Mailing List Histria rassegna stampa settimanale
a cura di M.Rita Cosliani, Eufemia G. Budicin e Stefano Bombardieri 
 

 
N. 871 – 27 Aprile 2013
Sommario
201 – Il Piccolo 19/04/13 Sebenico “resuscita” Tommaseo (Andrea Marsanich)
202 - Difesa Adriatica - Maggio 2013 Un'identità riaffermata, oltre il Giorno del Ricordo (Antonio Ballarin)
203 - L'Arena di Pola 23/04/2013 A piccoli passi verso la normalità (Silvio Mazzaroli)
204 - Il Giornale di Vicenza 23/04/13 Schio - Giovanni Rolli: Se ne è andata la memoria storica degli esuli dalmati
205 - Il Piccolo 23/04/13 L'Unione italiana: rielezione di Napolitano utile al superamento della crisi del Paese (p.r.)
206 - Il Giornale 25/04/13 Il Caso - E Tito resta un Cavaliere della Repubblica italiana (Fausto Biloslavo)
207 - Modena 2000 - 26/04/13 I sessant'anni del Villaggio San Marco di Fossoli
208 - L'Arena di Pola 23/04/13 Robert de Winton e Maria Pasquinelli (Tito Lucilio Sidari)
209 - Difesa Adriatica Maggio 2013 - I beni disciplinati dall'art.79 del trattato di pace 
210 – CDM Arcipelago Adriatico 17/04/13 Gloria Nemec: nascita di una minoranza - Testimonianze della lunga battaglia per un'italianità spesso negata (Carmen Palazzolo)
211 - La Voce del Popolo 23/04/13 Cultura - D'Annunzio: La sostenibile leggerezza dell'ignoranza (Gianfranco Miksa)
212 - La Voce del Popolo 20/04/13 Cultura - Siamo cuccioli di un'Istria abbandonata dalla Storia (Kristina Blecich)
213 - La Voce del Popolo 20/04/13 E & R - Un viaggio a Fiume (Egone Ratzenberger)
214 - La Voce del Popolo 23/04/13 Croazia pronta per l'ingresso nell'UE (Silvano Silvani)
 
 
 
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
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http://www.arenadipola.it/
 
 
 
201 – Il Piccolo 19/04/13 Sebenico “resuscita” Tommaseo 
Sebenico “resuscita” Tommaseo 
Un docente ingaggia una battaglia affinché lo scrittore italiano sia riabilitato nella sua città natale 
di Andrea Marsanich 
SEBENICO Resuscitato a sorpresa nella sua città natale dove per decenni (e anche più) è stato bistrattato, ridotto ai minimi termini in quanto ad importanza ed evitato come un appestato. Niccolò Tommaseo è tornato simbolicamente nella località che lo vide nascere nel 1802, in quella Sebenico la cui stragrande maggioranza di abitanti non sa proprio chi sia questo celebre linguista, scrittore e patriota italiano. La ragione è una sola: fosse appartenuto al popolo croato e avesse conquistato gli stessi traguardi del Tommaseo italiano, sarebbe stato celebrato come un divo e mai la sua memoria e le sue opere sarebbero state oltraggiate. Ci ha pensato il sebenzano Bosko Knezic, docente di filologia italiana all’ Università di studi di Zara, a “togliere i veli” che da tanto tempo coprono la figura di Tommaseo e lo ha fatto a Sebenico, con una conferenza intitolata semplicemente “Tommaseo e Sebenico”. Knezic ora sta preparando il dottorato sul tema Niccolò Tommaseo nei periodici dalmati in lingua italiana dal 1900 al 1915. «Mi chiedo e vi chiedo perché il nostro illustre concittadino abbia in suo onore i nomi di piazze e vie in praticamente tutte le città italiane – ha rilevato Knezic – perché gli italiani lo considerano uno dei loro massimi intellettuali del XIX secolo, mentre invece da noi non è proprio conosciuto. Sì, a Sebenico c’è una piazza a lui dedicata, ma il nome di colui che ha creato la moderna lingua italiana è storpiato sulla relativa targa. Vi sta scritto Tomaseo ed è un’ingiustizia che va superata». A detta di Knezic, il rapporto di Tommaseo verso la città natia va diviso in due fasi: nella prima, durata fino al 1839 (il sebenzano morirà a Firenze nel 1874), Tommaseo si annoiava mortalmente a Sebenico e inoltre aveva una pessima opinione dei suoi concittadini, che riteneva pigri e cattivi. Considerava Sebenico una specie di buco miserabile della Dalmazia. Con il trascorrere degli anni, Tommaseo si scuserà con i sebenzani e i dalmati d’etnia slava per le opinioni espresse. «Era molto testardo il nostro Tommaseo, caratteristica che addebitava a tutti i sebenzani – parole del docente – era anzi convinto che i sebenzani avessero un carattere tutto loro, che li contraddistingueva dagli altri abitanti di questa regione adriatica. Non è tutto perché Tommaseo si adoperava a favore di una nazione dalmata che fosse indipendente da Italia e Croazia. Riconosceva che i dalmati avessero origini slave ma anche e soprattutto una cultura italiana». Knezic ha ricordato che nel 1896 fu collocata a Sebenico una statua di Tommaseo, alta 7 metri, con cerimonia che vide la presenza delle allora massime autorità comunali e di numerosi artisti italiani e croati. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, le autorità jugoslave fecero sparire la scomoda statua quale uno dei simboli dell’italianità della Dalmazia, ponendo al suo posto la scultura raffigurante il re croato (e ti pareva) Petar Kresimir IV. Knezic vuole però squarciare il velo di omertà ed ha chiesto tempo fa all’amministrazione cittadina di Sebenico di scrivere almeno in modo corretto il cognome di Tommaseo sulla citata targa. Finora non ha ricevuto alcuna risposta.
 
 
 
202 - Difesa Adriatica - Maggio 2013 Un'identità riaffermata, oltre il Giorno del Ricordo
Un’identità riaffermata, oltre il Giorno del Ricordo
Riflessioni sul percorso della memoria, tra obiettivi conseguiti e sfide ineludibili
A nove anni di distanza dall’istituzione della Legge 92 del 2004, istitutrice del Giorno del Ricordo, siamo indotti a riflettere sulla nostra storia, su ciò che è stato, sulle attività da noi condotte con così grande passione e sulla prospettiva futura del nostro popolo, alla luce di scenari che mutano e che trovano via via maggior accoglienza delle istanze da noi sollecitate con la semplice esistenza, o se si vuole, dalla nostra stessa peculiare identità.
Quando finalmente fu varata quella legge, ci sentimmo, in un certo senso, sdoganati da un silenzio atroce, da un isolamento ancor più terribile del dramma patito all’inizio della nostra vicenda umana; quel silenzio aveva spaventosamente prolungato negli anni la tragedia, estendendo nel tempo un’interminabile agonia verso cui le circostanze storiche condannavano la nostra identità.
Negli anni del dramma umano vissuto da migliaia di nostri fratelli e sorelle, il disperato attaccamento alla vita ed al senso di giustizia, di verità e di bellezza gelosamente custodito nei nostri animi grazie alla millenaria civiltà da noi rappresentata, ha saputo generare un fronte di resistenza, mai violento, ma fermamente determinato, caparbio e ragionevolmente teso alla promulgazione fiera del nostro diritto all’esistenza.
Guardiamoci attorno, fino al 2004 chi mai ci ha aiutato a rivendicare i nostri diritti se non noi stessi con la nostra paziente opera?
Non poniamo in discussione che negli anni bui qualche rara anima buona della società civile abbia teso una mano o abbia avuto compassione, ma è fuori di ogni dubbio che simili dimostrazioni di affetto ed attenzione siano emerse come casi isolati, non organicamente tese alla ricostituzione della nostra vitalità, da noi mai sopita né negata.
ENTRARE NEL GRANDE GIOCO DELLA COMUNICAZIONE NAZIONALE
Da una decina di anni la nostra storia è uscita dall’autoreferenzialità, eppure sembra che non sia successo nulla. Ma non è così!
Da un lato, osserviamo come sui media nazionali, sulla grande stampa, nei canali televisivi principali, anche quest’anno, a ridosso del 10 Febbraio, si sia parlato pochissimo di noi. Dall’altro lato constatiamo, per contro, un’esplosione esponenziale di iniziative, di convegni, di commemorazioni, di inaugurazioni di lapidi e monumenti, di lezioni e presentazioni presso scuole, associazioni, istituzioni, di presenza nelle Tv e nelle radio locali, di articoli su ogni quotidiano a diffusione provinciale o regionale che raccontano le cronache delle celebrazioni condotte da qualcuno che ama la nostra storia, il nostro popolo e la nostra Terra.
Esiste un problema innegabile: riusciamo ad essere presenti sul territorio, nelle scuole e nelle istituzioni, riusciamo a coinvolgere chi incontriamo ed a sollecitare l’animo altrui alla tutela ed alla compartecipazione delle nostre istanze, ma non riusciamo a catturare l’attenzione di chi governa il grande gioco della comunicazione nazionale. Così come non riusciamo a raccontare la nostra storia e rivendicare con efficacia i nostri diritti al di fuori dell’Italia. Insomma, tutta la vicenda umana drammaticamente segnata da migliaia di eccidi, dalla pulizia etnica e dall’esodo resta avviluppata nei lacci di una logica perversa che relega la nostra questione come locale, regionale, periferica insomma, limitata e non di portata universale in quanto lesiva, in maniera aberrante, dei diritti fondamentali della persona.
LE RADICI DEL NEGAZIONISMO
Anche coloro che ancora oggi negano, per pura strumentalizzazione ideologica, l’esodo e la pulizia etnica, davanti alle indiscutibili testimonianze, alle prove ed alle documentazioni scientifiche, non possono che arrendersi all’evidenza del tentato genocidio perpetrato non solo quando abitavamo la nostra Terra, ma anche nei luoghi dove siamo stati ospitati. Quel genocidio, prima di tutto, nasce ed ha radici nell’odio viscerale alla nostra cultura e trova sponda in patria presso coloro che, con l’eliminazione prima fisica e poi ideologica, sperava di poter far scordare le responsabilità di generazioni di governi complici, prima, ed ammiccanti, poi, ai nostri carnefici.
Ci rendiamo conto che per coloro che non ci amano, restare davanti alle proprie responsabilità, spalanca il baratro nelle loro coscienze, ed è innegabile che, piuttosto che soffermarsi a rimirare il buio profondo delle colpe dirette od indirette, sia più facile negare e giustificare. Oppure spostare il problema sulle cause, sui perché e sui percome, tentando di sviare l’attenzione da questioni ancora aperte, come i diritti di una minoranza, la nostra, mai adeguatamente presi in considerazione, né in Italia e neppure, ovviamente, nei consessi internazionali.
L’ANVGD, SPINA DORSALE DELL’IDENTITÀ GIULIANO-DALMATA
l lavoro svolto dalla nostra Associazione è veramente ponderoso. I nostri Comitati e le nostre Delegazioni costituiscono la spina dorsale di un’identità che non muore. Nonostante una comunicazione che non conquista i grandi schermi o passa in cavalleria davanti a produzioni televisive sciocche e vuote, assistiamo ad un fervore crescente. Da città in cui mai avremmo pensato di poter istituire una nostra comunità organizzata, giungono richieste per una presenza stabile. Ed è fuori di ogni dubbio che tali richieste nascono dal desiderio umano e ragionevole di considerare in maniera adeguata sia la tragedia sia la prospettiva. Una prospettiva che vede a, settant’anni di distanza, gli esuli ed i loro discendenti, così come le comunità autoctone nell’Adriatico orientale, prendere coscienza della loro identità indissolubilmente legata a null’altro che alla Terra.
In questa prospettiva il grande successo comportato dal tavolo di lavoro istituito presso il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, permette la diffusione capillare di una storia negata o trattata male sui libri di scuola. Non solo, l’incontro con i giovani che di tutto ciò poco o nulla sanno, registra un coinvolgimento delle nuove generazioni, così sensibili ed attente ai diritti negati, desiderose di capire il perché di una tragedia, tutta italiana, accuratamente nascosta.
Le persone che incontriamo ci chiedono di essere fatti partecipi della vicenda umana che noi rappresentiamo, donandoci non solo quelle carezze dell’animo di cui la nostra gente ha sempre sofferto la mancanza, ma un’energia carica di prospettiva.
Le persone che incontriamo ci chiedono di vedere i luoghi dove ci hanno sbattuto per l’Italia, ci chiedono di conoscere la nostra cultura, i luoghi di provenienza. Ci chiedono di tornare con loro nella nostra Terra, per capire, conoscere, ricostruire. Ci chiedono di parlare la nostra meravigliosa lingua, l’istro-veneto, da molti di noi abbandonato per l’ansia di essere facilmente accettati, oppure trascurata per una vergogna indotta da un razzismo strisciante che mal sopportava la nostra presenza.
UN’IDENTITÀ RIAFFERMATA
Ebbene, oggi, nel 2013, osserviamo un fiorire di attività, che vanno dalla costituzione di un Tavolo di lavoro per porre la questione dei diritti disattesi al primo punto nell’ordine del giorno del nostro popolo, alla generazione di nuovi Comitati, dalla presenza sempre più capillare nelle scuole, all’estensione delle attività in merito al Giorno del Ricordo ben al di là della fine di febbraio, dalla ricerca di forme di comunicazioni tese a valicare i confini nazionali, ai viaggi del ritorno di scolaresche e amanti della nostra storia, viaggi che vengono guidati seguendo la toponomastica nella nostra lingua e che fanno perno presso le comunità autoctone ancora presenti nella nostra Terra.
Chi pensava che saremmo scomparsi non aveva messo in conto la nostra aspirazione alla giustizia, il nostro profondo desiderio di una vita degna, l’amore sconfinato per la nostra Terra e la granitica certezza in un’identità riaffermata.
Antonio Ballarin
Presidente nazionale Anvgd
 
 
 
203 - L'Arena di Pola 23/04/2013 A piccoli passi verso la normalità
A piccoli passi verso la normalità

Esattamente un anno fa, su “L’Arena” di aprile 2012, scrivevo, nell’imminenza del 56° Raduno Nazionale che di lì a pochi giorni avremmo tenuto a Pola, che quel nostro “ritorno”, per come l’avevamo configurato, avrebbe potuto rappresentare la realizzazione di un sogno, per tanto tempo cullato ma, per tanti versi e da non pochi esuli, ritenuto irrealizzabile; da alcuni, anzi, persino sconveniente, quasi si trattasse di un tradimento. In effetti, non tutto andò esattamente come previsto – e non l’abbiamo tenuto nascosto – ma questo proprio perché risultò evidente, sin dalle sue prime battute, che il nostro non intendeva essere, e non era, un ritorno “turistico” bensì una chiara manifestazione della nostra volontà di esercitare apertamente, con orgoglio pari al rispetto per l’altro – connazionale o slavo che fosse –, la nostra “polesanità” e, più in generale, “istrianità”. Altro che tradimento!
Era, insomma, un primo passo concreto di un percorso difficile ed innovativo che non tutti, né di qua né di là dal confine, erano pronti ad accettare, come probabilmente non lo sono tuttora, ma che i tempi rendono maturo per essere affrontato se veramente si vogliono cambiare le cose.

Dopo di allora, qualcuno che inizialmente non aveva capito ha incominciato a capire; altri si sono infilati, con maggior coraggio rispetto al passato, nella breccia da noi aperta; ulteriori piccoli, ma a nostro parere significativi passi sono stati compiuti ed oggi, alla vigilia del nostro 57° Raduno, che ancora si terrà a Pola, le prospettive sembrano essere decisamente più favorevoli. Ci fanno ben sperare i migliorati rapporti, dopo gli intercorsi chiarimenti, con la dirigenza della locale Comunità degli Italiani che ha offerto una pronta e fattiva collaborazione per l’organizzazione dell’evento, garantito la partecipazione di una propria rappresentanza a tutte le attività programmate e soprattutto, ancorché al di fuori di tale contesto, accolto con pronto interessamento la nostra istanza di rivitalizzazione del Cippo in ricordo delle Vittime di Vergarolla. Uscendo dallo stretto ambito locale, altrettanto promettente è la completa condivisione da parte della Comunità degli Italiani di Rovigno di quanto da noi programmato, sia alla non lontana foiba di Surani, per portare il nostro riverente omaggio alla memoria della Martire Norma Cossetto e di quanti con lei furono precipitati in quell’orrido anfratto, sia in città, sul lungomare di Valdibora, per ricordare con rispetto il partigiano italiano Pino Budicin e altri due suoi “compagni”, vittime – come parrebbe ormai accertato – dello sciovinismo slavo ancorché ammazzati dai fascisti. Lo faremo, analogamente a quanto già fatto in passato, nell’esclusiva ottica, avulsa da qualsivoglia connotazione politica, della pietas per coloro che, connazionali, furono vittime degli opposti totalitarismi che insanguinarono la nostra terra. Giova qui ricordare, per i meno informati, che Rovigno è sede della nostra forse più attiva comunità autoctona oggi presente in Croazia nonché di un Centro di Ricerche Storiche, condotto da connazionali, che tra i suoi meriti annovera quello di battersi per il riconoscimento e la valorizzazione della trascorsa italianità delle terre dovute abbandonare. Ancora, un ulteriore passo avanti è costituito dall’impegno assunto dall’Unione Italiana di far intervenire alle suddette cerimonie rappresentanze di altre viciniori Comunità d’italiani, a dimostrazione di una sempre più diffusa volontà di ricucire gli strappi del passato.

A dare vigore alla nostra speranza che ci si stia passo dopo passo avviando verso una situazione di normalità nei rapporti con i vicini, connazionali e non, c’è però anche dell’altro. Qualora non ci si ostini a cogliere e sugellare solo quelle manifestazioni, prese di posizione, ecc. che ancora, purtroppo, possono essere interpretate come ostili all’auspicato riavvicinamento, è possibile avvertire che la cornice generale in cui oggi è dato muoversi ed agire va sensibilmente modificandosi. Noi che ci sforziamo, per un futuro di prospettiva, di “pensare positivo” pur rimanendo con i piedi saldamente ancorati al terreno, sulle pagine del nostro giornale abbiamo, nell’anno testé trascorso, dato costantemente informazione di un’indubbia crescita delle iniziative d’incontro, di scambi culturali, di dichiarazioni distensive e collaborative da parte di esponenti istituzionali e politici, di prese di posizione chiare e coraggiose sui media locali da parte di esponenti della minoranza italiana, di visite di scolaresche per far loro toccare con mano realtà totalmente sconosciute e far capire ai giovani che Pula prima è stata per secoli Pola, Koper Capodistria, Rijeka Fiume e che la storia scritta “con una sola mano” che sin qui è stata loro raccontata non sempre è stata conforme alla realtà dei fatti. Tutto questo oggi lo si fa, come è giusto che sia, con prudenza ed equilibrio ma, soprattutto, senza i pregiudizi o le paure del passato. Ancora, presentazioni di libri che parlano di esuli e/o di “rimasti” si fanno da una parte e dall’altra degli ormai soppressi o in procinto di esserlo confini facendo conoscere, così favorendo la reciproca comprensione, realtà spesso volutamente e strumentalmente ignorate.

E non è certo un caso che, nell’ambito di questa cornice di maggiore disponibilità al dialogo ed al confronto, contemporaneamente al nostro raduno, si terrà a Fiume il 1° Incontro Mondiale dei Fiumani. È un fatto evidentemente positivo anche se, nello specifico, c’è del rammarico per la sovrapposizione degli incontri che, inevitabilmente, impedisce la reciproca partecipazione ai suddetti avvenimenti e sottrarrà agli uni o agli altri la presenza di qualche esponente politico e/o istituzionale di spicco che, stante la rilevanza di talune delle iniziative in programma, avrebbe potuto rivestire particolare importanza per l’oggi e per il domani.

Saranno, peraltro, queste le ultime occasioni di riavvicinamento tra esuli e residenti prima della caduta dell’ultimo confine, quello sloveno-croato, che ancora dilania le terre di Istria, Fiume e Dalmazia; un fatto, quest’ultimo, che già di per sé rappresenterà un’ulteriore passo avanti, un nuovo motivo di speranza per un futuro di maggiore normalità. A tale proposito, come forse ricorderete, avendo rivolto a tutti, rifacendomi in occasione del mio editoriale di fine 2011 alla parole di Papa Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, l’incitamento a «non avere paura di avere coraggio», invito tutti, facendo questa volta mie le parole di Papa Francesco, a «non lasciarsi rubare la speranza» ed, in particolare, i più giovani, naturalmente interessati a vivere principalmente l’oggi ed il domani, a darci una mano a dimostrare che credendo ed insistendo nei propri sogni ce la si può fare a realizzarli.

Silvio Mazzaroli
 
 
 
204 - Il Giornale di Vicenza 23/04/13 Schio - Giovanni Rolli: Se ne è andata la memoria storica degli esuli dalmati
IL PERSONAGGIO. Il funerale domani alle 15
Se ne è andata la memoria storica degli esuli dalmati
Mancato a 88 anni Giovanni Rolli Fu punto di riferimento degli esuli
Un grave lutto ha colpito la co­munità degli esuli giuliano­dalmati. Domenica sera è mancato all’età di88 anni Gio­vani Rolli, esule da Zara, pa­dre del nostro collega Paolo e tra i punti di riferimento a li­vello nazionale della diaspora italiana dalla città dalmata.
Giovanni Rolli era nato nel 1924 aZara, da una famiglia di notai e possidenti terrieri da sempre impegnati nella vita politica a baluardo dell’italia­nità della Dalmazia: dal bi­snonno, podestà di Zara e de­putato della Dieta dalmata con Bajamonti, al padre, uffi­ciale combattente di due guer­re e volontario fiumano, vice­podestà. Nel 1944, terminato il liceo e iniziata l’università, sfollato da Zara a causa dei bombardamenti alleati, era stato catturato dai partigiani titini ma era riuscito in manie­ra fortunosa a raggiungere la Puglia. Alla fine degli anni ’50, era giunto a Schio, come im­piegato alla Lanerossi, e si era sposato con Maria Vittoria Ba­rone, anch’essa esule da Zara, stabilendosi definitivamente.
Uomo di grande equilibrio, amante e cultore delle lettere e della storia, votato a un since­ro amor patrio, ha ispirato tut­ta la vita al ricordo della città natìa. Era stato vicepresiden­te del comitato vicentino del­l’Associazione nazionale Vene­zia Giulia e Dalmazia, ma so­prattutto per molti anni asses­sore del Libero Comune di Za­ra in esilio. Lascia la moglie Maria Vittoria Barone e i figli Paolo e Alberto.
Il funerale sarà celebrato do­mani alle 15 nella chiesa della Santissima Trinità. •
 
 
 
205 - Il Piccolo 23/04/13 L'Unione italiana: rielezione di Napolitano utile al superamento della crisi del Paese
L’Unione italiana: rielezione di Napolitano utile al superamento della crisi del Paese 
La Comunità Nazionale Italiana ha seguito con grande attenzione la rielezione di Giorgio Napolitano a Presidente della Repubblica Italiana. «La rielezione di Giorgio Napolitano rappresenta per noi, Italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia - afferma Furio Radin, presidente dell’Unione italiana, un evento di straordinaria importanza, nel contesto della quale rispettiamo innanzitutto il suo coraggio e la sua abnegazione. La riconferma alla più alta carica costituzionale italiana è infatti un presupposto necessario al superamento della crisi politica in Italia. Contiamo, per combatterla, sull'intelligenza e sull'esperienza di un Capo dello Stato che rappresenta un simbolo della difesa della Costituzione italiana e che è uno strenuo difensore delle istituzioni. Ricordiamo, infine, l'affetto che Napolitano ha da sempre dimostrato nei confronti della nostra Comunità nazionale, e la sua visita del 2011 rimarrà nei nostri cuori e nelle nostre menti”. (p.r.) 
 
 
 
206 - Il Giornale 25/04/13 Il Caso - E Tito resta un Cavaliere della Repubblica italiana
Il caso – Onoreficenze inammissibili

E Tito resta un Cavaliere della Repubblica italiana
Nonostante le proteste, secondo lo Stato non è possibile levare il riconoscimento ai morti
Fausto Biloslavo 
Al maresciallo Tito, «boia» di italiani, non si può togliere la più alta onorificenza della nostra Repubblica, essendo morto. 
Per i suoi tre luogotenenti, pure decorati dal Quirinale, il governo ha incaricato il ministero degli Esteri di indagare se sono ancora in vita. Tutto nasce dalla richiesta del sindaco di Calalzo, Luca De Carlo, e degli esuli dell'Associazione Venezia-Giulia e Dalmazia di cancellare le onorificenze a Tito e ai suoi uomini per «indegnità». Il 16 aprile il prefetto di Belluno, Maria Luisa Simonetti, ha risposto con una lettera ufficiale: «Nel caso di Josip Broz Tito, insignito nel 1969 della distinzione di Cavaliere di Gran Cordone quale Presidente della Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia in occasione di una visita di Stato non è (...) ipotizzabile alcun provvedimento di revoca essendo il medesimo deceduto». Il dittatore jugoslavo aveva ottenuto la più alta onorificenza italiana dal presidente Saragat. «La norma prevede (...) che la persona oggetto dell'eventuale revoca debba essere preventivamente informata (...), onde poter presentare una memoria scritta a propria difesa» spiega il prefetto di Belluno a nome del governo. E poi aggiunge: «La possibilità di revocare l'onorificenza, pertanto, (...) presuppone l'esistenza in vita dell'insignito». Non solo Tito, ma pure i coniugi Ceausescu, despoti romeni, il satrapo africano Mobutu, il discusso leader palestinese Arafat, tutti Cavalieri di Gran Cordone della Repubblica italiana, si sono portati l'onorificenza nella tomba.
Altro discorso per i luogotenenti di Tito, ancora in vita, decorati dal Quirinale. Il prefetto scrive: «La Presidenza del Consiglio dei Ministri, sensibilizzata sul dramma delle foibe anche in sede parlamentare, ha reso noto altresì di aver richiesto al Ministero degli Esteri di riscontrare l'esistenza in vita di Mitja Ribicic, Franjo Rustja e Marko Vrhunec, stretti collaboratori del Presidente Tito, anch'essi insigniti di onorificenze (...) “Al Merito della Repubblica Italiana”». La Farnesina dovrà «effettuare gli opportuni accertamenti sulla situazione giudiziaria di ciascuno riguardo ai crimini commessi durante il periodo bellico di cui fossero stati ritenuti responsabili».
Massimiliano Lacota, presidente dell'Unione degli istriani di Trieste, conferma che «fino allo scorso febbraio erano tutti e tre ancora vivi in Slovenia. E per quanto riguarda Tito gli austriaci gli hanno tolto tutte le onorificenze ricevute in passato anche se è morto». Ribicic, Cavaliere di gran croce, che vive a Lubiana, è stato al vertice della repressione titina in Slovenia dal 1945 al 1957. Poi è diventato primo ministro jugoslavo. Nel 2005 venne accusato di crimini di guerra, ma dopo 60 anni le prove sono sparite. Rustja, Grande ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica italiana, fu braccio destro del comandante del IX Corpus titino che occupò Trieste nel maggio 1945. Nei 40 giorni di terrore sparirono molti italiani. L'ex ammiraglio Rustja risiede a est della capitale slovena. Vrhunec, commissario politico della brigata partigiana Lubiana e capo di gabinetto di Tito dal '67 al '73, è un altro Grande ufficiale della nostra Repubblica. Oggi è ospite di una casa di riposo sul Carso sloveno, a pochi chilometri da Trieste.
 
 
 
207 - Modena 2000 - 26/04/13 I sessant'anni del Villaggio San Marco di Fossoli
I sessant’anni del Villaggio San Marco di Fossoli
Dal 1953 ospitò 250 famiglie italiane provenienti da Istria e Dalmazia, alcune delle quali vi rimasero per 17 anni. Ai sessant’anni del Villaggio San Marco di Fossoli è dedicata l’iniziativa culturale promossa dall’associazione Venezia Giulia e Dalmazia in collaborazione con Comune e Provincia di Modena e città di Carpi, che culminerà sabato 4 maggio in un convegno storico, con presentazione del progetto di restauro della chiesetta del Villaggio.
Il convegno, dal titolo “I 60 anni del Villaggio San Marco a Fossoli: storia, presenza, prospettive”, è in programma dalle 9 alla sala congressi di piazzale Allende 7 a Carpi. Si svolge sotto l’Alto patronato del Presidente della Repubblica ed è stato presentato a Modena oggi, venerdì 26 aprile, in una conferenza stampa alla quale hanno partecipato il sindaco di Modena Giorgio Pighi, il sindaco di Carpi Enrico Campedelli, il presidente della Provincia di Modena Emilio Sabattini, il presidente del Consiglio comunale di Carpi Giovanni Taurasi. Per l’associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, comitato provinciale di Modena, hanno partecipato il presidente Giampaolo Pani e il segretario Luigi Vallini.
Nella mattinata del 4 maggio si alterneranno numerosi interventi dedicati alla storia del campo, allo scenario storico e politico dell’epoca, al ricordo delle personalità, modenesi e no, che hanno svolto un ruolo importante per il villaggio San Marco. Non mancheranno tre testimonianze di cittadini carpigiani, all’epoca bambini, che vissero nel campo. Infine, saranno presentati i progetti di restauro, in particolare dell’edificio della chiesetta, per il quale l’associazione Venezia Giulia e Dalmazia è impegnata in una raccolta di fondi.
L’area di Fossoli di Carpi fu dapprima un campo di prigionia durante la seconda guerra mondiale: tra coloro che vi transitarono, prima di arrivare al campo di sterminio di Auschwitz, ci fu anche Primo Levi. Nel dopoguerra fu assegnata all’opera dei Piccoli apostoli di Don Zeno Saltini e ospitò la comunità di Nomadelfia. Dal 1953 fino alla fine degli anni Sessanta divenne invece, con il nome di Villaggio San Marco, un campo destinato ai cittadini italiani originari delle zone dell’Istria e della Dalmazia: arrivarono a Fossoli 250 famiglie, in tutto quasi 2.500 persone, che avevano abbandonato le proprie case dopo gli accordi internazionali che, ridefinendo il confine orientale italiano, assegnarono quei territori all’allora Jugoslavia. Le famiglie arrivate nel modenese furono una parte delle circa 250 mila persone, appartenenti alle comunità italiane dell’Istria e della Dalmazia, che lasciarono case e proprietà tra il 1944 e la fine degli anni Cinquanta, dirette in 90 città italiane ma anche oltreoceano, dal Canada al Venezuela.
 
 
 
208 - L'Arena di Pola 23/04/13 Robert de Winton e Maria Pasquinelli 
Robert de Winton e Maria Pasquinelli 
Il Generale di Brigata Robert (Robin) William Michael de Winton, alla cui memoria noi esuli sempre ci inchiniamo, avrebbe oggi 105 anni, parecchi meno di quanti ne avrebbe mio padre; ma egli fu ucciso a sangue freddo a soli 38 anni, perché ebbe la sventura di trovarsi in un particolare “punto” della Storia. Un punto come quelli che i matematici chiamano “punti singolari” di una funzione, che vanno studiati con le derivate, con la pazienza e l’acume insegnati dai maestri; e quando li avete scoperti, studiati, segnati su un foglio con mano incerta, ancora in realtà vi sfuggono, perché mostrano qualcosa di insolito, abnorme, insensato; eppure esistono e vi attraggono irresistibilmente.
Quel “punto” della Storia fu, in termini di tempo, una mattina piovosa di Pola, il 10 febbraio del 1947, nella stessa mattina in cui a Parigi veniva firmato lo sciagurato documento chiamato trattato di pace, che condannava le nostre Terre ad essere cedute al vincitore di una guerra orrenda e di un’avanzata plurisecolare verso il mare. Esso fu, in termini di luogo, la Via Giovanni Carrara di Pola, davanti al Comando del Governo Militare Alleato, a pochi metri da “El Cristo” e da Porta Gemina, in vista del nostro mare e della nostra Arena, che assistettero anche a quella tragedia come a tante altre tragedie avvenute prima e dopo. 
Esso fu, in termini di cronaca, l’assassinio di un alto ufficiale britannico, incolpevole, che aveva “la sventura di rappresentarli ai quattro Grandi” vincitori, in quel momento e in quel luogo. Ma esso fu, in termini di umanità, l’azione estrema e disperata di ribellione che rappresentava la volontà dell’intero popolo di Pola, della Venezia Giulia, della Dalmazia, popolo che sentiva giungere la morte alle proprie radici, nella propria terra. Tutti avrebbero voluto ribellarsi a tanta ingiustizia; tutti; giovani e vecchi, poveri e ricchi, con un gesto clamoroso e risolutivo.

«Ma perché non vi ribellaste con le armi?» mi chiese un giorno uno che non aveva capito. Non aveva capito che già gli eserciti si erano sterminati per oltre cinque anni; che già le ultime truppe dell’una e dell’altra parte si erano battute oltre ogni limite per un pugno sacro di terra; che la guerra era finita in tutta Europa; che la popolazione civile di Pola non aveva né armi né la capacità di procurarsele. E dunque nessuno di quelli che stavano andando in esilio fece alcuna azione di ribellione armata: la ribellione ultima, gravissima, storica, fu il condannarsi da soli all’esilio, per sempre.

La Professoressa Maria Pasquinelli compì l’unico gesto di ribellione armata, in extremis.

Nella storia recente del popolo giuliano-dalmata, negli ultimi 130 anni, si hanno due soli casi di violenza contro le autorità da parte di comuni cittadini. Il primo caso, addirittura, fu soltanto e per fortuna di violenza organizzata ma non attuata: riguarda la vicenda, nel 1882, di Guglielmo Oberdan, studente triestino di ingegneria, di 24 anni, che intraprese un atto disperato e considerato da lui stesso come gesto suicida ed affermò «... getterò il mio cadavere fra l’imperatore e l’Italia...», cioè fra l’oppressore Impero Austro-Ungarico e il Regno d’Italia. Invano tutto il mondo culturale dell’epoca invocò la grazia per Oberdan, che non era riuscito a rientrare nei territori imperiali con le bombe nella sua valigia senza essere scoperto, ma che affermò con determinazione che egli avrebbe voluto colpire.
Il secondo caso, purtroppo, vide l’assassinio del Brigadiere - Generale di Brigata Robert de Winton per mano della Professoressa Maria Pasquinelli. 
Poco importa se le varie cronache riportano notizie confuse sul numero dei colpi di pistola di lei, sul suo aver estratto l’arma dalla tasca, dalla manica oppure dalla borsetta, sul fatto che il Generale sia morto sul colpo oppure dopo aver raggiunto l’interno del Comando. Quello che importa è che egli era un militare in servizio in zona di occupazione, sì, ma in tempo di pace e che, giovane di 38 anni, aveva una giovane moglie ed un figlio piccolissimo, che mai più avrebbe avuto il sostegno ed il conforto di un padre. Ed importa anche che egli venne sepolto semplicemente nella terra friulana, ad Adegliacco di Tavagnacco, invece che nella sua terra natale, presso i suoi avi e là dove i famigliari avrebbero potuto portargli frequenti segni di affetto.

Per tutte queste circostanze, io sono atterrito quando qualche giovane mi chiede informazioni su questa terribile vicenda, perché attratto dal “mito” dell’unica ribellione armata che si ebbe il 10 febbraio 1947. Subito gli faccio presente che questo mito significò la morte di un innocente e che nessun motivo ideale può giustificare la morte di un innocente; che la sua attrazione va tenuta a freno e che solo un’esatta cognizione e valutazione di fatti, cause e conseguenze può portare ad un reale arricchimento culturale. E gli prospetto la ben diversa alternativa di “gesto estremo” messo in atto dai monaci vietnamiti o, più vicino a noi, da Jan Palach che si dette fuoco nella piazza principale di Praga nel 1969, come poi fecero e tentarono di fare altri suoi amici, giorno dopo giorno, come ribellione estrema all’invasione sovietica. Ma mi accorgo che parlo di fatti totalmente ignoti, subdolamente nascosti, cancellati, dalla nostra società e dai nostri insegnanti di Storia. Che pena!

Ebbene, in quel triste 1947 non era ancora in auge l’auto-sacrificio con il fuoco, altrimenti avremmo visto parecchie torce umane sulle rive di Pola; quelli che si suicidarono nei modi usuali lo fecero di nascosto. Maria Pasquinelli, invece, si votò ad una probabile morte, ma portando a morte un innocente: nel resoconto stenografico della sua auto-accusa, nel processo tenuto nel marzo e aprile 1947 a Trieste, si legge chiaramente che ella riteneva, a priori, di poter cadere uccisa dai militari di scorta, appena dopo aver sparato contro il Generale de Winton e anche: «Di fronte a Dio non ero rea solo di omicidio, ma eventualmente anche di suicidio. Sperai nell’infinita misericordia di Dio, ma il problema rimase aperto. Forse ho amato l’Italia anche più della mia anima». Non poteva sapere che la scorta aveva le armi scariche, al fine di evitare spargimenti di sangue in caso di corpo a corpo con manifestanti; ed infatti le cronache ed ella stessa riferiscono del comportamento molto cauto di uno dei soldati dopo l’assassinio, per avvicinarsi a lei ed arrestarla. La deposizione di Maria Pasquinelli e l’arringa difensiva dell’avvocato difensore d’ufficio, Luigi Giannini, durante il processo di Trieste dovrebbero essere letti e meditati da chiunque, senza distinzione alcuna, intenda approfondire quel certo momento storico. Ciascuno ne potrebbe trarre informazioni importanti, ma soprattutto una forte spinta ad amare la propria Patria, qualunque essa sia. Deposizione ed arringa si trovano nel testo del 2008 La giustizia secondo Maria.

La Professoressa, prima della guerra, fu insegnante nelle scuole di Milano, vicino alle grandi fabbriche della Pirelli e della Breda, alla Bicocca. Ancora sono in vita alcuni dei suoi allievi di quel tempo ed alcuni loro figli; essi testimoniano del suo impegno totale nell’insegnamento e perfino nell’accudire personalmente qualche famigliare gravemente ammalato ed indigente dei suoi alunni. Un altro tratto del suo carattere si può rilevare nel breve resoconto che ella fa delle riesumazioni dei corpi di centinaia di fucilati, italiani e slavi insieme, da fosse comuni presso Spalato, dove era andata come insegnante dal 1941; lo fece, nel 1943, a rischio della vita, nell’intento di dare degna sepoltura a tutti questi caduti e di recuperare fra gli altri i resti del dalmata Provveditore agli Studi Giovanni Soglian (eminente studioso della lingua dalmatica) e del ferrarese Preside Eros Luginbuhl, fucilati dai titini.
Oggi Maria Pasquinelli sta ancora espiando la sua pena in terra, ora in una struttura per anziani, dopo la pena ai “lavori forzati a vita”, in cui fu commutata la pena di morte che le venne inflitta, e dopo quasi cinquant’anni di rigoroso ritiro, in conseguenza della grazia da lei alla fine richiesta, per poter avvicinarsi ad una sorella gravemente ammalata. Il 16 marzo 2013 ha compiuto 100 anni ed il 17 marzo è stata attorniata, nel corso di un semplice pranzo, da quanti le sono stati vicini per parte della sua vita: cari amici ed amiche di gioventù, ormai fra gli 85 ed i 95 anni, il figlio di un suo allievo, qualche persona più giovane; ed anche da rappresentanti di diverse associazioni degli esuli, presenti personalmente come Guido Brazzoduro per il Libero Comune di Fiume in Esilio, Stefano Bombardieri per la Mailing List Histria, Santa Carloni per la ANVGD di Bergamo e chi scrive per il Libero Comune di Pola in Esilio, oppure presenti simbolicamente tramite l’invio di targhe commemorative e di bellissimi omaggi floreali, come quello del presidente Riccardo Basile della Famiglia Polesana di Trieste.

La centenaria, sempre attenta e vigile, ha cercato di schermirsi dalle infinite sollecitazioni e domande di quanti erano presenti ed ha cercato di rimanere per quanto possibile in silenzio. In altre occasioni, riferiscono i suoi anziani amici, ha ricordato ripetutamente «Il mio Morto: è sempre dietro le mie spalle...». La parte più toccante dell’incontro si è avuta quando la Professoressa Licia Cossetto, sorella di Norma ed amica di Maria fin da quei terribili giorni del ’43, durante il pranzo si è costantemente adoperata ad imboccarla.

Tito Lucilio Sidari
 
 
 
209 - Difesa Adriatica Maggio 2013 - I beni disciplinati dall'art.79 del trattato di pace
La Redazione risponde
I beni disciplinati dall’art. 79 del trattato di pace.

La Croazia: nessun diritto alla restituzione
Che possibilità ci sono, di riottenere la proprietà dei beni immobili situati sul territorio appartenente all’ex Jugoslavia prima dell’entrata in vigore del Trattato di pace del 10 febbraio 1947 (ovvero beni disciplinati dall’art. 79 del medesimo accordo) per i cittadini italiani che furono costretti ad abbandonare tali beni in seguito alla seconda guerra mondiale?

Lettera firmata

Come più volte da me esposto, l’attuale legge croata sulla denazionalizzazione prevede che «I diritti prescritti da questa legge (ovvero diritto alla restituzione-risarcimento) possono essere acquisiti anche dalle persone fisiche e giuridiche straniere se ciò viene stabilito con accordi interstatali».
Sulla questione della restituzione dei beni nel territorio croato agli ex proprietari aventi la cittadinanza italiana, vi sono stati negli ultimi anni molti incontri tra i vertici del Governo italiano ed i vertici del Governo croato, ma la Croazia si è sempre rifiutata di concedere le restituzioni ai cittadini italiani, giustificando il proprio operato con il fatto che l’Italia, con il Trattato di Osimo, aveva definito tutta la questione relativa ai beni situati sul territorio della ex Jugoslavia ed appartenuti a coloro che dopo la seconda guerra mondiale avevano optato per la cittadinanza italiana.
Anche le amministrazioni croate, che hanno emanato provvedimenti a seguito di richieste di restituzioni presentate da cittadini italiani, hanno sempre (in base alle mie esperienze su tali questioni) respinto tali richieste, giustificando il rigetto delle domande con il presupposto che le questioni attinenti ai beni dei cittadini italiani erano state risolte in base agli accordi internazionali stipulati tra l’Italia e la Jugoslavia.
LA COMMISSIONE LEANZA (2001):
Le categorie di beni non rientranti negli accordi italo-jugoslavi
Sulla base di quanto risulta dal rapporto finale della Commissione mista Ministero degli A#ari Esteri / Federazione degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati del 22 dicembre 2001 (c.d. Commissione Leanza), molti dei beni abbandonati nella ex Jugoslavia dai cittadini italiani a seguito della seconda guerra mondiali non possono in nessun modo essere ricompresi nei trattati di pace e nei successivi accordi internazionali, e che pertanto per tali beni la Croazia erra nel non concedere la restituzione adducendo come motivazione la risoluzione del problema a seguito della firma dei predetti accordi.
La Commissione Leanza ha infatti individuato diverse categorie di beni non rientranti negli accordi italo-jugoslavi e precisamente:
a) I beni esclusi, in quanto incamerati prima del Trattato di pace a seguito di misure oblative generali (art. 79);
b) I beni esclusi, in quanto incamerati prima del Trattato di pace a seguito di provvedimenti ad personam;

c) I beni esclusi per carenza della condizione di optante riguardo a soggetti già in Italia o fuggiti clandestinamente;

d) I beni che risultano ancora iscritti in favore di esuli e nella loro libera disponibilità;

e) I beni espropriati in violazione della legislazione jugoslava.
RIGETTATE TUTTE LE DOMANDE
In tutti questi casi, sulla base di quanto a#ermato dalla Commissione Leanza, la Repubblica croata non avrebbe alcun diritto di negare il diritto alla restituzione nei confronti dei cittadini italiani, in quanto tali beni non erano assolutamente ricompresi negli accordi italo-jugoslavi.


Sulla base delle mie personali conoscenze, purtroppo, Zagabria non ha ancora mai riconosciuto il diritto alla restituzione a cittadini italiani pur nelle ipotesi sopra contemplate, ritenendo di rigettare le domande di restituzione presentate dai nostri connazionali, a#ermando che tutte le questioni relative ai beni degli italiani sono state tutte disciplinate con gli accordi italo-jugoslavi. 
 
 
 
210 – CDM Arcipelago Adriatico 17/04/13 Gloria Nemec: nascita di una minoranza - Testimonianze della lunga battaglia per un'italianità spesso negata
Gloria Nemec: nascita di una minoranza

Testimonianze della lunga battaglia per un'italianità spesso negata

NASCITA DI UNA MINORANZA. Istria 1947-1965: storia e memoria degli italiani rimasti nell’area istro-quarnerina. Già il sottotitolo dell’opera ben sintetizza il contenuto del volume, che descrive attraverso testimonianze le condizioni di vita degli italiani rimasti nel territorio ceduto alla Jugoslavia dopo il suo massiccio abbandono da parte della gran parte dei suoi abitanti.

Prof.ssa Nemec, la memoria dei rimasti può essere ancora definita impaurita - come afferma il prof. Pupo nella Prefazione - e il loro comportamento improntato al tacere e mimetizzarsi?

“Non credo che gli istro-italiani abbiano più bisogno di tacere e mimetizzarsi, anche se la duratura percezione del controllo sociale e l’amnesia promossa come ragion di Stato, rispetto a eventi come l’esodo della maggioranza dei connazionali, hanno lasciato il segno: hanno comportato l’apprendimento di modalità di espressione caute e prudenti, conformi a un regime che non tollerava antagonismi alle versioni ufficiali; il silenzio ha avuto un senso storico, a lungo è stato una strategia di difesa della sfera privata contro l’invadenza della sfera pubblica. Se abbiamo oggi questi racconti è perché si sono conservati entro nuclei familiari e comunità che poterono funzionare come contesti di difesa e accoglienza, mentre le versioni ufficiali si imponevano nella generale svalorizzazione della minoranza. Sono necessari interlocutori solidali e pratiche sociali nelle quali i ricordi possano essere collocati a fare in modo che non restino fatti privati e irrilevanti. La ricerca storico-sociale con le memorie dei protagonisti va in questa direzione: obiettivo statutario della storia orale è quello di dar voce a chi non ne ha avuta, ha parlato in modo sommesso entro cerchie ristrette o non ha parlato per niente. Attraverso questo tipo di fonti si ricostruiscono esperienze, dinamiche, interpretazioni non altrimenti documentabili che entrano nel vivo delle trasformazioni postbelliche. In tal modo si apre la gamma delle differenze, si arricchisce il quadro di tante variabili, rendendo giustizia a tanti percorsi, spesso occultati da definizioni univoche e semplificatorie come quella di “ rimasti”.

Quali sono le difficoltà che ha incontrato nella raccolta delle testimonianze?

“Nel volume diverse pagine sono dedicate all'analisi dei diversi stili narrativi, delle motivazioni per tacere o per parlare del passato, delle condizioni stesse di produzione ed elaborazione delle memorie. Dobbiamo tener presente che parliamo di un ventennio di formazione della minoranza, nel quale le urgenze della vita quotidiana suggerivano di non vedere troppo, di non giudicare, di imparare a vivere nei termini di normalità l’anomalia del passaggio da una condizione egemonica a quella di minoranza. Ovunque nel dopoguerra il lavoro di superamento dei traumi e dei lutti impegnò non poco le società, qui esso fu continuativo rispetto al dopo-esodo e parallelo ai processi di neo-integrazione nella Jugoslavia comunista: tutto l’insieme richiedeva familiarità con l’oblio, capacità di “girare pagina”. Posso dire che generalmente buona è stata l’accoglienza riservata a me ed al mio progetto d’indagine, la trasmissione ha potuto realizzarsi nel contesto istriano di fine decennio del nuovo secolo, all’interno di ambienti culturalmente vivaci e confortevoli come quelli delle comunità italiane, in un momento in cui erano alle spalle la dissoluzione delle ideologie, il tramonto dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia, la scomparsa del confine tra Slovenia e Italia, tutti fattori capaci di riformulare il rapporto tra la minoranza italiana, l’istrianità e il più ampio contesto balcanico. Altri elementi hanno favorito la narrazione: era presente, a vari livelli, la consapevolezza di una sorta di “ultimo appello”, ovvero della crisi di una “memoria vivente”, determinata dalla progressiva scomparsa di testimoni diretti degli eventi cruciali del ’900; è stato possibile anche un uso costruttivo della memoria, nel senso che i membri di una minoranza possono compensare la perdita di diritti e valore nel passato con il desiderio di un avvenire migliore per le generazioni successive. E’ chiaro che la qualità delle aperture è stata diversa, come in ogni ricerca storica sul campo che comporti lavorare con i testimoni: si tratta di entrare in relazione con disposizioni e situazioni molto diverse, a maggior ragione in questo caso, dal momento che chiedevo di rievocare gli anni più duri del dopoguerra, di raccontare un passato discusso e spesso traumatico: quasi non vi è famiglia tra i rimasti che non sia stata segnata e ridefinita dal ventennio post-bellico e io ho chiesto le storie familiari, per poi restituirle in una cornice più ampia”.

Sembra ormai accertato ed accettato che le motivazioni per esodare come quelle per rimanere sono state molteplici. Quali sono i motivi per rimanere che emergono dalla sua ricerca?

“Parte centrale della ricerca è stata proprio quella relativa all'esplorazione delle molteplicità di vincoli e microfattori che indussero alla permanenza. Molto è emerso rispetto alla difficoltà di percorrere il labirinto delle opzioni, rispetto alle quali le memorie segnalano robusti deterrenti; nella varietà e complessità delle testimonianze si evidenziano molti altri elementi, come legami forti con il territorio, obblighi parentali, il freno esercitato dagli anziani, stanchezze dei reduci dalla guerra a lungo lontani dal luogo d'origine, sfiducia nelle possibilità offerte dall'Italia, moti di speranza nel futuro socialista. Il fattore tempo per le generazioni nate negli anni '30 fu fondamentale: man mano che i tempi di incertezza e attesa si allungavano si verificavano processi d’integrazione nel nuovo contesto politico-sociale: formativi, lavorativi, matrimoniali. In tali direzioni gli istro-italiani inaugurarono sistemi complessi di tipo adattivo, affrontarono iter formativi - linguistici, politico-culturali, di relazione inter-etnica - sperimentando istanze normative e regole implicite per realizzare strategie di sopravvivenza e stabilizzazione. Il lavoro sulle memorie non giunge a conclusioni univoche, ciascuna delle tante questioni trattate - le condizioni materiali di vita, la percezione dell’esodo, la formazione dei giovani, il comunismo, il rapporto con il territorio, l’economia e il lavoro, ecc. - si presta poi più che a conclusioni a considerazioni, spero di tipo nuovo”.

Le motivazioni ideologiche per rimanere furono - a suo avviso - più numerose delle altre?

“Alcuni, soprattutto i più giovani, avvertirono un esuberante moto di speranza e uno slancio rivoluzionario diretti a costruire una società socialista e una vita nuova all’insegna della fratellanza italo-slava. “Ci credevamo ” è espressione che segnala l’impegno in concreto attivismo, nella proiezione verso un futuro che pareva dietro l’angolo, intensamente desiderato e inseguito con forza collettiva. La fame e le paure, i danni e i lutti della guerra, le violenze, le lacerazioni familiari e comunitarie potevano esser concepite alla stregua di miserie private, incidenti di percorso, nella rincorsa verso un avvenire carico di promesse. Per gli altri, che si ritrovarono, spesso loro malgrado, a fungere da retrovia del movimento dell’esodo, contava il fatto che gli italiani avevano perso le loro classi dirigenti ed erano giunte le nuove leve dei Poteri popolari, solo in parte autoctone, per il resto provenienti da altre regioni jugoslave. Si ritrovarono dispersi e spaesati, a fronte di un nuovo analfabetismo, in senso letterale e per molti anche in senso politico: questo fu particolarmente vero dopo il 1948, quando a molti risultò incomprensibile la svolta indotta dalla risoluzione del Cominform. Le nuove gerarchie create dalla politica comunque non favorivano gli italiani, giocavano a loro sfavore le colpe del fascismo - dalla snazionalizzazione alla guerra perduta - e la passata egemonia economica e culturale, fatto che li rendeva l’immediato bersaglio della lotta di classe. Inoltre le crisi acute di relazione tra Italia e Jugoslavia coinvolgevano l’intera minoranza, com’è documentato dalle vicende del suo organo maggiormente rappresentativo, l’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume, la cui storia appare strutturata come una guerra fatta di sconfitte e arretramenti, battaglie vinte e territori riconquistati, in un contesto di perenne ri-legittimazione”.

Molti esuli considerano i rimasti traditori e collaborazionisti e perciò non vogliono avere a che fare con loro. E’ una taccia giustificata?

“E’ uno dei nodi più dolorosi e centrali nella relazione tra esuli e rimasti, violenze e tradimenti costituiscono un lutto complicato da elaborare, che coinvolge più generazioni. Uno dei principali addebiti fatti ai compaesani da chi partiva era infatti quello di aver preso parte al movimento espulsivo, in quanto inquadrati nei Poteri popolari; ma la generalizzazione e il relativo rancore spesso sorvolano sul fatto che buona parte di coloro che si erano compromessi in atti particolarmente zelanti e odiosi era poi partita anch’essa. La personalizzazione della colpa può finire con l’estendersi all’intera minoranza, che per essersi adattata sembrava negare la sua italianità, di fatto continuamente contrattata e difesa negli spazi consentiti dallo jugoslavismo integrale. La presenza di una controparte alla quale attribuire almeno alcune colpe per le proprie vicissitudini, è in genere fattore decisivo nei processi di costruzione della memoria collettiva. Le rappresentazioni vicendevoli hanno ripercorso le linee di demarcazione politico-culturale della guerra fredda, ritraendo l’altra parte come politicamente invischiata nella propaganda della destra italiana o slavo-comunista. L’esito paradossale di questo percorso di personalizzazione della colpa era l’assoluzione dei regimi, lasciava sullo sfondo la guerra perduta e un buon pezzo di ’900. L’Istria, nei due decenni oggetto della ricerca, per molti italiani non fu sull’altra sponda adriatica, ma un continente lontano; ma al tempo stesso in altre realtà familiari, in una dimensione privata, si mantenevano relazioni con i congiunti oltreconfine, non solo in termini di corrispondenza ma anche di aiuti, provenienti da chi si era stabilizzato in Italia e provvidenziali per chi era rimasto nella desolata miseria del dopoguerra istriano”.

Quale fu la situazione “oggettiva” degli italiani rimasti dopo la prima massiccia ondata di esodo, cioè intorno al 1950?

“Se per oggettiva intendiamo quantificabile, nei territori istro-quarnerini ceduti nel 1947, la popolazione italiana era stimabile attorno alle 225.000 unità. Quasi in concomitanza con il movimento delle opzioni, si avviò nel marzo 1948 il primo censimento ufficiale jugoslavo, che per le zone dell’Istria, Fiume, Zara e le isole quarnerine, definiva la cifra provvisoria di 79.575 italiani, con esclusione della Zona B. Nel nuovo censimento del 1953 il gruppo nazionale italiano risultava più che dimezzato, con 35.874 presenze, che nella terza rilevazione statistica del 1961 diventavano 25.614. Era cifra che per la prima volta comprendeva anche i territori dell’ex Zona B ed era destinata a scendere ulteriormente. Il minimo storico si raggiunse nel 1981 con circa 15.000 presenze”.

Gli italiani rimasti divennero - e abbastanza bruscamente - da maggioranza minoranza e cittadini jugoslavi, tenuti ad obbedire alle leggi della Jugoslavia ma di nazionalità italiana. Come si può spiegare a chi vive lontano dal nostro territorio la complessità, difficoltà e ricchezza di questa situazione, che si può riassumere nella domanda: “Cosa significa essere una minoranza”? E’ una tematica che dovrebbe essere oggetto di riflessioni e dibattiti in città di confine come Trieste per capire, oltre che la nostra minoranza vivente in Croazia e Slovenia, la minoranza slovena residente fra noi.

“Dobbiamo pensare che il tema della preservazione - ma anche della rigenerazione - delle identità culturali sia fondamentale per le minoranze, sebbene nel dopoguerra molti impegnati sui fronti della sopravvivenza, del superamento dei lutti, delle nuove integrazioni, abbiano delegato tale compito a ridotte élite. Solo ristretti gruppi di intellettuali furono capaci di ragionare in termini di salvaguardia del patrimonio linguistico, dei saperi e delle tradizioni, furono in grado di mantenere ottiche alternative e solidi legami con l’eredità di un passato che andava rivisitato ma non cancellato. La successiva ripresa della vitalità comunitaria si fondò sul loro lascito, sulle possibilità di trasmetterlo alle nuove leve che nel frattempo si erano formate. Nel contesto attuale il ricambio generazionale ha esteso la possibilità di attingere al patrimonio del passato, ma ha anche favorito la formazione di identità miste e consapevoli del ruolo di protagonista che le minoranze possono avere in senso culturale ed economico, come interfaccia tra lingue e tradizioni diverse. La minoranza italiana in Istria ha dimostrato come il tema della salvaguardia della cultura nazionale possa pacificamente convivere con altre identità, prefigurando una società multiculturale nella quale delle vecchie ideologie si usa solo ciò che può tornar utile nei progetti di contaminazione e di scambio”. 

Quale fu la più grande sofferenza dei rimasti del primo periodo dell’esodo, cioè intorno al 1950?


“Diciamo che per i rimasti si prospettò un ventennio di difficoltà decrescente, sotto il profilo economico come del controllo sociale, entro una società che stentava a smilitarizzarsi e a democratizzarsi. Le testimonianze sono totalmente eloquenti sulla gamma delle problematicità: in tante storie familiari si sommarono eventi che anche presi singolarmente per altri nuclei erano stati sufficienti a determinare la scelta di partire; in questi casi diversi condizionamenti e vincoli evidentemente funzionarono da contrappeso. Forse la più sofferta fu l’irreversibile crisi degli assetti familiari e comunitari, il crollo di un sistema di vita; la sofferenza per l’allontanamento dei congiunti cresceva con il progredire dei distacchi e la desertificazione dei luoghi, sino a diventare drammatica quando se ne andavano gli ultimi anelli di una catena, con uno stillicidio di partenze che continuò sino agli anni ’60. Molti hanno indicato il tremendo vuoto generazionale che si aprì: la perdita dei coetanei fu vissuta in termini di “furto”, il sentimento spiazzante della solitudine comportò spaesamenti capaci di orientare il percorso di vita. Grave e protratto fu anche l’isolamento rispetto alla nazione madre; anche se a livello individuale e dei Circoli italiani di cultura, molti si diedero da fare per procurarsi libri e contatti, per una rete strutturata di scambi con l'Italia si dovette attendere il 1964. In tale torno di tempo non fu facile mantenere un profilo identitario per una minoranza che continuava a perdere peso, a subire la chiusura di scuole e circoli, ad essere accusata di separatezza e distacco rispetto alle organizzazioni dell’UAIS. Era incoraggiata la relazione con la minoranza slovena in Italia, tutelata dalla stessa normativa del Memorandum, ma l’Italia era pur sempre un paese capitalista e la sua produzione culturale poteva mettere sotto falsa luce quello che in Jugoslavia era definito in termini di progresso sociale. Grande doveva essere la confusione attorno ad un concetto di cultura che doveva coinvolgere gruppi dispersi e proletarizzati”.

Dalla lettura della sua ricerca io ho tratto l’impressione che i rimasti di prima generazione sono lungamente vissuti in una situazione di disagio e sofferenza non minore di quella che hanno sofferto gli esuli, anche se diversa. Lei cosa ne pensa?

“L'immagine di una separazione da guerra fredda, con esuli e rimasti divisi da filo spinato, antagonisti rispetto al primato delle ragioni e del dolore, è uno dei lasciti più penosi del dopoguerra e specifici di questo nostro nord-est. Credo che l’elaborazione del lutto per un mondo scomparso e la condizione dello spaesamento furono a lungo condivise dall’una e dall’altra parte, impegnate in contesti diversi ma che richiedevano un consistente lavoro di adattamento e di ridefinizione identitaria. Oggi è chiaro che un largo e comune sostrato culturale e linguistico unisce le memorie della diaspora a quelle dei rimasti, ne è sintomo il tema della preservazione dell’identità culturale, l'enfasi sull’autoctonia, le radici, una territorialità che materialmente e simbolicamente contiene il ceppo delle origini. Sul piano dell'esperienza, entrambe le parti sperimentarono sentimenti minoritari e il travaglio dell’accoglienza: l’una nell’essere accolta, l’altra nell'accogliere altre etnie e culture; entrambe il restringersi della parlata materna agli ambiti strettamente familiari; entrambe la condizione di chi sostenne il peso schiacciante della storia”.

Carmen Palazzolo
 
 
 
211 - La Voce del Popolo 23/04/13 Cultura - D'Annunzio: La sostenibile leggerezza dell'ignoranza
La sostenibile leggerezza dell’ignoranza
Qual è l’eredità culturale, sociale e anche politica di Gabriele D’Annunzio che si respira a Fiume e tra i fiumani oggi? È quanto ci siamo chiesti nel 150.esimo anniversario della nascita del Poeta Soldato, avvenuta a Pescara il 12 marzo 1863. Personaggio di spicco della storia novecentesca, ideò slogan famosi come “Boia chi molla”, “Memento audere semper” (ricorda di osare sempre), fu un’intellettuale votato all’azione, che per la causa nazionalista si batté sin dalla Prima guerra mondiale e fino all’Impresa di Fiume. 
Quest’ultima, tuttavia, non fu un movimento esclusivamente legato all’ambito nazionalistico e della destra in genere, come lascia sottendere la storiografia ufficiale (in particolare quella croata, che considera D’Annunzio il primo fascista della storia e l’Impresa stessa come l’evento edificatore del totalitarismo fascista), bensì coinvolse in forme diverse tutto quel coacervo di forze eterogenee fuoriuscite dal conflitto del 1914 – 1918 e in cui trovarono spazio anche anarchici, comunisti, rivoluzionari nonché tanti artisti.
Figura carismatica
Gabriele D’Annunzio fu l’elemento carismatico in grado di mantenere gli equilibri in un ambito così vasto e diversificato di personalità e ideologie. Basti pensare che la sua Carta del Carnaro – costituzione della Reggenza italiana del Carnaro – si basava su principi sociali e libertari, con un sistema democratico corporativo, che prevedeva tra i tanti punti il suffragio universale senza distinzione di sesso, il sistema d’assistenza e delle pensioni, l’unicità del sistema d’emissione alla libertà di iniziativa economica privata, nonché l’uso dalla propria madre lingua nelle varie zone della Reggenza italiana del Carnaro. 
Questioni che anticipavano, di gran lunga, gli eventi che in Italia si sarebbero sviluppati solo con le politiche riformiste del Fascismo o, più tardi, con l’Italia repubblicana.
Ma quanto i fiumani sanno su D’Annunzio? E come lo vedono? Come una figura negativa o positiva per la storia della città? A tratti sbalorditivo l’esito di questa mini-inchiesta, perché emerge chiaramente come la fetta più giovane della popolazione sia pressoché all’oscuro di tutto, mentre quella più anziana ha rivelato un’infarinatura basilare sul personaggio e sul suo operato.
“Il nome non mi dice assolutamente nulla. So di averlo sentito da qualche parte, ma non riesco a inquadrarlo in un determinato contesto. Non saprei dire se sia stato un personaggio positivo o negativo per la storia di Fiume”, dice Dražen Zrinščak.
Architetto, pittore, sindaco?!
La giovane Ivana Diklić ci risponde invece: “Forse è stato un architetto, che ha operato nella nostra città, costruendo degli edifici. Va considerato quindi come una figura positiva”. 
Sulla stessa falsariga anche la studentessa Dea Nulić: “Probabilmente Gabriele D’Annunzio è stato un pittore che operò a Fiume”. 
Non si scosta di molto il giudizio di Denis Pilepić: “Penso che a lui sia intestata una piazza a Fiume, però il nome e la figura non mi dicono assolutamente nulla”.
Rico Tijanić afferma: “Molto probabilmente è stato un fiumano italiano. Sfortunatamente la materia storica non era il mio forte a scuola, e pertanto non so dire di più”.
Il primo fascista della storia
“A grandi linee so chi fosse”, premette Veljko Vlah, l’unico che è riuscito a renderci una certa immagine di D’Annunzio. “È stato un poeta ed esponente della letteratura del Novecento nonché politico italiano. In questi territori, con la sua Impresa di Fiume, è considerato come il primo fascista della storia, e quindi un personaggio storico completamente negativo”, ha aggiunto il pensionato, che alla nostra domanda su quale sia la sua opinione sulla Carta del Carnaro, documento di assoluto valore sociale e libertario, rileva: “All’epoca era certamente una cosa rivoluzionaria, peccato che a tutt’oggi questi diritti basilari vengo spesso a mancare”.
«Sarà stato un personaggio positivo, se viene menzionato ancora oggi»
Anche il giovane Petar Jedvaj è riuscito a tracciare alcuni aspetti generali legati alla figura di D’Annunzio: “È stato il governatore italiano di Fiume. Ha vissuto al Palazzo del Governatore. Penso che la sua figura non sia ben vista a Fiume e in generale in Croazia. Purtroppo è tutto quello che so dire di lui”, ha confessato. Secondo Petar Bavaljerski “è stato certamente un uomo di potere. So che è legato alla Fiume italiana ed è tutto quello che so dire”.
Neanche il nostro ultimo interlocutore, Feđa Smokvina, è stato in grado di dirci di più: “In tutta sincerità il nome non mi dice niente. Forse è stato un sindaco di Fiume. Molto probabilmente, se viene ancora oggi menzionato, è stato un personaggio positivo per la nostra città” ha detto.
Gianfranco Miksa
 
 
 
212 - La Voce del Popolo 20/04/13 Cultura - Siamo cuccioli di un'Istria abbandonata dalla Storia
Siamo cuccioli di un’Istria abbandonata dalla Storia
Il libro “Piccolo elogio della non appartenenza. Una storia istriana”, di Michele Zacchigna, pubblicato postmortem, è stato presentato negli spazi della Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza” di Umago. Si è voluto così simbolicamente riportare, in un certo senso, l’autore nella terra che gli ha dato i natali, come hanno spiegato gli organizzatori dell’incontro letterario.
La serata umaghese è stata aperta da Marino Vocci, che ha fatto un’introduzione all’opera di Zacchigna, originario dell’Umaghese, classe 1953, esule, morto a Gemona nel 2008. Il nostro ha fatto per anni l’insegnante di storia e filosofia nelle scuole secondarie superiori, prima di approdare all’Università degli Studi di Trieste come ricercatore di Storia medievale. Autore di numerose pubblicazioni di carattere scientifico sulla storia medievale del Friuli Venezia Giulia, “Piccolo elogio della non appartenenza” è la sua unica opera narrativa; un’opera che ben testimonia – come ricorda l’amico e maestro Paolo Cammarosano (di cui è la postfazione) – la sua “estrema cura per la traduzione del pensiero nella parola scritta”.
“Piccolo elogio della non appartenenza” potrebbe essere un lavoto etno-ombelicale, elegiaco, discretamente calligrafico, frammentario, in cui la nostalgia per l’Istria perduta è ossessione e ispirazione, demone e musa malinconica e magnifica al contempo. La sensazione è che ci sia poco o niente di politico, bensì ci troviamo di fronte a un mémoir, a una scrittura personale su ciò che si è silenziosamente trattenuto per una vita intera. E difatti, la gioventù di Zacchigna è stata contraddistinta da un lungo periodo di silenzio sulla storia e il passato della famiglia. In casa non si parlava dell’esodo, perché ciò avrebbe significato riaprire ferite mai rimarginate del tutto. I racconti dei genitori gli hanno però trasmesso un sentimento di attaccamento alla sua terra privo di quel rancore che dominava invece i pensieri dei suoi parenti. Il volume è denso di idee; la narrazione di Zacchigna denota una dose di pazienza e delicatezza, un rapporto con l’Istria naturale, e tra le sue righe leggiamo anche le idee di Tomizza, che ha raccontato la penisola della pluralità di lingue, paesaggi, culture, di presenze che convivevano e che non si negavano l’una con l’altra.
Zacchigna ha vissuto una vita contrastante; la terapia del suo “ritorno” ricompone e pacifica, lenisce le ferite, come ha rilevato Vocci.
Patrizia Vascotto ha aggiunto che il libro di Zacchigna, nonostante le sue sole quaranta pagine, ha la capacità di farci pensare. Anche il titolo, dove per appartenenza si intende quello che è successo nel passato vicino a noi, ci dice tante cose. E si ragiona per per flash e riquadri. Il capitolo con cui si apre il viaggio attraverso la non appartenenza è “Cuccioli istriani” – il termine di “cucciolo” si riferisce non a dei bambini, ma a qualcosa di minuscolo e indifeso –, per proseguire con “L’età dell’oro”, sicuramente un titolo letterario, cui l’autore ricorre per farci capire come possa venir chiamata “casa” un campo di accoglienza per profughi. Zacchigna esule a Trieste vive una città “radiosa di freddo, di bora, di mare”.
E il problema dell’appartenenza ora diventa molto forte. Il rimpianto dell’età dell’oro rischia di diventare quasi ingombrante. Come sottolineato dalla Vascotto, i giovani oggi non si interessano più di tanto del passato e siamo noi quelli che dobbiamo fornire loro la storia.
Le pagine di Zacchigna tracciano un percorso di emancipazione, un processo di sottrazioni successive, che comporta un peso diverso – ma non meno gravoso – fatto di spezzature, abbandoni e divorzi. L’identità di struttura Zacchigna la ritrova nei tratti e nelle fattezze del cadavere della madre e la ricorda in due capitoli. Guardando il passato, per appartenenza si sono sempre scatenate lotte, guerre e ciò ha negato il diritto fondamentale dell’uomo: quello di essere sé stesso.
Notiamo in quest’opera, ha ricordato ancora la Vascotto, elementi comuni a quelli di Marisa Madieri in “Verde acqua”: l’infanzia dei due, il mondo visto attraverso gli occhi dei bambini, l’incapacità di comprendere la propria indigenza sono fatti che turbano la vita dei due giovani scrittori.
Altro pregio del libro è l’italiano straordinario in cui è stato scritto. Zacchigna ha scelto le parole con cura, ha usato quelle più precise che la lingua italiana conoscesse.
Giorgio Pilastro, a nome di Nonostante Edizioni – la sua collana “Microgrammi” si è inaugurata proprio con il libro di Zacchigna –, ha detto di aver voluto raccogliere scritti che condensassero racconti e riflessioni in testi brevi per riuscire così a trasmettere il nocciolo della questione trattata, facendo in modo che la storia istriana di Zacchigna diventasse una storia universale.
Kristina Blecich
 
 
 
213 - La Voce del Popolo 20/04/13 E & R - Un viaggio a Fiume
Un viaggio a Fiume

a cura di Roberto Palisca
IERI E OGGI
L’ intimo piacere dei ricordi di un esule tornato... a casa
di Egone Ratzenberger
E improvvisamente sei proprio nel mezzo di quella piazza Zabica che con qualche pennellata idealizzante hai ricostruito qualche mese fa. Va bene, d’accordo, ci sono queste efficienti, stupide corriere (non “autobus”) che hanno poco a che vedere con i pazienti cavalli di un tempo che infastiditi dalle mosche si dedicavano appassionatamente alle loro razioni di biada attendendo il “hije” dei loro kutscher. 
No, alcune cose sono diverse, ma i Cappuccini ammantati nel loro neogotico sono lì e fra quella gente sulla terrazza c’è forse anche il “muleto” che si arrampicava dalla cappella di Giuda Taddeo a livello strada verso la chiesa principale; che poi, onestamente, questa cappella di Giuda Taddeo non l’ho mai capita. Intanto il nome: Giuda è Giuda e non può essere camuffato sotto il nome di Taddeo. Questi sembra essere più buono, ma abbiamo delle garanzie? Mi ricordo che la cappella era rischiarata da finestrelle e da candele, tante candele (tuttora lo è) e affollata da molti fedeli che pregavano assorti. Si desiderava che le loro preghiere fossero esaudite.
Finalmente a casa
Insomma si arriva in mezzo alla Zabica e si è a casa e si ha voglia anche di andare al negozio a vedere papà ma è probabile che egli si sia assentato, magari per sempre. Andiamo a vedere la mamma e la zia e la commessa con i capelli a boccolo tipo anni quaranta poi emigrata in Australia; e magari ci troviamo anche lo zio Cadorini, piccolo e “stagno”, marito della sorridente zia Aurelia, con un bellissimo nome oggi quasi scomparso (ce l’ha però Lallo Cosatto), eccezionale nel distribuire biscotti regali ovviamente fatti da lei. 
Però come c’inganniamo nel giudicare le persone anziane che incontriamo e che non riusciamo a vedere nei loro panni giovanili! Della mite zia Aurelia si sussurrava in famiglia che verso il 1905-1906, va a sapere, l’avevano dovuto maritare con una certa fretta perché palesava una peculiare tendenza a scavalcare i muretti per incontrarsi col moroso. Col nonno e le altre figlie e figli (la nonna era morta) abitavano in una casetta fuori città dove il nonno gestiva una scuola privata di tedesco ed una stradina saliva dalla piazza dei Pioppi quasi all’altezza del Silurificio, verso Podmurvice (“Sotto i gelsi”). 
E lì una delle figlie, la zia Mitzi, (poi entrata nel mito familiare) per scrutare dei libri scolastici si dimenticò del piccolo gregge cui doveva accudire e che con compunzione pascolava su dei binari ferroviari, facendo arrestare un treno che fortunatamente procedeva a piccola velocità. Forse si dovrebbe dire “felix culpa” perché il macchinista fece poi amicizia con mio nonno e il resto della famiglia con la moglie - la zia Stratil - che era una convinta protestante boema forse luterana o più probabilmente hussita e che una volta in anni posteriori mi portò a un servizio divino che si teneva in “citavecia”. 
Il frate cappuccino a cui lo raccontai fece un balzo: erano tempi in cui le altre confessioni cristiane erano aborrite. Anche questo è cambiato oggi; in molti casi (ad es. con i luterani) le scomuniche sono state tolte; in alcuni casi, soprattutto il 25 di gennaio, giorno dell’unità dei cristiani ci si trova per celebrare insieme il servizio divino.
Dalla zia Stratil a Podmurvice andavamo sempre di domenica; era una passeggiata ritemprante; seguivamo la via Trieste o più spesso la via Fratelli Branchetta passando davanti alla caserma Diaz. Talora vi andavo anche durante la settimana per giocare alla guerra. Oltretutto era ben tempo di guerra. Difendevo fortini, uccidevo molti fastidiosi nemici, sentivo il pungente olezzo delle foglie di pelargonia e del fico, davo la caccia alle puzzolenti cimici persiane. 
La zia era ormai vecchia e curva ma “gucciava” (sferruzzava) indefessamente in una specie di casotto costruito sull’aia. Era un silenzioso esempio di probità ed essa mi ricorda i pionieri che hanno fatto l’America. Così come sono raffigurati nel dipinto “American gothic” dell’Art Instituite di Chicago che effigia un’austera coppia di contadini che prega in piedi in una pausa del lavoro agricolo. Lei con l’espressione alquanto severa. Lui assorbito dal lavoro ma anche dall’esaltante concetto del Dio unico personale e inflessibile.
La «patoca» signora Marisa
Non sono affatto solo. Anzitutto per due compagni di viaggio e cioè un meccanico bolognese e la fiumana “patoca” signora Marisa che col suo bellissimo dialetto testimonia della tenace vivacità della nostra cultura. E poi perché in questo viaggio a Fiume è mio sodale il freddo che combatto con un molto invernale cappotto lungo (a marzo inoltrato!), la “kapica” o berretto rotondo di lana, modello proletario e una calda sciarpa avvolgente. Ci vorrebbero forse anche le noiose scarpe lunghe che sono tutto un’impresa mettere e togliere. 
Mi metto in cammino verso piazza Regina Elena; mi scusino l’appellativo i fiumani odierni (se ricordo bene oggi si chiama Jadran) ma va detto che la predetta sovrana fu esemplare; forse a ciò la predisponeva la sua spartana educazione montenegrina corretta da un po’ di “pietroburghismo”. E appunto a Pietroburgo, alla corte dello zar, la conobbe Vittorio Emanuele il futuro sposo. Due sorelle sposarono dei granduchi russi e una introdusse il famoso Rasputin a corte; un’altra ancora dette alla luce re Alessandro Karageorgevic che con Tito riuscì a tenere insieme quella difficile entità che fu la Jugoslavia. Insomma il loro padre Nicola di Montenegro, gran lazzarone davanti a Dio e agli uomini, si insinuò con la sua discendenza in non poche aristocrazie e case reali per poi perdere a Versailles il regno. 
Oggi il Montenegro è comunque indipendente e lo era anche quando il principe ereditario italiano Vittorio Emanuele andò nel 1896 a chiedere la mano della figlia Elena e Nicola organizzò in suo onore una sontuosa battuta di caccia in certi boschi situati non lontano da Cetinje e vicino ad una cittadina denominata Rijeka…
L’importanza dei primi 12 anni
L’inizio del Corso (Korzo) è quello di sempre e con le stesse case e allora sento una volta di più il fenomeno già registrato alla Zabica: si prova il sentimento di non aver mai lasciato Fiume forse perché è vero quel che si dice che cioè si è quel che si è divenuti nei primi dodici anni della propria vita. E lo direi anche in altra maniera: l’esperienza dei primi anni sono così intense e vibrano con tale forza nei precordi da fissarsi in essi con intensità. Per cui ritornando sui luoghi ci si avvolge con un intimo piacere nel tabarro delle rimembranze. Col grave e forse inevitabile pericolo di divenire sentimentale (dietro l‘angolo vi è il pericolo delle lacrime). 
Si finisce per esaltare un vicolo ad es. quello che nel Corso è il primo a sinistra; in cui si è allargato a destra e manca un ristorante già esistente nei tempi preistorici e che porta ad una strada ormai chiusa dov’era l’officina dello zio; lì usai per la prima volta il telefono, strumento non tanto diffuso allora e quindi fu un’esperienza esaltante! La mia sorella minore, mai a corto di idee cretine, voleva mandarmi nell’officina a fare pratica del mestiere di operaio mentre io ne sentivo acutamente il degrado sociale. E’ noto: si era allora più consapevoli della propria posizione anche modestissima nella società, o almeno io lo ero. Oggi riterrei invece molto utile aver una maggiore capacità manuale; mi preparo a farlo nella prossima vita. 
Fantasmi del passato
Il vicino albergo Bonavia è pieno di ufficiali tedeschi della Wehrmacht nonché dei loro attendenti, dei loro sergenti che scattano sull’attenti mentre vengono profferiti dei comandi con voce decisa magari anche secca, magari anche gutturale (come sempre quando si parla oggi delle forze germaniche di allora). Forse c’è anche qualche importante repubblichino ma non l’ho notato, ma certamente si aggirano nella “hall” delle giovani signore che parlano il tedesco con voce carezzevole. Non mancano fuori dell’albergo le sentinelle ed il filo spinato. 
Di fronte all’albergo si allineano le finestre dell’edificio scolastico Emma Brentari da cui esce un cinguettio di voci di ragazzine. Ma poi le “larve” come nelle opere liriche si chiamano i fantasmi, svaniscono a poco a poco in lontananza e mi sono trovato sotto la Torre Civica a leggere una lapide in latino che fa stato di un terremoto del 1750 che obbligò l’allora reggente a rifare l’edificio. 
Dopo la Torre la distruzione. Mentre i polacchi ricostruivano le città di Danzica - di impronta tedesca! - e la loro Varsavia con amore ed artistica accuratezza, la Jugoslavia di Tito nella sua epifania zagrebina usava l’accetta per sfasciare il tessuto urbanistico della “citavecia”. Forse volevano imitare l’Italia di Vittorio Emanuele II che nei pochi anni che stette a Firenze riuscì a distruggerne il centro medioevale o l’Italia umbertina e del duo Mussolini-architetto Piacentini che si accanì su Roma distruggendo vari angoli di questa meravigliosa città. 
La «mlekarica» e Zajc disorientati
Ci sono stati anche dei veri e propri delinquenti che volevano portare le automobili a piazza san Marco. Penso che nei decenni futuri e se in Europa torneranno i soldi, cosa niente affatto scontata, qualcosa si dovrà pur fare per la “citavecia”, per ricostruire qualcosa del vecchio tessuto urbano di Fiume-Rijeka, magari mostrando così al mondo cosa si può fare per porre un rimedio alle tante mascalzonate di amministratori ed architetti impazziti. Di modo che la “mlekarica” lo possa riconoscere ed eziandio il compositore Zaich quando tornerà sui luoghi dov’è nato. 
In fondo il titoismo (e in genere i regimi socialisti) hanno avuto questo di buono, che mancando i soldi e non potendoci essere l’iniziativa privata, non hanno registrato quella congerie di iniziative edilizie “moderne” e naturalmente dispensatrici di ambite “tangenti” che hanno saccheggiato fra menzogne e false promesse l’eredità culturale anche se negli ultimi anni di tali socialismi qualche bella impresa si fece anche lì: basti pensare alla Romania di Ceausescu. A Fiume c’è forse però stato un accanimento di tipo diverso.
Da San Vito a Palazzo Modello
Ancora una volta scopro che san Vito è un capolavoro. Le sue perfette dimensioni, i suoi archi a tutto sesto, la struttura circolare, la bellissima pietra rossa costituiscono un “unicum” di cui a Fiume non siamo mai stati ben consapevoli e a cui dà un ulteriore grandezza il crocefisso medioevale legato al terribile episodio della morte del giocatore blasfemo. 
Poi nel deserto dei Tartari sorge il Duomo che ricordo affettuosamente circondato da case ma che ora sul lato verso la Fiumara è tutto aperto su un “terrain vague” del tipo città distrutta da Tamerlano. Il Duomo resiste impavido, decorato com’è con un grazioso rococò ed è comunque molto bello. Eccezionale è poi il poderoso campanile medioevale fuori dal portale che ripete la tradizione delle torri campanarie isolate. 
Da lì è solo un passo alla città ottocentesca; vedo subito a sinistra il negozio Slocovaz, amico di papà e negoziante di scarpe sulla cui comoda automobile facemmo una gita a Laurana; non mancai di vomitare ma per fortuna fuori dall’abitacolo. 
Ed eccoci al Palazzo Modello sede della Comunità degli Italiani e che, certo, assomiglia nella struttura interna ad un palazzo romano tanto che io mi sento di nuovo a casa per quel senso del focolare che sempre proviamo quando si giunge nei luoghi dove abbiamo vissuto periodi lunghi o anche meno lunghi. E quel giorno si stava proprio inaugurando sotto la soave ferula della presidente Superina una mostra di vedute triestine che era senza dubbio molto bella. 
Ma era certamente superiore per me il sentir parlare vecchi e meno vecchi fiumani nel nostro dialetto fino ad arrivare ad una fiumanina di diciassette anni che si esprimeva come il quattordicenne che era partito nel 1949 per una gita a Trieste prolungatasi poi un po’. 
E che nel mondo aveva incontrato fiumani sparsi un po’ qua e anche un po’ là come ad es. ad Hong Kong in riva ad un oceano che aveva i colori nel Quarnero in estate; dove feci conoscenza in mezzo ad una folla cinese con un signore che parlava in fiuman con la moglie; egli aveva lasciato Fiume solo da qualche anno e in atti lavorava come montatore in Corea del Sud. O Giuli Lorenzini ossequiata per la prima volta a Bogotà o el fiuman dell’altopiano dietro Zurigo che aveva fatto colà una discreta fortuna e il cui nome è svolazzato via. O il clan Percovich a Montevideo fra cui il nostro grande Furio.
Verso l’abbraccio del Quarnero
Il frate Emanuele di Tersatto amante della cultura e dalla non eccessiva cortesia – forse perché questo gli riscalda il cuore – crede alla Fede ma non necessariamente alla sosta della Santa Casa a Tersatto inserita da lui nel novero degli scherzi della storia. E allora scherzando e complice la bellissima e fredda giornata di bora mi dirigo alla ripida scalinata sovente scalata da bambino e che discende verso Susak e Scoietto. 
Ma vi è subito un problema delicato ed è la scoperta della cattiva volontà dei muscoli che devono gestire la discesa ed hai voglia ad aver remato, camminato, giocato a pallone e a pallavolo. Essi sono stati invece ora delegati a farti fare pessima figura mentre scivolano al tuo fianco con destrezza altri giovani e meno giovani esseri umani che coordinano esattamente le gambe di cui dispongono. 
Ma al fine un po’ straniti si riesce ad arrivare all’Eneo, Recina, Pflaum, che oggi corre forte ed in dinamico tumulto verso l’abbraccio del Quarnero. Si cammina lungo la Fiumara: c’è gente, c’è vita, l’aria è frizzante. Passo via Roma e ricordo la partenza, vista da mia sorella, di partigiani antifascisti per la fucilazione, ciò che poi avvenne al muro del cimitero. 
E a via Roma si fermò anche l’amico italiano conosciuto a Montevideo e sposato con una fiumana, che dopo cinquant’anni volevano solo rivedere Fiume e dovettero soffermarvisi per lunghi tre mesi a motivo di una brutta influenza – polmonite – di lei. Non è opportuno dare troppo spazio alle nostalgie. 
Un Corso signorile
Ed è di nuovo il Corso che ti accoglie ampio e benigno perché bisogna pur dirlo, il Corso a Fiume è stato concepito in modo signorile e bene ha fatto l’amministrazione fiumana a escluderne le automobili. Però nel 1946 noi della mularia ammiravamo le automobili americane fra cui la Mercury e la Chevrolet che in qualche misura arrivavano dagli Stati Uniti forse anche con gli emigranti slavi invitati a rientrare in Jugoslavia per “costruire il socialismo” (za budovanje sozialisma) e che venivano spogliati di ogni bene al rientro nella patria. Mi ricordo dei negozi che si aprivano qui e lì ma ormai è cosa antica. 
Mi affaccio verso la Riva dove nel mare i pescetti continuano a fare le loro evoluzioni militari e alla sinistra si intravvede il Teatro Verdi oggi dedicato al fiumano de Zaich che nacque in “citavecia”, studiò a Milano ma poi cercò il successo a Vienna un po’ come Antonio Smareglia. 
E la visione dall’altra parte del palazzo Adria mi ricorda la storia del compagno di elementari Mario Simcich che mi telefonò da Gorizia dopo sessant’anni che non sapevamo nulla l’un dell’altro e che qualche giorno dopo morì in un incidente di auto. La Polizia Stradale mi chiamò presto la mattina; volevano chiarire perché il mio nominativo si trovasse nel taccuino del Simcich. 
La piazza Zabica come ti ha accolto così anche ti congeda. Lo fa con un caffè e un bicchierino di “pelincovac” che non è lo slivoviz che hai chiesto, perché nessuno lo beve più, mi dice il barista (“nekad ne pita vec”). E poi la corriera si addentra nel viale dei Re croati (ai tempi nostri era, come noto, delle camicie nere) scivola davanti alla stazione e al manzoniano viale Littorio, intravvede il giardin pubblico e poi sparisce sul ventoso altipiano fra borghi croati, indicazioni per Postumia e Lubiana e poi ordinati borghi sloveni per scendere trionfalmente a Trieste, l’ammirata Trieste. Però Trieste, ne son convinto, non ama i fiumani. Pazienza, se è vero, ce ne faremo una ragione.
Egone Ratzenberger
 
 
214 - La Voce del Popolo 23/04/13 Croazia pronta per l'ingresso nell'UE
Croazia pronta per l’ingresso nell’UE
USSEMBURGO | Il Consiglio per gli affari generali dell’Unione europea ha fatto proprie, ieri a Lussemburgo, le ultime conclusioni sulla Croazia, intesa quale Paese in fase di adesione all’UE. In questo contesto, il Consiglio ha dato pieno appoggio alla valutazione della Commissione europea, secondo la quale Zagabria adempie a tutte le condizioni richieste in tutti i capitoli negoziali.
Rapporto sul monitoraggio
“Il Consiglio europeo appoggia il rapporto sul monitoraggio, redatto dalla Commissione il 26 marzo scorso, incentrato sui preparativi per l’adesione della Croazia all’UE”, si legge nella conclusione di questo organismo, composto dai ministri degli Affari esteri ed Europei dei Paesi membri dell’Unione”.
Una decisione unanime
La decisione è stata presa all’unanimità. Nella conclusione si rileva, ancora, che “il Consiglio loda la Croazia per i risultati conseguiti e prende atto del fatto che Zagabria ha assolto dieci compiti prioritari, identificati dal Consiglio stesso nel Rapporto globale sul monitoraggio dell’ottobre 2012”. Si constata, pure, che l’imminente adesione della Croazia all’Unione europea, è il risultato di un procedimento negoziale durato dieci anni.
Lottare contro la corruzione
Nelle conclusione si sottolinea però l’esigenza che Zagabria, in linea con i risultati conseguiti finora, porti a termine tutti i necessari preparativi per l’ingresso in Europa e continui a lavorare alacremente per l’attuazione dello stato di diritto, principalmente nel campo della lotta contro la corruzione. Da parte europea si appoggiano pure i passi iniziali legati alle riforme strutturali, intrapresi per aumentare la concorrenzialità e favorire la crescita dell’economia. Si esprire anche sostegno alla partecipazione informale del Paese al Semestre europeo per il 2013. Per quanto riguarda il procedimento di ratifica del Trattato d’adesione da parte dei Paesi membri, si mette in rilievo che tutto sta procedendo più o meno secondo i ritmi previsti, con l’auspicio che tutto il processo si concluda entro il 1.mo luglio prossimo quando la Croazia diverrà ufficialmente il 28.esimo Paese membro dell’Unione europea.
Entro maggio tutto concluso
Vesna Pusić, ministro degli Affari esteri ed Europei, soffermandosi sulla ratifica, ha detto che finora è stata effettuata da 25 dei 27 Paesi membri. Sono attese quelle della Germania e della Danimarca. Vesna Pusić ritiene che il procedimento in questi due Stati possa concludersi già in maggio, ossia un po’ prima di quanto pianificato in precedenza.
La Germania soddisfatta
“Tutto sta procedendo regolarmente. Ormai, nessun mette in dubbio che la Germania e la Danimarca ratificheranno il nostro Trattato. Resta solamente da vedere quando, ma credo che avremo una bella sorpresa e che non dovremo attendere il mese di giugno, come si parlava. Per quanto riguarda la Germania, il suo capo della diplomazia, Guido Westerwelle, ha spiegato che non può pregiudicare le decisioni del Bundestag, ma ha ribadito che il governo tedesco ritiene che la Croazia sia veramente sulla buona strada e che abbia portato a termine con successo il compito che le è stato affidato.
Silvano Silvani
 
 
Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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