RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA
A CURA DI M.RITA COSLIANI, E.GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI

 
N. 865 – 02 Marzo 2013
Sommario

 

112 - La Voce del Popolo 23/02/13 Roma - Intervista all'Ambasciatore Damir Grubiša: Credo nell'Europa dei cittadini, in una realtà senza frontiere (Rosanna Turcinovich Giuricin)
113 - La Voce del Popolo 23/02/13 Roma - Intervista all'Ambasciatore Damir Grubiša: Legge sulla restituzione dei beni: serve più attenzione per gli esuli (rtg)
114 – Libero 28/02/13 Venezia: intesa per raccolta e diffusione memorie giuliano, dalmate e istriane (Adnkronos)
115 - L’Arena di Pola 19/02/13 Memoria e ricordo (Ulderico Bernardi)
116 - Corriere di Novara 23/02/13 Novara - Giorno del Ricordo Nuova “italianità” oltre la linea bianca (Luca Mattioli)
117 - L'Arena Verona 25/02/13 Gioseffi ricevuta da Napolitano nella «Giornata del ricordo» (Zeno Martini)
118 - La Voce del Popolo 26/02/13 San Giorgio e Torviscosa: cresce l'amicizia con Arsia (Tanja Škopac)
119 - Rinascita 25/02/13 Un Canto alla Patria perduta, spettacolo di Simone Cristicchi con "Magazzino 18" (Giovanni Luigi Manco)
120 - Il Piccolo 24/02/13 Il Saggio - Quando Quarantotti Gambini raccontò il suo amore in versi ma lo vide rifiutare da Einaudi (Alessandro Mezzena Lona)
121 - Il Sole 24 Ore 24/02/13 Cultura - Una voce italiana in Istria
122 – La Voce del Popolo 22/02/13 Cultura - Ricordate la figura e l'opera di un grande figlio di Pirano "Diego de Castro 1907-2007" (Italo Dapiran)
123 - Il Piccolo 28/02/13 Negli articoli di Stuparich impegno civile e cultura per resuscitare Trieste (Chiara Mattioni)
124 - La Voce del Popolo 27/02/13 Cultura – Fiume : Giornali storici lunga vita a «La Bilancia» (Gianfranco Miksa)
125 - Osservatorio Balcani 26/02/13 Topografie della memoria tra Gorizia e Nova Gorica (Luciano Panella)
126 - Il Piccolo 27/02/13 Stampa croata: «Tifone Grillo? Rischio fascismo» (Mauro Manzin)
127 - Il Piccolo 23/02/13 Zagabria in allarme per Croazia-Serbia (m.man.)
128 - Il Giornale Genova 24/02/13 Lettere - "La radio pirata" (Enea Petretto)

 

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112 - La Voce del Popolo 23/02/13 Roma - Intervista all'Ambasciatore Damir Grubiša: Credo nell'Europa dei cittadini, in una realtà senza frontiere
Credo nell’Europa dei cittadini, in una realtà senza frontiere
ROMA | Roma, la diplomazia croata ha sede in un quartiere elegante, vicino ai Parioli, l’accoglienza è calorosa, un caffè di benvenuto come si conviene, ma soprattutto l’incontro con l’Ambasciatore, Damir Grubiša, fiumano, docente universitario, politologo, aperto, disponibile, che ci viene incontro con la mano tesa e un sorriso coinvolgente. Il suo insediamento risale a solo qualche mese fa, ma in questi tempi in continua accelerazione, tutto lievita in fretta, così il suo impegno immediato e, naturalmente, la sua notorietà. I contatti sono già stati tanti, basta scorrere il sito dell’Ambasciata.
Tra gli impegni, anche l’invito al Quirinale per partecipare alla cerimonia del Giorno del Ricordo. Una riflessione su questa ricorrenza, è la prima domanda che gli rivolgiamo.
“Si è discusso per tanto tempo del concetto di memoria condivisa – risponde –, per giungere alla conclusione che la via migliore sia comunque quella di un approccio pluralistico nel rispetto della memoria altrui e dei singoli percorsi. I nostri Paesi hanno attraversato periodi storici molto travagliati a cavallo tra Ottocento e Novecento, a causa del fiorire dei nazionalismi. L’insorgere di nuove identità ha portato ad inevitabili scontri. Tragedia ha voluto che a ciò si aggiungessero nuove forme autoritarie come il fascismo ed il comunismo bolscevico. Si è innescata pertanto questa spirale di violenza di cui è intrisa la nostra vicenda. Che fare?
Il superamento di quanto è stato, passa anche attraverso il grande contributo dei Presidenti Giorgio Napolitano, Ivo Josipović e Danilo Türk, che si sono incontrati nel 2010 a Trieste, dando vita allo spirito di Trieste. Il che significa prendere coscienza di tutto ciò che è stato e ripartire da queste premesse per un futuro europeo. Se è vero che l’Europa unita è riuscita a superare il nazionalismo francese e tedesco, perché non dovrebbe farlo anche sul nostro confine.
Naturalmente la nuova realtà – ed è significativo il Nobel assegnato all’Unione Europea – ci ha dimostrato che è possibile, abbattendo proprio i confini, creare una nuova comunità nella quale ognuno entra con la propria identità culturale e storica non tacendo e non mistificando né la propria storia né quella degli altri, in un dialogo che favorisce la costruzione di basi comuni. L’idea di un’Europa ancora più unita è un possibile traguardo che ci traghetterà da un secolo e più di conflitti che hanno portato a guerre orrende, vendette, revanscismi, ad un nuovo corso.
Credo nell’Europa dei cittadini, di una realtà senza frontiere, dell’Europa della solidarietà, del benessere, della sussidiarietà, di tutte quelle forme di civile convivenza che sono scaturite dalla nostra storia. Intendo che non abbiamo solo sofferenza alle spalle, se tanto è stato distrutto, molto si è costruito. Le brutture ci hanno fatto male e non le dobbiamo dimenticare, ma non possiamo più farci condizionare, dobbiamo andare avanti, maturi, consapevoli”.
Fiume e la sua multiculturalità
Perché è così difficile superare il concetto di confine che ci portiamo dentro e che continua a creare divisioni, suscita sospetti, ci rende inadatti a vivere persuasi?
“Tutti noi nati e cresciuti su questo confine, dobbiamo prendere coscienza di quanto sia importante l’osmosi tra le etnie, le popolazioni, attraverso la conoscenza di lingue diverse, la comprensione, la capacità di capire i codici culturali degli altri: è questo che ci fornisce una solida base per vivere in un’Europa multiculturale. Che permette di superare i conflitti proprio a cavallo di confine.
Prendiamo l’esempio di Fiume: la sua multiculturalità le ha permesso di crescere. Così è successo anche nell’ex Jugoslavia, dove il federalismo ha supportato un inesistente pluralismo politico per cui le cose potevano funzionare meglio che negli altri Stati comunisti. Ora noi siamo pienamente consapevoli che senza una realtà multiculturale non si possa vivere nel mondo d’oggi, per noi che ne conosciamo i percorsi deve diventare una forza”.
I giovani e la storia
Che cosa ne pensano i giovani coi quali lei si è sempre rapportato come docente. Hanno un atteggiamento diverso con queste tematiche, in particolare col nodo della storia?
“Sono meno condizionati dalle tragedie del Novecento e più passa il tempo, più la forbice s’allarga tanto da farsembrare tutto lontano, come le guerre puniche. La memoria certamente continuerà a vivere nelle future generazioni, ma non la sentiranno più sulla propria pelle. Si dice che le guerre finiscano quando muore anche l’ultimo combattente”.
Spesso si imputa all’Europa di basarsi unicamente su un collante economico. A luglio l’Unione si estenderà anche alla Croazia, che cosa ci si aspetta da questa nuova dimensione?
“La Croazia ambisce a far parte del mercato unico europeo anche perché si basa su quattro grandi libertà: la mobilità del lavoro, del capitale, delle merci e dei servizi. Vale a dire il presupposto necessario a creare una società moderna, che si sta integrando nonostante i tentativi di relegarla in piccoli settori. Ma economia significa anche condividere il futuro di popolazioni, nazioni, di cittadini europei appartenenti ad un’unica famiglia, e non solo perché esistono tra noi dei legami storici, ma soprattutto perché creiamo un nuovo futuro, che è la cosa più importante.
Negli anni Novanta il presidente Tuđman diceva: noi dobbiamo far parte dell’Europa per diritto storico perché siamo sempre stati l’ante murales della cristianità. È un approccio che definirei retrogado. È vero che le nostre radici sono comuni, intrecciate alle civiltà del passato che ci hanno lasciato tanto, dal Rinascimento all’Umanesimo, fino all’Austria-Ungheria e passando per i processi di industrializzazione, però la nostra scelta europea è anche concreta, materiale ovvero la ricerca di una sicurezza che ci garantisce proprio lo stare insieme con tutte queste genti, in pace da sessant’anni, e non è poco”.
La crisi fa paura, potrebbe minare le fondamenta dell’Europa se l’integrazione dovesse rimanere nella sfera economica?
“No. Entrando nel sistema economico europeo noi saremo in grado di recepire tutte le cose positive che si collegano a tale processo: attività commerciale congiunta, investimenti sia privati che comunitari, nazionali e transnazionali e poi, la cosa più importante è il concetto di uguaglianza tra cittadini con il medesimo grado di garanzie in un territorio molto vasto che è una delle caratteristiche principali dell’Unione Europea. Oggi è obiettivamente in crisi, ma è anche vero che la crisi è generale. Naturalmente potrebbe portare alla disperazione, ma potrebbe anche indurre ad immaginare nuovi percorsi, con stimoli diversi che ci rendano più forti e disposti ad investire maggiori energie per il suo superamento. Da ogni situazione di crisi nascono impulsi positivi perciò se è giusto avere una dose reale di pessimismo è anche vero che dobbiamo fare leva sull’ottimismo per poter immaginare scenari migliori per noi ed i nostri figli ed il prossimo in generale”.
Il ruolo dei progetti UE
Qual è stato il ruolo, in questi anni d’avvicinamento all’UE, dei progetti europei come l’IPA Adriatico esteso anche a Paesi che non ne fanno parte? Si può considerare una prova generale?
“È una delle attrattive dell’UE, che mette a disposizione dei nuovi membri, anche durante il processo di adesione, i mezzi necessari ad operare in vari campi trasformando un’utopia in qualcosa di molto concreto. Un’Europa che aiuta la gente ad inserirsi con i fondi strutturali, con i fondi di coesione, dando delle chiare prospettive economiche, non è un’esca, è una rappresentazione concreta di come può funzionare un sistema integrato. Il tutto basato non su finanziamenti a pioggia, ma su progetti che bisogna sapere immaginare e sviluppare congiuntamente, all’interno di una realtà produttiva in cui ognuno investe le proprie capacità. Un mutamento profondo rispetto alle sovvenzioni, agli aiuti, alle integrazioni del passato. Ora si finanziano le idee condivise che mettono in contatto le varie realtà. Si tratta di un sistema che ha dato ottimi risultati proprio in quelle dimensioni imprenditoriali che erano al di sotto della media del Pil pro capite”.
L’Ambasciata è anche una vetrina, su che cosa state operando in questo momento delicato di cammino verso l’Europa?
“Il concetto classico di diplomazia è stato superato da tempo, non è più il veicolo di dialogo tra le diverse realtà statali, oggi la comunicazione avviene in altro modo, con mezzi veloci, anzi direi immediati. A noi il compito di rappresentare degnamente il nostro Stato e impostare nuovi rapporti superando le vecchie barriere di una diplomazia che s’impegnava a mettere paletti dappertutto. Bastava entrare in un’Ambasciata, dire buongiorno e c’era già qualcuno che rispondeva ‘non si può’ prima ancora di conoscere il problema. ‘Non se pol’ si direbbe a Trieste.
Ora lavoriamo molto su progetti di vetrina, dialoghiamo con ambienti di interfaccia naturale e usando mezzi tecnologici al passo con i tempi. Non è più l’Ambasciatore che trasmette i messaggi tra i ministri, ci pensa Internet. Pochi giorni fa a Torino ho assistito ad un incontro in videoconferenza con il Presidente Hollande, ormai è questa la nostra realtà. Nel passato i diplomatici erano dei privilegiati, oggi sono dei funzionari che svolgono le proprie mansioni, e basta. Gente normale che deve sapere comunicare.
Rimane fondamentale la capacità analitica, il capire le cose. È un po’ quanto succede con i corrispondenti esteri dei giornali, hanno tutt’altra funzione, quella di mediare, di cercare di capire sfruttando un punto d’osservazione particolare, mettendo a frutto tutte le capacità acquisite nel tempo. Un ruolo nuovo, molto più snello. Negli anni Novanta nella nostra Ambasciata romana c’erano 17 funzionari, oggi siamo quasi la metà”.
Lei ha avuto modo di lavorare in America, sempre in diplomazia ed ora in Italia. Differenze?
“La società americana è molto aperta, i contatti più accessibili. In Europa resiste la tradizione con atteggiamenti che appartengono al passato. Siamo divisi nei nostri ruoli sociali, manteniamo le distanze. In America, con un’idea nuova, è possibile operare molto più facilmente ed in modo più immediato di quanto si possa fare nel Vecchio continente. Anche se le cose stanno cambiando in fretta, ce lo impone l’incalzare del tempo e della modernità”.
I croati del Molise
Tra i tanti incontri di questi primi mesi anche quello con i croati molisani, com’è stato?
“Un’esperienza molto particolare, ho incontrato gente che vive isolata, mantenendo le proprie tradizioni, usi e costumi. Ho visto il loro presepe vivente, a San Felice, molto affascinante con la partecipazione di tutto il Paese. Si tratta di una ricchezza che va mantenuta e sostenuta in ogni modo. Sono perfettamente integrati nella società italiana, si sentono a pieno titolo cittadini italiani, ma sono anche orgogliosi del loro passato e della lingua arcaica. Stiamo facendo uno sbaglio tentando di insegnare loro il croato moderno, credo che dovremmo essere noi ad imparare da loro la lingua originale, una specie di lotta tra neologismi e lingua storica”.
L’Italia oggi come percepisce la Croazia?
“Uno dei veicoli più importanti per far parlare di noi è il turismo che restituisce l’immagine di una realtà in evoluzione. Non più una terra remota, lontana, è la meta delle vacanze, della passione dei diportisti attratti dalle mille isole della costa. Un contributo importante viene anche dai mass media che sono spesso presenti sulle tematiche che ci riguardano. Rispetto agli inizi del mio lavoro, alcuni decenni fa, diciamo che la percezione è migliorata notevolmente”.
Le etnie producono ricchezza
Perché è ancora così difficile far capire agli altri che gli Italiani non sono arrivati in Istria, Fiume e Dalmazia con il fascismo ma sono lì da sempre?
“È frutto dei pregiudizi e degli stereotipi che sono stati usati per scopi politici. L’importante è scoprire oggi che qui vivevano popolazioni che hanno prodotto ricchezza, che ci hanno lasciato segni tangibili della loro presenza, che fanno parte della realtà, del quotidiano. Noi che viviamo sulle sponde di questo mare Adriatico dobbiamo considerarlo un mare che unisce nelle nostre diversità. Facciamo un esempio: quando si parla di cucina croata, che cosa s’intende? Contiene tre aspetti diversi: la cucina mitteleuropea (un po’ austriaca un po’ ungherese), quella balcanica (dell’agnello, i cevapcici) e quella mediterranea adriatica dell’olio e della vite, della pasta e del riso. Identità diverse che si sovrappongono e che vanno valorizzate nella loro specificità per sentirci più ricchi in quest’Europa”.
Ricongiungere gli esuli alla loro terra
Qual è il progetto che le sta più a cuore e che vorrebbe realizzare durante la sua permanenza a Roma?
“Il più ambizioso riguarda la comprensione reciproca tra i due popoli, vorrei far conoscere la Croazia alle nuove generazioni, ma nello stesso tempo vorrei che dall’altra parte cadessero quei pregiudizi verso gli Italiani in Croazia e verso i Croati o gli Slavi in Italia. Realtà che oggi svolgono un ruolo fondamentale. E poi vorrei che si realizzasse anche il ricongiungimento degli esuli alla loro terra. Quando ciò sarà possibile, allora potremo sentirci più persuasi e felici”.
È scoppiato un temporale con lampi e tuoni che ha scosso Roma in una fredda giornata di febbraio. La prassi vorrebbe succedesse solo d’estate, con l’afa e il sole d’agosto. Chiaramente la meteorologia ha deciso di prendere un nuovo corso. Salutiamo l’Ambasciatore soddisfatto alla notizia che i fiumani terranno per la prima volta il loro incontro Mondiale a giugno a Fiume. Non cambia solo il tempo, anche il mondo vuole fare la sua parte.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

113 - La Voce del Popolo 23/02/13 Roma - Intervista all'Ambasciatore Damir Grubiša: Legge sulla restituzione dei beni: serve più attenzione per gli esuli
Legge sulla restituzione dei beni: serve più attenzione per gli esuli
Come Ambasciatore, lei ha avuto modo di incontrare il presidente Napolitano, vi siete detti diverse cose, constatando che il livello dei rapporti tra Italia e Croazia è già ottimo, ma con nodi ancora da risolvere. Quali?
“Solitamente si dice che i rapporti sono ottimi, ma vanno migliorati. È un curioso paradosso che ci indica però la strada da percorrere. Il Presidente Napolitano ha dato un grande impulso nell’evoluzione dei rapporti tra i nostri Paesi per cui confidiamo nel fatto che i futuri presidenti vogliano far tesoro dei successi raggiunti impegnandosi a sviluppare ulteriormente queste relazioni che definirei senz’altro molto amichevoli.
I nodi da risolvere? In primo luogo la restituzione dei beni nazionalizzati. Un nodo che va risolto in Croazia, il governo in effetti si accinge a farlo con una legge sulla restituzione che prevede la parificazione dei cittadini stranieri a quelli croati in materia di restituzione. Il che significa risolvere le richieste – sono 1.036 quelle depositate dai cittadini italiani – di restituzione dei beni nazionalizzati.
Qualcosa si è tentato di risolvere a livello regionale senza i risultati sperati, l’approccio non è dei migliori per tutta una serie di intoppi burocratici amministrativi. Ecco perché bisogna farlo con una nuova legge chiara, a livello nazionale che non lasci spazio ad interpretazioni di parte.
Quando sono partito per il mio nuovo incarico si stava già discutendo della prima bozza di questo documento, speriamo che l’iter necessario si chiuda quanto prima. La Legge si chiama proprio “Legge sui cambiamenti e le aggiunte alla legge sulla denazionalizzazione dei beni requisiti durante il periodo di governo comunista jugoslavo” (Zakon o izmjenama i dopunama zakona o denacionalizaciji imovine oduzete za vrijeme jugoslavenske komunističke vladavine). Credo che la soluzione di questo problema darà un ulteriore grande impulso alla definizione dei rapporti tra i Paesi.
Poi, naturalmente, ciò che noi vogliamo è che gli esuli e tutti coloro che hanno sofferto negli anni del dopoguerra, sentano la Croazia come la loro terra, la propria casa, che ritornino, che investano e ci vivano”. (rtg)

 

114 – Libero 28/02/13 Venezia: intesa per raccolta e diffusione memorie giuliano, dalmate e istriane
Venezia: intesa per raccolta e diffusione memorie giuliano, dalmate e istriane
Venezia, 28 feb. (Adnkronos) - E' stato un esodo di proporzioni bibliche quello in cui 250 mila italiani abbandonarono i luoghi di residenza e le relative proprieta' in Istria, Fiume e Zara, tra il 1943 e il 1956, e in cui, inoltre, piu' di 10 mila di loro persero la vita nei massacri delle foibe. Un esodo che per un periodo lunghissimo ha conosciuto l'oblio e che grazie ad una legge votata nel 2005 dal 95% dei parlamentari, viene celebrato ogni 10 febbraio come "Giorno del Ricordo", per non dimenticare, secondo le parole del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il disegno di sradicamento della presenza italiana in Istria e Dalmazia.
E facendo tesoro del monito del Capo dello Stato, il Comune di Venezia ha firmato stamattina, con una conferenza stampa al Municipio di Mestre, un Protocollo d'Intesa con Associazioni, Istituti, Enti culturali e di Ricerca per la realizzazione del "Progetto per la raccolta, conservazione e diffusione delle memorie giuliano-dalmato-istriane a Venezia" e per la creazione di un archivio web multimediale che sara' visibile nel sito www.albumdivenezia.it. Oltre al presidente del Consiglio comunale, Roberto Turetta, e all'assessore comunale alle Attivita' culturali, Tiziana Agostini, hanno sottoscritto l'accordo, Luciana Granzotto dell'Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della societa' contemporanea (Iveser) Roberto Vitelli dell'associazione nazionale Partigiani d'Italia (Anpi), Maria Teresa Sega dell'associazione rEsistenze, Alessandro Cuk dell'associazione Venezia Giulia Dalmazia di Venezia.- "L'esodo giuliano dalmata - ha affermato Tiziana Agostini - e' un tratto prop rio della storia e dell'identita' di Venezia che attende ancora di essere raccontato appieno e che contiamo ora di far conoscere con questo progetto, che raccogliera', grazie anche al supporto tecnico dell'Archivio della Comunicazione e del Servizio di Videocomunicazione del Comune di Venezia, le testimonianze dei profughi, che sono diventati cittadini della nostra citta' e di cui vogliamo conservare la memoria."
"Il Consiglio comunale - ha sottolineato Turetta - ha avviato, gia' nel 2005 con il precedente presidente Boraso, le iniziative per celebrare il Giorno del Ricordo che poi ho coordinato, su mandato unanime del Consiglio. Mi auguro che si possa continuare nello scambio di esperienze tra le comunita' italiane e venete che stanno al di qua e al di la' del confine per garantire una coesione socio-culturale, elemento distintivo della Comunita' Europea."
Alessandro Cuk ha rammentato l'accoglienza nell'immediato dopoguerra della citta' verso i profughi istriani, rilevando c he Venezia ha rappresentato per queste popolazioni la capitale storica per le comuni e secolari radici che si esprimono anche nel somigliante dialetto: "ancora adesso in Istria e in Dalmazia si sente parlare un veneziano un po' meno moderno del nostro."

 

115 - L’Arena di Pola 19/02/13 Memoria e ricordo
Memoria e Ricordo

La dimenticanza, ammoniva Niccolò Tommaseo, perde i popoli e le nazioni, perché le nazioni altro non sono che memoria. Una riflessione profonda, questa del grande dalmata, che tanto ha dato alla formazione di una coscienza nazionale, proprio perché vissuto a contatto con una cultura diversa dalla sua. Avesse sotto gli occhi l’Italia contemporanea, con la sua fragile identità collettiva, troverebbe triste conferma all’intuizione. Non a caso si celebrano nel nostro Paese due giornate dedicate alla memoria e al ricordo per cercare di scuotere gli animi degli italiani, e di promuovere a nuova consapevolezza del nostro essere nazione. Vale sempre la pena di stimolare le coscienze. Specie dei più giovani, aggrediti da uno dei peggiori mali che affliggano la società odierna: la destoricizzazione. Cioè il distogliere la mente dal passato. Facendo credere che solo il presente ha valore. Che il futuro non ha bisogno di sostenersi sulle spalle delle generazioni precedenti. Un delitto culturale, perché in questo modo si cancella ogni possibilità di cogliere gli infiniti sforzi che uomini e donne d’altri tempi hanno compiuto per farci approdare a una certa condizione di conoscenza e di benessere economico. Un fine dissennato, perché mira a distruggere l’idea stessa dell’Origine. Con una visione che rimuove la visione del Creatore, e il valore della continuità su cui fonda l’amore per l’Altro.

Il Maligno in ogni epoca si è presentato con nomi e volti inediti, ma con l’immutata volontà di seminare tra gli uomini l’odio. Se l’umanità ha un senso, questo sta nella sua diversità. Nei modi con cui ciascun popolo sulla Terra ha cercato di soddisfare le sue necessità primarie applicando l’intelligenza al proprio ambiente. Ne sono nate lingue, architetture, abbigliamenti, cucine, e modi per esprimere il rapporto con il Cielo. Nei millenni, la curiosità di conoscere queste tante forme è stata lo stimolo che ha mosso i passi dei mercanti, degli esploratori, dei missionari, dei navigatori sugli oceani sconosciuti. Il mondo è cresciuto grazie a questo allargamento di conoscenza. Ma l’insidia del male ha accompagnato sempre questi avanzamenti. E ha portato stragi, razzie, schiavitù. Magari camuffandosi da ideologia del progresso.

Di molti orrori si è perso perfino il ricordo. Eppure la memoria del Novecento è qui, ancora prossima a noi. Un secolo di genocidi. In nome dell’uomo nuovo, della razza perfetta, del cittadino emancipato dalle catene della Legge eterna, si è ucciso, si è tentato di distruggere interi popoli, ci si è sparato addosso fra appartenenti a una stessa nazione. Non solo nelle guerre, ma nelle persecuzioni etniche, nelle pratiche di dominio e in tante altre forme. Bisogna ricordare i milioni e milioni di morti della prima e della seconda guerra mondiale, che hanno avuto il tristissimo seguito del genocidio degli Armeni, delle stragi di contadini ucraini morti per fame in nome della collettivizzazione forzata della terra, dei massacri nella guerra civile spagnola, dei gulag nella gelida Siberia, dei lager in ogni luogo occupato da Hitler, dell’Olocausto di Ebrei e Rom, delle foibe carsiche, dell’affogamento in mare e delle deportazioni per Istriani, Giuliani e Dalmati, delle violenze sulle donne tedesche profughe dai Sudeti, degli eccidi post bellici in Emilia, nella Lombardia e nel Veneto per mano partigiana. Solo per ricordare una parte di quanto avvenuto in Europa e nel Vicino Oriente.

L’Italia, in particolare, nella sua recente unità, in solo un secolo e mezzo ha conosciuto almeno quattro esperienze di morte data da italiani ad altri italiani. Nel 1860, con l’uccisione dei soldati delle Due Sicilie, vittime sul campo e negli assedi delle fortezze di Gaeta e Messina, da parte di garibaldini e piemontesi. Nel 1866, a Lissa, in uno scontro navale che ha visto veneti, istriani, triestini, dalmati, sotto bandiera austriaca affondare navi italiane governate da equipaggi liguri, toscani, laziali, napoletani, e viceversa. Nel 1920, a Fiume, soldati nazionali sparare sui legionari di D’Annunzio, a loro volta pronti nel rispondere al fuoco. Negli anni del conflitto soldati e delatori italiani consegnare nelle mani dei nazisti tedeschi donne, uomini e bambini italiani di religione ebraica. E in quelli successivi all’8 settembre 1943, fino alla fine della guerra e oltre, giovani della Repubblica Sociale e giovani resistenti accanirsi gli uni contro gli altri.

Forse, l’avere rifiutato, in nome della retorica nazionalista o dell’ideologia di partito, un’onesta riflessione storica su questi fatti ha reso l’Italia contemporanea scarsamente orgogliosa della sua unità, impoverendo il consenso collettivo piuttosto che irrobustendo la volontà di andare oltre. Meditare e conoscere tutto questo, con l’occasione delle giornate della memoria e del ricordo, dovrebbe avere il significato di prepararsi ad affrontare le tensioni che l’incontro fra tante culture del mondo, conseguenti ai processi di mondializzazione, certamente è destinato a produrre. Per procedere, infine, verso un comune ideale di benessere comunitario, fondato su valori umanitari e perenni.
Ulderico Bernardi

 

116 - Corriere di Novara 23/02/13 Novara - Giorno del Ricordo Nuova “italianità” oltre la linea bianca
Giorno del Ricordo Nuova “italianità” oltre la linea bianca
■ Il Giorno del Ricordo vissuto, rac­contato, spiegato da chi era rimasto al di là di quella “linea bianca’ che i - soldati Alleati tracciarono nell’esta­te del 1947. Capire un po’ di più sui tragici avvenimenti legati al confine orientale nell’ultimo dopoguerra per conoscere là realtà odierna delle comunità italiane autoctone della Venezia Giulia, dell’Istria e della Dalmazia. L’Istituto storico della Resistenza “Piero Fornara”, in con­comitanza con la data del 10 feb­braio (anniversario della firma del Trattato di pace, ha promosso una serie di incontri ai quali ha partecipato Ezio Giuricin, giorna­lista da Fiume e studioso presso il Centro di ricerche storiche di Rovigno (località istriana oggi in Croazia). Il tema dell’esodo delle popolazioni italiane (non meno di 3 50 mila persone), che lasciaro­no le loro terre cedute alla Jugoslavia al termine della Seconda guer­ra mondiale, ha sempre riguardato anche a Novara: «Ci sono stati eventi storici che hanno legato Ianostra città all’esodo», ha spiegato il direttore dell’Istituto Gianni Cerutti. Sin dall’estate del 1945 la nostra città fu una fra le prescelte in tutta la Penisola per diventare sede di un “Centro raccolta profughi”. Il sito individuato fu quello della Caserma Perròne, dove nel corso di undici anni (sino all’inau­gurazione del “Villaggio Dalmazia”) vi transitarono oltre 36 mila persone. Per Giuricin fu la firma del Trattato di pace a rappresenta­re «la frattura definitiva di una storia bimillenaria, quel legame d’italianità sulla sponda orientale dell’Adriatico che risaliva ai Ro­mani prima e alla Repubblica d iVenezia poi». Tanti,la quasi totalità degli abitanti di una certa importanza anche a livello amministrativo come Pola, se ne andarono. Qualcuno rimase, per svariati motivi. E i suoi discendenti rappresentano oggi quello che è rimasto di italiano in quelle terre: «Chi rimase - ha spiegato ancora Giuricin - ! non ebbe vita facile a integrarsi in una realtà socio-culturale come quella slava. Di fatto venne compiuta una completa “snazionaliz­zazione” di quelle terre e la stessa piccola comunità italiana dovette convivere con gli alti e bassi del momento, a seconda dei rapporti bilaterali fra Roma e Belgrado». Il “collasso” dello Stato jugoslavo avvenuto nella prima metà degli anni ’90 ha portato una riscoperta di una nuova “italianità” oltre confine, magari anche solo dal punto divista culturale e linguistico. La possibilità di riottenère la cittadi­nanza italiana da parte dei figli e dei nipoti di chi oltre mezzo secolo fa rimase e una completa integrazione della Slovenia e della Croa­zia (la cui adesione di quest’ultima all’Unione europea è prevista nei prossimi mesi) potrebbe contribuire quindi as crivere una pagina di storia. Senza per questo dimenticare quelle del passato.
Luca Mattioli

 

117 - L'Arena Verona 25/02/13 Gioseffi ricevuta da Napolitano nella «Giornata del ricordo»
Gioseffi ricevuta da Napolitano nella «Giornata del ricordo»
MEMORIA. Trasferta a Roma della figlia dell'esule soavese Giuseppe. Domani lezione a scuola
Invitata al Quirinale con altri esuli istriani: «È stato emozionante»
Loredana Gioseffi, figlia di Giuseppe Gioseffi esule istriano di Soave, vice presidente del comitato provinciale dell'associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, è stata invitata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a partecipare alla cerimonia di commemorazione del Giorno del Ricordo che si è tenuta al palazzo del Quirinale lo scorso 11 febbraio. Loredana Gioseffi ha partecipato all'incontro accompagnata dal figlio Marco Pagliarini e dalla presidente del comitato provinciale dell'Anvgd di Verona Francesca Briani. Gioseffi è riuscita anche a parlare con il presidente Napolitano al termine della cerimonia e a consegnargli un presente: ha fatto incorniciare per lui una copia del documento di espatrio del padre, datato 17 gennaio 1947, che gli ha donato con una lettera di accompagnamento dell'esule che oggi ha 92 anni. «È stata una forte emozione intrattenermi con il Presidente: con questo gesto ho voluto ringraziarlo dell'invito che mi ha molto onorato», racconta Loredana, «Napolitano ha letto con attenzione il documento. È stata una cerimonia molto sentita e partecipata, preceduta dalla notizia shock in diretta delle dimissioni di Papa Benedetto XVI». Il presidente della Repubblica, assieme al ministro della pubblica istruzione Francesco Profumo, nel corso della cerimonia ha premiato le scuole vincitrici del concorso nazionale sul tema «Confine orientale: cultura e vita materiale». Ha concluso la cerimonia il concerto da camera dell'orchestra d'archi del conservatorio musicale «Giuseppe Tartini» di Trieste. Gioseffi da oltre dieci anni, assieme al padre, narra ai soavesi le vicende vissute dalla famiglia nell'immediato dopoguerra, in particolare lo fa con gli studenti e tornerà a farlo domani. Giuseppe ha avuto due cugini ammazzati dai titini. Carlo Grego, residente a Parenzo d'Istria, direttore della Cassa rurale, dopo l'armistizio dell'8 settembre del 1943, venne prelevato all'ora di cena dalla sua casa non vi fece più ritorno. La stessa sorte toccò ad Antono Tami, proprietario di un negozio di calzature sempre a Parenzo. Le salme dei cugini Tami e Grego furono recuperate in una foiba del posto. Ferdinando Gioseffi, congiunto di Giuseppe e Loredana, a guerra finita fu fucilato in una strada di Parenzo, per essersi rifiutato di collaborare con le milizie del generale Tito. Si terrà domattina a partire dalle 10 nell'ex chiesa di San Rocco fuori le mura, la cerimonia ufficiale per il Giorno del Ricordo dal titolo «Esodo». Interverranno gli studenti delle terze della scuola media «Benedetto Dal Bene». I ragazzi ascolteranno la testimonianza diretta di Giuseppe Gioseffi. Ci sarà anche un allestimento scenico sulla vicenda storica a cura della figlia Loredana con le immagini di Paolo Plazzi. È previsto un intervento musicale anche del coro della scuola media di Soave.
Zeno Martini

 

118 - La Voce del Popolo 26/02/13 San Giorgio e Torviscosa: cresce l'amicizia con Arsia
San Giorgio e Torviscosa: cresce l’amicizia con Arsia
ARSIA-SAN GIORGIO DI NOGARO Potrebbe continuare nel quadro dei programmi europei di cooperazione territoriale l’amicizia tra Arsia, San Giorgio di Nogaro e Torviscosa, avviata l’anno scorso tramite l’Associazione culturale sangiorgina per la ricerca storica e ambientale “Ad Undecimum”. È quanto confermato all’incontro organizzato domenica scorsa a San Giorgio di Nogaro per la presentazione dell’Annuario 2012 dell’Associazione in parola.
Presenti per la parte istriana il sindaco di Arsia, Josip Pino Knapić, e Tullio Vorano, presidente della Giunta esecutiva della Comunità degli Italiani albonese “Giuseppina Martinuzzi”, che firma uno dei numerosi testi nell’Annuario. Si tratta di un articolo sulla costruzione di Arsia, che è stato pubblicato in italiano e croato e che gli esponenti dell’”Ad Undecimum” hanno voluto inserire nella pubblicazione, uscita nel 25.esimo anniversario dell’Associazione culturale sangiorgina, per favorire “una migliore comprensione della nostra realtà”. Tale gesto è stato definito un primo, concreto, segno di collaborazione tra le tre comunità.
La costruzione di Arsia
Nel presentare il tema trattato al numeroso pubblico accorso nella sala conferenze di Villa Dora, Vorano ha confermato di aver voluto incentrare l’articolo sulle tappe salienti e i momenti più importanti nella costruzione di Arsia, cercando di mettere in evidenza il suo valore architettonico e urbanistico, come pure le idee innovative dell’architetto Gustavo Pulitzer Finali, che l’ha progettata e che ha coinvolto nel progetto pure Ugo Carà, autore del rilievo di Santa Barbara, patrona di Arsia, sulla facciata dell’omonima chiesa, e Marcello Mascherini, autore della statua del minatore-soldato, che è andata distrutta.
“Molti autori collegano Arsia al fascismo, periodo in cui fu costruita, ma va detto anche che è stata l’azienda carbonifera “A.Ca.I” a costruire la città, per assicurare una sistemazione ai 10mila dipendenti ingaggiati in quel periodo nelle miniere”, ha specificato Vorano.
Un legame di vecchia data
Parlando dell’Annuario dell’“Ad Undecimum”, gli esponenti di quest’ultima, tra cui il presidente, Andrea Dell’Agnese, e il vicepresidente, Adolfo Gianni Bellinetti, hanno ricordato che la prima edizione fu redatta su due pagine, mentre quella più recente che ne ha più di 170 e per la prima volta contiene un testo anche in croato. Confermata, inoltre, l’intenzione di continuare i rapporti di collaborazione e di interscambio con Arsia, con la quale Torviscosa condivide l’architettura, essendo pure la realtà friulana una città di fondazione, in cui si produceva cellulosa tessile, mentre San Giorgio di Nogaro, nell’ambito del quale Torviscosa fu costruita alla fine degli anni ’30 dello scorso secolo per poi diventare Comune a sé stante, vanta un’altra serie di legami con Arsia.
Ad esempio, come ha sottolineato Dell’Agnese, molti sangiorgini presero parte alle bonifiche eseguite negli anni ‘30 nel bacino di Arsia dalla ditta “Taverna”, mentre negli anni successivi numerose famiglie di Arsia si trasferirono a San Giorgio di Nogaro. Sugli stessi valori si baserà pure la collaborazione futura tra le tre realtà che si svilupperà, come accennato, nell’ambito delle candidature di progetti alle iniziative comunitarie, con le quali si promuovono collaborazioni transfrontaliere, transnazionali e interregionali.
Secondo Knapić, in questo senso la collaborazione con i due Comuni friulani potrebbe essere utile per il restauro di alcuni monumenti di Arsia, tra cui la chiesa e la Sala del cinema, con i mezzi dei fondi europei.
Tessera onoraria al sindaco Knapić
Alla fine della presentazione degli autori e dei temi dell’Annuario, il presidente dell’Associazione Dell’Agnese e il socio Lodovico Rustico, al quale si deve l’avvio dell’amicizia tra i tre comuni, hanno consegnato al sindaco Knapić la tessera di socio onorario dell’associazione “Ad Undecimum”.
In effetti, è stato proprio Rustico a notare, durante le sue vacanze in Istria e una visita ad Arsia, le similarità architettoniche tra la cittadina istriana e quella friulana. Nel luglio dello scorso anno, quindi, si era messo in contatto con Knapić e all’inizio di dicembre una delegazione di San Giorgio di Nogaro e Torviscosa, guidata rispettivamente dal sindaco, Pietro Del Frate, e dal vicesindaco, Mareno Settimo, aveva preso parte ai festeggiamenti in occasione della Giornata del Comune di Arsia e della festa patronale di Santa Barbara, visitando nell’occasione pure la miniera di Arsia.
Tanja Škopac

 

119 - Rinascita 25/02/13 Un Canto alla Patria perduta, spettacolo di Simone Cristicchi con "Magazzino 18"
Un Canto alla Patria perduta, spettacolo di Simone Cristicchi con “Magazzino 18”


L’esodo, il genocidio, l’infoibamento degli istriano-fiumani-dalmati
di Giovanni Luigi Manco
La canzone nasce nell’ottobre 2011, quando il cantante, a Trieste per cantare alla Sala Bartoli, visita il porto vecchio in ristrutturazione e in un locale, il magazzino 18, appunto, è sorpreso da una miriade di poveri oggetti, ammucchiati alla rinfusa, tanti da sembrare i resti di un terremoto, di una grande catastrofe naturale, ma su ognuno leggeva un nome di persona, quello di chi era stato costretto a depositarlo in quel magazzino per proseguire altrove…Roma, Foggia, Sardegna, Australia, Americhe…. Un popolo in fuga, costretto a lasciare tutto, a privarsi di tutto e a disperdersi nel mondo, a farsi cancellare etnicamente dalla faccia del mondo. L’arrivo dei partigiani di Tito sono stati un incubo per gli italiani.
Delle atrocità, incredibili quanto insensate, nessuno può elencarle, troppe e troppo angoscianti per non divorare il cuore. Il sindaco socialista di Capodistria, amico di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, è accecato e depredato; si passano per le armi tutti gli esponenti del movimento autonomista zanelliano di Fiume che già nel 1920 si erano battuti contro il fascismo; donne e bambine violentate s gli occhi dei familiari imbavagliati e legati. Ne rimase talmente scosso, sconvolto, da decidere che quella storia non poteva essere dimenticata, tutti dovevano conoscerla. Finisce col farne un bellissimo, struggente motivo, dedicato a Laura Antonelli e Sergio Endrigo, ambedue nati a Pola ed esuli, inserito nell’ultimo CD “Album di famiglia” che, con la collaborazione di Jan Bernas (giornalista polacco, autore di un libro “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”) diventa ora lo spettacolo che aprirà la stagione teatrale del Rossetti, a Trieste, il prossimo 22 ottobre.
Il dramma di un popolo che la diplomazia del dopoguerra ha avuto interesse a minimizzare, nascondere addirittura. Racconta Cristicchi: “Quando ho portato in scena la ritirata dalla Russia mi hanno accusato di essere comunista. Adesso che ho annunciato questo spettacolo sugli esuli dell’Istria mi sono arrivate accuse di fascismo. C’è molta confusione nella testa della gente. E c’è questa storia che invece va raccontata senza pregiudizi, senza creare polemiche, ma che è un terremoto della storia.”
La storia di un popolo espropriato della sua terra con la violenza fin dal1870, quando il governo austriaco decise di appoggiare il partito croato in chiave anti-italiana, a compimento del decreto firmato da Francesco Giuseppe del 1866 volto a tedeschizzare o slavizzare la regione, cancellando la presenza italiana.
Nel modello federativo asburgico ogni regione si avvaleva di una Dieta provinciale, legislativa ed esecutiva. Ebbene la Dieta dalmata del 1864 contava 32 rappresentanti autonomisti filo-italiani e 9 croati ma subito dopo il famigerato decreto del 1866 il peso del partito autonomista si ridusse a 26 eletti contro 15.
Dal 1870 Vienna concreta quindi la politica di snazionalizzazione, consegnando la maggioranza dietale in Dalmazia ai deputati di parte croa­ta. Siccome lo scopo non si poteva raggiungere lasciando libertà di voto agli elettori, che avrebbero optato per il partito autonomista (quello italiano, che nonostante un orientamento verso l’Italia, diventerà dichiaratamente irredentista quando la snazionalizzazione sarà reale e violenta), le elezioni si svolsero con un sistema destinato ad essere ricordato come “sistema dalmata”.
Liste truccate, voti doppi e tripli, annullamenti e alterazioni di voto, defunti alle urne, sostituzioni di personale e punizioni per chi denunciava le irregolarità, schieramento del clero a favore della “cattolicissima” Austria e contro lo Stato italiana nato dalla breccia di Porta Pia. acarsca il corpo elettorale era costituito da 260 elettori ma a votare per il partito croato furono in 290.
A Signo, dopo 8 giorni di voto (tempo lunghissimo dovuto alla costante superiorità del partito autonomista), si conteggiarono i voti di notte e siccome il partito autonomista filoitaliano risultava in maggioranza nonostante l’annullamento di centinaia di voti o attribuiti al partito croato, giunse l’ordine di porre termine alle votazioni e due compagnie di cacciatori tirolesi sgomberarono la sede elettorale, caricando con la baionetta inastata circa 200 votanti filoitaliani che dovevano ancora depositare il voto. Un copione destinato a ripetersi in tutta la Dalmazia. La maggioranza dietale andò così al partito croato, 25 eletti contro 15, che elesse a sua volta una giunta provinciale croata. Il dominio croato sulla regione dalmata, si origina da questa violenza che ha cancellato l’italianità della Dalmazia.
Una persecuzione metodica ,senza fine, continuata nel 1915 con la deportazione degli istriani su fronti lontani, costringendoli di fatto all’espatrio.
Confessa Cristicchi: “Voglio iniziare la rappresentazione con la strage di Vergarolla che nel 1946 a Pola vide morire un centinaio di italiani, bambini, famiglie giunte per assistere o partecipare ad una gara di nuoto. Un atto terroristico che segna l’inizio della paura, fuga. Ricordare Marinella Filipar, bambina di appena un anno, morta assiderata nel 1954, gli operai che impedirono a Bologna la distribuzione di latte ai bambini sul treno dei profughi. Una storia complessa che si apre come una matrioska e che va raccontata per restituire il senso di cosa sia essere italiani, restituendo il senso della dignità agli esuli che si ricostruiscono una vita, e a quelli rimasti al di là della frontiera dove ora si tende a croatizzare tutto, anche l’Arena di Pola e i leoni di San Marco.



120 - Il Piccolo 24/02/13 Il Saggio - Quando Quarantotti Gambini raccontò il suo amore in versi ma lo vide rifiutare da Einaudi
Quando Quarantotti Gambini raccontò il suo amore in versi ma lo vide rifiutare da Einaudi

Nello “Scrittore e i suoi editori”, edito da Marsilio, Daniela Picamus ricostruisce il coinvolgimento dell’autore in tutte le fasi di lavorazione e promozione dei libri

LETTERATURA - IL SAGGIO
di Alessandro Mezzena Lona
Anita Pittoni chiese a Pier Antonio di curare l’antologia “Il ritorno del padre” di Giani Stuparich, che uscì quando stava ormai morendo
Dalla Francia Gallimard gli chiese di togliere 200 pagine della “Calda vita” e lui si fece venire l’idea di ricavare due romanzi anche nella versione per l’Italia
Correggeva e riscriveva le pagine per scavarsi un posto tutto suo nel tempo, tra presente e futuro. E si chiedeva: «Quanto libri di trent’anni fa vengono letti e ristampati?»
Il rapporto con il cinema moltiplicato per tre Il rapporto controverso tra Quarantotti Gambini e il cinema è analizzato da Luciano De Giusti. Nel volume “Il tempo fa crescere tutto ciò che non distrugge”, pubblicato da Fabrizio Serra Editore con il contributo dell’Irci, che raccoglie, a cura di Daniela Picamus, i saggi scritti per le giornate di studio tenute a Trieste il 15 e 16 aprile del 2010. A esplorare il mondo dello scrittore sono anche Cristina Benussi, Massimiliano Tortora, Rolando Damiani, Giorgio Baroni, Riccardo Scrivano, Giulia Iannuzzi, Elvio Guagnini, Gilbert Bosetti, Fabio Russo, Roberto Spazzali. di Alessandro Mezzena Lona Non scriveva libri divorato dall’ansia di pubblicarli. No, Pier Antonio Quarantotti Gambini aveva un altro obiettivo: voleva durare. Sperava di trovare un posto, nel tempo, tutto per sé. Tra passato e futuro. Così, stava lì a cambiare e correggere, modificare e rifare le sue pagine. Chiedendosi: «Quanti libri di trent’anni fa vengono letti e ristampati? Vedi dunque che non sbaglio se perfeziono ogni mio libro, in vista, non tanto dei lettori del momento, quanto di quelli del futuro?». E a rileggere oggi le sue lettere agli editori, il dialogo serrato con amici preziosi come Bobi Bazlen, le note che lo scrittore andava seminando attorno ai romanzi, ci si accorge che Quarantotti Gambini era davvero molto avanti rispetto al suo tempo. Perché riusciva ad anticipare alcune trovate editoriali che, oggi, ottengono risultati importanti sul mercato dei libri. Non a caso una delle sue studiose più attente, la triestina Daniela Picamus, ha scandagliato a fondo l’archivio personale, donato dalla famiglia all’Istituto per la cultura istriano-fiumano-dalmata di Trieste, e altri archivi per mettere a punto un saggio documentato e pieno di rivelazioni: “Pier Antonio Quarantotti Gambini. Lo scrittore e i suoi editori” pubblicato da Marsilio nella collana “I giorni” (pagg. 247, euro 23) con il contributo dell’Irci. Quarantotti Gambini non faceva parte di quella razza di scrittori che considerano i propri testi intoccabili. Anzi, la sua “Rosa rossa” è stata un laboratorio aperto per quasi tutta la vita. E quando l’editore francese Gallimard gli impose di tagliare quasi 200 pagine della “Calda vita” per l’edizione francese, lui prese al volo quell’idea E decise di proporre all’editore Giulio Einaudi e al fidato agente Erich Linder una soluzione per quei tempi sconvolgente. In pratica, avrebbe estrapolato la parte triestina del romanzo, lasciando solo quella relativa all’arrivo sull’isola. Così ne avrebbe ricavato due romanzi distinti. Peccato che i tempi non fossero maturi per ipotesi così ardite. Non se ne fece niente, nemmeno quando Florestano Vancini trasformò il libro in un non eccelso film con la luminosa Catherine Spaak Sessant’anni più tardi, Mondadori avrebbe applicato un’idea del genere al fluviale romanzo “Il fuoco amico dei ricordi” di Alessandro Piperno. Che dopo l’accoglienza piuttosto modesta riservata alla prima parte, “Persecuzione”, ha portato lo scrittore romano a vincere il Premio Strega 2012 con la seconda parte, “Inseparabili”. Laureato in Giurisprudenza, convinto fin da giovanissimo che la scrittura non fosse per lui l’unica via («Se io riuscissi ad avere una famiglia e a guadagnare un poco, credo che sarei tanto contento che non scriverei più. È strano, io penso a quando non scriverò più come alla felicità. In fondo, non ho mai desiderato di diventare uno scrittore. Mi sarebbe piaciuto essere un grande generale e vincere tante battaglie»), Quarantotti Gambini era entrato molto presto in contatto con l’Italia di navigazione di Genova. Occupandosi di pubblicità: era, in sostanza, una sorta di copywriter. Quel lavoro, che avrebbe lasciato abbastanza presto, sembrava perfetto per lui. Molto più del giornalismo, a cui si dedicò in seguito, senza eccessivo entusiasmo. Se all’Italia di navigazione cosigliava come pubblicizzare la linea che attraversava il Canale di Suez, pesando con attenzione ogni singola parola, quando aveva iniziato a dialogare con i maggiori editori italiani (da Treves a Garzanti, da Einaudi a Mandadori), non si era trovato impreparato. Nelle lettere editoriali, infatti, dimostrava di sapere perfettamente come si accompagna un libro sul mercato. Dettava le sue condizioni economiche con semplicità e chiarezza, senza ingordigia. Evitava di promettere manoscritti nuovi se sapeva benissimo di non avere niente di buono, di pronto tra le mani. Indirizzava lamentele precise quando era convinto che qualcosa non funzionasse troppo bene. Nella tormentata vicenda editoriale che ha segnato “L’onda dell’incrociatore”, vincitore del Premio Bagutta nel 1948 con un titolo suggeritogli dal grande poeta Umberto Saba, si rivolgeva a Einaudi senza peli sulla lingua: «Non avrei mai pensato che un mio romanzo affidato a un editore del Suo nome e della Sua organizzazione avrebbe incontrato, per vedere la luce, tanti intoppi e tanti contrattempi La mia stessa fiducia nella Sua casa comincia ad essere alquanto scossa». Convinto che i suoi libri attirassero soprattutto un «pubblico colto», pur senza snobismi, Quarantotti Gambini seguiva tutte le tappe nella gestazione di ogni suo libro. Arrivando a suggerire la frase da mettere sulla fascetta d’accompagnamento. Lamentandosi quando veniva sbagliato il tempo di invio nelle librerie. Rendendosi perfettamente conto quando tirava una brutta aria per un suo lavoro. “Primavera a Trieste”, per esempio, lasciava perplesso e imbarazzato Einaudi. Forse perché “fuori linea”, dal punto di vista politico, rispetto agli altri volumi delle collane. Nel libro della Picamus, si scopre anche la grande generosità di Quarantotti Gambini. Che, su richiesta di Anita Pittoni, non esitò a proporre a Einaudi un’antologia dei migliori scritti di Stuparich, uscita con il titolo “Il ritorno del padre” proprio mentre l’amico Giani stava morendo. E il bello è che Pier Antonio non volle prendersi nessun meritò. E riuscì anche a sventare un’inopportuno intervento di Giorgio Bassani, che si era mezzo di mezzo per offrire l’uscita di un’antologia, più o meno analoga, con Feltrinelli. Morto lo scrittore troppo presto, nel 1965, tra le mani del fratello Alvise rimase, tra l’altro, uno degli inediti più emozionanti e anomali nella sua produzione letteraria. Quel “Racconto d’amore” in versi in cui Quarantotti Gambini decise di svelare la sua passione per la pittrice triestina Franca Luccardi. «Sei stata la mia rondine / tu che sfrecciasti rapida / nel ciel dei miei vent’anni / per te rinati». Un altissimo precipitare nei segreti del cuore, quel racconto in versi, che Einaudi non se la sentì di pubblicare. Uscito per Mondadori, è sparito troppo in fretta. Come tanti altri libri di questo grande artigiano del prodotto libro.

 

121 - Il Sole 24 Ore 24/02/13 Cultura - Una voce italiana in Istria
Cultura
Una voce italiana in Istria
«Italiani, sappiate resistere. La vostra Italia, l'Italia di Garibaldi e di Matteotti, ritornerà nella Venezia Giulia, è la voce di 45 milioni di Italiani che non ci hanno dimenticato e non ci dimenticheranno». Così esordivano le trasmissioni di Radio Venezia Giulia che iniziarono nel novembre 1945 per finire nel settembre 1949 ed essere riprese fino al 1954 sotto l'egida della Rai. Ma la stagione per così dire «eroica» fu quella iniziale fino alla metà del '47, quando a dirigerla fu Pier Antonio Quarantotti Gambini col fratello Alvise, e lo zio Antonio De Berti, deputato socialista, già sindaco di Pola, con la collaborazione del diplomatico Justo Giusti del Giardino, incaricato dal ministero degli Esteri di sovraintendere all'attività della radio.
Lo scopo, quello di portare la voce dell'Italia nei territori dell'Istria, occupati dagli jugoslavi, e sostenere l'animo dei connazionali, per evitare una inconsulta emigrazione, prima della conclusione del trattato di pace. Nell'agosto del '46 il governo italiano andò alla Conferenza di Parigi con qualche tenue speranza di salvare qualcosa, ma trovò i giochi già fatti, la fermissima decisione sovietica di appoggiare fino in fondo le pretese jugoslave, non ostacolata nemmeno dagli americani, i più accomodanti con gli italiani. Restava aperta solo la questione di Trieste, occupata dagli anglo-americani, che anche per ragioni strategiche, con il suo grande porto, non volevano cederla al blocco comunista, ma si determinò una incertezza nella delimitazione dei confini, che presero forma in due zone intorno alla città, A e B, l'una sotto controllo alleato, l'altra jugoslavo, poi risolta solo nel 1954 con l'annessione definitiva di Trieste e della zona A.
L'Istria fu una tragedia e l'esodo degli italiani una pulizia etnica, che i Balcani tornarono a sperimentare dopo l'89. Una tragedia che l'Italia volle subito rimuovere dal suo immaginario collettivo e gli istriani furono abbandonati, essendo immigrati in patria, alle loro memorie. Non si ricorda che, nei traumatici eventi della Seconda guerra mondiale, quelle terre italiane soffrirono di più e parteciparono al dramma che investì tutta l'Europa orientale durante e dopo la guerra. Non è un caso che a ricostruire quegli eventi sia stata poi una storiografia di grande qualità, pressoché tutta di marca triestina e dintorni. A questa Roberto Spazzali aggiunge un tassello con «Radio Venezia Giulia».
L'uso della radio come strumento di propaganda, anche durante la guerra fredda, da ambo le parti, non è una novità. Ognuna ha una sua storia. Questa di Radio Venezia Giulia è particolarmente emblematica. Ricostruita su di una messe di minuti documenti ci mostra il peculiare intreccio di ingredienti che ne accompagnarono l'attività. Si trattava di dare notizie non solo dall'Italia libera e democratica, ma di raccogliere notizie su quanto accadeva nelle zone occupate dagli jugoslavi. Non era libera informazione, ma lavoro di "intelligence", su cui necessariamente si incuneava e sovrapponeva quello degli apparati jugoslavi, quindi contrasto tra spionaggio e controspionaggio.
Si dimentica inoltre che la nostra frontiera orientale fu frontiera aperta, e le pretese jugoslave cessarono solo col voto del 18 aprile 1948, che fece definitivamente abbandonare a Stalin l'idea di un'espansione in Italia, con l'abbandono dell'ipotesi d'una guerra civile nel nostro Paese e di qui il lento smantellamento dell'apparato militare clandestino del Pci, a cui la rottura tra Stalin e Tito, nell'agosto di quell'anno, diede la sanzione ultima, donde l'assai tardivo allineamento comunista su posizioni propriamente "nazionali". Ma, proprio per ciò, la "guerra fredda" con Tito fu poi assai diversa da quella contro Stalin, e l'appoggio occidentale a Tito, con tutte le sue ambiguità e complessità diplomatiche, non era destinato a fornire all'Italia, nemmeno dalla sua parte, un appoggio sicuro. Donde le difficoltà di questo servizio radiofonico, che non doveva fornire pretesti di non meditato "nazionalismo" da parte italiana, a cui invece sembrò inclinare il breve governo Pella nel 1953. Tuttavia, fino al 1954, non venne mai meno, dovendo via via cedere ai fatti compiuti.
Roberto Spazzali, Radio Venezia Giulia, Libreria Editrice Goriziana, pagg. 222, € 24,00

 

122 – La Voce del Popolo 22/02/13 Cultura - Ricordate la figura e l'opera di un grande figlio di Pirano "Diego de Castro 1907-2007"
Ricordate la figura e l’opera di un grande figlio di Pirano
PIRANO | Serata densa di contenuti quella di ieri l’altro a Pirano, che ha ospitato la presentazione degli atti del convegno internazionale di studi “Diego de Castro 1907-2007”, curati da Kristjan Knez e Ondina Lusa, usciti nella collana “Acta Historica Adriatica”, volume sesto della Società di studi storici e geografici di Pirano e nelle edizioni “Il Trillo”, della Comunità degli Italiani “Giuseppe Tartini”.
Al Centro culturale-pastorale “Georgios”, un numeroso pubblico ha seguito la presentazione ufficiale del volume che raccoglie i contributi proposti alle due giornate di studio, promosse in occasione del centenario della nascita dell’insigne Piranese, intellettuale impegnato e dai molteplici interessi. L’opera è uscita in concomitanza con il decennale della sua scomparsa. Discendente di uno dei casati più antichi della città e dell’Istria, il professore fu una figura poliedrica, distintasi in vari campi, con risultati eccezionali. Fu statistico, demografo, docente universitario, pubblicista, storico, uomo d’azione politica, diplomatico, attento osservatore della realtà in cui visse, e, soprattutto, una mente libera che ha sempre rifiutato gli schematismi.
Un’eredità agli uomini di buona volontà
Vari gli indirizzi di saluto e gli interventi che hanno focalizzato l’importanza di questo erudito, l’opera svolta durante la sua lunga esistenza (Pirano 1907-Roletto 2003), ma anche l’eredità lasciata agli uomini di buona volontà, specie nella ricomposizione di un popolo che i tragici eventi del secondo dopoguerra avevano lacerato. Con garbo e briosità,
Marina Paoletić, segretario della Società piranese, ha moderato la serata, ricordando l’attività e l’impegno del sodalizio nello studio del passato e del retaggio storico-culturale adriatico. Ha auspicato pure l’importanza di far conoscere i grandi nomi della nostra terra ai ragazzi delle scuole.
Dopo i saluti del presidente della CI, Manuela Rojec, Nadia Zigante, presidente della CAN italiana di Pirano, ha sottolineato che Diego de Castro fu sì un uomo di cultura, ma anche vicino alla cittadina e alla sua Comunità italiana.
Il vicesindaco del comune di Pirano, Bruno Fonda, ha definito il professore una figura importante, essenziale della storia di queste terre, un illustre istriano del Novecento, con una vastissima cultura, uno degli statistici italiani più importanti, che rappresenta un “documento reale della nostra presenza storica”.
Contro il “furto della memoria”
Maurizio Tremul, presidente della GE dell’UI, ha rimarcato l’importanza delle iniziative svolte, sia con il convegno di studi sia con la pubblicazione degli atti, finalizzati alla valorizzazione di “un grande figlio di Pirano”, che rappresenta un orgoglio per tutti. A suo avviso è un’operazione importante, specie di fronte al continuo “furto della memoria” e dei tentativi di slovenizzazione e croatizzazione del patrimonio storico-culturale e delle personalità di rilievo originarie delle regioni affacciate sull’Adriatico orientale. Tremul ha poi avanzato la necessità di tradurre lavori di questo tipo anche in lingua slovena e croata per diffondere la verità storica.
Significativo l’intervento della figlia, Silvia de Castro , che ha sottolineato quanto fondamentale sia stato il legame di suo padre con i connazionali della città natale, dopo la morte della moglie Franca a seguito di una lunga e complicata malattia. A suo dire quel rapporto gli giovò moltissimo, tant’è vero che trascorse una “vecchiaia invidiabile”. Ebbe modo di stringere una stretta amicizia con gli italiani di Pirano, entrando a contatto con persone molto più giovani di lui, molto attive, che rappresentarono uno stimolo importante e gli fornirono una carica d’energia.
Ai presenti è stato letto anche il messaggio giunto dal nipote Alessandro Costanzo de Castro, residente a Genova, nel quale ha ringraziato per quanto si sta facendo. “Gli atti sono in sé un piccolo monumento alla memoria del nonno. Un coro a più voci dove la sua vita e il suo impegno sono visti e inquadrati dalle tante prospettive – pubbliche, accademiche e private – che hanno segnato la sua lunga ed intensa vita. Ne esce lo spaccato di un grande uomo, ben voluto e rispettato da molti”.
Kristjan Knez, in veste di presidente della Società di studi storici e geografici, ha sottolineato i profondi nessi esistenti tra il casato de Castro e il territorio compreso tra Pirano e Salvore. “Nella galleria degli istriani distinti, Diego de Castro occupa indubbiamente un posto di prim’ordine. Mente acuta, personalità di grande intelletto, sensibile ai problemi del suo tempo”.
E ha posto l’accento sul suo impegno per “salvare il salvabile” al confine orientale d’Italia nonché sul ruolo svolto con competenza e attenzione nella difesa della verità storica degli Italiani dell’Adriatico orientale, “troppe volte mistificata o semplicemente omessa”. “È stato un uomo culturalmente impegnato – sempre Knez –, che mal tollerava l’Italia ‘sbadata’, che aveva abbassato la saracinesca e dimenticato tutto e tutti in quelle che erano ormai solo le ‘terre perdute’”.
Impossibilitato ad intervenire a causa di un male di stagione, Ezio Giuricin , giornalista di TV Capodistria e collaboratore del CRS di Rovigno, ha fatto pervenire un testo ricco di considerazioni e di spunti.
Una mente brillante e coraggiosa
“Diego de Castro è sicuramente una delle personalità e delle menti più brillanti delle nostre regioni, è stato un ‘precursore’, un intellettuale capace di immaginare nuovi orizzonti culturali e politici, uno dei primi coraggiosi e disinteressati fautori del dialogo tra esuli e minoranza, e della necessità di sostenere con ogni mezzo la ‘comunità dei rimasti’, quale presupposto per l’affermazione della continuità della presenza italiana nell’Adriatico orientale”.
Dean Krmac, storico e segretario della Società umanistica Histria di Capodistria, ha proposto alcune considerazioni sullo studioso di demografia. Fuori dalla Venezia Giulia de Castro è conosciuto soprattutto per il suo impegno scientifico in quel campo; è stato uno dei maggiori statistici e ha contribuito al suo sviluppo in Italia
Tra i suoi lavori “Qualche considerazione sui concepimenti antenuziali” (1933), “La revisione luogotenenziale del censimento austriaco del 1910 a Trieste” (1946), nel corso delle trattative che avrebbero portato alla firma del Trattato di pace, il cui studio analitico fu pubblicato solo un trentennio più tardi, o l’ambizioso lavoro di ricerca “L’età media degli sposi al matrimonio nel corso di due secoli (1739-1938)”, che non poté portare a compimento poiché nel corso del secondo conflitto mondiale, una bomba cadde sulla Facoltà di economia e commercio dell’ateneo torinese e i crolli danneggiarono la cassa contenente circa ventiquattromila schede che attendevano d’essere elaborate.
Il docente universitario fu anche un ottimo divulgatore e grazie alla profonda conoscenza della materia e ad uno stile di scrittura accattivante seppe diffondere al vasto pubblico argomenti che potevano sembrare ostici. Lo testimoniano i suoi numerosi articoli pubblicati su “La Stampa” di Torino dal 1948 al 1981, sugli studi sulla popolazione, il trend, la mortalità, le nascite e il loro controllo, gli aborti, le famiglie, i matrimoni, i divorzi, il movimento migratorio sia interno sia con l’estero. Affrontò gran parte degli aspetti legati alla demografia e li presentò a un’ampia cerchia di lettori.
Una carriera invidiabile
Quando aveva iniziato a manifestare il suo interesse per la disciplina non esisteva ancora uno specifico corso universitario. Dopo la laurea in giurisprudenza conseguita nel 1929 all’Università di Roma, incentrata sull’impostazione teorica della statistica giudiziaria penale, iniziò a seguire i corsi di Scuola statistica. Gli anni Trenta del secolo scorso rappresentarono una stagione fondamentale e ricca di stimoli per il Piranese.
A tre anni dalla laurea conseguì la libera docenza in statistica, trovò impiego presso le Facoltà di giurisprudenza degli atenei di Messina e di Napoli, tra il 1932 e il 1935 a Torino fu assunto all’Istituto superiore di scienze economiche e commerciali e nel 1937 lo troviamo professore ordinario di statistica alla Facoltà di economia e commercio. Fu proprio lui a fondare l’Istituto di statistica e lo diresse sino al 1972, per poi passare alla Facoltà di scienze statistiche e matematiche e attuariali della “Sapienza” di Roma, ove insegnò statistica e demografia.
Sempre a precorrere i tempi
Anche Chiara Vigini, del direttivo della Società nonché presidente dell’IRCI di Trieste, ha evidenziato che “qualche volta si invecchia bene”, di conseguenza il professore mantenne e sviluppò ulteriori relazioni con un’ampia cerchia di persone, un aspetto indubbiamente positivo. Ha posto l’accento sulla sua lungimiranza e il suo essere un precursore dei tempi.
E si è soffermata pure sulle “Memorie di un novantenne. Trieste e l’Istria”, un volume accessibile a tutti, anche ai non addetti ai lavori, a differenza del monumentale “La questione di Trieste. L’azione politica e diplomatica italiana dal 1943 al 1954”, in cui emergono tanti retroscena legati all’intricata definizione del confine tra Italia e Jugoslavia, di cui fu un protagonista, spiegati con semplicità e puntualità. Sottolineò quanto importante sia conoscere l’Istria attraverso le persone, poiché proprio dalla conoscenza nasce la pace.
Giorgio Tessarolo, già direttore centrale per le relazioni internazionali e autonomie locali della Regione FVG e componente del collegio di consulenza della presidenza dell’IRCI, ha definito de Castro uno dei maggiori esponenti istriani del XX secolo, paragonabile “ai grandi umanisti europei”, “un signore nell’accezione più pregnante e nobile nei sentimenti” ma anche “profondamente istriano, che invitava a parlare in dialetto istro-veneto anche con i propri figli”.
Infine è intervenuta
Ondina Lusa, tesoriere della Società e uno dei curatori del volume, che ha illustrato alcune delle fasi di elaborazione di un lavoro articolato e impegnativo. “Per me che l’ho conosciuto personalmente e avuto l’onore di corrispondere con lui per un decennio viene spontaneo mettere in evidenza il suo impegno nei nostri confronti e la disponibilità nel voler esserci vicino nelle nostre iniziative sia nell’ambito della comunità sia in quello della scuola”. A riprova del forte interesse del prof. de Castro per gli Italiani della terra in cui è nato.
Italo Dapiran

 

123 - Il Piccolo 28/02/13 Negli articoli di Stuparich impegno civile e cultura per resuscitare Trieste
Negli articoli di Stuparich impegno civile e cultura per resuscitare Trieste

SCRITTORI - RACCOLTA
L’Italia s tremata del dopoguerra, il futuro angoscioso della città e della Venezia Giulia, l’amore per l’Istria: un’antologia politica ed etica
di CHIARA MATTIONI
A guardare retrospettivamente la vita di un uomo, è sempre possibile individuare uno o più nodi cruciali da cui dipende la piega della sua esistenza. Nel caso di Giani Stuparich, i “nodi” sono due: il sangue e la guerra. “Chi crede che la vita sia soltanto nel domani e trascura la memoria, toglie il nervo al proprio sviluppo”. Questa è la frase con cui lo scrittore apre l’articolo su “La Voce libera” del 13 agosto 1945, ed è precisamente da questo assunto che occorre partire per sentire quanto mai attuale l’intensità dell’impegno politico e civile profuso nell’arco di una vita. Una vita che ha attraversato due guerre e buona parte del tragico, confuso, disorientato Novecento. Scritti politici e civili di Giani Stuparich nel secondo dopoguerra, a cura di Patrick Karlsen (EUT, pp.139, 13 euro) con prefazione del rettore dell’Università di Trieste Francesco Peroni e postfazione di Fabio Forti, presidente dell’Associazione Volontari della Libertà, è una raccolta di articoli usciti sulle testate di maggiore diffusione a livello cittadino e nazionale tra il 1945 e il 1961, opportunamente scelti per approfondire le conoscenze su un periodo della vita dello scrittore e su una sezione della sua produzione “meno frequentata” rispetto a quella che ha come oggetto l’esperienza della grande guerra. Ne esce contestualmente un documento autentico della situazione particolare di Trieste dopo il secondo conflitto mondiale. Mentre per le altre nazioni si apriva un periodo di rinascita, Trieste ha avuto prima i 45 giorni di occupazione jugoslava, poi l’occupazione anglo americana, infine la beffa del Territorio Libero e la mutilazione dell’Istria. Intuibile l’amarezza di Stuparich dopo un percorso come il suo. Figlio di Marco, istriano di Lussinpicccolo, socialista, amico personale di Ragosa (compagno di Oberdan), e diverse volte incarcerato a causa di manifestazioni per la libertà, l’adolescente Giani già non può “soffrire gli austriacanti”, e già dagli anni del liceo il suo orientamento civico-politico è netto, a fianco degli irrendentisti e dei socialisti. Perciò, dopo i colpi di pistola sparati a Sarajevo, che sembravano allontanare l’agognata unità europea, la guerra gli era sembrata l’unica soluzione per strappare all’Impero asburgico Trento e Trieste. Insieme al fratello Carlo, parte volontario nel gennaio 1915 come granatiere sul Carso e sul Collio per contribuire al disegno configurativo che rilanciasse Trieste porto europeo ma città italiana. E, come segnala Forti in questo volume, in una lettera del 1922 a Elsa Dallolio, Stuparich scrive: “Dopo la guerra non è più possibile vivere come prima”. Da lì nasce il pensatore in cui prevalgono l’onestà intellettuale, la severità, la malinconia per gli ideali cancellati che a un certo punto lo porteranno “a un ripensamento, un ripiegamento che lo terrà sospeso” scrive Karlsen. Tutti elementi di una tensione morale che confluiscono in una personalità tormentata e intensa. Nella seconda metà degli anni ’50, ormai prossimo alla fine, tra gli ospiti importanti - e ormai storicizzati - del salotto di Anita Pittoni, “pur essendo virtualmente al centro, stava spesso in silenzio” ricorda Stelio Mattioni, che lì lo conobbe. La testimonianza di Stuparich è tanto preziosa quanto per noi oggi è difficile immedesimarci in quell’anelito di libertà che spinse tanti giovani italiani a prendere le armi fino a immolarsi, e ritrovare le basi della battaglia contro il fascismo condotta da tanti intellettuali. Nel secondo dopoguerra, quando in un’Italia stremata e al centro di una situazione politica scissa, la carta stampata trovò particolare fervore, gli articoli politici e civili di Stuparich – l’antologia lo mette bene in evidenza – hanno una voce forte e chiara. Nel 1945, solo a Trieste, uscirono ben 42 testate tra riviste, periodici e quotidiani. In questo volume sono selezionati articoli tratti da “La voce libera”, “Illustrazione italiana”, “Il Ponte”, “La stampa”, “Il Giornale di Trieste”, “Epoca”, “Il Tempo”, per citare alcune pubblicazioni. “Per Giani,” scrive ancora Karlsen nell’introduzione, “ricominciare a esprimersi pubblicamente equivalse a riannodare i legami con una parte fondamentale di sé”, cioè “l’impegno civile e la battaglia culturale intesa come strumento di cambiamento della realtà (…). Nel dopoguerra, carico di nuove pesanti delusioni, gli articoli radunati in antologia attestano una battaglia senza posa su un doppio versante: quello nazionale, per una pace che fosse la meno onerosa possibile, territorialmente parlando, e per l’affermazione dell’appartenenza della Venezia Giulia all’Italia”. La Venezia Giulia, ancora arbitrariamente divisa in una zona A e in una zona B, governata nei modi più contrastanti, palleggiata di qua, soffocata di là, scrive Stuparich nell’articolo “Venezia Giulia, quale giustizia?” nel marzo del 1946. Articoli che fanno balenare qualcosa di essenzialmente vitale, e che, in una lettura organica, diventano saggio e memoria. Importante e insistito il tema culturale. Peroni sottolinea come Stuparich scriva pagine di “impressionante lungimiranza sul ruolo dell’Università a Trieste”, unica istituzione “immune dal rigore dei confini politici, grazie alla naturale propensione del sapere scientifico a circolare senza barriere”. Così come ha dedicato uno splendido capitolo a Trieste nei miei ricordi al Liceo Dante, in cui era stato alunno e insegnante, alla cultura umanistica e ai suoi giovani. I giovani di una città che aveva in sé la possibilità di una cultura nuova, moderna, che “sarà viva nell’Europa di domani, fusione di civiltà, di sud e di nord, d’occidente e d’oriente”. L’altro tema che emerge con forza è la bruciante mai sopita delusione per la perdita dell’Istria, ancora più acuta in lui che fondeva nel suo sangue le due origini (“il sangue lussignano in me non si smentisce”), che nelle sue pagine propone spesso, fisicamente presente, l’Istria della sua infanzia, fatta di “insenature di mare turchino che penetrano nel verde della campagna”, e che non perdona ai governanti “di aver permesso lo strazio di Zara, di Fiume, il suicidio di Pola e la tragedia di tutte le nostre belle città istriane, italianissime fin nelle pietre”. “Giani Stuparich, oltre a essere triestino, volle sempre essere considerato un istriano” scrive Quarantotti Gambini sul Piccolo dell’8 aprile 1961. La memoria è il fondamento del progresso. Per questo, gli articoli scelti nel volume non sono una lettura anacronistica, tutt’altro

 

124 - La Voce del Popolo 27/02/13 Cultura – Fiume : Giornali storici lunga vita a «La Bilancia»
Giornali storici: lunga vita a «La Bilancia»
Sta entrando nella fase finale il delicato e per molti versi anche mastodontico lavoro di recupero del giornale “La Bilancia”, una delle testate storiche, uno dei principali mezzi d’informazione della Fiume a cavallo tra XIX e XX secolo. Il progetto di restauro e conservazione dell’intera serie, che si è articolata per ben cinque lunghi decenni, viene portato avanti dalla Biblioteca Universitaria di Fiume, nel cui fondo archivistico il giornale viene conservato – assieme ad altre pubblicazioni – secondo precise condizioni per tutelare la sua durabilità. L’amministrazione cittadina prevede per quest’anno uno stanziamento di 25mila kune a sostegno di tale iniziativa.
Un’eredità gloriosa
“La Bilancia” fu, tra i giornali locali, quello che sopravvisse per il periodo più lungo. Fondato a Fiume da Emidio Mohovich nel 1868, anno che sancì la fine dell’occupazione croata e l’istituzione del “corpus separatum” (direttamente annesso al Regno d’Ungheria), uscì fino al crollo della Monarchia austro-ungarica, dopo la Prima guerra mondiale, anzi andò avanti fino al 1919.
Fu proprio l’intelletto del suo fondatore a dettare l’orientamento culturale, sociale e anche politico dell’intero popolo fiumano nel corso degli svariati decenni. Il giornale veniva pubblicato nello Stabilimento Tipolitografico Fiumano di Emidio Mohovich che, spronato dalla sua creatura giornalistica, caratterizzò tutto il secondo Ottocento con la pubblicazione di volumi, periodici, riviste, almanacchi, annuari, lunari, atti e bollettini ufficiali, programmi di istituti di istruzione, come pure numeri unici e fogli volanti.
Come gli altri tipografi, anche Mohovich stampava sia opere in lingua italiana, sia in croato e in ungherese. Una grande babele, che dimostra la convivenza in città di etnie e culture diverse.
Testimone della multiculturalità
“La Bilancia” fu testimone di tutto ciò. Esordì prima nella versione generica di settimanale, quindi si trasformò in settimanale politico d’indirizzo liberale e filogovernativo, per diventare nel 1895 un quotidiano. Mohovich e la sua redazione hanno avuto il merito di aver radicalmente cambiato la cultura dell’informazione a Fiume.
Infatti, all’inizio, seguendo le usanze dell’epoca, il foglio si limitava a registrare gli eventi, ma successivamente quest’aspetto fu modificato e la testata iniziò a riportare le dichiarazioni degli interessati o degli intervistati, a presentare diversi punti di vista e a costruire attente analisi. Insomma, oltre a informare, cominciò a fare opinione.
Alla creazione di Mohovich – che oltre ad avere adoperato la pratica moderna della citazione diretta della fonte come prova di attendibilità e obiettività del giornalista – gli viene attribuito pure il merito di aver introdotto a Fiume, agli inizi del XX secolo, la prassi dell’edizione straordinaria in occasione di eventi di particolare rilevanza. In definitiva, “La Bilancia” è stata una macchina informativa che è riuscita a raccogliere attorno a sé cronisti, scrittori, intellettuali e altre gente comune.
Un foglio che, con i suoi contenuti e forme, è stato un prezioso e brillante testimone della vita della città, dei cambiamenti vissuti dalla società fiumana e dell’emergere della classe borghese. Uno strumento che ha dato l’impressione di difendere i cittadini contro gli abusi del potere.
La prassi della conservazione
Evgenija Arh, coordinatrice dei lavori per la protezione delle opere letterarie alla Biblioteca Universitaria, ci ha introdotto alle pratiche di manutenzione che interessano pubblicazioni come “La Bilancia”. “I lavori di conservazione del patrimonio archivistico sono iniziati nel 1968 – ha spiegato la Arh –. E ciò grazie all’apporto dell’allora Fondo repubblicano per la cultura che attraverso il trattamento della laminazione ha protetto circa mille fogli de ‘La Bilancia’.
La laminazione è un processo che conferisce alla stampa una maggiore resistenza agli agenti climatici e meteorologici. In poche parole aumenta notevolmente la durata nel tempo del supporto e della sua cromia, oltre a rendere la stampa più qualitativa dal punto di vista estetico e disponibile quindi alla grande utenza.
Nel 2007 la Biblioteca Universitaria ha intensificato la conservazione del giornale, scoprendo tra l’altro che dei 200 volumi che compongono l’intera serie, trentuno di questi non hanno subito alcun procedimento di protezione.
Grazie ai finanziamenti della Regione litoraneo montana e della Città di Fiume, dal 2008 ai giorni nostri l’ente bibliotecario è riuscito a salvaguardare altri 26 volumi. Complessivamente risulta protetto circa il 90 p.c. del giornale. Sono, invece, ancora in attesa del processo di laminazione, 6.732 fogli de ‘La Bilancia’”, ha concluso Evgenija Arh.
Gianfranco Miksa

 

125 - Osservatorio Balcani 26/02/13 Topografie della memoria tra Gorizia e Nova Gorica
Topografie della memoria tra Gorizia e Nova Gorica
Luciano Panella
Un museo diffuso, sul territorio, con totem multimediali a mappare i luoghi che raccontano la storia in comune e divisa di due città: Gorizia e Nova Gorica
Separare un territorio tradizionalmente plurilingue e multiculturale, dividendolo tra due paesi, provoca una vera e propria ferita, una ferita che si concretizza nella linea di confine che, oltre a dividere la vita degli abitanti, taglia in due case, campi, piazze.
A Gorizia per molti anni uno dei luoghi più emblematici a questo proposito è stata la piazza con la stazione ferroviaria della Transalpina. Nel secondo dopoguerra infatti, l’edificio della stazione, costruito sotto gli Asburgo e inaugurato nel 1906 dall’arciduca Francesco Ferdinando, finì in territorio sloveno, mentre parte della piazza rimase in quello italiano, con un impatto visivo che ricordava la Porta di Brandeburgo nella Berlino divisa in due.
Nel contesto goriziano il confine, oltre a dividere, ha contribuito a far nascere una nuova città a ridosso della prima, Nova Gorica, che già nel nome voleva differenziarsi dalla “vecchia” Gorizia.
Le vicende drammatiche del confine, ma anche gli aspetti quotidiani del vivere comune, il reciproco interesse in quello che l’altro aveva da offrire, al di là delle impostazioni politiche, tutto il patrimonio di esperienze vissute da un lato e dall’altro, è ora raccolto nel progetto europeo Strade della Memoria, il primo esempio italiano di un percorso museale transfrontaliero e proposto dall’Associazione Culturale goriziana Quarantasettezeroquattro.
Si tratta di un progetto sostenuto dall’Unione Europea (Europe for Citizens), dalla Regione, dalle Province di Gorizia e di Trieste, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Gorizia, in collaborazione con molti altri partner, tra cui le Università di Trieste, Udine, Lubiana e il Museo Nazionale di Storia Contemporanea della Slovenia.
All’interno del progetto troviamo l’iniziativa Topografie della memoria - Museo diffuso dell’area di confine che propone una mappatura dei luoghi più significativi nella storia tra le due città, ripercorrendo le vicende del secondo dopoguerra e delle sue divisioni.
In questo percorso è presente anche la piazza transfrontaliera della Transalpina, scelta simbolicamente per inaugurare l’iniziativa qualche settimana fa. In questa piazza, ma anche in altri luoghi di Gorizia e Nova Gorica, sono stati disseminati dei totem multimediali, realizzati dall’Associazione 47/04, con contenuti e informazioni storiche sul luogo e sul contesto, materiali visualizzabili anche con dispositivi mobili che permettono di collegarsi automaticamente a pagine Internet.
Il progetto
“Topografie della memoria – Museo diffuso del Novecento” è un percorso interattivo e multimediale che collega luoghi significativi non solo per la storia ufficiale ma anche per quella individuale dei cittadini.
Centrale nell’iniziativa è la raccolta delle testimonianze orali, delle storie di vita dei cittadini di Gorizia e Nova Gorica che hanno vissuto nell’area di confine nella prima metà del Novecento. A partire dai racconti di vita sono stati “riattivati” una serie di luoghi sensibili sotto il profilo della memoria pubblica e privata.
Si è creata così una nuova “mappa” storica ed emotiva del territorio, un itinerario composto da 10 tappe (6 a Gorizia e 4 a Nova Gorica) in cui un’installazione (totem) inviterà a soffermarsi ad osservare lo spazio circostante.
Attraverso un qualsiasi dispositivo connesso a internet (tablet, smartphone, pc) sarà possibile fotografare un codice QR che consentirà l’accesso immediato una serie di contenuti multimediali e audiovisivi: sarà possibile osservare gli spazi come sono oggi e al contempo ascoltare i racconti e afferrare i punti di vista di coloro che hanno vissuto nel passato, ricollegando le aree della città a una molteplicità di eventi ed emozioni.
www.topografiedellamemoria.it

 

126 - Il Piccolo 27/02/13 Stampa croata: «Tifone Grillo? Rischio fascismo»
«Tifone Grillo? Rischio fascismo»
Analisi spietata sulla stampa croata. Il Delo: «Ora Roma è ingovernabile»
TRIESTE Meritano la prima pagina in Slovenia e Croazia le elezioni politiche in Italia. Il Delo di Lubiana titola: «L’Italia non sa come sarà governata»; lo Jutarnji List di Zagabria: «Berlusconi e Bersani combattono per il governo, al comico un quarto dei voti». Il quotidiano croato racconta lo spoglio delle schede e spiega il sistema elettorale italiano alquanto complesso e, per certi versi, bizzarro. Ma interessante è l’analisi croata del voto a favore di Grillo. Per lo Jutarnji, infatti, il M5S altro non è che il manifestarsi di una forte dose di populismo, lo stesso che negli anni passati veniva rappresentato dalla Lega al Nord e che oggi invece vine “giocato” da Grillo «dalle Alpi a Lampedusa». Ma il populismo, avverte il quotidiano croato, altro non è se non la porta d’ingresso che porta al fascismo già al potere in Italia dal 1922 a tutta la Seconda guerra mondiale. Lo sloveno Delo, invece, pubblica in prima pagina un commento dal titolo emblematico: «Come ci assomigliamo!» alludendo alla situazione politica italiana e a quella slovena. Il commentatore Tone Ho›evar, corrispondente da Roma, sostiene che in Italia adesso nessuno sarà in grado di governare. E anche lui si sofferma sul fenomeno Grillo. E bastato urlare contro le ruberie della classe politica, e il basso profilo dell’Italia in Europa per ottenere il 25% dei voti. E questo senza un programma, senza che Grillo si candidasse e con «le riunioni del movimento che si svolgevano nelle osterie». «Così ha vinto l’antipolitica professata dal poco serio urlatore Beppe Grillo».
Mauro Manzin

 

127 - Il Piccolo 23/02/13 Zagabria in allarme per Croazia-Serbia
IL DERBY DEI BALCANI
Zagabria in allarme per Croazia-Serbia
TRIESTE Nonostante il freddo di questo periodo in Croazia cresce la febbre per quella che è già diventata la “partita del secolo”. Si tratta dell’incontro di calcio tra le nazionali di Croazia e Serbia nell’ambito delle qualificazioni ai mondiali di Brasile 2014 che si svolgerà a Zagabria alle 18. E che la partita sia particolarmente sentita lo dimostrano le file che l’altro giorno si sono formate davanti al chiosco per la prevendita dei biglietti sito davanti alla stazione ferroviaria di Zagabria. I primi tifosi si sono accampati già attorno alla mezzanotte imbottiti di cappotti e con i sacchi a pelo. la prevendita è iniziata alle 9 del mattino. Ma non è stata indolore, nel senso che, subito all’inizio dell’emissione dei primi biglietti il sistema informatico è “caduto” con il conseguente nervosismo di chi aveva passato al notte all’addiaccio per acquistare l’agognato tagliando. L’incontro, ovviamente, è a rischio per il timore di scontri, anche violenti, tra le due opposte tifoserie. Se la Croazia potrà schierare i famigerati boys della Dinamo la Serbia si presenterà con gli hooligans della Stella Rossa. E di che cosa sono capaci a Genova lo sanno molto bene. Per questo la Federazione calcistica croata, che pure in base alle regole della Fifa dovrà destinare una parte dei biglietti ai tifosi serbi, ha posto in atto una vendita che ha già riscosso le critiche del Paese. Per acquistare il tanto agognato tagliando, infatti, bisogna esibire le proprie generalità mediante l’identificazione attraverso un documento valido. Alla Federazione croata sono già giunte 60mila domande. I posti disponibili però sono 35mila, e di questi solo 24 mila saranno in prevendita. Ciascun tifoso non potrà comperarne più di 4 (questo anche per cercare di limitare il fenomeno del bagarinaggio), ma, udite udite, non potranno acquistare il biglietto i cittadini sloveni, italiani, cinesi... che abitano in Croazia. Una decisione poco “europea” alla vigilia dell’ingresso del Paese nell’Ue. Ma a Zagabria l’incontro è già stato “schedato” come avvenimento cui va assicurato il massimo margine di sicurezza. I rapporti tra Serbia e Croazia, infatti, a 20 ann dalla fine della guerra nella ex Jugoslavia non sono proprio idilliaci. E, ultimamente, la decisione del governo Milanovi„ di introdurre le scritte bilingui nei centri croati dove vive una cospicua minoranza, leggi Vukovar in cirillico per via dei serbi, non ha fatto che rinfocolare antichi rancori. Ad aprile in 100mila protesteranno a Zagabria. E il 22 marzo ci potrebbe essere la prova generale.
(m. man.)

 

128 - Il Giornale Genova 24/02/13 Lettere - "La radio pirata"
LA «RADIO PIRATA»
Quell'articolo sulle foibe ha svegliato la mia memoria
Carissimo dottor Lussana, a firma Matteo Sacchi è apparso sul nostro il Giornale un articolo breve, terribilmente breve, intitolato: «Una radio pirata per liberare l'Istria». Molti anni fa ebbi modo di conoscere il comandante Albrizio (o Albrisio), un Capitano di Vascello della Marina militare italiana, in servizio all'Istituto Idrografico di Genova. Era burbero come qualsiasi uomo di mare con alte responsabilità e mi accolse, nel suo ufficio, con cortese distacco. Quando venne a sapere il motivo della mia visita ed il luogo della mia nascita (Pola), si trasformò e, da severo quale si dimostrava, apparve indulgente e bonario. Mi parlò della «radio pirata», di come venne a farne parte e di come venne allestita l'emittente; dei rischi che correvano i componenti il team; di come si procuravano e con quali rischi le notizie; della messa in onda dei notiziari. Parlammo e parlammo dell'orribile periodo, delle persecuzioni comuniste, dei campi di concentramento slavi (che nulla avevano da invidiare a quelli nazisti od a quelli sovietici); delle esecuzioni senza processo; degli infoibamenti. Sono sicuramente sciocchezze, le mie, ma leggere sul nostro il Giornale della «radio pirata» mi ha fatto fare un volo a ritroso nel tempo e tornare a, quando giovanissimo, mi intrufolavo (unitamente al gruppetto di fedelissimi) nelle zone dominate dai comunisti slavi a creare scompiglio. Erano altri tempi. Gli italiani di allora, gli italiani d'Italia, troppo occupati ad abiurare la loro fede fascista ed a trasformarsi nei famosi 45 milioni di partigiani comunisti combattenti, fingevano di ignorare quanto stava accadendo nell'estremo est italiano.

Enea Petretto


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.