La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri


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Dicembre 2012 – Num. 32


81 - La Voce del Popolo 22/11/12 Cultura - Andretti l'istriano volante (Gianfranco Miksa)
82 - Osservatorio Balcani 27/11/12 Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943) (Giordano Merlicco)
83 – La Voce del Popolo 28/11/12 Cultura - Pietro Bembo e l'«invenzione» dell'arte italiana
84 - La voce 20/10/12 Ciacolade di Rudi Decleva - Fiume, quando che era la emigrazion del primo '900 (Rudi Decleva)
85 - La Voce del Popolo 17/11/12 Tito, ultimo imperatore dei Balcani anche grazie alla «mazza» OZNA (Ilaria Rocchi)
86 - La Voce del Popolo 03/11/12 Ricordi di Patrizia Lucchi (3 e fine) - La prima volta sul monte Ossero «in braghe de terlis» (Patrizia Lucchi – Roberto Palisca)
87 – La Voce del Popolo 06/09/03 Giulio Scala: Odori fiumani de una volta (Giulio Scala)
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81 - La Voce del Popolo 22/11/12 Cultura - Andretti l'istriano volante
L’EX CAMPIONE DEL MONDO DI FORMULA 1 CI RACCONTA LE SUE RADICI ISTRIANE. MARIO, NATO A MONTONA NEL 1940, HA REALIZZATO QUELLO CHE VIENE DEFINITO IL SOGNO AMERICANO
Andretti l’istriano volante
Mario Andretti come pilota automobilistico ha vinto tutto ed è una leggenda di questo sport. È stato uno dei pochissimi a trionfare sia nella 500 Miglia di Indianapolis che in Formula 1. Si aggiudicò, infatti, il titolo di campione del mondo in F.1 nel 1978 alla guida della Lotus modello 79. Quell’anno vinse sei Gran Premi e ottenne otto pole position: un binomio macchina-pilota imbattibile.
Il palmares agonistico di Mario Andretti è veramente impressionante. Complessivamente ha disputato 131 Gran Premi, ne ha vinti 12, è salito 19 volte sul podio, ha conquistato 18 pole position e ha totalizzato per 10 volte il giro più veloce. Nel 1984 ha vinto il titolo nella Formula Usac gareggiando per la scuderia dell’attore Paul Newman.
Dal 2005 è stato inserito nell’Automotive Hall of Fame, che raggruppa le più importanti personalità al mondo che si sono distinte in campo automobilistico. Insomma, un personaggio mitico, acclamato come il pilota del secolo, che abbiamo voluto incontrare. Anche perché Mario Andretti è profondamente legato alle nostre terre. È, infatti, istriano, precisamente di Montona.
Lei è nato a Montona, nelle sue vene scorre sangue istriano. Che ricordi conserva della sua città natia?
“I ricordi che serbo di Montona sono di un mondo straordinario. Sarà per l’impianto medievale del paese, la magia di sostare lungo le mura ad ammirare la valle del Quieto, l’atmosfera emanata dalle pietre delle case. I miei ricordi sono un ventaglio di diverse emozioni, molte delle quali sono tristi. Rammento perfettamente quel giorno del 1948, a otto anni, quando assieme ai miei genitori, Rina e Alvise Luigi Andretti, abbandonavamo per sempre Montona.
Era una giornata di pioggia battente e i mobili accatastati sul camion l’uno sull’altro erano completamente fradici dalla pioggia. Rievoco anche le reazioni della gente, l’intero paese era in lacrime. Si trattava di scegliere: o rinunciare a essere italiani, oppure rimanere in Istria e sottomettersi al potere comunista.
Ai miei, che erano una famiglia borghese dedita all’esportazione di vino e farina, il comunismo non andava proprio a genio e volevano essere cittadini italiani. Così, lasciando tutto, ripararono prima a Lucca, nel campo profughi, e poi emigrarono negli Stati Uniti d’America”.
Parla ancor sempre il dialetto istriano?
“Assolutamente, mi diverto a parlarlo con mio fratello gemello, Aldo, e mia sorella, Anna Maria. È una tradizione di cui andiamo molto fieri e che tramandiamo alle nuove generazioni. Una costante a casa mia”.
La sua famiglia ha provato sulla propria pelle la tragedia dell’esodo. Come si è rapportato a tale fardello? Nutre rancore contro coloro che espropriarono i beni della sua famiglia costringendola a lasciare la Jugoslavia?
“Il tempo passa e le ferite guariscono. Non nutro alcun rancore. Però rammento la prima volta che ritornai a Montona. Era il 1966 e giunsi nella cittadina istriana dopo la corsa fatta alla 24 Ore di Le Mans.
Rievoco perfettamente il rancore che m’invase passando il confine italo-jugoslavo. Alla frontiera fui perquisito dalla milizia, con la stella rossa sul berretto. Era un risentimento dovuto principalmente alla situazione dei miei genitori di come rimpiangevano Montona, la loro casa, di come furono cacciati da quella terra a cui i miei erano così attaccati.
Nel 1988 riuscii a portare a Montona anche mio padre. Da piazza Andrea Antico guardavamo i campi con i vigneti che un tempo appartenevano alla nostra famiglia Ghersa. Era orgoglioso di ciò che avevamo ottenuto negli States, nonostante tutto quello che avevamo lasciato a Montona. Ossia, ettari di vigneti e la trattoria ‘Alla stazione’, che era stata di mia nonna e dove mia madre, da bambina, aveva imparato a cucinare. Le generazioni passano e non posso nutrire rancore contro quelli che abitano ora il borgo istriano. Oggidì, lo dico con il cuore in pace, non nutro rancore contro nessuno”.
Ha mai chiesto la restituzione dei beni immobili lasciati dalla sua famiglia in Istria?
“I miei genitori l’hanno fatto diverse volte, però senza alcun risultato. Poi, inevitabilmente, hanno lasciato stare. La casa della mia famiglia è ancora in piedi. Un giorno ho bussato alla porta di quella casa, che tecnicamente è ancora mia. Volevo visitarla per rivedere il luogo a cui sono legato. Ci ho trovato dentro una signora. Non volevo fare questioni. Probabilmente lei avrà avuto i suoi problemi.
Ero pronto a ricomprare la casa dei miei genitori e ho consultato gli incartamenti. Sono risultate proprietarie cinque persone, di cui nemmeno una mi era nota. Su uno dei muri hanno messo, nel 2004, una lapide con la scritta bilingue italiano/croato, in cui si legge che lì è nato Mario Andretti.
Tre anni fa, il sindaco di Montona, mi aveva confessato il desiderio della municipalità di trasformarla in una casa museo in onore delle mie imprese automobilistiche. Ero molto orgoglioso ed emozionato dell’idea, però poi, e non lo il perché, non si è fatto nulla”.
Riflette mai di cosa ne sarebbe stato della sua vita se fosse rimasto in Istria?
“Non è un pensiero costante che mi affligge, ma spesso ci ragiono sopra. Non credo che in Istria, nella Jugoslavia comunista degli anni ’50, avrei potuto intraprendere la carriera di pilota automobilistico, a differenza della possibilità che ho avuto negli States. Sono dell’avviso che l’ambizione per correre in macchina sia qualcosa che si possiede sin dalla prima giovinezza. Ritengo inoltre che la passione, la dedizione e il carattere che occorrono per diventare piloti professionisti sono cose che non si possono insegnare”.
Che cosa pensa della Comunità Nazionale Italiana in Croazia e in Slovenia, ossia la popolazione italiana che dopo la Seconda guerra mondiale optò, alcuni di propria iniziativa e altri no, di rimanere nelle proprie terre natie?
“Nei confronti della Comunità provo grande stima e affetto, ma anche tristezza per il nostro popolo che sta inesorabilmente scomparendo. Con il trascorrere del tempo, rimaniamo sempre di meno. Anch’io nutro la volontà di difendere i valori e le tradizioni legate alle nostre terre”.
Qual è il segreto di Mario Andretti, l’eroe dei due mondi?
“Non c’è un segreto. Fin da giovanissimo ero spinto dalla passione per i motori e la velocità. Diventare un pilota automobilistico era un pensiero fisso. Per me non esisteva nient’altro. Ho fatto tutto quello che era nella mia facoltà per raggiungere questa meta. Alla fine ci sono riuscito. Il mio segreto, se così lo possiamo definire, è che non ho avuto mai un altro piano nella mia vita”.
Le mancano la velocità, i motori, le corse?
“Senz’altro. Mi hanno accompagnato tutta la vita. Non si può dimenticare un amore che ti ha retto in vita per anni. Proprio a Montona ho conosciuto l’ebbrezza della velocità. Con Aldo, il fratello gemello, correvamo con i carretti che avevamo fabbricato da soli, giù per la rapida discesa che da Montona porta alla valle del Quieto.
Sempre nel borgo istriano vidi la prima automobile, che mi ha fatto battere il cuore. Era una splendida Ford. Sono rimasto nel mondo della competizione automobilistica fino all’età di 54 anni. L’ultima volta che ho corso ufficialmente è stato nel 2000, alla 24 Ore di Le Mans, piazzandomi sedicesimo in assoluto. Avevo 60 anni.
Oggi, anche se non partecipo attivamente nella guida, seguo le corse e i motori. Ogni tanto mi confronto pure anche nelle prove. Mio figlio Michael gestisce una scuderia con quattro piloti e io gli vado dietro”.
Ritorna spesso a Montona? E quando lo fa cosa prova?
“Quando riesco ci torno volentieri. Sono passati tanti anni, tuttavia molte cose sono rimaste identiche. Per me è sempre una grande emozione ritornare a rivedere la cittadina, i borghi, ammirare il panorama dalle mura. Assaporare quel profumo, assaggiare i sapori della tipica e ricca cucina montonese.
L’anno prossimo spero di arrivarci assieme a Michael, che è l’unico dei miei tre figli (gli altri due sono Jeff e John, nda) che non è mai stato a Montona. Io, ogni volta, provo la stessa emozione: torno in quella terra a cui i miei erano così attaccati e che riesce a trasmettermi una sentimento d’armonia e di orgoglio”.
Qual è l’aspetto della civiltà istriana - sia che si tratti di storia, cultura, paesaggio, enogastronomia - che le è più vicino?
“L’Istria ha una moltitudine di importanti patrimoni da offrire. A partire da quello artistico fino a quello storico culturale. Di tutti questi aspetti, penso che il più vicino a me, sia l’enogastronomia. Anche perché mio padre era vinicoltore, possedeva diverse tenute, e produceva pure della farina che, assieme al vino, esportava.
I miei nonni, inoltre, erano i proprietari della trattoria ‘Alla stazione’, molto frequentata all’epoca. Mia figlia Barbara ha ereditato da mia nonna un quaderno di ricette. Così, a Nazareth, mangiamo le seppie nere e gli gnocchi con il sugo di carne. A Natale, le frittole. Riusciamo così a mantenere viva la tradizione culinaria delle nostre terre”.
I suoi figli, i suoi nipoti sanno qualcosa dell’esodo, della storia dell’Istria?
“Assolutamente. Sono tutti al corrente dei fatti, delle tragedie che hanno interessato la mia famiglia. Ho portato a Montona figli e nipoti, perché vedessero da dove veniamo”.
Conosce qualche istriano negli USA?
“Sono molto amico con Lidia Bastianich, cuoca e scrittrice, nota soprattutto per i programmi televisivi di cucina che vanno in onda sulle televisioni statunitensi. Nella sua catena di ristoranti propone dei cibi tipici della nostra zona. Ho trovato montonesi per tutto il mondo: dall’Australia, all’Africa fino in Argentina, dappertutto. Ma, purtroppo il tempo passa e rimaniamo in pochi. Ciò nonostante il nome viene tramandato”.
Gianfranco Miksa

 

82 - Osservatorio Balcani 27/11/12 Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Italia e Stato Indipendente Croato (1941-1943)
Giordano Merlicco
27 novembre 2012
Le relazioni tra l’Italia fascista e il movimento ustascia croato durante la Seconda guerra mondiale. Un’analisi dettagliata dei documenti militari italiani in questo libro di Alberto Becherelli. Una recensione
All'occupazione italiana dei Balcani sono stati dedicati diversi studi, nondimeno il presente volume, attraverso l'analisi dettagliata dei documenti militari italiani, riesce ad approfondire aspetti già noti e ad offrire spunti nuovi sulle relazioni tra l'Italia fascista e gli ustascia croati. Relazioni che furono fondamentalmente improntante alla collaborazione, ma non per questo mancarono attriti e divergenze tra Italia e Stato Indipendente Croato.
Nonostante gli ustascia fossero stati foraggiati per molti anni da Mussolini, una volta giunti al potere essi si mostrarono molto più sensibili all'influenza tedesca che non a quella italiana. Questa fu la prima ragione di disappunto per gli italiani, ma non l'unica.
È noto che gli italiani non furono molto teneri durante l'occupazione, il generale Roatta raccomandava ad esempio che le linee guida della lotta contro i partigiani non andavano riassunte nel detto ”dente per dente” bensì in quello “testa per dente”. Tuttavia gli italiani non mancarono di restare interdetti di fronte alle manifestazioni più efferate della violenza ustascia. Secondo il generale Ambrosio, capo della 2a Armata italiana, gli ustascia non erano altro che “selvaggi capaci unicamente di massacrare popolazioni indifese, ma incapaci (…) di fronteggiare le forze ribelli”. Ambrosio aggiungeva quindi che “il soldato italiano non poteva rimanere indifferente allo spettacolo di continui, ignominiosi delitti” compiuti dagli ustascia.
Per fuggire gli eccidi dei tedeschi e degli ustascia, migliaia di ebrei si riversarono nella zona di occupazione italiana. In alcuni casi le autorità italiane li riconsegnarono agli ustascia, ma molto più spesso si rifiutarono. Nella zona di occupazione italiana gli ebrei furono rinchiusi in campi di internamento, dove ricevettero un trattamento decisamente mite se paragonato a quello riservato dagli stessi italiani ai prigionieri jugoslavi. Più che da ragioni di carattere umanitario, l'atteggiamento italiano fu probabilmente motivato da ragioni di carattere politico: rifiutando di consegnare gli ebrei, l'Italia ribadiva le proprie prerogative nella sua zona di occupazione, opponendosi all'invadenza tedesca. In ogni caso, la politica seguita dai militari italiani permise a migliaia di ebrei di salvarsi dallo sterminio praticato nelle altre regioni della Jugoslavia occupata.
Nello Stato Indipendente Croato, inoltre, le persecuzioni erano rivolte anche contro la popolazione serba. I militari italiani garantirono invece una certa protezione ai serbi, invitarono le popolazioni fuggite a tornare nelle proprie case e riaprirono al culto le chiese ortodosse. Ciò valse ai militari italiani l'accusa di “sentimentalismo”, rivoltagli non solo dal duce croato Ante Pavelić, ma anche dai rappresentanti italiani presso il governo di Zagabria.
Tale “sentimentalismo” permise peraltro agli italiani di trovare numerose attestazioni di lealtà nelle comunità serbe, che preferivano nettamente l'amministrazione italiana a quella croata o tedesca. Gli italiani stabilirono ottime relazioni perfino con i cetnici, il movimento nazionalista serbo guidato da Draža Mihailović. Obiettivo di questa alleanza era la lotta contro i partigiani di Tito, una lotta che secondo la propaganda italiana equivaleva a uno scontro tra la civiltà e la “barbarie slavo-comunista”. Da parte loro, i cetnici avevano una piattaforma programmatica monarchica e conservatrice, che li indusse ad avversare i partigiani comunisti più di quanto non avversassero le forze di occupazione straniere.
In nome della lotta anti partigiana alcune bande cetniche entrarono perfino sotto il diretto controllo della 2a Armata italiana, che le inquadrò nella 'Milizia volontaria anticomunista'. Si tratta di pagine che meriterebbero di essere lette anche in Serbia, dove la riabilitazione di Mihailović ha portato la storiografia a presentare i cetnici come un movimento eminentemente resistenziale, minimizzando i numerosi episodi di collaborazione con gli occupanti.

 

83 – La Voce del Popolo 28/11/12 Cultura - Pietro Bembo e l'«invenzione» dell'arte italiana
Pietro Bembo e l’«invenzione» dell’arte italiana
Cardinale, scrittore, grammatico e umanista, figura saliente del periodo rinascimentale, Pietro Bembo (Venezia, 20 maggio 1470 – Roma, 18 gennaio 1547) è uno dei più autorevoli personaggi della cultura italiana. Pose infatti le basi del petrarchismo – e lo fece conoscere a livello internazionale – e diede un contributo decisivo alla codificazione della lingua letteraria italiana, promuovendo il toscano al di fuori della Toscana stessa, dando un contributo significativo al processo di formazione e consolidamento dell’identità italiana. Che arriva pure all’Istria, da lui raccontata nella sua “Historia veneta”, scritta dal 1487 al 1513, pubblicata nel 1551, poi tradotta dallo stesso in italiano (“Istoria Viniziana”), senza dimenticare che le ramificazioni della “nobilissima famiglia Bemba” arrivano a Valle, dov’erano presenti suoi appartenenti, in qualità di rettori, fin dal XVII secolo, in modo “fisso” dal 1750. L’antico casato veneziano, a seguito di vincoli matrimoniali, si era unito a quello dei Soardo – illustri bergamaschi (o longobardi?), giunti nella località istriana nel secolo XV – e con altri signori del territorio (e non), capodistriani, piranesi...

Tornando a Pietro Bembo, egli fu molte cose insieme e tutte al massimo grado: personalità poliedrica dell’Italia del Rinascimento, veneziano di nascita, padovano di elezione, di casa nella Roma dei Papi; fu poeta, storiografo e bibliotecario della Repubblica Veneta, il letterato che influenzò in modo determinante la letteratura rinascimentale. Con Aldo Manuzio rivoluzionò il concetto di libro, curando volumi di classici di piccolo formato privi di commento, che potessero essere letti al di fuori delle aule universitarie. Amò donne bellissime come Lucrezia Borgia, e cantò l’amore, non solo platonico, negli “Asolani” e nei “Motti”. A sessantanove anni fu nominato cardinale da Papa Paolo III, e pose le basi per la leggendaria Biblioteca Vaticana. Oltre che di Raffaello e Michelangelo fu amico, guida e protettore di artisti come Giovanni Bellini, Sansovino, Sebastiano Dal Piombo, Tiziano, Benvenuto Cellini, Valerio Belli, di cui collezionò e spesso ispirò le opere. Per una breve stagione, proprio grazie all’influenza di Bembo e al suo gusto collezionistico, Padova divenne baricentro e crocevia della cultura artistica internazionale, perché in città prendeva vita qualcosa di inedito che avrà enormi ripercussioni nei secoli a venire, la nascita di una nuova tipologia di raccogliere e presentare non solo l’arte, ma la conoscenza stessa: il Museo, termine che da allora diviene universale.
Dopo la morte di Bembo i capolavori vennero venduti dal figlio Torquato e si dispersero nel mondo e oggi sono conservati nei grandi musei internazionali, che li concederanno eccezionalmente in prestito in occasione di una straordinaria mostra che riporterà a Padova, dopo cinque secoli, i capolavori della collezione che l’intellettuale veneto, poi divenuto cardinale, aveva riunito nella propria casa, ancora esistente nell’attuale via Altinate. A Casa Bembo, oggi sede del Museo della Terza Armata, a partire dai primissimi anni Trenta del Cinquecento erano concentrati dipinti di grandi maestri come Mantegna e Raffaello, sculture antiche di prima grandezza, gemme, bronzetti, manoscritti miniati, monete rare e medaglie. La ricchezza e varietà degli oggetti d’arte, raccolti per gusto estetico, ma anche come preziose testimonianze per lo studio del passato, rese agli occhi dell’Europa del tempo la casa di Bembo come “la casa delle Muse” o “Musaeum”, precursore di quello che sarà il moderno museo.
Ed è su questo aspetto della sua attività che, dal 2 febbraio al 19 maggio 2013, a Palazzo del Monte, nella città patavina, si accederanno i riflettori. Grazie alla mostra “Pietro Bembo e l’invenzione del Rinascimento. Capolavori da Bellini a Tiziano da Mantegna a Raffaello”, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, insieme al Centro Internazionale Andrea Palladio e con il patrocinio del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali. Il titolo dell’esposizione riporta all’Italia sul finire del Quattrocento, quando la penisola è frantumata in piccole corti e centri di potere. A un Paese in piena crisi politica e militare, Bembo offre una identità comune in cui riconoscersi. Egli è infatti fautore di un’idea di unificazione dell’Italia a partire dalla creazione di una lingua nazionale: nelle “Prose della volgar lingua”, pubblicato nel 1525, Bembo codifica le regole dell’italiano, fondandolo sugli scritti di Petrarca e Boccaccio.
Sul versante dell’arte, Bembo indica Michelangelo e Raffaello come campioni di un nuovo, rivoluzionario fare artistico, che egli vede simmetrico a quanto accade nel campo della letteratura. Coglie infatti nel loro procedere creativo una nuova “lingua dell’arte” basata sulla grandezza dell’arte romana antica, e che ricerca una perfezione senza tempo e senza connotazioni regionali: un linguaggio universale che sarà riconosciuto nei secoli a venire come quello del Rinascimento italiano.
Grazie a Bembo, Michelangelo e Raffaello, un’Italia suddita delle grandi potenze sul piano militare trionfa in Europa conquistando il primato con le armi dell’arte e della cultura. A quattrocento anni dalla sua dispersione, sarà per la prima volta possibile, grazie alle capillari e pazienti ricerche condotte in occasione di questa mostra, ricostruire concretamente la famosa collezione d’arte che il più grande letterato del Cinquecento aveva raccolto nella sua casa di Padova.

 

84 - La Voce del Popolo 20/10/12 Ciacolade di Rudi Decleva - Fiume, quando che era la emigrazion del primo '900
Ciacolade di Rudi Decleva
Fiume, quando che era la emigrazion del primo ’900

A Fiume i gà alestido nel 2008 una wsposizion intitolada “‘Merika - L’Europa Centrale e l’emigrazione nelle Americhe. 1880-1914”, che poi sto anno 2012 la se gà trasferido per due mesi nei USA. Una sezion era dedicada ai fiumani e istriani, che “avevano abbandonato la nostra regione per rincorrere il sogno americano”.
Mi non la gò visto, ma el fato che se misii i istriani coi fiumani confonde el argomento, perché noi non gavemo gnente o poco de far cola emigrazion, come invece pol esser stado per i istriani.
Tuti erimo suditi de Franz Joseph, ma noi dipendevimo dala Corona Ungarica, erimo autonomi cola nostra lingua italiana, e gavevimo anca el deputato a Budapest che parlava per talian, mentre lori i era la regione Istrien, apartenente a Vienna e magari dipendente anca de Trieste.
Per prima cossa la emigrazion europea la era stada provocada dale pessime condizioni economiche dela gente, tanto xe vero che la Ungarìa – quando che nel 1903 la gaveva aprovado la nova Legge sula emigrazion aprendo per el porto de Fiume nove atività e guadagni –, la se gaveva mossa perché ghe se stava svodando la manodopera dela sua agricoltura.
Parlar de emigrazion fiumana e istriana come se fussi el stesso problema xe sbaliado, perché la economia dell’Istria non era paragonabile con quela de Fiume.
Noi magnavimo 5 volte al giorno e el lavor lo gavevimo in casa senza bisogno de andarlo zercar al estero: col porto, le industrie e el comercio gavevimo già la “‘Merika” a Fiume.
Quanti pol esser stadi i fiumani emigranti?
La nostra cità, la se gà spopolado opur ivece nova richeza xe afluida nele scarsele dei fiumani?
La emigrazion la gà prodoto una forte afluenza de gente foresta in cità, che voleva partir per el novo mondo, al punto che el novo Albergo Emigranti – costruido con el aiuto de Budapest per ospitar 2.000 persone – el era spesso insuficiente per quel che ocoreva.
Mio nono el gaveva el fondo in Calle dei Facchini – che la era una discreta cantina con aqua corente, fogoler, tavoli per dormir e pajoni cole foje de tulzo –, e così lui arotondava la sua paga dandoghe de dormir a sti emigranti, che i arivava per imbarcarse sule nave de la inglese “Cunard Line”.
Lui el era “Ciabattino di Corte”, cioè caligher che fazeva le scornie ai nobili dela Corte del Arciduca e nol deveva spassarsela poi tanto mal, se el era già paron dela casa de Calle Barbacane 19, indove che el abitava con la familia e indove che semo nati mio padre e mi.
Gò già scrito anca sula “Voce del popolo” che la emigrazion fiumana se la xe stada, la era stada sporadica e insignificante.
Vera verità che i maritimi fiumani, quando che i arivava a Neviork, i sbarcava clandestinamente, molando el comandante e la nave per lavorar per un per de mesi e farse un gruzolo de dolari.
In porto ghe era sempre pronto un mariner che gaveva già fato quela esperienza e che el se ofriva per coprir el posto de quel che se gaveva sbarcado; e così el tornava a Fiume senza pagar el viagio e in più con la paga in pien.
Così gaveva fato nel 1906 anca mio padre, nel suo primo viagio con el postale “Slavonia”, quando che el gaveva 21 anni, disertando a New York, e poi nel 1909, reimbarcandose come mariner sula rota de ritorno a Fiume con la stessa nave, quando che el era finido naufrago sui scoi dele Isole Azzorre.
Quela de disertar per far qualche flica in tera americana e poi esser ripreso a bordo come el filiuol prodigo, era una routin tolerada dai comandanti anca se per necessità.
Mio zio era invece rimasto fregado perché, gavendo conossudo una vamp emigrante siciliana de Cefalù, el gaveva messo sù familia a Kansas City, nel Missouri, metendose far el mecanico de motociclete.
Xe stado nel 1910 che el mio papà, in visita al fradel a Kansas City, el gaveva sapudo che a Keokuk, una picia citadina de 13.000 abitanti nel stato del Iowa, i zercava operai specializadi per un grando lavor sul fiume Mississippi, secondo al mondo per importanza dopo el Canal de Panama, e così i lo gaveva ingagiado.
I lavori gà durado tre anni e i gà costruido una imponente diga, un impianto idroeletrico e el lock per alzar e sbassar le navi in transito sul fiume.
Quela volta el mio padre gaveva guadagnado una valanga de dolari, e per regalo de portar ala sua mamma, el gaveva comprado un pomo de oro zechin e al suo papà el ghe gaveva portado la medaja de argento de Merito sul lavor, che i ghe gaveva dado come premio special dela sua azienda.
Per tornar a Fiume, el gà spetado a Neviork che arivassi la s.s. “Slavonia” fazendose reimbarcar dal comandante, che zercava el sostituto per el mariner che ghe era scampado via al arivo.
Quel xe stado el suo ultimo viagio american, perché el atentato de Saraievo el era già in preparazion e con quel, anca la fine dela epoca migratoria.
Questa xe la storia della cosideta “emigrazion” fiumana, che in effetti non la xe mai esistida.
Resta invece la storia, unica nel suo genere, de un fiuman austroungarico de nazionalità italiana che era andado nei States e el era tornado con una onorata medaja d’argento de merito.
Questo quando el segno che lassava i italiani de Broccolino se ciamava mano nera e racket.

 

85 - La Voce del Popolo 17/11/12 Tito, ultimo imperatore dei Balcani anche grazie alla «mazza» OZNA
SPIEGANDO L'OPERATO DEL SERVIZIO REPRESSIVO, WILLIAM KLINGER TOGLIE LA MASCHERA AL «MARESCIALLO»
Tito, ultimo imperatore dei Balcani anche grazie alla «mazza» OZNA
TRIESTE – Josip Broz Tito, un imperatore nella migliore (ma forse, visto il personaggio e le sue azioni, sarebbe più opportuno parlare di "peggiore") tradizione asburgica. Altro che presidente del popolo: lui che amava presentarsi come il buon padre-nonno, il paladino dei lavoratori e l'anticapitalista, il pacifista, il terzomondista e quant'altro contribuì negli anni a creargli l'immagine di comunista (dittatore) "dal volto umano", in effetti non ambì ad altro che diventare il nuovo "caesar" dei Balcani delle innumerevoli nazionalità. Alternando spesso il bastone alla carota – come appunto aveva visto fare Francesco Giuseppe, sotto la cui epoca era nato e diventato maggiorenne –, impose sovente la sua autorità-volontà con la mazza piuttosto che con lo scettro, però senza mai smettere, nei suoi modi di fare con l'ester(n)o e nell'outfit, l'abito dell'autentico "gentiluomo mitteleuropeo".
DIVIDE ET IMPERA E, in un certo senso, nell'ottica "asburgica" si potrebbe spiegare anche il suo rapporto altalenante nei confronti delle litigiose etnie della regione, costrette a riporre asce da guerra e scheletri del passato negli armadi per mettersi a fumare con lui la "pipa" della convivenza. Internazionalista di comodo e solo a parole, usò invece i vari nazionalismi balcanici conscio del loro potere mobilitante, prima in fase di costruzione del suo Stato e successivamente, istigando gli uni contro gli altri – ricordiamo il "divide et impera"? – per tenere salde le redini del potere. La sua polizia segreta e al contempo l'intelligence – prima l'OZNA (Odeljenje za Zaštitu Naroda – Dipartimento per la Sicurezza del Popolo) e successivamente l'UDBA (Uprava državne bezbjednosti – Ufficio della sicurezza statale) – stavano poi a vigilare che questo pentolone jugoslavo non si scoperchiasse.
ARGOMENTO COINVOLGENTE Per il Maresciallo, dunque, la soluzione più ideonea, l'unica che desse qualche garanzia di mantenimento del suo "impero jugoslavo" era quella asburgia. Un'interpretazione interessante, singolare del nodo Tito. Se n'è parlato l'altra sera a Trieste, in Galleria Fenice, tra scaffali di libri e un pubblico relativamente numeroso, ma decisamente coinvolto, visti anche i diversi interventi e domande. Un evento indubbiamente di richiamo, l'appuntamento con il saggio monografico "Il terrore del popolo: storia dell'OZNA, la polizia politica di Tito" (Ed. Italo Svevo, Trieste, 2012, pp. 176), di William Klinger, quarantenne storico fiumano, che vive a Gradisca d'Isonzo e lavora come ricercatore, anche per il Centro di Ricerche storico di Rovigno. Un nome, il suo, che è già stato notato a livello (storiografico) internazionale e che promette ulteriori affermazioni.
UN ENIGMA (IN)DECIFRABILE Klinger, supportato dalla Lega Nazionale – associazione che sta portando avanti una lungimirante e proficua azione di sostegno alla ricerca e documentazione storica riguardante (più o meno direttamente) la Venezia Giulia, il suo passato, la cultura, le tradizioni, i costumi – è riuscito a mettere insieme un bel po' di materiale e ricostruire con piglio scientifico, nel modo più completo ed esaustivo possibile, sulla base delle fonti disponibili (i relativi archivi di Belgrado sono ancora off limits), la vicenda dell'OZNA, contestualizzandone la nascita, spiegandone i retroscena, i meccanismi di funzionamento, e seguendone tappa dopo tappa l'evoluzione.
Argomento, si diceva, che ha fatto e continua a far presa. Anche perché Tito rimane a tutt'oggi un enigma (qualcuno, tra il pubblico, ha parlato di "adorazione del cannibale"). C'è chi lo osanna e guarda al suo periodo con nostalgia. C'è chi gli riconosce e lo apprezza per le straordinarie doti di statista. Altri ancora cercano di indicare che, dietro il mito, c'è purtroppo una lungua sequela di cadaveri, di vessazioni, di orrori. E c'è chi lo ha capito appena "dopo".
RICORDI VIVI E TRAGICI Una scia di sangue – d'effetto, a proposito, la copertina del volume di Klinger, con "Progetto uomo", di Alessandro Cannistrà (2002) – che emerge ora prepotentemente mano a mano che si "scava" nelle fosse comuni e tra i documenti. Ma nella Venezia Giulia la memoria è viva ed, eufemisticamente parlando, non è delle migliori. E i triestini, come il popolo istriano-fiumano-dalmata che ha pagato uno scotto pesantissimo, ne sanno qualcosa. Basti, in riferimento alla serata del libro di Klinger, il racconto di Fausto Biloslavo, giornalista di guerra triestino, intervenuto all'incontro testimonando la sua personale tragedia: il padre materno, Ezechiele, pur non avendo mai fatto del male a nessuno fu prelevato dai titini che occuparono Trieste nei famigerati “40 giorni” del 1945, e sparì nel nulla dopo essere stato deportato verso Lubiana; il nonno paterno, Giacomo, scampò per miracolo ad una sommaria fucilazione dei partigiani, mentre da Momiano, dov'era nato e vissuto, cercava di raggiungere Trieste alla fine della seconda guerra mondiale.
CONOSCERE PER POTER GUARDARE AVANTI E lui, il giornalista, si troverà citato in tribunale dall’unico ufficiale di Tito processato in Italia (e prosciolto per carenza di giurisdizione), per alcune uccisioni a Fiume, stato Oskar Piškulić - Žuti. Ma si troverà anche nei Balcani, in ebollizione nel 1992, per delle contrapposizioni storiche che non erano state risolte tra ustascia, cetnici, bosgnacchi (musulmani), bensì si era cercato di mettere una pietra sopra al passato e dimenticare. Ecco allora l'importanza della conoscenza, perché solo questa consentirà in effetti di fare giustizia e quindi di voltare pagina, di guardare avanti per il bene delle future generazioni. In tale ottica il saggio di Klinger apre uno spiraglio di luce su un passato che è stato volutamente oscurato, per motivi politici, ed è un contributo alla (ri)lettura della nostra storia così come si è articolata realmente, e non (solo) per quella che qualcuno vorrebbe farci leggere.
Ilaria Rocchi

 

86 - La Voce del Popolo 03/11/12 Ricordi di Patrizia Lucchi (3 e fine) - La prima volta sul monte Ossero «in braghe de terlis»
a cura di Roberto Palisca
Ricordi di Patrizia Lucchi (3 e fine)

La prima volta sul monte Ossero «in braghe de terlis»

Ai tempi di mia nonna Maria la capra era la bestia “sacra” di casa. La capra morì a Carnevale e alla nonna fu imposto, in segno di lutto, di non andare a ballare.
Con la capra non ci furono problemi, ma le galline si rifiutarono di mangiare. Al quarto giorno di sciopero della fame mi venne un’idea, mi vestii con gli abiti che la zia indossava quando lavorava in orto: gonna nera di tela grossa, grembiule, cappellaccio di paglia, zoccoli, e incominciai ad imitare i suoi richiami “na… na… na.. pi pi pi”: in un attimo me le ritrovai tutte vicine chioccianti e becolanti.
Al “Mornar”, dalla Mika e dal Garbaz, ci andavamo, oltre che per le prelibate “scagnate” (ciambelline), perchè al piano superiore c’era una stanza con un pianoforte a rulli cambiabili che – girata la manovella – suonava da solo. Io lo chiamavo “orchestrone” e per me aveva un grande fascino (amavo vedere come girava il rullo mentre suonava walzer viennesi e simili brani).
I primi anni la Mika era molto gelosa e ce lo faceva vedere raramente, mentre negli ultimi anni della loro gestione aprirono la saletta agli avventori e questa divenne il punto di riferimento dei giovani, in particolare nei giorni di pioggia. L’arredo era scuro, l’aria irrespirabile dal fumo. Piccolo inciso: quando pioveva mamma ci faceva indossare le “japanke” (i sandali infradito di gomma), che per l’occasione chiamavamo “scarpe da pioggia”, così non era un problema toglierci la terra rossa che si impastava sui piedi. Da notare che a Neresine ci lasciavano vivere “allo stato brado” e quando tornavamo a Venezia ci chiudevano in casa più di una settimana, per “la rieducazione”. Nonna Maria faceva la stessa cosa quando mio padre, da bambino e da ragazzino, dopo i tre mesi estivi passati a Neresine dai suoi nonni, rientrava a Fiume. Che cosa ricordo ancora di quel periodo? Della vita in paese? Le mie prime “braghe de terlis” (jeans); la prima volta sul monte Ossero, la “Nerezinska noć na moru”; il profumo del magris e le nasse coperte col “lanstik”; la prima orchestrina al Televrin (Mauro, Ruggereto e Toni). E poi l’evolversi del paese, ogni anno qualche novità: oltre alla già citata prima gelateria del Beluli e al cinema – che da solo meriterebbe un intero capitolo -, il campeggio dai frati, il primo complessino arrivato da Fiume (Giorgio, Karlo, Edi, Milan), il Club Mediterrané di Ossero e “il maggio francese”, l’acquedotto e il divieto di pesca sul lago di Vrana, la cementificazione della spiaggia di “Papir”, la costruzione del villaggio turistico a Bučanje, l’asfaltatura della strada da Faresina a Lussino, l’apertura della strada per Lubenice...
«NAŠI TALIANI» I rapporti “esuli & rimasti” Come si può intuire dai racconti fino a qui fatti, i rapporti con i paesani erano generalmente buoni, però si capiva che non c’era libertà di parola. Inoltre noi eravamo state educate dalla nonna Maria col “ste zite, si no i se urta”. Papà aveva un “motor sailer” in legno di 12 metri. Ogni giorno si usciva con la barca carica di amici e parenti. Tony e Carla, Nino e Pina, Mario e Alma..., erano quello che oggi vengono chiamati “esuli e rimasti”, ma all’epoca li vivevo semplicemente come “compaesani”; così erano chiamati dai miei genitori. Al più, i “rimasti”, quelli ideologici, ci chiamavano “naši taliani” (i nostri italiani), per distinguerci dagli altri italiani.
Nel giardino di Lina e Ottavio, grandi pescatori, potevamo ammirare le “bocche di leone” e le “belle di notte” più belle di tutto il paese. La grappa del Toni C. era una specialità che ogni anno regalava a mio padre. Onorato, compagno di asilo di mia mamma, organizzava mangiate di agnello aperte a tutti, tedeschi compresi. La domenica mattina andavamo a Messa e la nonna Maria, secondo antica tradizione, ci ripeteva concitata: “Me racomando, laveve e cambieve che se ve sentì mal in c’esa i ve porta dai Zuclich”. Un appuntamento da non perdere era la “palacincata” annuale dai Lechi di Suria, infarcita di racconti di battute di pesca e più in generale di mare, anche dei tempi de la Defonta.
Fuori dagli schemi tradizionali resta l’episodio del “zuzolo” (ciuccio): a bordo di un vapore austroungarico con il classico capitano lussignano, un giorno di cattivo tempo una contessa asburgica si sentì male. Il capitano le si avvicinò compito e le disse: “La sa cossa, la vomiti la vomiti, la vomiti fin quando la sentirà come un zuzolo in bocca, alora la se fermi, perché la sarà rivada al bus del cul”.
Credo che si capisca che noi ragazze vivevamo una vita felice e serena, anche se la nostra privacy veniva continuamente violata da “Radio Smokva”, un telefono senza fili costituito dalle “vece babe” che riposavano all’ombra dei fichi (smokva) e chiacchieravano tra di loro, controllando tutto ciò che capitava in paese, anche le nostre azioni, che puntualmente riferivano ai nostri genitori. Al proposito vanno segnalati i nostri primi amori neresinotti. La zia Maria ci aveva regalato un libretto fine ‘800, primi ‘900, intitolato “Il Bugiardello”. Era una sorta di Sibilla che si poteva interrogare con domande fisse e poi, girando una ruota costituita da una lancetta apposta sulla copertina di cartone, si andava a leggere il responso. Erano amori “a distanza”, perché non frequentavamo i ragazzi di Neresine. Li vedevamo passare in piazza o andare a bordeggiare.
I FUOCHI ARTIFICIALI Parlando di rapporti tra “esuli e rimasti”, un racconto che merita un capitolo a sé è quello dei fuochi artificiali. Avevo circa dodici anni, una domenica mattina, prima che partissimo con tutta la solita compagnia con la barca, incontrai Edna che, tutta felice, mi disse: questa sera ghe sarà gran festa e ghe sarà anche “rakete”. Le domandai: che cosa sono le “rakete”? E come te dirò: foghi de artificio. Pensai subito ai fuochi tipo quelli che si sparano a Venezia per il Redentore. Quando tornammo dalla gita - direi come al solito verso le 18.30 -, mentre gli adulti scaricavano la barca, io vidi sopra al molo delle palle di sabbia e da brava bambina lidense (a quell’ora della sera da noi tutti i bambini si divertono a buttare giù i castelli di sabbia costruiti durante il giorno), dissi a Caterina Bracco, più giovane di me: andiamo a buttare giù le palle di sabbia. E fu così che ci divertimmo. Apriti cielo, erano quelli i fuochi d’artificio preparati per la Festa. Nino Bracco, papà di Caterina, ricorda molto bene l’antefatto: “Era una festa nazionale molto importante, (credo che facessero addirittura due giorni di festa). I capintesta del paese, per non far brutta figura verso il regime, pensarono che bisognava far vedere che il paese festeggiava veramente, e ordinarono al Osip Mumof (Giuseppe Canalettich) – che faceva il messo comunale, il suonatore ufficiale del ludro (mièh), il becchino, lo spazzino e ogni altro tipo di lavoro per conto del Comun, da cui era stipendiato – di addobbare in qualche modo il luogol, anche perché, i pochi turisti presenti potessero vedere come il paese era contento e festeggiava. L’unica idea che saltò fuori era quella di disseminare in punti ben visibili delle palle di cenere imbevute di petrolio, per poi accenderle la sera, fare uno spettacolo di fuochi e dare un senso di contentezza al paese.
Le palle di cenere erano le stesse che tradizionalmente si facevano e si accendevano lungo la strada percorsa dalla grande processione serale del Venerdì Santo. Le palle infuocate a quel tempo non si usavano più, perché erano state proibite dal regime, come ogni altra manifestazione pubblica religiosa. In questo caso, non trovando di meglio, poteva anche andar bene. Il povero Osip, se la sbrigò disseminando una diecina di palle di cenere sul “varsinna” della riva vecia (il varsinna è l’alto muro di pietre che protegge la riva).
Quando l’Osip andò per accenderle 3 non le trovò più, jimme Jssussovo: cosa è successo? Non ci volle molto che le “lingue” del paese, non vedendo l’ora, spifferassero tutto. Quella volta in paese c’era anche il Comandir, molto fanatico e odiatore degli “italiani”. Ne nacque quindi una ragione di stato: al Televrin fu aperta un’inchiesta, l’accusa era di disprezzo ideologico” (spie italiane mandate appositamente a sabotare la Festa). Il racconto di Nino Bracco prosegue: “Eravamo tutti un po’ terrorizzati; mi ricordo che tuo padre dovette tirar fuori tutta la sua diplomazia e tutto il suo “sens of humour”, per attenuare l’ira del Comandir e dei capintesta del paese, e convincerli che era solo una innocente ragazzata. Si dichiarò pronto anche a risarcire il danno”.
Per fortuna si mobilitò parte del paese per darci una mano, Toni aprì il negozio di ferramenta, mamma comperò petrolio sabbia e buglioli e tutta la nostra compagnia (composta, come ho già ricordato, di “esuli” e di “rimasti”) si mise di impegno a rifare le palle di sabbia. Mai spettacolo fu più bello, perché Osip Mumof aveva risparmiato sulla materia prima per fare le sue, mentre le nostre erano ricche. “La cosa finì così, tra le sghignazzate sotto i baffi dell’intero paese. Va anche detto che né prima, né dopo il fatidico affronto, le palle di cenere furono più usate per festeggiamenti politici”.
Sempre Nino Bracco mi ha raccontato che un’altra volta andarono a pescare con la Danica (la barca di papà). Nei pressi di Ciutin pescarono un sacco di pesci e presero anche un grongo di 11 chilogrammi. Ritornati a Neresine, iniziarono la spartizione del pesce; ce n’era tanto che alla fine nessuno voleva il grosso grongo. Mio padre, memore dei problemi sorti tempo prima col Comandir per le famose palle di cenere, ebbe la balzana idea di andarglielo a portare come omaggio. Non l’avesse mai fatto! Ne nacque un’altra ragione di stato. Il gesto venne preso come una provocazione capitalistica, ed anche lì ce ne volle per placare l’ira funesta del Comandir!
LE COMPAGNIE MISTE Intanto in paese incominciavano ad arrivare quelli che a mio ricordo furono i primi giovani villeggianti: Nani e Vlado da Lubiana, Marian e Saša da Zagabria, i due Edo sempre da Zagabria, Rade da Belgrado, Boris da Fiume, suo cugino Tonko da Zagabria, Mighi e Dado da Zagabria, Dejan da Lubiana, Ljiljana da Bjelovar, Dragan da Čakovec... Venne anche organizzato il torneo di calcio “canicolare” che si svolgeva in un campo di cardi dietro al Castello e al quale partecipavano squadre dal nome altisonante: “Francia”, “Germania” (composte da turisti), “Italia” (noi e villeggianti italiani) e... “”Neresine”.
Con le due cugine lidensi prendemmo l’abitudine di organizzare i preparativi per il soggiorno neresinotto sin dall’inverno. Compravamo dischi e li siglavamo con il marchio C.A.N. (acronimo di “Cugine Associate Neresine”): erano le ultime novità destinate a seguirci in vacanza. Alla partenza da Venezia i nostri 45 giri erano in perfetto stato. All’arrivo a Neresine erano tutti ondulati dal sole, dopo ore e ore di viaggio sul lunotto posteriore della macchina del babbo. Sul molo li suonavamo a tutto volume con un giradischi portatile, dotato di pile e mobiletto con tanto di zampette a perno che si avvitavano prima di appoggiarle sulla pietra d’Istria, che in un paio d’anni fu soppiantato, o meraviglia della tecnica, da un mangiadischi con zampette estraibili.
Verso i miei 15 anni (1967) la compagnia si strutturò in maniera fissa e al tempo stesso aperta a tutti i nuovi arrivi di qualunque nazionalità. Il nucleo di base era composto, oltre che da Costanza e da me, da Susanna e Nicoletta (le più volte citate cugine lidensi), da Cristina, veneziana e mia compagna di banco, dai nostri cugini (18) Fulvio, Tino, Gianni, Nico, Roberto e Tullio (che i primi tempi era considerato una “New Entry”, perché solo allora aveva iniziato a frequentare Neresine). Ne hanno fatto parte anche Miriana (nipote dello zio Nardo), Gianna e Rita (figlia di esuli neresinotti), e ancora Guido e Ivo di Neresine, Renata di Fiume, Antonija, Dada e Vesna di Zagabria.
Dall’America iniziavano ad arrivare anche i nipoti dello zio Justo, John e suo fratello Marco, mentre i Bracco giungevano da varie parti d’Italia. Neresinotti di adozione stavano anche diventando il “lumbard” Vittoriano, il “veneziano” Pietro e il “trevigiano” Marzio, che ogni anno puntualmente ritornavano con le famiglie. L’allargamento della compagnia fu, tuttavia, la causa del rallentamento dei rapporti con le amiche neresinotte: mentre noi avevamo più libertà, loro erano costrette ad orari più ristretti. Come parlavamo con gli amici croati? Noi ragazze insegnavamo loro l’italiano, mentre le ragazze di Zagabria insegnavano il croato ai nostri cugini e agli amici italiani. Un gioco di parole che andava di moda era “bazime u more-baciami amore”, basato su parole con un suono simile, ma con un significato completamente diverso (buttami in mare). La voglia di capirsi era tale che una certa Paola di Milano riuscì a intrecciare una relazione amorosa con un ragazzo di Zagabria - Željko -, grazie al fatto che tutti e due avevano studiato a scuola il greco antico. Non male come amena conversazione tra gli scogli. Per noi e per i nostri amici – italiani e croati – la commistione era di casa.

 

87 – La Voce del Popolo 06/09/03 Giulio Scala: Odori fiumani de una volta
Per la "mularia" de origine Fiumana,Istriana e Dalmata, nata e cresuda in Latinoamerica.
Speciale di Roberto Palisca
CIACOLADE / Odori fiumani de una volta/ In fondo, per noi fiumani, disemo cussì de la "terza età" , come che se dise ogi, tute 'ste robe su la nostra Fiume che ne piase scriver e lèzer e che le resta per sempre zementade drento de noi perché le xe un tòco de la nostra vita, le se riferise sempre a Fiume come che la era ani fa. Quanti? Tanti. Pochi? Per mi, come che per voi che lezè 'ste due righe, la nostra zità la xe tuto un insieme de robe viste.

Viste a scominziàr de quando che gavemo verto i oci in un qualche riòn, in Scojeto, Cantrida, Belvedèr, Zitavecia ,Cosala, Braida, Mlaca, o - come tanti - in Ospedàl Civil de SS.Spirito, ex Acadèmia Naval de la Marina Ungarese.
Un misiòto, insoma, de imàgini, de ricordi otici e anche un misiòto de rumòri, de robe "sentide" come el canòn de mezogiorno, le campane dela ciesa del nostro riòn, el fis'cio del vaporeto de Abbazia che se sentiva fin in via Pomerio e la campanèla a màn del scovazìn,che el sonava in Bonaròti ale due de dopopranzo.
Ma de quel che ve volevo ciacolàr ogi, non xe le imàgini de Fiume, non xe i rumori: oggi volevo parlàrve dei odori. Sì, perché el signor Idio el ne ga dado cinque sensi e tuti e cinque i xe importanti.
Se ricordè de estate el forte odor dei tapèdi (o 'passatoie') de fibra de coco, inciodadi su le teraze de legno del Bagno Quarnero in Mololungo, smòj e inzombàdi de aqua de màr, salada e amara, come che la era solo nel nostro Golfo del Quarnero, che i sugàva soto el sol che el brusàva ? Xe un odòr che me ricorderò fin che vivo.
O - de inverno - el odor dei mussoli che i li vendeva in scudele de legno, a zinquanta centesimi per scudela, cusinadi sul vapor de aqua bojente, in Piaza del Late in Zitavecia, de sera, con el banchèto iluminado con i bechi de carbùro? O in zimiterio a Cosala, in agosto con el sol che el scaldava i alberi e non ghe era gnanche una bava de vento.
El profumo aspro de le foje de làvrano, scaldade del sol, el era cussì intenso e penetrante che se ciudo i oci, lo naso ancora ogi e me par de tornar indrio de tanti, tanti anni.
Un altro e ultimo , per ogi, odòr che el me vien inamente. Xe quel dei ciclamini che andavimo ingrumàr in primavera, in graja, dopo Drenova o a Santa Caterina, che a casa,dopo, li metèvimo in un bicièr de aqua, che me tocava mèter de sera, fori de la finestra de la cusina ,perché la mia mama, essa la me diseva che ,in càmara, el profùmo dei ciclamini el xe velenoso e che ghe fazeva mal de testa.
E già che parlemo de fiori, un ultimissimo odòr , e dopo ve lasso in pace; xe quel dei grandi gigli, bianchi del altàr de Sant’Antonio in ciesa dei Capucini in Sabiza ( a destra vegnindo drento) un profumo fortissimo che a mi me piaseva asai nasàr e che, de domenica, durante la Messa, el se misiàva con quel del incenso che adeso in ciesa non se usa più tanto , forse per sparagnàr ("globalizazion") ma che quela volta el impinìva tuta la ciesa che era una fumèra che pareva la nebia de Londra (anche quela oggi non la esiste più.)
Adio muli
E, come sempre, spero de non gaverve stufàdo, anche se me son dimenticado del odòr più importante de tuti: quel de le croste de formajo de gratàr, rostìde su la piastra del spàrghert.
Giulio Scala

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