Mailing List Histria rassegna stampa settimanale 

a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia G.Budicin e Stefano Bombardieri 

 
N. 873 – 11 Maggio 2013
Sommario
229 - CDM Arcipelago Adriatico 09/05/13 E' mancato Ottavio Missoni
230 - La Stampa 10/05/13 Tai, figlio vero della terra tra l'Adriatico e il Danubio (Enzo Bettiza)
231 - Avvenire 10/05/13 Addio a Missoni maestro del colore e dell’ottimismo (Lucia Bellaspiga)
232 – La Repubblica 10/05/13 Missoni, il patriarca gentile (Gianni Mura)
233 - Libero 10/05/13 Con Ottavio Missoni se ne va l’ultimo dei grandi dalmati (Camillo Langone)
234 - Il Piccolo 11/05/13 Il ricordo di De Vidovich: «Mio cugino Ottavio ha cambiato gli esuli» (r.u.)
235 - Il Giornale 10/05/13 Ottavio Missoni: Un esule orgoglioso che amava la verità ma non la nostalgia (Gian Micalessin)
236 - Il Piccolo 10/05/13 Quando Ottavio sfidò la Casa Bianca, gli esuli: «Un amico e un simbolo» (Roberto Urizo)
237 – La Voce del Popolo 10/05/13 Addio Ottavio Missoni: si spengono i colori di una vita strabiliante, il ricordo di Tremul e Radin (Christiana Babić - Mauro Bernes)
238 - Il Piccolo 07/05/13 Andreotti: Il "dossier Trieste" nell'archivio segreto (Giuseppe Palladini)
239 - Il Piccolo 08/05/13 Archivio di Andreotti - "serie Trieste" : Trattative di Osimo, la protesta di Santin
240 - Il Piccolo 09/05/13 Trieste: Istriani "rimossi" dalla Provincia (fa.do.)
241 - La Voce del Popolo 08/05/13 Cultura - Torre civica, presto il ritorno dell'aquila bicipite (Gianfranco Miksa)
242 - Il Piccolo 06/05/13 La ministra italiana del governo di Lubiana in pressing su Roma (Mauro Manzin)
243 - Corriere della Sera 05/05/13 Ex Jugoslavia: Viaggio fra gli spettri dei Balcani sognando una vera riconciliazione (Ettore Mo)
 
 
Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/
 
 
229 - CDM Arcipelago Adriatico 09/05/13 E' mancato Ottavio Missoni
È MANCATO OTTAVIO MISSONI
Codarin, Toth, Ballarin...i messaggi, le riflessioni di un cordoglio senza fine che accomuna un popolo che si è riconosciuto in un Grande Uomo
Corale arriva il cordoglio di quanti l'hanno conosciuto ed apprezzato, di chi l'aveva assurto a simbolo di una rivincita dell'uomo sull'inclemenza della storia. Mancherà a tutti Ottavio Missoni, soprattutto alla sua gente che riconosceva nella sua indole aperta e comunicativa, di grande intelligenza pragmatica, l'esempio di un popolo sparso. Ricoverato il 30 aprile all'ospedale di Circolo di Varese per uno scompenso cardiaco e insufficienza respiratoria, Ottavio Missoni, 92 anni, era stato riportato nella sua casa di Sumirago nel Varesotto, ma qui è mancato oggi. Nato nel
1921 a Ragusa (ora Dubrovnik in Dalmazia), Ottavio era cresciuto a Zara, dove la sua famiglia aveva deciso dovesse continuare a frequentare la scuola italiana. Dai 16 ai 32 anni, ma con la parentesi della prigionia, è stato campione di atletica, nei 400 metri piani e a ostacoli: ha vestito 23 volte la maglia azzurra, ha conquistato 8 titoli italiani e l'oro ai mondiali studenteschi nel 1939. Quando ha ripreso le competizioni, è arrivato sesto alle Olimpiadi del 1948 e quarto agli europei del 1950. Ma a quel punto aveva già conosciuto Rosita e aveva anche iniziato una piccola produzione di indumenti sportivi, il nucleo di quell'attività che li porterà sulle vette della moda e nei maggiori musei del mondo. Nel 1969 costruirono lo stabilimento e la casa di Sumirago, nel varesotto, dove ancora adesso la famiglia vive e lavora, perché i Missoni si considerano artigiani. Ora a guidare l'azienda sono rimasti i figli Angela e Luca mentre Vittorio è scomparso dallo scorso gennaio durante un viaggio ai Caraibi al largo delle isole venezuelane di Los Roques, su quella rotta maledetta dove nel corso degli anni si sono perse le tracce di diversi aerei.
Alla notizia della sua scomparsa, si sono susseguite dichiarazioni e comunicati per esprimere la stima e l'affetto che la gente nutriva nei suoi confronti, soprattutto istriano-fiumani-dalmati che l'hanno sempre considerato un degno rappresentante di questo mondo.
"Solo poche parole in un momento di profondo cordoglio - ha dichiarato il Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli, Renzo Codarin -. Tai rimane un faro di coerenza proposta con grande simpatia. Un esempio di eccellenza nell'esilio di chi ha saputo trarre forza dalle radici, convinto ed orgoglioso dalmata ma con l'anima rivolta al mondo che ha conquistato senza riserve". E Codarin riucorda ancora i suoi primi passi nella moda proprio da Trieste, città che gli ha tributato omaggi e riconoscimenti perché l'ha sempre considerato parte della sua realtà poliedrica e controversa.
Commossa la riflessione di Lucio Toth, Presidente onorario dell'ANVGD, per tanti anni al fianco di Missoni, assieme a Franco Luxardo, dell'Associazione Dei Dalmati Italiani nel Mondo di cui Missoni fu lungamente presidente e poi presidente onorario.
"Ottavio Missoni era un vincente per natura e vocazione - scrive Toth -. 
Nemmeno adesso, di fronte alla morte che tutto placa e livella, lo vedo perdente. Perché fino all'ultimo ha sorriso alla vita, ha lottato come un leone malgrado tutto, dalla sua Zara perduta alla scomparsa del figlio Vittorio. La sua voce di quattro giorni fa era quella di un ragazzo alla vigilia di una corsa. L'ultima corsa l'ha compiuta. Ed è come se avesse vinto anche quella. Perché il messaggio che ci lascia è un inno alla vita, al coraggio, alla fantasia, alla creatività. Dalmata in quanto italiano e italiano in quanto dalmata, ha portato alto nel mondo il nome dell'Italia e della nostra gente indomabile, allegra, ironica, mai nichilista. Valori
saldi: senso del dovere, onore personale, amor di patria. Nessun segno mai di intolleranza. Generosità senza fine. Un cuore aperto che ha cessato di battere in un corpo afflitto da recenti terribili avvenimenti. Ma il suo animo non ha mai ceduto. Bravo Tai! Aiutaci a vivere come te e come te a morire".
"La scomparsa di Ottavio Missoni, quest'oggi nella sua abitazione di Sumirago, priva l'intera comunità giuliano-dalmata, esule in Italia e negli altri Paesi di accoglienza, di un autentico, grande simbolo dell'industriosità e dell'intelligenza proprie di quei profughi istriani, fiumani e dalmati che, ovunque si siano trovati nel doloroso dopoguerra, hanno saputo inserirsi nel nuovo contesto sociale ed economico, forti di saldi principi civili, di sicure doti di laboriosità, di rispetto delle Istituzioni dello Stato e di amore di Patria". Lo scrive in un comunicato il Presidente dell'ANVGD, Antonio Ballarin.
"I colori mediterranei - sottolinea ancora Ballarin, da lussignano ad un grande Dalmata - che hanno reso la sua Maison inconfondibile nel mondo, riflettono le tonalità e i contrasti della sua Dalmazia, del suo mare e della sua aspra e pungente natura. «Io - ha dichiarato in un'intervista del
1999 al "Corriere della Sera" - sono nato a Ragusa che si ostinano a chiamare Dubrovnik. Ma, sino a vent'anni, ho vissuto a Zara. Sarebbe là il mio paradiso. Ma purtroppo Zara, quella mia Zara, non esiste più. Eravamo in 20 mila. Quattromila sono morti sotto le bombe. Gli altri sono sparsi per il mondo. La città è stata distrutta al 70,75 per cento. Ti viene il sospetto che Zara non sia mai esistita». Ma sono infinite le circostanze nelle quali Ottavio Missoni ha rievocato e raccontato, nel suo elegante dialetto dalmato-veneto, la nostalgia dell'esule e la fatica della rinascita dopo la perdita di tutto.
Per quel sentimento insopprimibile di rimpianto che diviene, paradossalmente, il più profondo rifugio dell'esule, Missoni ci ha accompagnato per decenni, sempre presente e disponibile agli appelli delle Associazioni degli esuli ad intervenire con la sua innata verve e la sua intatta semplicità che è degli uomini che hanno avuto esperienza della sofferenza e del duro riscatto".
Ci mancherà enormemente - scrive ancora Ballarin, interpretando il pensiero di tutti.
In queste ore stanno arrivano numerose attestazioni di partecipazione al cordoglio. Il Comitato Provinciale di Roma dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia "esprime il proprio cordoglio per la scomparsa di Ottavio Missoni, insigne figura del mondo Giuliano Dalmata e uomo di grandi passioni e grande valore umano".
Sapeva ridere della vita e del proprio ruolo nel quotidiano, raccontava le sue "storie" con quella levità che non le rendevano meno profonde e sentite, sempre piene di messaggi da trattenere, pillole di una saggezza da Grande Vecchio, da Grande Capo.
Buon viaggio Tai!
 
 
230 - La Stampa 10/05/13 Tai, figlio vero della terra tra l'Adriatico e il Danubio di Enzo Bettiza
Addio al mio amico “Tai “ tra Adriatico e Danubio
Tai, figlio vero della terra tra l’Adriatico e il Danubio
I giovedì sera con lui, a cantare e bere per negare la morte
LE SUE BARCHE Vere, non ferri da stiro atte a misurarsi con la forza del mare
LA SUA AUTO Grande e modesta ne mollò il volante solo alla soglia dei 90
Luminosa persona, ha trasformato il gusto per la vita che gli era proprio in uno stile inconfondibile di raffinata originalità - Giorgio Napolitano
il ricordo
ENZO BETTIZA
Non immaginavo di dover inviare proprio di giovedì, questo ultimo e tristissimo saluto a Tai, come usavamo chiama­re Ottavio Missoni. Al conviviale
e, nonostante gli anni, ancora vi­goroso Tai, che non rivedrò più al solito tavolo d’angolo del ristoran­te «Boeucc» di Milano. '
Quando non era in giro per il mondo, oppure in barca a vela nella nativa Dalmazia, Tai, era solito riuni­re il giovedì sera nel vecchio ri­trovo milanese sotto la sua di­vertita ala patriarcale un ri­stretto gruppo di amici.
Scendeva a Milano dalla vil­la-fattoria di Sumirago in una macchina grande e modesta insieme, che continuò a guida­re di persona anche in notti burrascose fin quasi al limite delle forze vitali; mollò il vo­lante solo alla soglia dei no­vanta, cedendolo a un cognato più giovane, col dispiacere iro­nico e un po’ amaro del­l’olimpionico assuefatto a tendere i muscoli e lo spirito contro l’usura del tempo.
Ma non usava compian­gersi; usava anzi rimpro­verarsi: «Noi dalmati sia­mo tutti un po’ matti. Ci ostiniamo a confutare la realtà della morte, cantando e bevendo come se i malanni e i guasti degli anni non ci ri­guardassero».
A prescindere dal cantare alto e dal bere forte, che lo accompa­gnarono e sostennero di suc­cesso in successo in una vita piena, ardita, una vita artisti­ca, più da pittore che da tessi­tore, egli si compiaceva dello sfondo biografico e dinastico da cui proveniva. Le sue barche erano barche vere, illiriche, uscocche, non ferri da stiro mi­liardari, ma strumenti basati sulla vela e la manualità del ti­mone: atti a misurarsi con la forza della natura, con i brutti scherzi del mare, degni insomma del figlio d’un capitano dal­mata di lungo corso che s’era fatto le ossa nella marina au­stroungarica.
La moda, le sfilate, i guadagni che gli procura­vano? Non ne parlava mai, as­solutamente mai, come se la cosa concernes­se i talenti e le inclinazioni na­turali delle don­ne di famiglia.
Luì, che era un falso naif, preferiva passare le sue ore a leggere libri, anche astrusi, piuttosto che sper­perarle in clangori mondani. Figlio autentico della pro­pria terra, nel fisico atletico, nei lineamenti bellissimi e marcati, nel bilinguismo in cui il veneto coloniale si univa a nostalgiche e temerarie battute in croato: amava sottolineare il cognome della madre, una Vidovich, nobildonna di Sebenico, che lo esortava a non dimenticare la lingua slava che egli infatti par­lava correntemente. Usava non a caso definirsi così: «Sono un mediterraneo multiforme, nel quale si rimescolano le acque dell’Adriatico e del Danubio».
Ancora bello, sempre genero­so, sempre sorridente, sempre pronto alla battu­ta scettica e inat­tesa, il colpo dì grazia che doveva portare lui, no­vantenne intrepi­do, a una fine per così dire precoce fu la scomparsa misteriosa del primogenito Vit­torio nei marosi del Venezuela. L’enigmatico e tragico abisso che aveva inghiottito Vittorio doveva inghiottire, ripeto precocemen­te, anche il «grande Tai», come lo chiamavamo, la cui sana allegria era diventata alla fine quella che Ungaretti chiamava «l’allegria del naufrago». Si direbbe quasi che il mare non perdoni nulla proprio a chi l’ha vissuto e amato troppo. Hvala za sve, dragi Taj.
 
 
231 - Avvenire 10/05/13 Addio a Missoni maestro del colore e dell’ottimismo
UN LUTTO MADE IN ITALY
Il fondatore della maison italiana lascia un segno nel mondo. Lunedi a Gallarate i funerali 

Addio a Missoni maestro del colore e dell’ottimismo
«Morto per scompenso cardiaco». Ma il suo cuore si era ammalato alla scomparsa del figlio
Una vita che sembra una favola, dai successi sportivi, alla moda, all’amore per una famiglia grande e unita
da Milano Lucia Bellaspiga
“ Non steme a domandar de moda che no mene intendo” , si scher­miva in dialetto veneto, aprendo un candido sorriso sul volto abbron­zato da navigante dalmata. Umile e ironico, pulito e sincero. È così che in molti ricorderemo Ottavio "Tai" Missoni, il re della moda e dei colo­ri, morto l’altra notte all’alba nella sua casa di Sumirago (Varese) per quello che i bollettini medici defi­niscono "scompenso cardiaco", ma il cui vero nome è crepacuore: ave­va iniziato a morire il 4 gennaio di quest’anno, quando il volo incerto di un bimotore da turismo si è ina­bissato nel mare venezuelano por­tando a fondo con sé il suo primo fi­glio, Vittorio. Quel giorno Tai, in va­canza in Oman con la sua Rosita, portava ancora allegramente i suoi 92 anni. Ma «da quel momento non si è più ripreso, non mangia più», raccontavano nelle ultime settima­ne le persone a lui vicine, mentre i ricoveri si susseguivano, prima all’Humanitas di Milano, infine all’o­spedale di Varese, da cui era stato
È trascorso via senza sorrisi anche il 18 aprile, il giorno che la grande tribù dei Missoni aveva a lungo at­teso per festeggiare tutti insieme i sessantanni di matrimonio di papà Tai e mamma Rosita. Ormai ogni suo pensiero, doloroso al punto da annientare tutto il resto, era Vitto­rio: prima con l’assurda speranza di trovarlo vivo, poi nell’illusione di riaverne il corpo, inghiottito dall’oceano.
Era stata una vita "speciale" quella di Ottavio Missoni, nato a Ragusa (og­gi Croazia) l’ 11 febbraio del 1921, cre­sciuto nella vicina Zara fino ai vent’anni, quando la guerra lo ave­va chiamato alle armi. E anche que­sto episodio, nei racconti di Tai, di­ventava intelligente autoironia, «in fondo ho combattuto ben poco - sorrideva senza fare l’eroe ,ad El Alamein sono subito stato catturato dagli inglesi e ho passato quattro an­ni in un campo di prigionia... ma è più giusto dire che ero ospite di Sua Maestà britannica!». Vera e profon­da, però, era la nostalgia per Zara, la città mai più rivista, perché «al ritor­no dal fronte le persone care erano tutte fuggite, ormai c’erano gli jugo­slavi e il maresciallo Tito, un migliaio di amici erano sotto il mare, gettati con una pietra al collo». Zara nel suo cuore era il miraggio dell’esule dal­mata, «vedo ancora una città tutta calli e campielli come Venezia, una fragile e bellissima filigrana». Poi spiegava perché, tra gli esuli giulia­ni, lui era ancora più esule: «A diffe­renza di Pola, Zara non c’è più, 54 bombardamenti l’hanno sbriciola­ta... L’emigrante può almeno spera­re un giorno di tornare, noi non po­tremo mai fare ritorno in un luogo che non esiste  .
Bello e sportivo da giovane come nel­la vecchiaia, campione di atletica nei 400 metri piani e a ostacoli, alle Olimpiadi di Londra nel 1948 la me­daglia d’oro che si porta a casa è una sedicenne italiana in gita scola­stica a Londra: è Rosita Jelmini, die­ci anni meno di lui, la ragazza che lo ammira dagli spalti, gli dà il primo appuntamento in Trafalgar Square e cinque anni più tardi sarà sua moglie. La trama fiabesca vuole che il padre di Rosita abbia una fabbrica di tes­suti a Gallarate, mentre il profugo Ot­tavio nel frattempo ha aperto un pic­colo laboratorio di maglieria sporti­va a Trieste, una "coincidenza" che a Sumirago, il paese delVaresotto che ancora oggi ospita gli stabilimenti e la casa dei Missoni, darà origine alla nota griffe. L’ordito di una vita lumi­nosa si intreccia con quello colorato dei loro inconfondibili tessuti. In­tanto i tre figli - Vittorio, Luca e An­gela - entrano nella maison e la por­tano nel mondo. È poi la volta della terza generazione, quei nipoti che Tai guarda soddisfatto ripetendo se­reno la sua finzione, «no steme a domandar de moda che no me ne intendo, parlate con loro».
Fino al 4 gennaio del 2013, quando la favola bella si sgretola. Perché c’è qualcosa di paradossale e incom­prensibile nella storia capovolta di un uomo che ha raggiunto i 92 anni con giovanile entusiasmo e proprio all’ultimo è costretto a chiudere il suo conto con la vita nel dolore, senza u­na pietra da abbracciare e su cui piangere il figlio. «La comunità cri­stiana di Sumirago si stringe attorno a questa famiglia già tanto provata», dice il parroco don Daniele, che ieri mattina ha pregato con tutti loro nel­la casa-azienda «attorno alla salma di Ottavio». Il pianto di centinaia di dipendenti è quello di una famiglia, non a caso la camera ardente do­menica verrà aperta in azienda, «è questo l’ultimo omaggio alla sua gente». L’addio lunedì a Gallarate al­le 14.30, nella basilica di Santa Maria Assunta.
 
 
232 – La Repubblica 10/05/13 Missoni, il patriarca gentile
MISSONI, IL PATRIARCA GENTILE
GIANNI MURA 
Svanito forse nel mare del Venezuela, forse no. Non era il primo caso. Vittorio, il più simile al padre nel fisico e nel piacere della competizione. Senza certezze di vita né di morte, un colpo durissimo. E Ottavio Missoni non voleva parlarne con nessuno. Nemmeno con gli amici, che erano tanti.
Qualcuno era a pranzo a Sumirago, domenica. Gianni Clerici, Piero Ostellino, l’ex ministro Rognoni. «Sorpresa, oggi Tai s’è pettinato», aveva detto sorridendo Rosita. Sessant’anni di matrimonio. Sul muro, il foulard originale stampato dagli organizzatori delle Olimpiadi di Londra, con tutti i risultati della finali. “6. Missoni, Ita”, si legge, bianco su nero. «Te son rivà ultimo», commentò Missoni padre, uomo di mare con radici friulane e, più lontane, bretoni. La madre era una bellissima nobildonna dalmata. Il gusto della libertà e dell’indipendenza Ottavio lo respirò in casa, a Ragusa oggi Dubrovnik, a Zara, a Trieste. L’accento triestino gli era rimasto.
Ultimo, con finale a sei, ma dopo quattro anni ospite di sua maestà britannica, come amava dire. Cioè in un campo di prigionia, in Egitto, dove organizzava partite di pallavolo e dove divenne amico di Carletto Colombo, regista teatrale milanese. L’amicizia era una componente importante nella vita di Missoni. Alla tavola di Sumirago le mogli erano gradite, anche domenica scorsa, ma al Club del Giovedì, fondato con Gianni Brera, erano ammesse solo una volta, alla vigilia di Natale. Poco prima di morire Brera aveva abbozzato il progetto di un libro sul suo amico Tai. L’aveva visto correre in pista all’Arena, prima della guerra, ed era rimasto incantato dallo stile.
È vero che si era pettinato. Dopo essersi fatto dimettere dall’ospedale di Varese, minacciando di strappare tutti quei cosi che aveva addosso, era andato a controllare i fiori. Un’altra delle sue passioni. Sapeva tutto di mughetti, tulipani, orchidee ma anche aceri e betulle. Non il nome latino, ma dove metterli a dimora, quando seminare, quando scegliere l’ombra o il sole. Era magrissimo, negli ultimi mesi, e si capiva che faticava a muoversi e s’intuiva quanto dovesse pesargli, perché il suo corpo raramente l’aveva tradito. Fino a pochi anni fa gareggiava tra i Masters, prima gli under 80, poi under 90. Aveva vinto medaglie col salto in alto, poi col giavellotto, poi col getto del peso, che chiamava «la bala». Sdrammatizzare sempre e comunque. Lo spirito era rimasto.
«Tu dove hai studiato?», gli chiese a un certo punto l’ex ministro Rognoni. «Verbo sbagliato, chiedimi piuttosto dov’ero iscritto a scuola». Missoni ha passato la vita cercando di convincere sul fatto che non avesse mai lavorato sul serio. Nel primo dopoguerra, quando a Milano arrotondava facendo l’attore nei fotoromanzi, un amico gli propose di accompagnarlo in Australia perché là c’era lavoro sicuro, rispose: «In Val Padana nessuno è mai morto di fame, andare fino in Australia per lavorare mi sembra una monata ». Era quasi stupito, nel ’93, quando lo nominarono Cavaliere del Lavoro. «Dovevano nominare la Rosita, che è riuscita a far lavorare uno come me».
Il lavoro, all’inizio erano tute, in uno scantinato di Gallarate. Nell’ambiente dello sport aveva amici (Rubini, Oberweger). E molti altri ne avrebbe incontrati. Ermanno Olmi, Lea Massari, Walter Chiari, Enzo Biagi con cui cantava arie di operette, Enzo Bettiza, Mario Fossati, Fulvio Scaparro, il chirurgo Dioguardi. Si definiva «romanticamente anarchico», leggeva molti quotidiani e molti libri. «Bella cosa la lettura, con pochi soldi passi una serata o due col signor Voltaire ».
Non sopportava cravatte e cerimoniali. Era a suo agio nella casetta sulle Isole del Diavolo, quando parlava coi vecchi pescatori, Barba Pero, Barba Toni, quando giocava a tressette sulla barca, che non era uno yacht ma una panciuta, vecchia imbarcazione nata per trasportare vino e olio. Base Spalato, capitano Ivo Tomic, equipaggio sua moglie Domina, ottima cuoca. Su quella barca si poteva capire cosa significa non montarsi la testa. Spesa ai mercatini (pecorino di Pago, grappa di albicocche), insalate di patate e cipolle, spaghetti coi ricci appena tirati su, grandi zuppe e frittate, pomodori dolci come frutti e una diffusa sensazione di serenità.
Oggi gli stilisti sono tanti. Negli anni ’70, quando partì il loro volo, i Missoni rappresentavano il made in Italy sullo stesso piano di Agnelli, Fellini e Ferrari. Ottavio alla parola stilista si ribellava: «Per vestir male non è indispensabile seguire la moda, ma aiuta». Oppure la buttava sul paradosso: «Sti peruani, xé tremila anni che i me copia». Lui e Rosita non erano il braccio e la mente, ma due braccia e due menti, ognuno nel suo campo. Altrimenti non avrebbero fatto tanto strada insieme, tra quotidianità e celebrità. Chi ha fatto un po’ di strada con loro sa che Ottavio ha vissuto come ha voluto ed è anche morto quando ha voluto. Al geniale e profondo dispensatore di umanità, al filosofo e all’atleta sia lieve la terra.
 
 
233 - Libero 10/05/13 Con Ottavio Missoni se ne va l’ultimo dei grandi dalmati 
La scomparsa dello stilista
Con Ottavio Missoni se ne va l’ultimo dei grandi dalmati
Patriota anche nell’inferno di El Alamein ed esteta principe del made in Italy nel mondo, meritava come nessuno di essere senatore a vita
CAMILLO LANGONE
■■■ Il presidente del Senato Pietro Grasso ha ragione quando dice che l’istituto dei senatori a vita non serve più a niente: lo dimostra il fatto che Ottavio Missoni senatore a vi­ta non lo era. Nonostante che nessun altro (ripeto: nessun altro) meritasse quanto lui di esserlo. La Costituzione, che dichiara di volere in perpetuo a Palazzo Mada­ma «cittadini che hanno il­lustrato la Patria per altissi­mi meriti nel campo socia­le, scientifico, artistico e letterario», è davvero una barzelletta, una collezione di battute buona per il Be­nigni di turno, se al posto del Grande Dalmata oggi siede Mario Monti.
I politici si risparmino i messaggi di cordoglio: se lo ammiravano tanto avreb­bero potuto pensarci pri­ma, Pisapia invece di ver­sare lacrime di coccodrillo oggi avrebbe potuto versa­re un po' di inchiostro ieri, firmando assieme agli altri vip milanesi e lombardi (Missoni era lombardo adottivo) una petizione al presidente della Repubbli­ca affinché al «gentiluomo che ha contribuito a rende­re grande il Made in Italy nel mondo» fossero tribu­tati i giusti onori. Macché.

Il figlio di Apollo» davvero insostituibile
Si dice che i cimiteri siano pieni di persone insostituibili. Anche se fosse vero, Missoni sarebbe l'eccezione che con­ferma la regola. Nessuno po­trà mai sostituire il «figlio di Apollo» (così lo chiamava Gianni Brera), marcantonio semidivino venuto dalla Dal­mazia. Nessuno, e per molte ragioni, la prima delle quali risiede nel fatto che la Dalma­zia, quella Dalmazia, non esi­ste più. È probabile che l’Ita­lia, pur declinante, riesca a produrre ancora qualche grande atleta, qualche grande patriota, qualche grande im­prenditore e qualche grande esteta: ma sembra impossibi­le che un altro dopo Missoni possa essere tutto ciò con­temporaneamente. Bisogna­va nascere a Ragusa, perla dell’Adriatico e patrimonio Unesco, che gli italiani imme­mori (quindi quasi tutti) chia­mano Dubrovnik come fosse­ro croati. Bisognava crescere a Zara, la città del maraschino e del «Libero Comune in esi­lio» di cui in seguito fu sinda­co, al centro della celeste Dal­mazia negli ultimi giorni della sua italianità.
Con Missoni è morto l’ulti­mo dei grandi dalmati, un gi­gante scaturito dalla stirpe dei Marco Polo e dei Niccolò Tommaseo, senza contare i dalmati ad honorem Ugo Fo­scolo e Gabriele D'Annunzio, il poeta soldato. Poeta in sen­so stretto Missoni non lo era (poeta del colore, questo sì), ma soldato lo fu senza ombra di dubbio. Mentre tanti si im­boscavano e studiavano da senatori, lui che era già un quattrocentista di livello mondiale e disponeva di qualche titolo per scampare il fronte, si ritrovò non in prima linea, peggio, oltre la prima li­nea, nell’ infeno di E1 Al mein.
Di quella tragedia africana che all'Italia costò la vittoria e appunto la Dalmazia, il gran­de uomo morto ieri a Sumirago ha lasciato il resoconto di chi non conosce millante­ria né autocommiserazione:
«Ero addetto ai telefoni e una notte uscii per aggiu­stare le linee che si erano guastate. Fui sorpreso da un bombardamento e mi rifugiai dentro una buca.
Ero talmente stanco che mi addormentai. All’alba fui svegliato da un rumore di carri armati. Uscii dalla bu­ca e vidi i cingolati tedeschi che si allontanavano. Pro­vai a rientrare nelle mie li­nee: ma i tedeschi erano scomparsi». Era il 21 otto­bre del 1942 e venne cattu­rato dai neozelandesi. Ov­viamente la lunga prigionia non giovò alla carriera ago­nistica eppure fece in tem­po a partecipare alle Olim­piadi di Londra del 1948, ar­rivando in finale nei 400 osta­coli.
Quasi un secolo intero da campione in carica
Basterebbero i primi 27 an­ni per fame un eroe da ro­manzo e di anni ne ha vissuti altri 65 e mai da reduce, sem­pre da campione in carica. Cominciò a produrre maglie prima a Trieste, dove si era trasferito come tanti esuli dal­mati e istriani, poi nel Vare­sotto, la terra della moglie Ro­sita. Ma questa è storia risa­puta e che continua, inutile entrare nei dettagli. Voglio ri­cordare che il suo culto del bello non si limitava all’abbi­gliamento: gentilissimo an­che con gli sconosciuti (an­che con me al telefono, per dire), generoso, spiritoso, compagno di bisbocce fino a tarda età. Ci univa il prosecco del comune amico Giovanni Gregoletto, vignaiolo di Miane (Treviso) che in un suo opuscolo ha raccolto un bre­ve testo missoniano: «Mi ritorna­no in mente serate zaratine e mi tor­nano alle labbra i versi di quando cantavamo:
“Val più un bicer de dalma­te, che l’amor mio / che l’amor mio, mio proprio amor”». Ottavio Missoni era innanzitutto un uomo che amava somma­mente la vita. Forse per que­sto non l’hanno fatto senato­re a vita.
 
 
234 - Il Piccolo 11/05/13 Il ricordo di De Vidovich: «Mio cugino Ottavio ha cambiato gli esuli»
IL RICORDO DI DE’ VIDOVICH
«Mio cugino Ottavio ha cambiato gli esuli»
TRIESTE «Ottavio era il cugino bello, intelligente e simpatico. Tutta la famiglia lo aveva in grande considerazione anche con un pizzico di invidia perché aveva tutte le qualità». Renzo de’ Vidovich ricorda così il cugino Ottavio, uomo «buono di natura che non conosceva l’odio e la rivalsa». Una caratteristica personale che ha saputo portare anche nel mondo degli esuli, contribuendo a creare un nuovo clima: «Nell’associazione dei Dalmati c’era un forte senso di risentimento ma lui ci insegnò che l’odio non portava da nessuna parte – ricorda de’ Vidovich – Questo spirito è poi risultato prevalente in noi e ci ha permesso di riprendere i contatti con le terre natali». Missoni non era un politico né aveva particolari contatti con il mondo della politica: «Considerava i politici non all’altezza della situazione – spiega l’ex deputato nato a Zara – ma ha collaborato nel far venire a galla la linea politica dell’associazione. Senza darlo a vedere ha fatto politica a modo suo, nel senso più filosofico del termine». Sul piano personale Missoni «era il cugino che tutti prendevano come punto di riferimento. Aveva tutte le qualità possibili: era bello, intelligente e simpatico. Tutti noi guardavamo a lui con grande interesse, anche prima che si realizzasse nella sua attività». Il cugino Renzo ne sottolinea soprattutto «l’intelligenza eccezionale: capiva tutte le situazioni in un attimo, quasi in maniera istintiva. E ciò gli consentiva di essere davvero un riferimento per la famiglia vista la sensibilità che aveva nel capire le situazioni familiari e non». Una sensibilità che si è tradotta anche nella sua attività che lo ha reso un’icona della moda in tutto il mondo, «grazie alla capacità di mettere insieme le tonalità di colori». Sensibilità e grande bontà erano, secondo de’ Vidovich, le caratteristiche preponderanti della personalità di Ottavio Missoni: «In lui non c’era odio né invidia anche quando non era ancora affermato nel mondo della moda. E anche lui, come tutti gli esuli, è partito dalla sua terra con niente». Nemmeno la guerra, che Missoni ha vissuto combattendo ad El Alamein, gli ha portato la voglia di rivalsa: «Ottavio era contro le guerre ma c’era certo modo di sottrarsi. – ricorda de’ Vidovich - Ha combattuto e ha vissuto la prigionia senza scorciatoie. Ma nemmeno quell’esperienza ha intaccato la sua straordinaria bontà». (r.u.)
 
 
235 - Il Giornale 10/05/13 Ottavio Missoni: Un esule orgoglioso che amava la verità ma non la nostalgia
Un esule orgoglioso che amava la verità ma non la nostalgia

Gian Micalessin 
«Ma xe proprio tuti mona. me ciamè per dirve sempre le stesse robe, no xe stufi?» Iniziava così l'esule Ottavio quando lo chiamavano a ricordare la sua Dalmazia, la sua Ragusa, la sua Zara. La sua terra, la sua rocca natale, la città dov'era cresciuto. 
Terre e città diventate straniere dopo la sconfitta del '45. Lembi antichi di patria ancorati ormai al ricordo di pochi sopravvissuti. 
Ma quando la battuta lasciava il posto al sentimento il fiato di Ottavio ti prendeva per mano, ti trascinava tra le rocche di Ragusa, t'accompagnava tra le calli veneziane di Zara, ti faceva respirare gli odori di quel mare blu e profondo, di quella terra rossa e aspra. Ti faceva sussultare il cuore come quando ragazzino saltellava con quelle gambe da stambecco tra gli scogli della marina.

Ma se il ricordo diventava nostalgia, se l'occhio del pubblico s'illanguidiva allora l'esule Missoni lo sferzava con quell'ironia sprezzante da dalmata indomito e orgoglioso: «Ma cossa xe tuti mona? Non son qua per farve pianzer, son qua per farve ricordar». 
Ricordare per Ottavio era impedire che indifferenza, tempo e conformismo ingoiassero «i 350mila italiani d'Istria e Dalmazia, il conto materiale e morale dell'esodo e della pulizia etnica». Raccontare, ricordare, emozionare significava per Ottavio riscattare «50 anni di silenzio e di mistificazione», cancellare la sordina politica e morale imposta «tacendo su una verità scomoda». La verità crudele delle foibe usate come mattatoio dai partigiani slavi. La verità umiliante sui compromessi che regalarono Istria e Dalmazia alla Jugoslavia di Tito. La verità impertinente di un esule stilista capace di tessere e colorare anche l'esile filo del ricordo e della storia.
 
 
236 - Il Piccolo 10/05/13 Quando Ottavio sfidò la Casa Bianca, gli esuli: «Un amico e un simbolo»
Quando Ottavio sfidò la Casa Bianca
Fendi: «Lo smoking era di rigore. Lo rifiutò». Napolitano : «Eccellenza del made in Italy». Gli esuli: «Un amico e un simbolo» 
di Roberto Urizio 
TRIESTE Non solo il mondo della moda piange Ottavio Missoni. Alla commozione degli stilisti che con lui hanno fatto grande l’Italia nel mondo, si affianca il cordoglio dello sport, dello spettacolo, della politica e degli esuli istriani e dalmati di cui “Tai” era fiero testimone. Prima, però, l’omaggio di Giorgio Napolitano che, definendolo «persona luminosa», scrive una lettera alla famiglia: «Il nostro Paese perde uno dei protagonisti più significativi dell’eccellenza della moda nel mondo. Da Trieste, dove era stato costretto a riparare dopo la guerra e la dolorosa esperienza della prigionia, Missoni ha percorso un singolare cammino di affermazione del proprio ingegno trasformando il gusto per la vita, che gli era proprio, in uno stile inconfondibile, modello di raffinata originalità e bellezza». Gli stilisti si commuovono: «Provo un grande dolore. Tai era un vero signore della moda, correttissimo, disponibile. Un uomo con quella tempra cede solo dopo un dolore terribile» afferma Renato Balestra ricordando la vicenda del figlio scomparso. «Con Tai va via un leader indiscusso del Made in Italy e un’icona di doti umane, imprenditoriali e sportive del nostro Paese» dà man forte Laura Biagiotti. Carla Fendi ricorda Missoni in un ricevimento alla Casa Bianca nel 1986: «C’era l’obbligo dello smoking per gli uomini. Tai mi disse: “Non ci penso proprio a metterlo”. Io pensai che rischiava di non essere ammesso quella sera al galà e glielo dissi. Quando lo vidi rimasi a bocca aperta: era di una bellezza sconvolgente. Elegantissimo. È stato l’inventore della creatività alternativa». Giorgio Armani piange un «maestro del colore» e prima ancora «una persona vera». Carlo Sangalli, presidente della Camera di Commercio di Milano, loda la capacità di Missoni di aver «saputo unire tradizione, qualità artigianale e genio innovativo inventando uno stile unico e inconfondibile». Ricorda il grande stilista anche il vicepresidente della Camera, Maurizio Gasparri: «Con Ottavio Missoni scompare un protagonista vero del made in Italy nel mondo, ma anche un simbolo del dramma vissuto dagli esuli dalmati». Per il senatore Carlo Giovanardi, «Missoni potrà essere ricordato anche dai croati come un grande figlio di quella Dalmazia che sta per diventare un luogo nel quale italiani e croati possono nuovamente convivere». «Lo sport è stata la sua passione ancora fino a oggi. A quell’uomo così autorevole si accompagnavano un bellissimo sorriso e una spiccata ironia, anche verso se stesso» afferma il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Il ricordo di Missoni campeggia anche nei profili twitter di Fiorello e di Roberto Maroni, come pure nel sito del Milan. A lui verranno dedicati i World Masters Game di atletica leggera che si svolgeranno a Torino. Da Trieste tanti ricordi. «Trieste perde il suo cittadino onorario che è stato un simbolo imprenditoriale vincente e un rappresentante dell’esodo dalmata che ha sempre portato con sè il ricordo della sua terra. Il suo caratteristico intercalare dialettale ha tenuto vivo lo spirito di un popolo che in Missoni ha visto anche un esempio di riscatto» afferma la deputata Sandra Savino. Per la governatrice Debora Serracchiani Missoni «ha lasciato nel mondo il segno dello stile e della bellezza gioiosa e fiduciosa, trasferendo nelle sue opere il carattere dominante della sua umanità di dalmata». Il presidente dell’Anvgd Antonio Ballarin, ricorda «le infinite le circostanze nelle quali Ottavio ha rievocato e raccontato, nel suo elegante dialetto dalmato-veneto, la nostalgia dell’esule e la fatica della rinascita dopo la perdita di tutto». Il mondo degli esuli ricorda con affetto lo stilista zaratino: «Perdo un amico – dice commosso Renzo Codarin – Missoni era una delle più belle bandiere della comunità italiana dell’Adriatico orientale». «È stato un testimone efficace dell’esodo – aggiunge Paolo Sardos Albertini – Ha sempre rivendicato il suo essere dalmata senza acrimonia e vittimismo ma con grande serenità». 
 
 
237 – La Voce del Popolo 10/05/13 Addio Ottavio Missoni: si spengono i colori di una vita strabiliante, il ricordo di Tremul e Radin
a cura di Christiana Babić e Mauro Bernes 
Addio Ottavio Missoni, si spengono i colori di una vita strabiliante
Lo ricorderemo sicuramente con la grande simpatia di cui ci ha omaggiato nel corso della sua visita dello scorso ottobre a Fiume, Capodistria e Ragusa (Dubrovnik), in occasione della splendida mostra “Ottavio Missoni.
Il Genio del Colore», l’ultima che ha inaugurato di persona prima della morte. Si è spento a Sumirago, all’età di 92 anni, Ottavio Missoni, un fashion designer che, insieme alla moglie Rosita, sempre accanto nella vita e nell’impresa, ha certamente contribuito a determinare la storia della moda italiana, con uno stile personalissimo e riconoscibile al mondo.
È l’ultimo patriarca di una generazione di stilisti, la cui maison ancora oggi è in grado di dettare i trend della moda internazionale. Una vita vissuta tra grandi passioni: la moda, lo sport e soprattutto una grande famiglia unita, tutta impegnata in azienda. Nato nel 1921 a Ragusa (Dubrovnik), è cresciuto a Zara. Partecipò alla battaglia di El Alamein e fu fatto prigioniero dagli alleati. Dopo avere passato 4 anni in un campo di prigionia in Egitto, nel 1946 torna in Italia, a Trieste, dove si iscrive al Liceo Oberdan. Dai 16 ai 32 anni, tolta la parentesi della prigionia, è stato più volte campione di atletica, nei 400 metri piani e a ostacoli: ha vestito 23 volte la maglia azzurra e ha conquistato 8 titoli italiani, l’oro ai mondiali studenteschi nel 1939.
Quando riprese le competizioni, arrivò sesto alle Olimpiadi del 1948 e quarto agli europei del 1950. Ma a quel punto aveva già conosciuto la moglie Rosita Jelmini. La famiglia della moglie possedeva una fabbrica di scialli e tessuti ricamati a Golasecca, in provincia di Varese.
Missoni a Trieste aveva nel frattempo aperto un primo laboratorio di maglieria, in società con un amico, il discobolo Giorgio Oberweger. Aveva iniziato una piccola produzione di indumenti sportivi, il nucleo di quell’attività che l’ avrebbe portato sulle vette della moda e nei maggiori musei del mondo. La tuta “Venjulia”, di sua ideazione, fu adottata dal team italiano durante i giochi olimpici del 1948 a Londra, a cui partecipava lo stesso Missoni.
Nel 1969 Missoni e la moglie costruirono lo stabilimento e la casa di Sumirago, nel Varesotto, dove ancora adesso la famiglia vive e lavora, perché i Missoni si considerano artigiani. Ora a guidare l’azienda sono rimasti i figli Angela e Luca, mentre Vittorio è scomparso dallo scorso gennaio durante un viaggio ai Caraibi. 
Nel giugno 1993 il Presidente della Repubblica Italiana conferisce a Ottavio Missoni l’onorificenza di “Cavaliere al Merito del Lavoro”. Nel luglio 1994 la città di Firenze rende omaggio ai Missoni e una mostra “Missonologia” allestita nel Ridotto del Teatro della Pergola, racconta la storia di 40 anni di successi e lavoro dei Missoni ai quali per l’occasione viene conferitoil “Premio Pitti Immagine”.
Nel 1997 a Londra viene insignito della laurea honoris causa con il titolo Honorary Royal Designer for Industry (Hondri), un’onorificenza che la Royal Society of Art (Rsa) conferisce ogni anno ad un limitato numero di designer nel mondo. Ottavio Missoni consegue anche, nel maggio 1999, a San Francisco, la Laurea ad honorem “Doctor of Humane Letters” dall’Academy of Art College, la più importante Università ad indirizzo artistico negli Stati Uniti. 
Radin: «Uomo straordinario. La CNI lo ricorderà sempre»
“Ottavio Missoni è stato un grande dalmata e, assieme a Rosita la compagna della sua vita, uno degli stilisti più importanti del mondo.
Ottavio è stato anche un atleta eccelso e una figura importantissima per la Comunità giuliano-dalmata, che oggi è in lutto”, ha dichiarato Furio Radin, presidente dell’UI.
“La CNI lo ricorderà per l’affetto che ha nutrito nei nostri confronti e per ilgrandissimo senso dell’humor del quale ha fatto sfoggio con eleganza nelle sue visite.
Io ricordo quella a Pola, in occasione dell’inaugurazione della nostra Scuola media superiore, che ha visto la partecipazione del Presidente Scalfaro.
Ricordo anche, per averne sentito parlare e per averne letto, la sua visita a Zara dove, non essendo stato ricevuto dal sindaco, ha convocato una conferenza stampa in un caffè del centro.
Intervennero tantissimi giornalisti e tutti espressero grandissima simpatia nei confronti di Ottavio Missoni.
La mostra itinerante allestita l’anno scorso ha entusiasmato la CNI.
Ricordo una giornata trascorsa con Ottavio a Pola e la sua cadenza dalmata anche quando parlava nel dialetto dalmata croato, che conosceva benissimo.
È stato una persona originale sia nel modo di affrontare la vita sia nella sua attività di stilista.
Ha dovuto vivere con tristezza gli ultimi mesi della sua vita perché per un uomo del suo livello umano e morale era sicuramente inconcepibile sopravvivere alla morte del figlio. La CNI lo ricorderà per sempre”. 
Tremul: «Un onore conoscerlo. È una grande perdita per tutti noi»
“È stato un onore per me poter conoscere Ottavio e poter dare il mio modesto contributo a realizzare la mostra dedicata a lui, che l’Unione Italiana ha allestito lo scorso anno”, così Maurizio Tremul, presidente della Giunta esecutiva dell’UI, ricordando Ottavio Missoni. “È stato anche un giusto omaggio a uno dei figli più illustri che questa terra ha dato e credo che il calore e la cordialità che ha saputo portare a Capodistria, Ragusa (Dubrovnik) e Fiume, alle inaugurazioni a cui ha partecipato, rimarranno a lungo impressi nella memoria della gente. Possiamo essere felici di aver avuto un grande personaggio come Ottavio e andarne orgogliosi – ha affermato Tremul –. Lavorare con lui, Rosita e il figlio Luca è stato un grande piacere. Sono persone con un grandissimo spessore culturale, ma di una straordinaria semplicità. Ottavio portava in sé un grande amore per la sua terra, alla quale ha voluto rendere omaggio. È una grande perdita, ma credo che Ottavio abbia solo cambiato modo di essere qui con noi.” 
Lo sport primo grande amore, poi tutto il resto
Ottavio Missoni non ha mai smesso di correre. Anche quando scelse di aprire una maglieria in un sottoscala di Gallarate, nel Varesotto, perché dopo la Guerra tutto era possibile, anche dare forma a un sogno che come è noto ha conquistato il mondo, lui, in realtà, voleva continuare a correre.
Disse alla Gazzetta dello Sport nel febbraio del 2011: “Mi è sempre piaciuto fare sport, andare a spasso, mangiare e bere con gli amici, vedere un film, godermi un orizzonte. Per questo non ho mai avuto tempo per lavorare.
E pensare che mi hanno fatto perfino cavaliere del lavoro”. Lo sport, il primo grande amore. Poi, tutto il resto. Otto titoli nazionali e un sesto posto alle Olimpiadi di Londra del 1948. Ma pure un titolo di campione mondiale studentesco, vinto a Vienna nel 1939.
Specialità: 400 metri piani e 400 metri ostacoli. “I 400 ostacoli, se fatti bene, sono musicali: ritmo e armonia”, confidò nella lunga chiacchierata nella sede della Gazzetta in occasione del novantesimo compleanno e della pubblicazione del libro (“Una vita sul filo di lana”, Paolo Scandaletti, Rizzoli) che racconta i fatti e le parole di uno dei più grandi ambasciatori del made in Italy nel mondo. Nella moda, ma anche nel quotidiano.
Sì, perché Missoni, lo sportivo che è diventato stilista da copertina quasi per caso, è stato il portavoce di un Paese che sapeva parlare con il cuore e con il coraggio. Il coraggio delle idee che non invecchiano mai, perché straordinariamente brillanti.
Missoni ha sempre preso tutto sul serio. Dalle gare di paese alle sfilate in giro per il mondo. Credeva in sé stesso e nella sua voglia di arrivare. E si arrabbiava non poco quando le cose non gli riuscivano come avrebbe desiderato. Diceva che “la vecchiaia è il momento ideale per uscire dalla competizione, per smettere di cercare conflitti, per arrabbiarsi meno”. Ma poi, quando gli capitava di sbagliare un lancio, altro che sorrisi. Lo sport, la chiave di lettura di una carriera ricca di sorrisi. Missoni incontrò la moglie Rosita Jelmini su un treno per Brighton.
Lui si giocava una medaglia alle Olimpiadi di Londra. Lei, studentessa, cominciava a conoscere il mondo. Qualche parola, un paio di sguardi e l’inizio di una favola che è durata una vita. Anzi, molto di più. 
Il dolore per Vittorio 
Ottavio Missoni se n’è andato senza poter salutare il figlio Vittorio, scomparso dallo scorso gennaio durante un viaggio ai Caraibi al largo delle isole venezuelane di Los Roques, sulla rotta maledetta dove nel corso degli anni si sono perse le tracce di diversi aerei. Dopo segnalazioni e falsi ritrovamenti, di Vittorio e della compagnia con cui viaggiava su un aereo da turismo non ci sono ancora notizie. A guidare l’azienda di famiglia, dal quartier generale di Sumirago, sono rimasti i figli Angela e Luca. 
 
 
238 - Il Piccolo 07/05/13 Andreotti: Il "dossier Trieste" nell'archivio segreto
Il “dossier Trieste” nell’archivio segreto 
In un caveau a Roma anche il faldone sulle vicende del confine orientale. Numerose le visite dello statista fino al 2004 

E in Comune i “grillini” abbandonano l’aula 
L’AGGRESSIONE IN PIAZZA UNITA’ Nel 1984, quando capo di piazza fu intitolato al sindaco Bartoli, un uomo cercò di assalirlo puntandogli contro una “scacciacani
Giuseppe Palladini
La morte di Giulio Andreotti è “entrata” ieri sera anche in municipio a Trieste. Una giornata, quella del lunedì, dedicata tradizionalmente alle riunioni del Consiglio comunale che all’inizio dei lavori ha visto il presidente Iztko Furlanic - quale figura super parters indicata dalla maggioranza - commemorare la figura del senatore a vita e politico democristiano. Un “rito” che non si nega nessuno in politica. Ma la scelta non è piaciuta a tutti i consiglieri comunali triestini. In particolare al gruppo dei grillini che - dopo un pomeriggio di tam tam sui profili facebook, dove subodoravano e criticavano la scelta di ricordare Andreotti - al momento della lettura della commemorazione sono usciti dall’aula. Ma Paolo Menis e Stefano Patuanelli del Movimento 5 Stelle non sono stati gli unici a “snobbare” Andreotti. I due grillini sono stati seguiti anche da Paolo Bassi (eletto nelle file dell’Italia dei valori, ma passato al gruppo misto) nonché dai vendoliani Marino Sossi e Daniela Gerin. Gli altri consiglieri comunali, invece, si sono alzati in piedi alla lettura di un ricordo di Furlanic volutamente asettico. di Giuseppe Palladini wTRIESTE Ora c’è la conferma. Nell’archivo di Andreotti, il “grande armadio” della Prima repubblica, custodito a Roma nel caveau blindato dell’Istituto Don Sturzo, fra gli oltre 3.500 faldoni ce n’è uno che porta la dicitura “Trieste”. E sta in una delle due principali sezioni, dove migliaia di documenti sono catalogati in altri faldoni contraddistinti da titoli a volte inquietanti come quello su “Fiumicino” (la strage all’aeroporto negli anni ’80), o che contengono veri pezzi di storia, italiana e non solo, come quelli etichettati “Senato e Vaticano” “Divorzio”, “Europa” e “Governi”. Sul faldone “Trieste”, in questo archivio, che il “divo Giulio” ha continuato ad alimentare e consultare, lui stesso aveva glissato solo qualche anno fa, nell’agosto 2009, al meeting ciellino di Rimini. In un’intervista al nostro giornale, alla domanda “Il dossier c’è?” aveva risposto: «Ho dovuto occuparmi di molti problemi, negli anni, ma quelli di Trieste rimangono in me molto incisivamente». E all’insistenza della cronista, che chiedeva “E quindi le carte segrete ci sono?”,Andreotti aveva replicato: «Forse è meglio girare attorno a questi problemi e guardare a quello che è un dato fuori di dubbio. Lo spirito della città è molto vivo, ed è visto con grande ammirazione: le difficoltà che Trieste ha sopportato sono state notevoli, ma non hanno mai abbattuto i triestini». In quell’intervista l’allora senatore a vita aveva comunque affermato che Trieste, nel corso della sua vita pubblica, aaveva «segnato più di una volta momenti decisivi», aggiungendo che «durante il periodo universitario , il gruppo della Fuci e don Marzari hanno rappresentato momenti incisivi della mia e della nostra formazione». Andreotti sembrava però voler guardare più al futuro che al passato. Alla domanda su come vedesse Trieste al centro della nuova Europa aveva dichiarato: «E’ una zona che ha una tradizione molto forte, anche culturalmente, e che va vista non come una parte qualunque del nostro territorio nazionale. Trieste - aveva concluso - va seguita con particolare attenzione, cercando di aiutarla a risolvere i suoi problemi, che ancor oggi non sono facili». Frasi pronunciate neanche quattro anni fa, che dimostrano la dettagliata conoscenza delle vicende della città e i profondi legami che Andreotti ebbe per decenni con gli esponenti locali della Democrazia cristiana e non solo. Fin dall’immediato dopoguerra svolse infatti un ruolo cruciale nella questione di Trieste. Nel 1946 De Gasperi affidò all’allora giovane sottosegretrario alla Presidenza del consiglio incarichi di grande delicatezza nell’Ufficio zone di confine, nella gestione degli apparati di sicurezza e nei rapporti con le prime strutture segrete, poi in parte confluite in Gladio (presente in forze sul confine orientale). Di “Stay Behind” nei primi anni ’70 venne infatti scoperto un deposito di armi e munizioni ad Aurisina. E nel ’91 fu proprio Andreotti a rendere pubblici i nomi di tutti i componenti dell’organizzazione a livello nazionale, compresi quelli triestini. Diverse e di varia motivazione le occasioni che portarono più volte Andreotti a Trieste, più volte per prendere parte a cerimonie patriottiche e militari ma anche in occasione di accese campagne elettorali. Nel 1984, quando capo di piazza venne intitolato al sindaco Gianni Bartoli, la cerimonia alla presenza di Andreotti fu accompagnata anche da contestazioni (gli anni del Trattato di Osimo non erano lontani) e da un episodio che fece scattare le forze di sicurezza: quando il ministro degli Esteri stava uscendo dal municipio, il capo dei Pot, Gerardo Deganutti, era spuntato tra la folla, diretto verso Andreotti con una pistola, che si rivelò poi essere una scacciacani. In anni più recenti Andreotti presenziò all’inagurazione dell’anno accademico 1989-90, accanto al rettore (andreottiano) Giampaolo Fusaroli, e sempre nel 1989 fu accolto al Centro di fisica da Abdus Salam in occasione della celebrazione per i 25 anni della prestigiosa struttura scientifica. L’ultima sua visita a Trieste porta la data del 22 novembre 2004: a Palazzo Vivante inaugurò un’importante mostra su De Gasperi. 
 
 
239 - Il Piccolo 08/05/13 Archivio di Andreotti - "serie Trieste" : Trattative di Osimo, la protesta di Santin
Trattative di Osimo, la protesta di Santin 
Nel ’73 il vescovo di Trieste scrisse all’allora ministro: «Si va contro il diritto e la volontà della popolazione» 
UNA DECINA DI FALDONI Il documento scoperto nell’archivio dallo storico D’Amelio
GIORNALI ED ELEZIONI In vista delle comunali del 1949 riorganizzata la stampa
di Giuseppe Palladini 
TRIESTE Nell’ormai famoso archivio di Andreotti - dove i faldoni sulle vicende triestine sono una decina, la “serie Trieste” - c’è anche una vibrante lettera di protesta del vescovo Antonio Santin, datata 30 aprile 1973. In quel periodo circolavano già voci sull’avvio delle trattative con la Jugoslavia, che avrebbero portato, nel novembre 1975, alla firma del Trattato di Osimo. Santin scrisse ad Andreotti, avendo appreso «da fonti certe» che l’allora ministro degli Esteri Medici aveva “promesso” alla Jugoslavia l’allora Zona B. A portare alla luce questo documento è lo storico triestino Diego D’Amelio, ricercatore dell’Istituto storico italo-germanico di Trento, che da qualche anno sta esaminando i documenti conservati nei faldoni su Trieste dell’archivio andreottiano. Tornando alla lettera di Santin, in essa il presule definisce la cessione dell’Istria, di Fiume e di Zara «iniqua e contraria al diritto e alla volontà della popolazione», e parla poi, con riferimento al previsto accordo, di umiliazione dell’Italia e di «potente disservilismo al popolo italiano, che avrebbe accontentato coloro che ci hanno derubato e ci disprezzano. La Jugoslavia - affermava sempre Santin - deve resituire ciò che non è suo e tiene solo in virtù di un atto di violenza». La missiva si concludeva con un’esortazione: «Eccellenza - scriveva Santin - non si assuma questa pesante responsabilità, non passi alla storia come colui che cedette la terra d’Italia a forestieri nemici della civiltà cristiana». Molte le lettere, sempre contenute nei faldoni della “serie Trieste”, che Andreotti scambiava con il sindaco Bartoli, con il segretario provinciale della Dc Redento Romano e con il presidente di zona Gino Palutan. Altrettanto fitta era la corrispondenza con Francesco d’Arcais, giornalista inviato a Trieste dall’allora sottosegretario, negli anni 1947-49, con il compito di riorganizzare il settore della stampa e assicurare visibilità alle forze politiche centriste in vista delle elezioni comunali del 1949, primo test elettorale “democratico” dopo il conflitto. «Il quegli anni la stampa a Trieste - spiega D’Amelio - riceveva molti fondi dall’Ufficio zone di confine e allo stesso tempo risultava improduttiva sul piano della propaganda a favore dell’italianità della città. Giravano così tanti soldi - aggiunge - che tutte le forze politiche della giunta d’intesa avevano un proprio quotidiano». Una parte cospicua della corrispondenza intrattenuta da Andreotti in quegli anni con i “suoi” uomini a Trieste è poi quella con Diego de Castro, rappresentante del governo italiano nel Gma. Fra le tante lettere, quantomeno singolari quelle in cui de Castro riferisce di incontri con il leader comunista Vittorio Vidali, ormai su posizioni anti-jugoslave. In relazione alle crisi del 1952-53, de Castro scrive che Vidali si mette a disposizione degli italiani in chiave anti-titina, e nel ’53, a seguito dell’annuncio dell’allora presidente del Consiglio Pella di schierare truppe al confine, sempre de Castro riferisce ad Andreotti che Vidali «è pronto a mettere a disposizione uomini e armi a difesa di Trieste». L’Ufficio zone di confine, di cui Andreotti era l’anima politica, era insomma il punto di riferimento per una moltitudine di iniziative tese a “difendere” Trieste e la Zona A. Sempre dall’archivio andreottiano emerge così anche un piano per mettere sotto controllo la Triestina calcio, con il fine di legare la città al campionato italiano e rafforzare la presenza a Trieste dell’Italia quando la città era ancora governata dal Gma. Dall’Ufficio zone di confine arrivarono così molti soldi anche allo sport: oltre alla Triestina, al Ponziana, alla Libertas e ad altre società minori.
 
 
240 - Il Piccolo 09/05/13 Trieste: Istriani "rimossi" dalla Provincia
DENUNCIA DELL’ASSOCIAZIONE DEGLI ESULI 
Istriani “rimossi” dalla Provincia
Il Laboratorio della memoria inaugurato ieri non affronta l’esodo 
Iniziare un “Laboratorio della memoria” con una dimenticanza non è il massimo. Il laboratorio in questione è stato inaugurato ieri dalla presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat al Magazzino delle Idee di Corso Cavour. E l’altro ieri è arrivata una nota dalla Federazione della Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati che denuncia la loro rimozione. «Sono rimasto stupito - denuncia Renzo Codarin - che il progetto sulla casa della memoria (in realtà Laboratorio, ndr) non comprenda una parte riguardante gli istriani che pure costituiscono un capitolo altamente significativo per capire la storia e la memoria di queste terre, prima, durante, nel corso e dopo l’esodo». Questa la premessa di una lettera alla presidente della Provincia. Subito dopo l’affondo storico di Codarin: «Lo scontro fu tra nazionalismi e fra tre totalitarismi, il fascismo, l’occupazione tedesca e il comunismo, con drammi che hanno coinvolto terre, famiglie, comunità. Ignorare, perciò il capitolo riguardante “gli istriani” (virgolette di Codarin, ndr) altera il senso di una storia e le caratteristiche della città e dell’intera Venezia Giulia». Rimozione “istriana” a parte, oggi al Magazzino delle Idee avrà luogo il convegno internazionale organizzato dalla Provincia di Trieste e dall’Università degli Studi di Trieste in collaborazione con altre istituzioni cittadine dal titolo inequivocabile di “Storia e memoria. Ricordarsi e ricordare il passato”. Si tratta dell’atto fondativo del “Laboratorio della memoria”. Peccato davvero essersi scordati per strada degli istriani per i quali è stata pure istituita una Giornata del Ricordo. Un peccato imperdonabile per un laboratorio “amarcord”. (fa.do.) 
 
 
241 - La Voce del Popolo 08/05/13 Cultura - Torre civica, presto il ritorno dell'aquila bicipite
Torre civica, presto il ritorno dell’aquila bicipite
È pronto il modello scultoreo della storica aquila bicipite che “regnava” dall’alto della Torre civica, dal quale modello si procederà alla costruzione dell’intera statua. L’aquila in scala ridotta – che ha avuto l’approvazione da parte dell’Istituto di conservazione dei beni storico-culturali – è stata realizzata dall’Accademia di Arti Applicate di Fiume, per mano dello scultore Hrvoje Urumović, rispettando l’originale. Ossia quello sistemato per la prima volta sulla Torre Civica nel 1906, su iniziativa delle donne fiumane in occasione della festa di San Vito, patrono della città. 
L’opera originale, che venne realizzata dallo scultore Vittorio de Marco nello stabilimento Matteo Skull di Fiume, non ebbe un’esistenza serena. Nel novembre del 1919, due giovani legionari, due buontemponi spinti da una motivazione tutta personale, privarono l’aquila di una delle due teste perché il rapace, secondo loro, rievocava troppo il simbolo del potere asburgico. Un’aquila con una testa sola, secondo gli Arditi, rimandava invece all’Italia, o meglio all’impero romano, a quell’iconografia imperiale romana dalla quale avrebbe successivamente mutuato notevolissime risorse il fascismo. L’aquila fiumana finì col soccombere definitivamente, fatta a pezzi e scomparsa dalla circolazione, nel 1949 sotto il regime comunista. L’effigie, secondo l’ideologia jugoslava, era di matrice “antislava” e troppo “borghese”. E quindi andava rimossa.
Da tempo l’Associazione Stato Libero di Fiume si sta battendo per il suo ripirstino. E ora, a sette anni dall’avvio dell’iniziativa per rimettere l’aquila bicipite sulla Torre civica, sembra che tutto sia pronto per il suo ritorno. Grazie a una piccola replica si procederà alla costruzione di una nuova statua. 
E come annunciato, il maestoso volatile, simbolo tanto caro ai fiumani di qualsiasi bandiera, avrà dimensioni più ridotte rispetto all’originale, che era alto 2 metri e 20, aveva un’apertura alare di 3 metri e pesava oltre 2 tonnellate. Il riposizionamento, secondo alcune previsioni della municipalità, è previsto per il 2015 e avrà un costo complessivo di circa 800mila kune. Per comprendere le circostanze che si celano dietro alla realizzazione della “nuova scultura” abbiamo intervistato lo scultore Hrvoje Urumović rivolgendogli alcune domande su com’è stato svolto il processo lavorativo e le difficoltà che ha incontrato.
“La Città di Fiume si è rivolta all’Accademia di Arti Applicate, con il proposito di far ritornare l’aquila sulla Torre Civica – esordisce lo scultore Hrvoje Urumović –. All’inizio era presente l’idea di realizzare una variante moderna della scultura, tuttavia Nenad Labus, dell’Istituto di conservazione, suggerì che la scultura doveva essere quanto più fedele all’originale posto la prima volta sulla Torre nel 1906. Essendo detentore della cattedra di scultura all’Accademia di Fiume, il lavoro mi è stato commissionato”.
Che processo di ricerca ha svolto per la realizzazione dell’Aquila bicipite dato che l’originale è andato distrutto nel 1949?
“Il materiale, che consiste in documenti, elaborati, foto d’epoca e disegni, è stato interamente provvisto dalla Città. Tutto quello che ho realizzato attorno alla statua proviene appunto da questa raccolta. In definitiva si tratta di una riproduzione in facsimile della scultura originale”.
Quali difficoltà ha incontrato?
“La sola realizzazione del modello in misura ridotta ha avuto una gestazione complessa molto più lunga di quanto originariamente pianificavo. E ciò a causa dei tantissimi dettagli che caratterizzano la statua originale. Infatti, la superficie della scultura è interamente tempestata da ornamenti di piume, di diversi tipi e forme. Un altro punto che ha inciso nel processo lavorativo era rappresentato dal fatto che comporta molta più difficoltà creare una copia da un’opera frutto del proprio estro. Nonostante la grande mole di fotografie d’epoca da cui potevo attingere informazioni, nessuna offriva un quadro completo del maestoso volatile. Soprattutto per quanto riguarda la parte posteriore”.
Che senso ha ornare la scultura con tanti dettagli minuziosi, quando sappiamo che sarà posizionata a trenta metri d’altezza e quindi priva di una buona visibilità agli occhi dei passanti?
“Questo è un problema artistico che non entra nella sfera del mio lavoro. Il mio compito consisteva nel realizzare una replica. E quando si procede in questo lavoro, la copia deve essere identica all’originale, senza alcun dilemma”.
Che tipo di aquila è?
“È un grifone che, secondo la tradizione dell’epoca, riunisce le parti di diversi tipi di animali. In tal senso la statua è molto idealizzata. Non appartengono all’aquila le ali, che ricordano più quelle del cigno. Il petto e il collo sono più allungati. Solamente le zampe, dotate di artigli, e i due capi sono realizzati rispettando una lontana fisionomia del volatile. Ma anche queste parti sono molto stilizzati per renderle quanto più artistiche e mitologiche. Anche la sola posatura è specifica e simboleggia la custodia e la vigilanza”.
Ha aggiunto qualcosa di suo nella scultura?
“Non ho aggiunto niente di personale se non in quei punti dove ero costretto a farlo a causa della scarsità di informazioni. In questo caso ho attinto soluzioni dalle stesse immagini del mondo delle aquile”. 
Gianfranco Miksa 
 
 
242 - Il Piccolo 06/05/13 La ministra italiana del governo di Lubiana in pressing su Roma
La ministra italiana del governo di Lubiana in pressing su Roma 

Komel: «La Slovenia è una terra di grande convivenza Punto molto sulla collaborazione tra le nostre minoranze» 
La nuova politica I nazionalismi non devono più essere adoperati come “arma”sguardo al futuro Le generazioni sono cambiate Dobbiamo andare avanti
Palazzo Chigi Vanno risolti con concretezza i problemi ancora aperti
di Mauro Manzin 
INVIATO A LUBIANA Un’italiana a Lubiana. E per di più al governo. Lei è Tina Komel, 32 anni, nata a Crevatini, praticamente a uno sputo dal confine con l’Italia, occhi azzurri, molto attiva nella Comunità italiana della sua zona, sguardo dolce che cela però una determinazione assoluta. È il ministro per gli sloveni nel mondo nel governo guidato da un’altra donna, Alenka Bratušek che si è spesa molto per averla nella sua “squadra”. Lei è stata subito attaccata perché italiana e per di più nominata a capo del dicastero per gli sloveni nel mondo. Come si è sentita? Sono rimasta choccata da quelle parole, ma ci ho riflettuto e dopo 10 minuti mi sono detta: «La gente è così c’è chi la pensa in un modo chi in un altro». Del resto siamo nel 2013 e non abbiamo bisogno di affermazioni del genere, comunque la gente è libera di pensare come vuole. Che cosa significa per un ministro che è minoranza rappresentare la minoranza? Questo è un grandissimo passo in avanti. Far parte di una minoranza è sempre una cosa non sempre ben accetta o ben vista. La mia nomina ha dimostrato che siamo capaci di pensare in un modo diverso e di fare determinate cose in modo diverso. Questo è un nostro punto di forza. Qual è il suo modo di rapportarsi alla minoranza? Cerco di avere un contatto con la minoranza slovena al di fuori dei nostri confini in modo molto adeguato e concreto perché effettivamente le problematiche le conosco perché sia da una che dall’altra parte del confine sono molto simili. Il poeta e intellettuale sloveno Ciril Zlobec qualche anno fa mi disse che gli sloveni sono un po’ gli ebrei della Mitteleuropa, soffrono, anche a causa della loro stroia, una sorta di sindrome da accerchiamento. Lei la sente questa sindrome? Io parto sempre da un punto di vista positivo. Credo che gli sloveni siano un punto di forza della Mitteleuropa. In un’area così piccola siamo riusciti ad assimilare minimo tre culture, se non di più, diverse tra loro. Riusciamo a convivere civilmente, dovremmo essere un esempio per tutta l’Europa per come riusciamo in un così piccolo territorio a sopravvivere e a convivere. La minoranza italiana in Slovenia nei momenti critici della proclamazione dell’indipendenza ha dimostrato un grande senso di responsabilità e di appartenenza alla Slovenia stessa. Certo. Da questo punto di vista sono molto orgogliosa sia della minoranza italiana in Slovenia che di quella slovena in Italia perché stanno dimostrando un grandissimo fairplay, una collaborazione che vale la pena ricordare, sia nel momento del bisogno di uno Stato e dell’altro, sia quando le due minoranze si rendono conto di dover collaborare e tenersi per mano perché solo così riescono a far fronte a determinate situazioni che posso essere politiche o finanziarie. Uno “strumento” in più a sua disposizione? Direi di sì. Come ministro ho un gran desiderio di far esplodere questa sindrome di collaborazione tra le due minoranze anche nelle altre zone perché mi sembra un fattore molto positivo che ci aiuta non soltanto a far vedere agli altri come riusciamo a far fronte a determinate situazioni ma anche a far vedere a tutta la politica slovena che in certe situazioni riusciamo a essere molto più uniti di quanto sembriamo. Una connotazione tipica della politica slovena, sia essa di centrodestra che di centrosinistra, è costituita dal nazionalismo. Si riuscirà a superare questo “virus” o rimarrà ancora come strumento di “manipolazione”? Purtroppo le persone in determinate situazioni vedono le cose sempre dall’ottica nazionalista. Ribadisco purtroppo. Mandiamo con estrema facilità i nostri figli a studiare a Londra, in Svizzera, negli Usa senza guardare il tutto in chiave nazionalista. Valutiamo il tutto come un’opportunità. Opportunità che però non vediamo a casa nostra. E questo è un fatto che mi preoccupa molto. Io sono una persona molto aperta che ama comunicare e ci sono molti come me che si adoperano per distruggere quei confini immaginari costruiti tra una cultura e l’altra che, ripeto, nel 2013 sono assolutamente non indispensabili e causano solo problemi. Con una nuova generazione di politici cambierà qualcosa? Io spero di sì, spero che riusciamo a buttare giù queste barriere affinché non vengano più usate come strumento politico dell’uno contro l’altro. Non c’è più bisogno di questi giochetti politici. Molti sloveni che se ne sono andati dalla loro patria e sono ora sparsi in tutto il mondo hanno lasciato le loro case a causa del regime di Tito. Cosa si sente di dire loro oggi a distanza di quasi 70 anni? La generazione è un po’ cambiata. Fino ad ora non abbiamo parlato concretamente di queste cose. Penso che si tratti di lacerazioni non del tutto rimarginate che lasciano anche un certo amaro in bocca. In questo senso hanno un ministro molto giovane che queste cose non le sente a pelle e forse per questo non vogliono esprimere una loro opinione su questi temi ma credo che sia giunto il tempo di girare pagina e iniziare a scrivere una nuova storia. Sloveni in Italia, cosa chiederà al governo italiano? Una comunicazione corretta e precisa. Due settimane fa ho incontrato la minoranza slovena in Italia e ci siamo accordati di preparare un dossier concreto di tutti i problemi non definiti, vedere quali sono le vie per risolverli e poi interloquire col governo italiano e non vedo grandi problemi all’orizzonte, ora bisogna concretizzare le parole fin qui spese. Come vive Trieste una che è nata a Crevatini? Trieste fa parte di me. Trieste e Muggia sono “mie”. Adoro il modo di fare che hanno i triestini, quando parlo di Trieste parlo di casa mia. C’è un bellissimo via vai di persone con cui adoro confrontarmi, gente che cerca il contatto, cosa che in Slovenia non si vede tanto. 
 
 
243 - Corriere della Sera 05/05/13 Ex Jugoslavia: Viaggio fra gli spettri dei Balcani sognando una vera riconciliazione
Ex Iugoslavia
Le scuse in ginocchio del presidente serbo Nikolic per il massacro di Srebrenica e la speranza di un cammino simile a quello del dopo apartheid
Viaggio fra gli spettri dei Balcani sognando una vera riconciliazione
L’inferno della guerra, la giustizia incompiuta e il «modello Sudafrica»
di ETTORE MO
A quasi vent’anni dalla fine del conflitto molti nodi irrisolti: serve il sostegno intemazionale
Fu genocidio? Questa la terribile domanda cui il presidente serbo Tomi- slav Nikolic dovrà dare una ri­sposta definitiva martedì prossimo, quando apparirà sugli schermi della tv bosnia­ca. Ma in realtà ha già affron­tato lo spinoso argomento nei giorni scorsi durante un’intervista con un gior­nalista bosniaco, da cui si accomiatò con poche parole, che sembrano scaturite dal rimorso: «In gi­nocchio, chiedo perdono per il crimine di Srebre­nica e chiedo scusa per ogni altro crimine che sia stato commesso nel nome dello Stato e del nostro popolo».
Nel luglio del 1995 i militari dello Jna—l’eserci­to serbo agli ordini del super nazionalista Slobo- dan Milosevic—si avventarono su Srebreni­ca, dove abitavano più di 40 mila musul­mani bosniaci e ne uccisero 8 mila, massacro subito definito dalla Corte . Intemazionale di Giustizia «un at­to di genocidio». Il totale delle vit­time delle guerre jugoslave — in Slovenia, Croazia, Bosnia, e Ko­sovo — sarebbe stato di oltre 140 mila. «Sei soldati serbi ten­tarono di violentare mia madre — racconta Hasan Nuhanovic, 45 anni, sopravvissuto al massa­cro di Srebrenica, riandando con la memoria a fatti lontani nel tem­po — e quei bastardi vivono ancora in questa città: ed è con loro che mi vorrei incontrare per saldare il conto, piuttosto che con Madie e Karadzic, i lea­der di allora».
Straziante lo scenario degli anni Novanta, quan­do, durante la guerra di Bosnia, la soldataglia ser­ba se la spassava nei rape camps, dove migliaia di donne bosniache stavano asserragliate coi loro bambini alla mercé dei soldati serbi e dove i neo­nati ereditavano soltanto la nazionalità patema, per assecondare l’obiettivo della pulizia etnica. Ovviamente, subito dopo il parto le poverette ve­nivano «sfrattate». I vari «magnaccia» del tempo, che rispondevano ai nomi di Kunarak, Kovac e Vukovic, furono in seguito condannati per crimi­ni contro l’umanità.
Sempre più difficile in queste regioni un calco­lo sia pure approssimativo della popolazione: dif­ficoltà cui contribuiscono la criminalità spicciola e quella, massiccia, delle grandi organizzazioni specializzate in «stragi di massa». Gli spostamen­ti della gente che fuggiva per trovare altrove mi­gliori condizioni di vita 0 cacciata dalle bande riva­li rendeva la legione degli «scomparsi» in conti­nua espansione. E a questo punto si inserisce di conseguenza il problema, non facile, della identifi­cazione dei cadaveri. In Croazia, ad esempio, su 1.140 corpi allora esumati da fosse comuni o tom­be individuali soltanto 751 sono stati finora iden­tificati. Succedeva, a volte, di assistere a scene strazianti, come avviene dopo un terremoto quan­do migliaia di persone stanno assiepate sul luogo del disastro nella speranza di veder affiorare dalla vorace i resti di un congiunto.
È una dolorosa esperienza che ho avuto il privi­legio di fare durante le mie escursioni in Jugosla­via, in luoghi e tempi diversi e che qui riassumo in brevi capitoli. A cominciare dal reparto gineco­logico dell’ospedale di Osijek, capitale della Slavonia, nel 1991. Tutti i 400 pazienti han­no trovato rifugio nello scanti­nato dell’edificio, squarciato all’alba da una bomba serba: stanno accostati, l’uno accan­to all’altro, come in un lazza­retto. Ma c’è chi trova ancora la forza per sorridere. E c’è pu­re un bimbo nato appena un’ora prima che strilla e un altro — un batuffolino bianco — nell’incubatrice.
Ed eccoci finalmente a Gornji Vakuf, nel cuore della Bo­snia, dove da oltre un anno (siamo nel 1993) musulmani e croati si contendo­no il territorio in scontri feroci. Alla guida del no­stro fuoristrada c’è Josko, croato di Spalato, 25 an­ni, l’unico autista sui 15 interpellati che ha accetta­to di correre la «rischiosa» avventura. Ma si comincia male. Siamo bloccati all’ingresso in città dai musulmani bosniaci, cui non piacciono le no­stre facce, mentre esaminano con diffidenza i do­cumenti. Secondo Eros Bicic, l’interprete, siamo sospettati di «spionaggio» per i croati. Il fermo du­ra solo un paio d’ore, in una stanzetta disadorna come una cella. Poi, grazie all’intervento di un uf­ficiale inglese — il capitano Chris, comandante della vicina base britannica — siamo rimessi in libertà. Ma il timore di un più lungo soggiorno era più che legittimo se si doveva prestar fede a un anziano militare, secondo cui «nessuno butta­to in carcere è sicuro di uscirne vivo la mattina dopo». Un’altra spiacevole sorpresa è stata che, mentre ci restituivano i documenti, la vettura ve­niva minuziosamente alleggerita del suo baga­glio: valigie, zaini, borse stipate di merende per il viaggio e anche qualche giocattolo destinato all’in­fanzia smarrita sugli altipiani.
E lo scenario alpino svani di colpo come neve al sole non appena rimesso piede in città: nella hall dell’albergo c’era un fagotto avvolto in una tenda nera che sembrava un catafalco. Dentro c’era il corpo di un giovanotto irlandese che si era arruolato volontario nell’esercito croato e, deluso, s’era sparato in testa, senza la minima possibilità di accesso al remoto cielo di San Patrizio.
1992. Altra funerea giornata, anche se il cielo è di un pastello chiaro, tra le case di Sutina, villag­gio sulla sponda orientale del fiume Neretva che più in là àvide in due la città di Mostar: da una parte quella dei croati, dall’altra quella dei musul­mani. Da un paio di settimane, uno stuolo di vo­lontari militari e civili sta estraendo dalla fossa in fondo alla scarpata i cadaveri delle vittime (cento? duecento?) di uno dei più grandi massacri della guerra civile nell’Erzegovina.
Ma non si tratta di un rito funebre. Gli improv­visati becchini urlano, imprecano, bestemmiano contro quanto è rimasto di quei poveri avanzi umani: nelle reti vengono a galla anche sei paia di scarpe di tela che potevano appartenere a bambi­ni dai tre ai sette anni. Adesso stanno pescando il cadavere numero diciotto, che è già in fase di de­composizione avanzata Admir Balaban, un giova­ne miracolosamente scampato all’eccidio, sostie­ne senza esitazione che la responsabilità è da attri­buirsi ai serbi.
Racconta di essere stato undici giorni nella fos­sa tra i cadaveri e di esserne riemerso solo dopo che Mostar era stata liberata dai croati: «Dopo la cattura da parte dei cetnici — spiega — il mio compito era di trasportare i cadaveri al cimitero di Sutina: lavoro che spartivo col mio amico d’in­fanzia Murat, che venne ucciso con una raffica quando s’accasciò a terra sfinito. La stessa cosa sa­rebbe successa a me un giorno o l’altro: ma io li prevenni e una mattina mi buttai a capofitto nella buca dei cadaveri e le pallottole dei serbi non mi raggiunsero». Per undici giorni vive nel fango e nell’acqua in compagnia dei morti.
Gli mancano le forze per camminare e allora striscia nella fanghiglia fino all’estremità della fos­sa-tomba, si disseta nei rigagnoli meno sporchi e si nutre di erbe e radici: ardua dieta che gli farà perdere 25 chili. Ma quale ebbrezza, quale vampa­ta di giubilo quel 24 giugno quando dall’alto piov­vero d’improvviso nell’imbuto nero le voci della sua gente liberata, le canzoni, gli squilli di tromba e il fracasso dei tamburi. Risalito in superficie, vi­de che Mostar aveva perso quattro dei suoi cin­que ponti. Il solo rimasto in piedi era il Ponte Vec­chio, il più famoso. Così come non era stata rimos­sa l’«argenteria» bellica dei croati, che aveva con­servato il suo gioiello più prezioso, il cannone «Slavuj», che per come «cantava» coi suoi 130 mm. e una gittata di 28 chilometri chiamavano «l’usignolo».
Non sorprende che, a quei tempi, l’industria più fiorente di Sarajevo sia stata quelle delle pom­pe funebri. Dall’inizio della guerra c’erano stati 11 mila morti. I dipendenti della Bakije — la più grande azienda del genere — sfornava bare di le­gno a un ritmo impressionante. I cimiteri erano così «pieni» che bisognava rimuovere i vecchi ca­daveri per far posto ai nuovi. Ma i profitti non rag­giungevano livelli stratosferici: «Perché qui — spiegava il manager di una grossa azienda — le casse da morto sono gratis. Ciò che manca è il le­gno. Noi non facciamo discriminazione: ad ecce­zione dei musulmani, noi seppelliamo tutti gli al­tri, di religione non cristiana. Ma i nostri morti sono i morti più poveri del mondo. Per la mag­gior parte interrati al Bare, il nostro cimitero più grande che ospita 100 mila persone, tra cui 15 mi­la vittime di guerra. Il ritmo di Sarajevo e dintorni è di 52 morti al giorno».
I serbi di Karadzic — sostiene con orgoglio la comunità croata della capitale — hanno fatto di tutto per far morire di sete Sarajevo ma non ci so­no riusciti e i 280 mila abitanti di questa strazian­te metropoli hanno sfruttato con parsimonia le ri­sorse idriche locali per soddisfare le necessità quo­tidiane e sopravvivere.
Dove invece c’è spazio per recriminazioni, attriti, dibattiti e polemiche è il problema irrisolto dei 330 mila profughi che a causa delle guerre o in seguito a sconcertanti episodi, come l’assedio di Sarajevo, fu­rono costretti ad abbandonare le loro case e da oltre 20 anni vivono in condizioni di estremo disagio.
Tra le vittime di guerra della Jugoslavia c’è pure una fitta rappresentanza di giornalisti, fotografi, teleoperatori e tant’altre persone in qualche mo­do legate al mondo deH’informazione. Quasi vent’anni or sono in un articolo dal titolo «60 cro­ci nella neve» avevo reso omaggio ad alcuni colle­ghi che avevano perso la vita in missioni rischio­se: come i due fotografi austriaci Nick Vogel e Norbert Werner colpiti da una granata dell’esercito fe­derale jugoslavo nell’estate del '91 nei pressi di Lu­biana; 0 come il giornalista svizzero Christian Wuertonberg, trovato cadavere in una trincea del­la prima linea croata nel gennaio del '92, vicino ad Osijek; 0, infine, come i giornalisti serbi Milan Zo- carac, Zoran Amdzic e Bora Petrovic morti in otto­bre sulla strada fra Petrinja e Glina.
Quasi vent’anni sono trascorsi dalla fine del conflitto che ha sconvolto l’ex Jugoslavia. Sfortu­natamente, tale regione è rimasta ancorata alle proprie radici etniche e molte vittime della guerra non hanno ricevuto un adeguato risarcimento per i danni subiti. La riconciliazione interetnica del dopoguerra e la coesione sociale hanno innescato un processo assai complesso che per essere attua­to richiede tempi lunghi.
L’impunità per crimini di guerra non è stata completamente eliminata, infatti migliaia di don­ne che hanno subito violenza carnale non hanno ricevuto a tutt’oggi un’adeguata assistenza. Il pro­blema dei profughi e delle persone costrette ad emigrare è rimasto ampiamente irrisolto! Progres­si sono stati fatti dai governi della regione, soste­nuti dalla comunità intemazionale, quando han­no dimostrato di aver avuto il coraggio di ammet­tere le proprie responsabilità chiedendo formal­mente scusa, come ha recentemente fatto il presi­dente serbo. Queste iniziative dovrebbero conti­nuare, per sfociare in un più ampio processo di riconciliazione sul modello della Commissione per la verità e la riconciliazione istituita in Sudafri­ca alla fine dell’apartheid. Quel tribunale straordi­nario in cui ebbero voce vittime e autori dei crimi­ni agevolò la transizione dal segregazionismo a una nuova organizzazione democratica, bianca e nera. Una simile iniziativa nell’ex Jugoslavia meri­terebbe ampio sostegno soprattutto dall’Europa.
Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
 
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it
Per annullare l'invio della Rassegna Stampa, scrivi a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.