La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin

 

 

anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
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http://www.arenadipola.it/

 

20 - La Voce del Popolo 14/02/13 Zara - Rivelazioni inedite sulle opere d'arte custodite a Venezia
21 - La Voce in più Dalmazia 09/02/13 Ricordo - La Dalmazia nel pensiero degli italiani
22 - Libero 01/03/13 Vate e guerriero senza mai perdere l’eleganza (Gianluca Tenti)
23 – L’Arena di Pola 19/02/13 Parce mihi Domine ... (Liana De Luca)
24 - La Voce del Popolo 19/02/13 Cultura - I Budinich : Storia e memoria nel diario dell'anima di un lussignano (Alessandro Giardossi)
25 - La Voce in più Dalmazia 09/02/13 Arte Dalmata in Auge a Roma (Eufemia Giuliana Budicin)
26 - Malgrado Tutto 03/02/13 L'Istria di Gina (Salvatore Ferlita)
27 - La Voce di Fiume Luglio - Agosto 2012 Ritrovata a Genova il porto d'armi di Riccardo Zanella (Sandro Pellegrini)
28 - Il Piccolo 19/02/13 Rivive la storia di Venezia dentro Palazzo Ducale con un nuovo itinerario (Giovanna Pastega)

 

Marzo 2013 – Num. 35

 

20 - La Voce del Popolo 14/02/13 Zara - Rivelazioni inedite sulle opere d'arte custodite a Venezia
Rivelazioni inedite sulle opere d’arte custodite a Venezia
ZARA | Spesso le risposte alle domande che ci poniamo si celano nei luoghi più impensati. Se ne è resa conto una ricercatrice del Dipartimento di storia dell’arte in seno alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Zara, Antonija Mlikota, che lavorando alla propria tesi di dottorato e seguendo il consiglio ricevuto da una collega italiana, Carlotta Coccolli, ha rintracciato in un archivio statunitense una serie di carte utili alla comprensione di un importante episodio della storia della città dalmata risalente agli anni della Seconda guerra mondiale e del secondo dopoguerra, più correttamente alla sorte subita da una parte significativa del suo inestimabile patrimonio artistico, storico e culturale.
Sabato scorso il quotidiano Jutarnji list di Zagabria ha pubblicato un ampio reportage firmato da Adriana Piteša sul mistero del cosiddetto Tesoro di Zara, composto da reperti archeologici (vetri antichi, ceramiche, ori…) custoditi oggi in vari musei italiani o più correttamente veneziani. Il documento al quale fa riferimento Antonija Mlikota – che il prossimo mese pubblicherà un articolo in materia sulla rivista Asseria, edita del Museo di vetro antico di Zara –, è intitolato “Zara: Report on War damage on Monument and moveble works of art known to be stored in Italy”.
Si tratta di un inventario contenuto in 14 casse di reperti fatti pervenire da Zara a Venezia durante la Seconda guerra mondiale, stilato dal capitano inglese Basil Marriott, un ufficiale della MFAA – una commissione creata dal governo americano e da quello britannico nella primavera del 1943, poco prima dello sbarco degli Alleati in Sicilia, per la protezione delle opere d’arte e degli archivi nell’Europa in guerra.
L’incartamento, custodito nell’Archivio nazionale di Washington, conta una trentina di pagine più sei allegati. Il rapporto dell’architetto inglese (di dominio pubblico dal 1975) è interessante soprattutto perché mette in dubbio il periodo nel quale i reperti sarebbero stati trasferiti dalla Dalmazia al Veneto, posticipando la data in questione dal 1943 al 1944.
Nell’articolo, all’interno del quale si ragiona sul luogo più idoneo dove esporre i reperti in questione, si fa cenno all’ingresso in città dei partigiani e all’esodo, ma anche alla rinascita culturale della città iniziata nel 1951 con la mostra “Argenti e ori di Zara”, promossa dallo scrittore Miroslav Krleža e alla ricostruzione dei quartieri distrutti durante i bombardamenti a partire dal 1953. E neanche tanto tra le righe si fa balenare la possibilità che la Croazia possa chiedere la consegna delle opere, anche se si ammette che la questione si presenta giuridicamente oltremodo complessa.

 

21 - La Voce in più Dalmazia 09/02/13 Ricordo - La Dalmazia nel pensiero degli italiani
RICORDO
LA DALMAZIA NEL PENSIERO DEGLI ITALIANI
Alla vigilia del Giorno del Ricordo dell'esodo e delle foibe vale la pena di ripercorrere nuovamente le vicissitudini storiche della componente italiana delle terre adriatiche orientali, in particolare della Dalmazia. Il Giorno del Ricordo è stato istituito anche per evitare che la "torre dell'italianità" finisca sommersa "nel mare dell'oblio", tanto per parafrasare in parte lo scrittore Vladimir Nazor. Quello che ci interessa soprattutto, in questo momento, è l'evolversi delle posizioni della diaspora, nonché la percezione che della Dalmazia e dei dalmati italiani si aveva e si ha in Italia. Ci soffermeremo in particolare su quei periodi del passato di cui è ancora vivo il ricordo. Lo faremo riprendendo alcune delle parti salienti del discorso pronunciato all'ultimo Raduno dei Dalmati a Senigallia da uno dei leader storici della diaspora, il senatore Lucio Toth. Nelle parti conclusive del suo intervento, Lucio Toth delinea con precisione e lucidità quelle che possono essere le direttrici d'azione future per favorire la conoscenza della problematica dell'Adriatico orientale nella penisola appenninica, ma anche per rilanciare il dialogo con le altre componenti storiche delle nostre terre, in primo luogo con quella croata. Il tutto per sventare il rischio dell'oblio, favorire la reciproca conoscenza e consolidare lo spirito di rappacificazione in un'ottica squisitamente europea. Riportiamo pertanto gli spunti di fondo del discorso di Toth e soprattutto le sue considerazioni sui periodi storici più recenti e sulle prospettive future:
Ci siamo chiesti tante volte come ci vedono gli “altri”, gli altri italiani innanzitutto. Perché per parlare di noi, dalmati italiani, e della nostra esistenza nella storia, da molti ignorata o negata, occorre innanzitutto capire con chi parliamo. Che cosa sa o pensa di noi il nostro interlocutore italico. Quello che vorremmo ci capisse di più.
Ma la domanda che oggi ci poniamo - che è emersa in una polemica dell’estate appena passata - è quando la nostra regione è entrata negli interessi del pensiero politico e della cultura italiana in generale.
Mi voglio limitare naturalmente all’età contemporanea, da Campoformio in qua. Perché è da allora che comincia la nostra “passione adriatica”.
Volendo distinguere i tempi - ed è necessario sul piano metodologico - si arriva a riconoscere sei periodi abbastanza delineati e omogenei: il primo dal 1810 al 1848; il secondo dal 1848 al 1866; il terzo dal 1866 al 1915; il quarto dal 1915 al 1947; il quinto dal 1947 al 1991; l’ultimo dal ’91 ad oggi.

Idealismo immaginario
Il primo periodo è caratterizzato da un idealismo immaginario. Nel pensiero comune la Dalmazia resta una terra della Repubblica di Venezia, come tale segnata nelle mappe e ingiustamente cancellata dal Congresso di Vienna. Ed essendo la Repubblica considerata uno “stato italiano” anche la Dalmazia per riflesso ne è investita, come dalla luce di
una lanterna, o di un faro il cui raggio illumina tutto l’Adriatico orientale.
... Già in Mazzini tuttavia, al momento della fondazione della Giovine Italia (1831), l’appartenenza della Dalmazia all’Italia sfuma e vacilla fino a perdersi. Malgrado tra i suoi seguaci, perseguitati dalle polizie, ci fossero molti dalmati. Col tempo gli ideali mazziniani avevano preso il largo estendendosi alle aspirazioni di tutti i popoli “oppressi” dai tre imperi centro-orientali: Austria, Russia e Turchia. ... Nelle rivoluzioni del 1848 la Dalmazia - come osserva Monzali - non fu teatro di grandi rivolgimenti. Eppure sappiamo, dalle memorie di Niccolò Tommaseo, che la guarnigione italiana di Zara si sarebbe dovuta ribellare e fu lui stesso a fermarla. E che la municipalità di Spalato chiese di aderire alla risorta Repubblica democratica veneta.
Un’intera Legione istriano-dalmata combatterà nella difesa di Venezia e dalmati furono i suoi principali protagonisti. Altri ne troviamo nella difesa della Repubblica Romana, come Federico Seismit-Doda, autore tra l’altro della canzone più popolare tra i combattenti: “La Romana”. Trasuda di amore per la patria italiana il repubblicano e mazziniano Seismit-Doda. Non sa cosa pensa il suo idolo della sua terra natale?
A proposito di vocazioni musicali non è un dalmata, Enrico Cossovich, a scrivere nel 1848 la più nota canzone napoletana: “Santa Lucia”? Suo fratello Marco intanto è volontario garibaldino e diventerà colonnello nelle future guerre dell’Eroe dei Due Mondi (G. Garibaldi, “Memorie”, BUR ediz.1998, Milano).
Ma come vedevano gli altri italiani un Sirovich, un Caravà, un Cattalinich, un Solitro, un Paulucci delle Roncole, che combattevano al loro fianco per l’unità dell’Italia? Come patrioti italiani venivano percepiti, ma ciò non significava che la loro terra fosse compresa necessariamente nel sogno unitario.

Il periodo del realismo
Il 2° periodo (1849-1866) è improntato proprio ad un prevalente realismo e possibilismo. Il fallimento del ’48, delle sue illusioni e delle sue confusioni ideologiche porta Cavour e il Piemonte a formulare piani più concreti. E a metterli in pratica.
Nel 1866 Cavour non c’è più. E la prudenza del nuovo Regno d’Italia è ancora maggiore... Fu in quell’estate del 1866, tra incertezze, paure e progetti ambiziosi, che si consumò il nostro destino di dalmati italiani. La malasorte di Lissa ne fu la conclusione...
Il 3° periodo (1866-1915) si può definire di rinuncia ufficiale e fermento culturale. Da un lato abbiamo da parte dei governi di Firenze e di Roma l’abbandono di qualsiasi rivendicazione non solo sulla Dalmazia, ma anche sul Trentino, Trieste e l’Istria. Dall’altro un movimento, minoritario sul piano numerico, ma molto attivo sul piano culturale, operava al contrario.
... Pur tuttavia nel 1883, con una contraddizione tipicamente italiana,
Crispi, mentre condannava pubblicamente l’irredentismo e scioglieva il Comitato romano pro Trento e Trieste, decise di sovvenzionare riservatamente le organizzazioni di difesa dell’italianità nei territori irredenti, Dalmazia compresa. Dall’ispirazione irredentista erano nate infatti prima la “Pro Patria” e poi la Società Dante Alighieri, su iniziativa dei triestini Felice e Giacomo Venezian, con lo scopo di difendere la presenza italiana un po’ ovunque fuori dai confini del Regno, ma soprattutto nei territori austro-italiani. La stessa politica di sovvenzioni occulte fu poi estesa alla Lega Nazionale, che fu fondamentale nel difendere le scuole italiane in Istria e soprattutto in Dalmazia, mano a mano che le autorità austriache le venivano sopprimendo sul finire dell’Ottocento nelle città dalmate dove esistevano, da Arbe a Traù, a Cattaro, a Curzola, a Lesina.
Col passare degli anni infatti fu sempre più evidente che la pressione slovena e croata su tutto il litorale dell’Impero, da Gorizia alle Bocche, aveva l’appoggio dichiarato delle autorità governative.
La caduta della giunta autonomista di Baiamonti a Spalato nel 1882, sotto la minaccia della flotta imperiale, non era che un esempio.

Esaltazione emotiva
E siamo giunti al 4° periodo (1915-1947), quello dell’esaltazione emotiva e della drammatizzazione, che in drammi e tragedie si concluderà. A questo punto la Dalmazia diventa un fattore essenziale della “questione adriatica”.
Fu in quegli anni che l’odonomastica delle città italiane si arricchì di Vie Zara, Piazze Fiume, Lungomari Spalato.
Intanto la sorte dei dalmati italiani fuori di Zara dopo la Prima guerra mondiale è quella che conoscete. Conservando la cittadinanza italiana, come fecero i più, perdevano però ogni diritto politico, divenendo estranei e irrilevanti nella vita
pubblica delle loro città. Perdendola finivano gradualmente con la generazione successiva in una lenta, ma inesorabile slavizzazione. Dopo le violenze anti-italiane degli anni 1918-1920 anche questa condizione di inferiorità civile indusse almeno diecimila italiani autoctoni ad abbandonare la Dalmazia.

Come ci vedevano gli altri?
Ma come ci vedevano in quegli anni del ventennio fascista gli altri italiani?
Zara era meta di gite scolastiche e del Dopolavoro, i cui gitanti domenicali se ne incantavano per la sua “grazia veneta”.
Nei campi sportivi italiani ci si stupiva di tanti cognomi slavi, tedeschi, ungheresi che portavano allori olimpionici alle squadre italiane.
Nei primi anni qualche comitiva di squadristi dell’opposta sponda venivano a Zara a impartire lezioni di italianità alla minoranza croata e serba. Tornavano con le pive nel sacco perché i loro metodi non piacevano ai giovani di Zara, fascisti o no che fossero.
Per noi dalmati italiani suonavano offesa.
Sul piano diplomatico la Convenzione di Nettuno del 1925 sistemò le ultime questioni transfrontaliere, soprattutto a Fiume e a Zara, con la creazione intorno alla piccola enclave zaratina di tre zone, ove era consentito lo spostamento di merci e persone, così da non troncare i rapporti vitali tra la città, il suo retroterra e le isole dell’arcipelago.
Il patto Ciano-Stojadinovic del 1937, con la rinuncia ad ogni aspirazione territoriale italiana, creò non poche apprensioni sia nella Venezia Giulia che a Zara, così come il discorso di Mussolini in Piazza dell’Unità a Trieste del settembre 1938 in cui, dopo aver annunciato insieme le leggi razziali e l’avvicinamento alla Jugoslavia, si sentì di dover dire: “Non abbiate qualche volta l’impressione che Roma, perché distante, sia lontana. No. Roma è qui...”
Il colpo di stato a Belgrado del marzo 1941, l'invasione della Iugoslavia da parte dell'Asse il 6 aprile fece cambiare nuovamente i toni. Tutte le rivendicazioni furono rimesse in campo ("da Arbe fino a Spizza") e più vibrante si fece la propaganda del regime con l'annessione all'Italia nella primavera del 1941 delle nuove province dalmate di Spalato e Cattaro e l'allargamento a Sebenico e Tenin della provincia di Zara.
Ciononostante l'annessione, per i gravissimi problemi creati dalla feroce guerriglia incrociata insorta su tutto l'hinterland dalmato, rafforzò nella maggior parte degli italiani l'opinione che la nostra regione fosse un groviglio di inesauribili guai.
L8 settembre confermò come gran parte dei militari italiani si sentisse in Dalmazia come in terra straniera, quando gettando fucili e giberne gridavano di voler "tornare in Italia", tra lo sgomento della nostra gente, che si sentì tradita. Rinnegavano così l'eroismo dei loro commilitoni caduti con onore, dalmati compresi, per difenderci dalle minacce nemiche.
Gli eventi successivi, la crisi tra gli Alleati e Tito nella "corsa per Trieste" condannò la Dalmazia all'abbandono più totale.
De Gasperi farà alla conferenza di Parigi un ultimo tentativo, per salvare Zara, proponendo uno Stato Libero che comprendesse Fiume, Zara e le isole di Cherso e Lussino. Si vide quanto queste proposte fossero fuori della storia, dato che la debolezza dell'Italia non le consentì nel 1947 di difendere nemmeno Trieste.
Questo non vuol dire che la stampa dell'Italia divisa tra Nord e Sud non si interessasse alla tragedia di Zara, quasi distrutta dai bombardamenti e al nostro esodo. Ma il governo di Roma, sotto tutela alleata, nulla poté fare se non mandare nell'estate del 1945 le navi dell'ancora Regia Marina a raccogliere i profughi dalmati che si erano rifugiati a Lussino.
La damnatio memoriae
Il 5° periodo e quello dell'oblio e della censura politica, la damnatio memoriae. Anche questo lo avete vissuto di persona. E' stato come se Zara non fosse mai stata italiana e che parlare della Dalmazia fosse soltanto propaganda neo-fascista. Le nostre città e le nostre isole diventarono nella stampa, nell'editoria, nei dépliant turistici Krk, Rab, Pag, Zadar, Sibenik, Trogir, ecc.
A nessuno interessò che l'80% della popolazione zaratina avesse optato per la cittadinanza italiana e che dopo il Memorandum di Londra del 1954 un'ultima ondata di zaratini italiani scegliesse la strada dell'esodo, quando furono abolite le ultime scuole nella nostra lingua e divenne quindi chiara la volontà di sradicare ogni traccia della nostra presenza.
Bisogna riconoscere che da parte della Chiesa cattolica qualche rispetto per la nostra vicenda non cessò mai, come avvenne nei rari incontri dei rappresentanti della Diaspora giuliano­dalmata con i Papi. Questa attenzione era dovuta anche alla presenza in Italia di tanti sacerdoti esuli, come il nostro vescovo Mons. Munzani, don Scutarich, Mons. Duca, don Luigi Stefani, Mons. Lovrovich, Padre Flaminio Rocchi, e alle persecuzioni che i cattolici tutti subivano da parte del regime comunista di Tito.
Quanto abbiamo sofferto nell'immediato dopoguerra, soprattutto le famiglie ricoverate per anni nei campi-profughi, dall'ostracismo politico che la militanza comunista italiana mise in essere con ostinata pervicacia, anche con episodi di violenza, lo sappiamo solo noi.
Il risveglio dell'attenzione
Il 6° periodo, che possiamo chiamare di un risveglio dell'attenzione sul piano storiografico e sentimentale, é quello che va dal 1991 ad oggi.
Il triste e lungo quarantennio di silenzio é cessato infatti quando la cruenta dissoluzione della Federazione Iugoslava mostrò al mondo quanto fosse effimera quella costruzione politica, quanto fosse oppressivo ed economicamente sballato il vantato "modello iugoslavo", di quali efferatezze fossero capaci le contrapposte fazioni.
Si aprì allora una breccia nella pubblica opinione del paese che le nostre associazioni hanno saputo intelligentemente allargare, riportando alla luce della memoria nazionale la nostra vicenda di giuliano-dalmati. In questa riscoperta storica, cui concorsero scrittori e giornalisti di ogni tendenza politica, anche la Dalmazia tornò ad affacciarsi all'attenzione della nazione. Molto contribuirono le parole dei Presidenti della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano. Fu Ciampi in un messaggio di Capodanno ad affermare che "i nomi di Fiume, di Pola e di Zara sono nel cuore di tutti gli italiani". Erano decenni che non sentivamo qualcosa del genere.
Le leggi approvate dal parlamento, quasi all'unanimità, nei primi anni del 2000 confermarono questa attenzione con l'introduzione del Giorno del Ricordo delle Foibe e dell'Esodo, la tutela del patrimonio storico e culturale degli Italiani dell'Adriatico Orientale, la normativa sull'Anagrafe di noi esuli e sull'acquisto agevolato delle case popolari, furono il segno tangibile, seppure modesto, di questo ritorno alla superficie del fiume carsico della nostra storia e della nostra cultura.
E ancora, onestamente, ci é difficile capire perché noi sia mai stata ufficializzata la concessione della medaglia d'oro alla nostra città.
La Regione Veneto, come altre regioni della Penisola, ha voluto emanare leggi a protezione della nostra tradizione culturale, per non fare precipitare nell'oblio secoli di vita italiana della nostra Dalmazia.
Ricostruire una memoria
Oggi, guardando all'avvenire - come ho accennato un anno fa e come stiamo già facendo - il nostro obiettivo si é fatto ancora più ambizioso: riconquistare l'attenzione della cultura e dell'opinione pubblica croate nel riconoscere l'esistenza di una radicata presenza italiana lungo la costa dalmata.
E un compito nobilissimo perché non vuole riaprire antiche ferite reciproche, ma ricostruire una memoria che non disconosca a priori il carattere plurinazionale della nostra terra. L'obiettività delle nostre posizioni, la rinuncia a rivendicazioni territoriali (ancora così vive tra i Paesi dell' ex Jugoslavia tra Slovenia e Croazia, Croazia e Bosnia, Bosnia e Serbia), il riconoscimento del carattere minoritario dell'italianità dalmata di fronte ad una innegabile maggioranza croata della popolazione, secondo l'insegnamento di quel grande dalmata e italiano che fu Niccolò Tommaseo, devono servire a vincere le tendenze negazioniste dell'estremismo nazionalista croato e del nostalgismo comunista titino.
Anche l'affermazione dell'autoctonia della presenza latina e italiana in Dalmazia, al di là della "colonizzazione veneziana" dal XIV secolo al 1796, deve essere da noi suffragata con serietà storiografica e documentaria, pronti anche ad accettare quello che la propaganda nazionalista italiana voleva ignorare. La verità trionfa sempre. E non dobbiamo avere paura di proclamarla. Quando si sa stare nei limiti della realtà é la realtà stessa a darci ragione. E nessuno ci potrà smentire.

 

22 - Libero 01/03/13 Vate e guerriero senza mai perdere l’eleganza
Un'Araba Fenice che non passa di moda
Vate e guerriero senza mai perdere l’eleganza
Giordano Bruno Guerri svela il volto del superuomo d Annunzio: libertario e critico del Duce, coniugò poesia e azione (da Buccari a Fiumej sino a diventare l’ultimo eroe risorgimentale
Pubblichiamo ampi stralci dell’articolo di Gianluca Tenti, dal tìtolo «L’ultimo eroe del Ri­sorgimento», ospitato dal nu­mero 120 (marzo 2013) del mensile Momìeur ora in edico­la e dedicato a Gabriele d’An­nunzio.
di GIANLUCA TENTI
■■■ Eia, eia, eia, alalà. Ci sono Eschilo e Pindaro in questo sa­luto. È una delle molte invenzioni linguistiche di Gabriele d’An­nunzio (di cui poi si approprierà il fascismo), l’uomo o meglio il superuomo che reinterpretò l’abbreviazione «Mas» con cui venivano indicati i rapidi moto­scafi antisommergibili, in un acronimo portatore di «Me­mento audere semper». Fu uo ­mo d’azione e su questo Giorda­no Bruno Guerri, che del Vate è biografo olire che presidente della Fondazione del Vittoriale, non ammette incertezze. «A me toma sempre in mente che agli inizi del Novecento amasse par­lare dei condottieri rinascimen­tali che andavano alla conquista delle città esprimendo “felicità ossidionale”. Lo immagino en­trare a Fiume, quindici anni dopo, alla guida dei suoi legionari. Sì, d’Annunzio come uomo d’azione che non esprime mai brutalità. Lo vedo come misto di azione e poesia. Gioia ed eie ganza, che poi è rarissima nell’azione. La beffa di Buccari, il volo su Vienna, la presa di Fiu­me. Tutta l’impresa è permeata d’eleganza». Uomo di lettere e di pensiero seppe dar seguito agli ideali. Scosse anime. Plasmò sogni. Per lui Patria era un valore. Non come accade oggi... «Vede, proprio questo concetto di Pa­tria sembra fare di lui più un uomo dell’Ottocento che del No­vecento. Si definiva l'ultimo eroe risorgimentale». Non a ca­so i più arditi tra i suoi giovani seguaci anelavano una quarta guerra d’indipendenza. «E lui era il loro eroe. Oggi Patria è una parola desueta. L’uso che ne ha fatto il fascismo l’ha portata... non solo fuori moda, l’ha svilita. Il concetto di questa parola è certo fluttuante nella storia. Ma tornerà a brillare. Un po’ come lo spread... Magari non per l’Ita­lia. Magari l’Italia non esisterà neppure più. Ma tornerà. E già ci fa sembrare d’Annunzio avviato verso una rinascita che ne rilancerà gesta e scritti. Perché d’An­nunzio, per me, è come l’Araba Fenice».
La conversazione scivola morbida attraversando lettere e oratoria di guerra, amori e umo - ri. Ma è a Fiume che tutto si su­blima. Sostiene Giordano Bru­no Guerri che quella fu l’impre­sa. Siamo nel 1919. Il Patto di Londra stabiliva che la Dalma­zia settentrionale finisse annes­sa all’ Italia e che Fiume fosse as­segnata alla Croazia. Che prete­sa! 13 Ornila fiumani erano italia­ni per lingua e cultura. La città «irredenta» era quindi la rap­presentazione plastica dell’ideale dannunziano. In barba al presidente americano Thomas Woodrow Wilson. In barba alle potenze mondiali. In barba a Francesco Saverio Nini, capo del governo, che per il Vate era «Cagoja». D’Annunzio si fe­ce sacerdote, vestì la divisa di tenente colonnello dei lancieri di Novara, scrisse a Benito Mussolini che il «dado è tratto» e viag­giò a bordo di una Fiat 4 cabriolet verso Fiume, alla guida di una colonna di autocarri che trasportavano 160 granatieri, con quattro autoblindo di bersaglieri e volontari armati quan­to disordinati. Erano 2.500, più del doppio dei garibaldini. Quando il generale Vittorio Emanuele Piuttaluga gli ordinò di arrestarsi al confine, sfoderò il petto gonfio di medaglie. Subli­mò Napoleone che sbarca in Francia dopo la fuga dall’isola d’Elba. Lo esortò a sparargli. Passò. Conquistò Fiume senza colpo ferire. La tenne per 492 giorni da quel 12 settembre 1919. Autorizzò i suoi legionari a ogni forma di trasgressione: si drogavano di cocaina, andava­no nudi per le vie, si dedicavano a orge e pratiche omosessuali. Per lui arrivò pure Guglielmo Marconi, che regalò una poten­te stazione radio. Arturo Toscanini diresse un concerto con la sua orchestra in favore dei po­veri.
Chi fu davvero il Vate? Gior­dano Bruno Guerri non ci pensa su. «Fu il libertario superomista. Non contemplato dal fascismo. Partiamo dai legionari. Per lui erano culto dell’amicizia e della fisicità. Dell’eroe». Li volle nel sacrario al Vittoriale. E con loro riposa. (...).
«... il fascismo ha eroso molto del vero d’Annunzio. Mussolini gliha scippato riti, miti e modi. E lui si è fatto sfruttare, consape­vole di ciò. È finito coinvolto in questa drammatica interpreta­zione di una destra che non era più destra. Lui, protofascista, anzi il “Giovanni Battista del fa­scismo"... Non amava il fasci­smo. (...). Definisce i balilla ra­chitici. Lo tollerò per avere il Vit­toriale. La pubblicistica lo ha descritto come un dente guasto mantenuto dal regime... Non fu così. Mussolini gli fece avere 5 milioni e 200mila lire. Oggi var­rebbero meno di 5 milioni di euro. Un affare. Per l’Italia. Che si trova oggi una proprietà su dieci ettari di terreno in zona pregia­ta, 3mila metri quadri coperti e pieni di opere d’arte, 33mila vo­lumi e 3 milioni di pezzi d’archivio. Con quella cifra, sul Garda, ti paghi una villetta...». (...).
La mente corre al Vittoriale, perché è qui che vive l’anima del Vate. «(...) Appena vi entrai ebbi netta la sensazione di aver viag­giato nel tempo. Perché uno dei molti meriti che ebbe Gabriele d’Annunzio fu quello di conge­lare la casa. Come se quel 1 mar­zo 1938 fosse ieri. Con gli oc­chiali che gli caddero dalla testa mentre moriva e che sono anco - ra al loro tavolo, nella Zambracca». C’è un segreto che ancora Giordano Bruno Guerri non ha svelato sul Vate? «In realtà mi accingo a farlo. Ho dedicato questi ultimi mesi a riscoprire la vita quotidiana e spicciola al Vittoriale. La clausura. Le stanze non aperte al pubblico. Sa per­ché non le apro? Non perché al loro interno accadesse qualcosa di strano, di sconvolgente. Non perché ci fossero strumenti di tortura e chissà quale altra dia­voleria. Non le apro perché era­no alloggi che complicherebbero la visita alla già ricca dimora».

 

23 – L’Arena di Pola 19/02/13 Parce mihi Domine ...
Parce mihi Domine...

Il ricordo più antico della storia di famiglia che mi trasmise mia madre fu quello relativo alla zia Perina, Pierina probabilmente, nota per il suo interesse alla bottiglia. Aveva una caratteristica. Quando le si offriva qualcosa diceva «no voio, no voio» e intanto allungava una mano. Ma la zia Perina possedeva a Smilcic una vasta tenuta con annessa casa rurale, una specie di fattoria dell’antico Far West, che, data anche l’età, non riusciva naturalmente a gestire da sola. Così si rivolse ai parenti, i fratelli Iurcev (da Iuricevo probabilmente), promettendo che avrebbe lasciato in eredità il tutto a chi se ne fosse occupato.
Gli Iurcev erano una numerosa famiglia di fratelli e sorelle che studiavano (i maschi naturalmente) a Zara dove abitavano. Zara allora, cioè alla fine dell’ottocento, era una cittadina di stampo veneziano, ma Smilcic, a una ventina di km, si presentava come un villaggio. I fratelli nicchiavano. Si sacrificò mio nonno Carlo, che era buono, interruppe gli studi e si trasferì a Smilcic. Poco dopo sposò una ragazza di Pago, Natalina detta Lina, de Mircovich, a cui la mamma spiegò la sera prima delle nozze che cosa le sarebbe successo.

Comunque nacquero quattro figli tutti ben riusciti, anche Maria, la prima alla prova, mia madre. Seguirono Eleonora, detta Nora, che sposò un Direttore Generale del Ministero del Tesoro da cui ebbe un figlio, Giancarlo, divenuto, secondo la tradizione di famiglia, medico cardiologo primario all’ospedale “Grassi” di Ostia; Beatrice, detta Bice, che sposò un ordinario di Scienza delle Finanze, da cui nacque Maria Novella che sposò un Paolo Rossi, non però il calciatore; Giacomo, detto Gino, che, sempre secondo la tradizione di famiglia divenne medico specialista in pneumologia, Direttore Generale dell’ospedale “Maddalena” di Trieste. Si sposò due volte ma non ebbe figli. In compenso era noto per la sua autorevolezza per cui non attraversava una porta se gli assistenti non gliela aprivano. Ma era noto anche per le sue facezie. Una volta, per esempio, ma era ancora giovane, dopo una gran mangiata, sul pullman del ritorno sentì la necessità di liberare lo stomaco con conseguente spargimento di effluvi. Un collega lo redarguì: «Ma Gino, coss ti fa?». E lui imperturbabile: «Tasi, mona, i credarà che ti xe sta’ ti».

La vita a Smilcic era quella semplice della campagna, dove l’unico diversivo consisteva nelle festività natalizie della locale chiesa ortodossa di poco sfasate da quelle della chiesa cattolica, che culminavano da ambo le parti in agapi luculliane. A una certa età le ragazze venivano internate nel collegio delle suore tedesche a Zara. Intanto era scoppiata la Prima guerra mondiale. Dalla campagna arrivavano ai fratelli di Carlo ceste abbondanti di generi alimentari, che dovevano servire a loro e anche alle ragazze in collegio. Ma spesso queste a merenda si vedevano dare dalle suore una fetta di pane accompagnata da un «no ghe xe altro».

La zia Perina infine morì, ma non lasciò alcun testamento. Così l’eredità andò divisa fra i fratelli e le sorelle Iurcev. I primi rinunciarono alla loro parte, ma non così le sorelle. Mia madre mi raccontava spesso della faccia desolata e preoccupata di mio nonno, che era buono, quando portò la triste novella alla moglie Lina. Mio nonno finì all’ufficio postale di Zara. Ma finì anche in prigione perché, profondamente irredentista come tutta la famiglia, gli sequestrarono in casa materiale propagandistico.

Finalmente la guerra terminò e a Zara, che passerà sotto l’Italia dopo l’impresa fiumana di d’Annunzio, il Trattato di Rapallo, ecc., cominciarono ad arrivare le truppe italiane.

Vi giunse anche un sottotenentino napoletano, Italo De Luca, ragazzo del ’99, ardito che aveva preferito ai codici, intravisti al primo anno di corso, la carriera militare. Incontrò Maria e fu un colpo di fulmine. Ma c’era un grosso problema da superare. All’epoca gli ufficiali percepivano uno stipendio molto basso e gli scatti di carriera erano molto diluiti nel tempo, per cui alla futura sposa era richiesta una cospicua dote. E Maria la cospicua dote non l’aveva proprio. Non so cosa Italo fece, disse, brigò, inventò, ma omnia vincit amor. Dopo una lunga e faticosa attesa il permesso finalmente giunse e i due convolarono a giuste nozze. Italo fu trasferito in Cirenaica. Insegnò a Maria a fare la pastasciutta e Maria gli insegnò a farle le coccole. Vissero felici e contenti (anche perché io non ero ancora nata).

In seguito mio padre dalla Cirenaica fu trasferito a Spoleto in Umbria. La cittadina non era ancora dei “Due Mondi”, ma mi piacque e così decisi di preannunciare i tempi e di venire... al mondo. Mia madre decise che voleva andare dai suoi genitori per il lieto (?) evento. Mio padre decise che quello che aveva deciso mia madre andava bene. Così io nacqui a Zara. Frignavo in continuazione. La levatrice mi imbottiva (non dico dove) di pezzetti di sapone. Mio nonno Carlo, che era buono, con una mano si portava il cibo alla bocca e con l’altro braccio mi ninnava (ero la prima nipote). Finalmente un medico decise che avevo semplicemente... fame. Le cose cominciarono ad andare meglio. Frignavo un po’ di meno, con grande sollievo della famiglia. Venne mio padre e riportò mia madre e me a Spoleto. Così potei veder con gli occhi esterni la cittadina che mi era tanto piaciuta.

A Spoleto passai i primi anni della mia infanzia. «La sorella di latte solamente / riusciva, Gianna dalle guance rosse / – ancor più rosse accanto al mio pallore – / a rompere l’incanto del silenzio». Mia madre insinuava che prima la balia allattava la figlia e poi il rimanente lo dava a me: il che poteva anche essere vero. E poi c’era «la caserma da cui usciva il padre / e l’attendente Pea, il mio primo amore, / che mi tradì già lui e mi confessò / che mi lasciava il giorno di partire». D’estate si andava a Monteluco, che come altezza poco aveva da invidiare a quella del Monte San Michele di Pola. Ma si seguiva anche il padre nei campi estivi, per esempio a Cascia. Mia madre si inginocchiava a pregare davanti all’urna della santa, ma io scappavo fuori dalla chiesa per la grande paura che m’incuteva la mummia. Mia madre mi dedicò a lei e forse non sapeva con quanta ragione, poiché Santa Rita è la “Santa degli impossibili e dei casi disperati”. Comunque io per premunirmi ho scelto a mio protettore San Gerolamo e ho fatto mio il suo motto: «Parce mihi domine quia dalmata sum».

Venne il tempo in cui mio padre doveva essere di nuovo trasferito. Mia madre lo pregò di indicare Zara come nuova destinazione e mio padre, che desiderava solo esaudire i desideri della sua mogliettina, la accontentò. Naturalmente la richiesta fu subito esaudita. Si era nel 1938 o ’39. Ben presto l’Italia entrò in guerra a fianco della Germania.

Mio padre fu mandato in Francia. Io e mia madre rimanemmo a Zara. Abitavamo in casa Godnig a Cereria, su una punta dalla quale si inarcava una insenatura con un boschetto dove le scoiane si liberavano di troppo abbondanti liquidi semplicemente allargando le gambe sotto le lunghe sottane. Oltre c’era la sfinge. Avremmo potuto incontrare Ottavo Missoni, se non fosse anche lui già partito per fare la guerra. La nostra meta era Puntamica, dove mamma e io andavamo a piedi e da cui tornavamo sempre a piedi. Del resto Puntamica era sempre stata la meta dei bagni anche nelle puntate estive di quando abitavamo a Spoleto. Fu lì che imparai il nuoto, divenuto in seguito il mio sport preferito. Una volta sulla via del ritorno assistemmo a una scenetta spassosa.
Un gruppo di ragazzotti aveva colto dei fichi da un albero in terreno privato. Accorse la giovane proprietaria che li redarguì: «Ridé, ridé, però vegnì a robàr le nostre fighe». Il sollazzo dei ragazzotti fu grande e anche il rossore della ragazza resasi conto della svista.

A scuola andavo alla “Cippico”, accompagnata da un attendente verso il quale non provavo nessun sentimento, attraverso un ponte che veniva sollevato per il passaggio dei barconi con le mercanzie provenienti dalle isole vicine. Si poteva passare all’altra riva anche con un vaporetto sul quale una volta la mia insegnante incinta al richiamo paterno balzò in piedi rispondendo «Comandi!» con piglio asburgico. D’inverno il pomeriggio mia madre si recava in un caffè in Calle Larga, dove la futura moglie di zio Gino teneva salotto. Ritornava sempre quando cominciava a fare buio per non lasciarmi sola, piuttosto seccata di aver dovuto lasciare la compagnia. Io intanto studiavo o facevo finta, leggendo libri per grandi che mia madre credeva di tenere nascosti, piuttosto seccata di dover interrompere la lettura. Sarebbe bastato parlare, ma a quell’epoca la confidenza non era facile.

Intanto la situazione stava precipitando. Mio padre, che era un ottimo soldato, monarchico ma non politico, finì per rendersene conto e scrisse a mia madre raccomandandole di venire subito via da Zara.
Riuscimmo a partire con l’ultima nave con la quale si poteva portare i mobili. Ma tanto non avevamo altra ricchezza. Ricordo la notte passata a bordo di una nave attraccata alla Riva Vecia. Mi avevano messa su un materassino fatto di salvagenti di sughero. Ma io, che già allora soffrivo d’insonnia, non riuscii a dormire. Sulla Riva il Trio Lescano continuava a cantare tentando di tenere alto il morale.

Finimmo tutti a Bergamo. Nel ’70 circa feci una puntata a Zara, ma non riuscii a riconoscere la mia città, già disastrata da 45 bombardamenti, in esplosione colorata di case proletarie. Restava solo l’Angelo del campanile di quando «le fantasie dal letto di bambina delicada / volavano sulle ali spalancate dell’angelo / ammiccante dal campanile inquadrato nella finestra».
Da Bergamo passammo a Torino. Il primo ad andarsene fu mio padre. Mamma lo trovò sulla poltrona del salotto con le parole crociate in mano. Per mia madre fu un dramma: «Ma mi cossa fasso? Da sola. Mi no so niente. I conti, l’afito, el cimitero...». Finì che andai a vivere con lei, che mi trattava come una bambina, perdendo la mia indipendenza. Furono tempi duri per me, ma anche per lei. Dopo quaranta anni di convivenza, anche influenzata dal suo spirito slavo che si compiace della sofferenza e ritiene un tradimento liberarsene, si chiuse in se stessa, stava quasi sempre a letto e ricordava. Riuscivo però a portarla al mare d’estate. Anche per lei l’attrazione del mare era irresistibile. La trovai un giorno seduta in poltrona come già mio padre. Quando poco dopo la sua morte andai dalle zie, le sue sorelle Nora e Bice che si trovavano insieme a Ostia, mentre salivo le scale zia Nora commentò: «Me par de vedèr la Maria come la se move».
I busi de sta storia forsi li cusirò in una altra puntada, se ne gavarò el tempo.
Liana De Luca

 

24 - La Voce del Popolo 19/02/13 Cultura - I Budinich : Storia e memoria nel diario dell'anima di un lussignano
Storia e memoria nel diario dell’anima di un lussignano
Il primo conflitto mondiale rappresentò un dramma per molti abitanti del litorale austriaco. La chiamata alle armi non interruppe solamente la vita quotidiana di coloro che improvvisamente si trovavano inviati al fronte. Questo evento costituiva anche un motivo di grave turbamento delle loro coscienze. I sudditi dell’Impero austro-ungarico dovevano decidere tra la diserzione e il puntare le armi contro un esercito che per molti rappresentava una speranza di libertà e di affermazione dell’italianità, quest’ultima intesa quale elemento imprescindibile della loro cultura.
La violenza, l’assolutismo e il militarismo venivano vissuti, ormai da molti, con ripugnanza. Ciò era ancora più forte in coloro che si sentivano attratti da ideologie solidaristiche, dall’internazionalismo e dal desiderio di una convivenza dei popoli, di rilievo specialmente in quelle terre ove civiltà e culture diverse da sempre si erano intrecciate. Questo è il contesto storico del libro appena pubblicato dalla Beit di Trieste, di Antonio Budini, “Le memorie di guerra di papà”. Il volume verrà presentato a Trieste dal giornalista Pierluigi Sabatti domani, mercoledì 20 febbraio, alle ore 18 alla libreria “Minerva” di via San Nicolò 20.
La diaristica ha trovato grande attenzione nella pubblicistica più recente. Rappresenta infatti la testimonianza di una memoria collettiva. Ancor più interessante quando gli autori sono gente comune. Si può ricordare a questo proposito che in Italia, a Pieve Santo Stefano, al confine tra Toscana, Umbria e Romagna, da pochi anni è stato istituito un archivio pubblico che ha lo scopo di conservare gli scritti di memorie private. Questo libro ne è un ottimo esempio.
Una famiglia borghese
Ma chi è stato l’autore di queste memorie? A Lussingrande i Budinich (diventati Budini a seguito dell’italianizzazione del cognome) rappresentarono una delle poche famiglie borghesi; questa in ispecie distintasi, sin dalla seconda metà dell’Ottocento, per l’apporto dato alla cultura e all’insegnamento. Melchiade Budinich, padre dell’autore, per molti anni fu insegnante nella Scuola Nautica di Lussinpiccolo e diede, con alcuni suoi scritti, un importante contributo alla storia patria dell’isola quarnerina. Uno dei figli di Antonio, che nascerà a Lussingrande durante il conflitto, Paolo Budinich, fisico, laureatosi alla Scuola normale superiore di Pisa, fu l’ideatore e fondatore nel 1964, assieme ad Abdus Salam, poi premio Nobel, del Centro di Fisica Teorica di Miramare.
Antonio Budini ebbe anche il merito di pubblicare alcuni brevi saggi, quello sulla famiglia Petrina di Lussingrande, tra le più importanti della marineria lussignana, sin dalle sue origini, e alla quale era legato da lontana parentela, e quello sulla Società navale di Lussingrande.
Queste memorie furono scritte da Antonio Budini nell’estate del 1939, mentre faceva parte a Udine della commissione dell’esame di maturità. Questo scritto, per anni gelosamente custodito dai parenti, è stato ora pubblicato dal nipote, Piero Budinich, titolare della nota casa editrice Beit. Il fronte, prima in Erzegovina poi in Montenegro e, infine, a poca distanza da Caporetto, tra val di Trenta, val d’Isonzo e val Zadnjica, e le azioni di guerra che in questi luoghi si svolsero, fanno da sfondo a una narrazione di vicende umane che videro coinvolto l’autore assieme a decine di migliaia di soldati.
Ricordi sempre puntati sul Quarnero
La preoccupazione costante di quell’ufficiale, in servizio dal luglio 1914 all’agosto del 1918, fu la condizione della propria famiglia, trasferitasi, durante il periodo della guerra, da Trieste a Lussingrande, nella casa dei genitori. Ogni lettera che riceveva e che poi leggeva e rileggeva più volte, era fonte di gioia ma anche di dolore.
Nell’isola la carestia tormentava la popolazione. I pacchi di viveri inviati dal fronte (grazie all’efficiente servizio postale austriaco egli spedì a Lussino proprio di tutto: marmellata, carne affumicata, zucchero, riso, frutta, petrolio, caffè, latte, senza che un pacco fosse smarrito o manomesso) rappresentarono perciò un aiuto importante per la sopravvivenza della famiglia.
Lo sguardo e il ricordo del tenente Budini erano, quindi, sempre puntati al Quarnero e ogni occasione era buona per ritornare nella propria isola, a costo di sobbarcarsi dei lunghi viaggi. Arrivato a Fiume, lo separava solo l’imbarco sulla nave che allora collegava direttamente questa città a Lussingrande. In un’occasione, per arrivare prima a Lussino, decise di scegliere la nave che lo portava a Smergo per poi raggiungere Cherso. Da qui, nella notte, partì alla volta di Ossero e Lussino.
Bellissimo è il racconto di quel viaggio: “Il mio accompagnatore era uno di quei caratteristici tipi taciturni delle isole: credo che, in tutta la notte, non scambiammo dieci parole. Quel silenzio, rotto soltanto dallo scalpitìo dei cavalli e dalla raffiche non forti del vento, mi piaceva. Sentivo l’odore delle salvie, dei mirti, dei timi e nell’oscurità indovinavo il paesaggio brullo, le tipiche masiere, le rare piante d’ulivo, i ginepri contorti e piegati dalla bora”.
La permanenza nell’isola durava spesso solo poche settimane. Il desiderio di essere destinato alla sezione del Küstenschutz che aveva guardie sul Monte San Giovanni, a Cornù, sul Monte Ossero e su altri punti dell’isola, o magari anche su qualcuna delle isole fra Lussino e Zara, non fu mai esaudito. Le partenze erano strazianti, con il distacco dalla sua casa e dalle persone care. Potevano essere partenze senza ritorno atteso che l’avvenire era pieno di incognite.
Introspezione in un’umanità variegata
Ogni pagina delle memorie costituisce un’attenta introspezione nella variegata umanità con la quale l’autore viene a contatto. Quella della trincea, contrapposta alla disumanità della guerra. Quella del paese natio, ancora fatta di schietti rapporti tra paesani che negli anni successivi il fascismo e l’esodo della quasi totalità della popolazione di cultura italiana, irrimediabilmente sconvolgeranno. Il volume è arricchito da un eccezionale corredo iconografico conseguente alla passione per la fotografia dell’autore.
E’ stato detto, molto efficacemente, che nella sofferenza e nel pericolo il diario sembra essere un modo per rimanere presenti a se stessi; la sua aderenza al tempo reale consente di esprimere l’intensità emotiva, ma racchiude anche il senso della fragilità vitale e dell’annullamento del futuro. Queste memorie, quindi, sono un importante testimonianza che sfugge dalla rigida distinzione tra genere storiografico o narrativo, collocandosi, piuttosto, tra i cosiddetti “libri dell’anima”, intesi come cristallizzazione di un raccontare che è anche narrazione storica.
Alessandro Giardossi

 

25 - La Voce in più Dalmazia 09/02/13 Arte Dalmata in Auge a Roma
ARTE DALMATA IN AUGE A ROMA
di Eufemia Giuliana Budicin
L'ESPOSIZIONE DI OPERE DAL V SECOLO A OGGI STA AVENDO UN OTTIMO SUCCESSO NELLA CAPITALE ITALIANA
La mostra “L’arte dell’Adriatico orientale a Roma e nel Lazio dal V secolo ad oggi”, sta avendo un buon succcesso nella Capitale italiana ed ha già avuto una replica. La mostra, a cura del Comitato provinciale di Roma dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, consta di 33 pannelli fotografici riproducenti opere originali di artisti istriani, fiumani e dalmati presenti a Roma e nel Lazio dal V secolo. Scopo precipuo della mostra è di documentare e testimoniare la presenza attiva dell’arte dell’Adriatico orientale a Roma e nel Lazio dalla fine dell’Impero Romano d’occidente al giorno d’oggi. L’Adriatico sin dall’antichità e sempre stato un trait d’union fra gli abitanti delle due sponde che, pur con dominazioni diverse, sono stati sempre affratellati dalla comune cultura. Il percorso pertanto si snoda partendo dalla committenza di Pietro d’Illiria, di Sabbioncello, penisola dalmata, nella costruzione della basilica di Santa Sabina, per continuare con gli splendidi mosaici che adornano l’oratorio di San Venanzio e Domnione, presso il Battistero Lateranense, costruito per custodire le reliquie dei santi martiri istriani e dalmati, riscattate dal papa salonitano Giovanni IV, dopo che la città di Salona, capitale della Dalmazia, era stata distrutta da Avari e Slavi. Quindi vengono illustrati gli artisti del “Rinascimento adriatico”, periodo artistico non compiutamente studiato e valorizzato, presenti nel Lazio, quali Domenico da Capodistria, Giovanni Dalmata di Traù, scultore prediletto da Papa Paolo II Barbo, e di Bernardo Parentino.
Nella seconda metà del 1600 giunge a Roma, dalla natia Capodistria, Francesco Trevisani, principale esponente del barocchetto romano. Eccellente ritrattista, ebbe in posa principi e cardinali, e lasciò numerose opere in chiese e palazzi romani e laziali. Gli vennero anche commissionate opera dai reali europei, quali i Savoia, i Braganza, gli Stuart. Alla fine delrottocento il pittore spalatino Giuseppe Lallich entrò a pieno titolo a far parte della “Scuola Romana” pur memore della natia Dalmazia, come si evidenzia dall’opera “Il giuramento di Perasto”, che fu l’atto finale della dedizione secolare alla Serenissima.
Un legame secolare
Nel novecento, sempre da Spalato, giunse Vincenzo Fasolo, architetto, pittore, professore, filologo, che ha lasciato un’impronta notevole nell’architettura romana degli Anni Trenta. In mostra sono esposto due sue opere fra le tante presenti nell’Urbe: la Caserma dei Vigili del fuoco di Testaccio e il ponte duca d’Aosta. Gli artisti più vicini a noi sono numerosi a dimostrazione che il legame secolare con la Madrepatria perdura anche sotto i colpi dell’avversa fortuna. Solo alcuni sono esposti anche perché la mostra non è affatto esaustiva. Fra questi, abbiamo le opere dei fiumani Carminio Butcovich Visintin e Carlo Ostrogovich, gli zaratini Franco Ziliotto e Secondo Raggi Karuz, il rovignese di famiglia parentina Mario Gasperini, il capodistriano Oreste Dequel. Amedeo Colella, esule di Pola, che tanto si spese per l’assistenza agli esuli, è presente
con un’opera originale e la vetrata realizzata nella Cappella dei Santi Patroni giuliano­dalmati di cui i mosaici delle pareti furono realizzati da Nino Gortan di Pingente d’Istria. In esposizione anche le tele originali di due artisti che ancora risiedono nelle loro città: Giulio Ruzzier di Portorose (Pirano d’Istria) e Adam Marusic di Zara, esponenti attivi delle rispettive Comunità degli Italiani. La signora Loredana, vedova di Amedeo Colella, ha voluto gentilmente concedere in prestito un emozionante quadro del marito “Alba per un morto”, Secondo Raggi Karuz ne ha concesso uno raffigurante l’allegoria della storia della Dalmazia dal titolo emblematico: “Quale riva dovaria tegnir?”, mentre Marino Micich ci ha imprestato una “Maceta fiumana” del Visintin. Anche la signora Lia Dequel aveva espresso il desiderio di assistere all’inaugurazione della mostra e portare in visione due bronzetti del marito Oreste, ma purtroppo non è potuta intervenire per motivi di salute.
Rimasti un unico popolo
Il giorno 29 gennaio 2013 si è tenuta la prima inaugurazione della mostra presso la sede romana della Regione Friuli Venezia- Giulia a piazza Colonna. Nelle due sale messe gentilmente a disposizione si sono affollate più di cento persone che, dopo la presentazione del catalogo e gli indirizzi di saluto, hanno visitato la mostra e apprezzato calorosamente l’inedito evento. Donatella Schurzel, presidente del Comitato provinciale di Roma dell’Anvgd, durante la presentazione del catalogo, ha evidenziato l’importanza simbolica dell’iniziativa che testimonia la comune cultura italiana radicata negli artisti dell’Adriatico orientale. Dopo il saluto di benvenuto del dott. Crociani, da parte della Regione Friuli Venezia Giulia, è intervenuto
il presidente dell’ANVGD nazionale Antonio Ballarin che, in poche ma intense parole, ci ha ricordato come i giuliano/dalmati, pur sparsi per il mondo come coriandoli, siano rimasti un unico popolo. Le coautrici del catalogo, prof. Maria Grazia Chiappori, per gli artisti fino al Trevisani, Barbara Vinciguerrra per quelli moderni, Valentina Liberti per Vincenzo Fasolo, hanno illustrato i tratti salienti delle loro opere e spiegato l’importanza della loro origine così influente per la loro arte. Donatella Schurzel ha anche ringraziato l’ideatrice e curatrice della mostra, Eufemia Giuliana Budicin, la fotografa Maria Adelaide Stortiglione, le traduttrici in croato, Zdravka Krpina, e inglese, Patricia Heery, e tutti coloro che si sono prodigati per l’ottima riuscita della serata inaugurale della mostr,a foriera di una migliore conoscenza dell’arte dell’Adriatico orientale e del suo contributo alla storia dell’arte italiana. La mostra si prefigge altresì di estendere la conoscenza e l’apprezzamento degli artisti presenti e dell’arte loro sottesa anche fuori dai nostri ambiti: grazie alla traduzione dell’introduzione, al popolo croato, che ora è maggioritario sulla sponda orientale dell’Adriatico; mentre la traduzione in inglese potrà veicolare il messaggio in tutto il mondo.
Il 7 febbraio scorso la mostra è stata presentata presso il Centro culturale Elsa Morante del Municipio XII di Roma capitale. Moltissimi giovani delle scuole superiori, convenuti nel Centro culturale per un convegno sul Giorno del Ricordo, hanno così potuto visitare la mostra, allestita nel bellissimo e funzionale spazio espositivo, dimostrando interesse ed apprezzamento. Alla cerimonia c’erano i consiglieri di Roma Capitale, Laura Marsilio e Andrea De Priamo, il vicepresidente del Municipio Roma XII, Maurizio Cuoci. Per l’ANVGD, Maria Ballarin, Eufemia Giuliana Budicin e Giuliana Devescovi. Anche la prof.ssa Zdravka Krpina ha voluto testimoniare ancora la sua gradita vicinanza. L’esposizione resterà visibile fino al 12 febbraio, per poter in seguito venir allestita facilmente anche in altri luoghi.

 

26 - Malgrado Tutto 03/02/13 L'Istria di Gina
L'Istria di Gina
Nel primo libro di Giuseppe Crapanzano, docente e giornalista di Favara, il racconto di Angelina Bratovich, che sperimentò sulla propria pelle le stimmate dell'esilio e dell'odio razziale
"Il bisogno di raccontare agli altri, di fare gli altri partecipi aveva assunto fra noi... il carattere di un impulso immediato e violento, tanto da rivaleggiare con gli altri bisogni elementari: potrebbe essere questa l'epigrafe ideale del volume di Giuseppe Crapanzano, l'Istria di Gina, tratta dalle pagine introduttive di Se questo è un uomo di Primo Levi. Alla base , infatti, del racconto fluviale di Angelina Bratovich, che, in quanto istriana, sulla propria pelle sperimentò le stimmate dell'esilio e dell'odio razziale, ci sta proprio la stessa impellenza affabulatoria, una sorta di coazione a condividere. Ma con un'eccezione: prima infatti di incrociare l'autore del libro, la signora Gina ha custodito per sé questo straziante dramma collettivo. Come una specie di segreto inconfessabile, di tragedia incomprensibile.
Covato come un virus che finalmente è esploso in forza di un corto circuito esistenziale, il fatto che il favarese Crapanzano abbia incrociato a un certo momento il figlio della signora. Il senso civile dell'autore, il culto quasi religioso per la memoria collettiva, ha fatto, dunque, da grimaldello, mettendo la signora Gina nelle condizioni di dare la stura al suo racconto, di ricostruire le tappe di una collettiva "via crucis". Ne è venuta fuori, in tal modo, un'opera suigeneris: non si tratta di un memoriale, né di un romanzo, né di un saggio storico. Sarebbe il caso di parlare di una confessione pubblica, messa in moto dallo slancio maieutico di Crapanzano, che puntella la narrazione di chiose, didascalie, spesso sollecitando la voce narrante.
Salvatore Ferlita

 

27 - La Voce di Fiume Luglio - Agosto 2012 Ritrovata a Genova il porto d'armi di Riccardo Zanella
Cultura
di Sandro Pellegrini
RITROVATO A GENOVA IL PORTO D'ARMI DI RICCARDO ZANELLA
Una persona che non ha voluto la­sciare il suo nome mi ha fatto ave­re, sapendo che sono un fiumano residente a Recco, cultore di Storia, il libretto personale di porto d'armi intestato al prof. Riccardo Zanella, all'indomani della perdita dell'incari­co di Presidente dello Stato Libero di Fiume.
Riccardo Zanella, i fiumani lo sanno bene anche grazie al volume che gli ha dedicato Amleto Ballarmi, è stato un personaggio complicato, contradditorio, presuntuosamente autoreferenziale, della storia della Città di Fiume negli anni del primo dopoguerra.
Fervente filoitaliano nei primi anni del '900, quando Fiume era ancora Corpus Separatum della Monarchia ungherese, venne eletto Sindaco della città alla vigilia dello scoppio della Prima Guerra Mondia­le. La sua elezione venne bloccata dall'Imperatore Francesco Giuseppe che non gli consentì di salire sullo scranno più alto della magistratura cittadina.
Iniziate le operazioni belliche venne arruolato in un reggimento unghere­se che combatté sul fronte russo. Fat­to prigioniero dopo qualche tempo venne liberato e consegnato dai russi, all'epoca nostri alleati, all'Italia. All'epoca era ancora filoitaliano, soprat­tutto da quando il Trattato di Londra che prevedeva il passaggio dell'Istria e di una parte della Dalmazia all'Italia, ma non della città di Fiume, lasciava nella più grande confusione il futuro di una città di prevalente popolazione italiana.
A conclusione del conflitto nonostante i proclami che spingevano all'annessione di Fiume all'Italia, e, grazie alle nuove interpretazioni degli Alleati del Trattato di Londra che as­segnavano la Dalmazia al nuovo Sta­to jugoslavo, alle indecisioni italiane, aggravate dal ritiro della nostra dele­gazione dai tavoli della pace di Versailles, la storia fiumana piombò in un vortice politico e militare dal quale l'avrebbe tratta solo il Trattato con la Jugoslavia firmato a Roma a fine gen­naio del 1924.
Nel frattempo c'erano stati l'impresa dannunziana ed il suo fallimento, l'occupazione della città da parte di forze armate jugoslave, alleate, italiane che avevano presen­ziato all'istituzione di uno Stato Libe­ro fiumano frutto di un accordo fra gli Alleati ed il nuovo Stato adriatico.
Nelle elezioni per la nomina di un go­verno della nuova città-stato la lista autonomista guidata da Zanella rac­colse oltre 6 mila consensi mentre la lista liberal-democratica filo italiana si aggiudicò 3.443 voti. Zanella si innamorò subito del suo nuovo ruolo di capo di uno Sta­to microscopico e senza radici nella Storia, mettendosi ad organizzare la breve vita di un esperimento desti­nato al fallimento.
Diede forma ad una struttura organizzativa dello Sta­to che ebbe vita dai primi di ottobre del 1921 al 3 marzo 1922 in mezzo a gravi contraddizioni, a malesseri popolari ed a forti problemi economici. Un governo militare italiano prese il suo posto nell'attesa che l'Italia e la Jugoslavia trovassero una via d'uscita sull'attribuzione definitiva di una città di frontiera che era italiana da sempre mentre Zanella non accettava di esser messo da parte e cercava appoggi e protezione sulla costa croata.
In que­sto clima di estrema confusione a Fiu­me "il prof. Riccardo Zanella, figlio del fu Giovanni e della fu Teresa, nato a Fiume il 27 giugno 1875, cittadino fiu­mano, di condizione Presidente dello Stato Indipendente di Fiume e dimo­rante in Palazzo del Governo" ottene­va a Fiume il 18 gennaio 1922 il suo libretto personale per licenza di porto d'armi dalla Questura di Fiume come attesta la copertina del documento, con tanto di firma di un Commissario sotto la fotografia del titolare.
Una pagina interna riporta i connotati del titolare: statura 180 cm., capelli briz­zolati, viso ovale, fronte alta, occhi "castagni", naso rettilineo di grandez­za media, denti sani, colorito roseo, mento largo "converso", baffi "casta­gni", barba rasa ed orecchi ovali.
Le avvertenze a stampa ricordavano che la valenza del documento era limitata ad un anno e che alla sua scadenza, attendendone il rinnovo, non si poteva portare l'arma. Arma e libretto dovevano esser portati con­temporaneamente. I bastoni animati non potevano avere una lama inferio­re ai 65 cm., il documento era stret­tamente personale ed il suo titolare non poteva accompagnare un'altra persona armata priva di licenza. Non si potevano portare fucili carichi ove c'erano adunanze e concorso di gen­te, e neppure nei "locali di meretricio, sulle vetture ferroviarie, tranviarie, po­stali, omnibus e simili". Le armi cari­che non potevano esser lasciate nelle mani dei minori di 14 anni.
Occorreva uno speciale permesso per spara­re con le armi da fuoco in un luogo abitato, nelle sue vicinanze, lungo o in direzione di una pubblica via. Chi aveva un porto per arma lunga pote­va esercitare anche la caccia nella sta­gione prevista. Era però "vietato di ti­rare agli uccelli canori ed agli animali di allevamento di qualsiasi specie" e sparare nei fondi altrui senza il per­messo del proprietario. Era consenti­to l'uso del coltello da caccia purché non avesse la forma di un pugnale. Oltre alle contravvenzioni previste dalla legge in caso di mancanze gra­vi, la licenza poteva essere revocata.
L'ultima doppia pagina stampata su uno sfondo con lo stemma comunale, ricordava che si trattava della licenza n°20 ed una scritta a stampa precisava che il prof. Zanella era au­torizzato "a portare la rivoltella o la pistola per difesa personale". Segui­vano le firme del Questore e dello |stesso Zanella.
Da notare che nessuna scritta o sim­bolo faceva riferimento né al Regno d'Italia, né allo Stato Libero di Fiume.
Era evidente solo l'aquila bicipite cittadina con riferimento a istituti ita­liani quali il Questore ed il Commis­sario, senza però alcun riferimento ad un ordinamento statuale.
Testi­monianza di uno stato di provvisorietà di Fiume destinato a perdurare fino ai primi giorni del 1924 ed alla presa ufficiale della Città di Fiume da parte di re Vittorio Emanuele III in nome dell'Italia nel mese di marzo del 1924.
Da allora Zanella se ne andò in esi­lio in Francia e ritornò ancora una volta sulla scena della vicenda cittadina nell'ultimo periodo della Secon­da Guerra Mondiale. Ma dal 1944 in avanti ipotizzare una seconda volta di una Città libera di impronta italiana in mezzo ad uno Stato comunista slavo vendicativo, avendo per interlocutore Tito, non aveva nessun senso.... ■

 

28 - Il Piccolo 19/02/13 Rivive la storia di Venezia dentro Palazzo Ducale con un nuovo itinerario
Rivive la storia di Venezia dentro Palazzo Ducale con un nuovo itinerario
ARTE - IL RESTAURO
Il percorso segreto, aperto a breve, si snoda lungo alcune delle stanze più importanti, dove si svolgevano attività delicate della Serenissima
di Giovanna Pastega
VENEZIA Entrare a Palazzo Ducale è da sempre per un veneziano un’esperienza che tocca l’anima. Un po’ come ritrovare le radici nobili della propria città, ricordare in un attimo la grandezza di una delle Repubbliche più antiche e straordinarie della storia e sapere che di questa storia molto modestamente si è una piccola parte. Qualche giorno fa è capitato anche a me di riattraversare la storia entrando a Palazzo Ducale e di sentire la quasi insostenibile leggerezza di essere veneziana. Sono tornata infatti dopo tanto tempo a visitare uno dei palazzi più belli e conosciuti al mondo, un palazzo dove Dogi e Magistrature anticamente decidevano i destini di territori vastissimi che andavano dall'Italia nord-orientale ai lontani porti alla Siria. Un luogo dal fascino inesauribile pieno di stanze segrete e di storie da raccontare. A farmi da guida il direttore del museo di Palazzo Ducale Camillo Tonini. «A breve - mi racconta – apriremo un nuovo itinerario segreto. Appena completato il restauro della Madonna del Sansovino e dell’altare della Chiesetta del Doge ad opera del comitato italiano per Venezia dell’Unesco il pubblico potrà conoscere un’altra parte fondamentale di questo storico edificio. Il Palazzo Ducale è una delle tante straordinarie possibilità per approfondire la storia di Venezia, un luogo che ci piacerebbe tornasse ad essere meta preferita dei veneziani oltre che dei turisti». Gli itinerari segreti si snodano lungo alcune delle stanze più importanti del palazzo, in cui anticamente si svolgevano attività delicate e importantissime per l’amministrazione dello Stato e l’esercizio del potere: dalle stanze del Notaio Ducale alla Cancelleria Segreta, dove erano conservati gli atti pubblici e le scritture segrete delle magistrature; dalla Camera del Tormento, dove avvenivano gli interrogatori sotto tortura con gli accusati appesi alla corda, ai Piombi, celle di detenzione riservate ai prigionieri accusati di reati politici o condannati a pene brevi oppure detenuti in attesa di giudizio (tra i tanti anche Giacomo Casanova); dai Pozzi, umide quanto malsane celle al piano terra, alla Sala degli Inquisitori ai lussuosi appartamenti dogali ai saloni di rappresentanza e di governo. «Per questo nuovo itinerario non possiamo assicurare – spiega Tonini - le stesse emozioni forti di quelli che portano ai Piombi o ai Pozzi, ma sicuramente lo stesso fascino basato su sensazioni più delicate. Si potrà andare alla scoperta delle Stanze del Tesoro, dove ci sono ancora gli antichi forzieri che contenevano l’oro, le pietre preziose e le carte segrete della Repubblica. Attualmente i forzieri sono - come è ovvio – vuoti, ma per l’inaugurazione saranno riallestiti utilizzando gli straordinari monetieri dei Musei Civici. Quello del Tesoro era un luogo poco accessibile: si arrivava attraverso un percorso complicato e nascosto pieno di scalette e passaggi segreti, al tempo presidiati notte e giorno da guardie armate. Persino il Doge non vi entrava facilmente». Ma che fine fece il tesoro di Palazzo Ducale alla caduta della Repubblica? Nessuno lo sa con certezza. Quello che è certo è che nel 1997 i forzieri erano già vuoti. È noto cha la parte documentale con i segreti di stato e le carte delle magistrature fece molti passaggi per poi arrivare all’attuale Archivio di Stato, oggi considerato il più ricco al mondo. «Quello che è interessante – precisa il direttore del Ducale - è che tra i tesori della Repubblica c’erano anche molte carte topografiche dei territori veneziani. La vicenda delle Mappe di Cristoforo Sorte è emblematica. Le cinque topografie da lui disegnate a fine ‘500 relative ai domini veneti di terraferma furono inizialmente esposte nel Palazzo, ma quasi subito - tanto erano precise e dettagliate - ci si accorse che si trattava di carte parlanti, che potevano cioè divulgare dati sensibili per la difesa della Repubblica. Per questo furono immediatamente ritirate e messe tra i documenti segreti. Ora a Venezia nei nostri Musei di queste mappe giganti ne è rimasta solo una. Alla caduta della Repubblica sono state trafugate insieme a tanti altri tesori poi immessi nel mercato antiquario». Nel nuovo itinerario si potrà passare anche attraverso una bellissima terrazza finora non agibile al pubblico sulla quale si trova un grande orologio il cui meccanismo sarà presto riattivato. L’affaccio è sulla famosa Scala dei giganti, dominata dalle due magnifiche statue del Sansovino raffiguranti Marte e Nettuno simboli del dominio di Venezia sulla terraferma e sul mare. Da qui si arriva alla Chiesetta collegata all’appartamento del Doge. «Il sommo duca – racconta Tonini – ci si recava ognigiorno per le sue devozioni. Nel ‘700 è stata rimaneggiata da un grande decorativista che lavorava con Tiepolo, Giuseppe Mengozzi Colonna, specializzato in trompe d’oeil, ma il suo impianto originario nasce attorno alla Madonna di Jacopo Sansovino posta sull’altare maggiore. La scultura rimasta in bottega alla morte dell’artista fu regalata dai figli alla Serenissima. Attigua vi è poi l’Anti-chiesetta che per qualche tempo ospitò la raccolta delle antichità del cardinale Giovanni Grimani. E’ singolare come la Repubblica abbia accettato solo una parte dello straordinario lascito (centinaia di pezzi antichi e moltissimi quadri) che il Cardinale offrì alla Serenissima. Il motivo? Probabilmente per evitare gelosie da parte delle altre famiglie patrizie e un “eccesso” di protagonismo sia pur alla memoria. L’Antichiesetta venne chiamata anche Sala delle Teste per la presenza degli 11 busti antichi e delle 5 statue del lascito Grimani». Tra le curiosità del nuovo itinerario anche la “ritirata” dogale. Si tratta di luogo abbastanza angusto dove sono collocate sei tazze cilindriche in terracotta che scaricavano direttamente in canale. I dogi e le magistrature le utilizzavano cameratescamente per i loro bisogni corporali. All’epoca infatti la privacy non era molto praticata almeno in tema di servizi igienici.
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