RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA


A CURA DI MARIA RITA COSLIANI, EUFEMIA GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI


N. 862 – 02 Febbraio 2013
Sommario


63 - Difesa Adriatica Febbraio 2013 - Comunicato Stampa Anvgd: Giorno del Ricordo, riconoscere l'antica e fondamentale presenza italiana nell'Adriatico orientale (Antonio Ballarin)
64 - CDM Arcipelago Adriatico 31/01/2013 - Trieste: Memoriale Norma Cossetto: per conoscere e sapere (rtg)
65 - Il Giornale 31/01/13 Intervista a Simone Cristicchi: "A Sanremo con la mia Italia dall'esodo di Pola agli esodati (Paolo Giordano)
66 - Corriere della Sera 30/01/13 La Polemica - Milano: Anpi ed ex An lite sul ricordo delle foibe (anche via web)
67 - Corriere Adriatico 30/01/13 Centrosinistra contro l'intitolazione del campo sportivo ai martiri delle foibe
68 - La Voce di Rovigo 31/01/13 Giornata della memoria: L' esodo degli italiani dalla Dalmazia e dall'Istria (Adriano Romagnolo)
69 - Il Piccolo 28/01/13 Trieste: Giorno della Memoria «Il razzismo è ancora vivo» (Ivana Gherbaz)
70 - Difesa Adriatica - Febbraio 2013 Conservazione del patrimonio veneziano in Istria e Dalmazia, i contributi 2012 della Regione Veneto
71 – La Voce del Popolo 29/01/13 Salvore - Antichi mestieri di Salvore, premio l’11 febbraio a Roma (Franco Sodomaco)
72 - La Voce del Popolo 01/02/13 Dignano: fine settimana all’insegna di San Biagio (mm)
73 - La Voce del Popolo 30/01/13 Cultura - «La Ricerca», per capire meglio la nostra storia (Sandro Petruz)
74 - Il Piccolo 01/02/13 Storia - Nel '44 il Terzo Reich inviò ottocento parà delle Ss per fare prigioniero Tito (Pietro Spirito)
75 - Il Piccolo 30/01/13 Trieste - Famiglia Luzzato Fegiz: Ritorno in via Rossetti nella villa dove nonno inventò i sondaggi Doxa (Andrea Segrè)
76 - La Repubblica 31/01/13 Pulfero (Udine) I bambini dell’asilo senza confini “Italiani e sloveni cresceranno insieme” (Jenner Meletti)
77 - Avvenire 31/01/13 Idee - Balcani, segni di pace (traduzione Sara Terpin)
78 - Il Piccolo 23/01/13 Lettere - Museo della civiltà istriana, una mostra da non perdere (Lucio e Emilia Degrassi)

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

63 - Difesa Adriatica Febbraio 2013 - Comunicato Stampa Anvgd: Giorno del Ricordo, riconoscere l'antica e fondamentale presenza italiana nell'Adriatico orientale
Giorno del Ricordo, riconoscere l’antica e fondamentale presenza italiana nell’Adriatico orientale

Il comunicato stampa del Presidente Anvgd per il 10 Febbraio
Ricorre il 10 Febbraio il Giorno del Ricordo del­le Foibe e dell’esodo degli italiani dalla Venezia Giulia e dalla Dal­mazia, che il trattato di pace del 1947 assegnò alla Jugoslavia di Tito: approvata dal Parlamento italiano con voto pressoché una­nime, la Legge 30 marzo 2004 n. 92, istitutiva del Giorno del Ricordo, ha sancito il formale ri­conoscimento di quei devastanti eventi che videro la popolazione italiana autoctona dell’Istria, Fiu­me e Zara costretta all’esilio in Patria e all’abbandono dei propri beni acquisiti in generazioni di pacifica permanenza nella loro Terra. Grande parte di quei pro­fughi conobbero precaria e inde­corosa sistemazione in oltre 109 campi profughi nelle diverse re­gioni, protrattasi anche per lun­ghi anni, e furono loro per primi ad avere prelevate le impron­te digitali (circolare Ministero dell’Interno 15 maggio 1949 n. 224/17437) per il loro riconosci­mento e la schedatura.
Dal dopoguerra le comuni­tà giuliano-dalmate ricostituitesi con orgogliosa determinazione pur nel difficile contesto eco­nomico di quel tempo e spesso nell’indifferenza se non nella pre­concetta ostilità di tanti ambien­ti, hanno contribuito fattivamen­te alla ricostruzione del Paese con il senso civico e la laboriosità in­nati loro sempre riconosciuti.
È doveroso che la Nazione ricordi gli eventi che nel Nove­cento colpirono una intera regio­ne storicamente e culturalmente legata alla civiltà italiana con la quale ha condiviso nei secoli vi­cende, lingua, arte, costumi, de­stini, e che ha dato un significa­tivo apporto al processo di unità nazionale con la precoce adesione al Risorgimento delle sue più si­gnificative personalità politiche e intellettuali, da Niccolò Tomma­seo ai garibaldini dalmati nella spedizione dei Mille, ai volontari giuliani accorsi alla difesa della Repubblica Romana.
Nella cornice europea che va estendendosi ad Est per accoglie­re Paesi e collettività di diversa tradizione statuale e politica, alla presenza e al ruolo dell’italiani­tà adriatica deve essere restituita l’evidenza e la funzione che de­cenni di silenzio hanno colpevol­mente negato per pregiudiziali ideologiche e opportunità inter­nazionali, non solo in Patria ma anche in quegli Stati sorti dalle ceneri della ex-Jugoslavia. Il dato storico della presenza italiana in quei territori - che ne ha deter­minato incontestabilmente il volto civile e l’appartenenza alla cultura occidentale - deve essere riconosciuto dagli Stati che oggi hanno l’onere di conservarne il grande e plurisecolare patrimonio.
Il Giorno del Ricordo non si esaurisce con il pur doveroso, essenziale omaggio alle vittime dell’intolleranza etnica, ma vuo­le richiamare tutti - opinione pubblica e istituzioni nazionali e internazionali - a riconoscere l’antica e fondamentale presen­za italiana nell’Adriatico orien­tale. Una presenza che, grazie alla testimonianza fiera e tenace delle nostre comunità in Italia, ancora oggi è viva, a dimostra­zione di una storia che continua nonostante la follia dell’odio, nei Paesi della sponda orientale dell’Adriatico che faticano an­cora ad ammettere lo splendore di una civiltà sorta nei territori da essi amministrati, in evidente contrasto con lo spirito europeo che ne dovrebbe ormai animare gli orientamenti e le linee guida per una moderna società.
Antonio Ballarin

 

64 - CDM Arcipelago Adriatico 31/01/2013 - Trieste: Memoriale Norma Cossetto: per conoscere e sapere
Memoriale Norma Cossetto: per conoscere e sapere
“Il memoriale dedicato a Norma Cossetto a Trieste, va completato”, la decisione è del Comitato Provinciale ANVGD di Trieste che nella sua prima riunione postcongressuale ha incontrato Antonio Valpolicelli, scultore e Romano Schnabl, architetto, che hanno firmato i lavori di sistemazione dell’area.
Il monumento a Norma Cossetto è stato inaugurato qualche anno fa con la posa del busto bronzeo della giovane istriana uccisa barbaramente nel 1943 dai partigiani di Tito e fatta precipitare in una foiba non lontana dal suo luogo di residenza, Santa Domenica di Visinada.
L’aiuola che circonda il monumento, in uno spazio del quartiere di Baiamonti, costruito negli anni Sessanta per dare una casa agli esuli istriani, fiumani e dalmati, verrà risistemata con l’aggiunta di alcuni elementi esplicativi. Sul muro alle spalle della stele, su un’Istria stilizzata, che sarà disegnata da un filo bronzeo, sarà facile visualizzare il luogo di nascita della Cossetto e quelli del martirio. Una tabella illustrerà, con un testo stringato ma completo, tutta la sua vicenda. Davanti al monumento un camminamento in pietra agevolerà la deposizione delle corone. Alla sue spalle un cipresso, replicherà le piante sparse tra le case del Quartiere di Baiamonti.
Il progetto è pronto, non il preventivo che è subordinato all’accettazione del nuovo disegno. Quale la tempistica? “A questo punto – spiega il Presidente ANVGD di Trieste, Renzo Codarin – lo sottoporremo al Comune che s’era fatto carico delle spese di realizzazione del memoriale. Comunque, il nostro impegno è quello di inaugurare il monumento completato, il 5 ottobre 2013, data in cui ogni anno ricordiamo il martirio di Norma con la partecipazione della famiglia e delle autorità”. (rtg)

 

65 - Il Giornale 31/01/13 Intervista a Simone Cristicchi: "A Sanremo con la mia Italia dall'esodo di Pola agli esodati
Intervista a Simone Cristicchi: "A Sanremo con la mia Italia dall'esodo di Pola agli esodati"
Un artista controcorrente: "Nel nuovo album canto la tragedia silenziata dal Partito comunista. Mi ispiro alla libertà di un grande come Gaber"
Paolo Giordano
Simone Cristicchi ha fatto il passo decisivo. Bravo è bravo e lo sanno (quasi) tutti da prima che vincesse il Festival di Sanremo con Ti regalerò una rosa. Ma ora è diverso.
Oddio, i riccioloni neri son sempre quelli. Ma lo spirito del suo nuovo Album di famiglia (al quale partecipano anche Nino Frassica e Mannarino) è maturo, curioso e consapevole come si capisce già dai due brani che canterà al Festival, Mi manchi e La prima volta (che sono morto): «Sono più intimista e nel disco c'è meno elettronica». Non solo: c'è più poesia nell'osservare la Storia e le storie perché, come dice lui, «canto come un osservatore esterno, non come parte in causa». E questo è il passo decisivo che trasforma un cantautore cosiddetto impegnato in un cantautore e basta.
Forse, caro Cristicchi, il merito è anche di tutto il suo zigzagare tra palchi e teatri.
«Sì mi piace raccontare le storie di chi è stato abbandonato dalla vita. E anche questo disco è nato all'interno di un percorso teatrale che sfocerà nel mio spettacolo al Rossetti di Trieste: parla dell'esodo degli italiani da Pola nel 1947 e debutta a settembre».
L'esodo di Pola? Argomento tabù.
«Sì la scintilla mi è venuta proprio per questo: io a 35 anni non ne sapevo quasi nulla. È stata una tragedia “silenziata”, colpevolmente “silenziata”».
Ma da chi?
«Da quello che allora era il Partito Comunista di Togliatti. Diciamo che era meglio non parlarne per convenienza politica. In realtà in quei profughi, che cantavano Va' pensiero per sentirsi sempre italiani, c'era una dignità enorme e commovente».
Perciò lei è andato a visitare il semidimenticato Magazzino 18 (che è il titolo dello spettacolo e di una canzone del disco).
«Ho voluto visitare il magazzino nel Porto Vecchio di Trieste che raccoglie i beni abbandonati da chi andava via: masserizie, sedie, cassapanche, insegne. Su ognuno c'è stampato un nome e un numero. E'il cimitero degli oggetti di un fiume dimenticato di ottantamila persone. Un grande museo con un forte odore di legno marcio. Ho recuperato qualcosa e lo porterò con me in scena. Dove interpreterò vari personaggi».
Cristicchi, nel suo penultimo disco c'era Genova brucia sul G8 di Genova del 2001.
«E per quel brano ho ricevuto così tante minacce che al concerto di Mtv a Genova ho dovuto arrivare con la scorta. Ai concerti avevo paura che mi contestassero quelli di Forza Nuova (sorride amaro - ndr)».
Ora cantando l'esodo di Pola magari saranno altri a protestare.
«Però credo di aver cambiato che in questi anni il modo di trattare certi argomenti».
Si sente bipartizan?
«Assolutamente sì. Anche se qualche volta sono stato strumentalizzato».
Le piacerebbe il modello Giorgio Gaber?
«Magari, di certo la sua libertà e la sua capacità di osservazione sono un obiettivo per chiunque».
Nel suo ultimo disco c'è il brano Laura.
«Racconta la parabola di Laura Antonelli. Il testo, uno dei più travagliati di questo album, mi è venuto visitando la sua ex villa a Cerveteri. Sono rimasto impressionato da come questa donna meravigliosa, quest'attrice sex symbol per generazioni di italiani, sia sfiorita sotto il peso della sua vita sfortunata».
L'ha mai incontrata?
«No, non vuole incontrare nessuno».
Avrebbe potuto cantare Laura al Festival.
«Sì ci ho pensato. Ma poi abbiamo deciso di rispettare la sua volontà di vivere fuori dal mondo».
Cristicchi a Sanremo parlerà (anche) dell'altro mondo. In La prima volta (che sono morto) è un Dante surreale che vaga nell'aldilà.
«E in qualche modo provo a raccontare quello che c'è nell'aldiqua, dalle ambulanze in ritardo a tutte le difficoltà del lavoro e degli esodati».

 

66 - Corriere della Sera 30/01/13 La Polemica - Milano: Anpi ed ex An lite sul ricordo delle foibe (anche via web)
La polemica
Anpi ed ex An lite sul ricordo delle foibe (anche via web)
MILANO — Il 1o febbraio, per la legge 92 del 2004, è il «Giorno del ricordo» che ogni anno commemora le vittime dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata. A Torino, però, prima che arrivi quella data si parte con le polemiche. Per quella domenica lì, l’Anpi provinciale ha organizzato il «Presidio antifascista per la pace e la democrazia contro i neofascismi», invitando alla mostra «Fascismo, foibe, esodo» e diramando un comunicato nel quale si ritiene «che il "Giorno del ricordo" non possa trasformarsi in celebrazioni dell’orgoglio fascista, con volgari strumentalizzazioni, ignorando la tragedia vissuta dalle popolazioni slave con le precedenti violenze fasciste, alle quali hanno fatto seguito il tragico massacro delle foibe di migliaia di italiani e la successiva sofferenza dell’esodo». A scagliarsi contro i partigiani, Fratelli d’Italia: Maurizio Marrone, consigliere comunale del partito di La Russa, li accusa di celebrare il 10 febbraio «dalla parte del boia Tito. Sulla bacheca Facebook dell’evento, l’Anpi posta il link a un sito revisionista e negazionista che condanna il riconoscimento dello Stato italiano agli infoibati, definendo le vittime "criminali di guerra". E nel presidio sarà allestita una mostra che dipinge lo sterminio delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata come una reazione giustificata al regime fascista. Vergogna per una provocazione giustificazionista nei confronti di un genocidio anti italiano: offende e uccide le vittime per una seconda volta». A Marrone risponde con un sorriso il presidente dell’Anpi provinciale Diego Novelli, classe 1931: «A quel signore sempre un po’ esagitato dico che prima di dare un giudizio sulla mostra la vedesse: è stata realizzata dall’Associazione nazionale dei perseguitati politici di Milano e ci sono 10 pannelli che raccontano le vicende del fascismo, delle foibe e dell’esodo. Dove ha letto che noi ignoriamo la tragedia delle foibe? Come fa ad attribuirci intenzioni mai manifestate? Noi rispettiamo una legge e ricordiamo il 10 febbraio, ma è Storia che i fascisti hanno fatto cose terribili alle popolazioni slave. E quando si fa una ricostruzione storica si ricorda tutto».

 

67 - Corriere Adriatico 30/01/13 Centrosinistra contro l'intitolazione del campo sportivo ai martiri delle foibe
Centrosinistra contro l'intitolazione del campo sportivo ai martiri delle foibe
TOLENTINO -Dopo il caso via Almirante che il Comune di Civitanova vuole cancellare a breve, scoppia la polemica su via martiri delle Foibe. A Tolentino il centrosinistra - Pd, Sel, Idv, Comunisti italiani, Rifondazione comunista, Rivoluzione civile - è unito contro la proposta di intitolare il campo sportivo ai martiri delle Foibe.
In un documento congiunto, sei partiti e una lista civica del centrosinistra affermano che le foibe furono «il prodotto della violenta politica di snazionalizzazione attuata dal fascismo nella Venezia Giulia», con la «distruzione totale delle identità slovena e croata», cui fece seguito, dopo l'armistizio, «un clima di vendetta contro gli italiani».
Tolentino, città «decorata al valor militare per la guerra di liberazione e medaglia d'argento per la lotta partigiana», prosegue il documento, non può accettare «una visione alterata dalla storia, una ri-scrittura funzionale allo sdoganamento politico e ideologico delle attuali organizzazioni fasciste e della destra radicale», così come invece nei giorni scorsi ha fatto «Silvio Berlusconi, in quella che è tutto tranne che una gaffe».
Mentre «imbarazzante è il silenzio del Movimento 5 stelle e del comico Beppe Grillo».

 

68 - La Voce di Rovigo 31/01/13 Giornata della memoria: L' esodo degli italiani dalla Dalmazia e dall'Istria
Racconti polesani
Giornata della memoria: L' esodo degli italiani dalla Dalmazia e dall'Istria
di Adriano Romagnolo
Parliamo questa volta di un altro genere di emigrazio­ne, quella dei disperati che, alla fine della seconda guerra mondiale, colpì la parte italiana del confine orientale che per gli accordi dell'armistizio fu costretta a diventa­re iugoslava. Tutta I'Istria e la Dalmazia, da secoli abitata da Italiani, passò di colpo sotto la sovranità iugoslava e gli italiani, che da generazioni abitavano e coltivavano quelle terre, furono costretti a optare per la nuova nazionalità o di andarsene per sempre. L'esodo degli Italiani dell'Istria e della Dalmazia fu drammatico. Furono costretti ad abbandonare la loro terra, le loro case, i loro affetti, le loro attività, in alcuni casi anche i loro parenti ed amici, tutto,dall’oggi al domani cer­cando accoglienza e scampo in seno alla madre patria.
Non si trattò di un momentaneo e volontario spostamento di per­sone nella speranza di migliori condizioni di vita. La vita, non­ostante la guerra, in quelle zone si era conservata abbastanza prospera e serena. Si trattò solo di una deportazione forzata di intere popolazioni di origine italiana con il totale sradicamento dai luoghi natii, dalle loro abitu­dini, dai loro rapporti di vita. Pola e Fiume, le città più italiane, furono praticamente spopolate. Un episo­dio perfino curioso. Per gli imballag­gi e per la chiusura delle imposte delle case per la loro protezione, a Pola non si trovavano più chiodi, i pochi a disposizione furono addirittura razionati. Così 350.000 Italiani dell'Istria e della Dalmazia, in particolare di Pola, di Fiume e di Zara se ne andarono in questa maniera
Allora capito che successiva­mente genitori e figli e fratelli e parenti ed amici che se ne erano andati non poterono più né sentirsi con quelli che inve­ce erano rimasti, né comunica­re tra loro per i decenni suc­cessivi. Subito dopo, infatti, calò a mezzo Europa la cortina di ferro che chiuse ermeticamente le frontiere: i popoli dell'est (sotto l’influenza del comunismo dell'URSS), e quelli dell'ovest (filo americani) non si poterono più par­lare e dai valichi di frontiera non fu possibile per i decenni successivi far passare ogni forma di contatto e di comunicazione.
"L'esodo dei giuliani comincia alla fine dl 1943 e raggiunge il massimo negli anni 1947/48. Per l’esule per­seguitato che fugge tutti i mezzi sono buoni: il treno-merci e il carro­agricolo, il piroscafo e il trabaccolo, la fuga notturna attraverso sentieri mai tracciati dei boschi e la barchetta a remi. E' una lunga e dolorosa preces­sione che si snoda attraverso tutte le strade d'Italia perche i 109 campi di raccolta sono disseminati il tutte le regioni. Sono 350.000 affamati, spauriti, disorientati. Hanno un povero fagotto sulle spalle e trascinano per mano 50.000 bambini­. Scompaiono silenziosi nelle barac­che di legno, negli androni delle caserme abbandonate dai soldati o nelle scuole mezze diroccate dalla guerra. Vi resteranno cinque, dieci anni". Così scrive padre Flaminio Rocchi nel 1990 nella prefazione al suo L'esodo dei 350 mila Giuliani, Fiumani e Dalmati
Non furono bene accolti né bene comprese le ragioni di questa nuova migrazione nel cuore dell'Europa distrutta da una guerra disastrosa.
Per alcuni, in Italia, gli esuli erano degli individui compromessi con il passa­to regime fascista che cercavano scampo; per altri erano solamente degli idioti che preferivano una vita preca­ria in un'Italia distrutta ed abbando­navano la terra jugoslava dove si stava concretizzando il progetto più vero della nuova vita democratica, voluta dal socialismo reale del comunismo internazionale.
Al loro passaggio ed al loro arrivo in Italia con treni e tradotte di mezzi che ricordavano tanto Ie recenti tradotte di disperati verso i campi di sterminio nazisti, incontrarono incom­prensione ed ostilità.
A Venezia l'arrivo dei pro­fughi che sbarcavano dal piroscafo Toscana o Monte­cuccoli, o Messina, fu accolto con fischi ed insulti; tanto che in seguito l'arrivo dei profughi avvenne sotto scorta armata; a Bologna dove la pontificia opera di assistenza li acco­glieva con dei pasti caldi, gli operai comunisti della ferrovia minacciarono lo sciopero, se i treni di profughi si fossero fer­mati ancora.
E i treni non si fermeranno più.
Perfino uomini politici come Francesco Saverio Nitti condannò l'esodo e mise in dubbio l'eccidio delle foibe; De Gasperi era preoc­cupato per le proporzioni dell'esodo anche perché esso metteva in pericolo l'italianità dell'Istria e della Dalmazia che, svuotandosi di italiani, stavano diventando sempre più sla­vizzate, come in effetti avvenne. Ritenuti gli Italiani degli usurpatori, i Croati, i Serbi, gli Sloveni e altri si preci­pitano ad occupare come proprie le terre ed i beni abbandonati, come se si trattasse di riappropriarsi di ciò che era state tolto loro. Dura sarà in seguito prov­vedere giuridicamente a rico­noscere un indennizzo agli esuli italiani per quanta avevano perduto. Ancor oggi la questione non è chiusa. Eppure quelle terre erano e sono di tradizio­ne e di cultura ancor oggi ita­liane.
Chi va a Pola o a Parenzo o a Rovigno o a Zara e più in giù verso Sebenico (dove tra l'altro è nato il nostro maggior studioso della lingua italiana dell'800, Nicolò Tommaseo, autore del primo Dizionario dei Sinonimi) incontra ad ogni piè sospinto i segni della loro italianità.Il leone di San Marco campeggia ancora su qualche marmo o su qual­che porta cittadina e l'architettura di gusto italiano e veneto si può vedere in ogni luogo senza fatica.
Per non parlare della lingua parla­ta. Ancora oggi, nonostante il pro­cesso massiccio di slavizzazione ed il boicottaggio della lingua italiana, nonostante gli accordi internazionali, il dolce dialetto di Venezia e di Trieste è parlato diffusamente spe­cialmente tra i più anziani.
Ricordiamo solo alcuni nomi famosi di italiani di origine istriana o dalmata, assai noti tra di noi, che hanno onorato la loro origine cultu­rale affermando la loro italianità. Diciamo solo di Sergio Endrigo, musicista, poeta e cantante, che è originario di Pola, ricordiamo l'imprenditore dei tessuti di lana di origine dalmata, Ottavio Missoni, che fu anche atleta alle olimpiadi in rappresentanza dell'Italia; ricordia­mo ancora il distillatore di liquori di Zara, Girolamo Luxardo, che ha portato la sua arte sui Colli Euganei, e ricordiamo ancora il compositore del 700, Domenico Tartini, di Pirano; e il patriota Nazario Sauro, di Capodistria, e poi lo scrittore e romanziere Fulvio Tomizza, di Materada, ed il giornalista politologo Enzo Betiza, originario di Pola e la stella delcinema Alida Valli, pure di Pola.
I pochi Italiani poi che optarono per il nuovo regime, dopo la stabiliz­zazione, subirono anch'essi l'onta della persecuzione etnica. Quelli che non si sono subito ade­guati al nuovo sistema, e tal­volta anche quelli che l'ave­vane fatto, specialmente se si trattava di insegnati, di milita­ri, di politici, subirono la morte nelle foibe carsiche per il solo fatto di essere di origine italia­na. Questa pero e un'altra questione. Citiamo invece I'esperienza dolorosa degli Italo-slavi e perfino di non italiani, perse­guitati ed internati all'isola Calva o Bucari, famigerato campo di rieducazione ideolo­gica comunista. Con il pretesto della riedu­cazione ideologica là finirono, ancora per odio etnico, molti degli italiani, divenuti slavi, perché erano rimasti stalinisti dopo la rottura revisionista di Tito con l'Unione Sovietica. Alcuni dei sopravvissuti hanno riferito che la vita all'isola Calva era peggiore dei peggiori campi di con­centramento nazisti. Ma di tutto que­sto ancora oggi nei libri di storia, nonostante la molta acqua passata sotto i ponti, si continua a tacere.

 

69 - Il Piccolo 28/01/13 Trieste: Giorno della Memoria «Il razzismo è ancora vivo»
Giorno della Memoria «Il razzismo è ancora vivo»
La cerimonia alla Risiera di San Sabba. Il sindaco: «Siamo qui per ricordare e per una riflessione condivisa». Il rabbino Margalit: «Shoah vuol dire catastrofe»
Serpeggia sempre più spesso l'interrogativo sul valore del Giorno della memoria. Dopo così tanto tempo, quando ormai i sopravvissuti allo sterminio sono sempre meno, quando il ricordo sembra svanire con lo scorrere degli anni, serve ancora? A far riecheggiare ieri in Risiera questo interrogativo
- dopo 13 anni dall'istituzione del Giorno della memoria, e dopo 68 anni da quel 27 gennaio in cui il mondo scoprì gli orrori compiuti dai nazisti nei campi di concentramento, quando le truppe sovietiche varcarono i cancelli di Auschwitz – è stato il rabbino capo della Comunità di Trieste Itzhak David Margalit. «Purtroppo dobbiamo farlo – è stata la sua risposta – per onorare chi ha dato la propria vita per darci la vita. Per chi ci ha liberato e ha combattuto per liberarci, per i partigiani. Ma anche per sconfiggere il razzismo che sta aumentando in molti Paesi europei, non solo contro gli ebrei, penso all'Ungheria, la Polonia, la Norvegia o la Francia. Le guerre in Africa. Dobbiamo continuare a incontrarci in questo giorno, assieme non solo per ricordare ma perché vogliamo restare umani pur nelle differenze di religione». Ricordare significa anche tramandare la memoria. Peccato che ieri nel piazzale della morte – la Risiera è l'unico campo di sterminio presente in Italia e Trieste è la città dove nel 1938 furono annunciate le leggi razziali - a seguire i riti civili e religiosi ci fossero pochi studenti. Anche la politica, almeno quella di centrodestra, pare abbia voluto disertare questo momento di raccoglimento e riflessione, esclusi i presenti per motivi istituzionali. Il passato può diventare un tramite per capire le cause che portarono alla Shoah: «Oggi siamo qui a ricordare quei drammi», ha detto il sindaco Roberto Cosolini nel suo discorso anche quest'anno tradotto in sloveno: «Un'occasione per una riflessione condivisa che abbracci anche tutte le altre vittime di quella tragedia: non solo gli ebrei ma gli oppositori politici, gli omosessuali, i disabili fisici e mentali, i rom e i sinti e chi qui a Trieste parlava un'altra lingua o era di un'altra religione. Le leggi razziali hanno colpito nella comunità ebraica tanta parte di quella borghesia illuminata che ha costituito il primo e più dinamico motore di sviluppo della città. Venne dissolto in modo criminale un patrimonio inestimabile di iniziativa di imprenditoria, di commercio e cultura. Nella nostra società oggi ci sono ignobili focolai di antisemitismo che vanno debellati per questo non dobbiamo perdere di vista i valori sui cui si fondano la Costituzione e l'Unione europea: rispetto, dignità, libertà e uguaglianza». Ma ancora assistiamo a episodi di razzismo e di xenofobia, a esternazioni come quella dell’ex premier Berlusconi di apprezzamento nei confronti di Mussolini, «che fece cose buone tranne le leggi razziali», dimenticando la connivenza con il regime nazista. «La shoah vuol dire catastrofe», ha detto ancora il rabbino capo Margalit ringraziando il sindaco per le sue parole in ricordo della Comunità ebraica triestina sparita nei campi di sterminio: «Noi siamo lo specchio di noi stessi. E il mondo non è ancora pronto ad affrontare queste giornate se è ancora pieno di pensieri e azioni razziste». Una preghiera per i morti incarcerati nella Risiera e in tutti i campi di sterminio è stata dedicata anche dal vescovo Giampaolo Crepaldi. Ed ecco le altre cerimonie. Alla presenza del vice prefetto vicario Rinaldo Argentieri, del vice questore Vicario Lorenzo Pillinini, del commissario Antonio Marrone della locale Polizia penitenziaria e di altre autorità amministrative, militari e civili, ieri mattina è stata deposta una corona alla lapide che ricorda la prigionia nella struttura triestina di Giovanni Palatucci, ultimo Questore italiano di Fiume, “Giusto tra le Nazioni”, “Servo di Dio” e “Medaglia d’oro al Merito Civile”. Alle 9.30, presente il sindaco, dalle carceri del Coroneo è partita la marcia silenziosa degli ex deportati dal luogo di detenzione fino alla Stazione Centrale. Alle 10, in via Flavio Gioia, è stata deposta una corona del Comune sulla lapide che ricorda la partenza dei convogli dei deportati verso i campi nazisti dal settembre 1943 al febbraio 1945.
Ivana Gherbaz

 

70 - Difesa Adriatica - Febbraio 2013 Conservazione del patrimonio veneziano in Istria e Dalmazia, i contributi 2012 della Regione Veneto
Conservazione del patrimonio veneziano in Istria e Dalmazia, i contributi 2012 della Regione Veneto
Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato, all’unanimità, il programma dei finanziamenti previsti dalla legge 15 del 1994 «Inter­venti per il recupero, la conser­vazione, la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell’Istria e nella Dalma­zia». «La somma complessiva messa a disposizione quest’an­no - ha ricordato il relatore Vittorino Cenci presidente del­la commissione Cultura - è di 450 mila euro (lo scorso anno erano 520 mila). Duecentocin- quantamila euro servono per finanziare interventi diretti del­la Regione Veneto destinati al restauro di edifici e opere d’arte legate alla presenza della Re­pubblica Veneta: 24 mila euro per il restauro di cinque leoni di San Marco conservati al mu­seo di Zara; 18 mila euro per il restauro degli affreschi nella casa Tartini di Pirano d’Istria; 60 mila euro per il restauro di Palazzo Portarol (Il castelletto) di Dignano; 48 mila euro per il restauro della casa Maraston del XVI secolo nella piazza di Visinada; 23.750 euro sono destinati al restauro dei dettagli scultorei e degli stemmi del palazzo comunale di Pola; 30 mila euro servono per il recupe­ro della torre di San Martino di Buie; 20 mila euro sono per la ristrutturazione della casa degli affreschi istriani di Cerreto; in­fine 26.250 euro sono destinati al restauro del crocifisso ligneo della parrocchiale di Santa Eu­femia a Gallignana nel Comu­ne di Cittanova/Albona.
La seconda tranche di 200 mila euro è destinata a contri­buire alle realizza­zione di iniziative culturali, prevalente­mente editoriali, che riguardano la storia dell’Istria e della Dal­mazia. Dodicimila e 500 euro servono per la pubblicazio­ne Il golfo adriatico. Storia, diritto, econo­mia e arte nella do­minazione venezia­na a cura de Limes Club di Verona; 2 mila euro per il volume Le confraternite istriane curato dalla Società di studi storici di Pirano d’Istria; 15 mila euro sono destinati all’Università Ca’ Foscari di Ve­nezia per la pubblicazione dei risultati delle ricerche archeo­logiche sottomarine relative al relitto di nave veneziana di Melena; 16 mila euro vanno alla Società Dalmata di Storia pa­tria per la pubblicazione delle relazioni dei “rettori dello Stato da mar”; 19 mila euro sono per l’Istituto Veneto di Scienze, let­tere e arti per pubblicare lo stu­dio Tra Venezia e Zara fonti per un complesso rapporto decisivo per gli equilibri adriatici; 11 mila euro per lo svolgimento di corsi di lingua italiana e di cultura storico-letteraria veneta da tenersi a Veglia, Zara, Spa­lato, Lesina, Ragusa e Cattaro a cura della Fondazione Maria e Eugenio Dario Rustia Trai­ne di Trieste; 7.500 euro per corsi di lingua italiana Catta- ro (Montenegro); 6 mila euro per la pubblicazione Cultura e storia delle perle veneziane a cura dell’associazione “Ve­neziani nel mondo”; 32 mila euro servono come contributo all’asilo infantile italiano «Pi­
nocchio» di Zara; 3 mila euro per la Società Dante Alighieri di Zara; 16 mila euro sono de­stinati alla scuola materna ita­liana di Cittanova; 4 mila euro alla Comunità degli italiani di Momiano per una monografia sulla storia del paese; 3 mila euro per il festival organizzato a Buie per valorizzare il dialet­to istroveneto e le sue varianti parlate; 11 mila euro alla Fon­dazione Dario Rustia Traine di Trieste per la pubblicazione di una guida della presenza vene­ziana nella Dalmazia montene- grina (Bocche di Cattaro); 10 mila euro per la confezione di un DVD sul patrimonio cultu­rale di origine veneta in Istria e Dalmazia curato dall’asso­ciazione “cielo, terra, mare” di Pordenone; 4.500 euro vanno all’Università Ca’ Fo- scari di Venezia per il volume sugli scavi archeologici presso il palazzo dei Dogi di Antiva­ri (Montenegro); 21.500 euro sono destinati alla Regione Istriana per una monografia sul patrimonio artistico delle chiese istriane; 6 mila euro al Comune di Tezze sul Brenta (VI) per il gemellaggio con un Comune dell’Istria croata». (fonte www.consiglioveneto.it)

 

71 – La Voce del Popolo 29/01/13 Salvore - Antichi mestieri di Salvore, premio l’11 febbraio a Roma
Antichi mestieri di Salvore Premio l’11 febbraio a Roma
SALVORE Lasciare il computer per immergersi nell’epoca “dei marangoni, dei caligheri, dei contadini, delle trebie e delle sexole”, per gli alunni e gli insegnanti della sezione periferica di Salvore della Scuola elementare italiana “Galileo Galilei” di Umago è stata una fortuna. Già, perché la ricerca che hanno effettuato sugli usi e le tradizioni locali li porterà direttamente a Roma, come delle piccole star. Non a Cineccità, ma al Quirinale.
La premiazione della terza edizione del concorso “Cultura e vita materiale tra la terra e il Mare Adriatico orientale”, cui gli alunni di Salvore hanno partecipato con la loro ricerca, si svolgerà infatti al Quirinale di Roma, l’11 febbraio prossimo, nel corso della celebrazione del Giorno del Ricordo. Nell’occasione, la Presidenza della Repubblica italiana, in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha invitato le scuole vincitrici, tra le quali pure la periferica italiana di Salvore, a ritirare il premio.
Ne abbiamo parlato con le insegnanti che hanno portato avanti il progetto, ovvero Carmen Rota e Loretta Giraldi, della periferica di Salvore.
“La nostra periferica ha vinto il primo premio ex-aequo con una scuola italiana, alla terza edizione del Concorso nazionale “Cultura e vita materiale tra la terra e il Mare Adriatico orientale: i mestieri e la loro impronta nelle arti figurative e nella letteratura”, bandito in collaborazione con le Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati, nell’ambito delle iniziative promosse dal Gruppo di lavoro dedicato alle tematiche del confine orientale - così Carmen Rota -.
Per la nostra sezione è diventata ormai un’abitudine dedicarsi a temi che rispecchino aspetti riguardanti l’approfondimento dello studio della storia, della cultura e delle nostre tradizioni attraverso fonti scritte, orali e materiali; quindi non solo fonti d’archivio, ma fondamentalmente della memoria, attingendo alle testimonianze orali. Il nostro lavoro viene svolto all’interno di singoli progetti educativi nell’ambito della progettazione didattica annuale di classe”.
Quali sono le caratteristiche tecniche del concorso?
“Le Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati, unite nel Tavolo di lavoro (Associazione Coordinamento Adriatico, Associazione delle Comunità Istriane, Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Libero Comune di Fiume in esilio, Libero Comune di Pola in esilio, Libero Comune di Zara in esilio e Unione degli Istriani), in collaborazione con il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, bandiscono un concorso volto a promuovere l’educazione alla cittadinanza europea e a sollecitare l’approfondimento della storia italiana attraverso una migliore conoscenza dei rapporti storici, geografici e culturali nell’area dell’Adriatico orientale, attenendosi in particolar modo agli aspetti tematici evidenziati nel titolo del concorso - ha rilevato Loretta Giraldi -.
Per questa ragione abbiamo rispolverato gli antichi mestieri locali, un tema che ha entusiasmato tutti gli alunni. Abbiamo quindi instaurato una collaborazione attiva con il Museo civico di Umago per l’apertura della mostra ‘Salvore nel passato’, con la Comunità degli italiani umaghese, per la partecipazione con l’omonima scenetta in occasione della presentazione del Vocabolario del dialetto umaghese, e con la Comunità degli italiani di Salvore.
Un progetto davvero interessante, che ci ha dato anche altre soddisfazioni: alla nona edizione del Concorso Letterario “ML Histria” (2011), la scuola ha infatti vinto il terzo premio, con la motivazione che il tema di ricerca sull’attività e il lavoro dei nonni, scritto in dialetto, rispecchia chiaramente il lavoro manuale dello scorso secolo. Il lavoro di gruppo è scaturito dalla collaborazione tra gli alunni e i loro nonni.
La ricerca si presenta ricca di immagini fotografiche ed illustrazioni eseguite dai bambini - ha proseguito Loretta Giraldi -. Tali immagini si presentano molto ricche e interessanti per la cura dei dettagli, il che è stato reso possibile grazie all’osservazione diretta di tali oggetti. Ciò ha comportato un grande impegno, sia da parte dei nonni che dei bambini nel recupero degli arnesi e degli oggetti dimenticati in qualche soffitta o cantina. Ne deriva un’interessante ricerca etnografica sugli antichi mestieri dei nostri avi”.
Un patrimonio da salvaguardare
“L’idea è partita dalla consapevolezza che con l’andare del tempo e con la velocità dei cambiamenti socio linguistici dei giorni nostri, molti dei termini usati abitualmente dai nostri nonni non esistono più, se non nella memoria di pochi - ha continuato Carmen Rota -. Abbiamo quindi voluto preservare un po’ di questa ricchezza linguistica, avvicinandola ai bambini di oggi. Il modo migliore per farlo ci è sembrato quello di far loro vedere, toccare e assaporare la vita che facevano i nostri nonni.
Innanzitutto abbiamo contattato i nonni dei nostri alunni, con l’aiuto dei quali abbiamo organizzato delle mostre, con dimostrazioni pratiche dell’uso che si faceva un tempo degli attrezzi. La presentazione è stata fatta in dialetto istroveneto, usando i termini specifici per ogni mestiere e attrezzo.
Dopo aver documentato tutto con fotografie e filmati, il materiale è stato rielaborato in classe, per permetterne una migliore comprensione e memorizzazione, vista la grande mole di informazioni raccolte. A lavoro ultimato è stato prodotto un breve copione teatrale in dialetto istroveneto, che è stato messo in scena dagli alunni stessi”.
A esprimere soddisfazione per i successi conseguiti dai ragazzi è stato pure il preside della scuola, Arden Sirotić: “Nell’era dei computer, facebook e twitter, è bello ricordarsi degli antichi mestieri dei nostri nonni, che in molti casi, come in quello del falegname, del pescatore o del calzolaio, sono diventati una vera e propria arte”.
Franco Sodomaco

 

72 - La Voce del Popolo 01/02/13 Dignano: fine settimana all’insegna di San Biagio
Dignano: fine settimana all’insegna di San Biagio
Come ogni anno Dignano si accinge a vivere i festeggiamenti in onore di San Biagio, patrono e protettore della Città. Per l’occasione, l’amministrazione municipale in collaborazione con la Parrocchia ha organizzato una serie di manifestazioni, appuntamenti e funzioni religiose. Rispetto al passato, la grande festa sarà aperta domani sera (dunque con un giorno di anticipo rispetto alla data liturgica del 3 febbraio) con la messa, che il parroco celebrerà, con inizio alle 17, nel Duomo di San Biagio. La funzione religiosa, come da tradizione, sarà seguita dai riti della consacrazione dell’olio e dell’unzione della gola dei fedeli.
Il programma dei festeggiamenti, è stato presentato ieri dal sindaco Klaudio Vitasović e dal parroco Marijan Jelenić, il quale ha anticipato che l’avvenimento principale riguarderà la consegna di una piccola parte delle reliquie di San Barbaro, gelosamente custodite all’interno del duomo, a una delegazione della chiesa ortodossa di Potamos, cittadina situata lungo la costa orientale dell’Isola di Corfù in Grecia. Come sottolineato da don Marijan Jelenić, è la prima volta in assoluto che una chiesa cattolica dona una reliquia a una chiesa ortodossa. Ricordato che la presentazione e la consegna delle reliquia si terrà domenica nel corso della messa solenne delle 11, ha poi raccontato come si sia arrivati a questa singolare donazione. A tale proposito ha rilevato che a Potamos è stata costruita una nuova chiesa dedicata a San Barbaro. “Il parroco della cittadina greca ha espresso il desiderio di custodire nella nuova chiesa alcune reliquie del Santo. Non sapendo dove trovarle, il prete ha iniziato una lunga ricerca che lo ha portato a Dignano, dove oltre al corpo mummificato di San Barbaro sono custodite anche le reliquie di altri santi. Il parroco ha ricordato che San Barbaro è stato un pirata e un saccheggiatore, convertitosi al cristianesimo dopo essere entrato in una chiesa che voleva depredare. Tornando alla donazione di parte delle reliquie di San Barbaro alla chiesa ortodossa di Potamos, per la quale è stato necessario ottenere il permesso della Santa Sede, don Marijan Jelenić ha detto trattarsi di un invito alla pace e alla convivenza tra tutti gli uomini.
La giornata di domenica 3 febbraio avrà però inizio alle 8.30 con la messa, che sarà celebrata sia in croato che italiano. Alle 11 avrà luogo la Santa messa presieduta dal vescovo monsignor Dražen Kutlaša. Al termine della cerimonia di consegna delle reliquie di San Barbaro si procederà con l’unzione della gola dei fedeli. Durante la messa è prevista l’esibizione dei cori delle CI di Dignano e Gallesano e l’esibizione di Samanta Stell e Sanja Pančevski, rispettivamente al flauto e al violino. All’uscita dalla chiesa bevande calde e frittelle ai fedeli.
La seconda messa solenne della giornata, officiata da monsignor Ivan Milovan, è prevista per le 17, seguita dalla presentazione del sito web della Parrocchia, visitabile da domenica prossima all’indirizzo www.zupavodnjan.com. (mm)

 

73 - La Voce del Popolo 30/01/13 Cultura - «La Ricerca», per capire meglio la nostra storia
«La Ricerca», per capire meglio la nostra storia
ROVIGNO | Il Centro di ricerche storiche di Rovigno ha presentato ieri il 62.esimo numero del bollettino “La Ricerca”, pubblicato lo scorso dicembre. L’ultima pubblicazione del CRS è stata presentata da Nicolò Sponza, che ha anche firmato l’editoriale “La frammentazione della Storia”, in apertura di questo nuovo numero de “La Ricerca”. Sponza ha spiegato che la frammentazione della storia, a differenza della narrazione unitaria con una scrittura degli eventi rigorosa, lineare, e programmatrice del passato, rappresenta una risorsa indispensabile in quanto aiuta a comprendere la multidimensionalità degli eventi e dei fatti storici che avvengono in una società, sempre più smarrita tra globalizzazione ed egoismo individualista.
“La frammentazione si accosta, spiega e alle volte corregge quello che sino a ieri veniva considerato significativo, esplicativo, fondante, ma che in ultima istanza era solamente nazionalmente opportuno” – ha rilevato Sponza.
Oltre alle rubriche standard, curate da Marisa Ferrara, come “il Notiziario”, “Visite al Centro di ricerche storiche” e “Partecipazione dei ricercatori a convegni e seminari”, il nuovo numero de “La Ricerca” propone quattro interessanti contributi.
La politica ecologica di Pola dell’800
Il primo saggio dal titolo “Politica ecologica e igiene urbana a Pola alla fine dell’Ottocento”, a cura di Rino Cigui, mette in evidenza le problematiche inerenti alla politica ecologica e all’igiene urbana, che per le autorità governative del tempo rappresentavano una preoccupazione rilevante, come confermano gli interventi proposti a partire dal 1842 sul territorio di Pola, con il trasferimento del cimitero cittadino fuori dalle mura, una maggior inclinazione del canale di scolo posto sul lato meridionale della città, la chiusura delle cave di saldame, l’estirpazione della vegetazione, la pulizia generale della città, delle abitazioni e delle stalle. Il saggio racconta dei progetti e dei tentativi portati avanti dal Comune e dall’Erario per migliorare lo stato di salute della città, che in quel periodo stava attraversando una crescita demografica senza precedenti, superando la quota di 30mila abitanti. Le maggiori carenze infrastrutturali del tempo riguardavano la realizzazione di una rete fognaria e di un sistema efficiente di canalizzazione e di approvvigionamento dell’acqua.
Il saggio di William Klinger, “Catture di squalo bianco nel Quarnero 1872 – 1909”, propone un’interessante ricostruzione storica sulla presenza dello squalo bianco lungo le coste dell’Adriatico orientale. Il Quarnero, nonostante le sue ridotte dimensioni, risultava essere l’area di maggior frequenza di catture di questo esemplare in tutto il Mediterraneo. Tale intensa frequentazione è da collegarsi alle numerose tonnare attive nell’area, dato che i movimenti degli squali bianchi dipendevano strettamente da quelli dei tonni. Come il lupo in montagna prosperava grazie alla pastorizia, lo squalo bianco prosperava grazie alla pesca del tonno. Con il declino di questo tipo di pesca tradizionale la specie praticamente sparì dalle coste dell’Adriatico orientale.
Riflessioni sul censimento 2011
Ezio Giuricin analizza i risultati del censimento istriano nel pezzo “Il “paradosso” istriano: riflessioni sul censimento del 2011”. Il ricercatore è fermamente convinto che dietro alle cifre statistiche si celi una realtà molto più complessa e articolata e, soprattutto, diversa da quella indicata dalle tabelle e dai numeri.
Secondo Giuricin la CNI deve rifiutarsi di riconoscere non solo la validità scientifica e sociale, ma soprattutto il significato politico del censimento nazionale. Bisogna impegnarsi affinché in futuro i rilevamenti statistici non comprendano più i dati sensibili (potenzialmente strumentalizzabili e discriminatori) sull’appartenenza nazionale, linguistica o religiosa. Al contempo, bisogna impedire che i risultati delle “conte etniche” siano utilizzati per misurare o applicare diritti, o per commisurare concretamente, sulla base del nostro numero, i finanziamenti o le forme di tutela.
L’ultimo saggio, “La deportazione di un gruppo di dignanesi nel campo di prigionia e di lavoro di Katschberg”, di Paola Delton, propone le memorie di Erminio Voivoda tratte dal “Manoscritto della mia vita passata nei diversi lager e primamente nel lager di Katschberg, in Austria, sul confine tra la Carinzia e il Salisburghese, in vicinanza di S. Michael im Lungau”, che racconta quasi un anno di deportazione e soprusi che Voivoda ha dovuto affrontare con un gruppo di giovani dignanesi tra il 15 luglio 1944 e il 16 maggio 1945, rei di avere contributo alla lotta antifascista.
Sandro Petruz

 

74 - Il Piccolo 01/02/13 Storia - Nel '44 il Terzo Reich inviò ottocento parà delle Ss per fare prigioniero Tito
Nel ’44 il Terzo Reich inviò ottocento parà delle Ss per fare prigioniero Tito

l’incontro storia - il saggio
Pietro Spirito
La Libreria Editrice Goriziana pubblica un saggio di David Greentree su un episodio determinante della Seconda guerra mondiale
Il maresciallo riuscì a fuggire dal suo nascondiglio e a rifugiarsi prima a Bari e poi a Lissa mentre i tedeschi subirono il violento contrattacco dei partigiani
All’operazione Rösselprung prese parte il battaglione paracadutisti SS, un’unità di disciplina che era composta in buona parte da giovani arruolati nelle prigioni dei nazisti
Oggi la presentazione a Gorizia a cura di William Klinger Il libro “Caccia a Tito. Operazione Rösselsprung – Maggio 1944” di David Greentree viene presentato oggi alle 18 alla Libreria Editrice Goriziana (corso Verdi 67, Gorizia) dallo storico William Klinger. Klinger, nato a Fiume nel 1972, ha studiato a Klagenfurt e Trieste; ha compiuto studi di specializzazione alla Central European University di Budapest e conseguito il dottorato all’European University Institute di Firenze con una tesi intitolata “Negotiating the Nation: Fiume, from Autonomism to State Making 1848-1924”. di Pietro Spirito La mattina del 25 maggio 1944, giorno del suo compleanno, il maresciallo Josip Broz Tito sentì il rombo di due aeroplani provenire dalla vallata sottostante il suo imprendibile rifugio scavato in una caverna sulle pendici della montagna alle spalle di Drvar, piccola cittadina della Bosnia nord-occidentale. Quella mattina Tito non doveva trovarsi lì, ma nel segretissimo rifugio di Bastasi, cinque chilometri più in là. Invece la sera prima era andato a vedere un film e il giorno dopo voleva festeggiare il suo compleanno con i giovani comunisti di Jugoslavia. Perciò il comandante degli otto corpi mobili partigiani che, assieme ad altre 26 divisioni, stavano dando seri grattacapi alle forze d’occupazione naziste era rimasto nella base di Drvar. Quando uscì di corsa dalla caverna per vedere cosa stesse accadendo, Tito vide dietro ai due bombardieri Junkers 87 Stuka in picchiata comparire altri apparecchi, più lenti: erano alianti dai quali si stavano lanciando ottocento paracadutisti. Il maresciallo non poteva ancora saperlo, ma quei puntini bianchi nel cielo erano gli uomini del 500° battaglione paracadutisti SS, un’unità di disciplina composta in buona parte da soldati arruolati nelle prigioni e nei campi di concentramento dov’erano rinchiusi per reati di vario genere, giovani che non avevano nulla da perdere e tutto da guadagnare. Il lancio dei parà era l’azione di punta dell’operazione Rösselsprung, “mossa del cavaliere”, un audace attacco coadiuvato da forze di terra che aveva lo scopo di circondare il quartier generale dei partigiani e colpire proprio lui, il maresciallo Tito, catturarlo o ucciderlo. Ciò che accadde prima, durante e dopo il blitz delle forze speciali tedesche contro la roccaforte dei partigiani jugoslavi lo racconta ora lo storico britannico (nonché ufficiale della Royal Air Force impiegato anche in Afghanistan) David Greentree nel libro “Caccia a Tito” (pagg. 126, Euro 16,00), pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana nella collana Bam-Biblioteca d’arte militare (tradotto da Rossana Macuz Varrocchi, illustrazioni di Johnny Shumate e Mark Stacey), e da oggi nelle librerie. Come nella trama di un film, con l’ausilio di rare fotografie scattate dai giornalisti al seguito della missione e cartine illustrative, Greentree ricostruisce momento per momento la battaglia di Drvar, dalla quale Tito riuscì a sfuggire per un soffio. Da bravo storico militare, l’autore entra nel dettaglio degli armamenti e delle formazioni in campo, analizzando errori, successi e tattiche, spostando il punto di vista da uno schieramento all’altro. Il risultato è un racconto serrato che mette in rilievo alcuni fattori in apparenza minori ma che alla fine, messi insieme, risultarono determinanti per l’esito dei combattimenti. Come ad esempio le armi e munizioni che i partigiani avevano sottratto all’esercito italiano dopo l’8 settembre, in particolare i piccoli e maneggevoli carri armati leggeri CV 35, che i tedeschi non si aspettavano di trovare a bloccare loro il passo. O l’impiego massiccio dell’aviazione angloamericana, una volta che gli alleati si erano resi conto di cosa stesse accadendo. Che i tedeschi stessero tramando qualcosa l’intelligence lo sapeva, gli esperti del controspionaggio di Bletchley Park avevano decrittato numerosi messaggi. Ma nessuno era riuscito a mettere insieme il puzzle delle informazioni, e l’attacco tedesco a Drvar aveva colto tutti di sorpresa. La reazione degli alleati fu immediata, guidati dagli osservatori partigiani a terra i bombardieri B17 e i caccia P38 picchiarono duro sugli assalitori mettendo presto fuori uso anche l’aviazione tedesco-croata. Ma, nota Greentree, se Tito potè uscire indenne dalla sacca di Drvar fu soprattutto per merito del coraggio dei suoi uomini. Pur essendo riuscito ad allontanarsi da Drvar, Tito restava vulnerabile: «L’operazione Rösselsprung avrebbe ancora potuto intercettarlo lungo la strada su cui stava cercando la salvezza, se non fosse intervenuta la difesa organizzata dai partigiani e in particolare dalla 1.a divisione proletaria che affrontò la 7.a divisione SS “Prinz Eugen”». La battaglia durò dieci giorni e costò la vita a 1.916 partigiani, mentre altri 161 furono catturati e 35 disertarono. «Le perdite dei tedeschi - nota Greentree - furono ufficialmente di 213 soldati caduti, 881 feriti e 57 dispersi: numeri di gran lunga inferiori alla realtà». Dopo una lunga fuga nei boschi e poi in treno accompagnato dai suoi fedelissimi e dall’amato pastore alsaziano Tiger (che il maresciallo avrebbe confessato di aver pensato più volte di sopprimere perché i suoi guati rischiavano di farlo scoprire, ma di non averne avuto il coraggio), Tito accettò l’evacuazione a condizione che gli venisse data la possibilità di stabilire il suo quartier generale a Lissa. Il 3 giugno un aereo sovietico atterrò sulla pista di Kupresko Polje e portò il maresciallo a Bari, dove trascorse due notti prima di imbarcarsi sul cacciatorpediniere “Blackmore” e salpare per Lissa accompagnato dal diplomatico, militare e scrittore Fitzroy MacLean. Arrivato a Lissa, scrive Greentree, Tito «ancora una volta stabilì il suo quartier generale in una caverna sulle montagne. “Il più grande nemico” era di nuovo al timone del comando». In un primo momento i comandi germanici pensarono di spedire i feroci parà del 500° battaglione SS anche su Lissa, poi lasciarono perdere, e il reparto speciale, promosso e non più disciplinare, continuò a operare su altri fronti oltre le linee nemiche fino agli ultimi giorni di guerra. «A Drvar - conclude il suo libro lo storico britannico - Tito rischiò e mise in pericolo l’intera struttura di comando. L’operazione aviotrasportata fu quella che portò i tedeschi vicinissimi al loro scopo, cioè alla cattura del maresciallo. Se ce l’avessero fatta, probabilmente l’esito della guerra partigiana non sarebbe stato diverso, ma nel medio termine i tedeschi avrebbero avuto come avversario un movimento partigiano confuso e senza un vero leader». Più pesanti sarebbero state invece le conseguenze per il futuro della Jugoslavia: Stalin ne avrebbe potuto fare un boccone. Invece Tito rimase in sella, pronto a guidare la riscossa fino alla vittoria finale.

 

75 - Il Piccolo 30/01/13 Trieste - Famiglia Luzzato Fegiz: Ritorno in via Rossetti nella villa dove nonno inventò i sondaggi Doxa
Ritorno in via Rossetti nella villa dove nonno inventò i sondaggi Doxa
LA FAMIGLIA - LUZZATTO FEGIZ
I nonni e la mamma nei ricordi di Andrea Segrè, direttore del Dipartimento di scienze agroalimentari all’Università di Bologna
di ANDREA SEGRÈ
Trieste, estate 2011. In via Rossetti, la case dei miei nonni, appena lasciata vuota – per sempre – da mia madre. Nel silenzio spettrale guardo la tavola da pranzo dove hanno mangiato generazioni di parenti e nipoti affamati. Il camino annerito, focolare di tanti Natali a famiglia riunita con abeti lunghi fino al soffitto, verze napofrik con quell’odore pregnante di verza e calamari e poesie ironiche per tutti. I quadri con gli antenati, sempre lì da generazioni, lo stesso sguardo austero da parsimoniosi marinai, negli occhi vivi sembra ancora stampato l’antico decalogo dei lussignani:
manifesto ante litteram di una società contro lo spreco («nel vestir e nel magnar l’utile ma non el superfluo… i fioi devi finir quel che se meti nei piati… studar le luci in premura»), sempre applicato alla lettera. Un totale silenzio rotto dall’eco lontano dei passi, lunghi e veloci, di nonno Piero, “borghese mitteleuropeo” scomparso – forse non a caso – poco prima della caduta del muro di Berlino. Più di vent’anni fa, la storia che cambia, un mondo diverso. Ma la rampa di scala di pietra irregolare che porta al prato, che il nonno saliva con sicuro passo da alpino, è ancora lì. È vivo il ricordo del camminargli accanto avanti e indietro sull’erba rada, a parlare di studio, scuola, università, servizio militare … Problemi insormontabili ma smontabili e superabili, sempre, con poche sagge parole. Un insolito regalo ricevuto per i suoi 85 anni: gli sci da fondo (“fanne buon uso, io non penso di usarli più…”). L’abete allora così piccolo, adesso così grande e un po’ storto. Forse la terra che cede, confermando la teoria mai provata di un rifugio antiaereo sotto il prato. Insolubile mistero per noi bambini, così come la limitrofa Villa Engelman allora abbandonata in mezzo a una verde giungla cittadina. Trent’anni fa, più di metà di una vita passata altrove eppure ancora così legata a via Domenico Rossetti: patriota, umanista e anche giurista triestino. La lapide scolpita proprio sotto il gloriette della casa: segno, anche questo non casuale, di quella cultura poliedrica di matrice italiana dei sudditi dell’Impero. Così è stato anche per mio nonno Piero, suo fratello Giusto e le tre sorelle Maria, Emma e Laura cresciuti da Giuseppe Luzzatto e Alice Fegitz, esempio classico di matrimonio misto, a suon di lezioni di violino e precettori del calibro di James Joyce. Un famiglia poi estesa fra Bologna, Genova, Roma, quasi dispersa, ma una volta tutta riunita attorno a una straordinaria mostra della pittrice capostipite Alice. Il segno delicato di un’artista della borghesia mitteleuropea nella Trieste fra Otto e Novecento, che nell’autunno del 2004 raccoglie tutti i quadri custoditi nelle case di famiglia in giro per l’Italia, come se fossero altrettanti musei. Una festa di cugini: Giusto Fegiz il chirurgo romano, Carlo Fegiz l’architetto romano, Piero Cosulich l’architetto milanese, Antonio e Andrea Cosulich gli armatori genovesi... i figli, i nipoti, mariti, mogli, compagne e compagni: l’Adriaco, ormeggio sicuro del fedele Eos, pieno di Luzzatto e affini come per l’arrivo di San Nicolò. Pensieri, velati di profonda malinconia per quella perdita così recente, ma ben presto interrotti dall’irruzione energica di Elisabetta Sgarbi e della sua troupe. Subito in cerca, senza preamboli, dell’angolo giusto dove raccontare la storia, la famiglia, le persone, gli intrecci, la casa, la città. Nella veranda? C’è rumore. In salotto? Non c’è luce. La casa è subito scossa da un nuovo potente fremito, come è sempre stato del resto:
una riscossa. Sotto il centenario ippocastano? C’è vento. Ma finalmente ci si ritrova in cucina, sempre quella da mezzo secolo, davanti alla porta finestra che dà sul giardino. L’intervista parte fra i riflessi dei bicchieri di cristallo, tanto antichi quanto spaiati. Eppure in quel luogo, pur fra i ciak ripetuti, è facile raccontare la storia di una famiglia che proprio in quei piatti, tazze, pentole affonda le radici e dirama tante vicende che nascono altrove, e magari altrove si realizzano. Come quella di un professore che vola oltreoceano e conosce l’inventore dei sondaggi di opinione George Gallup intuendone la portata nella nostra società che si sta affrancando dalla monarchia e deve far crescere la democrazia. Un professore che esce dalla torre d’avorio e fonda un’impresa, la Doxa, con tanti dipendenti che farà scuola e avrà tanti imitatori: analizza, ma anche forma, l’opinione pubblica. Un professore che raccoglie i sondaggi ne “Il volto sconosciuto dell’Italia” svelando un Paese nelle opinioni dei suoi cittadini sui problemi della vita quotidiana, sull’economia, il lavoro, gli svaghi:
attualissimi ancor oggi (leggere per credere). Un professore che triangola in continuazione Milano-Roma-Trieste, lunghi chilometri ancora a bassa velocità. Ma il fine settimana è sempre a Trieste: nella sua città, nella sua casa, nel suo giardino, nella sua barca, con la sua famiglia. Poi dalla cucina ci spostiamo con Elisabetta e il suo numeroso staff nella sala da pranzo. Ben separata dal resto della casa, è luogo dove si mangia e si
conversa: sempre, fino alla fine del pasto. Ma il racconto non continua, come banalmente si potrebbe pensare, seduti in quella monumentale tavola, che tanti ospiti a fatto accomodare sotto l’occhio attento della nonna Ivetta, dispensatrice di buon cibo e di migliori fiabe. Magris, De Castro, Guicciardi, Sadar le persone che vedevo e sentivo parlare… No, il mio racconto continua attraverso il vetro lavorato e colorato delle porte che chiudono la sala da pranzo dal resto della casa: attutendo i rumori e bloccando gli odori. Inizia così, nel dialogo attraverso il vetro, un gioco di riflessi e di ombre - sicuramente la mia - che si allungano come la storia di questa casa e dei suoi abitanti in un continuo rimando da un altrove lontano: geografico e culturale. Che però si riavvicina sempre. Ecco cosa sento, anzi risento forte in quel momento: la vicinanza. Una nuova vicinanza con quella casa e i suoi spiriti. Un legame profondo e rigenerante. Questa è la mia “visione” della Trieste contesa, senza averla neppure vista. Senza sapere se questa e tante altre storie sono state effettivamente riportate nel film. E neppure se veramente le ho dette. Ma, in fondo, che importanza ha? Mi ha aiutato a colmare un vuoto e a riprendere, tornando sempre in via Rossetti oggi casa di mia sorella Erika e di mia zia Alice, la vita.

 

76 - La Repubblica 31/01/13 Pulfero (Udine) I bambini dell’asilo senza confini “Italiani e sloveni cresceranno insieme”
I bambini dell’asilo senza confini “Italiani e sloveni cresceranno insieme”

A Pulfero, in Friuli, un nido aperto ai piccoli dell’ex Caporetto
JENNER MELETTI
PULFERO (Udine)
SENZA bisogno di traduzioni, perché nel primo asilo senza confini Paul, Zuan, Josef scambieranno i giocattoli e anche le parole con Luigi, Antonio, Pietro. «In questa terra — dice Piergiorgio Domenis, 57 anni, sindaco di Pulfero — il confine era davvero una cortina di ferro. Qui finiva un mondo e al di là della sbarra ne cominciava un altro. Siamo stati separati e “nemici” per decenni. Adesso, nel nuovo asilo nido, cresceranno assieme i bambini di Pulfero e quelli di Caporetto, oggi Kobarit, in Slovenia. I loro genitori passano da qui, per andare a lavorare a Cividale. In questa terra spaccata, costruiamo il nuovo sulle ceneri della frontiera».
L’edificio esiste già e sono arrivati 40.000 euro della Regione Friuli per trasformare l’ex scuola elementare in asilo nido. I confini non hanno mai portato ricchezza. A Pulfero e nelle sue frazioni,
nel 1945, c’erano 11 scuole elementari con 569 alunni. Dal 2010 anche l’ultima scuola elementare è stata chiusa e i bambini prendono lo scuolabus per San Pietro. «Per l’asilo contiamo di avere dieci bimbi, e altri dieci arriveranno da Kobarit. Apriremo a settembre, con il nuovo anno scolastico».
Non nasce a caso, l’idea dell’asilo senza confini. «Il 21 dicembre del 2007, con l’accordo di Schengen — racconta il primo cittadino — io e l’allora sindaco di Kobarit abbiamo segato assieme la sbarra del confine. Ci fu una festa incredibile. Tante sono le iniziative per vivere meglio in una terra che soltanto l’uomo, e non la natura, ha saputo dividere. Il nostro bellissimo fiume, il Natisone, nasce in Italia, passa per la Slovenia e poi torna in Italia.
Come il fiume, vogliamo vivere senza barriere. Ogni anno facciamo una marcia della pace, che parte da Kobarit e arriva a Stupizza, la nostra frazione più vicina all’ex confine. Ma queste iniziative non bastano. Vogliamo vivere come fossimo una grande comunità, e l’asilo sarà un buon inizio».
È abbandonata da anni, la caserma di confine. I ladri hanno già rubato il rame e tutto ciò che poteva essere venduto. «Venivo qui da bambino — racconta Piergiorgio Domenis — a guardare quella che sembrava la fine del nostro mondo. Carabinieri e Finanza dalla nostra parte e, oltre la sbarra, i “graniciari”, i militari della Jugoslavia che arrivavano dal sud, Montenegro e Serbia, così non familiarizzavano con noi, che parlavamo sloveno come chi era oltre la sbarra». Gli adulti, allora, avevano il «prpustnjca », il lasciapassare che permetteva
quattro ingressi al mese in Jugoslavia. «Andavano a comprare benzina, carne, zucchero, sigarette e anche il pane. Chi faceva il viaggio inverso, veniva a vendere alimentari e comprava vestiti, soprattutto jeans».
A cento metri dall’ex caserma italiana, quella slovena è già stata trasformata in un Mercator, con mesnica — macelleria e market — alimentari. Un cartello annuncia «a 5 km Aurora, casinò & cabaret». La valle si restringe e poi si allarga in campagne con vacche al pascolo. Caporetto è stato un incubo per gli italiani. Alle 2 della notte del 24 ottobre 1917 iniziò qui «la più grande disfatta dell’esercito italiano ». C’è un bel museo, sulla Grande Guerra, che fa venire una grande voglia di pace. Soldati — italiani e austro ungarici — che scavano trincee e anche grotte per conservare le patate e non morire di fame. Cannoni e tagliole, bombe e gas, tutto ciò che è stato inventato per uccidere.
«Queste croci — racconta Darko, guida del museo — sono state trovate nel cimitero di Socia. Lì c’era uno degli 80 cimiteri austriaci della valle dell’Isonzo. Cimiteri abbandonati durante il dominio jugoslavo, con le croci buttate nel fiume Isonzo». «Nelle fotografie del museo — dice il sindaco Piergiorgio Domenis — ho visto i volti di gente del mio paese. Voglio portare almeno una parte nel museo anche a Pulfero, almeno per qualche mese. C’è anche una sezione su “le retrovie del IV Corpo d’armata dell’esercito italiano”. Ora sembra normale, fare questi scambi. Ma quando andavo a scuola, non potevo nemmeno parlare sloveno, il maestro ci sgridava se mi scappava qualche parola nel tema ».
Prima i «nemici» che avevano cacciato l’esercito italiano fino alla linea del Piave, poi i «titini», quelli delle foibe, che avevano chiuso queste terre oltre cortina. Il confine di Stupizza ha davvero tagliato il mondo in due parti. «La nostra valle — dice il sindaco — era tutta una servitù militare. Solo nel capoluogo Pulfero avevamo due caserme della Finanza e due dei Carabinieri. Non c’era terra per avviare una fabbrica».
Delle caserme sono rimasti gli scheletri, le sbarre sono state segate. «Sono convinta — dice Darja Haumtman, sindaco di Kobarid — che l’asilo senza confini ci apra una strada importante, per la cooperazione e una buona qualità della vita in questa che era terra divisa». C’è anche un’altra idea, per continuare su questa strada: una casa di riposo a Kobarit, aperta anche agli anziani di Pulfero. Precedenza comunque ai bambini. I giochi in giardino sono già pronti.

 

77 - Avvenire 31/01/13 Idee - Balcani, segni di pace
IDEE
Balcani, segni di pace

Lo scorso giugno il presidente della Croazia Ivo Josipovic non ha presenziato all’insediamento del nuovo presidente della Serbia Tomislav Nikolic, noto nazionalista radicale. E per un buon motivo: in varie sue dichiarazioni, Nikolic ha dimostrato di non sostenere i valori comuni europei, affermando tra l’altro che quanto e accaduto a Srebrenica non e stato genocidio.

Egli ha inoltre detto e ripetuto, nei primi sei mesi della sua presidenza, che la Serbia non riconoscera mai l’indipendenza del Kosovo, anche a costo di perdere la propria candidatura per entrare nell’Ue. Questo esempio dimostra che le politiche di riconciliazione sono troppo importanti per essere delegate alle opinioni individuali dei singoli politici, e necessitano invece di un approccio sistematico. In mancanza di ciò, la Serbia sta facendo passi indietro rispetto al livello di riavvicinamento già raggiunto con Boris Tadic.

Nell’ottobre del 2010, la visita del presidente serbo Tadic a Vukovar, dove e stato accolto dal presidente croato Josipovic, aveva attirato l’attenzione dei media a livello mondiale. Dopo tutto, si trattava della prima volta che un presidente serbo esprimeva profondo cordoglio per la distruzione della citta croata per mano dell’Armata nazionale jugoslava (JNA) e delle truppe paramilitari serbe nell’autunno del 1991. Chiedendo pubblicamente scusa presso la fossa comune di Ovcara, Tadic ha cosi dimostrato la propria volontà di un confronto responsabile con il passato - un gesto notevole per un politico dei Balcani.

Josipovic - che ha visitato molte fosse comuni e si e scusato pubblicamente più di chiunque altro - ha visitato anche il villaggio di Paulin Dvor dove, nel dicembre del 1991, i paramilitari croati avevano ucciso diciotto prigionieri civili serbi e un ungherese. Un fatto davvero notevole: due capi di Stato che dimostravano buone intenzioni, ponendo simbolicamente fine al circolo vizioso della guerra. Qualche giorno dopo si è unita anche la presidenza tripartita bosniaca, chiedendo la riconciliazione. Il nuovo membro della presidenza, Bakir Izetbegovic, ha presentato le sue scuse per ogni innocente ucciso dall’esercito bosgnacco.

Le scuse pubbliche sono il primo passo sulla via del riavvicinamento, e i due capi di Stato hanno agito con umilta e benevolenza, anche se non sono stati i primi. L’ex presidente croato Stjepan Mesic aveva porto le sue scuse a Belgrado nel 2003 e i montenegrini non erano stati da meno. Nel marzo 2010, il Parlamento serbo ha approvato la "Dichiarazione di Srebrenica". Nonostante non si sia arrivati a usare la parola "genocidio", si tratta comunque di un documento importante che riconosce finalmente la responsabilita dell’esercito serbo nel massacro di 8.000 bosgnacchi nel luglio del 1995.

Dal 1995, cioe da quando la guerra è finita in Bosnia, si è parlato molto di riconciliazione - soprattutto all’estero. Se gli imprenditori collaborano, se gli editori croati partecipano alle fiere del libro a Belgrado, se le nazionali di calcio giocano l’una contro l’altra e se le persone comuni fanno visita ai propri parenti oltre confine senza essere più sospettate di tradimento, c’e davvero bisogno di una politica ufficiale per la riconciliazione? O basterebbe piuttosto lasciare che siano le iniziative spontanee che vengono dal basso ad attivarsi, come suggeriscono alcuni commentatori di spicco?
Condizione necessaria al processo di riconciliazione è la giustizia; la giustizia e il fondamento su cui poggia ogni riconciliazione. Ma non esiste giustizia senza verità. Senza un sistema giuridico per processare i propri criminali di guerra e quindi rivelare fatti riguardanti i crimini commessi nei recenti conflitti, qualsiasi altra cosa, qualsiasi altro tentativo è destinato a fallire. Non è un compito semplice.

In Croazia, il vero ostacolo è rappresentato dall’assurda convinzione, nutrita per quasi due decenni, che l’esercito croato non possa essere stato colpevole di crimini di guerra perché stava difendendo la nazione. Ciç ha avuto una conseguenza molto importante: i criminali di guerra sono considerati eroi di guerra. Per questo motivo l’Icty (Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia) viene percepito come un’istituzione nemica, e non come un’istituzione fondata e designata per fare giustizia (anche se simbolica), per rivelare fatti sulla guerra e quindi contribuire alla verità storica.

Fino alla Dichiarazione di Srebrenica, la Serbia ha continuato a negare qualsiasi partecipazione alle guerre, sia a livello pubblico che politico. La riconciliazione in Bosnia-Erzegovina invece è complicata dal suo statuto speciale in quanto nazione divisa, non solo amministrativamente, ma anche psicologicamente ed emotivamente: vittime e aguzzini vivono nello stesso Paese, nelle stesse città, forse addirittura nelle stesse strade e villaggi. Promuovere valori diversi significa costruire una struttura psicologica diversa.
Non è più necessario convincere i cittadini a collaborare oltre i confini nazionali: lo stanno gia facendo.
Ciò di cui c’è bisogno in questo momento è diffondere il messaggio che questa collaborazione (andare a trovare amici e parenti, commerciare, lavorare insieme, avere una percezione positiva dei serbi, croati o bosgnacchi) non è solo "politicamente corretta", ma anche benvenuta; e che uno scrittore che pubblica un libro in Serbia o un cantante che organizza un concerto non saranno messi in croce dai media (cosa che è accaduta fino a poco tempo fa). Per poter stabilire veramente valori differenti e favorire la riconciliazione è necessaria una spinta verso un approccio istituzionale a lungo termine, in cui l’aspetto piu importante è studiare la storia (o anche questo va lasciato alla spontaneita?).

Se il processo inizia perseguendo i criminali di guerra, deve continuare con la ricerca storica e con la pubblicazione di libri e manuali di storia. L’insegnamento della storia deve essere basato sui fatti, non su miti e ideologie. I libri e i manuali di storia di oggi sono pieni di informazioni contraddittorie. La domanda è: come possono le arti e la cultura promuovere la riconciliazione quando la cultura popolare e le sue istituzioni - per esempio le accademie delle scienze serba e croata - incoraggiano al nazionalismo?
(traduzione di Sara Terpin)


78 - Il Piccolo 23/01/13 Lettere - Museo della civiltà istriana, una mostra da non perdere
Museo della civiltà istriana, una mostra da non perdere
LA LETTERA DEL GIORNO In settembre eravamo in visita a Trieste dagli Stati Uniti e abbiamo avuto l'occasione di vedere le vignette della Cittadella esposte al museo della civiltà istriana in via Torino. Una mostra stupenda che ci ha fatto ricordare i tempi quando sorridevamo leggendo il Piccolo con l'inserto della cittadella. Particolarmente impressionati dal museo dove abbiamo visto che a Trieste si ricordano tutti i Giuliani che come noi sono negli Stati Uniti e in ogni angolo del mondo. Il direttore Pietro Delbello ci ha spiegato che il museo era ancora di allestire ma sentendo che venivamo dagli Stati Uniti ci ha accompagnato nei piani e illustrato"il provvisorio."
Con l'aiuto di Pietro e le grandi foto esposte abbiamo rivissuto con emozione l'esodo e le nostre tragiche vicende. Credo che l'aspetto piu'
tragico della mostra fu una voragine blu a significare una foiba e i scritti sui muri tanti nomi... solo alcuni di tutti quelli che sparirono. Il nostro grande desiderio è che si mantega l'esposizione come è per il futuro così che i nostri figli e amici avranno l'occasione di vederla come l'abbiamo vista noi prima che sia sostituita con un' altra "definitiva".
Lucio e Emilia Degrassi


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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