MAILING LIST HISTRIA

RASSEGNA STAMPA A CURA DI MARIA RITA COSLIANI, EUFEMIA GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI

N. 882 – 31 Luglio 2013

                                 

Sommario

 357 - Il Piccolo 31/07/13 Addio ai consolati di Capodistria e Spalato (Mauro Manzin)

358 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 30/07/13  (Croazia) - La Voce del Popolo: La chiusura dei consolati è un errore di valutazione (Aise) (Krsto Babic)  

359 - Messaggero Veneto 26/07/13 Spilimbergo: Cristicchi: dedico agli istriani il musical civile Magazzino 18 (Alberto Zeppieri)

360 - Il Piccolo 29/07/13 Truffa all’Inps, la pista istriana

361 – L’Arena di Pola  23/07/13 A Bergamo i funerali di Maria Pasquinelli (T.L.Sidari)

362 – La Voce del Popolo 25/07/13 - 25 luglio 1943: il crollo del regime (Kristjan Knez)

363 – A tutto Destra – Luglio 2013 -   W la Croazia in Europa (Vincenzo M.De Luca)

364 – La Voce del Popolo 25/07/13 - Restituzione dei beni: la Chiesa non demorde

365 - Il Piccolo 25/07/13 «Dalmati fannulloni» Le guide di Spalato nell'occhio del ciclone (Andrea Marsanich)

366 - L'Arena di Pola 23/07/13  Vergarolla strage titoista (Lino Vivoda – Olinto Mileta)

367 - Il Piccolo 28/07/13 Trieste Libera s'inventa una finta dogana a Duino (Matteo Unterweger)

368 - Corriere della sera 26/07/13 Lettere a Sergio Romano - Ricordo di un dissidente guerra di Djilas contro Tito (Antonio Fadda)

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :
http://www.arcipelagoadriatico.it/
http://10febbraiodetroit.wordpress.com/
http://www.arenadipola.it/

 

357 - Il Piccolo 31/07/13 Addio ai consolati di Capodistria e Spalato

Chiusura decretata dalla Farnesina nell’ambito della ristrutturazione delle sedi diplomatiche. Ora si punta a Oriente

di Mauro Manzin

TRIESTE. Questa volta per il consolato generale d’Italia a Capodistria e quello di Spalato sembrano proprio suonare le campane a morto. Le due rappresentanze diplomatiche, infatti, dovrebbero essere chiuse alla fine di quest’anno. La notizia è stata confermata anche dal console generale d’Italia a Capodistria, Maria Cristina Antonelli che si è insediata nel capoluogo del Litorale solo a inizio anno, dopo che la gestione Terzi di Sant’Agata della Farnesina aveva scongiurato la già paventata serrata. «Purtroppo devo confermare la notizia della chiusura dei due consolati - afferma la Antonelli - notizia che è giunta anche per noi in modo imprevisto e improvviso. «Quanto ai tempi di chiusura, che saranno comunque ravvicinati, credo che per Capodistria avremo qualche mese in più. Per il momento siamo in attesa di informazioni più dettagliate da Roma».

Capodistria e Spalato vengono “travolti” dalla svolta imposta dalla Farnesina sotto la gestione Bonino. Il ministero degli Esteri, infatti, guarda ad Oriente, ai nuovi mercati, e si prepara ad aprire nuove sedi diplomatiche in Turkmenistan, in Cina, perfino in Vietnam. L’obiettivo è chiaro: «riorientare» la politica estera italiana, aprendo nuovi uffici nei Paesi dove gli investimenti in termini di risorse dedicate alla politica estera risultano più fruttuosi. In contemporanea, però, non potendo aumentare le risorse di budget e di personale (attualmente il ministero conta un terzo dei diplomatici rispetto alla Francia, un quarto rispetto alla Gran Bretagna, la metà delle risorse umane complessive rispetto alla Germania), si avviano alla chiusura altre quattordici sedi tra ambasciate e consolati. Una riorganizzazione della rete consolare, allo studio da tempo, che numeri alla mano non sta piacendo molto ai parlamentari eletti all’estero. I deputati del Pd, per esempio, hanno espresso un dissenso «che riguarda il metodo usato per arrivare a questa decisione e la stessa linea di ottenere risparmi continuando a sacrificare servizi consolari», ma il malumore è bipartisan. È proprio però la volontà di cogliere le nuove opportunità globali la filosofia che guida il progetto di ristrutturazione della Farnesina, che considera assolutamente strategico il nuovo consolato generale d’Italia a Chongqing, che avrà un bacino di utenza di duecento milioni di cinesi (venti volte la popolazione della Grecia, trenta volte quella della Svizzera), l’ambasciata ad Ashgabat, per le potenzialità energetiche del Turkmenistan e il consolato di Ho Chi Minh City, la «Milano» del Vietnam. E altre aperture seguiranno a queste, assicurano in risposta alla critiche fonti ministeriali, in linea ed al servizio degli interessi strategici del nostro Paese.


Le stesse fonti che sottolineano come naturalmente, a parità di risorse, per poter aprire occorre anche chiudere. E a chiudere (o a essere accorpati) saranno uffici consolari situati in aree di emigrazione più tradizionale: molti in Europa, dove le distanze geografiche e culturali con l’Italia sono ormai abbattute (chiuderanno Sion, Neuchatel e Wettingen in Svizzera, Mons in Belgio, Amsterdam in Olanda, Spalato nella Croazia appena entrata nella Ue, Timisoara in Romania, Tolosa in Francia, Capodistria in Slovenia, Scutari in Albania), altri negli Usa (Newark) e in Australia (Adelaide e Brisbane). Non è la prima volta del resto, ricordano dal ministero, che vengono chiusi uffici consolari, 24 dal 2007 al 2011, prevalentemente in Europa, mentre a oggi si contano ancora 319 sedi all’estero tra ambasciate, rappresentanze permanenti, uffici consolari ed istituti di cultura. La novità sarebbero semmai le aperture, all’interno di un piano «che permetterà di realizzare significativi risparmi economici ma anche di recuperare risorse umane e finanziarie da reinvestire nella rete stessa, con l’obiettivo di assicurare il loro migliore utilizzo al servizio dei cittadini e delle imprese, e soprattutto a beneficio della complessiva proiezione del Sistema Paese».

  

358 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 30/07/13  (Croazia) -
LA VOCE DEL POPOLO (CROAZIA)/ LA CHIUSURA DEI CONSOLATI È UN ERRORE DI VALUTAZIONE –

 
di Krsto Babic

 
FIUME\ aise\ - "Nell’ottica relativa al contenimento della spesa pubblica, l’Italia sembra aver deciso di ridimensionare la propria rete consolare. Tra le sedi che la Farnesina si appresterebbe a chiudere figurano pure il Consolato generale d’Italia a Capodistria e il Consolato di Spalato.

Per quanto concerne il capoluogo dalmata, la notizia ci è stata confermata da Rosaria Amato, reggente della sede consolare italiana a Spalato". È quanto si legge su "La voce del popolo", quotidiano edito a Fiume da Silvio Forza.

"“Ci è pervenuto un messaggio del ministero degli Affari esteri che c’informa in merito alla chiusura della nostra sede a partire dal 1.mo dicembre prossimo”, ci ha spiegato la nostra interlocutrice. Ci è stato tuttavia chiarito che in casi del genere, fino all’ultimo momento, nulla dev’essere dato per scontato. “Siamo ancora in attesa di ricevere ulteriori indicazioni”, ha precisato la reggente del Consolato Italiano di Spalato, nel quale sono abitualmente impiegate 5-6 persone.

La notizia legata alla possibile soppressione delle sedi consolari italiane a Capodistria e a Spalato ha suscitato grande rammarico e preoccupazione nelle file della Comunità nazionale Italiana.

Furio Radin, presidente dell’Unione Italiana e deputato al seggio specifico riservato alla minoranza italiana al Sabor, non ha esitato a definire l’eventuale chiusura dei consolati a Spalato e Capodistria uno sbaglio di valutazione delle autorità italiane. “Se ciò si avverasse – ha spiegato, – la situazione sarebbe la seguente: dei tre consolati vicini alla CNI due verrebbero soppressi, mentre quello superstite (Fiume, nda) è notoriamente ridotto al lumicino per quanto concerne il personale”. “Questo per noi è inaccettabile. Si tratta senza dubbio di un errore di valutazione del governo italiano. Non bisogna sottovalutare la storia di queste terre e i valori ad esse legati”, ha rilevato Radin.

“La chiusura del Consolato di Spalato non rappresenta una perdita solo per gli italiani di Dalmazia o per i numerosi turisti italiani, ma anche per la Comunità dei dalmati sparsa in tutto il mondo. Per loro, che hanno dovuto lasciare la propria terra durante la Seconda guerra mondiale e nel secondo dopoguerra, il Consolato Italiano di Spalato rappresenta un simbolo d’appartenenza”, ha osservato il presidente dell’UI.

“Il Consolato di Capodistria – ha proseguito –, un tempo punto focale degli interessi della CNI, ha sempre mantenuto un ruolo centrale, non solo per i connazionali residenti in Slovenia, ma anche per noi che viviamo in Croazia”, ha rilevato Radin, richiamandosi all’unitarietà della CNI. “Mi auguro non solo che queste chiusure non si avverino, ma anche che il Consolato generale a Fiume possa essere rafforzato. Comprendiamo le ripercussioni dovute alla crisi economica, ma siamo fermamente convinti che i consolati vicini alla CNI non possano essere paragonati alle altre sedi consolari sparse nel mondo. Per noi i consolati hanno un valore aggiunto, sono luoghi dalla grande valenza affettiva”, ha detto Radin lanciando un appello ai deputati storicamente vicini alla CNI e a tutte le forze politiche affinché “si scongiuri una perdita per l’Italia, per gli italiani e in particolare per la CNI”.

Sulla stessa linea di Radin si è schierato il presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul. “Sono stato informato in merito alla chiusura dei consolati. Ritengo che si tratti di una decisione sbagliata, dettata da ragioni di carattere economico”, ha dichiarato Tremul.

“Quello di Capodistria – ha osservato – è l’unico consolato in Slovenia. Gli italiani residenti nel Litorale sloveno, assieme ai connazionali in Croazia, sono l’unica comunità italiana autoctona fuori dai confini italiani”. Tremul ha assicurato che l’UI si attiverà nell’intento di far cambiare decisione a Roma. “Esistono altri metodi per attuare le politiche di rigore”, ha notato Tremul, ribadendo la volontà dell’UI di sventare uno scenario che ai tempi del governo Monti si era già paventato". (aise)

 
359 - Messaggero Veneto 26/07/13 Spilimbergo: Cristicchi: dedico agli istriani il musical civile Magazzino 18

 
Il cantautore protagonista stasera a Spilimbergo della “tre giorni” di Folkest «Rendo omaggio a Endrigo e al suo immenso repertorio». Poi teatro con Calenda

 
  SPILIMBERGO Folkest 2013 arriva alle battute finali, accentrando a Spilimbergo – come da tradizione – gli eventi clou, con ospiti attesissimi sul palco principale di piazza Duomo, tutti accompagnati dalla Mitteleuropa Orchestra del Friuli Venezia Giulia. Questa sera la scena è tutta per Simone Cristicchi (alle 21.30 – www.folkest.com), poi sarà la volta di Allan Taylor (domani) e infine di Antonella Ruggiero (domenica 28).

 
Simone: 36 anni, in auge da 8 in cui hai realizzato progetti davvero eclatanti, ritirando numerosi trofei... ma non è un po’ presto per un “premio alla carriera”?

 
 Sí, forse è prematuro. Diciamo allora che questi otto anni di carriera possono valere almeno il doppio per la quantità di cose che ho portato avanti, dalla musica popolare al teatro civile. Mi reputo ancora “debuttante”, considerato che continuo a dare vita a nuovi progetti.

 
E in ottobre debutta a Trieste lo spettacolo teatrale che hai scritto a quattro mani con Jan Bernas, (autore del libro “Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani”), intitolato “Magazzino 18”?

 Vuol essere un omaggio a quegli italiani dimenticati dalla storia ufficiale. Mi innamoro spesso di persone investite dagli “uragani del destino”, in questo caso da quel terremoto della storia che è stata la Seconda guerra mondiale. Sono appena rientrato da un giro di ricognizione in Istria, dove ho incontrato i figli di chi ha vissuto l’esodo e chi ha deciso di rimanere. Lo spettacolo si comporrà di monologhi e di nuove canzoni. La regia è affidata a Antonio Calenda? Sí, e ne sono onorato. Lo spettacolo è stato battezzato “un musical civile”, un filone che poi mi piacerebbe continuare.

 
 I punti in comune con il nostro territorio cominciano a essere davvero numerosi: prima hai lavorato al progetto sulla legge Basaglia, ora c’è questo musical “civile” su Trieste, e poi ci sono le collaborazioni con “Canzoni di Confine”, con Endrigo e prima ancora col maestro Remo Anzovino, del quale avevi scelto una musica a commento di un tuo documentario. A questo punto non ti senti forse un po’ friulano?

 
 Ci sono moltissimi punti di contatto tra me e questa splendida regione. Qui l’anno scorso ho anche presentato lo spettacolo Mio nonno è morto in guerra, a Monfalcone e a San Vito al Tagliamento. Ma questo format, prodotto dal Teatro Stabile di Trieste, rappresenta per me una specie di laurea nel mondo del teatro, un vero e proprio salto di qualità».

 
 Ultima annotazione: al risveglio, ti senti prima cantante o attore?

 
Direi ricercatore: l’atto creativo nasce soltanto dopo avere osservato, registrato e preso appunti da qualcosa. Saprò successivamente se diventerà una canzone o uno spettacolo teatrale. Avevi collaborato con Sergio Endrigo in vita, adesso lo omaggi a Folkest con il concerto di questa sera. Potrebbe diventare un progetto discografico? Non credo, nel senso che oggi si fatica a vendere dischi. Sarebbe bello, anche perché c’è un’orchestra di cinquanta elementi, ho nuovi arrangiamenti... Comunque Rai Uno ha deciso di riprendere l’evento per trasmetterlo l’8 agosto. Ciò significa che c’è ancora attenzione per Endrigo e per il suo immenso repertorio».

 
Sergio cantò anche in friulano. Lo sapevi?

 Certo, l’ho ascoltato. Anch’io sto imparando un po’ di friulano e un po’ di triestino, perché in Magazzino 18 utilizzerò la lingua friulana e il dialetto giuliano in due canzoni.

 Alberto Zeppieri

 
360 - Il Piccolo 29/07/13 Truffa all’Inps, la pista istriana

 
Aveva per così dire anche una ramificazione istriana la famosa truffa di 22 milioni di euro ai danni dell’Inps, scoppiata agli inizi del mese scorso. Da queste parti se ne parla solo ora, dopo che sono spariti dalla circolazione poiché arrestati, alcuni personaggi che aiutavano i titolari delle cosiddette pensioni italiane o i loro eredi a sbrigare le pratiche.

 
«Dove sono finiti i due avvocati di Roma?», si chiedono in tanti, riferendosi molto probabilmente a Nicola Staniscia (indagato assieme alla moglie Gina Tralicci, anche lei avvocato) che arrivava in Istria accompagnato da un collaboratore e spesso anche dalla segretaria Barbara Conti, un nome quest’ultimo diventato familiare nell’ambiente. Molto presto si erano fatti apprezzare per il fatto che riuscivano a risolvere anche le pratiche più complesse, quasi senza speranza.

 
Ovviamente per il loro lavoro si facevano pagare la provvigione, non è mai stato chiaro a quanto ammontasse. Ciò ha dato adito a vari commenti, come ad esempio: «Hanno preso quello che volevano senza chiedere nulla», oppure: «Meno male che hanno risolto la pratica, non mi interessa quanto si sono presi». Arrivavano in aereo a Ronchi dei Legionari, qui noleggiavano un’auto e poi raggiungevano Parenzo, Visignano, Albona e altre località dove potevano contare sul supporto logistico di qualcuno del posto mosso dal desiderio di aiutare i compaesani a incassare i soldi dall’Inps.

 
In base a una valutazione grossolana, nell’arco di 8 anni avrebbero risolto un migliaio di pratiche nelle quali citavano l’Inps in tribunale vincendo quasi sempre la causa. A parte la questione non ben definita della provvigione, in questa ramificazione istriana non sembrano emergere azioni illegali nel loro operato.

 
Ed è sparita dalla circolazione anche Adriana Mezulic che alcuni giornali italiani riportano come Adriana Mezzoli, a capo del Patronato Enas di Pola, ora agli arresti domiciliari nel suo appartamento a Padova. Come scrivono diversi quotidiani italiani sarebbe stata lei a fornire i nomi di centinaia di residenti all’estero, soprattutto in Argentina e Croazia, ignari della pretesa creditoria o addirittura deceduti. Gli avvocati quindi presentavano ricorsi contro l’Inps per ottenere oneri accessori sulle pensioni, contro il dicastero della Giustizia per il riconoscimento dell’equa riparazione per lungaggini processuali.

 
Alcuni istriani raccontano che Adriana essendo informata dell’imminente versamento degli arretrati delle cosiddette pensioni italiane, chiamava il titolare per dargli la bella notizia dicendo che il merito era tutto suo quasi a esigere un premio. E non sono pochi quelli che hanno pagato. Un fatto è certo: da quando l’Inps ha cominciato circa 30 anni fa a versare le pensioni italiane agli istriani, il suo tenore di vita è salito di molto. Si sarebbe comperata una villa a Promontore che viene affittata, un appartamento a Padova e un altro a Roma ultimamente rivenduto. E poi dinanzi a casa sua a Pola c’era sempre una bella Mercedes fiammante.

 
361 – L’Arena di Pola  23/07/13 A Bergamo i funerali di Maria Pasquinelli

 
Maria Pasquinelli è morta il 3 luglio 2013 a Bergamo, all’età di 100 anni, munita dei conforti religiosi.

Un simbolo della tragedia dell’esodo giuliano-dalmata e dell’esodo di Pola in particolare riposa ora, dopo 66 anni di penitenza, lasciandoci più soli. La riservatezza da lei chiesta nei lunghi periodi di reclusione e di ritiro è stata applicata rigidamente anche durante le esequie. La camera ardente, aperta per poche ore il giorno 4 luglio, la Messa funebre celebrata alle 8.30 del giorno 5 e l’inumazione hanno visto la presenza di pochi amiche ed amici, tra i quali coloro che accolsero in casa loro la Professoressa Pasquinelli all’uscita dal carcere, e di pochissimi rappresentanti degli esuli.

Al termine della Messa, officiata nel Tempio Votivo della Pace, intitolazione di speciale significato, e delle profonde parole del parroco, chi scrive ha pronunciato a nome del Libero Comune di Pola in Esilio una brevissima orazione:

 
«Sono uno dei 30.000 esuli da Pola del 1947. Mi sento in dovere e in diritto di commemorare

Maria Pasquinelli nel momento del Suo funerale.

Nel nefasto giorno del 10 febbraio 1947, Ella fu l’unica a compiere un gesto di ribellione estremo, per indicare al mondo l’ingiustizia di un così detto “trattato di pace”, che consegnava le nostre Terre, italiche e venete dalla notte dei secoli, allo straniero che aveva vinto una guerra. In 150 anni le nostre Terre avevano cambiato padrone ben otto volte, ma mai i nostri padri ed i nostri avi avevano abbandonato case, città, campagne, barche da pesca, botteghe, per fuggire.

Lo facemmo noi 30.000, piccola parte dei 350.000 che abbandonarono Istria, Fiume e Dalmazia per mantenersi popolo libero nel resto d’Italia e nel mondo. Maria ha pagato per tutti noi, piccoli e adulti, che non avemmo il Suo coraggio per ribellarci. Tutti, per 66 anni, abbiamo pregato Dio che avesse pietà della Sua anima. Oggi, che la nostra Pola è appena tornata, da quattro giorni, in un’Europa unita e libera, ancora Lo preghiamo in ginocchio, per la Sua e la nostra anima».

 
E’ seguita una breve orazione di Guido Brazzoduro, a nome del Libero Comune di Fiume in Esilio, che ha ricordato la figura della Professoressa Pasquinelli, l’esodo di 50.000 fiumani e la costante speranza operosa per la ricomposizione delle popolazioni che tanti anni or sono furono dilaniate dalla guerra nelle Terre dell’Adriatico orientale. All’uscita della bara, con una sola rosa e con la bandiera italiana, il socio bergamasco del LCPE Fernando Togni ha dato l’«Attenti!».

Era presente a titolo personale Sandra Carloni, vice- Presidente dell’ANVGD di Bergamo, mentre il giorno precedente vi era stato il saluto del bergamasco Stefano Bombardieri della Mailing List Histria. L’inumazione è avvenuta a fianco dei resti della mamma e della sorella prediletta di Maria, in un edificio il cui corpo centrale è dedicato ai Morti per la Patria.

Io credo che l’ombra dolorosa del Brigadiere Generale Robert de Winton abbia accompagnato Maria anche in questo ultimo percorso terreno, così come ha accompagnato

i suoi passi dal 1947 in poi.

 T. L. Sidari

 

362 – La Voce del Popolo 25/07/13 -

25 luglio  1943: il crollo del regime

Kristjan Knez

 
Maggio 1943, a Capo Bon gli eserciti dell’Asse, accerchiati in una morsa che non permetteva alcuna manovra o via di fuga, furono costretti ad arrendersi alle forze anglo-americane. Dopo mesi di aspri combattimenti si concluse vittoriosamente l’offensiva alleata, iniziata a El Alamein nell’autunno dell’anno precedente e con il successivo sbarco in Marocco e in Algeria. Con la cattura di un imponente numero di uomini del regio esercito e dell’Afrika korps, ai comandi del feldmaresciallo Erwin Rommel, che si distinse nella campagna nel deserto, terminavano le operazioni su quello scacchiere. Dopo la sconfitta nell’Africa orientale, con le forze del viceré Amedeo d’Aosta sopraffatte da quelle britanniche, Mussolini perdette un’altra colonia, la Libia, e imminente sarebbe stato l’attacco al territorio metropolitano.

L’assalto all’Europa doveva avvenire attraverso il suo “ventre molle”, per usare la definizione di Winston Churchill. Già qualche settimana dopo, l’aviazione alleata iniziò a martellare le posizioni sulle isole di Lampedusa e Pantelleria, i punti più meridionali del Regno, prospicienti il continente africano, che alla fine capitolarono. I giornali, con un profluvio di iperboli e valutazioni irreali, tentarono di convincere vi fosse ancora la possibilità di mutare le sorti del conflitto e di rimediare ai rovesci militari registrati. Sulle colonne dei quotidiani si evidenziava che tutto era pronto “per ricevere il nemico”. Sembrava che nessun soldato avrebbe calpestato il suolo italico. Si ribadiva che le coste italiane non erano quelle dell’Africa settentrionale.
Nonostante le enfatizzazioni, gli Alleati sbarcarono in Sicilia, era il 10 luglio 1943. Cinque giorni prima, in Unione Sovietica, nel saliente di Kursk, la macchina bellica del Terzo Reich sferrò l’operazione “Zitadelle”; in quel settore si sarebbe consumato il più massiccio scontro tra carri armati mai registrato nel corso del conflitto. Alla notizia dell’invasione dal mare, Hitler fu costretto a sottrarre una parte delle sue divisioni impegnate in quel punto del fronte orientale per spostarle nel Mediterraneo, ove l’evoluzione degli avvenimenti lo stavano preoccupando sempre di più. Per venire in aiuto al Duce, il fronte di Leningrado non poté essere potenziato e il piano di infrangere il lungo assedio della città svanì definitivamente. In terra sicula nessuno fu arrestato sul “bagnasciuga”; inglesi e statunitensi avanzarono senza incontrare grandi difficoltà e in meno di quaranta giorni occuparono l’intera isola. I reparti della Wehrmacht si ritirarono sulla penisola attraverso lo Stretto di Messina.

Crisi per il regime


Le notizie provenienti dal Mezzogiorno misero in crisi il regime. Una parte dei gerarchi comprese l’importanza di voltare pagina per evitare ulteriori sciagure alla Nazione. Le difficoltà militari del regio esercito erano ormai sotto gli occhi di tutti.

Il capo del fascismo aveva bisogno dell’aiuto germanico, senza il quale l’Italia si sarebbe trovata alla mercè del nemico. Le osservazioni inserite in un memoriale del generale Vittorio Ambrosi palesano una situazione critica. Riassumendo a Mussolini le considerazioni del generale Enno von Rintelen, esposte il 12 luglio, emerge che “la sorte della Sicilia deve considerarsi segnata a più o meno breve scadenza”. Le ragioni andavano cercate nell’“assoluta mancanza di contrasto navale ed al debole contrasto aereo durante l’avvicinamento alla costa, lo sbarco, la penetrazione dell’avversario e le nostre reazioni controffensive”. Già il 14 luglio 1943 il sottosegretario agli Affari Esteri, Giuseppe Bastianini, telefonò a Berlino all’ambasciatore Dino Alfieri pregandolo di recarsi dal ministro degli Esteri Ribbentrop per richiedere altri aerei, perché in Sicilia “non teniamo più”. Mussolini evitava di chiedere l’appoggio delle armi naziste; l’opposizione era, molto probabilmente, dettata dalla volontà di mantenere il prestigio italiano in patria. Proprio per questa ragione ai primi di luglio il Comando supremo italiano aveva chiesto che tutte le unità corazzate tedesche trasferite in Italia fossero incluse nelle divisioni italiane. La Germania, impegnata in uno scontro titanico con l’Armata Rossa, non era in grado d’intervenire in forze sul suolo italiano, sebbene i territori dei paesi alleati e quelli occupati fossero considerati dei “bastioni della fortezza tedesca”. Ma vi erano anche altri risvolti. Lo stesso rapporto del rappresentante diplomatico italiano a Berlino notò che “si va formando l’impressione viepiù precisa che i tedeschi, lasciandoci senza aiuti a combattere in condizioni disperate, perseguano un piano mirante a provocare, in Italia, un collasso per instaurare un nuovo governo ad essi del tutto ligio”.
Nel disperato tentativo di rianimare gli Italiani, “Tutto il popolo sia un esercito solo stretto attorno ai simboli della sua gloria”, fu rimarcato nel messaggio del segretario del Partito fascista, Carlo Scorza, trasmesso via radio il 18 luglio 1943, in cui invitava a resistere per difendere la Patria e per la vittoria.

Incontro a Feltre

Il 19 luglio Mussolini e Hitler con le rispettive delegazioni s’incontrarono a Feltre per discutere in merito alla difficile situazione militare in cui si trovava l’Italia. Lo sviluppo degli avvenimenti nel settore mediterraneo non faceva presagire grandi speranze, ormai era chiaro che il regio esercito non potesse fare molto per arginare l’avanzata alleata. Le forze germaniche dovevano intervenire prima che fosse troppo tardi. Per non colpire l’orgoglio del Duce, il generale Walter Warlimont propose di costituire, ai suoi ordini, un comando tedesco in cui le unità italiane sarebbero state ad esso subordinate. Se Mussolini avesse ottenuto l’autorità nominale, i tedeschi avrebbero esteso il controllo militare sull’intero teatro italiano. Era l’unica via d’uscita, lo stesso comando militare italiano era dell’avviso che il secondo fronte s’era aperto in Italia e allora era necessario concentrare le forze alla sua difesa. I rappresentanti di grado più elevato dell’esercito auspicavano, poi, che Mussolini si rivolgesse francamente all’alleato per trovare una forma per uscire da quel vincolo e dalla guerra stessa. L’incontro tra i due dittatori avvenne a villa Gaggia in località San Fermo (Belluno). Il führer dominò la situazione iniziando un monologo durato due ore in cui si soffermò su tutti gli aspetti della guerra, mentre Mussolini, come scrive Alfieri, era “seduto sul bordo della poltrona troppo ampia e profonda, ascoltava impassibile e paziente con le mani incrociate sulle gambe accavallate”.

Niente sostegno per il Duce

Fu un incontro sui generis, la delegazione italiana dovette rimanere passiva ed ascoltare l’intervento di Hitler, fatto in tedesco, senza la possibilità di avere una traduzione simultanea, nonostante la presenza di Paul Schmidt, l’interprete personale del capo nazista, che più tardi avrebbe ricordato quel convegno come uno dei “più deprimenti cui mai avessi partecipato”. Le possibili soluzioni circa il futuro dell’Italia non furono nemmeno abbozzate in quell’occasione. Lo “sganciamento dell’Italia” non fu oggetto di discussione. Mussolini non avrebbe ottenuto il sostegno di cui necessitava, ma accompagnando Wilhelm Keitel gli disse: “Mandate subito tutto ciò di cui abbiamo bisogno: pensate che siamo sulla stessa nave!”.

Ma nuove foschi nubi si addensavano sull’Italia. Quello stesso giorno gli Alleati attaccarono per la prima volta Roma, scagliando il loro carico di distruzione e di morte sul quartiere Tiburtino, che provocò oltre millecinquecento morti. Durante l’incontro nella località veneta, Mussolini fu raggiunto dal segretario particolare che gli consegnò un foglio in cui era annotato che l’aviazione alleata stava bombardando la capitale. Fu solo di fronte a quella notizia che Hitler si fermò.
Fu papa Pio XII il primo a visitare i luoghi sconquassati nella zona di San Lorenzo. Il pontefice, che si trattenne per circa un’ora e mezza, attorniato dalla popolazione, promise che il Vaticano avrebbe sostenuto economicamente nonché materialmente i sinistrati e contribuì personalmente con una somma di oltre 60 mila lire. Quella giornata convulsa, con i romani stretti al loro vescovo, sembrava un ritorno all’età di mezzo, con il presule quale massima autorità cittadina.

La questione degli aiuti militari era ancora centrale, poiché in Unione Sovietica la Germania aveva bisogno di uno spiegamento massiccio di uomini e di mezzi, in Italia avrebbe potuto inviare solo limitati rinforzi aerei e unità motocorazzate. Ma Ambrosio non poteva fare nulla, l’ultima parola spettava a Mussolini. I tedeschi avevano in pratica avanzato un ultimatum, respingerlo avrebbe significato il crollo dell’intero fronte italiano. In verità, questi non avrebbero contribuito concretamente, e gli aiuti disposti a dare non sarebbero giunti prima di due mesi. In realtà essi desideravano menare le danze, prendendo in mano l’intera situazione: controllare le aree minacciate del meridione, ma anche occupare de facto le regioni settentrionali, con la giustificazione di preparare la difesa della pianura padana e delle aree alpine in previsione di uno sbarco alleato nel golfo di Genova. Una sottomissione di questo tenore avrebbe comportato un’infiltrazione germanica nel Comando supremo italiano e di conseguenza anche un ingresso nelle faccende del governo.

L’Italia annaspa

La disfatta dell’ARMIR, il tracollo militare in Africa, i bombardamenti sui centri industriali e contro gli obiettivi d’interesse bellico, le privazioni e le sofferenze produssero un malcontento che già tra marzo ed aprile 1943 si tradusse in una serie di scioperi nelle fabbriche dell’Italia settentrionale che bloccarono le produzioni. La stagione del consenso stava ormai eclissandosi; vi era in atto un distacco dal regime, che non assumeva ancora una forma di matrice politica e quindi di contrapposizione al fascismo. I segnali dello sbandamento e della disgregazione erano sotto gli occhi di tutti. Questa insofferenza era la spia della volontà di un cambiamento. Il 23 febbraio 1943 l’anziano generale capodistriano Vittorio Italico Zupelli, già ministro della guerra nel 1915-16 e nel 1918, rivolgendosi a Vittorio Emanuele III avanzò l’urgenza di un colpo di Stato con il quale “cacciare Mussolini sui due piedi”. Anche i grandi nomi dell’industria nazionale, come i Pirelli, i Falck, gli Agnelli tentavano di trovare nuovi punti di riferimento a livello politico e cercavano contatti con i personaggi attivi prima dell’avvento del fascismo. Una corrente critica proveniva poi dagli stessi esponenti del littorio, cioè di quei fascisti “moderati” e in qualche modo occidentalizzanti, come Giuseppe Bottai, Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luigi Federzoni e Dino Grandi. Quest’ultimi non avevano percorso alcuna riflessione critica del ventennio, ma di fronte al precipitare degli eventi ritenevano si potesse ancora salvare l’essenza dell’esperimento fascista, distaccandosi da Mussolini e allontanandosi dalla Germania. Desideravano poter continuare a controllare il partito nonché offrire al re un margine per uscire da quella crisi. Di conseguenza cercarono di avviare dei rapporti con gli Alleati, sebbene fossero impressionati dalla richiesta ufficiale e pubblica di una resa senza condizioni da questi avanzata alla conferenza di Casablanca.


Di fronte alle sfavorevoli circostanze registrate sul versante militare, il re, specie dopo aver accolto Mussolini per il resoconto dell’incontro di Feltre, decise di dover agire contro il Duce, che ormai sembrava essere l’unica pedina che impediva una ripresa all’interno del Paese. E pensò anche al suo arresto, che avrebbe dovuto verificarsi il 26 luglio (o il 29 secondo altre fonti), cioè nel corso di uno dei due incontri settimanali in cui il capo del fascismo si recava al Quirinale in udienza dal monarca.
Alle ore 17 del 24 luglio 1943 ebbe inizio la riunione del Gran Consiglio (dal 1929 organo costituzionale dello Stato con facoltà di coordinamento su tutto il lavoro del regime), ossia “l’organo supremo” del Partito nazionale fascista, convocato dopo oltre tre anni e mezzo, alla quale presenziarono tutti i membri, rigorosamente in uniforme nera. L’incontro fu voluto una settimana prima da un gruppo di gerarchi, tra i quali De Bono, De Vecchi, Bottai e Farinacci. La riunione fu fissata in accordo con Vittorio Emanuele III, poiché solo con un voto espresso dal Parlamento o dal Gran Consiglio per l’appunto, il re avrebbe potuto destituire Mussolini.

Il Gran Consiglio ai voti
 
All’apertura dei lavori, Mussolini sostenne: “Io son certamente l’uomo più detestato anzi odiato in Italia, il che è perfettamente logico, da parte delle masse ignare, sofferenti, sinistrate, denutrite, sottoposte a terribile usura fisica e morale dei bombardamenti ‘liberatori’ e alle suggestioni della propaganda nemica”. Continuò esponendo la difficile situazione sul fronte militare, evidenziando che l’alleanza con la Germania era fuori discussione e che la perdita di una provincia non significava ancora la sconfitta, asserendo che in caso di necessità la capitale sarebbe stata portata nella pianura padana. Grandi presentò il suo ordine del giorno in cui evidenziava che il Gran Consiglio “invita il capo del governo a pregare la Maestà del Re affinché voglia assumere, con l’effettivo comando delle Forze Armate, quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a lui attribuiscono”. Ricordiamo che allo scoppio del conflitto mondiale, Grandi aveva manifestato la sua contrarietà all’intervento dell’Italia e tentò invano di evitare il suo coinvolgimento. Seguirono le invettive dei gerarchi che accusarono il Duce di aver rovinato il fascismo, e di averlo portato sull’orlo del baratro attraverso una sciagurata guerra. Il segretario Scorza mise ai voti l’ordine del giorno di Grandi: diciannove furono i sì, otto i no, un astenuto. A quel punto Mussolini si alzò e pronunciò: “Voi avete provocato la crisi del regime. La seduta è tolta!”. Erano le 2,40 del 25 luglio 1943.

Come successivamente avrebbe scritto lo stesso Benito Mussolini nella sua “Storia di un anno (il tempo del bastone e della carota)”: “Che la crisi sarebbe scoppiata anche senza la seduta, la discussione e il relativo ordine del giorno, è assai probabile, ma la storia non tiene conto delle ipotesi che non si sono verificate. Ciò che si è verificato, si è verificato dopo la seduta del Gran Consiglio. Forse il vaso era pieno, ma fu la famosa goccia che lo ha fatto traboccare”.


Le ore pomeridiane del 25 luglio furono contraddistinte dalla confusione, come rammenta lo stesso Dino Grandi: alle 16.30 Ettore Muti lo avvisò che squadre speciali di fascisti erano state allertate con l’ordine di sopprimere i diciannove “traditori” e che la Milizia era stata mobilitata. Alle ore 17 il Duce incontrò il Re a Villa Savoia, che lo pregò di lasciarlo libero di affidare ad un altro le redini del Paese; un’ora dopo l’Italia aveva un nuovo capo del governo e Mussolini fu arrestato. Alle 22.45 la radio sospese le trasmissioni per annunciare: “Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato di Sua Eccellenza il cavalier Benito Mussolini, ed ha nominato Capo del Governo, Primo Ministro, Segretario di Stato il cavaliere e Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio”. Era la fine del regime.
 

363 – A tutto Destra – Luglio 2013 -   W la Croazia in Europa

 Leggo che la Croazia è, infine ,il 28 esimo componente dell’ UE.


Leggo anche moltissimi commenti entusiastici non solo dell’ establishment governativo italiano ma anche di gran parte del mondo della diaspora giuliano-dalmata.

Che i vari Napolitano, Bonino e politici al seguito gioiscano… non mi sorprende, come da anni ho smesso di stupirmi delle  nefandezze del nostro ” non popolo” e della nostra ” non Patria”… ma che a gioirne  siano esponenti di associazioni degli esuli o eminenti ” acculturati” di origine giuliana, mi   sorprende, invece, non poco.

Non comprendo quindi l’entusiasmo del presidente Fulvio Radin quando scrive che : “ …tutti noi italiani torniamo uniti…” .Certamente  parla a nome dell’  “Unione Italiana”, cioè  dei  discendenti dei cosiddetti “rimasti”… coloro che, a torto o ragione, scelsero Tito e la sua macelleria anti-italiana…e che oggi vorrebbero rappresentare anche coloro che invece , nella quasi totalità, scelsero l’esilio   e l’ oblio. Così come non comprendo  l’ ANVGD che, per bocca del suo presidente Ballarin, dichiara …” chiuso un ciclo nefasto di odi e di inimicizie.

Non comprendo il dalmata Enzo Bettiza quando  scrive di “ un timbro storico di chiusura finale di un’ epoca”…

o meglio , lo comprendo benissimo in quanto è lo stesso Bettiza che su ” la Stampa” di Torino, il 21 gennaio 2011 enfatizzava con evidente trasporto filo-slavo l’ incontro a Trieste , dei tre capi di Stato di Italia , Slovenia e Croazia, del 13 luglio 2010, quando si decise che si poteva anche non rendere omaggio al sacrario di Basovizza ma che era altresì doveroso omaggiare il “Balkan” incendiato da un non meglio precisato “fascismo di frontiera”.

Non comprendo il compiacimento di personalità come Renzo Codarin o lucio Toth, addirittura a nome della Federazione di tutte le associazioni degli esuli, che si felicitano per  il nostro MIUR ( Ministero Università e Ricerca) che avrebbe  proposto per la seconda volta in pochi anni , un tema di maturità sul confine orientale, quando è stato dimostrato con numeri e percentuali, che nessuno o quasi conosceva  lo scrittore triestino Claudio Magris e che quasi nessuno dei maturandi ha optato per i temi in questione. Di tutto questo mi stupisco , da italiano non giuliano-dalmata che ha dedicato gli ultimi 18 anni della sua vita a scrivere e pubblicare libri sulle foibe e l’ esodo.

Tante altre cose non comprendo, cari amici giuliani, ma forse è un mio limite e di questo mi scuso con voi… la presunzione del neofita mi aveva portato ad abbracciare una causa tanto impossibile quanto affascinante… ricercare la verità nell’ oscurità di pagine di storia mai scritte…

Probabilmente ho fallito ma non mi pento…

…siam fatti così…

 Vincenzo Maria de Luca. ricercatore storico.


364 – La Voce del Popolo 25/07/13 - Restituzione dei beni: la Chiesa non demorde

ZAGABRIA | La Chiesa cattolica confida in una soluzione equa per il problema legato alla restituzione dei beni confiscati dal regime comunista jugoslavo. I rappresentanti della Conferenza episcopale croata (HBK) in seno alla Commissione mista Stato-Chiesa per la restituzione dei beni hanno rilevato la necessità di stabilire le linee guida prioritarie al fine di agevolare la chiusura dei problemi aperti, connessi alla tematica trattata dall’organo bilaterale.


Incontri a scadenze regolari

All’incontro hanno preso parte il cardinale Josip Bozanić, arcivescovo di Zagabria e responsabile della Commissione episcopale per i rapporti con lo Stato, il vicepresidente della Commissione mista Stato-Chiesa, mons. Fabijan Svalina, il segretario generale della HBK, mons. Enco Rodinis, mons. Ivan Hren, il reverendo, Ivica Žuljević, il rappresentante degli ordini religiosi, padre Kristijan Dragan Rajič, Zvjezdana Znidarčić e Nikola Matijević. Nel corso dell’incontro è stato analizzato il lavoro svolto fino ad ora e abbozzato un elenco dei possibili temi da affrontare in futuro in seno alla Commissione mista.

Aeroporti e parchi nazionali

Il patrimonio immobiliare sottratto alla Chiesa cattolica in Croazia è enorme. Stando ad alcune stime circa il 10 p.c. di tutte le terre coltivabili dovrebbe essere reintestato alle varie parrocchie. Inoltre, solo a Zagabria alla Chiesa dovrebbero essere restituiti o risarciti circa un migliaio di appartamenti, per non parlare del fatto che alla Chiesa sono stati espropriati pure buona parte dei terreni sui quali sorge la parte moderna di Zagabria (Novi Zagreb). Un’area nella quale oggi vivono centinaia di migliaia di persone.

Esempi analoghi si potrebbero fare per la maggior parte delle località in Croazia, parchi nazionali e aeroporti compresi. Difatti, pare che la pista dell’aeroporto di Zara e circa due terzi del Parco nazionale dell’isola dalmata di Meleda (Mljet) sorgano su terreni espropriati alla Chiesa cattolica.

 
365 - Il Piccolo 25/07/13 «Dalmati fannulloni» Le guide di Spalato nell'occhio del ciclone

Affermazioni choc denunciate da “Slobodna Dalmacija” «Durante un tour è stato anche detto che qui odiano i gay»

di Andrea Marsanich

SPALATO I dalmati? Gente pigra e che odia gli omosessuali. Sono valutazioni che non arrivano dalle altre regioni della Croazia, e dove comunque non si è generalmente ben disposti verso il carattere degli abitanti di questa contea adriatica, ma che vengono pronunciate addirittura nel suo capoluogo, la quasi bimillenaria Spalato. A fare da spot all’incontrario nei riguardi dei dalmati sono talune guide turistiche o almeno è quanto sostiene il giornale locale Slobodna Dalmacija. Nei giorni scorsi, così il quotidiano, una nota giornalista radiofonica di Zagabria ha voluto visitare la città di Diocleziano, aggregandosi ad un gruppo di circa 15 turisti stranieri, guidato da un cicerone donna, che si esprimeva in perfetto inglese. La giornalista e gli altri villeggianti hanno attraversato il Peristilio e il Vestibolo, ammirando le bellezze del nucleo storico spalatino. «Ad un certo punto la guida ha detto delle cose incredibili, davvero offensive nei riguardi della popolazione locale – così la zagabrese – si è permessa di affermare che i dalmati sono colpiti da pigrizia permanente e che per tale motivo l’imperatore romano Diocleziano, di origini dalmate, scelse proprio quest’area per costruirvi il suo palazzo, dove poter oziare in santa pace». Ha continuato la sua crociata affermando che «gli spalatini hanno criticato il nuovo aspetto delle Rive, ma mai hanno avuto da ridire sulla mancanza di lavoro perché, questa l’opinione della guida, sono degli incorreggibili fannulloni». La donna ha poi dichiarato che gli uomini a Spalato non indossano mai capi di colore rosa non volendo essere scambiati per omosessuali ed ha pure ricordato i disordini e le violenze avvenute un paio d’anni fa al Gay Pride spalatino. A quel punto la giornalista ha abbandonato per protesta il gruppo, rivolgendosi ai colleghi della Slobodna Dalmacija. Ad ammettere il problema è stato Leo Nikoli„, fino ad un paio di settimane fa presidente dell’associazione spalatina delle guide turistiche, il quale ha parlato di ciceroni abusivi, non registrati e probabilmente nemmeno residenti nel capoluogo dalmata. «Si tratta di concorrenza sleale, con guide che rovinano l’immagine della città e dei suoi abitanti. Sono persone che andrebbero sanzionate perché non dispongono della necessaria licenza e inoltre parlano male di noi, invece di soffermarsi sulle ricchezze storico–architettoniche di Spalato. Purtroppo finora le competenti autorità non hanno fatto nulla in questa direzione».

 

366 - L'Arena di Pola 23/07/13 

Vergarolla strage titoista

Il 18 agosto 1946 fu consumata l’atroce strage di Vergarolla.

Sul tema riportiamo un capitolo del libro di Lino Vivoda In Istria prima dell’esodo - Autobiografia di un esule da Pola, Edizioni Istria Europa, Imperia 2013.

Festa nautica

L’annuncio della riunione natatoria di Vergarolla (Vargarola in dialetto), località posta oltre la metà della parte sinistra della baia, guardando dalle rive, sotto Forte Musil, indetta per domenica 18 agosto nello specchio d’acqua antistante la sede sociale della Società Nautica Pietas Julia, della quale ricorreva il sessantennio della costituzione come fucina d’italianità sotto l’Austria, venne pubblicato dall’incaricato per le iscrizioni alle gare della Coppa Scarioni, Carlo Alessandrino, per parecchi giorni sul quotidiano locale italiano “L’Arena di Pola” come un implicito appello per la partecipazione in massa. La splendida giornata di sole aveva quindi favorito, sin dal primo mattino, l’afflusso di centinaia di bagnanti, che pranzavano all’aperto, secondo la tradizione estiva dei polesani dedicata completamente al mare, nella pineta alle spalle della spiaggia. Era stato istituito un servizio con una motobarca per agevolare dalla riva antistante l’ex palazzina dell’Ala Littoria, distrutta dalle bombe, al molo di Vergarolla.

C’era inoltre la comodità, a due passi, nella stradetta che congiungeva con Stoja, sotto un fresco pergolato, dell’ottima Trattoria da Calcich, cara a generazioni di buongustai polesani. Sulla spiaggia di Vergarolla giacevano accatastate ventotto mine marittime, residuato di guerra, con nove tonnellate di tritolo,  prive di detonatori ma non vuotate dell’esplosivo in esse contenuto. Il maresciallo della Marina Militare italiana Raiola, padre del noto giornalista Giulio, le aveva personalmente disinnescate asportando i detonatori. Tre squadre di artificieri, in successione, avevano operato il controllo secondo la procedura militare. Non sarebbero mai potute scoppiare senza detonatori. Nottetempo quel deposito di morte fu riattivato da emissari criminali giunti dalla Zona B, con l’inserimento di detonatori collegati ad un congegno a distanza per lo scoppio, le cui tracce nella cava vicina fece notare il prof. Giuseppe Nider, partigiano italiano già ufficiale del Regio Esercito, all’ufficiale inglese che l’accompagnava, subito dopo lo scoppio.

La carneficina avvenne poco dopo le due pomeridiane di quella assolata domenica d’agosto: la deflagrazione fu tremenda, con decine di morti e feriti scaraventati ovunque dalla spostamento d’aria e brandelli di carne umana che piombavano dappertutto in acqua. E sugli alberi. Fu come immergere un coltello rovente nelle carni vive della città, che fu scossa e profondamente colpita dal luttuoso evento.

Numerose le dichiarazioni di testimoni raccolte negli anni, principalmente su “L’Arena di Pola”, il giornale degli esuli polesani, sull’esplosione. Una testimone, Marina Rangan, esule polesana allora bambina, così ricorda quella triste giornata:

«In quel giorno si andò tutti in barchetta su un incredibile mare azzurro verso la spiaggia della Pietas Julia. Remava mio padre perché aveva deciso che si andava a fare il bagno proprio lì e non a Vergarolla con il barcone pieno di gente come avrebbe voluto mia madre.

Ricordo il dondolio dell’amaca stesa tra due pini dove mi preparavo a dormire, quando all’improvviso mi ritrovai per terra; attorno a me tutto era buio; piovevano terra e caligine, e sul mare c’era quello che mi sembrava un rotolo di fuoco; credevo che il sole fosse sceso giù a toccare l’acqua... Intorno a me la gente chiamava e correva da tutte le parti; poi qualcuno mi prese e mi portò via. Dicevano che era esploso il deposito di tritolo di Vergarolla.

Ritornammo in barchetta; il mare era scuro e i gabbiani, tantissimi, si precipitavano dal cielo stridendo e poi tornavano su dopo aver colpito l’acqua; avevano qualcosa in bocca. Poi mi dissero che erano anche carnivori.

Mio padre disse che era successo per via di tutte quelle manifestazioni per il plebiscito. Disse che era tutto “gnente” perché tanto De Gasperi il plebiscito non l’avrebbe mai chiesto per non compromettere gli accordi per l’Alto Adige e gli slavi avrebbero continuato a massacrarci, che tanto nessuno avrebbe mai mosso un dito per noi».

Un’altra testimonianza è quella di Claudio Bronzin [Vedi Claudio Bronzin, Bieco telo di ipotesi false per cercare di coprire le precise responsabilità della strage. Prove e testimonianze sull’eccidio di Vergarolla, in “L’Arena di Pola”, 18 novembre 1996]:

«Tempo fa, parlando con un parente rimasto a Pola, sono rimasto allibito nel sentire sostenere l’ipotesi dell’autoinnesco per calore delle mine esplose a Vergarolla. Siccome la mia famiglia è stata colpita in pieno dalla strage, desidero che la verità rimanga viva ed alla luce di tutti, evitando che si cerchi di coprirla con un bieco telo di ipotesi false, stupide, e degne di vergogna al solo fatto di volerle proporre. Ma veniamo al fatto. La domenica precedente (11 agosto 1946) quasi tutte le famiglie dei fratelli Bronzin sono andate al mare alla punta della pineta di Vergarolla ed io (avevo 11 anni) ricordo benissimo di aver giocato a cavalcioni sopra quei cilindri metallici che tutti sapevano essere degli oggetti, sì di origine militare, ma comunque inoffensivi e perciò lasciati tranquillamente sulla battigia dai militari alleati dei quali, fino a quel momento, avevamo una grande stima ed affetto (ci avevano liberato dall’occupazione titina ed erano l’ unica nostra difesa).

La domenica 18 agosto, dato che mio padre Bruno e mio zio Anci amavano sia lo sport che le manifestazioni di italianità di ogni genere, hanno riportato le loro famiglie al mare, sempre a Vergarolla, ma nel punto ove si svolgevano le gare di nuoto della coppa Scarioni. Nel luogo maledetto invece sono andate le due sorelle (mie zie) Francesca e Rosmunda, la loro zia Gina Venier e i nipoti Mario e Mirella che di cognome fanno Trani perché la Rosmunda era così maritata. Comunque erano vicini a noi, tanto che mia cugina Mirella (allora quattordicenne), venuta a trovarci, si è salvata. Dopo il pranzo, che era ovviamente al sacco, nell’intervallo delle gare di nuoto, con l’altra cuginetta Marisa, sono salito sul pontile di legno terminale dello specchio d’acqua di gara, quello in linea d’aria più vicino allo scoppio; mi sono seduto sul lato che guarda punta Vergarolla con le gambe a penzoloni verso l’acqua (questa posizione forse mi ha salvato dallo spostamento d’aria) e mi sono messo a pescare con una “tognetta”. Giudico che in quel momento potevo essere a circa 200 metri dal punto del successivo scoppio, ma forse meno.

Nel momento maledetto, ho sentito nitidamente una detonazione (tipo colpo di fucile), secca ed unica; questa mi ha fatto alzare lo sguardo verso la direzione della sua provenienza e, in quell’istante, ho visto innalzarsi una immensa colonna di fuoco che è durata qualche secondo prima di diventare fumo. L’immane e terrificante boato dell’esplosione è arrivato dopo l’innalzarsi della colonna di fuoco. Considerando la distanza e la velocità del suono (300 metri circa al secondo) ed il tempo per far salire il mio sguardo dall’acqua e guardare verso la provenienza della piccola detonazione, è certo che le mine sono saltate in aria dopo una frazione di secondo dalla citata prima detonazione. Questo è lo stesso spazio di tempo che ho sentito da militare quando, artigliere, andavo a fare chiusura poligono per far scoppiare gli ordigni inesplosi; nel caso gli artificieri mettevano una piccola carica (detonatore) addosso all’ordigno e nello scoppio i colpi, intervallati da una frazione di secondo, erano due.

Questa è la mia testimonianza diretta, che smentisce la teoria balorda dell’autoinnesco delle mine, che del resto avrebbe provocato un lungo, unico boato. E’ evidente che il tutto è avvenuto con l’innesco di un detonatore la cui capsula è stata probabilmente inserita in una di quelle dozzine di mine; le altre sono esplose per “simpatia” (termine usato dagli artificieri, ai quali ho chiesto un parere tecnico). Ovviamente il detonatore doveva essere comandato a distanza, con un collegamento elettrico tramite fili, e su questo seguirà la successiva testimonianza di mia zia Unda.

Quella tragica esperienza rimane incancellabile nella mia memoria. Mio padre Bruno, subito, nel fuggi fuggi generale, riuniti moglie (allora incinta di sei mesi), figlio, nipoti e cognata, li affidava urlando al fratello Anci e correndo entrava per primo nella pineta ancora in fiamme a cercare le sorelle e gli altri parenti. E ricordo ancora il suo ritorno, dopo un tempo interminabile, tutto sporco di sangue altrui (aveva aiutato a caricare feriti e morti nelle autoambulanze alleate accorse successivamente); urlando e piangendo per il dolore e la rabbia ci diceva di aver trovato, fra tronconi e pezzi di corpi umani anneriti e bruciati dal fuoco, solo la sorella Unda (Rosmunda) tutta straziata nel corpo ma viva. Degli altri niente.

Gli altri sono stati trovati successivamente: mia zia Francesca morta; la zia Gina, viva, è rimasta in coma per una ventina di giorni e dopo tre mesi è stata dimessa con decine di microschegge nella testa, schegge che si è portata dietro fino alla sua morte, avvenuta recentemente.

Detto quanto ha toccato la mia famiglia (e vibro ancora oggi per la commozione), voglio passare alla seconda testimonianza, quella indiretta, accennata all’inizio.

Mia zia Rosmunda Bronzin Trani, quella ferita e recuperata da mio padre (la citata Unda), anche se straziata nel corpo e nel viso, è sempre rimasta lucida; data la sua condizione (forse era l’unica rimasta viva e che poteva parlare), subito è stata interrogata dalla commissione  investigativa (lei diceva dagli inglesi e dai “bacoli neri”) [i membri della Polizia Civile, al servizio degli inglesi]. Questo è avvenuto sia all’Ospedale che dopo dimessa. Lei ha sempre e ripetutamente affermato, sia negli interrogatori che parlando con i fratelli (e questo lo ho sentito anch’io), che quella mattina del 18 agosto 1946 un uomo vestito bene, di grigio (quindi estraneo ai bagnanti, tutti ovviamente in costume), ha steso un “filo” attraverso la pineta; poi, tagliandolo con un coltello, lo ha aggiuntato in più punti. Preciso che questa è la classica operazione degli elettricisti che spellano il terminale del filo elettrico per poi aggiuntarlo. Quest’uomo, probabilmente dopo aver finito il collegamento della linea per l’attivazione a distanza del detonatore, è sparito. Poi lo scoppio. Questa testimonianza di mia zia, se non fatta sparire, è negli archivi dell’indagine sull’eccidio di Vergarolla. Lo chiamo eccidio perché si è trattato di un assassinio raccapricciante per il numero e l’età delle vittime (20 avevano meno di 10 anni).

Nel merito della testimonianza del signor Gino Salvador (vedi “Arena di Pola” del 19 ottobre 1996) dove parla di un uomo venuto dal mare su una barchetta di idrovolante, con pantaloni blu, non vi è alcuna discrepanza fra la sua dichiarazione e quella di mia zia che cita un uomo vestito di grigio. Un simile misfatto, a mio parere, non poteva essere fatto da un uomo solo, soprattutto se questo abitava a Brioni o a Fasana (testimonianza del sig. Sergio Marini, stesso articolo), località allora in Zona B, con sempre un confine nel mezzo. Certamente c’era un basista sul posto, di Stoia o dintorni, comunque di Pola, che sapeva dell’esistenza di quelle mine disattivate solo dei detonatori. Preciso che mia zia ha sempre  sostenuto che l’uomo vestito di grigio non le era una faccia nuova, e quindi poteva benissimo essere uno di Pola.

Con la speranza che questo possa servire a qualcosa, certamente a non farci prendere in giro da stupide deviazioni dalla verità, ringrazio per l’ospitalità nell’Arena».

Testimonianza di Elio Giorgi [lettera di Ezio Giorgi, Pola: Strage di Vergarolla, in “Il Piccolo”, Trieste, 18 agosto 2009]:

«Sono nato a Pola e il giorno del triste evento avevo da poco superato gli 11 anni. Allora abitavamo a Veruda poco lontano dal centro città. Era una giornata piena di sole quel 18 agosto 1946. Improvvisamente, erano circa le due del pomeriggio, un boato fortissimo fece tremare la terra e subito dopo vedemmo sollevarsi in cielo, nella direzione di Vergarolla, una colonna di fumo intenso e nero, che non finiva mai di salire. Gli adulti attorno a me capirono subito quanto successo e io ricordo ancora il modo concitato e di terrore mentre gridavano: “le mine… le mine!!”. In effetti l’esplosione fu intenzionalmente provocata innescando alcune mine, che in origine ostruivano il porto di Pola, e che gli Alleati recuperarono e portarono a terra depositandole a Vergarolla. Bisogna ricordare che quel giorno, in occasione dell’anniversario della Società Pietas Julia, c’era grande festa a Vergarolla e, chiaramente, la gente era accorsa in gran numero. Indubbiamente, in quegli anni difficili e tristi, una mente malata di ideologia aveva colto l’occasione per colpire, nel più gran numero possibile, gente inerme. Purtroppo, negli anni che seguirono, non si è mai scoperto quali fossero i mandanti e/o gli esecutori di quel crimine. Come d’altronde, non si è mai saputo esattamente quanti furono i morti. Si ritiene comunque non meno di 100 persone. Tra questi, quattro dei miei compagni di classe non ritornarono a scuola in quanto erano stati dilaniati nello scoppio. E qui ricordo con commozione, al rientro a scuola dopo la pausa estiva, che la nostra maestra elementare signora Devescovi pose su ciascun posto degli amici che non avremmo mai più rivisto un mazzo di fiori. Come bambino rimasi anche fortemente colpito dal fatto che furono trovati i resti soltanto di uno dei quattro periti. Resti ai quali, forse per pietà, diedero un nome. Gli altri tre compagni di scuola svanirono nel buco nero della violenza dell’uomo. Questo fatto fu determinante a far decidere ai miei genitori di lasciare la loro Terra. Infatti al 7 febbraio 1947 ci imbarcammo sul “Toscana”.

Ed infine una testimonianza, quella del polesano Gino Salvador, raccolta ad Adelaide in Australia il 1° settembre 2001, dall’istriano Mario Demetlica, appassionato cultore della storia istriana, per gli amici della Mailing List Histria, gruppo di discussione su internet. Il racconto di Salvador era stato pubblicato a sua firma, anni or sono, anche su “L’Arena di Pola”.

«Quell’uomo venuto dal mare. La strage di Vergarolla. Cari istriani e amici, molte volte richiesto da Mario Demetlica di raccontare la mia storia vissuta personalmente il giorno della strage di Vergarolla, posso dire che non ricordo su quale numero dell’“Arena di Pola” nel 1995 era stato già pubblicato un mio articolo sull’eccidio di Vergarolla. Il motivo che mi spinge a ritornare sulla strage di quelle vittime innocenti è l’aver letto sull’“Arena” del 31 agosto 1996 dello scritto su Vergarolla pubblicato sul “Messaggero Veneto” di Paolo Polverino, che riferisce di aver avuto dei contatti a Udine col sig. Sergio Marini, che a Vergarolla perse la sorella Liliana. Il sig. Marini riferì al giornalista che una decina di anni fa si recò a Pola a visitare la tomba della sorella e mentre era in raccoglimento presso la tomba una persona si avvicinò e gli disse: “Ma lei lo sa che quello che ha fatto scoppiare le mine di Vergarolla è ancora vivo? Abita a Fasana”.

Allora ricordai che sul mio articolo all’“Arena” avevo scritto che un tale a bordo d’una barchetta di idrovolante approdò alla banchina del cantiere navale E. Lonzar, sulla via Fisella, al mattino dopo le dieci del 18 agosto 1946. Avvicinatolo gli avevo detto che era proibito l’approdo, ma mi rispose che doveva recarsi nelle vicinanze e che non avrebbe tardato a prendere il largo. Gli chiesi da dove giungesse con quel mezzo acquatico e mi rispose dall’isola di Brioni. Era di statura media, colorito bruno, capelli neri ricciuti, vestiva pantaloni di tela blu.

Brioni e Fasana facevano parte della Zona B, controllata dagli jugoslavi. Comunque sin allo scoppio delle mine la barchetta d’idrovolante era ancora all’attracco per un bel po’ di tempo. Al mio rientro in cantiere non era più la ad attendere il suo proprietario. Il genocida aveva avuto tutto il tempo a sua disposizione per i preparativi per far brillare le mine e prendere il largo indisturbato. A distanza di mezzo secolo mi convinco sempre di più che quel tale possa essere l’esecutore materiale della strage di quegli innocenti vittime di un odio cieco. Mano assassina giunta dal mare, seguace di quelle ideologie “paradisiache” social-comuniste apportatrici di genocidi verso quella classe di esseri non allineati».

 Scoperto uno degli attentatori

Tre capitoli del libro di Lino Vivoda attengono la scoperta di uno degli attentatori, ovvero un agente dei servizi segreti jugoslavi suicidatosi poi per il rimorso.

 Gli autori della strage

Fin dal primo momento dopo la deflagrazione, l’opinione pubblica escluse lo scoppio accidentale del materiale esplosivo accatastato nella pineta di Vergarolla. La versione che accreditava la tesi di un possibile fortuito caso di autocombustione fu istintivamente scartata dalla popolazione che individuò subito movente e mandanti della strage. L’occasione offerta da una manifestazione promossa da una Società che richiamava alla memoria le lotte irredentistiche sostenute dai polesani sotto l’impero austro-ungarico per difendere il carattere italiano della città era quanto mai favorevole. La “Pietas Julia” era popolarissima in città: avrebbe raccolto spettatori e gitanti. L’affluenza che si prevedeva consentiva agli slavi di avere a portata di mano la possibilità di dare una lezione indimenticabile agli italiani, in modo da fiaccarne le velleità di resistenza alle tesi annessionistiche dei titini. Secondo i comandamenti di Tito.

In un fondo, Indagini sul disastro di Vergarolla, il quotidiano italiano di Pola così scriveva: «Da domenica – giornata che rimarrà come una delle più tristi nella storia di Pola, dopo il tremendo scoppio di Vergarolla, in cui decine e decine di nostri concittadini furono straziati nel corpo – il nostro popolo cerca di far luce sulle cause dell’immane tragedia che ha portato in città lutto e disperazione senza conforto», e proseguiva rilevando che: «Le mine di profondità poste a Vergarolla erano di costruzione tedesca e francese. Ora si sa che tali mine contengono tritolo, il quale scoppia solo con un detonatore apposito. S’è accertato che i detonatori erano stati tutti tolti da questi ordigni». Continuando poi coll’evidenziare che: «Stando così le cose, le mine non possono essere scoppiate da sole, senza l’intervento di alcuno» e, prospettando come ipotesi da scartare, «se si dovesse trattare di autocombustione, sarebbe ugualmente da meravigliarsi che lo scoppio sia avvenuto proprio di domenica, giorno delle gare per la “Coppa Scarioni”, mentre tante altre giornate precedenti erano state molto più calde (le mine poi erano esposte nella pineta!). Escludendo l’autocombustione, possiamo pensare ad un attentato». Concludeva il giornale: «La polizia sta indagando; noi indaghiamo almeno quanto la polizia... ed esigiamo che l’inchiesta sia portata a fondo con ogni scrupolo e non s’arresti a metà. I cittadini tutti hanno il sacrosanto diritto di conoscere chiaramente come mai tanto strazio sia stato causato e su chi eventualmente ricada l’orrenda colpa di averlo provocato».

Anche vari organismi cittadini elevarono la richiesta di fermezza nelle indagini con numerose mozioni di protesta intese ad ottenere l’identificazione e la punizione dei colpevoli e la salvaguardia della popolazione da ulteriori sciagure.

 La mia indagine

Fin dal primo momento dello scoppio, rimasi convinto si trattasse di un attentato. Dopo l’esodo incominciai a raccogliere indizi tra gli esuli ed anche tra le testimonianze pubblicate su “L’Arena di Pola” edita in esilio. Poi, più tardi, parecchi anni dopo l’esodo, durante i miei saltuari  ritorni a Pola, tra i rimasti, sebbene tutti reticenti causa la mentalità formatasi sotto il terrore accumulato durante la dittatura comunista di Tito, interrogai alcuni che mi fecero anche nomi di possibili componenti il gruppo degli attentatori.

In particolare dai dati da me raccolti appariva che:

- lo scoppio non poteva essere stato causato da un’autocombustione.

- I detonatori per l’esplosione erano stati levati dal capitano della Marina Militare italiana Raiola del Comando Marina di Venezia, chiamato all’uopo dagli inglesi per disinnescare quella trentina di mine marittime abbandonate sulla spiaggia di Vergarolla, il quale ebbe testualmente a dichiarare che solo l’innesto di altri detonatori avrebbe potuto causare l’esplosione. In merito al lavoro del gruppo di artificieri da lui guidato precisò: «Il lavoro si svolse in conformità ai regolamenti militari, dividendo il gruppo artificieri in tre squadre. La prima era incaricata di togliere le spolette di tutte le mine, la seconda controllava il lavoro eseguito dalla prima e la terza controllava il lavoro delle altre due. Con questo scrupoloso lavoro di disinnesco e controllo – continuò poi il capitano – era materialmente impossibile che avvenisse l’esplosione delle mine, perché il tritolo contenuto in queste mine sarebbe esploso solo con l’innesco di un detonatore».

- Il prof. Giuseppe (Bepi) Nider, esponente dell’organizzazione dei partigiani italiani di Pola, già ufficiale del Regio Esercito, recatosi sul posto subito dopo l’esplosione assieme ad un maggiore inglese riscontrò nella vicina cava, al di là della strada che costeggiava la pineta di Vergarolla, le tracce indicanti apparati per l’innesco (uguali a quelli che usavano nelle miniere dell’Arsa) di apparecchiature per il contatto che comandava a distanza lo scoppio di detonatori e le fece notare all’ufficiale inglese del Field Security Service.

- Varie testimonianze avevano visto aggirarsi un uomo vicino alle mine, la sig. Rosmunda Bronzin l’aveva visto addirittura con un lungo filo in mano.

- Il nipote Claudio Bronzin aveva sentito chiaramente i due scoppi (detonatore e tritolo).

- La Commissione inglese d’indagine su Vergarolla aveva escluso che potesse trattarsi di scoppio fortuito.

Poi alcuni amici mi fecero pervenire, scritti dal giornalista David Fištrović sul quotidiano croato di Pola “Glas Istre”, tre articoli con la traduzione. Gli articoli, scritti per il 53° anniversario dell’esplosione di Vergarolla, erano: 1) Zločin omogučen nemarom (crimine reso possibile dalla negligenza); 2) Smrt kao “prilog” proslavi (la morte come supplemento alla celebrazione); 3) Pula ne pamti sličan udes (Pola non ricorda una simile sorte).

Pur non sapendo il croato che poche parole imparate a Gallignana del dialetto slavo istriano “po našu” (alla nostra), capii subito che erano riportati e citati regolarmente numerosi pezzi su Vergarolla del mio libro L’esodo da Pola. Agonia e morte di una città italiana, comprese numerose foto, tra le quali quella del funerale di Sergio con tutti i familiari dietro il camion inglese con le quattro bare. Foto che ho visto più volte riportata sui libri croati, alcuni senza citare la fonte.

Ma mi colpì la chiusura finale dei tre articoli che così, tradottami, risultava: «Dunque l’eclisse provocata dall’esplosione nascose gli eventuali colpevoli tanto bene che sicuramente non si avrà la possibilità di trovarli. Forse qualche nuova luce verrà aperta sul caso in seguito alla ritrovata lettera d’addio scritta da un polese che si è suicidato e con la quale si scusa? si giustifica? per l’esplosione, ma sottolinea che tutto quello che ha fatto “lo ha fatto su ordine di Albona”. Il fatto che i resti dei detonatori sono gli stessi che venivano adoperati dai minatori e che ad Albona dove c’erano le miniere si trovava la sede principale dell’organizzazione polese titina forse potrebbe aiutare a risolvere il caso di Vergarolla, se qualcuno seriamente s’occupasse dell’indagine. Però siccome l’esplosione di Vergarolla non rientra nella categoria dei crimini di guerra, è scarsa la possibilità che venga nuovamente riaperta l’istruttoria».

Quindi da Albona, dove l’OZNA dalla Zona sotto gli jugoslavi controllava tutto quanto avveniva nella Pola sotto gli anglo-americani, come avevamo immaginato in molti.

Poi, durante una permanenza più lunga a Pola, cercai ed entrai in contatto con il giornalista del “Glas Istre”, autore, tra l’altro, di una serie di inchieste sui crimini commessi dai comunisti dopo la fine della guerra contro gli jugoslavi che si erano arresi agli inglesi in Austria e da questi consegnati ai partigiani di Tito. Mi raccontò anche della fine che avevano fatto un gruppo di giovani istriani che volevano fuggire in Italia e, presi con un tranello dall’OZNA, massacrati vicino a un cimitero nel centro dell’Istria. Mi disse poi che, secondo una sua ricerca, le vittime di Vergarolla risultavano 116 morti e 211 feriti, perché mi fece notare che nel mio libro avevo pubblicato solo i primi sessantaquattro nomi, pubblicati il giorno dopo lo scoppio. In realtà non erano compresi i corpi irriconoscibili, le quattro casse di resti di membra raccolte, alcuni morti deceduti dopo il ricovero e soprattutto persone della vicina Zona B venute a Pola per partecipare alla riunione.

David, che sapeva della mia attività di giornalista e di dirigente delle organizzazioni degli esuli, nonché di parente di una delle vittime di Vergarolla, mi mise al corrente quindi del suo segreto: sapeva il nome di uno degli attentatori di Vergarolla! E mi disse il nome: Ivan (Nini) Brljafa. In proposito mi confermò di aver visto personalmente il biglietto nel quale il personaggio in argomento, prima di suicidarsi, aveva lasciato scritta la confessione. La lettera era in possesso di una parente del suicida.

Mi consultai con alcuni amici e stabilimmo che avremmo comperato quel biglietto ove possibile. David s’informò e mi disse che la cosa era possibile. Gli avevano detto che sarei dovuto recarmi da solo in un luogo che mi sarebbe stato indicato successivamente.

A questo punto incominciai a pensare se valeva la pena rischiare. Il suicida in questione era uno dell’OZNA, per la quale aveva collaborato all’attentato. Mi ricordavo che l’ing. Onorato Mazzaroli, con un tranello chiamato dall’OZNA a Peroi per presentare un suo progetto di autonomia dell’Istria, era sparito senza lasciare più traccia, nonostante Rodolfo Manzin, col quale s’era confidato, l’avesse messo in guardia sconsigliandolo dal recarsi all’appuntamento. Non fidandomi dunque della gente con cui avrei dovuto trattare, rinunciai all’appuntamento per l’acquisto del biglietto. Valeva rischiare la vita?

Naturalmente incominciai ad indagare sull’attentatore suicida. Raccolsi un sacco di notizie sul suo conto:

- Ivan (Nini) Brljafa, era stato tra i primi membri del Partito Comunista Croato clandestino di Pola.

- Durante la seconda guerra mondiale agiva a Pola come  gappista in coppia con Livio Šain, ed insieme avevano effettuato l’attentato al Ristorante Bonavia, in via Smareglia, mensa di ufficiali tedeschi. Durante la reazione che ne era seguita, furono uccisi nelle adiacenze del Mercato coperto mio cugino Aldo Fosco, che trovandosi al vicino bar “Dal Moro” al momento dello scoppio era fuggito assieme agli altri avventori, e Francesco Almerigogna, raggiunti ed uccisi nei pressi del Mercato.

- Era stato membro del gruppo dell’OZNA che operava tra Fasana e Peroi (Tino Vitas, Mijo Pikunić, Nini Brljafa, Livio Šain).

- Nel 1963 aveva ricoperto una carica nell’amministrazione cittadina (presidente dell’Assemblea comunale), poi s’era suicidato, impiccandosi, lasciando in un biglietto la confessione del suo operato su comando dell’OZNA.

- Altre dicerie di rimasti a Pola, sebbene reticenti, mi convinsero che Brljafa era stato sicuramente un componente del gruppo che aveva effettuato l’attentato di Vergarolla. Non il solo, ma sicuramente uno del gruppo; mi erano stati fatti anche i nomi di altri presunti componenti.

Non aveva infatti scritto chiaramente nelle sue memorie Gilas, braccio destro del dittatore jugoslavo: «Fummo mandati da Tito io e Kardelj in Istria. Bisognava cacciare gli italiani in ogni modo. Così ci venne detto e così fu fatto»? Fu fatto chiaramente anche con la strage di Vergarolla, adoperando l’OZNA, la polizia segreta di Tito. Così denunciai apertamente l’OZNA come mandante dell’attentato di Vergarolla. Basandomi sulla confessione del Brljafa. Molto più tardi due giornalisti triestini avranno la conferma dagli archivi di Londra di un altro componente dell’OZNA implicato nell’attentato.

Ripercussioni

Non appena la notizia della mia denuncia si diffuse in città tra i miei amici fu un passa parola tra i numerosi bagnanti, era agosto, che come ogni estate raggiungevano ormai Pola per fare i bagni, ritrovandosi per la maggior parte a Stoja, vecchio stabilimento balneare cittadino: «Vivoda ha scoperto che nell’attentato di Vergarolla era implicata l’OZNA». Naturalmente tutti mi chiedevano di sapere di più, ma rispondevo che l’avrei fatto a tempo debito. Anche agli amici della redazione di Pola del quotidiano italiano di Fiume per l’Istria “La Voce del Popolo” risposi nello stesso modo.

Ritornai a casa a Imperia e ai primi di settembre mi giunse una telefonata dal settimanale illustrato “Globus” di Zagabria chiedendomi un’intervista. Alla mia risposta affermativa giunse due giorni dopo la giornalista Ines Sabalić con il fotografo Roberto Orlić che fungeva anche da interprete in quanto la giornalista non parlava bene l’italiano. L’intervista con numerose foto a colori, tra le quali molte dell’esodo da Pola ed una nello studio di casa mia, con in mano il giornale “L’Arena di Pola” con la foto della colonna di fumo dello scoppio di Vergarolla, venne pubblicata con grande evidenza, su cinque pagine, alcuni giorni dopo. Subito il quotidiano di Trieste “Il Piccolo” diede ampio risalto alla notizia, nella pagina speciale Istria, Litorale e Quarnaro, del giornale diffuso in Istria assieme alla “Voce del Popolo”, quotidiano in italiano di Fiume-Rijeka, annotando che era la prima volta che la stampa croata si occupava dell’attentato sulla spiaggia della città istriana.

Poi una mattina del successivo mese di ottobre, mentre ero seduto al bar di Piazza Foro guardando quelli che erano stati i luoghi della mia infanzia, mi giunse una telefonata dalla redazione del “Glas Istre”, il quotidiano croato di Pola, chiedendomi un’intervista. Risposi affermativamente e dopo poco giunse la giornalista Sandra Zrinić con il fotografo A. Tosicj. Mi fece una lunga intervista, durante la quale ribattei quanto, fattomi presente dalla Sandra, era stato scritto recentemente sul loro giornale di una donna che propugnava la tesi della fatalità e non dell’attentato. Tesi sempre sostenuta dai filoslavi per non ammettere la strage e contestata da me anche in una tavola rotonda su Vergarolla, nella Comunità degli Italiani di Pola, in un intervento assieme a Livio Dorigo e Bruno Flego (giornalista del filoslavo “Nostro Giornale” al tempo dell’amministrazione anglo-americana che sosteneva la possibile autocombustione o incidente).

L’intervista venne pubblicata su un’intera pagina del giornale con una mia foto, seduto al bar in piazza Foro, con alle spalle il tempio di Augusto.

Recentemente, molto più tardi, nel 2008, quindi quasi dieci anni dopo la mia denuncia, la mia tesi della strage fatta dall’OZNA è confermata da un’inchiesta sul “Piccolo” di due giornalisti del quotidiano triestino, Fabio Amodeo e Mario J. Cereghino, nel terzo volume di una storia sullo spionaggio a Trieste: Top secret. Trieste e il confine orientale tra guerra e dopoguerra, esaminando documenti degli archivi inglesi non più secretati, contenuti nelle carte del National Archives di Kew Gardens, vicino a Londra. Scrive Ugo Spirito, commentando il contenuto del libro nell’articolo «La strage di Pola organizzata dall’OZNA per causare l’esodo», che: [un] «documento afferma: fu un attentato pianificato e compiuto dall’OZNA, e tra gli esecutori materiali spunta il nome di un agente di tale organizzazione: Giuseppe Kovacich, trentenne ex membro della Marina Militare italiana, allora già noto allo spionaggio alleato come terrorista. Con nota del 18 dicembre 1946, archiviata “War Office 204/12765 Secret”, in relazione al sabotaggio di Vergarolla a Pola si segnala che uno dei sabotatori è Kovacich Giuseppe. La descrizione che ne viene fatta: alto, magro, capelli castani, naso aquilino, occhi blu, dovrebbe corrispondere a quella divulgata dagli alleati a Pola l’indomani dello scoppio relativa ad un individuo visto aggirarsi vicino le mine. Dai documenti risulta anche l’esistenza di una base dell’OZNA a Fasana, agli ordini di un certo “Timo”».

A proposito di chi fosse questo agente dell’OZNA, ecco quanto da me scritto nel libro L’esodo da Pola. Agonia e morte di una città italiana: «Nella tarda serata del due maggio millenovecentoquarantacinque fa il suo ingresso a Pola anche l’OZNA, la polizia segreta di Tito che sino ad allora ha svolto le sue luttuose trame da Peroi, borgo agricolo della campagna polese, sotto la guida di “Timo” Vitas Catich, ex ufficiale di complemento del Regio Esercito, originario di Gallignana. Installatosi nel palazzo di via Smareglia, dove in precedenza aveva avuto sede il Comando della Gestapo e delle SS, il capo dell’OZNA assieme al fratello Carlo avvolge la città in una cappa di terrore».

Si confermava così quanto i polesani avevano sospettato sin da quel triste 18 agosto 1946.

Ancora il 19 agosto del 2007, accanto alla cronaca della cerimonia in ricordo di Vergarolla, svolta ormai ogni anno dopo l’inaugurazione del cippo ricordo nel giardino accanto al Duomo, il giornalista del “Glas Istre” D. Lipljan, dopo la cronaca della cerimonia, in un breve trafiletto con accanto una mia foto mi fece una breve intervista (Ubolica nedužnih civila i dalje nepoznat), nella quale, richiamandosi a quanto da me detto nel 1999 al “Glas Istre”, mi chiedeva perché sino ad oggi non avessi ancora reso noto il nome del colpevole.

Questa la traduzione della chiusura della breve intervista:

«Lo farò quando scriverò le mie memorie istriane, ha concluso Vivoda». E quel tempo ora è arrivato.

Naturalmente tutta la mia attività non era passata inosservata ai croati. In un libro informatissimo di Duško Večerina, uscito nel 2001, che esamina dettagliatamente esponenti e giornali degli esuli (irredentisti italiani), ad esempio, mi vengono dedicate parecchie pagine come sindaco del Comune di Pola in Esilio (con foto tratta dall’intervista al “Globus”) ed altre alla politica espletata come direttore di “Istria Europa” in favore dell’autonomia dell’Istria (con foto della prima pagina di un numero del giornale).

Lino Vivoda

 Un dramma che l’Italia ignora

La tragedia di Vergarolla merita un richiamo su queste pagine sia per la sua efferatezza sia per i risvolti legati all’esodo facendo decidere molti polesani, incerti se partire, ad andarsene per sempre.

Ai lettori dell’“Arena” potrebbe interessare, inoltre, la mappa del luogo del tragico attentato che ho preparato sulla base alle testimonianze ed indicazioni di chi, allora giovane, era presente sul posto in quel lontano 1946 e che ho pubblicato nel terzo volume della collana di testimonianze Chiudere il cerchio con il sottotitolo L’immediato dopoguerra di cui, insieme al prof. Guido Rumici, sono curatore e dove il capitolo Vergarolla riporta tre testimonianze. Per la costruzione della mappa, oltre ai suggerimenti dell’inossidabile amico Lino Vivoda, mi sono basato sulle indicazioni di un polesano, residente a Pola, che ho intervistato ma che vuole mantenere la riservatezza: assisteva alle manifestazioni sportive dal moletto della Pietas Julia di fronte a quello di Vergarolla, quando udì un secco suono, come uno sparo, che fece arretrare le persone a ridosso delle mine e, viceversa, voltare quelle un po’ più distanti che si sporsero verso le bombe: pochi istanti e fu morte.

Per il posizionamento delle bombe, della piccola cava da dove, presumibilmente, partì l’innesco e delle strutture utilizzate fino a qualche mese prima dal personale civile e militare del GMA, mi sono venute utili le indicazioni di Angelo Tomasello che fino alla tarda primavera di quell’anno portava con altri ragazzi il cibo ivi preparato alle postazioni militari lungo il confine che chiudeva la città nell’enclave Alleata. Per scaldarsi dal clima ancora fresco di fine primavera andavano – mi racconta – ad appoggiarsi sul caldo metallo di quelle bombe – pensate un po’ – accatastate lì vicino! Ho inserito in mappa anche il percorso che un bragozzo fece diverse volte per trasportare 50-60 persone alla volta dalla città, anche se moltissime famiglie arrivarono sul luogo attraverso i sentieri del boschetto alle spalle della zona. Ho posizionato anche il “Toscana” che qualche mese più tardi farà i suoi tristi viaggi verso Venezia ed Ancona.

Olinto Mileta

 
367 - Il Piccolo 28/07/13 Trieste Libera s'inventa una finta dogana a Duino

 
Il “confine” istituito quasi all’altezza della Cartiera. Due gazebo per la raccolta di firme. La questura: «Hanno dato il preavviso. Il cartello? Una goliardata...»

 di Matteo Unterweger

“Confine con il Territorio libero di Trieste”. E poi: “Alt Italia posto di blocco a 100 metri”. Infine: “Controllo documenti e dogana”. Sono le scritte apparse ieri mattina nella zona di San Giovanni di Duino, nelle vicinanze della Cartiera Burgo, all’altezza dell’ex dazio. Chi nell’arco della giornata è passato da lì, le ha potute leggere su un tabellone, piazzato dal movimento Trieste Libera in abbinamento alla bandiera dell’Onu. Si tratta dell’ennesima iniziativa organizzata dai sostenitori del Tlt, a dieci giorni dalle note e vibranti proteste del 17 luglio scorso da parte di un’ottantina di simpatizzanti del movimento in Tribunale durante l’udienza presieduta dal giudice Massimo Tomassini, comportamento contro cui l’indomani si era scagliato verbalmente il presidente della sezione penale del Tribunale Filippo Gulotta e divenuto poi oggetto di attenzioni e accertamenti (con la richiesta dell’elenco degli iscritti e dello statuto del movimento) da parte della Procura di Trieste - con il pm Federico Frezza - e della Digos. Il cartellone, ieri, è stato sistemato vicino al bordo strada, più dietro invece i gazebo, le panche e i tavoli per la raccolta firme attivata e che proseguirà anche nella giornata odierna. Nessuna sorpresa per la questura (e quindi per la Digos), che ha fatto sapere tramite la propria portavoce come «fosse stato dato preavviso dell’iniziativa», spiegando anche come il tabellone sia stato considerato «una goliardata». Su un altro striscione srotolato ieri: “Benvenuti nel Territorio libero di Trieste”. E sotto i gazebo: t-shirt biancorosse sul tema, adesivi e altri gadget. Più, evidentemente, i moduli per la raccolta firme “per la discussione in ambito internazionale” (come specificato invece su una stampata verticale) sul Tlt. Trieste Libera, insomma, non si ferma: prosegue nella sua battaglia nel nome del Trattato di pace del 1947 e dei suoi contenuti. La scelta dell’ex dazio non è stata casuale: «Si tratta del vecchio confine del Tlt, zona che abbiamo scoperto non essere mai stata parcellizzata e rimasta terra di nessuno», spiega il vicepresidente del movimento Trieste Libera Alessandro Gomba› , già Alessandro Giombi, presentatosi alle elezioni amministrative del 2011 come candidato presidente della Provincia di Trieste con “La tua Trieste - Comitati di quartiere”, raccogliendo alla fine 1.866 voti cioè l’1,64% delle preferenze. Elezioni per un ente locale previsto dall’ordinamento giuridico di quell’Italia di cui Trieste Libera non riconosce la sovranità sul territorio triestino. «Raccogliamo le firme per inviare alle Nazioni Unite - fa il punto sulla due-giorni organizzata dal movimento ancora Gomba› - le richieste di nomina del governatore del Territorio libero di Trieste e di istituzione della commissione internazionale del Porto libero di Trieste, prevista dall’allegato VIII del Trattato di pace del 1947 all’articolo 21. Abbiamo predisposto per questa occasione anche uno speciale annullo, un nuovo timbro, per le carte d’identità del Tlt. L’iniziativa serve inoltre - conclude - a farci avere altra visibilità e a sensibilizzare le persone su questi temi».

 
368 - Corriere della Sera 26/07/13 Lettere a Sergio Romano - Ricordo di un dissidente guerra di Djilas contro Tito


Mi accingo a leggere La guerra rivoluzionaria jugoslava di Milovan Djilas, pubblicato dalla Libreria editrice goriziana. Il personaggio è piuttosto noto: fedele a Tito e ai principi del marxismoleninismo nella prima parte della vita e poi transitato nella schiera degli avversari. C’è un saggio di Isaac Deutscher intitolato Eretici e rinnegati che espone casi analoghi, mettendo in prima linea Ignazio Silone e Arthur Koestler e rivolgendo la preghiera a coloro che si accingono a cambiare bandiera abbandonando quella rossa di farlo senza svillaneggiare i vecchi alleati. I casi sono tanti e probabilmente, da una delle ultime lettere scritte da Gramsci, si potrebbe presumere un suo pentimento e un prossimo abbandono che la morte prematura ha impedito. Ammesso che di tutti i casi se ne voglia dare una univoca spiegazione, questa deve essere di carattere economico o rientra nella natura della volubilità umana?

 Antonio Fadda  

Caro Fadda, Nella maggior parte dei casi, soprattutto quando il dissidente prende posizione contro il partito o il sistema politico di cui aveva fatto parte, le ragioni sono intellettuali e morali, non venali. Sino all’inizio degli anni Cinquanta Djilas era stato un combattente e un «credente», con tratti d’intransigenza e durezza che lo rendevano, se mai, ancora più fedele al credo comunista dei suoi compagni. Il dubbio cominciò a torturarlo quando si accorse che i vincitori della guerra rivoluzionaria, fondatori della Jugoslavia comunista, stavano diventando una casta. Erano affamati di cariche, di privilegi, di sfarzose uniformi. Contemporaneamente i frequenti contatti con l’Urss gli rivelavano l’esistenza di un apparato sovietico cinico e brutale. Fu scandalizzato, in particolare, quando scoprì che il grande alleato stava creando in Jugoslavia una rete di spie e d’informatori reclutati fra insospettabili membri del partito come la guardia del corpo di Tito. Per un certo periodo Djilas trovò rifugio nella speranza che quella fosse una fase di passaggio, la necessaria transizione da un arcaico sistema capitalista a una moderna democrazia popolare. Per meglio combattere contro le proprie inquietudini e frustrazioni raddoppiò i suoi sforzi e il suo impegno politico. Ma nel momento in cui ogni illusione gli parve inutile, non esitò a rivelare i suoi sentimenti e la sua amarezza in una serie di articoli pubblicati su Borba, quotidiano della Lega dei comunisti. Nella sua prefazione all’autobiografia di Djilas (Se la memoria non m’inganna, Il Mulino 1987), Renato Mieli ricorda che quegli articoli provocarono una reazione di sconcerto nell’universo comunista e che qualcuno volle persino credere a una deliberata, oscura manovra di Tito. Ma il maresciallo capì di essere il principale bersaglio della campagna moralizzatrice lanciata da Djilas e dopo qualche inutile ammonimento lo fece processare ed espellere dal Comitato centrale del partito convocato in seduta plenaria. Seguirono, nel novembre 1956, dopo la rivoluzione ungherese, l’arresto e un processo in cui Djilas fu condannato a dieci anni di carcere. Uscì di prigione con una sorta di condono cinque anni dopo, ma vi tornò nel 1962, colpevole di avere pubblicato all’estero Conversazioni con Stalin, uno dei suoi libri più interessanti. Come vede, caro Fadda, le raccomandazioni di Isaac Deutscher non possono valere per Milovan Djilas. Come avrebbe potuto denunciare l’esistenza della nuova casta se non avesse preso di mira esplicitamente coloro che ne facevano parte?

 
Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/

http://www.arupinum.it