Rassegna stampa della mailing List Histria
a cura di M.Rita Cosliani, Eufemia G. Budicin e Stefano Bombardieri

N. 874 – 18 Maggio 2013
Sommario
244 - Il Piccolo 14/05/13 Il funerale colorato di Ottavio Missoni (Carlo Muscatello)
245 - Linkiesta 12/05/13 Missoni e gli italiani dell’altra sponda dell’Adriatico (Alessandro Marzo Magno)
246 - La Voce del Popolo 15/05/13 Ottavio Missoni una vita tutta di corsa
247 - L'Eco di Bergamo 15/05/13 «Missoni, uomo di valore» Il ricordo di Giulio Dellavite. (P.A.)
248 - Il Piccolo 12/05/13 Le vite parallele di Ottavio e Mila (Giuseppe Palladini)
249 - Il Piave - Maggio 2013 Non basta il Giorno del Ricordo per saper ricordare quello che dobbiamo ai nostri istriani (Gianluca Versace)
250 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 13/05/13 A giugno il 57° Raduno nazionale del Libero Comune di Pola in esilio (Aise)
251 - Il Piccolo 12/05/13 Josipovic : «Istria senza confini in Europa» (Mauro Manzin)
252 - Il Piccolo 17/05/13 Ipsilon bilingue al cento per cento (andrea Marsanich)
253 – La Voce del Popolo 11/05/13 E & R - A Peschiera festa tutta lussignana per Mons. Cosulich e sei novantenni (Roberto Palisca)
254 - La Voce del Popolo 13/05/13 Migrazioni verso Pola nell'Istria austriaca (Arletta Fonio Grubiša)
255 - La Voce in più Dalmazia 11/05/13 Ritorna a Zara l'eredità dei Borelli (Ilaria Rocchi)
256 - La Voce del Popolo 14/05/13 Storia, Verteneglio in epoca veneziana (ir)
257 - Linkiesta.it 03/05/13 La cittadinanza Veneziana (Nicola Bergamo)

 

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244 - Il Piccolo 14/05/13 Il funerale colorato di Ottavio Missoni
Il funerale colorato di Ottavio Missoni

A Gallarate l’ultimo saluto allo stilista nato in Dalmazia. Il sacerdote: «Ha preso i disegni dei sogni per farne abiti»


LA FAMIGLIA E I DIPENDENTI «Ti auguriamo che questo viaggio sia pieno di colori. È stata un’esperienza unica e irripetibile lavorare con te»

IL MONDO DELLO SPORT Cinque “reduci” con le maglie azzurre, il gagliardetto degli atleti olimpici e il gonfalone del Milan, la sua squadra del cuore

di Carlo Muscatello
«Ha preso i disegni dei sogni per farne abiti». Con queste parole, ieri, nella basilica di Santa Maria Assunta, a Gallarate, è stato ricordato Ottavio Missoni, scomparso nei giorni scorsi all’età di 92 anni. Giulio Dellavite, il sacerdote amico di famiglia che ha celebrato i funerali, ha cercato fra i ricordi: «A giugno mi disse: se Dio c’è, è un artista, anzi, uno stilista. Ma Dio non è come lo raccontate voi preti, perchè o siamo venuti male noi, o lui non è un granchè a disegnare...».
Ancora l’uomo di chiesa: «Sono le cose di ogni giorno che raccontano segreti a chi le sa osservare. Il vestito in realtà è una lingua con cui comunicare qualcosa a qualcuno: ci dice chi si è, e chi si vorrebbe essere. La moda passa, lo stile resta. Siamo qui a raccogliere la lezione di un uomo di stile. Un uomo che ha creduto nell’amore che si fa “casa”, un anziano che non ha mai smesso di sognare come un bambino, un credente che ha sfidato Dio nell’impastare i colori».
Parole che ti fanno comprendere il legame che probabilmente si era creato fra l’anziano stilista e il sacerdote. Parole pronunciate davanti alla numerosa e unitissima famiglia-tribù del “Tai”, ai tanti amici e colleghi (fra gli altri Ermanno Olmi, Donatella Versace, Franca Sozzani, Maurizio Nichetti...), ai vicini di casa, ai dipendenti. Non solo i 250 dell’azienda di Sumirago, ma anche quelli delle boutique di Milano, Roma, Parigi, Porto Cervo... Una di loro sale sul palco per un saluto: «Ti auguriamo che questo viaggio sia pieno di colori. È stata un’esperienza unica e irripetibile lavorare con te». Un funerale forse unico, all’insegna degli abiti, dei disegni, soprattutto dei colori. Un foulard, una maglia, un cardigan, una borsa, una collana: l’importante è che abbia il “segno” di Missoni. Le centinaia di persone presenti ai funerali hanno scelto di rendere omaggio così al grande patriarca, al creatore della maison. Colori su colori.
E sulle panche della chiesa, per ognuno, un piccolo omaggio della famiglia: un cartoncino con un disegno di fiori stilizzati e colorati firmato dallo stilista. Sul retro il testo del “Va’ pensiero”, dal “Nabucco” di Verdi, cantato da tutti alla fine della messa. Non potevano mancare gli amici dello sport. Cinque “reduci”, con le maglie azzurre degli anni lontani passati insieme a fare sport. L’ultima volta si sono visti a Cosenza nell’ottobre del 2011, quando il novantenne Missoni ha gareggiato per il lancio del giavellotto e ovviamente ha vinto. In chiesa anche il gagliardetto dell’Associazione nazionale atleti olimpici e azzurri d’Italia, corone di fiori dell’Associazione italiana di atletica leggera.
E il gonfalone del Milan, la squadra del cuore dello stilista, colpito dal malore poi rivelatosi fatale proprio mentre mercoledì sera stava guardando in tivù i suoi rossoneri strapazzare il Pescara. All’arrivo del feretro l’applauso della gente in piazza. A portare la bara il figlio Luca e i nipoti. La cui presenza rimanda all’altro figlio, il primogenito Vittorio, inghiottito nel nulla del cielo e del mare del Venezuela, dal quale stava rientrando, con la moglie e due amici, da una vacanza a Los Roques. Da quel momento «si è rovesciata la trama di quella famiglia - ha detto il sacerdote, che solo un anno fa aveva celebrato il matrimonio della nipote Margherita - e da quel momento i morbidi fili colorati del quotidiano sono diventati nodi duri».
Toccante l’intervento della figlia Angela, che ha detto alla madre Rosita in prima fila: «Mamma, grazie di averci regalato di averlo come padre e nonno dei nostri figli. Da bambina ero molto fiera di averlo come papà, ma da adolescente no perchè lo vedevo come un papà assente. Poi, con i miei fratelli, abbiamo capito che se lo cercavamo lui c’era e aveva per noi parole illuminanti: papà era un uomo libero e ci ha lasciato liberi, non ci ha mai giudicati». La salma di Ottavio Missoni verrà cremata.
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MIRACCO: SEMBRAVA DI STARE A TRIESTE
Durante la messa è stata letta la preghiera degli esuli istriani. Sulla bara la bandiera della Dalmazia natìa, a cui Missoni è rimasto sempre molto legato. Presente anche in chiesa con diversi gagliardetti: uno su drappo color porpora con la scritta “Dalmazia”, un altro del “Movimento nazionale Istria, Fiume, Dalmazia”. In rappresentanza del Comune di Trieste, l’assessore alla cultura Franco Miracco. «Sono andato a salutare Rosita - dice Miracco - portando il saluto del sindaco e della città. Un momento doloroso i funerali di Missoni, ma anche pieno di eleganza e di bellezza. Ho pensato che era come se il Magazzino 18 di Porto vecchio che custodisce le masserizie degli esuli istriani fosse tornato dolorosamente vivo. Tra tante persone e personalità presenti c'è stato un fortissimo richiamo all’Istria e alla Dalmazia, mi è sembrato di essere più a Trieste qui a Gallarate, che se fossi rimasto a Trieste. È stato più volte citato anche Sergio Endrigo. A tutti i presenti è stata distribuita una cartolina con fiori disegnati da Missoni, con la musica del “Va’ pensiero”, e diversi gli interventi, dei figli, dei nipoti, dei cugini. Quasi tutti gli intervenuti erano vestiti con abiti di Missoni. Se così si può dire, un bel funerale, per un uomo bellissimo, che partendo da Trieste ha prodotto bellezza».

 

245 - Linkiesta 12/05/13 Missoni e gli italiani dell’altra sponda dell’Adriatico
Missoni e gli italiani dell’altra sponda dell’Adriatico
Con Ottavio Missoni, nato in Dalmazia, se n’è andato un altro grande figlio dell’esodo
Alessandro Marzo Magno
Questa settimana se n’è andato un altro grande dalmata: Ottavio Missoni, nato nel 1921 a Ragusa (oggi Dubrovnik) e cresciuto a Zara (Zadar). Una fucina di grandi, la Dalmazia, luogo di mescolanze e di meticciato. Per secoli la navigazione adriatica avveniva lungo la costa orientale, frastagliata e ricca di isole, anziché dalla parte italiana dove le lunghe teoria di spiagge sabbiose non offrono alcun rifugio in caso di tempesta. Generazioni e generazioni di marinai hanno popolato i porti dell’Adriatico orientale, dando persino vita a un “tipo dalmata”: persone alte, magre, spesso con gli occhi chiari (era così Missoni, è così Enzo Bettiza). Gente di mare: umorale, bizzosa, generosa, splendida.
La Dalmazia è plurale, le varie dominazioni si sono sovrapposte lasciando tracce visibili, ancor oggi nel dialetto dalmata si mescolano parole croate, venete, turche. E la Dalmazia ha dato il meglio di sé ai vari Paesi con cui ha avuto a che fare. Lo spalatino Franz von Suppé (nome d’arte di Francesco di Suppé Demelli, padre di origine belga e madre viennese) diventa un’icona austriaca dell’operetta; calciatori e cestisti dalmati – troppo numerosi per ricordarli tutti – sono tra i figli più illustri della Croazia odierna.
Oltre a Enzo Bettiza, nato a Spalato (Split), giornalista e autore dell’impareggiabile Esilio, uno dei libri fondamentali per capire l’intreccio di questi luoghi, va ricordata la famiglia Luxardo che dal 1821 produce maraschino, prima a Zara e dal dopoguerra a Torreglia, in provincia di Padova. Le tragedie vissute dai Luxardo – Pietro con la moglie e il fratello Nicolò vengono annegati nel mare di Zara dai partigiani comunisti jugoslavi, i corpi mai ritrovati – sono esemplificative dei drammi vissuti sull’altra sponda. Ma ce la fanno a rinascere e oggi Franco Luxardo è sindaco del Libero comune di Zara in esilio, carica detenuta fino a qualche anno fa proprio da Ottavio Missoni.
Evidentemente i colori del mare e della sua costa devono creare impressioni indelebili, anche Mila Schön viene dall’Adriatico orientale. Nasce a Traù (Trogir), tra l’altro figlia di una Luxardo. Il suo vero nome è Maria Carmen Nutrizio e il fratello Nino diventerà un celebre giornalista, per 27 anni direttore de La Notte (record imbattuto). Zaratino è anche il colonnello dei carabinieri Antonio Varisco, ucciso nel 1979, probabilmente dalle Brigate rosse (ma i contorni dell’attentato non sono mai stati chiariti).
Uno dei padri della lingua italiana, Niccolò Tommaseo, nasce nel 1802 a Sebenico (Šibenik). Ha compilato il primo dizionario moderno di italiano, ma era perfettamente bilingue. Di madre croata, è autore di un poema in quella lingua, le Iskrice, ma il fatto di essere diventato un protagonista del Risorgimento e quindi una figura continuamente sventolata dal fascismo per rivendicare l’italianità della Dalmazia ha provocato la sua rimozione dalla memoria jugoslava prima e croata poi: il suo monumento a Sebenico è stato fatto saltare nel dopoguerra e solo recentissimamente, in aprile, un docente sebenzano dell’università di Zara, Boško Knežić, ha proposto di onorare il celebre linguista nel luogo dov’è nato (destino diverso ha avuto il poeta Ugo Foscolo, pure lui bilingue, nativo di Zante – oggi Zakyntos – con il nome di Foskolos è onorato di un posto di rilevo nella letteratura greca).
Ruggero Boscovich, il fondatore dell’Osservatorio astronomico di Brera, a Milano, nasce a Ragusa nel 1711. Va a studiare dai gesuiti a Roma quand’è tredicenne e scrive le sue opere in italiano e in francese. Qualche secolo più tardi – ovvero ai nostri giorni – diventa protagonista di una disputa nazionalista da parte della Croazia che ne fa un suo eroe nazionale. Le banconote subito dopo l’indipendenza dalla Jugoslavia, nel 1991, riportano la sua immagine e l’allora presidente croato, Franjo Tudjman, annullò una visita ufficiale in Italia perché voleva che il monumento lo indicasse con nome e cognome scritti con la grafia croata: Rudjer Bošković.
Un’analoga opera di “impossessamento” è stata compiuta nei confronti di Benedetto Cotrugli, nato a Ragusa nel 1416, figlio di un mercante pugliese. Vive a lungo a Napoli come rappresentante diplomatico della repubblica marinara dalmata e scrive un manuale Della mercatura e del mercante perfetto in cui si colgono le prime tracce di una tecnica contabile destinata ad avere un successo planetario: la partita doppia. Viene croaticizzato in Benko Kotruljić o Kotruljević.
Marco Antonio de Dominis (croaticizzato solo a metà: Markantun de Dominis) nasce sull’isola di Arbe (Rab) nel 1560. Vescovo di Spalato, amico di Paolo Sarpi, si avvicina al protestantesimo tanto da convertirsi a Londra, ospite di re Giacomo I. Torna a Roma e al cattolicesimo, ma l’Inquisizione vorrà in ogni caso condannarlo bruciarne il cadavere dopo averlo trascinato per strada, nel 1624. La sua, importanza, però non è legata alla teologia, ma all’ottica. Il vescovo de Dominis è lo “scopritore dell’arcobaleno”: è il primo a intuire che il fenomeno è causato dalla rifrazione della luce solare attraverso le goccioline di pioggia. Pubblica queste sue considerazioni nel de radiis visus et lucis e Isaac Newton gliene riconoscerà il merito scrivendo nel Libro primo dell’Ottica: «Si è attualmente d’accordo che l’arcobaleno è un effetto della rifrazione della luce del sole nelle gocce della pioggia cadente. Ciò fu capito da qualcuno degli antichi e di recente riscoperto e meglio spiegato dal famoso Antonio de Dominis».
Peccato che agli opposti nazionalismi forieri di tanti guai sulle sponde opposte dell’Adriatico, la Dalmazia terra plurale proprio non piaccia: gli italiani la volevano “italianissima”, i croati la vogliono “croatissima”. Invece la Dalmazia è meticcia e in questo sta la sua grandezza.

 

246 - La Voce del Popolo 15/05/13 Ottavio Missoni una vita tutta di corsa
Ottavio Missoni una vita tutta di corsa
Due finali olimpiche, a Londra 1948 nei 400 ostacoli e nella 4x100, che non gli valsero una medaglia, ma qualcosa di molto meglio: una moglie come Rosita. Un record giovanile che dura per 43 anni, “e quando cade mi fanno notare che ho pur sempre il record di durata di un record”.
E diversi titoli europei e mondiali nei campionati seniores, “che io però non chiamo over 85, ma under 90”. Ottavio Missoni era un uomo nato per fare dello sport. Nato proprio come struttura fisica, e come ironia verso la vita, non certo come predisposizione alla fatica.
Quando c’era da andare ad allenarsi o a scuola, nella sua Ragusa, mamma Teresa diceva dolce: ”No te sveiar presto de matina che te diventa così nervoso”. Manco a dirlo: Ottavio, che per tutti è subito Tai, e il fratello Attilio ne approfittano senza farsi pregare, così come degli inviti a non studiare troppo che ”xe fatiga”.
Il motto: o stadio o studio
Ma quando erano svegli, anche dopo il trasloco a Zara, non stavano fermi un momento. Il motto era “O stadio o studio”, “impiegai meno di due secondi a scegliere”. Da mattina a sera i ragazzi si davano a continui giochi in movimento, tipo fare il giro delle mura e vedere chi arriva prima. “Liberi, selvaggi, naturali”.
Inevitabile a un certo punto provare delle gare serie: “La prima a 12 anni, una 800 metri, secondo. E i giornali a lodarmi precisando ‘però abbia prudenze’”. Si fa per dire. Da lì in poi Ottavio Missoni adolescente si cimenta in 400 piani, staffetta 4x100, nuoto, ciclismo, basket, bicicletta e calcio (ala destra, “ma brocco, le difese gà tropi gomiti per el mio caratere”), triplo, alto e peso.
A cui si aggiungeranno la pallavolo durante la prigionia nei campi inglesi dopo El Alamein, e poi il tennis, “Sono della categoria che si contenta di mandare le palle di là, se uno sa dove la mette già non fa più per me. Io invece dico, intanto la mando di là, poi non è detto che torni di qua. E chi se ne importa dello stile”.
Le Olimpiadi mancate
Ma lo stile c’era, eccome, nella corsa, e il mondo se ne accorge nel 1937, quando a 16 anni è convocato a una riunione sportiva che si organizza ogni anno all’Arena. Quando si vanno a preparare i 400 resta libera la sesta corsia, la peggiore, più all’infuori, e Ottavio ci si accuccia. “Sparo dello starter, distendo la falcata, esco primo dall’ultima curva e il mio vantaggio cresce. Taglio primo il traguardo e mi distendo sull’erba alta, stravolto. Poi sento l’altoparlante dire il mio tempo: 48 secondi e 8. È tuttora la migliore di un sedicenne italiano su quella distanza”.
L’anno dopo, il 6 luglio 1939, sempre all’Arena (ora intitolata al fraterno amico e compagno di mille bevute Gianni Brera), affina il tempo, che diventa 47” e 8 e resiste 43 anni a livello giovanile.
Anche per questo, e per il titolo di campione mondiale degli universitari nel 1939, Missoni è tra i più attesi atleti italiani alle Olimpiadi di Helsinki 1940 e Tokyo 1944. Peccato che non si faranno mai, causa scoppio della Seconda guerra mondiale.
Missoni è anzi chiamato alle armi, fante nel battaglione Trieste, che viene trasferito ad Atene, poi a Creta, quindi in Libia. Lì partecipa alla battaglia di El Alamein e viene catturato: “Quattro anni ospite di Sua Maestà Britannica, nei pressi del Nilo. Ci danno 1600 calorie al giorno, a volte solo attraverso noccioline americane, e ci fanno fare sport sul Sinai, anzitutto la pallavolo”.
Australia, no grazie
Finita la guerra, di fronte all’offerta di emigrare in Australia per lavorare, lui risponde: ”Xe mati! Gavemo 450 chilometri straordinari da Milano a Trieste, no xe mai morto de fame nesuno, son così mona da esser mi il primo?”.
E mette in piedi con Giorgio Oberweger la Venjulia, una piccola impresa di confezioni di maglia, che si specializza in forniture sportive in lana alle varie nazionali, atletica compresa ovviamente. Così Missoni approda alla sue prime Olimpiadi, Londra 1948, indossando la propria tuta (nel senso che l’ha fatta lui). “Ero consapevole di quello che avrei potuto vincere nel ‘40 e nel ‘44. Però amen, dopo cinque anni di inattività raccatto quelle quattro ossa e bene o male arrivo a Londra”.
Ultimo? Precisiamo, sesto
Bene o male vuol dire comunque due finali: staffetta 4x100 (eliminata per uno strappo muscolare, non di Missoni) e 400 ostacoli, dove arriva ultimo, “cioè precisiamo, sesto”). La sua carriera da sportivo finisce in pratica qui, e tra le eredità lascia un quarto posto agli Europei del ‘50 (Brera scrive impietoso di aver visto correre non Ottavio Missoni, ma il suo ectoplasma), e soprattutto la moglie, Rosita Jelmini, studentessa del Varesotto in vacanza studio a Londra, che resta folgorata dalla bellezza e dallo stile di quell’uomo. Assieme fonderanno la Missoni, e il resto è storia della moda e del costume italiani.
Milanista per via di Rocco
Ma Ottavio non abbandonerà lo sport. Da appassionato, anzitutto di atletica: quando ci sono Olimpiadi, mondiali ed europei, Tai si chiude in casa e non c’è per nessuno. Nel calcio, è milanista per via di Nereo Rocco, che allena a pochi chilometri da lì e chiude le serate con spuntini di cibo e vino a casa Missoni.
Traduzione: “Solenni tavolate, accomunati dal difensivismo e dal Barbaresco, il Paròn deve stare attento a quel che dice da ubriaco perché poi Gianni Brera scrive tutto. Io invece reggo sempre benissimo l’alcol, credo che sia uno dei motivi per cui Brera mi ammira tanto”.
Il calcio gli piace ma non capisce molto: “Ogni tanto, quando la squadra va male, qualche giornalista mi chiama e mi chiede un’opinione. Io rispondo invariabilmente: “Il problema è a centrocampo”. Poi cambio e dico. “Le fasce”. E non sa quanta gente mi dà ragione: ‘il problema è proprio lì, tu sì che ne capisci’”.
I campionati master
Fino a che, una ventina di anni fa, Missoni non torna all’attività fisica vera. Quella dei campionati master: “Getto del peso, io lo chiamo getto della palla, giavellotto e disco. Evito le gare di corsa perché ci sono ‘sti veci che i va come dei mona’.
Quanto alle misure, lasciamo perdere: il papà di un mio concorrente, 101 anni, quando ha saputo che ho vinto un salto in alto con 1 e 35, mi ha risposto sprezzante che avrebbe saputo fare meglio. Però io ho una mia tecnica: se qualcuno mi batte penso che non è mica detto che ci arrivi vivo, alla prossima volta. Quindi il segreto è tenersi informati: leggo i necrologi e decido le gare in base a quelli: mi iscrivo dove ci sono meno sopravvissuti”.

 

247 - L'Eco di Bergamo 15/05/13 «Missoni, uomo di valore» Il ricordo di Giulio Dellavite.
«Missoni, uomo di valore» Il ricordo di Giulio Dellavite.
«Ottavio Missoni era un uomo particolare, un uomo di valo­ri. Basti pensare al suo funerale: la sua famiglia ha voluto che ci fosse­ro i dipendenti intorno alla salma».
«La loro casa si trova accanto al-l'azienda, non c'è separazione. Io ho conosciuto la famiglia Misso­ni negli anni in cui mi trovavo a Roma, per questo mi hanno chiesto di celebrare il funerale di Ottavio». Monsignor Giulio Del­lavite ha 41 anni, è segretario ge­nerale della Curia di Bergamo. Nel 2002 divenne «officiale del­la Congregazione per i vescovi» presso la Santa Sede, nel 2008 è stato nominato cappellano di Sua Santità, ovvero «monsigno­re». Dellavite è tornato a Berga­mo nel 2011. Lunedì ha celebra­to il funerale di Ottavio Missoni nella basilica di Santa Maria As­sunta di Gallarate. Sui banchi della chiesa punti di colore, i car-
toncini con un disegno di fiori stilizzati e colorati, firmati da Ot­tavio Missoni. Sul retro il testo del «Va, pensiero» del Nabucco di Verdi. In chiesa tutti i duecen­tocinquanta dipendenti dell'a­zienda di Sumirago, ma anche rappresentanze dalla boutique di Parigi, di Porto Cervo. C'erano anche i suoi amici del mondo dello sport.
Tute da ginnastica
Racconta monsignor Dellavite: «Ottavio Missoni era una perso­na di particolare valore forse an­che per via del suo passato spor­tivo, era stato campione italiano, aveva partecipato alle Olimpia­di per la specialità della corsa a ostacoli. E così era nato il suo primo laboratorio: confezionava tute da ginnastica». Monsignor Dellavite ha celebrato in una chiesa gremita, ha preso la parola rievocando gli incontri avuti con Ottavio Missoni, ha ricorda­to quella volta che lo stilista gli disse: «Non so se Dio è come ce lo raccontate voi preti, perché se guardiamo alla realtà o gli siamo venuti male noi o è lui che non è un granché a disegnarci». Mon­signor Dellavite ha riflettuto su questa frase, ha citato la canzo­ne di Sergio Endrigo con un te­sto di Gianni Rodari: «Per fare un tavolo ci vuole il legno...» per scoprire che poi, alla base di tut­to, c'è semplicemente un fiore.
L'unico vero realista
Ha detto Dellavite: «Ci è sconta­to affermare che per fare il legno ci vuole l'albero. Fin da bambini studiamo che per fare l'albero ci vuole il seme. Ma da grandi non abbiamo più il coraggio di tirare la conclusione che per fare un ta­volo ci vuole un fiore. Per fortu­na ci sono artisti, come Ottavio, che ci ricordano che per fare un tavolo ci vuole un fiore. Come disse Fellini: "L'unico vero reali­sta è il visionario". Così è stata la sua storia, così ci aiuta a guarda­re la nostra vita Quante volte il fiore sbocciato di un minuscolo sogno, proprio perché ci abbiamo creduto davvero, è diventato tavolo da cucina per la condivi­sione della quotidianità come fa­miglia. E diventato tavolo da la­voro sui cui poggiare disegni e progetti e valutare i risultati. E diventato tavolo da salotto attor­no a cui accogliere le persone a cui vuoi bene...». E Dellavite ha citato una frase di Rodari, sem­pre in quella canzone: «Le cose di ogni giorno raccontano segre­ti a chi le sa guardare e ascolta­re».
Monsignor Dellavite ha cono­sciuto la famiglia Missoni a Ro­ma attraverso la nipote di Otta­vio e Rosita, Margherita. Rac­conta: «Ci siamo conosciuti, ab­biamo parlato, Margherita mi ha chiesto di prepararla al suo ma­trimonio che ho celebrato a giu­gno, così sono diventato un po' di famiglia. Sono persone acco­glienti, aperte. La moglie Rosita è ben più giovane di Ottavio, era­no sposati da sessant’ anni... Era un profugo della Dalmazia, e la Dalmazia è sempre rimasta nel suo cuore. Alla sua maniera, era molto religioso. E stato bello co­noscerlo».
P.A.

 

248 - Il Piccolo 12/05/13 Le vite parallele di Ottavio e Mila
Le vite parallele di Ottavio e Mila

Il figlio della Schön: «Un piacere sentirli parlare di Trieste». Oggi la camera ardente di Missoni a Sumirago

di Giuseppe Palladini
TRIESTE «Due triestini, due amici, che hanno segnato la strada dell’alta moda italiana». Così Giorgio Schön, figlio della grande stilista Mila - scomparsa nel 2008, a 92 anni - ricorda le figure di Ottavio Missoni e della madre, accomunate dalle origini dalmate (Ottavio era natoa Ragusa, Mila a Traù) e dal fatto di essere entrambi esuli, Missoni nell’ultimo dopoguerra, Mila Schön già alla fine del Primo conflitto mondiale. La stilista, il cui nome vero era Maria Carmen Nutrizio (sorella del giornalista Nino, direttore della “Notte”), nel 1917, a un anno mezzo, lasciò la città natale con la famiglia, per trasferirsi a Trieste, dove compì gli studi, al termine dei quali, a 18 anni, sempre assieme alla famiglia, si spostò a Genova. Gli anni trascorsi a Trieste, ricchi di ricordi, furono sempre un punto fisso nelle vite di Missoni e di Mila Schön.
«Erano ottimi amici - racconta il figlio della stilista -. Quando si parlavano, la cadenza triestina, soprattutto in Missoni, si faceva sentire in maniera spiccata. Anche mia madre negli anni triestini aveva imparato il dialetto, ma poi in famiglia lo parlava poco. Per Missoni invece l’uso del dialetto è stata una costanzte della vita familiare. Nei discorsi che mia madre intrecciava con Ottavio - aggiunge - emergevano immancabilmente espisodi degli anni che entrambi avevano vissuto a Trieste. Era un piacere sentirli, alla manifestazioni di moda, quando si scambiavano ricordi. Assieme hanno fatto anche qualche puntata a Trieste».
Questi due grandi della moda, quasi coetanei - Mila Schön era nata quattro anni prima di Ottavio - entrambi premiati dai cronisti giuliani con il “San Giusto d’oro” (Missoni nel 1983, Mila Schön nel 1990), nonostante avessero raggiunto i massimi livelli internazionali non ebbero mai atteggiamenti da prime donne. «Alla metà degli anni Settanta - ricorda Giorgio Schön - a fare il pret a porter era solo una decina di stilisti, ma già emergevano i “preziosismi” di qualcuno nelle discussioni sui calendari delle sfilate. Riunioni accese, in cui mia madre e Missoni, pur dettando la linea, si tenevano sempre a margine. Non era nei loro caratteri alzare la voce nelle riunioni con i “colleghi”».
Decenni di successi irripetibili, che si sono chiusi definitivamente con la scomparsa di Ottavio, qualche giorno fa, anche se per sua espressa volontà il lavoro non si è fermato nell’azienda di Sumirago, dove si sta preparando una collezione da presentare negli Stati Uniti . Oggi, proprio nel cortile della fabbrica, a Sumirago, verrà allestita la camera ardente, dove, dalle 10 alle 18, è prevedibile saranno in migliaia a rendere omaggio al grande Tai. I funerali saranno invece celebrati domani, alle 14.30, nella basilica di Santa Maria Assunta a Gallarate. Alle esequie il Comune di Trieste sarà rappresentato dall’assessore alla Cultura, Franco Miracco. E’ annunciata anche un rappresentanza del Patriziato veneto e di Dalmazia, con il gonfalone, di cui Ottavio era socio onorario.

 

249 - Il Piave - Maggio 2013 Non basta il Giorno del Ricordo per saper ricordare quello che dobbiamo ai nostri istriani
NON BASTA IL GIORNO DEL RICORDO PER SAPER RICORDARE
QUELLO CHE DOBBIAMO AI NOSTRI ISTRIANI
di Gianluca Versace
Dedico questo articolo a Ottavio Missoni, per sempre sindaco del Libero Comune di Zara in esilio.
Gentile direttore e cari lettori del “Piave”,quando la gente mi incontra, mi chiede “ah Versace, sta scrivendo?”. Io reagisco solitamente con pudore ed evasività. E mi schermisco: quasi quasi mi vergogno. E, credetemi, non è un vezzo.

Ma certo dopo la pubblicazione del “Domatore del Fuoco” da Mazzanti editori e soprattutto dopo il premio Internet Cortina D’Ampezzo 2012 vinto grazie a voi lettori (e telespettatori), non posso evitare che la gente sia legittimamente curiosa sulla mia inattesa creatività letteraria. Un mestiere che io per primo non mi aspettavo di poter fare. E a cui ora ho preso gusto. Aggiungo un aspetto che parrà paradossale: il mio lavoro consiste nel creare ponti di informazione e comunicazione con gli altri, i teleutenti e i lettori.

Cioè i fruitori del mio “servizio” giornalistico. Peccato che ormai, tra chi faccia questo mestiere della notizia, “chi conosce 100 aggettivi è un pericoloso sovversivo” come mi suggerisce con sarcasmo esperto un collega più anziano e aduso alle strizzate di budella in redazione e alla smisurata platea di presunti cronisti della domenica, commentatori, tuttologi, cazzibibboli, comparse in cerca d’autore e anche di grammatica e sintassi...Tutti convinti di farlo meglio di te, questo mestiere.

Vi dico, allora, che sì. Sì, nonostante le difficoltà e gli ostacoli e l’impegno principale del mio lavoro di conduttore di Canale Italia, in questi mesi ho scritto. E ho usato quei famosi aggettivi, senza attenermi alla modica quantità. Ho provato a farlo, perlomeno.

Spero in buona fede. Ben sapendo che più difficile di uscire con un primo lavoro, è confermarsi con un nuovo libro. Scrivere che cosa? Un altro thriller. Su quale argomento, mi domandate? Eh no, questo se permettete non ve lo dico. Anzi, vi dò solo un piccolo indizio. Facendo riferimento, a specchio, ad un’altra storia. Una storia che è rimasta sepolta, tumulata e nascosta sotto le spesse coltri della storia – sempre scritta e vidimata dai vincitori –, una vicenda che secondo me è proprio come un romanzo thriller.

Lui era un ufficiale di stanza a Merano in Altro Adige. Il generale l’aveva prescelto per una missione tanto delicata quanto destinata a rimanere tassativamente segreta. Il nostro soldato doveva documentare quello che aveva lasciato la spietata violenza dei partigiani di Tito sul fondo delle foibe. Ne erano state scelte due sopra Trieste e quattro in territorio jugoslavo. Il giovane militare aveva vent’anni, in quel lontano 1957.

Svelo la sua identità, così come me l’ha suggerita l’amico e grande giornalista Paolo Scandaletti nella rubrica “Dietro l’Angolo” che tiene nella mia trasmissione mattutina. Lui era il sottotenente degli Alpini Mario Maffi. Camuffato nei panni di un turista, con l’aiuto dei carabinieri e di due speleologi locali, Maffi si calò nelle viscere della terra in quel di Monrupino e Basovizza, sul Carso giuliano. Nella terra di confine. Il tremendo confine orientale. Superando l’orrore, il militare riuscì a scattare foto, fare rilievi e raccogliere materiali per stendere quel rapporto che sarebbe rimasto nell’oscurità per mezzo secolo.
Caduto il segreto militare, quell'uf­ficiale ne ha fatto un libro prezioso come la ginestra di Leopardi, un fiore che vive nel deserto riarso della verità, e che è pubblicato dall'editore Gaspari di Udi­ne. Vi cito il titolo: "1957. Un alpino alla scoperta delle foibe". Leggo nel testo, che è scorrevole e moz­zafiato come un emozionante giallo storico: "Tra il pietrisco su cui cammi­navo spuntavano ossa umane, vertebre, un braccio così corto da fare pensare ad un bambino. Spostando le pietre, ...ancora ossa e materiali marcescenti... un bottone di divisa tede­sca".

Le informazioni locali di­cevano che i partizansky Titini nel '45 avevano catturato tutti i tedeschi degenti all'ospedale di Trieste, militari e civi­li. Li avevano caricati a forza sui camion. E in­fine li avevano ribaltati direttamente nella fossa, con la violenza, chiuden­done infine l'imboccatura con una mina. Erano state stimate poco meno di cinquecento persone.
Nella se­conda foiba i comunisti titini ne hanno gettati il doppio, tutti italiani. Riprendo la lettura del libro di Maffi, con un senso di sgomento e di indignazione crescenti come una torta che lievita nel forno: "L'aria era irrespirabile, un odore acre attanagliava alla gola. Il fondo era formato da una melma nerastra dalla quale spuntavano rifiuti di ogni genere... ma non vidi resti umani. La massa sapo­nosa al fondo, e sulle pareti alta 15 me­tri, era la decomposizione dei cadaveri. Almeno di mille persone".
Maffi stesso propose di chiudere quelle fosse, facendone delle tom­be. Il giorno dei morti del '59 il famoso vescovo di Trieste mons. Antonio Santin - già parroco a Pola e vescovo di Fiume - cele­brò la messa di suffragio per quei defunti.

Vedete, l'Istria e la Dalmazia sono terre antichissime. Terre che con­servano l'impronta indelebile e la memoria incancellabile di Roma e di Venezia. Impronta e memoria e radici che, se ci andate, potre­te respirare e toccare con mano ovunque in Istria. La violenza nazifascista e quella slava vi si sono abbattute come un maglio, in un singolare ma non in­verosimile e divaricato combinato disposto, sugli sventurati concit­tadini istriani di famiglia e cultura italiana. Che sono stati brutalmen­te perseguitati e deportati. Una vera pulizia etnica: in almeno 25 mila sono stati ristretti nei campi di concentramento. Precipitan­done altre migliaia nelle foibe dell'altopiano carsico di frontiera. Quanti? L'orribile contabilità non è mai stata definita completamente. Sono più di vent'anni che conduco trasmissioni di approfondimento su questa lacuna imperdonabile, su questa disattenzio­ne cialtronesca, sulla rimozione e sulla mistificazione meschine. Ricordo che ne parlavo sempre con lo storico por­denonese Marco Pirina e con il grande scrittore friulano Carlo Sgorlon, che andavo a trovare nella sua casa di Via Micesio a Udine. E ne ho riparlato di re­cente ritrovando dopo oltre trent'anni un amico come Rodolfo Ziberna, dell'As­sociazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.

Quelle intimidazioni, minacce, soprusi, violenze, ricatti provocarono l'esodo biblico di 350 mila istriani che erano profondamente legati alle loro case e totalmente, visceralmente innamorati della loro terra natìa. Ma che erano stati costretti ad abbandonare tutto agli inva­sori, per avere salva la vita. Propria e dei propri figli.

Come se non bastasse - e va ricordato agli immemori ipocriti di ogni latitudine - gli istriani nella loro diaspora dram­matica furono accolti con malagrazia e antipatia, giunti sul suolo italiano. La Madre Patria, alla stazione di Bologna "la rossa" si rivelava per quello che era: una scostumata, prevenuta, rancorosa e sguaiata matrigna vendicativa. Capace di calarsi nell'abisso dell'abbrutimento e dell'inumanità nel negare perfino il latte ai bambini degli esuli in fuga.
Gli esuli istriani, insomma, hanno pa­gato sulla loro pelle caro ed amaro sia il conto della Guerra Fredda che quello delle lotte politiche intestine a Roma. E sapete il paradosso? Questo qui: chi di loro è ancora in vita, come la carissima e combattiva Anna Fagarazzi di Vicen­za che me lo ricorda sempre al telefono in tivù, è costretto ad assistere al nuovo straziante vilipendio della memoria. E a continuare a pagare quell'atroce conto sempre aperto. Per l'oblio in cui è sta­ta confinata la tragedia adriatica dalla nostra memoria e dai libri di storia. Mi ha chiamato in diretta anche oggi, poco prima che rivedessi questo articolo: "Sai Gianluca, qualcuno dei telespettatori si lamenta perché parlo da te e ricordo la nostra tragedia. Bene, si rassegnino: finché avrò voce io parlerò e ricorderò".
Cara Anna, sappi che l'ambiguità mette radici quando un pensiero vuole morire. Anna ha affrontato e combatte ogni gior­no contro un nemico ancor più subdolo dei prevenuti e antipatizzanti di mestiere, un ospite ingrato e bastardo annidato nel suo corpo: ciononostante, nell'ultimo anno è andata a parlare ai ragazzi di 56 scuole. Non può riposare, non se lo può permettere, è tenuta in piedi dal dolore e dall'amore. Il dolore del ricordo di quel che ha subito e di cui porta i segni. Il dolore respira con lei, ne segue il ritmo del suo cuore. Non lo può abbandonare. Perché il dolore sale e scende dalla ruota del suo destino, suo e della sua famiglia e della sua gente. Però Anna vive e ri­corda anche grazie all'amore: perché noi siamo quello che amiamo. Anna fa bene. Perché questi giovani de­vono sapere quel che ai loro padri è sta­to nascosto in un incantesimo ignobile. Glielo dobbiamo. Ce lo dobbiamo. Anna si indigna ancora: stavolta ricorda che il presidente Saragat decorò nel 1969 l'infoibatore Josep Broz Tito e una trentina di altri macellai slavi (alcuni ancora vivi) come "Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica italiana".

Con l'aggiunta, già che c'era, del "Gran Cordo­ne", il più alto ricono­scimento previsto. Dico io: possibile che nessuno abbia pensato di levargli questa onorificenza per indegnità, come è previ­sto dalla legge? Solo a Tanzi togliamo il cavalie­rato in venti giorni? Era peggio di Tito? Per tace­re di Franjo Rustja. Che nei 40 giorni di occupa­zione titina di Trieste, era il primo assistente al comando del IX Corpus. La famigerata, sanguinaria, feroce unità di Tito che catturò, massacrò, torturò e gettò nelle foibe migliaia di italiani. Col­pevoli di esserlo.

Ma niente da fare: la burocrazia ha frap­posto il solito, scivoloso muro di gomma alla richiesta di revoca e cancellazione. Anna ha ragione, ma ricordi che un uomo che ne uccide un altro è un assas­sino, mentre un uomo che ordina di am­mazzarne un milione è uno statista. Pensate che il prossimo ingresso della Croazia nell'Unione Europea a luglio, e l'approssimarsi di quello della Serbia, ripropongono all'opinione pubblica ita­liana la memoria della tragedia adriatica: chi risarcirà mai i 350 mila italiani che furono costretti ad abbandonare l'Istria e la Dal­mazia?
Lasciare lì tutto di sé, il vissuto, gli averi, le attività, sotto l'incalzare prima minaccioso e poi terroristico dei partigiani di Tito? Nessuno, purtroppo: è una facile previsione. Quelli erano territori affacciati su un mare meraviglioso, che li ha sempre tenuti legati alla sponda italiana. A partire dall'epoca lati­na, quando i Romani, risaliti da Ravenna e piazzate le roccaforti di Padova e Altino, si dirigono verso nord est a fondare Aquileia, 181 anni prima di Cristo. Da quel porto fluviale, protetto dalla laguna di Grado, fanno quindi irradiare le loro strade verso le Alpi e l'Oriente, dirigono i traf­fici su Costantinopoli e Alessan­dria d'Egitto, tanto da renderlo la terza città dell'Impero. Da cui partire anche alla conquista dell'Istria e alla fondazione di nuove città dall'impronta inconfondibile come Pola, con l'Arena romana che an­cora possiamo vedere, e della Dalmazia con Zara e Spalato - la patria di Diocle­ziano - Sebenico e Ragusa.
Otto secoli, e arriverà Bisanzio, e poi ancora i Franchi col loro sistema feudale. Ma dal Mille, e per altri ottocento anni, la storia di que­ste terre benedette da una natura invi­diabile, vigorosa e generosa sarà stretta­mente legata a quella della Serenissima Repubblica di san Marco. Venezia non è interessata alla conquista dei territori quanto alla sicurezza dei traffici, alla presenza di porti sicuri per le sue navi in rotta verso i ricchi mercati dell'Egeo e del Mediterraneo orientale.
In cambio, la Serenissima Repubblica è in grado di offrire protezione dai pirati e occasioni di sviluppo economico e culturale. Mol­to accortamente rimette in funzione le autonomie comunali, pur con la super­visione di alcuni suoi nobiluomini e il contrassegno del Leone alato alle porte delle città e sul palazzo della Loggia. Dopo il crollo della Repubblica marina­ra del 1797 e il rapido intermezzo di Na­poleone, subentrano gli Austriaci con la loro corretta amministrazione, fino alla conclusione della Grande Guerra. Allor­ché l'Istria viene assegnata all'Italia e la Dalmazia alla neonata corona jugoslava, con l'eccezione di Zara.
Il regime fasci­sta vuole imporre con la forza una pre­dominante italiana anche in quei territori dove gli slavi - chiamati a mano a mano da Aquileia, Venezia e Vienna - sono diventati ormai maggioranza. E perfino là dove molte comunità di diversa etnia convivono pacificamente alla pari, senza alcuna prepotenza. Per non dire del pas­saggio rovinoso dei nazisti, nella ritirata rabbiosa visto che la guerra era ormai perduta; alla cui violenza subentra quella ancora più feroce, im­pietosa e "scientifica" delle armate del mare­sciallo Tito. Deporta­zioni, annegamenti e foibe costringono quei cittadini, solo perché la loro lingua, la loro cul­tura e identità sono ita­liane, ad abbandonare precipitosamente tutto.
La tragedia accade fra il '43 e il '54. Costret­ti a lasciare la terra su cui erano nati e in cui quasi tutti avevano bene operato, abban­donandola nelle mani di sloveni e croati. Con i beni e le proprietà, le realizzazioni e i ricordi spesso felici. Il tutto tra le lacrime inconsolabili e il dolore insopporta­bile e le lacerazioni e le troppe ferite mai più ri­marginate, per un' am­putazione così drastica, per uno stupro fisico e morale così indecente. Un popolo esodato che, con mezzi di fortuna e mille peripezie e disagi inenarrabili, approda a Trieste, Udine, Ve­nezia, Padova, Bologna, e in Sardegna, nei campi di raccolta inospitali. E a loro i "locali" guardano con insofferenza se non proprio aperta ostilità. Proprio sul­le loro teste si giocava infatti l'immane partita governata dagli untuosi corifei della real politik della spartizione, fra i vincitori, delle grandi aree mondiali di influenza. La Guerra fredda fra l'Occi­dente angloamericano e l'impero sovie­tico, nel quale oltretutto Tito prendeva le distanze da Mosca e dai suoi satelliti, spalleggiato da Londra e New York. Per tacere della "consueta" lotta politica in­testina (e infatti ci è lassativa) a Roma, dove da sempre si fa finta di litigare mentre Sagunto brucia e i suoi abitanti schiattano.

I 350 mila arrivati in Italia si sono pro­gressivamente inseriti nella vita nazio­nale, con iniziative di grande significato e avendone meritata notorietà. L'hanno fatto non solo privi di alcuna agevola­zione o corsia privilegiata, non avendo aperto com'è noto alcun centro sociale intitolato a qualche "compagno" terro­rista o a "Maria" (non nel senso della Beata Vergine, ma della patrona del be­atissimo sballo... culturale). Ma l'hanno dovuto fare superando gli ostacoli, trap­pole e trabocchetti frapposti dagli espo­nenti del potere sinistrorso e consociati­vo, per i quali il popolo istriano era un ottimo capro espiatorio sempreverde.
Le associazioni che li hanno raccolti e rappresentati, peraltro non sempre in sintonia e comunanza di intenti, hanno avanzato le loro rivendicazioni verso Lu­biana e Zagabria. Con esiti naturalmente quasi nulli, come quando un moscerino infastidisce l'elefante. Fino all'aprirsi di quella via verso la riconciliazione che i tre Presidenti - Napolitano, Turk e Josipovic - hanno prospettato a luglio del 2010, col grande concerto in piazza dell'Unità a Trieste. Nella comune patria europea, da oggi vi sono nuove e fonda­te ragioni per una migliore comprensio­ne fra popoli confinanti. Per tramutare finalmente il confine da strumento di paura e divisione e oppressione, quindi di morte, in occasione di rilancio e coo­perazione, quindi di vita. Ma va detto pure che sulle famiglie dei nostri esuli istriani pesa ancora la memo­ria pari a zero che noi italiani abbiamo delle nostre tragiche storie. Una storia illustre lunga ben oltre i 1500 anni, in­terrotta brutalmente in un lasso di tempo infinitesimale, nel nome di un'utopia politica distruttiva ed autolesionista -quella comunista - che nei decenni ha dimo­strato "realmente" tutta la sua disumanità. "La profonda sofferen­za di tutti i prigionieri e di tutti gli esuli è vi­vere con una memoria che non serve a nulla", scriveva Camus ne La peste.

Ed ecco la confidenza finale, caro Alessandro Biz. E agli amati esuli istriani che dedicherò il mio prossimo romanzo, in gestazione. Narran­dovi di una immane strage dimenticata. Cre­do, nelle mie intenzioni, un piccolo risarcimento morale. Con le mie scu­se, per non essere riusci­to a fare di più, in questi anni. Una carezza, per tutte quelle carezze che non abbiamo saputo dar­gli. Per lenire un poco tutto il loro immenso dolore che ci ha lasciati indifferenti e apatici. Per tutta l'ingiustizia su cui ci siamo lavati le mani, diventandone complici. No, scusate, non basta indire un "Giorno del Ricordo" per fin­gere di ricordare. Per risvegliare, annu­sando i sali della festa, la nostra memoria atrofizzata. Per farci imparare di nuovo a ricordare, cioè a essere davvero un po­polo che vive in una Patria. No, non è mai sufficiente la protesi del calendario, anche se in pompa magna e coi bei di­scorsi inutili, per scaricarci dal rimorso, per tranquillizzarci la coscienza, per as­solverci da tutte le omissioni per viltà, opportunismo, menefreghismo o paura. Ecco ciò che secondo me dobbiamo ai nostri - nostri - istriani: ammettere che la loro storia è la nostra storia, tutta inte­ra, e che noi l'abbiamo tradita. Tradendo noi stessi.

Dopotutto, l'Istria e gli istriani sono lo specchio di una nazione e di un popolo che ha smesso di amarsi e di rispettarsi. E quel popolo siamo noi.

Gianluca Versace Giornalista e scrittore

 

250 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 13/05/13 A giugno il 57° Raduno nazionale del Libero Comune di Pola in esilio
A GIUGNO IL 57° RADUNO NAZIONALE DEL LIBERO COMUNE DI POLA IN ESILIO
POLA\ aise\ - Si terrà a Pola, presso l'Hotel Brioni, dal 13 al 17 giugno, il 57° Raduno Nazionale degli Esuli da Pola.
Saranno presenti l'on. F. Radin, Presidente dell'Unione Italiana, Maurizio Tremul, Presidente della Giunta Esecutiva dell'Unione Italiana, e le comunità degli Italiani di Pola e Rovigno.
Il Raduno vuole ricordare la tragedia degli esuli
Tra gli appuntamenti in programma, di rilievo quelli fissati per il 14 giugno quando si terrà il pellegrinaggio in memoria delle vittime degli "opposti estremismi", la Foiba di Surani, a ricordo di Norma Cossetto, e a Rovigno sulla lapide che ricorda l'uccisione di Pino Budicin, Augusto Ferri e Giovanni Sossi.
La Foiba di Surani è situata a pochi chilometri da Antignana, a circa 12 chilometri da Pisino: la cerimonia per ricordare il sacrificio di Norma Cossetto nel 70° del suo martirio è fissata per le 10.30.
Il successivo trasferimento a Rovigno permetterà l'omaggio alle vittime del nazifascismo, previsto alle 12.30. La scelta della lapide su cui porre la corona ricordo, in accordo e come indicato dai rappresentanti dell'Unione Italiana e dalle Autorità locali, riguarda i partigiani italiani Pino Budicin, Augusto Ferri e Giovanni Sossi.
Saranno anche consegnate le benemerenze "Istria Terra Amata" sabato 15 giugno, nella sede della Comunità Italiana di Pola. Un simile riconoscimento è stato assegnato lo scorso anno alla prof. Nelida Milani e a Maria Mori per il romanzo "Bora", scritto a quattro mani da due polesane, l'una residente a Pola e l'altra a Roma.
Quest'anno le benemerenze saranno consegnate alla prof. Ester Barlessi Sardoz, nata e residente a Pola, a Bruno Carra, nato a Rovigno e residente in Italia, e a "Grado Teatro" per l'impegno e la professionalità nella presentazione della storia istriana "Istria Terra Amata - La Cisterna".
Più nello specifico, il programma delle tre giornate prevede l'apertura delle celebrazioni giovedì 13 giugno, in serata, con una cena e la proiezione del videoclip "Magazzino 18" del cantante Simone Cristicchi.
Si prosegue venerdì 14, come detto, con il pellegrinaggio in memoria di alcune vittime degli opposti totalitarismi in Istria, l'maggio a Surani presso la foiba dove furono gettati Norma Cossetto e altri 25 italiani, il trasferimento a Rovigno sul luogo dell'uccisione di Pino Budicin, Augusto Ferri e Giovanni Sossi, la visita al Centro Ricerche Storiche e alla città, l'incontro ufficiale nella locale Comunità degli Italiani, la presentazione e la proiezione del dvd "Istria nel tempo" con ospite la curatrice.
Sabato 15, si terrà la riunione del Consiglio Comunale uscente, l'Assemblea Generale dei Soci, le elezioni per il rinnovo delle cariche associative, la comunicazione degli esiti elettorali, la riunione del neo-eletto Consiglio per l'elezione del Sindaco e in serata il trasferimento a Pola per la rappresentazione teatrale "In malorsiga anche i drusi" e la consegna delle benemerenze "Istria Terra Amata".
Domenica 16, dopo la S. Messa in duomo, l'omaggio al cippo in onore delle Vittime di Vergarolla, ci sarà la visita guidata al Forte di Punta Cristo, con sosta ed intrattenimento, o a quello di Monte Grosso per coloro che vorranno per circa 800 m su strade bianche acciottolate. Dopo il trasferimento a Puntisella per il pranzo presso il locale ristorante, si terrà l'annuale foto di gruppo. A seguire la riunione del Consiglio Comunale entrante. Ed il rientro a Pola.
Lunedì 17 l'arrivederci al prossimo anno.
Obiettivi dell'Associazione Libero Comune di Pola in esilio sono: "mantenere e rafforzare, nella ricostituita unità morale dell'antico Comune, i contatti, i rapporti, le relazioni tra tutti gli esuli dei territori ceduti, perpetuando il clima ideale, etico e spirituale delle loro culture, per rinsaldare i vincoli d'affetto, di concordia civica, d'unità d'intenti e di fraterna solidarietà che li legano; favorire il ricordo e alimentare in esilio l'amore per gli usi, i costumi e le antiche storiche tradizioni cittadine e della terra istriana e dalmata, promuovendo la custodia e conservazione d'ogni testimonianza e cimelio per ispirare nei figli e nei figli dei loro figli l'orgoglio delle proprie radici ed un forte senso d'identità, frutto di un'antica e consolidata civiltà e cultura; estendere a coloro che per affinità spirituale abbiano manifestato agli Esuli sentimenti di solidarietà umana e sociale e si sentono in qualche modo partecipi dei loro ideali i valori fondamentali d'amor di Patria e di libertà alla base della loro sofferta scelta di vita". (aise)

 

251 - Il Piccolo 12/05/13 Josipovic : «Istria senza confini in Europa»
Josipovic: «Istria senza confini in Europa»
Il presidente della Croazia: «La minoranza italiana è un patrimonio che ci tramanda un grande retaggio storico»
di Mauro Manzin
INVIATO A PARENZO Sorride il presidente della Croazia, Ivo Josipovic nonostante la pioggia venga giù a secchiate. «Sono sempre sereno quando vengo qui in Istria», dice salutando il folto gruppo di persone radunatosi all’inaugurazione della clinica dentale Rident a Parenzo. E non perde occasione tra la degustazione di una fetta di prosciutto istriano e un formaggio pecorino stagionato per salutare con immenso piacere e con un po’ di sollievo il prossimo ingresso della Croazia nell’Unione europea il prossimo 1 luglio. «Stiamo per raggiungere la comunità europea, una comunità alla quale ci sentiamo di appartenere - spiega il capo dello Stato - e consideriamo l’Unione europea una grande opportunità per la nostra società, per l’economia e per la cultura». Già, l’economia. La Croazia non entra nell’Eurozona e per ora non ha intenzione di farlo, la kuna è stabile (uno a sette) da anni ma la crisi globale non risparmia certo il Paese ex jugoslavo. «L’adesione all’Ue - precisa però Josipovic - ci può aiutare a combatterla anche perché entreremo a far parte di un grande mercato unico e anche perché cercheremo assieme agli altri partner europei le strade per combatterla». Ma siamo in Istria e per l’Istria il passo più importante sarà l’ingresso della Croazia nell’area Schengen che cancellerà quel confine che dal 1991 la divide in due tra Slovenia e Croazia. «Sarà splendido - dice il presidente - potremo finalmente viaggiare liberamente per scambiare le nostre esperienze la nostra cultura». E della raggiunta “unitarietà” istriana a beneficiare di più sarà proprio la minoranza italiana in questa regione. «Noi riconosciamo il grande contributo che la minoranza italiana ha dato e dà alla nostra società - conclude Josipovic - gli italiani qui si sentono a casa perché la Croazia è la loro patria e siamo molto fieri dell’eredità che essa ci sa trasmettere». E in termini europei ragiona anche il governatore della Regione Istria, Ivan Jakovic che tra l’altro ci confessa che resterà ai vertici della Dieta dopo l’imminente scadenza del suo mandato per puntare all’Europarlamento nel 2014. Ma lui, Ivan il terribile già pensa in modo europeo e spiega come la Regione Istria abbia pensato di dedicare nuove strutture a cliniche private di eccellenza negli svariati campi che vanno dall’ortodonzia, alla chirurgia, alla cardiologia, all’oculistica a Rovigno. Un’idea che lui vorrebbe estendere anche al vecchio edificio dell’ospedale di Pola. Il tutto in senergia col settore turistico. «Entrando nell’Ue - conclude - la Croazia entra in un enorme mercato unico e avrà così nuove possibilità da esplorare e da sfruttare. E con lei anche l’Istria»

 

252 - Il Piccolo 17/05/13 Ipsilon bilingue al cento per cento
Ipsilon bilingue al cento per cento

Posa in opera di nuove tabelle in croato e italiano dopo l’accordo con la direzione di Bina Istra

di Andrea Marsanich
FIUME Assieme al deputato al seggio italiano al Sabor (il Parlamento croato) e presidente dell’ Unione Italiana, Furio Radin, è sicuramente la più meritevole per quanto si sta verificando sull’Ipsilon, la bretella stradale istriana. La connazionale Viviana Benussi, vicepresidente della Contea d’Istria, sta vedendo premiati i suoi molteplici sforzi nell’applicazione del bilinguismo visivo lungo il principale asse viario della penisola, dove in queste settimane si stanno collocando tabelle in lingua croata e italiana anche laddove un tempo non c’ erano. Si badi che ora la segnaletica bilingue sull’Ipsilon non riguarda solamente il nome di città e località minori, come avveniva in passato, ma anche parole del tipo uscita ed entrata, la denominazione del fiume Quieto e altri toponimi, finalmente riportati nella loro dicitura italiana.
«Sono contenta e orgogliosa per il posizionamento di queste tabelle di bilinguismo integrale sull’ Ipsilon – è quanto riferito dalla Benussi –. E’ una battaglia vinta, costata però anni di fatica per il muro innalzato dallo Stato croato. La segnaletica in croato e italiano, garantita dalla legge costituzionale e dallo Statuto regionale istriano, è finalmente cosa fatta, realtà, e ci accompagnerà dal Buiese, al confine con la Slovenia e fino a Pola». A detta della vicepresidente della Regione, l’Istria ha comunque un marcia in più in quanto a bilinguismo, anche se resta ancora tanto da fare nella tutela dei diritti della Comunità nazionale italiana: «Già negli anni ’90 – prosegue – ci erano stati tolti alcuni diritti acquisiti, con l’allora neo repubblica croata, che aveva dimostrato scarsa sensibilità verso il problema, mentre ai tempi dell’ex Jugoslavia tutto era bilingue.
Il passaggio alla democrazia pluripartitica ha invece significato l’ inizio di una lunga battaglia per la conservazione e il miglioramento dei nostri diritti, questione ora recepita dalla Croazia che sta per entrare nell’Unione europea. Ricordo che in riferimento all’Ipsilon c’ era stato anni fa un incontro tra Radin e il ministro del Mare, Trasporti e Infrastrutture, Bozidar Kalmeta, il quale aveva permesso la denominazione in italiano anche della parola “odmoriste”, ovvero area di servizio. Sto martellando da ormai dodici anni la Bina Istra, l’azienda mista croato – francese che gestisce la bretella stradale e infine ho avuto e abbiamo avuto ragione».
La Benussi rivela che il 6 marzo scorso c’ è stato l’ incontro risolutivo con la direzione di Bina Istra, che ha accettato il posizionamento delle tabelle bilingui, su evidente placet di Zagabria. Aggiunge che il suo impegno non si ferma qui e riguarderà il bilinguismo su tutte le altre strade istriane che attraversano municipalità a statuto bilingue, un progetto che potrà avvalersi di fondi dell’Unione europea. «Vogliamo sì il bilinguismo visivo, ma anche quello parlato. Distribuiremo volantini a soggetti economici e a banche, chiedendo le scritte in italiano anche per farmacie, strutture sanitarie e altre istituzioni».

 

253 – La Voce del Popolo 11/05/13 E & R - A Peschiera festa tutta lussignana per Mons. Cosulich e sei novantenni
A cura di Roberto Palisca
A Peschiera festa tutta lussignana
per Mons. Cosulich e sei novantenni
A Peschiera del Garda, nell’albergo “Al Fiore”, si è tenuta lo scorso fine settimana l’assemblea generale della Comunità di Lussinpiccolo. Durante il tradizionale incontro i lussignani esuli hanno discusso m olto delle attività recenti e di quelle che pianificano di organizzare a Lussinpiccolo la prossima estate (messe, festa del 20 luglio ad Artatore, rapporti con i rimasti e con gli attuali abitanti di Lussino, assegnazione della borsa di studio intitolata a Giuseppe Favrini, fondatore della Comunità degli italiani non più residenti a Lussinpiccolo con sede a Trieste.
Durantel’incontro è stato presentato pure il libro “Giuseppe Kaschmann - Signore delle scene”, di Giusy Criscione Dello Schiavo, edito dalla Comunità di Lussinpiccolo e dall’Associazione delle Comunità Istriane, e “Le memorie di guerra di papà”, di Antonio Budini.
A Peschiera i membri e il direttivo della Comunità di Lussinpiccolo hanno deposto anche una corona d’alloro ai piedi del monumento ai Caduti. Ma è stata pure l’occasione per festeggiare insieme, tra buoni amici, quasi in famiglia, il 70.esimo anniversario di sacerdozio di Mons. Mario Cosulich e i compleanni di sei lussignani novantenni: sono Edda Petrani, Rita Gladulich, Marì Rode, Sonia Martinoli, Gianni Niccoli ed Enrico Smareglia (nella foto tratta dal sito http://www.lussinpiccolo-italia.net ).

 

254 - La Voce del Popolo 13/05/13 Migrazioni verso Pola nell'Istria austriaca
Migrazioni verso Pola nell’Istria austriaca
POLA| Invece dell’infinità di uffici municipali, amministrativi, della Questura con il loro sistema informatico, centinaia di anni or sono esistevano i registri parrocchiali con le loro annotazioni: battesimi, cresime, matrimoni, funerali, censimenti (Status Animarum). E si va ben oltre alla schematica lista dati prodotti da una pedantesca burocrazia. Che i registri parrocchiali vadano a costituire un patrimonio storico e sociologico ineguagliabile, punto di riferimento per una più completa e accurata opera di ricostruzione di inquadrature dei secoli scorsi, lo dimostra in ognuno dei suoi 30 capitoli l’ultima opera a firma dello storico Slaven Bertoša: “Migrazioni verso Pola: l’esempio dell’Istria austriaca nell’età moderna”. Un lavoro corposo, presentato l’altra sera presso l’Università “Juraj Dobrila” di Pola, realizzato dopo una pluriennale analisi dei libri parrocchiali di Pola, per il periodo dal 1613 al 1817, conservati presso l’Archivio di Stato di Pisino e che racconta dei movimenti migratori tra l’Istria Asburgica e l’Istria Veneziana, illumina la storia di Pola da un punto di vista finora sconosciuto, riporta attraverso la ricchezza di contenuto dei libri di chiesa esami affidabili per questioni interessanti legati alla vita quotidiana della popolazione (provenienza, nomi e cognomi, spostamenti, appartenenza etnica, professioni, tipi di matrimonio, figli illegittimi, malattie, morti insolite, omicidi ed esecuzioni capitali, sepolture gratuite ecc.).
Qui risalta la continua affluenza della popolazione dall’Istria asburgica nell’Istria meridionale, fenomeno che avrebbe fermato il depauperamento demografico della città di Pola. “Quello compiuto è uno sforzo da miniera che ha richiesto tantissimo tempo, un’enorme pazienza nel fare incetta di documentazione archivistica”, ha detto Robert Matijašić, rettore dell’Università “Juraj Dobrila”, istituzione editrice assieme alla Cattedra del Sabor ciacavo per la storia dell’Istria e l’Archivio di Stato di Pisino. Diciotto anni di esperienza diretta come docente, circa 300 saggi di ricerca scientifica e una serie di libri, rappresentano il curriculum professionale di un autore che, come sentito, compie ora un’opera di riempitura delle lacune esistenti nell’ambito della storia della Regione dell’Istria asburgica nell’era moderna, area molto meno visitata dagli storici che quella veneziana. A parte Camillo De Franceschi, da altri non sarebbe stata trattata con dovizia di dettagli. Nel formulare i suoi auguri all’autore, l’assessore alla cultura, Vladimir Torbica, ha subito conferito a quest’opera un duplice significato, inserendola obbligatoriamente nel quadro della strategia culturale istriana ed eleggendola a testo didattico più che prezioso per lo studio della storia locale, sia per la struttura sia per le fonti che sono oggetto di ricerca: i dati, le citazioni, le molteplici espressioni latine, l’esattezza dei fatti riportati, la chiarezza dell’espressione linguistica, gli indici dei concetti più salienti e quant’altro. È vero che “Chi non ricorda non vive”, parola del filologo italiano Giorgio Pasquali, ed è vero anche che “gli archivi sono tabernacoli della memoria”, come riflettuto da Papa Giovanni Paolo VI. Prendendo le anzidette riflessioni ad esempio, il direttore dell’archivio storico di Pisino, Elvis Orbanić ha voluto argomentare meglio la preziosità dello studio storiografico di Slaven Bertoša, svolto con precisione scientifica, scevro da influenze ideologiche.
Dopo l’excursus storico che Robert Kurelić, assistente dell’Ateneo “Juraj Dobrila”, ha compiuto per mettere in evidenza il peso dell’argomento storico trattato e l’intervento del redattore Josip Šiklić, la parola a Bertoša per dire del suo lavoro e ringraziare del sostegno istituzioni e singoli.
Arletta Fonio Grubiša

 

255 - La Voce in più Dalmazia 11/05/13 Ritorna a Zara l'eredità dei Borelli
Ritorna a Zara l’eredità dei Borelli

Zara, Loggia cittadina, i Borelli: l’antica famiglia torna protagonista con il suo lascito, che l’erede del casato, il conte Goran Borelli, offre in riscatto alla comunità zaratina, rispettivamente al Museo popolare – Museo civico. Sono testimonianze del ricco e complesso passato, di cui una parte è stata esposta e sarà visitabile fino al 21 giugno. Per numero di oggetti, provenienza e varietà di contenuti si tratta di una collezione unica nel suo genere, preziosissima per la storia di Zara, considerato soprattutto il ruolo ricoperto nei secoli dal casato in questione, uno tra i più influenti in Dalmazia. Diedero sindaci, condottieri, artisti e persino deputati regionali a Vienna, al Consiglio
imperiale.

La mostra è stata allestita nello spazio della Loggia – inaugurata il 2 maggio scorso, alla presenza del direttore del Museo, Renata Peroš, del curatore Hrvoje Perica, del rappresentante della famiglia, Filip Borelli (figlio di Goran), e dell’accademico, storico dell’arte, Radoslav Tomić – con l’obiettivo precipuo di sottrarre dall’oblio, valorizzare e in un certo senso tutelare i tanti tasselli dell’immenso patrimonio culturale di Zara, nonché far conoscere al pubblico più vasto ciò che è (più che) degno di cura e attenzione per l’impatto avuto sulle vicende storiche e politiche dell’area.

La Regione di Zara e il ministero della Cultura della Repubblica di Croazia hanno riconosciuto l’importanza e la validità del progetto e hanno stanziato i fondi necessari per procedere all’acquisizione del lascito Borelli. L’operazione verrà completata nell’arco di circa tre anni e alla fine tutta la collezione confluirà nel futuro “Museo 2 palazzi” – per il momento indicato come Centro del patrimonio –, che appunto sarà allestito in due edifici: il Palazzo ducale e quello del Provveditore generale.

I Borelli: famiglia italiana? Certo, in quanto a origini. Va detto che il cognome Borelli è praticamente panitaliano, ma è diffuso perlopiù nel nord e centro-nord, con ceppi secondari anche nel sud, soprattutto nel Catanzarese e nel Leccese, nonché nel Lazio. A quanto pare i Borelli di Dalmazia sono di derivazione normanna; affondano le proprie radici nel Bolognese, da dove giunsero nella regione adriatica oltre 300 anni fa. Da rilevare che è una famiglia nobiliare antichissima, medievale, le cui prime tracce scritte risalgono al XII secolo, contenute nell’atto di donazione di alcune proprietà alla Chiesa.

L’Archivio di Stato di Zara, che conserva ancora quello della famiglia, contiene documenti che vanno dal XV al XIX secolo. Va anche rilevato che, una volta trapiantata in Dalmazia, via via l’identità dei Borelli cambierà, assumerà i connotati tipici di questa terra complessa e burrascosa, non solo dal punto di vista politico e sociale, ma anche etnico, avvicinandosi sempre più, nel Novecento – almeno una delle diverse anime dei Borelli – alle istanze croate.

Se Francesco de Borelli (1810 – 1884, il suo nome completo era “Francesco de Borelli di Wrana”, così come risulta nel libro “Discorsi di Biagio Barone de Ghetaldi e di Francesco Conte de Borelli di Wrana pronunziati nella solenne inaugurazione della Società agronomica centrale di Zara”, 1850) fu uno dei capi del partito autonomista, nonché grande proprietario terriero, un Manfred Borelli Vranski (1836 –1914), nato a San Filippo e Giacomo e morto a Zara, viene invece ricordato in Croazia come esponente del Partito nazionale croato, nonché gran propugnatore dell’insegnamento in lingua croata nelle scuole. I Borelli di oggi, quelli rimasti in Croazia, si dichiarano croati.

La mostra e la collezione consentono di tracciare il percorso interessante di una famiglia, di un territorio nella sua evoluzione. Capostipite del ceppo dalmata dei Borelli è Bartolomeo, che all’età di 16 anni insieme con il fratello 17.enne, si spinge fin qui per combattere contro i Turchi, come ci racconta telefonicamente Goran Borelli, ingegnere, manager oggi in pensione, che vive a Zagabria, e che purtroppo non ha potuto, per motivi di salute, intervenire all’apertura della mostra zaratina. È stato lui che ha portato la collezione da Belgrado – dove la famiglia si era trasferita in epoca mussoliniana –, nella capitale croata e quindi ne ha proposto il riscatto al Museo popolare di Zara.

Un giovane coraggioso e audace, Bartolomeo, che si spinse con le armate cristiane fino al Peloponneso. Qui conobbe la sua futura moglie, dalla quale ebbe ben cinque figli, ma uno solo sopravvisse fino a età matura. Bartolomeo fu anche catturato dal nemico, ma la famiglia pagò il riscatto (500 ducati) e tornò libero. Bartolomeo però si era fatto conquistare dalla Dalmazia, da questa terra che agli occhi degli Occidentali appariva come un mondo esotico e primitivo, ai margini della civiltà. Finì col vendere tutti i suoi averi e si trasferì “sull’altra sponda” dell’Adriatico. Bartolomeo fece una bella carriera militare, divenne comandante della fortezza di Tenin (Knin) e trascorse gli ultimi 10 anni della sua vita come alchimista! In seguito i conti Borelli vennero infeudati a Vrana da Venezia nel XVIII secolo; fra i loro possedimenti c’erano vari appezzamenti anche nella zona di San Filippo e Giacomo, dove fecero costruire una magnifica villa con parco, tuttora “in situ” (e dove tutt’oggi i discendenti del casato s’incontrano d’estate, come ci dice sempre Goran Borelli).

E Francesco, figlio di Bartolomeo, si dedicò parecchio allo sviluppo del feudo di Vrana e lasciò dietro di sé un memorandum con tutti i provvedimenti che, a suo avviso, andavano fatti per sottrarre la terra all’arretratezza. Per la presenza del lago e a causa delle frequenti inondazioni il terreno era paludoso, era diffusa la malaria, le condizioni di vita erano davvero impossibili. Ma la terra, così credeva, poteva diventare fertile: sarebbe bastato costruire un canale che collegasse il lago con il mare. E cercò di realizzare l’idea, in sodalizio con altri partner. Nel 1777 stipulò un contratto con Venezia, che prevedeva la realizzazione dell’opera in 10 anni. La Repubblica, però, non rispettò i patti, nel senso che mancò a certi suoi obblighi e il progetto slittò. Nel frattempo alla Serenissima subentrò l’Austria, che confermò al Borelli il titolo di “conte di Vrana”. Fu la sua vedova, una Nassi, a portarlo a termine nel giro di tre anni.

Andrea de Borelli fu nominato podestà di Zara nel 1812; di idee filofrancesi, si suicidò quando la città passò agli austriaci. Suo figlio Francesco, che all’Austria fece causa per la confisca di certi immobili (la causa si trascinerà per ben 32 anni), diventerà deputato al Consiglio dell’Impero “rinforzato” da rappresentanti regionali. Con la patente del 5 marzo 1860 fu concesso ai popoli dell’Impero di partecipare alla vita politica governativa. Nella sessione consiliare del settembre 1860 scaturì la questione dell’annessione del Regno di Dalmazia a quello di Croazia, annessione che fu richiesta dai rappresentanti croati, tra cui si distinguevano il vescovo Josip Juraj Strossmayer e il conte Ambroz Vranyczany.

Quando il Borelli si recò a Vienna per discutere con l’imperatore sul destino della Dalmazia, si contrappose fermamente alle tesi annessioniste croate, e insorse. Parlando in italiano, affermò con decisione: “Nego che alcuno abbia diritto di sorta sulla Corona del Regno di Dalmazia”. Un fatto particolare che amareggiò il conte Borelli fu la scelta fatta dal figlio Manfredi di militare nel partito croato annessionista.

Tornando alla collezione Borelli, questa è variegata e si può suddividere in alcune parti tematiche. A predominare, comunque, sono i ritratti di famiglia, realizzati tra il XVIII e il XX secolo. I dipinti raffigurano i diversi membri della famiglia nel periodo della sua ascesa economica, politica e culturale. In pratica, sono i volti di alcuni dei protagonisti della società zaratina e dalmata dell’epoca. Nella stragrande maggioranza dei casi sono sconosciuti gli autori delle miniature, ma ciò nulla toglie al valore storico dei ritratti, tanto più che ci fanno conoscere quasi tutta la galleria dei personaggi della dinastia. Si parte dal capostipite del ceppo dalmata di Borelli, Bartolomeo e si va avanti fino a Manfredo II e Mirko Borelli, padre di Goran, quindi si arriva alla metà del Novecento. E anche questo fatto, piuttosto raro, rende unica la collezione Borelli; infatti, non si hanno notizie di altre famiglie nobiliari e patrizie dalmate che abbiano conservato al completo i ritratti dei propri appartenenti in un solo luogo. Tra i dipinti merita particolare attenzione quello fatto a Francesco Borelli e alla moglie Antonia, nata Cattani Jorjeti. L’opera porta la firma di Giovanni Squarcina (Zara, 1825 – Venezia, 1891), pittore di composizioni religiose, di scene di genere e di ritratti, attivo a Zara, Roma, Spalato e Venezia.

Altrettanti preziosi i documenti. Tra questi c’è lo splendido diploma universitario – è rilegato in pelle, decorato e completato pure questi con un ritratto – conseguito a Padova dal nobile zaratino Gregorio Calcina nel 1646 (il casato si estinguerà nel XVIII secolo). Si possiedono pochissimi diplomi simili in Dalmazia, e sono relativi al tardo XVII secolo e ai primi decenni del Settecento; al Museo archeologico di Spalato si trovano quelli dei Doimi e dei Radossi.

Ci sono poi due fascicoli di documenti – l’albero genealogico della famiglia, contratti, diplomi, atti, e tra questi alcuni relativi all’infeudamento, rilasciati prima da parte dell’autorità di Venezia e dal doge, quindi confermati dall’Austria nel 1818, del territorio di Vrana, di cui i Borelli diventeranno conti –, disegni e cartine delle loro proprietà, realizzate dall’ingegnere militare veneziano Giovambattista Lodoli, manoscritti, libri – e tra questi spicca l’edizione viennese del “De regno Dalmatiae et Croatiae” di Ioannis Lucii (Giovanni Lucio), alias “O kraljevstvu Dalmacije i Hrvatske” di Ivan Lučić –, fotografie... E costituiscono davvero una chicca anche i timbri massonici della Loggia di Zara, tanto più che Andrea de Borelli era Venerabile della Loggia Massonica.

Insomma, sono tracce che fanno rivivere età diverse, dalle quali si può capire come una parte della società dalmata viveva, come pensava, come agiva... Tra gli oggetti figura anche un modellino in gesso che riproduce il portale di Palazzo Borelli, costruito nel XIX secolo in Riva, distrutto durante i bombardamenti alleati che, sul finire della Seconda guerra mondiale, si abbatterono su Zara trasformandola nella Dresda dell’Adriatico. Le macerie dell’edificio furono rimosse dalle nuove autorità – oggi al suo posto c’è un’area verde – e con esse finirono per essere rimosse anche le testimonianze di un passato nobile. Che la città di oggi desidera recuperare, far conoscere e valorizzare, perché fa parte della sua identità.

Ilaria Rocchi


256 - La Voce del Popolo 14/05/13 Storia, Verteneglio in epoca veneziana
Storia, Verteneglio in epoca veneziana
Dell’Istria “costiera” si è scritto parecchio ed esistono diversi saggi sulle maggiori città della penisola sottoposte al dominio della Repubblica di San Marco. Sono invece rari gli studi che trattano la medesima età nei paesi che non erano sedi di podestaria, come nel caso di Verteneglio, che apparteneva al territorio di Cittanova. Ora, a colmare questa lacuna storiografica è la recentissima opera di Rino Cigui, storico e ricercatore affermato, cui Verteneglio ha dato i natali.
Cigui, che divide la sua carriera professionale tra Buie – dove insegna alla Scuola media superiore italiana “Leonardo da Vinci” – e il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, di cui è una delle penne più valide, finora si è cimentato in molteplici aspetti della storia regionale, con fondamentali contributi sulla toponomastica storica, sulla realtà delle confraternite e in particolare sulla storia sanitaria del XIX secolo in Istria, ambito d’indagine nel quale è uno dei “pionieri”. Infatti, è uno dei pochi storici a essersi occupato delle devastanti conseguenze – e delle misure sanitarie adottate della autorità locali – delle malattie contagiose che si abbatterono sulla penisola nel corso dei secoli, come la malaria e in particolare il tifo petecchiale.
“Verteneglio e il suo territorio in epoca veneziana – Brtonigla i okolica u mletačko doba” è il titolo della sua ultima fatica, una monografia uscita da poco con il cofinanziamento dalla Regione del Veneto, che verrà presentata giovedì prossimo, 16 maggio, con inizio alle ore 18, presso l’edificio del futuro Museo del vino a Verteneglio. Ne parlerà, oltre all’autore, il collega Gaetano Benčić, altro validissimo nome della ricerca storiografia, della geografia del paesaggio e delle civiltà che l’hanno contraddistinto, giovane erudito in storia patria in Istria.
Il libro di Cigui è un’opera ben fatta e documentata, che accanto a un gusto particolare per l’estetica e la dimensione artistica, affianca a quelli propri i testi di altri autori e ai documenti già pubblicati del materiale inedito. E la forza della pubblicazione sta proprio nell’aver saputo “sposare” un approccio rigorosamente scientifico – con un apparato di note e un’appendice di fonti molto ricchi, degni di un’opera specialistica – con un linguaggio leggibile, tanto da rendere il lavoro da una parte utile strumento di consultazione per gli specialisti e dall’altra parte “godibile” anche ai non addetti ai lavori. (ir)


257 - Linkiesta.it 03/05/13 La cittadinanza Veneziana
La cittadinanza Veneziana
Nicola Bergamo
In questi giorni si parla molto della cittadinanza italiana per i figli degli immigrati nati in Italia. Si vuole superare, ossia, il concetto di "ius sanguinis" che vige in tutt'Europa. Lungi da me entrare nell'argomento, per altro spinoso e irto di ostacoli etici e morali. Quello che voglio raccontare (anche se brevemente e concisamente), è, invece, il concetto di cittadinanza che vigeva nell'antica repubblica di San Marco.
Il cittadino
Chi era cittadino a Venezia? Ebbene si, esisteva la qualifica di cittadino nella città lagunare e rappresentava quel nucleo di persone che non facevano parte né della nobilità veneziana né del nucleo di resisenti esteri (ossia i foresti). Vale a dire la stragrande popolazione che comprendeva, anche se non questi termini moderni, quello che poteva essere la borghesia e il "popolino". Non si parla, invece, di sudditi. Cosa per altro unica nell'universo medievale.
Ma da dove veniva questa conquista?
Già ai tempi in cui il ducato veneziano iniziava i suoi timidi passi nell'emancipazione bizantina, si erano creato dei gruppi di persone, chiamate liberi. Questi eleggevano il Dux, poi chiamato Doge, ossia il rappresentante politico e militare del ducato bizantino della Venetia et Histria. Man mano che Venezia si staccò da Bisanzio - per chi scrive questo avvenne attorno al XI secolo - si formò un'assemblea, poi chiamata Concio che eleggeva il capo del ducato. Il Concio era composto da cittadini e dal patriziato. Il suo compito, con alti e bassi, rimase pressoché intatto fino al 28 febbraio del 1297 (serrata del Maggior Consiglio), quando, con un colpo di mano, gli aristocratici esautorarono il potere dell'assemblea e la resero appannaggio della sola élite. Dal 1319 i cittadini furono esclusi completamente dall'elezione del Doge e da questa data in poi questo gruppo sociale fu diviso in due parti: Originarii e i cives de intus.
Chi erano gli Originarii
Come dice il nome, gli Originarii erano coloro che discendevano dalle famiglie dei liberi "originarie" della città di Venezia. Quindi i loro avi erano coloro che erano giunti in laguna nel tempo delle migrazioni e che avevano costruito la loro nuova patria. Oltre alle famiglie più antiche, vi erano quelle che erano riuscite ad entrare nel tessuto sociale venetico prima del 1297, e quindi, anch'esse, partecipanti alla costituzione del nuovo nucleo cittadino.
Essi godevano della piena condizione di cittadinanza descritta dal motto latino intus et de extra ossia Veneziani tout-court "dentro e fuori". Per raggruppare e per ordinare tutte le famiglie appartenenti a questa nuova classe sociale (utilizzando termini moderni) era stato istituito per legge nel 19 luglio del 1315, un "Libro d'Argento", che conteneva l'intera lista degli "orginarii". Lo stesso venne fatto per gli aristocratici, con il ben e più blasonato "Libro d'Oro della nobilità veneziana". Entrambi i libri erano mantenuti sicuri nel palazzo Ducale, precisamente nella sala dello scrigno.
Chi poteva iscriversi al libro d'argento?
- la discendenza onorevole (cioè legittima) da almeno tre generazioni di cittadini

- il non esercizio da almeno tre generazioni delle arti meccaniche
- il non comparire nel registro criminale, detto Raspa
- la contribuzione fiscale al Comune. (1)
Quindi come si evince da queste regole, per altro non così dissimili dalle leggi moderne, l' "originario" doveva essere generato da un altro "originario", non doveva compiere un lavoro "manuale" (arti meccaniche), doveva avere una fedina penale pulita, ed infine doveva pagare le proprie tasse allo Stato. Se tutte queste regole venivano rispettate, ecco che il cittadino "originario" poteva ambire alle cariche più prestigiose che il suo ceto gli permetteva, come il cancelliere, l'avvocato, il segretario, il notaio all'interno dell'amministrazione comunale. Inoltre vi erano particolari spazi all'interno della marina mercantile e militare con relativi appannaggi di alto prestigio. Inoltre si poteva godere della possibilità di esercitare il commercio d'oltremare, ossia nelle colonie veneziane spare nel Mediterraneo, e di godere delle tutele a loro destinate in quei luoghi e da essere giudicati solamente dai Magistrati della Repubblica. Il massimo grado che un cittadino appartenente a questo gruppo era quello del Cancellier Grando, ossia il capo dell'intera burocrazia statale veneziana, secondo solamente al Doge (eletto dall'aristocrazia).
Chi erano i "Cives de intus tantum"?
Essi costituivano una buona fetta della popolazione veneziana. Non godevano di tutti i diritti dei cittadini "originari", perché erano considerati Veneziani solamente all'interno della città.
Si poteva divenire cittadino "de intus tantum" per grazia o per residenza. Pur con grosse limitazioni anche loro potevano partecipare al commercio oltremarino, ossia verso le colonie di proprietà della Serenissima. Essi non potevano ambire in alcun caso alle massime cariche della città, ma costituivano la massa lavoro che rendeva ricca e produttiva Venezia. Lavoravano nelle botteghe, nei cantieri, sulle galee e dove era richiesto il loro contributo.
Questi cittadini, come gli "originarii" e i patrizi, erano tutelati dalle leggi della Repubblica e si costituivano, a loro tutela, nelle grandi e piccole Scuole. Queste istituzioni avevano ancora il potere di eleggere i gastaldi ducali, ossia dei rappresentanti del Duca (Doge).

I cittadini, oltre ad essere raggruppati in arti e mestieri, venivano suddivisi in "sestieri", ossia le sei parti che compongono il tessuto urbano di Venezia. Per ogni sestiere era istituito un "caposestiere" che aveva dei compiti di sorveglianza e di polizia, tra cui il controllo delle persone residenti. Il governo veneziano, così, registrava quotidianamente la presenza dei cittadini e dei foresti. Quest'ultimi, erano gente di passaggio oppure residenti tenuti però fuori dalla politica della città. Molti foresti risiedevano nei loro fondaci (vedi quello dei Tedeschi o dei Turchi), oppure nei ghetti (quello ebraico di Venezia e primo al mondo).
Fonte
Wikipedia
1) wikipedia
http://www.insula.it/index.php/quaderni/99-stranieri-e-foresti-a-venezia...
Immagini
Wikipedia
http://babilonia61.com/2012/06/12/venezia-nel-trascorso-della-storia-mod...
http://www.canalettogallery.org/Santi-Giovanni-E-Paolo-And-The-Scuola-Di...
parole chiave : cittadinanza / cittadinanza veneziana / storia di venezia

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/blogs/storie-di-medioevo-e-bisanzio/la-cittadinanza-veneziana#ixzz2T10NSO4Y


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

 

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