MAILING LIST HISTRIA - RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE
A CURA DI M.RITA COSLIANI, EUFEMIA G. BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI 
 
 
N. 883 – 11 Agosto 2013

                                   

Sommario

 

369 - Il Piccolo 01/08/13 I parlamentari si spaccano sulla chiusura dei consolati

370 - La Voce del Popolo 03/08/13 Consolati: tenere conto delle valenze storiche

371 - Il Piccolo 04/08/13 «No alla chiusura dei consolati di Capodistria e Spalato»

372 - La Voce del Popolo 06/08/13 Petizioni per salvare i Consolati

373 – La Voce del Popolo 09/08/13 - Salvo il Consolato di Capodistria (chb)

374 - L'Arena di Pola 23/07/13 Quale ulteriore passo verso l'auspicata riconciliazione? (Silvio Mazzaroli)

375 - CDM Arcipelago Adriatico 30/07/13 L’amore per la terra natale: Dalmazia ti chiami. (Lucio Toth)

376 – La Voce del Popolo  10/08/13 Tre nuove pubblicazioni per il CRS di Rovigno (Sandro Petruz)

377 - Il Piccolo 10/08/13 Quando Nazario Sauro faceva i “dispetti” all’armatore concorrente (Claudio Ernè)

378 - La Voce del Popolo  09/08/2013 – Abbazia, la vecchia dama della Vienna imperiale

379 - Il Piccolo 07/08/13 Quei fanti dimenticati del 97° Reggimento nella Grande guerra (Pietro Spirito)

380 - Il Piccolo 05/08/13 Trieste: Il Sigillo a Boris Pahor «Ma a Trieste la lingua slovena resta reclusa»

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

369 - Il Piccolo 01/08/13 I parlamentari si spaccano sulla chiusura dei consolati

I parlamentari si spaccano sulla chiusura dei consolati

Critiche alla scelta della Farnesina da Rosato e Fedriga: «Decisione sbagliata» Russo e il grillino Battista ridimensionano l’allarme: «Cambiamento necessario»

di Mauro Manzin

TRIESTE Tutti insieme, ma in ordine sparso. La notizia della chiusura dei consolati italiani a Capodistria (Slovenia) e a Spalato (Croazia) ha scosso il mondo politico della regione ma le risposte non sono univoche. Mentre la console di Capodistria Maria Cristina Antonelli precisa che la rappresentanza del capoluogo del Litorale resterà operativa fino all’estate del 2014 da Roma il senatore del Pd Francesco Russo cerca di smorzare i toni della polemica a ogni costo. «Siamo di fronte - spiega - di fronte a un ammodernamento necessario della presenza del Paese nel mondo e in Europa». Russo ricorda gli impegni del sottosegretario agli Esteri Marta Dassù in base ai quali l’impegno italiano verso Slovenia e Croazia sarà moltiplicato. «Ci sarà la nascita di un Gect (Gruppo europeo di cooperazione transfrontaliera) tra Trieste e Capodistria e quindi il Litorale sloveno diventerà un pezzo di territorio comune. Poi si sta pensando a una riforma dell’impegno italiano in Istria attraverso una nuova conformazione dell’Università popolare di Trieste e si vuole rilanciare l’Ince trasformandolo in un’Agenzia europea per i Balcani con sede proprio a Trieste». Cambiano quindi gli strumenti, si ammodernano «ma l’impegno sarà maggiore - conclude Russo - la Farnesina non smobilita ma si adegua ai tempi, del resto la Cortina di ferro non c’è più». Decisamente contrario alla chiusura invece il suo collega di partito alla Camera, Ettore Rosato. «Esprimo grande preoccupazione - spiega - perché non si tratta di semplici sedi italiane all’estero ma sono un punto di riferimento per la comunità degli italiani che vivono in loco e vanno quindi trattati in modo diverso dalle altre rappresentanze». Rosato ne ha discusso anche con il viceministro degli Esteri Lapo Pistelli. Sulla stessa linea di Rosato il deputato della Lega Massimiliano Fedriga. «Una decisione sbagliata - afferma - perché una cosa è ottimizzare i costi, un’altra chiudere una rappresentanza dove c’è una forte presenza di nostri connazionali». La Lega presenterà un’interrogazione al ministro degli Esteri Emma Bonino. Diametralmente opposta la posizione del senatore Lorenzo Battista del M5S. «Siamo in un’ottica europea e se la chiusura comporta una razionalizzazione delle attività e una diminuzione delle spese penso che non ci siano alternative». Battista non teme ripercussioni per la minoranza italiana in Istria e Dalmazia «perché - spiega - non credo che i nostri connazionali vengano tutelati dalla presenza di un consolato, ci sono rapporti governativi in merito e la tutela delle minoranze va collocata in ambito europeo e l’Italia è in ottimi rapporti con Slovenia e Croazia». Improntata alla realpolitk invece la posizione della deputata del Pdl Sandra Savino. «La situazione economica è molto critica - sostiene - per cui una contrazione delle spese è dovuta. Forse il tutto poteva avvenire - precisa - in una maniera un po’ più concordata». Come macigni, invece, le parole del deputato italiano al Parlamento di Lubiana Roberto Battelli. «Il consolato di Capodistria era ed è un punto di riferimento essenziale per quello che rimane degli italiani in Slovenia - sostiene - piuttosto che della chiusura andrebbe riformato ridisegnando ruolo e competenze per quanto riguarda le necessità specifiche di sostegno e salvaguardia della cultura italiana e del territorio e dell’istruzione e formazione a beneficio della comunità nazionale italiana». Appresa la notizia della chiusura del Consolato d'Italia a Capodistria «è prioritario che la presidente Serracchiani intervenga immediatamente su governo e ministero degli Esteri per evitare questa possibilità». Il consigliere regionale di Forza Italia Bruno Marini, anche a nome del collega Rodolfo Ziberna (Pdl), con una mozione d'ordine ha chiesto al termine del Question Time di ieri al Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia un intervento tempestivo della presidente della Regione.

 
370 - La Voce del Popolo 03/08/13 Consolati: tenere conto delle valenze storiche

Consolati: tenere conto delle valenze storiche

 
ROMA | L’Associazione nazionle Venezia Giulia Dalmazia interviene con una nota firmata dal presidente Antonio Ballarin sulla pianificata chiusura dei Consolati italiani di Capodistria e di Spalato. Un orientamento, si rileva, che si era palesato una prima volta nel 2006, suscitando già allora l’immediata e ferma reazione di questa Associazione e della Comunità Nazionale Italiana.

“Con motivazioni esclusivamente economiche, della cui consistenza desidereremmo avere maggiore conoscenza, la Farnesina giustifica la cessazione delle attività delle due rappresentanze diplomatiche del nostro Paese in quel territorio di antico insediamento storico, per la cui Comunità italiana hanno costituito e costituiscono un riferimento istituzionale di assoluto rilievo, che si carica anche di essenziali valenze storiche. La paventata chiusura rivela un’incredibile mancanza di sensibilità e il cedimento dell’Italia, delle sue amministrazioni, rispetto agli storici valori espressi dalla plurisecolare presenza italiana in Istria e in Dalmazia, e palesa la più spiacevole disattenzione nei confronti della nostra Comunità nazionale, che rappresenta nei territori oggi a sovranità slovena e croata la loro antica italianità”, sottolinea l’ANVGD.

 
Diritti fondamentali della CNI

 “L’avvenuto ingresso della Croazia nell’Unione Europea non garantisce in sé che tutti i diritti fondamentali della Comunità italiana siano da ora in avanti automaticamente assicurati, quando – essendo stati conquistati a prezzo di lunghe ed estenuanti battaglie di principio con le autorità di Zagabria – richiedono ancora oggi di essere perfezionate se non anche difese. Se è vero che il Consolato di Fiume opera a ranghi ridotti, non si comprende come tutte le attività consolari, di cooperazione economica, di relazioni istituzionali, possano convergere unicamente sull’Ambasciata a Zagabria. Il piano di chiusura sta piuttosto a comprovare – ancora una volta – lo storico disinteresse della politica estera italiana per un’area strategica del bacino mediterraneo, intensamente legata alla Penisola da millenarie affinità e relazioni e testa di ponte verso il mondo balcanico. Se il MAE dovesse dare corso alla chiusura delle sedi di Capodistria e di Spalato, la nostra Comunità nazionale si vedrebbe una volta di più abbandonata a se stessa nel disinteresse di una politica estera disonorevole, incompetente e certamente distratta nei confronti di istanze che durano nel tempo, a dispetto di tutti i tentativi di soffocare, prima con la violenza ed ora con la burocrazia, una realtà quanto mai viva e carica di prospettiva”, conclude il presidente nazionale dell’ANVGD, Antonio Ballarin.

 
Senato, indagine conoscitiva

 
Intanto la Commissione Affari Esteri del Senato ha accolto la proposta del presidente Pierferdinando Casini (Sc) di richiedere al presidente del Senato “l’autorizzazione a svolgere un’indagine conoscitiva sulla riorganizzazione della rete diplomatico-consolare e sull’adeguatezza e sull’utilizzo delle dotazioni organiche e di bilancio del ministero degli Affari esteri”, in linea quindi con quanto già deliberato dal Comitato per le Questioni degli Italiani all’estero.

 
Priorità di politica estera

 
“La riorganizzazione della rete diplomatico-consolare – ha sottolineato Casini – deve avere come obiettivo non solo la riduzione dei costi, pure necessaria, ma anche un utilizzo più efficiente e razionale delle risorse disponibili. Il processo di riorganizzazione deve strutturare la presenza italiana nel modo più coerente possibile ai nuovi scenari internazionali, allo sviluppo del Servizio europeo di azione esterna, alle priorità della politica estera e agli interessi economici del Paese”.

Il senatore del Pd eletto all’estero e presidente del Cgie, Claudio Micheloni, ha ricordato che “già nella precedente legislatura si è svolta un’indagine conoscitiva sullo stesso argomento. Le notizie di prossime chiusure degli uffici consolari hanno provocato una certa preoccupazione tra i nostri connazionali residenti nei Paesi interessati. Auspico – ha concluso – che la riduzione delle spese non si traduca in una semplice soppressione di sedi consolari”.

 
I consolati «migrano» in Oriente


Intanto sulla vicenda dell’annunciata chiusura, nell’arco di pochi mesi, di 14 sedi consolari si sofferma il Sole 24ore on line. Il giornale rileva che “uomini e risorse recuperati dall’operazione verranno impiegati sulle nuove frontiere dell’export dei Paesi emergenti, lì dove i tassi di crescita si avvicinano alle due cifre. Si prevede quindi l’apertura di un’ambasciata ad Asghabat, capitale del Turkmenistan e due consolati a Chongqing in Cina e ad Ho Chi Minh City in Vietnam”. Attualmente, evidenzia il Sole 24ore on line, “pur contando su un terzo dei diplomatici rispetto alla Francia, un quarto rispetto alla Gran Bretagna, la metà rispetto alla Germania, l’Italia è presente all’estero con 319 sedi tra ambasciate, consolati e istituti di cultura, una delle reti più estese del mondo. Una necessità imposta a chi, come l’Italia, vive sull’estero, dall’approvvigionamento di materie prime e di energia all’esportazione dei prodotti, passando per turismo e investimenti. Ma una rete così ampia, fanno rilevare alla Farnesina, sconta purtroppo due grandi criticità. La scarsità di risorse umane e la distribuzione delle sedi troppo concentrata in Europa e poco proiettata verso i mercati emergenti, gli unici che potranno consentire la ripresa dell’economia italiana. Se sul fronte delle risorse umane poco si può fare nel breve tempo, la seconda debolezza strutturale può essere corretta ‘riorientando’ la politica estera italiana, aprendo nuovi uffici nei Paesi dove gli investimenti risultano più fruttuosi. È il caso della Cina, ma anche del Turkmenistan o del Vietnam. Il nuovo Consolato Generale d’Italia a Chongqing avrà un bacino di utenza di duecento milioni di cinesi (venti volte la popolazione della Grecia, trenta volte quella della Svizzera). La nuova ambasciata ad Ashgabat curerà gli interessi delle aziende italiane sul ricco mercato energetico del Turkmenistan, mentre il Consolato di Ho Chi Minh City farà altrettanto per incrementare la cooperazione economica e commerciale tra Italia e Vietnam. A queste aperture altre ne seguiranno, in linea con gli interessi strategici del Sistema Paese. Questa fase di scouting ed espansione fatta a parità di risorse richiederà degli inevitabili sacrifici. Nascono da qui chiusure e accorpamenti di uffici consolari situati in aree di emigrazione tradizionale, sostituiti da strutture più agili e tecnologicamente avanzate, per garantire comunque i servizi ai nostri connazionali”.

 
371 - Il Piccolo 04/08/13 «No alla chiusura dei consolati di Capodistria e Spalato»

TRIESTE Non si palca la polemica innescata dalla decisone della farnesina di chiudere i consolati italiani a Capodistri ae Spalato nell’ambito di una complessiva riorganizzazione (e relativi risparmi) del sistema diplomatico italiano. L'on Tamara BlaĹžina ritiene quantomeno affrettata la decisione di chiudere i consolati di Capodistria e Spalato soppratutto se si tiene in considerazione l'importante presenza della minoranza italiana in Slovenia ed in Croazia. La funzione delle sedi diplomatiche in tali luoghi riveste infatti un ruolo particolare, così come il consolato sloveno a Trieste per la presenza della minoranza slovena. L’esponente del Pd boccia inoltre la proposta del presidente dell’Unione degli istriani Massimiliano Lacota di provvedere a una razionalizzazione delle sedi delle Comunità italiane in Istria. «Non stupisce per altro tale polemica - sostiene - lanciata da chi ha tentato per anni di rinfocolare i motivi di scontro tra le comunità qui presenti, privilegiando sempre le provocazioni al dialogo». I consiglieri regionali del Friuli Venezia Giulia Rodolfo Ziberna (Pdl) e Bruno Marini (Gruppo Misto-Forza Italia) hanno presentato una interpellanza alla presidente della Regione Debora Serracchiani per sollecitarla ad intervenire presso il ministro degli Esteri Emma Bonino per chiedere innanzitutto un rinvio di ogni provvedimento di chiusura al fine di consentire un esame approfondito e condiviso alla luce dei dati afferenti la movimentazione ulteriore che avrà luogo con l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea. «Sono consolati - scrive l’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata al ministro Bonino e alla presidente Serracchiani - che rappresentano un punto di riferimento insostituibile per i nostri connazionali in Slovenia e Croazia, unico caso di comunità autoctone fuori dai confini nazionali».

 
372 - La Voce del Popolo 06/08/13 Petizioni per salvare i Consolati

Petizioni per salvare i Consolati

 
FIUME | Se qualcuno pensava che la Comunità nazionale italiana e gli esuli giuliano-dalmati avrebbero assistito in silenzio e con le mani in mano alla chiusura dei Consolati italiani a Spalato e Capodistria si sbagliava di grosso.

  
La reazione dalmata

 
Immediatamente dopo aver appreso la notizia relativa alla possibile chiusura del Consolato italiano nella città di San Doimo (prevista per il 1.mo dicembre 2013), gli attivisti della Comunità degli Italiani di Spalato si sono “rimboccati le maniche”. Hanno promosso una petizione a sostegno del Consolato italiano e creato un gruppo Facebook per illustrare a tutte le persone interessate le ragioni della propria “battaglia”. Nell’arco di pochi giorni il gruppo Sosteniamo il Consolato italiano di Spalato (www.facebook.com/groups/1398383977045191/) ha raccolto oltre 230 adesioni.

 
Il presidente del sodalizio di via Baiamonti, Damiano Cosimo D’Ambra, nella lettera d’accompagnamento alla petizione ha sottolineato le gravi ripercussioni che la chiusura del Consolato avrebbe non solo per gli italiani e croati, residenti o di passaggio, non solo a Spalato, bensì in tutta la Dalmazia del centro-sud. “Le porte delle comunicazioni e degli interscambi culturali, socioeconomici esistenti e futuri, praticamente saranno chiuse per sempre. Pertanto il presidente della Comunità degli italiani di Spalato indice una petizione affinché la chiusura del Consolato non avvenga, data la sua posizione strategica, importante per la Croazia e l’Italia”, si legge nella nota di Damiano Cosimo D’Ambra.

 
La petizione può essere sottoscritta inviando per posta i propri dati personali (nome e cognome, numero di un documento d’identità, firma e data della compilazione del modulo) alla CI di Spalato (Via Bajamonti 4, 21000 Spalato – Croazia).

 
 La petizione on line

 
Un’iniziativa analoga è stata promossa anche sul sito Change.org, una piattaforma on-line gratuita di campagne sociali. La petizione in questione è rivolta direttamente al ministro italiano degli Affari esteri, Emma Bonino, allo scopo di evitare la chiusura non solo del Consolato italiano di Spalato, ma pure quella del Consolato generale d’Italia a Capodistria.

I promotori di questa iniziativa si sono premurati di porre in evidenza il fatto che la presenza italiana in Istria, Quarnero e Dalmazia ha radici storiche millenarie. “Ancora oggi queste terre sono in buona parte bilingui, abitate da una nutrita comunità di italiani a cui si aggiungono i tantissimi esuli nati in quelle regioni e costretti ad abbandonare le proprie case e a rifugiarsi in Italia in seguito al Trattato di Pace e al Memorandum di Londra del 1954, ma ancora legati alla propria terra d’origine.


I consolati italiani in Istria, Quarnero e Dalmazia rappresentano un punto di riferimento culturale e sociale importantissimo per la comunità italiana del posto, e un insopprimibile baluardo a difesa dell’identità italiana in terre già così colpite dai fatti storici.

 
Inoltre l’Italia esercita da sempre un importante ruolo culturale e commerciale nell’area balcanica e adriatica, reso possibile anche dalla presenza delle sedi consolari e delle comunità locali: i tagli di spesa non possono colpire realtà così importanti per i nostri connazionali, cruciali anche ai fini dell’interesse nazionale”, si legge nel messaggio che introduce la petizione. La petizione, sottoscrivibile on line all’indirizzo Internet www.change.org/it/petizioni/ministero-degli-affari-esteri-impedire-la-chiusura-dei-consolati-italiani-a-capodistria-e-a-spalato ha raccolto 268 adesioni (dato aggiornato al 5 agosto).

 
Un’opportunità per il futuro

 
Ma forse più del numero delle firme in questo caso contano le ragioni che hanno motivato i sottoscriventi ad aderire all’iniziativa lanciata su Change.org. Antonella Tudor Tomas di Spalato, ad esempio ha osservato che in seguito all’adesione della Croazia all’UE gli scambi commerciali tra le due sponde dell’Adriatico sono destinati a intensificarsi. “Il Consolato è importante sia per il passato, ma anche e soprattutto per il futuro”, ha chiarito Antonella Tudor Tomas. Mentre Carla Cace, nipote di esuli dalmati di Castel Fusano (Roma), ha rilevato l’imperativo morale di non cancellare la storia.

 
373 – La Voce del Popolo 09/08/13 - Salvo il Consolato di Capodistria

Salvo il Consolato di Capodistria

 
Il Consolato Generale d’Italia a Capodistria è salvo. A diffondere la notizia tra i connazionali sono i vertici dell’Unione Italiana a conclusione dell’audizione del viceministro degli Affari esteri, Marta Dassù, davanti alla Terza commissione permanente del Senato – Affari esteri e comunitari – incentrata appunto sul processo di riorganizzazione della rete diplomatico-consolare.

 
“La battaglia sembra avere avuto successo anche perché – ci dice il presidente dell’Unione Italiana, Furio Radin –, abbiamo avuto interlocutori molto sensibili sull’argomento. Siamo grati al ministro Emma Bonino, al viceministro Marta Dassù, e a tutti coloro che ci hanno aiutato. Penso qui – precisa - a tutti i politici e i diplomatici che hanno compreso il significato che per noi aveva questa battaglia. Ho avuto dal senatore Franceso Russo la notizia che il Consolato generale di Capodistria sarà mantenuto e rivolgo a lui un ringraziamento particolare che estendo anche a Ettore Rosato, che si è speso molto per ottenere questo risultato. Per noi – così ancora Radin – è molto gratificante aver mantenuto la sede di Capodistria. Si tratta di un Consolato generale importante simbolicamente per tutta la CNI e in particolare per i connazionali che risiedono in Slovenia”. Parole simili vengono pronunciate anche dal presidente della Giunta esecutiva dell’UI, Maurizio Tremul. “Mi sembra una notizia importante e molto positiva. La non chiusura del Consolato generale di Capodistria è un fatto significativo dal punto di vista istituzionale e politicamente è il segnale giusto che attendevamo da Roma. Un ringraziamento va pertanto rivolto alla Farnesina e ai senatori e deputati che con il loro lavoro hanno portato a questo risultato”, dice Tremul.

 E il Consolato di Spalato?

“Continueremo a chiedere il mantenimento della sede in Dalmazia, lo faremo – sottolinea Radin – per tutti i motivi che abbiamo elencato in queste settimane. Spalato – ricorda – è importante per i connazionali residenti in Dalmazia e per gli esuli dalmati che lo vedono come un punto di riferimento. In questo momento, però – conclude Radin – siamo felici per il risultato ottenuto a Capodistria”,

Sulla stessa lunghezza d’onda anche Maurizio Tremul, che assicura: “Per quanto riguarda il Consolato d’Italia a Spalato continueremo a lavorare, a insistere affinché sia mantenuto. Ma soprattutto – aggiunge – chiederemo anche che il Consolato generale d’Italia a Fiume sia messo nelle condizioni, dal punto di vista delle risorse umane, di poter rispondere al meglio alle richieste e alle necessità dei connazionali e del territorio sul quale opera”.

Ambasciate e consolati: istituzioni chiave delle rete diplomatica che costituisce un vero e proprio terminale degli interessi del Paese rappresentato nel mondo. Se poi questo ruolo viene calato sul territorio di residenza della CNI, il valore si moltiplica e non si limita a risponere alla crescente domanda di servizi, ma assume davvero i contorni di un’ amministrazione virtuosa in ottica di sistema, che produce una serie importante di servizi e risorse rivolte in primis ai connazionali, appartenenti all’unica comunità italiana autoctona all’estero, ma anche alle esigenze di una realtà imprenditoriale preziosa in un contesto di nuove dinamiche adriatiche e che primeggia in termini di interscambio. (chb)

 
374 - L'Arena di Pola 23/07/13 Quale ulteriore passo verso l'auspicata riconciliazione?


Il nostro 57° Raduno nazionale, svoltosi nella natale Pola, è ormai parte della storia del LCPE. È stato un suc­cesso, non solo per l'apprezzamento espresso da quanti vi hanno partecipato, bensì anche, e forse soprattutto, per cosa esso ha rappresentato circa la nostra volontà di “ritorno” e di “ricucitura” con i concittadini di ieri e, più in generale, con i connazionali dell'Istria di oggi. Sia a Pola che a Rovigno siamo stati accolti con calore e, sia pure con le preconcette e per questo scontate eccezioni, la condivisione del percorso di riconciliazione da noi avviato e volto a facilitare il dialogo ed il confronto tra le parti se­parate della nostra originaria comunità ha fatto registrare una sensibile crescita di consenso; ancora, e non certo privo di valore, nessun commento negativo alle nostre iniziative è pervenuto da parte croata. Da allora, peraltro, la Croazia è diventata, dal 1° luglio 2013, il 28° membro dell'Unione Europea. Non sta a me disquisire sui risvolti in fieri di questo tutt'altro che trascurabile passaggio; altri non mancheranno di far sentire la propria voce. Certo è che lo stesso appare potenzialmente idoneo a facilitare ulteriormente il cammino sin qui fatto e ad avviare una nuova stagione che, senza dimenticare il passato, ci pro­ietti in un futuro di civile convivenza.

A tale riguardo non sono mancati segnali incoraggianti tra i quali, ancor più che lo scambio di messaggi tra i Pre­sidenti italiano e croato in occasione delle celebrazioni per l'ingresso di Zagabria in Europa, evidenzio la recente presenza (6 luglio 2013) del Presidente Josipovic all'inau­gurazione della nuova sede della Comunità Italiana di Torre (indice di indubbia vitalità della minoranza autocto­na italiana), dove così si è espresso: «Non parlo bene la vostra lingua ma il mio vuole essere un atto di grande ri­spetto nei vostri confronti. L'Istria è un bellissimo esem­pio di convivenza plurietnica; con il “virus” dell'istrianità si dovrebbero “infettare” le altre regioni croate». Sarebbe stolto da parte nostra non cogliere, anche contribuendo a rafforzare nei fatti - quantomeno in Istria ed a partire dal­la nostra Pola - quanto da lui messo in luce.

Chi mi ha conosciuto negli anni del mio impegno asso­ciativo sa che sono un fautore dei “piccoli (purché con­creti) passi” ed un convinto assertore che il cambiamento per essere stabile va costruito, nel più ampio contesto delle iniziative istituzionali, cercando il coinvolgimento della gente comune e promuovendone il consenso. È in quest'ottica che negli ultimi anni ho organizzato i due per­corsi in omaggio alle vittime, in primo luogo italiane, degli opposti totalitarismi e nazionalismi del secolo scorso. Sono state tappe che hanno segnato un approccio nuovo e diverso nei confronti di problematiche, come quelle del­le foibe, che ci stanno particolarmente a cuore. Ritengo che il loro significato sia stato a questo punto sufficiente­mente compreso e non mi sembra, pertanto, sia più il ca­so di ripeterle.

Tuttavia non ci si può fermare e rifacendomi a quello che sarà il nostro prossimo tradizionale appuntamento in ricordo dell'eccidio di Vergarolla, mi permetto di suggeri­re quale potrebbe essere il prossimo passo da compiere.

A riguardo di detta tragedia molte cose sono sin qui emerse che lasciano ben pochi dubbi sul fatto che di cri­mine e non di incidente si sia trattato. Tuttavia, nulla è stato ufficialmente riconosciuto. Indotti dalla scomparsa degli allora protagonisti e dalle mutate relazioni italo-sla- ve, i tempi sembrerebbero quindi oggi maturi per affron­tare con la necessaria obiettività questo episodio che è stato determinante per il compiersi della nostra storia. Suggerisco, pertanto, che l'aspetto “politico” su cui incen­trare il nostro Raduno 2014, che si svolgerà ancora nella nostra amata Città, sia appunto un convegno, con il coin­volgimento di tutte le parti in causa, su detto delicato e scabroso tema. Peraltro, uno dei progetti in itinere per il prossimo anno riguarda proprio la pubblicazione da parte del LCPE di una raccolta di tutto quanto scritto sui giorna­li dell'epoca in merito alla tragedia di Vergarolla; la ricer­ca che dovrà essere esperita in tal senso potrebbe, nell'anno che abbiamo a disposizione, essere finalizzata a predisporci per detto incontro, da impostare a “civile confronto” e per il quale alla “controparte” dovrebbe es­sere ufficialmente rivolto l'invito a fare altrettanto. Il tem­po stringe!

 Silvio Mazzaroli

 
375 - CDM Arcipelago Adriatico 30/07/13 L’amore per la terra natale: Dalmazia ti chiami.

L’amore per la terra natale: Dalmazia ti chiami.

di Lucio Toth

L’amore per la terra natale è così forte che con gli anni scopre radici così profonde nel nostro Io e nella nostra memoria da vincere le barriere del tempo E’ la nostra terra, comunque e sempre. E per sempre. Chiunque la abiti oggi. 

Lo sanno i profughi armeni, i profughi greci, tedeschi, russi o di qualsiasi altro luogo il Novecento abbia devastato, con la violenza primitiva e inconsapevole della modernità o con quella voluta e perseguita da élite politiche convinte di rappresentare il bene comune dei loro popoli.

Perché l’amore per la terra dove si è nati, o vissuti nei primi anni, come ogni amore, tutto comprende, tutto perdona.

Perfino chi quella terra ci ha tolto. Anche perché con gli anni si impara che non sono i conterranei di altra lingua che te l’hanno strappata, ma ideologie astratte che come demoni si sono impossessate delle menti degli uomini, spingendoli ad odiarsi e perseguitarsi come nemici mortali.

L’amore tutto abbraccia, come il nostro mare con i suoi seni e le sue isole glabre o coperte di pinete. E piano piano ti fa crescere dentro un sentimento di empatia e di fratellanza, la consapevolezza di un destino comune, di cui occorre riappropriarsi per non perdere se stessi.

Come non è nell’oblio o nel frastuono di un mondo anonimo e senz’anima che salvi la tua identità, così non nell’odio che la coltivi e la rafforzi.

E l’amore per la terra natale, con chi ci vive e con chi ci hai vissuto per secoli - di cui porti il segno nel tuo sangue stesso - abbassa le montagne che separano lingue e culture, facendoti capire che anche la lingua dell’altro in qualche modo è tua e fa parte del tuo essere di oggi, come lo sarà la tua lingua per i tuoi conterranei di domani, a dispetto di chi ha voluto cancellare ogni traccia della sua esistenza.

 Battaglia vana della menzogna contro la verità e la realtà delle cose. L’essenza di ogni realtà è fuori del tempo e per questo su ogni tempo trionfa, come un presente eterno che è il respiro del mondo.

Bisogna uscire dalla prigione dei nostri risentimenti, che ci fa sprofondare nell’abisso del passato, avvolti nel vortice delle contingenze, privandoci della più vera libertà dell’uomo, quella di sapere amare.  

 

376 – La Voce del Popolo  10/08/13 Tre nuove pubblicazioni per il CRS di Rovigno

Tre nuove pubblicazioni per il CRS di Rovigno

 
Il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno ha presentato ieri tre nuove pubblicazioni, il n.o. 20 delle “Ricerche Sociali”, il 63.esimo del bollettino informativo “La Ricerca” e il 24.esimo dei “Quaderni”. Ospiti le due vicepresidenti della Regione istriana, Viviana Benussi e Giuseppina Rajko, in quanto la Regione ha contribuito alla loro pubblicazione.


Il direttore del centro, Giovanni Radossi, ha evidenziato che grazie al contributo dell’Assessorato regionale per la CNI e gli altri gruppi etnici è stato possibile realizzare la stampa a colori dell’ultimo numero delle “Ricerche sociali”, che comprende i grafici dei risultati di un questionario realizzato dal ricercatore francese Simon Flambeaux. Questi ha intervistato circa 200 appartenenti alla CNI per valutare l’abilità linguistica e le realtà sociolinguistica della minoranza italiana in Croazia. “Avere il supporto della Regione Istriana è fondamentale in questi momenti di crisi finanziaria che mettono in seria difficoltà l’operato degli enti culturali”- ha sottolineato il direttore, che ha inoltre informato che a causa delle recenti modifiche dei regolamenti sui finanziamenti pubblici del Governo Italiano la presentazione e la stampa di queste ultime tre collane è stata posticipata rispetto al programma di lavoro del CRS. Alla loro realizzazione hanno contribuito 20 autori (da Italia, Croazia, Slovenia e Francia), dimostrando il ruolo di punto di riferimento internazionale che il CRS ha assunto sin dalla sua fondazione. Radossi ha spiegato infine come si possa effettivamente verificare se ci sia convivenza tra la maggioranza e le componenti minoritarie di un territorio: “La maggioranza deve essere orgogliosa dell’operato e delle richieste delle minoranze e valorizzare il loro apporto dato che ognuno merita quanto ha saputo donare”.


Quaderni», n.o 24

L’ultimo numero della collana “Quaderni”, a cura di Orietta Moscarda Oblak, è stato illustrato da Nicolò Sponza (la redattrice era assente per motivi di salute). Questi consiste in nove contributi. Il saggio “Esiste ancor sempre l’Europa centrale?”, dello storico zagabrese Drago Roksandić, si propone di spiegare i cambiamenti di prospettiva che si sono verificati nell’ultimo ventennio nella storiografia croata focalizzandoli nei loro contesti regionali; “La presa del potere in Istria e in Jugoslavia. Il ruolo dell’OZNA”, di Orietta Moscarda Oblak, illustra una serie di considerazioni generali sullo sviluppo del movimento di liberazione jugoslavo nei territori che costituirono la Federazione e in particolare nella Regione istriana, con riferimento al ruolo dell’Ozna, il servizio di sicurezza e di informazione che poi divenne polizia politica. Ivan Buttignon di Trieste firma “Lega Nazionale e Governo Militare Alleato. La lotta per l’egemonia culturale nella Venezia Giulia”, che rappresenta il sunto del lavoro di ricerca archivistica condotto principalmente negli archivi della Lega Nazionale e in quelli del Foreign Office, e mette in luce le contrapposizioni tra le organizzazioni filo-italiane, che vedono nella Lega il loro principale momento di amalgama, e il potere d’occupazione della Venezia Giulia incarnato dal Governo Militare Alleato.

Il saggio “Nuovi piani regolatori di «città italiane» dell’Adriatico orientale (1922-1943) (Parte prima)”, di Ferruccio Canali, verte sui cambiamenti urbani di Zara. “Organizzazione del regime fascista nella Provincia del Carnaro (1934-1936)”, del ricercatore del CRS, William Klinger, racconta dei cambiamenti dovuti al veto imposto da Mussolini al cumulo delle cariche e degli incarichi pubblici; Pietro Zovatto traccia un profilo biografico e illustra la personalità sacerdotale di mons. Antonio Dessanti (1921-2012). Valentina Petaros Jeromela firma “Messaggeri (corrieri) militari postali in Istria (1940-48)” che ripercorre le vicende belliche del territorio istriano attraverso le comunicazioni di terra nella II Guerra mondiale. Paola Delton racconta le memorie della prigionia di Erminio Vojvoda (1944-1945), di Dignano, che dovette affrontare il dramma della deportazione. Infine il contributo “Parenzo tra la ‘Serenissima’ e la ‘Superba’. Le reliquie dei santi Mauro ed Eleuterio: memoria storica sulla loro restituzione”, di Giovanni Radossi, che affronta la restituzione delle reliquie dei santi Mauro ed Eleuterio (1934)alla basilica Eufrasiana di Parenzo.


«La Ricerca», n.o. 63

Il nuovo numero del bollettino informativo “La Ricerca” è stato anch’esso presentato da Nicolò Sponza, redattore responsabile e autore dell’editoriale “Come superare i ‘confini’ Alto Adriatici”. Il redattore s’interroga sul fatto se siano sufficienti l’abolizione dei confini con l’entrata della Croazia nell’Unione Europea affinché si affronti il passato in modo pacato. Si continua con il saggio “Il laco de Sirsi presso Dignano nel 1912: un tentativo di manutenzione dello stagno”, della ricercatrice del CRS Paola Delton. Il saggio “Eravamo in minoranza”, del giornalista e redattore de “La Voce del Popolo” Dario Saftich, mette in evidenza uno dei punti nevralgici dello scontro tra gli autonomisti, che raccoglieva i membri della classe maggiore-nobili, gli italiani e una parte dell’élite slava, e i seguaci dell’idea nazionale croata nella Dalmazia di fine Ottocento, ossia il controllo del sistema scolastico. In “Momenti di edonismo del passato nei ricordi in istrioto vallese di Giovanni Obrovaz”, a cura del docente Sandro Cergna, fa conoscere un breve racconto intitolato “All’Osteria dela Momoda” dove sono descritte le “notolade” che i giovani vallesi trascorrevano in osteria. Questo saggio rappresenta un assaggio del futuro dizionario del dialetto vallese in realizzazione presso il CRS. Infine,

“Una ‘conta’ da superare: cause del decremento degli italiani nel censimento del 2011”, è l’analisi di Ezio Giuricin sui numeri del censimento, dove sono indicate le possibili cause della flessione numerica degli italiani.

«Ricerche sociali», n.o. 20

Silvano Zilli, redattore della collana “Ricerche sociali”, ha ricordato che nel 1985 presso il CRS è stata costituita la prima sezione di ricerche sociali e il primo numero della collana, che risale al 1989. I numeri finora pubblicati contano 90 lavori scientifici originali di 50 autori. I temi affrontati sono di carattere socio-politico, economico e culturale e riguardano sempre la CNI e il suo insediamento storico, per un totale di 2.583 pagine. Zilli ha spiegato che grazie ai finanziamenti della Regione è stato possibile tradurre dal francese il saggio “La politica linguistica della Croazia nei confronti della minoranza nazionale italiana”, di Simon Flambeaux, e di stampare a colori i numerosi grafici che fanno parte di questa ricerca, realizzata attraverso un questionario di oltre 100 domande, compilato da 118 alunni e 78 adulti della CNI, al fine di valutare la realtà sociolinguistica della lingua italiana in Croazia. Dall’indagine sul campo l’autore deduce che la situazione della lingua italiana della minoranza nazionale in Croazia non è in pericolo; nella ricerca sono anche formulate proposte per il rafforzamento della vitalità della lingua italiana.

In “Zara, più delle bombe poterono le mine e la ricostruzione”, l’autore Dario Saftich sostiene che il capoluogo dalmata ha vissuto una metamorfosi completa nel secondo dopoguerra, con uno sconvolgimento irrimediabile per il paesaggio urbano e il quadro demografico. Vi sono ormai anche fonti della maggioranza che rilevano come a “stravolgere” il centro urbano non furono solamente i bombardamenti alleati, ma una commistione tra velleità di edificazione di un mondo nuovo, socialista, e spinte nazionali “purificatrici”. Interessante il lavoro di ricerca di Edita Paulišić e Igor Dobrača, “Abitudini, atteggiamenti e modi d’utilizzo di Internet tra gli alunni della Scuola Elementare Italiana ‘Bernardo Benussi’ di Rovigno”, che affronta il tema della sicurezza in Internet. Gli autori analizzano le risposte date da 76 alunni della SEI rovignese a un questionario di 47 domande.
Francesco Cianci chiude il 20.esimo numero con “La promozione e la tutela dei diritti delle minoranze nell’insegnamento della dottrina sociale della Chiesa”, che presenta e analizza la delicata questione della tutela dei diritti delle minoranze alla luce del pensiero della dottrina sociale della Chiesa. L’autore sostiene che l’applicazione dei principi avvalorati dalla Chiesa a favore dei popoli, e quindi delle minoranze, si pone come fine ultimo l’instaurazione di un ordine globale pacifico che trova nella fratellanza universale il cuore dello stesso messaggio evangelico. Tutte e tre le pubblicazioni saranno disponibili al pubblico dai primi giorni di settembre.

Sandro Petruz

 
377 - Il Piccolo 10/08/13 Quando Nazario Sauro faceva i “dispetti” all’armatore concorrente

Celebrazioni

 Storia  - la ricorrenza


Già quando era capitano di un vaporetto di linea il futuro volontario irredentista fu protagonista di una serie di liti con il più diretto concorrente

 Sessanta azioni di guerra prima della cattura Nei 14 mesi in cui indossò la divisa della Regia Marina, Nazario Sauro partecipò a una sessantina di azioni di guerra. Catturato sul sommergibile Pullino fu impiccato per tradimento il 10 agosto 1916. In occasione del 97.o anniversario oggi, alle 9.30, nel piazzale Marinai d’Italia della Stazione Marittima, alzabandiera a cura dell’Associazioni nazionale Marinai d’Italia. Alle 10.30, commemorazine nel Parco della Rimembranza. Alle 17.30, messa nella Chiesa del Rosario con un ricordo a cura di Ranieri Ponis. Alle 19 cerimonia al monumento. Il Comune sarà presente con il vicesindaco Fabiana Martini.

 
di Claudio Ernè

  Irredentista, comandante di piroscafi, volontario a bordo di numerose unità della nostra Marina durante le prime fasi della Grande guerra, martire per l’Italia. Ma anche traditore dello Stato di cui era suddito e per questo - dopo la cattura seguita all’incaglio del sommergibile Pullino - impiccato a Pola il 10 agosto di 97 anni fa dal boia fatto arrivare da Vienna. La figura di Nazario Sauro, di cui oggi si ricorda a Trieste il sacrifico, è “ingessata” tra queste opposte valutazioni. Bianco e nero o meglio tricolore o aquila bicipite, come se tutta la sua vita, ogni sfumatura del suo carattere e del suo agire possa essere racchiusa in una formula inossidabile. Invece non è così. Giovanni Quarantotto, padre dello scrittore capodistriano Pierantonio Quarantotti Gambini, rompe questo sarcofago in un opuscolo stampato a Trieste nel 1931 dallo “Stabilimento tipografico mutilati”. Sulla copertina color mattone si legge “Episodi prebellici della vita di Nazario Sauro, da documenti inediti”.

  L’attenzione dell’autore si concentra su due movimentati episodi accaduti entrambi all’imboccatura del porto di Capodistria. Episodi sfociati in altrettante inchieste, una delle quali conclusasi con la condanna di Nazario Sauro a 14 giorni di arresto congiunti a un giorno di digiuno totale. Va aggiunto che la sentenza fu pronunciata “In nome di sua Maestà l’Imperatore” da un magistrato del Giudizio Distrettuale di Capodistria il 10 ottobre 1911. Ma andiamo con ordine. Entrambe le inchieste erano collegate alla forte contrapposizione creatasi tra due società di navigazione i cui vaporetti collegavano Capodistria a Trieste. Ecco come Giovanni Quarantotto mette a fuoco la situazione. «Prima della guerra le comunicazioni per mare tra Capodistria e Trieste furono sempre gestite da una società che aveva sede a Capodistria e si giovava di capitale soprattutto capodistriano. Era un’industria che viveva di vita tranquilla e sicura e che faceva ottimi affari, assicurando lauti dividendi ai propri azionisti». «Nel 1911 - mentre Nazario Sauro era capitano d’uno dei tre o quattro piroscafi di questa società e precisamente del San Giusto - avvenne che un altro gruppo armatoriale, con alla testa Virgilio Cosulich, uomo abile e intraprendente, ideò una nuova linea a vapore tra Capodistria e Trieste, Linea che fu affidata a un piroscafo di nuova costruzione, comodo e veloce, in grado di competere vittorioasamente con i battelli della vecchia società capodistriana.

 Fu fondata a tale scopo la società “La veloce” e fu fatto costruire in Inghilterra un piroscafo celerissimo che per impressionare il pubblico fu battezzato Lampo». La presenza sul mercato di questa nuova nave, innescò - scrive Quarantotto - «una lotta al coltello». Sauro ne fu uno dei protagonisti, anzi il «campione e vindice della causa capodistriana, con la sua solita generosa impulsività». La mattina dell’8 agosto 1911, mentre il Lampo stava per entrare nel porto della cittadina istriana, Sauro rinviò a bella posta di alcuni minuti la partenza del San Giusto, il suo battello, così da ostacolare pericolosamente la manovra del Lampo obbligandolo a fermarsi all’imboccatura del porto. Ciò fu causa di non poco dispetto e di apprensione. «Era uno dei quei tiri birboni - si legge sull’opuscolo - in cui tanto si compiaceva nel suo animo sempre un po’ infantile; ma era anche una grave infrazione al Codice marittimo». Fu aperta un’inchiesta, furono sentiti numerosi testimoni, tra cui il comandante del Lampo Giacomo Ferrari. Nazario Sauro si difese affermando di non essersi accorto di essere partito in ritardo. «Potrebbe darsi che il mio orologio differisca di qualche minuto». L’inchiesta finì nel nulla e Quarantotto esprime velatamente il suo disagio per questa soluzione: «Quantunque tutto stesse a dimostrare che Sauro non era proprio dalla parte della ragione, nulla fu intrapreso contro di lui, sia per l’abilità della sua difesa, sia per la mancanza di una prova indiscutibile della sua colpa».

  Il secondo episodio della guerra al coltello tra le due società armatrici, quello sfociato in condanna penale di Sauro, porta la data 9 agosto 1911. Erano passate appena 24 ore dalla partenza ritardata e così ne riferisce un comunicato pubblicato sull’edizione del “Piccolo” dell’11 agosto. «Il signor Nazario Sauro, al comando del piroscafo San Giusto, allora arrivato nel porto di Capodistria, insolentiva senza ragione alcuna, brutalmente, i passeggeri del piroscafo Lampo, Mario Mioni, Remigio Fragiacomo, Raimondo Sferco, Giuseppe Luin, Giovanni Visentini, Giuseppe Boccini». Sauro replica il giorno successivo, il 12 agosto, sempre sulle pagine del “Piccolo”: «Dichiaro di non conoscere questi signori e ritengo di non aver insolentito brutalmente nessuno col dire in generale che sono senza carattere nazionale quei passeggeri del Lampo i quali, conoscendo la fonte dei capitali occorsi per costruire quel piroscafo e viaggiando sul medesimo, favoriscono un’azienda i cui maggiori redditi vanno a impinguare i nostri acerrimi nemici nazionali e offendono così la propria dignità e il sentimento nazionale di tutta la regione. Pronto a dare verbalmente maggiori chiarimenti». Il processo istruito a tempo di record, senza che nessuno se ne fosse lamento, fa chiarezza sugli insulti lanciati dal ponte di comando del San Giusto in direzione dei passeggeri dell’altra nave. Erano volate parole come «assassino», «birbante», «mascalzone». Non erano mancate invettive contro il Governo di Vienna, «che vi protegge».

  Inevitabile il richiamo razzista, attraverso il quale, secondo gli atti, Nazario Sauro attribuì responsabilità non meglio definite a quei «porchi de s’ciavi». La condanna arriva, inevitabile e il giudice Cociancich, nelle motivazioni della sentenza, cita il fatto che per analoghe accuse Sauro era già stato condannato in precedenza a 25 corone di multa. Dunque nessuna conversione dei 14 giorni d’arresto in pena pecuniaria. «Si ebbe pure riguardo al fatto, che la durata dell’arresto, determinata per legge potrebbe condurre sconcerti nei mezzi di guadagno del colpevole e della sua famiglia». Il ricorso in appello fu firmato dall’avvocato capodistriano Felice Bennati, deputato a Vienna. Nel 1920 sarebbe stato nominato senatore del Regno per meriti patriottici. Il processo conferma la colpevolezza ma la pena viene mitigata e i 14 giorni da passare in cella vengono ridotti a dieci. «Egli entrò in carcere mordendo il freno e persuaso in cuor suo di essere dalla parte della ragione, perché di null’altro colpevole che di aver, nel trascendere contro il comandante e i passeggeri del Lampo, obbedito all’imperativo categorico della sua coscienza di cittadino e di patriota». Pochi giorni più tardi chiese e ottenne che la società armatrice gli rifondesse le spese sostenute per la pubblicazione nel 1911 del comunicato sul “Piccolo” in cui aveva inutilmente confutato le accuse dei passeggeri del Lampo. Aveva speso 36 corone. 

 
378 - La Voce del Popolo  09/08/2013 – Abbazia, la vecchia dama della Vienna imperiale

http://www.bellacroazia.it/abbazia-la-vecchia-dama/


Abbazia (Opatija) deve il suo nome all’abbazia benedettina di San Giacomo de Preluca, precedentemente San Giacomo al Palo in onore all’apostolo il cui cadavere martirizzato sarebbe approdato a Palos da dove Colombo partì per scoprire l’America.

L’area era abitata, però, fin dall’antichità quando vi si insediarono i Liburni (IX secolo a.C.), popolo di abili navigatori e costruttori di navi veloci, che raggiungevano le coste dell’Africa settentrionale e l’Asia Minore. Veneravano soprattutto divinità femminili tra cui Anzotika, Ika, Irija e Sentona. Non vi fu un grande sviluppo fino alla costruzione dell’abbazia benedettina, da cui prende il nome, e il passaggio del territorio in mano agli Asburgo.

Come la conosciamo oggi, non sarebbe che un piccolo paese sul mare se nel lontano 1844 un patrizio fiumano, Iginio Scarpa, non avesse deciso di farsi una casa di villeggiatura in quello che all’epoca era niente più di un borgo di pescatori, con una trentina di case attorno all’Abbazia di San Giacomo. Era il 1844 quando la residenza estiva di Scarpa, a cui diede il nome dell’amata consorte, Angiolina, venne completata, ma quella casa immersa nel verde cambiò per sempre la storia di Abbazia.

In poco tempo, però, considerato il “rating sociale” di Iginio Scarpa, la residenza divenne un centro importantissimo della vita sociale, e non soltanto di Fiume. All’inizio degli anni ’50 del XIX secolo arrivò in visita il bano croato, Josip Jelačić, accompagnato dalla moglie Sofia. Nel 1859 giunse a Villa Angiolina il primo membro della famiglia imperiale, l’arciduca Ferdinando, e poco più tardi anche l’imperatrice Maria Anna, consorte di Ferdinando I, la quale rimase nella residenza per tutta l’estate del 1860. Da quel momento, Abbazia divenne il salotto sul mare della Vienna imperiale.

Friedrich Julius Schüller, direttore della Società viennese delle ferrovie meridionali, fece arrivare la ferrovia da Pivka (San Pietro del Carso) a Mattuglie, a ridosso di Abbazia, e a Fiume. Era il 1873. A quel punto bisognava far diventare Abbazia una località attraente. Infatti, il 27 marzo 1884 venne inaugurato l’albergo “Kvarner” (“Quarnero“), e l’anno dopo il “Kronprinzessin Stephanie” (oggi “Imperial”), seguiti poi dall’hotel “Palace”, da “Villa Amalia” e da tutta una serie di piccoli e grandi alberghi, pensioni, residenze estive, ville, padiglioni, stabilimenti balneari.

Furono sistemati anche il lungomare e il sentiero attraverso il bosco. Insomma, Abbazia non fu mai più la stessa e venne proclamata anche centro climatico-sanitario. Lo sviluppo fu tale che fino al 1913 vennero edificati qui una dozzina di alberghi, 44 pensioni, 83 ville e addirittura 5 bagni termali, circondati da splendidi giardini botanici. Ancora oggi, molti anni dopo, questa bella signora, una vera dama asburgica, risplende in tutta la sua grazia. Le ville e gli alberghi di Abbazia hanno un eccezionale valore architettonico.

L’elegante cittadina della riviera quarnerina, in croato Opatija, si presenta oggi come una signora della Vienna imperiale, con edifici neoclassici che ospitano alberghi ed esclusive residenze, parchi dalla lussureggiante vegetazione mediterranea e una spettacolare passeggiata che costeggia il mare per ben 12 Km, da Volosca a Laurana. Ma anche la natura fa la sua parte. Alle spalle dell’abitato si innalza il Monte Maggiore, con fitti boschi attraversati da sentieri ben segnalati, ed è bagnata da un mare cristallino. Il clima mite, inoltre,  la rende una meta interessante in tutte le stagioni. E dopo una rilassante giornata, il dubbio è quale  scegliere tra i numerosi eventi, concerti e spettacoli qui proposti e pensati un po’ per tutti i gusti.

Oggi la città, che è anche il capoluogo della Riviera liburnica, celebrando di anno in anno anniversari importanti della sua storia, cerca di ritornare agli antichi splendori e di riottenere la reputazione di cui godeva ai tempi dell’Impero austro-ungarico.

  

379 - Il Piccolo 07/08/13 Quei fanti dimenticati del 97° Reggimento nella Grande guerra

 
STORIA - LA MOSTRA

 dove e quando

 
 Al Centro Škerk di Ternova immagini e documenti dei soldati giuliani, sloveni e friulani che combatterono per l’Austria - Ungheria

Nei battaglioni si parlava una tale varietà di lingue che spesso facevano fatica a capirsi. Chi riuscì a tornare a casa solo dopo il 1920 spesso non trovò più né i beni né gli affetti

In totale furono impegnati sul fronte orientale 35mila uomini. Molti, fatti prigionieri dai russi, finirono nei luoghi più sperduti, altri furono abbandonati al loro destino

 Venerdì l’inaugurazione con musica e brindisi Sarà inagurata venerdì, alle 20.30, al Centro d’arte e cultura Škerk al civico 15 di Ternova, comune di Duino Aurisina, la mostra di fotografie e cimeli, allestita a cura dell’associazione Hermada-Soldati e civili, “La Grande Guerra in casa. La memoria rimossa” (info tel. 3317403604, www.hermada.org). Previsto un intermezzo musicale e brindisi. La mostra rimane aperta fino al 15 settembre, il sabato, la domenica e i festivi dalle 10.30 alle 13 e dalle 17 alle 21 (ogni sabato alle 18 visita guidata di un’ora), e dal 21 settembre al 27 ottobre ogni sabato e domenica dalle 10.30 alle 18. Catalogo bilingue italiano/sloveno.

 di Pietro Spirito

  In totale, nei quattro anni di guerra, furono circa 35mila. Tranne un battaglione, il decimo, che rimase a difendere il Carso, gli altri furono spediti sul fronte dalla Galizia, il più lontano possibile da casa. Qui, tra il 1915 e il 1918, furono decimati, falciati dalle bombe, dalle mitragliatrici e dalle malattie. Molti finirono dispersi, molti altri prigionieri dei russi che li spedirono nel Turkestan, e lungo la transiberiana, dove le temperature toccavano i 40 gradi d’estate e i 40 sotto zero d’inverno. I russi non si aspettavano una tale massa di prigionieri, e la gestione dei campi di concentramento fu precaria e inadeguata.

 Altre centinaia di sopravvissuti alle trincee svanirono nel nulla travolti dalla rivoluzione bolscevica e dalla controrivoluzione: considerati semplici civili liberi, furono però privati di ogni diritto e, senza poter comunicare con le loro famiglie, vennero abbandonati a loro stessi. Nel complesso morirono a mucchi, e solo dopo il conflitto i loro corpi, sepolti dove capitava, vennero raccolti qua e là in piccoli cimiteri sparsi per la grande Russia. E chi ebbe in sorte di tornare a casa, ma solo dopo il 1920, nelle terre dove adesso sventolava il tricolore, spesso non trovò più né la casa, né i beni, né gli affetti.

 Fu questo il destino degli soldati del 97.o Reggimento di fanteria dell’esercito comune dell’Impero austro-ungarico, composto da uomini arruolati tra il Litorale e la Carniola, da Plezzo/Bovec alla Contea di Gorizia e Gradisca, e poi in Friuli, in Carso, a Trieste e nel sud dell’Istria. Questi ragazzi parlavano italiano, sloveno, croato e si esprimevano nelle infinite sfumature dei dialetti locali. In più dovevano imparare le tre parlate in vigore nell’esercito: la lingua di comando, la lingua di servizio e quella di reggimento.

 Ottanta comandi in tedesco da mandare a memoria, oltre alla difficoltà di intendersi con gli altri commilitoni. Il primo contingente di questa Babele partì l’11 agosto 1914 dalla stazione centrale di Trieste. Una volta arrivati al fronte, il 22 agosto, a sud-ovest di Leopoli, nella Galizia centrale, i fanti vennero subito coinvolti in violentissimi combattimenti e furono obbligati a ripiegare sui Carpazi. Il decimo Battaglione, l’unico del reggimento a restare nella zona d’origine, partecipò alla difesa del ciglione carsico sull’Isonzo tra il ’15 e il ’16, e fu quasi annientato dalle prime tre offensive italiane.

 Fra Trieste, Gorizia, il Friuli, sono molte le famiglie che, ancora oggi, conservano il ricordo di un nonno, bisnonno, zio o cugino arruolato nel 97.o Reggimento. Eppure, pubblicamente, la memoria di quei 35mila soldati è stata letteralmente cancellata, lasciando il posto sul podio agli allori dei 4mila loro fratelli irredenti. Se è vero che la storia la scrivono i vincitori, è altrettanto vero che la memoria, che della storia è radice, prima o poi torna fuori a chiedere udienza. Per la Trieste italiana e redenta è ovvio che quelle migliaia di soldati costituissero un impiccio: coltivare la memoria del nemico non è mai buona pratica, e di solito il tempo si incarica di fare il resto.

  Ma a cento anni dall’immane macello della Grande guerra è il momento di fare ordine nei cassetti della storia, ed è per questo che venerdì verrà inaugurata al centro Škerk di Ternova la mostra “La guerra in casa - La memoria rimossa”, che espone oltre 250 foto e cartoline originali, uniformi, documenti, carte topografiche e altri cimeli che ricordano i sacrifici dei ragazzi del 97°. L’iniziativa è di un privato, l’avvocato Giuseppe Škerk, uomo di vasti interessi e cultura che organizza nel suo centro espositivo iniziative culturali di vario genere.

 Stavolta, in più, c’è una motivazione personale: il padre di Škerk, Giuseppe (Josip) anche lui, fu tra quelli che partì con il 97° Reggimento, «lasciando - ricorda l’avvocato - quattro figli in tenera età, la moglie in attesa del quinto e un’avviata attività economica». Josip, continua Škerk, «si fece sei anni di prigionia tra l’Ucraina, la Siberia e Tjumen, sul Mare Glaciale Artico», e quando tornò, nel 1920, «trovò già sepolte la moglie e l’ultima bambina, e i beni, requisiti dalle truppe austro-ungariche, devastati negli 888 giorni del fronte sul Carso». «Pur essendo - nota ancora Giuseppe Škerk nella presentazione al catalogo della mostra - il ricordo di tale periodo, in particolare delle infinite sofferenze di ogni genere che detti militari affrontarono e subirono, ben presente nei singoli nuclei famigliari, sinora non è stata, purtroppo, loro dedicata alcuna pubblica cerimonia od onoranza».

 Eppure basta guardare le immagini esposte al Centro d’arte e cultura di Ternova per avere un’idea piuttosto chiara di quale fetta di storia è giunto il momento di recuperare. Nelle immagini seppiate scattate cento anni fa in Galizia rivive non solo un mondo scomparso, ma quello che fu l’orizzonte di un’epoca intera, parte integrante della cultura e del vissuto di Trieste e dintorni.

E tanto per sgombrare il campo da equivoci: non c’è alcuna intenzione anti-italiana nell’allestimento della “memoria rimossa”. Anzi, in esposizione ci sono anche immagini e reperti che ricordano le sofferenze dell’altra parte, quelle dei fanti italiani sul fronte dell’Isonzo (nonché dei russi). La composizione etnica del 97° K.u.K. Infanterie Regiment “Freiherr von Waldstätten” (dal nome del comandante onorifico Georg von Waldstätten”) al momento della sua mobilitazione era così suddivisa: 45% sloveni (compresi gli sloveni triestini), 25% serbo-croati, 20% italiani, 8% vari. Nella mostra - che ricostruisce gli spostamenti di fronte e le battaglie che impegnarono il reggimento - sono esposte le lettere che i soldati inviavano a casa. Sono scritte in sloveno, in italiano, in tedesco e hanno lo stesso tono, dicono le stesse cose di quelle spedite dai fanti russi e italiani sull’altra linea dei fronti. Straordinaria e simbolica la cartolina prestampata con la frase “Sono sano e sto bene” riportata in tutte le lingue dell’impero, italiano compreso.
 

LA CURIOSITà

 Le leggenda dei “Demoghèla” tra ironia e post-propaganda

 
“Qua se magna / qua se bevi / qua se lava la gamela, / zigheremo “demoghèla” / sin che l’ultimo sarà...» Così cantavano autoironicamente i fanti del 97.o, popolarmente noto come “reggimento demoghèla”, cioè quello dei furbi e un po’ vigliacchi. E gli ufficiali austriaci, sospettosi, vigilavano. «Was bedeutet dieses Wort “demoghèla”?» («Cosa significa questa parola demoghèla?») chiese secondo la vulgata uno di questi a un soldato. E questo: «Es ist ein Kriegsruf!» («È un grido di guerra!»): perché bastava spostare l’accento e gridare “dèmoghela”, nel senso di “diamogliele” (botte al nemico, s’intende).

 

Le vicende apparentemente ingloriose del reggimento (in realtà pluridecorato sul campo) vennero poi distorte dalla propaganda irredentista dopo la guerra: i triestini che inneggiavano alla fuga non lo facevano per paura ma per boicottare l’ oppressore austriaco. Come trasformare presunti fifoni in altrettanto presunti eroi.

 Resta l’etichetta di ”pomigadori”: invece della prima linea era meglio “pomigar”, ovvero andare a lavare le pentole nelle cucine con la pietra pomice (la pòmiga).

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380 - Il Piccolo 05/08/13 Trieste: Il Sigillo a Boris Pahor «Ma a Trieste la lingua slovena resta reclusa»

personaggio - il riconoscimento

Il discorso dello scrittore che questo mese compie cento anni e che il 23 agosto riceverà la civica benemerenza dal sindaco Cosolini

Per gentile concessione pubblichiamo il testo del discorso che lo scrittore Boris Pahor terrà venerdì 23, alle 12, nella Sala del Consiglio comunale, in occasione della consegna della civica benemerenza della città.

di BORIS PAHOR

Ci tengo a ringraziare anche per iscritto l’egregio signor sindaco Roberto Cosolini e il Consiglio comunale per il riconoscimento che mi è stato concesso. Questo anche perché desidero fare alcune considerazioni che, in questo caso, mi sembrano appropriate. La prima è, secondo me, la più importante, anche se purtroppo segnata al negativo. Tutt’altro valore infatti avrebbe questa onorificenza se al comune la lingua slovena fosse valorizzata come lo è in Regione e in Provincia, cioè come lo esigono i trattati “quality of right and treatment”, mentre è ancora reclusa come al tempo dell’irredentismo, durante l’epoca del regime che addirittura ne negava l’esistenza di fronte ai Promessi sposi tradotti in sloveno nel 1925 e del Decamerone nel 1926 e i due volumi del vocabolario italo-sloveno e sloveno-italiano pubblicato dall’editore Vallardi nel 1936 con un centinaio di pagine della grammatica slovena ed una prefazione sugli autori classici sloveni dell’autore Giovanni Androvic. Accenno a questo perché la concessione di meritorietà che mi riguarda e ne sono contento e onorato, di fatto va alla mia lingua, alle mie opere che tradotte sono alla base del nuovo rapporto tra le due principali componenti linguistiche e umane conviventi in questa nostra città che unica un tempo era già una Europa unita in miniatura, ciò che spero col tempo ridiventerà. Poi vorrei mettere a punto l’affermazione che ho rifiutato la benemerenza che mi era stata proposta dal signor sindaco Dipiazza. In verità io non rifiutai un riconoscimento che mi sia stato dato, al contrario, scrissi una gentile lettera al signor sindaco dicendogli che lo ringrazio ma che più della sofferenza nei campi nazisti c’è stata la mia giovinezza distrutta dal fascismo col genocidio culturale impostomi! Lo pregai di aggiungere il fascismo perché se la menzione restava come era avrei dovuto rifiutarla, ciò mi sarebbe molto dispiaciuto. Ed era verissimo, perché con il signor sindaco Dipiazza eravamo in buoni rapporti. Certo, ora si dirà che il rifiuto c’era lo stesso, ma in verità la mia lettera è valsa a non costringermi a rifiutare un atto che al signor sindaco come persona non ho rifiutato. In ogni modo, quando poté il signor sindaco fece entrare la mia opera slovena sul palco del Teatro Verdi facendo un gesto in direzione di quella nuova Trieste europea che pronostico. Ed ancora una terza considerazione vorrei aggiungere. E questo riguardante le ragioni addotte da coloro che non erano d’accordo con i miei meriti. Desidero dire che avevano certo diritto a opporsi, soltanto che avrebbero dovuto farlo in base a considerazioni valevoli, mentre quelle citate su Il Piccolo del 10 giugno: Il Pdl già annuncia il suo no, non lo sono. Per ciò che riguarda i miei sentimenti a proposito degli esuli, mi sono espresso già nella rivista Trieste quando alcuni dei mie detrattori odierni erano ancora alle elementari. Alla mia dichiarazione seguì tra le altre una lettere di plauso di Biagio Marin pubblicata da Alessandro Mezzana Lona sulle pagine culturali de Il Piccolo. Inoltre, non sono mai stato un “negazionista delle foibe”, ho semplicemente citato la relazione della “Commissione italo-slovena storico culturale” che afferma a proposito delle vittime alcune centinaia, ma mi sono anche espresso su Il Piccolo del 17 aprile 2012 a proposito dello storico prof. Raoul Pupo: «Quando si parla delle vittime delle foibe l’importante è l’ordine di grandezza, che è di alcune migliaia. Certo sarebbe importante realizzare almeno un elenco basato sul confronto di tutte le fonti disponibili, adottando però criteri precisi e di valutazione che servirebbero a far sparire finalmente esagerazioni e speculazioni. I costi? Basterebbero ventimila euro e tre giovani storici motivati, uno italiano, uno sloveno, uno croato». Così Pupo. E parlare di Olocausto è quindi certamente “esagerazione”, anche se lo afferma il signor presidente Ciampi. Quando il 10 febbraio del 2007 il Presidente Napoletano parò dei “sanguinari slavi”, il Presidente croato Mesic disse che parlare dei sanguinari slavi senza nominare i criminali fascisti era razzismo. Due giorni dopo il ministro degli esteri D’Alema telefonò al presidente Mesic affermando che il Presidente Napolitano nella sua dichiarazione non intendeva i croati. Io, da parte mia affermai invece che la legge del 10 febbraio non era giusta perché non includeva i fatti della primavera del '45 nel contesto storico che va dal 1920 al 1943. Il Corriere della Sera (Marisa Fumagalli) citando le mie affermazioni aggiungeva una lunga lettera di Predrag Matvejevic che affermava: «Sarebbe meglio che il giorno del ricordo si trasformasse in giorno dei ricordi». Non si può infatti trattare la storia a senso unico. E ciò che afferma la storica Marta Verginella col suo libro Il confine degli altri, Editore Donzelli, Roma 2010. Resta ancora l’accusa che sono stato razzista commentando l’elezione del signor Peter Bossman a sindaco di Pirano. Accusa senza alcun fondamento perché nella mia affermazione me la prendevo con gli sloveni di Pirano i quali se non avevano a disposizione uno sloveno avrebbero potuto scegliere uno della minoranza italiana che sarebbe stato autoctono e quindi a conoscenza di tutto il passato di Pirano. Quindi, dicevo, non c’entrava affatto il colore della pelle del nuovo sindaco ma solo la debole coscienza dell’identità slovena. E quindi con il sindaco di Pirano ci incontrammo amichevolmente e ci stringemmo la mano e fu questi a dichiarare che comprendeva il mio pensiero riguardo all’identità, anche lui sapeva che cosa era il valore di essa, quindi l’attacco a Pahor era ingiusto. Ma, e questo è quello! Nessun organo di stampa riportò l’incontro avvenuto a Zugliano, mentre prima si era sbandierato in tutte le direzioni la mia inesistente colpa! Ecco, questo dovevo mettere nero su bianco per dire che non in base ai fatti ma per partito preso si era contro il progetto formulato dal signor sindaco Cosolini. Il partito preso mi dispiace molto, certo, ma credo che anche questo male si stia pian piano sfumando, per quanto mi riguarda, credo di avere fatto il meglio che potevo per sminuirlo.
 
Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
 
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