La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin

 

 

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Aprile 2013 – Num. 36

 

29 - La Voce in più Storia Ricerca 06/04/13 Riflessioni - Confronti e riflessioni sull'Esodo e sugli italiani dell'Adriatico orientale (Italo Dapiran)
30 - Storia in Rete Marzo 2013 n° 30 - Foibe e memoria nazionale - Piccoli passi avanti (Vincenzo Maria de Luca)
31 - La Voce del Popolo 12/03/13 Cultura - Enrico Morovich: ricordi dolceamari della terra perduta (Francesco Cenetiempo)
32 - La Voce in più Storia e Ricerca 06/04/13 Recensione - Radio Venezia Giulia una voce per i fratelli del confine orientale (Emanuela Masseria)
33 – Anvgd.it 12/03/13 - 2013, l'anno di Padre Flaminio Rocchi (1)
34 - La Voce del Popolo 20/03/13 Cultura - Girovagando tra i set dell'Istria e del Quarnero
35 - L’Arena di Pola 24/03/13 Esodo - poesia di Sergio Fantasma
36 - Linkiesta 05/03/13 Cimbri e la Serenissima (Nicola Bergamo)
 

 

29 - La Voce in più Storia Ricerca 06/04/13 Riflessioni - Confronti e riflessioni sull'Esodo e sugli italiani dell'Adriatico orientale
Riflessioni – di Italo Dapiran
Confronti e riflessioni sull’Esodo e sugli italiani dell’Adriatico orientale
Nella suggestiva cornice del Salone Vanvitelliano di Palazzo Loggia, prestigioso edificio rinascimentale a pianta rettangolare, espressione del potere veneziano in città, oggi sede della Giunta co­munale, ubicato nel centro storico di Brescia, affacciato sull’omonima piazza, la “platea magna”, lo scorso 14 marzo si è svolto il con­vegno internazionale “Le vicende del confine orientale d’Italia e l’esodo dei giuliano-dal­mati. Una memoria per la nuova Europa che sta sorgendo”. l’iniziativa è stata promossa dal Centro mondiale per la cultura giuliano­dalmata (CMC) della città lombarda, con il patrocinio del Comune di Brescia, in col­laborazione con la Regione Lombardia, la Provincia di Brescia, l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, la Fondazione ASM e la Fondazione Brescia Musei.
Si è trattato di un incontro importante, un confronto teso a cogliere i nessi degli acca­dimenti storici che sconvolsero il contesto dell’Adriatico orientale e interessarono ogni aspetto della vita sociale. In un percorso plu- ridisciplinare, i relatori intervenuti hanno ragionato sui problemi che investirono l’area geografica dalla fine della Serenissima al se­condo dopoguerra, con riferimenti anche agli eventi più recenti. Non sono mancati i cenni al crollo del Muro di Berlino, alla dissoluzione dei regimi comunisti nell’Europa orientale nonché all’implosione della Jugoslavia e al bagno di sangue seguito alla sua disgre­gazione, a circa un decennio dalla morte di Tito, leader carismatico e artefice di una Repubblica socialista plurale in senso lato, che con indubbia abilità seppe tenere insieme le varie tessere di quel mosaico.
L'oblio, un delitto culturale
Si è parlato anche dell’estensione dell’Unione europea e della prossima adesione della Croazia, che per l’Istria significherà il primo atto verso la scomparsa del confine e la ri­composizione di quello spazio geografico, di fondamentale rilevanza soprattutto per la comunità italiana. È stato un convegno di qualità che ha, indubbiamente, raggiunto gli obiettivi prestabiliti. Questo lodevole incontro di studio ha presentato al pubblico, composto anche da numerosi studenti e docenti delle scuole medie superiori, aspetti e problemi di terre non sempre conosciute, dando il giusto rilievo agli stretti legami con la penisola ita­liana e la sua civiltà.
Nella sua introduzione, Luciano Rubessa, presidente del CMC di Brescia ed esule da Fiume, ha posto l’accento sul problema della dimenticanza e della destoricizzazione, che porta inevitabilmente all’oblio (l’ha paragonato a un “delitto culturale”). Con l’istituzione del Giorno del Ricordo, sempre l’oratore, l’Italia ha rotto il silenzio su una tragedia dimenticata e si è iniziato a parlare delle terre abbandonate; in concomitanza sono affiorate con maggiore evidenza anche le tesi negazioniste e giustificazioniste. E per Valerio Di Donato, giornalista del “Giornale di Brescia”, moderatore dei lavori, il dibat­tito proposto a Brescia ha voluto essere un punto di partenza, una riflessione su pagine di storia poco conosciute. Al margine del con­vegno gli abbiamo posto alcune domande. Il giornalista si interessa anche ai problemi del confine orientale d’Italia e sull’argomento ha pubblicato un agile e al tempo stesso stimo­lante volumetto intitolato “Istrianieri. Storie di esilio” (liberedizioni, Gavardo, 2006).
Come nasce l’idea del convegno?
Direi che nasce dalla consapevolezza che è cam­biato, o meglio sta cambiando, sensibilmente, l’approccio ad un tema da sempre controverso come la storia delle foibe e dell’esodo delle popolazioni giuliano-dalmate alla fine della seconda guerra mondiale. Nel 2007 l’Italia e la Croazia, con i rispettivi presidenti della Repubblica, litigavano sulle cause e le colpe di quel dramma epocale. Nel 2010, i due Paesi, tre con la Slovenia, si abbracciavano invece sim­bolicamente, pregando insieme sulle note del maestro Muti per una riconciliazione duratura fra italiani, sloveni e croati, ormai accomunati dal medesimo destino europeo. Ecco, fra pochi mesi anche la Croazia entrerà a pieno titolo nell’Unione europea come 28° Stato, e ci pareva uno spunto interessante da sviluppare quello di una memoria collettiva “allargata”, più che “condivisa”, da elaborare sulle tragiche vicende del confine orientale, nella quale, attraverso il filtro della ricerca storica, far confluire le diffe­renti sensibilità e punti di vista esistenti.
Allargare gli sguardi per cogliere i nessi
Con questo incontro si è voluto presen­tare il confine orientale d’Italia e i suoi problemi prendendo in considerazione un arco temporale relativamente ampio. Vi è, quindi, la consapevolezza che per cogliere i nessi sia doveroso allargare lo sguardo?
l'analisi dei fatti e la ricerca delle cause di una tragedia colossale, che ha investito tutte le popolazioni di Istria, Fiume e Dalmazia, sono state a lungo viziate da strumentali vi­sioni di parte, tendenti ora a restringere ora ad ampliare in modo limitato e fazioso la prospettiva temporale. Revisionismi e negazionismi hanno inquinato per decenni le falde della conoscenza, fermando l’attenzione al solo periodo successivo all’8 settembre 1943, o focalizzandola sul solo ventennio fascista e la guerra di occupazione della Jugoslavia. La storia che è scorsa nelle vene del Carso trie­stino e goriziano come nelle calli venete di Rovigno e Pola o nella Fiume mitteleuropea e nelle rive zaratine, affonda in realtà le sue radici almeno nel Settecento veneziano e poi nell’Ottocento del risveglio incrociato del senti­mento nazionale sotto la cappa degli Asburgo. Nel convegno promosso a Brescia dal CMC si è partiti da lontano, analizzando l’evoluzione dei rapporti tra l’elemento italiano e l’elemento slavo in un’ottica di conoscenza e comprensione, e non già di propaganda.
Se desideriamo comprendere l’essenza e la complessità di quelle che generalmente sono definite le “terre perdute” è fondamen­tale conoscere anche il retaggio storico del popolo italiano presente lungo l’Adriatico orientale nel corso dei secoli. Concordi?
Assolutamente sì. E non per nostalgiche quanto sterili rivendicazioni di sapore nazionalistico, ma perché negare l’humus italiano o italofono di quella che chiamiamo Venezia Giulia, dimenticarne le millenarie radici latine e venete, significa negare la storia stessa di queste terre, di compo­sizione etnicamente mista, una secolare frontiera fra il mondo latino, slavo e germanico, che ha vissuto radicali trasformazioni soprattutto nel “secolo breve” dei totalitarismi e dell’imbarbari­mento dell’Europa. Il punto è che non bisogna avere paura della conoscenza, e vorrei aggiun­gere conoscenza “reciproca”, perché per troppo tempo la diffidenza e i pregiudizi, uniti a incon­fessabili interessi di consenso politico, hanno impedito che si facesse piena luce su una storia che non parte dal 1918 o dal 1943, ma neppure dal 1991. Come scrive giustamente lo storico
Guido Crainz nel suo Il dolore e l’esilio, la sto­ria lacerata del XX secolo “ci fa capire l’esigenza e l’urgenza di un confronto reale fra le diffe­renti memorie di un’Europa che nel Novecento ha vissuto in modo diverso due guerre e due dopoguerra, e ha conosciuto opposti totalita­rismi”. Il lungo periodo di dominazione della Serenissima sull’Adriatico orientale, con il suo lascito artistico-culturale e il suo esempio di civiltà fondata sul rispetto del plurilinguismo e della multiculturalità, è il migliore ricordo, o meglio il ricordo dell’italianità adriatica di queste splendide terre.
Cercare di guardare avanti e anche «di lato»
Per evitare i luoghi comuni e per compren­dere le articolate vicende della Venezia Giulia il dialogo e il confronto sono im­portanti. A Brescia vi è una particolare attenzione, che, presumiamo, è il risultato di un’attenta riflessione. È così?
E aver organizzato a Brescia un convegno fon­dato sul confronto fra le diverse culture espresse da un’area di confine teatro di tante tragedie ai danni ora dell’una ora dell’altra etnìa, è un punto di merito innegabile per l’associazio­nismo della diaspora giuliano-dalmata nato nella terra della Leonessa d’Italia con l’arrivo delle prime ondate di profughi dopo il 1945. Gli esuli bresciani avrebbero potuto limitarsi a ricordare la “propria” tragedia, commemorare i “propri” morti, chiudersi nel lamento - peral­tro legittimo - e nel rancore per i torti subiti. E invece, nel corso degli anni, anche qui si è capito che bisogna guardare avanti, e anche “di lato”, alla storia del proprio ex vicino di casa, al futuro di una convivenza in ambito europeo, dove la riconciliazione sarà più facile se tutte le parti in causa saranno disposte ad accettare una operazione-verità che non faccia sconti a nessuno. Al convegno del 14 marzo abbiamo assistito a uno straordinario dibattito, che mi auguro possa essere d’esempio per chi preferisce rimanere arroccato in una visione unilaterale della nostra storia recente. Negazionisti in testa.
Nel Salone Vanvitelliano abbiamo visto anche una folta rappresentanza di studenti e di docenti delle scuole medie superiori. Queste iniziative come sono accolte dal mondo della scuola?
L'attenzione del mondo scolastico è senz’altro elevata, anche se, come altrove, circoscritta prevalentemente al periodo a ridosso del 10 feb­braio. Il lavoro di informazione e divulgazione sviluppato in questi anni dalle rappresentanze degli esuli è stato però recepito da un numero sempre più elevato di istituti, oltre che da molti Comuni della vasta provincia bresciana. Le con­ferenze nelle scuole rappresentano una realtà
consolidata, ma il problema vero è dato dall’e­siguo spazio offerto nei programmi di studio, falcidiati dai tagli alle ore di insegnamento. Si insegna sempre meno Storia, ed è chiaro che una pagina solo di recente riscoperta come le foibe e l’esodo fatichi non poco a trovare la giu­sta collocazione.
Tu non hai legami diretti con l’Istria, però nutri un forte interesse per le sue vicende storiche e hai dedicato anche un libro all’argomento. Quando e in che modo ti sei avvicinato a questi problemi?
Come la maggior parte degli italiani, ho sco­perto la cosiddetta “questione giuliana” in età adulta, e solo grazie al mio lavoro. Nei primi anni Novanta, in coincidenza con il mio arrivo al “Giornale di Brescia”, ho sviluppato un inte­resse crescente, quasi spasmodico, per le guerre di secessione nella ex Jugoslavia. Cominciai, su suggerimento anche del compianto commen­dator Tonci Cepich che all’epoca presiedeva l’Anvgd di Brescia, con un viaggio (era il 1994) nell’Istria spopolata di turisti. Qui presi con­tatto con le per me fino ad allora sconosciute “comunità” della minoranza italiana e ne feci un ampio resoconto per il giornale. L'anno dopo finii a Belgrado, sotto embargo, per ten­tare di capire cosa fosse la “Grande Serbia” di Milosevic. Quindi a Sarajevo, e ancora, nuo­vamente, in Istria, a Pola e Rovigno. Istria per me non era solo “Italia perduta”, ma “Balcania allargata”. Poi, con l’istituzione del “Giorno del Ricordo”, ho messo a frutto qualche anno di esperienza e di conoscenze scrivendo un libro fatto di storie di esuli, istriani, fiumani, dal­mati, ma anche di italiani fuggiti dai Sudeti occupati dall’Armata Rossa, e di un ragazzo croato, di lontane origini friulane, che scappò dall’orrore della guerra fra serbi e croati in un paesino vicino al confine bosniaco. E poi, se vogliamo dirla tutta, dentro di me palpita l’animo inquieto del nomade, un po’ emigrante e un po’ esule, essendo figlio di insegnanti me­ridionali trasferitisi in Veneto alla metà degli anni Cinquanta. Attraverso le parabole, dram­matiche ma anche umanamente magnifiche, di tanti esuli giuliano-dalmati che ho conosciuto, riscopro e risistemo le mie radici, la mia mul­ticulturalità, oltre i confini della piccola patria che mi ospita, e a cui sono grato, ma di cui non farò mai un vessillo di esclusione dell’altro.
La manifestazione di Brescia va letta come un chiaro segnale della volontà esistente in una parte d’Italia di comprendere ciò che accadde nel secondo dopoguerra, ma anche nei periodi precedenti, per cogliere appieno il ruolo e l’apporto del popolo italiano delle rive orientali dell’Adriatico nel corso dei se­coli nonché le relazioni esistenti nelle varie età storiche fino alla cesura avvenuta negli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Ci sono delle ferite ancora aperte, ma è necessario studiare l’intera vicenda, senza omissioni, perché escludendo la discussione non può esserci conoscenza. E comprensione significa anche rispetto per le memorie al­trui, senza le quali non è possibile ricostruire le vicende storiche ed auspicare la convi­venza reciproca.

 

30 - Storia in Rete Marzo 2013 n° 30 - Foibe e memoria nazionale - Piccoli passi avanti
ANTICIPAZIONI - FOIBE E MEMORIA NAZIONALE

PICCOLI PASSI AVANTI
Il destino toccato alle popolazioni giuliano-dalmate, costrette col terrore e le stragi alla fuga nel 1945-'47, è stato a lungo rimosso dalla memoria pubblica italiana.
Gli ultimi anni hanno restituito alla tragedia delle foibe un posto nella storia nazionale, ma con improvvisi dietro-front da parte delle autorità, in imbarazzo davanti all'aggressività degli interlocutori croati e sloveni. Ma la storiografia può fare ancora molto per raccontare senza mistificazioni «il lungo addio dell'Italia» alle sue terre orientali, come spiega un saggio di cui «Storia in Rete» anticipa un passo

di Vincenzo Maria de Luca
Il fatto che siano stati vittime delle foibe anche sloveni, croati e serbi sconfessa il semplicistico principio di relazione, o di causa-effetto, tanto caro alla storiografia filo-jugoslava
La storiografica nostrana, troppo spesso «militante», dipinge i nostri soldati nella Jugoslavia sconvolta dalle faide etniche degli anni Quaranta come sanguinari invasori
Napolitano rifiutò alle rappresentanze giuliano-dalmate di poter sfilare coi loro labari alla parata per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia in ricordo dei caduti di quelle terre
Le copie del documento italiano di denuncia presentato alla conferenza di Parigi furono fatte sparire perché l'opinione pubblica restasse ignara degli orrori di Tito in Venezia Giulia
Molti passi in avanti sono stati fatti nello studio della tragedia delle foi­be e dell’esodo giuliano dalmata dopo l’8 settem­bre 1943, a tal punto che continuare a giustificare la propedeuticità di questi avvenimenti come una reazione alla forzata snazionaliz­zazione dell’elemento slavo operata nella Venezia Giulia dalla politica mussoliniana, è finalmente percepito, anche dalla più motivata ortodossia accademica antifascista, ed anti italiana in genere, come una puerile e interessata forzatura. La problematica è caleidoscopicamente più profonda e sfaccettata. Una certa distensione nei rapporti diplomatici tra l’Italia, la Slovenia e la Croazia, pur tra inevitabili distinguo e diffidenze, ha avuto l’innegabile merito di concertare tutta una serie di studi congiunti finalizzati alla stesura di una storia e di una memoria, se non proprio condivise, almeno conosciute ed accettate acriticamente senza posizioni preconcette. Tale deve es­sere interpretata la Commissione mista storico-culturale italo-slovena istituita nel 1993 su iniziativa dei rispettivi ministeri per gli Affari Esteri, per riannodare i fili di un dia­logo comune dopo un secolo di tragiche contrapposizioni.
Si volevano esaminare tutti quegli aspetti rilevanti nel­le relazioni politiche e culturali bilaterali, sottolineando gli aspetti positivi che uniscono i due popoli nell’analisi degli eventi che altresì avevano causato «difficoltà» in passato. Questo progetto di studio, protrattosi sino all’anno 2000, ha analizzato i rapporti tra i due Paesi dal 1880 al 1956 ed ha fatto sì che due gruppi di studiosi, composti da sette sloveni e sette italiani, potessero accedere alle reciproche fonti do­cumentali apparentemente senza doversi piegare alle ragioni della propaganda. Il documento licenziato congiuntamente, pur con i limiti e le difficoltà che possiamo immaginare, è stato una testimonianza importante del cammino appena in­trapreso verso una memoria «depurata» dalle tossine delle di­storsioni ideologiche. Non a caso si riferisce testualmente di torti da entrambe le parti che possono spiegare, non certo giu­stificare, la violazione dei diritti elementari uma­ni», nella legittimazione di quella, troppo spesso inascoltata, verità che vorrebbe che la prima legge su una qualsiasi fron­tiera, fosse quella della pacifica convivenza e non quella della sopraffazione. Importantissimo poi il progetto di ricerca sulle vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni dal 1939 al 1947, tra la Società di Studi Fiumani di Roma e l’Istituto Croato di Storia di Zagabria, iniziato nel 1997 e conclusosi nel 2002 con la pubblicazione dei risultati della ricerca in un volumino­so testo bilingue italiano-croato; primo esempio di costruttiva collaborazione con la realtà accademica croata, e non solo, mai tenera con l’Italia e gli italiani. Questo documento comu­ne, patrocinato dalla Presidenza della Repubblica e finanziato congiuntamente dai ministeri della Repubblica Italiana per i Beni e le Attività Culturali e degli Affari Esteri, nonché da quel­lo per la Cultura e la Ricerca della Repubblica della Croazia, ha avuto il grande merito di restituire alla memoria storica na­zionale e internazionale i circa 2.700 nomi dei caduti italiani
Pola, 1947. Subito dopo il diktat di Parigi gli italiani abbandonano l'istria assegnata alla Iugoslavia nel territo­rio della nostra ex provincia del Carnaro durante la Seconda guerra mondiale e, tra questi, i 652 fiumani tra ci­vili, poliziotti e carabinieri che durante i primi anni del nuovo regime comunista jugoslavo del maresciallo Tito, tra il 1945 ed il 1947, caddero vittime di infoibamenti o comunque di morte violenta.
Tra gli altri segnali di un nuovo comune dialogo, foriero di auspicabili sviluppi nella comprensione della tragedia delle foibe, vi è la commissione istituita nel 2008 dal governo della Slovenia, all’epoca presidente di turno dell’Unio­ne Europea, che ha recensito ben 585 «luoghi di morte» (,grobisce in sloveno indica letteralmente un luogo di se­poltura) dove, negli anni tra la Seconda guerra mondiale e la fine degli Anni Cinquanta, sono state sepolte oltre centomila vittime dei totalitarismi fascista, nazista e comunista. Nome, luogo e motivo del­la cattura, luogo di eventuale prigionia, trasferimenti, data e causa di morte sono finalmente a disposizione degli studiosi per tentare di ricostruire, sen­za pregiudizi di parte, ciò che realmente accadde in quegli oscuri anni al confine orientale italiano. Fosse comuni, foi­be e campi di prigionia sono stati tutti registrati ed il fatto che ne siano stati vittime anche molti sloveni, croati, serbi e musulmani della Bosnia-Erzegovina, sconfessa il semplicistico principio di relazione, o di causa-effetto, tanto caro alla storiografìa filo-slava di sinistra, nostrana e d’oltre Isonzo, tra il Fasci­smo e le foibe; fu anche e soprattutto una sorta di «regolamento di conti» tra ComuniSmo rivoluzionario e anticomu­nismo reazionario [...]. Senza dubbio questo contribuirà al superamento dei contrasti ideologici che purtroppo trova­no fertile terreno di coltura nella stantìa quanto inutile retorica dell'antifascismo
militante. Sarà interessante l’analisi dei nominativi dei circa mille detenuti rin­chiusi nel campo di prigionia di Maribor in Slovenia, al confine con l’Ungheria; erano quasi tutti di origine istriana. Di ciascuno abbiamo nome, cognome e destino. Finalmente l’occasione per svelare a chi sopravvisse, la sorte di un congiunto sparito nel nulla. A Lese, un paesino presso il confine austriaco, è stata scoperta un’altra fossa comune che celava i corpi di circa 700 uomini e donne. Civili sloveni e austriaci. Piccoli possidenti, maestri, farmacisti, sacerdo­ti, autisti, guardie forestali e vigili del fuoco. Tutti colpevoli perché insegnava­no o possedevano qualche acro di terra un negozio, oppure rei d’indossare una tonaca o l’uniforme «sbagliata». Per gli slavo-comunisti erano solo «ne­mici di classe». Tutti da eliminare. Quel­la di Lese non sarà l’ultimo ritrovamen­to e la sua scoperta aiuta a comprendere le dimensioni di una tragedia negata per decenni e ora finalmente ricono­sciuta e documentata.
I tecnici della polizia slovena han­no trovato sulle salme segni di frattu­ra e lesioni dovute a percosse e a col­pi d’armi da fuoco. Gli abitanti han­no riferito ciò che avevano sentito raccontare dai loro genitori e nonni e cioè che negli ultimi giorni del mag­gio 1945 erano stati visti arrivare 19 camion carichi di prigionieri, che ave­vano proseguito il viaggio «in bosco». Di essi non si era saputo più nulla, né alcuno aveva osato chiedere che ne fosse accaduto. Un recente pro­nunciamento del Consiglio d’Europa ha imposto anche alla Croazia, nella prospettiva deU’imminente ingres­so in Europa, di censire tutti i suoi «luoghi di morte» e i dati parlano di oltre 800 tra foibe e fosse comuni per centinaia di migliaia di vittime; ad oggi sono stati esaminati solo poche decine di questi siti e non è ancora possibile quantificarne appieno i se­greti. Il ministro degli Interni croato, Tomislav Karamarko, ha ammesso in una lunga intervista concessa al quo­tidiano zagabrese «Vecernji Lisi», che dopo più di mezzo secolo, la Croazia si appresta a leggere uno dei capito­li più tragici della sua storia. Pagine per decenni pervicacemente celate e negate: i crimini commessi dal regi­me comunista jugoslavo tra il 1945 e il 1991, anno in cui la Federazione iniziò drammaticamente a sfaldarsi.
Il ministro croato ha poi aggiunto: «Riteniamo che nei luoghi d'occulta­mento possano trovarsi i resti di 90 mila persone, soprattutto di naziona­lità croata, considerati anticomunisti o «nemici del popolo»: civili, donne e bambini, come pure di soldati italiani e tedeschi. Sino ad ora sono state effettuate 81 riesumazioni che hanno portato al ritrovamento di circa quattromila corpi, appartenen­ti nella stragrande maggioranza dei casi a prigionieri di guerra, militari e civili: prigionieri che venivano lega­ti con filo metallico, anche a gruppi, e poi finiti con un colpo d'arma da fuoco al capo». Karamarko ha anche confermato che la polizia croata sta intensificando le indagini per risalire ai responsabili degli eccidi commessi dai titini e rimasti sino ad oggi im­puniti. Una svolta epocale. Si rompe un muro d’omertà incredibilmente protrattosi per ben vent’anni dalla fine del Comunismo e ora, sulla spin­ta di due risoluzioni del Consiglio d’Europa, il Sabor, il parlamento di Zagabria, è arrivato alla seconda let­tura della legge «sul rinvenimento, la marcatura e la cura delle fosse delle vittime del regime slavo-comunista dopo la Seconda guerra mondiale». È la piena condanna del terrorismo di Stato titoista e, al tempo stesso, la ri­abilitazione definitiva degli sconfitti di ieri: i «nemici di classe» come im­prenditori, borghesi e piccoli proprie­tari terrieri e i «nemici del popolo» come i cattolici e i moderati.
In Italia la legge 92 del 30 mar­zo 2004 riconosce il 10 febbraio di ogni anno «Giorno del Ricordo», per tramandare e preservare la memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata e delle vicende del nostro confine orientale. Un passo importante anche se non va sottaciu­to il fatto che è pur sempre discutibile imporre «de iure» un qualcosa che dovrebbe «de facto» essere patrimo­nio della sensibilità collettiva. Scrive­va il filosofo francese Henri Bergson già nel 1889: « La coscienza è nella memoria. E un paese senza memoria è anche un paese senza coscienza», ed in questo non possiamo non sen­tirci suoi figli. Se la memoria storica è, come credo fermamente, il metro di giudizio con il quale valutare la dignità stessa e la civiltà di un popo­lo, è stato un segnale importantissi­mo e felice il conferimento nel 2009 della medaglia d’oro al valor civile, alla memoria dei dodici giovani ca­rabinieri torturati selvaggiamente ed uccisi a Malga Baia, nell’alta valle dell’Isonzo, oggi in territorio sloveno, dai partigiani titini del IX Korpus nel marzo 1944,- e questo a dispetto fi­nalmente di una ricerca storiografica nostrana troppo spesso «militante», intenta solo a dipingere i nostri sol­dati nella Jugoslavia sconvolta dalle faide interetniche degli anni Quaran­ta come sanguinari invasori. La cro­naca ci riferisce dello storico quanto contestato «evento» del 13 luglio 2010: un grande concerto tenutosi in Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste, di­retto dal maestro Riccardo Muti alla presenza dei tre capi di Stato di Italia, Slovenia e Croazia, e dall’evocativo titolo: «Un ponte di fratellanza per le vie dell’amicizia attraverso l’arte e la cultura». [...] In realtà, quello che voleva essere soprattutto un evento musicale di mediatica presa popola­re, non ha tardato a trasformarsi in imbarazzante caso diplomatico allor­ché il presidente sloveno Danilo Turk rendeva noto di voler vincolare la sua presenza ad un omaggio ufficia­le, forzatamente congiunto, all’edi­ficio dell’ex hotel Balkan di Piazza Oberdan, oggi sede universitaria, ma nel primo dopoguerra centro culturale sloveno (Narodni Dom) molto attivo nella propaganda anti italiana. Le leg­gende metropolitane slave ci parlano di questo hotel incendiato e devastato da squadristi fascisti durante tumul­ti di piazza; la verità, ben diversa, è ampiamente riportata e documentata nel libro «La memoria non condivisa» e ci racconta della forte, inevitabile emozione diffusasi in città alla notizia del brutale assassinio a Spalato di due nazionale, simbolo della ferocia ju­goslava contro gli italiani. La difficile mediazione non ha portato altro che un mesto omaggio all’epigrafe eretta nel 2004 in Piazza Libertà in ricordo dell’esodo: una triste pagina di riconci­liazione, anche analizzando il fin troppo diplomatico commento di Giorgio Napolitano al veto sloveno di onorare i morti delle foibe: «...il nostro dovere è guardare avanti ». Inutile polemizzare ed anche ingenuo attendersi di più dal nostro capo dello Stato, ex alto dirigen­te del PCI, che pure il 10 febbraio 2007, nell’ambito della cerimonia di conse­gna al Quirinale di medaglie e diplomi a ventidue familiari di infoibati, in un inaspettato slancio d’orgoglio, aveva parlato di: «...disegno annessionistico slavo che assunse i sinistri connotati di una pulizia etnica», per ritornare però subito sui suoi passi l’anno successivo a Lubiana in visita ufficiale all’omologo Tiirk, quando infastidito dalla domanda polemica di un giornalista sull’eterna, irrisolta questione dei beni abbandonati dagli esuli, così sentenziava: «...le que­stioni irrisolte che riguardano gli esuli sono «argomentazioni grossolane»». Ancor più inspiegabile e duro, il rifiuto marinai italiani da parte di agitatori jugoslavi e di un terzo italiano ucciso nella stessa Piazza Unità nell’ambito di una manifestazione di protesta ori­ginatasi spontaneamente e fatalmente destinata a degenerare dato il clima di incertezza sui confini adriatici che Versailles sembrava proprio non riu­scire a fugare. [...]
Caso ha voluto che proprio il 13 lu­glio 2010 cadesse il 90° anniversario dell’incendio del menzionato Balkan e quale migliore occasione di questa, avrà pensato il presidente sloveno, per riproporre all’opinione pubblica internazionale lo stereotipo dell’Ita­lia imperialista contro l’indifesa e aggredita Slovenia? Non solo, ma si opponeva anche fermamente a che, per «par condicio», uguale e congiun­to omaggio si rendesse anche alla foiba di Basovizza, oggi monumento opposto da Napolitano che alla parata militare del 2 giugno 2011 a Roma, nel 150° anniversario dell'Unità d’Italia, una rappresentanza di giuliano-dal­mati partecipasse con i propri labari in ricordo dei tanti caduti offerti da quelle terre adriatiche all’Italia durante il Ri­sorgimento come pure nel primo e se­condo conflitto mondiale. [...]
Forse non sbagliava padre Francois Ponchaud, missionario e scrittore fran­cese, che pagò duramente con la lunga prigionia, l’aver denunciato al mondo intero la tragedia della Cambogia scon­volta dalla rivoluzione comunista dei Khmer Rossi, quando nel 1975 profetiz­zava che: «...spetterà unicamente agli storici e non ai giudici o ai politici, per­petuare nelle future generazioni, il ricor­do della Storia». Ancora prove tecniche di dialogo, viziato tuttavia dall’evidente preoccupazione da parte italiana di non irritare i «vicini adriatici» con prese di posizione o dichiarazioni che possano, anche lontanamente, apparire come nostalgiche incursioni in ambiti politi­camente scorretti e Giorgio Napolitano è a Pola dal presidente croato Josipovic nel ventesimo anniversario dell’indi­pendenza della Croazia (1991) «...nel nome dei valori della convivenza, della tolleranza e della multiculturalità...», per un concerto dell’orchestra filarmo­nica zagabrese. Azzardato sovrapporre il 150° dell’Unità d’Italia alla festa na­zionale croata; non c’è molto da festeg­giare. Infatti proprio dinanzi all’arena romana di Pola si è consumato gran parte di quel dramma che fu l’esodo de­gli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Avrà mai visionato Napolitano lo struggente filmato «Pola addio»? Pochi minuti di consumata pel­licola, sette in tutto, che documentano la tragedia dei polesi in fuga, con quel poco che potevano portare, mentre si imbarcano sul piroscafo «Toscana». Era il 1947 e grazie alla temporanea ammi­nistrazione della città da parte alleata, alcuni cineoperatori italiani poterono filmare quelle brevi sequenze che a tutt’oggi rimangono l'unica testimo­nianza visiva di quella pulizia etnica ante litteram sofferta dal nostro popo­lo. Nel marzo 2011 è stato presentato al pubblico a Roma, presso la Camera dei Deputati, il libro «Trattamento de­gli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943» a cura dell’Associa­zione Nazionale Dalmata presieduta da Guido Cace, figlio dell’allora ufficia­le medico Manlio, che su incarico dei Servizi Segreti della Marina Militare fu tra i coordinatori, nell'immediato dopo­guerra, della raccolta di testimonianze fotografiche sugli orrori che i partigia­ni comunisti titini avevano posto in essere contro la popolazione italiana dell'Istria, al fine di creare un clima di terrore tale da costringerla a esodare. L’opera rappresentava il documento uf­ficiale del Governo italiano portato alla Conferenza di Pace di Parigi del 1947, nell'estremo tentativo di mitigare le pe­santissime clausole armistiziali che si stavano elaborando contro l’Italia.
Già nel marzo 1945, Benedetto Croce scriveva a tale proposito sulle pagine di «Italia Libera»: «Le clau­sole armistiziali che prevedono il di­stacco dall’Italia di Trieste, Fiume ed altre parti del territorio nazionale, vanno modificate. Bisogna abolire tutte le imposizioni e le condizioni ingiuste, specialmente la perdita di quelle regioni abitate in grandissima maggioranza da popolazioni italiane o restituite alla civiltà dal lavoro del popolo italiano». [...] Le poche copie (circa 1.000) del documento italiano di Parigi vennero in seguito tutte re­quisite e fatte sparire perché non si voleva che l’opinione pubblica venisse a conoscenza dell’immane ingiustizia che si era consumata contro gli ita­liani [...]. Sono state perciò tante le cose avvenute in questi dodici anni così come la febbrile crescita espo­nenziale dell'editoria legata ai temi della memoria storica; tutto questo, sia pure da angolazioni diverse, non può non radicarsi nella coscienza col­lettiva. Per questi e altri motivi anco­ra, in parte legati all’evoluzione del confronto dialettico tra «revisionisti» e «negazionisti» e in parte al proce­
dere della ricerca storiografica nella raccolta di sempre nuove prove docu­mentali, abbiamo deciso con l’editore Enzo Cipriano di dare alle stampe una versione rivista ed ampliata di «Foibe. Una tragedia annunciata». Una nuo­va versione che pur mantenendo inal­terato l'originale impianto narrativo del primo fortunato libro del 2000, a suo tempo pensato come sintetico ma esauriente testo ausiliario di didattica per le scuole, contemplasse per gli at­tenti e motivati lettori di oggi, nuovi elementi di attualità e riflessione; nel rispetto del più puro insegnamento filologico crociano secondo il qua­le «...la storia è sempre contempo­ranea». Saranno presenti in questa nuova edizione tutti i vari paragrafi e capitoli che già hanno caratterizzato il precedente lavoro, sul tema a me particolarmente caro del «lungo addio italiano alla Venezia Giulia», ma am­pliati ed integrati con tutta una serie di articoli, studi e riflessioni elaborati sulla base di recentissime acquisizio­ni documentali e testimoniali. Infine il capitolo «Le nuove foibe» conterrà inedite, importanti rivelazioni sulle voragini di Kevina, Bezdanka e Castua che ci permetteranno finalmente di af­fermare, con buona pace della storio­grafia filo-slava, che non solo l’istria ma anche la Dalmazia ha avuto le sue foibe e che non vi fu il solo mare Adria­tico, in quel disperato lembo d’Italia, tra i silenziosi testimoni
della pulizia etnico-politica anti italiana voluta da Josip Broz, detto Tito.
Vincenzo Maria de Luca [Per gentile concessione di edizioni Settimo Sigillo]

 

31 - La Voce del Popolo 12/03/13 Cultura - Enrico Morovich: ricordi dolceamari della terra perduta
Enrico Morovich: ricordi dolceamari della terra perduta
Tra gli invitati al convegno internazionale “L’esodo giuliano-dalmata nella letteratura”, promosso e organizzato dall’Istituto regionale per la Cultura istriano-fiumana-dalmata e dal Dipartimento di Studi umanistici (ex Facoltà di Lettere e Filosofia) dell’Università degli Studi di Trieste, un singolare scrittore si è aggirato per gli spazi del simposio in attesa del suo momento. Lo stesso che avrebbe portato qualche tassello in più per la conoscenza di uno dei più interessanti scrittori di lingua italiana del Novecento: Enrico Morovich.
Il letterato in questione, nelle vesti di relatore, è Bruno Rombi, poeta, scrittore, critico letterario, pubblicista, nonché pittore che da anni cura l’archivio, la figura e l’opera di Morovich. Quest’ultimo nacque a Pećine, sobborgo di Fiume nel 1906 (ma fu battezzato nel 1907), e dopo la perdita italiana di Fiume, scelse la cittadinanza italiana e alla fine di un lungo girovagare (Napoli - Campi Flegrei, Pisa, Busalla, Lugo di Romagna) elesse Genova a sua seconda patria: “e quando di là dai tetti vedo/ la diga lunghissima che chiude/ il porto, m’illudo per un istante/ che del molo lungo di Fiume si/ tratti..” Così scriveva pensando alle case del Righi in “A quante finestre di Genova” (da “I miei fantasmi”, 1998). Nel capoluogo ligure visse fino agli anni ’90. Morì nel 1994 a Chiavari dove si era trasferito negli ultimi anni della sua vita.
Un «caso» letterario
Il suo esordio letterario avvenne nel 1929 sulle pagine della prestigiosa rivista di Alberto Carocci “Solaria” con il racconto “Un compagno di scuola” che gli aprì le porte del mondo letterario tanto da essere antologizzato in “Italie magique. Contes surréels modernes choisis” di Gianfranco Contini. Oltre ai numerosissimi racconti pubblicati su prestigiose riviste culturali (collaboratore del “Mondo” di Pannunzio e di “Il Caffè” di Vicari, tra il 1955 e il 1956) e sui più importanti quotidiani italiani si ricordano, nella vasta complessità della sua produzione, opere come il romanzo “Piccoli amanti” (Rusconi, 1990), finalista al Premio Strega nel 1991, e il volume di ricordi “Un italiano di Fiume” (Rusconi, 1993). Una bibliografia così vasta ed articolata da spingere Leonardo Sciascia a scrivere sulle pagine di “Tuttolibri” di un “Caso Morovich”, evidenziando così l’oblio letterario in cui la sua opera era caduta da decenni, a causa del suo peregrinare e della sua naturale scontrosità.
Determinante è stata l’opera compiuta da alcuni critici come Bàrberi Squarotti, De Nicola, Manacorda e soprattutto Rombi, che lo hanno di nuovo inserito nel grande circuito dei maggiori editori italiani, tra cui Einaudi, Sellerio e Rusconi.
Una ferita mai rimarginata
“Spleenesaudade di Fiume in alcune pagine di Enrico Morovich”, è il titolo della relazione che Bruno Rombi ha portato al convegno triestino. Tema caro al poeta, nato a Calasetta (Cagliari) e da circa quarant’anni residente a Genova dove svolge intensa attività artistica. Lo sradicamento gli appartiene e probabilmente ne condivide la drammaticità della perdita insieme all’amico fiumano.
Da un’attenta lettura delle opere di Enrico Morovich, riaffiora, seppur parzialmente velato, nella nube di surrealismo in cui avvolge la realtà del suo mondo, un sottile sentimento di nostalgico ricordo. Ne risulta un’atmosfera dolente, che non nasconde del tutto la sofferenza di chi si sente strappato dalla sua terra natale.
“Morovich parlava spesso di Fiume e della sua gioventù trascorsa sulle coste del Quarnero. Più volte, durante le nostre frequentazioni, gli ho consigliato di tornare in quei luoghi a lui tanto cari. Enrico, scuotendo il capo, mi rispondeva ‘Bruno, non insistere. Non è così facile come può sembrare. Andare significherebbe riaprire anche delle ferite’. Ed era e rimase un uomo ferito. Poi persisteva in lui una certa ossessione per un confine visibile e metaforico nello stesso momento.
In ‘Un Italiano di Fiume’ (Rusconi, 1993, p.35, nel brano ‘La rete di confine’ N.d.R). scrive: ‘
Un prato, un bosco, un agglomerato di cespugli e d’alberelli da sottobosco, nonostante il sole, la bellissima ora pomeridiana, hanno nel ricordo un momento sgradevole, quello in cui penso d’improvviso che a poche centinaia di metri c’è la rete di confine. Il prato, il bosco e il resto rimarranno inutili nella memoria, nulla di magico vi potrà accadere, la fantasia li rifiuterà ogni volta che il pensiero vi passerà di sopra o vicino, soltanto per quella rete di confine. Le fiabe non nascono sulla linea di confine. Esse vogliono germogliare o di qua o di là’”.
Sofferta nostalgia per la città natale
“Nella nota lirica ‘A quante finestre di Genova’, contenuta nel volume ‘I miei fantasmi’ (uscito postumo nel 1998 per San Marco dei Giustiniani), scrive: ‘A quante finestre di Genova/mi vorrei affacciare./A tantissime, a mille e più,/tutte che dall’alto guardano/il mare. Ma il caso vuole/che da una altissima mi capiti/d’affacciarmi abbastanza di/sovente. Amici miei abitano/in alto, quasi sotto il Righi/e quando di là dai tetti vedo/la diga lunghissima che chiude/il porto, m’illudo per un istante/che del molo lungo di Fiume si/tratti. Ma per vederlo così/lontano, a Fiume, dovrei essere/ almeno sul colle di Drenova./Quante cose guardavamo in tempi/ lontani con la massima indifferenza/mai più pensando che un giorno/il loro ricordo sarebbe stato/una sofferenza. Mai più pensavamo/che da vecchi avremmo sofferto/di nostalgia per tutta la nostra/ terra da Fiume a Cantrida ad/Abbazia, e che tornando d’estate/in quelle terre avremmo amato/Costrena, Buccari e tutta la Bodolìa’”.
Collera e rabbia «mediate»
Nel tuo intervento fai riferimento alla saudade, un termine proprio della cultura lusitana che, seppur con diverse varianti, indica una forma di malinconia, uno struggimento cui un poeta di lingua portoghese Chico Buarque, in Pedaço de mim (1977), dà una sua interpretazione: “Saudade é arrumar o quarto do filho que já morreu”, ovvero “La saudade è mettere in ordine la camera del figlio appena morto”.
“In numerosi scritti e nelle stesse opere dello scrittore fiumano, possiamo cogliere espressioni e richiami oscillanti tra il sentimento della saudade, che a volte sconfina in un’acuta nostalgia, e nel rimpianto per quanto lasciato e per sempre perduto. Questo stato di profonda tristezza si fa tormento e prende forma lo spleen , la collera. Questa però subisce una mediazione molto forte in Morovich, che, come sappiamo, era di indole pacifica e di profonda fede religiosa. Tale violenza viene così affidata ad alcuni personaggi dei suoi romanzi. Si veda, a questo proposito, il romanzo “Il baratro” (Rebellato, 1964, ripubblicato da Einaudi nel 1990, N.d.R.), dove violenza, persecuzioni, rabbie e tentativi di vendetta vengono osservati con un tono distaccato, altro non sono che proiezioni della sua collera o della sua nostalgia, della dolcezza del ricordo o del cattivo umore per quanto ha perduto”.
Francesco Cenetiempo

 

32 - La Voce in più Storia e Ricerca 06/04/13 Recensione - Radio Venezia Giulia una voce per i fratelli del confine orientale
RECENSIONE
di Emanuela Masseria
RADIO VENEZIA GIULIA UNA VOCE PER I FRATELLI DEL CONFINE ORIENTALE
UN VOLUME DI ROBERTO SPAZZALI RIPERCORRE LA VICENDA DELL'EMITTENTE «PIRATA» CHE OPERÒ A VENEZIA, SOTTO LA DIREZIONE DELLO SCRITTORE PIER ANTONIO QUARANTOTTI GAMBINI, DAL NOVEMBRE 1945 AL SETTEMBRE 1949
Per accedere alla redazione di quella radio clandestina bisognava passare attraverso un finto armadio a muro. Sembra quasi un particolare da giallo di “serie B”, invece il “romanzo” in questione, quello di Roberto Spazzali sulle vicende di Radio Venezia Giulia è un fervido esempio di ricerca, che si richiama a quella storia di “serie A’ che viene attribu­ita a un certo “confine orientale”. Una parte di questa inizia nello specifico il 3 novembre 1945, quando a Venezia si avviano le trasmis­sioni di questa emittente voluta dal Comitato di Liberazione Nazionale giuliano, con il sostegno del Ministero degli Esteri italiano. A tenerla in piedi ci sono il conte Justo Giusti del Giardino e, fino al 1949, un direttore d’eccezione: lo scrit­tore istriano Pier Antonio Quarantotti Gambini. Radio Venezia Giulia, da quel momento, prende il suo posto clandestino nella “guerra delle radio”, quale strumento di informazione e sostegno alle popolazioni italiane dei terri­tori occupati dalla jugoslavia. La redazione è a Palazzo Tiepolo Passi, abitazione di Quarantotti Gambini, e l’antenna emittente è posta sul cam­panile della chiesa di San Nicolò, al Lido. Dopo questa fase pionieristica Radio Venezia Giulia prosegue nella sua campagna anticomunista e scandisce con i suoi aggiornati notiziari tutta la storia della Venezia Giulia fino all’ottobre del 1954, venendo poi assorbita nella Rai.
Come nelle migliori spy story
Per capire le atmosfere dell’epoca e del con­testo, basti dire che il clima della ricerca, senza che ce ne sia l’intenzione da parte dello studioso che l’ha curata, è da spy story. Gli ele­menti ci sono tutti: nomi in codice, personaggi misteriosi, inseguimenti, omicidi, intrighi inter­nazionali e documenti scomparsi. Elementi in più che ci raccontano, pur nelle minuzie della storiografia, un periodo realmente avventu­roso, situato in un orizzonte territoriale che potrebbe sembrare quasi mitico, oltre che sulle ceneri di una comunità lacerata dalla guerra. Agli esordi di questo lavoro di ricostruzione, pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana (collana “I leggeri”) con l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano dalmata (pp. 234), c’è poi la passione per l’andare a sco­vare materiali che i più, in ambito accademico, avrebbero lasciato perdere, viste le difficoltà di reperimento delle fonti. “Tutto è partito circa 4 anni fa, riordinando l’archivio di Quarantotti Gambini, che si ritirò a Venezia dopo il 1945. Nelle sue carte e nei suoi carteggi - ricorda lo storico - trovai dei riferimenti a Radio Venezia Giulia, e non era la prima volta. Ci furono precedenti di studio sulle radio di quel pe­riodo e più in generale sui giornali e le radio che facevano propaganda”. Poi, dagli anni ‘80, Spazzali si ritrova a scrivere specificamente di Radio Gorizia, emittente segreta nascosta sotto le pendici delle colline che reggono il castello della città.
Da Trieste a Roma: la difficile ricostruzione
Il suo scopo era diffondere propaganda antico­munista negli anni del Dopoguerra. Lo storico, nemmeno poi fosse il suo destino svelare le trame di certi particolari canali mediatici, trova nella biblioteca dell’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste una tesi di laurea su Radio Venezia Giulia, da dove emerge un abbozzo di questa realtà, rintracciabile attraverso alcune interviste ad Alvise Quarantotti Gambini, fratello del cele­bre scrittore. Certo, si trattava di testimonianze piuttosto vaghe e circostanziate, in un con­testo dove lo storico inizia a misurarsi con la necessità di scandagliare centinaia, migliaia di articoli, testi, registrazioni.
La ricerca puntuale scatta quindi tra questi do­cumenti, risalenti al periodo intercorso tra il novembre del 1945 e l’estate del ‘49, negli scaf­fali della radio. Ma la vera svolta è nel 2010, anno in cui Spazzali accede all’archivio della presidenza del Consiglio dei Ministri, dove c’è un fondo e un ufficio sulla storia delle zone di confine che va dal 1945 alla fine degli anni ‘60. Tale ufficio, curato inizialmente da un appo­sito sottosegretario, nelle sue delicate funzioni cessò le sue attività nel 1954, per poi diventare un archivio contenente fondamentali passaggi della storia di regioni come la Val d’Aosta, il confine francese, il Trentino e il Friuli Venezia Giulia.
Le funzioni dell'emittente
In sostanza, era un organismo deputato all’ita­lianità; qui Spazzali trova un gran numero di fascicoli che gli permettono di ricostruire nel dettaglio la storia dell’emittente, che si confi­gura fin da subito in uno strumento di politica estera, per il sostegno morale e psicologico della popolazione della Venezia Giulia. Nel tempo la sua azione si incentrerà su aspetti
specifici del territorio, anche in funzione dei mutamenti diplomatici della vita di confine. Una prima tappa, secondo Spazzali, è quella che va dal novembre 1945 al settembre 1947: una fase vacillante di trattative internazionali, con diversi tentativi di aggirare la censura alle­ata e filojugoslava.
L’operato dell’emittente si forma sull’esempio di Radio Bari, che presentava un palinsesto pluri­lingue (trasmetteva anche in ebraico e arabo) e che diventa addirittura un esempio che ispira poi la struttura della più celebre Radio Londra. Gli Alleati, alla base, crearono la necessità di dar vita a queste radio a causa della fitta cen­sura della propaganda italiana. L’organizzazione per Radio Venezia Giulia fu in ogni caso efficace fin dall’inizio. Da quel campanile di Venezia si trasmetteva in onde medie fine a raggiungere la Danimarca e in onde corte sul territorio lo­cale. Questo non impediva agli angloamericani in giro per l’Europa di intercettarla e di inviare conseguenti noti note trascritte alla BBC, non senza fatica. Sulle prime cercarono infatti la redazione a Trieste, senza successo.
Responsabili e informatori
Un altro grattacapo per gli Alleati era anche la qualità delle sue trasmissioni e relazioni, curate dai fratelli Quarantotti Gambini, dal giornali­sta Ugo Milelli e appunto dal già citato conte Justo Giusti del Giardino. Quest’ultimo aveva alle spalle una storia particolare. Diplomatico di carriera, partigiano fino al ‘45, una volta tornato a casa, nel Dopoguerra, viene inviato dal governo a Venezia come funzionario liquidatorio di un albergo dove c’erano altri funzionari internati per non aver collaborato con Salò. O almeno, in apparenza: in realtà il suo compito era sovraintendere il territorio tra la provincia udinese e la Venezia giulia, sulla linea control­lata da pattuglie miste (la linea Egizi, per la provincia friulana). Giusti del Giardino aveva il delicato compito di rilasciare i lasciapassare, ma anche un terzo mandato: quello di infiltrare informatori nella Venezia Giulia e nella provin­cia udinese. Da Trieste e Gorizia il compito era fattibile, più difficile nel resto della Venezia Giulia.
Tra i suoi altri colleghi in Radio figura poi Massimo Casini d’Aragona, sua vecchia cono­scenza, che resta a sua disposizione a Trieste e sfrutta il suo ascendente sugli ambienti chiave che si occupano di emigrazione. Casini interroga membri del CLN, funzionari, politici (anche monsignor Santin), creando una solida rete di informatori in Istria, di cui si conoscono attualmente solo alcuni nomi, senza riuscire a risalire alla struttura completa.
Le «antenne» in Istria
Quello che però è certo è che tutto quello che accadeva nelle varie località istriane veniva trascritto e diffuso sfruttando le corse dei “vaporini”. Così venivano recapitate notizie attraverso semplici bigliettini che finivano a Trieste, dove un giornalista con un’apposita radio ricetrasmittente a morse inviava i di­spacci a Venezia. Dopo un po’ di tempo anche in Istria ci si dotò delle stesse apparecchia­ture radio in modo da recensire, giorno per giorno, puntuali, le varie notizie dal territo­rio. Inizialmente l’attività si configurava con una riproposizione di ritagli di stampa, ma poco dopo il ‘45, nelle “redazioni” istriane si cominciarono a recensire manifestazioni e eventi, come ad esempio le manovre degli Alleati, le attività collegate al mondo dell’et­nia, le varie notizie di Isola, Pirano, Pisino, Montona che, da quanto riporta Spazzali, erano estremamente precise. Dai suoi riscon­tri si ha la percezione che le informazioni divulgate dalla radio erano di qualità supe­riore, “per densità delle notizie ma anche per la densità quasi materica degli elementi contenuti”.
Poi Spazzali presenta un quadro completa­mente diverso sul quale, dal suo punto di vista di ricercatore, bisognerebbe lavorare. L’analisi si sposta sulla ricetrasmittente di Pola e sulla sua breve durata. Succede infatti che il fabbricato che la ospita viene circon­dato dai Servizi segreti che arrestano il marconista, due redattori e un informatore. Nessuno darà notizia dell’accaduto, mentre l’intero quartiere viene allertato. I quattro arrestati riportano all’attenzione una que­stione delicata, basti pensare che arrivano a Trieste, prigionieri, su una nave da guerra. Il sospetto è che a Pola ci sia una spia dell’Ozna perchè il marconista trasmetteva con codici jugoslavi. Inoltre, il capostrut­tura Renato Rocco, un istriano ex-alpino, a Venezia faceva parte di un ufficio dove si interrogavano prigioneri di guerra, ma lavorava anche per i Servizi segreti italiani, oltre che per gli americani. A Pola Rocco non venne mai arrestato e probabilmente da qui continuò a mandare informazioni dall’Istria.
Vergarolla, la strage preannunciata?
Altro fatto importante, in stretta connessione con la strage di Vergarolla del 18 agosto 1946: il 17 agosto, Radio Venezia Giulia riporta di una straordinaria manifestazione popolare, a Pola, parlando di un momento sereno per tutti in una città tormentata. Nessun incidente du­rante quella giornata, tranne una frase di un esponente dell’UAIS (Unione antifascista italo- slovena), che a posteriori suona inquietante: “Divertitevi, che domani piangerete i vostri morti”. Sullo sfondo il contenzioso che pre­para il campo a quella devastante esplosione: le mine contese tra la Marina Jugoslava e il comando britannico aveva creato una strana situazione di stallo. Gli Jugoslavi non le ave­vano mai levate, le mine da quella spiaggia destinata a insanguinarsi, anche se le rivendicavano.
A ogni modo, chi scrisse del temibile avvertimento era un anonimo, in un con­testo di segretezza e circospezione. Basti pensare che Casini DAragona era il Foca ma contempora­neamente anche il Longhis. In tutto questo riusciva, con i suoi due nomi in codice, a parlare di sé stesso come fosse il Longhis che conferiva di questo o tal’al- tro aspetto al Foca e viceversa.
Casini in gene­rale ha contatti con sloveni, cet-nici, ustascia, domobranci. È una personalità nota in molti ambienti, come d’altronde anche lo stesso Justi del Giardino, ben conosciuto da Tito, che ammette che la Radio gli crea non pochi pro­blemi. Ma, si sa, la storia era da qui a cambiare in poco tempo.
Lo scopo: irradiare controinformazione
Dopo il trattato di Pace, le trasmissioni vengono interrotte per poi essere ri­attivate, in forma diversa. La gestione non è più del ministero degli Esteri ma, dal 1947, dell’Agenzia Astra, una delle più importanti del secondo Dopoguerra, l’agenzia ha sede a Trieste, sopra il caffè Tommaseo, e conta un centinaio di collaboratori. Gli intercettatori parlano varie lingue europee e lavorano con un’emittente che all’epoca era più potente dell’Ansa, pro­ducendo quotidianamente un notiziario di un centinaio di pagine. La redazione aveva col­legamenti con le redazioni di Roma e Milano ma anche con i principali quotidiani italiani e con alcuni network americani. La sua acce­zione triestina parte in seno alla Democrazia cristiana, con lo scopo di fare controinforma­zione in attesa delle elezioni italiane del 18 aprile 1948.
Il suo obiettivo in prospettiva era di continare ad irradiare controinformazione anche in caso di vittoria del Fronte popolare. Trieste era funzionale proprio perchè fuori dall’Italia e contemporaneamente dentro una postazione d’eccellezza per il monitoraggio delle attività oltre confine. Come Astra l’agenzia lavorò fino a fine anni ‘50, per quanto gli anni d’oro rimangano quelli dalla fine del 1947 fino al ‘49-’50. Da quel che racconta lo storico, dopo il 1949 non ci sono documenti delle attività radiofoniche. Si sa, sotto il profilo secretato, che “Aspera” era il nome in codice di Radio Venezia Giulia.
I tempi poi cambiano e anche le sede ra­diofoniche. A Venezia la Radio approda in calle degli Avvocati, proprio vicino alla sede dei servizi segreti americani. La trasmissione passa sotto il controllo della Marina militare italiana, con de­lega a Giulio Andreotti e con l’utilizzo di un’antenna di 70 metri. Dal ‘47 al ‘49 è la principale fonte radiofonica anticomuni­sta. Dopo il ‘49 il suo scopo, comprensivo del sostegno dei “rimasti”, viene meno ma, in considerazione della realtà politica ju­goslava, la sua attività in quel periodo è quella di facilitare l’astensionismo della comunità italiana nel 1950. Fa notare lo storico che “gli appelli dal 1945 al 1950 erano quelli di invitare la popolazione a rimanere, in modo da avere una massa cri­tica per trattare con la Jugoslavia”.
Un «fastidio» chiamato Radio Capodistria
Intanto era nata Radio Capodistria, con una frequenza molto vicina a Radio Trieste, quindi particolarmente fastidiosa. Pierdomenico Colosimo, primo direttore di questa emit­tente, era italiano (il Peter Colosimo che negli anni successivi conquistò un Premio Bancarella con una sua opera di “fantarcheologia”). Radio Venezia Giulia si trova a doversi confron­tare in breve con un appeal diverso, fatto di musica leggera e altre divertenti leg­gerezze, che mal si confrontano con le sue canzoni popolari e le sue tematiche cul­turalmente più “classiche”. È que­sto il momento in cui si pensa che Radio Venezia Giulia possa pas­sare alla Rai, tramite una con­venzione con Astra. Il nome viene cambiato in Flai Venezia tre e la trasmissione principale è sui “fratelli giuliani” per quanto la sua funzione sia ora diretta anche agli esuli dei campi profughi siti sulla dorsale adriatica e tirrenica.
Un periodo che ri­mane misterioso
Dal 1953 c’è il programma “L’ora della Venezia Giulia” e sempre in quell’anno, la Rai rimpolpa la re­dazione con vari personaggi, alcuni dal passato torbido e anti- titoista. Andreotti a quel punto cambia registro e considera di poter contro­battere ormai apertamente Tito con il suo ufficio propa­ganda, che viene ben ascoltato in Jugoslavia. Nel 1954, la que­stione è chiusa, senza che ci sia una riga di questa radio nella storia della Rai e senza che nessuno abbia mai detto nulla sulle atti­vità dei suoi dipendenti. Quindi il ruolo della Radio in questo ultimo periodo rimane miste­rioso.
Le carte reperite raccontano della presenza di nomi importanti del giornalismo. Alcuni di loro, come Vittorio Orefice, fecero car­riera nel mondo dell’informazione italiana. Rimangono però vive delle ipotesi su certi aspetti non chiari della strutturazione della Radio. “Potrebbe essere stato un tentativo di creazione di una prima base di “resistenza passiva” che sarebbe potuta essere attivata in fase critica”, afferma Spazzali, ricordando che “parliamo del 1946, dove su 110mila i profughi 60mila erano militari, pronti a in­tervenire” e del 1947, “quando 3mila sloveni si presentano a Gorizia dicendo che volevano risiedere in Italia”. Su queste ed altre vicende oggi è disponibile all’IRCI del materiale final­mente digitalizzato, che può essere affrontato, come conclude Spazzali, “non in chiave pre­giudiziale ma sperimentale” e con tanta, tanta buona volontà.
Ponte di onde sottilissime
“Oggi 3 novembre, giorno di San Giusto e anniversario della redenzione di Trieste, una voce libera parla finalmente agli italiani della Venezia Giulia; dopo anni di oppressione fascista, nazista e sedicente progressista. Una trinità che soltanto nel nome si distingue: ma che nella sostanza e nella forma è identica.
La nostra voce è nel primo istante una carezza affettuosa di fratelli a fratelli; di figli a padri rimasti nel carcere jugoslavo... dove forse lentamente si ripete per loro la tragedia che nei campi di concentramento europei fece morire giorno per giorno i migliori”. Nell’impossibilità di aiutare in altro modo i nostri concittadini rimasti oltre confine si giocò se non altro la carta della controinformazione, iniziava le sue trasmissioni nel 1945, sulla frequenza di 1.380 Khz, irradiate di nascosto da un appartamento di palazzo Tiepolo Passi, a Venezia, Radio Venezia Giulia. Missione dell’emittente era garantire l’informazione e il sostegno psicologico alla popolazione italiana della regione e in particolare a quella residente in Istria sotto il controllo
jugoslavo. Operò sotto la direzione dello scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini dal novembre 1945 al settembre 1949.
Tra il 1945 e il 1949 Radio Venezia Giulia mise in onda 3.800 trasmissioni (2600 in onde medie e 1200 in onde corte) tra rubriche quotidiane e programmi speciali: c’era la settimana diplomatica, la tribuna dei partiti, la parola all’economista, il giovedì delle lettere e delle arti, varietà, vita sindacale e vita politica, “Istria Nobilissima”. Dopo un breve periodo di interruzione, riprese i programmi grazie ad un accordo tra il governo italiano e la Rai, che la ribattezzò Radio Venezia III, inserendo nella programmazione la rubrica quotidiana “Ai fratelli giuliani”, poi diventata “l’ora della Venezia Giulia”.
Lo storico è partito dalla tesi di laurea di Roberta Strazzaboschi, “Propaganda e informazione radiofonica al confine orientale. Il caso di Radio Venezia Giulia 1945-1949”, e ha setacciato gli archivi: da quelli formidabili dell’Ufficio Zone di confine della Presidenza del Consiglio dei ministri, al fondo dello stesso Justo Giusti del Giardino, conservato al Museo di guerra per la pace Diego de Henriquez, fino all’Archivio di Stato di Trieste e ai fondi dell’Istituto regionale per la Storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia.

 

33 – Anvgd.it 12/03/13 - 2013, l'anno di Padre Flaminio Rocchi (1)
2013, l'anno di Padre Flaminio Rocchi (1)
Il 3 luglio 1913 nasceva a Neresine, sull'isola di Lussino, Padre Flaminio Rocchi, l'Apostolo degli Esuli giuliano-dalmati sparsi in tutto il mondo. La prossima estate ricorrerà quindi il centenario della nascita, ma il 9 giungo si ricorderà anche il decennale della morte, avvenuta a Roma nel 2003.
Per celebrare il ricordo di un piccolo grande uomo che ha cambiato la storia del nostro popolo in cammino, la Sede nazionale ANVGD proporrà periodicamente alcuni brani dal libro biografico "Padre Flaminio Rocchi: l'uomo, il francescano, l'esule" edito dall'ANVGD.
Prima e doverosa tappa è certmente la sua biografia sintetica, che raccoglie in poche parole l'essenza della sua vita umana e sacerdotale.
BIOGRAFIA
Non si può parlare di Padre Flaminio Rocchi, soprattutto per chi non lo ha conosciuto, senza tracciarne una biografia. Ma anche chi lo ha conosciuto, scoprirà aspetti ed esperienze insospettate.

La sua biografia riassuntiva, per quanto densa, non occupa molto spazio alla lettura. I suoi impegni sono sempre stati direzionati verso obiettivi ben precisi e quindi senza sbavature. Ho voluto però che fosse soprattutto lui a parlare di sé, riportando i suoi scritti che descrivono la sua lunga attività di uomo e sacerdote. Ecco quindi che Flaminio aveva già scritto la sua biografia nelle tante lettere agli Esuli, nei tanti articoli su Difesa Adriatica, nelle relazioni ai congressi dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Non è stato difficile -così- mettere insieme questi suoi pezzi di storia, anche se ovviamente rappresentano solo uno spaccato di quel secolo che ha attraversato e che lo ha attraversato.

Non amava parlare in pubblico di sé, ovvero non amava tessere le sue lodi. Ma in un mondo così composito come quello degli Esuli giuliano-dalmati, dilaniato dalle tragedie della guerra e dell’Esodo, c’era sempre qualcuno pronto a puntargli il dito addosso. E così era costretto a tirar fuori la sua grinta, il suo orgoglio di neresinotto per mettere nero su bianco tutte le sue attività e i suoi impegni, quasi a voler dire “lavoro da una vita per voi, non ve ne siete accorti?”. E tanto più era pungente la critica che gli veniva mossa, tanto più quella sorta di ira pacata ammutoliva l’oppositore.

Ho voluto dare anche ampio spazio all’aspetto francescano della sua vita: era il fondamento della sua esistenza. Tutto ciò che ha fatto e vissuto ha indelebile il segno della sua vocazione. Ma non era possibile, almeno alla mia povera e scarsa penna, delineare i contorni di un argomento così alto. Ho lasciato, quindi, che fosse lui a descrivere la sua vocazione a San Francesco.

Molti dei lettori di queste pagine potranno affermare che questa è una biografia incompleta, forse anche lacunosa. Me ne dolgo. Ma ogni persona che lo ha conosciuto ha di lui un ricordo specifico, un’esperienza personale, un’immagine delineata con i colori della propria memoria. Ho pensato così a chi legge di lui per la prima volta e ho cercato di rendere tutto il più comprensibile possibile.

BIOGRAFIA RIASSUNTIVA

Flaminio Rocchi (all’anagrafe di allora nasce Antonio Soccolich) viene alla luce il 3 luglio 1913 nella piccola comunità di Neresine, sull’Isola di Lussino, che come una grande nave si staglia tra l’Istria e la Dalmazia. La famiglia è composta dal padre Rocco, dalla madre Viola e dai fratelli Rocco, Alfredo, Maria, Nives, Giuseppe, Alfio e Viola.

A 12 anni entra in seminario, approfondendo la sua vocazione a Venezia (noviziato nell’Isola del Deserto e studi di teologia nell’Isola di San Michele), Chiampo, Vittorio Veneto e Monselice. Nel 1937, a 24 anni, è ordinato sacerdote nell’Ordine dei Frati Minori e assegnato alla Provincia Veneta.

Studia poi storia e sociologia dal 1937 al 1940 all’università di Lovanio (Belgio) e lettere e filosofia dal 1940 al 1943 a Bologna, dove approfondisce una grande cultura religiosa, artistica, umanistica e storica.

Durante la seconda guerra mondiale, tra il 1943 e il 1948, è cappellano militare in Sardegna, Corsica e Toscana. In Corsica è vicino ai militari sloveni. Nell’isola di Gorgona è inserito in un commando americano. Terminerà la sua attività di cappellano a Bracciano tra i militari italiani.

Nel 1948 inizia il suo avvicinamento ai problemi dei profughi giuliano-dalmati conducendo una trasmissione radiofonica nazionale a loro dedicata. La sua attività si fa più intensa: dirige il collegio “Figli dei Profughi” all’Eur di Roma, che diventerà poi la “Casa della Bambina” nel Quartiere giuliano-dalmata. Assume l’incarico di Direttore dell’Ufficio Assistenza dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, per essere più vicino ai suoi profughi, anche nelle necessità materiali.

Sarà per decenni ospite della comunità francescana spagnola dei Ss.Quaranta a Trastevere in Roma, fin quando le condizioni di salute lo costringeranno ad abbandonare il convento (ma mai il lavoro) per stabilirsi dal fratello Giuseppe nel suo Quartiere giuliano-dalmata di Roma.

Sarà anche membro dell’A.W.R., l’associazione per lo studio del problema mondiale dei rifugiati, che è organo consultivo dell’ONU e del Consiglio d’Europa; gli verrà affidata la presidenza del comitato culturale. Membro della Società Istriana di Archeologia e Storia Patria, farà parte della Commissione Iustitia et Pax dell’O.F.M., dell’I.R.O. (Organizzazione Internazionale Emigranti), del National Catholic Welfare Conference e della Pontificia Opera di Assistenza.

E’ stato promotore di 150 provvedimenti legislativi in favore dei profughi e membro delle Commissioni Interministeriali per i Danni di Guerra e i Beni Abbandonati dei profughi della Venezia Giulia e Dalmazia.

Ha scritto due libri, nei quali ha raccontato la dolorosa storia dell’Esodo e tutto ciò che per i profughi è stato fatto.

 

34 - La Voce del Popolo 20/03/13 Cultura - Girovagando tra i set dell'Istria e del Quarnero
Girovagando tra i set dell’Istria e del Quarnero
Da qualche anno lo “spazio cinematografico” è entrato a far parte del grande mondo della cinematografia, luoghi geografici e architettonici sono entrati nelle agende e brochure del turismo organizzato. Hanno fatto le prime comparse anche delle applicazioni destinate ai dispositivi iPhone, iPad e iPod touch, dando vita a un “cineturismo” inedito sino a pochi anni fa. Precursore e massimo esperto di set e location della regione Friuli Venezia Giulia e dei territori attigui (Austria, Slovenia e Croazia) è lo storico del cinema Carlo Gaberscek, che nel 2012 ha pubblicato “I luoghi del cinema”, edito dal Cec di Udine. Da cosa nasca questo interesse per i luoghi che hanno ospitato set cinematografici è sintetizzato in una sua breve battuta: “È come visitare i luoghi dell’‘Iliade’ o dell’‘Odissea’. I posti dei film cambiano identità, vengono ricreati dalle storie che li raccontano, e gli spettatori cer-cano ciò che hanno visto sullo schermo”.
La divina Alida Valli
Proviamo ad individuare alcuni di questi luoghi lungo la penisola istriana e il Quarnero. Iniziamo con un film di esordio diretto da un regista italiano, Gillo Pontecorvo, che nel 1957 girò “La grande strada azzurra/Squarciò” (Italia, Francia, Repubblica Federale Tedesca), con Yves Montand, Alida Valli e Francisco Rabal. Il film tratto dal romanzo “Squarciò”, di Franco Solinas, narra la storia di un pescatore di frodo che pesca con le bombe. Le scene furono girate a San Bernardino-Portorose, Umago (Riva San Pellegrino, Corte delle Ore), Orsera, Cave di Montauro, Rovigno (Parco di Punta Corrente) e nel Canale della Morlacca.
Nel 1962 è la volta di “La guerra continua” (Italia, Francia), di Leopoldo Savona, con Jack Palance, Giovanna Ralli, Folco Lulli, Serge Reggiani. Alcune sequenze della pellicola furono fatte a Rovigno. Il film tratta la vicenda di cinque soldati italiani dopo l’8 settembre 1943.
L’anno dopo troviamo un film di Antonio Leonviola, “Le gladiatrici” (Italia), le cui scene vennero in parte riprese all’interno dell’anfiteatro romano di Pola. Nello stesso anno e nel medesimo luogo venne realizzato un film di genere mitologico, “Solo contro Roma” (Italia), con la regia di Luciano Ricci, con Philippe Leroy e Rossana Podestà.
Vichinghi nel Canal di Leme
Nel 1964 nel “fiordo” del Canale di Leme, Mario Caiano gira “Erik il vichingo” (Italia, Spagna), coadiuvato da attori molto noti in quegli anni come Giuliano Gemma, Gordon Mitchell e Carla Calò (Carol Brown). Sulla sponda alla sua estremità interna venne costruito un villaggio vichingo. Stesso Canale, stesso anno, per “Le lunghe navi” (“The Long Ships”, Gran Bretagna, Jugoslavia), di Jack Cardiff, con Rosanna Schiaffino, Sidney Poitier, Richard Widmark.
Nel 1970 Visinada è la cittadina della seconda parte de “I Guerrieri” (“Kelly’s Heroes”, USA), di Brian G. Hutton, con Donald Sutherland, Telly Savalas, Clint Eastwood, Carroll O’Connor. Il film è ambientato in Francia nel 1944 durante l’avanzata delle truppe alleate. Nella piazza del paese istriano furono eretti dei finti edifici, tra cui quello della banca Credit Populaire Clermont, dov’era conservato il tesoro del quale vuole impadronirsi il gruppo di soldati americani.
L’area di Fiume accoglie invece “Uomini contro” (Italia), di Francesco Rosi, con Gian Maria Volonté, Pier Paolo Capponi, Alain Cuny, Franco Graziosi, Mark Frechette. Il lavoro, tratto da “Un anno sull’altipiano” (1938), di Emilio Lussu, e sceneggiato da Tonino Guerra e Raffaele La Capria, riflette sulla follia della guerra e la disumana, insensata incompetenza degli alti comandi nel primo conflitto mondiale.
Tra garibaldini, corsari e i soliti ignoti
Tre anni dopo l’Istria ospita in diverse località uno dei migliori film di Franco Giraldi, “La rosa rossa” (Italia), dall’omonimo romanzo di Pier Antonio Quarantotti Gambini, con Elisa Cegani, Alain Cuny, Giampiero Albertini, Antonio Battistella. Alcune scene furono girate in Piazza della Loggia e sulle colline ad ovest di Isola. Altre location utilizzate furono Rovigno, l’interno dell’anfiteatro di Pola, Palazzo Bembo a Valle e un palazzetto del centro storico di Albona.
Nel 1974 troviamo “Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” (Italia, Iugoslavia), con la regia di Florestano Vancini e come attori principali Ivo Garrani e Mariano Rigillo. Ispirato a “Libertà”, novella poco nota di G. Verga, ci porta nella Sicilia del 1860, a pochi giorni dallo sbarco a Marsala di Garibaldi, quando l’avvocato liberale Nicola Lombardo progetta una riforma agraria non gradita alle masse povere dei contadini siciliani a cui erano stati promessi i terreni del demanio usurpati dai nobili. A Bronte (Catania) scoppia una violenta rivolta popolare. Il generale Nino Bixio fa arrestare centinaia di rivoltosi e, per dare l’esempio, condanna alla fucilazione i cinque maggiori indiziati. Le località utilizzate furono San Lorenzo Pasenatico, borgo medievale nei pressi di Orsera (interessò principalmente la piazza della basilica di San Martino) e Duecastelli, presso Canfanaro, in cui una delle due torri servì per la scena in cui i rivoltosi si trincerano nell’attesa dell’arrivo delle truppe garibaldine. Nel medesimo riquadro, riferito all’arrivo della colonna dei garibaldini, si scorge con chiarezza la chiesa di Santa Maria di Lacuzzo, circondata dal cimitero del paese.
Nel 1985 è l’isola di Cherso a prestarsi a “Il corsaro” (Italia, Francia), di Franco Giraldi, con Philippe Leroy, Laura Morante, Ingrid Thulin. L’anno dopo è la volta della pellicola di Armanzio Todini “I soliti ignoti vent’anni dopo” (Italia), con Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Tiberio Murgia, Clelia Rondinella, Ennio Fantastichini, Alessandro Gassman. Molte sequenze vennero riprese a ridosso del confine jugoslavo e nel centro storico di Pirano (il porto, la piazza Tartini e un caffè sul molo presso il Teatro Tartini).
Nel 1987 per una miniserie televisiva (tre puntate) con la regia di Bruno Mattei, “Appuntamento a Trieste” (Italia) – con Tony Musante, Cristiana Borghi, Gianni Cavina –, verrà utilizzata come ambientazione Abbazia; la medesima cittadina costiera ospiterà nello stesso anno un film di Giuliano Montaldo, “Gli occhiali d’oro” (Italia, Francia), con Valeria Golino, Philippe Noiret, Rupert Everett, Stefania Sandrelli, Esmeralda Ruspoli, Roberto Herlitzka, Nicola Farron, Rade Markovic, Luca Zingaretti. Una delle location sarà il Grand Hotel “Kvarner”, palazzo in stile liberty edificato nel 1884
Ancora un film nello stesso anno girato in parte nella penisola istriana fu “Il generale” (Italia, Francia, Repubblica Federale Tedesca, Spagna), di Luigi Magni, con Franco Nero, Erland Josephson, Jacques Perrin, una rievocazione storica del 1860, anno in cui Garibaldi conquista con i suoi Mille il Regno delle Due Sicilie. Alcune scene vennero riprese a Pola, Rovigno e dintorni: via Vladimir Švalba, Parco di Punta Corrente (per l’arrivo di Garibaldi alla stazione di Napoli, accolto da una folla in delirio, fu utilizzata la vecchia stazione; mentre le mura della strada che porta alla chiesa di Sant’Eufemia rappresentano la fortezza da cui i soldati borbonici assistono impotenti al passaggio del generale).
Set senza confini
Nel 1989 altri due film ebbero delle sequenze istriane: “Il giro del mondo in 80 giorni” (“Around the World in 80 Days”, USA, Italia, Repubblica Federale Tedesca), di Buzz Kulik, con Eric Idle, Pierce Brosnan, Peter Ustinov. La produzione scelse Pirano (il porto e piazza Tartini rappresentarono il porto di Brindisi) e Pola (la cui Arena rappresentava il Colosseo). L’altro film fu una produzione tutta italiana, diretta da Salvatore Nocita, e un cast di eccezione: Delphine Forest, Danny Quinn, F. Murray Abraham, Alberto Sordi, Giampiero Albertini, Burt Lancaster, Franco Nero, Helmut Berger, Flavio Bucci. Il film era una rivisitazione de “I promessi sposi” (Italia), capolavoro di Alessandro Manzoni, vent’anni dopo quello di Sandro Bolchi, le cui scene interessarono principalmente la chiesa di San Martino di San Lorenzo del Pasenatico, Rovigno e Dignano.
Negli anni a venire, anche a causa dei noti sconvolgimenti politici che causarono la dissoluzione della Repubblica Federale di Iugoslavia, furono poche le produzioni che optarono di girare film e documentari sul territorio istriano. Ricordiamo ancora nel 2001 “Senza confini” (Italia), miniserie dedicata a Giovanni Palatucci, diretta da Fabrizio Costa, con un cast tutto italiano tra cui Sebastiano Somma, Chiara Caselli, Umberto Bellissimo, Antonella Fattori, Vanni Corbellino, Arturo Paglia, Massimo Wertmuller, Mattia Sbragia, Omero Antonutti, Mariano Rigillo, Renato Scarpa e Sergio Fiorentini. Le località che ospitarono le ambientazioni del film interessarono Abbazia, Fiume e Trieste.

 

35 - L’Arena di Pola 24/03/13 Esodo - Poesia di Sergio Fantasma
Il 21 marzo 1947 il “Toscana” saluta per l’ultima volta Pola

Esodo
di Sergio Fantasma
Niente sospiri
caresse o baseti
i novi sposini
smontado ga i leti
xe l’ultima note
note profonda

le strade le piasse
de colpi rimbomba
i pochi che passa
int’ei vicoli streti
le rece ghe stropa
i tam tam maledeti
de casse inciodade
finestre sprangade
sbaradi anche i scuri
tra quei veci muri

se ingruma le strasse
careghe e sgabei
comò e credense
sorele e fradei
porté zo la roba
xe el caro che speta
tra poco riparti
la vecia careta
la porta la gente
in tera lontana
sta grossa batana
de nome Toscana
o povera Pola
i fioi te va via
ti resterà sola
che malinconia

stacada la sima
su l’ancora a bordo
a tera no resta
che qualche balordo

come sardele
stivade sul ponte
coi oci rigonfi
de lagrime sconte
girandose indrio
el cuor se tormenta
la riva la ’Rena
più pice diventa
passada la diga
finissi l’incanto
de tuto quel mondo
no resta ch’el pianto

 

36 - Linkiesta 05/03/13 Cimbri e la Serenissima
Cimbri e la Serenissima
Nicola Bergamo
La Serenissima, lo sappiamo, godeva di grande stima per la qualità e la giustizia del suo governo. Dopo la perdita di Costantinopoli, riconquistata dai Bizantini nel 1261, Venezia iniziò ad interessarsi del suo entroterra con sempre maggior forza. Nel XV secolo gran parte dell’odierno Veneto era già sotto il controllo di Venezia. Certo, non era il ricco e opulento Oriente, ora per altro in mano ai Turchi, ma piano piano le famiglie patrizie si interessarono pure all’entroterra, investendo grandi capitali per la costruzione delle sontuosissime ville, ammirabili ancora adesso. Il Brenta divenne la via preferita. Da Venezia, seguendo la via acquea, si poteva risalire il grande fiume veneto ed arrivare a certi paesetti. In quei luoghi di campagna trovarono la pace i ricchi e nobili veneziani che iniziarono a frequentarla durante il periodo estivo. L’arrivo della nobiltà veneziana portò ad un rapido cambiamento del tessuto sociale e urbano della pianura veneta. Venezia ostentava una florida ricchezza, anche se ormai aveva perso gran parte delle sue risorse economiche provenienti dai commerci. I patrizi iniziarono ad apprezzare la bella vita e preferirono spendere gran parte dei loro beni in palazzi e grandi ville nell’entroterra. L’entroterra venetico, così, cambiò radicalmente ed ebbe bisogno di molta manodopera specializzata. Questa aurea di civiltà, di buon governo e di giusta amministrazione, richiamava diverse persone al di fuori dei confini per cercar fortuna nel territorio di San Marco. Ancor prima delle belle parole, che Manzoni ricordò riguardo il governo di Venezia, ci furono altre popolazioni che decisero di trasferirsi nel territorio di San Marco, come i Cimbri.
Chi erano i Cimbri?
Originariamente i Cimbri erano una popolazione di origine germanica che fu annientata da Gaio Mario nel 101 a.C. I pochi superstiti trovarono riparo nelle zone dell’alto Veneto dove ancora oggi, pochi di loro, sopravvivono ai cambiamenti epocali. Uno storico tedesco, Anton Friedrich Büsching nel XVIII secolo, scrisse:
« Conservasi anche oggidì in questo Distretto l'antico Cimbrico linguaggio; o per meglio dire l'idioma Sassone moderno; ma con tanta perfezione che abboccatosi con alcuno di questi abitanti Federico IV Re di Danimarca, il quale trovandosi in Italia nel 1709 incredulo sì della loro origine, come del linguaggio, volle personalmente riconoscere la verità col visitare il Distretto, e protestò che nella sua Corte non si parlasse così forbitamente »
Ma è con un vicentino e profondo conoscitore della zona, Mario Rigoni Stern, che la storia si intreccia con il mito. Lo scrittore ritrovò un collegamento filologico tra la mitologia norrena e la toponomastica dell’altopiano dei Sette Comuni (oggi in provincia di Vicenza). Ma anche questa teoria, pure molto affascinante, non convince appieno.
La loro origine è avvolta, ancora oggi, nel mistero.
Il primo insediamento cimbro fu quello di Foza e risale alla metà del X secolo. Da lì si espansero in tutto l’Altipiano di Asiago e delle valli trentine e in quelle veronesi. La popolazione aumentò di molto tanto da germanizzare gran parte di quelle terre. Attorno al XIV secolo iniziò la lenta decadenza che portò alla perdita della lingua e dei costumi nella zona veronese, mentre la comunità vicentina prosperò e poté mantenere le sue tradizioni grazie alle leggi permissive della Serenissima
I Cimbri e la Serenissima
La zona dell’Altipiano dei Sette Comuni passò sotto il controllo di Venezia attorno al 1405. Il governo serenissimo non aveva alcuna intenzione di imporre la propria lingua e le proprie tradizioni, anzi, si comportò da governo illuminato. Inoltre, facilitò la migrazione di altri tedeschi, specie bavaresi, esperti in arti minerarie che si fusero con i Cimbri autoctoni. E’ proprio in questo periodo che i Cimbri apparirono per la prima volta nelle carte veneziane, sostituendo, quindi, il termine “todesco” o “teutonico”. La prima cosa che fece la Serenissima fu il permettere, a questa Federazione dei Sette Comuni già esistente e fondata nel 1259, di continuare a prosperare con le proprie leggi. Inoltre le fu assegnata una nuova forma amministrativa che permetteva una grande autonomia. Nel 1403, i Cimbri della Lessinia, invece, vennero messi sotto il controllo del Vicariato della Montagna dei Tedeschi detto anche della Montagna Alta del Carbon e successivamente inclusi, dal 161, nei XIII Comuni Veronesi.
Tra il ’500 e il ‘700 ci fu una vera e propria epoca d’oro per la gente cimbra. Grazie alla particolare forma di autonomia concessa dalla Repubblica di San Marco, fiorirono le città popolate da queste genti tanto da arrivare alla sorprendente cifra di 22mila persone. Paesi come: Asiago (Slege), Roana (Robaan), Enego (Ghenebe), Foza (Vüsche), Lusiana (Lusaan), Valli del Pasubio, Recoaro Terme (Recobör, Rocabör o Ricaber) Lavarone (Lafraun), Luserna (Lusern), Selva di Progno (Brunghe), Velo Veronese (Veljie), Bosco Chiesanuova (Nuagankirchen), Erbezzo (Bisan) erano abitati totalmente da Cimbri.
Decadenza
Con l’arrivo di Napoleone la Federazione venne sciolta e con la sua fine iniziò il lento declino della prosperità economica dei Cimbri. Molti di loro si spostarono verso l’altopiano del Cansiglio (TV) dove fondarono diverse nuove ed importanti comunità, anche se non raggiunsero mai l’apogeo del periodo veneziano.
Con l’unione del Veneto all’Italia le cose andarono, se possibile, ancora peggio. I Cimbri parteciparono in massa alla grossa migrazione veneta post-unitaria. Dei 3 milioni e 3mila veneti scappati dalla fame, molti erano di etnia cimbra.
La fine della popolazione cimbra è però legata al periodo della prima guerra mondiale quando il fronte italo-austriaco gravava proprio su quelle zone. Luserna, per esempio, fu completamente rasa al suolo e i suoi abitanti sfollati in Austria. Essi poterono però ritornare nel 1919 a guerra conclusa. Il colpo di grazia fu dato dalla italianizzazione forzata voluta da Mussolini che costrinse tutti i Cimbri veneti di dimenticare la propria lingua e di parlare solamente l’italiano. Sempre in quel periodo, per via di un patto tra Mussolini e Hitler riguardo le popolazioni di lingua germanica residenti in Italia, 280 persone di etnia cimbra accettarono la proposta tedesca e si trasferirono in Boemia.
La comunità cimbra perse gran parte della sua popolazione anche se nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, uno studioso tedesco propose di riabilitare, per i Cimbri, le antiche leggi scritte dalla Serenissima per garantire a questa etnia un minimo di libertà e di continuità per la sua stessa esistenza. Nulla fu fatto e la comunità scomparì piano piano.
I Cimbri ai giorni nostri
La popolazione cimbra è ridotta a poche migliaia di unità. Pochissime persone sanno parlare ancora la lingua cimbra, che è volano di continuità e di tradizione, e sono rimaste in gran parte a Luserna (TN), Roana (VI), Giazza e Selva di Progno (VR).
Chissà se rimpiangono ancora le leggi della Serenissima…
Istituto Culturale Cimbro di Luserna
http://kulturinstitut.lusern.it/InterneInterno/Home.aspx?id=4021
I Cimbri della Lessinia
http://www.cimbri.it/
Cimbri dei 7 comuni
http://www.cimbri7comuni.it/
Spettabile reggenza dei 7 comuni
http://www.reggenza.com/
Video trasmesso dalla RAI sulla storia dei Cimbri (un po’ antiquato ma ben fatto)
http://www.youtube.com/watch?v=BsZOYsFu8rA


La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi la “Gazeta Istriana” sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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