RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA
A CURA DI MARIA RITA COSLIANI, EUFEMIA GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI


N. 861 – 26 Gennaio 2013
Sommario


48 - La Voce del Popolo 25/01/13 FederEsuli e MLHistria chiedono di fermare gli intenti negazionisti
49 - L’Arena di Pola 24/01/13 Comunicato del Libero comune di Pola in Esilio : Si rispetti la Legge
50 - La Voce del Popolo 22/01/13 ANVGD, impegnati a costruire nuovi rapporti e opportunità (Rosanna Turcinovich Giuricin)
51 - East Journal 24/01/13 Esuli istriani: l'IRCI verso il trentennale tra economie e polemiche. Cresce il distacco tra esuli e rimasti. (Valentina Di Cesare)
52 - L'Arena di Pola 24/01/2013 Testimonianza e volontà di cambiare (Silvio Mazzaroli)
53 - Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 23/01/13 - Ballarin (Anvgd): La scuola non può dimenticare Giuseppe Tosi (Aise)
54 - CDM Arcipelago Adriatico 17/01/13 Un Dalmata al Senato: inaugurato busto di Luigi Ziliotto
55 - La Voce del Popolo 25/01/13 «Il bilinguismo non è mica un optional» (Dario Saftich)
56 – La Voce del Popolo 23/01/13 Confine a Punta Salvore? Diviso il governo di Lubiana
57 - La Voce del Popolo 23/01/13 Cultura - Roma: Immagini dall'Adriatico al Tevere anche opere di Ruzzier e Marusic
58 - CDM Arcipelago Adriatico 20/01/2013 - UPT: la Toponomastica ancora da conoscere e studiare (Rosanna Turcinovich Giuricin)
59 - Il Piccolo 25/01/13 Ettore e Adelina Finzi: Diario di una fuga dall'Olocausto fino alla Palestina (Pietro Spirito)
60 - La Voce del Popolo 25/01/13 Cultura - La famiglia Antonelli tra Auschwitz e Isola Calva
61 – La Voce del Popolo 23/01/13 L'Europa attende la Croazia già a luglio
62 – La Voce del Popolo 23/01/13 Tra Fiume e Monfalcone un asse ferroviario (Krsto Bab)

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

48 - La Voce del Popolo 25/01/13 FederEsuli e MLHistria chiedono di fermare gli intenti negazionisti
FederEsuli e MLHistria chiedono di fermare gli intenti negazionisti
“FederEsuli e MLHIstria dicono no al negazionismo”. Due gli appelli diramati nei giorni scorsi che esortano a considerare la solennità del 10 Febbraio anche nella scelta dei relatori. Il Presidente di FederEsuli, Renzo Codarin, in un comunicato stampa esprime la profonda gratitudine dell’Associazione “a quelle persone, dagli storici ai testimoni, dai giovani agli artisti ed autori, che in questa giornata, anche quest’anno, si spenderanno per sottolineare il duro percorso della storia del Novecento al confine orientale. Sono tutti impegnati ad informare in modo giusto, obiettivo e puntuale sulle pagine di storia che ci riguardano. Spesso però, come abbiamo avuto modo di rilevare e denunciare ogni anno, si fanno avanti e offrono la propria interpretazione – afferma Codarin -, individui di poco scrupolo, per non dire dei negazionisti, il cui unico fine è quello di sminuire la portata di una tragedia spesso considerandola la normale conseguenza della contrapposizione bellica, nazionale ed ideologica. Ecco perché chiediamo a tutti coloro – amministrazioni, scuole, circoli, enti, testate giornalistiche - che, dovendo operare una scelta, si trovassero a dubitare della legittimità di un intervento, di un articolo, di una conferenza, di consultare le nostre associazioni, affinché ciò che la legge ci ha concesso non ci venga tolto, o semplicemente sia vanificato, da un approccio indicibile di genti di poco scrupolo e spessore”.
Anche la MLHistria, seguendo la mission che ne ha decretato la nascita come gruppo di dibattito on-line, si rivolge con una nota a tutti i soggetti coinvolti rammentando agli stessi che “sarebbe assai inopportuno che tale ricorrenza venisse snaturata, ponendo artificiosamente in dubbio le ragioni che hanno portato il Parlamento a votare (a stragrande maggioranza) la sua stessa istituzione. Viceversa, il Giorno del Ricordo è un’occasione pensata e concepita per onorare il dramma delle genti giuliano-dalmate ed il sacrificio di tanti italiani vittime degli orrori della barbarie umana. Si spera pertanto che nel corso delle manifestazioni culturali nonché delle trasmissioni radio-televisive da voi organizzate e promosse si eviti di invitare tutti coloro che in un modo o nell’altro potrebbero venire meno allo spirito commemorativo espresso da relativa legge dello Stato (n°92/2004) e anzi mostrarsi in palese contrasto con essa attraverso tesi vergognosamente negazioniste ed offensive, come purtroppo troppo spesso è accaduto in passato anche in sedi prestigiose”. Ha lasciato un profondo segno d’indignazione la puntata di Porta a Porta del febbraio 2012 dedicata all’esodo, che aveva voluto dare spazio alle tesi negazioniste di fronte ad una platea di testimoni dell’esodo e di stimati storici. Un’esperienza da non ripetere. (rtg)

 

49 - L’Arena di Pola 24/01/13 Comunicato del Libero comune di Pola in Esilio : Si rispetti la Legge
Si rispetti la Legge

Il Libero Comune di Pola in Esilio fa appello a Istituzioni e Organi di informazione affinché il Giorno del Ricordo non diventi una tribuna per negazionisti e giustificazionisti della tragedia giuliano-dalmata.

In base alla Legge n° 92 del 2004, il Giorno del Ricordo delle Vittime delle foibe, dell’esodo degli Istriani, Fiumani e Dalmati e della più complessa vicenda della frontiera orientale verrà celebrato ufficialmente il 10 febbraio, ed in altre date vicine, con cerimonie istituzionali ed eventi culturali commemorativi.

In dette circostanze verranno ricordati i soprusi, le uccisioni ed il distacco dalle proprie case e dai propri affetti dovuti subire dalle nostre genti durante e dopo la fine della seconda guerra mondiale e che per circa 60 anni, per cosiddette ragioni di opportunità politica, sono stati tenuti celati all’opinione pubblica nazionale ed internazionale. Riteniamo, pertanto, assolutamente fuori luogo – perché in vilipendio della Legge istitutiva del Giorno del Ricordo ed offensivo nei confronti di chi così tanto ebbe a soffrire – che ad altri, nelle medesime circostanze, sia dato spazio per mettere in discussione ciò che una Legge dello Stato ha ufficialmente riconosciuto.

Vi invitiamo perciò ad evitare, nell’esercizio delle Vostre funzioni pubbliche, nella organizzazione di eventi e nella diffusione di informazioni, di coinvolgere chi possa voler contrastare le celebrazioni con l’esposizione di tesi negazioniste e/o giustificazioniste oppure con ricostruzioni storiche artificiose come già, purtroppo, avvenuto ripetutamente negli anni scorsi. Ciò, anche in considerazione del fatto che a costoro, in altri momenti dell’anno, non mancheranno occasioni per dibattiti e confronti storici in cui sostenere le loro tesi.
Confidando nell’accoglimento della nostra istanza, inviamo distinti saluti.
Il Consiglio Comunale del Libero Comune di Pola in Esilio

 

50 - La Voce del Popolo 22/01/13 ANVGD, impegnati a costruire nuovi rapporti e opportunità
ANVGD, impegnati a costruire nuovi rapporti e opportunità
Qualche anno fa, Grazia Maria Giassi, esule da Laurana scriveva in una poesia…e poi semo andadi via, come foie coi refoli de Bora… L’esodo, l’inizio di un lungo processo di rabbia e dolore, nostalgia e struggimento.
Divisioni, recriminazioni che hanno riempito decenni di colpevoli silenzi la vicenda dell’Adriatico orientale. Un popolo giuliano-dalmato disperso ha costruito una dimensione personale e comunitaria chiusa, con la creazione di associazioni, comitati, consulte e tutte quelle forme associative che avrebbero garantito il rispetto di diritti disattesi, l’affermazione della propria dimensione comunitaria, gli interessi di singoli e di gruppi raccolti di volta in volta attorno ad un uomo o ad una idea. Hanno resistito per tanto tempo, autofinanziandosi, organizzando iniziative, assegnando case e cercando lavoro per chi ne aveva bisogno. I tempi sono cambiati, l’assetto geopolitico dell’Area adriatica in un contesto europeo è mutato e il 10 Febbraio ha fatto uscire dall’oblìo le pagine di storia di un popolo. Tutto da rifare. Gli anziani hanno chiuso gli occhi lasciando una difficile eredità che le giovani generazioni ora devono gestire. E’ chiaro da tempo che la storia ha fagocitato sogni e desideri: se s’intende resistere ed evolvere bisogna giocoforza cambiare registro.
Lo si ribadisce da qualche anno nelle varie occasioni d’incontro, è stato il tema centrale del Congresso dell’ANVGD di Gorizia. Viene ora sottolineato ulteriormente alla prima riunione del nuovo Consiglio dell’Associazione, riunito a Roma nella sede del Museo Archivio e Società di Studi Fiumani di via Cippico, nel Quartiere giuliano.
Il Presidente Antonio Ballarin cerca di infondere coraggio e speranza con ragionevole determinazione in chi ha visto svanire negli anni il tempo delle rivendicazioni e in chi vorrebbe cambiare tutto e subito come se un colpo di spugna potesse bastare e fosse possibile. Con i tempi che sono chiaramente cambiati anche l’associazionismo degli esuli è in dovere di farlo. Se la strada indicata dalla scuola è chiaramente un successo, grazie alla collaborazione con il MIUR ed i Seminari che diventano tradizionali, - il prossimo si terrà a marzo a Trieste -, per gli altri settori tutto è ancora da definire. Preoccupano i ritardi nel finanziamento dei progetti che stanno bloccando l’attività dei Comitati da tre anni, preoccupa la lentezza con cui procede la realizzazione di una Fondazione che garantisca una base economica alle associazioni insieme all’Associazione di Promozione Sociale che sta decollando in termini utili per poter contare sul 5 per mille e sulle libere donazioni, impossibili ma non impensabili fino ad ora. A chi affidare la cultura, il dialogo con la Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia, il rapporto con i giovani, l’editoria, e così via. Si avverte il peso dei tanti ritardi o semplicemente dell’inesistenza di una base sulla quale intervenire perché nel passato la preoccupazione era spostata su altri termini e nulla si è costruito su molte di queste tematiche perché era impossibile farlo. Le necessità del presente nascono solo ora ma sono pressanti e vanno risolte. Vanno superati i dissidi, va costruito lo scheletro di un organismo pulsante che non basta più a se stesso. Sono riflessioni che si rincorrono nei discorsi di Lucio Toth che apre il Consiglio nella sua funzione di past President e che vengono ripescate nel lungo intervento del Presidente Antonio Ballarin e dei consiglieri: Brazzoduro, Depetroni, Schurzel, Angeleri, Papetti, Aquilante, Rossi, Copettari, Calci ed altri ancora giunti da tutta Italia per confermare la propria adesione e la volontà di esserci e procedere.
Su quali basi? Non siamo nati nelle città dei nostri padri – dice Ballarin – ma la nostra identità e il nostro senso d’appartenenza sono chiari e in nome di questi intendiamo continuare a lavorare, proporre, costruire, innovare.
Che cosa? Ed elenca una lunga lista di principi che attendono dietro l’angolo. Ci si deve far conoscere, non ci si può chiudere all’interno di un mondo che è vissuto in solitudine per troppo tempo. Bisogna entrare nella percezione della nazione, nelle pagine di storia, nel vissuto delle scuole, negli interessi dell’editoria, nei rapporti con le città e le Comunità degli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia “non come turisti o ospiti, ma come parte di una realtà che ci riconosca come tali”.
Sarà una strada lunga e tortuosa, sembra promettere il Presidente, ma meritevole di essere percorsa con tanto impegno di gente che lavora, perché nell’ANVGD si sta facendo sempre più strada una generazione ancora attiva, lontana dalla soglia della pensione, ma decisa a spendersi per non disperdere i significati di un’appartenenza che continua ancora a manifestarsi in modo forte. E i contatti vanno mantenuti anche con le Comunità sparse nel mondo, in quell’Oltreoceano dove si mescola l’inglese al nostro dialetto. A quel mondo americano al quale sembra essersi ispirato Ballarin quando afferma “di avere un sogno”. Suona quasi in modo anacronistico, tanto sincero entusiasmo e voglia di osare; magari semplificando e spiegando i concetti ancora allo stato brado che avranno bisogno di essere ripuliti ed affinati, resi inattaccabili. Lontani dagli interessi di parte, diretti al cuore delle persone, convinti di poter ancora dare un contributo forte alla comune causa.
Come coriandoli semo andadi via, dice Ballarin e fa tornare in mente in chi l’ascolta i versi della poesia della Giassi che s’immaginava di veleggiare sul Quarnero col vento in poppa. Dei buoni propositi.
Ballarin le chiama Linee guida per i prossimi anni che inglobino i nove punti su cui opera da tempo la FederEsuli e ne comprenda di altri. Consolati dal fatto che l’ideologia che ci voleva divisi come popolo, “ha fallito”. E si concentra sulla lunga lista dei desiderata: salvaguardia della nostra presenza nelle terre adriatiche, diritto alla giustizia, riorganizzazione dell’associazione, tutela e promozione dell’identità, raccolta di testimonianze, censimento di ciò che già esiste, diffusione di storia e cultura, formazione, comunicazione, attività economica, rifinanziamento Legge 72 e tanto altro ancora. Si va a cominciare.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

51 - East Journal 24/01/13 Esuli istriani: l'IRCI verso il trentennale tra economie e polemiche. Cresce il distacco tra esuli e rimasti.
Esuli istriani: l’IRCI verso il trentennale tra economie e polemiche. Cresce il distacco tra esuli e rimasti.
di Valentina Di Cesare
Nel 2013 l’Irci, Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste, celebrerà il trentennale dalla sua fondazione, non senza polemiche né difficoltà economiche.
Gli eventi in programma per l’intero anno, insieme all’appuntamento centrale della Giornata del Ricordo del 10 febbraio, saranno molti e itineranti. Da giornate dedicate allo studio della resistenza italiana in Istria, per una ricognizione sui rapporti tra antifascisti italiani e partigiani jugoslavi, a incontri con le comunità italiane e i circoli degli esuli presenti nei maggiori centri di Istria e Quarnero, per discutere di progetti volti a valorizzare la cultura italiana in Istria, dalla creazione di un archivio condiviso di memorie e testimonianze sull’esodo delle popolazioni giuliano-dalmate, alla realizzazione di un museo civico della civiltà istriana. Tuttavia, nonostante il ricco panorama di iniziative, gli umori e le polemiche fuori e dentro l’Istituto, nato dall’unione delle varie associazioni di esuli italiani in Istria, non arrivano a placarsi. Le difficoltà economiche causate dai tagli che lo stato Italiano, uno dei maggiori enti finanziatori dell’Irci, ha messo in atto nel 2012, preoccupano non poco l’organico dell’istituto che quest’anno, oltre che celebrare i suoi primi 30 anni, festeggerà anche l’unificazione del territorio istriano-fiumano-dalmata nell’ambito dell’Unione Europea. Sul dimezzamento dei fondi, gli organi maggiori dell’Irci hanno espresso molte perplessità, lamentando il fatto che da sempre tutte le commissioni e gli incarichi del direttivo sono gratuiti, e che il personale dell’Irci è altamente qualificato e non si è mai reso protagonista di sprechi di denaro, anche perché la diminuzione di contributi finanziari si trascinava ormai da diversi anni. La presidentessa dell’Irci Chiara Vigini ha dichiarato che in questo momento i finanziamenti all’Istituto dovrebbero al contrario essere incrementati, vista la necessità di mettere in atto programmi efficaci per realizzare davvero un’integrazione culturale tra le popolazioni italiane dell’alto Adriatico,e potenziare scambi e dialoghi tra l’Italia e i suoi esuli in Istria, Quarnero e Dalmazia.
Da parte degli esuli che al contrario, non ricoprono cariche all’interno delle varie associazioni sono invece arrivate non poche critiche, sia sulla vicenda dei finanziamenti all’Istituto che sulla “piega politica” che l’Irci avrebbe preso negli ultimi anni. Per quel che riguarda le risorse economiche, le polemiche si concentrano da mesi sulla realizzazione di un vero Museo della Civiltà Istriana; per ora alcune mostre erano state ospitate in altri locali, ma secondo i patti il museo degli istriani dovrebbe essere inserito nella rete civica degli spazi culturali triestini. Non poche sono le critiche arrivate dagli istriani sullo stato di abbandono in cui verserebbe l’Irci stesso, e di conseguenza sui suoi stessi progetti, nonostante le promesse dei rappresentanti. Molti istriani infatti, hanno dichiarato che negli ultimi tempi, le attività dell’Irci sarebbero diminuite e con loro si sarebbero ridotti l’impegno e la costanza : pressoché abbandonata la pubblicazione del periodico dell’istituto (“Istria Fiume Dalmazia: tempi e cultura”), a detta di molti esuli gli avvenimenti promossi dall’Irci sarebbero piuttosto secondari e settoriali, e non contribuirebbero affatto a modificare le condizioni degli italiani in Istria. Oltre alla protesta contro la chiusura dell’Istituto durante il mese di agosto, unico momento in cui secondo molti sarebbe più opportuno restare aperti per i visitatori, c’è polemica anche sullo stato della biblioteca dell’Irci e sulla fruibilità dei suoi fondi, ma soprattutto le critiche si fanno sentire sul mancato aggiornamento dell’istituto in materia di comunicazione. Una comunicazione gestita in maniera vetusta e non regolare, per niente presente sui social network e mal organizzata su internet, avrebbe relegato le attività dell’Irci a rimanere chiuse nelle teche dei vecchi palazzi, fruibili solo da pochi eletti, contribuendo al contrario a renderle sconosciute alle nuove generazioni. Dunque secondo molti istriani, le risorse economiche dell’Irci sono poche e verrebbero anche usate male.
Ma un altro aspetto fonte di accese polemiche è quello politico: parte dell’unione degli istriani non avrebbe visto di buon occhio un’apertura troppo a sinistra degli organi dell’istituto. A tal proposito si era tenuto mesi fa a Trieste un incontro in cui si discuteva del prezzo da pagare per arrivare ad un reale processo di riconciliazione tra esuli italiani e italiani rimasti in Istria. All’Unione istriani non era piaciuta la decisione di coinvolgere lo studioso Franco Ceccotti, presidente del dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione nel Friuli Venezia Giulia, nel prossimo convegno dedicato storia giuliano-dalmata. Questa decisione è stata contestata da molti in quanto Ceccotti aveva espresso in diverse occasioni vicinanza di pensiero verso un diffuso revisionismo nei confronti dell’attività del TIGR (acronimo di Trieste, Istria, Gorizia, Fiume), organizzazione rivoluzionaria della Venezia Giulia, attiva tra le due guerre mondiali, antifascista e contro la snazionalizzazione di sloveni e croati presenti del territorio isontino. L’Unione istriani ha da sempre definito il TIGR un gruppo terroristico perché protagonista di diverse azioni di propaganda contro il fascismo ma soprattutto di attentati, come quello al giornale fascista “Il popolo di Trieste”, o quello ancor più noto ma mancato, a Benito Mussolini nel 1938. Secondo altri esuli la posizione dell’Irci invece sarebbe stata finora troppo a destra, anche perché troppo accondiscendente nei confronti degli enti che finanziavano la maggior parte delle attività.
L’entità delle polemiche elencate, che spaccano in mille pezzi il già frastagliato panorama della minoranza italiana in Istria, deriva forse, prima ancora che da questioni meramente economiche o di partiti, da una serie di atavici risentimenti che hanno segnato una forte spaccatura e una conseguente dispersione di contatti e intenti tra esuli istriani tornati in Italia prima del 1946 e italiani rimasti in Istria, e i loro relativi discendenti. Questo perché come in molti altri casi le istituzioni di rappresentanza, sia pubbliche che private, difficilmente riescono a far fede al ruolo per il quale sono fondate e operano. L’Irci, come l’Unione Istriani, come l’Unione Italiani, avrebbero come unico scopo quello di mantenere intatta l’identità e l’appartenenza della comunità italiana dell’Istria, senza interferenze ideologiche o di convenienza, non fosse altro per le vite umane che su quegli ideali hanno smesso di pulsare.

 

52 - L'Arena di Pola 24/01/2013 Testimonianza e volontà di cambiare
Testimonianza e volontà di cambiare
Ancora una volta – e sarà la nona dopo l’istituzione nel 2004 – eccoci giunti alla vigilia della celebrazione del Giorno del Ricordo e delle tante manifestazioni che si terranno in tutta Italia ed all’estero, laddove sono presenti comunità di nostri conterranei, a cavallo del prossimo 10 febbraio, ricorrenza dell’infausto Trattato di Parigi del 1947 che determinò la diaspora del popolo Istriano, Fiumano e Dalmata.
Sin dalla sua istituzione – avvenuta per quasi unanime consenso delle forze parlamentari – sulle pagine dell’“Arena” abbiamo più volte espresso apprezzamento per questo provvedimento. Costituendo un ufficiale riconoscimento di quanto subito dalla nostra gente, esso ha reso insostenibile qualsivoglia tesi negazionista in tema di foibe ed esodo e dato a noi un maggiore accesso all’opinione pubblica nazionale, dopo un “quasi bavaglio” impostoci per più di 50 anni, per far conoscere la nostra storia, in particolare, alle più giovani ed inconsapevoli generazioni. In questi ultimi anni è, pertanto, emersa con forza la valenza delle testimonianze dirette che i più datati protagonisti di quelle tragiche vicende sono stati in grado di produrre e proporre e che, nonostante l’impegno profuso dalle nostre Associazioni, sarebbero rimaste circoscritte e andate in larga misura irrimediabilmente perdute se tale opportunità non ci fosse stata data.
Con le loro testimonianze individuali, tasselli imprescindibili di una più ampia storia comune, essi hanno ampiamente assolto al dovere di fare memoria. È un dovere che, tuttavia, non può considerarsi esaurito ma che sta ora a noi tutti di continuare ad esercitare conservando, alimentando e trasmettendo tali memorie.

Sempre sulle pagine del nostro giornale abbiamo, altresì, ripetutamente affermato che l’istituzione del Giorno del Ricordo non doveva essere considerata come un “punto d’arrivo” bensì rappresentare una solida base da cui ripartire per cercare di far valere i nostri diritti materiali e morali. È doveroso riconoscere che, sotto questo punto di vista, il livello di soddisfazione non è particolarmente elevato relativamente ad entrambi gli aspetti, sia sul piano interno che internazionale. Quanto nel frattempo occorso rimane, infatti, ancora lontano da quanto ragionevolmente auspicabile.
In particolare, da una parte persiste lo scontento per il mancato soddisfacimento dei diritti materiali, solo in parte e senza troppa convinzione attenuato dalla consapevolezza che la contingenza economica da tempo attraversata dal nostro paese ci è stata tutt’altro che favorevole; dall’altra è viva l’amarezza nel constatare che al predetto negazionismo si è, nonostante taluni significativi pronunciamenti da parte di eminenti esponenti politici ed istituzionali al di qua ed al di là del confine, sostituito un acrimonioso giustificazionismo, particolarmente virulento proprio in coincidenza con detta ricorrenza e che anche quest’anno non ha mancato e non mancherà di manifestarsi.
Stanti le turbolenze politiche e le vigilie elettorali che interessano Italia, Slovenia e Croazia, appare scontato prevedere che ne vedremo delle belle. È senz’altro quest’ultimo l’aspetto più preoccupante, quello che maggiormente si oppone ad un effettivo cambiamento e che dovrebbe indurci a riflettere e ad un maggiore impegno anche individuale poiché, se le cose non vanno come vorremmo, la colpa non può essere attribuita sempre e solo agli altri.

A tale riguardo, la causa primaria di questa inerzia “politica” al cambiamento è stata individuata da più parti, e ci trova sostanzialmente d’accordo, nell’approccio ideologico-nazionalistico con cui sin qui si è affrontato il problema e che, inevitabilmente, ha portato ad esaltare più gli aspetti che differenziano e contrappongono le parti in causa piuttosto che quelli che ne potrebbero limitare la conflittualità.
Allo stesso tempo, molti sono stati coloro che, per il superamento di detta situazione di stallo, hanno individuato ed indicato come unico approccio fattivamente percorribile quello culturale. Forse, però, non a tutti è chiaro come perseguirlo. Un modus operandi lo si potrebbe tuttavia trovare ragionando sul significato del termine cultura di cui, tra le tante, questa semplice definizione sembra particolarmente attagliata al nostro problema: “sintesi armonica delle cognizioni di una persona con la sua sensibilità e le sue esperienze”.
Essa evidenzia che fondamento della cultura è in primis la conoscenza che, a sua volta, sta alla base della comprensione delle cose e degli accadimenti.

Venendo al nostro problema è possibile affermare che molto di quanto è successo, se non proprio tutto, è oggi ampiamente noto. È una conoscenza che ha sufficientemente messo in luce le responsabilità delle parti in campo; responsabilità che sin qui è risultato improduttivo prendere in considerazione, per così dire, con “il bilancino”. Ha, soprattutto, evidenziato che su entrambi i versanti la gran massa della gente comune vi è stata coinvolta suo malgrado, per colpe attribuibili ad un numero tutto sommato limitato di individui nonché spesso solo per una indotta temporanea condivisione di certi valori e principi, subendo torti e patendo sofferenze che è lecito pensare pochi vorrebbero veder ripetuti.
Si tratta di una considerazione solo in apparenza banale e superficiale e che dovrebbe, invece, indurre alla reciproca comprensione. Le sensibilità ed esperienze individuali, richiamate nella predetta definizione, per quanto condizionanti della cultura di ciascuno, non dovrebbero costituire ostacolo insormontabile alla reciproca comprensione bensì favorire un dialogo costruttivo, sempreché si riesca a dare ad esse la stessa valenza dall’una e dall’altra parte. Il riuscirci sarebbe non solo un atto di buona volontà ma anche una dimostrazione di raggiunta maturità civile e politica. Una dimostrazione di “cultura”; di quella cultura che tutti indistintamente sosteniamo di possedere ma che, evidentemente, siamo poco propensi ad adoperare come si conviene.

Ecco, il Giorno del Ricordo, per essere fattore di miglioramento e crescita, non dovrebbe essere inteso solo in termini di memorie e rivendicazioni bensì, oltre che di pietas, come già in buona misura è, per le sofferenze di tutti e di ciascuno, anche di impegno al confronto ed al dialogo tra le parti su una base di reciproco rispetto. Affinché quanto è auspicabile accada non rimanga per un ulteriore mezzo secolo semplice utopia, è senza alcun dubbio necessario un impegno ampiamente condiviso. DIAMOCI DA FARE!

Silvio Mazzaroli

 

53 - Agenzia Italiana Stampa Estera Aise 23/01/13 - Ballarin (Anvgd): La scuola non può dimenticare Giuseppe Tosi
BALLARIN (ANVGD): LA SCUOLA NON PUÒ DIMENTICARE GIUSEPPE TOSI
ROMA\ aise\ - "Un insegnante e un direttore didattico, che ha onorato l’Istituzione ed ha pagato con la sua vita innocente il suo essere un italiano, un rappresentante dello Stato nella Venezia Giulia occupata e martoriata dalle milizie di Tito negli anni 1943-1945: questo è stato Giuseppe Tosi, annegato nel mare di Abbazia (Fiume), alla cui memoria fu (più di 50 anni fa) intitolata la scuola primaria presente nel Quartiere Giuliano-Dalmata della Capitale e che ora le stesse istituzioni scolastiche vorrebbero, con somma indifferenza, cancellare in quanto accorpata ad altro Istituto, il "Montanelli"". Questa la denuncia che oggi Antonio Ballarin, presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, avanza in vista del Giorno del Ricordo.
"Scandalizza" l’associazione "la superficialità e l’ignoranza di quei rappresentanti del mondo della scuola per i quali la memoria storica evidentemente non conta e non è formativa del futuro cittadino, al contrario di quanto proclamato in tutte le sedi istituzionali preposte, e non soltanto scolastiche, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica".
"Nel 2004, - ricorda Ballarin - il Parlamento italiano ha approvato, con voto pressoché unanime, la legge istitutiva del Giorno del Ricordo dell’esodo giuliano-dalmato e delle Foibe, propugnata con ostinazione dalle associazioni degli esuli, per restituire alla coscienza della Nazione una pagina rimossa della sua storia che la riguarda interamente. Dal 2005 si sono susseguite in tutte le sedi istituzionali – a partire dal Quirinale – le cerimonie commemorative del 10 Febbraio, ed oggi non si contano le iniziative che lo stesso Ministero della Pubblica Istruzione e gli istituti di ogni ordine e grado assumono per divulgare la conoscenza di quelle vicende nelle giovani generazioni, per formarne la coscienza e la cittadinanza".
"E invece, - conclude Ballarin - la scuola di Via dei Corazzieri, nella quale hanno studiato le seconde generazioni dell’esodo e che oggi esprimono tutto il loro sdegno, rischia di perdere la memoria di Tosi nello scandaloso disinteresse delle funzioni preposte. Un atteggiamento che stigmatizziamo con fermezza e contro il quale questa Associazione assumerà ogni iniziativa opportuna". (aise)

 

54 - CDM Arcipelago Adriatico 17/01/13 Un Dalmata al Senato: inaugurato busto di Luigi Ziliotto
Un Dalmata al Senato: inaugurato busto di Luigi Ziliotto
Luigi Ziliotto, patriota dalmata e podestà di Zara alla vigilia e alla fine della Grande Guerra, fu una personalità eminente dell’autonomismo e dell’irredentismo dalmati tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Senatore del Regno dopo l’annessione di Zara all’Italia nel 1920, un suo busto in bronzo è stato collocato presso l’ingresso dell’Aula di Palazzo Madama, per iniziativa del Senato e delle associazioni giuliane e dalmate di Roma e d’Italia.

Alla cerimonia dello scoprimento erano presenti infatti le rappresentanze dell’Associazione Nazionale Dalmata, dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, della Società Dalmata di Storia Patria e della Società di Studi Fiumani, con sede in Roma, nonché della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani e Dalmati con sede a Trieste e dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo con sede a Padova. Erano anche presenti i discendenti del senatore residenti a Roma dopo l’esodo della famiglia dalla terra natale al termine della seconda guerra mondiale.
Il busto è anch’esso una testimonianza di quegli anni drammatici. Collocato nel municipio di Zara, ricostruito negli anni Trenta dall’architetto spalatino Vincenzo Fasolo, fu rimosso dai partigiani di Tito al momento dell’occupazione della città nell’ottobre 1944. Gettato lungo una scala del palazzo fu raccolto pietosamente da un esule zaratino e nascosto tra le poche cose che riuscì ad imbarcare su uno dei tanti natanti carichi di profughi. Oltre 160 cittadini furono soppressi in quelle settimane e un migliaio deportati. L’80% della popolazione abbandonò la città, quasi rasa al suolo da 53 bombardamenti.

Custodito dall’Associazione Nazionale Dalmata a Palazzo Firenze, è stato restaurato e consegnato al Senato della Repubblica. Dall’altro lato dell’ingresso dell’Aula c’è il busto del suo concittadino, e compagno di tante battaglie a difesa delle lingua italiana in Dalmazia sotto l’impero asburgico, il Senatore Roberto Ghiglianovich.
Una testimonianza che il Parlamento italiano rende a chi ne ha fatto parte soffrendo persecuzioni, accanto ai patrioti del Risorgimento, rappresentando una provincia che era parte integrante dello Stato italiano tra il 1920 e il 1947.

Hanno preso la parola durante la breve cerimonia il Sen. Anna Cinzia Bonfrisco, a nome del Presidente del Senato, il Sen. Maurizio Gasparri ed il Sen. Carlo Giovanardi e l’ex-senatore Lucio Toth per le associazioni dell’Esodo.
NOTA BIOGRAFICA LUIGI ZILIOTTO

Luigi Ziliotto (Zara 1863-1922), uomo politico e patriota, frequenta il ginnasio-liceo di Spalato e si iscrive a giurisprudenza all’università di Graz, ove fonda il “Circolo Culturale Giosuè Carducci”. Avvocato a Zara, diviene in breve uno dei massimi esponenti del partito italiano, di cui è deputato alla Dieta Dalmata. Nel 1899 fonda “La Rivista Dalmatica”, diretta dallo storico Vitaliano Brunelli, e viene eletto podestà di Zara, confermato nelle elezioni successive fino all’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, quando viene processato e rimosso dall’incarico con tutto il consiglio comunale. A fine ottobre del 1918 guida il Consiglio Nazionale della città mentre la ricostituita Guardia Nazionale disarma il presidio austriaco. Il 4 novembre accoglie sulla riva imbandierata di tricolori in mezzo alla folla commossa la torpediniera italiana A.S. 55.

“Concittadini. L’Italia è qui!” è il proclama di quattro parole che fa affiggere sulle case di Zara. Nominato Senatore del Regno, nelle elezioni comunali del 1922 viene rieletto podestà in una lista opposta al blocco nazionalista, battendo il candidato fascista. Muore a 59 anni ancor prima di prendere possesso della carica.

 

55 - La Voce del Popolo 25/01/13 «Il bilinguismo non è mica un optional»
«Il bilinguismo non è mica un optional»
ZAGABRIA | L’Unione Italiana ritorna all’offensiva a Zagabria per cercare di risolvere le numerose problematiche della CNI in Croazia. Ieri una qualificata delegazione dell’UI, formata dal presidente Furio Radin, dal presidente della Giunta esecutiva Maurizio Tremul e dalla presidente dell’Assemblea dell’Unione, Floriana Bassanese Radin, si è incontrata con il vicepremier Neven Mimica, che nell’ambito del governo presieduto da Zoran Milanović ha il compito pure di coordinare le attività concernenti l’attuazione dei diritti minoritari. Nell’incontro, al quale è intervenuto pure il ministro dell’Amministrazione, Arsen Bauk, sono stati passati al setaccio una serie di temi che ormai da tempo stanno a cuore alla CNI, oltre a un’insieme di questioni di scottante attualità.
Asilo di Zara
Tra queste ultime, come rilevato da Maurizio Tremul dopo l’incontro, da segnalare la richiesta dell’UI al governo di cofinanziare, quale gesto di buona volontà, l’asilo privato italiano di Zara. Gli esponenti della CNI hanno riconosciuto che l’Esecutivo finora ha fatto tutto quanto di sua competenza per quanto riguarda l’apertura della scuola materna, ma hanno anche sottolineato che la Municipalità zaratina si rifiuta pervicacemente di cofinanziare l’istituzione prescolare italiana. Da qui pertanto, pur sapendo che la questione non rientra fra gli obblighi dell’Esecutivo, la richiesta di un gesto nell’insieme concreto e altamente simbolico.
All’incontro sono stati toccati soprattutto i nodi politici che vanno ancora sciolti. Gli esponenti dell’UI hanno sottolineato con forza la necessità di rispettare in particolare l’art. 3 del trattato italo-croato sulle minoranze del 1996, in cui si parla dell’estensione a tutto il territorio d’insediamento storico dei diritti della CNI. Per quanto concerne il bilinguismo sono stati rilevati i problemi presenti in due segmenti di fondo: la pubblica amministrazione e i Tribunali.
In questo ambito Furio Radin ha evidenziato la situazione del Tribunale di Rovigno, che a quanto sembra viene sempre più svuotato delle sue competenze, per cui anche il bilinguismo ne viene a soffrire. Ma la tematica relativa all’uso ufficiale dell’italiano non si esaurisce di certo qui: quello che conta è il diritto a poter parlare in italiano ed anche a vedersi rispondere in italiano nei comuni, nelle municipalità ed anche a livello regionale, laddove ciò sia previsto dagli Statuti. E questo, ha lasciato intendere il presidente dell’UI, Furio Radin, è anche uno dei temi affrontati di recente in modo molto acceso con il candidato alla presidenza della Regione Istriana, Damir Kajin.
Statuti delle autonomie locali
Lo stesso argomento, ma in modo assai pacato e sereno, è stato discusso con Mimica. All’incontro di ieri, comunque, trattandosi di un vertice con l’Esecutivo, non è stato toccato il problema del rapporto dell’UI e della CNI con il candidato istriano del partito al potere in Croazia. Questa, ha puntualizzato Radin, è una questione che andrà risolta in Istria. Le elezioni locali però, dall’ottica legislativa e statutaria, sono state uno dei temi di fondo all’incontro con Mimica e Bauk, un ministro quest’ultimo con cui, come rilevato, l’UI collabora molto bene.
Entro il 1.mo marzo infatti vanno adeguati per legge gli statuti delle autonomie locali e regionali alle nuove disposizioni elettorali. E qui l’Unione avanza una proposta “atipica” per le municipalità e i comuni in cui la CNI ha il diritto al vicesindaco, ma gli italiani sono meno del 15 p.c. In questo caso, qualora alle elezioni ordinarie non venisse eletto il vicesindaco italiano, sarebbe d’obbligo l’indizione immediata di elezioni suppletive per permettere alla CNI di votare per i propri candidati. Un modo questo che servirebbe a ribadire l’importanza del ruolo dei vicesindaci italiani. Ma all’incontro molto proficuo sono stati trattati anche altri temi. E qui Tremul ha rimarcato in particolare le modalità per le iscrizioni alle scuole medie superiori della CNI.
Dario Saftich

 

56 – La Voce del Popolo 23/01/13 Confine a Punta Salvore? Diviso il governo di Lubiana
Confine a Punta Salvore? Diviso il governo di Lubiana
LUBIANA | Torna alla ribalta il contenzioso confinario tra Slovenia e Croazia. Il ministero degli Esteri di Lubiana ha confermato che il governo non ha ancora confermato il testo dell’esposto con le argomentazioni della Slovenia sulla controversia frontaliera che dev’essere consegnato alla Corte d’arbitrato. L’Esecutivo tornerà a discutere della questione questa settimana.
Stando a fonti ufficiose sarebbero emerse in seno al governo diversità d’opinione sul fatto se richiedere o meno che la linea di confine sulla terraferma segua quella dell’ex comune di Pirano, ovvero includa anche Punta Salvore. Sulla questione sono emerse differenze di posizione pure tra gli storici, ai quali è stato affidato un compito di consulenza. Pertanto si è deciso di prendere tempo in attesa che gli esperti riescano a trovare un linguaggio comune sulla spinosa questione.
Diversi esperti fanno presente, in questo ambito, che l’oggetto di discussione in questo momento non sono i confini storici, ma quelli tra le ex repubbliche jugoslave di Slovenia e Croazia del 1991. Inoltre non si esclude che a causa della crisi politica in Slovenia venga chiesta una proroga della scadenza per la consegna dell’esposto. Sempre stando a fonti ufficiose nemmeno il governo di Zagabria avrebbe ancora messo a punto in via definitiva la sua piattaforma sul contenzioso.

 

57 - La Voce del Popolo 23/01/13 Cultura - Roma: Immagini dall'Adriatico al Tevere anche opere di Ruzzier e Marusic
Immagini dall’Adriatico al Tevere anche opere di Ruzzier e Marusić
Si terrà a Roma dal 30 gennaio al 5 febbraio prossimi, nella sede della Regione Friuli Venezia Giulia (piazza Colonna 355, II piano) una mostra sugli artisti istriani, fiumani e dalmati attivi a Roma e nel Lazio, dal V secolo a oggi, autori che, nei secoli, hanno lasciato le loro opere sia in patria che altrove, firmandosi in latino o in italiano, spesso indicando chiaramente il loro luogo d’origine. Si tratta di una bella iniziativa promossa dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (Anvgd) Comitato provinciale di Roma.
La rassegna nasce da una serie di riflessioni emerse in seguito all’esposizione “Il Settecento a Roma”, allestita sempre nella capitale italiana, a Palazzo Venezia, nell’autunno del 2005, che aveva proposto, tra le varie opere, pure un quadro di Francesco Trevisani, pittore nato a Capodistria nel 1656, giunto ventenne nella Città Eterna, dove visse fino al 1746, tanto da meritarsi l’appellativo di Romano. Di Trevisani era stato posto in bella evidenza un ritratto molto espressivo del giovane cardinale Ottoboni.
Mi sono chiesta allora come fosse possibile che a Roma, dove sono giunti artisti da ogni luogo, non si sia mai indagato in maniera globale su quelli provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico e sul loro contributo alla storia artistica italiana – spiega Eufemia Giuliana Budicin, dell’Anvgd di Roma e della Mailing list Histria, nell’introduzione al catalogo della mostra (e che è stato tradotto in croato da Zdravka Krpina) –. Così mi sono messa sulle cospicue tracce che, dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente ai giorni nostri testimoniano la presenza e l’attività in campo pittorico, architettonico e scultoreo di personaggi nativi in Istria, Fiume e Dalmazia e operanti a Roma e nel Lazio”.
Testimonianza di un lungo e fecondo legame
Si è progettata una mostra prosegue la Budicin che rendesse possibile la testimonianza di questo lungo e fecondo legame, a dimostrazione non solo dell’irradiazione della civiltà neolatina sulla sponda orientale dell’Adriatico, ma anche del cammino inverso”. Un legame fatto di continui rapporti tra le due sponde, mai interrotti né da vicende belliche né da dominazioni diverse. “Si tende, infatti, a dimenticare che i numerosi artisti nati in Istria e Dalmazia facevano parte della medesima area culturale italiana anche quando provenivano da città non appartenenti alla Repubblica di Venezia e mai entrate nel Regno d’Italia quali Segna e Ragusa precisa la Budicin –. Lo stesso dicasi per gli artisti di Fiume, città ufficialmente italiana solo per un breve ventennio”.
Da Giulio Nepote alle invasioni barbariche
Il percorso espositivo parte dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, de facto finito con l’imperatore dalmata Giulio Nepote, morto a Salona nel 480. Segue quindi le tracce artistiche che, dall’antichità e dal Medioevo, ci portano alla contemporaneità. Si ricordano, ad esempio, la basilica che fungeva da cappella palatina degli imperatori quando risiedevano a Roma, dedicata a Sant’Anastasia di Sirmio, santa patrona di Zara, allieva, secondo la tradizione, di San Crisogono, anche lui patrono di Zara e della Dalmazia; la basilica romana conserva in sacrestia copia della pala del Carpaccio presente nella cattedrale zaratina, nonché un bel quadro del citato Trevisani rappresentante san Turibio. Secondo la tradizione, in quella chiesa predicava e celebrava messa il dalmata San Girolamo.
C’è poi la basilica di Santa Sabina, chiesa paleocristiana costruita tra il 422 e il 432, grazie a un ricco sacerdote dalmata, Pietro d’Illiria; un secolo più tardi a Ravenna, l’istriano Massimiano dava impulso alla costruzione delle splendide basiliche mosaicate, e contemporaneamente, nel 547, faceva innalzare anche a Pola la basilica di Santa Maria Formosa, di cui rimane ora soltanto l’abside laterale. La coeva basilica fatta erigere a Parenzo da Eufrasio invece, è arrivata integra sino ai nostri giorni.
Fine dell’età d’oro e rinascita veneziana
Le invasioni degli Avari e delle popolazioni slave al loro seguito pone fine a quest’autentica età aurea. Alcune città, come Zara e Traù, costruite su isole, riescono a salvarsi, ma altre, come Salona, capitale della Dalmazia romana, vengono distrutte. A Roma il papa dalmata, Giovanni IV (640-642), invierà un suo messo in Istria e Dalmazia per riscattare i cristiani fatti schiavi dai pagani e portare in salvo le reliquie dei santi martiri istriani e dalmati, premurandosi di trovar loro un degno ricetto nella cappella del battistero lateranense, dedicata a San Venanzio, dalmata e omonimo del padre del pontefice.
Dopo un’età “buia”, a partire dal 1400 si verificherà un vero “rinascimento adriatico”: tutto merito della Serenissima (checché ne dicano certi storici), cui le città istriane e dalmate si erano dedicate. Molti artisti di questa parte del “mare nostrum” furono ingaggiati da varie signorie italiane, lasciando dietro di sé opere eccelse: Luciano e Francesco Laurana, Bernardo Parentino, Giorgio da Zara (detto Orsini), Domenico da Capodistria, Giovanni Dalmata, Nicola dell’Arca, Michelangiolo da Segna, Andrea da Valle... I reciproci scambi e influssi artistici continuarono intensi, tanto che i fratelli Crivelli vissero a lungo a Zara, Vittor Carpaccio a Capodistria, dove morì. Persino il sommo Michelangiolo disegnò l’Arco dei Sergi di Pola, e trasse ispirazione dalle sue colonne binate per la costruzione della cupola di San Pietro. Anche Andrea Palladio fece vari viaggi in Istria, disegnandone le vestigia romane, chiaramente ispiratrici delle classiche ville.
Una fortunata epoca artistica
A Roma nel primo Rinascimento i dalmati erano così numerosi da costituire una confraternita. Fu fondato un ospizio per i numerosi pellegrini e relativa chiesa, dedicata a San Girolamo degli Schiavoni, come genericamente venivano chiamati gli abitanti della Dalmazia. In questa chiesa furono sepolti vescovi e personaggi importanti originari dalla Dalmazia, senza distinzioni di etnia e di cittadinanza.
Fra i protagonisti di questa fortunata epoca artistica nel Lazio e a Roma furono Domenico da Capodistria e Giovanni Dalmata di Traù. Quest’ultimo giunse chiamato dal cardinale e poi papa Paolo II Barbo (la famiglia Barbo, di origine istro-venete era già molto importante per le committenze artistiche nei territori istriani e dalmati di Venezia). In seguito giunse a Roma pure Michelangiolo da Segna che, verso il 1530, scolpì il monumento funebre di papa Adriano VI nella chiesa della Nazione germanica in S. Maria dell’Anima. Sempre a Roma lasciarono il segno artisti poliedrici come l’istriano Andrea Antico, compositore, editore e miniaturista e il dalmata Giulio Clovio.
Guardando all’Italia unita
Dopo la splendida stagione del Rinascimento adriatico”, gli artisti delle sponde orientali furono meno creativi. Generalmente si rifacevano alla scuola veneziana restando nell’ambito dei territori della Serenissima. Quando alla fine del ’600 Francesco Trevisani, allievo a Venezia di Antonio Zanchi, giunse a Roma, accolto dal card. Flavio Chigi, si inserì a pieno titolo nel clima artistico romano e più precisamente nella cerchia di Carlo Maratta, di padre dalmata, sulla cui scia dipinse moltissime opere e affreschi presenti nelle più importanti chiese e gallerie di Roma. Fu lo studioso Giulio Caprin a scoprire il suo certificato di battesimo a Capodistria, comprovandone l’origine istriana.
Dopo la nascita dello stato unitario italiano, da cui erano rimaste però escluse la Venezia Giulia e la Dalmazia, i legami con la madrepatria continuarono, tanto che artisti quali Giuseppe Lallich, Tullio Crali, Raoul Cenisi e Vincenzo Fasolo giunsero a Roma lasciando testimonianza della loro arte, spesso all’avanguardia. Persino un eminente scultore dalmata di etnia croata, quale Ivan Metrović, che visse e operò lungamente a Roma, si ispirò chiaramente alla scultura michelangiolesca.
La nostalgia della terra perduta
Nel secondo dopoguerra, segnato dall’esodo massiccio della popolazione italiana, numerosi artisti riuscirono a emergere nel panorama artistico laziale, tra cui Amedeo Colella da Pola, Giovanni Gortan da Pinguente, Secondo Raggi Karuz e Franco Ziliotto da Zara, Mario Gasperini, nato a Rovigno da famiglia parentina, Oreste Dequel da Capodistria; i fiumani Carlo Ostrogovich e Carminio Butcovich Visintin...
Non manca, in questa ampia rassegna, il collegamento con la scena artistica contemporanea, assicurato dalla presenza di Giulio Ruzzier di Pirano e Adam Marusić di Zara. Sono entrambi attivi esponenti delle rispettive Comunità degli Italiani, e con le loro opere originali, raffiguranti la propria patria, una terra in cui vivono una difficile condizione di estraniati in un mare maggioritario, formato dai nuovi abitanti di altra lingua e cultura.
Questa mostra comunque non pretende di essere esaustiva –rileva la Budicin –, ma di servire da spunto per poter includere anche altri artisti presenti nel Lazio, quali ad esempio Nora Carella, Giuseppe Pagano, Alfeo e Renzo Pauletta, Cesco Dessanti, Tiziana Sbisà. L’allestimento dei pannelli è stato preceduto da tre anni di peregrinazioni attraverso il Lazio, in cui sono state scattate decine di fotografie da Maria Adelaide Stortiglione, per poi sceglierne una trentina per la mostra che, dopo Roma, gli organizzatori sperano di portare anche in altre località.

 

58 - CDM Arcipelago Adriatico 20/01/2013 - UPT: la Toponomastica ancora da conoscere e studiare
UPT: la Toponomastica ancora da conoscere e studiare
Serata con gli autori Claudio Rossit, Orietta Selva e Dragan Umek
Presentazione all'UPT di La Toponomastica in Istria, Fiume e Dalmazia, Progetto per uno studio di toponomastica e cartografia storica. Due le considerazioni immediate: non si tratta di una novita' editoriale ma di un "impegno doveroso - come sottolineato dal presidente dell'ente, Silvio Delbello, nei confronti degli autori, collaboratori dell'UPT, ai quali non era ancora stata data l'opportunità di spiegare, in loco, la mole di lavoro ed i percorsi di un'attività scientifica eseguita con metodologie per certi aspetti innovative". La seconda considerazione riguarda il rapporto tra città e università: lo svolgersi della serata ha regalato quell'esempio d'eccellenza che rende ricca una società attraverso il contributo di chi mette a disposizione di tutti sapere, analisi, conoscenza, oltre ai risultati ottenuti sul campo.
Cinque anni di lunga fatica, come sottolineano gli autori, i proff. Claudio Rossit, Orietta Selva e Dragan Umek, geografi dell'Universita' di Trieste per introdurre qualcosa di innovativo all'interno di ciò che già esisteva. Il punto focale - come sottolineato dal prof. Rossit - la valutazione comparata della cartografia prodotta nelle varie epoche ed i giudizi di ordine oggettivo. Difficile - sostiene - che la storia consenta interpretazioni univoche, siamo in una terra di confini, caratterizzata da reiterati contrasti. Si osserva, infatti, dal '500 all'800 una certa linearità che si ribalta nel tempo successivo con interpretazioni di parte, traslitterazioni, mosse da politiche nazionali e spesso nazionalistiche, rispondendo agli sconvolgimenti di enorme portata in un beve lasso di tempo. Negli spazi contesi, s'innesta un processo di cancellazioni per costruire ed affermare nuove appartenenze politiche. L'Istria e' sempre stata partecipe ma non centro irradiante. Quale metodo per la determinazione di un toponimo in queste condizioni? Il collegamento con i geografi di Zara, durante il lavoro di ricerca, ha aperto molte strade e molte cose sono state fatte.
"Ma quanti - si chiede il prof. Rossit - avranno la mente sgombra dai pregiudizi nell'affrontare queste ematiche?".
E porta alcuni esempi, il grande intervento in campo toponomastico nel periodo jugoslavo, episodi di inosservanza delle regole in pubblicazioni come quelle del Touring che ignorano con disinvoltura l'appello a rispettare la forma italiana dei toponimi di localita' di evidente bilinguismo.
La prima cosa da farsi, comunque - spiega la prof.ssa Selva - era di abbracciare il tema nella sua dimensione piu' vasta attraverso la raccolta di saggi di autori nazionali ed internazionali sulla visione del territorio. La seconda parte: la ricerca vera e propria con l'utilizzo delle fonti cartografiche come testimonianza attiva del rapporto uomo-territorio. Sviscerata la cartografia esistente, usando strumenti tradizionali e banche dati di nuova generazione, ci si è concentrati sull'analisi e la raccolta di documenti cartografici secondo un criterio cronologico, dalle origini al diciannovesimo secolo. Dalla Tabula Peutingeriana fino ai giorni nostri con carte nautiche, produzioni nordiche, carte di fattura italiana ed altro realizzate con metodi antichi, attraverso l'osservazione e la descrizione.
Il secondo periodo, invece, e' quello caratterizzato dall'applicazione del metodo geodetico-matematico, con prodotti di istituti militari di tre realta' che riguardano il territorio Adriatico preso in considerazione: austriaca, italiana e jugoslava.
Si sono dovuti creare nuovi modelli di classificazione, spiega il prof. Umek. Perche' la cartografia del territorio si rivela incredibilmente ricca di toponimi marini che quasi si equivalgono a quelli di terraferma, un esempio unico a conferma di una realta' che si affaccia e vive di mare per il suo trascorso storico ed economico. "Per tanto, - spiega il prof. Umek - con i colleghi linguisti abbiamo trovato delle definizioni che potessero essere accettate da tutti". E porta alcuni esempi, quali: talassonimi per indicare i mari, nesonimo per indicare isole e scogli, acronimo ciò che si protende verso il mare, e così via. Il tutto inserito in un data base fondamentale per il prosieguo dello studio con la nuova metodologia. Il materiale così raccolto e' stato inserito in un Cd rom che completa l'opera. La ricerca avviene attraverso parole chiave: carta, autore, ordine alfabetico, toponimo attuale.
Un'opera complessa, la loro, che ha dato il via a nuove curiosità, al desiderio ed al dovere di approfondire alcune tematiche - finanziamenti permettendo -. Per esempio su Fiume, città con toponimi totalmente italiani, circondata da un mondo slavo, colpisce in una carta del 1984 il toponimo di Tersatto con la doppia dizione, Tersatto-Trsat. Rivela l'interazione ma anche il rispetto di realta' diverse che dividono con rispetto il territorio. Vero Fiuman, Pravi Fiuman, affermano i locali, rispettivamente nel dialetto italiano e slavo. Ma i toponimi sono spesso lontani dal sentire della gente, slegati e separati dalla percezione del territorio per cui chi lo abita spesso non ne comprende il significato.
Uno studio destinato a squarciare veli di indifferenza, da far conoscere.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

59 - Il Piccolo 25/01/13 Ettore e Adelina Finzi: Diario di una fuga dall'Olocausto fino alla Palestina
Diario di una fuga dall’Olocausto fino alla Palestina
“Parole trasparenti” di Ettore e Adelina Finzi due coniugi triestini ai tempi dell’orrore giorno della memoria
di Pietro Spirito
«Carissimo, purtroppo la desolante notizia temuta da anni è arrivata. Ti mando la lettera, perché non ho il coraggio di scrivertela con la mia penna. È terribile. Non ho parole che possano alleviare il tuo dolore perché io stessa ne sono così scossa che dall’ora in cui ho ricevuto ieri pomeriggio la lettera del Consolato, non riesco a pensare ad altro. Non si può che sperare che i Tuoi poveri cari abbiano avuto solo un breve periodo di sofferenza in quell’inferno. Ma il nostro cuore si ribella di fronte a simili orrende ingiustizie». È il 3 agosto 1945, e a Tel Aviv Adele Foà scrive a suo marito, il triestino Ettore Finzi, chimico industriale impiegato ad Abadan, in Persia, alle dipendenze della Anglo Iranian Oil Company, per annunciargli che i suoi genitori arrestati a Trieste sono morti in campo di concentramento. È il momento più doloroso e difficile della storia di Ettore e Adele, che si erano conosciuti e subito amati nel 1938, l’anno della proclamazione delle leggi razziali, per poi fuggire insieme in Palestina, a Tel Aviv, dove nasceranno i due figli Anna (nel 1939) e Daniele (1942). Ed è stato proprio Daniele a raccogliere e riunire i diari e le lettere che Ettore e Adele si scambiarono negli anni della loro avventura tra la Palestina e la Persia, prima di rientrare in Italia dopo la fine della guerra. Ora, in occasione del Giorno della Memoria, l’epistolario di Ettore Finzi e Adelina Foà viene pubblicato dall’editrice Il Mulino, appunto a cura di Daniele Finzi, con il titolo “Parole trasparenti - Diari e lettere 1939-1954” (pagg. 345, Euro 25,00). La raccolta dei documenti aveva già vinto nel 2011 il Premio Pieve, organizzato ogni anno dall’Archivio Diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, istituto fondato da Saverio Tutino che dal 1984 raccoglie e cataloga diari, memorie, espistolari - ne conserva ormai più di settemila - mettendoli a disposizione del pubblico e degli studiosi. Il libro esce nella collana “Storie italiane”, che pubblica antologie, monografie e narrazioni tratte dai diari depositati all’Archivio. Dopo essere stato presentato ad Arezzo, di “Parole trasparenti” si parlerà domenica nell’ex sinagoga di Carpi. La storia prende le mosse dal diario di Ettore nell’aprile del 1939, poco dopo l’arrivo a Tel Aviv. Le cronache quotidiane del giovane chimico compongono un affresco straordinario di com’era la vita nella Palestina sotto controllo britannico prima della nascita dello Stato di Israele. «La palestina è una moderna Babele, è qualcosa d’incredibile», annota Ettore, che dopo aver lasciato Trieste osserva la «vita ebraica» come di qualcosa esotico e totalmente nuovo. Con grande lucidità e intelligenza critica Ettore Finzi registra i dettagli, le abitudini, i piccoli e grandi avvenimenti. Tel Aviv è una città che Ettore, come nota Daniele Finzi nell’Introduzione al volume, «trova brutta, piatta, monotona, scialba, grigia come il cemento che gli architetti hanno usato in gran quantità». È una città in crescita che raccoglie ebrei provenienti da tutto il mondo, ciascuno con le proprie abitudini e caratteristiche: «Fra le altre cose d’importazione tedesca c’è il nudismo - annota il 6 ottobre 1941 -.La donna ebrea ti passeggia per le strade in costume da sole con le gambe nude fino all’inguine, con la schiena fuori fino...al possibile ed un reggiseno. Te lo immagini tu questo per le vie di Trieste o di Milano sia pure in una caldissima giornata di luglio». Ma sono tempi di guerra e le cronache private di Ettore e Adele, che diventano lettere quando lui troverà un lavoro in Persia lasciando Adele a Tel Aviv con i figli, registrano gli eventi più drammatici(ad esempio il bombardamento aereo italiano su Tel Aviv, che provocherà oltre cento morti) ma anche i sentimenti, le diversità di opinioni, le speranze e i progetti per il futuro. Il fittissimo scambio epistolare durante i 16 mesi della lontananza fra marito e moglie (165 lettere, 87 di Adele e 78 di Ettore) diventa a sua volta qualcosa di più di una cronaca familiare, rappresenta, come sottolinea Daniele Finzi, «una preziosa testimonianza, indispensabile per conoscere la vita della colonia italiana a Tel Aviv in quegli anni» terribili per gli ebrei di tutto il mondo

 

60 - La Voce del Popolo 25/01/13 Cultura - La famiglia Antonelli tra Auschwitz e Isola Calva
La famiglia Antonelli tra Auschwitz e Isola Calva
Il carcere dell’Isola Calva (Goli Otok) e il campo di concentramento di Auschwitz, due realtà completamente diverse, difficilmente accostabili. Il primo strumento di indottrinamento e di rieducazione politica del regime totalitario jugoslavo per gli oppositori a Tito, il secondo terrificante macchina nazista con la quale attuare il progetto della “soluzione finale del problema ebraico”, ma dove trovarono la morte anche molte altre categorie di internati.
E sono anche due esempi di follia umana che colpirono la famiglia Antonelli di Fiume: Gino, internato a Goli Otok, e Nerina, riuscita a sopravvivere ad Auschwitz. Sono i genitori della connazionale fiumana dott.ssa Licia Antonelli che, in occasione del Giorno della Memoria, ricorrenza che viene celebrata a livello internazionale il 27 gennaio, ci ha raccontato della complessa realtà carceraria subita dalla sua famiglia, di come venne a sapere della detenzione dei genitori e di come tutto influì su di lei.
“Mio padre, Gino Antonelli, nativo di Aquilea – esordisce – giunse a Fiume nel 1946, assieme ad altri gruppi di giovani italiani. Erano tutti attratti dalla ‘primavera socialista’ per la quale desideravano costruire un futuro migliore e tutti loro avevano militato nelle file partigiane, a stretto contatto con i commilitoni sloveni e croati. Le idee di mio padre erano legate a un socialismo internazionale e dal suo arrivo a Fiume fu subito attivo politicamente, soprattutto nell’ex Silurificio, all’epoca fabbrica Torpedo, dove lavorava. Poi, con la rottura tra Tito e Stalin e il caso del Cominform, le cose si complicarono, tanto che venne spedito nel carcere di Isola Calva”.
Suo padre le ha mai spiegato per quale delitto verbale era stato processato e condannato?
“Non credo che mio padre fosse stato incarcerato per aver detto qualcosa contro la Jugoslavia o contro Tito. Fu semplicemente accusato di malversazioni. In pratica gli fu imputato di aver derubato la cassa sindacale della Torpedo, una calunnia. È invece ben noto che molti finirono a Goli Otok per il semplice fatto di essere italiani, persone con idee progressiste, di madre lingua e cultura italiana, attive politicamente e dotate di un certo livello d’istruzione. Era questo il loro vero e unico crimine. Erano individui scomodi alle autorità politiche.
Il suo processo, come del resto quelli di tutti gli altri, fu una vera e propria farsa, una pura formalità, in quanto tutto era già predisposto e nessuno aveva diritto alla difesa. Non gli diedero alcun documento scritto e fu condannato a diversi mesi di carcere. Mio padre faceva parte del primo gruppo di italiani, istriani e fiumani che furono mandati sull’isola. E in un certo senso ebbero fortuna, soprattutto in confronto ai gruppi successivi che subirono un trattamento punitivo molto più brutale. Il suo gruppo ha praticamente costruito il carcere sull’Isola Calva.
Siccome vi facevano parte persone con un certo livello professionale, furono incaricati di costruire l’intera infrastruttura. Mio padre era elettricista e fu incaricato di occuparsi della rete elettrica. Ciò non toglie che fosse un detenuto. In seguito venne mandato a fare il servizio militare a Tuzla, dove ebbe il suo primo contatto con il mondo islamico, completamente diverso da quello a cui era abituato. Una volta ritornato riuscì a rifarsi una vita, tanto che dopo poco tempo si sposò con mia madre, Nerina Faraguna, dalla cui unione sono nata io”.
Si è mai lamento delle angherie subite sull’isola di Goli Otok?
“Più che delle sofferenze subite preferiva raccontare delle tante persone che aveva conosciuto in carcere. Si ricordava anche di coloro che a forza di botte e violenze psicologiche cedevano, abiurando tutto. E anche di quelli che nonostante tutti i soprusi subiti, tennero duro fino alla fine, pagando spesso con la propria vita”.
Anche sua madre subì il duro regime delle carceri?
Fu incarcerata ad Auschwitz quale prigioniera politica. Faceva il corriere per i partigiani e in seguito a una ‘soffiata’ fu presa dai tedeschi nell’estate del ’44 e liberata il 9 maggio ’45. Dopo un mese di viaggio ritornò finalmente a casa. Trascorse quegli anni terribili e quelli che seguirono con molta dignità. Dato che aveva aderito alla resistenza, dopo la guerra le venne offerto subito un posto importante, quello di direttrice del Centro per i bambini di Fiume. Tuttavia il giorno che il suo futuro marito, Gino Antonelli (all’epoca erano ancora fidanzati) venne condannato a Goli, lei perse immediatamente il lavoro”.
Come si è accostata alla tragedia di sua madre?
“Tento di evitare le manifestazioni, filmati, documentari e mostre che vengono organizzate per il Giorno della Memoria per il semplice motivo che mi emoziono troppo. Rivedere tutto quello che mia madre mi ha raccontato nel corso degli anni è troppo doloroso. Anche lei, in tutta questa tragedia si considerava fortunata. Poiché era giovane venne spedita a lavorare in fabbrica. Non veniva trattata meglio, ma era lasciata in vita perché buona per lavorare”.
Come venne a sapere della loro detenzione?
“Fin da bambina i miei mi raccontavano della guerra e di cosa accadde. Non nascondevano le loro storie. Spesso la nostra casa era frequentata dagli amici di papà, ex carcerati di Goli Otok. Mi colpiva sempre il tono sottovoce, quasi furtivo, con cui parlavano. Avevano la costante fobia che qualcuno li ascoltasse. Ricordo poi che da piccola provavo tanta curiosità nell’osservare il tatuaggio di mia madre sull’avambraccio sinistro.
All’epoca le donne non si tatuavano, e averne uno era completamente assurdo. All’inizio non capivo neanche che cosa fosse, poi me lo spiegò. Era il suo numero di detenzione, 88906, con il quale veniva indentificata dalle guardie del campo. Conservo ancora il triangolo rosso con sopra scritto IT quale paese d’origine, simbolo che doveva portare a sinistra, sul petto, quale segno di riconoscimento”.
Come figlia di un carcerato dell’Isola Calva, ha portato mai il marchio di tale tragedia nella nostra società?
“Nel corso dell’infanzia mai. Se qualcosa c’è stato, risale a quando ho iniziato a cercare lavoro. Io non me ne rendevo conto, però si notava una certa ‘difficoltà’. Dopo Goli, mio padre non è stato mai più politicamente attivo. Nonostante tutto è riuscito a diventare capo di una grande officina meccanica a Fiume. Anche se a casa nostra queste esperienze tragiche erano relegate nel dimenticatoio, mio padre usava dirmi ‘fai attenzione che da qualche parte sta scritto di chi sei figlia’”.
Pensa che i suoi genitori abbiano portato rancore verso gli aguzzini?
“Mia madre ha portato rancore verso la Germania. In realtà lei non riusciva a capacitarsi del senso di attaccamento che vigeva in tutti i popoli dell’ex Jugoslavia per la Germania. Gli altri popoli d’Europa hanno perdonato il popolo tedesco, ma si sono sempre rifiutati di dimenticare”.
I suoi hanno mai visitato i luoghi di queste tragedie?
“Mia madre non ha voluto ritornarci. Sarebbe stato troppo doloroso perché vi aveva lasciato troppe conoscenze e persone amiche che non sono mai più tornate. Stessa cosa anche per mio padre. Una volta finita la detenzione, ha chiuso per sempre il capitolo Goli Otok”.

 

61 – La Voce del Popolo 23/01/13 L'Europa attende la Croazia già a luglio
L’Europa attende la Croazia già a luglio
BRUXELLES | Nell’ambito del Parlamento europeo non si pensa nemmeno alla possibilità che la Croazia possa non entrare nell’UE, come previsto, il 1.mo luglio prossimo. Non esiste nemmeno un Piano B da applicare nel caso dovesse verificarsi un fatto del genere. Queste, in brevissima sintesi, le conclusioni del dibattito in seno alla Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo, articolatosi sulla proposta di Risoluzione attinente ai progressi compiuti dalla Croazia nel suo percorso verso l’UE. I membri della Commissione esteri hanno preso in visione la bozza di Risoluzione sul Rapporto riguardante il monitoraggio, nonché sul livello di preparazione del Paese per l’entrata nell’UE, stilato dal relatore dell’Europarlamento per la Croazia, il socialdemocratico ceco, Libor Rouček.
La maggior parte dei deputati che ha preso parte al dibattito si è soffermata sulle questioni relative alla ratifica del Trattato d’adesione in Slovenia, sottolineando che i problemi bilaterali non devono ostacolare il processo d’allargamento. A nome della Slovenia ha parlato Jelko Kacin, il quale ha ribadito le già ben note prese di posizione di Lubiana ossia che non si può dire che Zagabria adempia ai presupposti per l’entrata nell’UE, fino a quando non avrà ritirato le deleghe per le denunce contro la Ljubljanska banka.
Inutili le pressioni
“Ulteriori pressioni non aiuteranno certamente a risolvere il problema. I Paesi membri sono sovrani e io non credo ci sia alcun deputato al Parlamento sloveno che voterebbe per la ratifica se non si rispettano questi presupposti. Non è il momento per un approccio emotivo al problema, visto che questo deve essere razionale. La Croazia deve ritirare le deleghe e se lo farà, spero che la ratifica sarà fatta a tempo debito, nell’interesse di tutti”, ha detto Kacin, aggiungendo che i rapporti con la Croazia sono d’importanza strategica e che non dipendono da chi si trova al potere, né se ci sia un governo provvisorio o tecnico. Kacin ha ripetuto che “il problema della Ljubljanska banka non è bilaterale, ma multilaterale”, ribadendo che solamente un governo può bloccare l’entrata della Croazia il 1.mo luglio, ovvero quello croato.
Sono stati numerosi i deputati che hanno replicato a Jelko Kacin.
Non abusare del diritto di veto
Così, il democristiano tedesco, presidente della Commissione per gli Affari esteri del Parlamento europeo, Elmar Brok, si è soffermato in primo luogo sull’abuso del diritto di veto. “Comprendo che le due parti debbano trovare una soluzione, ma ciò non significa che un Paese membro che ha diritto di veto, possa dire a un altro di fare come vuole il primo”, ha spiegato l’europarlamentare tedesco, ribadendo che non esiste un Piano B e che bisogna fare tutto il possibile affinché la data d’adesione della Croazia sia quella prevista, ossia il 1.mo luglio.
“Credo sia veramente tragico che la Slovenia, come Paese amico e vicino si trovi nella posizione che sia l’ultimo a ratificare il Trattato. I Paesi dell’ex Jugoslavia devono essere i vessilliferi del futuro allargamento. I problemi esistono, ma guardiamo le cose in modo positivo. Per la Slovenia è d’importanza vitale che la Croazia entri nell’UE. Se si dovesse giungere al blocco, nessuno sarà vincitore: né Lubiana, né Zagabria, né l’Unione europea”, ha concluso.
Rouček, in questo ambito, ha ricordato la diatriba della Slovenia con l’Italia affermando che se quest’ultima si fosse comportata in modo poco costruttivo, oggi non staremo a discutere della Croazia, ma della stessa Slovenia.
Contrario all’adesione della Croazia il greco Charalampos Angourakis, del Partito comunista, mentre l’unico a esprimere scetticismo è stato l’ungherese Gyorgy Scopflin, in rappresentanza del Fidesz, il partito al potere in Ungheria.

 

62 – La Voce del Popolo 23/01/13 Tra Fiume e Monfalcone un asse ferroviario
Tra Fiume e Monfalcone un asse ferroviario
FIUME | Un treno per collegare Fiume e Monfalcone e rilanciare i porti dell’Adriatico settentrionale. È questa l’idea lanciata ieri al Municipio di Fiume dal sindaco di Monfalcone, Silvia Altran, e accolta con entusiasmo dal primo cittadino del capoluogo quarnerino, Vojko Obersnel.
La suddetta linea ferroviaria dovrebbe essere realizzata nell’ambito del progetto SETA (South East Transport Axis), promosso in seno al Programma di collaborazione transnazionale dei Paesi dell’Europa sudorientale (SEE), volto a favorire i collegamenti tra i porti dell’Alto Adriatico (Fiume, Capodistria, Trieste e Monfalcone), l’Austria, l’Ungheria e più in generale i Paesi dell’Europa centrale.
Lo sviluppo dei porti corre sui binari
Nel corso della riunione, alla quale erano presenti pure il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, il presidente del Consiglio municipale di Fiume, Dorotea Pešić Bukovac, il responsabile della Direzione municipale di Fiume per lo sviluppo, l’urbanistica, l’ecologia e la gestione del territorio, Srđan Škunca, nonché Lucio Gregoretti e Diego Santaliana, dell’Ufficio per le relazioni con il pubblico e per le relazioni internazionali del Comune di Monfalcone, si è parlato delle prospettive di un collegamento su rotaia diretto tra Fiume e Monfalcone.
Per Silvia Altran si tratta di un ottimo modo per incentivare la competitività dei porti dell’Alto Adriatico, rendendoli concorrenziali nei confronti dei grandi scali portuali del nord Europa. Un progetto che Silvia Altran ha rilevato essere particolare in quanto “partito dal basso”, ossia promosso dalle realtà a livello locale.
Convoglio sperimentale
L’iniziativa è stata accolta con interesse dai rappresentanti della Città di Fiume. Obersnel ha osservato che nei progetti di sviluppo della rete ferroviaria croata è prevista una nuova linea che, passando per l’Istria, colleghi direttamente Fiume all’Italia. Un’infrastruttura - per l’esattezza lo svincolo feroviario di Mattuglie - prevista, d’altronde, pure nel Piano urbanistico generale dell’area fiumana.
Il sindaco Obersnel ha accettato di assumere il patrocinio di un convoglio sperimentale, assieme alla sua omologa di Monfalcone (il patrocinio probabilmente sarà allargato anche alle autorità di Capodistria). Il viaggio di prova, denominato “1 treno per l’Europa”, dovrebbe svolgersi il 4 maggio prossimo. Il convoglio, composto da una locomotiva e due vagoni ferroviari (forniti dalle ferrivie croate) partirà da Monfalcone, sosterà a Villa Opicina, a Divaccia e Sesana, per arrivare, infine, dopo circa due ore e mezza di viaggio, a Fiume, dove il sindaco Obersnel, assieme ai suoi omologhi di Monfalcone, Trieste e Capodistria presenterà il progetto.
In seguito all’arrivo del treno nella stazione ferroviaria del capoluogo quarnerino, gli organizzatori dell’iniziativa hanno in mente di far eseguire alla Banda comunale di Monfalcone e a un coro composto da liceali italiani, croati e sloveni gli inni dei rispettivi Paesi e quello europeo (Inno alla gioia).
Incontro con l’etnia
Nel corso dell’incontro svoltosi al Palazzo municipale la delegazione di Monfalcone ha proposto ai rappresentanti di Fiume d’instaurare una collaborazione pure nell’ambito dei progetti GEIE e Leonardo, quest’ultimo finalizzato a istruire una quarantina di cittadini croati sul modo di preparare i progetti europei. L’argomento è stato approfondito successivamente pure al Consolato generale d’Italia a Fiume, dove la delegazione di Monfalcone ha incontrato i rappresentanti dell’Unione Italiana. Il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul, e la sua vice, Norma Zani, hanno accolto con soddisfazione l’invito delle autorità monfalconesi a includere l’UI nel progetto GEIE che il Comune di Monfalcone desidera promuovere assieme alla Città di Fiume in seguito all’adesione della Croazia all’UE.
Lucio Gregoretti ha spiegato che l’invito rivolto all’UI è motivato dall’esperienza accumulata da quest’ultima nei progetti europei. Maurizio Tremul ha rilevato la volontà dell’UI a contribuire all’iniziativa, precisando però che non deve trattarsi di un’adesione formale, ma sostanziale. “Stiamo parlando di un progetto importante, che apre prospettive interessanti sia per la CNI sia per lo sviluppo di quest’area, con la possibilità di veder nascere nuovi di posti di lavoro”, ha notato Tremul, sottolineando la disponibilità dell’UI a dare un apporto tangibile all’iniziativa.
Visita alla Comunità degli Italiani
In serata la sindaco di Monfalcone, accompagnata dal console Renato Cianfarani e da Maurizio Tremul, ha partecipato alla presentazione del libro di Giacomo Scotti “Le rotte dell’Adriatico: culture e scritture di frontiera”, ospitata a Palazzo Modello dalla Comunità degli Italiani.
Krsto Bab
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Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
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