal precedente doge “per il sanguinoso conflitto soste­nuto contro legno tripolino”. Tor­nando di nuovo a Giuseppe Ivano- vich, il documento stabilisce che “lo stesso Conte Giuseppe, fattosi generoso seguace de’ suoi maggio­ri” era stato valoroso protagonista sulla tartana lui comandata, di un nuovo “recente formidabile incon­tro”, cioè scontro, con uno sciambecco tripolino nel porto Drace di Atene
TARTANA CONTRO SCIA­BECCO La tartana degli Ivanovich con a bordo i due fratelli era anco­rata nella rada quando venne “im­provvisamente attaccata nel giorno del 19 Aprile decorso da un grosso Sciambecco Tripolino di 110 piedi in Colomba, presidiato da copiosa artiglieria in numero di 40 pezzi di cannone e da 360 persone di equi­paggio”. Sebbene “di forze inferio­ri di gran lunga all’innimico” - sol­tanto 40 uomini di equipaggio “e pochi pezzi di picciola artiglieria” ma “infinitamente superior di co­raggio non ostante la pregiudicial circostanza di trovarsi sull’anco­ra” e cioè ancorati, “ha saputo non solo resistere a tre feroci assalti e al Rambo (arrembaggio) del baldan­zoso barbaro innimico, e col suo valore coraggiosamente combat­tendo”, ma riuscì a sostenere per ben sette ore un sanguinoso com­battimento. E “tuttoché li cadesse a’ piedi il Conte Cavalier suo Fra­tello, che perì gloriosamente nel calor della Zuffa”, Giuseppe Iva­novich uscì vittorioso dall’impari scontro: dagli “Infesti pirati” fece “una considerabile straggie” (stra­ge), distrusse “fino alla perdizione il loro sciambecco” accoppandone il comandante Reis Bei Azi Ibraim, Candioto, asportando dal vascello nemico “14 Bandiere e fra queste la Bandiera Cuadra che inalberava il legno come Capitania dell’Armo di Tripoli, e il Fanò”, infine ci fu “la fortunata liberazione di otto schiavi cristiani”.
AZIONE MEMORABILE Un’azione “così memorabile e de­gna veramente di tutto l’applau­so che può servir di stimolo e di esempio agl’altri tutti” era stata unicamente funestata dalla morte del Conte Marco Ivanovich, le cui spoglie furono tumulate successi­vamente nella chiesa di Sant’An- tonin a Venezia. Il conte-capitano e cavaliere Giuseppe, invece “morì di anni XLVII a.d. XVII Nov. MDCCLXXVI” come dice l’iscri­zione sepolcrale, e cioè all’età di 47 anni il 17 novembre 1777.
PREDILETTA NAZIONE PERASTINA Tornando alla cro­nologia, eccoci a un Privilegio del doge Francesco Loredan, il primo da lui firmato dopo la salita al so­glio dogale. Il documento porta la data del 6 febbraio 1752 e confer­ma una delibera del Senato che, il 17 aprile dell’anno precedente, aveva nominato Cavaliere di San Marco il Capitano e cavaliere del Santo Sepolcro Natale Giocca di Perasto nelle Bocche di Cattaro.
Il documento inizia constatan­do che il “Commerzio sul Mare” della Serenissima fu “sempre il più prezioso tesoro della Repub­blica nostra, recando una dovizio­sa affluenza al Pubblico Erario” con “vantaggi e decoro del Prin­cipato”, ma anche con profitto dei Sudditi, sicchè “fu per tutti i tempi gelosamente guardato e difeso an­che con l’impegno dell’Armi” so­prattutto contro i pirati: “a oppres­sione de’ Pirati, che mai han man­cato d’infierirle gravissimi danni e molestie”.
PREDATORI Non andava però dimenticato che a contribui­re alla “vigilanza Pubblica” era “il valore de’ Naviganti nel resistere (al)la violenza de’ Predatori, oppri­mendoli e respingendoli con pre­servar il prezioso capital delle mer­ci e de’ Bastimenti”. Siffatte im­prese nella lotta contro la pirateria erano state perciò “sempre marcate con dimostrazione di aggradimen­to e di premio in retribuzione al merito e per animar ognuno a nu­trir strumenti di onore e di fede”.
NATALE GIOCCA La pre­messa ci fa subito capire che il ca­valierato di San Merco fu conces­so a Natale Giocca per uno scon­tro memorabile con i pirati. Infat­ti, il documento prosegue dicendo: “Fra i più meritevoli però che si siano stati in questo modo distin­ti può annoverarsi il Capitano Na- dal Giocca della prediletta Nazione Perastina. Il quale “oltre d’aver in vari tempi con l’esperienza sua di­retto per molti anni Navi Mercan­tili né viaggi più ardui del Levante e Ponente” ne aveva fatto costruire e armare due “tutto a pro di que­sta Piazza nell’occasione dell’ulti­ma decorsa guerra mentre copriva la Pubblica Nave “Colomba”, sulla quale il Giocca era agli ordini del “sempre rinomato N.H. quondam Lodovico Diedo.
ARMATA OTTOMANA Suc­cessivamente il Perastino fu impie­gato come nocchiero su un Vascel­lo inglese: il “detto Capitan Gioc- ca per nota sua abilità” fu assoldato “ da Vascello Inglese dove serviva (...) impiegato nell’importante Ca­rico di Nocchier da lui perfettamen­te adempito”). Tornato al comando di una nave veneta, la “Gerusalem­me”, si distinse negli scontri contro i Turchi. In proposito il Privilegio dice: “In questa figura ha esso Ca­pitan Giocca sofferto fieri combat­timenti contro l’Armata Ottoma­na”, comportandosi “da buon Sud­dito, esponendo con intrepidezza la propria Vita per la gloria del Pub­blico Nome”. A convalida di que­sto giudizio il documento descrive la battaglia sostenuta dal Capita­no Giocca al comando della nave “Gerusalemme” con uno sciambecco tripolino:
CORAGGIO “Dopo la felici­tà della pace s’è poi restituito alla direzione di Legni Mercantili, ca­pitaneggiando la Nave denomina­ta “Gerusalemme” sotto veneta in­segna” sulla quale ebbe occasione “di palesar nuovamente il suo co­raggio, mentre nelle acque di Ca­stel Rossoso, preso nel dì 7 set­tembre decorso da Sciambeco Tri­polino munito di 250 persone e 18 pezzi d’Artiglieria, ha saputo con il solo scarso equipaggio di 18 tra Marinari et Officiali difendersi da triplicati fieri tentativi di rambo con la morte di molto numero degli aggressori, salvando così il prezio­so Carico ed il Bastimento con ri­marcabile profitto del nostro Com­mercio. Azione così plausibile ha meritato il pieno aggradimento del Senato nostro che pertanto (...) è venuto di ricercarci a decorar que­sto sì degno Suddito col freggio di Cavalier” eccetera eccetera.
MUSEO MARITTIMO Chi visita il Museo Marittimo di Pe- rasto può trovarvi il ritratto del capitano cavaliere Natale Gioc- ca, dipinto antecedentamente alla sua nomina a cavaliere di San Marco. Nello stesso Museo si cu­stodisce il suo Privilegio. Nel­la Reverenda Camera Apostolica in Vaticano, invece, si custodisce la Croce smaltata che un tempo era stata consegnata al Santua­rio della Madonna dello Scarpelllo sull’omonima isoletta davanti a Perasto.
IL LUSSIGNANO PIETRO PETRINA All’inizio di aprile del 1753 il doge veneto, convalidan­do un decreto del Senato, nominò Cavaliere di San Marco assegnan­do gli pure una Medaglia d’oro, al valoroso lupo di mare Pietro Petri­na di Lussino, peraltro noto come grande navigatore transoceanico. Il cavalierato gli fu concesso in premio di una vittoria da lui ripor­tato al comando del veliero ”Gra- zia Divina” contro i corsari che lo avevano assalito nelle acque di Alessandretta. Il doge Loredan certificò: “Ha pienamente rimar­cato il Senato nel suo Decreto 22 marzo caduto (scorso) le beneme­rite coraggiose attioni dal Capitan Pietro Petrina praticate nell’acque di Alessandretta, mentre dirigen­do la Nave Gratia Divina attaccata da grosso legno corsaro nell’usar contro d’esso la più valida difesa,ha notabilmente danneggiato e respinto con decoro della Veneta Insegna e con ragguardevole van­taggio di questa Piazza per la pre- servatione delle merci”. Dopo una così avara descrizione dello scon­tro, alcune righe vengono spese per elogiare “quelli che han so­stenuta la libertà del Commercio sul mare”, fra cui il Petrina verso il quale fu “praticato” un “atto di benignità e di retribuzione all’uti­le suo servitio” decretando “il dono d’una medaglia d’oro” alla quale si aggiungeva il ben più am­bito “titolo e freggio di Cavalier di San Marco, onde apparisca viep­più la prediletione con che vengo­no riguardati quelli che se ne ren­dono meritevoli”.
L’AMMIRAGLIO DAMIA­NO NEGRI Fra gli insigniti del ti­tolo, della Croce e degli altri fre­gi di Cavaliere di San Marco tro­viamo pure, alla data del 24 aprile 1755 l’ammiraglio Damiano Negri, del quale non si forniscono altre in­formazioni, ma non è difficile inse­rirlo nella nobile casata dei Negri di Albona in Istria. La nota che lo riguarda si limita a ricordarlo come comandante della Galera del “Governador de’ Condannati” Nobiluo­mo Benedetto Civran e come pro­tagonista, su quella Galera, di uno scontro con i corsari ai quali riuscì a sottrarsi combattendo per dodici lunghe ore. Dove e quando avven­ne lo contro non è noto. Il doge lo insignì del cavalierato in ottempe­ranza di un decreto del Senato del 20 marzo dello stesso anno.
ANTONIO ZERMAN DI PERZAGNO Molto più detta­gliate sono invece le notizie rela­tive al Capitano marittimo Anto­nio Zerman di Perzagno nelle Boc­che di Cattaro, nominato Cavaliere con decreto del Senato del 2 giu­gno 1755 e con Privilegio del doge Loredan del 14 dello stesso mese. Questo documento - sia detto per inciso - fornisce qualche notizia valida anche per Damiano Negri. Il bastimento del capitano bocchese, infatti, prestò soccorso alla galera del N.H. Benedetto Civran, sulla quale si distinse il Negri nel com­battimento contro una grossa tarta- na barbaresca.
DISPACCI Dopo le consuete parole di compiacenza nel “rimar­car la fedeltà dei propri sudditi” e prima di passare ai meriti del Ca­pitano Antonio, il testo del Privi­legio che lo riguarda spende alate parole per la “fedelissima Comu­nità di Parzagno resasi sempre uti­le nei più importanti riguardi del­la Repubblica Nostra”, passando subito dopo a menzionare il Ca­pitano Giovanni Zerman (padre del capitano Antonio), particolar­mente distintosi “ne’ remoti tem­pi” nel recapitare i “Dispacci an­danti e venienti da Costantinopo­li” affidati alla sua nave che svol­geva anche il servizio postale per la Serenissima, “e nel ragguagliar le pubbliche Rappresentanze de’ più premurosi affari”. Non solo, ma il padre di Antonio Zerman si era reso meritevole e fedele alla Serenissima “nel contrastare con (i) propri Legni a’ Pirati l’infesta­zione del mare”, affrontando an­che “li più ardui cimenti, talvolta anche senza riflesso alle superiori nemiche forze che lo minacciava­no”. Il capitano Antonio Zerman si era dimostrato degno del padre, aveva fatto tesoro di “così onora­ti essempi” tramandatigli e, “con pari coraggio e fede” “cercato di seguitarli (...) con l’esperienza nel mare e con il maneggio dell’Armi di che ne ha palesato con evidente prova” nello scontro che gli fruttò il cavalierato.
LEVANTE Navigando nel Le­vante “circa due anni fa”, il mer­cantile del capitano Zerman s’im­battè nella galera “del N.H. Benetto Civran Secondo Governa­tore de’ Condannati nell’Acque di Chiarezza” nel momento in cui il bastimento veneto veniva attacca­to da “una grossa Tartana Barbare­sca (che) se ne stava in qualche di­stanza ancorata” in quelle acque. Notando il conflitto”, il capita­no Zerman scese in mare con una lancia (“copano”) e, “unitamente ad altri dieci suoi compagni” mos­se “per soccorrer volontariamen­te alla valorosa impresa del N.H. Comandante suddetto, che riuscì anche gloria sua e delle pubbliche Insegne”, ad avere la meglio sui corsari ed a distruggere il legno nemico. “Offertosi spontanea­mente ad un tal cimento con i suoi compagni”, commentava il Privi­legio, “esso Capitan Antonio Zer- man (...) si è reso molto utile per il suo indefesso coraggio nell’az­zardosa azione, onde ha creduto il Senato Nostro ch’egli pienamen­te si degni di qualche distinto atto della pubblica munificenza”. Si scelse la decorazione più alta del­la Repubblica.

I fedelissimi di San Marco
Anticamente riportato come l’unica onorificenza equestre, il Cavalierato di San Marco era indubbiamente uno degli ordini più importanti della storia del­la Repubblica di Venezia. Esso variava perlopiù d’importanza e considerazione pubblica a se­conda che fosse maggiore o mi­nore l’autorità per decreto del­la quale veniva concesso, cioè che la deliberazione di nomina provenisse dal Maggior Consi­glio, dal Senato o dal Doge. La funzione di consegna del colla­re dell’Ordine si compiva o nel Pien Collegio o nelle stanze pri­vate ducali. I Cavalieri, in ogni modo, venivano sempre armati dal Capo della Repubblica, che toccava loro le spalle con uno spadone pronunciando le se­guenti parole: “ESTO MILES FIDELIS”. Successivamente, se al decorato era stato decreta­to il dono di una collana d’oro (anch’essa simbolo dell’Ordi­ne), questa gli veniva posta al collo dal Doge stesso. I Cava­lieri di San Marco potevano portare, come tutti i cavalieri d’ogni parte del mondo, la spa­da, gli speroni d’oro, la cappa rossa (con ricamata sulla spal­la la croce bianca dalle punte biforcate) e la cintura dorata. Ai patrizi era concesso di por­tare una stola dorata sopra la cappa. Nessuno però a Venezia adottava questi contrassegni. Il cavalierato non era ereditario. L’insegna dell’Ordine era costi­tuita da una medaglia d’oro ca­ricata dal leone di San Marco, nimbato e accovacciato, con la testa posta di fronte, che teneva con le zampe anteriori un libro aperto su cui spiccavano le pa­role in lettere maiuscole roma­ne PAX TIBI MARCE EVAN­GELISTA MEUS. Nel caso dei patrizi, questi nelle occasioni uffi ciali non potevano portare la medaglia, ma indossavano una stola dorata, che per l’ap­punto li faceva defi nire “Ca­valieri dell’Ordine della Sto­la d’Oro”. Nel nostro caso ci interessano i Cavalieri di San Marco originari dell’Adriati­co orientale, in particolare del­la Dalmazia. Furono numero­si, fedeli alla Serenissima e si conquistarono il Cavalierato... sul campo. Riportiamo le loro gesta ...

 

781 – La Voce del Popolo 12/12/12 Bollettino del Centro Ricerche Storiche di Rovigno «La Ricerca» n. 61
Bollettino del CRSR «La Ricerca» n. 61
Vedrà la sua presentazione ufficiale venerdì 14 dicembre, alle ore 18 nella sede della Comunità degli Italiani di Pisino, il numero 61 de “La Ricerca”, bollettino del Centro di ricerche storiche di Rovigno (CRSR). Da rilevare che da qualche tempo la testata, aggiornata nella sua veste grafica, è pure on-line sul sito del Centro. Ma veniamo ai contenuti di quest’ultimo numero della “Ricerca”, in cui tornano le rubriche “fisse”, come il Notiziario (curato da Marina Ferrara), le Visite al CRSR, i nuovi arrivi in biblioteca, la partecipazione a seminari e convegni scientifici, le pubblicazioni uscite nel 2010-2012 e quelle in corso di stampa.
Apre, come di consueto, l’editoriale di Nicolò Sponza, redattore responsabile, intitolato “La memoria personale e il racconto nazionale”. È una riflessione sulla dissoluzione delle verità universali, che sino a ieri sembravano immutabili ed eterne, e l’incertezza del presente. “Oggi viviamo in un mondo dove la parola ‘crisi’ – valoriale, identitaria, soggettiva e oggettiva – non disegna più una concezione anomala, pertanto eccezionale e soprattutto transitoria, ma sempre più una condizione ordinaria, tanto da rendere meno certe molte delle nostre convinzioni e sicurezze, e meno validi molti dei nostri progetti”, rileva Sponza. Mettendo in luce la necessità di trovare nuovi criteri di giudizio, pure in campo storiografico – facendo (ri)emergere le memorie plurime, diverse e anche in contrasto tra loro –, e di legittimazione societaria.

“La Ricerca” n. 61 propone cinque saggi originali. Rino Cigui, in “Il servizio sanitario pubblico a Rovigno nel secondo Ottocento” (pp. 2-4), esamina gli sforzi portati avanti dal governo austriaco – e dall’avvocato Mattelo Campitelli, per lunghi anni podestà della città –, per garantire una copertura sanitaria quanto più capillare della provincia istriana. Questi, tuttavia, si dimostreranno insufficienti di fronte alla crescita demografica del secondo ’800, tanto da accentuare il già consistente divario tra il numero di medici e la popolazione residente in regione. Ad esempio, se nel 1840 un medico comunale aveva 9.493 potenziali pazienti, mezzo secolo dopo ne aveva 10.952, con conseguente aumento della percentuale di persone decedute senza cure mediche, salita dal 59,1 per cento del 1887 al 64,7 p.c. del 1892. Cigui recupera il decreto relativo all’Organizzazione sanitaria pel comune di Rovigno, del 1871, recante i vari incarichi, con relativi nominativi, le qualifiche richieste e gli stipendi.
Con “La Madonna di Strugnano: note storiche e devozione popolare” David Di Paoli Paulovich (pp. 5-8) rievoca i 500 anni dall’Apparizione della Beata Vergine Maria, avvenuta il 15 agosto del 1512, l’importanza del santuario di Santa Maria della Visione e, in generale, la devozione mariana in Istria, che ha trovato nei secoli anche altri luoghi per esprimersi (e accenna a santuari e chiese di Buie, Visinada, Pola, Rovigno...)
Qualche pagina più in là, il medesimo autore ricorda l’opera e la figura dell’etnomusicologo, organologo ed etnologo Roberto Starec, un ricercatore innamorato dell’Istria, prematuramente scomparso nel maggio di quest’anno (pp.16-18). È di Starec, edito appunto dal CRSR, il prezioso “Mondo popolare in Istria: cultura materiale e vita quotidiana dal Cinquecento al Novecento” (Collana degli Atti, n. 13, 1996). Restando in tema di tradizioni, in “Una testimonianza sulla pesca a Isola dopo la caduta della Serenissima” (pp. 13-15)

Kristjan Knez propone un’interessante richiesta indirizzata al governatore provvisorio dell’Istria veneziana, trovata nel fondo “Atti Amministrativi dell’Istria (1797-1813)” dell’Archivio di Stato di Trieste.
Ezio Giuricin in “Memoria e riconciliazione” (pp. 9-12) fornisce invece un’attenta valutazione – da leggere avvicinandoci al Giorno del Ricordo 2013 – sul significato simbolico, storico ed etico del “Percorso della memoria e della riconciliazione – un omaggio alle vittime italiane degli opposti totalitarismi nella nostra regione –, promosso congiuntamente dall’Unione Italiana, dal Libero comune di Pola in esilio e dalla Federazione degli esuli, lo scorso 12 maggio 2012. Infine, tra le notizie, rileviamo la donazione al CRSR della biblioteca dell’arcivescovo di Gorizia, padre Vitale Bommarco (Cherso, 1923 – S. Pietro di Barbozza, 2004). (ir)

 

782 - La Voce del Popolo 15/12/12 - E e R . Ciacolade di Alfredo Fucci Nadal e panettoni in campo profughi
a cura di Roberto Palisca
Ciacolade di Alfredo Fucci
Nadal e panettoni in campo profughi
Quando che se avvicina el Nadal i ricordi se sveia, e ciacolando fra amici, chi più chi meno, tira fora ricordi de tempi lontani, de quando che se era fioi ne la nostra Fiume. Parlando poi de sto tema col mio amico Nereo era logico che el tiri fora i sui ricordi dei Nadai passadi in Zittavecia. Ma dopo tra de noi esuli, vien spontaneo ricordarse anca dei Nadai passadi nei campi profughi, come lui che el gaveva passado quel de Monza, in Villa Reale. Non era tempi de luminarie e de alberetti con le balete de vetro colorado. Ghe era però, grazie al Nadal, la possibilità de trovar lavor, perfin de note, nele grandi industrie dei dolci, come la Motta e la Alemagna, indove che ogni anno, prima delle feste de dizembre, i gaveva bisogno de manodopera per confezionar i panettoni.
Odor de dolci sui vestiti
Cussì, fin la vigilia, el campo profughi era svodo sia de omini che de done che era capaci de lavorar. E siccome se lavorava a turni, molti de lori passava anca le noti in quei laboratori, a confezionar quel dolce tenero e alto come el cappel de un cogo o a metterlo in te le scatole de carton. Man man che i panettoni vegniva fori dai forni, dopo che i se gaveva raffredado su enormi tavoli, i vegniva messi uno per uno drento le speciali confezioni de carton che dopo finiva in grandi scatoloni per vegnir carigadi a bodo dei camion per le spedizioni o per i negozi de Milano. Ogi contarla così pol anca parer bel, ma, come rircorda el mio amico Nereo, a tuti quei che lavorava in fabrica, quel profumo de dolce ghe se tacava anca sui vestiti, e co i vegniva fori de lavor i odorava per ore de zucaro a velo.
Quei scartadi era in omaggio
Ma rivado el Nadal, eco che tuti tornava al campo profughi con in man i panettoni omaggio. Magari era quei che non era ben sfornadi, ma sempre panettoni era. E quel, insieme a qualche rametto de albero de Nadal che se comprava per la strada, fazeva decorazion e festa. Qualche volta rivava anche qualche regaleto dele varie associazioni assistenziali. Era robe che gaveva a volte color de politica, ma era pur sempre robete ben venute. Insomma in campo profughi non era de sicuro la festosità che ghe era a Nadal nela nostra Fiume. Non ghe era la stessa atmosfera, non se era tutti insieme, non se podeva andar in Duomo, a San Vito, in te la ciesa de Cosala o in quela dei Salesiani per assister ala messa de mezzanotte; ma i abbracci e i auguri fra la gente non mancava.
I ricordi che magnava el cor
In fondo era tempi duri per tutti e non se se poteva certo permette lussi e gaver l’albero con le candeline. Se se accontentava tutto al più de l’abrazzo de un bon amico e de far festa natalizia come che se podeva, in famiglia. E quel toco de panetton milanese quadagnado con ore e ore de lavor nei capannoni de la Motta o dela Alemagna se consumava in allegria e in bona compagnia. La gente che li comprava non podeva immaginar che le mani che li confezionava con amor, era mani de gente che con l’esodo gaveva perso tutto, che gaveva perso con Fiume casa e spesso anche famiglia, e che al massimo se gaveva strassinà drio una valigetta de 20 chili, la sola che se podeva portar via dai nostri loghi, passadi soto una altra bandiera.
Nadal in esilio per noi esuli era una sofferenza de più, perchè i ricordi ne magnava el cor de nostalgia, ma era almeno Nadal in un Paese che quela grande festa cristiana la riconosseva, perchè ormai a Fiume, fra le case de la Zittavecia, chi che era rimasto el Nadal lo podeva festeggiar solo in casa.

 

783 - La Voce in piú Educa 13/11/12 - Fiumano, grande passione
INIZIATIVE Il gruppo dialettale opera nella SEI «San Nicolò»
Fiumano, grande passione
di Patrizia Chiepolo Mihočić

Va di moda il dialetto. Ebbene sì. Anche se il dialetto è spesso la lingua madre per molti ragazzi che frequentano le nostre scuole, ultimamente sono tanti gli alunni che decidono di impararlo da zero, praticamente come una seconda lingua straniera. E si divertono tantissimo.
Per scoprire il perché di questa scelta, abbiamo fatto visita ai ragazzi della SEI San Nicolò di Fiume che frequentano il gruppo di dialetto portato avanti dalla maestra Liviana Calderara. Il gruppo si riunisce ogni giovedì, la sesta ovvero la settima ora.
“Abbiamo iniziato dodici anni fa, praticamente in sordina in quanto gli interessati erano pochissimi. Dopo alcuni anni abbiamo organizzato tra le varie scuole alcuni gruppi che si riunivano una volta alla settimana. Poi il discorso si è allargato ed ogni scuola ha creato il proprio gruppo. Concretamente nella nostra scuola ci sono stati sempre degli interessati, anche se abbiamo avuto dei periodi di stasi in quanto mancavano alunni provenienti da famiglie nelle quali si parlava il dialetto. Questo naturalmente cambia di generazione in generazione.
Ora devo dire che il gruppo è molto attivo e vivace. Abbiamo alcuni alunni come Alessia, Valentino e Tomas, che sono pieni di idee e fanno da portavoce. È più facile quindi far includere anche gli altri. Da quest’anno abbiamo incluso anche gli alunni della prima che grazie a conte e filastrocche hanno avuto modo di conoscere la lingua. Imparano i nomi dei giocattoli come pupe, spigole, e altri ancora. Gli alunni della seconda invece sono impegnati con alcune scenette (El gatisin e El vecio pescador).

Da dove prende lo spunto per le filastrocche e le conte?

“Lo spunto sono Egidio Milinovich e le sue opere. Prendiamo i suoi personaggi e poi li adattiamo. Ad esempio quest’anno abbiamo deciso di “trasferirci” in Cittavecchia e di riprendere i vecchi personaggi come i pescatori, il vecchio bisnonno che è uno dei personaggi della canzone simbolo della scenetta, brano scritto dalla maestra Tašana Bobanović.

A questi noi aggiungeremo degli altri, come i topolini, il cagnolino (el cagneto) per creare dei dialoghi.”

Chi è l’inventore dei dialoghi?

“I bambini: fanno tutto loro. Io leggo degli stralci di Milinovich, e poi magari chiedo loro come si potrebbe risolvere un dato problema. Ad esempio adesso stiamo lavorando sul dialogo tra il gatto e i topolini. Bisogna trovare il modo per far entrare il topolino nel buchetto, in quanto questo era troppo piccolo. I ragazzi quindi danno sfogo alla fantasia per trovare la soluzione migliore: si divertono e spesso si ride a crepapelle. Sono molto felice di avere nuovamente un gruppo tanto attivo, c’è più soddisfazione a lavorare con ragazzi vivaci e pieni di idee.”

Gli spettacoli poi vengono presentati anche fuori dalla scuola?

“L’anno scorso siamo stati due volte presso la Comunità degli italiani e anche al Liceo. Non saprei esattamente quando si terrà il prossimo spettacolo, ma sicuramente in occasione della giornata della scuola saremo presenti. Devo dire che abbiamo una buona collaborazione con tutte le insegnanti e quindi spesso presentiamo il nostro lavoro nelle altre classi.
In questo modo tutti possono vedere ciò che abbiamo imparato.”

Quest’anno ci sono anche gli alunni della prima e della seconda. Vanno d’accordo con i “grandi”?
“L’anno scorso lavoravo per lo più con l’odierna terza classe, ovvero la mia. Eravamo quindi un gruppo per modo di dire chiuso. Non sapevo come avrebbero reagito con dei nuovi membri, specialmente se questi parlavano già il dialetto. Invece l’accoglienza è stata davvero festosa. I ragazzi si conoscono dal doposcuola e quindi erano felici di ritrovarsi per lavorare insieme. In futuro ci uniremo al gruppo dei burattini, portato avanti dalla maestra Tašana, per rendere il tutto più interessante. Intercaleremo versi d’autore a quelli inventati da noi.”

Ci sono altri progetti previsti per il futuro?

“Vorrei far leggere ai ragazzi il libro di Mario Schiavato “Quelli della piazzetta” e poi trasformare i dialoghi in dialetto. Penso che sarebbe divertente. Quindi ben vengano ragazzi che parlano a casa il dialetto perché ci saranno di grande aiuto sicuramente.

Anche perché ho notato che gli alunni che non conoscono il dialetto acquisiscono prima il sapere ascoltando i loro coetanei che non l’insegnante. Specialmente se si tratta di parole strane e buffe.”
I ventidue ragazzi scalpitano impazienti, ognuno di loro vuole dirci il motivo per il quale hanno scelto di far parte di questo gruppo.
Lorenza: “Ho imparato tante cose nuove che prima non conoscevo. Sembra italiano ma non lo è, è una lingua strana ma simpatica. Inventiamo tante storie nuove e buffe scenette.”
Sandro: “Io parlo a casa il dialetto e quindi lo conosco. Facciamo tante cose divertenti e si ride sempre tanto.”
Marcel: “Mi piace tanto il dialetto fiumano. Con la maestra Liviana ci divertiamo, impariamo tutto immediatamente. La maggior parte delle parole non le conoscevo prima e quindi mi piace scoprire il loro significato”.
Vanja: “Frequento questo gruppo da tre anni. Mi piace perché oltre a imparare parole nuove si canta e si gioca. Prima non sapevo niente, ora invece so tutto!”
Luka: “Mi piacciono le scenette perché così anche il resto della classe può vedere quello che abbiamo imparato.”
Valentino: “Io parlo a casa il dialetto e mi piace questo gruppo. Non vedo l’ora che venga giovedì, tanto mi so tutto!”
C’è un aneddoto riguardante Erika, una biondina tanto simpatica, e ce lo racconta la maestra Liviana.
“All’arrivo in prima classe, Erika non sapeva praticamente una parola d’italiano. Era sempre arrabbiata perché nessuno voleva parlare con lei in croato. Adesso frequenta la terza classe, è un’alunna bravissima e molto attiva.”
“Mi piace tanto studiare il dialetto – ci dice Erika – non sapevo nemmeno che esistesse questa lingua. Quando prepariamo delle scenette, prima di salire sul palco mi vengono i brividi perché ho paura di sbagliare qualcosa. Una volta ho recitato una frase sbagliata e da allora devo stare più attenta,
Conte
Toni baloni
che vende limoni
in piazza Goldoni numero tre (uno, due, tre)
Apri la porta e spandi el cafè.
El police dise: mi go fame
El indice dise: e mi go sede
El medio dise: cossa femo?
E questo dise: rubaremo
El mignolo dise: niche, niche
per chi ruba piche piche!

 

784 - Il Piccolo 08/12/12 Lettere - Unione Europea la Croazia e gli italiani
Unione Europea la Croazia e gli italiani
Ne “Il Piccolo” del 28 novembre 2012, è inserito nelle segnalazioni “l’Intervento” di Stelio Spadaro e Giorgio Tessarolo, i quali, sotto il titolo “Con la Croazia nella Ue più attenzione agli italiani”, dissertano sulla politica estera italiana nell’Adriatico orientale dopo la prossima entrata della Croazia nell’Unione Europea, sull’Unione Italiana e sull’Università popolare di Trieste.
Ci lusinga che un componente il consiglio direttivo dell’I.r.c.i., il (Stelio Spadaro) ed un componente il collegio di consulenza della presidenza dell’I.r.c.i., il (Giorgio Tessarolo), rivolgano la loro attenzione agli argomenti citati e in modo specifico alla funzione dell’Università Popolare di Trieste.
Ciò tanto più in quanto ci sono ben noti i problemi che investono l’I.r.c.i. per la realizzazione del Museo ed anche per il ruolo culturale che l’Istituto ha assunto, non solo per il mondo degli esuli.
L’operato dell’Università popolare di Trieste in favore della Comunità italiana di oltre confine si è sviluppato da quasi cinquant’anni, assumendo come indicazioni operative quelle del Ministero degli Affari esteri e della nostra regione, dai quali provengono i fondi necessari e coinvolgendo il mondo culturale triestino e nazionale.
Non possiamo non sottolineare che l’Università popolare di Trieste ha operato in favore della comunità nazionale italiana, collaborando con l’Unione italiana e con le Comunità Italiane locali, in tempi che erano molto più duri di questi, quando – come ha ricordato il Presidente dell’Unione Italiana, On. Furio Radin – “in quei tempi abbiamo sentito l’Italia attraverso l’Università Popolare di Trieste”.
Non sappiamo quale sarà lo scenario che si svilupperà dopo l’entrata della Croazia in Europa, ma conoscendo quanto “non è accaduto” dopo l’entrata in Europa della Slovenia, riteniamo che dal punto di vista dell’esistenza della Comunità italiana, neanche in Croazia le cose miglioreranno. Non sarebbero quindi create quelle auspicate nuove condizioni necessarie per sviluppare progetti, che vadano oltre quanto sinora realizzato dagli Italiani d’Istria grazie al ruolo da protagonisti attivi, e non “nella veste di recettori passivi”, come insinuato nello scritto a cui si risponde.

Silvio Delbello (Presidente dell’Università popolare di Trieste)

 

785 - Il Piccolo 12/12/12 Lettere - L’IRCI e l’Adriatico
L’IRCI e l’Adriatico
Spiace che il Presidente dell’Università Popolare nel corso del suo intervento e delle sue perplessità sulle conseguenze dell’entrata della Croazia nell’Unione Europea esprima, in un passaggio polemico, dure critiche sull’IRCI, un’istituzione che lui stesso ha contribuito a costruire, in maniera sostanziale e per lunghi anni. Proprio lui dovrebbe sapere la fatica che da più parti è stata fatta per dare ruolo e dignità al lavoro dell’IRCI e per dare vita, dal niente, a un istituto che ha l’obiettivo specifico di valorizzare la cultura degli istriani, fiumani e dalmati di lingua italiana come patrimonio della nazione e dell’Europa. Parlo del futuro, non solo del passato, perché l’Adriatico sarà europeo anche per il contributo decisivo degli Italiani dell’Adriatico orientale, se sapranno e potranno mettere in campo le loro esperienze, retaggio di una lunga storia e cultura civile, contrassegnate da un europeismo ante litteram e da un atteggiamento di apertura al mondo che oggi, lasciate alle spalle le età dei rovinosi nazionalismi, è utile per tutti gli abitanti di questo golfo europeo che è l’Adriatico: l’Adriatico conterà se ci sarà integrazione europea.
Conosco bene le resistenze e il peso dei persistenti nazionalismi, sloveno e croato, come conosco la sordità di gran parte dell’opinione pubblica italiana per questi temi considerati a torto come residui nostalgici del passato. Ma non è così: non erano residui nostalgici quando è stato sollevato il problema dei “beni abbandonati” - che è un problema di giustizia e di riconoscimento di diritti - non lo sono oggi quando rivendichiamo il ruolo degli istriani, fiumani e dalmati di lingua italiana nella costruzione della auspicata Europa adriatica. Progetto che è interesse di tutti realizzare, Italiani, Sloveni e Croati: riguarda il futuro; l’integrazione è indispensabile per un Adriatico che voglia contare.
Mi rendo conto del senso di delusione che il Presidente Silvio Delbello può spesso aver provato di fronte a difficoltà e inerzie, ma proprio da lui mi sarei aspettata un incitamento ed espressioni di solidarietà per il duro lavoro che ci attende, come IRCI e come Università Popolare, nel difficile compito di valorizzare la cultura italiana in Istria, Fiume e la Dalmazia. E ciò di fronte alla persistenza di atteggiamenti e atti che i nazionalisti sloveni e croati mantengono nei confronti di una storica presenza, quella degli Italiani dell’Adriatico orientale.
Probabilmente questo atteggiamento di delusione da parte del Presidente dell’Università Popolare si spiega con un senso di frustrazione dovuto a indifferenze e ostacoli trovati in Italia e da parte delle autorità slovene e croate: atteggiamento legittimo, quello di Silvio Delbello, da parte di uno che per anni si è prodigato per affermare la presenza della cultura istriana, fiumana e dalmata di lingua italiana, che è l’obiettivo, difficile, dell’IRCI. Ma dovrebbe essere fiero del lavoro compiuto e del fatto che, con l’IRCI, si è dato vita a un’istituzione indispensabile per riaffermare la presenza della cultura italiana in queste regioni. Mi piacerebbe poter ancora contare sull’apporto di Silvio Delbello, Presidente dell’Università Popolare. E ciò specialmente ora che è necessario costruire anche qui “Europa”. Credo che gli Italiani dell’Adriatico orientale siano in grado di farlo: con realismo, ma anche con fiducia in antiche nostre ragioni.
Chiara Vigini
Presidente dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata

 

786 - Osservatorio Balcani 11/12/12 La comunità ebraica in Croazia
La comunità ebraica in Croazia
Sandy Gentilezza
La storia della comunità ebraica in Croazia, un percorso imbattuto che rivela inaspettate influenze sullo sviluppo culturale e politico del paese. Una tesi di laurea
Quali affinità possono esistere, quale condivisione storica può accomunare la società croata alla cultura ebraica? Le risposte sono quantomeno insospettabili.
Le prime testimonianze di un insediamento ebraico permanente sul territorio dell'attuale Croazia, risalgono al II-IV secolo d.C. La loro presenza è stata registrata grazie ai resti di alcuni antichi cimiteri, in particolare a Solin, vicino a Spalato, e nell'entroterra nei pressi di Osijek. La loro datazione coincide con l'arrivo dei Romani, in particolare in Dalmazia, sui cui litorali promuovevano i loro scambi commerciali.
La presenza ebraica su questi territori precede quindi di almeno tre secoli la colonizzazione del popolo slavo nei Balcani, il quale trovò la sedentarietà alle porte dell'Impero Romano d'Oriente solo nel VII secolo.
Per approfondire
“La presenza ebraica in Croazia”, di Sandy Gentilezza, Università degli Studi di Bologna, marzo 2011
I primi segni documentati di un'influenza ebraica sullo sviluppo di cultura e società croate risalgono al finire del IX secolo, con la scelta di Cirillo e Metodio di inserire fonemi ebraici nella scrittura glagolitica. I due monaci, con l'intento di avere una lingua comune utile alla conversione al cristianesimo dei popoli slavi di tutta la regione balcanica, scelsero curiosamente di non inserire fonemi latini.
Effettivamente il loro alfabeto ebbe ampissima diffusione per tutto il Medioevo e Papa Innocenzo IV conferì nel 1248 ai soli croati in tutto il mondo cattolico il diritto di utilizzare la propria lingua madre e la scrittura glagolitica, anziché il latino, nella liturgia ecclesiastica cattolica.
Le prime migrazioni documentate
La prima cospicua ondata migratoria ebraica documentata sul territorio è stata quella sefardita, ebrei cacciati dal cattolico Ferdinando d'Aragona nel 1492, e dispersi poi in Italia, nei Balcani e in tutto il bacino del Mediterraneo. Questa ha interessato soprattutto la zona dei litorali, quindi Fiume, Spalato e Ragusa.
Nel 1526 poi l'intero territorio dell'attuale Croazia entra nella sfera asburgica e da questo momento per i successivi due secoli non verranno più costituite comunità ebraiche ufficiali. Inizierà invece un lento e graduale processo di segregazione degli ebrei nei ghetti, nonché le prime discriminazioni, che si distingueranno nelle regioni interne per la loro natura prevalentemente finanziaria. Fu infatti imposta nel 1746, insieme ad altri oneri, la cosiddetta Tassa di Tolleranza, il cui mancato pagamento permetteva l'espulsione dal territorio.
Gli ebrei di Dubrovnik, subirono invece vere e proprie persecuzioni, che si concretizzarono in false accuse di omicidi rituali. Famoso è ad esempio il caso di Isach Jesurun, del 1622, accusato di aver ucciso una ragazza, il cui corpo fu poi trovato sotto il letto della stessa anziana signora che lo indicò come mandante dell'omicidio. Il caso scatenò una persecuzione anti-ebraica.
Nei decenni successivi la città entrò sotto il protettorato turco, la cui amministrazione riconobbe alle attività commerciali ebree un valore aggiunto per la città.
Editto di tolleranza
Il resto del territorio rimase invece sotto l'influenza austriaca, fino alla dissoluzione dell'Impero nel 1918. Nel 1783 Giuseppe II promulgò l'Editto di Tolleranza, denominato Systematica gentis Judaicae regulatio. L'Editto si rivolgeva nei territori croati alle appena 25 famiglie ebree registrate. Il suo effetto fu la cancellazione di tutti i decreti restrittivi precedenti, consentendo agli ebrei libertà di commercio e circolazione, nonché l'apertura di scuole ebraiche.
Inaspettata invece, fu l'improvvisa immigrazione nel paese di ebrei ashkenaziti, di origine tedesca, che ne seguì. Questa massiccia ondata migratoria fu la causa della prima discussione interna tra le comunità ebraiche presenti sul territorio, che si divisero in sionisti ed assimilazionisti.
I primi, composti prevalentemente da ebrei ashkenaziti, miravano al mantenimento della loro identità culturale e al legame con Israele, sentendosi comunque parte del tessuto sociale dello Stato in cui risiedevano. Nonostante questo, gli ebrei ahskenaziti venivano percepiti per lo più come stranieri, rispetto ai sefarditi, la cui presenza era consolidata da secoli.
L'intera comunità ebraica riuscì ad ottenere la piena cittadinanza in Croazia solo nel 1873, quando il Sabor, il parlamento croato, emanò il Decreto sull'emancipazione della minoranza ebraica.
Le persecuzioni degli anni '20
Il primo luglio del 1919 venne costituito l'Unione delle comunità religiose ebraiche (Savez jevrejskih veroispovednih opština), per contrastare un orientamento politico fortemente anti-semita che si stava instaurando con la nascita della prima Jugoslavia. Tale misure non fu sufficiente ad evitare le persecuzioni che ebbero luogo in tutto il neonato Regno di Jugoslavia, che nell'insieme contava ora più di 70.000 cittadini ebrei. Furono soprattutto gli ashkenaziti a subire maggiormente questi provvedimenti. La giustificazione di tali misure di sicurezza era la prevenzione di disordini anti-statali. Re Alessandro promulgò in seguito, nel 1929, la legge sulle comunità ebraiche, che ne disciplinò formazione e organizzazione per ogni città, ponendo temporaneamente fine alle discriminazioni.
Con l'avvento al potere di Hitler, in Germania, si accese una nuova campagna antisemita, basata sull'odio razziale. Questa venne sostenuta su tutta la stampa jugoslava, soprattutto in Vojvodina, dove risiedeva una numerosa comunità tedesca, e a Zagabria, dove presto i nazionalisti fondarono il movimento ustaša. La morte nel 1934 del Re Alessandro peggiorò la posizione degli ebrei in tutto il Regno.
Gli anni '30
Anche i sentimenti della comunità ebraica del Regno erano cambiati: mentre la prima ondata antisemita del 1920 veniva percepita come temporanea, ora le preoccupazioni si facevano più evidenti. David Albala, leader del sionismo di Belgrado dichiarò al sesto Congresso dell'Unione delle comunità religiose ebraiche del 1936: “Non sono avvezzo all’antisemitismo in Serbia. È difficile essere un ebreo in Jugoslavia. Vorrei che molti non-ebrei lo diventassero solo per 24 ore, per comprendere la tragedia della nostra posizione, perché si sentano come ci sentiamo noi quando le teste e gli sguardi si voltano dall’altra parte, quando le conversazioni si bloccano perché il tuo interlocutore capisce che sei ebreo". Durante il Congresso, si sostenne comunque che l'intera popolazione fosse dotata di tolleranza e che l'avvicinamento politico del Regno alla Germania fosse dettato più dalla paura, che da reali sentimenti antiebraici.
Non esisteva infatti in Croazia un partito che presentasse nel proprio programma politico espliciti riferimenti antisemiti: gli stessi ustaša erano un movimento di destra anti-Jugoslavo sin dalla sua fondazione nel 1932-33. Manifestava principalmente odio nei confronti del regime di Belgrado e dei serbi. Uno dei primi fondatori del movimento, nonché braccio destro di Pavelić, era proprio un ebreo, Vladimir Singer (venne catturato e ucciso nel 1941, paradossalmente proprio da militanti ustaša). Il movimento però si radicalizzò velocemente, cominciando a considerare anche gli ebrei meritevoli di uno sterminio di massa.
Esisteva comunque un'altra Croazia, che si opponeva a tutte queste argomentazioni. Nell’aprile del 1938 il leader del HSS (Hrvatska seljačka stranka – Partito contadino croato) Vladko Maček, dichiarò che “l’antisemitismo è un fenomeno inusuale e ridicolo. Non esiste alcuna minaccia ebraica, la quale non è niente più che un’allucinazione di alcuni partiti. L’antisemitismo non può esistere tra i croati”. A causa di queste affermazioni, Maček e l’Hss furono accusati da diversi quotidiani dell'epoca di complottare assieme agli ebrei.
L'occupazione e lo sterminio
Nel 1941, l’esercito jugoslavo fu schiacciato dalle forze nazi-fasciste in appena 11 giorni (6 aprile-17 aprile 1941). I territori dell'attuale Croazia non annessi ad altri Stati, vennero consegnati alla formazione denominata Nezavisna Država Hrvatske (NDH), ossia allo Stato Indipendente Croato, al cui potere i tedeschi insediarono Ante Pavelić.
L'occupazione fu la condanna per gli ebrei jugoslavi. I crimini più noti e cruenti furono perpetrati contro prigionieri ebrei e serbi sull’isola di Pag e a Jasenovac. Solo in quest’ultimo campo trovarono la morte 20.000 ebrei. Quello stesso anno, l’Unione delle comunità religiose ebraiche croate cessava di esistere.
Solo 5.000 ebrei croati sopravvissero all'Olocausto, la maggior parte dei quali aveva trovato la salvezza arruolandosi con i partigiani di Tito.
La Jugoslavia socialista
Quando la Jugoslavia fu liberata nel 1945, nacque la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia. Da questo momento in poi, l’ateismo diventa la politica ufficiale dello Stato. Ciononostante, insieme alla nuova Repubblica, nasce nel 1945 la Federazione delle comunità ebraiche di Jugoslavia, con sede a Belgrado. I suoi obiettivi includevano la rappresentanza legale delle comunità ebraiche e dei loro interessi davanti allo Stato, così come condizioni sicure che consentissero l’osservanza dell’ebraicità nel paese. Il suo operato si svolgeva con l'intensa collaborazione, soprattutto economica, dell’American Jewish Aid e delle organizzazioni degli studenti sionisti emigrati nel 1920, ma che si sentivano comunque molto obbligati al loro paese d’origine. Saranno le organizzazioni sioniste ad influenzare molto la vita della comunità ebraica nella Jugoslavia di Tito.
Fu soprattutto nel tentativo di ritrovare gli elementi di una comune appartenenza ebraica che, nell’estate del 1952, la Federazione delle comunità ebraiche organizzò una campagna avente lo scopo di dedicare cinque monumenti alle “Vittime ebree del fascismo” (agli ebrei jugoslavi uccisi durante la Seconda guerra mondiale) da localizzarsi nei cinque centri maggiori: Belgrado, Zagabria, Sarajevo, Novi Sad e Đakovo.
Questi monumenti dovevano assolvere ad una doppia funzione: dimostrare e ricordare la partecipazione ebraica alla liberazione nazionale, valorizzando così l'appartenenza alla società jugoslava, e contrastare la campagna politica di revisione storica in atto in tutta Europa, che ovunque “dimenticava” la menzione dell’Olocausto. Questi cinque monumenti erano quindi un monito per l’intera società a non dimenticare. L'iniziativa ebbe successo e i monumenti effettivamente costruiti.
L'indipendenza
All'indomani della Dichiarazione d'indipendenza della Croazia nel 1992 nacque il Coordinamento delle comunità ebraiche in Croazia (Koordinacija židovska zajednica Hrvatska), con l'obiettivo di assicurare una memoria veritiera, la riappropriazione dei beni confiscati durante le guerre mondiali e il periodo socialista e la riconferma dell'identità ebraica. A tale fine è stato promosso il festival Be-yahad, importante manifestazione a cui partecipano tutte le comunità ebraiche dell'ex-Jugoslavia.
La comunità ebraica croata deve ancora lottare per la propria sopravvivenza identitaria e per questo mantiene l'unità con le comunità ebraiche dei paesi confinanti. Oggi insieme devono affrontare la terribile sfida della modernità: le conseguenze delle decimazioni dell'ultimo secolo e un sentimento di appartenenza culturale delle nuove generazioni da rinforzare. La nuova sfida alla sopravvivenza della cultura ebraica rimane nelle capacità della società umana di raccogliere piccoli frammenti di vita e trasmetterli alle generazioni future, nel tentativo di ricomporre le fratture politiche e sociali del secolo scorso.
Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
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