RASSEGNA STAMPA MAILING LIST HISTRIA

a cura di M. Rita Cosliani, Eufemia G.Budicin e Stefano Bombardieri


N. 866 – 09 Marzo 2013
Sommario


129 - Il Piccolo 05/03/13 Trieste: duecento insegnanti da tutta Italia a scuola di Esodo (Francesco Cardella)
130 – Agenzia Ansa 27/02/13 Firenze: scritte inneggianti alle foibe in piazza Savonarola (Ansa)
131 - Il Giornale 08/03/13 Abuso di Montanelli a scuola (Marcello Veneziani)
132 - Il Piccolo 08/03/13 Compromesso siglato, cade il veto sloveno sulla Croazia (Franco Babich)
133 – La Voce del Popolo 05/03/13 Cultura - Traditi dalla Storia ma rimasti italiani (Cristina Golojka
134 – Il Giornale 05/03/13 Cultura - Cristicchi: 'Canterò e reciterò le foibe. E già mi insultano'
135 - La Voce del Popolo 02/03/13 Censimento del 2011 in Croazia: evitare la conta delle etnie (Carla Rotta)
136 - Il Piccolo 05/03/13 Meno code al confine sloveno-croato, da luglio, con l'adesione all'Europa, cambierà il regime dei controlli. (Mauro Manzin)
137 – La Voce del Popolo 06/03/13 Cultura - «Quando tornaremo?» un pallido tentativo di mettere in scena la realtà degli esuli (Rosanna Turcinovich Giuricin)
138 – La Voce del Popolo 08/03/13 : Cultura - Dove va l'istroveneto? Cercansi testimonianze (Daniele Kovacic)
139 – La Voce del Popolo 06/03/13 Rovigno - Il bilinguismo dà una visione nuova del mondo (Sandro Petruz)
140 - La Voce in più Storia Ricerca 03/03/13 Recensioni - Documenti e ricordi sul CLN dell'Istria (Kristjan Knez)

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

129 - Il Piccolo 05/03/13 Trieste: duecento insegnanti da tutta Italia a scuola di Esodo
Trieste: duecento insegnanti da tutta Italia a scuola di Esodo
Le vicende dell’esodo dall’Istria, Fiume e Dalmazia affrontate secondo i nuovi parametri della storiografia. Tra (ri)lettura e approfondimento, Trieste ospita nella sede dell’auditorium del museo Revoltella di via Diaz 27, dal 14 al 16 marzo, il quarto Seminario nazionale per insegnanti denominato “Le vicende del confine orientale e il mondo della scuola. La storia del confine orientale nell’insegnamento scolastico: attualità e prospettive future”.

L’iniziativa è promossa dall’Ufficio scolastico regionale in collaborazione con le Associazioni degli esuli e il supporto del Comune e della Prefettura [in primis da Ministero della Pubblica Istruzione, Università e Ricerca, ndr]. Una storia a lungo dimenticata e spesso nemmeno inserita nei libri di scuola, diventa dunque un capitolo cui dedicare attenzione, a partire dalla preparazione degli stessi “formatori” per giungere alla popolazione studentesca, anche attraverso il rinnovo delle procedure didattiche. Su queste tracce il seminario nazionale proverà a disegnare le nuove basi per una possibile svolta, aprendo un focus sulla questione del confine orientale e sui riflessi all’interno dei testi scolatici.

Circa 200, tra docenti e relatori provenienti dalle varie regioni d’Italia, attesi alla tre giorni proclamata dal Tavolo di lavoro nazionale per la storia degli esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, sigla istituita dal Consiglio dei ministri ai fini della diffusione della conoscenza dei temi legati al confine orientale italiano e all’esodo dei suoi cittadini italiani. L’inaugurazione si terrà il 14 marzo in Prefettura, dove i partecipanti saranno accolti anche con un concerto di benvenuto (alle 19) dell’orchestra del conservatorio Tartini.

Nelle giornate del 15 e 16 marzo si lavorerà sulla base di gruppi di lavoro e relative lezioni e dibattiti che vedranno la partecipazione di esperti del settore come Roberto Spazzali, Giorgio Federico Siboni, Maria Ballarin e Bruno Crevato Selvaggi. L’apertura dei lavori della prima giornata sarà affidata alla relazione di Giovanni Stelli, studioso e docente fiumano. Il museo Revoltella non sarà l’unica sede del seminario.

Le visite sul campo fanno parte integrante del programma di studio, con le tappe alla Foiba di Basovizza e al Centro raccolta profughi di Padriciano. All’insegna del “formare i formatori”, il seminario include anche questa missione e per farlo ha coinvolto l’Associazione italiana degli editori, attesa con i suoi rappresentanti nella giornata del 16 marzo per fornire una prima bozza di indicazioni sulle future possibili letture in campo scolastico rivolte al tema storiografico del confine orientale. Non è tutto.
Durante la presentazione dell’evento - avvenuta ieri nella sede dell’Ufficio scolastico regionale a cura del direttore Daniela Beltrame, dei membri delle associazioni degli esuli e dell’assessore comunale alla Educazione, Antonella Grim – è stato ufficializzato anche l’arrivo a Trieste di alcuni protagonisti del concorso nazionale “Cultura e Vita materiale tra la terra e il mare Adriatico orientale”. Nella schiera dei vincitori, ricevuti al Quirinale lo scorso 11 febbraio dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal ministro Francesco Profumo, figura anche una scuola della regione, la Gabelli di Porcia (Pordenone), prima nel settore delle scuole primarie con un progetto di ricerca sugli antichi mestieri nel versante orientale dell’Italia.

Francesco Cardella

 

130 – Agenzia Ansa 27/02/13 Firenze: scritte inneggianti alle foibe in piazza Savonarola
Scritte inneggianti alle foibe in piazza Savonarola
La denuncia di fratelli d'Italia e Casaggì: "Quella è una tragedia di tutta la nazione, non di una parte politica"
In questi giorni sono comparse, nella zona di Piazza Savonarola, numerose scritte inneggianti al massacro delle foibe. Un fatto simile si era già verificato lo scorso 10 febbraio, in occasione della giornata del ricordo.
Piazza Savonarola, infatti, ospiterà – il prossimo 9 marzo – la partenza del corteo del ricordo che ogni anno è organizzato dalle realtà della destra fiorentina e che quest’anno vedrà la partecipazione di Giorgia Meloni. Alla manifestazione in ricordo dei martiri delle foibe si opporrà, anche questa volta, un corteo organizzato dai centri sociali e dalla sinistra radicale, che partirà da Piazza San Marco e che vedrà, tra le altre cose, la tradizionale esposizione di vessilli sovietici e titini, accompagnati da cori inneggianti al massacro degli italiani.
Da Casaggì dichiarano: “Il sindaco Renzi, nell’ultimo anno, si è distinto per aver più volte cercato di “rottamare” la classe dirigente del paese e del proprio partito: sarebbe ora che provasse a rottamare anche quella sinistra estrema e ottusa che scende in piazza per osannare i massacratori del nostro popolo. Molti dei manifestanti che ogni anno organizzano quel contro-corteo sono abituali frequentatori di spazi fintamente occupati o ancor peggio dati in concessione dal comune di Firenze ad associazioni e movimenti che non hanno alcun tipo di scopo sociale, se non quello di seminare odio politico e disturbare chi non la pensa come loro”.
Il commento di Francesco Torselli, consigliere comunale a Firenze per Fratelli d'Italia: "Ci risiamo. Mi chiedo come sia possibile che ogni anno vi siano dei cretini che pensano di farsi belli esponendo la nostra città a simili brutte figure di fronte a tutto il paese ed agli occhi di chi ha vissuto questo dramma.
Simili gesti sono figli del l'ignoranza e della paura che porta questi elementi ad auto-ghettizzarsi, pensando di farsi forza inneggiando ad un passato che per fortuna non esiste più essendo stato condannato dalla storia.
L'Italia, soprattutto in momenti difficili come quello attuale, ha bisogno di coesione e non di di divisione e la coesione di un popolo si misura anche dalla capacità di fare i conti con la propria storia. La tragedia delle foibe è una tragedia di tutta la nazione, non di una parte politica ed i martiri meritano il rispetto di tutti. Fino a quando non capiremo questo, ci sarà sempre chi pensa di ritagliarsi una propria visibilità compiendo gesti stupidi come questo di Piazza Savonarola".
Fonte: ANSA

 

131 - Il Giornale 08/03/13 Abuso di Montanelli a scuola
CUCU'
di Marcello Veneziani
Abuso di Montanelli a scuola
E'carognesco usare il nome di Indro Montanelli per cancellare la memoria degli istriani trucidati. In una scuola elementare di Roma, e proprio nel quartiere che accolse i profughi giuliano-dalmati, il soviet d'istituto ha cancellato la memoria di un maestro elementare, Giuseppe Tosi, istriano massacrato e poi annegato dai partigiani comunisti di Tito, a cui era dedicata lascuola,peri ntitolare la struttura a Montanelli. Indro per primo, ha ragione Federico Guidi, consigliere pidiellino che è insorto (ma è insorta anche CasaPound), si sarebbe indignato per la bischerata e per l'abuso strumentale del suo nome.
Ma la furbata è stata di dedicarla proprio a lui, simbolo del giornalismo conservatore, che agli occhi della vulgata sinistrese, riscattò settantanni di deplorevole destrismo con gli ultimi sette di antiberlusconismo. Tosi era un maestro e ci sta bene che una scuola elementare fosse dedicata a lui, per giunta nel quartiere che accolse i suoi corregionali. Quel che più sconforta e lo hanno rilevato le associazioni dei profughi che si sono vanamente mobilitate è l'assordante silenzio politico-mediatico di fronte alla protesta e all'oltraggio. Viene spontaneo anche se molesto il solito paragone: che inferno si sarebbe scatenato se una scuola avesse cancellato la sua intitolazione a una vittima del fascismo? E poi, per Montanelli bisognerebbe andare oltre la scuola dell' obbligo, intitolandogli magari un liceo, anche in omaggio a suo padre preside. Indro era un maestro: ma del giornalismo, non delle elementari.

 

132 - Il Piccolo 08/03/13 Compromesso siglato, cade il veto sloveno sulla Croazia
Compromesso siglato, cade il veto sloveno sulla Croazia

di Franco Babich
ZAGABRIA Ex Ljubljanska Banka, l’accordo tra Slovenia e Croazia è stato raggiunto. Il ministro degli esteri croato Vesna Pusic e il segretario di stato sloveno Tone Kajzer hanno siglato ieri a Zagabria l’intesa che permette di superare l’ultimo ostacolo verso la ratifica slovena dell’Accordo di adesione della Croazia all’Ue. L’accordo, che sarà firmato lunedì dai premier sloveno Janez Jansa e croato Zoran Milanovic, prevede che i due Paesi risolvano il problema del debito dell’ex filiale zagabrese della Ljubljanska Banka nei confronti dei cittadini croati (esattamente quella parte del debito che è stata trasformata in debito pubblico croato per saldare parte dei risparmiatori) nell’ambito della trattativa sulla successione dell’ex Jugoslavia. Zagabria ha pertanto accettato di congelare tutti i procedimenti avviati contro la banca slovena di fronte ai tribunali croati. In cambio, Lubiana procederà subito alla ratifica dell’Accordo di adesione. Secondo il premier sloveno Jansa, l’intesa è un compromesso: «L’interesse chiave della Slovenia era quello di riportare la soluzione del problema nell’ambito della trattativa sulla successione dell’ex Federativa, e questo lo abbiamo ottenuto. L’interesse chiave della Croazia era quello di accelerare la ratifica dell’Accordo di adesione all’Ue e anche Zagabria ha avuto quello che voleva». Soddisfatto pure il premier croato Milanovic: «Ora siamo più vicini alla soluzione di un problema che, purtroppo, si stava trascinando da oltre vent’anni». Apprezzamento per l’intesa raggiunta anche da Bruxelles. Il commissario europeo per l’allargamento Stefan Füle ha lodato l’impegno di Lubiana e Zagabria, definendolo un esempio di come i problemi si possano risolvere nello spirito di buon vicinato. Füle si è detto convinto che tutti i Paesi ratificheranno l’Accordo di adesione in tempo e che la Croazia potrà entrare in Europa, come previsto, con il 1.mo luglio 2013.

 

133 – La Voce del Popolo 05/03/13 Cultura - Traditi dalla Storia ma rimasti italiani
Traditi dalla Storia ma rimasti italiani
Presentato alla Comunità degli Italiani di Rovigno il saggio di Gloria Nemec “Nascita di una minoranza. Istria 1947-1965: storia e memoria degli italiani rimasti nell’area istro-quarnerina”, XIV volume della serie “Etnia” del Centro di Ricerche storiche, pubblicato in coedizione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Trieste e con il sostegno di Unione Italiana e Università Popolare di Trieste. Già qualche anno fa la studiosa triestina si era confrontata con un tassello di storia istriana attraverso le testimonianze dei protagonisti: risale infatti al 1998 il lavoro “Un paese perfetto. Storia e memoria di una comunità in esilio: Grisignana d’Istria (1930-1960)”.
Intervistata una minoranza
Questa sua opera più recente esplora le memorie di un’ottantina di connazionali, che hanno ripercorso le storie familiari del ventennio più duro. Le interviste sono state effettuate in dodici comunità istriane, selezionando gli interlocutori nelle diverse categorie di persone, da letterati, laureati, intellettuali, ma anche contadini, pescatori, operai. In questo modo l’autrice ha dato la parola a chi in passato non l’aveva avuta, ampliando così la gamma delle diversità, delle esperienze di vita, delle diverse situazioni e anche dei tanti microcosmi istriani.
Significativo contributo alla conoscenza del territorio
Ad aprire la cerimonia è stato il coro della Società artistico culturale della CI rovignese “Marco Garbin” che, accompagnato al pianoforte da Aleksandra Santin Golojka, ha proposto brani della tradizione rovignese e istriana. In seguito, Orietta Moscarda Oblak, ricercatrice del CRS, ha rivolto ringraziamenti e saluti al pubblico e alle autorità presenti in sala. Saluti e complimenti per la pubblicazione del volume sono stati espressi anche dal vicesindaco Marino Budicin, il quale ha ricordato che il CRS è una delle istituzioni più prestigiose nel contesto della Comunità nazionale italiana, in regione ma anche in un ambito più vasto, soprattutto per il significativo contributo dato alla conoscenza del nostro passato e del nostro ricchissimo patrimonio storico-culturale.
Riflettere sulla base di ricerche serie e con un approccio scientifico
Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’UI, ha rilevato che il CRS ha sempre più focalizzato in questi ultimi anni la sua attenzione sulla nostra storia più recente, quella che ci ha portati a diventare minoranza. “È importante per noi riflettere con ricerche storiche e con un approccio scientifico quanto più obiettivo e distaccato sulla nostra memoria, per noi stessi e per le nostre più giovani generazioni, ma pure per far conoscere questa importante realtà nella nostra Nazione Madre, la cui popolazione in gran parte non è a conoscenza della nostra esistenza”, ha concluso Tremul.
Colpe e lacune delle storiografie italiana ed ex-jugoslava
Nel suo intervento il direttore dell’istituto rovignese, Giovanni Radossi, ha proposto una riflessione sul percorso della minoranza italiana in Istria, rilevando che la CNI è nata in parte motu proprio, poiché ai suoi componenti furono date più possibilità e prospettate vaste garanzie nel caso avessero voluto sottrarsi a tale destino.
“Se tutti gli italiani avessero esercitato questo diritto, in Istria, a Fiume e dintorni non sarebbe nata alcuna minoranza nazionale; pertanto essa giustamente rivendica il riconoscimento delle sue specifiche origini autonome ed autoctone, come motivo di merito non indifferente e come titolo legittimo di rispetto e di completa tutela”.
La felice «intuizione» del CRS
In seguito, Radosssi ha ricordato che sia sulla storiografia italiana che su quella ex-jugoslava (oggi croata e slovena) grava il peso di colpe non indifferenti, anche se di natura diversa, per quanto concerne la problematica generale della popolazione italiana dell’area giuliano-dalmata.
“L’aver intuito – cosa che è stata fatta dal CRS – la gravità di queste lacune e l’aver cercato di contribuire a colmarle con serietà di applicazione attraverso un lavoro di équipe, in particolare nello svolgersi degli ultimi vent’anni, rappresentano un merito indiscutibile dell’istituto e dei numerosi autori – segnatamente da questo volume – prescindendo dalle inevitabili imprecisioni, poiché abbiamo avuto il coraggio di affrontare senza equivoci una problematica delicata e talvolta scottante che è servita nel più recente passato a falsare avvenimenti, realtà e documenti”, ha aggiunto.
Le due dimensioni del volume
Raoul Pupo, dell’Università degli Studi di Trieste, uno dei maggiori storici italiani dell’area nord adriatica, che ha scritto la prefazione di questo volume, ha spiegato che il libro esplora il percorso di formazione della minoranza italiana in questi territori seguendo il filo delle memorie, che immerge compiutamente nella storia trasformandola in narrazione storica, riuscendo così a tenere insieme le due dimensioni, quella della soggettività e quella del rigore critico, quella della partecipazione e quella del distacco: “In questo modo le sue pagine parlano al lettore, lo commuovono e lo tirano dentro nelle vicende e al tempo stesso gli consentono di smontare schemi troppo facili e stereotipi sostituendoli con spiegazioni più complesse, ma comunque comprensibili, dove qualche volta basta una battuta, la frase di un testimone per riuscire a illuminare nodi aggrovigliati”.
Affresco indimenticabile di una realtà
“I nuclei tematici sono numerosi e consentono in realtà di gettar luce nuova non solo sul processo di costituzione della minoranza – condizione affatto inedita per il gruppo nazionale italiano – ma anche sulla situazione sociale complessiva dell’Istria nel dopoguerra, all’interno della quale maturò la scelta prevalente dell’esodo. Con buona evidenza, quindi, questo libro completa al meglio l’itinerario di studio iniziato un quindicennio fa con ‘Un paese perfetto’, regalandoci un affresco indimenticabile di piccole comunità fatte di donne e uomini gettati nella grande storia, che è stata per loro foriera di scarse soddisfazioni, di limitate speranze e di ripetute umiliazioni; donne e uomini sparsi per l’Istria come granelli quasi impalpabili in una terra così diversa da quella che erano abituati a conoscere, ma accomunati dalla volontà di rimanere comunque italiani”, scrive Pupo.
Testimonianze che trasmettono lacerazioni e fiducia nel futuro
“Queste testimonianze trasmettono l’energia del dopoguerra, un momento in cui sembrava che tutto fosse superabile, che anche le lacerazioni comunitarie, la fame, le paure, fossero nient’altro che incidenti di percorso che andavano superati nella rincorsa verso un futuro che andava raggiunto con forza collettiva, un’energia che è qualcosa da trasmettere alle nuove generazioni”, ha detto l’autrice.
I vissuti femminili
Attenzione significativa è stata data anche ai vissuti femminili e alle donne istriane quali protagoniste della mediazione tra salvaguardia delle tradizioni e comportamenti socialmente accettabili, custodi di una cultura materiale concepita come elemento identitario forte, che manteneva le peculiarità e coesione del gruppo nazionale, nonché protagoniste dell’integrazione e di una multiculturalità che entrava nelle famiglie attraverso i matrimoni misti.
Cristina Golojka

 

134 – Il Giornale 05/03/13 Cultura - Cristicchi: 'Canterò e reciterò le foibe. E già mi insultano'
Simone Cristicchi, cantautore romano, sta lavorando a un'opera che già fa discutere.
Il 22 ottobre debutterà a Trieste il primo spettacolo teatrale sul dramma delle foibe.


Perché questo tema?
«Per emozionare e illuminare delle storie rimaste al buio».
Di cui pure lei sapeva poco?
«Pochissimo. A scuola il dramma degli esuli istriani e dalmati non viene raccontato».


Eppure lei ha fatto studi umanistici.
«Liceo classico a Roma. Ma, come molti, da ragazzino davanti alla targa "Quartiere giuliano-dalmata" mi chiedevo chi fosse il signor Giuliano Dalmata».

Un capitolo di storia che dovuto studiare da solo?
«Sì. Ringrazio la mia curiosità e la mia sete di sapere».
Quando è nata l'idea dello spettacolo?
«Un anno fa, in una libreria di Bologna, mi ha colpito un libro di Jan Bernas: "Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani". L'ho divorato».
Poi?
«Ho contattato l'autore su facebook: "Dobbiamo parlarci...". Siamo diventati amici e abbiamo cominciato ad approfondire la cosa».
Da lì è partita l'idea di raccontare a teatro le storie narrate nel libro?
«Sì. Poi ho chiesto di poter visitare il Magazzino 18 di Trieste, inaccessibile al pubblico. Lì ho varcato la porta della tragedia».
Il Magazzino 18: l'immenso deposito di cose mai ritirate dagli esuli istriani.
«Impressionante la tristezza di quel luogo. C'è di tutto: quaderni di scuola, posate, bicchieri, armadi e sedie; montagne di sedie».
Da qui il titolo dello spettacolo: Magazzino 18. Cosa vedremo a teatro?
«Le vicende umane di una pagina nera e dimenticata, attraverso il personaggio principale: un archivista del ministero degli Interni inviato al magazzino a mettere ordine».

E attraverso gli oggetti emergeranno le storie vere?
«Sì, in sei o sette brani con altrettante canzoni. Tutti episodi drammatici e commoventi».

Ci anticipi qualcosa.
«Ci sarà la storia della tragedia dei comunisti di Monfalcone, partiti per la Jugoslavia per costruire il "Sol dell'avvenire". Solo che dopo il loro arrivo Tito ruppe con Stalin e venne accusato di deviazionismo. Per i comunisti di Monfalcone non ci fu scampo: furono considerati nemici e molti finirono nel gulalg di Goli Otok-Isola calva».
Una faida tra compagni.
«Certo. Un sopravvissuto racconta: "Sono stato utilizzato come utile idiota della storia e ho contribuito a far andar via i miei connazionali. Solo dopo ho capito"».
Lei sa che raccontare queste vicende è politicamente scorretto?
«Lo so bene. Su twitter e facebook sono arrivati i primi insulti. Qualcuno mi ha pure dato del traditore»

Traditore? E perché?
«Perché il mio spettacolo "Li romani in Russia", dove racconto il dramma dei soldati italiani inviati dal Duce sul fronte sovietico, mi ha affibbiato la patente di uomo di sinistra».
Invece?
«Invece a me interessa raccontare cose accadute. La verità è che siamo un Paese ancora intossicato dall'ideologia; che tanti danni ha fatto nel passato. Tra cui strappare alcune pagine di storia del nostro popolo».
Che lei vuole riattaccare.
«Certo. La mia vuole essere un'opera di educazione alla memoria. Per non dimenticare. Mai».

 

135 - La Voce del Popolo 02/03/13 Censimento del 2011 in Croazia: evitare la conta delle etnie
Censimento del 2011 in Croazia: evitare la conta delle etnie
SISSANO | “Siamo contrari alla conta – ha detto Maurizio Tremul nel leggere, nel corso dell’VIII sessione dell’Assemblea dell’Unione Italiana, svoltasi nei giorni scorsi a Sissano – i numeri del Censimento della popolazione, delle famiglie e delle abitazioni nella Repubblica di Croazia nel 2011, che ci danno in calo numerico –, e va rilevato che è cambiata la metodologia del rilevamento e certamente andrebbero fatte anche altre considerazioni.
Sta di fatto che le minoranze autoctone denunciano una contrazione del numero dei dichiaranti, mentre sono in crescita le ‘nuove minoranze’, quelle emergenti, con motivazioni forti. A fronte del calo numerico degli italiani rilevato dal censimento, riscontriamo un aumento del numero di cittadini italiani sul territorio e quindi, la realtà, come si può evincere, è complessa.”
Impianto costituzionale
Sia come sia, stando a Tremul, le cifre dimostrano “che questo Paese, come del resto la Slovenia, non riesce a garantire una crescita alle comunità autoctone”. Le cause potrebbero essere riconducibili ad un impianto giuridico costituzionale inefficace. Certamente chi dovrebbe chiedersi il perché dei numeri e del fenomeno è il governo, che dovrebbe fare anche un’analisi sull’efficacia reale dei diritti riconosciuti alle Comunità Nazionali e sulla loro effettiva applicazione. E si deve chiedere anche maggiore attenzione della Nazione Madre sulla vigilanza dell’attuazione del Trattato italo-croato sulle Minoranze del 1996.. I numeri hanno fatto riflettere anche l’UI.
L’impegno dell’UI
“Dobbiamo chiederci – sempre Tremul – che cosa significhino 22 anni di impegno della nuova UI. Abbiamo aumentato il numero delle Comunità degli Italiani, esteso il bilinguismo... facciamo il conto con dati positivi, quali l’aumento delle iscrizioni nelle scuole, ma anche con dati negativi, come appunto questi del censimento. Stiamo lavorando bene o dobbiamo cambiare strategie?” La risposta, stando al presidente dell’esecutivo, è che “stiamo facendo la cosa giusta”. Ed ancora una volta la ferma contrarietà alla conta: “si contano le mucche e i maiali in stalla, ma non gli uomini in base alla lingua madre. Sono metodi ottocenteschi che non accettiamo.”
Assestamento di Bilancio
E a proposito di bilanci, a fine febbraio già si è dovuto discutere dell’assestamento del preventivo 2013. Purtroppo il documento finanziario disegnato per attraversare l’anno di gestione in corso ha subito tagli in seguito alla riduzione di 14mila euro del contributo del MAE italiano in favore della CNI in Croazia e Slovenia.
L’Esecutivo nella seduta del 19 febbraio (si è svolta a Santa Domenica) ha proposto ritocchi al Programma di lavoro e piano finanziario dell’UI per il 2013, che mercoledì sera hanno avuto il placet assembleare. Saranno 500 euro in meno per l’attività generale e promozione delle CI, 2.500 euro in meno per le attività generali in favore delle Istituzioni della CNI, 1.000 euro in meno per i programmi italiani di Radio Fiume e Radio Pola, 2.500 euro in meno per il cenacolo dei letterati e artisti della CNI, 3mila euro in meno per la promozione dei gruppi artistici, musicali e talenti della CNI, 1.000 euro in meno per il Festival Internazionale “Leone d’oro” (Umago), 1.400 euro in meno per il settore Università, ricerca e Formazione (per l’attività generale e la promozione attività di ricerca, equipollenza diplomi ed esami interativi).
Premiare le eccellenze
Votati il Bando di concorso e il Regolamento per l’assegnazione di Borse di studio a studenti/laureati meritevoli di nazionalità italiana e cittadinanza croata/slovena. Si tratta di uno strumento nuovo, destinato alle eccellenze nel prosieguo degli studi universitari presso atenei italiani e internazionali o presso scuole superiori universitarie riconosciute dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca quali “scuole d’eccellenza”. Il bando fa riferimento, quindi, a studenti meritevoli per la regolare frequenza a corsi di laurea di primo livello, corsi di laurea specialistica/magistrale, master specialistici, master di ricerca o dottorati di ricerca. L’ammontare annuale delle borse di studio viene stabilito in 15mila euro. I mezzi finanziari necessari saranno individuati nei fondi perenti.
Carla Rotta

 

136 - Il Piccolo 05/03/13 Meno code al confine sloveno-croato, da luglio, con l'adesione all'Europa, cambierà il regime dei controlli.
Meno code al confine sloveno-croato
Da luglio, con l’adesione all’Europa, cambierà il regime dei controlli. Zagabria sarà la nuova frontiera Ue nei Balcani
Addio alle lunghe attese in automobile per più di un milione di turisti stranieri
L’ingresso della Croazia nell’Unione europea avrà un effetto sicuramente fondamentale per la regione istriana. Innanzitutto la minoranza italiana si ritroverà nuovamente riunita nella casa comune europea. E il minore controllo ai confini determinerà sicuramente un cambiamento dello stile di vita degli abitanti dell’intera area. Per non parlare poi dei benefici, in termini di tempo e di code, che ne trarrà il solito imponente flusso turistico che, soprattutto dall’Italia, si sposta verso le ambite località di villeggiatura croate. E le cifre parlano molto chiaro. Ogni anno il flusso di turisti che dalla Slovenia transitano verso la Croazia è pari a 1 milione e 100mila persone. Circa 100mila croati ogni anno visita per più di un giorno la vicina Slovenia. I cui cittadini sono proprietari di 110mila beni immobili soprattutto in Istria e Dalmazia le cosiddette “vikendice”. Infine l’interscambio commerciale tra i due Paesi ex jugoslavi ammonta a 2,3 miliardi di euro l’anno.(m. man.)
di Mauro Manzin
TRIESTE Saranno i confini la più evidente cartina al tornasole che le cose in Croazia, con l’ingresso nell’Unione europea il prossimo 1 luglio, sono cambiate. Il Paese ex jugoslavo, infatti, diventando la 28esima stella d’Europa sarà contemporaneamente confine esterno dell’Ue. Il suo ingresso in Schengen è previsto nel 2015. Ma anche se le barriere non cadranno sui valichi di confine tra Slovenia e Croazia sono in vista grosse trasformazioni. Innanzitutto spariranno i doganieri visto che all’interno dell’Unione europea vige il libero scambio delle merci. Seconda, ma non per questo meno trascurabile novità, ci sarà al valico di confine sloveno-croato un unico punto di controllo che sarà gestito in comune dai poliziotti di Lubiana e di Zagabria. «I controlli saranno più veloci - assicura il ministro croato del Turismo Veljko Ostoji„ - e così i transiti saranno più rapidi». «Per i croati spariranno così le fastidiose attese in colonna per recarsi in Slovenia, Ungheria o Italia - prosegue il ministro - e non si sentiranno più rivolgere la classica domanda: “Qualcosa da dichiarare?”». «Per l’ingresso nell’area Schengen - conferma Ostoji„ - dovremo attendere ancora due anni e ci servirà il concreto aiuto anche della Slovenia in questa delicata fase». Il Ministero degli interni croato ha già annunciato l’avvio del cosiddetto progetto Ipa Twinning Light, progetto misto tra le polizie croate e slovene per il controllo integrato dei confini dell’Unione europea nella Repubblica di Croazia. Il progetto costa 91mila euro tutti finanziati da Bruxelles. La polizia slovena è sicuramente quella maggiormente interessata al miglioramento della collaborazione con i colleghi croati e l’adeguamento degli standard operativi di questi ultimi a quelli europei per arrivare nei tempi stabiliti all’ingresso di Zagabria nell’area Schengen. Molti sono convinti, comunque, che il confine esterno dell’Ue nei Balcani sarà un vero e proprio limes tra Occidente e Oriente. Per Zagabria però resta da risolvere anche un altro e non certo trascurabile problema. Tranne che con l’Ungheria la Croazia, infatti, ha ancora aperti contenziosi proprio nella definizione dei confini interstatali. «Vogliamo risolvere queste questioni - ha detto di recente il premier Zoran Milnaovi„ - ma non a danno della Croazia e nel quadro del diritto internazionale che, a questo punto, è il nostro migliore alleato». Il “nervo” più scoperto è quello del confine croato-bosniaco a Neum. Qui, con la Croazia che diventa confine esterno dell’Ue, i controlli saranno amplificati e sono previste lunghe colonne di automezzi ma anche di autocarri. Resta l’opzione ponte di Sabbioncello, ma questa sembra proprio essere ancora un’altra storia.

 

137 – La Voce del Popolo 06/03/13 Cultura - «Quando tornaremo?» un pallido tentativo di mettere in scena la realtà degli esuli
«Quando tornaremo?» un pallido tentativo di mettere in scena la realtà degli esuli
«Quando tornaremo?” è solo una rappresentazione teatrale dedicata al “Giorno del Ricordo” voluta dall’ANVGD di Trieste e messa in scena nei giorni scorsi al teatro dei Salesiani del quartiere popolare di San Giacomo, che suscita comunque riflessioni e considerazioni: il teatro è un’arena, si ride e si piange, si applaude e si fischia. La messinscena si deve a Giorgio Fortuna, Nicoletta Destradi e Corrado Cattonar ed è stata realizzata dal Gruppo Teatrale “La Barcaccia”.
Sin dalle prime battute si avverte il peso del silenzio durato troppi anni, in cui proporre a teatro argomenti come quello dell’esodo era un compito che esulava dagli impegni delle associazioni, che si occupavano di altre questioni, immediate e contingenti, casa e lavoro prima, diritti di vario genere dopo. Solo con la legge sul 10 Febbraio si è avuto il coraggio di abbandonare le ombre per palesare la propria presenza anche in campo culturale.
Ritorno alle origini
L’editoria ha aperto la strada con un’abbondante produzione di memorialistica, romanzi, racconti, poesie. Più timido il teatro, ricordiamo alcuni pallidi tentativi e poi l’iniziativa dell’associazione dei “polesani”, che con la loro “Cisterna” hanno inaugurato un nuovo filone. Anzi, a loro si deve un’operazione intelligente, la trasformazione dello spettacolo in video, con l’intervento di un regista accorto che ha evoluto la tematica dandole spessore e valore intrinseco.
Ora segue il tentativo della “Barcaccia”. Non facile, se si pensa a quanto materiale sia stato scritto nel tempo, ai fiumi di parole spesi in dieci anni del Giorno di Ricordo, all’impegno del Capo dello Stato, allo spirito di Trieste. Grandi cambiamenti che raramente trovano risposta nei programmi e progetti delle associazioni, salvo laddove un approccio scientifico e altamente professionale riesce a fare la differenza.
Questa la necessaria premessa per commentare quanto abbiamo visto al teatro dei Salesiani. Ancora una volta c’è stato il bisogno, per parlare di esodo, di tornare alle origini, al campo profughi con le coperte diventate pareti, lo scarno arredo di anni difficili, la nostalgia, la paura, la rabbia, lo sbigottimento di chi si è lasciato alle spalle pochi beni materiali ma la pienezza di una vita persuasa.
L’unico ritorno è quello alla nostalgia
In effetti il titolo è catartico, “Quando tornaremo…”(indietro)? La risposta è nell’aria, “adesso” se non si riesce ad andare oltre. Ma il ritorno non è alle proprie case e cose abbandonate, alle anime perse e raminghe, il ritorno è a quella nostalgia che è stata per decenni l’unico e solo sentimento concesso all’esule e che sembrava, se non archiviata, almeno superata.
L’idea di un popolo vinto. Manca la dimensione del riscatto
“E dopo – scrive in una poesia Grazia Maria Giassi, lauranese – semo andadi via, come foie coi refoli de Bora…”. Vento capriccioso che raccoglie le foglie negli angoli, a mucchi, così ha fatto con gli esuli a Trieste, li ha pigiati nei quartieri per loro costruiti negli anni Sessanta permeando di sé la cultura di una città. Ma questa è un’analisi che non è stata ancora affrontata. Gli storici si sono occupati degli avvenimenti, ma chi ha raccontato della dignità della nostra gente, che ha costruito carriere lavorative e politiche, si è imposta in posti di dirigenza, ha vinto premi letterari, e così via? L’immagine che se ne deduce, anche dallo spettacolo della “Barcaccia”, è invece quella di un popolo vinto, che si piange addosso, che continua a leccarsi le ferite… Dov’è quel riscatto che l’ha fatto diventare protagonista, che lo porta ogni anno al Quirinale? Non l’abbiamo visto. Non sono piaciuti i luoghi comuni – l’istriano che porta via il lavoro al triestino dimenticando che, andandosene negli anni Cinquanta, gli alleati avevano portato a uno sconvolgimento dell’economia della città. Perché la nostra gente si sente sempre e comunque responsabile anche quando è soprattutto una vittima?
Commozione e confusione
La scelta di uno spettacolo basato non su una storia, intesa come trama che non c’è, ma su delle sensazioni, ha suscitato commozione da romanzo ottocentesco, ma anche confusione da anni 2000 per i non addetti ai lavori, che probabilmente avranno colto poco del messaggio che si è cercato di veicolare attraverso un “volemose ben” buttato lì per chiudere, senza alcuna premessa o contestualizzazione plausibile.
Concentrati gli esecutori non professionisti, che hanno comunque dato il massimo.
Numeroso il pubblico, a conferma che iniziative come questa sono senz’altro apprezzate e avrebbero bisogno di un’evoluzione che puntasse su quella qualità che nel 2013 è giusto esigere. Alla fine un omaggio alla famiglia di Lino Relli, compianto segretario dell’ANVGD triestina per tanti anni, che si è spesa per la realizzazione dello spettacolo.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

138 – La Voce del Popolo 08/03/13 : Cultura - Dove va l'istroveneto? Cercansi testimonianze
Dove va l'istroveneto? Cercansi testimonianze
BUIE | Il Festival dell'Istroveneto, che si terrà a Buie dal 2 al 4 maggio include nel suo variegato programma anche due concorsi: uno letterario destinato ai ragazzi e uno per videoamatori di tutte le età. Abbiamo incontrato la capostipite della manifestazione, Marianna Jelicich Buić, proprio mentre fervono i preparativi per questa seconda edizione, preparativi che sono iniziati praticamente al termine della scorsa edizione. Il lavoro adesso si fa sempre più intenso. Il 15 marzo scadono i termini di consegna delle opere di entrambi i concorsi.

Qual'è l'importanza del concorso letterario dal punto di vista socioculturale?

“Ha una duplice valenza: da una parte serve a stimolare i ragazzi nella scrittura in istroveneto, che è la lingua madre per molti di loro, e poi c'è la questione di analisi che facciamo sui testi. Grazie agli scritti dei partecipanti capiamo in che modo si sta evolvendo il dialetto, quali parole vengono usate e quali vengono attinte da altri idiomi. Dobbiamo considerare che molte parole istrovenete si sono modificate con la globalizzazione. Ad esempio non esiste una traduzione di 'i-pod' in istroveneto. Poi basta pensare al fatto che alcune parole, come ad esempio 'stechìn', a Pola è la molletta per stendere il bucato, mentre a Buie significa stuzzicadente e la molletta viene chiamata 'ciapìn'. I testi pervenuti diventano un documento storico-linguistico. Dobbiamo intendere il Festival non come un evento di tre giorni, ma come un progetto che dura tutto l'anno”.

Per realizzare questo tipo di concorsi ci vuole la collaborazione di diversi soggetti. Possiamo affermare che le istituzioni collaborano?

“L'attore principale per una buona affluenza ai concorsi, sia letterario che video, sono le nostre scuole. Senza la loro promozione interna non sarebbe possibile raggiungere i ragazzi, che hanno bisogno di esser stimolati e coinvolti. E poi, qui mi riferisco a coloro che partecipano alla categoria degli 'over 18' del concorso video, sono importanti anche i media: giornali, radio e tv”.

A proposito del concorso per videoamatori, l'anno scorso non non pervenute tantissime opere. Quest'anno avete migliorato la promozione?

“Il concorso video ha carattere documentaristico ed è rivolto a tutti, dal momento che le due categorie sono suddivise 'Under 18' e 'Over 18'. Probabilmente l'anno scorso molti hanno inteso in modo errato il senso e le modalità di questo concorso. Voglio specificare che non è destinato a persone che si occupano di produzione video, ma vi possono partecipare tutti. Anzi, abbiamo proprio eslcuso i professionisti del settore. Lo scorso anno ha vinto l'opera 'Semi de pomo', che ha divertito tutti. La cosa bella è che i video, essendo per regolamento caricati su Youtube, si possono vedere in qualsiasi momento. L'abbiamo inteso proprio per la facilità che oggigiorno si ha nel creare un video e caricarlo sulla più famosa videoteca gratuita del web. Basta un cellulare, un tablet o una macchina fotografica con modalità video e il gioco è fatto. Certamente non sarà la qualità dell'immagine a fare la differenza nell'esito della gara, ma vincerà l'idea migliore, vinceranno i testi e la sceneggiatura”.

In che modo ci si può avvicinare al festival? Quali sono i contatti?

“Abbiamo il sito internet www.istroveneto.com, dove si possono trovare tutti i bandi di concorso, i regolamenti, ma anche materiale d'archivio della scorsa edizione. L'indirizzo di posta elettronica di riferimento è Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., al quale è possibile inviare richieste di informazione, consigli, suggeriementi e critiche. L'arma vincente di quest'anno, però, è la pagina Facebook del festival www.facebook.com/FestivalDellIstroveneto, che registra ogni giorno tantissime visite e interazioni con il popolo del famoso social network”.
Daniele Kovacic

 

139 – La Voce del Popolo 06/03/13 Rovigno - Il bilinguismo dà una visione nuova del mondo
Il bilinguismo dà una visione nuova del mondo
ROVIGNO | Si sono conclusi ieri il seminario transnazionale e il workshop della durata di due giorni organizzati nell’ambito del progetto europeo S.I.M.P.L.E., acronimo di “Strengthening the Identity of Minority People Leads to Equality”, ovvero il rafforzamento dell’identità dei popoli minoritari porta all’uguaglianza. È un’iniziativa di cooperazione istituzionale che mira alla coesione sociale tra gli Stati dell’Adriatico attraverso il rafforzamento dei valori della diversità culturale. Il titolare del progetto è la Regione Istriana in partenariato con la Regione Abruzzo, l’Unione Italiana di Fiume, l’Unione Italiana di Capodistria, l’Istituto di Sociologia Internazionale di Gorizia, l’Istituto per la Cooperazione e lo Sviluppo di Tirana, il ministero dei Diritti umani e minoritari del Montenegro, la Città di Durazzo e la società Progetti sociali di Pescara.
La giornata conclusiva del workshop, svoltosi presso la Comunità degli Italiani di Rovigno, è iniziata con la relazione sul bilinguismo nella Regione Istriana a cura della professoressa Rita Scotti Jurić, docente di bilinguismo, didattica e traduzioni presso il Dipartimento di studi in lingua italiana dell’Università di Pola, che ha sottolineato: “Il bilinguismo è processo di acquisizione di una nuova visione del mondo. Non è una mera questione di competenza linguistica. Non è corretto confrontare la competenza di un bilingue con un parlante di una sola delle due lingue perché da questa comparazione non è possibile valutare tutta la competenza espressiva delle persone plurilingui”. “Imparare una lingua non è solo un esercizio cognitivo, ma un processo di empatia che porta ad acquisire anche gli aspetti culturali che circondano un idioma”, ha aggiunto Rita Scotti Jurić.
La vicepresidente della Regione Istriana, Viviana Benussi, si è soffermata sulle linee guida volte a favorire l’accessibilità multilingue dei servizi nell’amministrazione pubblica e la nuova Agenzia per il supporto al multilinguismo della Regione Istriana, che è stata istituita lo scorso primo febbraio. Le linee guida fanno parte di una raccolta di sei documenti tematici, preparati e pubblicati dai partner del progetto, che saranno gli strumenti di lavoro dell’Osservatorio adriatico permanente sulle minoranze etniche, inaugurato nell’ambito del progetto S.I.M.P.L.E. L’Osservatorio sarà l’organo strategico per seguire e monitorare le reali condizioni delle minoranze degli Stati partecipanti promuovendo soluzioni per le varie questioni specifiche. I punti cruciali delle linee guida sono l’accessibilità multilingue dei servizi, la valorizzazione del multiculturalismo come risorsa per il mercato del lavoro, il sistema educativo, servizi informativi adeguati, la denuncia e la lotta contro le discriminazioni e la violenza di genere.
L’Agenzia per il supporto al multilinguismo è un servizio pilota istituito dalla Regione Istriana dell’ambito del progetto S.I.M.P.L.E. Si tratta di un servizio pubblico che offre tutela linguistica ai cittadini e agli enti pubblici locali con servizi multilingui in italiano, croato, montenegrino, sloveno e albanese. L’Agenzia punta a rafforzare la coesione sociale tra i gruppi minoritari e la maggioranza promuovendo l’idea che il bilinguismo e il multilinguismo non sono dei privilegi o delle spese aggiuntive, bensì un investimento per un presente e un futuro migliore di tutta la società. Inoltre, vuole favorire l’uso della lingua minoritaria in contesti pubblici e nell’insegnamento con particolare attenzione alla toponomastica autoctona e, nondimento, si propone come punto di riferimento per l’attività di traduzione istituzionale.
Il workshop è terminato con le relazioni sull’attività di tre minoranze del territorio. Cinzia Russi Ivančić, presidente del Comitato esecutivo della CI di Rovigno, ha presentato la ricca attività del sodalizio rovignese che conta 2.500 soci effettivi e 400 soci sostenitori e ha presentato il resoconto sulla tutela del bilinguismo per la Città di Rovigno. Joze Kajtazi, presidente della Comunità degli albanesi della Regione Istriana, ha parlato delle attività delle 8 comunità del territorio istriano, che raccolgono circa 5mila soci. A presentare l’operato e la necessità della minoranza slovena dell’Istria è stata Klaudija Velimirović, presidente dell’Associazione culturale slovena di Pola. Il prossimo seminario del progetto S.I.M.P.L.E. sulla problematica della discriminazione delle minoranze nel mercato del lavoro è previsto per i primi giorni di maggio in Montenegro.
Sandro Petruz

 

140 - La Voce in più Storia Ricerca 03/03/13 Recensioni - Documenti e ricordi sul CLN dell'Istria
RECENSIONI
di Kristjan Knez
DOCUMENTI E RICORDI SUL CLN DELL'ISTRIA
CARTE RIORDINATE DALLO STORICO ANDREA VEZZÀ
Il 3 ottobre 1966, durante la riunione dell’ultimo consiglio direttivo del Comitato di Liberazione Nazionale dell’Istria, fu sancito il suo scioglimento e fu decisa la nascita di un nuovo organismo, non più politico ma associativo, l’Associazione delle Comunità Istriane. Essa, come sottolinea il suo presidente, Lorenzo Rovis, “nel suo operare s’ispira a questo storico Organismo”. La documentazione ereditata è stata affidata all’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano- Dalmata (IRCI) di Trieste, con il fine di conservare e valorizzare la memoria storica di una stagione travagliata dell’età contemporanea nelle nostre terre. Il riordino delle carte è stato affidato allo storico Andrea Vezzà che all’argomento ha dedicato una tesi di laurea discussa all’Università del capoluogo giuliano.
A seguito della presentazione di alcuni risultati emersi dall’analisi delle fonti di prima mano, è sorta l’idea di confezionare una pubblicazione che raccolga e presenti al più ampio pubblico i risvolti delle azioni promosse a difesa della causa italiana nella Venezia Giulia.
Ne è uscito un agile volumetto intitolato semplicemente “Il C.L.N. dell’Istria” (Associazione delle Comunità Istriane, Trieste 2013, pp. 158). È un lavoro che desidera illustrare le complesse vicende dell’organizzazione politica nel periodo compreso tra il 1946 e il 1954. l’autore lo fa principalmente proponendo quanto ha ricavato dalle fonti prese in considerazione: i verbali delle sedute del direttivo ciellenista e l’archivio politico, i cui materiali di varia natura permettono di cogliere la difficile situazione in cui venne a trovarsi la resistenza italiana, non allineata alla politica jugoslava, al termine del secondo conflitto mondiale. Come si avverte nell’introduzione si è voluto “far parlare esclusivamente le fonti dirette”, perciò “ogni interpretazione degli eventi e ogni considerazione oggettiva sono lasciati al lettore, con il solo auspicio che possa pienamente comprendere tutti gli sforzi tentati, da poche ma decise persone, prima per riaffermare il diritto italiano sulla provincia istriana e poi per aiutare nel tragico percorso dell’esodo la sua popolazione” (p. 7).

Le origini
L’11 gennaio 1946, su incoraggiamento del capodistriano don Edoardo Marzari, nella città di San Giusto sorgeva il CLN dell’Istria, che si sarebbe adoperato nella difesa degli interessi sia dei connazionali esodati sia di quelli ancora residenti nella penisola, coordinando al tempo stesso l’azione dei comitati omonimi presenti in Istria, illegali e che si trovavano ad operare in un contesto avverso e pericoloso per l’incolumità di quei rappresentanti. I delegati erano nominati in base a un mandato territoriale e non politico, “prendendo il nome di fiduciari in quanto garanti dell’attività svolta oltreconfine” (p. 35).
La trattazione si avvale anche dello spoglio della stampa clandestina dell’epoca: “Grido dell’Istria”, “Italia libera”, “La sferza”, “Osservatore”, “Va’ fuori ch’è l’ora”, delle testimonianze raccolte ad alcuni dei protagonisti: Giacomo Bologna, Giorgio Cesare, Gianni Giuricin, Olinto Parma, Ruggero Rovatti nonché della bibliografia specifica.
L’autore propone la ricostruzione degli accadimenti attraverso una selezione di documenti, molti dei quali sono proposti integralmente o parzialmente, ai quali si aggiungono i materiali iconografici: fotografie, riproduzioni di giornali, di volantini, di pubblicazioni e di carte prese in analisi. Si tratta di un lavoro documentato, che offre il percorso, accidentato e irto d’ostacoli, di questo organo politico; peccato solo sia privo dei riferimenti precisi alla documentazione inedita sulla quale è incentrato. Presumiamo non vi sia un apparato di note e i rimandi alle fonti, poiché, come abbiamo accennato, si desiderava offrire un testo accessibile a tutti. Auspichiamo pertanto che Vezzà, in un prossimo futuro, proponga un’opera di più ampia mole con l’indicazione dei materiali visionati, a beneficio degli studiosi. Siamo convinti che il giovane storico potrà offrire ancora importanti contributi, il volumetto che presentiamo ne è la prova evidente.

Speranze e disillusioni
Il testo espone svariati aspetti, come, ad esempio: le speranze e le disillusioni presenti negli esponenti della resistenza italiana, il nodo della linea confinaria tra l’Italia e la Jugoslavia, la questione del plebiscito quale soluzione equa per risolvere lo spinoso problema dell’appartenenza della regione contesa; altrettanto significativa è la ricostruzione degli interventi assistenziali, infatti vi era una forte opposizione all’esodo completo della popolazione italiana, e della dimensione propagandistica.
Dopo una sintetica ma puntuale presentazione della situazione venutasi a creare dopo il 25 luglio 1943 e con il successivo armistizio, che portò al collasso istituzionale e militare del Regno d’Italia, nelle cittadine istriane gli esponenti antifascisti italiani iniziarono a prendere in mano la situazione, ma ben presto si trovarono in una situazione critica e andarono a cozzare contro il movimento partigiano il cui fine era l’estensione del controllo politico sull’intera Venezia Giulia. Ancora più difficile fu la situazione nelle zone interne ove il potere passò direttamente nelle mani dei partigiani i quali dettero vita a rivoluzionari comitati popolari sul modello di quelli sorti nei territori jugoslavi liberati. Si bloccava ogni iniziativa politica italiana e al tempo stesso si preparavano le condizioni che avrebbero portato al distacco delle province orientali dal nesso statuale italiano.
Le decisioni di Pisino del 13 settembre 1943 decretarono la fine della sovranità italiana su quel territorio. Di fronte alla debolezza del locale antifascismo italiano, sul finire del 1943 sloveni e croati ritenevano l’annessione della regione come un dato di fatto e di conseguenza si consideravano gli esclusivi e unici detentori dei poteri politici e militari sulla stessa. L’antifascismo democratico italiano si trovava su basi deboli e solo nelle località di Muggia, Capodistria,
Isola e Pirano riuscì ad organizzarsi autonomamente e poté dare vita a embrionali Comitati di Liberazione Nazionale, “che non superano però una fase puramente cospirativa, mentre a Pola opera un esiguo comitato che subisce la tracotanza del suo omonimo croato in città. Per questo motivo, la storia della resistenza politica e militare è essenzialmente la storia del movimento di liberazione titino” (p. 15).

Vita difficile
Con la fine delle ostilità furono proprio i CLN di Capodistria, Isola e Pirano ad uscire dalla clandestinità per prendere in mano la nuova situazione; essi erano formati da tutti i partiti antifascisti italiani, uniti con il fine di rimpiazzare le precedenti istituzioni. Ma ebbero vita difficile, come scrive Vezzà: “I vertici politici jugoslavi non tollerano la presenza di una forma di potere alternativa alla loro, decretando la prematura fine dell’esperienza ciellenista istriana: prima lecitamente, tramite rappresentanti comunisti, cercano uno spazio d’azione che non trovano, poi, con la forza delle armi, impongono i loro comitati popolari paralleli a quelli italiani, ottenendo così l’esclusività del potere politico. Per i CLN istriani inizia una nuova e difficile fase di clandestinità, orfani al loro interno della componente comunista, passata a collaborare con i nuovi ‘poteri popolari’” (p. 15). La condotta delle autorità jugoslave non considerava la provvisorietà dell’occupazione, bensì procedette immediatamente a consolidare le proprie posizioni. In un primo momento i partiti politici italiani risorti, come la Democrazia Cristiana e il Partito d’Azione, ebbero una certa libertà, erano in grado di aprire sezioni e non erano ostacolati nelle manifestazioni pubbliche. Ma nel momento in cui espressero la loro contrarietà alle rivendicazioni nazionali jugoslave, furono sciolti d’ufficio.
Sorte identica toccò anche al Partito Comunista Italiano dal momento che rifiutò a fondersi con il Partito Comunista della Regione Giulia, che obbediva alle direttive jugoslave.

L'auspicio della convivenza fra genti
Dopo gli accordi di Belgrado del 9 giugno 1945 e il ritiro delle truppe jugoslave da Trieste e Pola, l’antifascismo istriano democratico conobbe una nuova stagione. Se nella città dell’Arena poté organizzarsi il CLN cittadino, ciò non valse per il resto della penisola. Si guardava a Trieste e alla rinascita delle libertà politiche per dare vita a un comitato che fosse in grado di chiamare a raccolta tutti coloro che si opponevano al regime d’occupazione.
I principali protagonisti provenivano dalle file del combattivo movimento repubblicano, che già verso la fine del conflitto si era esposto per contrastare la politica annessionista jugoslava, ed erano: il piranese Rinaldo Fragiacomo e il pinguentino Ruggero Rovatti ai quali si affiancavano il socialista capodistriano Giorgio Cesare e il democristiano umaghese Redento Romano; un ruolo non indifferente fu svolto anche dal già ricordato don Marzari. Il Comitato Istriano auspicava la convivenza tra le genti di un territorio plurale e interpretando il pensiero della maggioranza desiderava che: “1. l’intesa tra italiani, sloveni e croati sia basata sull’uguaglianza di diritti e di doveri; 2. siano formate delle consulte municipali liberamente elette dal popolo e rappresentanti tutte le tendenze politiche; sia garantita la libertà di stampa e di pensiero, unica garanzia per un elevamento delle masse e sicurezza contro ogni forma di tirannia e demagogia;
ogni italiano, sloveno, croato possa professare la propria nazionalità, senza atti minatori esteri; possa parlare la propria lingua, esporre le proprie bandiere, professare la propria religione se capace, porre la propria candidatura alle libere elezioni comunali (...) ecc.” (p. 30).
Tenere uniti idealmente tutti gli istriani
Al tempo stesso estese una serie di indicazioni comportamentali alla popolazione italiana residente nella zona B. Con l’aumento del numero degli esuli che riparavano nel capoluogo giuliano per sottrarsi alle persecuzioni politiche messe in atto oltreconfine, alla fine dell’estate 1945 nacque il Gruppo Esuli Istriani, il cui fine associativo, come si legge nello statuto, era: “tener riuniti idealmente tutti gli istriani, che in seguito a persecuzioni, pressioni, timori o per la coartazione di essere costretti od invitati a collaborare con le autorità d’occupazione, hanno dovuto abbandonare le loro case e riparare a Trieste, indifferentemente la data del loro esodo, purché gli stessi non siano stati squadristi, antemarcia, ufficiali della milizia, abbiano coperto cariche nel partito, appartenuto al fascio repubblicano e comunque si siano resi colpevoli di faziosità e di crimini politici e comuni” (art. 3, p. 33). Vi era anche la proposta di Romano di organizzare una sezione militare, per una resistenza con le armi, destinata a compiere sabotaggi e azioni dimostrative nelle zone controllate dagli jugoslavi. Fu considerata troppo audace e fu scartata, poiché ogni azione offensiva avrebbe avuto conseguenze negative sulla popolazione inerme, oltre a provocare la cesura di ogni forma di dialogo con il Governo e le istituzioni italiane. Nella primavera 1946 il CLN non si spingeva oltre Rovigno (pertanto si firmava CLN per l’Alta Istria), a sud di questa città agiva clandestinamente il CLN di Pola, mentre dall’11 agosto di quell’anno esso si trovò inserito di diritto nel CLN della Venezia Giulia.
Rivendicare la linea Wilson
Il primo grande impegno del CLN dell’Istria, che lo vide schierato con il Governo, fu la rivendicazione della linea Wilson, vale a dire il confine proposto dal presidente statunitense al termine della Grande Guerra, che si basava sul principio etnico, oltre che geografico ed economico della regione interessata. Ad est di quella ipotetica linea, cioè Fiume, i territori gravitanti sul Quarnero e Zara erano da considerarsi già persi per l’Italia. Il rimanente territorio sarebbe stato visitato (7 marzo-5 aprile 1946) da una commissione composta dai rappresentanti delle quattro potenze vincitrici: Stati Uniti d’America, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica. “l’attesa della visita alleata segna l’aggravarsi della situazione nella zona B, con il ritorno della violenza politica che si traduce in un periodo di costante intolleranza e intimidazione.
Ogni manifestazione è preclusa alla popolazione italiana di sentimenti nazionali, mentre l’UAIS e il PCRG, assieme agli emissari politici del Governo belgradese, si danno da fare per indurre i delegati stranieri che a breve giungeranno in zona B a giudicarne la popolazione compattamente favorevole al suo ingresso nel nuovo stato jugoslavo, eliminando ogni traccia di residua italianità” (p. 39). Poi vi era l’attività assistenziale, che rappresentò un segmento centrale tra i compiti svolti. Come scrive l’autore: “nella zona B, gli aiuti erogati tramite i CLN clandestini hanno il duplice scopo di aiutare economicamente i più disagiati, evitando così un loro esodo che andrebbe a indebolire la componente italiana del territorio, e di premiare, in qualche modo, i membri più attivi della resistenza italiana, che spesso sono oggetto di spiacevoli atti intimidatori o hanno subito la perdita dei propri beni” (p. 42). Con la proposta confinaria francese, una sorta di compromesso che avrebbe dovuto portare ad una soluzione del problema e lo svanire dell’idea originaria, cioè la linea Wilson, s’iniziò ad avanzare la richiesta del plebiscito; la gente residente nei territori interessati avrebbe deciso la propria sorte in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli.
La mancanza di appoggi
Non se ne fece nulla. Il CLN istriano non poté contare sull’appoggio del Governo italiano, il ministro francese George Bidault proponeva invece di risolvere il problema giuliano internazionalizzando lo spazio geografico compreso tra il Quieto e il Timavo, formando il Territorio Libero di Trieste con a capo un governatore eletto previa consultazione tra Roma e Belgrado. Il primo agosto 1946 a Parigi iniziavano i lavori della Conferenza di Pace. La delegazione italiana era guidata da Alcide De Gasperi affiancato da Ivanoe Bonomi per le questioni del confine orientale. Consiglieri di quest’ultimo erano il polese De Berti, fermo sostenitore della linea Wilson, e il goriziano Bettiol, contrario alla proposta del plebiscito, affiancati da Giuricin e Romano. Alla fine quegli uomini rientrarono senza aver riportato alcun risultato.
Il 12 dicembre 1946 si chiudeva a New York la sessione del Consiglio dei ministri degli Esteri iniziata otto giorni prima.
In quell’occasione fu fissata la data del Trattato di pace: 10 febbraio 1947. Il CLN istriano sollecitò il Governo a non firmare quel documento, anche perché quest’ultimo aveva promesso di non sottoscrivere alcun documento che avesse portato a importanti rinunce territoriali.
Al contempo si pensava anche alla nuova situazione che inevitabilmente sarebbe emersa da quella firma. “Realizzata l’ormai prossima costituzione del TLT, il CLN istriano affronta il problema relativo alla popolazione italiana che passerà entro lo stato jugoslavo, chiedendo al Governo nazionale di intervenire a Belgrado per richiederne garanzie di tutela: se durante la Conferenza di Pace era infatti passata l’ipotesi di un esodo di massa per fini puramente politici, ora prende corpo la volontà di non pregiudicare la componente italiana, in previsione di possibili future revisioni del Trattato di Pace in seguito a trattative dirette” (p. 58).
Tra le altre attività svolte ricordiamo la stampa clandestina il cui scopo precipuo era proporre un’informazione alternativa in contrasto al monopolio informativo in mano ai “poteri popolari” nella zona B.
“La diffusione della stampa oltreconfine si spiega inoltre allo scopo di far pervenire alla popolazione istriana le indicazioni comportamentali e i proclami politici della resistenza, rendendone percettibile l’attiva presenza su tutto il territorio occupato” (p. 67). Il foglio più importante e longevo fu il “Grido dell’Istria”, che si stampava in tipografie venete e friulane per sottrarsi ai controlli del Governo Militare Alleato che mal tollerava qualsiasi forma di attività politica diretta nell’area occupata dagli jugoslavi. L’introduzione del giornale non era un’operazione facile, veniva affidata ai fiduciari ciellenisti e ai membri più attivi della locale resistenza che lo diffondevano tra la popolazione.
Il 7 novembre 1947 si riuniva nuovamente il Consiglio direttivo del disciolto CLN dell’Istria e fu ricostituito l’organismo, questa volta non più su una base territoriale bensì politica. Continuava l’attività verso i connazionali residenti nella zona B e in occasione delle elezioni amministrative del 1950 indette dagli jugoslavi nei distretti di Capodistria e Buie invitò la popolazione a disertare i seggi elettorali. La reazione non si fece attendere e, dopo l’allontanamento dei giornalisti italiani presenti in zona, fu usata la forza, costringendo i recalcitranti a votare. In quel clima intimidatorio l’Unione Antifascista Italo-Slava raccolse quasi il 90 per cento delle preferenze, molto alto fu il numero delle schede bianche, a Capodistria, ad esempio, superavano il 13 per cento. “Il pesante clima di violenza riemerso in quel 16 aprile sancisce però la fine di ogni possibilità di resistenza, anche solo passiva: da questo preciso momento, il CLN dell’Istria non si oppone più all’esodo della popolazione italiana dalla zona B, comprendendo l’impossibilità di qualsiasi pacifica forma di convivenza oltreconfine” (p. 108). Dopo quei fatti dall’area esodarono 85 nuclei familiari e 225 persone singole. Da quel momento le partenze crebbero sensibilmente, perciò si chiese la realizzazione di altre baracche nel Centro di Raccolta di Prosecco che potessero raccogliere complessivamente altri 300 nuclei familiari. Da Roma giunse intanto la notizia di uno stanziamento di 250 milioni di lire per la costruzione di alloggi destinati ai profughi, “Giuricin e Lonza si oppongono però a quello che viene definito un puro gesto politico che va a indebolire la resistenza in zona B, incoraggiando l’esodo anche di chi non è perseguitato” (p. 114).
Nel 1953 l’agenzia di stampa United Press diramò la notizia della prospettata eventualità di un ritiro delle truppe alleate dalla zona A per favorire i rapporti tra l’Italia e la Jugoslavia e risolvere il contenzioso del TLT. Il CLN dell’Istria era fortemente preoccupato che l’ingresso di truppe italiane nella zona A potesse pregiudicare la sorte nella zona B, perciò s’impegnò a far rispettare le clausole del Trattato di pace. Dopo la Dichiarazione bipartita dell’8 ottobre 1953, esso comunicò al primo ministro Giuseppe Pella l’apprensione per le conseguenze negative che quell’accordo avrebbe prodotto sulla zona B, “la cui sorte non deve essere diversa da quella di Trieste” e di conseguenza invitava sia il Governo sia il Parlamento “a respingere la nota proseguendo l’azione per una soluzione unitaria delle due zone conforme alla volontà della popolazione” (p. 124).
Gestione dell'esodo
Con il Memorandum di Londra dell’ottobre 1954 la questione giuliana arrivava al capolinea. Da quel momento in poi il CLN si trovò a gestire l’ultima ondata dell’esodo che si sarebbe protratta per oltre un anno. Andrea Vezzà evidenzia che si pensò anche a salvaguardare chi era rimasto sul territorio, al fine di non compromettere definitivamente la presenza italiana. “A metà 1956, i rappresentanti socialisti del CLN istriano Cesare e Miglia intraprendono un viaggio in Istria per constatare di persona le reali condizioni di vita oltreconfine a quasi due anni dall’annessione, lontano dalla partigiana propaganda anticomunista. Ne esce una realtà per certi versi diversa, almeno nel territorio meridionale, dove la situazione generale pare, in alcuni casi, forse anche migliorata, anche se gli italiani sono costretti a muoversi esclusivamente sui binari del regime comunista.
Giunge quindi la proposta del dialogo oltreconfine con i rimasti e l’invito posto al Governo nazionale di contribuire al sostegno alla cultura italiana (...)” (p. 127).

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

 

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
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