La Gazeta Istriana a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin


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Maggio 2013 – Num. 37


37 - El Boletin Toronto n° 153 - Marzo 2013 - Fiume e il suo porto: la rivalità con Trieste (Francesco Cossu)
38 - La Voce in piú Storia - Aprile 2013 - Lime liburnico: Le pietre delle nostra memoria (Marin Rogić)
39 – La Voce del Popolo 10/05/13 Cultura - Adriatico orientale, italianità espressa anche con la musica (Patrizia Venucci Merdžo)
40 - La Voce del Popolo 20/04/ 3 Speciale - Essere Diego Zandel: un'entusiasmante avventura (Kristina Blecich)
41 - Novara E' . . la Storia le storie Maggio 2013 n° 5 - Novara - Una storia di straordinaria immigrazione (Antonio Leone)
42 - Anvgd.it 14/03/13 - 2013, l'anno di Padre Flaminio Rocchi (2)
43 - East Journal 26/04/13 Storia: Armeni, il genocidio dimenticato che resta pietra d’inciampo (Emanuele Cassano)
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37 - El Boletin Toronto n° 153 - Marzo 2013 - Fiume e il suo porto: la rivalità con Trieste
ANTOLOGIA FIUMANA
Fiume e il suo porto: la rivalità con Trieste
Lo sviluppo dei rapporti commerciali di Fiume e Trieste con il resto d'Europa e del mondo, e la conseguente rivalità economica e politica tra i due porti che si originò nel corso dell'Ottocento, sono gli argomenti che la nostra Antologia affronterà in questo numero.
Il saggio di Federico Pernazza, dal titolo "La rivalità economica-politica tra i porti di Trieste e Fiume", pub­blicato su Fiume - Rivista di studi fiumani (n. 23, genna­io-giugno 1992), ci racconta quando e in che modo nac­que la concorrenza tra i due porti, entrambi favoriti dalla loro posizione geografica.
"La profonda penetrazione dell'Adriatico nel continente europeo", scrive Pernazza, "permetteva ai due porti di usufruire della minore inci­denza dei costi relativi ai noli marittimi rispetto a quelli ferroviari, almeno nel periodo in esame. D'altra parte i due porti si trovavano molto più vicini delle più dirette concorrenti Genova e Marsiglia all'Egitto e, attraverso il Canale di Suez ( 1869), all'Africa occidentale, all'Asia e all'Australia".
Malgrado Fiume, rispetto a Trieste, fosse maggior­mente favorita dai fattori naturali, quali ad esempio un golfo esteso fino a 12 miglia marine, e rilievi montuosi che lo proteggevano dai forti venti, oltre che l'abbondan­za di legname nel retroterra che permise una florida attività cantieristica, Trieste godette invece di una mag­giore stabilità politica che si riflesse anche sullo sviluppo del suo porto, da sempre tutelato e sostenuto dalla monarchia asburgica.
Di entrambe le città l'autore ne ripercorre le tappe storiche: per quanto riguarda Trieste, la sua defezione da Venezia (fine del sec. XIV) e il suo passaggio sotto il diretto dominio della casa d'Asburgo; per quanto con­cerne Fiume e la regione circostante, sono giustamente elencate le travagliate vicende storiche a partire dal XII secolo, ossia la posizione al limite tra l'Impero Romano-Germanico e il Regno d'Ungheria, il dominio delle casate di Duino e Walsee, il passaggio sotto gli Asbur­go, ed ancora "il fallimento dei disegni espansionistici del re ungherese Mattia Corvino verso l'Adriatico [...], la sia pur breve dominazione veneziana, l'assoggetta­mento turco di gran parte della penisola balcanica, le frequenti incursioni piratesche degli uscocchi", eventi, questi, che pur non riducendo "il fiorente porto ad un borgo marinaro di secondaria importanza certo ne para­lizzarono però lungamente il progredire", per giungere all'inizio del XVIII secolo con la riconquista del bassopiano ungherese invaso dai Turchi, da cui ne conseguì una ripresa economica dell'area, e quindi anche di Fiume. Senza tralasciare le due risoluzioni della sovrana Maria Teresa (1776 e 1779) che dichiararono Fiume corpo separato annesso al Regno d'Ungheria, e la costi­tuzione nel 1786 "del Litorale Hungaricum compren­dente Fiume ed alcuni porti succursali", avvenimenti presentati dall'autore a conclusione della panoramica storica, necessaria per dare al lettore un'idea più chiara di come le due città concorrenti si presentarono ai nastri di partenza del XIX secolo.
Gli elementi di rilievo della sfida a distanza tra le due realtà adriatiche sono illustrati da Pernazza sempre in stretta dipendenza dalle vicende storico-politiche: "da una parte, per Trieste la costante dominazione austriaca, con la breve interruzione napoleonica, dall'altra, per Fiume, il primo decennio ungherese, quindi, dopo la parentesi francese, il periodo di sovranità austriaca, il ritorno all'Ungheria ( 1822), la occupazione croata ( 1848 -1868) ed il definitivo inquadramento di Fiume quale terzo fattore costituzionale nell'ambito della corona di S. Stefano accanto ad Ungheria e Croazia durato fino alla prima guerra mondiale".
Se nel primo decennio del secolo la concorrenza tra Fiume e Trieste fu molto viva, grazie ai benefici derivan­ti dallo status di porto franco e dalla presenza di vie di comunicazione (Trieste-Vienna, Fiume-Lubiana e Fiume -Karlovac) che portarono ad ottimi risultati, dopo il 1813 l'istituzione della Riviera Austriaca sottoposta al gover­no centrale viennese, con cui Trieste controllava l'intera Riviera, permetteva a questa di riallacciare i rapporti commerciali interrotti con il periodo napoleonico, mentre "Fiume languì miseramente per altri nove anni tanto che anche il porto ne fu pregiudicato risultando alla fine parzialmente arenato".
Solo il ripristino del Litorale Ungarico con i confini del 1809 sotto la corona ungherese diede inizio "ad una delle fasi più avvincenti della concorrenza tra le due città dell'intero secolo XIX", sottolinea Federico Pernazza. Il perché è presto detto: da una parte Trieste mantenne ed incrementò i collegamenti (e quindi i commerci) con il Mediterraneo orientale, dall'altra a Fiume si provvedeva alla risistemazione del porto della Fiumara e si avviava­no le procedure per la costruzione di diverse linee ferro­viarie con il retroterra (la cui realizzazione fu ritardata dagli eventi politici); lo sviluppo fu comunque merito dell'attività di costruzioni navali svolta in otto grandi cantieri e, sempre in quel periodo, fiorente fu l'attività della cartiera Smith e Meynier e del mulino Zahaly.
"Il periodo che va dal 1848 al 1868/1870 fu notoria­mente il più combattuto dalla città sul piano politico, ma proprio per questo motivo poco felice per lo svilup­po economico. All'invasione ordinata dal bano della Croazia, il colonnello Jellacich, e alla successiva annes­sione proclamata nel 1848, seguì un breve periodo di governo d'ispirazione squisitamente croata cui fece seguito il ritorno ad una politica di rigido centralismo imperiale".
Il progetto ungherese di collegare Fiume con Buda o con Vukovar fu bloccato dall'invasione croata della città quarnerina; Trieste invece, grazie all'appoggio derivante dalla politica centralista austria­ca, potè veder realizzate la linea con Vienna e le linee Buda-Pragerhof-Trieste e Sisek-Steinbriick che inferse-ro un duro colpo al commercio fiumano dipendente dall'Ungheria e dalla Croazia, che ora erano più facil­mente raggiungibili da Trieste. La situazione mutò col ritorno della città all'Ungheria, e la costruzione di linee ferroviarie con l'interno (Fiume-Sankt Peter e Fiume-Carlstadt/Karlovac).
Infine, il confronto sul mare: Trieste grazie al Lloyd austriaco "intratteneva linee regolari con Costantinopo­li, Smirne, Beirut, l'isola di Candia, Alessandria, Port Said, Trapezunt, Batun ed altri porti ancora, raggiun­gendo, con l'apertura del Canale di Suez, Bombay, Calcutta, Colombo, Penang e tutta l'area indo-cino-giapponese".
Fu merito del governo ungherese se il porto di Fiume potè decuplicare la superficie delle sue acque. In più, grazie "all'intervento della Banca di Cre­dito Generale Ungherese di Budapest vennero fondate nel contempo la Pilatura Fiumana di Riso (1881) e la Raffineria di Olii Minerali (1882), mentre la Banca Ungherese di Sconto e Cambio di Budapest si obbligò ad attrezzare i magazzini ferroviari formando, a seguito di apposita convenzione con le regie ungariche ferrovie di Stato, l'impresa dei Magazzini Generali".
Permetten­do anche al porto fiumano di diventare competitivo e organizzato in maniera moderna, come conclude Federi­co Pernazza nel suo saggio, e come concludiamo anche noi, dando appuntamento ai lettori alla prossima puntata!
Francesco Cossu (Grosseto)

 

38 - La Voce in piú Storia - Aprile 2013 - Lime liburnico: Le pietre delle nostra memoria
LIMES LIBURNICO:
LE PIETRE DELLA NOSTRA MEMORIA
UN GIOVANE E PROMETTENTE ARCHEOLOGO
Mario Zaccaria, premiato dalla Città per le sue ricerche sul Limes liburnico
INTERVISTA di Marin Rogić
Che le varie Comunità degli Italiani in Croazia e Slovenia “sfornino” di continuo giovani di grande talento in campi diversi, che vanno dalla musica alla recitazione, dalla letteratura alla poesia, è cosa nota e risaputa. Ma che queste stesse abbiano dato i natali a giovani che, attualmente sono alcuni tra i più importanti archeologi della nuova generazione in Croazia, beh, questo cosa direi che è meno nota ai più.
Studiare archeologia in un mondo dominato dalle nuove tecnologie digitali, vivendo in un’epoca che tende a dimenticare le scienze umanistiche e il passato, che tende a omologare le diverse culture, che distrugge muri millenari per fare spazio a facciate che impersonano il modernismo, un modernismo che molto spesso è difficile da comprendere, è una scelta troppo spesso azzardata.
Vi siete mai chiesti che cosa rappresenti l’archeologia oggi e quale è il suo ruolo nel 2013? Stando alle ultime statistiche sono sempre meno i giovani che intraprendono studi storico-archeologici. Da questo punto di vista il connazionale Mario Zaccaria rappresenta un’eccezione.
Laureato a pieni voti alla Facoltà di Lettere e Filosofia, dipartimento Beni Culturali – curricula Archeologia di Udine, nonostante la giovane età (29 anni) ha già alle spalle importanti successi, a partire dalla tesi di laurea “Claustra Alpium Iuliarum. Il Limes liburnico tra fonti, indagini e ricognizione”, con la quale ha attirato l’attenzione di molti esperti del settore, sia nel Bel Paese sia in Slovenia e Croazia.
Da bambini di solito si vuole fare l’attore, il pompiere, la ballerina, il cantante, il calciatore. Te già da piccolo hai incominciato a dedicarti all’archeologia. Come è nata questa passione?
Tutto è incominciato a sette anni, quando stavo perdendo l’ultimo dente da latte. Lo cavai, alla vecchia maniera, come si faceva una volta, con il filo e la porta. Grazie a questa “impresa”, mio padre mi ha premiato portandomi al cinema a vedere il film d’avventura “I Goonies”, che all’epoca riscosse un enorme successo tra i ragazzini. Le avventure dei protagonisti mi spinsero a volermi immedesimare nei loro personaggi; anche io volevo vivere le loro avventure, scoprire, esplorare, luoghi e ambienti nuovi, così incominciai ad interessarmi all’affascinante mondo dell’archeologia. Poi dopo le scuole superiori, volevo intraprendere una carriera accademica dove lo studio della storia sarebbe stata la materia principale, anche perché era l’unica materia con la quale passavo a pieni voti alle superiori (ride, ndr). E cosi ho preso la strada per Udine, che mi ha portato a diventare archeologo di professione.
Quanto durano e come sono strutturati i studi per diventare archeologo?
Per prima cosa ho portato a termine gli studi triennali alla Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Udine, sezione per la Conservazione dei Beni Culturali, curricula Archeologia. Poi ho fatto i due anni della specialistica in “Archeologia” e mi sono poi laureato con la tesi “Claustra Alpium Iuliarum. Il Limes liburnico tra fonti, indagini e ricognizione” con la dott. Marina Rubinich.
A proposito di questa tesi. Ha riscosso molto successo negli ambienti accademici italiani della Venezia Giulia, che si sono dimostrati molto interessati all’argomento. In Slovenia altrettanto, dove sei stato sei mesi sul campo. Spiegaci che cosa è il Claustra Alpium Iuliarum?
Si tratta di un sistema di difesa di chiuse tardo-antico che va da Fiume arriva a Bohinj in Slovenia e molto probabilmente prosegue fino a Cividale del Friuli e finisce a Rattendorf in Austria. Per 150 anni, dall’imperatore Galieno fino a Teodosio il Grande, ha difeso l’accesso al cuore dell’Impero Romano, l’Italia. L’espressione ‘claustra’ indica sia una struttura fortificata su un terreno irregolare ideata per respingere il nemico, sia l’intera linea difensiva. I Claustra Alpium Iuliarum, in particolare sono un sistema di fortificazioni e sbarramenti posti a protezione di quelle valli situate tra Slovenia e Croazia (e, in misura minore anche in Italia e in Austria) in cui correvano le vie di comunicazione più facili da percorrere per entrare in Italia in caso di sfondamento del limes danubiano, come accadde ad esempio nel 169/170 d.C., durante le guerre marcomannico-sarmatiche, quando gli invasori hanno tenuto sotto assedio per vari mesi Aquileia e distrussero Opitergium. I claustra, insieme ai propri antecedenti, e cioè le fortificazioni che seguivano l’espansione romana per assicurare i valichi montani e la città di Aquileia contro le popolazioni celtiche, Carni, Giapidi e Histri, prima e, la Praetentura Italiae et Alpium poi, furono delle risposte escogitate per poter tenere sotto controllo le vie di comunicazione, che attraverso le Alpi, portavano in Italia. Specialmente per controllare quel territorio economicamente fondamentale, crocevia della cosiddetta „via dell’ambra“ e dei traffici verso il Noricco (l’attuale Austria) e oltre.
Cosa hai scoperto sondando il terreno?
Facendo ricognizione ho potuto ben capire quanto difficile doveva essere, all’epoca, creare un sistema tanto complesso perché non si tratta solamente di mura ma di tutta una serie di preparazioni prima, durante e dopo che dovevano costantemente rifornire con armi, viveri e uomini un’opera imponente come questa. Un’opera che reca in sé un potenziale, che come il Vallo Adriano, il Vallo Antonino, il limes danubiano, che gli Ungheresi si apprestano a valorizzare insieme agli Slovacchi, aspetta di essere riconosciuto da punto di vista culturale, ambientale e turistico per il benessere di questa zona di frontiera. Con il fine ultimo, magari, di essere incluso nella lista come Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco.
Ricerche sul generale Italo Gariboldi
Dove possiamo trovare i resti del Limes?
Subito vicino al Centro “Kalvarija” (ex clivio Buonarotti) e su Santa Catarina, ma sono solo, purtroppo, piccoli frammenti, piccole tracce del Limes originale. Una volta era un muro alto e spesso che si può vedere ancora nelle grafiche di Johann Weichard Valvasor, che tracciò nel 17º secolo con esattezza tutto il percorso del Limes.
E il Limes ti ha portato a vincere un premio.
Sì, ho ricevuto un premio in denaro dal Dipartimento della Cultura cittadino. Si tratta di dotazioni finanziarie che mi agevoleranno nel mio viaggio all’Istituto Geografico Militare di Firenze, nel quale mi fermerò per un periodo per studiare e trovare informazioni sul generale Italo Gariboldi che, nel 1921, doveva constatare le frontiere tra lo Stato di Fiume e l’Italia e poi tra il Regno di Italia e il Regno Serbo Croato Sloveno. Voglio vedere quali dei tratti esplorati da lui combaciano con le mura tardo-antiche.
Scoprire la città che dorme sotto le pietre Fiume e l’archeologia..
Fiume è una città nella quale l’archeologia non è mai stata un facile comprimario. I resti dell’antichità hanno sempre costituito l’ingombrante presenza con la quale fare, per certi versi, i conti. In passato la scoperta di strutture anche imponenti, nel corso di lavori di pubblica utilità, non è diventato motivo sufficiente per mutare il progetto iniziale. Quasi mai. La burocrazia tende a soffocare tutti i buoni intenti di conservazione del territorio. Da tempo si discute della creazione di un parco archeologico e della ristrutturazione della basilica paleocristiana vicino alle terme e qualcosa comunque sta cambiando.
Secondo la Strategia dello sviluppo culturale della città di Fiume del periodo 2013-2020, il patrimonio archeologico dovrebbe avere un posto di spicco. Speriamo bene. La Città Vecchia è scomparsa, è inutile chiamarla Città Vecchia, quando di ‘vecchio’ è rimasto quasi poco o nulla. In nome del progresso si sono abbattuti tanti monumenti e case storiche. Adesso siamo arrivati al punto di dovere salvare il salvabile.
Cosa nasconde il sottosuolo fiumano?
L’Antica Tarsatica “dorme” sotto Fiume! Era un centro militare di prima classe, ma era anche un emporio Liburnico. Qui ci sarebbero tante e tante cose che potrebbero ‘resuscitare’ però bisognerebbe dirla basta con le parole e passare ai fatti.
Oltre al Limes, progetti futuri?
Incomincerò a scavare vicino a Bersezio dove ci dovrebbero essere i resti di un castelliere dove vivevano i Liburni, antichi navigatori e pirati. Poi mi sto attivando per presentare in Europa il progetto Claustra Alpium Iuliarum, in modo da farlo diventare uno dei monumenti culturali e storici europei, in via di essere distrutto dalla vegetazione, che necessitano urgente attenzione. Con un’altra associazione, “Žmergo” di Abbazia stiamo collaborando per concorrere al ricevimento di fondi europei destinati alla cultura e al mantenimento del territorio istro-quarnerino, come associazione siamo più agili perché non ci mettiamo i bastoni tra le ruote con la solita burocrazia.

 

39 – La Voce del Popolo 10/05/13 Cultura - Adriatico orientale, italianità espressa anche con la musica
Adriatico orientale, italianità espressa anche con la musica
Un excursus istruttivo ed illuminante sul prezioso patrimonio musicale dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia, quello del professor David Di Paoli Paulovich, proposto l’altra sera alla Comunità degli Italiani di Abbazia, nell’ambito del ciclo di incontri organizzati da Unione Italiana – Università Popolare di Trieste. Tutta la conferenza è stata corredata da interessantissime e rare registrazioni.
Dunque, una panoramica attraverso i secoli sulla musica sacra e profana, colta e popolare, vocale e vocale-strumentale di matrice istro-veneta, che ha intriso e nobilitato la sponda orientale dell’Adriatico, dando un suo contributo e immettendo queste terre in un circuito culturale italiano in primis, e quindi anche europeo. Si tratta di una materia che andrebbe rivalutata e immessa – magari in sintesi – pure nei programmi didattici delle nostre istituzioni scolastiche, in quanto testimonianza di un’italianità che si è espressa anche tramite il linguaggio della musica.
L’incipit è stato dato dai canti patriarchini, ossia i canti popolari del Patriarcato di Aquileia che si erano diffusi in Istria, Quarnero, Carinzia, Ungheria e Dalmazia, fino a Ragusa, ed erano rimasti in auge, in alcuni territori, fino agli anni ’60 del Novecento. Venivano cantati dal popolo in sostituzione del canto gregoriano, ed assunsero pure forma polifonica con accompagnamento dell’organo. Questo immenso ed antico patrimonio, che si era trasmesso in forma orale di generazione in generazione, venne a decadere sia in seguito alle riforme del canto liturgico del Concilio Vaticano II che con la stampa dei nuovi libri gregoriani.
Testimonianze di canti patriarchini si trovano negli antichi codici della Biblioteca di Capodistria e nelle raccolte del sacerdote Francesco Babudro e di p. Giuseppe Radole.
Grandi nomi e un lascito da valorizzare
Di Paoli Paulovich ha proceduto quindi con la musica d’arte vocale strumentale, a partire dal ’500, rilevando nella Cappella del Duomo di Capodistria – mettendola in correlazione con le Cappelle di Venezia, Padova, Bologna ecc. – il fulcro istriano intorno al quale si praticava un canto sacro colto di tipo professionale; qui operò come maestro di cappella Gabriele Politi, autore di una nutrita produzione di musica sacra. Quindi Filippo da Laurana, musico prediletto di Cesare Borgia e organista nella Cappella del Patriarcato di Aquileia; Andrea Antico da Montona – presente a Venezia – editore, compositore ed eccellente miniatore, oltre che precursore del madrigale; il rovignese Francesco Spongia Usper, allievo di Andrea Gabrieli, organista a S. Marco a Venezia (!) e autore di ricerche, madrigali, messe, salmi. In Dalmazia emergono i nomi del Petris, di Giulio Schiavetti e Lukačić. Con il ’600 – in seguito alle epidemie di peste e alle carestie – la musica entra in crisi; ciononostante in Istria si avranno dei nomi significativi, quali il rovignese Gabriele Usper (nipote dello Spongia) e il maestro di Cappella del Duomo di Capodistria, Antonio Tarsia. Nativo di Spalato, sarà il Bajamonti e Tommaso Cecchini, maestro di Cappella a Spalato e Lesina. Fiume darà i natali a Vincenzo Jelich, che opererà a Graz e in Carinzia. Grandi figli del Settecento saranno il piranese Giuseppe Tartini e l’organaro dalmata Pietro Nacchini, costruttore di ben 500 organi. Giacomo Genzi, capodistriano, comporrà sia musica sacra che profana.
L’elenco dei musicisti di rilievo di Istria, Quarnero e Dalmazia continua nell’Ottocento con il grande polese Antonio Smareglia (“Nozze istriane“, “Oceana”, “Abisso”, “La falena”), nelle cui opere sintetizza il sinfonismo tedesco e la melodia italiana. E ancora, il fiumano Giovanni Zajc, i dalmata Franz Suppé Demelli (rivale di Johann Strauss) ed Eligio Bonamici. Centro della vita musicale di Zara ottocentesca è la cattedrale di S. Anastasia con un servizio musicale liturgico di alto livello, che nelle festività solenni prevede la partecipazione di coro e orchestra. Maestri di cappella furono Giuseppe Pozzotti, Girolamo Fiorelli, Antonio Ravasio, Donato Fabianich.
Il Novecento in queste coordinate diede grossi nomi: Luigi Dallapiccola, Lovro von Matačić e il compositore ceciliano, il chersino p. Bernardino Rizzi, molto popolare in Polonia. Appartengono alla contemporaneità invece il rovignese Renato Dionisi, il dignanese Luigi Donorà, don Giuseppe Radole, Piero Soffici, Nello Milotti, Đeni Dekleva Radaković, Massimo Brajković.
L’ultima parte della conferenza è stata dedicata al ricco patrimonio del canto popolare istriano, che è espresso in istroromanzo e istroveneto. Villotte, bitinade, arie da nuoto, stornelli, ballate, canti di questua, canti natalizi sono le forme di canto più caratteristiche dell’Istria e del Quarnero che vanno a costituire un tesoro che in parte è stato sistemato in raccolte da p. Francesco Babudro e Roberto Starec.
Tirando le somme e considerando l’insieme del lascito musicale della sponda orientale dell’Adriatico, non si può non concludere che siamo eredi di un patrimonio culturale vivace, ricco, variegato e originale il quale è riuscito a sensibilizzare in senso musicale tutti gli strati sociali. Un’eredità immateriale preziosa sotto molti aspetti, di cui non si dovrebbere perdere memoria e coscienza.
Patrizia Venucci Merdžo

 

40 - La Voce del Popolo 20/04/13 Speciale - Essere Diego Zandel: un'entusiasmante avventura
Essere Diego Zandel: un'entusiasmante avventura
Forti accentuazioni autobiografiche, cronaca e fantasy s’intrecciano spesso nei thriller di Diego Zandel, romanzi spesso catalogati come “di genere” – il cosiddetto noir all’italiana –, che invece sfuggono a ogni schematismo semplificatore e si rivelano di una struttura ben più complessa di quanto a primo acchito potrebbe sembrare (pur di fatto mantenendo un taglio tutto sommato semplice, di agile lettura).
E così è per “Massacro per un presidente”: non è un giallo, non è un thriller, non è una spy-story – di cui possiede la carica emotiva, la tensione, la suspense, l’imprevedibilità del finale – e non è nemmeno un romanzo storico e nemmeno uno introspettivo, ma di tutti questi filoni possiede la giusta dose; una ricetta equilibrata, con la quale lo scrittore ha sfornato un ottimo libro, che coinvolge il lettore fin dalle prime battute e che invoglia a leggerlo tutto d’un fiato.
C’è tanto Diego Zandel in “Massacro per un presidente”, suo primo romanzo, del 1981, uscito lo scorso anno in un’edizione riveduta dall’autore per la fiumana EDIT – Il ramo d’oro di Trieste (collana Passaggi).
Parlare, dunque, di questo lavoro significa parlare dello scrittore, di origini fiumane, nato da una famiglia di esuli nel campo profughi di Servigliano, nelle Marche, vissuto nel Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma.
A distanza di due anni dall’ultimo incontro pubblico con Zandel a Palazzo Modello, per la presentazione de “I testimoni muti” (Mursia, 2011) – memoir del letterato fiumano-romano, sintesi delle sofferenze del popolo istriano, fiumano e dalmata costretto all’esilio, ma anche dei rimasti, di quegli italiani autoctoni che accettarono o sopportarono di vivere sotto regime comunista e straniero pur di non abbandonare le loro case –, venerdì scorso alla Comunità degli Italiani di Fiume è stato presentato l’autore e il suo “Massacro per un presidente”.
E, appunto, si è discusso non soltanto dell’opera, del contesto storico in essa descritto, che è quello degli anni Settanta del secolo scorso, ma pure della sua vita, della condizione dell’esule, di che cosa abbia significato nascere e crescere al Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma e staccarsi per certi aspetti ideologici da questa realtà, delle disillusioni, dell’amore per Fiume, città che compare sempre nei suoi testi, come vi si trovano spesso riferimenti alla Grecia, terra di sua moglie.
In tal senso sarà un’eccezione il suo prossimo lavoro, come annunciato alla serata di Palazzo Modello, tutto dedicato all’amore, ambientato a Parigi, che lui vorrebbe intitolare “Morire d’amore”.
È stato il giornalista connazionale Ezio Giuricin a presentare il libro “Massacro per un presidente”, rilevando le riflessioni in esso contenute sul significato della vita, sull’inafferrabilità e sulla complessità della politica e della storia. Il rapporto che trae origine dalla comune appartenenza della vita, rilega la storia alle nostre genti e la dinamica della storia diventa inafferrabile.
Quest’intreccio tra thriller e libro esistenzialista dà origine a un libro sull’esodo. Il protagonista Raul Radossi, un anarchico fiumano – e pure Zandel è stato anarchico, di sinistra –, è cresciuto nella comunità di profughi istriani, fiumani e dalmati situati nel Villaggio Giuliano-Dalmata di Roma. L’altro personaggio, Nereo Dolcich, anch’egli è profugo del Villaggio. In Zandel si mescolano perciò dolore, sofferenza e sradicamento provocati dall’esodo.
Come accennato da Giuricin, il thriller “si snoda nella ricerca dei grandi burattinai. Zandel pone un valore e dei bisogni profondi: l’appartenenza a un gruppo; la ricerca delle proprie origini nell’umanità degli affetti”.
Il romanzo si conclude con la sconfitta, e la ricerca del senso dell’esistenza risulta essere illusoria. Ci sono soltanto segreti e incognite, non è possibile giungere alla verità e anche quando pare di aver afferrato il senso, comprendere chi o che cosa sta dall’altra parte del filo e lo muove, ecco che tutto si dissolve.
Giuricin, da giornalista di razza qual è – per tantissimi anni in forza all’EDIT, oggi invece voce e volto di TV Capodistria –, non ha potutto fare a meno dall’intervistare lo scrittore, invitandolo a chiarire alcuni punti. Gli ha chiesto, ad esempio, del suo rapporto con il padre, molto sofferto (una tematica che si ritrova pure questa tra le pagine di “Massacro per un presidente”).
Non fu solo un tipico conflitto generazionale: il rapporto tra padre e figlio (soprattutto se maschio) è sempre stato problematico o almeno complesso. Ma ad approfondire l’incomunicabilità tra Diego e il papà Carlo era anche l’appartenenza politica del giovane, che era di sinistra, un fatto quasi isolato o perlomeno anomalo tra egli esuli del Villaggio, in maggioranza di destra.
Diego Zandel ha narrato a Fiume degli aneddoti legati a questa vicenda, e Giacomo Scotti, in sala tra il pubblico, gli ha ricordato che in un suo libro ha persino “messo in bara” suo padre, mentre questi era ancora vivissimo, e pertanto la prese molto male.
Il letterato ha ripercorso gli anni della sua militanza anarchica, l’idealismo di sinistra, la delusione per il fallimento dell’esperienza jugoslava – vista come un piccolo paradiso sotto l’ottica di certe conquiste sociali, basti pensare all’assicurazione e all’assistenza sanitaria per tutti –, il modo sanguinoso in cui si è disintegrata l’ex federativa...
E ha illustrato pure la sua tecnica narrativa (a questo ha dedicato il suo ultimo testo, “Essere Bob Lang”, Hacca 2012), spiegando che ricalca i romanzi d’avventura, di spionaggio, in cui il protagonista veniva trasformato (e dunque i suoi sono pure romanzi di formazione), dove il viaggio è un percorso di trasformazione. Sul ruolo dello scrittore, Zandel si è dichiarato dell’opinione che ogni scrittore debba portare le testimonianze del proprio tempo.
Interrogato infine sul suo rapporto con Fiume, ha ammesso di ricordare sempre con nostalgia le “estati fiumane” – dagli anni Cinquanta è tornato regolarmente in città –, i bagni fatti a Cantrida, nei pressi della Villa Nora, e la nonna istriana che lo ha allevato.
L’incontro è stato introdotto da Ilaria Rocchi, a nome della presidenza della Comunità degli Italiani e del direttore dell’EDIT, Silvio Forza, assente per impegni alla presentazione (ha comunque raggiunto Zandel e il pubblico nel corso della parte conviviale), la quale ha dato il benvenuto a questo “grande figlio di Fiume”, auspicandone un nuovo ritorno, prossimamente.
Kristina Blecich

 

41 - Novara E' . . la Storia le storie Maggio 2013 n° 5 - Novara - Una storia di straordinaria immigrazione (Antonio Leone)
LA STORIA DI COPERTINA
Novara - Una storia di straordinaria immigrazione
Antonio Leone
Lo sapevi che ?
Nello sfogliare periodici di varia natura, capita spes­so di imbatterci in rubriche che apro­no una finestra sul passato raccon­tando fatti e vicende spesso dimenticate se non sconosciute.
Alcune volte queste storie hanno una certa attinenza con il presente e danno spunto a riflessioni di varia natura. Sarà il caso anche per quello che stiamo per raccontarvi?
A poche settimane dalla fine del secondo conflitto mondiale e fino alla metà del 1956, la Caserma Perrone, il più grande complesso militare della città, già sede della Divisione "Sforzesca" durante il conflitto, fu adibita quale Centro Raccolta Profughi, meglio cono­sciuto dai novaresi dell'epoca con il nome di "Campo Profughi".
Il Centro si sviluppava sulle basi del "19° A.M.G. Evacuation Camp", una struttura gesti­ta dalle truppe inglesi di stanza in città che aveva il compito di assistere i militari italiani di rientro sul territorio nazionale, quasi sem­pre provenienti dalla prigionia o dall'internamento.
A questa esigenza di carattere militare si sommò con il passare delle settimane, per poi sostituirsi del tutto, l'assistenza dei civili sfollati, dei cittadini stranieri e apolidi senza mezzi di sostentamento ed infine dei rimpa­triati dall'estero e dei profughi giuliano-dal­mati provenienti dai territori ceduti alla Jugo­slavia.
Il passaggio alla gestione diretta in mani ita­liane (congiunta civile e militare) avvenne il 15 luglio, anche se gli Alleati continuarono ad apportare fino alla fine di settembre i viveri e i mezzi necessari per il funzionamento del Centro (jeep, autocarri, coperte e macchine da scrivere). Al passaggio definitivo nelle mani dell'Ufficio Provinciale dell'Assistenza post-bellica (aprile 1946), erano transitati dalla Perrone 36.178 individui (32.941 uomi­ni e 3.237 donne), in gran parte soldati. Terminate le esigenze di natura militare verso la fine del 1945, il restante periodo di apertu­ra del "Campo" fu segnato indelebilmente dalla presenza nella struttura dei profughi giuliani e dei rimpatriati e dal suo sovraffolla­mento ben oltre il limite dei 1140 posti letto disponibili, fino ad arrivare a 1665 assistiti nel giugno 1946.
I profughi furono sistemati nelle ampie came­rate militari suddivise in piccoli box grazie all’utilizzo di vecchie coperte del regio eserci­to appese a corde tese da un capo all'altro delle pareti. Nei momenti di maggiore afflus­so, in concomitanza con le drammatiche vicende che si consumavano in Istria o in occasione dell'esecuzione dei numerosi decreti d'espulsione ai danni dei nostri con­nazionali residenti all'estero, la direzione del Centro non ebbe altra scelta che sistemare i nuovi arrivati nei locali adibiti ai più dispara­ti utilizzi, come allo stoccaggio delle masseri­zie, nei sottotetti o nei locali della barberia.
L'arrivo a Novara nel decennio '46 - '56 di circa 4000 mila, tra profughi giuliani e rimpa­triati, anticipò in qualche modo le migrazioni interne dal nord-est e dal sud d'Italia degli anni sessanta, mettendo a dura prova la macchina assistenziale dello Stato alle prese con la ricostruzione materiale del paese.
Lo sforzo per garantire una minima assisten­za all'interno del Centro fu profuso non solo da parte pubblica, ma anche dalle realtà cari­
tatevoli legate alla curia novarese e al mondo dell'imprenditoria e dell'industria locale che potè attingere dal "Campo" la manodopera necessaria per la ripresa delle attività.
Con il passare degli anni nonostante la gran parte di chi era in età lavorativa trovò un'oc­cupazione, non si registrò il più volte auspi­cato decongestionamento della struttura, principalmente a causa della scarsa disponi­bilità di alloggi popolari.
La svolta avvenne nella primavera del 1956 quando, di colpo, il "Campo" si svuotò nel giro di poche settimane grazie alla consegna contemporanea di 262 alloggi nel nuovo quartiere denominato "Villaggio Dalmazia", edificato in tempi record (in soli 18 mesi) nella periferia sud della città, il quale riuscì ad assorbire la totalità dei 1100 individui ancora presenti al suo interno e che chiuse i batten­ti la mattina dell'otto giugno del 1956.

 

42 - Anvgd.it 14/03/13 - 2013, l'anno di Padre Flaminio Rocchi (2)
2013, l'anno di Padre Flaminio Rocchi (2) - 14 Marzo 2013
Continuiamo in questa seconda occasione il percorso di avvicinamento al decennale della morte e al centenario della nascita di Padre Flaminio Rocchi, l'Apostolo degli Esuli giuliano.dalmati. Dalle pagine del libro biografico pubblicato nel 2007 dalla ANVGD, alcuni brani e aneddoti della sua infanzia e del periodo della guerra, durante la quale fu cappellano militare.
Per quanto possa sembrare strano a chi lo ha conosciuto, da giovincello il piccolo Antonio era molto vivace. Ricordiamo però che stiamo parlando degli anni ’20 in un paesino di una piccola isola, per cui bastava un ragazzino più esuberante degli altri per far gridare allo scandalo…
«Quanti scherzi ci facevamo noi ragazzi, quando l’estate andavo a Lussino. Persino ad un amico molto miope nascondemmo gli occhiali; eravamo in barca ed egli, non vedendo bene, cadde in acqua. Non se la prese affatto e continuammo a navigare...»
Giovanna Stuparich Criscione
«Erano tutte persone dedite al lavoro dei campi, al bestiame; la nonna faceva il buon formaggio, così abbondava di merende per i sette figli. Di questi, Antonio (in religione Flaminio), ragazzino buono, correva al mattino a servire la S. Messa nella chiesa del Convento dei frati. A 10 anni partì per il Veneto a studiare dai francescani. Passarono gli anni e tornò al paesello. Tutti in festa lo attendevano: era diventato sacerdote francescano! Celebrò la sua prima S. Messa con canti e gioia. Commosse tutti con la sua voce e la parola penetrante e festante: commosse tanto che a molti scendevano le lacrime... Fu mandato a Roma. Non poté fare qualche giorno nel suo paese, perché la Jugoslavia stava occupando le terre. […] Padre Rocchi e il Rev.mo Parroco don Mario erano malvisti dagli jugoslavi. Io fui portata in carcere perché non deponevo ciò che volevano io dicessi di accusa a questi sacerdoti. Il buon Dio ci salvò...»
Anna Bracco
A tanti anni di distanza, le testimonianze non sono tutte univoche. Da Pola ho raccolto queste breve e curioso racconto, che invito a prendere col beneficio d’inventario, anche perché si sa che nei paesi i passaggi di voce amplificano spesso i fatti…
«Mi sono ricordato di ciò che molti armi fa una signora, nativa di Neresine, spesso mi raccontava.Io esercitavo la professione di medico di base e lei era allora mia paziente. Quando veniva nel mio ambulatorio volentieri parlava del suo passato, della sua isola. Avendo trascorso ambedue la stessa gioventù nello stesso anteguerra, ci scambiavamo, usando lo stesso idioma, i ricordi delle comuni esperienze vissute in quei tempi lontani.
Dato che lei era nata a Neresine mi interessava conoscere, da fonte sicura, com’era la vita in quella cittadina, chi erano i suoi abitanti, quale parlata era dominante. Così parlando del più e del meno venne a raccontarmi pure di un suo coetaneo, di un certo Rocchi che le era rimasto impresso nella mente per il fatto che ancora oggi, come diceva lei, non poteva raccapezzarsi come quel discolo avesse potuto diventare un così valido sacerdote.
Lo ricordava con simpatia anche se nel contempo lo giudicava il più irrequieto di tutti i ragazzi della sua età. Marinava spesso e volentieri la scuola. Nessun maestro riusciva a disciplinarlo. Scorrazzava per i campi rubacchiando frutti e recando danno alle magre colture che gli isolani riuscivano a far crescere sui loro magri fazzoletti di terra rossa sempre recintati con bassi muretti a secco. Lasciava aperti tutti i varchi che superava nel suo vagabondare. Uguale sorte riservava ai cancelli dei recinti dove erano rinchiuse le pecore lasciandole così libere di brucare nelle altrui proprietà. Liberava le galline dai pollai, rincorreva i gatti per le calli. Pure in mare commetteva sempre qualche guaio. Era una vera “peste”, come si usava dire da noi. I suoi genitori erano “persone di riguardo”, erano padroni di barca, stimati e ben visti da tutti, lui invece era la pecora nera della famiglia. Per quanto impegno ci mettessero i suoi nel voler frenare la sua indole irrequieta, non riuscivano mai ad ammansirlo.
Per risolvere il problema, così almeno racconta l’anziana signora, i suoi genitori decisero di inviarlo in seminario. Costì termino gli studi. Sembra però che anche dopo aver indossato l’abito talare, in lui continuò a persistere l’innata intraprendenza d’animo, L’amore per un’indipendenza intellettuale ancorata fortemente alla terra che lo vide nascere.»
dr. Antonio Mirkovich - Pola
L’attività di cappellano militare durante la guerra non era certo un incarico facile. Si trovò in Corsica in una situazione a dir poco drammatica. In questi suoi appunti (inediti) del 1944 registra puntualmente tutti gli accadimenti, pur non essendo di sua specifica competenza. E guardacaso viene proprio a contatto con alcune compagnie alloglotte slovene, cioè di civili militarizzati per svolgere compiti di supporto al comando americano in Europa.
«Le compagnie hanno assunto un atteggiamento nettamente anti-italiano. La lingua ufficiale è quella slovena. In sloveno viene redatto un bollettino giornaliero ed una piccola rivista mensile. Alle compagnie sono state distribuite bandiere jugoslave che vengono esposte in occasione di festeggiamenti e di funerali. Il sostenitore di questo atteggiamento è il sottotenente farmacista Giovanni Ambrosic, di Postumia, proveniente dall’Ospedale Militare di Bonorva.
Il Comando italiano attualmente è costituito da due ufficiali, un graduato ed alcuni soldati. Le attribuzioni del Comando italiano si limitano a firmare passivamente i buoni per il prelevamento dei viveri e del vestiario; gli è proibita ogni ingerenza nelle compagnie. Alcuni alloglotti originari di Trieste e di Pola hanno chiesto di rientrare nell’Esercito Italiano, ma il Comando americano non sembra voler aderire a tali richieste.
I militari colpevoli di mancanze rilevanti vengono avviati in Sardegna. Gli ammalati vengono ospitati negli ospedali americani. Una settantina di incurabili sono stati avviati a Napoli, altri in Sardegna, altri a Livorno. I deceduti ammontano a trentacinque: 2 per malattia, 2 per suicidio, 31 per incidenti vari. Nove salme sono state inumate nel cimitero alloglotto di Ajaccio e 26 in quello di Bastia. Di tutti i deceduti è stata data regolare comunicazione al Ministero della Guerra.
Il Comando americano ha dato ad una trentina di elementi, tolti dai militari di truppa, il grado di tenente provvisorio. Questi ufficiali portano come distintivo del grado una ‘S’ su fondo rosso, sulle spalline e sulla bustina. Le promozioni e le rimozioni sono frequentissime, specialmente per i sottufficiali e i graduati. Sono state istituite tre compagnie di guardie armate che prestano servizio ai porti e ai magazzini. Si crede inutile seguire i vari spostamenti, in quanto le compagnie subiscono variazioni continue.
Le compagnie sono adibite ai lavori dei porti, dei campi d’aviazione, dei depositi e dei servizi dei Comandi. Attualmente tutte le compagnie sono dislocate nella zona di Bastia, in attesa di partenza. Cinque sono state già trasferite sul continente francese, ed in data 18 c.m. altre due erano in approntamento. Il Comando generale americano delle compagnie risiede a Bastia ed è costituito da una decina di ufficiali superiori e subalterni. Le compagnie sono divise in tre gruppi, comandati ciascuno da un ufficiale superiore. Al comando di ogni compagnia sta un ufficiale americano e 4 o 5 militari pure americani. L’ufficiale alloglotto sorveglia l’esecuzione degli ordini dati dal Comando americano.»
Nel 1946 Padre Flaminio scrive una relazione sulla sua attività di cappellano all’Ordinario Militare in Italia. I suoi preziosi appunti sono serviti per riportare con grande precisione le situazioni che si è trovato ad affrontare, facendo però trasparire l’umanità con cui affronta la difficilissima esperienza, compreso il rifiuto a fare da agente segreto per gli americani, evidentemente convinti che una tonaca potesse creare un buon ritorno strategico.
«Roma, 3 gennaio 1946
All’Ordinario Militare
Oggetto: Relazione riassuntiva dal marzo 1944 al dicembre 1945
Il giorno 16 marzo 1944, per ordine del Comando Alleato del Mediterraneo, trasmessomi tramite il 13. Corpo d’Armata della Sardegna, lascio l’83° Ospedale D.C. e per via aerea arrivo ad Ajaccio, dove vengo introdotto presso la Scuola del Servizio Segreto Americano.
Rifiuto l’incarico di agente segreto perché lo giudico incompatibile col Sacerdozio.
Vengo trasferito all’Isola di Gorgona con un Commando americano. Qui esplico la mia attività anche in favore di un centinaio di civili e di una cinquantina di delinquenti comuni, internati in quel penitenziario. Amministro un battesimo e benedico un matrimonio di civili. Dopo uno sbarco sull’isola, operato con successo da un gruppo di tedeschi ed italiani, ricevo l’ordine di lasciare l’isola con i resti dei Commandos. Vengo in seguito assegnato quale Cappellano di circa 5000 alloglotti, suddivisi in 27 compagnie e distribuiti in tutta la Corsica a servizio di reparti americani. Dal Dirigente il Servizio Spirituale della Corsica, Maggiore De Brau, Pastore Protestante, ottengo le massime agevolazioni per la mia attività: mezzi di trasporto, accesso alle mense ed alloggi americani, piena libertà per i soldati per adempiere i loro doveri religiosi. Costruisco due piccoli cimiteri: uno a Bastia ed uno ad Ajaccio, come risulta da un’ampia relazione richiestami dal Ministero della Guerra. Ottengo l’esenzione dal lavoro ad una trentina di soldati e formo una Schola Cantorum che si fa apprezzare in molti centri dell’isola. L’assistenza Religiosa e Morale trova ottima accoglienza, tanto presso i reparti, quanto negli Ospedali. Gli alloglotti si professano quasi tutti comunisti-cattolici...
Le manifestazioni esterne e collettive svolte nelle varie città e paesi, riescono molto bene, ma la pratica dei Sacramenti e della vita morale va diminuendo sensibilmente.
Nel frattempo mi prendo cura del Cimitero Italiano di Bastia, nel quale trasporto alcune Salme trovate nei vecchi campi di lotta. M’interesso e procuro vestiario ed alimenti per i prigionieri repubblicani, fatti dai francesi nell’isola d’Elba. Nei limiti del possibile cerco di assistere materialmente e moralmente i Corsi filo-italiani, perseguitati ed espulsi dalle autorità francesi.
Il 18 aprile 1945 lascio la Corsica. Il 12 maggio vengo assegnato al Reggimento Addestramento Genio di Bracciano, che conta circa 2000 militari, fra i quali un centinaio di Ufficiali. Assumo anche il servizio presso la S.I.V.A. di Manziana. Qui il Servizio Spirituale prende un tono normale: due Messe la domenica, visita settimanale agli ammalati del Reggimento presso l’Ospedale di Cesano ed i vari Ospedali Militari di Roma, Messa quotidiana nella Cappella in Caserma con due o tre comunioni giornaliere, assistenza morale presso la truppa durante la giornata.
Trovo appoggi e comprensioni da parte dei Comandi. Gli ufficiali specialmente, quantunque molto depressi per ragioni economiche e di sistemazione, dimostrano particolare interesse per l’attività del Cappellano. Il morale della truppa è pessimo e va leggermente migliorando col congedo delle classi più anziane. La moralità è bassa, accentuata l’indisciplina, diffusissimi il furto e la diserzione. La frequenza della Messa è assidua, quasi totale, ma forse poco convinta. Si può credere però ad un continuo e generale miglioramento.»
Fine della seconda puntata

 

43 - East Journal 26/04/13 Storia: Armeni, il genocidio dimenticato che resta pietra d’inciampo
STORIA: Armeni, il genocidio dimenticato che resta pietra d’inciampo
Emanuele Cassano
Il 24 aprile ricorre l’anniversario del genocidio armeno (Medz Yeghern, “Grande Crimine”), considerato a tutti gli effetti il primo genocidio del Novecento.
Il genocidio armeno si è svolto in due fasi principali. Il primo massacro (1894-1897) è legato alla figura del sultano Abdul Hamid II (da cui il termine “massacro hamidiano”), il quale volle punire una popolazione in rivolta attuando violentissime repressioni. Il secondo massacro (1915-1923), quello drammaticamente più importante, è invece legato al gruppo dei Giovani Turchi, che per vedere realizzati i propri obiettivi nazionalisti hanno pianificato scientificamente l’eliminazione della popolazione armena presente nel paese. Tale pianificazione è stata dimostrata nel corso del tempo da varie personalità, come lo studioso di origine ebraica Yehuda Bauer, che nel suo libro "The Place of the Holocaust in the Contemporary History" definì il genocidio armeno il caso che più si avvicina all'Olocausto, o come il professore polacco Raphael Lemkin, che affermò di aver pensato al caso degli armeni quando nel 1944 coniò il termine "genocidio". Recentemente, nel 2005, l'Associazione Internazionale di Studiosi del Genocidio (IAGS) ha confermato come l'Impero Ottomano attuò un genocidio sistematico nei confronti della popolazione armena.
I massacri hamidiani
Verso la fine del XIX secolo gli armeni erano una delle numerose etnie che popolavano l’Impero Ottomano. Se ne contavano circa due milioni, stanziati per la maggior parte nella regione dell’Anatolia, territorio nel quale risiedevano da secoli. Con l’Impero ormai in declino, soprattutto in seguito alla guerra russo-turca del 1877-78, gli armeni iniziarono a intravedere nella figura della Russia cristiana un nuovo protettore, che fosse in grado di difendere la popolazione armena dal pressante nazionalismo turco. La stessa Russia aveva tutto l’interesse di far ricadere il territorio popolato dagli armeni sotto la propria sfera di influenza, in modo da indebolire ulteriormente il già instabile Impero Ottomano, ambendo inoltre a qualche acquisizione territoriale. Il mancato rispetto del trattato di Berlino del 1978, che obbligava gli ottomani a garantire un maggior numero di diritti ai sudditi armeni, fu la scintilla che fece traboccare il vaso.
Intorno al 1890 la popolazione armena si sollevò in tutta l’Anatolia, chiedendo all’Impero più riforme, la fine della loro discriminazione, il diritto di voto e un governo costituzionale. La risposta del sultano Abdul Hamid II fu durissima: gli ottomani inviarono l’esercito nella regione e incitarono la popolazione musulmana nel compiere atti di violenza contro gli armeni, indicati come “nemici dell’Islam”. In poco tempo gli ottomani si macchiarono ripetutamente di gravi delitti, il peggiore dei quali si registrò nella città di Urfa, dove circa 3.000 armeni morirono bruciati vivi all’interno della cattedrale nella quale si erano rifugiati.
Per non rimanere da soli a combattere contro il nemico ottomano, gli armeni tentarono più volte di chiedere aiuto ai governi stranieri. Per mettere in luce la causa armena agli occhi dei paesi esteri, nel 1896 un gruppo di rivoluzionari occupò la Banca Ottomana a Istanbul, prendendo in ostaggio un gran numero di impiegati. La reazione del governo fu ancora una volta molto dura, infatti sia nella capitale che nelle altre regioni dell’Impero vennero attuate grandi repressioni che portarono alla morte di migliaia di armeni (le stime parlano di circa 50.000 vittime). Il periodo di terrore durò fino al 1897, anno in cui il sultano Abdul Hamid affermò di aver risolto definitivamente la questione armena.
I Giovani Turchi e il secondo massacro
Qualche anno più tardi, nel 1909, salirono al potere i Giovani Turchi, deponendo il sultano Abdul Hamid in favore del fratello, Mehmet V. Uno dei principali obiettivi dei Giovani Turchi, gruppo politico fortemente nazionalista e caratterizzato da un forte fanatismo, era quello di perseguire l’idea di un territorio dall’Anatolia (regione ancora popolata da un gran numero di armeni) all’Asia Centrale abitato esclusivamente dall’etnia turca.
Intanto in Cilicia, altra regione a forte presenza armena, si registrarono nuovi massacri, con almeno 30.000 vittime accertate. Con l’approssimarsi della prima guerra mondiale, il governo turco temette inoltre che il popolo armeno potesse allearsi con il nemico russo, mettendo in serio pericolo la precaria stabilità del paese. Per queste ragioni, i Giovani Turchi, guidati dai “Tre Pascià” (Mehmed Talat Pascià, Ismail Enver e Ahmed Djemal), riunitisi nel 1911 in un congresso segreto a Salonicco, decisero di pianificare l’eliminazione sistematica del popolo armeno. L'occasione giusta per dare il via al loro piano di sterminio venne fornita dallo scoppio della guerra, che impedì di fatto ai paesi esteri di potere intromettersi nelle questioni interne relative alla Turchia.
Tutto ebbe inizio nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando nella città di Costantinopoli (l’odierna Istanbul) si verificò un improvviso rastrellamento degli intellettuali appartenenti all’élite armena presenti in città. In un solo giorno scomparvero quasi 300 persone appartenenti alla classe dirigente tra cui giornalisti, scrittori, avvocati e persino deputati al Parlamento. Queste persone vennero deportate in Anatolia, e chi sopravvisse al duro tragitto venne massacrato una volta giunto a destinazione. Senza i propri intellettuali, la popolazione armena si ritrovò così “decapitata”. Dopo aver eliminato la classe dirigente, il governo turco, con un decreto emesso sempre nel 1915, ordinò il disarmo di tutti i militari armeni arruolatisi per la guerra (circa 350.000), che vennero arrestati e massacrati. Infine il piano dei Giovani Turchi colpì la popolazione armena dell’Anatolia, deportata verso la Mesopotamia con l’iniziale scusa di dover evacuare le zone di guerra e obbligata a vere e proprie marce della morte che coinvolsero circa 1.200.000 persone. Solo in pochi arrivarono a destinazione, mentre la maggior parte morì durante il faticoso tragitto. Le testimonianze di questo massacro sono legate alle fotografie dell’ufficiale tedesco Armin T. Wegner, che proprio durante la guerra prestò servizio in Anatolia.
Il dibattito sul riconoscimento
Chi organizzò e pianificò il genocidio si preoccupò allo stesso tempo di cercare di nascondere la verità. Per fare in modo di negare la premeditazione del massacro, i turchi come affermato in precedenza deportarono la popolazione armena con il pretesto della guerra in corso; inoltre per effettuare la deportazione di queste persone vennero incaricate alcune tribù curde, in modo da coprire le responsabilità dei funzionari governativi.
La Turchia si è sempre rifiutata di riconoscere il genocidio degli armeni, sdrammatizzando i fatti e minimizzando il numero delle vittime. Parlare del genocidio rappresenta addirittura una violazione dell’art. 301 del codice penale, che punisce le offese “allo Stato turco”; ne sa qualcosa il premio Nobel Orhan Pamuk, processato per aver preso ricordato l’accaduto durante un’intervista.
Il negazionismo nei confronti del genocidio armeno rischia di costare alla Turchia l’ingresso all’interno dell’Unione Europea, con la quale rischia di compromettere i negoziati, dato che vari paesi UE ne riconoscono l’esistenza, mentre per la Francia è addirittura un reato negarlo. Attualmente il genocidio armeno è riconosciuto ufficialmente da 21 stati, tra i quali l’Italia.
La Mailing List Histria ha il piacere di inviarVi la “Gazeta Istriana” sugli avvenimenti più importanti che interessano gli Esuli e le C.I. dell' Istria, Fiume e Dalmazia, nonché le relazioni dell'Italia con la Croazia e Slovenia.


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
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