Rassegna Stampa Mailing List Histria


a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri

N. 867 – 22 Marzo 2013
Sommario

 

141 – CDM Arcipelago Adriatico 16/03/2013 Seminario MIUR: interventi d'alto livello alla prima giornata (Rosanna Turcinovich Giuricin)
142 - Giornale di Brescia 15/03/13 Brescia - Convegno: Giuliano-dalmati, una ferita ancora aperta (Claudio Gandolfo)
143 - Il Piccolo 16/03/13 Una lapide a Rovigno ricorda Bommarco arcivescovo di Gorizia
144 - La Voce del Popolo 15/03/13 Le scuole di Buie, Pola e Momiano vincono sulle orme della Serenissima
145 - Libero 13/03/13 Krancic e il dramma dei profughi istriani: "Nei negozi ci negavano la merce chiamandoci fascisti"
146 - CDM Arcipelago Adriatico 17/03/2013 - Il Vescovo Santin cammina con noi. (Rosanna Turcinovich Giuricin)
147 - L'Unità 12/03/13 Il respiro lungo di D'Annunzio, personaggio dai molteplici aspetti ancora da rileggere e da decifrare (Roberto Barilli)
148 - Libero 12/03/13 D'Annunzio: Il piano segreto del Vate per conquistare la Dalmazia (Roberto Festorazzi)
149 - La Voce di Romagna 16/03/13 Le vicende della Polizia sul Confine Orientale: "Mio padre tradito da un Giuda" (Aldo Viroli)
150 - La Voce in più Dalmazia 09/03/13 Spalato - Rinascerà la fontana di Baiamonti (Krsto Babic)
151 - La Voce del Popolo 20/03/13 Bajamonti, un gigante della Dalmazia
152 - La Voce in più Cultura 16/03/13 Sandro Cergna: La passione e l'impegno dedicati alla dialettologia e alla poesia istriota
153 - Il Piccolo 21/03/13 Primo sì di Lubiana alla Croazia "europea" Entro fine mese il via libera definitivo (fb)
154 - Il Piccolo 12/03/2013 Jansa firma, Croazia in Europa dal 1° luglio (Mauro Manzin)
155 - La Stampa 21/03/13 Croazia-Serbia da quegli spalti partì il conflitto (Enzo Bettiza)
156 - La Stampa 21/03/13 Reportage - Croazia contro Serbia una partita per battere l'odio (Pierangelo Sapegno)

 

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141 – CDM Arcipelago Adriatico 16/03/2013 Seminario MIUR: interventi d'alto livello alla prima giornata
Seminario MIUR: interventi d'alto livello alla prima giornata

Quando usciranno gli atti del Seminario del MIUR e Associazioni degli Esuli (quarta edizione) che si sta svolgendo in questi giorni a Trieste, verrà riprodotto un percorso storico sulle terre al confine d’Italia non solo ad uso dei docenti ed a beneficio delle scuole ma si avranno un insieme di riflessioni colte su una vicenda che ha bisogno di equilibrio ed equidistanza per essere spiegata e capita, quindi un libro rivolto a tutti.
Già nella mattinata di ieri, i contributi si sono rivelati di estrema qualità, chiaramente diretti a quasi duecento operatori scolastici giunti da tutta Italia, gran parte dei quali si affacciano per la prima volta allo studio di una materia complessa ma non fine a se stessa.
Ciò che è emerso dal dibattito è proprio questo messaggio di valore universale che irradia dallo studio di una realtà come quella giuliano-dalmata.
Perché? L’hanno spiegato molto bene Lucio Toth che, a nome di tutte le associazioni degli Esuli, ha fornito una traccia per conoscere aspetti dell’associazionismo giuliano-dalmato che sottolineano il contributo di un popolo sparso al mantenimento di una realtà storico-sociale che fa parte del panorama culturale e politico della nazione. Ha iniziato citando Stuparich. Ha detto poi dellosradicamento che porta alla necessità di riconoscersi non più nel territorio ma in un bene che anche l’esule si porta appresso, il dialetto. Importante per Toth, la capacità di guardare avanti costruendo una casa con la conoscenza e la coscienza delle fondamenta. Ai docenti un invito a leggere la storia nell'arte, l'architettura, gli usi e costumi delle città giuliano-dalmate che tanto raccontano della storia e delle sue genti.
O Gianni Stelli, che riporta a galla un altro nome fondamentale per capire il confine orientale, Slataper e la sua descrizione del Carso. Ma anche di Michelstaedter e sul suo concetto di identità bene espresso anche in una poesia. Qualcosa di autopercepito ma non in libertà perché il concetto di patria e nazione impongono dei percorsi obbligati. Cita alcuni esempi di interpretazione del concetto di appartenenza, di tentativi di spiegare la legittimità di una presenza etnica sul territorio attraverso un processo di negazione dell’altro. Tutti fenomeni di cui queste terre sono state testimoni. Si è soffermato ampiamente sulla definizione di ciò che il nazionalismo ha significato per una terra plurale nel momento in cui inventa una certa nazione per affermare se stesso. Nascono le grandi contraddizioni che abbiamo vissuto sulla nostra pelle, noi gente di confine, hanno travolto le genti nel Novecento. Un’analisi a tutto tondo, chiara, illuminante che termina con un applauso prolungato di tutta la sala.La storia, da sola, non basta a comprendere ciò che è accaduto in queste terre. La geografia per tanto è un altro strumento fondamentale per capirne i contorni.
Ne ha parlato nel suo intervento Giorgio Federico Siboni in un percorso anche per immagini in cui la cartografia diventa documento fondamentale nello spostamento delle linee di confine che riassumono concetti storico-politici, sociali e culturali di grande spessore. Necessario anche un filo logico nel raccontare l’evoluzione storica di un territorio.
L’ha fatto nel suo intervento Bruno Crevato Selvaggi, con un power point (anche a disposizione delle scuole, su richiesta) che ben riassume una cronologia chiara, esplicativa. A partire dalla via dell’ambra e del ferro che pongono l’Istria al centro di uno snodo di commerci che le farà guadagnare una posizione geostrategica mai venuta meno. Roma, Venezia, Napoleone, l’Austria e poi questo tormentato Novecento la cui sofferenza ancora perseguita chi l’ha vissuta o l’ha sentita raccontare dai protagonisti.
La mattina si è chiusa con l’intervento di Raoul Pupo sulla Storia di frontiera il cui approccio sta cambiando velocemente, dal particolare al generale e viceversa. Non più come esempio locale ma posta all’interno di un progetto più grande che comprende Paesi europei ed extraeuropei ad intendere la matrice politica ed ideologica di posizioni riproposte nel tempo ed in luoghi diversi. Fondamentale capire il rapporto della Jugoslavia e dell’Italia con le dinamiche di sviluppo del Partito Comunista. Stalin non aveva previsto una Rivoluzione in Italia, cosa che invece era avvenuta abbondantemente in Jugoslavia legando la rivendicazione sociale a quella nazionale. Si crea immediatamente un divario che porterà in Istria ad un diverso atteggiamento nei confronti dei destini di una terra e della sua popolazione. Una contrapposizione che creerà posizioni diverse tra le masse di lavoratori a Trieste e Monfalcone, in antitesi con Rovigno e Pola.
Capire queste differenze, significa riuscire a spiegare la genesi dell’esodo. Sono solo alcuni spunti, penalizzanti dell’ampiezza delle esposizioni, della ricchezza di un dibattito che ha tenuti incollato nella sala dell’Auditorium Revoltella, un pubblico partecipe e convinto.
Un successo per certi versi annunciato, nelle dichiarazioni dei rappresentanti del MIUR, dell’Ufficio scolastico, della Provincia e del Comune di Trieste che nel porgere i saluti, all’apertura dei lavori, avevano sottolineato ed anticipato le finalità dell’incontro che ha impegnato tantissimi operatori per tanto tempo nella definizione dei campi d’intervento, delle tesi su ciò di cui i docenti hanno bisogno per poter dialogare, a loro volta, con gli studenti.
Sono intervenuti: Daniela Beltrame, Carmela Palumbo, Adele Pino ed Enrico Conte.Il Seminario è continuato nel pomeriggio, dopo la visita al Campo di Padriciano e si concluderà questo pomeriggio dopo i laboratori ed il dibattito finale. Proseguirà sabato con i laboratori e le valutazioni finali.
Rosanna Turcinovich Giuricin

 

142 - Giornale di Brescia 15/03/13 Brescia - Convegno: Giuliano-dalmati, una ferita ancora aperta
Giuliano-dalmati, una ferita ancora aperta
Convegno internazionale al Vanvitelliano. Appello per tutelare la memoria
Quasi 350 mila esuli e forse 15 mila civili infoibati per la sola colpa di essere italiani o, a detta della "controparte" slava,fascisti, comeselasem- plice appartenenza politica (il più dellevolte solo presun­ta) fosse ragione sufficiente per un massacro di persone inermi. Questi i dati di fondo della tragedia dei giuliani-dal­mati dopo il 1945. Un orrore colpevolmente dimenticato dalla cultura e dalla politica italiana per quasi 60 anni, mentre i profughi, per buon peso, venivano guardati co­me se la colpa di tutto questo fosse loro.
Questa tragica epopea è stata evocata ieri mattina nel Salo­ne Vanvitelliano della Loggia in un Convegno internaziona­le («L’esodo dei giuliano-dal­mati: una memoria per la nuova Europa»), organizzato dal CMC (Centro mondiale perla cultura giuliano dalma­ta) di Brescia con il patroci­nio del Comune. Un incontro di alto livello.
Al tavolo dei relatori Arnaldo Mauri, preside di Scienze po­litiche dell’Università di Mila­no; Giorgio Baroni, docente di Letteratura alla Cattolica di Milano; Fulvio Salimbeni, ordinario di Storia all’Univer­sità diUdine; Kristjan Knez, ri­cercatore di storia italo slove­no; Milan Racovak, giornali­sta e scrittore croato e la gio­vane neo laureata bresciana, Manuela Cattunar, che ha presentato la sua tesi sui 5 campi profughi allestiti a Bre­scia tra il "45 e il 1966. Mode­ratore il giornalista e scrittore Valerio Di Donato Il sindaco, Adriano Paroli, ha portato il saluto del Comune. Presente anche l’assessore Diego Ambrosi, che ha forte­mente appoggiato l’iniziati­va.
Il dolore dell’esilio, la frustra­zione e la disperazione dei profughi sono stati rievocati da Luciano Rubessa, presi­dente del CMC e anima dell’iniziativa. «Lo stato italiano si è reso colpevole di amnesia - ha sottolineato - L’aver di­menticato per quasi 60 anni questa tragedia equivale a un delitto culturale. E fa male pensare che nessun colpevo­le dei massacri delle foibe sia stato perseguito». «E’ stata una congiura del silenzio» ha rincarato il prof. Baroni «Con gli editori che guardavano con sospetto gli scritti su que­sto tema». Ma ora bisogna pensare al futuro. A luglio la Croazia entrerà nella Ue. Le memorie di chihapatito l’esi­lio e di chi lo ha provocato non possono essere condivi­se, ma possono essere messe a confronto per cercare le ra­gioni di una nuova conviven­za tra le due parti, giuliano dalmata e slava (Salimbeni e Rakovac).
Peraltro, la tragedia degli esu­li arriva da lontano. Per secoli le due sponde dell’Adriatico si riconoscevano nella cultu­ra di Venezia. Sono stati poi gli interessi delle grandi po­tenze europee, nell’Ottocen­to, e, infine, il dilagare delle ideologie, nel Novecento, a mettere una contro l’altra le etnie diverse che avevano sempre convissuto il pace (prof. Mauri) .
A Yalta si stabilì che in Euro­pa le minoranze, viste come focolai di conflitti, andassero «ripianate»: da qui la trage­dia, nel dopoguerra, di 12 mi­lioni di tedeschi esuli dai Su- deti e dalla Pomerania; i 500 mila ungheresi profughi dal­la Transilvania e, infine, an­che i 350 mila esuli giuliano dalmati, vittime di un «gioco» più grande di loro (Salimbe- ni).
Claudio Gandolfo

 

143 - Il Piccolo 16/03/13 Una lapide a Rovigno ricorda Bommarco arcivescovo di Gorizia
Una lapide a Rovigno ricorda Bommarco arcivescovo di Gorizia
ROVIGNO Una lapide per ricordare Antonio Vitale Bommarco, l’arcivescovo metropolita di Gorizia di origini chersine. L’omaggio è stato reso dal Centro di Ricerche Storiche di Rovigno che, nei giorni scorsi, ha organizzato una cerimonia solenne per celebrare il lascito della biblioteca personale del presule al Crs. Un patrimonio preziosissimo quello donato da Bommarco: 550 volumi dedicati alla storia dell’Istria, del Quarnero e, in particolare, all’isola di Cherso, tanti cara all’arcivescovo. Il materiale è stato già catalogato e distribuito nelle varie sezioni del fondo librario del Centro rovignese, che ha creato un’apposita sezione riservata pubblicazioni con dediche e commenti scritti dagli autori personalmente per Bommarco, ospite abituale del Crs, come ha sottolineato il direttore Giovanni Radossi, in cui amava approfondire la storia dell’amata patria. Alla cerimonia hanno partecipato collaboratori e familiari dell’arcivescovo, tra cui il fratello Alvise Bommarco che ha materialmente scoperto la lapide. Presenti anche Licia Giadrossi-Gloria e Carmen Palazzolo Debianchi della Comunità di Lussinpiccolo che ha supportato la famiglia Bommarco nell’opera di raccolta e trasporto della biblioteca personale, grazie anche al supporto dell’Università popolare. L’incontro, aperto dall’esecuzione di canti popolari da parte del coro “Marco Garbin” della Comunità italiana di Rovigno, è stata anche l’occasione per ricordare alcuni aneddoti della vita di Bommarco, regalati ai presenti da don Maurizio Qualizza, che dell’arcivescovo è stato segretario particolare, e da Walter Arzaretti, suo collaboratore. A rendere omaggio all’arcivescovo metropolita e alla sua generosità anche il presidente della Comunità italiana di Cherso.

 

144 – La Voce del Popolo 15/03/13 Le scuole di Buie, Pola e Momiano vincono sulle orme della Serenissima
Le scuole di Buie, Pola e Momiano vincono sulle orme della Serenissima
La Scuola media superiore di Buie e quella di Pola, nonché l’elementare di Momiano sono tra i vincitori della seconda edizione del concorso “Tutela, valorizzazione e promozione del patrimonio linguistico e culturale veneto”, indetto dall’Assessorato Regionale all’Identità Veneta, dall’Unione Nazionale Pro Loco d’Italia – Comitato del Veneto e dall’Ufficio Scolastico Regionale per il Veneto, rivolto a tutte le scuole statali e paritarie della regione e alle scuole italiane dell’Istria.
L’iniziativa intende essere uno strumento di supporto alle attività didattiche tese a curare l’identità culturale veneta, nell’ottica di una riscoperta, da parte dei giovani, delle proprie tradizioni e della propria storia, al fine di consolidare l’idea di appartenenza a una comunità territoriale.
Le scuole sono state invitate a realizzare percorsi didattici sviluppati da classi o gruppi di classi, nell’ambito della lingua veneta – nelle sue espressioni creative nel teatro, nella musica e nella poesia – e del territorio regionale, con il suo patrimonio storico, artistico ed enogastronomico.
Affermazioni nelle categorie teatro, enogastronomia e ricerca storica
La SMSI “Leonardo da Vinci” di Buie si è affermata nella categoria teatro, in ambito linguistico, con il testo “Noi ala crisi ghe femo un baffo”. La SMSI “Dante Alighieri” di Pola, invece, ha scelto di presentare le nostre usanze in cucina e si è candidata con: “Carneval de parole: Carneval in tavola”. Infine, ma non per ultimi, gli alunni della periferica di Momiano della SEI buiese “Edmondo di De Amicis” hanno effettuato una ricerca storica intitolata “Momiàn Ciàcola”.
Le congratulazioni della prof. Zani
La cerimonia della premiazione si terrà il 25 marzo a Venezia in occasione della “Festa del Popolo Veneto”, che si svolge ogni anno in concomitanza con il giorno della fondazione della città, nel corso di una giornata che favorisce la conoscenza della storia del Veneto, valorizzandone l’originale patrimonio linguistico, i valori di cultura, di costume, di civismo, nel loro radicamento e nella loro prospettiva europea.
Vive congratulazioni a tutte le classi vincitrici e agli insegnanti relatori sono state espresse dalla professoressa Norma Zani, titolare del Settore Educazione e Istruzione della Giunta esecutiva dell’Unione Italiana, che appunto con il Veneto ha instaurato una proficua collaborazione e avviato percorsi didattici sulle orme dell’eredità culturale della Serenissima, presente per secoli in Istria, fino alla sua dissoluzione nel 1797.
Ricordiamo a tale proposito che il 21-22 maggio l’UI co-organizza – con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, l’Ufficio scolastico regionale, la Regione Veneto, la Provincia di Venezia, l’Unione Nazionale Pro Loco d’Italia (UNPLI) del Veneto, le Comunità degli Italiani buiese e rovignese, il Centro di Ricerche storiche di Rovigno e l’Università Popolare di Trieste – il seminario per docenti “Venezia e l’Istria: storia, cultura, appartenenza”, che si svolgerà a Buie e Rovigno per scuole del Veneto e quelle della CNI.

 

145 - Libero 13/03/13 Krancic e il dramma dei profughi istriani: "Nei negozi ci negavano la merce chiamandoci fascisti"
IL RICORDO DI UN TESTIMONE

Krancic e il dramma dei profughi istriani: "Nei negozi ci negavano la merce chiamandoci fascisti"


Il celebre vignettista, fiumano, ricorda l'atmosfera del 1945: "I campi di accoglienza erano lager". E l'Unità insultava
"Oggi c'è solidarietà verso gli immigrati, solidarietà che a noi mancò". A parlare èAlfio Krancic che, nel corso di Una storia fiumana (evento svoltosi a Perugia l'8 marzo), ha ricostruito la vicenda dell'esilio giuliano dalmata e del re- inserimento nella vita civile italiana vissuti in prima persona.

"Un mio zio finì nelle foibe, denunciato da un vicino di casa italiano. Un mio cugino era invece nell'Ozna, la polizia di Tito", ha ricordato il vignettista naturalizzato toscano a voler sottolineare le conseguenze drammatiche che l'operato di Tito ebbe su una grande comunità italiana costretta a perdere molti dei suoi componenti tra pulizia etnica, esilio forzato e forme di collaborazionismo col nuovo regime, alcune per convinzione altre per convenienza.

Gli insulti de L'Unità - Al fine di comprendere il perché di un sessantennio di silenzi e omertà, importante è stata la relazione del professor Jacopo Caucci von Saucken (docente dell'Università di Firenze), che parte da un articolo de L'Unità, del 30 novembre 1946:
"Questi relitti repubblichini, che ingorgano la vita delle città e le offendono con la loro presenza e con l'ostentata opulenza, che non vogliono tornare ai paesi d'origine perché temono d'incontrarsi con le loro vittime, siano affidati alla Polizia che ha il compito di difenderci dai criminali. "
Caucci sottolinea l'enorme responsabilità del Partito comunista italiano che tentò di giustificare l'operato di Tito mediante una vasta opera di mistificazione della realtà. E' lo stesso Krancic, prendendo spunto dall'articolo, a ricordare che giunto a Firenze "il centro di accoglienza, ripensandoci nel tempo, mi sembrò quasi simile ad un lager; eravamo visti con diffidenza dai locali. Mia madre, andando a comprare del burro, si vide negare la merce: Non vendiamo ai fascisti".

 

146 - CDM Arcipelago Adriatico 17/03/2013 - Il Vescovo Santin cammina con noi.
Il Vescovo Santin cammina con noi...

Una Santa messa per ricordare il pastore ma anche la forza di un grande uomo

A trentadueanni dalla scomparsa, la figura del Vescovo Antonio Santin, nato a Rovigno, formatosi nel Seminario di Zaticna, continua ad indicare la strada in un mondo che spesso perde la giusta rotta. La sua prima messa fu a Vienna dove era andato a trovare la sua famiglia sfollata in Alta Austria, come tanti istriani, allo scoppio della prima guerra mondiale.
Ci sono personaggi che rimangono nella storia dei luoghi e delle genti per il messaggio forte e l’esempio di rettitudine e di coraggio che riescono ad esprimere con la loro fede e con le proprie scelte. Sabato 16 marzo alle ore 19, nella chiesa di Nostra Signora di Sion in via don Minzoni a Trieste è stata celebrata una Santa Messa in memoria dell’arcivescovo Antonio Santin da Monsignor Ettore Malnati che è stato per più di un decennio suo segretario personale, in grado quindi di testimoniare il rapporto del Vescovo anche col quotidiano.

Si alzava al mattino alle 4 e mezza – ricorda – e fino alla sera alle 20, la sua giornata era scandita dalla preghiera, dalla meditazione, dalla messa e l’incontro con i parrocchiani, la vita con la città.

Cosa ha insegnato alle genti il Vescovo Santin? La coerenza, il coraggio: quando a Trieste – ricorda Malnati – vennero annunciate le leggi razziali, Santin andò incontro a Mussolini davanti a San Giusto e gli intimò di non entrare se non avesse rinunciato ad un comportamento così assurdo.

Mise in salvo il tesoro della sinagoga allo scoppio della guerra e quando suonava l’allarme, era la prima cosa che cercava di proteggere. La Comunità ebraica – sottolinea Malnati – era composta allora, (censita nel 1938) da più di seimila individui, per molti il Vescovo si prodigò per procurare documenti falsi che avrebbero salvato loro la vita. Oggi qualcuno contesta queste verità. In una società in cui il negazionismo fa sfoggio della sua stoltezza, bisogna vigilare affinché la menzogna non offuschi storie d’eccellenza. Per non dire di quanto Santin fece durante la guerra per la città e l’Istria, vicino alla sua gente. E più tardi nell’esodo, recandosi nei campi profughi a portare conforto, accolto con gioia e gratitudine. L’esortazione di Santin era di far forza sulla dignità di un popolo laborioso e combattivo che avrebbe saputo trovare la strada, grazie alla fede, di un nuovo riscatto. Fu Santin negli anni Sessanta a posare la prima pietra di quartieri come quello di via Baiamonti dove tanti esuli trovarono casa, non solo come semplice ricovero ma come luogo in cui ricomporre un tessuto sociale e umano che avrebbe dato nuova vitalità a Trieste. Contro ogni ipocrisia, contro ogni facile denigrazione, convinto che ci fosse una soluzione, bisognava volerla e la fede sarebbe servita anche a questo.

Andato in quiescenza, inviò i suoi pochi risparmi ai terremotati del Sud, quando venne a mancare – rammenta ancora Monsignor Malnati – furono i parrocchiani ad attivarsi per pagare il suo funerale. E’ morto in povertà, si potrebbe dire ma sarebbe come tradire la sua memoria perché il Vescovo Santin visse di grande ricchezza nel rapporto col prossimo. Al suo popolo ha saputo dare coraggio e dimostrarsi “uomo”, giusto in tante occasioni, duro, fermo fino alle estreme conseguenze. Nel momento in cui la chiesa ha un nuovo Papa, Francesco, che si richiama al suo compito pastorale tra la gente semplice, tra i meno abbienti, la fede che mosse il Vescovo Santin assume, ancora una volta, una grande attualità assieme all’orgoglio di averne condiviso tempo e luoghi di provenienza, cammino e maturazione, sacerdozio e impegno nella chiesa.

Una santa messa, quella di sabato sera, in una chiesa gremita, trascorsa nel canto, la preghiera, la condivisione, a creare un’atmosfera di palpabile speranza: la storia è fatta dagli uomini, qualche volta sono in grado anche di cambiarne il corso trasformando la sofferenza in opportunità di crescita e di riscatto.
Nelle prime file alcuni rappresentanti delle associazioni degli esuli che hanno voluto organizzare questa occasione d’incontro e persone, come il consigliere regionale Bruno Marini, che fu vicino, insieme alla sua famiglia, al Vescovo Santin. E’ impegno comune tenerne ferma la memoria, oggi più necessaria che mai.

Rosanna Turcinovich Giuricin

 

147 - L'Unità 12/03/13 Il respiro lungo di D'Annunzio, personaggio dai molteplici aspetti ancora da rileggere e da decifrare
Il respiro lungo di D’Annunzio
Personaggio dai molteplici aspetti ancora da rileggere e da decifrare
RENATO BARILLI
Come un regista decide di volta in volta se il flusso iniziale prenda le vie della poesia o della narrazione
Apostolo di una sessualità libera e aperta permetteva alle partner di comportarsi nello stesso modo
SIAMO A 150 ANNI ESATTI DALLA NASCITA DI GABRIELE D’ANNUNZIO (12 MARZO 1863), L’OCCASIONE È SENZA dubbio alquanto indiretta, ma speriamo che valga a riportare le luci sul Vate, meglio di quan­to non sia avvenuto l’anno scorso per il centena­rio dalla morte del suo grande fratello, non si sa se maggiore o minore, Giovanni Pascoli.
Per parte mia, ho ripubblicato un vecchio saggio, D’Annunzio in prosa (Mursia) che già nel titolo esponeva una rivendicazione, quella di considerare in lui l’autore di opere in prosa, ro­manzi, racconti, drammi teatrali, non inferiore al poeta lirico, che invece a lungo ci si è ostinati a preferire, attribuendo le sue incursioni in campo prosastico come dovute a intenti esterio­ri di successo commerciale e di fama. Già allora mi valevo di una intuizione decisiva di un con­vinto dannunziano quale Mario Marcazzan, che aveva dribblato la disputa sostenendo che nel Pescarese c’era prima di tutto una sorta di emissione originaria, potremmo dire un bing bang, un flusso di energia non ancora distinto per un verso o per l’altro, allo stesso modo che il feto per parecchi mesi non sa bene se puntare sul maschile o sul femminile. Formula perfetta, eh e pone sul lo stesso piano le decision i successi­ve.
D’Annunzio è come un regista che, seduto al tavolo dei comandi, decide di volta in volta se quel suo flusso iniziale debba prendere le vie della poesia o della narrazione. Con una conse­guenza immediata di ibridazione reciproca dei due generi, in lui la poesia è sempre prosastica e tende ad allungarsi nella misura del poemet­to. Un valido studioso dei nostri giorni, Paolo Valesio, ha avuto il coraggio di dire che a que­sto modo D’Annunzio raggiunge il maggiore poeta anglosassone del Novecento, Ezra Pound, ovvero ci dà pure lui una serie inesausta di Cantos. Si noti che qualcosa del genere non si può ripetere per alcuno dei nostri maggiori poe­ti del Novecento, Montale, Ungaretti, Sanguine- ti non ce la fanno, a inseguire su questa strada il Vate, restano relegati in misure brevi e di corto respiro. Naturalmente, si dà pure il reciproco, ovvero le prose di romanzi e drammi a loro vol­ta sono percorse da un acceso fervore lirico. Ma c’è di più, e già qui troviamo una ragione di attualità del nostro autore, gli resta sempre aperta la via del rientro in quella sua capacità primaria. D’Annunzio non ha bisogno della pre­dicazione di Marin etti per convincersi, a un cer­to punto, che la fatica di costruire romanzi mae­stosi e ampollosi è vana, e quindi è pronto a rituffarsi in quella sua corrente di base.
Questo avviene, come noto, quando, costret­to alla cecità per un infortunio capitatogli in uno dei voli temerari con cui partecipa alla Grande Guerra, stende il Notturno in condizioni eccezionali, facendosi scorrere tra le dita delle strisce di carta ritagliate dalla figlia, e scriven­do quindi lunghe sfilze di parole su un’unica dimensione. Col che anticipa le attuali modali­tà della scrittura elettronica, dei messaggi che, dovendo varcare le forche caudine della rete, si devono fare brevi. L’avvento degli ebook con­danna i mastodonti prosastici stesi da Proust e Pirandello. Ebbene, il Vate in qualche modo aveva presagito un tale passaggio stretto, e dun­que le sue composizioni del secondo decennio forniscono un modello efficace pure ai nostri giorni.
Ma c’è ben di più, a confermare una ritrovata attualità di D’Annunzio, egli ha introdotto nel­la letteratura italiana l’obbligo di affrontare l’eros, ovvero quello che Freud, più anziano di lui solo per pochi anni (1856), definiva pure con altri termini: libido, Inconscio, Es, e soprattut­to principio del piacere, e proprio con quest’ul­tima parola si intitolava il primo romanzo di successo del Nostro, Il Piacere appunto, del 1889. Nei suoi confronti la critica ha compiuto il peggiore degli errori possibili, non di valuta­re i testi, ma di andare a vedere che cosa ci sta­va dietro, e inveendo così contro l’uomo rotto a tutte le avventure sessuali, pronto a mutare donne a ogni passo. Ma sulla pagina D’Annun­zio ha testimoniato che l’eros è la fonte prima­ria di spirito innovativo, chi lo sacrifica cade nella nevrosi.
A questo modo egli si è posto come il grande apostolo di una sessualità più libera ed aperta. Una società che a decenni di distanza, faticosa­mente, ha conquistato il diritto al divorzio, e consente oggi alle coppie, quale ne sia l’estrazione di classe, ad andare a convivere senza l’as­sillo di regolarizzare l’unione col matrimonio, dovrebbe essere grata, quasi erigere un monu­mento a questo campione intrepido, che certo esagerava, ma è diritto-dovere di ogni speri­mentatore essere eccessivo, per convincere i re­frattari a seguirlo, seppure da lontano.
IL RUOLO DELLE DONNE
D’altronde, non è neppure vero che in questa sua concessione alla libido, magari pronta a sca­dere in libidine, il Vate fosse cinico ed egoista, in fondo concedeva alle sue partner di compor­tarsi allo stesso modo, riconosceva un pari dirit­to a una sessualità aperta pure alle donne, con­tro il costume bigotto dei suoi tempi. Infine, c’è anche il capitolo del D’Annunzio uomo di guer­ra e di iniziative con valenza politica.
Questo è senza dubbio un terreno scabroso, in cui l’opinione, particolarmente di sinistra, è stata pronta alla condanna, ma si dovrebbe rico­noscere a lui, come del resto indistintamente a tutti i cultori delle avanguardie storiche, un si­curo impulso antiborghese, quello stesso che, nelle trincee della Grande Guerra, gli faceva scoprire l’umile realtà del fante, proveniente dal quarto stato, e riconoscere in lui il vero mo­tore della storia, ponendosi al suo fianco come, nell’epopea giapponese, facevano i samurai a vantaggio dei contadini e contro la prepotenza dei feudatari.
Si giunge così all’impresa fiumana, certo col­ma di ambiguità e di pericoli, ma sorretta da un indubbio spirito antiborghese, bisogna sta­re molto attenti a non giudicare quegli anni coi logori parametri di un liberalismo, magari in­dulgente proprio nei confronti degli enormi torti della classe borghese ormai awiata al crol­lo del 1929, e del tutto incapace di dare pane e sopportabili condizioni di vita alla classe prole­taria. In fondo, lo stesso Lenin fu attratto da quanto succedeva a Fiume e vi mandò un suo osservatore. Due giovani intellettuali inglesi, i fratelli Sacheverell, lasciarono nei loro diari una frase significativa: visto che abbiamo per­so la Rivoluzione di ottobre, non lasciamoci scappare quella di Fiume. Una eccellente stu­diosa di queste cose come Claudia Salaris ha steso di recente un saggio illuminante intitolan­do appunto i giorni di Fiume Alla festa della rivo­luzione, visto che tutti coloro che allora aspirava­no a un deciso mutamento di strutture e costu­mi si sentirono attratti a quel fuoco, in cui, os­serva sempre la Salaris, si può scorgere un deci­so anticipo dello stato animo emerso nel magi­co ’68.
Insomma, avviso ai naviganti, ci vuole molto discernimento, per distinguere nell’opera dan­nunziana il bene dal male, ciò che è morto e ciò che invece potrebbe ancora essere con noi.

 

148 - Libero 12/03/13 D'Annunzio: Il piano segreto del Vate per conquistare la Dalmazia
D’ANNUNZIO
Il piano segreto del Vate per conquistare la Dalmazia
Nel 150esimo anniversario della nascita del poeta, dal carteggio inedito col generale Vaccari emerge il progetto di bissare l’impresa di Fiume. Con un volo in dirigibile
roberto festorazzi
■■■ Il 12 settembre 1925, nel sesto anniversario della spedi­zione su Fiume, Gabriele D’An­nunzio era pronto a dare nuo ­vamente fuoco alle polveri, ca­peggiando l’invasione della Dalmazia. Piani e dettagli di questa clamorosa operazione, mai resa nota finora, emergono da un carteggio inedito e segre­to tra il Vate e il generale Giu seppe Vaccari, all’epoca co­mandante del Corpo d’Armata di Trieste, che avrebbe dorato spalleggiare l’azione da un pun ­to di vista militare.
La scoperta - che giunge nel centocinquantenario della na­scita del Vate, avvenuta a Pescara il 12 marzo 1863 – si deve a un giovane e capace ricercatore storico, Leonardo Malatesta, che ha scovato le lettere dan­nunziane nel fondo documen­tario di Vaccari, conservato al Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza. Il gene­rale, classe 1866, vicentino, è un personaggio rimasto finora in ombra: amico fedele del poeta, che aveva conosciuto nella Grande Guerra, fu capo di Stato maggiore del Regio esercito, dal 1921 al '23, e successivamente, dal ’28, senatore.

La strategia
L’epistolario D’Annunzio-Vaccari svela la strategia di quella che i due personaggi de­finiscono «missione segreta». Il 12 settembre di quel 1925, il Co­mandante avrebbe dorato rag­giungere, in volo, il Monte Ne­voso, vetta oggi in territorio slo­veno, che al tempo segnava il nostro confine orientale con il Regno jugoslavo. Curioso il mezzo prescelto per sorvolare la cima del Carso: il dirigibile «Esperia», aeronave di fabbrica ­zione tedesca ceduta all’Italia dalla Germania come riparazio­ne bellica. A bordo della navi­cella dell’«Esperia», D’Annun­zio avrebbe dorato quindi piombare sul Monte Nevoso, dove quel giorno si inaugurava un rifugio alpestre dedicato al Vate. Disceso il dirigibile fino a pochi mesi da tena, il poeta avrebbe arringato i convenuti. Ma, al di là di questa scenogra­fica apparizione, l‘«Esperia» avrebbe dorato dare vita a un sorvolo, in apparenza propa­gandistico e pacifico, in realtà di appoggio al piano di annessio­ne manu militari delle terre ir­redente. Insomma, una sorta di riedizione della Marcia di Ron­chi dei Legionari del 1919, mi­rante tuttavia, questa volta, ad occupare un territorio ben più vasto della città di Fiume, cioè tutto quanto il litorale adriatico fino a Ragusa. Il Comandante considerò sempre un sacro do­vere perseguire il riscatto di quelle terre, italiane per cultura. E il generale vicentino, devoto alla persona del poeta, lo repu­tava l’unico protagonista della scena nazionale dotato di carisma sufficiente a raggiungere un tale obiettivo.
Dal carteggio, si apprende che, esaurita la cerimonia sul Monte Nevoso, l’aeronave avrebbe dorato sconfinare nel­lo spazio aereo jugoslavo, pu­nendo, con un’azione di rap­presaglia non si sa quanto sim­bolica, la città di Lubiana. Quin­di, si sarebbe spostata verso la costa adriatica, guidando dal cielo le operazioni militari di occupazione della Dalmazia. Mentre navi italiane si dirigeva­no verso i porti dalmati, reparti del Corpo d’Armata di Trieste, comandato da Vaccari, avreb­bero marciato da Fiume verso Zara, Spalato e le altre città irre­dente.
Il 19 agosto di quel '25, Vaccari ricevette la visita del tenente Ernesto Ca- bmna, incaricato dal poeta di compiere uria missione esplorativa sull’area del Monte Nevo­so. Il coinvolgimento di Cabruna, asso dell’avia­zione durante la prima guerra mondiale e pioniere dell’Arma Azzurra, è assai significativo e induce a rite­nere che anche gli alti co­mandi dell’Aeronautica so­stenessero il tentativo di espugnazione della Dalma­zia. Lo stesso D’Annunzio, nella sua lettera all’amico ge­nerale datata 18 agosto, indi ­ca che la visita preparatoria di Cabruna avesse luogo «d’accor­do col Comando di Aeronautica e col comandante Valle». Il rife­rimento è a Giuseppe Valle, co­mandante del Gruppo Dirigibili della Regia aeronautica.
Il 9 settembre, tre giorni pri­ma dell’impresa, in una lettera a D’Annunzio, ovviamente inedi­ta come le altre, il generale così riepilogava la manovra: «La Re­gia aeronave “Esperia”, scortata dalla squadriglia di velivoli del Corpo d’Armata di Trieste, do­po aver assolto la missione sul Monte Nevoso, sorvolerà il giorno 12 corrente le truppe schierate, per concorrere al compito tattico loro affidato e rilevarne fotograficamente le posizioni».

La delusione
Il giorno stesso, Vaccari co­municava però al poeta soldato che l’auspicata e attesa autoriz­zazione governativa, non era giunta. L’alto ufficiale scriveva a D’Annunzio che «è venuta da Roma una risposta un po’ eva­siva», dalla quale si evinceva che «sono molto preoccupati - e forse giustamente - di non urta­re i nervi dei signori jugoslavi». Questa doccia gelata venne probabilmente tanto dagli alti comandi militari, quanto dallo stesso Mussolini, che deteneva personalmente il dicastero della Guerra.
Il mancato «via libera» all’oc­cupazione della Dalmazia ave­va motivazioni politiche ben precise. Prima fra tutte, la ne­cessità, avvertita dal Duce, di rispettare l’integrità del Regno ju­goslavo, con il quale, dopo mol­ti sforzi diplomatici, si erano in­staurati rapporti di buon vicina­to. Nel gennaio del 1924, Fiume era passata sotto la sovranità italiana, mentre, il 20 luglio di quello stesso 1925, un paio di mesi prima dell’abortita inva­sione, i due Stati avevano firma­to un accordo che regolava tra l'altro lo status degli italiani pre­senti in Dalmazia.
Si comprende perciò che Mussolini aveva tutto l’interes­se a pigiare il pedale del freno, impedendo che la folgore D’Annunzio violasse la sovr ani­tà jugoslava. Il Duce, in realtà, era stato sempre freddo nei confronti delle rivendicazioni che si levavano, da varie parti, per l'italianità delle terre dell’al­tra sponda dell’Adriatico. Inol­tre, proprio nel 1925, egli iniziò a saggiale il terreno, con gli in­glesi, a proposito della possibile annessione che invece gli stava a cuore: quella dell’Impero d’Etiopia.
Il fallimento dei progetti dan­nunziani di conquista della Dalmazia, bocciati ai piani alti del regime, non fece peraltro re­cedere l'Imaginifico dai suoi propositi bellicosi verso la Jugo­slavia. Ancora nel novembre del 1937, ossia pochi mesi prima della sua morte, il poeta esplo­se, davanti a un gruppo di atter­riti turisti in visita al Vittoriale, in una orazione pregna di fiam­meggiante retorica, che fu per lui il canto del cigno.
Il poeta, che aveva ricevuto nel 1924 il titolo di principe di Montenevoso, non riuscì mai a guidare, da quella mitica vetta, il sogno messianico, o l’impresa titanica, della redenzione na­zionale delle terre slavizzate.
Il carteggio venuto alla luce ci rivela anche inattesi retroscena sulla vera e propria razzia di re­perti archeologici e di cimeli storici, testimonianze d’italiani­tà, che ebbe luogo nelle terre istriane e giuliane da pochi anni entrate a far parte del tenitorio nazionale. La depredazione, compiuta sotto la regia di Vac­cai!, ebbe in D’Annunzio il maggiore beneficiario, in quan­to molti degli oggetti finirono ad arricchire il repertorio di memorie patrie raccolte al Vittoriale.Vaccari si spense a Milano, il 6 settembre 1937. Sei mesi do- [io, s’infranse il cranio di lucido - vetro del Vate.
Cade oggi il 150 esimo anniversario della nascita di Gabriele D’An­nunzio, uno tra i più geniali letterati e artisti che la storia italiana ricordi. Nato a Pescara il 12 marzo 1863, morì a Gardone Riviera il primo marzo 1938. Per l’occasione sarà possibile visitare gratis il parco e il museo «D’Annunzio segreto» del Vittoriale {dalle 9 alle 16, chiusura alle 17. Si paga, invece, per vedere la Prioria, l’abita­zione privata del poeta, e il museo «D’Annunzio eroe»). Questasera su RaiStoria (canale 54 del digitale) andrà in onda il documentario L Amante guerriero. Storia e vita di Gabriele D’Annunzio, di Gior­dano Bruno Guerri, Paola Veneto e Anna Villari. Su Sky Arte, alle 21.10, ci sarà invece uno speciale condotto da Philippe Daverio.

 

149 - La Voce di Romagna 16/03/13 Le vicende della Polizia sul Confine Orientale: "Mio padre tradito da un Giuda"
LE VICENDE DELLA POLIZIA SUL CONFINE ORIENTALE; NUMEROSI I CADUTI E I DEPORTATI
“Mio padre tradito da un Giuda”
In Dalmazia sono morti due giovani romagnoli: Sofocle Barbieri da Castrocaro e Domenico Galassi da Longiano.
Barbieri risulta brigadiere; era nato a Castrocaro l’8 febbraio 1920 e prestava servizio presso il Commissariato di Sebenico, alle dipendenze della Questura di Zara. Nel 1941, dopo l’attacco alla Jugoslavia, la Dalmazia esclusa Zara già sotto la sovranità italiana, era stata annessa all’Italia. Barbieri sarebbe caduto in seguito a conflitto a fuoco con i partigiani croati. Alla sua memoria è stata conferita la medaglia d’Argento al Valor militare. Dai documenti in possesso del Comune di Castrocaro, il giovane poliziotto sarebbe caduto il 15 febbraio 1942 e non il 14 come indicato dall’Ufficio storico della Polizia. Da un’annotazione a matita risulta deceduto all’ospedale da campo, il numero sembra il 170. Domenico Galassi, nato a Longiano il 26 ottobre 1914, era in servizio presso la Questura di Spalato; per l'Ufficio storico della Polizia di Stato è disperso dal settembre 1943. Nell’atto di morte presunta, si parla di eventi bellici a Spalato. Secondo i ricercatori di www.cadutipolizia.it, è probabile che Galassi sia stato fucilato dai partigiani durante la l’ occupazione di Spalato tra il 10 e il 27 settembre. Dopo l'8 settembre in Questura erano rimasti il vicequestore Paride Castellini e 150 agenti. Nei giorni successivi Spalato verrà bombardata dall'aviazione tedesca mentre il generale Becuzzi, comandante delle truppe italiane, aveva cercato con la mediazione di ufficiali americani e britannici, consiglieri militari presso i partigiani, un accordo per tutelare i propri uomini. Il 17 settembre Becuzzi aveva firmato l'accordo, ma una clausola condannava a morte undici persone definite criminali di guerra. I partigiani di Tito ne approfittarono per avviare una spietata repressione anti italiana. Le esecuzioni iniziarono nei pressi del cimitero di San Lorenzo il giorno 19 per continuare nelle notti del 22 e del 24 settembre. Altri ostaggi, tra cui numerosi agenti di polizia, vennero fucilati nelle campagne; questa potrebbe essere la fine toccata a Galassi. La Questura di Spalato ha pagato un elevato tributo di sangue con 41 scomparsi, tra i quali il vicequestore Castellini. Numerose salme di agenti verranno poi ritrovate all'interno di tre fosse comuni nel cimitero di San Lorenzo. I partecipanti alle operazioni di guerra con l'uniforme della polizia non vedranno riconosciuti i loro benefici estesi da subito all'esercito, carabinieri e finanzieri. Dovranno aspettare a lungo, addirittura verso la fine degli anni '70, dopo aver inviato al Ministero una serie di innumerevoli suppliche, relazioni e richieste. La vicenda di Luigi Bruno è particolarmente dolorosa per la presenza di un “Giuda” tra i colleghi. “Il 5 maggio del 1945 alle ore 14 - racconta la figlia Anna Maria - si recò di sua spontanea volontà in Questura per consegnare le armi, così come gli era stato ordinato dal nuovo regime di Tito. Ricordo che mia madre lo pregava di non andare, come presagendo qualcosa di terribile, ma mio padre rispose che non aveva nulla da temere e andava a fare il suo dovere per tenere fuori da rappresaglie la famiglia. Quel giorno, cosa strana, venne a prenderlo a casa un collega e prima di andare via consigliò a mio padre di lasciare a casa i suoi oggetti personali, la penna e l'orologio d'oro, e di mettere un cappotto più dimesso perché i titini sicuramente glieli avrebbero sequestrati. Neanche in questo caso mio padre ebbe sospetti su quel “Giuda”, che poi sapemmo essere un confidente degli slavi. Tengo a precisare che mio padre non era uno sprovveduto e conosceva bene il pericolo cui andava incontro. Infatti prima che Tito occupasse Fiume, aveva voluto mettere in salvo la sua famiglia, mandando anche contro il loro volere i miei fratelli a Bologna presso degli zii, e io e la mamma a Udine presso mio zio materno. I miei fratelli restarono a Bologna, mentre la mamma, vedendo che papà non ci raggiungeva, volle tornare con me a Fiume per stargli vicino. E fu così che ci trovammo coinvolte nel più profondo degli orrori che mai persona umana possa immaginare. Il “traditore” tornò la stessa sera a casa sua, invece mio padre fu trattenuto. Quel 5 maggio fu l'ultima volta che lo vidi e per me iniziarono i giorni più neri”. Non vedendo tornare il marito, la signora Bruno cominciò a chiedere notizie e venne a sapere che era tenuto prigioniero nel carcere di Fiume insieme ad altri poliziotti, militari e civili. Dal comando jugoslavo fecero sapere che i familiari potevano portare cibo e indumenti, che sarebbero stati recapitati ai prigionieri. “Mia mamma, riempì le borse di cibo e indumenti e ci recammo nel piazzale antistante il carcere, dove erano in attesa altri familiari, per la consegna e per avere notizie. Le borse con il cibo e i pacchi furono ritirati, ma notizie nessuna. L'indomani, tornando sul posto, mia madre mentre aspettavamo, mi disse di chiamare a voce alta mio papà, in modo tale da fargli sapere che stavamo bene. Io chiamai con quanta voce avevo in gola: “Papà”. Nella cella dove si trovava c'era un piccolo spiraglio alla finestra, lui sentì e per far capire che ci aveva visto fece un cenno di saluto con la mano e mi chiamò per nome. A questo punto la mamma mi disse: “Anna guarda lassù c'è papà”. Io alzai lo sguardo e lo chiamai ancora agitando le mani, ma ad un tratto usci fuori un soldato (druso) armato fino ai denti e cominciò a sparare verso la nostra direzione. Ancora oggi non so come siamo riuscite a rimanere illese, ricordo che mia madre mi prese per mano e mi diceva: “Corri, Anna, corri”. L'indomani siamo tornate nuovamente sul posto sempre con pacchi pieni di cibo e indumenti e la speranza di avere notizie. Questa volta c'era poca gente, io chiamai ancora mio papà tante volte, ma non ottenni risposta, anzi ci parve di sentire come dei deboli lamenti. Mia madre raccontò quello che era successo ad alcuni amici che abitavano nel nostro palazzo, questi consigliarono mia madre di non ritornare più sul posto, perché quasi certamente mio padre, per avermi salutato e chiamata era stato torturato”. Il giorno seguente la signora Bruno si era recata a chiedere notizie presso una famiglia che abitava di fronte al carcere. Questa la risposta: ormai era inutile cercarlo lì, perché durante la notte, da dietro le imposte, avevano visto dei camion militari carichi di prigionieri. L’avevano poi, gentilmente, invitata di non andare più da loro a chiedere notizie perché temevano di subire rappresaglie. La Questura di Fiume, retta dal dottor Giovanni Palatucci, arrestato dai tedeschi il 13 settembre 1944 e deceduto a Dachau il 10 febbraio 1945, ha pagato un pesante tributo di sangue. Il 3 maggio 1945, assieme a Luigi Bruno verranno arrestati dall’Ozna, la polizia segreta jugoslava, circa 80 agenti; di loro non si avranno più notizie.
Aldo Viroli
Sono diversi gli appartenenti alla forze dell’ordine originari dell’Emilia-Romagna e scomparsi in Istria, a Fiume o in Dalmazia, o comunque deportati al termine del conflitto in campi di concentramento dell’ex Jugoslavia. Le ricerche di Storie e personaggi proseguono; dopo i Carabinieri e la Guardia di Finanza è la volta dell’allora Pubblica sicurezza, oggi Polizia di Stato. Grazie ai curatori del sito “Caduti di Polizia” è stato possibile trovare due nominativi di caduti in Dalmazia. Si tratta di Sofocle Barbieri, da Castrocaro, e di Domenico Galassi, da Longiano. Dal libro di Mario De Marco “La Pubblica sicurezza sul confine orientale” si evince la presenza a Gorizia del brigadiere Bruno Ansaloni, nato a Sant’Agata Bolognese e deportato il 2 maggio 1945; nella lista relativa alla Questura di Trieste compare Amedeo Brusi, nato a Cesena nel 1909. Secondo l’Ifsml sarebbe agente di Ps o della Milizia difesa territoriale. Risulta disperso in località imprecisata il 20 ottobre 1944. Prima di venire trasferito a Fiume, aveva prestato servizio presso la Questura di Bologna la guardia Luigi Bruno, da Caltanissetta. La figlia Anna Maria ha fornito una commossa testimonianza sulla fine del padre, prelevato dai partigiani slavi e presumibilmente ucciso poco dopo la cattura, pubblicata anche dal sito “Caduti di Polizia”.

 

150 - La Voce in più Dalmazia 09/03/13 Spalato - Rinascerà la fontana di Baiamonti
SPALATO, LA MONUMENTALE OPERA VOLUTA DAL «MIRABILE» PODESTÀ VENNE FATTA SALTARE IN ARIA NEL SECONDO DOPOGUERRA
RINASCERA’ LA FONTANA DI BAIAMONTI ?
Spalato è sotto molti punti di vista una città spettacolare. Ricco di storia e monumenti, molti dei quali risalenti all’epoca dell’Antica Roma, il capoluogo della Dalmazia negli ultimi tempi si sta affermando sempre di più come una meta turistica di prim’ordine. Tuttavia, Spalato è orfana di uno dei suoi monumenti più suggestivi. Ci riferiamo alla fontana fatta erigere in Riva, dinanzi alle odierne Procurative, da Antonio Baiamonti (Spalato, 18 settembre 1822 - 13 gennaio 1891), ultimo sindaco italiano di Spalato (dal 1860 al 1880, salvo una breve interruzione nel biennio 1864-65), per celebrare la fine dei lavori di restauro dell’acquedotto di Diocleziano.
Artefice della metamorfosi
Baiamonti, definito anche il “mirabile” podestà è considerato uno dei principali artefici della metamorfosi dell’odierno capoluogo della Dalmazia in una moderna città, perlomeno secondo quelli che erano i canoni mitteleuropei della seconda metà del XIX secolo. Uno dei più grandi meriti del “Conte Toni” è stato proprio quello di aver assicurato l’approvvigionamento idrico di Spalato, provvedendo a portare a termine, nel 1880, i lavori di restauro dell’antico acquedotto romano risalente all’epoca dell’imperatore Diocleziano e distrutto nel XVII secolo durante il dominio ottomano su vaste zone della Dalmazia. Un’opera monumentale, che con i suoi circa nove chilometri di lunghezza collega Spalato alle sorgenti del fiume Jadro e che originalmente garantiva alla città una fornitura di 1,100.000 metri cubi di acqua al giorno.

Le vicissitudini politiche
Per celebrare la conclusione dell’opera di restauro Baiamonti propose di far erigere in Riva una fontana. l’idea fu accolta con entusiasmo dagli spalatini, numerosi dei quali si autotassarono pur di veder realizzato quanto prima il progetto di quella che all’epoca fu denominata la Fontana monumentale (Monumentalna cezma, secondo la terminologia croata dell’epoca). In corso d’opera accadde però che Baiamonti e il suo Partito autonomista perdessero le elezioni. Baiamonti fu battuto nella corsa per l’incarico di podestà dal suo acerrimo rivale Gajo Bulat, leader del Partito nazionale. Un fatto che ebbe importanti ripercussioni sulla dinamica di realizzazione della fontana monumentale, che agli occhi della nuova amministrazione rappresentava la glorificazione degli ideali autonomisti e irredentisti in Dalmazia.
A causa dei vari contenziosi che si susseguirono, alcuni dei quali approdarono persino nelle aule di tribunale, la realizzazione del monumento si protrasse per numerosi anni, tanto che poté essere inaugurato ufficialmente appena nel 1890, con il nome di Fontana di Sua Maestà l’Augustissimo nostro Imperatore e Re (Francesco Giuseppe d’Austria).
Per farsi un’idea di quali fossero all’epoca rapporti a Spalato tra gli autonomisti e fautori dell’idea nazionale croata, basti pensare che quast’ultimi accusarono Baiamonti di aver acquistato la fontana di seconda mano a una fiera di Milano. Stando,
invece, alla versione ufficiale la fontana venne realizzata dagli scalpellini e dagli artisti della bottega milanese Dall’Ara e C., su indicazione dello scultore padovano Luigi Ceccon (1833-1919), autore tra l’altro della statua di Francesco Petrarca nell’omonima piazza padovana.

Un'opera imponente
La fontana di Spalato era senza ombra di dubbio un’opera imponente (sulle pagine de “Il Dalmata” fu definita seconda per maestosità solo a quelle di Graz in tutto l’Impero bicipite), adornata da una ventina di figure allegoriche (tritoni, cavallucci marini, sirene...) e vasche che dovevano simboleggiare il fiume Jadro che sfocia nel Mare Adriatico, i venti, l’amore per la terra patria, le arti, la forza di volontà, ecc. Non stupisce pertanto che una volta ultimata divenne uno dei vanti di Spalato. Per gli spalatini rappresentava un fatto di prestigio farsi ritrarre davanti alla fontana (era alta 9,6 e larga 2,7 metri). Fu probabilmente l’orgoglio che la fontana suscitava negli spalatini, che molti di loro chiamavano Bajamontusa (termine colloquiale impiegato al giorno d’oggi per indicare l’acqua della rete idrica spalatina), che fece desistere dai propri intenti coloro i quali alla fine della Prima guerra mondiale proposero di farla abbattere per innalzare al suo posto una statua del re serbo Alessandro “l’unificatore”. Lamore degli spalatini nei suoi confronti non fu però sufficiente a salvarla dalla follia devastatrice del secondo dopoguerra.
La fontana fu distrutta con la dinamite il 30 maggio 1947, forse a causa della somiglianza di una delle decorazioni al fascio littorio. Solo grazie all’intervento del pittore Veljko Parac e dell’imprenditore M. Marasovic alcuni frammenti della fontana sono stati salvati e successivamente consegnati al Museo civico di Spalato dove sono tutt’oggi custoditi.

Vittime dell'ideologia
Oggi al posto della fontana di Baiamonti ci sono una modesta vasca e una lapide posta qui nel 1989, in memoria di Vinko Buljanovic, un operaio ucciso nel 1939 in occasione di una manifestazione sindacale. Ma sono sempre più numerosi gli spalatini che vorrebbero vedere risorgere la fontana monumentale (www. splitskafontana.com). Il merito di ciò va riconosciuto, almeno in parte, agli autori dello sceneggiato Velo Misto, basato sui racconti del giornalista Miljenko Smoje, che nel 1979 ne fecero realizzare una replica in grandezza naturale, facendola riscoprire agli spalatini. Forse con un pizzico di fortuna, un giorno, magari nemmeno tanto lontano, la fontana monumentale di Spalato, potrà risorgere, proprio come avvenuto nel caso del monumento equestre del bano Josip Jelacic a Zagabria, al quale la storia aveva riservato una sorte analoga a quella della “Bajamontusa”. In fin dei conti entrambi i monumenti sono stati vittime della stessa ideologia, una sorte che li accomuna a un terzo importante monumento: la statua di Niccolò Tommaseo divelta a Sebenico.
Krsto Babic

 

151 - La Voce del Popolo 20/03/13 Bajamonti, un gigante della Dalmazia
Bajamonti, un gigante della Dalmazia
Dopo aver letto l’articolo apparso sull’ultimo Inserto Dalmazia de “La Voce del Popolo” a firma di Krsto Babić, circa la possibile rinascita della fontana di Antonio Bajamonti a Spalato, vorrei ricordare, seppur per sommi capi, la grandezza di quel dottore a cui vennero tributati onori per molto tempo, anche dopo la morte. E forse, il tema delle onoranze funebri al Bajamonti, è per lo più sconosciuto.
Ho dedicato, 5 anni orsono, un articolo al “Mirabile Podestà”, ripreso poi dall’enciclopedia virtuale Wikipedia, circa la sua figura e una lapide inaugurata in suo onore presso l’Ateneo padovano in epoca fascista. Mi pregio di possedere una copia intitolata “Onoranze Funebri ad Antonio Bajamonti”, edito a Zara, presso la Tipografia Editrice di S. Artale, nell’anno 1892. In essa sono custoditi gli onori post-mortem, la gratitudine dei connazionali e l’estimazione degli stranieri, talmente splendidi e spontanei che valgono a sostituire la più accurata delle biografie. Difatti, se la pubblicazione non è una semplice raccolta di dimostrazioni funebri, può considerarsi come un ultimo omaggio. Oltretutto, non è nemmeno completa: moltissimi scritti, per natura troppo intima o forma troppo accentuata, erano impossibili a riprodursi. Altresì, possono emergere delle contraddizioni, vista la vastità del lavoro. La pubblicazione prende in esame tutta la stampa dell’epoca. Ogni giornale, soprattutto quelli triestini, pubblicava ogni giorno dopo la scomparsa, continui telegrammi di amici, ammiratori, estimatori.
La seconda sezione del libro prende in esame invece tutti i telegrammi spediti dalla Dalmazia, indirizzati alla Signora Luigia Vedova Bajamonti e alla sua famiglia. Il lutto di Dalmazia, vede la partecipazione di centinaia di persone da località quali Arbe, Pago (doverosamente si deve citare la Società Canottieri), le sarte di Zara (un elenco notevolissimo di donne), i braccianti di Zara, il gruppo dei calzolai, orefici e orologiai, falegnami barbitonsori e parrucchieri. I commercianti di Zara si lasciano andare a un lunghissimo necrologio, e prendono parte sia la Società Paravia, che il Presidente della Camera Giuseppe Perlini. Ancora giungono notizie da: Selve, Stretto, Zlarino, Sebenico, Scardona, Bencovaz, Chistagne, Dernis, Cnin, Verlicca, Segni, Traù, Almissa, Solta, San Pietro, Neresi, Bol, Milnà, Postire, Lesina, Cittavecchia, Gelsa, Lissa, Comisa, Curzola, Blatta, Macarsca, Imoschi, Ragusa, Risano e Cattaro. Si può dire che quasi tutta la Dalmazia si sia mobilitata, e non di meno l’Istria. Quest’ultima ha visto: “La Società Politica Istriana”, partecipe, così come Capodistria, Pirano, Cittanova, Parenzo, Buje d’Istria, Visinada, Montona, Pisino, Rovigno, Dignano, Pola, Albona e Lussimpiccolo.
E poi Trieste (citiamo Attilio e Silvio Hortis, al primo dei quali è dedicata la biblioteca di Trieste), Fiume, il Goriziano. Uscendo dal territorio giuliano-dalmata, vi sono testimonianze da Trento e Rovereto. Incontriamo la desolazione delle famiglie italiane a Vienna, o del Circolo Accademico Italiano cittadino. Scorrendo ancora, dal Deutschlandsberg, o da Graz, con un appassionato appello degli “studenti italiani delle scuole superiori” della città. Non mancano Innsbruck, Lubiana e Brno, per lasciare, in ultima battuta, le testimonianze del Regno d’Italia. L’ultima pagina è dedicata a Belgrado.
Una delle sezioni più interessanti dell’opera sono i componimenti ideali d’occasione per il defunto. Gli ideatori sono molteplici come sempre: I concittadini, Gli amici, Il Gabinetto di Lettura di Spalato, La Società del Bersaglio, Gli amici politici, La direzione della Società Operaia, La Società di Ginnastica, dottori, amici e ammiratori vari. Non mancano i sonetti scritti in lingua croata, come quelli di Karlo Mladinić-Periša e di G. Pervan o Marin Tomić.
Tante le rappresentanze intervenute al suo funerale, dal Consigliere Imperiale alla Camera di Commercio, dal Municipio alla Società Operaia, dai Pompieri Volontari alla Gioventù Studiosa Italiana.
Probabilmente, è impossibile citare tutti. Il minimo che si possa fare, per poter fare i conti col passato, e soprattutto con un gigante della terra di Dalmazia, sarebbe proprio ridare vita ad una delle sue più grandi opere: la fontana che portava il suo nome.

 

152 - La Voce in più Cultura 16/03/13 Sandro Cergna: La passione e l'impegno dedicati alla dialettologia e alla poesia istriota
SANDRO CERGNA
LA PASSIONE E L’IMPEGNO DEDICATI ALLA DIALETTOLOGIA E ALLA POESIA ISTRIOTA
OMAGGIO A PIETRO MATTIA STANCOVICH (PETAR MATIJA STANKOVI0 - CANONICO DI VASTI INTERESSI CULTURALI OLTRE CHE TEOLOGICI
Ogni anno il Comune di Barbana rende omaggio al suo Pietro Mattia Stancovich (Petar Matija Stankovic) - canonico di vasti interessi culturali oltre che teologici, storico, bibliofilo, appassionato di lettere e di archeologia, verseggiatore (medriocre) e traduttore dai gusti classicheggianti - con un convegno che riunisce scrittori, studiosi di lingua e letteratura, poeti e pubblicisti. Per il suo limitato oggetto di studio e l’inevitabile condizione “periferica” nel panorama culturale nazionale sia del personaggio, sia della località che gli diede i natali sul finire dell’Ottocento e lo celebra a distanza di un secolo, oltre che, ovviamente, per l’approccio accademico che vi regna, il convegno di Barbana risulta poco frequentato dal pubblico ed è generalmente snobbato dalle cronache, se non per interessi specifici come quello che affronteremo di seguito. Alla sua ultima edizione in ordine di tempo appena conclusa, l’esperto di dialettologia e poesia istriota, Sandro Cergna, docente al Dipartimento di studi in lingua italiana dell’Università degli studi di Pola ‘Juraj Dobrila”, ha partecipato al convegno con un’interessante intervento sulla traduzione di Stancovich dall’istrioto al croato ciacavo di un antico sonetto di Dignano che è di fatto il primo componimento letterario in dialetto istrioto che si conosca, conservato nell’archivio della Biblioteca universitaria di Pola. Ebbene il canonico Pietro Stancovich, ha, tra i tanti, anche il merito d’aver tradotto il sonetto In laudo del Siur Calonigo Trampus che i ho fatto una Pridiga in sul Piccato in Barbana (ma ci basterà chiamarlo Sul piccato, per liberare l’esposizione dagli orpelli di una titolatura sovrabbondante tipica del genere e dell’epoca). Ora, quel che c’interessa in questa sede di Stancovich in particolare (e di glottologia romanza in generale) è il fatto egli abbia reso, con le sue traduzioni in croato-ciacavo, un “importantissimo servizio alla dialettologia italiana dell’Istria”. Con Cergna, che ha studiato e scritto “La produzione poetica istriota dell’Istria sudoccidentale dal 1835 ad oggi” (tesi di dottorato) e steso una serie di “Osservazioni su uno scambio di poemetti tra Pietro Stancovich e Martino Fioranti” in “Studia polensia” (in corso di pubblicazione), ne vedremo i motivi.
Il sonetto del “Piccato” è stato composto dal dignanese Martino Fioranti, di cui possediamo scarse notizie. Nacque nel 1795 a Dignano, dove pure morì nel 1856 e dove, a varie riprese, tra il 1818 e il 1855, ricoprì la carica di sostituto del podestà, subentrando occasionalmente al più noto Giovanni Andrea dalla Zonca.
Il sonetto è per sua natura una lauda con cui l’autore ringrazia il canonico Sebastiano Trampus - conterraneo e coevo di Stancovich, anch’egli sacerdote nella sua stessa collegiata - per un sermone pronunciato nella chiesa parrocchiale.
Per farla breve, in quell’occasione, come risulta dal sonetto, il sacerdote avrebbe esortato i credenti dal commettere azioni peccaminose illustrando loro la condanna alle pene infernali nella quale sarebbero incorsi lasciando questa vita. L’immagine inquietante della dannazione eterna deve aver scosso profondamente il poeta, al punto che, vissuta la visione atroce del diavolo, decise immediatamente di rivolgersi ad un confessore per confidargli i propri peccati. Dal manoscritto originale rinvenuto nella Biblioteca universitaria di Pola, non ci è dato, però, conoscere l’epoca della composizione a causa del laceramento del foglio alla base. Tuttavia Fioranti fece pervenire il sonetto a Stancovich, che ne redasse una prima versione della traduzione croato-ciacava, sulla quale intervenne a varie riprese con nuove varianti, aggiunte, cancellazioni e sostituzioni. Ebbene stando a quanto osserva Sandro Cergna nel suo saggio, sarà solo la terza e definitiva versione della traduzione ciacava contenuta nella “Parabola del Figlio prodigo”, conservata alla Biblioteca di Pola, a rivelarsi particolarmente importante per lo studio della poesia istriota: in quella, infatti, il canonico di Barbana aggiunge al componimento il titolo (croato) e la data della composizione, annotando sul manoscritto: ‘Jedàn Grisnik Slissajuchi Prediku od Griha u Barban na dan 12. od Marza 1828. Se oberne na dobar put, i govori Gospodinu Predicau Sonnet’. Il referente temporale aggiunto da Stancovich - scrive Cergna - ci permette così di retrodatare di almeno sette anni gli inizi della produzione poetica istriota, facendola iniziare non più, com’era considerato finora, al 1835, anno della stesura della Parabola del Figlio prodigo in vari dialetti istriani, tra cui nei dialetti istrioti di Rovigno, Valle e Dignano - oltre che nel dialetto croato- ciacavo, istroveneto e albanese - ma al 1828, appunto.
La traduzione: novità lessicali, fonetiche e grafemiche
Sorvoliamo sui due tentativi di traduzione preliminari, nei quali il testo non sempre risulta comprensibile, vuoi perché vi compaiono voci completamente
depennate, illeggibili o macchiate d’inchiostro, vuoi perché vi si ritrovano voci, parzialmente depennate, che solo un ottimo conoscitore del dialetto ciacavo- istriano locale coevo avrebbe potuto indicare con certezza, la versione finale risulta per fortuna perfettamente leggibile e interpretabile, redatta com’è in bella copia e con un’elegante grafia. Rispetto a quelle, infatti, la traduzione definitiva non solo presenta novità lessicali (il sostantivo Cume è stato sostituito dal più dotto Gospodin), formali (strach toliki passa in stragh toliko e trepet in trepat) ma anche e soprattutto fonetiche e grafemiche. E difatti Cergna osserva che “un elemento innovativo è l’impiego della “c” con la cedìglia (5) in realizzazioni foniche diverse. Infatti, mentre nel titolo il simbolo “5” è usato per indicare l’affricata alveolare sorda [ts] (Predicagu) [predi’katsu], in gèkan, vegh, gistit, nègghiu, vègh, neghiu lo stesso simbolo è usato per l’affricata postalveolare sorda [tf], mentre per lo stesso suono nella parola Slissajuchi, usa il nesso “ch”. Un oscillare ancora di Stancovich anche nella resa grafica del suono [ts] è ravvisabile in Predicaz (1), dove al posto della cedìglia il canonico adotta il semplice simbolo “z”, così come fa nella flessione di Marza (< it. marzo)”. Da notare piuttosto che “evidenti spie della prevalenza, in Stancovich, del repertorio linguistico e del sistema comunicativo italiano sono chiaramente manifeste sia a livello lessicale, sia a quello sintattico”. Tra gli esempi più vistosi, prosegue Cergna, va rilevato l’uso delle geminate in termini nei quali gli sembra che il suono consonantico debba essere rafforzato (Slissajuchi, Sonnet, jessam, posslussat, dùssu, negghiu) oppure nell’uso del nesso “gn” per la resa della nasale palatale in gniega e gnièga (mentre in govorenja il traduttore preferisce la corretta realizzazione croata del nesso “nj”. “Da quanto esposto, e considerando la perfetta padronanza di Stancovich del dialetto istroveneto scrive infine Cergna in chiusura di saggio - si può concludere che Pietro Stancovich si formò ed operò in un contesto di intensa diglossia, usando egli, in situazioni formali e nella socializzazione secondaria, la lingua italiana standard (accanto al latino e, ove richiestio, al francese, al tedesco, all’inglese) e riservando invece i codici più bassi, cioè i dialetti, al solo ambito informale, colloquiale e familiare. Dall’attenzione, inoltre, dell’autore per la corretta pronuncia dei diversi termini croato-ciacavi, possiamo arguire una sua vicinanza affettiva con quelle parlate, trovandosi egli, come giustamente gli ricordava in una lettera l’amico capodistriano Giuseppe de Lugnani, “sopra la frontiera italo-slava”. Così facendo, Stancovich riesce quasi a far percepire, al lettore odierno, il modo in cui, all’incirca, un parlante di cultura italiana pronunciasse e si esprimesse all’epoca nel dialetto croato-ciacavo dell’Istria meridionale.”
Un attento colloquio con la poesia
Traduzione a parte, la lauda dedicata al canonico Tromba, stando a quanto afferma Cergna ne “La produzione poetica istriota dell’Istria sudoccidentale dal 1835 ad oggi”, si iscrive nel “filone della produzione didattico-religiosa d’ambientazione popolare, caratterizzato da un registro stilistico basso, a tratti quasi spregiudicatamente ingenuo, con un’elaborazione elementare dei nuclei tematici trattati, ma al contempo non priva, per noi oggi, di una nota ironico­giocosa dei concetti esposti. Quasi in controcanto con quella, poi, il sonetto non manca di un’attenta elaborazione metrico-formale: la cadenza perfetta della rima, il ritmo austero dell’endecasillabo cui si accompagna, tra il terzo e il quarto, e tra il settimo e l’ottavo verso, il lieve enjambement”, che confermano “una perizia poetica non superficiale, ma maturata su una lettura e un “colloquio” con la poesia coltivati con interesse e gusto sincero per il verso scritto, per la sua sentita possibilità di farsi canto della quotidianità e del suo vissuto, anche di quello più ambiguo e sfuggente come l’ultramondano, qui felicemente riportato attraverso un gustoso alternarsi tra il serio e il faceto”. Considerato infine che, “nella rappresentazione metrica, il componimento rispetta quasi interamente le tradizionali regole della versificazione italiana, realizzandosi tra la rima incorciata delle quartine e quella alternata delle terzine”, è lecito supporre che l’autore dovesse “possedere una notevole padronanza della composizione in versi” e una “conoscenza non occasionale della tradizione poetica italiana coeva e anteriore”.
L'influenza della poesia veronese
A conferma di un tanto, Cergna cita la probabile influenza della poesia veronese e precisamente un testo “esemplare della letteratura didattico-religiosa”: il poemetto De Babilonia civitate infernali, in cui l’autore, Giacomino da Verona, vissuto nel XIII secolo e frate dell’Ordine dei Minori, descrive per l’appunto le pene peccatores puniantur incessanter. Benché se ne possa supporre un’influenza non irrilevante sui sermoni anche in pieno Ottocento (influenza favorita peraltro dai contatti tra le cittadine venete e le località dell’Istria veneta), specie nelle piccole comunità parrocchiali di paese, nell’autore istriano, secondo Cergna, a prevalere non tanto “l’intento didattico-persuasivo”, quanto piuttosto un “più intimo e profondo afflato lirico scaturente attraverso la volontà di una propria, personale espiazione dell’errore” per giungere alla “catarsi e al ricongiungimento con la comunità”. Dalla tradizione religiosa e iconologica popolare derivano invece l’elemento della fiamma eterna e quello del corno del diavolo, “rimaneggiato in chiave felicemente comica e originale nell’episodio del grottesco incidente” (la caduta del corno per la grande irritazione e l’ira diabolica), mentre estraneo alla poesia veronese, rileva Cergna, è soprattutto l’”andamento più piano e controllato del discorso poetico”.

 

153 - Il Piccolo 21/03/13 Primo sì di Lubiana alla Croazia "europea" Entro fine mese il via libera definitivo
Primo sì di Lubiana alla Croazia “europea” Entro fine mese il via libera definitivo
La Slovenia ha avviato il processo di ratifica dell’Accordo di adesione della Croazia all’Unione europea: il Comitato per la politica estera della Camera di Stato ha approvato ieri all’unanimità la Legge di ratifica, che ora passa all’esame dell’aula per il sì definitivo di Lubiana all’entrata della Croazia in Europa. Il voto della Camera è previsto entro la fine di marzo. «Questo è un bel giorno per la Croazia e per la Slovenia» ha dichiarato soddisfatto il ministro degli Esteri sloveno Karl Erjavec (foto), che ha ribadito come Lubiana non ha mai voluto bloccare l'ingresso croato nell’Ue. Il processo di ratifica, però, è stato avviato soltanto dopo che i due Paesi hanno risolto la questione dell’ex Ljubljanska Banka e dei suoi debiti nei confronti dei risparmiatori croati. Finora, l’Accordo di adesione della Croazia all’Unione europea è stato ratificato da 22 dei 27 Paesi comunitari. L’ingresso della Croazia nell’Ue è previsto per il primo luglio.
(fb)

 

154 - Il Piccolo 12/03/2013 Jansa firma, Croazia in Europa dal 1° luglio
Janša firma, Croazia in Europa dal 1° luglio

Accordo sulla Ljubljanska Banka sottoscritto dai primi ministri. Ora la Slovenia avvierà l’iter di ratifica

di Mauro Manzin
TRIESTE Adesso è ufficiale. C’è la firma dei due primi ministri, Zoran Milanovi„ per la Croazia e Janez Janša per la Slovenia. Pace fatta sul nodo Ljubljanska Banka. Via libera all’ingresso di Zagabria nell’Unione europea. Il pericolo è passato e il prossimo primo luglio in Croazia ci sarà grande festa. Il documento è stato ufficialmente sottoscritto al castello di Mokrice, testimoni decine di fotografi che hanno immortalato il momento. Ora il Parlamento sloveno inizierà l’iter di ratifica del Trattato di adesione della Croazia all’Ue. Una vicenda kafkiana che è stata giocata dalla Slovenia sul tavolo della politica interna. Anche perché la soluzione trovata, in realtà, non risolve nulla. Tutto è stato demandato, infatti, a un’ulteriore trattativa tra le parti che avverrà nel quadro della successione all’ex Jugoslavia e avverrà sotto la diretta supervisione della Banca dei regolamenti internazionali di Basilea come peraltro previsto al capo B dell’accordo sulla successione. Un punto a suo favore comunque Lubiana lo segna perché Zagabria si è impegnata a “congelare” tutte le cause contro le banche slovene intentate in territorio croato e si impegna inoltre a vigilare affinché non ne vengano depositate di nuove. E così, commentano gli esperti di cose balcaniche, la questione si dibatterà per altri duecento anni senza risolverla.
Ma a che cosa è dovuta questa accelerazione dell’ultimo mese? E come mai a fumare il calumet della pace con Zagabria sia il premier praticamente dimissionato e in carica solo per svolgere l’ordinaria amministrazione Janez Janša e non piuttosto la premier entrante Alenka Bratušek?
Di sicuro Janša non è rimasto folgorato sulla via di Damasco. Dietro c’è un lavorio ben mirato e molto deciso da parte delle cancellerie internazionali con in prima fila la Germania e gli Stati Uniti. Più silenziosa, ma forse più efficace la prima, più caciarona e poco “diplomatically correct” la seconda con l’ambasciatore Usa a Lubiana, Jospeh Mussumeli pronto a rilasciare dichiarazioni di fuoco ai media sloveni conquistandosi così la sincera antipatia di tutta l’opinione pubblica che lo accusa di voler influire sulle decisioni di uno Stato che non è il suo, al punto che nella manifestazione di protesta di sabato scorso a Lubiana è spuntato un emblematico cartellone che recitava: «Yankee go home», mentre una delle richieste degli “arrabbiati” è proprio l’allontanamento dell’ambasciatore Mussomeli.
Più discreta, si diceva, l’azione di pressing di Berlino. Non dimentichiamo che la Merkel è stata una dei “grandi elettori” di Janša e per la Germania la Croazia rappresenta il principale e più appetibile mercato dell’intera area balcanica. Quindi l’ingresso nell’Ue va garantito anche se proprio il Parlamento tedesco qualche mese fa sollevò alcune perplessità sulla reale preparazione di Zagabria a diventare una stella d’Europa. Le pressioni riguardavano soprattutto il sistema giudiziario e la lotta alla corruzione. Ed è logico. Per investire in un Paese estero è importante che la sua giustizia funzioni secondo gli standard comunitari e che la corruzione sia opportunamente se non sconfitta per lo meno sotto controllo. Solo così quel Paese diventa veramente appetibile agli investitori esteri.
La Slovenia, o meglio, il governo Janša ha tirato la corda fino all’ultimo, poi, quando si è accorto che la stessa rischiava di spezzarsi è corso ai ripari. Scatta il mandato ai due mediatori tecnici quando l’accordo sia Lubiana che Zagabria ce l’avevano praticamente già nel cassetto. E Janša ha fatto di tutto per essere lui a firmare l’accordo. «Missione compiuta frau Angela».
Mauro Manzin

 

155 - La Stampa 21/03/13 Croazia-Serbia da quegli spalti partì il conflitto
DOMANI IN CAMPO
Croazia-Serbia da quegli spalti partì il conflitto
Tigri e Bad Boys si preparò l’orrore
Ultra trasformati in spietati paramilitari Ma oggi la politica si dissocia dai tifosi
Enzo Bettiza
Sappiamo che le squa­dre di calcio prefigura­no di per sé la parodia di una guerra in miniatura fra due piccoli eserciti con attaccanti, difensori, gua­statori, centravanti di sfon­damento. Calcio e presagio di guerra si unirono spetta­colarmente e drammatica­mente nei giorni d’agonia della ex Jugoslavia.
La data va ricordata. Il 13 maggio 1990 le aggressive tifoserie croate e serbe si affrontarono nello stadio Maximir di Zagabria tra­sformandolo in un vero e proprio campo di battaglia.
I croati parteggiavano per la loro fa­mosa squadra Dinamo, mentre oltre tremila serbi, tifosi della Stella Ros­sa di Belgrado, affluiti in massa sugli spalti avevano già devastato il treno che li portava in Croazia distrug­gendo tutto ciò che incontravano nella loro marcia verso lo stadio. Andrebbe sottolineato il lessico di origine sovietica - Dinamo e Stella Rossa - che conti­nuava a caratterizzare, an­cora dopo la caduta del co­munismo, le due maggiori squadre della ex Federa­zione jugoslava.
Molti dei teppisti serbi si autodefinivano «delije», eroi, ed erano organizzati e guidati dal tristemente famoso Zeljko Raznatovic, il quale si sa­rebbe segnalato sugli imminenti campi di battaglia e di massacro e sui giornali di tutto il mondo con il nome di Arkan. Le lugubri Tigri, da lui scatenate contro il nemico et­nico, cioè contro i croati e i bo­sniaci islami­ci, proveni­vano proprio dal tifo delle curve serbe, vivaio di vio­lenza e di so­praffazioni. Non erano da meno le tifo­serie croate dei Bbb, che sta per Bad Blue Boys, formazioni altrettanto efferate.
Quel 13 maggio la violenza divampo con tale furore selvaggio, nell’indiffe­renza ambi­gua delle forze dell’ordine, che la partita non potè neppure cominciare né cominciò mai: al posto della partita doveva co­minciare, con quel feroce preludio, la sequela insanguinata delle ultime guer­re balcaniche nel cuore dell’Europa. Pochi giorni prima, il 6 maggio, le ele­zioni per l’indipendenza della Croazia erano state vinte dal partito nazionali­sta di Franjo Tudjman.
Per la prima volta venerdì, nello stes­so stadio che fu teatro di scontri così du­ri, non più le celebri squadre di calcio di Zagabria e di Belgrado, bensì le naziona­li dello Stato croato e dello Stato serbo si affronteranno in un clima di stentata riconciliazione. Ci si augura che la guerra fratricida, la cui prima scintilla si accese sugli spalti del Maximir, non si riaccenda nel contagio del tifo. Dalle sponde mode­rate delle due etnie si auspica che la ri­conciliazione sia durevole, non disturba­ta dal fanatismo dei nazionalisti; ma si ha l’impressione che a ventitré anni di distanza, gli anni di una generazione, la brace seguiti a crepitare sotto la cenere.
Non poco ha sorpreso infatti l’arresto nei giorni scorsi del vicepresidente del­la Dinamo di Zagabria Zdravko Mamic, accusato di aggressione verbale a sfon­do razzista nei confronti del ministro dello Sport, il cui cognome, Jovanovic, denuncia l’appartenenza alla minoranza serba di Croazia. Ha detto grossolana­mente Mamic: «Il nostro ministro Jova­novic odia tutti i croati: è inimmaginabi­le che un serbo possa guidare il ministero più popola­re del Pae­se; è un in­sulto all’in­telligenza croata».
La cosa ha suscitato tanto scal­pore da co­stringere il presidente della Croa­zia Ivo Josi- povic, uomo colto e misu­rato, a pren­dere pubbli­camente le distanze dal dirigente della Dina­mo: «Le sue parole sono maligna­mente ag­gressive nei confronti della minoranza serba», ha dichiarato il Capo dello Stato.
Non resta che aspettare l’esito della partita. Il comportamento delle tifose­rie ci dirà se a fare goal sarà il non paci­ficato rancore etnico oppure la tolleran­za reciproca.

 

156 - La Stampa 21/03/13 Reportage - Croazia contro Serbia una partita per battere l'odio
Reportage
Croazia contro Serbia una partita per battere l’odio
Dinamo-Stella Rossa scatenò il conflitto 23 anni la. Domani la sfida tra le nazionali
PIERANGELO SAPEGNO
ZAGABRIA
All’hotel Esplanade, che era il posto dove s’asser­ragliavano i giornalisti durante la guerra, Arijan Gerrib arriva ca­racollando sugli anfibi come se fosse­ro ancora quei tempi. Capelli corti, maglietta nera a mezza pancia. Dice che Croazia contro Serbia non finirà mai:
«Mio padre ha combattuto a Vukovar». Guardando sopra, le fine­stre dell’albergo non hanno più le ten­de nere che mettevano per oscurarle nelle notti degli allarmi. Il resto, però, ci sembra così uguale. E quando an­diamo al mercato di Dolac anche le vecchie contadine con il fazzoletto nero sulla testa non parlano d’altro. Croazia-Serbia non torna solo con i suoi veleni, ma con questo senso di un mondo ancora balcanizzato oltre la sua memoria e le sue ferite, quasi sospeso in una dimensione parallela.
Non c’è niente di quello che rac­conta il giovane disoccupato Arijan Gerrib che non abbiamo già sentito e già visto. Il capitano dei croati Dario Srna dice che «dev’essere solo una partita di calcio», ma proprio in una partita di ealcio, fra Dinamo Zaga­bria e Stella Rossa Belgrado, il 13 maggio del 1990 cominciò la guerra civile che distrusse la vecchia Jugo­slavia, nello stesso stadio Maksimir dove domani sera si incontreranno di nuovo croati e serbi e che per ironia della sorte porta il nome della pace nella sua radice: «mir» vuol dire pa­ce. La cosa più difficile, in un posto dove la dedica trionfale posta al suo in­gresso evoca tatti gli altri fantasmi: «Qui cominciò la guerra».
E Arijan lo ricorda gonfiandosi il petto.
Adesso c’è l’Europa di diverso. La Croazia sta per entrarci. E la Serbia dell’ex delfino di Milosevic, Ivic Da­cie, sogna di farlo a tal punto che pure il presidente Tomislav Nicolic, fino a poco tempo fa vicino all’ultranazionalista Seselj, ha cominciato a stem­perare toni e slogan, avviando insie­me il dialogo con il Kosovo. E anche l’Europa del calcio ha deciso di inter­venire per questa partita. Michel Pla­tini, capo dell’Uefa, ha scritto una let­tera ai due capi di governo invitandoli a ritenersi responsabili dell’ordine pubblico. All’inizio, la risposta di Za­gabria è stata piccata: «Da quando i governi organizzano i match di foot­ball?». Poi, quando il clima si è invele­nito, hanno fatto retromarcia. Aveva cominciato il mister della Croazia, Igor Stimac, invitando i due ex gene­rali Ante Gotovina e Mladen Markac appena prosciolti in appello dal tribu­nale dell’Aja dalle accuse di crimini di guerra contro l’umanità, a dare il cal­cio d’inizio al match. Belgrado non aveva ancora finito di protestare che il direttore della Dinamo Zagabria Zdravko Mamic s’è messo a lanciare pesantissime accuse dai microfoni di una radio locale al mi­nistro croato dello Sport Zeljko Jova- novic, che è di etnia serba. L’ha sem­plicemente definito «un insulto al cervello dei croati». Aggiungendo: «Quando ti guarda sprizza sangue dai suoi occhi. E se osservi il suo sor­riso puoi solo vedere i suoi denti di­grignare. È un serbo che non ha mai lavorato nell’educazione e nello sport e che non può ricoprire un ruolo così importante».
Belgrado è insorta: Alisa Marie, mini­stro dello Sport, ha chiesto alle autorità croate di prendere posi­zione e ha definito le pa­role di Mamic come «l’esempio di un odio che appartiene al passato e che non dovrebbe più tornare».
Mamic è stato arrestato il 15 marzo e rilasciato il giorno dopo, ma l’accusa è di istigazione alla violenza e rischia tre anni di carcere. Quando poi 7 mi­norenni croati hanno aggredito e feri­to con mazze da baseball 8 giovani se­minaristi di un monastero serbo orto­dosso, Zagabria s’è ammorbidita an­che con l’Europa del calcio e il.mini­stro dell’Interno Ostojc ha appena fi­nito di lodare il «coordinamento con la Uefa per valutare tutte le misure di prevenzione».
Il problema sono gli ultrà, come am­mettono Arijan e Domagoj accompa­gnandoci fra le bancarelle di fiori e frutta, e abbracciandosi fra loro come vecchi reduci. In Serbia, gli stadi sono quasi vuoti, riempiti solo nelle curve dagli estremisti: quelli del Partizan, i Grobari, che vuol dire becchini, e quel­li della Stella Rossa, che si chiamano Delje, gli intrepidi, tutti ultranazionali­sti, ragazzini cresciuti nella periferia di Belgrado e vicini al partito Radicale di Seselj, ancora sotto processo all’Aja. Gli hooligan serbi e lo Snp hanno impe­dito per due anni l’organizzazione del gay pride a Belgrado. E a Zagabria la situazione è la stessa: gli ultrà della Di­namo sono i Bad Blue Boys, stesse ra­dici e stessa ideologia, e identici dram­mi sociali con due economie che gal­leggiano paurosamente nella crisi.
Se in Croazia come testimonia l’Fmi nel suo rapporto annuale anche nel 2012 il Pii è sceso dell’1,7 per cento e, nella disoccupazione crescente arri­vata fino al 15,6 per cento, più di una persona su 5 vive a rischio pover­tà, in Serbia i senza lavoro sono addirittura il 22 per cento della popolazione. La differenza è che Belgrado è in queste condizioni da quand’è finita la guerra, è co­me se si fosse costruita un nido nella sua sconfitta, fatto di mi­serie e vita grama, mentre Za­gabria e il suo premier social­democratico Zoran Milanovic puntano tutto sull’ingresso nel­l’Europa, convinti che da lì possa partire la loro rinascita. Se è solo un’illusione lo vedremo.
Però, oggi è in questo degrado diffuso, fra le pieghe di una me­moria mai sepolta, che Croazia e Serbia non si guardano in fac­cia come in una semplice partita di calcio. Anche se Sinisa Mihjalovic, l’allenatore dei serbi, ha detto che i suoi giocatori applaudiranno l’inno croato e il presidente della federcalcio di Zagabria Davor Suker ha invitato i suoi a «mostrare rispetto per l’avver­sario». È che ci hanno fatto pure una statua con la dedica qui al Makismir: «Ai tifosi della Dinamo che iniziarono la guerra con la Serbia su questo cam­po il 13 maggio 1990». E domani sera non ci saranno solo 22 calciatori. Ma anche tutti questi fantasmi.

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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