RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA
A CURA DI MARIA RITA COSLIANI, EUFEMIA GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI


N. 859 – 12 Gennaio 2013
Sommario


17 – Mailing List Histria Notizie 12/01/13 - 11° Concorso della Mailing List Histria (ML HISTRIA)
18 - Corriere della Sera 05/01/13 Choc a Sumirago, il paese dei Missoni - «Blindata» la villa di famiglia (Maria Teresa Veneziani)
19 - Libero 06/01/13 Missoni jr. e la maledizione dei grandi eredi - Nella moda da 60 anni La grande famiglia dietro l'impero a righe (Camillo Langone)
20 - Anvgd.it 09/01/13 Ballarin (ANVGD): vicini ai Missoni, siamo un'unica famiglia (Antonio Ballarin)
21 - Il Sole 24 ore 05/01/13 Vittorio Missoni: orgoglio dalmata e passione per il mare
22 - Il Piccolo 08/01/13 Giorno del ricordo dopo dieci anni memoria condivisa (Pietro Spirito)
23 – La Voce del Popolo 12/01/13 Fiume - L'aquila bicipite tornerà sulla Tore forse tra due anni (Gianfranco Miksa)
24 - Il Piccolo 10/01/13 Nuova superstrada tra Capodistria e valico di Dragogna (Franco Babich)
25 - La Voce in più Storia Ricerca 05/01/13 Intervista - Giovanni Radossi: Nell'Europa unita saremo una famiglia mai più né figliocci né figliastri (Sandro Petruz)
26 – La Voce del Popolo 12/01/13 Cultura - Solo la compresione garantirà la giusta catarsi (Rosanna Turcinovich Giuricin)
27 - BBC History Italia Gennaio 2013 Togliatti: Un comunista tra democrazia e insurrezione (Paolo Sidoni)
28 – La Voce del Popolo 05/01/13 : Speciale - A Zara un busto bronzeo ricorda Raimondo De Vineis (Roberto Palisca)
29 – Il Foglio 10/01/13 Preghiera di Camillo Langone – San Marco
30 - Corriere della Sera 04/01/13 Lettere a Sergio Romano - Fiume e la Carta del Carnaro (Stefano M.Pontiggia-Sergio Romano)
31 - Il Piccolo 05/01/13 Ritorna in servizio il "treno blu" di Tito (Stefano Giantin)

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

17 – Mailing List Histria Notizie 12/01/13 - 11° Concorso della Mailing List Histria (ML HISTRIA)
BANDO DI CONCORSO 2013

PER LE SCUOLE ELEMENTARI E MEDIE SUPERIORI
11° Concorso della Mailing List Histria (ML HISTRIA)
In occasione del 13° anniversario della sua fondazione, 14 aprile 2000 - 14 aprile 2013
la Mailing List "HISTRIA" con il patrocinio
dell'Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio e dell'Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo
bandisce un concorso strutturato in due sezioni A e B.

SEZIONE A - CONCORSO 'MAILING LIST HISTRIA'

A questa sezione del concorso sono invitati a partecipare gli allievi delle Scuole Italiane che hanno sede in Croazia e Slovenia e gli alunni delle Scuole Croate, Slovene e Montenegrine che conoscano la lingua italiana o il dialetto locale di origine veneta ed istriota.
Il Concorso è suddiviso in due categorie ovvero:
a) alunni iscritti alle scuole elementari;
b) alunni iscritti alle scuole medie superiori.
Per ogni categoria il concorso è articolato in due sottocategorie di concorrenti:
1) lavori individuali
2) lavori di gruppo
Per ogni sottocategoria verranno premiati i tre elaborati più significativi.

Il Concorso ML "HISTRIA" 2013 prevede la possibilità di svolgere, a scelta, esclusivamente una sola delle tracce proposte per ogni sottocategoria relativa all'ordine scolastico di appartenenza:
PER LE SCUOLE ELEMENTARI
LAVORI INDIVIDUALI:
Traccia 1: " I nostri veci ne conta" " I nostri nonni ci raccontano"
Traccia 2: " Dalla finestra della mia camera vedo...
Traccia 3: " Ho ritrovato un giocattolo di quando ero piccolo piccolo e. . . "
LAVORI DI GRUPPO:
Traccia 1: " I nostri veci ne conta" " I nostri nonni ci raccontano "
Traccia 2: " La gita scolastica che ti ha insegnato di più. "
Traccia 3: "Forse, chissà, dicono… Ufo, marziani, folletti, Yeti e quant’altro. "
PER LE SCUOLE MEDIE SUPERIORI
LAVORI INDIVIDUALI:
Traccia 1: " I nostri veci ne conta" " I nostri nonni ci raccontano".
Traccia 2: " Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me. "
Traccia 3: " Nella mia giovinezza ho navigato/ lungo le coste dalmate...Oggi il mio regno/ è quella terra di nessuno. Il porto/ accende ad altri i suoi lumi; me al largo/ sospinge ancora il non domato spirito/ e della vita il doloroso amore."
Sono versi tratti dalla poesia "Ulisse" di Umberto Saba che ribadiscono l'amore per la vita e l'ansia di avventura innati nell'uomo e soprattutto nel giovane"
LAVORI DI GRUPPO:
Traccia 1: " I nostri veci ne conta" " I nostri nonni ci raccontano"
"Traccia 2: " Un’occhiata alle News, una al giornale e ci sono sempre le solite notizie… tu cosa metteresti in prima pagina? "
Traccia 3: " Le nostre terre hanno dato tanti campioni Abbà, Andretti, Benvenuti, de Manincor, Pamich, Straulino... sino a Cernogoraz, parlaci del tuo campione preferito ! "
I testi dovranno essere redatti in lingua italiana o in uno dei dialetti romanzi parlati in Croazia, Slovenia e Montenegro.
E' considerato lavoro di gruppo l'elaborato svolto da almeno due persone.
I temi potranno essere inviati:
- personalmente dagli autori/dalle autrici
-
- tramite le Scuole di appartenenza

- tramite le locali Comunità Italiane
I testi, con i dati dell'Autore/Autrice o Autori/Autrici (generalità, recapito, classe, scuola frequentata e numero di telefono), identificati da un "MOTTO" o da uno "PSEUDONIMO" dovranno pervenire alla Segreteria della Mailing List "HISTRIA" per posta elettronica ai seguenti indirizzi: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. , a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. e a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. oppure si può inviare il tutto per posta raccomandata
alla Segreteria del Concorso Mailing List HISTRIA 2013
c/o Maria Rita COSLIANI
Via Zara, 8/3 - 34170 Gorizia - Italia
inserendo nella busta il tema con i dati dell'Autore/Autrice o Autori/Autrici (generalità, recapito, indirizzo di posta elettronica, classe, scuola frequentata e numero di telefono) identificati da un MOTTO o PSEUDONIMO.
Tutti i lavori, inviati sia per posta elettronica che per posta raccomandata, saranno ammessi soltanto se INVIATI entro il 31 marzo 2013. Nel caso di spedizione tramite posta raccomandata farà fede la data indicata sul timbro postale.
Si precisa che ogni singolo concorrente può partecipare solo con un unico lavoro per categoria. In caso di omonimia del nome o del Motto, gli Organizzatori daranno agli elaborati una diversa numerazione in base alla data di arrivo.
La Segreteria della Mailing List HISTRIA invierà alla Commissione di valutazione esclusivamente i testi identificati dal “MOTTO O PSEUDONIMO “ corrispondente e comunicherà alla Commissione stessa i dati dei Concorrenti solo al termine della valutazione.
Tutti i testi partecipanti al concorso verranno pubblicati sul sito Internet "HISTRIA" http://www.mlhistria.it e sul sito collegato "ADRIATICO CHE UNISCE" http://www.adriaticounisce.it dedicato al concorso letterario indetto da MLHistria. Inoltre verrà pubblicato un libro a cura del CDM – Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata – di Trieste, dedicato interamente al concorso letterario ML Histria, che verrà dato in omaggio ai ragazzi partecipanti, alle scuole e alle Comunità. Gli autori, pertanto, con la loro partecipazione, autorizzano la pubblicazione dei loro elaborati a titolo gratuito sia nel libro sia nel sito.
In occasione del XIII Raduno della Mailing List "HISTRIA", che si svolgerà a Valle d'Istria nella primavera del 2013, saranno effettuate le premiazioni ufficiali per ogni singola categoria (scuole elementari e scuole medie superiori) e le relative sottocategorie:
Ai vincitori della 1ª sottocategoria (lavori individuali) saranno assegnati i seguenti premi:
Al 1° classificato Euro 150, al 2° classificato Euro 100, al 3° classificato Euro 75
Ai vincitori della 2ª sottocategoria (lavori di gruppo) saranno assegnati i seguenti premi:
Al 1° classificato Euro 150 e una coppa, al 2° classificato Euro 100 e una coppa, al 3° classificato Euro 75 e una coppa. Le coppe sono per la Scuola o la Comunità di riferimento
A tutti gli autori dei testi verrà consegnato un attestato di partecipazione, mentre ai vincitori un diploma, inoltre verrà consegnato un attestato di merito agli insegnanti, alle scuole e alle Comunità che hanno partecipato al concorso; la Commissione escluderà dal suo esame i testi non allineati con lo spirito del Manifesto della ML "HISTRIA" allegato al presente Bando di Concorso e quelli evidentemente non originali.
Il premio in denaro potrà essere ritirato solo dal diretto interessato o da altri purché munito di delega scritta e firmata dal vincitore e fotocopia di un documento di identità del vincitore stesso. In tutti gli altri casi è prevista la perdita del premio.
Fanno eccezione a questa regola gli autori dei temi residenti in Dalmazia, Croazia e Montenegro, i cui premi verranno ritirati da un qualificato rappresentante dell'Associazione dei Dalmati Italiani nel Mondo presente al momento della premiazione.
I nomi dei componenti la Commissione, in maggioranza membri della Mailing List "HISTRIA", saranno resi noti dopo la data di consegna degli elaborati.
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SEZIONE B - CONCORSO 'ASSOCIAZIONE DALMATI ITALIANI NEL MONDO'
L'ASSOCIAZIONE 'DALMATI ITALIANI NEL MONDO'
ai partecipanti della sezione del A del concorso appartenenti ad entrambe le categorie rappresentate da scuole elementari e da scuole medie superiori e concorrenti nella prima sottocategoria dedicata ai lavori individuali per la quale le tracce proposte sono:
PER LE SCUOLE ELEMENTARI
LAVORI INDIVIDUALI:
Traccia 1: " I nostri veci ne conta" " I nostri nonni ci raccontano"
Traccia 2: " Dalla finestra della mia camera vedo...
Traccia 3: " Ho ritrovato un giocattolo di quando ero piccolo piccolo e. . . "
PER LE SCUOLE MEDIE SUPERIORI
LAVORI INDIVIDUALI:
Traccia 1: " I nostri veci ne conta" " I nostri nonni ci raccontano".
Traccia 2: " Ho letto un libro che ha lasciato un profondo segno in me. "
Traccia 3: " Nella mia giovinezza ho navigato/ lungo le coste dalmate...Oggi il mio regno/ è quella terra di nessuno. Il porto/ accende ad altri i suoi lumi; me al largo/ sospinge ancora il non domato spirito/ e della vita il doloroso amore."
Sono versi tratti dalla poesia "Ulisse" di Umberto Saba che ribadiscono l'amore per la vita e l'ansia di avventura innati nell'uomo e soprattutto nel giovane"
assegnerà un premio speciale agli allievi delle Scuole Elementari e delle Medie Superiori situate nell'antica Dalmazia, da Cherso e Veglia fino ai confini con l'Albania, che conoscano la lingua italiana o il dialetto locale di origine veneta/romanza
Per le Elementari: i premi saranno assegnati agli alunni delle Scuole elementari situate nei luoghi storici della Dalmazia in Croazia (1°- 8° classe) e agli alunni delle Scuole elementari situate nei luoghi storici della Dalmazia in Montenegro ('Osnovna škola' dalla 1° all' 8° classe) che partecipano alla sezione A, sottocategoria 1 'lavori individuali'.
Per le Superiori: i premi saranno assegnati agli alunni delle Scuole medie superiori situate nei luoghi storici della Dalmazia in Croazia e agli alunni delle Scuole medie superiori situate nei luoghi storici della Dalmazia in Montenegro ('Srednja škola') che partecipano alla sezione A, sottocategoria 1 'lavori individuali'.

Per questa sezione B del concorso sono pertanto individuate quattro categorie di concorrenti:
a) Scuola elementare situata nei luoghi storici della Dalmazia in Croazia
b) Scuola elementare situata nei luoghi storici della Dalmazia in Montenegro
c) Scuola media superiore situata nei luoghi storici della Dalmazia in Croazia
d) Scuola media superiore situata nei luoghi storici della Dalmazia in Montenegro
Ai vincitori di ogni categoria saranno assegnati i seguenti premi :
Al 1° classificato Euro 100, al 2° classificato Euro 75, al 3° classificato Euro 50
I testi dovranno essere redatti in lingua italiana o nel dialetto di origine veneta/romanza parlato in Croazia e Montenegro.
Le modalità e i tempi di spedizione degli elaborati sono i medesimi del concorso SEZIONE A. La commissione di valutazione, i tempi e le modalità operative della stessa saranno i medesimi del concorso SEZIONE A.
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PREMI SPECIALI
PREMI SIMPATIA
Consistenti in libri per i ragazzini piccolissimi della classe 1° elementare.
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PREMIO SPECIALE 'ASSOCIAZIONE PER LA CULTURA FIUMANA, ISTRIANA E
DALMATA NEL LAZIO'
L'Associazione per la Cultura Fiumana, Istriana e Dalmata nel Lazio offre un premio di Euro 150 per l'elaborato che meglio valorizza la permanenza della cultura istriana, fiumana, quarnerina e dalmata romanza di stampo autoctono.
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La Presidenza del Concorso MLH
11 gennaio 2013
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MANIFESTO PROGRAMMATICO ML HISTRIA
La ML Histria, sorta per preservare e tutelare l'identità culturale istriana, fiumana, quarnerina e dalmata di carattere italiano, in base allo spirito multietnico dei nostri tempi e svincolata da ogni appartenenza partitica, intende promuovere rapporti di collaborazione con TUTTI gli istituti e TUTTE le organizzazioni che operano nell'attuale regione istriana, fiumana, quarnerina e dalmata, territorio attualmente diviso tra gli Stati Nazionali d'Italia, Slovenia, Croazia e Montenegro, al fine di studiare, custodire e sviluppare l'identità culturale specifica dei territori regionali sopraindicati.
La ML Histria consapevole dell'ineludibile realtà che vede attualmente nella regione la prevalenza della componente slovena e croata rispetto ad altre componenti storiche, come quella italiana, ha per finalità far conoscere e promuovere questa componente ora minoritaria e conseguentemente valorizzare l'identità della Comunità Nazionale degli Italiani in Slovenia, Croazia e Montenegro, cercando di sensibilizzare soprattutto i cittadini ed i mezzi d'informazione italiani.
A questo scopo sollecita la collaborazione di tutti per il superamento d'ogni anacronistica contrapposizione storica tra gli uomini e gli Stati europei di Italia, Slovenia, Croazia e Montenegro al fine di ricostruire insieme la storia, soprattutto il futuro, della regione nel pieno rispetto di tutte le culture in essa storicamente presenti.
La ML Histria riconosce pertanto la necessaria complementarietà di queste etnie che un secolare percorso formativo, venutosi a distillare in quelle terre, ha visto unite in stretti rapporti d'interdipendenza dando vita ad uno "specifico culturale" che, per la sua stessa natura, non può rinunciare a nessuna di queste componenti senza perdere parte significativa della sua originaria identità storica e culturale.

 

18 - Corriere della Sera 05/01/13 Choc a Sumirago, il paese dei Missoni - «Blindata» la villa di famiglia
Choc a Sumirago, il paese dei Missoni


«Blindata» la villa di famiglia

Il fratello Luca è partito per il Venezuela. A Milano aperta regolarmente la boutique in via Monte Napoleone

Un vigile all'ingresso del viale che porta alla villa dei Missoni (Newpress)

VARESE - Sconcerto e dolore a Sumirago, il piccolo Comune del Varesotto dove i Missoni da anni hanno sia l'abitazione sia la sede della loro azienda, dopo la notizia della scomparsa dell'aereo su cui viaggiavano Vittorio Missoni, figlio maggiore dello stilista Ottavio, la compagna Maurizia Castiglioni e una coppia di amici, Eda Scalvenzi e Guido Foresti, oltre ai due piloti. Dalla grande villa sulla collina, al momento, non si riescono ad avere notizie certe. Il fondatore dell'azienda Ottavio e la moglie Rosita, a quanto riferisce l'agenzia Ansa, sarebbero rimasti a casa con la figlia Angela, raccolti in silenzio in attesa di notizie. Paolo Marchetti, direttore generale della Missoni, ha invece detto ai giornalisti che «i familiari sono tutti via» e che non sa quando torneranno. Sarebbe partito per il Venezuela il fratello minore di Vittorio, Luca, che era in vacanza negli Usa e tra l'altro è un esperto pilota d'aerei.

Choc a Sumirago

CORDONE PROTETTIVO - Attorno alla villa dei Missoni si è creato una sorta di cordone protettivo. Un vigile all'ingresso del viale spiega che la «famiglia non ha intenzione di fare dichiarazioni e chiede rispetto per questa decisione». Dopo il matrimonio, Ottavio e Rosita Missoni nel 1953 avevano aperto un impianto a Gallarate, la cittadina d'origine di lei, spostandosi a Sumirago solo nel 1969, dove sono diventanti residenti nel 1972. La fabbrica impiega circa 200 dipendenti. «Trasferirsi qui sicuramente ha cambiato la storia della mia famiglia - disse Ottavio in una intervista rilasciata ad un quotidiano per i suoi 90 anni, nel 2011 - avere vicino casa e bottega ti dà una grande serenità».

RIUNIONE DEI DIRIGENTI - Nella fabbrica della famiglia Missoni a Sumirago (Varese) è stata convocata sabato mattina presto una riunione dei dirigenti della griffe, con lo scopo di tenere i contatti tra i vari membri della famiglia e le autorità in Venezuela. «Ho parlato al telefono con alcuni familiari. Adesso lì è notte e le ricerche sono sospese, ma so che riprenderanno nelle prossime ore», ha detto Paolo Marchetti, direttore generale della Missoni, parlando con i giornalisti davanti all'azienda, al termine della riunione che ha definito «operativa». A quanto riferito da Marchetti, al momento «i familiari sono tutti via. Ho sentito la signora Angela, il signor Luca no, perché è in America (Luca e Angela sono i fratelli di Vittorio, ndr). Non so quando i Missoni rientreranno».
IL SINDACO - «La famiglia Missoni ha chiesto il massimo riserbo sulla vicenda», riferisce il sindaco di Sumirago, Mauro Croci, che attualmente è in vacanza in Spagna. «Il mio vice - ha spiegato il sindaco - ha sentito alcuni familiari stamani dopo la notizia e loro gli hanno chiesto il riserbo». «Io la famiglia Missoni la conosco bene. Ho visto Vittorio - ricorda Croci - per lo scambio degli auguri di Natale. Sono stato in azienda e me l'ha fatta visitare. Questa dei Missoni è una realtà molto importante per il paese. Tra l'altro Vittorio è un grande appassionato di calcio e finanzia la squadra locale». Croci rientrerà domenica e solo allora proverà a chiamare i Missoni. Al momento «non si hanno ancora notizie precise - ha aggiunto - preferisco aspettare almeno un giorno, rispettare la loro volontà, e domani andrò a manifestargli la mia solidarietà e quella dell'amministrazione che rappresento».

IN PAESE - «Si comportano come persone normali, sono alla mano e hanno un grande senso di umanità»: questo ci si sente ripetere in paese quando si chiede della famiglia Missoni, insieme a parole di speranza affinché tutto si risolva e Vittorio torni a casa. I suoi dipendenti ricordano con un sorriso, quel giovedì prima di Natale, durante lo scambio di auguri in azienda, quando Vittorio «si era presentato vestito da Babbo Natale, con la barba bianca, per distribuire i doni ai nostri figli. È stata una giornata di festa, c'erano tutti, anche Ottavio e Rosita. L'ambiente con loro è molto familiare». I Missoni sono amatissimi. E non solo perché «la famiglia Missoni fa mangiare tutto il paese» come ammette il titolare del bar, Pasquale d'Alessio, ma soprattutto per quel loro modo di fare. «È una famiglia che vive in mezzo a noi - ha aggiunto d'Alessio -. Qualche volta Ottavio è venuto al bar a fare colazione, la moglie faceva la spesa al negozio di frutta e verdura qui accanto.»

IL PARROCO - Don Daniele Gandini, parroco di Sumirate, in provincia di Varese, dove ha sede la casa di moda Missoni, è sconvolto e dispiaciuto. «Stamattina, appena ho appreso la notizia - dice - ho cercato subito di mettermi in contatto con i familiari e, in particolare, con Ottavio, che ho conosciuto. Purtroppo non l'ho trovato». Anche il parroco conferma che la famiglia Missoni si è dimostrata in questi anni molto attenta nei confronti della comunità e dei suoi bisogni. Per questo motivo, è grande l'apprensione. «In queste ore la famiglia ha avuto contatti con il paese e con la parrocchia, ma non direttamente con me. Siamo tutti colpiti, la loro è una presenza molto forte e attenta», ha aggiunto il sacerdote.

LO SPORT - Vittorio in paese è conosciuto anche per la sua passione per le attività sportive. L'ex allenatore della squadra di pallavolo, che era sponsorizzata da Missoni Sport, Giuseppe Bosetti parla di Vittorio come di una persona «sempre molto attenta» allo sport locale. «Segue sempre attentamente le attività della squadra di pallavolo, offrendo anche un generoso sostegno economico. Non dobbiamo perdere la speranza. Siamo rimasti tutti molti colpiti dalla notizia della scomparsa».

VIA MONTE NAPOLEONE - «Nessuno ci ha comunicato nulla, gli uffici sono chiusi, noi quindi abbiamo regolarmente aperto, anche perché in una giornata come questa...»: non nasconde il suo dispiacere ma mantiene il suo aplomb professionale lo shop manager della storica boutique Missoni di via Monte Napoleone a Milano. «Forse in giornata sapremo qualcosa - ha aggiunto il titolare del negozio, Dimitri Marchesini -, ma come può ben vedere qui è pieno di gente, non ci sembra proprio il caso e comunque non sarebbe nello stile dell'azienda interrompere il lavoro». Aperta quindi regolarmente, oggi, la boutique Missoni che si trova all'angolo con via Sant'Andrea, nella prima giornata dei saldi invernali.

I CLIENTI - «Acquisto Missoni da sempre - ha detto una signora uscendo dalla boutique di via Monte Napoleone - temo che per il signor Ottavio sarà davvero un brutto colpo, purtroppo anche nelle famiglie più fortunate ci sono queste terribili disgrazie». «Sappiamo solo che le persone che sono scomparse insieme ai coniugi Missoni sono due loro cari amici - ha detto ancora lo shop manager - però ci risulta anche che non è stato ancora trovato nessuno, magari c'è qualche speranza». La boutique Missoni si trova in via Monte Napoleone angolo via Sant'Andrea dal 1991. Agli inizi degli anni '80 il negozio monomarca aveva sede all'inizio di via Monte Napoleone.


Ritratto dell'imprenditore disperso in Venezuela, al largo dell'arcipelago di Los Roques

Vittorio Missoni e la moglie Maurizia in Egitto per una sfilata sotto le piramidi (Veneziani)

Semplice, umano e diretto come papà Ottavio. E del celebre genitore, che prima di diffondere lo zig-zag colorato in tutto il mondo in gioventù è stato un talento dell’atletica, Vittorio Missoni ha ereditato anche la passione per lo sport e l’avventura. Assecondato, nei suoi tour de force da Maurizia, compagna di vita. Vittorio ha tre figli, dai 20 ai 30 anni, nati dalla prima moglie Tania.

LA LEGGEREZZA - Vittorio, 57 anni, primogenito di Ottavio e Rosita fondatori nel ’53 della loro azienda di maglieria, occupa la poltrona di amministratore delegato (il fratello Luca segue gli eventi e la sorella Angela è responsabile dell’ufficio stile) con la stessa leggerezza con cui il padre Ottavio ti racconta che gli zig-zag sono nati per caso, solo perché la macchina per maglieria si sposta a destra e a sinistra.

IL MOTOCROSS E I 50 ANNI - Vittorio sa far convivere il peso delle responsabilità e la rigidità dei bilanci con la vita all’aria aperta e gli sport nel vento e questa è un po’ la sua ricetta di serenità. Una passione vera quella per il motocross «attività faticosissima che mi fa perdere ogni volta molti chili». Alto e imponente. «Sono arrivati i capelli bianchi ma non sento il peso dei 50 anni, forse perché faccio tutte le cose che facevo da ragazzo: oltre al motocross, sci, camminate, nuoto, pesca subacquea e vela».

L'AMORE PER LA NATURA - E la simpatica Maurizia sempre con lui a condividere l’amore per la natura, quell’amore che ha portato il padre Ottavio a decidere di costruire la sua azienda dove c’era solo un prato ma «da lì potevo vedere bene il sole sorgere e tramontare» (ha voluto le pareti del suo studio tutte in vetro). Così non sorprende affatto che Vittorio e Maurizia abbiano scelto come meta delle loro vacanze Los Roques, un arcipelago corallino dei Caraibi molto selvaggio, dichiarato parco naturale nel 1972, con spiagge bianchissime abitate da ben 92 specie di uccelli, tra cui fenicotteri rosa, e un’incredibile varietà di uccelli e tartarughe marine. Più della mondanità è questo il mondo che piace a Vittorio e alla sua Maurizia.

Maria Teresa Veneziani

 

19 - Libero 06/01/13 Missoni jr. e la maledizione dei grandi eredi - Nella moda da 60 anni La grande famiglia dietro l'impero a righe
Missoni jr. e la maledizione dei grandi eredi
Vittorio Missoni, un timoniere, che ama la natura ed i suoi ragazzi eil Made in Italy
di CAMILLO LANGONE
Visto dall’alto, l’arcipelago ca­raibico in cui è scomparso l’ae­reo di Vittorio Missoni somiglia a uno degli arcipelaghi dalmati legati alla giovinezza dei Missoni tutti. Non solo di Ottavio, quindi, che come molti sanno è nato a Ragusa (la croata Dubrovnik) ed è cresciuto a Zara prima di diventare un esule insieme a centinaia di migliaia di italiani espulsi dal maresciallo Tito, tiranno slavo al contempo co­munista e nazionalista, sai che allegria.
Ma anche alla giovinezza di Vittorio, il figlio maggiore, e dei suoi fratelli Angela e Luca, nati e residenti in Lombardia eppure, questo lo sanno in pochi, con una particolare affezione verso la terra del padre, conosciuta durante le vacanze estive rese possibili da certe aperture economico-turistiche del regime titino. Sto parlando degli anni a cavallo tra Sessanta e Settanta: a quel tem­po Ottavio e la moglie Rosita caricavano la prole su un aereo e atterravano a Spalato, da lì una bar­ca li portava su un’isola dei dintorni, e poteva es­sere Lesina, dove avevano casa, e poteva essere Lissa, e poteva essere Lussino o anche altre, sic­come le isole in Dalmazia non scarseggiano. Arrivati a destinazione scattava la corsa (mi racconta qualcuno che c’era) a chi si tuffava per primo.
Obiettivo delle immersioni erano i gongoli, ter­mine dialettale per definire bivalvi che non sono vongole, come si potrebbe pensare, e nemmeno cozze. «Erano abbastanza grossi e di colore mar­rone». Saranno stati quindi fasolari o ancor più probabilmente noci di mare, molluschi fra i più squisiti. L’episodio non entrerà nei libri di storia ma svela più di tante biografie il carattere della fa­miglia: gente molto unita, molto cordiale, molto amante della natura, della vita all’aria aperta e dello sport (Ottavio dell’atletica, Vittorio prima della nautica offshore e poi del calcio e del nuoto, oltre che della pesca, mentre Luca ha il brevetto di pilota d’aereo). Sempre in quelle remote estati dalmate, i genitori ormai famosi nel mondo per i loro coloratissimi, inconfondibili maglioni, tro­vavano il tempo e la voglia per mostrare ai figli le costellazioni. La volta celeste è uguale in tutto il mondo? Non è affatto vero. Al confine ideale tra Venezia e i Balcani, su un’isola adriatica poco abi­tata e meno illuminata le stelle sono più stelle che altrove, e furono notti che restarono dentro.
Mi accorgo che questo articolo sta prendendo una piega sentimentale e forse non va bene per­ché i Missoni sono sempre stati alieni dalla reto­rica. E figuriamoci in questo momento: è proba­bile che non abbiano voglia di rievocare alcun­ché. Mi dispiacerei se Ottavio Missoni non mi te­lefonasse più: mi ha chiamato qualche volta per ringraziarmi di pezzi ovviamente elogiativi, e di­co «ovviamente» perché mi sembra impossibile poter scrivere di lui in altri termini.
Nel giro della moda, che umanamente tende al mostruoso, i Missoni, gentili, equilibrati, alla ma­no, sembrano provenire da un altro pianeta. E se la carica umana dei fondatori è nota, bisogna sa­pere che i figli non hanno dirazzato. Vittorio lo ha dimostrato anche per via onomastica: lui, che porta il nome dal nonno, uomo di mare, coman­dante di lungo corso, ha chiamato Ottavio il figlio primogenito, un ragazzo alto e bello e scrivendo questi aggettivi mi rendo conto di non aver messo a segno un grande scoop, mica poteva essere pic­colo e brutto il nipote di colui che Gianni Brera definì «figlio di Apollo» dopo averne ammirato la falcata di finalista olimpico (400 metri ostacoli al - le Olimpiadi di Londra del 1948).
I bei vestiti aiutano, chiaro, ma non bastano, per certi risultati estetici ci vuole anche la geneti­ca che in famiglia è ottima e abbondante, visti an­che Giacomo e Marco, gli altri figli di Vittorio. Ul­teriore dimostrazione: Ottavio junior è cugino di una meraviglia chiamata Margherita Maccapani Missoni, la figlia di Angela che in azienda a Sumirago (Varese) fa la stilista mentre Luca è direttore tecnico e Vittorio è direttore commerciale, in­somma l’ambasciatore del marchio nel mondo. Ho usato il presente, «è», perché non sarebbe la prima volta che gli occupanti di un aereo precipi - tato sopravvivono e vengono recuperati in seguito. Di Vittorio Missoni ha bisogno la famiglia e ha bisogno il Made in Italy: non ho ancora detto che con lui alla guida il gruppo è cresciuto (fatturato +10% nel 2011) nonostante la crisi terribile che stiamo attraversando. I Missoni sono un esempio e gli esempi non devono mai venire a mancare.

 

20 - Anvgd.it 09/01/13 Ballarin (ANVGD): vicini ai Missoni, siamo un'unica famiglia
Ballarin (ANVGD): vicini ai Missoni, siamo un'unica famiglia
La vicenda della scomparsa dell’aereo che trasportava Vittorio Missoni, Maurizia Castiglioni, Elda Scalvenzi, Guido Foresti, ci addolora. Per noi la famiglia Missoni è qualcosa di familiare, così come lo sono le persone che parlano il nostro dialetto ed hanno vissuto la diaspora.
Ed è una cosa che solo chi l’ha provata può capire: parli il dialetto con qualcuno che nemmeno conosci e sembra che hai passato con lui gli ultimi vent’anni. È questa la solidarietà della nostra gente. Persone amiche ‘solamente’ perché parte di un’unica storia ed un’unica identità. Gente sui generis; nelle storie e negli affetti. Figli di un’unica Terra. È questo che ci lega gli uni agli altri, seppure nella diversità. E questo che ci fa rivolgere una preghiera per le sorti di un nostro figlio e che ci spinge, allao stesso tempo, a desiderare di alleviare l’angoscia di chi aspetta. Non importa se uno è famoso oppure no.
Mi ricordo che nella mia famiglia si pregava per i marinai ed i pescatori presi in un ‘neverin’ perché potessero tornare a casa. Si pregava per chi aspettava e guardava il mare con la speranza di rivedere i propri cari. Lo si fa ancora adesso. Lo si fa senza il bisogno di una formale relazione di parentela. Lo si fa per uno di noi e se per quella persona potessimo andare noi a cercare tra le onde, lo si farebbe con la sola cosa che mai nessuno ci ha potuto togliere: la passione per la vita.
Restiamo vicini con la preghiera e con la nostra cocciuta speranza, ad Ottavio ed a tutta la sua famiglia.
Antonio Ballarin, presidente nazionale ANVGD

 

21 - Il Sole 24 Ore 05/01/13 Vittorio Missoni: orgoglio dalmata e passione per il mare
Vittorio Missoni: orgoglio dalmata e passione per il mare
Ama il mare e la sua barca in Laguna, è il figlio maggiore di Ottavio e Rosita Jelmini, per 20 anni ha promosso il brand Missoni nel mondo. Classe 1954, casa a Sumirago, provincia di Varese, Vittorio, a bordo dell'aereo scomparso ieri mentre sorvolava l'arcipelago Los Roches in Venezuela con la moglie Maurizia Castiglioni e di una coppia di amici italiani, è colui che gestisce gli affari istituzionali dell'azienda i cui vertici in queste tragiche ore sono in riunione.
Scorrendo gli archivi si scopre la sua grande passione, la barca lunga trenta metri del 1920. In un'intervista con il Sole 24Ore di Irene Saderini spiegava che non si trattava solo di amore per il mare, ma del fatto che il mare gli scorre nelle vene. Fiero di avere radici dalmate, di avere cioè origini in una terra che «una volta era Italia», e da dove per tradizione vengono tutti i grandi comandanti marittimi. Come il nonno, comandante di navi da guerra per la Marina imperiale austriaca durante il primo conflitto mondiale. Anche il padre è nato a Ragusa (altro nome di Dubrovnik ndr), con la fortuna di passare l'estate tra le isole di Lussino e Lussinpiccolo, quelle dell'infanzia di Vittorio.
Una vita a metà fra la moda e il mare ricorda Vittorio «i pomeriggi passati su e giù per il lago di Como a provare nuove carene, nuovi motori. Abbiamo proprio girato il mondo: Inghilterra, Emirati Arabi, sia con i monocarena che con i catamarani. Mi ricordo che andavamo fino negli Stati Uniti a recuperare gli scafi che ci interessavano e poi il lago diventava il nostro banco di prova». Poi le cose cambiano, e la barca si coniuga con famiglia: «Per me la barca è diventato un momento per stare con i miei figli e la mia compagna, per raggruppare la famiglia. Navigare a 7 o 8 nodi ti permette di apprezzare il viaggio e magari nel frattempo di cucinare».

 

22 - Il Piccolo 08/01/13 Giorno del ricordo dopo dieci anni memoria condivisa
Giorno del ricordo dopo dieci anni memoria condivisa

Nel febbraio del 2003 Roberto Menia presentava il disegno di legge che istituiva la solennità civile per l’ esodo e le foibe

di Pietro Spirito
TRIESTE Dieci anni fa, il 6 febbraio 2003 approdava sui banchi del Parlamento le legge che istituiva il Giorno del ricordo, il 10 febbraio di ogni anno, per commemorare come solennità civile nazionale le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-fiumano-dalmata. La proposta di legge - primo firmatario Roberto Menia - portava le firme di un nutrito gruppo di deputati, in prevalenza di Alleanza nazionale e Forza Italia, nonché dell’Udc e della Margherita/L’Ulivo, e fu votata da tutti i gruppi parlamentari.
La legge - numero 92 - venne promulgata il 30 marzo 2004, fu pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 13 aprile, e rappresentò il punto di arrivo e il riconoscimento definitivo di una delle tragedie del Novecento troppo a lungo rimosse dalla memoria collettiva e dalle pagine di storia nazionale.
«La Repubblica - recita al primo comma l’articolo 1 della legge - riconosce il 10 febbraio quale Giorno del ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Al Giorno del ricordo sono associate «iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado», nonché studi, convegni, incontri e dibattiti, mentre ai parenti fino al sesto grado degli infoibati e delle persone scomparse viene assegnata, previa domanda in carta semplice, a titolo onorifico e senza assegni, «una apposita insegna metallica con relativo diploma».
La norma riconosce e finanzia anche il Museo della civiltà istriano.fiumano-dalmata di Trieste e l’Archivio museo storico di Fiume. Il riconoscimento pubblico dell’esodo e degli eccidi delle foibe, dieci anni fa, non ha avuto, negli anni, vita facile. Materia scomoda e imbarazzante per i governi del dopoguerra, ben nota nelle regioni giuliane e agli storici di queste terre ma praticamente sconosciuta nel resto d’Italia, rimossa dalle sinistre, strumentalizzata dalle destre e giocata a fini elettorali da democristiani e centristi, la realtà dell’esodo e delle foibe tornò con forza alla ribalta con la dissoluzione della Jugoslavia e l’inizio delle guerre balcaniche. Solo allora le mutate condizioni geopolitiche permisero una più ampia analisi e riflessione su quella tragedia, non senza strascichi polemici.
Un primo punto di svolta fu, nel 1991, la visita alla Foiba di Basovizza del presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Era la prima volta che un Capo dello Stato rendeva ufficialmente omaggio alle vittime delle foibe e - per estensione - ai trecentomila profughi dell’esodo. L’anno dopo il nuovo Presidente Oscar Luigi Scalfaro - che tra il 1954 e il ’55 durante il governo Scelba si era battuto per il ritorno di Trieste all’Italia e per l’accoglienza ai profughi giuliano-dalmati -, dichiarò la Foiba di Basovizza monumento nazionale e, nel febbraio 1993, rese anch’egli omaggio al sacrario.
Ormai la strada verso un riconoscimento nazionale era aperta. Il 10 febbraio di ogni anno (data che ricorda il trattato di Parigi del 1947 in virtù del quale erano ceduti alla Jugoslavia Fiume, il territorio di Zara, le isole di Lagosta e Pelagosa, gran parte dell'Istria, del Carso triestino e goriziano, e l'alta valle dell'Isonzo) oggi viene celebrato dalle massime autorità politiche italiane con una cerimonia solenne nel palazzo del Quirinale davanti al Presidente della Repubblica, che conferisce le onorificenze alla memoria ai parenti delle vittime, mentre in contemporanea in molte città si tengono celebrazioni di commemorazione davanti ai monumenti e nelle piazze dedicate ai tragici avvenimenti. Ma c’è voluto più di mezzo secolo perché la memoria l’esodo e delle foibe diventasse patrimonio comune.

 

23 – La Voce del Popolo 12/01/13 Fiume - L'aquila bicipite tornerà sulla Tore forse tra due anni
L’aquila bicipite tornerà sulla Tore forse tra due anni
L’Associazione Stato Libero di Fiume – che si adopera per il recupero e la valorizzazione di storia, cultura, lingua, tradizioni e monumenti della città – ha avviato nel 2006 un’iniziativa volta a far ritornare la statua dell’aquila bicipite sulla Torre Civica. La proposta di riposizionamento del plurisecolare monumento dei fiumani autoctoni fu riconosciuta dalla Città di Fiume che per l’occasione ha indetto sul sito web della municipalità un sondaggio democratico sul ripristino e dove oltre il 90 per cento dei votanti si è dichiarato favorevole alla ricollocazione dell’antico simbolo.
Quest’anno la municipalità, attraverso i meccanismi del bilancio alla cultura, ha deciso di stanziare 85mila kune per la realizzazione di un modello scultoreo della storica aquila da cui, con l’approvazione del progetto, si procederebbe alla costruzione dell’intera statua – la versione originale venne distrutta – da porre sulla Torre Civica prevista per il 2015.
Il maestoso volatile fu sistemato per la prima volta sulla Torre Civica nel 1906 su iniziativa delle donne fiumane in occasione della festa di San Vito, patrono della città. Il 4 novembre del 1919, due giovani legionari, spinti dalla loro personale motivazione, privarono l’aquila di una delle due teste perché il rapace, secondo loro, rievocava troppo il simbolo del potere asburgico. Un’aquila con una testa sola, secondo gli Arditi, rimandava invece all’Italia. Successivamente, il monumento fu definitivamente fatto a pezzi nel 1949 dai comunisti di Tito. L’effigie, secondo l’ideologia jugoslava, era di matrice “antislava” e troppo “borghese”.
Uno dei promotori dell’iniziativa del ritorno dell’aquila sulla Torre è stato Danko Švorinić, che all’epoca ricopriva la carica di presidente dell’associazione Stato Libero di Fiume e al quale abbiamo chiesto alcune dichiarazioni.
“L’iniziativa per il riposizionamento della scultura risale al 2006 – ha ricordato –, quale centenaria ricorrenza del primo collocamento dell’aquila bicipite sulla Torre Civica voluta dalle donne fiumane. A motivarci è stato anzitutto il desiderio di porre rimedio all’ingiustizia perpetrata dal regime fascista e da quello jugoslavo. Il secondo motivo è invece puramente turistico, poiché la città di Fiume possiede un monumento disprezzato da due regimi totalitari completamente diversi tra loro, cosa che rappresenta una vera e propria eccezione e rarità al mondo”.
Dalla proposta di ricollocare la scultura sono trascorsi 7 anni, periodo durante il quale la Città di Fiume ha richiesto studi e consultazioni all’Istituto di conservazione dei beni storico-culturali che alla fine ha dato l’approvazione per il posizionamento di una replica sulla cupola. Ora la municipalità ha stanziato 85mila kune per la realizzazione di una piccola scultura (in scala 1:10) dell’aquila bicipite, dalla quale poi si procederà alla costruzione di una nuova statua, se non di dimensioni senz’altro di peso più ridotto rispetto a quella distrutta, che era alta 2 metri e 20, aveva un’apertura alare di 3 metri e pesava 2 tonnellate.
Il piccolo modello sarà realizzato dall’Accademia di Arti Applicate di Fiume, per mano dello scultore Hrvoje Urumović rispettando il modello originale i cui resti sono in parte custoditi all’Archivio Museo della Società di Studi Fiumani di Roma.
“All’epoca i responsabili della Società ci avevano garantito la cessione dei reperti qualora una copia dell’aquila bicipite venisse nuovamente posta sulla Torre in Corso”, ha detto Danko Švorinić.
Secondo una previsione finanziaria della Città di Fiume, la costruzione e il posizionamento della statua, previsti per il 2015, dovrebbero costare circa 800mila kune, che andranno ad aggiungersi a quelle del 2012 e 2013, rispettivamente di 100mila e 85mila, con in più la previsione per il 2014 che ammonta a 200mila kune. Complessivamente il ritorno dell’aquila sulla Torre Civica costerà circa un milione e 185 mila kune.
Gianfranco Miksa

 

23 - Il Piccolo 08/01/13 Trent'anni. Il 2013 anno sarà un anno particolare per l'Irci Ma l'Irci festeggia la ricorrenza con i tagli
Ma l’Irci festeggia la ricorrenza con i tagli

La presidente Chiara Vigini: «Risorse ridotte dal governo proprio nel momento del rilancio»

di Fabio Dorigo

TRIESTE Trent’anni. Il 2013 anno sarà un anno particolare per l’Irci (Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata): il trentennale dell’Istituto (fondato nel 1983) coincide con l’unificazione del territorio istriano-fiumano-dalmata in ambito dell’Unione europea. Sarà l’anno anche l’anno per metabolizzare i tagli (comunque pesanti) arrivati dalla Regione che hanno colpito tutti gli istituti culturali.

«Noi stiamo messi meglio degli altri - ammette a denti stretti Chiara Vigini, presidente dell’Irci -. I tagli ci sono stati, ma noi per fortuna possiamo contare anche su altre risorse. Una magra consolazione. L’istituto è finanziatoa anche dallo Stato in virtù della legge istitutiva del Giorno del Ricordo. Così i tagli non sono tati da minare alle fondamento la struttura dell’istituto (personale impiegato compreso) e la programmazione che attualmente ruota attorno al Museo della civiltà istriana di via Trento. «Stiamo cercando di definire un programma triennale a partire dal nostro trentennale - spiega il presidente -. Abbiamo in mento la progettazione di manifestazioni e attività importanti e a lunga durata. Abbiamo avviato una serie di incontri col Centro ricerche storiche di Rovigno e un’iniziativa “in vista del Giorno del Ricordo 2013”». Non sarà una programmazione semplice. «I tagli sono particolarmente pesanti proprio in un momento in cui c’è bisogno di aumentare le attività - spiega Vigini -. Già negli anni precedenti ci sono state costanti e sensibili diminuzioni dei contributi, ai quali l’Istituto ha fatto fronte sempre con rinnovato impegno, e così intende proseguire». A tutt’oggi c’è ancora incertezza sulle risorse disponibili.

«La finanziaria, su cui non abbiamo avuto comunicazioni ufficiali dalla Regione - spiega la presidente dell’Irci - tiene conto che non ci sono sprechi nella gestione dell’ente: gli organi direttivi sono tutti gratuiti (non c’è gettone di presenza, né compensi per incarichi e commissioni) e il poco personale è altamente specializzato nel suo campo». Una gestione che andrebbe premiata. E, invece, in una logica di tagli lineari dell’assessorato regionale, si assiste a ulteriori riduzioni.

«La peculiare indispensabile funzione che ha l’Irci - dichiara la presidente - necessita perciò, mai come in questo momento, di un incremento finanziario e non certamente di una ulteriore riduzione come previsto dalle tabelle regionali». Le ragioni ci sarebbero tutte. «In un momento in cui l’Adriatico torna ad essere un mare unito nell’ambito dell’Ue - conclude Vigini - è necessario programmare le iniziative su queste novità e su queste dimensioni europee e adriatiche. È qui che storicamente si è manifestato nei secoli l’insediamento dei giuliani, fiumani e dalmati di lingua italiana che intendono anche oggi essere protagonisti attivi di questi processi di unificazione. È perciò necessario rimarcare con attività efficaci e sistematiche l’importanza dell’integrazione culturale del territorio alto Adriatico, per cui i programmi dell’Istituto vanno incrementati: ci si pone nuovi e più ampi obiettivi e cioè si lavora affinché gli interscambi culturali con l’Istria, Fiume e la Dalmazia riprendano a pieno regime dopo la frantumazione e l’artificiosa divisione dei confini politici degli ultimi 60 anni».

Il Museo della Civiltà istriana attende il passaggio al Comune

Che sia questo l’anno del Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata? «È auspicabile e possibile» dice Chiara Vigini (nella foto), presidente dell’Irci. Ma l’ottimismo non fa i conti con una serie di problematiche normative e finanziarie. L’istituzione museale di via Torino dovrebbe entrare a far parte a pieno titolo del circuito museale cittadino. «A breve sarà rinnovata - ha assicurato a fine dicembre Mara Masau Dan, direttrice dei musei civici - la convenzione con l’Irci che affida al Comune la gestione del museo, “aggregato” al circuito dei musei civici ma il cui allestimento è in fase di progettazione». Non ci sono tempi certi. «Un mese e mezzo si è insediata la commissione che si è già riunita più volte e si sta lavorando sulla convenzione definitiva con il Comune. È stato stilato un progetto di Giorgio Rossi per l’adeguamento dei locali del Museo. I fondi già stanziati» spiega la presidente dell’Irci.
Il 2013, insomma, potrebbe essere l’anno buono. Potrebbe, appunto.

 

24 - Il Piccolo 10/01/13 Nuova superstrada tra Capodistria e valico di Dragogna
Nuova superstrada tra Capodistria e valico di Dragogna

Via libera al progetto di scorrimento veloce a sei corsie Risolverà il nodo delle code estive. Bretella verso Jelsane

di Franco Babich
CAPODISTRIA Collegamenti autostradali tra Slovenia e Croazia, qualcosa finalmente si muove. Il governo sloveno ha scelto nei giorni scorsi il tracciato della futura strada a scorrimento veloce tra Capodistria e il valico di confine di Dragogna (Castelvenere) ed ha dato il via libera alla stesura del Piano regolatore per il nuovo collegamento autostradale tra il tratto Capodistria–Lubiana e il valico di confine sloveno–croato di Jelsane (Rupa). Ci vorranno alcuni anni prima che si arrivi alla realizzazione dei due progetti, ma le delibere del governo rappresentano comunque un passo importante dopo anni di silenzio, in cui il problema della viabilità in direzione della Croazia veniva da Lubiana quasi sistematicamente rimosso.
La Capodistria–Dragogna sarà una superstrada a 6 corsie, lunga 15 chilometri, e dovrebbe risolvere definitivamente il traffico stradale nella regione costiera durante la stagione turistica. Per anni il problema della circolazione delle automobili in estate veniva trascurato anche perché - al di là della strade inadeguate - una strozzatura praticamente irrisolvibile era rappresentata dal valico di confine, ma con l’entrata della Croazia nell’Unione europea, prevista per il 1°luglio del 2013, e, successivamente, la sua probabile entrata anche nell’area Schengen, la nuova viabile permetterà davvero un transito turistico senza intoppi. Durante i mesi estivi, specie nei giorni di punta, sulla direttrice Capodistria–Dragogna si muovono anche 10mila automobili al giorno, e a volte gli automobilisti ci mettevano più di un’ora e mezza per coprire una distanza che non supera i 20 chilometri. La proposta di Piano regolatore per la nuova superstrada sarà presentata entro la fine dell’anno. Il nuovo tratto autostradale partirà invece in un punto non ancora definito tra Divaccia e Postumia per raggiungere il valico di confine sloveno–croato di Jelsane (Rupa).
Questa autostrada, oltre che rappresentare il completamento del corridoio adriatico-ionico, comporterà uno snellimento del traffico sulle attuali strade statali Postumia–Jelsane e Cosina–Starod. In pratica, anche se con qualche chilometro in più, sarà questa la nuova via più veloce attraverso la Slovenia tra Trieste e Fiume.

 

25 - La Voce in più Storia Ricerca 05/01/13 Intervista - Giovanni Radossi: Nell'Europa unita saremo una famiglia mai più né figliocci né figliastri
INTERVISTA Giovanni Radossi, direttore del Centro di ricerche storiche di Rovigno

Nell’Europa unita saremo una famiglia mai più né figliocci né figliastri
di Sandro Petruz
Il professor Giovanni Ra­dossi è un personaggio che non ha bisogno di presenta­zioni nel contesto della Comu­nità nazionale italiana, ideatore e fondatore del Centro di ricer­che storiche di Rovigno ha de­dicato la propria vita alla salva­guardia delle realtà storiche del­la componente italiana autoc­tona del territorio dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia. Per il suo pluriennale impegno a tute­la dell’italianità il prof. Rados- si, unico direttore del CRS dalla sua fondazione nel 1968, ha ri­cevuto numerosi riconoscimenti e onorificenze: nel 1985 è stato insignito del titolo di Cavaliere Ufficiale della Repubblica Ita­liana, nel 1998 del Premio Città di Rovigno, nel 2001 del titolo di Commendatore della Repub­blica Italiana e nel 2006 di Cit­tadino onorario del Comune di Montona d’Istria.
Anche quest’anno, il suo operato è stato riconosciuto al di fuori dei confini naziona­li con il prestigioso premio per la Civiltà Veneta indetto dalla fondazione Masi, un riconosci­mento riservato alle personali­tà venete, di origine o di ado­zione, che hanno contribuito ad affermare e trasmettere i valori civili e universali delle Venezie, concorrendo al progresso della società. Il riconoscimento del­la fondazione Masi è nato nel 1981 e tra i premiati ci sono fi­gure di spicco nei campi della letteratura, dell’arte, del giorna­lismo, della scienza, dello spet­tacolo e dell’economia.
Il Premio Masi
Il premio è stato assegnato al prof. Radossi per aver contribui­to, in nome del diritto universale delle genti, a preservare la pro­pria identità culturale, a salvare la memoria della lingua e della cultura italiana e veneta in Istria. Abbiamo incontrato il professo­re nella sede del Centro, che si trova in piazza Matteotti nel cuo­re del centro storico della Città di Rovigno, per tirare le somme sul 2012, anno contraddistinto dal premio Masi e dal traguardo di 45 anni di attività ininterrotta del Centro ma anche dalla batta­glia alla crisi economica e ai ta­gli finanziari imposti dal Gover­no Italiano.
Alla cerimonia di consegna del premio Masi è stato defini­to come il custode dell’italianità d’Istria. Che significato ha que­sto ennesimo riconoscimento del suo operato?
Certamente è un premio che a livello personale ha un significa­to molto particolare e che m’im­pone e mi sollecita a continua­re questo percorso, nato 45 anni fa, per evitare che alcuni aspetti fondamentali della storia di que­ste terre venissero cancellati dal­la strumentalizzazione del regi­me comunista. È un enorme pia­cere vedere che il proprio lavoro è apprezzato da una cerchia così autorevole di esperti. Ovviamen­te si tratta di un riconoscimento per tutto il Centro di ricerche sto­riche e questo risultato va condi­viso con i dipendenti e i collabo­ratori della nostra istituzione.
Gravi disagi per i ritardi UPT
Un 2012 che purtroppo ri­marrà negli annali per la crisi economica internazionale e i ta­gli ai finanziamenti verso la CNI e le sue istituzioni. Come ha af­frontato questo difficile periodo il CRS?
La crisi economico-finanzia- ria globale, che da un paio d’anni interessa pesantemente le nostre nazioni domiciliari e la nazione madre, ha puntualmente segnato l’inizio e lo svolgersi di quest’anno finanziario, con pesanti ritardi nel sostegno alle nostre attività e una drastica riduzione negli stan­ziamenti già approvati, in primo luogo da parte della Repubblica Italiana. In effetti, i primi quat­tro mesi sono stati contraddistin­ti dalle difficoltà nell’assicurare le basi materiali per l’attività di ricerca, come pure per il versa­mento degli stipendi ai dipenden­ti, e le inevitabili spese di viaggio di quei dipendenti che risiedono fuori sede.
Infatti, i mezzi finanziari pro­venienti dall’Università popolare di Trieste non sono stati versati né per tempo, né regolarmente, il che ha determinato ricadute complesse sulla stabilità finanziaria della no­stra Istituzione: soltanto a partire dal mese di maggio la situazione è sostanzialmente cambiata per quel che riguarda la copertura delle spese fisse del Centro, ma non così per i mezzi destinati alla realizza­zione dei progetti editoriali e di ri­cerca, che hanno causato ingiusti­ficati rinvii e ritardi nella realizza­zione dei contenuti del nostro Pia­no e Programma di lavoro.
Inadempienza di Città e Comuni del territorio
Difficoltà così drastiche di questa natura non si sono veri­ficate in merito all’afflusso dei mezzi da parte degli Uffici per le nazionalità delle Repubbliche di Croazia (versamento ridotto delle mensilità nel I trimestre) e Slove­nia, il che ci ha permesso di copri­re il finanziamento delle necessi­tà primarie e di supportare alcuni contenuti dei progetti. Stabili an­che i finanziamenti della Regione Istriana e in particolare della Cit­tà di Rovigno, anche se in corso da anni una situazione poco pia­cevole con le altre amministra­zioni delle città e comuni d’Istria e del Quarnero, dove nonostante sia presente la comunità naziona­le, c’è una palese inadempienza verso il CRS.
A prescindere dalla complessa gestione finanziaria e dalle nume­rose difficoltà burocratiche a que­sta connesse, anche quest’anno il Centro ha continuato a crescere e mantenere le sue pubblicazioni sto­riche e a lavorare sugli 11 campi di ricerca che comprendono tutti gli aspetti legati alla nostra presen­za storica e sociale sul territorio. Sono state intensificate le attività e i contatti con i nostri collaborato­ri — connazionali che risiedono in Slovenia, allo scopo di studiare al­cuni fenomeni specifici della storia recente della nostra minoranza na­zionale in quest’area, che hanno condizionato la sua odierna, no­tevolmente ridotta, presenza nella parte nordoccidentale della peni­sola istriana.
Rinuncia alla raccolta di tutti i quotidiani
A causa dei tagli dal primo gen­naio 2012, il Centro non raccoglie più come fatto sin dal 1971, tutti i quotidiani regionali, ma si limita alle sole edizioni della “Voce del popolo” e delle altre pubblicazio­ni fisse dell’EDIT (Panorama e Ar­cobaleno). Mi preme ricordare che nel corso del 2012 sono deceduti due tra i nostri più illustri collabo-
ratori esterni, il prof. Roberto Sta- rec — Università degli Studi di Trie­ste, autore della più recente pubbli­cazione del CRS dal titolo “Pietra su pietra”, e la dott.ssa Vesna Gi- radi Jurkic, già emerita direttrice del Museo Archeologico dell’Istria di Pola.
Quest’anno il nostro istituto ha anche avuto l’onore di ricevere una significativa quanto rappresentati­va donazione. Ifamigliari di Mons. P Antonio Vitale Bommarco, ci hanno fatto dono della biblioteca personale dell’arcivescovo metro­polita di Gorizia e Gradisca, nato nel 1923 sull’isola di Cherso. Que­sto lascito verrà celebrato nel cor­so del 2013 con una targa comme­morativa che verrà esposta negli ambienti del Centro.
Quali sono le previsioni e i progetti editoriali in programma per il 2013?
Nel prossimo periodo il Cen­tro dedicherà sempre più energie e iniziative sia ai temi storici e socia­li sia alla creazione di programmi legati alla problematica specifica della comunità italiana residente in Croazia e Slovenia. Di conseguenza i programmi editoriali e di ricer­ca abbracceranno numerosi pro­getti sociali e culturali riguardan­ti temi contemporanei, perché con il proprio programma l’Istituzio­ne vuol essere, nell’ambito del suo campo d’attività, il coordinatore e il promotore di ricerche specifiche, sia negli stati domiciliari sia nella Repubblica Italiana anche in via dell’imminente entrata della Croa­zia nell’Unione Europea.
Indubbiamente lo studio del­la storia antica (età antica e mo­derna) e di quella contemporanea sarà un segmento importante del Piano e Programma per il 2013. In quest’aspetto dell’attività verrà in risalto la collaborazione profes­sionale e materiale con la Nazione madre tramite diverse forme e con­tenuti, nonché con gli Istituti della diaspora istriano-dalmata in Ita­lia (Società di Studi storici fiuma­ni - Roma, I.R.C.I. - Trieste, Società Dalmata — Padova).
Continueremo la pubblicazione degli Atti arrivati alla 43.esima edi­zione consecutiva e delle altre no­stre pubblicazioni storiche come i Quaderni (n.23), Ricerche Sociali (n. 19) Etnie (n.14 e n.15), Monografi a (n.12) e la Ricerca (n. 2). Tra le altre pubblicazioni in cantiere ci sono “I 600 “lachi”dell’Albonese”, “I Conti d’Istria”, “l’Architettura tradizionale in Istria”, “Il complesso architettonico di S. Francesco a Pola”, “l’Atlante storico dell’adriatico orientale”, “FONTI II”, “La romanità autoctona dell’Istria”, “Carteggio Kandler-Luciani”, “l’Istria nell’attivitàscientifi ca”, L’albo epigrafi co istriano”, “Nascita di una minoranza” e i “Modi di dire, fi abe e dialoghi dell’Istria veneta”.
Punto di riferimento su tutte le carte geografiche
Il prossimo anno la Croazia dovrebbe entrare a far parte del­la grande famiglia europea. Qua­li prospettive si aprono a favore del CRS?
La nostra istituzione è già da tempo nella grande famiglia euro­pea. Dal 1996, il Consiglio d’Eu­ropa ha assegnato alla nostra bi­blioteca lo status di “Biblioteca depositaria del Consiglio d’Euro­pa” ed è stato creato un ricco fon­do di quasi 3.000pubblicazioni in inglese e francese, specializzate in tematiche quali diritti dell’uomo, tutela delle minoranze e dell’am­biente che si sono andati ad accu­mulare ai più di 110mila titoli già in nostro possesso. Il CRS vanta anche una cospicua collezione di carte geografiche d’epoca ineren­ti il territorio del nostro insedia­mento storico che costituisce già di per se un elemento di eccellen­za e che è ritenuta una delle più importanti raccolte di Italia, Cro­azia e Slovenia in questo settore specifico.
Il nostro obiettivo non è mai stato il mero immagazzinamento di carta stampata bensì è sempre sta­to quello di mettere a disposizione gli strumenti pratici per la ricerca storica, con un catalogo consulta­bile sulle nostre pagine internet e con personale qualificato sempre pronto a dare una mano. Con l’en­trata in Europa sono convito che aumenteranno le visite degli stu­denti e dei ricercatori provenienti da altri paesi che quest’anno han­no toccato la quota di 1.000 con­sultazioni.
L’ingresso in Europa ci darà la possibilità di approfondire e di ampliare le nostre collaborazioni e di dare maggiore visibilità e ri­salto alle problematiche inerenti la ricerca storica della CNI. Inoltre, per tutta la nostra Comunità nazio­nale entrerà nella grande famiglia europea significa diventare parte di un nucleo famigliare dove non ci sono né figliocci né figliastri.
Italiani e Croati, come ossigeno e idrogeno
“L’aspetto più importante di que­sto premio è che ha permesso alla CNI di far conoscere la pro­pria realtà, assieme a quella degli esuli, ad pubblico molto vasto, sia nell’occasione della cerimo­nia di premiazione al prestigio Teatro filarmonico di Verona sia nei numerosi articoli e servizi te­levisivi che hanno seguito l’even­to - dice Radossi -. Come ho spiegato nel video di presenta­zione, che è stato mandato in onda alla Cerimonia di premia­zione, più che considerami un custode dell’italianità mi sento un italiano nato in Italia (classe 1936) che è rimasto italiano, or­goglioso del suo retaggio cultu­rale, perché come mi piace sotto­lineare senza memoria non c’è futuro. Inoltre, nel video viene riportata una metafora che uso di solito per spiegare la situazione istriana, che reputo sia simile alla formula chimica dell’acqua fatta da due atomi di idrogeno, che rappresentano i croati e gli sloveni, e da un atomo di ossige­no che rappresenta la componen­te italiana e basta la mancanza di uno degli elementi per far perde­re all’Istria la sua identità”.

 

26 – La Voce del Popolo 12/01/13 Cultura - Solo la compresione garantirà la giusta catarsi
Solo la compresione garantirà la giusta catarsi
La Resistenza italiana in Istria. Un tema molto ampio sul quale è bene continuare ad indagare da diversi aspetti, per cui l’incontro dell’altra sera alla libreria “Minerva” di Trieste, voluto dall’Istituto regionale per la Cultura istrian-fiumano-dalmata, rappresenta una delle tappe di un viaggio lungo da compiere. Eppure, ogni tessera di questo complesso mosaico contribuisce ad aprire degli spiragli. Che l’interesse sia grande, lo si è potuto constatare anche dall’incredibile affluenza di pubblico di una Trieste della scuola, della scienza, della ricerca, della politica. A conferma che un tema trattato per niente o marginalmente, ha bisogno di uscire alla luce del sole per produrre quella conoscenza ma anche quella comprensione che possono garantire una giusta catarsi.
Che cosa potevamo fare? È la domanda ripetuta più volte da protagonisti come Mario Merni e Fabio Forti, ripresa poi da Livio Dorigo e da Roberto Spazzali, i quattro relatori della serata, introdotta dal saluto di Chiara Vigini, Presidente dell’IRCI e moderata da Lorenzo Nuovo.

Per Chiara Vigini è importante “sviscerare tutti gli aspetti di una storia che deve farci capire” ma anche testimoniarlo al mondo “di che pasta sono fatti i giuliani”. Tra le ragioni che hanno spinto l’ente ad organizzare l’incontro, il prossimo allargamento dell’UE anche alla Croazia, “unendo un mare che unito lo è sempre stato”. L’IRCI in questo contesto “s’impegna ad entrare nei progetti europei per costruire ed essere protagonisti di un futuro che ci appartiene”. S’inaugura così il primo incontro di una serie dedicati alla parola per la comprensione reciproca in un’area in cui “la gente è stata in grado, da sempre, di coesistere”.
E lo sa bene Mario Merni, polese, vive a Gorizia, che dall’alto dei suoi 92 anni ha dato testimonianza di un momento storico che l’ha visto protagonista. “Dopo l’8 settembre – racconta - tre le vie percorribili: l’astensionismo, ma vivere significa essere partigiani, bisognava agire. Schierarsi con i tedeschi e con la Repubblica sociale, per noi giovani, era come aiutare un aguzzino a finire la vittima. La terza scelta era quella della resistenza, vi aderimmo in tanti percorrendo la strada più difficile, anelante alla pace. Potevi morire in mille modi: di freddo e fame. Per un colpo di sonno sul posto di guardia. Si moriva per due chili di patate rubate in una casa, il furto non era contemplato dalle nostre formazioni. Isolati, dispersi, accerchiati, sempre in mezzo ai nemici”. Ricorda alcuni episodi di lotta, situazioni limite. E poi tanta confusione, ed incertezze, ed umanità. “Occupammo a Pola i magazzini di armi e di viveri perché si rischiava che la popolazione se ne appropriasse nei 45 giorni. Mi chiamarono perché un compagno di fronte a tanto ben di Dio aveva perso la testa e non lasciava che nessuno si avvicinasse”. La scelta? “Anelito alla libertà e fiducia sull’autodeterminazione dei popoli. Ci avevamo creduto ma alla fine della guerra avevamo perso tutto. Queste delusioni vanno studiate bene, meglio”.
Non diversa la situazione a Trieste, come testimonia Fabio Forti dei Volontari della Libertà che pagarono la loro adesione alla resistenza con cinquant’anni di consegna del silenzio.
“Ad un certo punto, fummo convocati da Ciampi a Roma, ci disse che era giunto il momento di scrivere quelle pagine di storia mancanti, anche se erano scomode. Fu così che uscimmo dall’oblìo ma bisognava ritrovare i documenti. L’abbiamo fatto e sono stati pubblicati, lentamente ma con costanza, i volumi che raccontano la nostra vicenda. Uno anche destinato alle scuole che non l’hanno mai accettato, è ancora nei pacchi. Ne hanno scritto Roberto Spazzali e Marina Cattaruzza con approccio scientifico e con una forte presa di posizione. La Cattaruzza ci ha fatto conoscere anche autori stranieri, in questo caso un americano che ha scritto di noi è che non conoscevamo, riportando la verità senza pietà. Tradotto anche in italiano grazie al fatto che ne abbia scritto la Cattaruzza. Non eravamo degli eroi ma gente normale che cercava di sopravvivere in un tempo assurdo. Giovani che non sono mai stati giovani a causa della guerra”.
La guerra ha segnato l’esistenza anche di chi ancora non aveva l’età per partecipare ma assisteva attonito. Indirettamente coinvolto. Erano tempi in cui bastava un’illazione, un sospetto per precipitare nel baratro della sconfessione dalla vita civile. Livio Dorigo ha atteso lunghi anni per vedere finalmente riabilitata la figura dello zio Piero Dorigo, accusato ingiustamente di aver provocato un massacro. Da qui la sua ricerca di nomi e di persone che hanno subìto la tragica cattiveria degli uomini o la loro insopportabile indifferenza. Nomi da ricordare come Giuseppe Calligarini e Marino Maovaz o quello di Antonio Budicin, salvato dalle carceri ma non dalla diffidenza dei “compagni” che non vollero sentire le sue ragioni costringendolo a scegliere l’Argentina.
“Io non sono un resistente – afferma Dorigo - ma la resistenza l’ho respirata da sempre a Pola dove l’idea mazziniana non è mai venuta meno e che con l’Europa troverà la sua realizzazione”.
Per lo storico Roberto Spazzali, dopo tanti libri dedicati all’argomento resistenza come uno degli aspetti che portarono al fenomeno delle foibe ed all’esodo, lo studio deve continuare su altre basi. La storiografia jugoslava ha prodotto un racconto pilotato, spesso a scriverne erano i commissari politici ed anche i documenti si lasciavano scrivere. Purtroppo la generazione adulta ai tempi della guerra non c’è più, si è persa una grande occasione per raccogliere testimonianze dirette. Per molto tempo la storiografia italiana ha peccato di ozio e non voleva urtare la suscettibilità della storiografia jugoslava. Così non si è studiata la resistenza democratica a Trieste, complicata e minoritaria. Né il torbido nella coscienza di una generazione di mezzo di ciò che aveva determinato la storia prima del ‘43. Il ruolo di un personaggio come de Berti, al quale pur si deve la creazione di Radio Venezia Giulia, pesa per gli errori di fondo commessi.
L’unico CLN che insorse e governò per otto giorni fu quello di Isola con le conseguenze che conosciamo. Si vive in quei momenti una condizione di isolamento, per la paura delle stragi del ‘43 ed il carattere dell’occupazione tedesca. Come difendere la patria, se militando nella Repubblica sociale o con i partigiani, fu una scelta che divise le famiglie”.
Sono trascorsi settant’anni e tante, forse troppe, cose ancora da spiegare. Dopo due ore di testimonianze non rimane che il tempo per i saluti e non consola il fatto che il vaso di Pandora sia finalmente aperto. Troppi ritardi, troppe le cose non dette, le inimicizie, i sospetti che pesano sul presente e che si vorrebbe evitare di traghettare nel futuro.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

27 - BBC History Italia Gennaio 2013 Togliatti: Un comunista tra democrazia e insurrezione
TOGLIATTI
Un comunista tra democrazia e insurrezione
Un ritratto senza veli dello statista e leader storico del Partito Comunista Italiano, che BBC History delinea con l'aiuto di storici e
Togliatti dette prova di glaciale distacco e acritica approvazione dei metodi staliniani
Pulizia di classe
“La doppiezza del Partito Comunista non risiedeva soltanto nella compresenza al suo interno di politiche legalitarie e istanze rivoluzionarie. Ciò che lo rendeva ancora più ambiguo era la sua doppia identità di partito nazionale e di componente del Comintern, l’organizzazione internazionale dei partiti comunisti egemonizzata da Mosca”, rileva Aga Rossi.“La vera ubbidienza il PCI la riservava non all’Italia ma all’URSS. Anche nei confronti della Iugoslavia la dipendenza era pressoché totale”.
Così le mire annessionistiche sulla Venezia Giulia di Tito, finché il maresciallo rimase legato a Mosca, furono assecondate e concretamente assistite dai comunisti italiani.
“Noi consideriamo come un fatto positivo, di cui dobbiamo rallegrarci e che in tutti i modi dobbiamo favorire, l’occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito”, comunicava Togliatti nell’ottobre del 1944 a Vincenzo Bianco, rappresentante del PCI presso il corrispondente partito jugoslavo. “Gli jugoslavi potevano diventare degli utili alleati nel caso di una rivoluzione in Italia. I comunisti italiani perseguivano principalmente due obiettivi: l’abbattimento del regime fascista e dare il via alla rivoluzione per l’instaurazione in Italia di un ordine collettivistico sul modello sovietico”, chiarisce Marino Micich, direttore dell’archivio del Museo storico di Fiume a Roma.
Nel febbraio del 1945 Togliatti, allora vicepresidente del Consiglio, scrisse una lettera al Primo Ministro Ivanoe Bonomi, nella quale sconsigliava vivamente ogni azione armata contro l’alleato jugoslavo. Micich sottolinea la strana e tragica coincidenza della data della missiva, che corrisponde “all’eccidio di Porzus, quando un folto gruppo di comunisti della Garibaldi uccise, durante un’imboscata, i combattenti di una brigata partigiana autonoma, la Osoppo, che si opponeva al piano sloveno-garibaldino di annessione dei territori friulani orientali.
In quello scontro persero la vita due componenti della Osoppo i cui parenti, in futuro, diventeranno famosi: il comandante della brigata Francesco De Gregori, zio dell’omonimo cantautore, e Guido Pasolini, fratello dello scrittore Pierpaolo.
Togliatti ricevette una relazione in cui si informava che, nel capoluogo della Venezia Giulia, gli Alleati avevano rinvenuto i cadaveri di 370 fra carabinieri, finanzieri e guardie civili italiane, insieme con 250 prigionieri tedeschi, nella foiba di Basovizza. E, continuava il comunicato,“altre foibe sono state rinvenute a Pisino, Albona e Parenzo.
Togliatti era, dunque, a conoscenza della feroce azione repressiva dei soldati di Tito. Che “non aveva solo i risvolti della pulizia etnica - evidenzia Micich - ma anche dell’epurazione a fini ideologici condotta soprattutto contro gli italiani considerati in blocco futuri nemici della Jugoslavia Popolare e legati alle vecchie ideologie borghesi e capitaliste. Diversi militanti e partigiani del PCdl (Partito Comunista d’Italia) in Istria furono anch’essi direttamente coinvolti nell’eliminazione di italiani, quindi di propri connazionali, compromessi con il regime fascista o semplicemente perché contrari al Movimento popolare di liberazione jugoslavo”.
Chi era
Palmiro Togliatti?
NATO A GENOVA il 26 marzo 1893. Palmiro Michele Nicola Togliatti è stato uno dei membri fondatori del Partito Comunista d'Italia IPCdl) e, dal 1927 fino alla morte, segretario e capo indiscusso del Partito Comunista Italiano IPCI), del quale era stato il rappresentante all’interno del Comintern, l'organizzazione internazionale dei partiti comunisti. Dal 1944 al 1945 ricopre la carica di vicepresidente del Consiglio nel governo Bonomi e dal 1945 al 1946 quella di Ministro di Grazia e Giustizia nei governi post-fascisti. Membro dell’Assemblea Costituente, dopo le elezioni politiche del 1948 guida il partito d'opposizione ai vari governi che si sono susseguiti sotto la guida della Democrazia Cristiana. Muore a Jalta il 21 agosto del 1964.
PER SAPERNE DI PIÙ
Libri
Togliatti e Stalin di Elena Aga Rossi-Victor Zaslavsky, il Mulino, 1997
L'impossibile egemonia di Silvio Pons, Carocci 1999
La rivoluzione mancata di Amleto Bailarini-Marino Micich-Augusto Sinagra, Koiné 2006
Gramsci tra Mussolini e Stalin di Angelo Rossi-Giuseppe Vacca, Fazi 2007
Paolo Sidoni è scrittore, documentarista e ricercatore storico. Ha collaborato con l'Istituto Luce e con l'Istituto Studi Storici Europei

 

28 – La Voce del Popolo 05/01/13 Speciale - A Zara un busto bronzeo ricorda Raimondo De Vineis
Speciale
a cura di Roberto Palisca
A Zara un busto bronzeo ricorda Raimondo De Vineis
Raimondo De Vineis (alias Delle Vigne, Della Vigna): chi era costui? Prima di rispondere alla domanda, ricorderemo che a Zara in Dalmazia, in una sala dell’ex Convento dei Domenicani, dal marzo dell’anno scorso si può vedere un busto marmoreo del suddetto personaggio, opera dello scultore croato contemporaneo Kruno Bošnjak. Raffigura l’uomo che nella sua qualità di generale dell’Ordine domenicano in Europa, eletto a quella carica nel 1380, sedici anni dopo ordinò la fondazione, nell’ambito del convento di Zara, della Universitas Jadertina, la prima Scuola generale (superiore) sul territorio della Provincia dalmata dell’Ordine, che abbracciava l’intera costa orientale dell’Adriatico. Oggi, un poco enfatizzando, si dice che, con quella Scuola, nacque la prima Università degli Studi sul territorio che attualmente costituisce la Repubblica di Croazia.
Solo tre anni dopo, il 5 ottobre 1399, Raimondo De Vineis, nato intorno al 1330 in Campania, nella cittadina di Capua, sul Volturno, chiuse per sempre gli occhi, morto di sfinimento, nella tedesca Norimberga.
Inserendo il campano Raimondo De Vineis nella galleria degli uomini illustri della Dalmazia e della Croazia, gli studiosi della sponda orientale dell’Adriatico innestano la fondazione della Universitas Jadertina voluta da Raimondo De Vineis nel contesto delle vicende sociali, culturali ed ecclesiastiche di quell’epoca su ambedue le prode del comune mare. Raimondo era legato alla Dalmazia ed alla Croazia dalla sua carica di generale dell’ordine domenicano, ma anche quale discendente di una serie di cancellieri di Stato degli Angioini di Napoli che, a cominciare da Carlo II lo Zoppo e dal suo matrimonio con Maria d’Ungheria, regnarono anche sulle terre ungariche e croate: Carlo Roberto o Caroberto (1308-42), Luigi il Grande (1343-82), Maria (1382-87), Ladislao (1386-1414).
Un De Vineis ricordato da Dante
In occasione dello scoprimento del busto al De Vineis, lo studioso croato Stjepan Krasić ha ricostruito la sua vita e la sua opera. Attingendo al discorso da lui pronunciato nella circostanza e ad altri documenti, diamo una risposta più approfondita alla domanda posta nella prima riga di questo testo.
Quella dei De Vineis-Delle Vigne era una delle più eminenti famiglie di Capua e dell’Italia meridionale. Nell’albero genealogico della casata Capua, il primo a distinguersi fu il bisnonno di Raimondo, Pier Della Vigna, ricordato da Dante nella sua Divina Commedia. Costui studiò giurisprudenza a Padova e fu uomo di vasta cultura: “promuove la scienza e l’arte, dimostrandosi pure ottimo poeta“, scrive Krasić. Grazie alla sua profonda conoscenza del diritto ed al bagaglio culturale, conquistò le simpatie di Federico II Hohenstaufen, re di Napoli e della Sicilia (1212), poi anche imperatore della Germania (1220-1250) che lo nominò dapprima suo segretario e poi consigliere, governatore della Puglia, infine protonotaro e cancelliere (primo ministro) del Regno di Napoli. Federico affidò inoltre a Pier Della Vigna, uomo saggio, la soluzione di delicati affari di politica estera. Per due volte, nel 1232 e nel 1237, fu inviato a Roma presso il pontefice Gregorio IX per la soluzione di malintesi insorti fra il re e il papa che aveva scomunicato Federico e aveva perfino bandito una crociata per la liberazione del regno di Sicilia, inviandovi un esercito di clavisignati. Negli anni 1234-1235 Pier Della Vigna guidò invece una missione in Inghilterra per concordare il matrimonio di Federico con la sorella del re inglese Enrico III, Isabella.
Le lettere scritte da Pier Della Vigna a nome di re Federico, pubblicate alcuni secoli dopo nel volume Epistolarum libri VI (Basilea, 1740) contengono numerose e preziose informazioni sulla storia e la cultura del Tredicesimo secolo. Al Della Vigna è attribuita pure la paternità di un Tractatus de potestate Imperiali, che è un raccolta di leggi del Regno di Sicilia.
Nella Divina Commedia, Inferno, canto decimoterzo, Dante Alighieri incontra Pier Della Vigna nel settimo cerchio, secondo girone, fra i violenti contro di sé nella dolorosa selva, e gli fa dire queste parole:
Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federico, e che le volsi serrando e disserrando sì soavi che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi: fede portai al glorioso uffizio, tanto ch’io ne perdei lo sonno e i polsi. Il colloquio va avanti per una ventina di versi ancora.
La forte influenza dei De Vineis, Della Vigna, Delle Vigne capuani continuò anche con i discendenti di Pietro, anche dopo le sanguinose guerre combattute da Carlo d’Angiò nella seconda metà del secolo XIII per il possesso di Napoli e della Sicilia dapprima contro Manfredi (1232-1266) figlio di Federico II ed erede ai troni di Napoli e Gerusalemme, e poi contro il nipote di Manfredi, Corradino IV di Svevia che sarà sconfitto, catturato e decapitato nel 1268. Si giunse così allo sterminio della gloriosa dinastia degli Hohenstaufen.
Raimondo sulla scena
Sebbene i Delle Vigne fossero stati sostenitori della dinastia degli Hohenstaufen, anche gli Angioini, nuovi padroni dell’Italia meridionale, ritennero necessario ricorrere si loro servigi, e ancora una volta fra i Delle Vigne ci furono dei cancellieri di Stato. Così il nonno di Raimondo fu primo ministro del re Carlo Roberto (1301-1342) che fu al tempo stesso sovrano ungaro-croato, mentre suo figlio, padre di Raimondo, fu cancelliere del re di Napoli Roberto (1309-1343).
Il desiderio del padre di Raimondo era che il figlio continuasse la tradizione della casata vestendo i panni degli alti amministratori dello Stato napoletano, per cui mandò Raimondo a Bologna per studiare giurisprudenza in quella famosa università. Raimondo concluse gli studi in tempo da primato e con il massimo dei voti, ma... Invece di aspirare all’ambita carica di cancelliere di Stato del Regno di Napoli, scelse di entrare nell’Ordine Domenicano all’età di 25 anni.
Dati i tempi e i valori che in quei tempi si davano alle potenti casate, il monaco Raimondo de Vineis-Delle Vigne conquistò ben presto altissimi ruoli anche nell’ordine religioso, di per sé a quell’epoca influente anche politicamente. Dopo aver concluso anche gli studi di teologia nella stessa Università bolognese dalla quale era uscito come giurista, gli vennero affidati diversi e importantissimi incarichi ai vertici dell’Ordine a Bologna, Firenze, Roma, Siena ed in altre città italiane.
Nel 1374, a Siena, conobbe una monaca domenicana già in fama di santità, Caterina Benincasa, donna di straordinario prestigio morale, che sarà santificata dopo la morte col nome di Caterina da Siena (1347-1380). Ne divenne il confessore e consigliere spirituale. Cinque anni più tardi, nel 1379, Raimondo De Vineis fu posto al vertice della Provincia di Lombardia del suo ordine, una provincia – sia subito precisato – che abbracciava tutti i conventi sparsi nell’Italia settentrionale e centrale. Dopo solo un anno, nel 1380, divenne invece generale dell’intero ordine domenicano.
Un periodo tempestoso
Come ben sanno i conoscitori della storia, stiamo parlando di un periodo tempestoso, pieno di grandi effervescenze politiche e di non poche tempeste anche nell’ambito della chiesa cattolica su tutto il territorio dell’Europa occidentale.
Dal 1309 i pontefici della chiesa romana non risiedevano più a Roma ma ad Avignone, dove resteranno fino al 1377 sotto la “protezione” dei sovrani di Francia. Sovrani che, attraverso i papi e gli Angioini puntavano a strappare la corona imperiale ai tedeschi ed a fare della Francia il centro politico e religioso dell’intera Europa. Temendo uno scontro catastrofico tra Francesi e Tedeschi con conseguenze inimmaginabili per la stessa Chiesa, molte personalità di spicco della vita pubblica dell’epoca cercarono di indurre i papi a tenersi lontani da quegli scontri politici ed a tornare quanto prima da Avignone a Roma. Purtroppo i loro sforzi risultarono inutili. Così fallirono quelli fatti da Brigida di Svezia, futura santa, dal grande poeta italiano Francesco Petrarca e dallo stesso imperatore tedesco Carlo IV che nel 1365 compì un viaggio ad Avignone.
Ma là dove altri avevano fallito, ebbe successo invece Raimondo De Vineis, il napoletano. Citiamo quanto ha scritto in proposito Stjepan Krasić quasi quasi appropriandosi dell’uomo di Capua con l’aggettivo possessivo “nostro”:
“Cosciente delle conseguenze di grande portata che potevano scaturire da tale situazione sia per la Chiesa che per l’intera Europa, il nostro Raimondo si pose al lavoro, in collaborazione con Caterina da Siena, per convincere il papa Gregorio XI sull’assoluta necessità di un suo ritorno a Roma”.
Ne fa fede una densa corrispondenza, giunta fino a noi, definita dal Krasić “un vero capolavoro di diplomazia e di alta spiritualità”, rinviandoci all’opera di J.L.A. Huillard-Bréholles “Vie et corrispondance de Pierre de la Vigne” (Paris, 1864). Raimondo non si limitò a scrivere e spedire lettere al papa. A un certo punto, considerati i tentennamenti del pontefice e certi suoi silenzi, raggiunse Avignone insieme a Caterina nel 1376: i due ebbero col pontefice diversi colloqui, pressandolo con i loro ragionamenti e preghiere, riuscendo finalmente a piegarne la resistenza. Nonostante l’opposizione del re francese, Gregorio XI lasciò finalmente il Palazzo di Avignone, tornando a Roma il 16 settembre di quell’anno.
Uno scisma durato 39 anni
Purtroppo il successo diplomatico ottenuto da Raimondo e Caterina risolse il problema solo provvisoriamente. Poco più di un anno dopo il ritorno a Roma, papa Gregorio XI vi morì (il 26 marzo 1378) e quale suo successore i cardinali elessero papa il napoletano Bartolomeo Prignano che prese il nome di Urbano VI. Costui, nello sforzo di riportare ordine nella Chiesa, cominciò a restringere gli ampi privilegi dei cardinali (suscitando un vespaio fra i principi del clero) e al tempo stesso nominando nuovi cardinali scegliendoli però in gran numero fra gli italiani a scapito dei francesi. Il risultato fu catastrofico: i cardinali francesi e insieme a loro altri avversari di Prignano accusato di aggressività, si riunirono a Fondi ed elessero un (anti) papa nella persona del cardinale ginevrino Roberto col nome di Clemente VII, parente del re di Francia Carlo V.
La contemporanea presenza di due opposte obbedienze papali, accompagnata da scontri politici dei nascenti Stati europei e dalla scomunica lanciata contro Clemente da parte di Urbano, diede l’avvio al “grande scisma” o Scisma d’Occidente, che si protrarrà per trentanove anni.

Per cominciare, Clemente cercò di cacciare Urbano da Roma guidando un proprio esercito, ma, uscito sconfitto dalla battaglia, dovette lasciare l’Italia stabilendosi ad Avignone e ottenendo riconoscimento e appoggio dei re di Francia, Scozia, Lorenza, Savoia, Aragona e, quindi, del Regno di Napoli e Sicilia. A sua volta il papa romano fu sostenuto dall’impero germanico, dalla Scandinavia, Inghilterra ed Ungheria. In tal modo non soltanto la Chiesa si spaccò in due, ma anche l’Europa politica.
Alla morte dei due papi, i cardinali rimasti divisi nominarono di nuovo due papi l’uno contro l’altro armato, Bonifacio IX a Roma e Benedetto XIII ad Avignone, ai quali seguirono altri quattro papi e antipapi fino al 1417, anno in cui si giunse finalmente all’elezione concordata di papa Martino V.
Quale fu in quei quattro decenni il ruolo del generale domenicano Raimondo De Vines? Papa Urbano VII che, secondo il più volte citato Krasić, “fece tutto quel che era possibile per superare lo scisma” senza spargimenti di sangue “a tale scopo ricorse alla migliore carta di briscola che aveva nella mani”: Raimondo De Vineis.
Quale proprio ambasciatore lo mandò presso il re Carlo V per trovare un qualche accordo. Stavolta, però, il pronipote del celebre Pier trovò armi puntate e non riuscì a far nulla. Riuscì soltanto ad attutire le disastrose conseguenze dello scisma che aveva diviso anche le file del suo ordine monastico. Regnando anche là una gran confusione giuridica e teologica su chi fosse il vero papa, anche i Domenicani si erano allineati su barricate opposte, fra i sostenitori dell’uno e dell’altro. Anche gli studi erano decaduti. Raimondo De Vineis si diede perciò da fare per riportarli all’antico livello ed alla verità del Vangelo: fece il giro dei vari conventi in Italia, Germania e Ungheria (quelli che sostenevano il papa di Roma), esortando i confratelli tutti all’unità ed al ripristino della disciplina.
Diciamolo subito: non sempre riuscì nell’intento, “ma non può dirsi nemmeno che abbia fallito su tutta la linea”, come scriverà Krastić. “Al contrario. Riuscì a tal punto, da meritarsi il titolo di “secondo fondatore dell’Ordine” dopo san Domenico.
Raimondo e la Dalmazia
Per quanto riguarda la Dalmazia, quella regione si era trovata inserita nel Regno Ungaro-Croato dopo la cosiddetta “Pace di Zara” raggiunta nel 1358 fra Ludovico il Grande d’Angiò e la Repubblica di Venezia. Quale supremo capo dell’ordine domenicano e discendente dei cancellieri di Stato degli Angioini di Napoli, Raimondo era strettamente legato al regno ungaro-croato. Con la provincia dalmata del suo ordine, resasi autonoma nel 1380 con ben quattordici conventi disseminati lungo la costa da Durazzo in Albania fino a Senia (odierna Senj) nell’Adriatico settentrionale, Rimondo era particolarmente legato dalla circostanza che essa, da vicariato della unitaria “provincia regni Hungariae” qual era stata inizialmente, si era resa provincia autonoma dell’Ordine proprio per suo valore, nello stesso anno in cui lui, Raimondo, fu nominato generale dell’Ordo fratrum praedicatorum, rimanendo fedele al papa Urbano VI nello scisma d’Occidente e fedele altresì ai principi per i quali l’ordine era stato fondato, quale mano destra dell’Inquisizione.
Questo attaccamento alla Dalmazia, considerata una specie di antemuralis christianitatis contro gli infedeli, fu pure all’origine della sua decisione di fondare a Zara, dove i domenicani operavano sin dal 1228, la Universitas Jadertina ovvero Studium Generale con un’ordinanza da lui firmata il 14 giugno 1396. Da allora i più alti studiosi dell’ordine domenicano in Dalmazia si formarono a Zara, senza dover recarsi a Bologna o altrove, anzi non furono pochi coloro i quali dall’occidente dell’Europa, vennero a Zara per frequentarvi gli studi superiori. Per la cronaca: il primo studente non dalmata ad iscriversi all’Universitas Jadertina, il 26 luglio 1396, fu frate Bonaventura da Ferrara che prima aveva studiato presso la celebre Università Carlova di Praga. In una delle lettere inviate nel periodo 1388-1389, dunque parecchi anni prima che nascesse l’università domenicana di Zara, Raimondo De Vineis così aveva scritto al cardinale di Ostia Filippo d’Alencon con malcelato senso di orgoglio: “Ciascuna provincia del mio ordine ha un convento al quale è stata assegnata una Universitas. Lo vogliono o meno, esse (le provincie dell’ordine) dovranno progredire nel sapere; in esse vengono educati i lettori ed i baccalaureati per altri conventi. Dopo di c he al loro posto vengono inviati altri affinché i fratelli possano elevarsi nelle scienze”. Quando la Dalmazia divenne provincia autonoma, creò nel suo capoluogo l’universitas che all’inizio del secondo decennio del Duemila gli ha eretto il busto bronzeo.
Purtroppo, gli sforzi compiuti per creare scuole superiori in tutte le provincie dell’ordine, ma soprattutto i sacrifici per riportare l’unità nelle sue file combattendo contro lo scisma, minarono gravemente la salute dei Raimondo De Vineis. Visitando senza soste i vari conventi ed affrontando a piedi, su cavalli e su carri migliaia di chilometri di strade nemmeno degne di essere chiamate tali, da un capo all’altro dell’Europa feudale, finì per ridurre il proprio corpo all’esaurimento: esalò l’anima per sfinimento fisico il 5 ottobre 1399 nel monastero di Norimberga.
Le spoglie mortali di Raimondo De Vineis furono trasferite a Napoli, dove trovarono l’ultimo riposo sulla terra nel monastero di San Domenico Maggiore. Nel settimo centenario della sua morte, il 15 maggio del 1899- il papa Leone XIII lo proclamò beato e come tale è tuttora venerato.
Raimondo De Vineis ha lasciato ai posteri alcune opere date alle stampe dopo la sua morte: De reformatione religiosa uscita dalle stampe a Roma nel 1581; Opuscula et litterae edita pure a Roma nel 1895, Registrum litterarum uscito nel 1937 sempre nella capitale italiana e un testo che ha reso celebre l’autore, una Vita della mistica santa Caterina da Siena, sua discepola e collaboratrice, da lui scritta nel 1393 e più volte ripubblicata. La prima edizione a stampa risale al 1477 ed apparve a Firenze.

 

29 – Il Foglio 10/01/13 Preghiera di Camillo Langone – San Marco
Preghiera di Camillo Langone – San Marco
San Marco, è vero che nell’agenda Monti (auspicante “un federalismo responsabile e solidale che non scada nel particolarismo e nel folclore”) sei degradato a colore locale, è vero che nei programmi delle trecento o tremila fazioni in pista alle prossime elezioni tu non esisti, è vero che la Lega nord ha una credibilità non molto superiore a quella di Grande sud, è vero quindi che per parecchi anni campanili e piccole patrie cadranno in letargo, ma non esiste solo la politica. Esiste anche la cultura, ossia la lingua. Leggendo l’ultimo libro di Cesare De Michelis, una raccolta di articoli venetocentrici (“La megalopoli delle Venezie”, Marsilio), mi avvedo che la parola Nordest sta tirando le cuoia. Proprio mentre l’economia sembra prendere il sopravvento su tutto, la parola che questa aveva imposto per identificare un territorio (Nordest) deve far spazio alle ritrovate parole dell’anima e della storia (Venezie, Tre Venezie…). Se da Trento a Trieste, dal Garda al mare, i veneti ricominceranno davvero a dirsi veneti, o triveneti, gli altri potranno vincere tutte le elezioni che vogliono ma non riusciranno mai a far scendere il tuo leone dalle colonne.

 

30 - Corriere della Sera 04/01/13 Lettere a Sergio Romano - Fiume e la Carta del Carnaro
FIUME E LA CARTA DEL CARNARO UN TESTO SOCIALE E LIBERTARIO
In questi giorni ricorre il 92˚ anniversario del martirio di Fiume e del dimenticato, ai più, Natale di sangue. La Reggenza italiana del Carnaro proclamata dal poeta Gabriele D’Annunzio, è stata sovente banalizzata, accompagnando l’impresa fiumana e la successiva «occupazione» a bordelli, consumo di stupefacenti e orge. Tuttavia la Reggenza si fondava sulla Carta del Carnaro i cui principi erano, e sono, alla base di un sistema democratico ancorché corporativo: dal suffragio universale senza distinzione di sesso al sistema assistenziale e pensionistico; dall’unicità del sistema d’emissione alla libertà di iniziativa economico privata. Tutte questioni che anticipavano di gran lunga gli eventi che in Italia si sarebbero sviluppati solo con le politiche riformiste del Fascismo o, più tardi, con l’Italia repubblicana.
Stefano Massimo Pontiggia
Caro Pontiggia, nell’«impresa fiumana» vi furono almeno tre componenti: quella nazionalista, quella libertaria dei sindacalisti rivoluzionari, e infine un buon numero di avventurieri, teste calde, ufficiali disoccupati del Regio Esercito e veterani appena smobilitati a cui prudevano ancora le mani. Alceste De Ambris, autore della Costituzione, apparteneva alla seconda componente. Era nato nel 1874, aveva aderito alla fazione rivoluzionaria del sindacalismo europeo, aveva organizzato scioperi e fondato l’Unione sindacale italiana, era stato eletto alla Camera con i socialisti nel 1913 e aveva fatto campagna per l’intervento dell’Italia in guerra nella primavera del 1915.


Nelle memorie di Francesco Saverio Nitti, presidente del Consiglio dei ministri durante la vicenda fiumana, la sua Costituzione è definita «ridicolissima », «stupidissima», «comica », «idiota» e «degna solo di una riunione di mattoidi». Nitti manifestava con queste parole tutte le sue frustrazioni per una vicenda che non aveva saputo affrontare con la necessaria energia. In realtà la Carta è un esercizio utopistico, ma non è priva di coerenza, intelligenza, proposte interessanti; ed è scritta, per di più, con uno stile stringato e chiaro, senza le volute barocche di molti testi giuridici italiani.
Nelle parole di De Ambris, Fiume è una città-Stato fondata sul lavoro, in cui la società è divisa in sette corporazioni, la proprietà privata è riconosciuta ma deve avere una funzione sociale, uomini e donne godono degli stessi diritti e i cittadini votano a vent’anni. In attesa della annessione all’Italia, il piccolo Stato fiumano avrebbe avuto una Camera dei rappresentanti, composta da almeno trenta deputati, un Consiglio economico formato dalle sette corporazioni, un esecutivo ricalcato su quello della Confederazione elvetica, una Corte suprema chiamata a deliberare sui conflitti istituzionali e sulla correttezza costituzionale delle leggi. Con il diritto di voto nelle elezioni politiche i cittadini di Fiume avrebbero avuto anche quello di promuovere referendum e di revocare le cariche pubbliche. Come il lettore avrà notato, alcuni di questi principi riappaiano nella Costituzione italiana del 1948.
Un altro testo su cui la Carta del Carnaro ebbe una certa influenza è la Carta del lavoro del 1927. Il testo fascista ebbe il merito di assicurare ai lavoratori alcune importanti garanzie economiche e giuridiche, ma, a differenza di quello scritto da De Ambris, è molto più statalista ed esplicitamente illiberale. Ricordo soltanto l’art. 23: «Gli uffici di collocamento sono costituiti a base paritetica sotto il controllo degli organi corporativi dello Stato. I datori di lavoro hanno l’obbligo di assumere i prestatori d’opera tramite detti uffici. Ad essi è data la facoltà di scelta degli scritti negli elenchi con preferenza a coloro che sono iscritti al Pnf ed ai sindacati fascisti, secondo l’anzianità di iscrizione».


31 - Il Piccolo 05/01/13 Ritorna in servizio il "treno blu" di Tito
Ritorna in servizio il “treno blu” di Tito

Agenzia di viaggi britannica offre un tour da Belgrado a Podgorica a bordo del prestigioso convoglio. Costo: 1.100 euro

di Stefano Giantin
BELGRADO Per vent’anni fu una delle “case” più frequentate dal Maresciallo. Non era una villa in stile Brioni o una residenza come quella belgradese di via Uzi›ka 15, ma una dimora su ruote, di ferro. Dal 1959 fino alla sua morte, trasportò Tito da Belgrado ai quattro angoli dell’ormai defunto Paese balcanico e anche fuori dai confini nazionali, per 600mila chilometri. E fu il mezzo che riportò per l’ultima volta a casa il padre della Jugoslavia socialista, deceduto a Lubiana il 4 maggio del 1980, tra ali di folla in lacrime allineate sulle banchine delle stazioni. Poi, tre decenni di oblio, con rari ritorni di gloria, quando le ferrovie serbe riescono a trovare danarosi turisti ai quali affittare un pezzo di storia, organizzando brevi tour nei dintorni della capitale serba. Ma dal 2013 il “Treno Blu” di Tito ritornerà agli antichi splendori. Sempre grazie ai turisti, inglesi in testa, e all’idea di un’agenzia di viaggi britannica. «Godetevi cinque giorni di vacanza esclusiva» in Montenegro e in Serbia, «inclusa una giornata intera sullo storico Treno Blu di Tito», ha annunciato la Explore Montenegro.
Montenegro che è la tappa finale dell’itinerario pubblicizzato dalla società. Un tour che prevede l’arrivo a Belgrado in aereo da Londra, visita della capitale serba con cena. E al secondo giorno, una decina di ore di viaggio verso Podgorica, alloggiati nelle sontuose carrozze che ospitarono Tito e «i più influenti uomini di Stato dell’epoca, da Arafat alla regina Elisabetta fino a Nehru», illustra online la Explore Montenegro. Poi, altre 72 ore a godersi le bellezze paesaggistiche montenegrine e il ritorno in Inghilterra da Tivat. Prezzo, 899 sterline, circa 1.100 euro. Il primo giro turistico è previsto per il 17 aprile, seguito da altri dieci, fino alla fine di ottobre.
Nel prezzo, essendo questa l’attrazione principale, è compreso l’accesso illimitato «agli appartamenti privati», ai «bagni perfettamente equipaggiati» e alla «sala conferenze» del “Plavi Voz”. E l’immersione totale nei suoi «arredi Art Deco», tra interni in mogano, sete, tappeti preziosi. «La popolarità delle vacanze in treno è in crescita tra i turisti dell’Europa occidentale, in particolare se attraversano paesaggi affascinanti su treni storici. Il Treno Blu di Tito racchiude tutti e due gli aspetti. Abbiamo verificato se il convoglio fosse disponibile, scoprendo che è custodito dalle ferrovie serbe», racconta Doug Mathieson, direttore del programma all’agenzia londinese. «L’interesse per l’iniziativa è buono», assicura poi. «Molti turisti inglesi sono attratti dall’idea di intraprendere il viaggio, combinato con il soggiorno in una delle nostre ville in Montenegro e con una visita a Belgrado. E saremmo felici di accogliere anche italiani», auspica alla fine. Di averli a bordo del treno che, in un tempo remoto e in un Paese che non esiste più, fu solo di Tito.

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
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