MAILING LIST HISTRIA
LA GAZETA ISTRIANA - MENSILE CULTURALE DELLA MAILING LIST HISTRIA
A cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin

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Gennaio 2013 – Num. 33


01 - L'Annullo - ANCAI n° 189 Dicembre 2012 Fiume : Un ritrovamento insperato Rifugio Duchessa d'Aosta
02 - L'Arena di Pola 19/12/12 Libro - Storia dell'OZNA (Paolo Radivo)
03 – La Voce del Popolo 29/12/12 E & R - Ciacolade de Rudi Decleva - Olive istriane e olive de Sussia (R.Decleva – R.Palisca)

 

01 - L'Annullo - ANCAI n° 189 Dicembre 2012 Fiume : Un ritrovamento insperato Rifugio Duchessa d'Aosta
Tutto ha avuto inizio qualche anno fa: in previsione , di una nuova edizione del catalogo Bertazzoli degli annulli alberghieri, avevo suggerito all’autore di inserire anche i dati postali relativi ai singoli uffici (classifica amministrativa, frazionario, date di istituzione o soppressione), offrendogli la mia collaborazione al proposito. Pertanto iniziai un lavoro certosino, spulciando i vari elenchi ufficiali, alla ricerca di tutti i dati, sia degli uffici prettamente alberghieri, cioè agenzie e recapiti eserciti direttamente, sia di quelli che potremmo definire “para-alberghieri”, ovvero normali uffici postali alloggiati nello stesso edificio dell’albergo o rifugio. Dall’elenco del 1926 saltò fuori una sconosciuta collettoria “Rifugio Duchessa d’Aosta”, situata in provincia di Fiume, la cui esistenza era confermata dai successivi elenchi del 1935 e 1943. Il socio Bertazzoli ha quindi iniziato le ricerche del caso, appurando che si trattava di un rifugio sul Monte Maggiore e così ribattezzato dopo l’annessione all’Italia, in sostituzione dell’originale denominazione Kronprinzessin Stephanie Haus (Principessa Reale Stefania)1. E’ stato poi coinvolto anche il socio Pozzati, che ha trovato molte notizie sul rifugio, che ci permettono di fame un po’ la storia. Già nei primi
decenni dell’ottocento il Monte Maggiore (Ucka in croato) era meta dei primi alpinisti, soprattutto per assistere dalle sue pendici allo spettacolo dell’alba (tra i primi che raggiunsero la cima ci fu nel 1838 il Re di Sassonia Federico Augusto) e, con lo sviluppo una meta di Abbazia come località turistica, divenne
frequentata, li punto di partenza per le gite era la località Poklon, a 950 metri di quota, il valico ove la strada che collegava Fiume a Pisino passava dal versante marittimo a quello interno, Da qui la cima del monte (1396 m) si raggiungeva va con circa 1 ora e mezza di marcia. Nel 1887 fu realizzato ad opera dell’ Ósterreichischer Touristen Club un rifugio, intitolato alla futura imperatrice Stefania. Nel 1912 il rifugio passò al Club Alpino Fiumano (che aveva partecipato alla sua fondazione) e nel dopoguerra, con il passaggio all’Italia, fu intitolato alla Duchessa Elena d’Aosta 2. L’esistenza di un ufficio postale nel periodo austriaco sembrerebbe documentata dal timbro lineare in cartella Maggiore/Poklon, che appare su alcune cartoline, ma le ricerche di Pomati su guide postali dell’epoca non hanno trovato alcun dato ai riguardo. Inoltre dell'ipotetico ufficio presso il rifugio, non c'è traccia nel “Supplemento al Bollettino n° 4/1920 - Servizi nelle Terre redente” in cui sono elencati gli uffici ex austriaci, o ex ungheresi, delle zone annesse o occupate dall’Italia. E’ però da ipotizzare anche i’eventuaiità che il rifugio (o il suo ufficio postale) avesse cessato l’attività ne! periodo bellico e ciò spiegherebbe il mancato inserimento nel citato documento, in considerazione di tutto ciò, osservando la cartolina del 1919 qui sotto riprodotta, viene il dubbio che non si trattasse di una vera collettoria, ma di un servizio privato di consegna della corrispondenza all’ufficio postale (in questo caso Abbazia), un po’ come succedeva (e succede) in molti rifugi, dove c’era quasi sempre una cassetta postale ove lasciare le cartoline, che poi un incaricato portava alla posta. Ma d’altra parte, il fatto che nell’elenco del 1926 siano compresi solo due uffici con denominazione “Rifugio” - il Duchessa d’Aosta e il Vajolet, in Trentino - fa pensare al ripristino, dopo il turbine della guerra, di due servizi preesistenti. Infatti, se le collettorie fossero state di nuova istituzione, come mai solo due i rifugi beneficiati, considerando i moltissimi che esistevano sulle varie montagne e altrettanto frequentati?
Sulla data di istituzione o di riapertura (sembra non sia mai apparsa sul B.U.), non ci è d’aiuto ragionare sul frazionario: quello “istriano” (75/..) sembra non sia mai esistito, dato che in un primo tempo non era stato assegnato alle collettorie, mentre quello "fiumano” 80/25 ci dice ben poco, dato che la numerazione iniziale del 1924 non comprendeva appunto le collettorie e terminava con l'80/18 di Volosca, Viste Viste quelle incertezze rinunciamo a ricostruire in modo esauriente la vicenda , limitandoci ai dati certi. La prima citazione della nostra collettoria è, come sopra detto, nell’elenco del 1926, ove viene indicato che era appoggiata all’ufficio di Abbazia. Nel successivo elenco 1935 è finalmente indicato anche il frazionario, il “fiumano” 80/25 e gli stessi dati sono ripetuti nell’elenco del 1943. Ma, nonostante tutte queste belle considerazioni, mancava la prova principe della noetra collettoria, ovvero un documento postale da questa timbrato. Ci ha pensato il socio Oliveri che, navigando in internet, ha scovato in qualche parte del mondo una cartolina con l'agognato timbro. Un successivo passaggio alla clinica Bertazzoli per ripulirlo ed eccolo qui riprodotto, Possiamo anche presumere che il nostro ufficio abbia cessato l’attività nei giorni immediataménté successivi all’ 8 settembre 1943. Lo sfacelo del nostro esercito, permise l'occupazione della zona da parte dei partigiani titini, che iniziarono subito la pulizia etnica: molti italiani, a cominciare dagli impiegati pubblici o quindi dai postelegrafonici, prelevati nelle località della costa, venivano fatti marciare a piedi nudi e legati tra di loro fin sulle cime del Monte Maggiore, dove venivano fatti precipitare nelle numerose gole e burroni. La zona fu successivamente occupata dalla Wehrmacht e possiamo presumere che il rifugio sia andato distrutto o comunque danneggiato durante i vari rastrellamenti e azioni di fuoco.
Secondo le indagini di Pozzati è stato riaperto solo ne 1965, ovviamente con nuova denominazione, presumibilmente nuovamente mutata dopo la dissoluzione della Jugoslavia.
1 Stefania di Sassonia-Coburgo (1864-1945), figlia del Re del Belgio Leopoldo II, fu predestinata alle nozze (avvenute nel 1881) con l’arciduca Rodolfo d’Asburgo, erede al trono dell’impero austro-ungarico, morto suicida nel 1889 a Mayerling.
2 Elena d’Orléans (1871-1951), moglie del duca Emanuele Filiberto d’Aosta, il comandante della III Annata, Ispettrice generale della Croce Rossa durante la 1A guerra mondiale, fondò nel 1919 l’Opera nazionale di assistenza all’Italia red


02 - L'Arena di Pola 19/12/12 Libro - Storia dell'OZNA
Storia dell’OZNA

Si chiama Il terrore del popolo: storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito, ma in realtà il libro dello studioso connazionale fiumano William Klinger presentato dalla Lega Nazionale il 16 novembre a Trieste tratta l’intera vicenda del Partito Comunista Jugoslavo fino al 1946. Il 13 maggio 1944 Tito fondò la Sezione per la Protezione del Popolo (OZNA) sul modello sovietico, dopo che nell’autunno 1941 aveva istituito i primi Comitati Popolari di Liberazione come rete spionistica contro i “nemici del popolo” e dopo che già dal 1942 funzionava un’efficiente polizia politica slovena. Il 15 agosto ’44 decretò altresì la formazione del braccio armato dell’OZNA: il KNOJ.

Appena l’Armata Rossa prese Belgrado, OZNA e NKVD sovietico attuarono la repressione. Le vittime del “terrore rosso” sarebbero state circa 10.000 e in tutta la Serbia 30.000, ma fonti filo-cetniche parlano di 150.000. Dopo una prima fase assai cruenta si passò a una seconda in cui dai prigionieri torturati «si estorcevano informazioni necessarie per passare ad una nuova ondata di arresti che questa volta potevano essere mirati». Fra il 17 ottobre ’44 e il 15 febbraio ’45 la Voivodina, appena conquistata, fu sottoposta a un governo militare. OZNA e KNOJ scatenarono una sistematica pulizia etnica contro tedeschi e ungheresi: 105.740 persone sarebbero finite in campo di concentramento, mentre 50.000 tedeschi e 5.000 ungheresi sarebbero stati uccisi. Il governo militare instaurato in Kosovo fu particolarmente duro con gli albanesi.

A fine ’44 l’OZNA era suddivisa in quattro sezioni: 1) spionaggio nell’apparato nemico; 2) sorveglianza nel territorio liberato dei non comunisti partecipanti alla lotta partigiana e di quanti vi erano rimasti estranei o vi si erano opposti; 3) controspionaggio nelle forze armate; 4) raccolta informazioni all’estero. Nel marzo-aprile 1945 sorsero altre due sezioni: 5) contrasto degli agenti anglo-americani in Jugoslavia e nella Zona A della Venezia Giulia; 6) protezione dei trasporti (compresi quelli dei collaborazionisti consegnati dagli inglesi).

Secondo una circolare del dicembre 1944, dopo che i territori occidentali fossero stati conquistati, l’OZNA avrebbe effettuato le epurazioni; quindi il potere sarebbe passato ai comitati di liberazione popolare, che avrebbero subito schedato tutta la popolazione; in ogni distretto sarebbe stato istituito un campo di lavori forzati. Il 9 aprile 1945 il capo dell’OZNA Aleksandar Ranković firmò una Direttiva per la liquidazione finale del nemico. A Zagabria i massacri si protrassero dal maggio all’agosto interessando forse 15.000 persone.

A Trieste, Udine, Milano, Bologna e Roma un’intensa attività spionistica fu avviata fin dal 1943. «A Napoli – racconta l’autore – operava addirittura una specie di “consolato clandestino” jugoslavo, gestito direttamente dall’OZNA che da lì coordinava le sue attività nel meridione, un’area dove si concentravano cetnici e ustascia. A Bari l’OZNA operò fin dagli inizi essendo stata istituita lì la sua direzione nell’estate ’44 e numerosi ufficiali jugoslavi vi rimasero anche dopo il 1945. Gli angloamericani sospettavano che gli jugoslavi fornissero anche armi in sostegno ai separatisti siciliani». L’OZNA si infiltrò nei campi profughi per sorvegliare sia gli jugoslavi anticomunisti sia gli istriano-fiumano-dalmati.

Trieste fu la prima grossa operazione dell’OZNA slovena. Gli inglesi permisero arresti ed eccidi di massa nell’auspicio che screditassero la causa comunista in Italia. Dopo i 40 giorni rimase in città un quartier generale dell’OZNA volto a spiare il Governo Militare Alleato.

L’OZNA fu sciolta il 31 gennaio 1946. I servizi di guardia alla frontiera passarono all’Armata Popolare Jugoslava, quelli di ordine pubblico alla Milizia Popolare, quelli di schedatura all’UID e quelli operativi all’UDB-a, entrambe alle dipendenze del Ministero dell’Interno, lo spionaggio militare (VOS) e il controspionaggio (KOS) al Ministero della Difesa, mentre la SID agli Esteri. Il KNOJ invece fino al 1953 diede la caccia alle residue sacche di resistenza ustascia in Croazia e Bosnia e cetniche in Bosnia, Montenegro e Serbia, causando inoltre migliaia di morti tra Kosovo e Macedonia.

Solo grazie a un temibile apparato di sicurezza indipendente da Mosca Tito poté vincere la sfida lanciatagli da Stalin nel 1948. Come ricorda Klinger, «Ranković ammise che per le prigioni jugoslave transitarono dal 1945 al 1951 3.777.776 persone (su una popolazione di circa 13 milioni di abitanti) e circa 568mila furono i “nemici del popolo” liquidati, la maggioranza nei primi mesi del terrore del 1945».

William Klinger, Il terrore del popolo: storia dell’OZNA, la polizia politica di Tito, “Italo Svevo”, Trieste 2012, pp. 176.
Paolo Radivo


03 – La Voce del Popolo 29/12/12 E & R  - Olive istriane e olive de Sussia
A cura di Roberto Palisca
Ciacolade de Rudi DECLEVA
Olive istriane e olive de Sussia
Sofro de invidia nel veder in fotografia i uliveri istriani: altro che i olivi dela Liguria, abarbicadi sui costoni del Appennin
Propio giorni fa gò leto un articolo sul oio che se fa in Istria, e go soferto de invidia nel veder una fotografia dei uliveri istriani, bei sul terren lisso: altro che i olivi de Liguria, che i xe abarbicadi sui costoni del Appennin. Stago parlando dela Riviera de Levante de Genova, che comprende i comuni marineri de Recco, Camogli, Pieve Ligure, Bogliasco e Sori, afaciadi sul Golfo Paradiso.
In antico, quando che i Saraceni vegniva far le scoribande anca de ste parti e sopratuto quando che scopiava qualche pestilenza, la gente dala costa la scampava nel interno e la se costruiva qua le case che ghe serviva per salvarse. E così xe nati ‘sti insediamenti, solo che ghe se voleva prima trovar l’aqua, una cava de dove tirar fora le piere per far le case, mentre el terren el deveva vegnir imbonido con tera, per far cresser el gran e le verdure, e per piantar i alberi tra cui i olivi. Un lavor veramente ciclopico, che ogi se dirìa sovrumano.
E così el terren che era monte el diventava coltivabile, solo che nol gaveva ampieza, perché la strica de tera la gaveva massimo 3-4 metri de largheza e quela, anca se più “vicina a Dio”, era tera aspra. In quela conformazion non era possibile lavorar coi aratri o ogi cole ruspe, ma solo a forza de brazi, che i xe sempre meno stagni, dato che oggi chi ghe stà drio ala tera xe solo i veci, perché i giovani – dopo che i gà scoperto le comodità dela vita modernadela cità – i se guarda ben de vegnirse stancar.
Quando che xe la stagion de ingrumar le olive, molto de frequente se lege sui giornai de disgrazie che capita a qualchedun che casca dal albero. Se el se rompe un brazo o una costola va’ tuto ben, perché el se pol alzar in piedi e zercar aiuto, ma quando che capita ala gamba o ala schena el xe fortunado che sia altra gente in giro che lo aiuti, e el più dele volte ghe se vol el elicotero per portarlo in ospidal.
La vallada de Sori la se infila dal mar fino a Sussisa, indove che abito mi, e grazie al clima mite dela aria de mar el olivo el cresse in una altezza de 350-400 metri. Più in su xe castagne. Purtroppo i olivi de “montagna”, al contrario de quei de pianura, tra de lori i fa gara a chi cresse de più, perché ognidun vol ciapar el sol e non star in ombra del altro. Per questo, per ingrumar le olive, ghe se vol scale più grande e questo fa’ cresser el ris’cio de cascar e farse mal.
Scale ferme come el Palo dela Cucagna
El vantagio de gaver i uliveri a meza collina xe che i sofre molto meno i atachi dela mosca olearia che la deposita in giugno i sui ovi nele olive, che poi le marzisse, con dano sia per la qualità che la quantita del ojo.
Per questo a noi non ne toca far tratamenti come che ghe toca a quei de pianura, che i se colega col computer (oramai tuto xe modernizado) per saver tempi e procedure de intervento.
Ogi xe la tendenza de sbassar i alberi e tajarghe el tronco a una altezza de 1 metro e 80 - 2 metri de tera, in modo che se possi ingrumar le olive stando coi piedi per tera o al massimo usar una scala de 3 massimo 5 metri. La scala poi bisogna sistemarla pulito, che la stìa ferma come el “Palo dela Cucagna” che a Fiume se piantava in Piazeta San Micel per la festa de San Vito e Modesto. La base la deve star pogiada in tera, in modo che tuti i due lati dela scala i pogi ben sul teren, mentre in alto la scala la deve esser ligada a regola d’arte sul tronco o sui rami stagni e che non la se movi, in maniera che el omo che sta là sopra el possi lavorar in assoluta sicureza.
I veci che ga tempo, i liga soto i alberi de olive reti come quele de pesca, che le stà ben tesade, solevade de tera e le sta là fin che tute le olive le casca da sole. Così lori ogni giorno i fa el giro soto i alberi e i fa la racolta che pol durar anca due tre mesi.
Altro sistema xe quel de ingrumar albero per albero. In questo caso se usa una o due rede de 6 metri per 4, se monta sula scala ben ligada e se sgrana le olive a portada de man. Per quele che non se arivar ciapar, se taja el ramo. In sto caso xe molto usado un petine de plastica che sveltisse sgranar le olive dai rami e in più evita le ferite ai diti causade da un lavor così prolungado.
Xe ancora un terzo sistema mecanico, che scassina el albero fazendo cascar le olive, ma qua el xe poco usado propio per la conformazion del terren, che el xe acidentato.
Fame povero, che te farò rico
El olivo el dixe: “Fame povero, che te farò rico”, e credeme xe vera verità, perché più se taja la pianta e più essa la se rinforza, e dopo qualche anno la ripaga con molto più fruto. Poi el lavor non xe ancora finido perché bisogna “netar” le olive nel senso che se deve separar le foje, i rameti e el sporco e per questo se usa un parecio eletrico che xe formado da un forte ventilador, che fa svolar le foje per tera e cascar le olive intun secio
Poi le olive nete le va’ messe nele cassete de fruta in maniera che le respiri e che le se sughi per andar dopo de una setimana, massimo dieci giorni dal frantojo.
Al inizio dela racolta le olive le xe ancora de color verde e poi man man che le se matura le diventa nere. Per questo la resa la varia per quintal de olive dai 15 litri al inizio ai 20-25 litri cole olive nere e ben mature.
Ma questo lavor che impegna a partir da novembre, come ogni lavor del contadin el xe sogetto ai caprici dela stagion. El scorso anno in aprile le piante le era piene de fiori prometendo una racolta abondante, ma poi el caldo esagerado gà sugado e mandado tuto a remengo. E pol suceder anca el contrario che basta due o tre giorni de siroco nel tempo sbaliado per mandar tuto a monte.
In zona esiste quatro frantoi che non i gà gnente de far con i veci frantoi de una volta, che i usava la “macina” de 20 quintai col mus che la fazeva girar per mastruzar le olive, la tramoggia, la pressa e le cosidete sporte. Ogi i frantoj xe roba moderna, regolada dal computer, indove che ti meti le olive e te vien fora ojo verde, che xe vere olive spremude.
Xe diventà un hobby
Gò intervistado Biagio Novella, che xe el titolar del frantoio che se trova a Mulinetti, una frazion de Recco. Insieme fazevimo regate de vela quando che erimo jovani. E lui me dixe:
“La raccolta delle olive ormai è diventata un hobby, da quando è terminata l’importante funzione del contadino causata dalle comodità offerte dalla città. Oggi non ci sono più contadini in giro, i loro figli non vogliono sporcarsi le mani mentre i nipoti scansano la fatica, con la motivazione che la terra è bassa. E così la campagna è trascurata, le potature sono dimenticate e il valore dei raccolti è ridotto di molto. Quest’anno la produzione nella nostra zona non è stata uniforme per causa di un’impollinazione anomala, che ha differito da albero ad albero e nello stesso albero alcuni rami erano pieni di olive e altri solo foglie.
Il caldo estivo ha favorito la maturazione dei frutti e quindi la resa, mentre le intense pioggie settembrine fortunatamente non hanno inciso sulla produzione che tuttavia è stata del 50 percento rispetto ad una stagione normale. In ogni caso, ciò che si raccoglie è appena il decimo di ciò che si raccoglieva una volta”.
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