RASSEGNA STAMPA DELLA MAILING LIST HISTRIA
A CURA DI MARIA RITA COSLIANI, EUFEMIA GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI


N. 860 – 19 Gennaio 2013
Sommario


32 - CDM Arcipelago Adriatico 15/01/2013 - Rinviata data del Seminario MIUR: si svolgerà a marzo (Rosanna Turcinovich Giuricin)
33 - Il Piccolo 17/01/13 Fabrizio Radin è stato riconfermato ai vertici della Comunità italiana di Pola (p.r.)
34 - Il Piccolo 14/01/13 Censimento - Residenti a Cherso in calo Gli italiani scendono a 94 (a.m.)
35 - La Voce in più Dalmazia 12/01/13 Addio a Luigi Miotto, una delle ultime voci italiane di Spalato
36 - Il Piccolo 16/01/13 «Napolitano pronunci la parola comunisti» - L'appello di Sardos Albertini alla presentazione del libro sull'Ozna alla Leg: «Onori la Giornata del Ricordo»
37 – La Voce del Popolo 18/01/13 Lussinpiccolo, ore contate per il molo asburgico (mlc)
38 – La Voce del Popolo 18/01/13 Cultura - Fiume: La nostra Lepanto
39 – La Voce del Popolo 11/01/13 Fiume - Ritrovati i documenti della chiesa di Cosala (Rosanna Turcinovich Giuricin)
40 - L'Alpino Ana - gennaio 2013 Trieste : Fiori ai Caduti per l’imperatore (Dario Burresi)
41 - Il Piccolo 13/01/13 Gorizia : La memoria orale serbatoio nascosto della storia di confine
42 - Il Piccolo 17/01/13 Belgrado: «La crisi dell'euro ci spinge a rilanciare le politiche di Tito» (Stefano Giantin)
43 – La Voce del Popolo 16/01/13 Cultura - La Jugoslavia di Tito? Un bluff colossale (Ilaria Rocchi)
44 – Il Piccolo 17/01/13 Parte il "disgelo" tra Serbia e Croazia (s.g.)
45 - La Voce di Fiume - Novembre-Dicembre 2012 Frammenti - Coremo drio el balon (S. Lauri e M. Brecevich)
46 - Globalist. it 14/01/13 Dalmazia, master in pecorologia
47 - Linkiesta 18/01/13 I fanti da Mar, i primi marines (Nicola Bergamo)

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

32 - CDM Arcipelago Adriatico 15/01/2013 - Rinviata data del Seminario MIUR: si svolgerà a marzo
Rinviata data del Seminario MIUR: si svolgerà a marzo
La decisione dovuta alla concomitanza con le elezioni
IV Seminario destinato agli insegnanti di tutta Italia sugli argomenti che interessano il mondo dell’esodo. Doveva svolgersi a Trieste a fine febbraio ma vista la concomitanza con le prossime elezioni, è stato deciso di spostarlo nelle date comprese dal 14 al 16 marzo con inizio nel tardo pomeriggio del 14 e fino alle 17 del 16. Spostamento concordato tra la Prefettura di Trieste, il Ministero della pubblica istruzione e l’ufficio scolastico dell’FVG.

Prevista la partecipazione di 120 insegnanti e dirigenti scolastici da tutta Italia ed una quarantina di partecipanti al tavolo di lavoro e associazioni interessate. Ma come nascono questi seminari?

“Sono uno dei risultati dei tavoli di lavoro governo-esuli, in particolare di quello dedicato alla scuola che ha visto l’impegno costante dei funzionari ministeriali e dei rappresentanti delle associazioni degli esuli che hanno dato consistenza e concretezza ad una delle finalità della legge sul Giorno dei Ricordo riguardante la scuola.
Tema centrale di questo quarto incontro sarà l’editoria scolastica, al centro dell’interesse del mondo dell’esodo che vorrebbe vedere ripristinate sui libri di scuola le pagine rimosse della storia del Novecento al confine orientale d’Italia ma anche la dimensione d’eccellenza dell’esodo che ha contribuito alla crescita della nazione.
A rispondere è Maria Elena Depetroni, responsabile del settore scuole dell’ANVGD alla quale chiediamo che cosa abbiano prodotto i tre seminari precedenti?
“La sensazione è quanto mai positiva, il dialogo con il mondo della scuola ha rivelato una grande curiosità, oltre che l’interesse professionale, di un vasto numero di dirigenti scolastici ed insegnanti che partecipando a questi incontri toccano con mano una realtà composita e vivace”.
L’editoria è un punto focale, che cosa vi aspettate da questo quarto incontro?
“Per noi è fondamentale riuscire ad organizzare, capillarmente, un’informazione che sia qualificata ed esaustiva. La trasmissione delle notizie oggi è un punto cruciale della nostra esistenza. In tutti i settori la mancanza di una rete che metta in contatto le conoscenze e le esperienze rischia di disperdere l’energia che tutti noi investiamo su queste tematiche. Ecco che l’editoria diventa un veicolo di estrema importanza che intendiamo affrontare da più aspetti, in modo organico con il coinvolgimento di vari profili professionali, in primo luogo storici”.
Come valuta la collaborazione con il Touring che si aggiunge all’attività del MIUR?
“Stiamo procedendo a pari passo, nel senso che il Touring con i suoi concorsi per le scuole mette a contatto le realtà, crea consapevolezza sugli spazi storico-geografici, aiuta i ragazzi a crescere in una dimensione aperta. Per cui intendiamo continuare su questa strada, grati al Touring di affiancarci in questi progetti”.
L’editoria scolastica non riguarda soltanto i libri testo…
“Infatti, le prospettive future si concentrano pure sui mezzi didattici di nuova generazione, fondamentali per coniugare un apprendimento in classe con l’uso di nuove tecnologie che collegano la scuola ai ritmi della società nel suo insieme”.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

33 - Il Piccolo 17/01/13 Fabrizio Radin è stato riconfermato ai vertici della Comunità italiana di Pola
Fabrizio Radin è stato riconfermato ai vertici della Comunità italiana di Pola

Fabrizio Radin rimane al timone della Comunità degli italiani di Pola per altri 4 anni. A confermarlo è stata nella sua seduta costitutiva, la nuova Assemblea comunitaria scaturita dalle elezioni del 16 dicembre scorso. Radin tra l'altro era l'unico candidato alla funzione. Come ci ha dichiarato dopo i lavori, un suo antico pallino che intende portare a segno nell'immediato futuro, è la ricomposizione dell'orchestrina di musica leggera che avrà l'incarico di allietare le serate danzanti, soprattutto quelle del periodo estivo. Un po' come succedeva negli anni '60 e '70 dello scorso secolo quando l'allora orchestra “Rio” calamitava in Comunità tutti i polesani. Ma non solo, la domenica sera dopo la finalissima di Sanremo, l'orchestra riusciva a riprodurre buona parte delle canzoni del festival. Radin che guiderà anche la giunta, ha ora 15 giorni di tempo per proporre la composizione dell'esecutivo con relativo programma di lavoro. (p.r.)

 

34 - Il Piccolo 14/01/13 Censimento - Residenti a Cherso in calo Gli italiani scendono a 94
CENSIMENTO
Residenti a Cherso in calo Gli italiani scendono a 94
CHERSO I dati che emergono dal censimento dell’aprile 2011 nell’isola di Cherso parlano chiaro: la popolazione è in calo rispetto a dieci anni fa, mentre l’età media è salita di 2 anni e 3 mesi. I chersini non riescono proprio a superare la soglia dei 3 mila abitanti: al censimento 2001 erano in 2959, un decennio dopo risultavano esserci 2879 residenti (1440 donne e
1439 uomini), per una diminuzione di 80 unità. L’ età media tra le due maxi indagini è passata da 42 a 44,3 anni, con una diminuzione di 126 under 19 e aumenti consistenti per gli over 40. Diminuito da 691 a 602 il numero delle donne in età fertile, ovvero dai 15 ai 49 anni. Soffermandoci sulle località va detto innanzitutto che il capoluogo Cherso ha 2289 abitanti e cioè 44 in meno nei confronti del penultimo censimento. Nei restanti 23 abitati sono state censite 590 persone, mentre dieci anni prima ve n’erano 626.
Interessante rilevare come in 11 località vi siano 2 o 3 residenti, con Sbicina che na ha 5, Filossici 6, Acquette 7, Pernata 8, Smergo 9. Seguono Lubenizze e Villa Vrana con 12, San Pietro con 14, Dragossetti con 20.
Seguono via via Faresina (29 abitanti), San Michele (36), San Giovanni della Vigna e San Giovanni (40 ciascuno), Caisole (47), Vallon (65, Aquilonia (92) e San Martino in Valle (132). In diverse località minori gli under 50 non esistono proprio. L’unico centro che ha avuto un significativo aumento di abitanti è stato San Giovanni della Vigna, passato da 29 a 40. A Cherso, che non comprende amministrativamente le varie Bellei, Ossero e Punta Croce (comune di Lussinpiccolo), la grande maggioranza della popolazione è croata:
2503 isolani, l’86,94 per cento. Gli italiani sono al secondo posto, con 94 connazionali (il 3,27% della popolazione complessiva). Nel 2001 gli italiani a Cherso erano 119 e dunque la contrazione è abbastanza marcata. Nel contesto va però sottolineato che al censimento 2011 sono stati 162 i chersini che hanno indicato nell’italiano la loro madrelingua. Al secondo posto tra le minoranze quella serba con 81 appartenenti, mentre al terzo si trovano i bosgnacchi (40). (a.m.)

 

35 - La Voce in più Dalmazia 12/01/13 Addio a Luigi Miotto, una delle ultime voci italiane di Spalato
Se n è andato con gli ultimi giorni del 2012 un grande studioso, la cui opera è purtroppo in parte ancora ignorata dal vasto pubblico, autore di un vocabolario del dialetto veneto-dalmata unico nel suo genere
Addio a Luigi Miotto, una delle ultime voci italiane di Spalato
Nato nella città di Diocleziano il l.mo novembre 1924, è morto a Trieste il 23 dicembre 2012. È stato un poeta delicato, saggista erudito, scrittore e storiografo di grande spessore umano e culturale
Ha portato sempre nel cuore la sua Dalmazia, terra com­plessa, dalle tante sfaccet­tature, Luigi Miotto, poeta, scritto­re, storiografo, con Enzo Bettiza il più noto autore spalatino di lingua italiana. È suo, tra l’altro, un prezio­so vocabolario del veneto-dalma­ta, contenente circa cinquemila pa­role dialettali trattate in un contesto fraseologico, con proverbi, modi di dire, canzonette popolari, e ricette di cucina. Miotto se n’è andato con gli ultimi giorni del 2012 a Trieste, dove aveva trovato una nuova “patria”. Appartenente a una famiglia italiana spalatina di antiche origini, i suoi saggi, la sua prosa e i suoi versi hanno sempre ricordato una regio­ne che, purtroppo si è praticamente estinta, e vive ormai solo nella me­moria dei suoi abitanti più anziani, degli esuli in primis. Nostalgie, rim­pianti, ma senza astio, senza recri­minazioni. Miotto ha sempre rievo­cato l’amata città veicolando nella sua produzione “un messaggio no­bile, privo di ira e di odio, e che in­vece invoca gli echi lontani permea­ti di umanesimo”, come ebbe modo di dire Mladen Culic-Dalbello qual­che anno fa, quando l’opera del no­stro fu presentata a Spalato, nell’am­bito dell’ottava edizione della Setti­mana della lingua italiana nel mon­do, nell’autunno del 2008. Erano state l’Unione Italiane e l’Universi­tà Popolare di Trieste - con il coin­volgimento dell’autorità consolare e delle locali Comunità degli Italiani, ma soprattutto con il grande appor­to scientifico della professoressa Ire­ne Visintini - a rispolverare e omag­giare - e ciò nei luoghi che lo han­no visto nascere e formarsi, Spalato e Zara -, il profilo del grande studioso dalmata, autore ahimé troppo spesso ignorato dal grande pubblico.
Di famiglia italiana stabilitasi a Spalato agli inizi dell’Ottocento, Lu­igi Miotto nacque il 1.mo novembre del 1924 nella città di Diocleziano, e qui terminò le scuole elementari ita­liane; quindi passò a Zara, dove fre­quentò il Ginnasio e Liceo “Gabriele D’Annunzio”. Poi la cesura storica e nella vicenda personale. La Seconda guerra mondiale, la disfatta italiana e una questione adriatica che si tra­scinava da tempo e che avrà come epilogo l’annessione della Dalmazia alla Jugoslavia, lo videro esule, come tanti suoi connazionali, come tanti altri dalmati all’indomani dell’armi­stizio dell’8 settembre 1943. Miot­to si stabilì a Trieste, dove nel 1944 conseguì la maturità classica al Liceo Classico “Francesco Petrarca” - nel­lo stesso anno fece parte della Guar­dia Civica istituita per la difesa della città - e nel 1947 la laurò in Filoso­fia alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Ateneo tergesteo.
Apprezzato e appassionato poeta, ricercatore e storico della sua Dalma­zia e della sua Spalato, cui dedicò tut­to il suo interesse di uomo di lettere e di cultura, la carriera professiona­le di Miotto si articolò in vari campi, in particolare in quello didattico. Dal 1947 al 1949 fu sovrintende alla bi­blioteca della Scuola di assistenti di colonia montana dell’Opera Figli del Popolo di Trieste. Col patrocinio del­la San Vincenzo de’ Paoli, dal 1958 al 1962 promosse e guidò corsi spe­rimentali di lingue (inglese, tedesco, francese), disegno e meccanica per favorire l’istruzione dei detenuti del carcere cittadino del Coroneo. Do­cente di italiano e storia, nel 1949­1950 insegnò all’Istituto di avvia­mento commerciale di Erba, nell’Al­ta Brianza, in Provincia di Como, e nel 1950-1951 alla Scuola di avvia­mento alberghiero della vicina Me- naggio. Dal 1951 al 1954 lo trovia­mo all’Istituto di avviamento indu­striale di Muggia, e dal 1954 al 1957 all’Istituto professionale femminile di Trieste. Nel 1957 cominciò a inse­gnare all’Istituto Tecnico Commer­ciale di Bolzano e dallo stesso anno al 1959 all’Istituto Tecnico Industria­le “Alessandro Volta” □ di Trieste, mentre dal 1960 al 1984 fu docente di italiano e storia all’Istituto Tecni­co Nautico triestino, di cui curò l’An­nuario, e presso il quale riorganizzò la biblioteca, promuovendo varie forme di partecipazione degli studen­ti alla vita dell’Istituto e, più in ge­nerale, culturale, allestendo mostre di fotografia artistica e modellismo navale. Proprio curando l’inventario della biblioteca del Nautico, rinven­ne un manoscritto settecentesco di padre Orlando, fondatore della fa­mosa scuola nautica triestina.
Autore, di numerose raccolte di poesie, cominciò a scrivere fin da giovanissimo, nella sua Spalato - è del ’42-’43 la pubblicazione del­le prime sillogi “Autunnale” e “Ra­gnatele” (Tipografia Commercia­le, Spalato) - e proseguì il percorso lirico nella città di adozione, dando alle stampe oltre una decina opere in versi, sino alla raccolta “Accendere parole” (Ed. Luglio Trieste, 2008). Inoltre, portano la sua firma vari stu­di storico-letterari, tra cui prose, an­tologie di racconti. Nei suoi lavori Miotto manterrà intatto il nucleo te­matico dell’amore per la sua piccola patria perduta, sia pur accentuando la dimensione metatemporale dell’eter­nità.
Ma dedicherà accurate com­posizioni pure a Trieste. Nel 1982 scriverà la “Preghiera dell’uomo di mare”, musicata per organo nel 1982 dal Maestro Guido Pipolo del Conservatorio “Giuseppe Tartini”. “Memoria del sole” (1955), “Poesie a Liliana” (1956), “Canne d’organo” (1957), “Una terra nell’anima”
(1959), “Tempo che scorre” (1962), “Tempo che soffre” (1964), “Poesie” (1968), “Poesie alla madre” (1974), “Tempo di vivere, tempo di morire (1974, medaglia d’oro del premio letterario del Friuli Venezia Giulia), “Prose e poesie” (Trieste 2006) e “Accendere parole” (2008): sono al­cune delle sue raccolte di versi. Nel 1979, a cura del Circolo Dalmatico Jadera, nella sala convegni della Ca­mera di Commercio, un’ampia scel­ta di poesie fu declamata dall’atto­re Lino Savorani, del Teatro Stabile di Trieste. E per il teatro, nel 1949, stese un testo, intitolato “La tragedia dei Ranfi”, che verrà letta dalla com­pagnia di prosa della Società artistico-letteraria di Trieste.
Penna instancabile e istruita, il suo lascito è copioso. Oltre alle ci­tate opere, dal 1954 al 1973 colla - borò col periodico “La Porta Orien­tale”, edito a Trieste, dove uscirono i seguenti contributi: “L’ultima not­te del generale inglese nel castello di Duino” (1958), “Bisogna andar­sene dall’Istria” (1958), “Sul fondo dell’Istria” (1962), “Non c’è nessuno a Pola” (1966). Per “La Rivista Dal­matica” (Venezia 1963-1966), scrisse “Storia di un profugo e di una carto­lina rossa” e nel 1995 “Ritorni”, per il periodico dell’Unione degli Istria­ni. Articoli e saggi di Miotto sono presenti pure in altre testate triestine, tra queste i “Quaderni degli Scritto­ri Istriani”, l’ “Almanacco artistico letterario del Friuli Venezia Giulia” ed i periodici “Turismo”, “Umana”, “Trieste”, “Pagine Istriane” e “La Voce Giuliana”.
Inoltre, dal 1945 al 1982 tenne conferenze di argomento storico o letterario dedicate a Paul Valéry, Pa­scoli, Baudelaire e Tommaseo.. Dal 1969 al 1975 si mise al servizio del­la R.A.I. di Trieste scrivendo testi di storia e di folclore della
Dalmazia, rivelandosi ancora una volta un autore preciso e documenta­to, ricercatore indefesso e testimone della storia, del folclore, delle tradi­zioni e della
vita di un popolo dell’Adriatico orientale, che vicende tragiche han­no sradicato.
Il suo lavoro più noto e apprezzato
Nel novembre 1984 la casa editrice LINT di Trieste diede alle stampe la sua opera più nota ed apprezzata, il “Vocabolario del dialetto veneto-dalmata”, di 233 pagine, ricche di storia e di ricor­di della Dalmazia, che lo faranno conoscere ed apprezzare dai dal­mati in Italia e nel mondo. Il vo­cabolario di Miotto prende in esa­me oltre cinquemila lemmi con riferimenti alla matrice veneta e con le registrazione dei prestiti linguistici italiani e croati. Frut­to di una lunga e continua ricer­ca, l’autore aveva concesso che il frutto di questa sua indagine e analisi fosse pubblicata a puntate su “La Rivista Dalmatica”
Visto il successo, il lavoro avrà una successiva edizione nel 1991, di 246 pagine, pure questa ormai esaurita, con tanto di pre­sentazione del professor Manlio
Cortellazzo (1918 - 2009), deca­no degli etimologisti e dei dialet­tologi italiani, professore emeri­to di Dialettologia italiana pres­so la Facoltà di Lettere dell’Uni­versità degli Studi di Padova.

 

36 - Il Piccolo 16/01/13 «Napolitano pronunci la parola comunisti» - L'appello di Sardos Albertini alla presentazione del libro sull'Ozna alla Leg: «Onori la Giornata del Ricordo»
«Napolitano pronunci la parola comunisti»

L’appello di Sardos Albertini alla presentazione del libro sull’Ozna alla Leg: «Onori la Giornata del Ricordo»

«In occasione della Giornata del ricordo del 10 febbraio, chiederò al presidente Napolitano di pronunciare per la prima volta la parola comunisti nel ricordare la tragedia dell’esodo dall’Istria. Una parola tabù. Perché da sempre si parla solo di partigiani sloveni. Sarebbe un contributo notevole da parte di un uomo con la storia di Napolitano al completamento di una storia complessa come quella del Novecento nella Venezia Giulia». L’ha detto ieri alla Leg Paolo Sardos Albertini, presidente della Lega nazionale di Trieste, intervenuto alla presentazione del libro del giovane storico William Klinger “Il terrore del popolo: storia dell’Ozna, la polizia politica di Tito” (edizioni Italo Svevo). In apertura Adriano Ossola ha sottolineato come quello di ieri sera (libreria molto affollata, la storia tira sempre a Gorizia) è il primo di una serie di appuntamenti per celebrare il 30° dell’apertura della libreria e delle edizioni Leg.
Conversazione non semplice, nonostante la chiarezza dell’esposizione da parte di Klinger. Nella forse troppo lunga introduzione Albertini ha vistosamente tirato per la giacca le vicende storiche giuliane, triestine in particolare, che abbracciano il periodo compreso dal 1943 al 1945. Il suo intervento, ancorché documentato e per alcuni aspetti condivisibile, è parso più adatto a un contraddittorio piuttosto che a un’introduzione. Ciò detto, bene Klinger che, riproponendo lo schema del libro, molto si è soffermato nel tracciare l’evoluzione della figura di Tito. Tra i meriti maggiori del maresciallo quello di essersi guadagnato ampia credibilità, bastante ad essere scelto dagli inglesi quale affidabile interlocutore nell’immediato dopoguerra. Ma sull’ambiguo ruolo degli inglesi nell’ambito del Gma molto si è scritto. L’Ozna, che viene istituita nel maggio del 1944, rispecchia - secondo Klinger - l’essere stato Tito sempre abile a muoversi nelle trame ordite dagli organismi segreti del partito.

 

37 – La Voce del Popolo 18/01/13 Lussinpiccolo, ore contate per il molo asburgico
Lussinpiccolo, ore contate per il molo asburgico
LUSSINPICCOLO | Le ruspe hanno distrutto lo storico molo asburgico antistante Villa Carolina, che a fine 800 fungeva da approdo alle barche imperiali. Il caso ha scatenato proteste, malumori, rabbia e sdegno in città, anche perchè nella zona del porticciolo non è stato affisso, come da norma, un cartello dei lavori in corso. I lavori per rimettere in sesto il vecchio molo che aveva ceduto all’usura del tempo erano stati indetti nel mese di aprile dello scorso anno dalla Regione litoraneo montana, trovandosi la costruzione sul demanio marittimo, che ricade sotto l’amministrazione regionale. Eseguiti i rilievi, era stato appurato che il molo era danneggiato a tale punto da rendere necessaria la sua demolizione e ricostruzione ex novo.
L’Autorità portuale ha rilevato che l’intervento ha tutte le carte in regola e ha garantito che il molo sarà rifatto così com’era. Ieri mattina abbiamo interpellato in merito il sindaco di Lussinpiccolo, Gari Cappelli, e la vicesindaco, Ana Kučić, i quali ci hanno confermato che nell’aprile dello scorso anno la municipalità, in seguito alla richiesta regionale, aveva acconsentito ai lavori di riassetto. In città tuttavia circola voce che grazie all’intervento, nel molo verranno inserite delle tubature che porteranno l’acqua marina nella piscina ubicata a fianco di Villa Carolina, voci che il sindaco ieri ha categoricamente smentito, asserendo che la piscina in parola già da anni dispone dell’impianto per attingere l’acqua marina.
Villa Carolina, la mitica costruzione asburgica che è un po’ il simbolo di Lussino, è stata progettata nel 1898 dall’architetto viennese K. Von Wiedenfeld. La villa sarebbe stata l’alcova dell’imperatore Francesco Giuseppe e della sua amante, la bellissima attrice Katarina von Schratt.
Acquistata nel 2003 dall’industriale trevigiano Giorgio Panto, recuperò il suo antico splendore. Nel 2006 Panto muore in circostanze tragiche, alla guida del suo elicottero andato ad inabissarsi nella Laguna di Venezia. Villa Carolina con dependance, piscina ed un grande parco ricco di vegetazione, oggi è di proprietà di un magnate russo. (mlc)
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38 – La Voce del Popolo 18/01/13 Cultura - Fiume: La nostra Lepanto
La nostra Lepanto
Andando per le strade di Fiume è sempre più raro udire il familiare accento della parlata fiumana. E quando ciò succede uno è portato immediatamente a rizzare le orecchie per ascoltare con avidità un vernacolo antico, che fa vibrare certe corde della cui esistenza ci si era quasi dimenticati. Il dialetto, culla dell’essenza fiumana e anima pulsante di un popolo e della sua più intima identità!
Pur di ascoltarlo, a volte ci verrebbe voglia di andare a gironzolare in pescheria e nelle strade adiacenti ai mercati, in “piaza” – autentico capolavoro architettonico di gusto ungaro-mitteleuropeo, dove i “veci fiumani” giornalmente si danno convegno.
L’esplorazione dalle parti del “Liceo” invece, in questo senso, difficilmente potrà risultare appagante. Il gergo giovanile, inquinato da anglicismi e croatismi, si mescola a un italiano letterario un po’ sgraziato, mentre il fiumano, trapuntato di espressioni slave, viene relegato alla comunicazione tra i sempre più rari discedenti di fiumani “patochi”.
Fenomeno da arginare a scuola
Un fenomeno sociolinguistico inevitabile, se vogliamo, ma che avrebbe potuto e può ancora essere “arginato” tramite l’azione in ambito scolastico, con precise e sistematiche strategie didattico-educative. “L’uso del dialetto non è soltanto una consuetudine, né tantomeno un vezzo locale che fa folclore – scriveva Alessandro Damiani –; nella realtà individuale e di gruppo è la forma più immediata ed efficace di cogliere, esprimere e arricchire una determinata visione delle cose; sicché, mancando l’uno, SI ESTINGUE UNA PRECISA PRESENZA ETNICA in ciò che essa ha di più peculiare.
Per noi Fiume – continua Damiani – senza il ‘fiuman’... si ridurrebbe a una finzione letteraria, a un caso significativo... di inautenticità... Da ciò l’importanza di rifarsi alle proprie origini, di riaffermare una propria identità, di valorizzare motivi e forme di una cultura che non sia sterilmente passatista, ma tragga nuova linfa dall’humus popolare”, conclude lo scrittore e giornalista.
Strumento di sopravvivenza
Dunque, il dialetto vissuto non come folclore o nostalgia, bensì quale espressione linguistica viva e imprescindibile veicolo di cultura e identità, ossia sopravvivenza. E quando parliamo di vernacolo non ci riferiamo unicamente alla mera parlata dialettale in quanto tale, ma pure a una precisa cultura letteraria locale, che il vernacolo ha prodotto (e qui pensiamo ai poeti dialettali a partire dalla seconda metà dell’Ottocento); che, per quanto artisticamente possa sembrare modesta (ma non sarà stata sottovalutata a furia di confrontarla con l’alta poesia italiana?), pure alimenta in maniera importante l’idioma della popolazione fiumana, conferendogli il rilievo, la “tridimensionalità dei sentimenti” di tutto un mondo umano che ci appartiene, nonostante il divario temporale.
Una battaglia strategica
La trasmissione (dell’amore per il) del vernacolo e della sua cultura alle giovani generazioni rappresenta per noi una battaglia strategica che non possiamo permetterci di perdere. È, in un certo senso, la nostra Lepanto, la nostra linea Maginot. Una battaglia di mantenimento del dialetto rispetto alla lingua maggioritaria, che si è infilata ampiamente anche nelle istituzioni della Comunità nazionale italiana (scuole e ambienti di lavoro), non meno che nei confronti degli schiaccianti trend della globalizzazione, impietosa macchina “tritaspiradialetti”.
Quanti dei nostri ragazzi hanno sentito parlare di Mario Schittar – Zuane de la Marsecia, del Cavalier di Garbo, o ancora di Arturo Caffiero e Oscarre Russi? Quanti libri di testo riportano, e in che misura, le loro poesie e tutto quell’ universo legato alla Fiume delle nostre radici? Esiste un sussidiario in materia?
Sembrerà paradossale, ma con i manuali in uso, alunni e studenti delle scuole italiane della CNI apprendono la letteratura di tutti i popoli del mondo – anche di quelli più esotici –, ma la letteratura “patria”, in questo caso dialettale, quella di casa nostra, no!
Seguire l’esempio di due prof
Salvo eccezioni, dovute all’iniziativa personale di qualche insegnante. E tra le eccezioni vanno rilevate le professoresse Maria Schiavato e Graziella Srelz, che nel 1983 (parliamo di trent’anni fa!), nel contesto della Sezione ricerche della Comunità degli Italiani di Fiume curarono – a uso delle scuole e dei gruppi letterari – due quaderni in ciclostile: “El nostro dialetto”, raccolta di poesie, e “Il dialetto fiumano”, introduzione e fonologia dell’ungherese Maria Batò.
All’epoca l’EDIT aveva dimostrato disponibilità a dare veste grafica dignitosa ai due quaderni in modo da farli arrivare alla popolazione scolastica. Purtroppo a distanza di tre decenni la ventilata disponibilità – s’immagina per motivi di varia natura – non ha ancora preso forma compiuta. Vero è che la nostra casa editrice ha pubblicato dei libri nei dialetti dell’Istria e le poesie di Egidio Milinovich, appassionato cantore della Cittavecchia. Ma, il problema è che queste pubblicazioni non arrivano sui banchi di scuola.
Gli strumenti per portare avanti una riscoperta del vernacolo “fiuman” e dei suoi protagonisti letterari ci sono tutti. EDIT, Radio Fiume, Dramma Italiano, Scuole, Comunità, “Istria Nobilissima”. Non manca che una strategia interdisciplinare concertata e coordinata, una precisa politica interattiva da attuarsi puntualmente.

 

39 – La Voce del Popolo 11/01/13 Fiume - Ritrovati i documenti della chiesa di Cosala
Ritrovati i documenti della chiesa di Cosala
FIUME | Il ritrovamento di documenti suscita sempre emozione: carta ingiallita, firme eccellenti, il profumo della storia toccata con mano. Ma ancora più avvincente è il racconto del loro rinvenimento. Due novembre 2012: messa nella Cripta di Cosala di Fiume. Il pubblico di sempre, esuli e fiumani residenti, stretti nella comune memoria e poi, a fine cerimonia, don Giuseppe svela una notizia ghiotta.
È stata dibattuta da poco una tesi di laurea, presentata dal parroco di Jelenje, don Ivan Milardović, con un approfondito studio sulle varie fasi di costruzione della Chiesa di Cosala. Inediti i documenti presi in considerazione, che introducono elementi interessanti sulla storia di Fiume dal 1926 al 1934. Colpisce l’entusiasmo con cui il governo del Regno e personaggi in vista, così come risulta dai documenti, aderirono alla sottoscrizione pubblica per la costruzione della chiesa concepita dall’architetto Angheben. Nei suoi progetti dettagliati e molto belli, le fasi di avanzamento dei lavori che dovevano portare alla realizzazione di una chiesa un po’ diversa, adeguata alle necessità in corso d’opera.
La Parrocchia di San Romualdo ed Ognissanti venne creata nell’estate del 1923, in un territorio alle spalle della città che s’era andato urbanizzando. Le terre appartenute ai conventuali avevano lasciato il posto a case e a ville che mettevano in collegamento il centro storico e la collina, prima attraverso la salita al Calvario e poi con l’ampliamento di vie importanti. Nel 1924 monsignor Isidoro Sain nominò primo parroco di Cosala, il dr Giovanni Regalati. Tutte le funzioni si svolgevano nella chiesa di San Vito visto che la parrocchia non ne aveva una ubicata sul territorio. Solo nel 1926 ci fu la prima, storica riunione, durante la quale si decise l’edificazione della Cripta e della Chiesa.
Nel 1929 la posa della prima pietra e la benedizione del vescovo Isidoro Sain, che sarà l’anima del progetto. Con lettere ai massimi rappresentanti del mondo politico di allora, a partire da Mussolini, coinvolgerà nel Comitato d’onore nomi illustri che contribuiranno in vario modo alla realizzazione di una “grande opera”. Leggendo i documenti, colpisce l’entusiasmo delle risposte, pronte ed incisive e l’affetto verso un’opera che riguarda Fiume.
Da sottolineare poi la partecipazione convinta di singole municipalità, che accettano di buon grado di contribuire, in solido, alla realizzazione del progetto. Tanto che la chiesa di Cosala diventa una “meta ampiamente condivisa”. Si scopre così che al nome della chiesa della parrocchia di Ognissanti verrà aggiunto anche San Romualdo, quale omaggio alle generose donazioni del senatore Borletti, il cui fratello e padre portavano proprio quel nome, Romualdo.
Ma dov’erano i documenti? Racconta don Milardović di averli recuperati nella soffitta della parrocchia, umidi, ridotti male dall’incuria e dal tempo. Li ha asciugati, sistemati e poi studiati tanto da farli diventare base e materia della sua tesi di laurea. Ora li ha messi a disposizione affinché vengano effettuate ulteriori ricerche ma soprattutto perché vuole che diventino “parte della storia di questa città a cui appartengono”.
La costruzione della chiesa venne ultimata nel 1934.
Opera dell’architetto fiumano Mario Angheben, la chiesa domina il colle di Cosala e sovrasta l’omonimo cimitero. Tra i documenti gli splendidi disegni sull’avanzamento dei lavori. Sul frontale della chiesa, il noto maestro fiumano Romolo Venucci ha eseguito due figure di angeli. Sotto la chiesa, si trova la Cripta con i resti dei militari italiani caduti durante la I Guerra mondiale e quelli degli arditi dannunziani.
Queste solo alcune note contenute nella tesi di laurea, che riporta altri dati molto interessanti che saranno materia di studio e di presentazione al convegno del giugno del 2013 a Fiume durante la Settimana della Cultura fiumana e dell’Incontro Mondiale dei Fiumani.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

40 - L'Alpino Ana - gennaio 2013 Trieste : Fiori ai Caduti per l’imperatore
TRIESTE - Fiori ai Caduti per l’imperatore
Articolo pubblicato nel numero di Gennaio 2013 dell'Alpino
A Trieste la Grande Guerra cominciò quasi un anno prima che nel resto d’Italia. Infatti questa città faceva parte dell’Impero Asburgico che il 28 luglio 1914 aveva dichiarato guerra alla Serbia. Tra l’1 e il 4 agosto entrarono in guerra Russia, Francia e Gran Bretagna. I coscritti triestini erano inquadrati nel 97° Reggimento “Waldstätten” che era dislocato in Croazia.
Subito riportato a Trieste nella Caserma Grande (pressappoco dove ora si trova la Piazza Oberdan) il 97° venne rimpinguato con i richiamati e, forte di 3.500 soldati, a Lemberg (Leopoli) fronteggiò i Russi nelle paludi della Galizia e sui Carpazi. I Triestini del 97° non andavano affatto volentieri a combattere per l’Impiccatore, come veniva chiamato l’Imperatore Francesco Giuseppe dopo il supplizio dell’irredentista Guglielmo Oberdan e il sentimento filo-italiano ormai molto esteso.
Un migliaio di triestini varcarono clandestinamente il confine per andare ad arruolarsi nell’esercito italiano. Fin dall’inizio dei combattimenti in Galizia fu una strage: le perdite raggiunsero il 50 per cento degli effettivi. Molti disertarono, moltissimi caddero prigionieri, numerosi furono gli episodi di insubordinazione e diserzione. Ciò non toglie che – volenti o nolenti – i nonni o bisnonni di molti di noi triestini attuali combatterono, soffrirono e morirono sotto la bandiera con l’aquila bicipite.
Li ricorda una targa su un muraglione esterno di un bastione del Castello di San Giusto, lontano dalla zona dei monumenti ai Caduti e fuori dal Parco della Rimembranza, come in castigo, in una zona scarsamente frequentata. Pochi sono i triestini che sanno dov’è quella targa. Da qualche anno la sezione ANA di Trieste il 4 Novembre porta fiori sotto quella lapide. E quest’anno, per la prima volta, alla breve e semplice cerimonia ha partecipato qualche altra Associazione d’Arma ed una corona è stata deposta anche da parte dell’Amministrazione comunale. Quei Caduti combatterono sul fronte opposto, ma a loro vanno gli onori riservati a tutti i Caduti, ed in tal senso noi ci impegniamo.
Dario Burresi

 

41 - Il Piccolo 13/01/13 Gorizia : La memoria orale serbatoio nascosto della storia di confine
La memoria orale serbatoio nascosto della storia di confine

L’evento

Da una riflessione sulle fonti orali e sul ruolo che possono avere nell’interpretazione storiografica ha preso avvio venerdì scorso la Giornata internazionale di studi “Strade della memoria. Storie di confine tra sguardi incrociati e interventi sul territorio” alla Cassa di risparmio.
L’iniziativa – promossa dall’Associazione Quarantasettezeroquattro di Gorizia con il sostegno dell’Unione Europea, della Regione, delle Province di Gorizia e Trieste e della Fondazione Carigo – si è configurata come una delle tappe conclusive del progetto Strade della memoria che ha visto la recente inaugurazione dell’Archivio multimediale della memoria (www.stradedellamemoria.it) e che porterà, il 2 febbraio prossimo, all’inaugurazione di Topografie della memoria, un vero e proprio museo diffuso a cielo aperto.
L’intervento introduttivo di Gabriella Gribaudi, docente all’Università di Napoli e presidente dell’Associazione italiana di Storia Orale, ha permesso di contestualizzare le questioni riguardanti la rielaborazione pubblica e individuale delle memorie lungo il confine nel più ampio panorama nazionale e internazionale.
Gribaudi ha sottolineato l’importanza delle fonti orali per lo studio dell’impatto che lutti e violenze hanno sulla dimensione individuale e famigliare e per cercare di promuovere un approccio che non sia solo politico-militare ma anche sociale, attento alle dimensioni psicologica ed emotiva.
La riflessione di Anna Maria Vinci, dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste, ha riportato questi temi all’area di confine, fornendo uno sguardo d’insieme sugli snodi storici e interpretativi più delicati e discussi nel periodo che va dalle politiche d’italianizzazione della popolazione slovena e croata al collaborazionismo, dalla lotta di liberazione all’esodo e alle foibe.
Proprio sui rapporti tra storiografia e memorialistica italiane e slovene si è focalizzata l’attenzione di Marta Verginella dell’Università di Lubiana.
La seconda sessione si è focalizzata su alcune ricerche specifiche, su alcuni casi di studio che hanno messo in luce le potenzialità delle fonti orali nello studio di diversi momenti e fasi storiche. Kaja Širok, direttrice del Museo Nazionale di Storia Contemporanea di Lubiana, si è concentrata sulle scelte compiute dai singoli nel periodo del Governo militare alleato. Di identità plurime ha parlato anche Anna di Gianantonio presentando la storia esemplare di una donna entrata nella Resistenza, Maria Antonietta Moro.
Nel pomeriggio, la sessione su archivi e musei della memoria si è aperta con la presentazione in anteprima, in piazzale della Transalpina, di due stazioni di “Topografie della memoria”, il percorso museale diffuso che a partire dal 2 febbraio vedrà coinvolti 10 luoghi di Gorizia e Nova Gorizia. Dei totem in ferro battuto propongono al visitatore molti diversi punti di vista sul luogo in cui si trova e consentono l’accesso ad un’applicazione multimediale in cui si possono ascoltare i racconti di vita dei testimoni, vedere immagini e linee del tempo e lasciare la propria testimonianza diretta.
I partecipanti, guidati da Alessandro Cattunar e Raffaella Canci dell’Associazione Quarantasettezeroquattro hanno potuto fruire dei documenti attraverso smartphone e tablet. Questo nuovo tipo di esperienza museale è stato poi messo a confronto con il lavoro svolto a Caporetto presso il museo della Grande Guerra da Željko Cimpric.
Giovanni Contini, della Soprintendenza archivistica della Toscana, si è addentrato nelle questioni relative all’uso delle tecnologie audiovisive nelle ricerche di storia orale. Nel panel conclusivo si è cercato di moltiplicare gli sguardi e le prospettive: Alessandra Marin, dell’Università di Trieste, ha riflettuto sui legami tra eventi storici, sviluppo urbano e presenza del confine, sottolineando come, all’interno dei processi di modifica dell’assetto urbanistico, storia e memoria rivestano un ruolo fondamentale.
Giulio Mellinato, dell’Università Bicocca di Milano, ha ricordato lo strappo che spesso si verifica tra un passato gravido di storia e strategie di sviluppo che cercano di azzerare ogni trascorso, rivelandosi inefficaci. I rapporti tra luoghi della città, sviluppo e memorie – tematiche poste al centro della riflessione attorno al Museo diffuso dell’area di confine – sono state affrontate da un punto di vista sociologico da Laura Richelli, dell’Isig, che ha marcato la profonda differenza tra “luoghi della memoria” – al contempo, luoghi segnati dal passato ma ancora luoghi “vivi” – e spazi della memoria o semplici spazi della storia che appaiono sbilanciati, o perché le memorie non trovano più modo di riemergere o perché, al contrario, si cristallizzano slegandosi dalle pratiche sociali.
L’intervento conclusivo di Mirco Santi, del Dams di Gorizia, si è focalizzato su una fonte storica carica di profondi legami con quelle orali: i film di famiglia, filmati amatoriali in grado di riportare alla luce lo sguardo privato e famigliare delle persone sulla città, sui luoghi e su piccoli e grandi eventi che li hanno attraversati.

 

42 - Il Piccolo 17/01/13 Belgrado: «La crisi dell'euro ci spinge a rilanciare le politiche di Tito»
«La crisi dell’euro ci spinge a rilanciare le politiche di Tito»

Dinki„, ministro all’Economia, annuncia la svolta di Belgrado: «Dalla Russia ai Paesi arabi, cerchiamo più investitori a Est»
L’ingresso nell’Ue lo vogliamo ma la nostra gente non può aspettare troppo il ritorno al passato Siamo costretti a rimettere in funzione la strategia “jugoslava” l’investimento della fiat Già quest’anno la produzione dovrebbe superare le 120mila auto

di Stefano Giantin
BELGRADO Il concupito, l’Ue, è tutto preso dai propri problemi economici e ha poco tempo e ancor meno denaro da dedicare ai suoi corteggiatori. E uno di questi, la Serbia, spasimante spesso non ricambiato in un burrascoso rapporto d’amore interessato, sembra aver accusato il colpo. Se i Paesi Ue si richiudono in se stessi causa crisi, Belgrado deve dunque pensare anche a soluzioni alternative. Non può guardare più solo verso Bruxelles con qualche strizzatina d’occhio a Mosca, ma rivolgersi sempre di più a Est. Verso Pechino, Istanbul, Abu Dhabi, potenze economiche che potrebbero risollevare le sorti dell’economia nazionale. Al centro del nuovo “triangolo” Bruxelles-Belgrado-Oriente, la Serbia e il suo ministro delle Finanze e dell’Economia, Mladjan Dinkic'.
Ministro lei ha parlato, durante la conferenza Euromoney a Vienna, di un “nuovo modello di crescita” per la Serbia, che guardi più verso Est. Di cosa si tratta?
Ci sono due Paesi Ue con cui abbiamo relazioni commerciali ideali e dai cui provengono molti investitori, Germania e Italia, ma anche l’Austria. In generale gli Stati europei hanno però problemi e dedicano la maggior parte del tempo a loro stessi. Non possiamo aspettare che la crisi nell’Eurozona passi, ma vogliamo continuare ad accogliere aziende europee, ad esportare sul mercato Ue, il nostro mercato più grande. E allo stesso tempo vogliamo essere più flessibili nel cercare investitori a Est.
Perché?
Abbiamo sempre avuto buone relazioni con la Russia. Tito aveva buoni rapporti con i Paesi arabi e noi li stiamo riallacciando. Per questa ragione sono stato due volte negli ultimi mesi negli Emirati Arabi e per questo il principe Mohammed (bin Zayed) è venuto a Belgrado. Abbiamo già firmato i primi contratti. E Cina, Russia, il Medio Oriente, i Paesi arabi, la Turchia sono pronti a investire in Serbia molto di più che in passato. Vogliamo diversificare, non stoppare le nostre relazioni con i Paesi europei, specialmente con quelli con cui abbiamo ottime esperienze, come l’Italia. L’investimento Fiat rappresenta il maggior contributore alle esportazioni e alla crescita del Pil.
Guardare verso Est è solo una decisione necessaria per lo sviluppo economico o è anche scelta politica?
È solo una decisione economica. Noi siamo per natura parte dell’Europa, vorremmo iniziare i negoziati d’ingresso nell’Ue alla metà di quest’anno. Semplicemente non sappiamo quanto questo processo durerà e la nostra gente, con la disoccupazione piuttosto alta, non può aspettare la fine della crisi dell’Euro. Ci chiedono soluzioni. In qualche modo, diciamo, stiamo provando a rimettere in funzione qualcosa di simile alle strategie di Tito ai tempi della Jugoslavia.
Qualcosa tipo il Movimento dei Non Allineati?
Qualcosa del genere. Non è lo stesso periodo storico, ma le circostanze nell’Ue ci hanno spinto a pensare molto di più alle politiche di Tito (Dinkic' sorride).
Lei ha menzionato la Fiat. È ottimista sul fatto che l’investimento abbia successo, che si producano a Kragujevac 200mila auto nel 2013?
Penso che ora dipenda dal mercato, ma le prime informazioni (sulle vendite) in Europa sono buone e sta iniziando l’export verso gli Usa. Secondo il management di Kragujevac, Fiat dovrebbe produrre almeno 120-130mila auto quest’anno e ciò concorrerà a un aumento del nostro export pari a 1,5 miliardi di euro. L’export totale l’anno scorso è stato di 8,6 miliardi di euro. Grazie a Fiat e grazie agli investimenti russi ci attendiamo una crescita delle esportazioni del 25%. Sono state tuttavia mosse critiche, in Serbia e anche in Italia, alla politica di Belgrado verso gli investitori stranieri.
Troppo generosi gli incentivi, si dice. È questa l’unica strada per attirare investimenti? Ed è sostenibile per lo Stato?
Non abbiamo, come Draghi, il potere di diminuire il tasso d’interesse europeo e di avere crediti più economici. Facciamo allora in modo di usare le nostre risorse per attirare alcune industrie, come quelle automobilistiche e del settore Ict. I soldi che diamo ritornano nel nostro budget in poco tempo, attraverso contributi, alcune tasse, nuove assunzioni, grazie all’aumento del valore dell’export di queste aziende e all’arrivo di nuove tecnologie. Un modello che abbiamo seguito con Fiat e che siamo pronti a seguire con chiunque, nel settore automotive, ma anche in altri campi. Come quello dei semiconduttori, dove stiamo discutendo con una società degli Emirati Arabi, Mubadala, un investimento potenziale di 4 miliardi di dollari, con opportunità di lavoro per circa mille fra i migliori ingegneri. Una condizione propizia per richiamare serbi che ora vivono all’estero.
Una “Silicon Valley” in Serbia?
Vorremmo fare qualcosa, abbiamo 36 istituti superiori e 13 università tecnologiche. La nostra idea è quella, entro la fine di febbraio, di promuovere un nuovo programma per attirare investitori del settore informatico, un mix di sovvenzioni, facilitazioni fiscali e nuove politiche di formazione, creando un ecosistema nel Paese per sostenere un’economia “knowledge-based”. E siamo pronti a considerare di tagliare del doppio il livello di tassazione per questo tipo di imprese. Nel frattempo, l’economia è in crisi e la disoccupazione è pesante.
Lei è stato membro anche del precedente governo. Come valuta il lavoro di questo esecutivo?
Questo governo è molto più popolare del precedente, perché ha iniziato una dura lotta alla corruzione e perché abbiamo stabilizzato le finanze pubbliche in breve tempo ed evitato una crisi del debito. La stabilità economica è legata a quella politica.
A Belgrado si rumoreggia di elezioni anticipate. Pensa sia un’opzione realistica?
Il coordinamento nel governo è buono, non mi aspetto un voto anticipato. La cosa più importante è che manterremo l’obiettivo dell’integrazione europea, aprendo allo stesso tempo a nuove opportunità e facendo cambiamenti dove vediamo troppa burocrazia. Per far sì che le cose procedano più speditamente.

 

43 – La Voce del Popolo 16/01/13 Cultura - La Jugoslavia di Tito? Un bluff colossale
La Jugoslavia di Tito? Un bluff colossale
William Klinger balza nel panorama internazionale con un lavoro del 2008 sui servizi segreti di sicurezza jugoslavi, in particolare l’OZNA (letteralmente: Dipartimento per la protezione – o la sicurezza – del popolo). Lo studiosi fiumano aveva cercato all’epoca di fare il punto su quanto era stato pubblicato sull’apparato segreto jugoslavo fino a quel momento, un argomento sul quale hanno scritto poco la storiografia jugoslava, che fondamentalmente si è preoccupata principalemente della stesura della “vulgata” del regime, da insegnare a scuola – e sulla quale si sono basate gran parte delle opere uscite all’estero sulla storia della Jugoslavia di Tito –; d’altra parte, gli “addetti ai lavori” si sono trovai di fronte a un’imponente mole documentaria prodotta da funzionari di partito, militari e quant’altro (in particolare dopo la morte di Tito del 1980 e fino allo smembramento della Jugoslavia nel 1990), ma della quale però mancava qualsiasi tipo di analisi critica. Ne hanno scritto poco – con piglio scientifico – le storiografie dei Paesi nati con la dissoluzione della Federativa, mentre in Italia non è stato fatto assolutamente nulla. Di fatto Klinger ha messo assieme un’ipotesi storiografica assieme alle fonti. È nato così questo suo lavoro monografico “Il terrore del popolo: storia dell’Ozna, la polizia politica di Tito” pubblicato a fine 2012 dalla casa editrice “Italo Svevo” di Trieste (per il quale Klinger ha ottenuto il sostegno della Lega Nazionale). Il libro è derivato da un saggio originale pubblicato sulla rivista “Fiume”, della Società di Studi Fiumani a Roma, nel 2009.
Ricordo che come tesi di maturità, al Liceo italiano di Fiume, affrontasti la figura di Antonio Grossich, medico, personaggio dagli indubbi meriti in campo scientifico – pochi sanno che fu lui a introdurre la tintura di iodio in chirurgia –, ma completamente ignorato, anzi bistrattato dalla storiografia croata (e prima jugoslava) per le sue scelte politiche. Ora ti stai occupando della famigerata OZNA, la polizia segreta jugoslava. Hai una passione particolare per le figure e gli argomenti controversi?
“L’argomento Grossich me lo suggerì l’amico Fulvio Varljen (già docente presso l’allora Centro per l’istruzione in lingua italiana, connazionale che partecipò in prima linea al rinnovamento in seno alla Comunità nazionale italiana, che gestì le trasformazioni e i problemi dei difficili anni Novanta, quando in Croazia imperversava la guerra, ed egli stesso veniva inviato al fronte in Lika quale medico-anestesista, ma anche quando la legge Boniver apriva le porte a un altro esodo degli italiani di queste terre, nda). L’argomento mi affascinò, specie il Consiglio Nazionale italiano di Fiume di cui Grossich fu presidente nonché il periodo dannunziano che seguì. L’argomento mi affascina tuttora: nel triennio 1918 - 1921 Fiume fu un vero laboratorio politico d’importanza mondiale. La storiografia croata post-1945 oggettivamente fa pena: sotto la direzione di Jaroslav Sidak e suoi compagni essa ha metodicamente evitato di trattare qualsiasi tema controverso, preferendosi occupare di personaggi strani e gruppi marginali. Per questo motivo su Fiume si lavora poco e male. La storiografia italiana non va molto meglio: anche qua sono “pubblicisti” e amatori ad occuparsi di storia. I cosiddetti storici di professione, salvo poche eccezioni (De Felice, Paolo Alatri e oggi Silvio Pons), non trattano i grandi temi della storia politica del Ventesimo secolo. Dopo la fine del comunismo in Jugoslavia mi aspettavo che sulla scia dei lavori di Ivo Banac (all’epoca docente a Yale) si sarebbero intrapresi studi sul comunismo jugoslavo. Non accadde nulla per decenni e finito il dottorato, incentrato sull’autonomismo fiumano 1848 - 1924, mi misi a studiare la guerra partigiana di Tito. Mi accorsi che sulla sua strategia e tattica era stato scritto poco e che l’apparato coercitivo vi assumeva un’importanza capitale, ma mancavano lavori sull’argomento, anche se in Slovenia cominciava a muoversi qualcosa (Jerca Vodusek Staric e Ljuba Dornik Subelj. Così decisi di affrontare il nodo OZNA.

È da qualche anno che fai delle ricerche sull’OZNA, tant’è che da un iniziale dossier per la rivista “Fiume” – in cui esaminavi l’ascesa al potere di Tito, tra repressione e rivoluzione – è nata questa recente opera monografica. Hai voluto addentrarti su un terreno impervio, finora mai realmente percorso in modo scientifico. La domanda pertanto è quasi scontata: da dove scaturisce l’interesse per questa tematica? Qual è l’aspetto principale sul quale vuoi fare luce?
“L’articolo apparso nel 2009 sulla rivista ‘Fiume’ era un condensato di quanto avevo capito sulla strategia e tattica di Tito. L’OZNA era il caposaldo del suo sistema di potere e pertanto permetteva di fornire un quadro coerente. All’epoca non sapevo che cosa avrei trovato e devo dire che solo dopo aver ultimato ‘Il terrore del popolo’ compresi quali erano i veri nodi del problema. In sostanza, come aveva già compreso il professore Geoffrey Swain di Glasgow (che ho intervistato nel 2010), autore della più recente monografia inglese su Tito, per l’editore Tauris di Londra, il nodo centrale era l’opposizione di Tito nei confronti della tattica dei fronti popolari di Stalin. Solo gli sloveni diligentemente vi si attennero fondando il loro fronte popolare l’Osvobodilna Fronta. Avendo un’organizzazione di fatto indipendente dal comando di Tito, provvista anche di un apparato proprio di sicurezza e repressione (il VOS) Tito dovette faticare non poco per subordinare la dirigenza slovena al suo comando. Per farlo aveva bisogno di un apparato di sicurezza e informazioni centralizzato che rispondeva solo a lui. I primi decreti di questo tipo sono del fine del 1942, ma gli sloveni non sciolsero il VOS che rispondeva al CC del PCS e limitarono la presa dell’apparato di Tito alle sole unità partigiane.
In Slovenia c’erano quindi due resistenze comuniste: una di formato staliniano OF + VOS e l’altra partigiana di Tito. La situazione si risolse solo dopo che nel febbraio del 1944 Stalin riconobbe la supremazia di Tito su tutto il teatro operativo jugoslavo. Fu solo allora che venne istituito il SNOS il quale riconosceva l’AVNOJ (il “governo della montagna” di Tito) e poco dopo il VOS venne disciolto per essere assorbito nell’OZNA, fondata nel maggio del 1944.
Considerando che il fondo archivistico dell’OZNA centrale di Belgrado è ancora off limits, su quali fonti hai lavorato nella stesura del libro e quali sono le principali difficoltà che hai incontrato? Pensi di poter ritornare sull’argomento?
“Naturalmente la difficoltà di visionare documentazione d’archivio è un fattore limitante per la ricerca storica, ma d’altra parte personalmente non credo che dalla disamina dei fondi OZNA emergeranno grosse sorprese a livello politico o strategico. Il fondo OZNA è in fase di riordino presso l’archivio militare di Belgrado e alcuni studiosi hanno iniziato a lavorarci, ma gli aspetti strategici che ho menzionato prima a loro sono sfuggiti. In realtà moltissima documentazione di Tito e degli organi centrali del partito durante la guerra partigiana è stata già pubblicata, il problema è che essa va letta con molta attenzione”.
Emerge una pluralità di funzioni o finalità, chiamiamole così, dell’OZNA, strumento fondamentale per la scalata al potere di Tito, apparato repressivo utile ai fini del consolidamento del potere “popolare” nei territori liberati dai partigiani jugoslavi… Risulta addirittura che per il Maresciallo l’attività di spionaggio fosse più importante della stessa lotta armata. In quale modo queste considerazioni cambiano la percezione delle strategie di Tito e del carattere stesso della lotta armata? Insomma, il tuo lavoro dimostra che l’OZNA non fu creata per le esigenze della lotta partigiana, bensì con il compito di eliminare ogni fronte di opposizione che avrebbe potuto minacciare Tito a guerra terminata…
“L’obiettivo strategico dei comunisti jugoslavi era quello di trasformare una guerra imperialista in guerra civile, seguendo i dettami del leninismo. Stalin vi si oppose sempre: egli confidava sulla capacità comunista di infiltrare le istituzioni borghesi per poi occupare i paesi con l’Armata Rossa. Tito dovette sopravvivere sui monti isolato e braccato dal 1941 al 1944 per forza di cose le sue priorità non potevano essere pari a quelle di Stalin. Sia Tito che Mao dovette affrontare l’opposizione di qualsiasi forza politica al suo movimento comunista, ciò impedì loro di formare un fronte popolare e pertanto essi dovettero optare per l’approccio rivoluzionario.
Nel combattere una guerra partigiana lo spionaggio è fondamentale, nel combattere una guerra civile è fondamentale distruggere qualsiasi fronte di opposizione interna. L’OZNA svolegva l’entrambe le funzioni ma, a differenza del VOS, al di fuori di uno schema da Fronte Popolare. Era più operativa che cospirativa.
Sia in Jugoslavia che in Cina la presa di potere comunista avvenne senza il controllo sovietico e infatti entrambi alla fine si sarebbero opposti a Mosca, facendo vincere alla fine l’Occidente nella Guerra fredda. Tito sconfisse i sovietici nel Mediterraneo e nel Terzo mondo, la Cina impedì un’espansione sovietica in Asia. Stalin, quindi, aveva ragione a temere l’approccio rivoluzionario di jugoslavi e cinesi!”
Tito riuscì a scongiurare il “pericolo “dell’“Operation Antagonise”, lo sbarco alleato nel dicembre del 1944 sull’isola di Lussino. Come si mosse? E che cosa tali sue mosse ci dicono di Tito e delle sue priorità?
“Oltre all’operazione “Antagonise” ne fu pianificata una molto più importante (“Gelignite”), mirante ad uno sbarco a Fiume e Veglia nonché sul nord Italia. Per Tito era lo scenario peggiore: di fatto egli era disposto ad una tregua con i “nazifascisti” pur di ricacciare gli inglesi in mare. Ma la sua posizione era talmente forte (era Comandante supremo dello scacchiere balcanico) che tali scenari non si sarebbero mai verificati”.
Altro aspetto che viene fuori dal tuo lavoro è la straordinaria capacità che Tito dimostra nel saper modificare e adattare le sue strategie come cambia il contesto…
“Assolutamente sì ma alcuni punti restavano fermi: preferiva l’azione coperta e cospirativa, si fidava solo di apparati segreti e non era disposto a svelarne la composizione a nessuno, neanche a Stalin, il quale nel 1948 lamentava il fatto che gli jugoslavi nascondevano anche la composizione del partito comunista “come se operassero ancora sempre in clandestinità”.
Nel 1940, con il crollo della Francia, in Europa rimane solo il Partito comunista jugoslavo a dimostrare una effettiva capacità di agire in condizioni di clandestinità. In quale maniera ci riesce?
“Tito aveva eccezionali capacità organizzative e di fiuto politico. Secondo Swain gli jugoslavi furono aiutati dalla durissima repressione della polizia della Jugoslavia monarchica che li aveva messi a dura prova per un periodo più lungo rispetto ai comunisti dei paesi occidentali. Gli jugoslavi furono gli ultimi in grado di operare dopo l’arrivo dei tedeschi in Francia e il Belgio. Contingenze che però Tito riuscì a sfruttare appieno. é vero che condurre una resistenza in Jugoslavia è più facile che non in un paese urbanizzato, ma è altrettanto vero che la strategia e tattica partigiana jugoslava furono un’invenzione di Tito”.
In quale misura è stata importante la componente nazional-nazionalista?
“Fondamentale: la differenza per la quale la resistenza comunista italiana in fondo non convinse molti sta tutta qua: l’internazionalismo proletario e l’emancipazione di popoli oppressi hanno senso solo in realtà multietniche quali la Jugoslavia ed ebbero anche un impatto in Spagna (Baschi e Catalani) ma non in Italia e Francia. Guarda caso un diffuso movimento di resistenza in Italia si verificò solo in Venezia Giulia (Sloveni e Croati) e in Grecia (Macedoni). Tutti, naturalmente, facevano capo a Tito”.
Sveli anche i retroscena delle operazioni dell’ OZNA nella Venezia Giulia. Quale fu il suo ruolo in questa regione, nella questione di Trieste, nei drammatici giorni di maggio del 1945?
“Uguale a quello che essa ebbe p. es,. a Lubiana o Zagabria la differenza è che Trieste alla fine non fu jugoslava e pertanto della repressione dell’OZNA si poté parlare subito nel 1945”.
Ci fu, nei confronti degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia, la cosiddetta pulizia etnica? O piuttosto, come sono molti propensi a credere, la repressione e il contenimento della presenza italiana vanno inquadrati nell’ottica nell’eliminazione di ogni potenziale opposizione, di ogni forza che avrebbe potuto sventare i suoi piani (da, cui, ad esempio, per quanto riguarda Fiume, anche la fretta a “smantellare” ogni rimasuglio del movimento autonomista fiumano nei primi giorni del maggio 1945)?
“La domanda per Tito non aveva senso. per lui il nemico andava sterminato come fece in Serbia nel 1944 e in Carinzia e dintorni nel 1945. non l’avrebbe bollato come pulizia etnica ma distruzione del nemico. il genocidio è tale se colpisce indiscriminatamente la popolazione inclusi i minori. questo si in Jugoslavia si verificò nei confronti dei Tedeschi in Vojvodina. La popolazione venne rinchiusa in lager e i morti furono decine di migliaia, tutti civili. Nei confronti degli italiani non si tentò nulla di simile, forse per il semplice motivo che non si trattava di territorio jugoslavo e che era sotto stretta osservazione da parte angloamericana. dall’altra parte l’estremismo di Tito ne limitò fortemente la presa su popolazioni non slave come gli albanesi, gli ungheresi, i turchi e gli italiani e di fatto nei loro confronti si scatenò la repressione del regime, anche se questa poteva essere giustificata con valenze politiche e ideologiche. d’altra parte è grazie all’espulsione di questi gruppi che Tito guadagnò importanti consensi tra i ceti borghesi sloveni, croati e serbi i quali non erano troppo attratti dal comunismo. gli italiani “optarono” in massa solo perché liberi di farlo. Ad ogni modo il risultato alla fine fu lo stesso e la cartina etnica della Jugoslavia era stata semplificata rispetto al 1941”.
Tito aspirante imperatore dei Balcani, che cerca reinventarsi uno stato multietnico com’era la Monarchia asburgica, che cerca di trasformare la “sua creatura”, la Jugoslavia, in una potenza mondiale, anche se priva di ogni presupposto per essere tale, un colossale bluff, che in buona parte verrà smascherato solo molto dopo la sua morte… È questo il ritratto che ci proponi?
“Assolutamente sì. E lui fu all’altezza del ruolo imperiale che si era proposto. Se gli jugoslavi alla fine non si rivelarono all’altezza, tanto peggio per loro. Così potrebbe risponderti Tito oggi...”
Come spieghi la resistenza del mito?
“Perché è meglio sentirsi parte di un impero, anche se sgangherato, che non di provvisori geopolitici ed esperimenti territoriali quali sono oggi gli Stati eredi della Jugoslavia. del resto qualcosa di simile si è verificato anche in seno alle vecchie provincie austriache Trieste in primis...”
Ilaria Rocchi

 

44 – Il Piccolo 17/01/13 Parte il "disgelo" tra Serbia e Croazia
Parte il “disgelo” tra Serbia e Croazia

Incontro tra i premier: Milanovic assicura a Dacic il sostegno di Zagabria nell’avvicinamento alla Ue

BELGRADO Un incontro essenziale per riallacciare i rapporti tra due Paesi che, per forza di cose, devono collaborare. Due Paesi, Serbia e Croazia, che negli ultimi mesi hanno vissuto una mini-era glaciale nelle loro relazioni, per effetto di alcune incaute dichiarazioni del presidente serbo, Tomislav Nikolic e dell’assoluzione al Tpi dei generali croati Gotovina e Marka›. Due Paesi che tuttavia vogliono guardare avanti. Un’aspirazione confermata ieri a Belgrado durante un vertice fortemente voluto dal premier serbo, Ivica Dacic, e dal suo omologo croato, Zoran Milanovic. Le relazioni tra Zagabria e Belgrado «sono fondamentali per la stabilità dell’intera regione» balcanica e per questa ragione è «estremamente importante» che i due governi cooperino, ha spiegato il primo ministro Dacic dopo un meeting definito «positivo».
Un meeting nel corso del quale si sono toccati in particolare tre temi. In primis, quello della collaborazione economica, che va rinsaldata e approfondita. Ma dove si è anche parlato di «questioni aperte» risalenti agli anni Novanta, ha spiegato il leader socialista. Questioni che riguardano rifugiati, crimini di guerra, confini, pensioni, immobili, il processo di successione dei beni dell’ex Jugoslavia, ma anche le reciproche cause per genocidio intentate dai due Paesi davanti alla Corte internazionale di giustizia, «che saranno oggetto di discussioni in futuri incontri», ha promesso Dacic. Questioni che sono anche «emotive» e che dividono Belgrado e Zagabria, ma «siamo consci che dobbiamo collaborare», in campo politico ed economico e per il futuro dei Balcani nell’Ue.
«Sono venuto qui a Belgrado per vedere se possiamo fare di meglio», se i rapporti tra due Paesi «vicini», che hanno vissuto «anni difficili» nell’ultimo ventennio, possono rafforzarsi, tenendo conto che «la politica non è solo ragione, ma anche sentimenti», ha specificato da parte sua Milanovic. Sentimenti con cui è rischioso giocare e che hanno congelato a lungo i rapporti tra i due Paesi. «Perché? Ora non è importante, ma abbiamo perso sei mesi», ha ribadito Milanovic. Mesi da recuperare, anche perché Belgrado continua a sperare nell’inizio dei negoziati per l’ingresso nell’Ue e ha bisogno di un alleato come la Croazia, che del “club Ue” entrerà a far parte a luglio. E la Croazia, ha assicurato il premier di Zagabria, «sostiene la Serbia nel percorso d’integrazione nell’Ue». (s.g.)

 

45 - La Voce di Fiume - Novembre-Dicembre 2012 Frammenti - Coremo drio el balon
Frammenti di S. Lauri e M. Brecevich
Coremo drio el balon…
Da prima del 1971 l’A.S. Giuliana con i suoi soci, gli abitanti del quartiere Giuliano Dalmata (ex Villaggio Giuliano) all’EUR, Esuli provenienti dalle varie città dell’Istria e Dalmazia, hanno cercato di mantenere alcune tradizioni e usi delle loro terre d’origine.
Ormai i nostri “veci abitanti” sono rimasti pochissimi, e noi figli di profughi cerchiamo di non dimenticare quello che i nostri padri hanno trascorso, promuovendo e divulgando le origini del nostro quartiere e delle nostre genti.
Da circa due anni con l’attuale Presidente dell’A.S. Giuliana, Lauri Simonetta, figlia di zaratino, coadiuvata dal Consiglio Direttivo si è cercato di rilanciare l’Associazione con l’obiettivo di creare un punto di aggregazione per tutti gli abitanti del quartiere soprattutto per i bambini e i giovani, senza trascurare i primi soci ormai ottantenni che continuano a frequentare l’A.S. Giuliana, rivalutando e rilanciando il luogo promuovendo feste a tema e serate in allegria.
Il giorno 23 giugno 2012 si è svolta presso l’Associazione Sportiva Giuliana di Roma al quartiere Giuliano Dalmata Eur, un torneo amichevole di calcio A5. Nulla di speciale per altre associazioni sportive, ma per la nostra associazione l’evento è stato entusiasmante da vari punti di vista: primo fra tutti che i partecipanti al torneo hanno potuto gareggiare con i completi sportivi, le antiche maglie della Fiumana, Dalmazia e Grion Pola, acquisite dalla Sede Nazionale ANVGD, le stesse utilizzate nel Torneo tenutosi a Roma allo Stadio Flaminio di Roma, per poter organizzare un torneo con le maglie delle città di origine dei primi abitanti del nostro quartiere.
L’evento ha avuto successo grazie alla collaborazione di alcuni “fioi” che hanno alacremente lavorato per rimettere in sesto il campetto da calcetto e organizzare la festa sportiva, ricordiamo i fratelli Marco e Maurizio Brecevich e i loro figli Alessandro e Lorenzo (originari di Fiume) che oltre ad aver lavorato, prima delle partite si sono confrontati padri e figli “drio el balon”, gli amici Marsan Giorgio (Zara) e Claudia Fontana (Associazione di quartiere Gentes), Giuliano Petrich (Zara) con le signore Rita Cuppone Ciuciulla (Roma/Zara) Cuppone e Lauri Simonetta (Zara), Bruna Badalai Simetti (Portogruaro/Rovigno), la Sig.ra Maria Lai con le sue crostate e tanti altri amici che nei giorni prima dell’evento hanno voluto prestare la loro mano d’opera nel tempo libero, per tinteggiare e sistemare al meglio l’Associazione.
Dopo oltre 20 anni il campo di calcetto ha avuto un torneo che ha coinvolto tre generazioni a confronto, i partecipanti infatti erano i “pici” di una volta accompagnati dai loro figli e alcuni anche dai nipoti. Gli spettatori si sono divertiti e complimentati per la riuscita della giornata estiva, premiando con le loro lodi lo sforzo di chi si era adoperato nell’organizzazione della manifestazione.
Le sei squadre composte da giocatori suddivisi per città di origine e/o simpatizzanti, sono state formate e hanno giocato con i completi delle tre squadre, e l’associazione di quartiere Gentes ha partecipato con le proprie maglie.
Tra i partecipanti ricordiamo: per la categoria Giovanissimi-Istria: con le maglie di Fiume e Pola: i fratelli Brecevich Lorenzo e Simone (Fiume) con il cugino Brecevich Alessandro (Fiume), Sponza Matteo (Rovigno/Zara) e Simetti Davide (Rovigno); per la Dalmazia - Vincitori del Torneo Giovani – Giovanissimi: Giurissich Giacomo (Zara), Ricci Cicin Federico (Zara), Casiello Gabriele, Langella Lorenzo, Sciaretta Piermatteo, Chiollo Francesco e Giurissich Lorenzo (Zara).
Per la categoria Adulti abbiamo avuto 4 squadre: La squadra per il/del Quartiere – Istria/ Fiume: Simetti Angelo (Rovigno), Casiello Roberto, Bella Maurizio, Bertolino Elio (Rovigno/Zara), i fratelli Brecevich Marco e Maurizio (Fiume).
La squadra vincitrice del trofeo quale squadra più simpatica: Dalmazia (Cafè Zara) composta da Simetti Giuseppe (Rovigno), Giansanti Massimiliano, Liceti Fabio, Paduano Ferdinando (detto Nando), cap. Borghesi Gabriele , Ricci Adolfo e D’arrigo Fulvio, la squadra era composta da atleti dai 24 ai 70 anni!
La squadra dell’Associazione Gentes, che ha collaborato all’organizzazione dell’evento, composta da alcuni abitanti del quartiere: Marsan Giorgio (Zara), Nogara Marco, Piccichè Luigi, Pontillo Gennaro e Galeffi Mauro.
E infine i vincitori del torneo con i colori dell’Istria, ma con alcuni atleti di origini Dalmate, romane e polacche (lo sport unisce!) per la categoria Adulti: Marsan Marco (Zara), Nogara Daniele, Giurissich Alessandro (Zara), Moranski Nicholas e Piccicchè Luca. Vincitore della coppa quale miglior giocatore in campo per bravura, correttezza sportività e simpatia: il ragazzo Nogara Daniele. A tutti i partecipanti è stata consegnata una medaglia in ricordo della giornata.
Nel corso del torneo i bambini del quartiere, hanno allietato il tutto con un punto di ristoro con zucchero filato, pop-corn, bibite e dolci e la vendita di cappellini donati da Caterina Cervai (Fiume) e dal marito Spartaco Faletti (Fiume) titolari della omonima Tipografia e alcuni completi sportivi “storici” , il ricavato è stato devoluto per il fondo di ristrutturazione dell’A.S. Giuliana.
A chiusura del torneo è seguita una cena buffet “in frescura” nei locali dell’Associazione con brindisi finale e una torta raffigurante un campo da calcio e naturalmente non sono mancate… le nostre cantate, dal canto Dalmazia alla Fresca Bavisella (Marinaresca)!

 

46 - Globalist. it 14/01/13 Dalmazia, master in pecorologia
Dalmazia, master in pecorologia
Università per pastori. A Sebenico un corso finanziato dall'Onu vuole preparare i giovani a intraprendere un mestiere antico: tutto sugli ovini e formaggi.
 
Nella contea croata di Sebenico-Knin adesso per diventare pastori professionisti si frequenta un corso universitario: è un altro dei molti passi che il Paese sta compiendo con lo zelo del principiante verso le normative europee, dopo l'accesso alla Ue previsto per il 1 luglio prossimo nel Paese affacciato sull'Adriatico chi non avrà conseguito il "master" in pecorologia non potrà sopravvivere alle sfide del mercato. Il corso è abbastanza accelerato, poiché conta in tutto 130 ore di lezioni teoriche e pratiche e la "Slobodna Dalmacjia" ha incontrato alcuni degli studenti, che in linea di massima si dicono molto soddisfatti dell'iniziativa.

"I nostri insegnanti ci mettono continuamente in contatto con i piu' moderni sistemi di allevamento e di conservazione del lato - dice per esempio Alduk, giovane pastore che venuto dai monti di Drnis - e ci viene insegnato come diventare competitivi grazie a nuovi sistemi che sorpassano di gran lunga quelli tradizionali". John Laginja, capo dell'ufficio delle Nazioni Unite a Zara si dice particolarmente fiero dell'iniziativa che si sta portando avanti con i fondi del Programma Onu per lo sviluppo: "In tutti i settori c'e' da imparare e sono felice che i pastori di questa zona abbiano compreso quanto investimenti e sviluppo siamo importanti anche nel loro settore. Nonostante la pastorizia dalle nostre parti sia rimasta gestita soprattutto da persone anziane, questo programma sta evidenziando un interesse crescente da parte dei giovani per nuovi sistemi di lavoro da applicare ad un'attivita' vecchio stile".

Alla fine dei corsi, come in ogni Universita' che si rispetti gli allievi devono superare un esame tecnico, oltre a prove di cultura generale. Una delle parti piu' complesse e' quella che riguarda l'alimentazione degli ovini rispetto alla quantità e qualità dell'erba, la collocazione dei pascoli e alla stagione. seguono lezioni sull'anatomia animale, le malattie piu' frequenti ed il modo di affrontarle, i modi di ottenere una maggiore produzione di latte e quali sono i migliori metodi di produzione dei formaggi.

 

47 - Linkiesta 18/01/13 I fanti da Mar, i primi marines
I fanti da Mar, i primi marines
Nicola Bergamo
I “fanti da mar”, ossia "i soldati marini" (poi oltremarini), della Serenissima erano un corpo militare molto importante. La loro origine è ignota. Pare che i primi riferimenti siano riconducibili alla quarta crociata, quando, agli ordini dell’ottuagenario e mezzo cieco Doge Enrico Dandolo, un gruppo di soldati riuniti in un reggimento, vennero impiegati in un’azione anfibia per la conquista di Costantinopoli. Poi per un lungo periodo, ossia dal 1204 al 1550, quando abbiamo nuovamente riferimenti a tale corpo, non si hanno più notizie delle loro azioni militari.
Tornarono invece di attualità durante la guerra di Morea, quando vennero nuovamente utilizzati dal “Capitan da Mar” Francesco Morosini. In questo caso abbiamo dei validi esempi di partecipazione attiva dei “fanti da mar” per la campagna anfibia organizzata dal valido ammiraglio veneziano. Questi soldati facevano parte della Armada della Serenissima, ossia della Marina veneziana, ma erano di fatto dei veri e propri fanti di terra. Il loro comandante, durante la spedizione in More, fu Nicolò, conte di Strassoldo, che venne esplicitamente richiamato per l’occasione.
La prima menzione di utilizzo effettivo dei “fanti da mar” avvenne nella conquista della fortezza di Navarrino Nuovo. Al suo interno si trovavano, per la difesa della città, ben 10mila soldati e 2000 cavalieri turchi. Morosini, invece, poteva schierare in campo circa la metà degli uomini, all’incirca 4000 effettivi. Il suo piano era così astuto che la differenza tra i due eserciti sarebbe stata superata e quasi del tutto annullata. Egli infatti aveva pensato ad un attacco su due fronti: il primo da parte della flotta veneziana con un robusto bombardamento, il secondo, invece, con l’impiego delle truppe di terra guidate dal Capitano Generale Corner. Una volta che questi due attacchi si erano concretizzati, Morosini avrebbe utilizzato il suo coup de théâtre, vale a dire l’attacco da parte dei “fanti da mar” sbaragliando le solite tattiche e creando l’effetto sorpresa. Fu così che le galee vomitarono diversi gruppi di soldati marini che, protetti dal fuoco di copertura da parte della flotta, attaccarono la fortezza. Navarrino capitolò e fu conquistata dall’esercito veneziano. L’attacco, per la prima volta, era avvenuto da tre fronti, mare, terra e anfibio.
La nuova tattica fu ampliamente utilizzata in tutta la guerra di Morea e l’impiego dei “fanti da mar” fu sempre più massiccio e sempre più impegnativo. Il sette luglio del 1686 fu presa Modone, uno dei due occhi della Repubblica, poi fu il turno di Argo che fu conquistata grazie all’uso intelligente di questa nuova truppa. La città era difesa dal generale Mustafà Pascià e dalle sue ingenti truppe ottomane.
Anche in questo caso l’attacco a tenaglia prevedeva l’utilizzo dalle truppe “da tera” guidate da Königsmarck, e quelle dal mare guidate dal Morosini. La Marina veneziana iniziò l’attacco con un fortissimo bombardamento dal mare, puntando direttamente le possenti mura nemiche. Diversi colpi andarono a segno e furono aperte due grosse brecce nella fortificazione. Una volta che si erano creati degli spazi abbastanza nitidi, il “General da Mar” fece uscire le sue truppe anfibie e grazie a piccole imbarcazioni riuscirono ad entrare nella città costringendo i Turchi alla resa. Una volta vinta la battaglia urlarono “Viva San Marco” il motto dei “fanti da mar” che ancora oggi è utilizzato dal corpo militare anfibio chiamato Lagunari.

Fu forse la più grande manifestazione di forza dell’esercito veneziano, ormai sulla lenta fase del declino. I fanti da mar diedero il loro importante contributo alle conquiste di Morea.
Dove venivano reclutati i “fanti oltremarini”?
Non si conosce l’etnia dei fanti ma è probabile che fossero dei soldati che conoscevano bene il mare. Molti di questi combattenti erano di origine “schiavona”, ossia provenivano dalle terre outremer (“oltremarino”) veneziano, vale a dire Dalmazia, Albania e Grecia. Questi formavano undici reggimenti, ciascuno di otto compagnie, e potevano utilizzare la loro lingua durante le operazioni belliche. La loro base operativa si trovava a Zara, mentre la famosa riva a Venezia, che porta ancora il loro nome, era il luogo del loro reclutamento. A Venezia c’è ancora adesso una Scuola (ossia un'antica istituzione di carattere associativo-corporativo), chiamata “Scuola di San Giorgio degli Schiavoni” e si trova nel Sestiere di Castello. Al tempo della Serenissima era sede e ritrovo di tutti gli Schiavoni illustri che abitavano in città.
Il corpo degli “Oltremarini” era munito di un incredibile coraggio e, di una abnegazione tale alla causa di Venezia, da essere ricordati come i “fedelissimi di San Marco”. Nel 1368 a Perasto, gli Schiavoni dimostrarono il loro attaccamento alla loro madre patria nella guerra contro Trieste da guadagnarsi il titolo di “Fedelissima Gonfaloniera”. Al contrario, la loro disciplina era il loro punto debole. Quando gli Schiavoni furono inviati a Padova per il servizio di vigilanza, furono acquartierati fuori dalle mura per via delle continue risse nelle quali erano costantemente coinvolti. Il 12 maggio del 1797 quando Venezia cadde in mano ai Francesi, gli Schiavoni furono gli ultimi ad abbandonarla, dimostrando ancora una volta la loro dedizione alla loro madre patria.
L’armamento e il vestiario
Il loro vestire era sempre lo stesso e vantava una lunga tradizione. Solo negli ultimi anni della Repubblica venne sancito legalmente con un decreto del Senato il 24 febbraio del 1724. Gli Oltremarini vestivano con colori cremisi e portavano un copricapo di martora o faina, sia il panciotto che la giacca, che veniva indossata sopra, avevano ricamati degli alamari in base al grado. I pantaloni erano di solito molto stretti, le scarpe erano di feltro e una fascia azzurra veniva cinta a mo’ di cintura. La divisa da parata, invece, consisteva in una giacca lunga di color rosso cremisi con dei risvolti blue.
Erano soliti portare con loro la sciabola, detta appunto “schiavona”, che aveva la caratteristica di essere molto pesante ed era a lama larga ricurva. Ognuno aveva una pistola ad avancarica, un pugnale a lama lunga, e un fucile senza baionetta.
Gli ufficiali invece si distinguevano per gli ornamenti più raffinati e per avere in dotazione un bastone, simbolo del loro grado e ovviamente del comando.
Usavano tenere i capelli lunghi e molte volte incolti, si lasciavano crescere lungi baffi, caratteristica che divenne cliché del loro corpo.
- Le prime tre fonte wikipedia
- Le ultime tre fonte Associazione Storico Identitaria 16° reggimento Treviso 1797

Un ringraziamento particolare va a Mattias Von Der Schulenburg per il suo prezioso aiuto e per le bellissime immagini.
Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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