Mailing List Histria rassegna stampa settimanale
a cura di M.Rita Cosliani, Eufemia G.Budicin e Stefano Bombardieri 

 
N. 872 – 04 Maggio 2013
Sommario
 
 
 
215 - Il Piccolo 27/04/13 A Zara l'asilo italiano "Pinocchio" pronto al debutto (a.m.)
216 - CDM Arcipelago Adriatico 27/04/13 Viaggio nelle radici istriane: una giornata straordinaria da Piemonte a Castagna (Rosanna Turcinovich Giuricin)
217 - La Voce del Popolo 02/05/13 Cherso - Palazzo Pretorio torna al suo antico splendore (kb) 
218 - La Voce del Popolo 27/04/13 E & R - A Servigliano (Marche) una Casa della Memoria (Ilaria Rocchi)
219 - CDM Arcipelago Adriatico 03/05/13 Sempre Fiumani: l'incontro di giugno nella città del Quarnero
220 - La Voce del Popolo 03/05/13 Cultura - Buie: Festival dell'Istroveneto ecco le canzoni in gara (Daniele Kovačić)
221 - La Voce di Romagna 30/04/13 "Una voce per i fratelli giuliani", a Radio Venezia Giulia ha collaborato l'Ambasciatore Massimo Casilli d'Aragona (Aldo Viroli)
222 - La Voce del Popolo 03/05/13 Speciale - Elisabetta Jakominić : Ci costrinsero a gridare «Fiume jugoslava» / Giulia Santic: «Fu la fine di un incubo» (Gianfranco Miksa)
223 - L'Arena di Pola 23/04/13 - El treno del ricordo (Roberto Stanich)
224 - La Voce del Popolo 30/04/13 Cultura - Vladimiro Gagliardi ritorna a Valdarsa (Tanja Škopac)
225 – La Stampa 03/05/13 Le Idee - Bettiza: Se l'Europa riconquista i Balcani (Enzo Bettiza)
226 – Globalist 29/04/13 Croazia, disastro europeo.
227 - Il Piccolo 29/04/13 I russi costretti ai visti evitano la Croazia (m.man.)
228 - Il Piccolo 04/05/13 Quella storia di famiglie tra Trieste e Gorizia (Michele A.Cortelazzo)
 
 
 
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
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215 - Il Piccolo 27/04/13 A Zara l'asilo italiano "Pinocchio" pronto al debutto
A Zara l’asilo italiano “Pinocchio” pronto al debutto 
ZARA Tempo una cinquantina di giorni e Zara avrà finalmente la sede di un asilo in cui educatrici e bambini parleranno in lingua italiana. È il “Pinocchio”, primo giardino d’infanzia privato costituito dalla Comunità nazionale italiana, fondato dalla Comunità degli Italiani zaratina e supportato dalla massima organizzazione dei connazionali che vivono in Croazia e Slovenia, l’Unione Italiana. Ieri il presidente della Giunta Ui, Maurizio Tremul, e Fulvio Losurdo, direttore della fiumana Fingra, ditta appaltatrice dei lavori di ristrutturazione dell’edificio prescolare, hanno soggiornato nella città del maraschino per vedere come procedono gli interventi di restauro della villetta che ospiterà l’asilo “Pinocchio”, edificio dislocato nella parte nuova di Zara. Al sopralluogo erano presenti anche la presidente del sodalizio dei connazionali, Rina Villani e la direttrice della scuola materna, Ivana Anic Ivicic Lodi. «I lavori sono cominciati il 16 aprile – dice Tremul – e dovrebbero concludersi entro la metà di giugno. L’opera procede velocemente e potrebbe terminare anche prima dei tempi prestabiliti. Va specificato che al Pinocchio opereranno due sezioni per bambini dai tre ai sei anni. Ciascuna avrà 20 bimbi e dunque la villetta potrà ospitare 40 bambini. La direzione dei lavori spetta alla ditta Konus, che si occupa pure delle autorizzazioni per il funzionamento dell’asilo». Tremul ha confermato che la Comunità degli italiani di Zara acquisirà arredi, attrezzature, mezzi didattici e altro, utilizzando fondi della Regione Veneto, che ha dato un contributo di 32mila euro. Il valore dell’appalto tocca invece i 52mila euro. «Le iscrizioni – spiega Tremul – partiranno non appena sarà completato il restauro. Dopo anni di problemi e delusioni, posso dire che finalmente la questione dell’asilo italiano a Zara ha imboccato la strada giusta». (a.m.) 
 
 
 
216 - CDM Arcipelago Adriatico 27/04/13 Viaggio nelle radici istriane: una giornata straordinaria da Piemonte a Castagna
Viaggio nelle radici istriane: una giornata straordinaria da Piemonte a Castagna
Passo dopo passo alla conquista di un concetto. Le Rogazioni in Istria, il
25 aprile, sono una tradizione antica, in questi giorni si pregava nelle chiese e cappelle fuori le mura affinché la benedizione divina liberasse i campi ed il mare da fulmini e tempeste. Scampagnate per sentieri in terra ferma e verso le isole con le barche nelle città di mare, coinvolgevano tutti, in una festa propiziatoria per le messi e la pesca. Quale preghiera accomuna una settantina di persone” - in buona parte muggesani ma anche da Venezia, Bologna, da Trieste - in marcia da Piemonte d’Istria verso Castagna e ritorno in questa giornata speciale? Una doverosa
premessa: la zona interessata è lontana da centri abitati numericamente importanti, le località, grandi e piccole, sono caratterizzate da un abbandono che è assurto a simbolo dell’esodo da questa terra, case diroccate, implose, macerie della storia del Novecento in quell’Alto Buiese di colline tormentate di indicibile bellezza che tormenta i sogni di chi vi è nato o vi appartiene in vario modo. Perché? Per il fatto che tanto degrado genera sofferenza, nel vedere scomparire una civiltà che gli anziani ricordano vitale, palpabile, piena di passione. Una terra difficile ma per certi versi magica, trattiene le persone, chi vi arriva s’innamora, chi passa si pone mille domande sulle motivazioni di un abbandono che oggi non ha più ragione di esistere se non fosse per situazioni ancora inevase, proprietà indefinite, contenziosi sul passaggio dei beni nazionalizzati, restituzioni ancora in attesa di una definitiva sentenza.
E allora, terminata l’epoca della contrapposizione diretta, ricomposto il dolore, quale rapporto delle nuove generazioni, di chi affonda le proprie radici in questa terra, con il mondo dei piccoli paesini del territorio. Si è cominciato con poco, il ritorno per una visita la domenica, le chiacchiere con i pochi paesani rimasti, le prime azioni di ripristino delle antiche pertinenze come quella della fontana alle porte di Piemonte, l’amore di un uomo come Franco Biloslavo – rappresentante di punta della Comunità di Piemonte d’Istria all’interno dell’Associazione delle Comunità istriane di Trieste, anima di queste iniziative - che ad un certo momento della sua vita, decide che l’unico ritorno possibile, è il ritorno. Da solo, con la famiglia, con gli amici, con chi si riconosce in questa filosofia elementare ma fondamentale: se appartieni ad un mondo quel mondo ha qualcosa da comunicarti.
Settanta persone, di tutte le età, compresi i bambini, sono partite la mattina del 25 aprile dal piazzale davanti la chiesa, per percorrere i sentieri sui crinali per raggiungere Castagna. Due ore di cammino circa, in un lungo serpente umano, rapito dalla bellezza dei luoghi, lungo la strada romana, per arrivare alla prima cappella che conserva in un interno devastato, piccoli segni di preziosi affreschi quattrocenteschi degradati dal tempo ma soprattutto dall’incuria. “Si ripulisce ogni anno – è il passaparola dei partecipanti – ma è sempre più fatiscente”. Si procede in silenzio, masticando idee e promesse sulle cose da farsi, riportare in luce la via romana di cui si vedono appena alcuni cenni di lastricato, recuperare gli affreschi, restaurare la cappelletta. Ci si ferma a riprendere fiato sui belvedere che si spalancano sul panorama di Piemonte e la vallata circostante prima di arrivare a Circoti ed ammirare lo splendore orografico del fiume Quieto e delle colline circostanti con Montona a sinistra e il mare a destra, un incanto di verdi distese spalmate a valle e sulle pendici, sui terrazzamenti, su tutto ciò che la primavera sta riportando in vita.
Si scende verso la chiesa del cimitero, anch’essa affrescata. Alcune lapidi ricordano ai locali le atrocità della guerra che non hanno risparmiato gli innocenti, uomini contro uomini, a causa delle ideologie o delle lingue contrapposte. Un momento di raccoglimento ed il racconto di chi si è documentato. Una bimba fa suonare la campana di San Primo riportando tutti sui sentieri della festa. Alcune case coloniche sono state acquistate da stranieri e restaurate splendidamente, tirata a lucido la pietra quasi stride nel paesaggio aspro, nel ricordo di Piemonte alle spalle, implosa, finita. Castagna è quasi raggiunta col sole a picco lungo il tracciato della famosa ferrovia a scartamento ridotto, costruita ai primi del Novecento e nota col nome di Parenzana. Quasi un mito per l’Istria interna che s’era vista dal 1902 al 1935 percorsa da un progetto di rivitalizzazione del cuore di questa penisola, caratterizzato ora da tanto silenzio.
Si riflette sull’appartenenza a questa terra durante il pranzo che Biloslavo ha prenotato per tutti, distribuendo i partecipanti ai vari tavoli secondo alcuni colori. Guai a chi si azzarda di mescolare le carte, proibito cambiare posto, si ride, si scherza, ma i conti tornano, la disciplina è fondamentale. Minestra, gnocchi, fusi, carne sotto la campana, le frittole.
Ci sono volute ore, ma alla fine, satolli, il canto si libera senza peso ed è già tempo di ritornare, questa volta riprendendo il corso della Parenzana, da Castagna a Piemonte, agevole, si può continuare a cantare, si liberano motivi montanari a rivelare la partecipazione a tante gite del CAI. Ma tu di dove sei: di Trieste. Niente Istria? Mia mamma è di Pola. E tu? Verteneglio.
E tu? Orsera e Rovigno. Ma sei l’amica conosciuta su facebook, da dove arrivi. Da Bologna e stasera ripartiamo. Si parla di scuola, di progetti europei, mentre le gambe macinano salite e discese per accorciare il percorso.
Vedi in questa casa abitava una bambina come te. Racconta un nonno alla nipotina di fronte ad un rudere. Ma nonno, cosa dici, ci sono gli alberi dentro casa, non può abitare una bambina… San Pelagio è un miraggio, la casa colonica costruita su una spianata si apre sui quattro punti cardinali, i due fabbricati della casa sono separati da un arco che corre e ne divide il primo piano. Da una parte il fienile, dall’altra la casa padronale, sopra, la stalla affrescata e lastricata in pietra e la chiesa. Sull’architrave della porta d’entrata sono scolpiti vari simboli sui quali spicca la croce dei Templari che qui avevano probabilmente una loro stazione di passaggio verso l’altra sponda del Quieto. E’ un posto maledetto - dice Ferruccio Giannini, nipote dei Silli, i vecchi proprietari.
Forse ha ragione per il fatto che la maledizione è proprio nella bellezza di questa casa-vedetta che controlla tutto il mondo esistente…almeno così era una volta. E l’attrazione è forte come il desiderio di rimanere in situ, diventare pietra, come nelle leggende. Piano piano, mi sono accorto che qualcuno si sta portando via le pietre…Ma a chi appartiene questa casa splendida, o almeno ciò che rimane, di chi sono questi ruderi? Lui è uno della famiglia, sa tutto di questo posto, la storia di ogni piccola parte.
La proprietà è stata nazionalizzata, poi venduta. Fine della storia. Il sole sta calando, le zanzare hanno avvertito la presenza di gente in movimento. L’idea ha funzionato, si torna più ricchi, con la consapevolezza di aver incontrato volti nuovi, gente alla ricerca di conferme sulla propria appartenenza, che gioisce di queste esperienze. Sono state scattate foto, c’è chi ha cercato ispirazione per i propri quadri, chi continua a lamentarsi di aver mangiato troppo sperando che i tanti passi siano d’aiuto.
Senz’altro di conforto alla fine di una giornata straordinaria, durante la quale con una passeggiata libera, senza quote d’iscrizione, ognuno ha pronunciato sottovoce la propria preghiera per tenere lontani fulmini e tempeste.
Rosanna Turcinovich Giuricin
 
 
 
217 - La Voce del Popolo 02/05/13 Cherso - Palazzo Pretorio torna al suo antico splendore
Palazzo Pretorio torna al suo antico splendore
CHERSO | Lunedì, 6 maggio 2013 alle ore 17.30, avrà luogo nel centro storico della città di Cherso, l’inaugurazione solenne del ristrutturato Palazzo Pretorio, sede della locale Comunità degli Italiani. Alla cerimonia, oltre ai vertici dell’Unione Italiana, prenderanno parte anche il ministro della Cultura della Repubblica di Croazia, Andrea Zlatar Violić, l’ambasciatore della Repubblica d’Italia in Croazia, Emanuela D’Alessandro, il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, in rappresentanza del ministero agli Affari Esteri della Repubblica d’Italia, il ministro plenipotenziario Francesco Saverio de Luigi, il sindaco del Comune di Cherso, Kristijan Jurjako e altre autorità regionali e locali.
Božena Toich taglierà il nastro 
Il taglio del nastro sarà eseguito dalla Sig.ra Božena Toich, moglie del compianto presidente nonché fondatore della Comunità degli Italiani di Cherso, Nivio Toich, e verrà preceduto da un ricco programma culturale. Ad esibirsi, l’orchestra di ottoni “Josip Kašman” di Lussinpiccolo, i gruppi canori “Klapa Teha” e Klapa Burin”, nonché il coro “Vittorio Craglietto” della Comunità degli Italiani di Lussinpiccolo. In programma anche le performance del Folclore di Orlec e di alcuni giovani attivisti della Comunità degli Italiani di Cherso.
Il progetto di ristrutturazione, finanziato dal Governo italiano, in attuazione delle Convenzioni stipulate tra l’Unione Italiana e il ministero degli Affari Esteri di Roma, prevedeva la ristrutturazione completa di tutti e quattro i piani del Palazzo, il rifacimento delle sue facciate e l’acquisto degli arredi e delle attrezzature destinate alle necessità del sodalizio in esso operante.
Un intervento complesso 
Il valore dell’investimento sfiora i 4,5 milioni di kune. Si è trattato di un intervento complesso sia dal punto di vista organizzativo sia tecnico. L’edificio (circa 600 metri quadrati ripartiti su quattro livelli), infatti è uno dei palazzi storici più importanti di Cherso ed è situato nella centralissima piazza intitolata al filosofo e scrittore Francesco Patrizi (Frane Petrić). I lavori di restauro, eseguiti sotto l’egida dei conservatori, comprendevano la messa a nuovo del tetto, il rifacimento dell’impianto elettrico e quello idraulico, il recupero e la verniciatura della facciata e dei muri esterni, ecc.
Nuova linfa per il sodalizio 
La Comunità degli Italiani di Cherso, presieduta da Gianfranco Surdić, conta circa 240 iscritti. Il restauro di Palazzo Pretorio consentirà agli attivisti del sodalizio non soltanto di poter svolgere le proprie attività in condizioni ottimali, ma anche di promuovere nuovi progetti e iniziative. (kb) 
 
 
 
218 - La Voce del Popolo 27/04/13 E & R - A Servigliano (Marche) una Casa della Memoria
A cura di Roberto Palisca
Per moltissimi giuliano dalmati è stato il luogo dell’accoglienza in quella patria alla quale hanno voluto rimanere attaccati a tutti i costi, anche quello dell’abbandono delle proprie radici
A Servigliano (Marche) una Casa della Memoria
di Ilaria Rocchi
Il campo profughi di Servigliano, in provincia di Fermo, nelle Marche: per moltissimi giuliano-dalmati è stato il luogo dell’accoglienza nella loro madrepatria Italia, in quella patria alla quale hanno voluto rimanere attaccati a tutti i costi.
Altri vi hanno trovato rifugio, in fuga da queste stesse terre, dove un regime totalitario si andava costruendo, in coda alla Seconda guerra mondiale, a suon di persecuzioni, esecuzioni sommarie, intimidazioni e altre prevaricazioni tese a sopprimere ogni voce di potenziale dissenso.
Tra i tanti che sono transitati per questo campo, anzi che vi è addirittura nato, è lo scrittore di origini fiumane Diego Zandel, che nel romanzo “I testimoni muti” (Mursia) ha dato voce alle migliaia di italiani istriani, fiumani, dalmati che dopo la firma del Trattato di Parigi fuggirono dai territori ceduti dall’Italia alla Jugoslavia di Tito, per cercare rifugio oltremare, dove a lungo per loro ci fu solo la miseria e la desolazione dei campi profughi.
Ora dalla stazione ferroviaria del campo è nata una struttura particolare. Infatti, il 23 aprile scorso, con una cerimonia solenne, il Comune di Servigliano ha inaugurato nella vecchia stazione perfettamente ristrutturata la “Casa della Memoria”, un nuovo centro audiovisivo e didattico, dove hanno trovato posto le storie dei prigionieri di guerra, degli ebrei presenti in zona durante le persecuzioni naziste e dei profughi giuliano-dalmati.
Un momento emozionante a cui hanno partecipato più di trecento persone (alunni delle scuole serviglianesi inclusi), che hanno seguito con sentita partecipazione i discorsi del sindaco Maurizio Marinozzi, del prefetto di Fermo Emilia Zarrilli, dell’arcivescovo di Fermo mons. Luigi Conti, del presidente della Provincia fermana on. Fabrizio Cesetti, che ha ricordato i martiri delle foibe, e successivamente dell’assessore alla Cultura della Provincia di Fermo, Giuseppe Buondonno e del presidente dell’Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione di Fermo, Sergio Bugiardini.
Progettualità tra istituzioni diverse
Dopo l’inaugurazione si è tenuto un convegno che ha permesso lo scambio di esperienze, di documentazione e ha inoltre stimolato riflessioni e idee per una progettualità futura tra diverse istituzioni che curano la conservazione delle memorie tra cui l’Archivio Museo storico di Fiume della Società di Studi Fiumani. 
Hanno aderito al convegno dedicato ai “Luoghi della memoria e la loro valorizzazione europea”: Filippo Ieranò (Associazione “Casa della Memoria”); Sergio Bugiardini (ISML-Fermo); Micaela Procaccia (Museo storico della Liberazione, Roma); Franco Bonilauri (Museo Ebraico, Bologna); Marzia Lupi (Fondazione ex Campo di Fossoli); Marino Micich (Archivio Museo storico di Fiume); Diego Leoni (Museo della Guerra, Rovereto); Uri Breit (ex internato Campo di Servigliano 1943); Diego Zandel (scrittore, nato a Servigliano 1948).
La “Casa della Memoria” nasce dalla necessità di mantenere vivo un luogo, l’ex stazione ferroviaria adiacente al campo di concentramento di Servigliano, che, più di altri nel territorio fermano e nelle Marche, racchiude in sé la storia del Novecento.
È su questi presupposti che la Provincia di Fermo, grazie alla collaborazione ed al supporto del Comune di Servigliano e della Regione Marche, è riuscita a ristrutturare e a realizzare un Centro di documentazione sulla storia del campo di concentramento, la Shoah, il razzismo e la resistenza civile. “Il campo di Servigliano – rileva l’assessore alla Cultura, Giuseppe Buondonno – è un luogo della memoria di lunghe pagine di sofferenza e deportazione, ma anche di una straordinaria storia collettiva di solidarietà e riscatto civile.
Dalla prigionia per soldati austro ungarici, nella grande guerra; alla deportazione di soldati alleati e famiglie di origine ebraica – alcune delle quali deportate, poi, nei campi di sterminio – nel secondo conflitto mondiale; alla resistenza civile di tante famiglie del fermano che nascosero prigionieri alleati ed ebrei fuggiti dal campo; fino al secondo dopoguerra, quando esso divenne centro di raccolta di profughi giuliano-dalmati e delle ex colonie africane;
Servigliano racconta, appunto, fasi drammatiche ed essenziali della prima metà del secolo scorso. I tempi sono difficili, ma proprio per questo occorre sostenere il lavoro di chi si impegna per la formazione della coscienza storica dei giovani”.
Un punto di riferimento per ricerche
La “Casa della Memoria” intende diventare un punto di riferimento per ricercatori, studenti e cittadini, che avranno la possibilità di consultare un ricco archivio di fonti sulla storia del Novecento. Particolarmente curato, inoltre, è l’allestimento multimediale, attraverso il quale i più giovani potranno sperimentare laboratori didattici e svolgere attività di ricerca. 
“Con orgoglio e soddisfazione, alla fine di questo pregevole restauro, possiamo iscrivere all’anagrafe patrimoniale della nostra città – sottolinea il sindaco di Servigliano, Maurizio Marinozzi –, un sito che fino al 1957 è stato un valido punto di riferimento per la mobilità del nostro territorio. Oggi diventa un punto di riferimento della memoria con la creazione dell’Aula Didattica sulla storia del Novecento per la formazione culturale delle nuove generazioni. La lotta contro la malattia del secolo, ‘l’Alzheimer dei popoli’, ovvero la perdita della memoria storica, non può essere affidata solo alle indispensabili testimonianze di chi ha vissuto un periodo consegnato al passato, con conseguente impoverimento della cultura delle nuove generazioni, ma ha bisogno di luoghi che, consumandoli, sappiano trasmettere al meglio quanto scritto nei libri impolverati che purtroppo nessuno o quasi legge più. Per cui Servigliano, quale luogo della memoria, è una mirabile soluzione”.
La cerimonia dell’inaugurazione ha ricevuto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, cui si sono aggiunti, a ulteriore conferma del valore dell’iniziativa, i saluti e i ringraziamenti da parte della presidente della Camera, Laura Boldrini e del rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni.
Lunghe pagine di sofferenza
La storia delle deportazioni del ’900 si ferma all’ex stazione di Servigliano, diventata oggi Casa della Memoria. Un luogo dove sono state scritte lunghe pagine di sofferenza e deportazione. Di fronte alla vecchia stazione c’era infatti il campo di concentramento di Servigliano, trasformato ora in un grande parco cittadino. Dunque un taglio del nastro atteso da anni per proseguire il lavoro iniziato dall’associazione della “Casa della Memoria” e dell’Istituto fermano per la Storia del Movimento di Liberazione, che cureranno la gestione della struttura, ovvero quello di trasmettere un messaggio di pace alle nuove generazioni. 
La stazione così come il campo adiacente nacquero durante la Grande Guerra, come prigioni per soldati austro ungarici. Nel secondo conflitto mondiale furono poi rinchiusi qui i soldati alleati e famiglie di origine ebraica, alcune delle quali deportate, nei campi di sterminio. Ma non va dimenticata la resistenza civile di tante famiglie del fermano che nascosero prigionieri alleati ed ebrei fuggiti dal campo; fino al secondo dopoguerra, quando esso divenne centro di raccolta di profughi giuliano-dalmati e delle ex colonie africane.
 
 
 
219 - CDM Arcipelago Adriatico 03/05/13 Sempre Fiumani: l'incontro di giugno nella città del Quarnero
Sempre Fiumani: l'incontro di giugno nella città del Quarnero
L'appuntamento voluto da Libero Comune e Comunità degli Italiani con il sostegno del Comune di Fiume Un appuntamento importante perché atteso da tempo: l’INCONTRO MONDIALE “Fiumani sempre” si svolgerà dal 14 al 16 giugno a Fiume, in concomitanza con le celebrazioni per San Vito. Da anni gli esuli fiumano partecipano in vario modo agli eventi della città e della Comunità, questa volta però non come ospiti, bensì come coorganizzatori dell’appuntamento, voluto dall’Associazione Libero Comune di Fiume, dalla Comunità degli Italiani ed in collaborazione del Comune di Fiume. Si tratta del risultato di un’evoluzione iniziata con gli incontri presso il Liceo di Fiume con un concorso per gli studenti della Società di Studi Fiumani, con il coinvolgimento negli anni successivi del Libro Comune, la presenza ogni anno alla Cripta di Cosala il 2 novembre, la partecipazione alle celebrazioni per San Vito. Ma questa volta non come ospiti, bensì, coinvolti direttamente nella creazione di un evento corale che sta richiamando partecipanti dall’Austrialia, dall’America. In tre giornate intense ci saranno tante occasioni per stare insieme, rinnovare le amicizie, allacciarne di nuove, senza dimenticare l’importante ruolo, del Libero Comune e della Comunità, nel tramandare ai posteri il dialetto, il canto e tutto ciò che compone l’appartenenza culturale al mondo fiumano. “Nel nostro bagaglio umano e civile – afferma Guido Brazzoduro, alla testa dell’Associazione degli esuli fiumani - non ci sono solo ricordi e nostalgie ma anche la forza nel proporre nuovi corsi, in quello spirito europeo che, al di là della politica, è rispetto reciproco e capacità di crescere nella giustizia e nella verità, principi che da sempre animano il nostro impegno”. Il programma sarà intenso ma concentrato perlopiù a Palazzo Modello, sede della Comunità degli Italiani. La manifestazione avrà inizio con un concerto congiunto della Fanfara dei Bersaglieri di Trieste e della Banda Civica di Fiume che incontreranno il pubblico sulla centralissima via Corso, salotto della città.
Proseguirà con la presentazione alla CI, della rivista La Tore, una serata letteraria del Dramma Italiano dedicata alla poesia fiumana e l’intervista con una delle voci più belle della “fiumanità” contemporanea, Diego Bastianutti che raggiungerà la sua città di nascita da Vancouver in Canada.
La giornata di sabato, dopo la messa in San Vito, sarà dedicata al Convegno sui Novant’anni dalla fondazione della Parrocchia di Cosala nel cui perimetro sarebbe stata eretta la nella prima metà degli Anni Trenta, la chiesa di San Romualdo e Ognissanti con la Cripta. Hanno aderito all’iniziativa, con interventi di storici, letterati, giornalisti e critici d’arte, il Comune di Fiume, la Comunità degli Italiani, l’Edit, la Società di Studi Fiumani, il CRS di Rovigno, l’Università di Fiume-Dipartimento di italianistica. Il convegno sarà preceduto dagli interventi di ospiti ed autorità.
In serata, grande spettacolo in famiglia con la partecipazione di tutti i complessi della Fratellanza e la Cena di Gala offerta dalla Comunità degli Italiani. Domenica mattina, ore 9, la tavola rotonda “per conoscersi e scambiare esperienze” delle seconde e terze generazioni, vale a dire figli e nipoti di esuli e residenti per immaginare insieme futuri scenari di collaborazione. Seguirà la visita della città, la messa a Cosala e il pranzo conviviale prima dei saluti.
Grande attenzione viene posta allo spazio-giovani, ovvero le seconde e terze generazioni, che gli organizzatori hanno voluto intitolare “La Fiumanità che unisce, proposte per future iniziative e collaborazioni”. “Ci è sembrato importante – sottolinea ancora Brazzoduro - concedere un momento di riflessione a chi è nuovo di queste esperienze associative ma ha Fiume nel cuore e, nella dimensione europea potrebbe trovare una strada sulla quale indirizzare i proprio bisogni ed interessi culturali ma anche economici, di categoria, professionali, e così via.
Altro momento particolare che gli organizzatori lanciare è quella della sfida al miglior click. Con l’invito – soprattutto i giovani – ad immortalare la città e le varie fasi dell’incontro incontri per la scelta della FOTO DELL’ANNO che una giuria di esperti selezionerà tra tutte quelle pervenute, dopo il 16 giugno e entro il 30 luglio, all’indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. Il premio sarà la copertina del giornale LA VOCE DI FIUME per le prime classificate e un omaggio in pubblicazioni sia per i vincitori che per i partecipanti. 
 
 
 
220 - La Voce del Popolo 03/05/13 Cultura - Buie: Festival dell'Istroveneto ecco le canzoni in gara
Festival dell’Istroveneto ecco le canzoni in gara
«Dimela cantando” e, soprattutto, “cantimela in dialeto”... Fervono i preparativi per la serata finale di un’avventura che dura ormai diversi mesi, quella del “festival nel festival”, la competizione promossa all’interno del Festival dell’Istroveneto. Tredici canzoni in gara e tredici interpreti d’eccezione, a testimonianza di una compagine musicale che usa il dialetto istroveneto per canzoni che non sono necessariamente tradizionali. 
Sabato sera il teatro di Buie assumerà un clima da gran galà, come l’Ariston di Sanremo, per ospitare composizioni di ogni genere. Come quello tradizionale, interpretato da Franko Krajcar e Indivia, arrangiato da Mauro Giorgi e scritto da Vanessa Bratolich, dal titolo “Ny Ney Na”. Utilizza strumenti tipici dell’Istria centrale, in una canzone di genere “disco”. Poi ci sono i lenti, come “Moreda”, scritta da Rosanna Bernè e musicata da Mauro Giorgi; sarà cantata da Marino Floris. “Do ciacole” tra amici sotto l’ulivo: ce le racconta Teo Banko nella sua canzone, la cui musicalità è svincolata dal contesto istriano. È arrangiata da Goran Griff.
“Pola una volta” sarà eseguita da Piero Pocecco ed è il pezzo più internazionale del concorso, con il polese Valmer Cusma che ha scritto il testo, musicato poi dal triestino Gianni Signorelli e arrangiato dal piranese Aleš Lavrič. Cittanova d’inverno si svuota di turisti e cambia aspetto nel pezzo che sarà proposto da Stefano Hering, “Una pasegiada”, scritta e musicata da Davor Hačić.
Scritta, cantata e arrangiata da Tiziano Šuran (assieme a Goran Griff), è invece “Soto el sol”, un mix tra un progressive rock e un rock sinfonico, che rompe tutte le linee e azzarda con la modernità. Irena Giorgi salirà sul palco con un altro brano scritto da Rosanna Bernè: “Cornise”. Con l’arrangiamento di Mauro Giorgi, parla di una vecchia casetta in pietra.
Vi immaginate un brano a ritmo di ska, cantato in istroveneto? Ebbene “Zaneto” rappresenta proprio questo connubio. È la storia di un asinello, “el musseto Zaneto”, scritta e musicata da Goran Griff e cantata da Mario Lipovšek Battifiaca. Il brano “4 oci, 4 recie, 2 cuori”, con un Enzo Horvatin musicista, paroliere e anche arrangiatore, rompe le righe e parla d’amore senza legarsi all’Istria. È una canzone che possiamo ascoltare in tutto il mondo. Il suo ritmo di blues la rende ancora più internazionale.
Dedicato a tutti gli esuli 
Se c’è un brano in gara che fa scendere una lacrimuccia, è sicuramente quello cantato da Arlene, scritto da Arlene Kauzlarić e musicato da Goran Griff. È dedicato a tutti gli esuli. Il titolo è “Nina nana” e la sua melodiosità fa stringere il cuore.
“Spetando la corriera” evoca i ritmi latino americani, per ricordare in modo goliardico come sotto il dominio austroungarico i trasporti in Istria funzionassero meglio di oggi. Scritta da Jessica Acquavita e musicata da Edi Acquavita, a cantarla sarà Sergio Pavat. In scaletta c’è pure Tamara Obrovac, che per l’occasione ha scritto e interpretato un “Canto amoroso”, portando anche gli influssi jazz nel festival, con melodie passionali che - secondo le prime critiche - sarebbero addirittura artisticamente erotiche. Si presenta, invece, come una filastrocca primaverile “La lodolina”, che solo Daniel Načinović poteva scrivere e cantare, con l’aiuto dell’arrangiatore Aleš Lovrič.
Il direttore artistico Goran Griff assicura che tutte le canzoni saranno cantate rigorosamente dal vivo, con la base musicale. Il cd è pronto e verrà distribuito durante le giornate del festival. Tutte le canzoni saranno, altresì, ascoltabili sul sito www.istroveneto.com e verranno diffuse nei circuiti radiofonici. 
“Dimela Cantando” è organizzato dalla Città di Buie, in collaborazione con la Regione Istriana, l’Unione Italiana, l’Università Popolare di Trieste e gode del patrocinio della Regione Veneto. Collaborano il Centro Italiano di Cultura “Carlo Combi” di Capodistria, il circolo culturale “Istria” di Trieste, l’Università “Juraj Dobrila” di Pola, l’Università Popolare Aperta di Buie, il Comune di Muggia, l’Ente turistico di Buie e l’associazione “Vini del Buiese”. Tra i tanti media partner vi sono anche “La Voce del popolo”, Radio, TV Capodistria e Radio Pola.
L’appuntamento è dunque per sabato alle ore 20 in piazza Tito a Buie, davanti a uno schermo gigante (il teatro è già “sold out”), per quello che si prospetta un appuntamento destinato a diventare uno degli eventi musicali più attesi dell’anno nella nostra regione. 
Daniele Kovačić 




221 - La Voce di Romagna 30/04/13 "Una voce per i fratelli giuliani", a Radio Venezia Giulia ha collaborato l'Ambasciatore Massimo Casilli d'Aragona
A RADIO VENEZIA GIULIA HA COLLABORATO L’AMBASCIATORE MASSIMO CASILLI D’ARAGONA
“Una voce per i fratelli giuliani”
DIPLOMATICO all’epoca ufficiale dell’Esercito, aveva preso parte alla Resistenza in Romagna. Diversi documenti sulla sua attività riguardano la zona di Rimini
Roberto Spazzali ricostruisce la nascita dell’emittente che aveva raggiunto i territori divenuti jugoslavi
“Oggi 3 novembre, giorno di San Giusto e anniversario della redenzione di Trieste, una voce libera parla finalmente agli italiani della Venezia Giulia". Così il 3 novembre 1945, sulla frequenza di 1.380 Khz, irradiate di nascosto da un appartamento di palazzo Tiepolo Passi a Venezia, lo speaker annunciava l’inizio delle trasmissioni di Radio Venezia Giulia. Il non facile compito di aprire l’emittente radiofonica era stato affidato a Justo Giusti del Giardino, diplomatico veneziano di nobili origini. Giusti del Giardino, scrive Spazzali, aveva conosciuto Casilli d’Aragona, che nel 1944, quando era presente in Romagna aveva il grado di capitano, ad Atene. L’Istituto storico della Resistenza della provincia di Forlì-Cesena conserva nel fondo relativo all’8ª Brigata Garibaldi Romagna diversi documenti in copia da lui firmati. Il primo è una lettera: "Ho l'onore di trasmettere: una relazione dell'attività partigiana di Riccione; una copia del verbale del Cnl; un elenco dei partigiani da riconoscere” ed è datata 23 settembre 1944. Segue una relazione sull’attività dei Gap a Rimini, datata 19 novembre 1944. Porta la stessa data un altro documento: “Ho l'onore di trasmettere la relazione presentata dal colonnello Monti Innocenzo, sull'attività del gruppo partigiani della zona [...]. Di Casilli d’Aragona è anche la relazione sulla riunione della giunta comunale di Rimini per lettura delle relazioni sull'attività partigiana nella zona; è senza data e porta la firma di Zangheri, Babbi, Paglierani, Marvelli, Polazzi, Fusconi, Gobbi, Bordoni, Angelini, Clari, Faini, Merluzzi. Seguono la relazione sulla formazione partigiana di Bellaria. Ed anche la lettera inerente la consegna del brevetto alleato alla formazione partigiana di Bellaria, datata 17 ottobre 1944. Terminata la parentesi romagnola, Casilli d’Aragona si era spostato verso il Nord - Est dove prestava servizio come Italian Patriot Officer presso il Governo militare alleato di Udine. Si occupava da tempo delle vicende della Venezia Giulia; infatti fino all’8 maggio 1945 aveva inviato al ministero della Guerra appunti sulle pessime relazioni tra la Divisione Garibaldi, filo jugoslava, e la Osoppo, di sentimenti fermamente italiani, culminate nella strage di Porzùs. In quel contesto Radio Venezia Giulia, non autorizzata dalla Commissione alleata di controllo e non sottoposta allo Psychological Warfare, tramite propri agenti, riusciva ad ottenere informazioni nei territori sotto occupazione jugoslava. L’azione dell’emittente clandestina ma non segreta andava anche a contrastare i diversi tentativi di infiltrazione dello spionaggio jugoslavo e di propaganda anti-italiana, in un contesto che anticipava la “guerra fredda” che avrebbe presto interessato tutta la zona adriatica. La direzione della radio, attiva a Venezia dal novembre 1945 al settembre 1949, era stata affidata allo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini; dopo un breve periodo di interruzione aveva ripreso i programmi grazie ad un accordo tra il governo italiano e la Rai, che la ribattezzò “Radio Venezia III”, inserendo nella programmazione la rubrica quotidiana “Ai fratelli giuliani”, poi diventata “L’ora della Venezia Giulia”. In quei quattro anni di programmazione clandestina anche se sostenuta dal Governo italiano, si concentra la vicenda ancora oggi poco conosciuta, e sotto alcuni aspetti oscura, della campagna mediatica per sostenere e orientare politicamente gli italiani residenti nella Zona B, senza dimenticare che questa campagna si era inserita nella complessa “guerra delle antenne” divampata negli anni del dopoguerra. Infatti tutta la sua storia è stata coperta dall'estrema riservatezza e continua a risultare ben poco nota tra chi si è occupato di storia della radiofonia in Italia e di storia del giornalismo. Eppure, come si vedrà in seguito, nella redazione di “Radio Venezia Giulia” si è formata un'ampia schiera di giornalisti che hanno fatto carriera sia nella Rai che nelle varie testate giornalistiche e presso le maggiori agenzie di stampa italiane. Spazzali si è imbattuto nelle tracce lasciate dall’attività della radio mentre stava lavorando al riordino alla carte private della corrispondenza di Pier Antonio Quarantotti Gambini, conservate all’Irci. Dopo quel ritrovamento, lo studioso triestino ha iniziato la consultazione di altri archivi, da quelli dell’Ufficio Zone di confine della Presidenza del Consiglio dei ministri, al fondo dello stesso Justo Giusti del Giardino, conservato al Museo di guerra per la pace Diego de Henriquez, fino all’Archivio di Stato di Trieste e ai fondi dell’Istituto regionale per la Storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia. La radio, la cui sede per interessamento di Andreotti fu poi trasferita da palazzo Tiepolo in un edificio protetto della Marina militare, aveva arruolato un centinaio di collaboratori. Consultando gli elenchi, emergono nomi che si sarebbero affermati sia a livello nazionale che locale. Tanto per ricordarne qualcuno, Vittorio Orefice, noto giornalista dei servizi parlamentari Rai, Antonio Spinosa, Franco Di Bella e lo scrittore Vladimiro Lisiani. Per quanto riguarda l’Emilia - Romagna, tra i nominativi si incontra quello di Carlo Casali, nota firma de “Il Resto del Carlino”, che negli anni ’30 aveva fatto parte dei Comitati interprovinciali per la tenuta dell’albo dei giornalisti. Dal 1965 al 1967 sarà anche consigliere nazionale dell'Ordine. Della propaganda di Radio Venezia Giulia e della sua agenzia di riferimento, l’Astra, si sono avvalsi noti personaggi della Trieste che voleva tornare italiana. Tanto per citarne qualcuno, Marcello Spaccini e Gianni Bartoli, in pratica i quadri dirigenti della Democrazia cristiana. Roberto Spazzali, nella sua accurata ricostruzione storica, evidenzia le varie funzioni svolte dall’emittente radiofonica, come l’attività di lavoro di intelligence e controinformazione nei periodi più travagliati dalla fine degli anni ’40 all’inizio degli anni ’50. Molti documenti inediti hanno permesso di svelare diversi retroscena legati alle fasi cruciali della “Questione Trieste”. Pochi, scrive Spazzali, hanno rivendicato la paternità di Radio Venezia Giulia con l’esclusione di Quarantotti Gambini, che voleva difendere il buon nome dello zio Antonio De Berti dagli attacchi di alcuni esponenti dell’esodo istriano. Solo alcuni hanno rilasciato dichiarazioni scritte, ma per attestare l’effettiva attività giornalistica dello scrittore svolta alla direzione dell’emittente dal 1945 al 1949. Per quanto riguarda Massimo Casilli d‘Aragona, nel dopoguerra è stato console a Los Angeles e ambasciatore in varie capitali come Riad e Dhaka. Su Internet si trovano riferimenti ad alcune sue opere pubblicate anteguerra riguardanti l'economia della Somalia italiana e i rapporti tra madrepatria e colonie in regime corporativo.
Aldo Viroli
Una vicenda poco nota
La guerra fredda e l’Adriatico
I più anziani e gli esuli istriani, fiumani e dalmati, che dopo l’assegnazione delle loro terre alla Jugoslavia per effetto del Trattato di pace, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, si erano stabiliti in Romagna, ricorderanno le trasmissioni di Radio Venezia Giulia, attiva fino al 1954. “Radio Venezia Giulia. Informazione, propaganda e intelligence nella guerra fredda adriatica”, pubblicato dalla Libreria Editrice Goriziana con l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-Fiumano-Dalmata (Irci), è il titolo del nuovo libro del noto storico triestino Roberto Spazzali, che in occasione del 10 febbraio, Giorno del ricordo, ha tenuto diverse conferenze anche in Romagna. Nella nascita dell’emittente radiofonica aveva ricoperto un importante ruolo di intelligence il diplomatico Massimo Casilli D’Aragona, all’epoca ufficiale dell’Esercito, che aveva partecipato alla Resistenza in Romagna. Radio Venezia Giulia, emittente clandestina ma non segreta, era nata su proposta del Cln giuliano e per iniziativa del Ministero degli Esteri; aveva come missione quella di garantire l'informazione e il sostegno psicologico alla popolazione italiana della regione Venezia Giulia e in particolare a quella residente nell’Istria sotto il controllo jugoslavo dal maggio 1945.
 
 
 
222 - La Voce del Popolo 03/05/13 Speciale - Elisabetta Jakominić : Ci costrinsero a gridare «Fiume jugoslava» / Giulia Santic: «Fu la fine di un incubo»
Intervista
3 maggio 1945 in riva al Quarnero fra attese e delusioni:
Elisabetta Jakominić racconta l’arrivo dei partigiani
a cura di Gianfranco Miksa 
Ci costrinsero a gridare «Fiume jugoslava»
Il 3 maggio del 1945 i partigiani jugoslavi entrano a Fiume, liberandola dall’occupazione tedesca, alla quale è stata sottoposta dopo la capitolazione dell’Italia nella Seconda guerra mondiale (8 settembre 1943). Nei mesi che precedono l’ingresso delle truppe titine in città si sparge parecchio sangue, molto più che in tutti i sei lunghi anni del conflitto, secondo alcune interpretazioni. 
Ancora oggi, anche se sono passati quasi settant’anni da quelle vicende, molti fiumani che hanno vissuto quei terribili momenti preferiscono non parlarne, chiudendosi in silenzio, quasi a riccio, sintomo di una ferita emotiva e psicologica mai rimarginata.
Non è una di loro Elisabetta Jakominić, una testimone di quest’importante periodo storico, che ha deciso di condividere con noi alcuni suoi ricordi. Connazionale, nata a Fiume da genitori fiumani nel 1929, Elisabetta Jakominić, dopo essere stata segretaria all’Ospedale pediatrico di Costabella, è oggi pensionata. All’epoca dei fatti era una vivace ragazzina di 15 anni. Gli avvenimenti di quei mesi se li ricorda così: 
“Quel periodo era caratterizzato da un’atmosfera di grande aspettativa. I fiumani volevano la città libera dai nazisti. Tutti i giovani erano euforici in attesa della liberazione, perché non ne potevamo più della guerra e dei morti. Eravamo tutti speranzosi. Con la liberazione, i fiumani, all’inizio vedevano di buon occhio i partigiani, in quanto furono proprio loro a liberarci dall’oppressione tedesca. Poi questa situazione ha iniziato a cambiare drasticamente”.
Qual era l’atmosfera di quel periodo?
“I mesi precedenti al 3 maggio erano caratterizzati da intensi e violenti bombardamenti. Grazie alla sirena eravamo prontamente avvisati dalle possibili incursioni anglo-americane. Spesso, prima degli allarmi, vedevamo i bombardieri avvicinarsi dall’orizzonte. Ciò bastava per creare in noi il panico più generale e correvano nei rifugi. Mi ricordo che i lanci di bombe erano piuttosto frequenti e spaventosi. Soprattutto nella zona di Cantrida, dove erano ubicate le industrie. Inevitabilmente le bombe colpivano anche il centro cittadino provocando tante vittime. 
Capitava spesso che dopo gli attacchi, appena l’allarme cessava, noi ragazzini rimanevamo per le strade a giocare, anche per allontanarci, in qualche modo, dagli orrori della guerra. La distrazione grazie al gioco, in questa cornice tragica, mi ha accompagnato lungo tutti gli anni del conflitto, sia con i fascisti e nazisti, sia con i partigiani. Era un modo, di noi ragazzini, per scappare dagli orrori della guerra”.
Che ricordo conserva del primo partigiano che vide?
“Mi ricordo di non aver reagito con tanto stupore. Anzi, ero solamente incuriosita nello stesso identico modo di quando vidi per la prima volta un soldato tedesco che pattugliava con un mitra. In realtà i partigiani, agli occhi dei ragazzini, facevano un po’ di paura, anche perché erano vestiti malamente ed erano fisicamente malandati. Erano noti anche per il fatto di reclutare con forza i cittadini, e chi si rifiutava di farlo, veniva freddato con un colpo di pistola sul posto. Tanto bastava a noi piccoli per osservarli, con timore, da lontano”.
Nelle settimane successive al 3 maggio ci furono diverse morti silenziose, soprattutto tra le file degli autonomisti.
“Si parlava di tante persone uccise o semplicemente fatte sparire. Alcune assassinate addirittura da gente del posto. Tra le morti silenziose di cui ricordo il grande vociferare, ci fu quella dell’autonomista fiumano Giuseppe Sincich ucciso dall’Ozna. Io, da ragazzina, non ho mai visto direttamente queste tragedie. Ne ho sentito parlare solamente nei discorsi di persone più vecchie di me”.
Come si comportava la popolazione?
“Alcune settimane antecedenti a maggio, i tedeschi che già si preparavano a lasciare la città, avevano fatto brillare il porto operativo di Fiume, rendendolo inutilizzabile all’approdo. Ciò nonostante la vita continuava con le nostre usanze, tradizioni e costumi che lentamente, ma inesorabilmente sparivano in quanto la nostra gente se ne andava via. A tutto ciò era subentrata una paura per ciò che sarebbe accaduto nel futuro e le avversioni per il nuovo regime e le sue regole. 
A guerra oramai conclusa, noi giovani spesso eravamo letteralmente presi per dei comizi in cui dovevamo gridare e dimostrare il nostro sentimento per i nuovi governanti. Ciò accadde anche in occasione della visita della commissione inglese a Fiume, il cui compito era rilevare quale lingua fosse parlata in città. In realtà era tutta una messa in scena, perché era già deciso che Fiume avrebbe fatto parte della Jugoslavia. 
Con dei camion ci portarono in centro e ci venne imposto di gridare ‘Fiume jugoslava’. Io, ovviamente, non gridavo. Anche perché, data la mia giovane età, ero piuttosto confusa. I partigiani, indubbiamente ci avevano liberato dai nazisti, ma man mano tra la popolazione della città cresceva l’astio nei confronti dei nuovi arrivati. Questi e altri fattori hanno inciso sulla scelta di buona parte della popolazione di intraprendere la via dell’esodo”.
Ricorda anche il giorno in cui venne abolito il bilinguismo?
“Certamente, correva l’anno 1952. È stato un grande colpo per noi fiumani. Da quel momento in poi siamo diventati consapevoli che le cose sarebbero andate in un verso diverso da quello che ci aspettavamo. Molti fiumani si resero conto che o si adattavano alla nuova situazione oppure se ne andavano via”. 
UN’ALTRA TESTIMONIANZA
Giulia Šantić: «Fu la fine di un incubo»
Un’altra testimone che ha voluto condividere con noi i difficili momenti della fine della guerra a Fiume è Giulia Šantić per lungo tempo direttrice della Scuola elementare “Mario Gennari”, oggi “San Nicolò”. 
“Nei primi giorni di maggio i tedeschi, che già si preparavano a lasciare la città, avevano fatto brillare la Polveriera a Valscurigne, nel rione di Centocelle, che conteneva munizioni e altro materiale bellico – esordisce Giulia Šantić –. L’esplosione fece piovere dal cielo enormi massi e pietre. Nello stesso periodo fecero brillare anche la ferrovia e il porto. Era una cosa spaventosa. Un continuo e interminabile boato di esplosioni che, assieme ai bombardamenti degli Alleati, non permettevano alcuna vita”.
“Ecco perché con l’arrivo dei partigiani, la cosiddetta ‘mularia’ di Fiume, era molto felice – spiega la nostra interlocutrice –. Perché ciò significava non più sirene, non più corse nei rifugi con spasmodiche attese per i più cari, che erano rimasti fuori. Già la sola sensazione di poter dormire senza avere il timore delle incursioni aeree, era un enorme sollievo. La situazione era talmente tragica che andavamo a scuola avendo nello zaino uno ‘scagneto’ (sgabello, nda), da utilizzare poi nei rifugi come punto d’appoggio, date le interminabili attese prima che cessasse il pericolo. Non c’era da mangiare.
Una delle situazioni più tristi che ricordo è lo scenario della più completa desolazione che caratterizzava le strade della città dopo i bombardamenti. Appena usciti dai rifugi si presentavano a noi i corpi senza vita delle vittime, sparsi ovunque. La gente, addirittura, correva fuori a tagliare parti delle carni dei cavalli, utilizzati dalla cavalleria e periti sotto le bombe, per poter sfamare la propria famiglia.
E tutto ciò con il 3 maggio 1945, finiva. Con i nuovi governanti molte cose furono imposte male e i cittadini si fecero cogliere dalla paura, preferendo scappare. Io, come tanti altri fiumani, sono rimasta. Sono contenta di averlo fatto, perché così ho potuto mantenere e portare avanti la mia cultura e lingua italiana”, conclude Giulia Šantić. 
 
 
 
223 - L'Arena di Pola 23/04/13 - El treno del ricordo
El treno del ricordo
Xe vignuda tanta neve in Istria ’sto ano e un mio cugin me ga mandàuna fotografia dove che se vedi el treno che va de Pola a Pinguente in un paesagio pien de neve, che par quel dela Transiberiana. Invesse ’sta linea feroviaria la xe in Istria e la podessimo ciamar tutalpiù“Transistriana”. El treno xe de quei con un solo vagon, che una volta ciamavimo “Littorina”, de color rosso e blu e el par un giogatolo in meso dela neve.
Mi invesse me ricordo de quando ’sto treno el andava a vapor, con la locomotiva a carbon e de drio tanti vagoni. Iera l’unico meso de trasporto per andar de Pola a Divaccia e de là a Trieste e con questo, tanti ani fa, go fato un viagio che no podarò mai dimenticar.
Stavo a Pola con la mia famiglia e dovevimo partir per andar in Italia. Finalmente, dopo ani che gavevimo optà e dopo tanti ricorsi, le autorità jugoslave ne gaveva concesso de andar via. Gavessimo dovù esser contenti ma no iera cussì facile. Se tratava de abandonar tuto, la casa, el lavor, i parenti e i amici ancora rimasti per andar a sercar fortuna lontan, in posti che no conossevimo, in meso a gente foresta. Sercavimo de farse coragio, pensando ai conossenti che ne gavevà precedùe che se gaveva zà messo a posto, ma in fondo al cuor restava la paura dell’ignoto.
Mancava un per de setimane ala data fissada per la partenza, mia mama e mio papà i era impegnadi per i preparativi e mi ala domenica aprofitavo per andar col treno a trovar i noni a Canfanaro. Sercavo cussì de rincuorar ’sti poveri veci che i vedeva andar lontan i fioi e che i restava sempre più soli. Ma iera anche un altro motivo: a Canfanaro gavevo una muleta, robe inocenti de fioi, epur, a pensar che se gavessimo dovù lassar, me dava una grande pena.
Iera gennaio e vigniva zò piova gelada. Gavevo pransà con i noni, li gavevo saludai e iero andà al’apuntamento con la mula. La me spetava vissin la cesa, tuta infredolida soto l’ombrela. Se gavemo vardà e ne se ga impinì i oci de lagrime. La go ciolta soto brasso, se gavemo incaminà verso la stassion. No savevo cossa dir, sentivo un dolor drento ma no me vigniva fora le parole de boca. La mula la me strinseva el brasso e ogni tanto la se sugava le lagrime. Semo rivai in stassion, go comprà el biglieto e lo go messo in scarsela. No vedevo l’ora de partir per far finir una situassion che la diventava sempre più penosa.
Finalmente xe rivà el treno, se gavemo abracià basà saludà del finestrin, sercando de frenar le lagrime e el Capostassion ga fis’cià la partenza. Iero solo in scompartimento e go podù dar sfogo ale lagrime sensa vergognarme.
Dopo un poco, xe rivà el controlor, «karte molim, biljeti prego» el dixi. Mi serco in scarsela, tiro fora el biglieto e ghe lo dago. «Qvesto biljeto no val» el me fa per croato. «Come no’l val» ghe digo mi per talian, «se lo go comprado in biglieteria». «Biljeto no val, xe vecio» dixi lui. «Come che el xe vecio, se lo go apena comprado, no son miga stupido» ghe rispondo mi. «A chi ti dixi stupido? Mona de Taljan, adesso ti vien con mi». E dito fato el me ciapa per un brasso e el me strassina in un altro scompartimento.
Come che el ga verto la porta, subito mi go capì che le robe se meteva mal: drento ghe iera due in capoto lungo de pele che pareva che i gavessi scrito in fronte OZNA, la polizia politica. In quei tempi iera tanti che sercava de scampar in Italia andando col treno fina vissin el confin e questi dela polizia in borghese i controlava i passegeri.
El controlor ghe dixi per croato «sto Taljan no ga pagà biljeto e me ga dito stupido, ve lo consegno a voi». «Dobro» ghe rispondi ’sti due, «ghe pensemo noi». A mi me se ga scomincià a drissar i cavei sula testa, per quel che gavevo sentì che fasseva ’sta gente ma oramai iero in balo e bisognava balar.
«Dokumenti» me fa uno, «No go documenti, son giovane go 15 ani» ghe rispondo mi. «E cossa ti fa solo sul treno?» me fa lori. «Son andà a trovar mia nona a Canfanaro». «Bon», i me fa, «vedaremo se ti dixi la verità, adesso alsa le man e tienle ben drite in alto». Mi obedisso e lori i continua «come ti te ciami?», «come se ciama tua nona?», «dove ti sta?», «perché no ti ga pagà el biglieto?», «perché ti ghe ga dito stupido al controlor?» e cussì via con altre domande. 
Mi me scominciava a far mal i brassi ma continuavo a tignirli driti in alto e a risponder. A un certo punto, uno me fa: «cossa ti ga qua in scarsela del giacheton?». «La bareta e la sciarpa», ghe rispondo mi e tiro zò una man per farghe veder. 
La sberla me xe rivada che no me la spetavo, la me ga fato veder tute le stele e la me ga girà la testa de l’altra parte. «No te go da el permesso de tirar zò la man», me fa quel che me la gaveva dada: «tierila su se no ti vol un’altra». Mi go sentì el sangue montarme in testa più per la rabia e per l’umiliassion che per el dolor ma no podevo fa gnente e go ubidì E lori avanti con altre domande, fina che a un certo punto i se ga stufà e i me ga dito: «bon, adesso ti vegnerà zò con noi al nostro comando e po’ vedaremo» e i xe andai fora del scompartimento a fumarse un spagnoleto.
Intanto el treno el se gaveva fermà ala stassion de Smogliani. Mi iero in un de quei scompartimenti che ga la porta anche verso l’esterno, i due polissioti no me vardava in quel momento. Gavevo paura e no volevo andar con lori, cussì né uno né due, go verto la porta son saltà zò del treno e via mi de corsa. Go passà tuto el paese sensa fermarme e sensa guardarme indrio e po’ via per la campagna fin che no gavevo più fià e go dovù fermarme. 
Scominciava a far scuro e no se vedeva nissun che me correva de drio. Cussì go deciso de tornar a Canfanaro a piedi. Pioveva, iero tuto bagnà ma iero contento de gaverla scampada. Presto son rivado ma no volevo farme veder in paese e cussì me son fermà in una casita in campagna poco lontan de la stassion.
Gavevo pensà de ciapar l’ultimo treno per Pola che passava verso le nove de sera. Gavevo fulminanti perché zà fumavo qualche spagnoleto e go impissà un fogo per scaldarme e sugar un poco i vestiti. Intanto pensavo a quel che me iera capità e a come che sto biglieto del treno no el iera valido. Serco in scarsela e trovo un altro biglieto, guardo la data e xe quela giusta. Alora me xe vignù come un lampo in testa e go capì cossa che iera sucesso.
Mi iero vignù a Canfanaro anche la domenica prima e gavevo in scarsela ancora el biglieto. Per sbaglio, ghe gavevo dà al controlor el biglieto vecio e lui gaveva ragion de dir che nol valeva. «Mona», me son dito, «varda che casin che ti ga combinà». Ma dopo me son giustificà pensando che ’sta storia de andar via in Italia, de lassar i parenti, i amici, la mula, me gaveva fato andar in confusion. E sentivo ancora la paura, la rabia, l’umiliassion per come che me gaveva tratà quei de l’OZNA. Poco prima dele nove, me son messo in testa la bareta, un basco, che no me piaseva ma che mia mama voleva sempre che lo meto, me son involtissà la sciarpa intorno el viso e cussì inbacucà son andà ala stassion, sperando che nissun me riconossi. 
Come che xe rivà el treno, son montà su e me son sentà in un vagon con poca gente, sempre tignindo la sciarpa sula boca, come uno che ga mal de denti. Ma nissun me vardava, el controlor no xe passà a sbusar i bilieti e son rivà a Pola senza problemi. Dela stassion son andà de corsa a casa dove che mia mama la me spetava e la stava zà in pensier. La me ga rimproverà per esser rivà cussì tardi ma no ghe go contà gnente, ghe go solo dito che gavevo perso el treno.
La setimana dopo semo partidi per l’Italia. Gavevimo el treno ale dieci de sera. Gavemo magnà un panin, in pie, in quela che iera stada la nostra casa ma che oramai cussì svoda la sentivimo estranea, gavemo serà la porta e ghe gavemo dà le ciave ala siora che stava vizin de noi. Ne ga compagnà ala stassion mio zio, fradel de mio papà e altri amici. Per strada nissun parlava, mio papà iera teso e el gaveva i oci lucidi. Mia mama la pianseva. Prima de partir, mio zio me ga ciapà in disparte: «fate onor» el me ga dito, el me ga abracià e el xe andà via per no far veder che el pianseva.
El viagio fina a Divacia xe sta lunghissimo. A Divacia i ga tacà el nostro vagon al’Orient Express che rivava de Belgrado, Zagabria, Lubiana e el andava a Trieste. A Erpelle, ultima stassion prima de l’Italia, xe vignuda sul treno la polissia de confin, i graniciari, per controlar i documenti. Ierimo tuti spauridi, mia mama la tremava perché la gaveva paura che i la visiti e che i ghe trovi quei pochi soldi che la se gaveva sconto adosso, mio papà sercava de farghe coragio, mi gavevo paura che rivi quei de l’OZNA e che i me riconossi. 
Xe rivada una dona in divisa con la bareta con la stela rossa, una drugariza, come che le ciamavimo, la ga controlà i nostri novi passaporti italiani che i ne gaveva dà al consolato de Zagabria, «Dobro» la ga dito «sve u redu» «tuto a posto» e la xe andada.
Finalmente el treno xe ripartì, se vardavimo tra de noi ma no se fidavimo de dir gnente perché no savevimo se ierimo ancora in Jugoslavia o zà in Italia. Solo quando che semo rivadi ala stassion de Aurisina e gavemo visto la polizia italiana semo stai sicuri de gaver passà el confin e ne xe passada la paura.
Iera zà giorno, el treno el andava zò dela costiera sora Trieste. Vedevo de l’altra parte del golfo la costa de l’Istria, dove che iero nato, gavevo i amici e gavevo vissudo fin adesso. Soto de mi la grande città Trieste, l’Italia, dove speravo de trovar una sistemazion, far altre amicizie, cominciar una nova vita. 
Cossa me riservava el futuro?
Roberto Stanich
 
 
 
224 - La Voce del Popolo 30/04/13 Cultura - Vladimiro Gagliardi ritorna a Valdarsa
Vladimiro Gagliardi ritorna a Valdarsa
La vita nell’Istria sotto l’amministrazione austriaca e nel periodo fascista, la famiglia istriana di una volta, il “magico mondo” del sottomarino e qualche parodia del mondo televisivo italiano. Questi e molti altri i temi su cui si è soffermato nei propri libri lo scrittore istriano Vladimiro Gagliardi, conosciuto anche come Miro Ivanin, nell’incontro avuto di recente con il pubblico del Comitato di quartiere di Valdarsa (Susgnevizza), nel comune di Chersano.
Gagliardi vi ha portato alcune delle sue opere, tra cui pure l’ultima, scritta in istroveneto, “El canto del gardelin”. Nel libro il protagonista va alla ricerca delle proprie radici. E torna alle sue. Gagliardi, originario in parte da Valdarsa, ossia, per essere più precisi, di Berdo (Brdo), un luogo vicino.
“Mio bisnonno era venuto in Istria dopo la caduta della Serenissima. Lavorava come fabbro. E a Berdo incontrò la moglie e mise su famiglia. Dopo, con la costruzione della ferrovia, si trasferì con i figli a Pola, dove nacqui poi anch’io”, ha raccontato lo scrittore, che parla della propria famiglia in diversi suoi racconti.
Un cognome «difficile» 
Nel rievocare la propria infanzia, Gagliardi affronta nei suoi scritti pure il problema che ebbe da piccolo per il cognome, le cui varianti a Berdo all’epoca furono Sgagliardi, Sgagliardich, Žgaljardić, tanto per fare qualche esempio. E i problemi non mancheranno. 
Visto che il suo cognome non finiva per vocale, nel 1953, quando si iscrisse alla prima elementare, per effetto del famigerato decreto Peruško, fu in pratica costretto ad andare alla scuola croata, “pur non sapendo neanche una parola del croato”, mentre “i Laginja e altri poterono iscriversi alla scuola italiana”, ha ricordato il nostro.
Spiegando il titolo del libro “El canto del gardelin”, questo è legato al soprannome di suo nonno Piero Gagliardi. “Fischiava sempre mentre lavorava, e la gente diceva che era come un gardelin”.
Il magico mondo dei sottomarini 
All’appuntamento di Valdarsa lo scrittore ha svelato i vari passi che precedono la stesura di un romanzo. Innanzitutto, si tratta di uno studio approfondito della materia di cui vorrebbe scrivere. Come in “Projekt Meduza” (Progetto Medusa), in cui si occupa di quello che ha definito quale “magico mondo” dei sottomarini. 
Come ingegnere elettrotecnico ha avuto modo di conoscere questo mondo lavorando, come suo padre, a un sottomarino. Tuttavia, i dettagli esposti nel libro sono stati così precisi che l’autore ha ricevuto complimenti persino da un militare che ha svolto buona parte del suo servizio in un mezzo navale del genere.
“Prima di iniziare a scrivere io ho già il libro in testa”, ha detto Gagliardi. Un’ispirazione per il romanzo “Treba imati...!”(Bisogna avere...), l’ha trovata nella trasmissione “Chi l’ha visto?”: vi ha descritto una puntata della sua immaginazione in cui un uomo sarebbe sparito volontariamente perché poco apprezzato dalla moglie.
“Sono contento di aver presentato le mie opere anche a Valdarsa e spero di poterlo fare pure nelle altre Comunità degli Italiani in Istria”, ha concluso Gagliardi. La sua presentazione è stata accompagnata dall’esibizione dei bambini attivi nel laboratorio “Puljići” (Uccellini), che si occupa della salvaguardia della lingua istroromena, parlata nella zona di Valdarsa e Seiane, e che è coordinato da Viviana Brkarić e Marina Mikuluš. 
Tanja Škopac 
 
 
 
225 – La Stampa 03/05/13 Le Idee - Bettiza: Se l'Europa riconquista i Balcani
LE IDEE - Se l'Europa riconquista i Balcani
La Slovenia è già da tempo europeissima. La Croazia, che a luglio diventerà il ventottesimo Stato membro dell'Unione, sta già attrezzando Dubrovnik, la vecchia e sempre ammagliante Ragusa marinara, con vasti progetti di richiamo e svago ricreativo per il valore di oltre un miliardo di euro. Europeizzare la splendida costa adriatica della Croazia, che dalle cittadine istriane scende lungo le frastagliate sorprese dalmatiche fino alle Bocche di Cattaro, non è certo compito che richieda sforzi titanici. Non è un'azione di conquista geografica o di creazione estetica ex novo. piuttosto, un'opera di recupero, di restauro, che mira a restituire pienamente all'Europa, dopo tante guerre e rovine, città antiche, siti incantati, squarci di palazzi segreti e imprevedibili che da secoli appartengono alla civiltà europea. E' invece la balcanica Serbia, l'orientale Serbia, l'autarchica e autosufficiente Serbia quella che, almeno fino a ieri, cercava di collocarsi con i suoi miti e le sue omeriche epopee in una dimensione astratta che era e non era europea. Non a caso, imbevuta di fondamentalismo cristiano ortodosso, così avvinta alle figure fraterne di Cirillo e Metodio, evangelizzatori delle tribù slave e artefici della prima Bibbia in paleoslavo, la Serbia tendeva a definirsi sempre per contrasto e nel contrasto: si opponeva all'occidentalismo cattolico dei croati e degli sloveni, contestava il profondo retaggio musulmano della Bosnia, o addirittura andava a cercare radici della propria identità etnica e religiosa nel Kosovo popolato da una maggioranza di albanesi islamizzati. Ossimori, paradossi, iperbole hanno costellato la sua storia travagliata, che dava spesso l'impressione di volersi annullare nelFantistoria. Non s'era mai visto una nazione celebrare alla stregua di vittoria una storica sconfitta, come quella inflitta dai turchi agli eserciti di Belgrado nella battaglia del Kosovo del 1389. Non solo. In quella data, per quanto tremenda e catastrofica, i serbi hanno voluto addirittura intravedere un momento fondativo della loro coscienza nazionale. Da qualche tempo però si va notando fra i governanti serbi l'impulso, poco coltivato dai predecessori, di chiamare finalmente le cose col loro nome. Si sono messi a cercare, ad accettare, a proclamare la verità proprio nei luoghi, come il Kosovo e la Bosnia, in cui maggiormente avevano tentato di negarla. Si usa dire che, in politica, soltanto i più ostinati riescono a liberare talora il campo dalle ipocrisie, ristabilendo, anche contro se stessi, la dura realtà dei fatti. Così è avvenuto il 19 aprile, data di svolta che possiamo definire senza retorica «storica». Abbiamo visto infatti due feroci avversari, il primo ministro serbo Ivica Dacie, già portavoce di Milosevic, negoziare con il primo ministro del Kosovo Hashim Thaci i termini di una coesistenza «europea» tra l'mdipendente Pristina e una Belgrado che si sforza di non riconoscerne ufficialmente l'indipendenza. Per cogliere appieno il senso di novità dell'evento basterà ricordare che il premier Thaci, leader della guerriglia antiserba, è il personaggio che nel 2008 dichiarò e legittimò, con il sostegno di molti Paesi europei, la nascita di uno Stato kosovaro staccato da Belgrado. Certo, sul piano formale, la Serbia continua a ignorare l'autonomia statale degli albanesi. Ma sul piano della realtà fattuale, e ormai negoziale fra le due parti, la situazione appare ben diversa: Belgrado in effetti accetta a denti stretti l'autorità di Pristina sull'intero Kosovo, chiedendo e ricevendo in contropartita ampie garanzie di autonomia per i 45 mila serbi nel nord della regione. Vi prospera un'economia tribale basata sul contrabbando e su rapporti di mafia. Vi è diffusa al tempo stesso pure l'insoddisfazione politica; nel 2012 i serbi locali sono riusciti a indire un referendum che negava la loro appartenenza allo Stato governato da Pristina. A questo si aggiungono i paletti assistenziali. Belgrado garantisce alla forte minoranza serba un sussidio per le questioni di sanità e di istruzione pubblica, mentre una seconda parte di aiuti arriva da Pristina e dall'Unione Europea. L'idea di Europa ha esercitato qui tutto il suo fascino. La Serbia non si sarebbe mossa, negli accordi con il Kosovo e sul Kosovo, se la Commissione europea non l'avesse invogliata con un accordo che le promette l'avvio, entro l'anno corrente, dell'attesa trattativa per l'ingresso nell'Unione: trattativa che si vorrebbe far coincidere simbolicamente con il fatidico anniversario del 1389. Neppure si sarebbe mosso il presidente serbo Tomislav Nikolic. Egli, smettendo la corazza del guerrafondaio e indossando la tonaca del pacifista pentito, -> ha recitato il mea culpa in una sconcertante intervista alla tv: «Mi inginocchio e chiedo perdono per i crimini commessi dalla Serbia a Srebrenica» (8000 musulmani slavi trucidati). Si direbbe quindi che stia per finire il periodo di mutismo e stagnazione che aveva visto i cosiddetti «Balcani occidentali», cioè ex jugoslavi, poco impegnati o disinteressati al dialogo d'integrazione con l'Europa. Difatti, mentre la Croazia affila gli strumenti per l'entrata, il Montenegro, la Bosnia e la Macedonia bussano ogni giorno con più insistenza alle porte attraenti di Bruxelles. E' stata la baronessa Ashton, responsabile della politica estera dell'Ue, ingiustamente criticata fino all'altroieri, a mettere con pragmatismo britannico la parola fine agli strascichi delle guerre nell'ex Jugoslavia. E' stata lei a portare Belgrado e Pristina alla tregua, a spingere i nazionalisti serbi al pentimento e a conferire così in definitiva, a posteriori, un senso storico al Nobel per la pace conferito all'Europa. Gli inglesi avranno pure i loro difetti, ma nessuno li batte come mediatori e ostinati negoziatori d'armistizio. 
Enzo Bettiza
 
 
 
226 – Globalist 29/04/13 Croazia, disastro europeo.
Croazia, disastro europeo
Un mensile tedesco prevede che l'ingresso di Zagabria nell'Unione provocherà grandi problemi
"Il prossimo disastro europeo avra' inizio in 1 luglio di quest'anno": la fosca previsione appare nell'edizione tedesca della rivista "Focus" che considera una jattura l'entrata a far parte dell'Unione della Croazia, descritta come un Paese dell'economia fragile, ancora in attesa di compiere riforme essenziali ma soprattutto tragicamente schiavo della corruzione. "Dal fallimento degli aiuti versati ai Paesi dell'Europa sudorientalee e dalle moltissime frodi compiute grazie ad essi non si è imparato nulla - continua la rivista - fino ad oggi Grecia, Portogallo, Spagna e Cipro si sono serviti dell'Unione europea come di un supermaket finanziario come era gia' accaduto per Romania e Bulgaria, e adesso è la volta di Zagabria. Ma cosa stanno facendo a Bruxelles? Non si sono ancora resi conto di quanti Paesi che sono stati chiamati a far parte dell'Unione non erano pronti per farlo?". "l'élite dell'Unione europea, che rende possibile una continua espansione lo fa soltanto perché a sua volta non esprime leaders appropriati, i suoi vertici fanno di tutto per apparire arroganti, irresponsabili e persino stupidi. La Croazia è ancora molto lontana dal poter soddisfare i criteri minimi di appartenenza all'Unione ed appare ancora profondamente affetta dai problemi della corruzione e del crimine organizzato, gli stessi che non sono stati ancora risolti neanche da Stati membri come Romania e Bulgaria". "Rispetto a questi ultimi la Croazia è Paese relativamente piccolo quindi le cose che vanno male dovrebbero essere risolvibili più facilmente e tuttavia le cose non vanno cosi', dunque prepariamoci ad un'altra operazione di salvataggio cue com'è gia' accaduto per quella di Cipro e sta accadendo per la Slovenia ci impegnerà anche nel soccorrere l'ultimo arrivato". In realtà tutti più recenti rapporti dell'Unione europea, pur annotando qualche progrsso nella legislazione, hanno continuato a segnalare gravi ritardi nella lotta a corruzione e criminalità, oltre che nel funzionamento dell'apparato giudiziario. La Croazia continua ad essere esposta a forti squibri nel sistema bancario, a soffrire di una transizione mai davvero completata oltre che di una situazione davvero grottesca che si può riassumere cos': nessuno ancora sa esattamente quanti saranno i nvuoci cittadini europei. La corsa al passaporto croato di molti cittadini dei Paesi circostanti fa in modo che in una nazione di poco più di 4 milioni di abitanti "ballino" circa 600 mila cittadini in più, numerosi centri di confine oggi risultano risultano molto più popolati di quanto lo fossero nell'ultimo censimento: tutto questo accade per le finte residenze ottenute da persone che vivono in Serbia o in Bosnia ma grazie a parentele cercano di sfruttare la possibità di ottenere un passaporto per l' Europa. Branko Eremic, sindaco di Vojnic, piccolo centro sui confini bosniaci, conferma questa tendenza:" Una buona parte dei serbi o dei bosniaci che un tempo vivevano qua, dopo le guerre di vent'anni fa si sono spostati oltreconfine mantenendo com'era loro diritto la residenza - dice - adesso tornano ogni quattro anni per votare, ogni tanto vengono a trovare i parenti ma non sono minimamente interessati a come viviamo o a come vanno le cose in Croazia. E la prossima adesione alla Ue li rafforza in questa scelta, perché in un modo o nell' altro si troveranno ad essere cittadini dell'Unione".
 
 
 
227 - Il Piccolo 29/04/13 I russi costretti ai visti evitano la Croazia
I russi costretti ai visti evitano la Croazia 
In calo gli arrivi del 30%. Fila di otto ore al consolato di Mosca nonostante sei sportelli in attività 
TRIESTE Le Cassandre hanno avuto ragione. Il calo dei turisti russi in Croazia nella prossima stagione turistica sarà del 30 per cento quantificabile in 30mila visitatori in meno. Solitamente turisti facoltosi che non badano a spese. Quindi un danno ancora maggiore per quella che è l’unica “industria” del paese jugoslavo che ha saputo superare la crisi economico-finanziaria globale sfornando, lo scorso anno, bilanci tutti in positivo e in crescita. La colpa è del regime dei visti che Zagabria ha dovuto introdurre visto che dal prossimo 1 luglio diventerà un Paese membro dell’Unione europea e, quindi, deve uniformarsi al regime dei visti comunitario visto poi che non è ancora entrata nel regime di Schengen. Il che vuol dire che chi ottiene il visto potrà rimanere solo in Croazia, mentre se un russo si fa il visto per l’Italia o la Spagna può poi muoversi liberamente in tutta l’area Schengen. Certo ad essere un ostacolo non sono i
34 euro che costa il visto. Piuttosto i grossi disagi che i russi non sono disposti a sopportare per passare le vacanze in Croazia. Il quotidiano Ve›ernji List di Zagabria ha pubblicato alcune testimonianze di russi che hanno chiesto il visto agli uffici consolari croati di Mosca. Ebbene la situazione descritta è desolante, degna dei tristemente noti sportelli Asl italiani. Una donna, Margarita Spirenkova afferma di aver atteso in fila per cinque ore per ottenere il visto ma altri hanno atteso anche fino a otto ore. Ma non basta. Dopo aver svolto tutto l’iter burocratico necessario bisogna recarsi a pagare il documento in uno sportello bancario che dista venti minuti di macchina dal consolato. Quindi si deve far ritorno con la ricevuta e solo dopo si può ritirare l’agognato visto. La donna sentita dal quotidiano croato non ha dubbi: «Non credo che rifarei una cosa del genere se penso poi che una volta in Croazia devo rimanere lì e non posso muovermi in Europa come avverrebbe se avessi ottenuto il visto per la Spagna o l’Italia». Il gestore del portale russo “Croatia.ru” Sergej Mahan non ha
dubbi: «Il regime dei visti certo non agevola chi vuole viaggiare e il turismo in generale, il calo di turisti russi in Croazia quest’anno sarà un’amara realtà». Al Ministero degli esteri e degli affari europei della Croazia snocciolano una cifra emblematica: a Mosca ogni giorno ci sono circa 200 persone che chiedono il visto d’ingresso in Croazia. A Mosca negli uffici consolari sono aperti sei sportelli e tutti coloro i quali chiedono i documenti di viaggio li ottengono in giornata. Se servirà apriremo altri sportelli. Ma il danno oramai sembra essere cosa fatta. Sulle coste dalmate e istriane quest’anno si parlerà meno il russo con buona pace degli albergatori, dei ristoratori e dei gestori di casinò e slot-machine.
(m. man.) 
 
 
 
228 - Il Piccolo 04/05/13 Quella storia di famiglie tra Trieste e Gorizia
Quella storia di famiglie tra Trieste e Gorizia 

Una grande e nuova opera dedicata ai lettori del “Piccolo” 
il dizionario dei cognomi 
Michele A.Cortelazzo
Dal volume “I cognomi triestini e goriziani - Origini, storia, etimologia dall’Istria al Basso Friuli” pubblichamo un brano dalla prefazione di Michele A. Cortelazzo. di MICHELE A. CORTELAZZO In uno degli ultimi romanzi di Andrea Camilleri, Il sorriso di Angelica, del quale è stata recentemente trasmessa la versione televisiva, il commissario Montalbano ha a che fare con la bella Angelica Cosulich. Nel delineare il personaggio, l’autore ha immaginato che Angelica fosse il frutto di un matrimonio misto tra un triestino e una siciliana. Dal modo di parlare della giovane, come è stato realizzato dalla trasposizione televisiva, non traspare nessun tratto non dico di triestino, ma neppure di italiano settentrionale. Eppure, a chi ha una qualche frequentazione della Venezia Giulia, l’origine triestina era apparsa subito chiara, fin da quando la giovane Angelica si è presentata: il cognome ha indirizzato subito lo spettatore attento verso Trieste. Cosulich, infatti, è un cognome proveniente dalla Dalmazia e dall’Istria (come tutti i cognomi in -ich significa “figlio di …”, in questo caso “figlio di Cosulo”, o Cosule o Cosul). Pur non essendo uno dei cognomi più diffusi a Trieste (e per questo non è compreso in questo volume), è comunque un cognome che indubitabilmente rinvia a Trieste: è diffuso, infatti, in questa città, e in altre città di mare come Venezia e Genova (evidentemente come cognome di importazione); a Trieste ha lasciato una traccia cospicua, grazie all’attività dei fratelli Callisto e Alberto Cosulich, eredi di una famiglia di piccoli armatori di Lussinpiccolo, che avevano fondato prima una compagnia navale, poi un cantiere navale. Un cognome può essere, dunque, un elemento che localizza una persona, una famiglia, una società; ed è un elemento che può avere, da questo punto di vista, un alto valore connotativo. Se al centro della scena di un romanzo o di una commedia c’è un Esposito, è altamente probabile che la vicenda sia situata a Napoli; se c’è un Brambilla siamo a Milano, se c’è un Parodi siamo a Genova, e poi con un Sanna la storia probabilmente si svilupperà a Cagliari, con un Pautasso a Torino, con un Casadei in Romagna e via dicendo. Se le parole, come sappiamo ormai da decenni, sono, come tutti i segni linguistici, arbitrarie, ancor più arbitrari e opachi sono i cognomi. Dire che il segno linguistico è arbitrario vuol dire che non c’è nessun motivo per il quale il felino domestico si chiami gatto e non datto o gappo, o in un qualsiasi altro modo. Però le estensioni, gli usi traslati, seguono una motivazione e quindi sono in qualche misura trasparenti: se dico che quel tal signore è un gatto, intendo dire che ha un modo di muoversi sornione e furtivo come quello di un gatto. Nulla del genere accade con i cognomi. Se un signore si chiama Rosso, o Rossi, non c’è maggiore probabilità che abbia i capelli rossi, o la pelle paonazza, di quanto ce l’abbia il signor Motta o il signor Orsoni; anche se, in effetti, all’origine il cognome Rosso, o Rossi, o Russo era un soprannome che indicava una persona dai capelli rossi o dalla pelle che vira sul rosso. Ma c’è di più: il signor Rossini o il signor Rossetti non hanno le stesse caratteristiche del signor Rossi, sia pure in miniatura; se c’è una connessione etimologica tra i questi nomi (rinviano tutti a persone rossicce), questa non comporta alcuna somiglianza tra le, tantissime, persone che portano i due cognomi. E ancora, la signora Ficarotta di Palermo, o di Salemi, o di Marsala solo casualmente, ormai, avrà a che fare con una ficara, cioè con una piantagione di fichi (e non necessariamente avrà a che fare con quel qualcosa di pruriginoso che forse vi è venuto in mente, ma che non c’entra nulla con l’origine del cognome); a sua volta il signor Esposito o Degli Esposti difficilmente sarà stato abbandonato dai genitori, magari davanti a una chiesa, salvato e portato in un brefotrofio, come invece certamente accaduto in molti iniziatori delle famiglie Esposito o Degli Esposti. Se, dunque, un cognome non ci dice nulla della persona che lo porta, questo non significa che manchi una curiosità generalizzata sull’origine e la diffusione dei cognomi. Una curiosità che si colloca sui due piani della storia e della geografia: della storia perché fa parte di una generale curiosità linguistica, sia dei diretti interessati, sia degli altri, il desiderio di sapere da dove provengono i cognomi; della geografia, perché informazioni sulla distribuzione areale dei cognomi ci permettono di avere un quadro della tipicità regionale di un cognome, della sua diffusione, più o meno ampia, in Italia, degli spostamenti che nuclei familiari, più o meno ampi, hanno avuto in giro per l’Italia. Lo dimostrano i siti che cercano di dare proprio queste risposte (a cominciare da una sezione del sito di Pagine bianche, l’erede informatizzato dell’elenco telefonico http://www.paginebianche. it/cognomi-italiani.html). Faccio un esempio sul mio stesso cognome, Cortelazzo, la cui etimologia è pacifica. Su una sessantina di Cortelazzo titolari di un abbonamento telefonico che hanno accettato che il loro numero di telefono venga reso pubblico, 40 vivono nel Veneto (più 4 nel vicino Friuli Venezia Giulia), 9 in Lombardia, 6 in Piemonte, 3 in Emilia-Romagna, altri 3 sparsi (e isolati) in Liguria, Lazio e Toscana. Una distribuzione analoga ha la variante “italianizzata” Cortellazzo. Se ne deduce che si tratta di un cognome quasi esclusivamente veneto, con qualche limitato sconfinamento nelle regioni limitrofe e nelle regioni industriali del nord-ovest, probabilmente come effetto dell’emigrazione di lavoratori veneti del secondo dopoguerra. Immagino, quindi, che l’iniziativa del “Piccolo” di ripubblicare la raccolta di cognomi triestini di Marino Bonifacio, benemerito e appassionato cultore soprattutto della realtà linguistica originaria dell’Istria, integrata con i cognomi goriziani, raccolti e studiati da Gianni Cimador, sarà ben accolta dai lettori. I due curatori hanno fatto un magnifico lavoro soprattutto sul primo dei due piani di interesse dei cognomi, quello della storia: hanno recuperato, nei limiti del possibile, le testimonianze d’archivio più antiche (sia pure con una polarizzazione, a volte eccessiva – se mi è concessa una piccola critica – verso l’Istria, comunque ben comprensibile se si pensa alla storia di quest’area nel secondo dopoguerra) e hanno ricostruito l’etimologia, anche qui nel limite del possibile. Ma non hanno tralasciato la considerazione della distribuzione geografica: innanzi tutto, in chiave interna, nel senso che la scelta dei cognomi da analizzare è stata fatta basandosi sui cognomi più diffusi rispettivamente a Trieste e a Gorizia (il che, come vedremo, non significa necessariamente i più tipici); poi, anche in una prospettiva più generale, poiché nelle schede sui singoli cognomi non mancano osservazioni sulla distribuzione areale in tutta Italia. (...) 
IL VOLUME
Oltre duecento voci nelle due province 
L’ampia e complessa ricerca di Marino Bonifacio e Gianni Cimador 
Il volume di Marino Bonifacio e Gianni Cimador, “I cognomi triestini e goriziani” comprende i 197 cognomi più diffusi nella provincia di Trieste, e i 91 cognomi più diffusi nella provincia di Gorizia, alcuni dei quali in comune con il territorio triestino. Per dare maggiore organicità all’opera, gli autori hanno scelto di integrare le voci relative ai cognomi triestini con quelle dedicate ai cognomi goriziani, seguendo l’ordine alfabetico. Rispetto alle voci raccolte da Bonifacio, che sono rimaste inalterate anche per quanto riguarda il numero dei nuclei familiari individuati sulla base dei dati di residenza nel 2001, le voci goriziane, curate da Cimador, oltre a considerare i dati aggiornati dei residenti, sono presentate in forma più agile e ridotta, facendo riferimento ai repertori documentali più facilmente raggiungibili. Per ogni cognome è sempre specificata la diffusione rispetto al territorio di riferimento, mantenendo distinta l’indicazione per i cognomi che risultano fra i più frequenti in entrambe le province. «Per quanto riguarda le varianti dei singoli cognomi - notano gli autori - e soprattutto le diverse forme di cognomi italianizzati o slavizzati, non è risultato sempre facile tenere conto di tutte le occorrenze e per questo le eventuali omissioni non sono volontarie ma dovute ai limiti insiti nello stesso lavoro di documentazione». Marino Bonifacio, nato a Pirano nel 1941, vive a Trieste dal 1953. Si occupa da oltre trent’anni dei cognomi dell’Istria, di Trieste e della Venezia Giulia. Ha pubblicato tre volumi sui “Cognomi di Pirano e dell’Istria” (1996, 1998, 2000), uno sui “Cognomi di Isola” (2000) e i “Cognomi dell’Istria: storia e dialetti”. Nel 2004 per la Lint sono usciti “Cognomi triestini”. Gianni Cimador è dottore di ricerca in letteratura italiana, insegnante e autore di vari saggi e articoli oltre che esperto di antroponomastica. 
Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
 
 
 
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
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