La Gazeta Istriana


a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin

 

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Febbraio 2013 – Num. 34

 

Giorno del Ricordo 2013 – Testimonianze


04 - L'Eco di Bergamo 10/02/13 De Mistura: « «Io figlio di un esule ho dedicato la mia vita ai rifugiati» (Giada Frana)
05 - CDM Arcipelago Adriatico 12/02/13 Terzi di Sant'Agata il Giorno del Ricordo: mai più sentimenti ostili
06 - Corriere della Sera Veneto 09/02/13 Franco Luxardo: «La medaglia a Zara? Siamo ancora in attesa», promessa da Ciampi, mai consegnata (Marco de' Francesco)
07 - Giornale di Brescia 09/02/13 Lo storico Rumici: «I giuliano-dalmati videro stravolgere l'ambiente in cui vivevano» (Valerio Di Donato)
08 - Avvenire 10/02/13 «Così ho fotografato le atrocità di Tito a Pola» - «Io, sul campanile sotto le bombe». A cent'anni padre Germano racconta (Lucia Bellaspiga)
09 - La Voce del Popolo 09/02/13 Mario Lorenzutti: Il mio Giorno del Ricordo, lontano, ma mai dimenticato (Mario Lorenzutti – Roberto Palisca)
10 - Il Piccolo 09/02/13 Trieste - Cristicchi: «Nel Magazzino 18 ci sono i resti di un terremoto» (Carlo Muscatello)
11 - Il Cittadino Monza e Brianza 07/02/13 Monza: Xé arivadi i guai, xé arivadi i novi, Michele Pfeifer, due volte esule
12 - La Voce del Popolo 12/02/13 Cultura - Ricomposizione di un popolo (Kristjan Knez)
13 - Il Resto del Carlino Bologna 10/02/13 San Lazzaro: La tragedia delle Foibe raccontata da Gianni Host, «I miei genitori profughi in patria nei difficili anni dell'esodo» (Valeria Melloni)
14 - La Voce di Romagna 02/02/2013 Continuano le ricerche sui
finanzieri emiliano-romagnoli scomparsi in Istria - La misteriosa fine di Alfredo (Aldo Viroli)
15 - Il Popolo diocesi Concordia-Pordenone 08/02/13 Discendenti di esuli da Istria e Dalmazia don Rudy e don Corrado (Gianni Strasiotto)
16 - Il Giornale di Vicenza 09/02/13 Il Libro - Giovanni Segalla: Il maestro scomparso nel nulla
17 - Avvenire 10/02/13 «Non dimenticate la strage di Gorizia fu lì che i nostri nonni vennero infoibati» (Lucia Bellaspiga)
18 - La Voce di Romagna 09/02/13 Giorno del Ricordo: Carlo Faragona, una vita dedicata allo sport (Aldo Viroli)
19 - La Voce del Popolo 13/02/13 Mario Fragiacomo l'inestinguibile richiamo delle radici (Patrizia Venucci Merdžo)
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04 - L'Eco di Bergamo 10/02/13 De Mistura: « «Io figlio di un esule ho dedicato la mia vita ai rifugiati»
De Mistura: «Io figlio di un esule ho dedicato la mia vita ai rifugiati»
L’incontro tra il sottosegretario agli Esteri e gli studenti: la lunga camera di diplomatico Il ricordo del padre bloccato per ore alle frontiere
«Sono contento di essere a Bergamo. E una città che accoglie a braccia aperte»
GIADA FRANA
Il padre, costretto all’e­silio, era originario di Sebenico, nella Dalmazia, e uno zio figura tra le numerose vittime delle foibe: vicende familiari che han­no portato Staffan De Mistura, sottosegretario di Stato del mi­nistero degli Affari esteri, a im­pegnarsi, per ben 42 anni, in una sorta di «guerra alle guer­re» in diverse parti del mondo, come diplomatico delle Nazio­ni Unite.
De Mistura ieri era a Berga­mo, in occasione del «giorno del ricordo», dedicato alla comme­morazione delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano-dal­mata e ha raccontato, nell’aula consiliare di Palafrizzoni gremi­ta di autorità e studenti delle scuole supèriori, la sua espe­rienza. «Non dimenticherò mai - ha detto - i momenti del con­trollo di passaporto: io avevo quello svedese, come mia ma­dre, per cui la fila era molto ve­loce. Mio padre, invece, come molte altre persone, era apoli­de: lo aspettavo per ore, mentre pian piano avanzava nella fìla lunghissima, sottoposto alle più svariate domande».
Le vicende del padre hanno quindi avuto una parte fonda- mentale nel determinare le scelte di De Mistura: «Non è un caso che abbia scelto di lavora­re per le Nazioni Unite, e in de­terminate zone di conflitto, do­ve le popolazioni devono subire l’umiliazione della migrazione forzata. Moltissimi nostri con­nazionali, 350 mila, hairno dovuto lasciare tutto da un giorno all’altro e partire. Sono conten­to di essere qui a Bergamo: è una città che ha fatto molto e che ha accolto a braccia aperte». De Mistura rivolto agli studenti presenti - ima delega­zione della Consulta provincia­le studentesca e dello Sportello scuola-volontariato e una rap­presentanza di alcuni istituti su­periori: «L’Europa è diventata la visione nella quale dobbiamo identificarci, nel rispetto delle diversità. Bisogna andare avan­ti, ma mai dimenticare il passa­to: gli errori e gli orrori devono essere un esèmpio per il futuro, per noi e le nuove generazioni».
Gli studenti gli hanno poi ri­volto alcune domande, riguar­danti la delicata situazione dei soldati italiani all’estero, in particolar modo la vicenda dei due marò in India, chiedendogli di raccontare anche un episodio di gioventù rimastogli particolar­mente impresso. «I nostri mili­tari stavano facendo il loro do­vere - ha detto De Mistura sui marò -: li ho incontrati diverse volte e hanno sempre dimostra­to una forte dignità. Un passo al­la volta, usando il cervello e non i muscoli, li riporteremo a casa». De Mistura ha poi raccontato l’episodio che l’ha spinto ad ave­re a cuore i conflitti in cui i civi­li sono sono maggiormente col­piti: «Avevo poco più di diciott’anni: mio padre chiese a un funzionario dell’Onu di farmi partecipare come volontario in qualche zona complicata, a sue spese. Fui mandato a Cipro: un giorno vidi un bambino di nove anni, cadere a terra, morto, da­vanti ai miei occhi, colpito al collo da un proiettile di un cec­chino. Fui scioccato e provai un senso di sdegno che non ha mai smesso di accompagnarmi».
Il sindaco Franco Tentorio ha donato a De Mistura una targa, «a chi ha sempre combattuto ogni forma di violenza e il voler sradicare le radici, dimostrando una forte sensibilità verso gli sfollati e i rifugiati». Sudan, Etiopia, Iraq, Sarajevo, Mogadi­scio, Libano: sono alcuni dei luoghi dove De Mistura ha operato. Nel 2001 Ciampi gli ha conferito la cittadinanza onora­ria. Un dono al sottosegretario anche da parte di Maria Elena De Petroni, presidente del co­mitato bergamasco dell’Associazione Venezia Giulia e Dalma­zia, che ha ricordato come «l’esilioo costituisce una profonda ferita dell’anima, sradicando l’individuo, senza la possibilità di un recupero definitivo». ■

 

05 - CDM Arcipelago Adriatico 12/02/13 Terzi di Sant'Agata il Giorno del Ricordo: mai più sentimenti ostili
Terzi di Sant'Agata il Giorno del Ricordo: mai più sentimenti ostili
"Gli episodi di persecuzione anti-italiana in Istria, Dalmazia e Fiume debbono appartenere alla memoria di tutti noi" affinché non si ricreino "mai più sentimenti ostili verso popoli e Paesi a noi vicini o tendenze di discriminazione razziale, come quelle che portarono all'emanazione delle leggi razziali del 1938". Lo ha detto il Ministro degli Esteri Giulio Terzi alla cerimonia per il Giorno del Ricordo oggi al Quirinale. "Ma oggi gli italiani non sono più divisi dai popoli del confine orientale. Sono cadute le diffidenze - ha aggiunto Terzi - Siamo uniti in un'Europa fondata anche sul rispetto delle minoranze e delle diversità".
La cerimonia per il Giorno del Ricordo - si legge in una notizia diramata dalla Farnesina - si è svolta alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Dopo gli interventi del Presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, Lucio Toth, del docente di Scienze sociali e politiche dell'Università di Milano, Paolo Segatti, e del Ministro degli Affari esteri, Giulio Terzi, il Capo dello Stato, coadiuvato dal Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, Francesco Profumo, ha premiato le scuole vincitrici del concorso "Confine Orientale. Cultura e vita materiale tra la terra e il mare Adriatico orientale: i mestieri e la loro impronta nelle arti figurative e nella letteratura". E' stato inoltre consegnato il diploma per il primo premio delle Olimpiadi di Italiano
- sezione Licei italiani all'estero - alla studentessa della scuola di Fiume, Ana Verko.
Il Presidente Napolitano ha quindi pronunciato un indirizzo di saluto.
Ha fatto seguito un concerto dell'orchestra d'archi del Conservatorio "Giuseppe Tartini" di Trieste. In precedenza il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Paolo Peluffo, assistito dal Presidente della Commissione incaricata dell'esame delle domande per la concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati, Gen.
C.A. Giorgio Cornacchione, aveva consegnato i diplomi e delle medaglie commemorative del Giorno del Ricordo ai familiari delle vittime delle foibe. Erano presenti alla cerimonia il Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, il Vice Presidente del Senato, Emma Bonino, il Giudice della Corte Costituzionale, Luigi Mazzella, rappresentanti del Parlamento, autorità ed esponenti delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati.

 

06 - Corriere della Sera Veneto 09/02/13 Franco Luxardo: «La medaglia a Zara? Siamo ancora in attesa», promessa da Ciampi, mai consegnata
«La medaglia a Zara? Siamo ancora in attesa»
Franco Luxardo: promessa da Ciampi, mai consegnata
Sono stati imbarcati sen­za denaro nelle tasche e beni di conforto. E non era l’effetto di un decreto di espulsione. Non ce n’era biso­gno: «Bisognava indurli - am­mise nel 1991 Milovan Gilas, già braccio destro di Tito - a ad andare via con pressioni d’ogni genere». E chi non se ne sarebbe andato, al posto lo­ro? Ci si lasciava alle spalle la pulizia etnica e quella politica, i campi di sterminio, il terrore studiato nei dettagli, con fred­da scienza, e l’infoibamento di massa. Ma anche l’annega­mento di interi nuclei familia­ri e di grappi di prigionieri in­catenati. E poi, perché resta­re? Tutti i beni immobili era­no stati requisiti, in quanto «riparazioni di guerra». Eppu­re, gli Italiani, da quelle partì, c’erano sempre stati; la dedi­zione dell’Istria alla Serenissi­ma risale al VII secolo; quella della Dalmazia all’anno mille.
Di fatto a Zara, prima del bom­bardamento aleato (la «Dre­sda italiana» di Enzo Bettiza) e dell'esodo giuliano-dalmata»; dal 1943 al 1960) la mag­gior parte della popolazione era italiana. Dopo, più di 40 anni di strategia del silenzio, in patria, per questioni politi­che e per non creare imbaraz­zi. «Noi esuli - concede Fran­co Luxardo, "sindaco in esilio del libero Comune di Zara” e 76enne esponente della quin­ta generazione dei “Luxardo del Maraschino", dynasty del liquore prima zaratina e poi euganea - abbiamo pagato per tutti la sconfitta militare del Paese». Ma dal 2004 qual­cosa è cambiato: «il giorno del Ricordo» è solennità civi­le. Si celebra ogni anno, il 10 febbraio. Una piccola consola­zione, per i parenti dei 10mila infoibati e per i quasi 30mila esuli. Perché, a quasi 70 anni dagli eventi, non tutte le ferite si sono rimarginate.
Luxardo, che cos’ha lascia­to la sua famiglia a Zara?
«I corpi degli zii Pietro e Ni­colò, annegati dai partigiani comunisti di Tito insieme ad altri della famiglia, e mai ritro­vati. E un grande stabilimento industriale fondato nel 1821 dal capostipite Girolamo; era stato comunque raso al suolo dai bombardamenti alleati».
Torna mai da quelle partì?
«Ogni anno, dal 1965; sono tornato, per la prima volta, 21 anni dopo lo sterminio. Mica facile, all’inizio: vivevo i senti­menti mutuati dalla famiglia. Io, infatti, l’ho scampata bella perché ero già in Italia nel­l’agosto del 1943, con i miei e con mio fratello. Ero venuto a farmi curare. Ma ero nato lì. Poi con gli anni ho conosciu­to i "rimasti"; italiani non emi­grati, e '"risparmiati” per un qualche gioco del destino. Con loro mi sono 'trovato"».
Ora c’è il Giorno del ricordo basta ?
«Macché. Dagli anni Novanta, qualcosa è stato fatto: tar­ghe nelle università, qualche strada intitolata. Ma quanto al­l’istruzione dei giovani, siamo ancora indietro. Qui a Padova qualche professore si dà da fa­re, ma non è abbastanza. E poi c’è la vicenda della meda­glia».
Quale medaglia?
«Quella d’oro al valor mili­tare alla città di Zara, italiana all’epoca dei fatti. Il decreto l’ha firmato il presidente Ciampi nel settembre 2001, ma la medaglia è rimasta in un cassetto. E’ che la Croazia aveva alzato la testa, e l’Italia l’aveva abbassata, un po’ “alla Fantozzi”.
Così, ogni anno scrivo al Colle». Cosa Le rispondono?
«Non mi rispondono».
Altre rivendicazioni?
«La Croazia a luglio entra in Ue; ma se vuoi ricomprarti i terreni della tua famiglia, non puoi. E nessuno dice niente. E gli archivi: non sono mai stati aperti. Così nessuno sa dove siano stati sepolti i nostri mor­ti. A proposito, mio zio Nicolò fu processato da morto; io di­co tanto per far capire l’aria che tirava».
Ci sono ancora tante «via Tito». Non Le dà fastidio?
«Ce ne sono sempre di me­no. Qualche sindaco l’ha capi­ta. E poi si vedono sempre più strade dedicate alla memo­ria».
Altre cose che le danno fa­stidio?
«Capita che, quando vai al­l’ospedale, o in altre ammini­strazioni regionali o statali, ti registri in vista di un qualche servizio. E5 strano vedere scrit­to sulle pratiche: nato a Zara, Croazia».
Ci sono poi i negazionisti.
«Ma anche migliaia di testi­monianze».
E a Padova, non chiede niente?
«Di rafforzare i rapporti con la città e l’università di Za­ra. Può sembrare un parados­so, ma non lo è. Cè una facol­tà di italianistica frequentata per lo più da croati. Anche le "comunità italiane”, tra l’Istria, Fiume e la Dalmazia, sono piene di Croati. Va bene così, perché ora si tratta di lan­ciare ponti attraverso l’Adriati­co. E perché la speranza c’è».
Quale?
«A settembre a Zara, dopo dieci anni di burocrazia, apre il primo asilo "italiano". Si pensi che l’ultima scuola trico­lore era stata chiusa, da un giorno all’altro e con la forza, nel '53. Qualcosa sta cambian­do. E noi esuli anche in que­sto caso ci siamo dati da fare. Perché, alla fine, siamo quelli che hanno collaborato alla ri­costruzione del Paese. In silen­zio, con dignità. E ora guardia­moci attorno: oggigiorno so­prattutto, non siamo un esem­pio?».

Marco de' Francesco

 

07 - Giornale di Brescia 09/02/13 Lo storico Rumici: «I giuliano-dalmati videro stravolgere l'ambiente in cui vivevano»
FOIBE ED ESODO, IL RICORDO
Testimoni dispersi nell’Italia senza memoria
Lo storico Rumici: «I giuliano-dalmati videro stravolgere l’ambiente in cui vivevano»
In un «paese senza memoria», per riprendere l'intramontabi­le immagine di Sciascia, il gior­no del «Ricordo delle foibe e dell'esodo» degli italiani dall'Istria, Fiume e Zara, che si celebra dal 2005 ogni 10 febbraio, dovrebbe suscitare una profonda riflessione su una del­le pagine meno note e più contesta­te di storia patria.
Ne parliamo con lo storico gorizia­no, di Grado, Guido Rumici, uno de­gli studiosi emergenti di confine orientale (suoi lavori fondamentali come «Infoibati» e «Mosaico dalma­ta»), e coautore con Olinto Mileta Mattiuz, del libro fresco di stampa «Chiudere il cerchio: memorie giulia­no-dalmate».
Nel volume sono raccolti i ricordi e le esperienze degli ultimi testimoni di un dramma, individuale e collet­tivo, dalle molte facce. Quella dei 300-350 mila esuli. Quella dei rima­sti, alcune decine di migliaia. E quella dei circa tremila filocomuni­sti controesodati. Cosa unisce sto­rie e destini tanto diversi?
Quando il 10 febbraio 1947 a Parigi, l'Italia firmò il Trattato di Pace con cui le intere province di Pola, Fiume e Zara e gran parte delle province di Trieste e Gorizia furono cedute alla Jugoslavia di Tito,il cambio di sovranità comportò tali e tanti sconvolgi­menti dal punto di vista politico, economico, culturale, nazionale, lin­guistico, che un intero popolo vide stravolgere completamente l'am­biente in cui era vissuto.
Il filo conduttore di queste storie co­sì diverse, e se vogliamo pure anta­goniste, fu la drammaticità della scelta che si svolse in condizioni ec­cezionali in un lasso di tempo abba­stanza circoscritto. Chi decise dipar­tire in esilio, di rimanere o di emigrare in Jugoslavia dopo il 1947 era con­scio delle difficoltà cui sarebbe anda­to incontro e della irreversibilità quasi assoluta delle proprie scelte. E ciò rese drammatico quel periodo, al punto che ancora oggi chi lo ha vissuto lo ritiene determinante per la propria vita e dei propri figli.
Molti denunciano l’utilizzo che fu fatto dell’argomento «colpe dei fa­scisti» quale alibi per giustificare il terrore di massa anti-italiano, con lo scopo inconfessabile di annette­re l’intera Istria, Trieste e Gorizia al­la Jugoslavia di Tito. Come uscire dalla spirale perversa dei nazionali­smi incrociati?
È vero. I nazionalismi contrapposti e le ideologie del Novecento hanno allargato il fossato tra chi partì e chi rimase, ed ancora oggi c'è chi caval­ca certi ruoli per legittimare la propria parte politica. L'unica possibilità è di mettere in primo piano gli aspetti umani legati alle sofferenze della gente comune, perché in effet­ti va ribadito che tutti gli abitanti del confine orientale ebbero a patire, anche se ovviamente per motivi e si­tuazioni molto diverse gli uni dagli altri. Ottenere una memoria condivi­sa tra chi fece scelte così contrastan­ti è impossibile, diversamente da una memoria conosciuta, che per­metta di capire che anche gli altri eb­bero vita dura.
Una testimone d’eccezione, come la scrittrice polesana Nelida Mila­ni, figlia di una famiglia di italiani rimasti, parla invece dei tanti «col­pi di mano contro la memoria», lad­dove tutto veniva «rinominato» e «ribattezzato» nella nuova lingua dominante. Non è forse questa la tentazione, se non la prassi, dei vin­citori nelle aree plurinazionali? Concordo in pieno con Nelida Mila­ni. Il rischio di strumentalizzare e di falsificare il passato è altissimo, spe­cialmente quando chi si occupa di storia vuole fare anche politica. Ricordo che ancora oggi in Croazia l'esploratore veneziano Marco Polo viene ritenuto croato e, riguardo ai nomi ribattezzati in passato dal regi­me di Tito, mi piace citare il nostro musicista Giuseppe Verdi, che nella toponomastica di un paese istriano divenne Josip Zeleni, che è la tradu­zione letterale del nome. Da taluni personaggi la presenza italiana in Istria, Fiume e Dalmazia vie­ne talvolta fatta risalire al Venten­nio, omettendo volutamente quan­to è avvenuto nei secoli precedenti e dimenticando quanto queste terre di confine siano state in passato im­pregnate dalla cultura della Peniso­la italiana.
L’imminente ingresso della Croazia nell’Unione Europea può aiuta­re ad aprire nuove vie di dialogo e di sviluppo in un’area multicultura­le così complessa?
A beneficiarne sarà certamente la minoranza italiana, oggi divisa fra Slovenia e Croazia, che potrà ricom­pattarsi. Va però preso atto che, se i confini tra gli Stati stanno nel tempo sparendo, meno veloce avanza il processo di riavvicinamento tra i di­versi popoli. A tal proposito sono scettico sulle possibilità che, in que­sto momento storico, la classe politi­ca possa contribuire al superamen­to dei confini mentali tra le genti, da­to che troppo spesso invece vi sono esponenti di diversi partiti che trova­no legittimazione proprio da questi confini stessi.
La Venezia Giulia è un'area dove le etnie latine, germaniche e slave si sono incrociate per secoli e talvolta scontrate. In epoca veneziana que­ste popolazioni dell'Istria e della Dalmazia erano bene amalgamate, ed anche nel primo periodo della do­minazione asburgica (fino al 1848), non vi furono particolari tensioni. Credo che gli intellettuali dovrebbe­ro ricordare e mettere l'accento an­che su questi periodi storici e non so­lo sui conflitti violenti dell'epoca successiva».
Valerio Di Donato

 

08 - Avvenire 10/02/13 «Così ho fotografato le atrocità di Tito a Pola» - «Io, sul campanile sotto le bombe». A cent'anni padre Germano racconta
«Così ho fotografato le atrocità di Tito a Pola»
«Io, sul campanile sotto le bombe». A cent’anni padre Germano racconta
Nell’anniversario degli eccidi perpetrati dai partigiani titini alla fine della Seconda guena mondiale, quando decine di migliaia di italiani furono trucidati nelle cavità carsiche, la testimonianza del religioso che si adoperò non solo per salvare i nostri connazionali ma anche per testimoniare violenze e soprusi delle truppe croate
DAL NOSTRO INVIATO A TREVISO
Lucia Bellaspiga
«Nel '47 venni condannato ai lavori forzati in un lager jugoslavo, ma nel frattempo ero riuscito ad imbarcarmi come altri 350mila esuli»
Quando gli anglo-americani bombardavano Pola, io non correvo nei rifugi sotto la roccia ma sulla cima del campa­nile: da lassù ho fotografato la storia». La tem­pra con cui affrontò la seconda guerra mon­diale, quando ancora Pola e tutta l’Istria e­rano italiane, l’anziano frate la dimostra in­tatta oggi, a 100 anni suonati lo scorso 21 gennaio. Francescano, padre Germano (al secolo Mario Diana, nato in Friuli nel 1913) arrivò nel capoluogo istriano nel 1939 e con sei confratelli operò nella parrocchia di Sant’Antonio, il cui snello campanile svetta tuttora di fianco all’Arena, in riva all’Adriati­co. «Quelli di Pola - racconta - sono stati gli anni più belli della mia vita, ma anche i più terribili». Perché se i ricordi della Grande guerra scivolano via dalla sua memoria di bambino, quelli della seconda restano mar­chiati a fuoco, soprattutto i giorni dell’occu­pazione titina, quando in Istria e Dalmazia per ordine del maresciallo comunista le e­purazioni di italiani infuriano. «La guerra e­ra finita, tutta Italia festeggiava, solo noi pas­savamo dal fascismo a una dittatura più or­renda».
Un paradosso storico che nella vita del fran­cescano si materializzò in una pistola pun­tata alla schiena: «Era il 1945, le due di not­te, al convento suonarono alcuni soldati di Tito, la città in quei giorni di "pace" era per­corsa dal terrore dei rastrellamenti. Cerca­vano Mattioli Ermanno, maestro, "colpevo­le" di essere il cognato del prefetto... In quei giorni eravamo tutti "colpevoli" di qualcosa, l’obiettivo reale era eliminare in fretta tutti gli italiani». Il maestro Mattioli era davvero na­scosto nelle stanze dell’orfanotrofio gestito dai francescani, insieme ad altre decine di polesani, nel tentativo di salvarsi dalle foibe. Ma quando gli sgherri fecero irruzione, Mat­tioli era già fuggito, «mentre la moglie e i lo­ro tre bambini, Nino, Fulvia e Gianfranco, vennero portati in caserma. Ovviamente si consegnò...».
Quella di padre Germano è la voce di chi i fat­ti li ha vissuti in prima persona e oggi li va­luta con la saggezza del centenario: «Mus­solini ha combinato un caos. Il 10 giugno del 1940, giorno in cui annunciò la dichiarazio­ne di guerra, ho pianto. "È l’ora delle decisioni irrevocabili" disse lui da piazza Venezia, "sia­mo fritti" pensai io. Pola era un paradiso, si viveva nella pace e nella bellezza, io coordi­navo la filodrammatica, istruivo i ragazzi del­l’orfanotrofio e dell’oratorio, avevo sempre intorno i miei chierichetti. Dalla finestra ve­devo il mare blu e l’Arena di pietra candida, da cui mi arrivavano la sera le note delle o­pere liriche. Poi fu l’inferno».
E padre Germano prese a fotografarlo. «Il 6 gennaio del ’44 ci fu un bombardamento ter­ribile. Eravamo tutti a teatro, cantava la fa­mosa artista polesana Italia Vaniglio (scom­parsa lo scorso dicembre quattro giorni do­po suo marito, il conduttore televisivo Febo Conti, ndr), Sergio Endrigo era ancora pic­colino. Tutti corsero ai rifugi, io sul campa­nile», dice mostrando una foto in cui il ma­re ribolle tra alte colonne d’acqua sollevate dalle bombe. «Non ero matto, anzi, per chi bombarda è più difficile prendere la punta di un campanile, e poi i piloti cercavano di pre­servare l’Arena romana e il mio campanile di­stava solo venti metri».
Quando "scoppia la pace", però, anche pa­dre Germano come altri 350mila italiani è costretto a fuggire. Lo fa il 17 febbraio del ’47 sul "Toscana', che per l’ultima volta salpa con a bordo gli esuli. I suoi confratelli resta­no a Pola, ma questo costerà loro anni di la­vori forzati nei lager di Tito. «Subirono un processo farsa, nel quale anche io fui con­dannato in contumacia come... "spia del Va­ticano". In seguito verranno liberati grazie a uno scambio di prigionieri e partiremo tuti per il Guatemala». Ma que­sta è un’altra storia, durata 50 anni (dal ’48 al ’98), du­rante i quali padre Germano ha conosciuto il suo secon­do paradiso in terra al fian­co dei contadini guatemaltechi.
Oggi, nel convento francescano della chiesa Votiva di Maria Ausiliatrice a Treviso conce­lebra tutti i giorni la Messa e continua a con­fessare i fedeli. E lì che giorni fa ha festeg­giato il secolo con gli esuli del Libero Comu­ne di Pola in esilio e i suoi ragazzini di un tempo, soffiando su due candeline: per i 100 anni di vita e 175 di sacerdozio.
«Il vescovo emerito di Trieste Eugenio Ravignani ha celebra­to la Messa per me e io... gli ho fatto da chierichetto. Nel ’40 a Pola il mio piccolo chierichetto era lui, anche sotto le bombe!».

 

09 - La Voce del Popolo 09/02/13 Mario Lorenzutti: Il mio Giorno del Ricordo, lontano, ma mai dimenticato
A cura di Roberto Palisca
Il mio Giorno del Ricordo, lontano, ma mai dimenticato
Cari Istriani, questi giorni per me sono date che difficilmente potrò dimenticare. L’8 febbraio del 1956 la mia famiglia lasciò per sempre Isola d’Istria, dove siamo sempre vissuti per generazioni. Io a quei tempi avevo 15 anni. Non è stato facile. Lo ricordo come se fosse stato ieri. Mio padre aveva sperato fino all’ultimo istante che cambiasse qualcosa, pur di poter rimanere a casa nostra... ma alla fine le cose non andarono così. I disagi aumentavano ogni giorno, la nostra gente se ne andava...
Per le nostre contrade sentivi chiedere le persone l’un l’altra:”La ga fato la domanda?” “Sì benedeti, spetemo che la rivi, giorno per giorno...“ O altri, soprattutto i più anziani che rispondevano: “Cossa la vol siora, noi ormai semo veci, andè voi che se giovani. Noi presto saremo pronti per el cimitero...“
Questi erano i discorsi che si sentivano per le nostre contrade, in tutti i nostri paesi. Ricordo che per le strade si vedeva ogni giorno qualche camion con la gente intenta a caricarci sopra le proprie cose e partire. Intorno qualche anziano osservava in silenzio tutto ciò che stava succedendo. Nessuno osava parlare. La commozione era forte. Qualcosa stava cambiando, per sempre. La situazione in Istria, in particolare nei territori della Zona B, era drammatica. I nostri paesi si stavano svuotando. Noi pagavamo il conto di una guerra perduta.
Prima furono costretti ad andarsene gli intellettuali, i piccoli proprietari, i maestri, i preti e tutti coloro che in paese contavano qualche cosa. In altre parole, più si colpiva l’elemento italiano meglio era. Ci avevano proibito le nostre processioni, era proibito alla chiesa di suonar le campane perchè, dicevano, disturbavano il vicino ospedale.
Sol, terra rossa e acqua salada
La nostra gente se ne andava quasi in punta di piedi e si partiva tutti con la morte nel cuore. Mi ricordo di Fabio, amico di scuola e d’infanzia. Eravamo amici sin dall’asilo. Lui parlava sempre di suo nonno, che faceva il pescatore e aveva un “caicio”. Ricordo il nonno, con il viso pieno di rughe che sembrava fosse stato impastato con la nostra terra rossa, quella de Su Scoio... sol, terra e acqua salada.
Fabio nel suo tempo libero era sempre con il nonno. Era orgoglioso di lui. Veniva a scuola e raccontava: “Oggi semo stai a bordisar. Gavemo ciapà i guati, gavemo pescà le menole. Domani andaremo a ciapar i gransi...” Fabio era entusiasta di suo nonno e anche lui aveva il mare nel sangue. E suo nonno non chiedeva altro. Vedeva in Fabio la sua continuazione, il domani, il futuro ed era fiero di lui. Gli insegnava tutti i trucchi del mestiere. Vivevano l’uno per l’altro. Ma anche per loro qualcosa stava cambiando. Suo figlio, il padre di Fabio, aveva presentato la domanda per andarsene. Il nonno disse: “Andè voi che se giovani, andè a farve una vita, gavè ragion. No ste bassilar con mi, che son vecio. Mi presto andarò in cimitero con vostra nonna“.
L’addio al «Toscana»
Dopo essersi trattenuta per qualche anno a Trieste,la famiglia di Fabio, come tanti altri del resto, decise di emigrare in Australia. Erano diverse le navi che portavano la nostra gente istriana nel lontano continente. E tristi ricordi di quelle partenze sono in me talmente vivi che ancora oggi mi sembra di vedere la nostra gente rimasta a Isola che da Su Scoio, con il fazzoleto in mano e con le lacrime agli occhi, guarda passare in lontananza il “Toscana” con a bordo i nostri che emigravano in quella terra tanto lontana. E sentire la gente sussurrare “Addio fio mio”, “Addio mio caro amico”, “Fassè bon viaggio e che Dio ve benedissi”.
La nave dava un fischio ed era l’ultimo saluto alla nostra gente rimasta sulla riva. Fra questi, a terra, c’era anche il nonno di Fabio, che con la testa bassa guardava la nave e vedeva la sua famiglia e i suoi sogni scomparire per sempre. Da quel momento non è stato più lui. Non andava più a pescare. Qualcosa dentro di lui si era infranto per sempre. Quando lo incontavamo e gli domandavamo: “Come xe nonno? Ga scritto Fabio?”, ci rispondeva “No ancora fioi mii. Xe ‘sai lontan e ghe se vol tempo e pazienza”.
La lettera in tasca
Qualche mese dopo, una triste mattina, qualcuno ci disse: “Xe morto un vecio, proprio a Su Scoio. Par de un colpo”.
Dentro la tasca della sua giacca, la scarsela, come diciamo noi in dialetto, avevano trovato una lettera. Era una lettera di Fabio.
“Caro nonno come stai?”, scriveva. “Devo dirte che qua indove che stago adesso non me trovo ‘sai ben. No xe gnanche el mar. I parla un’altra lingua e per el momento no capisso gnente.In poche parole no son contento.
Papà e mamma i lavora sempre. I dixi che dovaremo farse un futuro. Nonno caro, la sera quando vado in letto e distudemo la luce, mi penso a ti e a Isola e me vien xo le lagrime. Penso alla nostra barca, a tuto quel che te me gavevi insegnà.
Varda nonno che quando sarò più grando, tornarò a Isola, compraremo una barca grande e andaremo sempre in giro a pescar, come che fassevimo una volta. Nonno se te vedi i mii amici te me li saludi tanto. Dighe che li penso sempre. Nonno quando che te vadi in cimitero porteghe un fior a nona anca per mi. Caro nonno quando che te rispondi, no dir niente a mamma e papà de quel che te go scrito. Forsi no i saria contenti. Nonno te raccomando, tiente ben... Te voio tanto ben, Fabio“.
Così diceva questa lettera, che forse era ancora bagnata di lacrime e che sembra una storia uscita dal libro “Cuore“. Invece erano drammi veri, capitati alla nostra gente istriana. Questo è il mio Giorno del Ricordo. Lontano nel tempo, ma mai dimenticato.
Mario Lorenzutti

 

10 - Il Piccolo 09/02/13 Trieste - Cristicchi: «Nel Magazzino 18 ci sono i resti di un terremoto»
Cristicchi: «Nel Magazzino 18 ci sono i resti di un terremoto»
Il cantautore fa rivivere il dramma degli esuli, in un brano e uno spettacolo
di Carlo Muscatello
«Siamo partiti in un giorno di pioggia, cacciati via dalla nostra terra che un tempo si chiamava Italia, e uscì sconfitta dalla guerra. Hanno scambiato le nostre radici con un futuro di scarpe strette, e mi ricordo, faceva freddo nel’inverno del ’47...». Sono i primi versi di “Magazzino 18”, una delle canzoni del nuovo album di Simone Cristicchi “Album di famiglia”, che esce in concomitanza con la partecipazione del trentaseienne cantautore romano al Festival di Sanremo. Il brano darà anche il titolo a uno spettacolo teatrale, che aprirà la prossima stagione dello Stabile del Friuli Venezia Giulia. «Il Magazzino 18 - spiega Cristicchi, che a Sanremo proporrà “La prima volta (che sono morto)” e “Mi manchi” - è quel luogo della memoria che c’è nel porto vecchio di Trieste, dove gli italiani che scappavano dalla Jugoslavia lasciarono le loro povere cose pensando di tornare a riprenderle». Com’è nata la canzone? «Nell’ottobre 2011 sono stato una settimana a Trieste, per il mio spettacolo alla Sala Bartoli “Li romani in Russia”. Stavo raccogliendo storie per il mio libro “Mio nonno è morto in guerra”, nel quale poi inserii quattro storie triestine, fra cui una proprio sull’esodo». Cosa la colpì del Magazzino 18? «Avevo visto un documentario sull’esodo. Quando entrai mi colpì la massa informe di oggetti, sembravano i resti di un terremoto, le grandi cataste che ci sono nei manicomi, nei campi di concentramento. E quasi ogni oggetto aveva attaccato il nome della persona che l’aveva lasciato lì». Lo spettacolo? «Dopo quella visita promisi a me stesso, e alle persone che mi accompagnarono quel giorno, che avrei fatto qualcosa per far conoscere questa storia. La storia di chi è partito e di chi ha scelto di rimanere. Ho letto le testimonianze nel libro di Jan Bernas “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”. Avevo pensato a un monologo di teatro civile, dopo è arrivata l’idea anche delle canzoni». Il debutto? «Apriamo la stagione del Rossetti, il 22 ottobre. Sono molto orgoglioso del fatto che lo spettacolo sia stato scelto per il debutto. Lo spettacolo l’ho scritto con Jan Bernas, la regia è di Antonio Calenda». Laura Antonelli? «Nel disco c’è anche un omaggio a lei, grande attrice degli anni Settanta, nata a Pola. Una volta ero andato a visitare delle tombe etrusche nel giardino di una villa a Cerveteri. Il custode mi disse che era la villa dove l’attrice aveva vissuto ed era stata arrestata. Quasi miracolosamente le pareti e gli oggetti mi raccontavano sua storia». Poi l’ha conosciuta? «Lei ora vive molto isolata. Tramite un comune amico le ho fatto sapere della canzone che ho scritto su di lei, mi è sembrato fosse contenta del fatto che qualcuno ancora la ricordi. Lei per me è il simbolo di quegli artisti maltrattati dalla vita e anche dai media, la sua è stata una vita da incubo, dalle stelle a stalle». Sergio Endrigo? «A volte sembra che canzoni, fatti e personaggi siamo come concatenati fra loro... Amo molto Endrigo, anche lui esule nato a Pola. Nella serata “Sanremo Story”, venerdì, canterò la sua “Canzone per te”, con cui vinse il Festival nel ’68, in coppia con Roberto Carlos. E a luglio farò un concerto a Spilimbergo, con l’Orchestra Sinfonica Fvg, nel quale riproporremo tutto il suo repertorio». A Sanremo cosa canta? «”Mi manchi” è proprio una canzone “alla Endrigo”, giocata sui tasti della semplicità e della dolcezza, che mostra un lato inedito, quasi fanciullesco, di me. Potrebbe essere una canzone per bambini, non a caso i miei figli, che sono piccoli, già la cantano». L’altra? «Più “cristicchiana”, se posso osare il termine. “La prima volta (che sono morto)” nasce dalla riflessione su un uomo che muore all’improvviso e si ritrova in un paradiso che somiglia a una scuola serale, dove si studia, si fa un bilancio della propria vita, si riflette su cosa si è fatto di buono e di meno buono». Lei è credente? «Non in senso cattolico. Anche se ho Cristo nel cognome e i miei antenati erano guardie papali. Forse da ciò nascono alcuni miei spunti anticlericali...».

 

11 - Il Cittadino Monza e Brianza 07/02/13 Monza: Xé arivadi i guai, xé arivadi i novi, Michele Pfeifer, due volte esule
Xé arivadi i guai, xé arivadi i novi, Michele Pfeifer, due volte esule
Monza - Una storia di esodo alla vigilia del Giorno del Ricordo, che cade il 10 febbraio: una storia monzese raccolta da Umberto De Pace nel suo volume "L'esodo di istriani fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra. Testimonianze di cittadini monzesi", pubblicato da Bellavite. Il racconto della famiglia Pfeifer e di come, dalla Dalmazia, è arrivata a Monza.
A Lussino nel 1918 arriva l'Italia e nell'autunno 1921 arriva mio padre; dopo le scuole primarie a Zara voleva fare la “scuola nautica” e diventare capitano di marina. Papà e mamma si sposarono nel 1928 e il papà si unì così all'azienda di famiglia della mamma che consisteva in uno studio e laboratorio fotografico con negozio. Nel 1936 sono nato io e, dopo di me, i miei due fratelli e mia sorella. All'epoca anche Lussino viveva in regime fascista, seppure abbastanza all'acqua di rose. C'erano alcuni “regnicoli”, funzionari pubblici e del fascio, che dovevano imporre la disciplina, la romanità ed il senso del dovere “fascisti”. Ma io mi chiamo ancora Pfeifer, mentre i miei parenti di Trieste sono diventati Ferri. Forse mio papà, che era un negoziante, non aveva bisogno dello Stato o lo Stato non ebbe la forza di obbligarlo a cambiare nome. I miei avevano il negozio sul lungomare, alla fine del quale c'era la piazza principale del paese e in quella piazza c'era un grande pilone dove sventolava la bandiera italiana. Ogni sera al tramonto tutte le persone presenti, me compreso, dovevano togliersi il cappello e assistere sull'attenti all'ammaina bandiera. Appena iscritto alla prima classe elementare, era l'anno 1942, diventai “figlio della lupa” ma non mi diedero la divisa, né il fucile. Il gerarca convocò solo due “adunanze fasciste” e la seconda andò completamente deserta. Questa è la storia del fascismo che io ricordo nel mio paese. Nei tre principali nuclei abitati dell'isola si usava solo l'italiano, ma nei paesini parlavano croato. Per quello che ricordo, era una convivenza tranquilla e collaborativa. Nell'estate precedente il secondo anno di scuola cominciavo a vedere una cosa strana: stormi di aeroplani che volavano altissimi verso nord, lasciando dietro di se code di fumo bianco. “Ti sa, xè scominziada la guera“ – mi dissero – “E cosa xé la guera?” – chiedevo. Da allora ho cominciato a capire che c'era qualcosa di nuovo nel mondo che si chiamava “guerra”. Doveva essere l'anno 1943, fino ad allora non ne avevo saputo niente. Una mattina vidi uno strano movimento in paese: “Ma cosa fanno?” – mi chiedevo. Al pilone non sventolava più la bandiera. Quando tornai a casa sentii dire: “I ga fato el ribaltòn!”. “Cosa xè el ribaltòn?”. Il giorno dopo in città, il 9 o il 10 settembre, non c'era più un “regnicolo” né civile, né militare. La situazione é durata qualche giorno; un mattino andando ad aprire il negozio con i miei genitori: “Oh, ghe xé una bandiera!”. Ma non era più bianca, rossa, e verde. Era bianca, rossa e blu; era arrivata la prima banda slava. Dopo alcuni giorni scendendo lungo la via vidi che la bandiera , era sempre bianca, rossa, blu, ma i colori erano disposti diversamente. Poi si diffondevano le voci: “Xé arivadi i guai, xé arivadi i novi…”. Risultato: “I li gà copado tuti … e i se ga messo al suo posto”. Ma son sempre slavi. Passa ancora qualche giorno e vedo una terza bandiera bianca, rossa e blu: ”Savé, quei che iera qua i ga tentà de scampar, ma i novi ghe ga tirado indrio le barche e i li ga copadi tuti”. Insomma era iniziata la loro lotta fratricida per fare splendere il sole del comunismo. Quei pochi che ero riuscito a vedere in giro in quel periodo erano l'immagine della miseria, non tutti avevano una divisa. Ma in città, che io sappia, non toccarono niente. Finché un giorno ci fu una nuova bandiera sul pennone, era tutta rossa con al centro un disco bianco contenente una croce uncinata nera: “Xè arivadi i Tedeschi!”. Appena arrivati hanno mandato pattuglie armate in giro per le case a tirar fuori tutti gli uomini e mandarli in piazza, e sono arrivati anche a casa nostra dove c'era anche mio papà che volle portarmi con se. Così ho visto la piazza piena di gente ed il primo carro armato della mia vita. Passarono un po' di ore e poi ci rimandarono a casa dove mio padre passò il resto della guerra. A Lussino i tedeschi hanno costituito un comando territoriale, dopodiché ci fu una gran calma fino alla fine della guerra, interrotta da qualche sporadico incidente. I tedeschi in paese non hanno fatto niente di ostile, si sono solo difesi in caso di pericolo. Si sentiva parlare delle SS, ma io non ho nessun ricordo di loro interventi. Un giorno mentre noi eravamo in sala da pranzo, ho sentito il rumore assordante di un aeroplano che volava bassissimo e sembrava venisse addosso alla nostra casa, ero così spaventato che rimasi impietrito e scoppiai a piangere, aspettando di morire. Pochi giorni dopo un'altro aeroplano arrivò raso terra e sentimmo un'esplosione. I miei si alzarono di scatto dicendo: “Su presto, fuggiamo prima che ritorni” – e a piedi corremmo tutti fuori dal paese verso l'aperta campagna. L'aereo non tornò, ma vidi quello che era successo: in riva al mare una villa bruciava come un fiammifero, fu uno spettacolo orrendo per me. Ci trasferimmo a Lussingrande, un paese più piccolo, fino alla fine della guerra. Su Lussinpiccolo nel frattempo le incursioni erano diventate abituali e non certo per motivi strategici visto che non si bombardavano le postazioni militari ma proprio il paese. Un solo aeroplano alla volta e sempre di notte. Dal rumore particolare che faceva sembrava sempre lo stesso e in paese era stato soprannominato “Tonin campanela”. Questo è durato mesi. Il giorno dopo un bombardamento, un nostro conoscente ci avvisò che avevano bombardato la nostra casa. Mio padre si precipitò a vedere: la casa, non era distrutta tutta, ma la parte demolita comprendeva le stanze da letto di mia nonna e mia.
Passa altro tempo e vediamo presentarsi al cancello di “Villa Punta”, dove eravamo rifugiati, un motociclista in divisa e dietro di lui un gruppo di tedeschi. Senza chiedere il permesso aprono, entrano in casa e dicono ai miei: “Cari signori, potete andarvene o restare, ma da adesso questa villa é un presidio militare”. La villa era grande e potevamo starci tutti, loro furono gentili con noi e ci portarono anche le caramelle, però papà pensò che vivere in una caserma in tempo di guerra poteva non essere la cosa migliore e traslocammo. Passò un mesetto e in paese si sparse la notizia: ”Savé, stanote xè arivadi i partigiani, i ga asaltado Villa Punta e i ga copado tuti i tedeschi che iera drento!”. Ho saputo anni dopo che in realtà era stato un “commando” inglese.
Con vento favorevole, sentivamo scoppiare le bombe quando bombardavano Zara. E poi, ogni tanto c'era battaglia su qualcuna delle isole vicine, non sempre sentivamo il rumore degli spari, ma di notte si vedeva il percorso delle pallottole traccianti. Nonostante tutto, noi abbiamo vissuto la guerra da spettatori. Finalmente arriva la notizia: “Xe la pase, i ga fato la pase”: tutte le campane a stormo per ore. Non ricordo più se c'era ancora qualche tedesco in paese, se erano scappati o erano stati ammazzati. Il risultato è stato che hanno cominciato ad arrivare in paese i partigiani jugoslavi “liberatori” e a quel punto erano tutti con la stella rossa sulla divisa. Era gente estranea, che veniva ad occupare le nuove conquiste territoriali. Con loro non c'erano stati praticamente rapporti fino a quando non hanno occupato ufficialmente il paese, si sapeva solo che erano lì vicino nei boschi. Era gente che viveva con quattro cipolle, un pezzo di pane o una patata lessa, ma erano armati fino ai denti. E sui muri sono subito comparse scritte cubitali rosse: “Smrt Fašismu, sloboda narodu” (Morte al fascismo, liberta ai popoli), “Njegovo noè?emo, našo ne damo” (Non vogliamo la roba altrui, alla nostra non rinunciamo), “Živio Tito” (Viva Tito), “Živio Stalin” (Viva Stalin). Sempre nelle mie impressioni di quell'epoca, i partigiani si sono comportati neutralmente. Nel mio paese non ci sono state ritorsioni, né cattiverie, né rappresaglie generalizzate, solo qualche episodio. Io sono andato via nel gennaio 1949, ma fino al dicembre ho frequentato scuole italiane. Anche dal punto di vista religioso, che io sappia, non ci sono state persecuzioni sistematiche. Quando parlo dell'occupazione jugoslava con altri miei conterranei, che raccontano storie ben diverse ed orribili, faccio questa considerazione: “Ma allora noi abbiamo vissuto in un isola fortunata!”. C'è anche una spiegazione, che non so quanto sia vera: c'era un medico in paese, anzi due, erano marito e moglie, ed erano originari di Ragusa, dopo la guerra girava voce che fossero loro gli emissari che coordinavano le azioni del comunismo locale. Forse è vero che il dottore raguseo ha fatto veramente a favore di Lussino qualcosa che negli altri paesi non c'è stato. Arrivato l'esercito di liberazione jugoslavo sentivo che la gente cominciava a chiedersi cosa fare o non fare. Ai miei restava il negozio ma dopo la firma del trattato di pace del 1947, calò la cortina di ferro ed anche il negozio venne proletarizzato. La mamma ha potuto continuare a lavorare nel negozio stipendiata dalla “zadruga” (la cooperativa socialista) che l'aveva espropriata. Il papà era già assunto come impiegato nella nuova organizzazione statale jugoslava. A un certo momento iniziai a sentire parlare di opzioni. “Ma cosa xé l'opzion?”. “Xé una dichiarazion che se vol restar italiani o diventar croati”. “Ma mi son italian …” – e così sempre più in me si radicava il concetto di essere italiano. Avevo solo 11-12 anni, io mi sentivo italiano e facevo le cose per dimostrare di esserlo, pur non provenendo da una famiglia di spirito nazionalistico. Lo facevo semplicemente per contrapposizione, quasi istintiva, al fatto che volevano croatizzarci.
Ricordo che sentivo dire che in Italia avevano istituito dei campi profughi, e che si veniva smistati a casaccio di qua e di là. Non ho presente che i croati volessero cacciarci via. Entrambi i genitori avevano un lavoro e assistenza sanitaria, benché nessuno di noi sapesse il croato. I miei hanno deciso freddamente che bisognava andare ma, prima di muoversi, hanno pianificato tutto escludendo soprattutto che lo stato italiano avrebbe fatto qualcosa per noi. Papà partì da solo e andò a Trieste per riprendere a navigare. La mamma fece la dichiarazione di opzione e seguimmo papà nel '49. Ricordo che siamo partiti da Lussino in corriera il giorno dell'Epifania. Giunti a Trieste, entrammo in campo profughi. Vi rimanemmo pochi giorni, sopravvivendo in qualche modo. Eravamo trattati soltanto come un oggetto qualsiasi da smistare di qua o di là a seconda del “regnicolo” di turno. Difatti ci smistarono rapidamente a Udine dove fummo alloggiati in un camerone in cui tutti erano degli sbandati come noi e bivaccavano. Era un ambiente veramente sgradevole con dentro non so quante famiglie, una branda per ciascuno, niente armadi, servizi igienici quasi inesistenti e lerci, nessuna umanità dalla Direzione. In settant'anni nessuno ha voluto dirlo finora: l'Italia che ha perso la guerra ha dovuto pagare i danni al vincitore, e fin qui è giusto. Ma per pagare i danni di guerra ha regalato agli jugoslavi tutti i beni posseduti dagli italiani di oltre confine. Mia mamma aveva predisposto le pratiche per il risarcimento dei danni di guerra, quando eravamo ancora a Lussino e già nel 1949, appena rientrati in Italia, quelle per i beni abbandonati. Hanno finito di pagarci dopo più di 60 anni e, mettendo insieme tutto, di tre case che avevamo, ci hanno rimborsato forse tre stanze! Rimane fortissima in me la delusione per come lo Stato ha trattato i profughi. Al campo profughi di Udine siamo stati due-tre settimane, poi ci siamo trasferiti, a nostre spese, in un alloggio di fortuna in Val d'Ega procurato dalla sorella di mio padre. Ce ne siamo andati dal campo profughi e non chiedemmo mai più niente allo Stato italiano: siamo quasi morti per i sacrifici ma abbiamo fatto tutto da soli. Siamo rimasti tre anni in Alto Adige e il papà quasi non lo abbiamo visto. A quel tempo temevamo: se gli jugoslavi sono già arrivati alle porte di Gorizia, il loro prossimo passo sarà Venezia! Però non potevamo stare senza papà e allora, nonostante i timori, ci siamo spostati a Gorizia sempre con le nostre risorse. Poi anch'io ho fatto la “scuola nautica” di Trieste e ho navigato. Dopo pochi mesi ho capito che mi stavo intrappolando in un ingranaggio senza uscite, decisi così di cambiare e mi sono laureato in economia e commercio. A quel punto il tarlo che mi rodeva fin dall'adolescenza non si era placato, anzi. Da quattro generazioni la mia stirpe vagava alla ricerca della terra promessa. Allora pensai: “Prima o poi succederà, chi sarà capace di fermare gli slavi quando verranno a Gorizia?” Dovevo trovare una terra più ospitale, per me e per i miei discendenti, e decisi così di venire via. Sono quindi esule due volte: una perché sono venuto via dal luogo in cui sono nato e due perché sono venuto via dalla regione che, tutto sommato, era il mio ambiente ma piuttosto che continuare l'esperienza degli esodi ho preferito andare di mia volontà in un posto che non desse problemi di confine. Mi si era presentata un'opportunità a Milano e dal primo gennaio 1964 sono in questa regione. Oggi mi conforta ricordare Lussino com'era nella mia infanzia, con la mia famiglia, i miei amici, i conoscenti che venivano a visitarci. Con i suoi suoni ed i suoi ritmi. Con il profumo dei suoi pini e dei suoi mirti.

 

12 - La Voce del Popolo 12/02/13 Cultura - Ricomposizione di un popolo
Ricomposizione di un popolo
«La nostra condizione psicologica dopo il 10 febbraio 1947 o, per chi era più addentro nella situazione, dopo il 12 dicembre 1946, penso fosse simile a quella di un pugile che sapeva di combattere contro un avversario enormemente più forte di lui, ma si illudeva di non finire steso al tappeto come eravamo finiti noi”. Così ricordava Diego de Castro la firma di quel Trattato di pace, con non poca amarezza, “essendo stato immerso fino ai capelli, dal 1944 in poi, per preparare il terreno allo scopo di salvare il salvabile”.
Il professore, discendente di un antichissimo casato piranese, con abnegazione, metodo scientifico e un garbo che gli fu sempre proprio nel corso della sua lunga esistenza, avrebbe dedicato un decennio di vita alle vicende del confine orientale d’Italia. Nella speranza o nell’illusione di scongiurare la peggiore delle ipotesi, cioè che “la millenaria quercia d’Italia […] ritra[esse] la sua ombra protettiva da quelle sue terre estreme”, per usare le parole dello storico Ernesto Sestan. Era necessario tentare, legittimamente, ma la strada era tutta in salita.
In gioco troppi interessi e aspirazioni
Già dopo l’8 settembre 1943 la situazione ai lembi orientali d’Italia palesò il tenore della complessità: era una zona di vari interessi, di antiche aspirazioni e quindi di contrapposizioni, che sarebbero esplosi con virulenza in un’area geografica divenuta improvvisamente “terra di nessuno”.
In virtù della posizione strategica, quelle province furono staccate dal nesso italiano ed incluse al Reich. Con il crollo militare tedesco, nella primavera del 1945, e la corsa per raggiungere Trieste, la regione avrebbe conosciuto una fase d’incertezza. Nel giro di alcuni anni la società residente, e di conseguenza l’ambiente d’insediamento, sarebbero mutati irreversibilmente. Vi fu la frantumazione di un popolo e i singoli frammenti si sparsero in ogni dove, proprio come accade con le sferzate della bora. Era la fine di tutto, o quasi.
Il tramonto dell’italianità
Si assisteva al tramonto dell’italianità, che arretrava con l’allontanamento della popolazione autoctona. Erano i postumi di una guerra sciagurata, che colpì le comunità ai margini orientali, che in fatto di colpe e di responsabilità non si distinguevano dal resto del Paese, però pagarono per tutti.
Ciò che avvenne dopo il terremoto, che aveva sconquassato il vecchio continente e quindi anche le nostre latitudini, non erano semplici “scosse di assestamento”. Il movimento popolare di liberazione a guida comunista aveva impugnato le armi non solo per cacciare le forze dell’Asse che avevano invaso la Jugoslavia, bensì anche per instaurare un nuovo ordinamento politico e sociale.
Questioni nazionali ottocentesche
Quel conflitto, infatti, era considerato alla stregua di un processo rivoluzionario. Ma vi erano anche questioni complesse che risalivano alla metà dell’Ottocento, ambizioni nazionali e posizioni nazionalistiche che avevano avuto già occasione di scontrarsi entro la cornice tutto sommato egalitaria dell’Austria-Ungheria, che dal primo dopoguerra in poi sarebbero state soffocate dai regimi autoritari e totalitari.
La spinta degli Slavi meridionali verso il mare, l’acquisizione di posizioni di rilievo, precondizione per il loro elevamento economico, politico e sociale, anche a danno della popolazione italiana, la conquista di Trieste, che sarebbe divenuta la futura capitale della Slavia austriaca o secondo taluni di un Impero danubiano trialista, sono problemi che risalgono agli anni a cavallo tra Otto e Novecento.
Gli esponenti più radicali prevedevano addirittura una lenta agonia degli Italiani, finché la loro presenza non fosse scomparsa o per lo meno ridotta drasticamente come entità nazionale e politica. Non di rado il metodo usato in Dalmazia rappresentava un esempio da seguire e da applicare. La storia riporta alla luce anche questo lato.
La stagione dei nazionalismi non fu esclusiva agli Italiani, sebbene la vulgata tenda in quella direzione. Nella breve parentesi del 1943 e soprattutto dal 1945 in poi, accanto alle specificità del momento storico e della matrice politica, individuiamo una congerie di elementi che fanno riferimento all’origine delle contrapposizioni, precedenti sia al comunismo sia al fascismo.
Collocare i fatti nella loro cornice
La legge n. 92 del 2004 che istituì il Giorno del Ricordo, oltre a rammentare le tragedie avvenute in un circoscritto lasso di tempo, si propone altresì di approfondire “la più complessa vicenda del nostro confine orientale”. Una puntualizzazione non secondaria, poiché solo grazie ad una visione allargata dei problemi è possibile contestualizzare quegli accadimenti. Permette di collocarli entro una cornice più ampia, consente il confronto, rompe una sorta di perimetro circoscritto che aveva portato a considerare le drammatiche vicende dei connazionali dell’Adriatico orientale come esclusive e determinate in primis dal fattore nazionale.
Fu infatti l’ultimo atto di una sequela di barbarie, che proprio nel XX secolo fu contraddistinto da esodi, espulsioni, trasferimenti forzati, senza contare i genocidi, che trasformarono intere regioni, spegnendo per sempre la vita pulsante di innumerevoli componenti nazionali radicate in un’area specifica.
Ma non mancano le enfatizzazioni, le inutili discussioni – tra visioni politiche contrapposte, che sovente oltrepassano il limite del decoro, con attacchi a vicenda, colpe e accuse –, non mancano luoghi comuni, confusione, pressapochismo, la galassia di negazionisti, riduzionisti o minimizzatori, giustificazionismi..
Le foibe, non fu pulizia etnica ma epurazione preventiva
Gli infoibamenti furono un fenomeno diretto esclusivamente agli Italiani e uno strumento della pulizia etnica?
Le cose non stanno proprio così. È ovvio che nelle zone compattamente italiane le vittime appartenessero a quel gruppo nazionale, ma per comprendere la portata di quella fase è necessario allargare lo sguardo. Quel tipo di eliminazioni fu una costante nel corso della guerra civile che imperversò entro i confini dello Stato Indipendente di Croazia, nelle zone carsiche gli ustascia facevano sparire i corpi proprio in quel modo. Alla fine il riflesso di quelle mattanze arrivò anche nella Venezia Giulia. Il quadro era però diverso.
Sempre Diego de Castro, che seguiva l’evoluzione degli avvenimenti sia in seno al Comitato Giuliano di Roma sia nell’ambito dei Servizi Segreti, scrive che già dopo le foibe dell’autunno 1943 “si capì che non si trattava di pulizia etnica”, poiché nel vortice di quelle convulse settimane si colse fosse piuttosto una “‘pulizia’ che si potrebbe definire ‘politico-economica’”.
Le vittime, infatti, appartenevano a determinate categorie, classificate come avverse al nuovo regime, e l’eliminazione non privilegiava una nazionalità anziché un’altra. Nel caso specifico degli Italiani, poi, era in atto la decapitazione dell’intera struttura politico-amministrativa, quindi economica, sociale e culturale. Chi si opponeva doveva essere eliminato; al contempo si colpivano i potenziali rivali del nuovo ordinamento, perciò si attuò l’“epurazione preventiva”.
Comprendere i motivi dell’esodo
Vi è poi l’altro aspetto che dovrebbe destare maggiore attenzione, ossia l’esodo, quel lento e graduale assottigliamento di un popolo che lo ridusse a sparuta minoranza. In Slovenia e Croazia ci sono ancora coloro che misconoscono quel dramma, asserendo che non si trattò di una cacciata bensì di una libera scelta, di un’opzione.
È vero che la Jugoslavia non mise in atto un decreto di espulsione, ma poco conta. Se la popolazione autoctona prese la via dell’esilio e quella italiana, in particolare, alla fine si ridusse ai minimi termini, riteniamo non sia un aspetto da banalizzare. La grande domanda è perché se ne siano andati, questo è uno dei filoni che la storiografia sta indagando. Per comprendere i motivi è doveroso comprendere il contesto, che, come sappiamo, era illiberale, discriminatorio e intimidatorio.
Nonostante la memoria non possa essere condivisa, perché è troppo specifica e va a toccare la sfera familiare ed emotiva, può essere però conosciuta: sarebbe un salto di qualità.
Senza amnesie
Dal Giorno del Ricordo dovrebbe emergere proprio questo: la volontà di comprendere, tenendo in considerazione tutti i fattori, la dinamica di quegli eventi, senza amnesie verso ciò che accadde “prima” (il che non significa accettare la logica del chiodo schiaccia chiodo). Spesso però assistiamo a situazioni raccapriccianti in cui i fatti del passato vengono manipolati e usati come mezzo per lo scontro politico.
La cecità ideologica, di qualsiasi direzione sia, contribuisce solo a disorientare le poche informazioni a disposizione della stragrande maggioranza dei cittadini italiani sulle vicende consumatesi in una parte della Nazione che, dal secondo dopoguerra, non le appartiene più. È triste avere la consapevolezza che pochi abbiano la cognizione che lungo l’Adriatico orientale si sia sviluppata un’italianità autoctona, che non è stata cancellata completamente nemmeno dopo le sciagure novecentesche, e che noi residenti continuiamo ad alimentare.
“È ad essi dovuto il compito di perpetuare la sopravvivenza in Istria della lingua italiana e, se possibile, del nostro dialetto. Agli esuli spetta il compito di perpetuare il ricordo della nostra passata cultura – romana, romanza, italiana – ma essi poco possono fare per provvedere alla conservazione della nostra cultura”, ribadiva Diego de Castro.
La collaborazione tra le due anime dalla radice comune dev’essere la strada e la sfida di oggi. È nell’interesse di tutti.
Kristjan Knez

 

13 - Il Resto del Carlino Bologna 10/02/13 San Lazzaro: La tragedia delle Foibe raccontata da Gianni Host, «I miei genitori profughi in patria nei difficili anni dell'esodo»
«I miei genitori profughi in patria nei difficili anni dell’esodo»
La tragedia delle Foibe raccontata da Gianni Host
di VALERIA MELLONI

SAN LAZZARO

«ABBIAMO lottato per intitolare questa via per ricordare le nostre origini, che sono italiane, nonostante molti ancora oggi pensino il contrario». Gianni Host, titolare della farmacia di Idice, nel Giorno del Ricordo corre con la memoria ai difficili anni dell’esodo e dell’integrazione in un Paese che sulla carta era il proprio, ma lo è diventato davvero solo dopo anni di sacrifici e incomprensioni.

«I miei genitori, Mario ed Elide Host, sono nati a Fiume, poi chiamata Rijeka, e nel ’45 si sono uniti agli oltre 3.000 italiani che dall’Istria e dalla Dalmazia sono arrivati a Bologna». L’accoglienza, però, non è stata delle migliori: «C’era molta tensione all’epoca e nonostante la fine della guerra, gli italiani dell’Istria non furono considerati profughi, ma accolti spesso con disprezzo o diffidenza». Un esodo di massa che nel mondo conta oltre 40mila persone. «Abbiamo parenti persino in Australia — continua Gianni —, è stata una vera e propria fuga dall’avanzata di Tito».
Nella valigia solo lo stretto necessario, ma senza dimenticare l’orgoglio di essere italiani. Un’italianità che papà Mario ha sempre difeso con le unghie e con i denti, prima ricostruendo da zero gli affari di famiglia in un ambiente sicuramente più aperto rispetto al resto d’Italia, ma comunque diffidente verso questi esuli che spesso erano etichettati come ‘fascisti’. «Quando mio padre ha dovuto rifare la carta di identità — racconta Gianni —, all’anagrafe il funzionario voleva scrivere ‘nato a Rijeka, Jugoslavia’. Il babbo si è infuriato e si è impuntato perché scrivesse ‘Fiume, Italia’ e dopo tanto discutere l’ha avuta vinta». Una piccola grande conquista per un uomo che ha lasciato a Fiume una drogheria e un lavoro già avviato, per ritrovarsi, con la moglie maestra precaria, di nuovo studente alla facoltà di Farmacia di Perugia. «Mio fratello più grande, Giuliano, scomparso a maggio dell’anno scorso, è nato a Foligno, dove mio padre lavorava. Dopo la laurea di papà, negli anni ’60 la famiglia si è spostata San Lazzaro e abbiamo messo in piedi la farmacia, che proprio quest’anno compie 50 anni. A breve ci sposteremo vicino alle Poste».

LA MEMORIA va ai genitori, ma anche al compianto fratello Giuliano: «Lui era il boss, io ero il ‘piccolino’ e adesso porto avanti la farmacia di famiglia. E’ dura, ma mio fratello era un punto di riferimento per tutta la comunità di Idice, che ci ha sostenuto e aiutato molto dalla sua scomparsa». A San Lazzaro gli Host hanno trovato una nuova vita e delle persone che con il tempo hanno imparato ad andare oltre ai pregiudizi in nome dell’accoglienza. prova di ciò è l’intitolazione di una via ai martiri delle Foibe, avvenuta nel 2000. «Mio fratello Giuliano — continua Gianni, — come consigliere comunale si è battuto per ricordare questa parte importante della storia del popolo italiano, che per la sinistra è stato un tabù fino ai tempi recenti. Ha trovato, nel sindaco Macciantelli, un alleato e un amico, proprio perché lui, come i suoi concittadini, ha saputo andare oltre alle tessere, ai colori e alla politica, per arrivare alle cose veramente importanti: le persone».

 

14 - La Voce di Romagna 02/02/2013 Continuano le ricerche sui finanzieri emiliano-romagnoli scomparsi in Istria - La misteriosa fine di Alfredo
CONTINUANO LE RICERCHE SUI FINANZIERI EMILIANO ROMAGNOLI SCOMPARSI IN ISTRIA
La misteriosa fine di Alfredo
CATTURATO dai partigiani slavi lungo la strada Trieste-Fiume, da una cartolina spedita alla famiglia, due mesi dopo risulta in mano ai tedeschi in Dalmazia
Il primo attacco contro le Fiamme Gialle è quello della notte tra il 12 e il
13 gennaio 1944 a Matteria (oggi Materija). Dalla relazione del capitano Severino, si apprende che la squadra di finanzieri era stata trasferita a Matteria proprio il 12 gennaio, dove aveva occupato la casa cantoniera dell’Anas, il fabbricato è tuttora esistente. Seguirà un secondo attacco, sempre contro la caserma di Matteria, da parte di una quarantina di partigiani. Questa volta l’assalto viene respinto, uno dei militari rimane gravemente ferito. Il 28 marzo una pattuglia in servizio di vigilanza sulla strada da Trieste a Castelnuovo d’Istria (Podgrad) è attaccata da una trentina di partigiani. L’assalto viene eroicamente respinto ma perdono la vita i finanzieri Remigio Colya e Pietro Ristallo, altri tre militari vengono catturati dagli slavi, di uno è noto il nome. Si tratta di Alfredo Casarini, nato a Carpi il 17 novembre 1916, che come si vedrà più avanti nell’estate del 1944 era ancora in vita, lo attesta una cartolina spedita alla famiglia dalla Dalmazia. Il 23 giugno nei pressi di Gradische vengono attaccati due finanzieri, uno è colpito a morte l’altro viene deportato. Il
26 giugno viene respinto un nuovo attacco da parte di una ventina di partigiani contro una pattuglia di finanzieri in servizio sempre sulla statale 14. Un militare rimane ferito. Sempre nei pressi di Matteria si ripete un nuovo attacco ai danni di una pattuglia composta da cinque militari. I partigiani, una quarantina, vengono messi in fuga anche grazie all’arrivo dei rinforzi. Il 19 luglio nuovo attacco nei pressi di Gradische, muore un finanziere. La zona di Matteria, che si affaccia sulla strada Trieste-Fiume, è caratterizzata da boscaglie, piccoli centri abitati e numerose cavità carsiche, foibe comprese. Da sempre è abitata da popolazione esclusivamente slovena. Secondo l’Annuario generale del Touring Club italiano del 1938, il piccolo comune di Matteria contava oltre 4.000 abitanti, di cui poco più di un migliaio residenti nel capoluogo. Tornando ad Alfredo Casarini, che a Carpi faceva l’operatore cinematografico, il 15 ottobre 1936 si arruola presso il Circolo (oggi Comando provinciale) di Bologna delle Fiamme Gialle e viene inviato alla Legione allievi di Roma dove resta sei mesi prima di essere destinato a Taranto. Dopo l’entrata in guerra dell’Italia è di nuovo a Roma, poi, dal 1° gennaio 1942 è inviato in Istria e infine, nell’ottobre dello stesso anno, assegnato a un “Battaglione mobilitato”, il XIV, operativo sul fronte jugoslavo. Alfredo Casarini, che aveva il grado di sotto brigadiere (oggi vice brigadiere), apparteneva alla stessa Compagnia dei commilitoni spariti da Matteria; a Carpi risiedono i nipoti e pronipoti, che da sempre sono alla ricerca di notizie sulla sua scomparsa. Due mesi dopo la cattura da parte dei partigiani, Alfredo era ancora vivo, ma nelle mani dei tedeschi, come risulta da una cartolina spedita alla famiglia. Il timbro postale è illeggibile, si presume appartenga a una cittadina vicina alla costa dalmata, forse nei pressi di Spalato o Ragusa (Dubrovnik). Dalla testimonianza orale raccolta dai congiunti della madre di Alfredo, la signora Ermelinda, nell’agosto del 1945, a casa della famiglia Casarini, si sarebbe presentato un tale Angelo che veniva da Firenze. Il giovane aveva raccontato di aver conosciuto Alfredo in un campo di prigionia in Dalmazia e di esserne diventato amico, insieme a un altro ragazzo, un romagnolo, presentatosi anche lui a Carpi qualche mese dopo, ripetendo lo stesso racconto. Dopo aver rischiato la fucilazione per il furto di un pacchetto di sigarette, i tre avevano deciso la fuga. Con dei documenti falsi erano riusciti a raggiungere una cittadina di mare dove avevano deciso di dividersi: Angelo e il romagnolo, decisi a rientrare in Italia via mare, puntano su Ancona, mentre Alfredo sceglie di raggiungere Trieste via terra, affrontando un percorso quanto mai pericoloso. Purtroppo non è stato possibile approfondire quelle testimonianze anche perché la signora Ermelinda non si era fatta rilasciare nulla di scritto e nemmeno gli indirizzi dei due giovani compagni di fuga del figlio. E’ presumibile che Alfredo, dopo essere caduto prigioniero dei partigiani titini nei pressi di Trieste, sia stato preso dai tedeschi e messo di fronte all’ultimatum di lavorare per loro o di finire deportato in Germania. Forse erano stati gli stessi titini a trasferirlo in Dalmazia perché combattesse assieme a loro. Se il giovane finanziere fosse caduto prigioniero dei tedeschi nella zona attraversata dalla statale Trieste-Fiume, sarebbe certamente finito a Trieste alla Risiera di San Sabba, campo di smistamento per poi venire deportato in Germania. Si potrebbe pensare che Alfredo, dopo l’evasione dal campo e durante la sua marcia verso Trieste sia incappato nei partigiani che lo hanno ucciso in quanto italiano, oppure negli ustascia, che avendo pretese annessionistiche verso l’Istria non nutrivano certo simpatie verso l’Italia. Nel corso delle ricerche sui finanzieri del distaccamento di Matteria è stato possibile rintracciare i congiunti di Valerio Monari, che veniva da Monghidoro in provincia di Bologna. Così scrive il nipote Stefano Monari: “Partì da casa insieme a mio padre; poiché Valerio era nella Guardia di Finanza, come destinazione gli era stata assegnata la Jugoslavia, mentre mio padre che era nell’Arma dei carabinieri era destinato a Moncalieri. Si salutarono e le loro strade si divisero, poi di li a qualche giorno mio padre fu fatto prigioniero dai tedeschi e mandato in Germania, mentre di Valerio si seppe che era arrivato a Trieste poi non si seppe mai più nulla. Alla fine della guerra mio padre tornò a casa, mentre di mio zio Valerio si perse ogni traccia. Furono fatte delle ricerche tramite la Croce Rossa, tramite le conoscenze che aveva un altro mio zio sacerdote, don Carlo Monari e anche tramite un ufficiale dell’esercito conosciuto durante un suo soggiorno a Scanello (parrocchia di don Carlo) dove era venuto per portarvi la bandiera dell’Azione cattolica. Questa persona abitava a Roma e si prodigò veramente tanto per cercare di avere qualche notizia, ma fu tutto inutile. Mio padre ricorda ancora il nome di questo ufficiale: il signor Carlo Ameri. Si dimostrò molto umano e disponibile e mio padre si sente di essergli grato per il suo interessamento al caso. Anche un altro fratello, Giacomo, che era maresciallo dei carabinieri a Levico, cercò notizie tramite i suoi canali di conoscenze, ma fu sempre tutto inutile”. I congiunti di Alfredo Casarini e di Valerio Monari hanno ricevuto la medaglia commemorativa in occasione del 10 febbraio, Giorno del ricordo dell’esodo e delle vittime delle foibe.
Aldo Viroli
Tutto comincia il 13 gennaio 1944 L’agguato contro il presidio di Matteria
Continuano le ricerche sulla scomparsa dei militari della Guardia di Finanza del distaccamento di Matteria, avvenuta nella notte tra il 12 e il 13 gennaio 1944. La località oggi in Slovenia, apparteneva originariamente alla provincia di Trieste ed era passata a quella di Fiume nel 1924. Alcuni dei militari, finiti quasi certamente in una delle tante foibe della zona, venivano dall’Emilia-Romagna; è il caso del comandante, il brigadiere Serafino Ricci Lucchi, nato a Lugo. Nel corso degli anni sono stati rintracciati diversi congiunti ed è emerso, dalla testimonianza raccolta nel dopoguerra da uno scampato alla strage, che i militari erano stati attratti in un tranello da alcuni contadini della zona. Grazie alla relazione del capitano Gerardo Severino, direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza per la proposta di conferimento della Medaglia d’Oro al Merito civile alla bandiera del Corpo per il comportamento tenuto sul confine orientale, è possibile ricostruire i vari attacchi subiti dalle Fiamme Gialle da parte di formazioni partigiane sulla strada statale 14 Trieste-Fiume. I militari, provenienti da vari Battaglioni mobilitati disgregatisi dopo l’armistizio, erano in forza alla Compagnia autonoma di Sicurezza di Castelnuovo d’Istria e avevano il compito di controllare l’importante arteria di comunicazione.

 

15 - Il Popolo diocesi Concordia-Pordenone 08/02/13 Discendenti di esuli da Istria e Dalmazia don Rudy e don Corrado
Discendenti di esuli da Istria e Dalmazia don Rudy e don Corrado
In tutta Italia, ma anche all’estero laddove sono presenti comunità di fiumano-giuliano-dalmati, domenica 10 febbraio viene celebrato il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004. La data fissata è quella del Trattato di Pace di Parigi dell’anno 1947; l’intenzione è quella di fare memoria delle vittime perite nelle foibe (ma pure nelle acque dell’Adriatico) e delle deportazioni di massa e angherie che costrinsero 350 mila persone a prendere la via dell’esilio dai territori italiani ceduti alla Jugoslavia. Quanti furono gli "infoibati", cioè i gettati vivi o morti, legati da fil di ferro, nelle grotte carsiche, o nel mare, dai partigiani di Tito? Non si sa, perché è stato impossibile recuperare tutte le salme: da cinque a diecimila, dicono le stime. Più volte abbiamo letto le dichiarazioni di chi nega che l’eccidio nelle foibe possa essere definito "genocidio", nonostante le prove esistenti dei massacri, specie ai danni degli italiani, in particolare del ceto dirigente (ma furono eliminati perfino dei partigiani), tali da configurare una vera e propria pulizia etnica. Neppure dei sacerdoti, italiani e slavi, trucidati in odium fidei, a volte dopo allucinanti sevizie, si conosce il
numero: si è parlato di 301 accertati, numero da riferire comunque al territorio dell’intera Croazia (non solo l’Istria, ed escluso quello sloveno). La propaganda antireligiosa nella Jugoslavia comunista definiva i preti traditori, veri nemici del popolo, persone dalla vita agiata e viziosa. Andavano quindi eliminati rapidamente, giacché il loro quotidiano operare di pastori generosi, la vita vissuta in povertà, dedita ad alleviare sofferenze e a consolare, secondo il principio evangelico, smentiva l’ostinata opera di denigrazione. Per tanti, troppi - vittime di un sistema perverso - questa fedeltà al Vangelo fu consumata nel martirio: i preti hanno versato il loro sangue, resistendo a coercizioni e torture. Per don Francesco Bonifacio (ucciso nel settembre 1946) e don Miro Bulesic (sgozzato nell’agosto 1947), le Chiese rispettivamente di Trieste e di Parenzo-Pola hanno promosso la causa di beatificazione, già definita il 4 ottobre 2008 per don Bonifacio e annunciata imminente per don Bulesic.
In Italia i profughi scampati alle foibe spesso trovarono un’accoglienza ostile, specie da parte dei militanti dei partiti di sinistra, come dimostra questo brano di un loro giornale in data 30 novembre 1946: "Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre città. (Alcuni di loro)… sfuggono al giusto castigo della giustizia popolare jugoslava. Gli altri sono incalzati dal fantasma di un terrorismo che non esiste". E’ nota poi la definizione degli esuli data in quegli anni da Togliatti: "Banditi giuliani".
L’accoglienza riservata agli esuli nel territorio della diocesi di Concordia può ritenersi buona. Ancora una volta si deve ricordare il grande merito dei parroci che subito li accolsero e aiutarono in vari modi, anche a superare il rischio dell’isolamento. Eccezionale fu la paterna sensibilità del vescovo mons. Vittorio D’Alessi, che accolse una ventina di sacerdoti e religiosi istriani e dalmati e aprì le porte del Seminario di Pordenone a una decina di chierici. Tante le testimonianze raccolte sugli orrori del periodo, comprese quelle dell’usurpazione, asportazione o distruzione delle tombe che coinvolsero non pochi dei 300 cimiteri italiani rimasti nei territori trasferiti sotto la sovranità della Jugoslavia, con la perdita di valori affettivi insostituibili.
Un motivo di gioia è arrivato nel 2012 dalle famiglie degli esuli residenti in provincia di Pordenone. Sono maturate ben due vocazioni fra i loro figli:
l’11 febbraio dell’anno scorso è stato ordinato sacerdote a Trieste don Rudy Sabadin, cresciuto al Dandolo di Maniago, e il 19 maggio don Corrado Della Rosa di Chions è stato ordinato a Concordia. Quest’ultimo è pronipote dell’attivo e gioviale don Nicolò Basilisco (1913-1965) di Cherso (allora arcidiocesi di Zara), fuggito all’arrivo dei "titini" assieme a tutta la famiglia verso l’Italia. Svolse il suo ministero a Chions (dove è sepolto), Valvasone e a Chioggia, una città di mare che assomiglia alla sua Cherso, che non poteva dimenticare.
Abbiamo chiesto ai due giovani sacerdoti di descriverci il loro sentire nei riguardi della terra d’origine dei loro nonni.
Don Rudy Sabadin (classe 1982). E’ vice parroco a San Giacomo Apostolo, la più popolosa parrocchia di Trieste. I genitori sono d’origine istriana: il papà di Cittanova; la mamma, di Isola d’Istria, è per metà friulana, come tre dei suoi nonni. Fin da bambino ha espresso il desiderio di diventare prete: ha frequentato la Fraternità di San Carlo (fondata da don Giussani) a Roma e poi è approdato a Trieste per il suo legame con un sacerdote conosciuto ai tempi del liceo. Il nonno paterno, Firmino, aveva sempre dimostrato un infinito amore e al Dandolo parlava ogni giorno della terra che aveva dovuto lasciare, a differenza della nonna Scolastica che ancora oggi non vuole entrare in argomento, causa i troppi ricordi tristi. Don Rudy si reca spesso a Daila, il paese ove è nato suo padre: questi attende ancora che il figlio possa celebrare una sua prima messa nella chiesa dove si sposarono i suoi genitori e dove lui stesso venne battezzato. Il giovane vice parroco frequenta molti esuli. Gli chiediamo quale sia oggi il loro stato d’animo."Gli auspici degli esuli rimangono sempre gli stessi: tornare nelle proprie terre, anche se sanno che non è più possibile e che la storia non si cambia. Una delle cose che ho percepito qui a Trieste è, tra le anime autenticamente cristiane, il cruccio di non riuscire ancora a perdonare, forse il cruccio più eroico che mi hanno saputo testimoniare gli istriani.
C’è una cosa che forse in questo cammino potrebbe aiutarli e consolarli: un impegno ufficiale dell’Italia affinché i connazionali tutti conoscano la storia degli esuli e conoscano l’Istria, per rimediare alla vergogna dell’ignoranza e del silenzio".
Gli chiediamo un auspicio: "Che l’Istria torni a essere quello che è sempre stata, una casa per tutti. Guardando la terra dal cielo, non vi è nulla di più assurdo dei confini nazionali, limiti artificiali che hanno saputo creare solo divisione e morte. Se prima che italiani, sloveni o croati fossimo tutti autenticamente cristiani, chissà, fra non molto tempo l’Istria potrebbe tornare a essere se stessa".
Don Corrado Della Rosa (classe 1987). Ha studiato nel nostro Seminario dal
2006 al 2012, oggi è cooperatore nella parrocchia di S. Maria Maggiore di Cordenons. Ha imparato a conoscere le isole dalmate dalle foto e racconti della nonna e le ha visitate la prima volta all’età di otto anni. Questo il suo toccante racconto: "Quando vado a Cherso (oggi in Croazia) divento don Basilisco, prendo il cognome di mia nonna Rita, cresciuta nell’isola e che come molti altri, compreso il suo fratello e mio prozio don Nicolò, dovette fuggire dalla sua casa e dalla sua Patria. La mia prima messa l’ho celebrata a Chions, dove vive la mia famiglia, ma un’altra "prima messa" mi porto nel cuore, ed è quella celebrata il 15 agosto scorso al Santuario della "Madonna de San Salvador" a Cherso con la presenza della comunità italiana e croata, ma soprattutto di molti esuli che in estate ritornano. E’ stato mons. Vitale Bommarco, già ministro generale dei frati minori conventuali e quindi arcivescovo di Gorizia, originario anch’egli dalla città di Cherso, a iniziare la tradizione della messa per gli italiani nel giorno dell’Assunta.
Sua è la commovente preghiera alla Vergine venerata in quel santuario, il quale dall’alto domina il mare e non guarda la cittadina ma punta all’orizzonte verso i luoghi dove tanti chersini hanno diretto la prua della loro barca per rimanere in quella patria, l’Italia, che tanto amano e che fu loro portata via. E’ toccante sentire i racconti pieni di nostalgia e sofferenza di quei vecchi che ritornano nel loro paese natio, ed è una gioia vederli insieme sul porto a parlare di giovinezza, di mare, di Italia".
Gianni Strasiotto

 

16 - Il Giornale di Vicenza 09/02/13 Il Libro - Giovanni Segalla: Il maestro scomparso nel nulla
Il maestro scomparso nel nulla
IL LIBRO/1. Si presenta domani a Chiuppano, nel memoriale delle foibe, la storia di Giovanni Segalla mai tornato a casa
Venne rapito dai partigiani titini con la moglie originaria di Foza, mentre si trovava a Omizzolo Una unica lettera e poi il silenzio
Settant'anni fa un vicentino scomparve nel nulla, nei giorni terribili della guera e delle foibe. È stato da poco pubblicato un libro sulla storia del maestro Giovanni Segalla, originario di Chiuppano, realizzato da Enzo Segalla, giornalista nostro collaboratore e appassionato di storia locale che ha lavorato per l'indagine sulle fonti con Mario Rando. Il protagonista della vicenda è un giovane insegnante elementare e studente universitario, che nel 1941 chiese ed ottenne il trasferimento in Dalmazia, attratto dalla lusinga di una accelerazione della carriera e dell'aumento dello stipendio, ma anche da un desiderio di avventura o meglio di uscire dagli orizzonti provinciali della terra natia per confrontarsi con mondi nuovi. Naturalmente non fu estraneo ad una scelta, che si rivelò fatale, anche un sentimento della missione educativa in terre che, quanto a civiltà, il fascismo considerava di frontiera; fatto sta che dopo un breve periodo di servizio, mentre la guerra stava incendiando l'Europa e il mondo, il 7 febbraio 1943, Segalla fu rapito, in un'isola davanti a Zara, dai partigiani titini, con la moglie Angelina Omizzolo, originaria di Foza, sposata da poco più di un mese. Malgrado autorevoli interventi di personalità scolastiche, istituzionali e religiose, fra le quali lo stesso arcivescovo di Zara, dei due sposi e della giovane collega Anita Aras, che subì uguale sorte, non si è saputo più nulla. L'ultima lettera dei prigionieri, stranamente pervenuta per posta alla famiglia, fu scritta alla fine di quello stesso mese da Livno, una cittadina dell'entroterra bosniaco, poi sulla triste vicenda calò un silenzio definitivo. Il libro recupera certamente alla memoria e all'identità comunitaria i contorni di un personaggio, che l'indagine sui documenti e in particolare sui diari, ha rivelato come figura di forte spessore umano e culturale, ma è anche un pretesto per cogliere interessanti aspetti sociali della vita di un paese vicentino nel ventennio del fascio. Un capitolo che non mancherà di destare un sorriso benevolo ma anche di stimolare coinvolgenti riflessioni è rappresentato dalla pubblicazione dei temi scolastici degli alunni delle elementari di Caltrano dell'anno scolastico 1940/41, scritti che sono lo specchio fedele del vissuto quotidiano degli alunni del tempo, oggetto di una propaganda pressante e di un tossico indottrinamento ideologico, in un ambiente di disarmante povertà socio-culturale. Il volume viene presentato ufficialmente domani, domenica 10 febbraio, giornata nazionale del ricordo dei martiri delle foibe: alle 17 nell'auditorium di Chiuppano interverranno le associazioni Ancr, Ana, Fanti, Pro loco ed Enzo Segalla, autore del libro “Giovanni Battista Segalla, maestro chiuppanese 1915- 1943.Il fascismo e laDalmazia. Una scelta fatale”. L'incontro coincide con la festa che la comunità tributa a Rita Segalla, sorella dello scomparso, che proprio domani compirà 100 anni: per lei canterà il coro Ana di Thiene. Centrale è il rapporto - o forse è meglio dire l'impatto - del giovane maestro, nato nel 1915, con il fascismo, una relazione obbligata e quasi un paradigma delle necessitate condizioni di vita della gioventù durante il ventennio. Dalla corrispondenza di guerra con i coetanei dislocati sui vari fronti, dalle lettere dei compagni di corso, degli amici e dei familiari, riprende volto una società, che sembra lontanissima e ci si rende conto che quella fu la dura e per molti versi sofferta vita dei nostri padri, schiacciati da un sistema politico oppressivo e sostanzialmente senza alternative. L'invito sotteso dell'autore è «di non lasciarsi andare dall'alto delle nostre fin troppo agevoli opportunità di scelta, a troppo facili giudizi su uomini e comportamenti relativi al periodo più buio della nostra storia».

 

17 - Avvenire 10/02/13 «Non dimenticate la strage di Gorizia fu lì che i nostri nonni vennero infoibati»
«Non dimenticate la strage di Gorizia Fu lì che i nostri nonni vennero infoibati»
da Pordenone
Nel maggio ’45, per quaranta giorni, prima dell’arrivo degli alleati, le truppe comuniste rastrellarono ferocemente i capoluoghi giuliani in Italia,compiendo ogni sorta di barbarie. Due testimoni ricordano quei momenti di terrore
Giampaolo quel giorno compi­va solo 5 anni. «Era il 30 apri­le del 1945. Mio papà Raffae­le non c’era perché era stato chia­mato con altri a difendere il ponte sull’Isonzo in quanto stavano arri­vando i partigiani di Tito. Dalla fine­stra mamma vide gruppi di civili ar­mati che facevano irruzione nelle ca­se di Gorizia. Il giorno dopo, il 1° maggio del 1945, papà rientrò e la mamma lo supplicò di fuggire, ma lui non volle perché in assenza del ri­cercato gli squadristi di Tito porta­vano via mogli e figli. Così arrivò la notte dell’8 maggio, qualcuno bus­sò violentemente anche alla nostra porta, poi tre uomini e due donne in divisa con la stella rossa di Tito pun­tarono ii mitra su me e suiia mia sorellina di due anni e portarono via papà... Non sapem­mo più nulla di lui». Giampaolo Giordano, og­gi 73 anni, vive a Pordenone con la moglie Ma­ria Rita Caratozzolo, che di anni ne ha esatta­mente cinque in meno. Proprio quei cinque che le consentono di non ricordare l’orrore in prima persona.
Già, perché caso vuole che quella stessa notte dell’8 maggio picchiarono anche alla porta di sua madre e suo padre, e due partigiani di Ti­to trascinarono via quel papà che non cono­scerà mai: «Mia mamma, che aveva solo 21 anni e già due figli, era incinta di me al quin­to mese - racconta -. Mio papà Salvatore ave­va 34 anni ed era un onesto poliziotto. I due partigiani prima divorarono gli avanzi della nostra cena, poi lo portarono via assicurando che l’indomani sarebbe tornato a casa. Mia madre lo cercò per anni».
Un lungo destino, dunque, univa Giampaolo e Maria Rita molto prima che si conoscessero e si sposassero, entrambi condannati ad esse­re orfani di due padri di Gorizia, strappati al­le loro famiglie nella stessa notte e trucidati in quanto italiani.
Non tutti ricordano, infatti, che oltre al dramma di città come Pola, Fiume o Zara (oggi in Croazia) anche Trieste e Gorizia per 40 lun­ghissimi giorni vissero il terrore. Il 1° maggio del 1945 la guerra era finita ma le armate di Ti­to irruppero al grido di "Trst je nas", Trieste è nostra, facendo strage di italiani per dimo­strare l’affermazione. L’intenzione di Tito era creare la Settima Repubblica Federativa e solo l’arrivo tragicamen­te tardivo dei carri armati neozelan­desi fece fallire il suo piano, affidan­do Gorizia e Trieste al Comando al­leato. «Ma intanto poliziotti, carabi­nieri, insegnanti, medici, commer­cianti, impiegati, l’intero tessuto so­ciale era stato decimato», dice Mat­teo Giordano, 42 anni, figlio di Giam­paolo e di Maria Rita, che nel ricordo dei due nonni morti in foiba è cre­sciuto attraverso i racconti delle non­ne. «Quando mi si chiede perché la popolazione non scappò in tempo, spiego che era gente innocente e i­nerme, che il sentimento più diffuso era "perché dovrebbero venire da noi?
Non abbiamo mai fatto nulla di ma­le". Intanto alla radio il Partito comu­nista italiano incitava i goriziani ad accoglie­re Tito e a consegnargli la Venezia Giulia co­me a un grande liberatore». Lo stesso Tito che poi, negli anni ’50, manderà alla stazione di Gorizia «un treno di ossa umane perché le fa­miglie italiane vi riconoscessero i propri cari. La nostra gente rispose con un indignato ri­fiuto».
Le due giovanissime vedove non si risposaro­no e lottarono tutta la vita per crescere i figli, perché a lungo lo Stato non riconobbe il ser­vizio prestato dai loro mariti: le considerava vedove, ma «per morte presunta». «I nonni non erano fascisti, erano bravi ragazzi e onesti la­voratori», conclude Matteo. Che oggi, con tre figli piccoli e «un cammino di fede consape­vole», ammette il perdono, ma non l’oblio: «Chiediamo solo di non dimenticare, anche quando i testimoni oculari non ci saranno più, anche quando nessuno potrà più raccontare».
Lucia Bellaspiga

 

18 - La Voce di Romagna 09/02/13 Giorno del Ricordo: Carlo Faragona, una vita dedicata allo sport
GIORNO DEL RICORDO: CARLO FARAGONA, UNA VITA DEDICATA ALLO SPORT
Il medico che fermò Pasolini
Grazie alla sua passione per il pattinaggio artistico, nasce il gemellaggio sportivo tra Misano Adriatico e Pola
Carlo Faragona nella sua Pola aveva praticato sin da bambino varie discipline sportive; si era esibito anche davanti all’allora principe ereditario Umberto, venuto nel capoluogo istriano per l’inaugurazione del nuovo campo sportivo. Una volta conseguita la maturità scientifica, si era iscritto alla Facoltà di Medicina a Pavia nel 1944 e aveva iniziato anche a fare pratica all’ospedale di Pola con il dottor Guglielmi, medico dei partigiani; è grazie a lui che non verrà prelevato dai titini. Nel 1945, nel periodo che va da maggio all’inizio di giugno, durante i 40 giorni di occupazione della città da parte delle forze partigiane del maresciallo Tito, era stato costretto a trascorrere la notte in una soffitta. Visto che il forno di famiglia aveva servito anche le truppe tedesche, qualcuno aveva presentato una denuncia al “Tribunale del popolo”, che pronuncerà comunque una sentenza di assoluzione. Pola con l’accordo tra angloamericani e Jugoslavia, siglato a Belgrado il 9 giugno 1945 e che porterà alla divisione della Venezia Giulia in due zone di occupazione, A e B, divise dalla “linea Morgan”, verrà inserita nella A, sotto controllo alleato; vi rimarrà fino al settembre 1947, quando per effetto del Trattato di pace firmato a Parigi il 10 febbraio dello stesso anno, verrà consegnata ufficialmente alla Jugoslavia. A Pola Carlo Faragona vivrà in prima persona un’esperienza sconvolgente. Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla, affollata di bagnanti e di spettatori accorsi per una gara natatoria, erano esplose una trentina di mine marine provocando una strage. Non è mai stato possibile accertare il numero esatto delle vittime, forse un centinaio, per la maggior parte donne e bambini. La matrice dell’esplosione, definita dalla Polizia civile della Venezia Giulia non accidentale, viene da più parti attribuita all’Ozna, la polizia politica del maresciallo Tito. Ogni anno a Pola l’anniversario della strage viene ricordato con una cerimonia, un cippo sul luogo dell’esplosione ricorda quelle vittime innocenti. Con la firma del Trattato di pace che assegna Pola alla Jugoslavia, la famiglia Faragona decide di lasciare la città e di raggiungere la Romagna. Prima Carlo Faragona assiste i genitori, che a bordo di un peschereccio avevano trasferito a Cattolica tutte le attrezzature del forno; la traversata grazie al bel tempo era durata 12 ore. Poi il 17 marzo sale sul Toscana, la nave messa a disposizione dal Governo italiano per consentire l’esodo da Pola, e sbarca a Ancona. Stabilitosi in Romagna, decide di riprendere gli studi universitari e per mantenersi rispolvera il diploma di maestro. Si laurea il 23 marzo 1953; da quel momento segue la professione di medico come una missione iniziando ad operare più direttamente nel mondo dello sport. Era sempre disponibile, racconta il figlio Claudio, la sua casa sempre aperta, il tempo per gli altri e per lo sport c’era sempre. Tante le domeniche e le feste passate sui più svariati campi sportivi sempre a disposizione, il più delle volte gratuitamente. Il 26 settembre 1954, a Riccione, aveva sposato Rosa Isabella Vai, venuta a mancare nel 2009; dal matrimonio sono nati cinque figli. A Riccione, nella Parrocchia della zona “Alba” fonda assieme al parroco la “Calcio Alba Riccione”, società che sarà vivaio di tantissimi ragazzi ma che darà al calcio anche atleti di valore, tra questi due arriveranno a giocare in serie A: si tratta di Vittorio Spimi e Franco Nanni. Il dottor Faragona aderisce alla Fmsi (Federazione Medico Sportiva Italiana) nel 1958 e gli viene rilasciata la tessera numero 3431; ne diventa socio effettivo dopo la specializzazione in Medicina dello Sport conseguita allora con i corsi abilitanti tenutisi a Salsomaggiore nel 1973. Da Riccione il dottor Faragona si trasferisce a Misano Adriatico per assumere l’incarico di medico condotto, che porterà avanti dal 1959 al 1989 con la qualifica di Ufficiale sanitario. A Misano, continua il racconto del figlio Claudio, dopo una non poco travagliata fusione della Calcio Alba Riccione con l’Ac Riccione, prima da consigliere poi come presidente, porta avanti l’attività nella Us Calcio Misano fino al 1973, quando stanco di delusioni e salassi finanziari, lascia il calcio per dedicarsi ad altre attività sportive a lui care quali il nuoto e la pallavolo. La sua attenzione verso il nuoto veniva dall’attività di medico scolastico: vedeva i bambini curvi sui banchi troppo bassi e così aveva iniziato a portarli con un pulmino a Savignano sul Rubicone. Nel 1973 fonda la “Pietas Julia Misano”, di cui sarà presidente fino alla morte. La società è ancora oggi attiva nel Pattinaggio artistico a rotelle e conta oltre 110 atleti iscritti ai corsi diretti da Marina Maggioli, moglie del figlio primogenito Claudio. Pietas Julia è il nome latino della sua Pola. L’amore per l’Istria lo porterà più volte a tornare a Pola, fino a dare vita al gemellaggio sportivo con Misano Adriatico, che sarà il punto d’inizio per il Pattinaggio artistico a Pola. Nasce infatti, grazie al suo intervento, la 13a sezione (quella del Pattinaggio) della Polisportiva Ulijanik di Pola, la Società Polisportiva dei Cantieri Navali della città. Il dottor Faragona in occasione dei vari eventi sportivi ha visitato grandi campioni, tra i motociclisti Agostini, Pasolini e Uncini. Nel circuito di Riccione aveva tenuto ai box Renzo Pasolini nella gara delle 500. Il grande centauro riminese, che morirà qualche anno dopo sulla pista dell’autodromo di Monza, era caduto nella gara precedente, quella delle 350, e tremava. Malgrado la minaccia di denuncia da parte dei dirigenti della sua squadra, Faragona era rimasto irremovibile. Animato da profondi sentimenti cristiani, credeva fermamente nell’amore verso gli altri, nella carità e nel perdono. Ecco il suo pensiero: “Lo sport fatto in maniera sana tiene i ragazzi lontano dai pericoli della strada ed insegna loro che ogni risultato si raggiunge con applicazione e sacrificio, preparandoli a quel gran gioco che è la vita”. Nel corso della sua lunga e intensa attività professionale e sportiva, oltre a quello di medico condotto e di ufficiale sanitario a Misano, Carlo Faragona ha ricoperto numerosi incarichi: direttore sanitario dell’Autodromo Santamonica dal 1984 al 1990; vice presidente Csi Rimini dal 1973 al 1984; presidente Collegio probiviri Aics Forlì dal 1993 al 1997; presidente e fondatore Società calcio Alba dal 1957 al 1963; presidente Calcio Misano dal 1966 al 1972; presidente e fondatore Pietas Julia Misano dal 1973 fino alla morte. Ha ricevuto la Stella di Bronzo al Merito Sportivo del Coni; nel 1966 è stato nominato Cavaliere dell’Ordine al merito della Repubblica dall’allora presidente Giuseppe Saragat. E’ stato anche commissario all’Azienda di Soggiorno di Misano. Carlo Faragona è venuto a mancare il 28 luglio 2010.
Dalla natia Istria alla Romagna
La traversata con la nave Toscana
Sono numerosi gli esuli istriani, fiumani e dalmati che dopo il Trattato di pace del 1947 si sono stabiliti in Romagna. Veniva da Pola, dove era nato il 4 novembre 1919, il dottor Carlo Faragona, un nome molto caro a intere generazioni di sportivi. I genitori, Giovanni e Caterina Zupicich, erano titolari nella città istriana di un panificio con annesso negozio di alimentari ed osteria. E’ l’ultimo di sette figli e nasce proprio il giorno di San Carlo Borromeo, primo anniversario della vittoria della Grande guerra. Davanti a casa sua abitava la futura attrice Alida Valli; frequentavano la stessa scuola elementare assieme a Raimondo Vianello, in quel periodo a Pola con il padre ammiraglio comandante della base navale. Viene avviato agli studi, pur lavorando attivamente sin da piccolo nell’azienda di famiglia come panificatore, sino a prendere il diploma magistrale ed in seguito, da privatista, la maturità scientifica, necessaria allora per accedere alla Facoltà di Medicina e Chirurgia. E’ sempre stato orgoglioso di “sapere fare il pane”. Lascia definitivamente la sua Pola nel 1947 per approdare in Romagna, prima a Cattolica poi a Riccione. Si mantiene agli studi di Medicina a Pavia con l’attività di maestro elementare, che esercita a Bagno di Romagna, Zollara di Gemmano e Scacciano di Misano Adriatico (anni dal 1949 al 1953).
Aldo Viroli

 

19 - La Voce del Popolo 13/02/13 Mario Fragiacomo l'inestinguibile richiamo delle radici
Mario Fragiacomo l’inestinguibile richiamo delle radici
S’intitola “Forse un giorno si racconterà di un popolo...” il video del trombettista Mario Fragiacomo ispirato al dramma della foiba di Basovizza, reperibile su Internet, e intende essere l’omaggio personale del musicista di origini istro-giuliane alla tragedia che le genti dell’ Istria e Trieste subirono nel 1943 e nel secondo dopoguerra. Alla voce narrante si alterna il suono della tromba in una mesta e lenta melodia, quasi un requiem, o una raccolta riflessione che va al di là dell’orrore del dramma in sé per elevarsi in una dimensione di pietà e pace.-
“’Forse un giorno si racconterà di un popolo’ è una mia composizione per tromba e voce che ho scritto ispirandomi ai versi di un poeta anonimo istriano nei quali mi sono imbattuto su Internet – spiega Mario Fragiacomo –. Il brano costituisce l’inizio di ‘Histra ed oltre’, un grosso progetto che comprende un cd, il video di un documentario sulle foibe trasmesso dalla Rai nel 2012 in occasione del Giorno del Ricordo, e un libro di disegni dello scultore di origine istriana Bruno Chersicola”.
Prima performance per il Giorno del Ricordo
“La parte musicale propone i canti caratteristici dell’Istria quali le bitinade, le arie da nuoto, i canti a pera e a la longa e canti infantili, oltre ad alcune mie composizioni. I canti popolari però fungono da base per una rilettura, da parte mia e del complesso ‘ensemble Mitteleuropa’, linguisticamente più aggiornata.
Il video mi ha procurato dei riconoscimenti, nel senso che è stato proiettato in occasione della cerimonia commemorativa ufficiale sia alla Foiba di Basovizza che nell’hinterland milanese, a Rimini e in altri posti d’Italia, sempre per la Giornata del Ricordo. Ci tengo a precisare che l’Ensemble Mitteleuropa da me fondato è stato il primo in Italia a creare ed eseguire una performance per la ricorrenza”.
Da dove proviene questa sua affezione per la drammmatica sorte toccata alle genti dell’Istria e della Venezia Giulia?
“Io provengo da queste terre. Mia madre era istriana, mio padre triestino come me, il bisnonno – i Fragiacomo sono originari di Portole – faceva il medico condotto a Buie, sebbene fosse di Pola. I familiari di mia moglie pure hanno origini istriane ed alcuni suoi parenti sono stati infoibati ad Albona. Quindi i drammi dell’esodo e delle foibe sono un po’ parte di me stesso e della mia identità”.
Il nome di Mario Fragiacomo non è certamente nuovo dalle nostri parti, tant’è vero che il trombettista e compositore triestino qualche anno fa aveva partecipato con successo a Pola al concerto in omaggio a Sergio Endrigo, assieme ad altri musicisti di ascendenze giuliane quali il compositore dignanese Luigi Donorà e il chitarrista e musicologo Alessandro Boris Amisich.
Di rilievo pure la sua collaborazione di qualche anno fa con il Dramma Italiano per lo spettacolo dedicato al giovane filosofo goriziano Michelstadter. Il suo legame con questi territori si evince pure dai titoli di alcune sue composizioni, quali “Il campo profughi”,(Le baracche di Padriciano), “Territorio libero di Trieste”, “Carso”, “Risiera di San Sabba”, “Foibe”, “Mitteleuropa”, “Jubelmarsch Franz Josef”, “Danubio”.
Da Trieste a Milano
Fragiacomo ha studiato tromba al Conservatorio “Giuseppe Tartini” di Trieste e a Milano e si è messo presto in luce, fin dagli anni ’70, prima a Trieste, con il gruppo del pianista Silvio Donati e con il “Trieste Jazz Ensemble”, e poi a Milano, dove tutt’ora vive e lavora, identificandosi come una delle voci più impegnate sul versante del sincretismo tra jazz, musica accademica e tradizioni popolari dell’est Europa, anche grazie alla collaboazione con prestigiosi musicisti.
Con la creazione a Milano di due valorosi gruppi come il “Jazz Quatter Quartet” e il Mitteleuropa Ensemble, si è mosso nell’ambito della rielaborazione in chiave jazzistica sia del mondo della musica Klezmer, sia di quello più ampio della Mitteleuropa intesa come luogo culturale posto al crocevia tra Oriente e Occidente, con particolare riferimento al mondo balcanico.
Fragiacomo si è ritagliato uno spazio originale nell’odierno panorama musicale italiano poichè presenta un tipo di repertorio di frontiera che, a livello nazionale, è decisamente poco battuto, come testimoniano album quali “Trieste, ieri un secolo fa” del 1988, “Mitteleuropa” del 1990, “Latitudine Est” del 1994, sino al più recente “Balkan Project”, oltre ad un’intensa attività concertistica.
Tra i diversi progetti realizzati, una speciale menzione spetta a “Versi in Jazz”, premiato con la Targa Mazars - Edizione 2002 dell’Università Bocconi di Milano. Apprezzato dalla critica italiana come testimoniano centinaia di recensioni ed interviste apparse sulle più importanti riviste specializzate e quotidiani nazionali ed esteri, come saggista ha pubblicato su diverse riviste specializzate di musica.

Patrizia Venucci Merdžo

 

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