Mailing List Histria
Rassegna stampa a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri

                             N. 885 – 31 Agosto 2013                                

Sommario

 

395 – CDM Arcipelago Adriatico 23/08/13 Profughi e Profughi : Solidarietà al Ministro Kyenge (Lucio Toth)

396 - Il Piccolo 29/08/13 Roma onorerà sempre la tragedia delle foibe (m.u.)

397 - Corriere della Sera 21/08/13 Parole e silenzi sulle foibe (Meli Maria Teresa)

398 – Corriere della Sera Sette 30/08/13 Cavalli di razza - Alemanno, attento al pulpito (G.Antonio Stella)

399 – La Voce del Popolo  29/08/13 Fiume -  Ottima l'affluenza nelle scuole dell'etnia (Viviana Car)

400 - Bergamo News 30/08/13 Croazia dice sì a Bergamo, le Mura patrimonio Unesco per l'Expo?

401 - Il Piccolo 30/08/13 «Dalle Rive al Porto Santin non meritava un simile mercatino» (Piero Rauber)

402 - Il Piccolo 25/08/13 La lettera del giorno - Vergarolla e l'esodo: le colpe di Tito e quelle di Roma (Larry Southgate)

403 - Il Piccolo 30/08/13 Lettere -  Noi, "miserabili profughi" in una Italia che non ci voleva (Giosetta Smeraldi)

404 - Osservatorio Balcani 30/08/13 Slovenia, prigioniera del suo passato (Stefano Lusa)

405 - La Stampa 28/08/13  Croazia-UE, è già lite sui criminali di guerra. (Marco Zatterin)

406 - Il Piccolo 28/08/13 L'Hdz vuole mettere al bando la "jugonostalgia" in Croazia (s.g.)

407 - Il Piccolo 28/08/13 In Alto Adige la montagna vuole parlare solo tedesco (Claudio Ernè)

408 - Il Piccolo 30/08/13 Trieste: Quando in città c'erano più calzolai che banche (Laura Tonero)

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

395 – CDM Arcipelago Adriatico 23/08/13 Profughi e Profughi : Solidarietà al Ministro Kyenge

PROFUGHI E PROFUGHI: Solidarietà al Ministro Kyenge

UN PARALLELO STORICO SU CUI RIFLETTERE

 

L’Italia e gli italiani hanno il dovere di accogliere con generosità e in condizioni di dignità migliaia di immigrati che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste nella speranza di una vita migliore. Lasciano paesi in guerra.

Anche i profughi dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia hanno lasciato una patria devastata dalle guerra e dagli odi, perseguitati ed emarginati nella loro terra natale, costretti all’esodo per restare italiani come le generazioni autoctone che li avevano preceduti per secoli.

Furono accolti nei campi-profughi in oltre 250.000. Gli altri 100.000 si arrangiarono da soli presso parenti e amici. Insieme a loro c’erano gli sfollati di Cassino, di Anzio, di Livorno, di Ortona. Questi ultimi prima o poi tornarono nelle loro città per ricostruire le loro case. I giuliano-dalmati rimasero nelle baracche perché la loro terra non era più «Italia», convivendo uno accanto all’altro avvocati e operai, commercianti e  contadini.

Solo i militari in servizio e i dipendenti pubblici di un certo grado riuscirono dopo qualche mese a liberare le mogli, i figli, i genitori anziani dal disagio dei campi. Otto o dieci in appartamenti di 60 mq., ma sempre una «casa» era.

Gli altri rimasero nelle baracche e nelle camerate di caserme abbandonate per anni interi, andando in fabbrica a lavorare o a scuola a studiare o insegnare tacendo ai compagni la loro condizione di profughi, per dignità e l’amor proprio di essere bravi operai, bravi studenti, bravi insegnanti, bravi uscieri. Come il vecchio spalatino che al Palazzaccio di Roma mi salutava la mattina : «Bon giorno, sior giudice. Xe caligo ancùo.» (Buon giorno… oggi c’è foschia). Abitava nel campo-profughi sulla Laurentina.

C’è gente rimasta nei campi-profughi dal 1944-45 fino al 1958-59. Come lo «scugnizzo» che nel 1959 mi fece da guida turistica a Caserta Vecchia. Mi illustrava la cattedrale, parlando di archetti pensili, lesene, rosoni. Sentendo un accento familiare gli chiesi : «Ma tu non sei di qui.» «No, signore, sono di Zara e anche noi abbiamo una cattedrale così.» Gli amici che erano con me rimasero commossi. «Viviamo in campo-profughi – aggiunse - mio padre lavora in officina e io faccio la guida per portare qualche soldo in famiglia.» Gli altri scugnizzi locali confermavano il suo racconto con i loro visi duri di dodicenni.

Così vivevano i profughi giuliano-dalmati negli anni Cinquanta e Sessanta.

Nessuno sulla stampa si occupava delle loro condizioni. Perché loro non protestavano, non insorgevano nei recinti, non bruciavano materassi e suppellettili. Italiani fra italiani – che come tali non li riconoscevano – volevano farsi onore per riscostruire il paese  e riportarlo alla dignità di una grande nazione.

Avevano diritti, ma conoscevano i loro doveri ed erano grati ad una patria – spesso ingrata – che comunque era il loro paese e bene o male li aveva accolti.

Gli immigrati di oggi vengono da altri continenti, da altre culture ed è naturale che fatichino ben più di noi, mezzo secolo fa, ad adattarsi alla realtà italiana.  Proprio perché ci sono passati, gli esuli giuliano-dalmati hanno per loro tutta la  comprensione che meritano.

Vorrebbero soltanto che da un lato gli italiani ricordassero – non come certi amministratori della Capitale – con quanta compostezza i giuliano-dalmati hanno affrontato la loro condizione di rifugiati, dall’altro che gli immigrati extra-comunitari di oggi avessero un minimo di gratitudine e di rispetto per le leggi di un paese che, primo fra tutti in Europa, li accoglie con la generosità dei suoi marinai, dei suoi finanzieri, dei suoi volontari.

Auguriamo al ministro Cécile Kyenge, che dimostra con il suo impegno di «nuova italiana» di avere una percezione corretta della difficile realtà che deve affrontare, di raggiungere gli obiettivi che si propone e chiediamo a tutti gli italiani di aiutarla dimostrando quella grandezza d’animo, senza pregiudizi e discriminazioni, che dovrebbe caratterizzare la nostra nazione.

 

Lucio  Toth

Roma, 23 agosto 2013

 

 

 

396 - Il Piccolo 29/08/13 Roma onorerà sempre la tragedia delle foibe

IGNAZIO MARINO RISPONDE A COSOLINI DALLA CAPITALE

 

«Roma onorerà sempre la tragedia delle Foibe»

 

 «Assicuro l’impegno mio, della mia giunta e della città intera affinché la memoria di quelle ferite, patrimonio di tutti, non conosca mai l’oblio»

 

L’«impegno mio personale, della mia giunta e della città di Roma affinché la memoria sulla tragedia delle Foibe e dell’Esodo non conosca mai l’oblio, né occupi un posto di secondaria rilevanza nelle iniziative avviate per ricordare le altre folli tragedie che hanno colpito l’Italia e gli Italiani nel recente nostro passato». È l’assicurazione che il sindaco di Roma, Ignazio Marino, ha voluto sancire per iscritto, inviandola al primo cittadino di Trieste, Roberto Cosolini. Si tratta di uno dei passaggi contenuti nella lettera con cui Marino ha risposto alla missiva di Cosolini nella quale il sindaco triestino gli aveva chiesto un chiarimento dopo le dichiarazioni sulle Foibe rese dal vicesindaco di Roma Luigi Nieri. Un’uscita («Roma è medaglia d’oro della Resistenza, ha subito il fascismo e il nazismo, la deportazione del Ghetto. È quella la nostra memoria. Altre città ricorderanno le foibe», risposta data in un’intervista al Corsera alla domanda: «Continuerete a portare i ragazzi delle scuole alle foibe?») che aveva innescato subito reazioni sdegnate da parte del centrodestra, a Roma come a Trieste, e interventi anche dal versante del centrosinistra.

 

Con il sindaco Cosolini che aveva deciso di chiedere ufficialmente chiarezza. Marino, nella sua lettera, sottolinea: «La tragedia delle Foibe, e quello che hanno dovuto subire gli esuli e i cittadini rimasti in Istria, Fiume e Dalmazia, è patrimonio di tutti, dell’Italia e degli Italiani a qualunque credo politico appartengano. E la memoria di quanto accadde va per questo onorata. E Roma la onora e la onorerà sempre». «A testimonianza di ciò - continua il sindaco di Roma -, l’impegno dell’amministrazione capitolina nella conservazione della memoria di chi in Italia fu vittima di qualunque tipo di barbarie si esprime attraverso il “Progetto Memoria”, rivolto ai giovani studenti della nostra città» e che ha «l’obiettivo di far conoscere alle nuove generazioni le ferite inferte al nostro Paese, perché quei tragici episodi siano insegnamento e tracce indelebili». In modo che i giovani stessi «non debbano mai trovarsi ad alzare quegli steccati ideologici che tanto male hanno prodotto nella nostra collettività». Per questo, la giunta del Comune di Roma, spiega Marino, «ha approvato, all’unanimità, una memoria in tal senso, nella quale è prevista, tra le altre, la commemorazione nel Giorno del Ricordo delle vittime dei massacri delle Foibe». Nel rilevare come le ferite di Trieste e della sua Comunità «sono le nostre», Marino si conferma pronto «a condividere» con il Comune triestino ogni azione finalizzata a far sì che «i valori della democrazia e della libertà, del rispetto e della solidarietà umana siano sempre amati e difesi». Il sindaco Roberto Cosolini si è detto «pienamente soddisfatto della risposta ricevuta dal sindaco di Roma, Ignazio Marino. Sono sicuro - ha aggiunto - che la coscienza civile e la memoria sensibile della nostra Comunità lo siano altrettanto. Conosco Ignazio Marino da tempo, la sensibilità e il rispetto che emergono dalle sue parole non mi hanno sorpreso, anzi, contribuiscono a rafforzare la collaborazione fra le nostre amministrazioni e le nostre Comunità, comunemente impegnate ad affermare i valori fondamentali di libertà e democrazia attraverso i percorsi della Memoria». (m.u.)

 

 

 

 

397 - Corriere della Sera 21/08/13 Parole e silenzi sulle foibe

PAROLE E SILENZI SULLE FOIBE

«A Roma vive una comunità di cittadini originari dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia che porta in sé la storia di una tragedia che non può e non deve essere dimenticata. Tutti hanno il dovere di ricordare cosa furono le foibe». Queste parole costituirebbero un'utile lettura per Luigi Nieri. Innanzitutto perché gli consentirebbero di capire che le affermazioni da lui fatte sono errate anche sotto il profilo della storia. Il vice di Marino ignora che dal '47 affluirono nella Capitale i profughi di quelle zone e non sa che nella «sua» città esiste un quartiere che é stato ribattezzato il «villaggio giuliano dalmata». Peccato non veniale per chi governa Roma.Ma non è solo per questo motivo che Nieri, sbaglia quando, nell'intervista al Corriere, afferma che «altre città ricorderanno le foibe».

Già, perché il vice sindaco dimentica un particolare non esattamente irrilevante: Roma è la Capitale d'Italia e se tale vuole rimanere ha il dovere di dimostrarlo comportandosi di conseguenza e, quindi, non occupandosi solo di ciò che avviene o è avvenuto nel recinto dei propri confini.Leggendo le parole di Nieri, che sembra contrapporre la Resistenza alle foibe, torna alla mente il congresso di Rifondazione comunista del 2005.

Nel corso di quell'assise, Leo Gullotta, chiamato sul palco a leggere le lettere di alcuni partigiani per celebrare il sessantesimo anniversario della Liberazione, fu duramente contestato. Gli urlarono contro «traditore» e «venduto». Dovette intervenire Fausto Bertinotti per sedare la protesta. Ma quale era la colpa dell'attore? Aver recitato in una fiction televisiva sulle foibe. Da quel giorno sono passati otto anni. Evidentemente non sono abbastanza per far rinsavire una certa sinistra. Purtroppo su quella tragedia è calato per lungo tempo il silenzio e c'è ancora chi sa poco e chi addirittura nulla. Non c'è da stupirsene.

Nell'edizione del 2000 del Dizionario di Tullio De Mauro alla voce «foiba» si leggeva: «Depressione carsica usata anche come fossa comune per occultare cadaveri di vittime di eventi bellici». Una descrizione in cui si tralasciava di specificare che le vittime erano italiani e i carnefici i «titini». Per questa ragione quella storia non desta sufficiente raccapriccio. In quale altro modo interpretare infatti il silenzio di Marino, che non si è sentito in dovere di prendere le distanze dal suo vice? Ritenere, come ha fatto Nieri, che le foibe appartengano alla destra e la resistenza alla sinistra postcomunista è fare un torto alla storia.

 La vicenda del fratello di Pier Paolo Pasolini, partigiano della Brigata Osoppo, iscritto al Partito d'Azione, ucciso dai «titini», dimostra quanto sia falso questo convincimento.Ciò detto, è bene precisare a scanso di equivoci che non ci si può permettere di comparare le foibe all'Olocausto, come fa qualcuno a destra, perché quella è stata una tragedia senza paragoni nella storia.Ps: la lettura consigliata a Nieri è tratta da un discorso del 2004 dell'allora sindaco di Roma Walter Veltroni.

È stato lui e non certo Alemanno il primo che dal Campidoglio ha acceso i riflettori su quelle vicende.

Meli Maria Teresa

 

 

 

 

398 – Corriere della Sera Sette 30/08/13 Cavalli di razza - Alemanno, attento al pulpito

 

Gian Antonio Stella / Cavalli di razza

 

Alemanno, attento al pulpito

 

Ha criticato il vicesindaco di Roma per la scelta di "dimenticare" la Giornata del Ricordo, ma s`è scordato che, quando decisero di aprire un sacrario per Graziani...

 

Ha ragione Gianni Alemanno:non si possono prendere dalla storia solo i pezzi che ci fanno comodo. E ha sbagliato di brutto il vicesindaco di Roma,Luigi Nieri, quando al Corriere che gli chiedeva se la nuova amministrazione del sindaco Marino avrebbe continuato a portare i ragazzi delle scuole in visita alle foibe, ha risposto: «Roma è medaglia d`oro della Resistenza, ha subito il fascismo e il nazismo, la deportazione del ghetto. È quella la nostra memoria. Altre città ricorderanno le foibe». Insensato.

Alemanno ha ragione a indignarsi non solo perché Nieri ignora quanto noto ai romani e cioè che, come ricordò anni fa Walter Veltroni celebrando la Giornata del Ricordo, «a Roma vive una comunità di cittadini originari dell`Istria, di Fiume, della Dalmazia, che iniziarono ad arrivare qui nel `47, che trovarono una prima accoglienza nei cosiddetti "padiglioni"che avevano precedentemente ospitato gli operai addetti alla costruzione dell`Esposizione Universale e diedero vita a quello che si è poi chiamato il villaggio Giuliano-Dalmata». Ma anche perché, come gli ha rinfacciato sul Corriere Maria Teresa Meli, "Roma è la Capitale d`Italia e se tale vuole rimanere ha il dovere di dimostrarlo comportandosi di conseguenza e, quindi, non occupandosi solo di ciò che avviene o è avvenuto nel recinto dei propri confini". Ha fatto bene, quindi, l`ex ministro dell`Agricoltura non confermato mesi fa alla guida del Campidoglio, a dire ciò che ha detto:

«È assurdo pensare che la storia di Roma possa venir catalogata con orrori di serie A e di serie B. È ancora più assurdo che questo sia il pensiero del vicesindaco Luigi Nieri, che considera il "Giorno del Ricordo"come una celebrazione di destra e quindi meno rappresentativa della storia della città. I martiri delle foibe istriane e l`esodo delle popolazioni giuliano dalmate devono essere una celebrazione dí tutto il popolo italiano. Nessuno vuole alimentare polemiche, ma guai al popolo che perde pezzi di memoria. Guai a chi acconsente di mettere in dubbio i valori

fondamentali alla luce di un diverso orientamento politico. Se il vicesindaco Nieri ritiene non importante lasciare in eredità ai giovani una memoria condivisa, denigrando, anche solo a parole, i Viaggi della Memoria, che negli anni ci siamo impegnati a tramandare, oltraggia i tanti italiani morti infoibati». Parole d`oro. Peccato che, soprattutto in questecose, sia assolutamente indispensabile parlare dal pulpito giusto. Ed è impossibile dimenticare come Gianni Alemanno,

nelle vesti di sindaco post fascista della capitale, non abbia detto una parola nell`infuriare delle polemiche sulla costruzione ad Affile, per decisione di una giunta di destra, di un sacrario dedicato a quel macellaio che fu il maresciallo Rodolfo Graziani.

 

MEMORIA CONDIVISA. Non si possono ricordare le migliaia di italiani massacrati dai titini comunisti e scaraventati nellefoibe rifiutandosi allo stesso tempo di ricordare  i bambini slavi morti nel campo di prigionia fascista di Monigo, alle porte di Treviso, dopo l`occupazione della cosiddetta "provincia di Lubiana". Non si può invocare, come ha fatto lui, "una memoria condivisa che rafforzi il sentimento d`unità nazionale" rimuovendo le stragi di libici e di etiopi (anche con i gas vietati da tutte le convenzioni internazionali) volute dall`uomo che più tardi, nelle vesti di alleato dei nazisti, nell`autunno 1943, avrebbe fatto rastrellare dalla Wehrmacht e dalle SS i carabinieri di Roma pensando potessero dare fastidio nel successivo rastrellamento degli ebrei. Men che meno è credibile, a latere, il pulpito di Francesco Storace. Che alle parole di Luigi Nieri è schizzato su come un tarantolato («Ci ha intossicato il ferragosto. Dimettiti subito o almeno vergognati») ricordando giustamente come la Giornata del Ricordo fosse stata votata da una larghissima maggioranza parlamentare ma a proposito dell`indignazione per il monumento al macellaio Graziani si era lagnato per "l`inutile baccano". Che

gli frega dei libici e degli etiopi...

 

 

 

 

 

 

 

399 – La Voce del Popolo  29/08/13 Fiume -  Ottima l'affluenza nelle scuole dell'etnia

Ottima l’affluenza nelle scuole dell’etnia

 

Ancora una manciata di giorni e si riparte. Il nuovo anno scolastico è alle porte e tutti, alunni e genitori, sono alle prese con le ultime incombenze da svolgere. Libri, manuali e quaderni attivi da acquistare o... barattare, quaderni e altri accessori scolastici da acquistare.

Lunedì 2 settembre segnerà l’inizio di un nuovo percorso scolastico per tutti gli alunni che frequentano le scuole elementari e medie superiori.

 

Il piacere di ritrovarsi

 

Un rientro, dopo il lungo periodo di vacanza, che nei primi giorni sarà contrassegnato dai ricordi, da vecchie e nuove amicizie. Semplicemente il piacere di ritrovarsi per riprendere insieme un cammino, con tanti momenti belli da ricordare e qualche attimo da dimenticare.

 

Tanta emozione e un po’ di paura

 

Tanta emozione per i piccoli che inizieranno il loro lungo percorso per i sentieri, talvolta tortuosi, della scuola, che si affacceranno a una finestra spalancata su un universo del sapere. Sicuramente per tutti loro è stata un’estate di aspettative, un mix di gioia e timore, ma pure di orgoglio di iniziare finalmente a far parte del “mondo dei grandi” e varcare il portone della scuola prescelta per aggregarsi ai colleghi più grandi nello studio e nell’apprendimento.

 

Una giornata speciale

 

Il primo giorno di scuola sarà speciale per tutti, ma soprattutto per i frugoletti delle prime classi delle scuole elementari che saranno accolti da tutta la scolaresca, dal corpo docenti e scolastico con una “standing ovation” e brevi spettacolini di benvenuto prima di entrare nel vero senso della parola nel mondo della scuola, fare la conoscenza della loro maestra e prendere dimestichezza con la classe che farà loro da seconda casa per tutto l’anno scolastico.

 

San Nicolò e Belvedere...

 

Nelle quattro scuole elementari con lingua d’insegnamento italiana è tutto pronto per l’inizio. Così la “San Nicolò” accoglierà i 21 alunni della prima italiana e i 10 della sezione croata, accompagnati sicuramente dai genitori, fratelli, sorelle e qualche nonno, alle ore 10.30. Stesso orario per i più piccoli alla “Belvedere”, dove alla già grande famiglia scolastica si aggregheranno i 15 neoalunni della sezione italiana e i 17 della croata.

 

... Gelsi e Dolac

 

La “Gelsi” darà il benvenuto ai 19 futuri alunni della classe italiana e ai 26 di quella croata alle ore 11. Stesso orario alla scuola “Dolac”, dove a sedersi ai banchi scolastici per la prima volta ci saranno 21 scolari nella sezione italiana e 19 nella croata.

In tutte e quattro le scuole la scolaresca “più grande” dovrà presentarsi puntualmente alle ore 8.30.

 

Viviana Car

 

 

 

 

400 - Bergamo News 30/08/13 Croazia dice sì a Bergamo, le Mura patrimonio Unesco per l'Expo?

La svolta

 

Nella mattina di venerdì 30 agosto la Croazia ha ufficializzato il proprio impegno alla candidatura Unesco per le città murate della Repubblica di Venezia di cui Bergamo è capofila del progetto. Il consigliere incaricato Frosio Roncalli: “Una gioia immensa”

 

Croazia dice sì a Bergamo

 

Le Mura patrimonio Unesco  

 

Sorpresa? “Sì”. Soddisfatta? “Moltissimo”. Luciana Frosio Roncalli, consigliere Comunale incaricato del Progetto Unesco non nasconde la sua felicità. “Sono rientrata ieri dalle ferie e stamane ho ricevuto la notizia che la Croazia ha ufficializzato il proprio impegno alla candidatura Unesco per le città murate della Repubblica di Venezia di cui Bergamo è capofila del progetto. Dopo il Montenegro mancava solamente l’assenso alla partecipazione della Croazia per chiudere l’iter: non è trascorso giorno in questi nove mesi in cui non abbiamo sollecitato le autorità competenti. Oggi sono felicissima, finalmente il progetto può ripartire”.

 

Frosio Roncalli non vuole dire di più: “Nei prossimi giorni convocheremo una conferenza stampa per rendere noti tutti i dettagli di questa candidatura”.

 

In attesa che venga rosi noti i dettagli a Palazzo Frizzoni non si nasconde la soddisfazione per il sì della Croazia al progetto Unesco.

 

“È indubbiamente un bel traguardo per Bergamo – afferma Giovanni Cappelluzzo, dirigente dell’Unità di progetto Unesco del Comune di Bergamo –. Confermo le dichiarazioni del consigliere incaricato Frosio Roncalli: in questi mesi abbiamo lavorato sodo al progetto e la partecipazione ufficiale della Croazia corona l’impegno assunto dalla nostra città. Non si deve dimenticare che Bergamo è capofila internazionale di questo progetto che vede impegnate per l’Italia Peschiera del Garda, Palmanova, Venezia e Chioggia”.

 

Dopo il convegno che si svolse a Bergamo nel dicembre dello scorso anno, a cui parteciparono delegazioni di Montenegro e Croazia, ci fu un’adesione ufficiale al progetto che punta a far diventare le città murate venete parte della lista Unesco. Il sì ufficiale del Montenegro arrivò a gennaio, mentre mancava la partecipazione della Croazia. Difficile strappare qualcosa di più dagli uffici di Palazzo Frizzoni, ma è certo che il via libera croato accelererà la pratica. In poche settimane si potrebbe arrivare ad ultimare la candidatura e nel primi mesi del 2014 presentare il progetto all’Unesco.

 

Da allora potrebbero trascorrere dai 12 ai 18 mesi, quindi il via libera. Se così fosse le Mura Venete di Città Alta sarebbero patrimonio dell’umanità giusto in tempo per l’Expò del 2015.

 

 

 

 

 

401 - Il Piccolo 30/08/13 «Dalle Rive al Porto Santin non meritava un simile mercatino»

«Dalle Rive al Porto Santin non meritava un simile mercatino»

 

Cosolini: «Storia impropria e ora sta emergendo il perché»

 

Dipiazza: Ponterosso sarebbe stato un omaggio importante

 

 

di Piero Rauber

 

«Monsignor Antonio Santin meriterebbe altro. Trieste meriterebbe altro». Quell’«altro», nella testa di Roberto Cosolini, va oltre la punta del Molo IV, la location destinata dal bando dell’Icmp, l’Istituto di cultura marittimo-portuale, alla futura statua da sette metri dedicata alla memoria del vescovo istriano a capo della Diocesi dal 1938 al ’75, dalle leggi razziali a Osimo. Ci si aspetterebbe che il sindaco affondasse un coltellaccio nel burro, davanti alla storia spiattellata ieri sul Piccolo dallo scultore bisiaco Giovanni Pacor, che ha riferito come si fosse chiamato fuori dopo che in una riunione in Curia l’Icmp gli aveva comunicato l’intenzione di spostare la statua dalle Rive (il luogo pensato in origine da Roberto Dipiazza) al Porto vecchio, quindi dal cuore della città a una zona della città che città oggi non è. Una storia in cui - stando ai racconti dell’artista di Staranzano - s’intrecciano i ruoli “attivi” di Giulio Camber, totem del centrodestra triestino e «amico della signora Monassi», e di don Ettore Malnati, vicario del vescovo in carica, Giampaolo Crepaldi. E invece Cosolini - questa è l’impressione - pare quasi spiazzato.

 

«Oggi (ieri, ndr) presentando l’opera di Kounellis al Salone degli incanti - così il primo cittadino - ho detto di come lo stesso artista mi abbia confidato di essersi emozionato a Trieste e di come questa città, quando sarà consapevole di essere in grado d’emozionare, farà cose grandissime. Leggere di questo mercatino, costruito attorno a quello che dovrebbe essere un gesto alto artistico e storico, mi fa sperare che la città riprenda a emozionare e emozionarsi in fretta. E mi fa dire “povero monsignor Santin”». Colpa di una collocazione impropria? «È tutto improprio in questa storia - la prende più alla larga Cosolini - e piano piano sta emergendo anche il perché: esponenti politici, il mio predecessore compreso, che negoziano il prezzo di un’opera e dissertano sul come farla come fossero veri critici d’arte.

 

Mi pare tutto molto vecchio...». Più di Porto Vecchio. Ok, soluzioni? «Non ho da dare soluzioni - ribatte il sindaco - e non mi va di prestare il fianco a polemiche di sorta. In fondo la procedura è avviata. La Regione, la passata legislatura, ha dato un contributo all’Istituto di cultura marittimo-portuale (110mila euro, ndr) che io ho già avuto modo di dire che è anomalo, visto che la città di fatto non è stata coinvolta attraverso le sue istituzioni». Benché qui venga comunque bollato da Cosolini, fosse stato “solo” per Dipiazza, visto che si discerne di fatti risalenti alla metà del suo secondo mandato, l’opzione Molo IV non si sarebbe probabilmente materializzata. «La mia intenzione era di riservare alla grande figura di Santin un punto della città importante, e l’avevo individuato a inizio Ponterosso, sulla destra, sorta di ideale ingresso verso il centro. All’epoca chiamai sia Giulio Camber che don Malnati, ma pure Bruno Marini, ad esempio, cioè quelle persone che avevano conosciuto di persona il vescovo Santin. Volevo sapere se Pacor, nel suo bozzetto, aveva colto il senso della sua figura».

 

Ma che idea ha l’ex sindaco del trasloco in Molo IV? Dipiazza, qui, sembra non voler soffiare troppo sulla brace: «Mi sto interessando di altre cose, non ho seguito direttamente». Però... «Credo che il posto che avevo trovato io era un omaggio importante». Punto. «Dipiazza mi chiamò quella volta chiedendomi di dare una valutazione al bozzetto di Pacor, lo fece perché io avevo vissuto una parte dell’epoca di Santin e voleva sapere se l’artista ne aveva colto la personalità, eccome se l’aveva colta, l’opera mi piaceva e anzi sarebbe bello se ci fossero ancora i margini per un accordo perché, da quello che so da indiscrezioni, il problema era che l’artista non ci stava dentro con i soldi», conferma così in parte, don Malnati, la versione del predecessore di Cosolini mentre Giulio Camber preferisce non rilasciare dichiarazioni. Su una cosa, però, il vicario di Crepaldi non concorda con Dipiazza: «Il porto non è fuori posto per la statua. Monsignor Santin si spese molto per la cantieristica triestina, anche se alla fine senza successo, e per i traffici dello scalo. Ricordo peraltro come sostenesse quanto Trieste si fosse sacrificata per l’Italia: da porto di un Impero era diventata uno dei porti di un Paese. Senza dimenticare che fu lui a trattare con il Cln la resa dei tedeschi a San Giusto, che avevano minato proprio il porto».

 

 

 

 

 

 

402 - Il Piccolo 25/08/13 La lettera del giorno - Vergarolla e l'esodo: le colpe di Tito e quelle di Roma

Vergarolla e l’esodo: le colpe di Tito e quelle di Roma

LA LETTERA DEL GIORNO Faccio riferimento ad un articolo apparso nel sito-web di questa settimana in merito alla strage di Pola 67 anni fa. Noto con rammarico le parole usate in quell’articolo dove ancora oggi si dà la responsabilità dell’accaduto alle forze di Tito. Io ero di stanza a Pola con il mio reggimento militare, il secondo battaglione del reggimento di Monmouthshire, Galles. Noi eravamo stanziati nella caserma Monumentale di Pola quel brutto giorno. Eravamo responsabili per le munizioni belliche che erano state stoccate nelle gallerie di Vallelunga. Le mine marittime furono collocate sulle spiaggie di Vergarolla in un posto considerato abbastanza lontano dalla parte delle spiaggie normalmente frequentate dai polesani, circondate da filo spinato e con cartelli di avvertimento di pericolo in ambedue le lingue del distretto, serbo-croato e iItaliano. Ma che siano state fatte esplodere dagli uomini delle forze di Tito è una tesi che forza l’immaginazione un po’ troppo ancora oggi. A cosa serviva? E come potevano sapere che le spiaggie sarebbero state affollate da bagnanti quel giorno? C’erano le truppe americane poco lontano a Fiume (oggi Rijeka) e gli inglesi nella città e nel porto di Pola. Se gli uomini di Tito voleva sabotare qualcosa, credo che avrebbero cercato di far esplodere le munizioni di Vallelunga, che avrebbero fatto saltare la metà della città e del porto di Pola. A quell’epoca facevo la corte ad una bella donna di Pola e avevo anche qualche amico italiano in città e nella caserma, e mi fu detto che si erano stati avvistati due o tre ragazzi della città vicino a dove erano state stoccate le mine. Anzi, ho inteso anche delle voci che giravano dopo che questi ragazzi erano stati visti dentro il recinto dove c’erano le mine con le quali pareva giocassero. Naturalmente, dopo l’esplosione non si sono mai piu visti. Ma che oggi, a 67 anni dalla strage, la vecchia animosità tra i serbo-croati e gli italiani del Friuli Venezia Giulia sia così viva ancora, mi sorprende, specialmente oggi che le nazioni dell’Europa vantano della famosa Unione. Sono anche ben conscio del fatto che Tito voleva tutta l’Istria, fatto dimostrato dall’espulsione degli istriani poco tempo dopo la strage. Come ho detto, facevo la corte ad una polesana, chi, assieme alla sua madre e fratello, furono anche loro evacuati e trasferiti nella zone del Governo militare alleato. E qui nasceva un altra tragedia. Nel momento della loro grande disgrazia, disperati e con grande bisogno di aiuto, cosa ha fatto il governo italiano? Se ne è lavato le mani dicendo che era responsabilità del Governo militare badare ai fabbisogni dei profughi. La mia donna e la sua famiglia furono alloggiati nelle caserme di Ronchi dei Legionari. Io, intanto, ero stato via da Trieste per un anno, poi ero riuscito a ritornare per ragioni compassionevoli. Così potevo visitarli quasi ogni fine settimana e posso dire che non ho mai visto un alloggio più disgraziato in vita mai. Ma in quei giorni, il governo italiano che voleva essere riconosciuto come un grande alleato (quando serviva!) non pensava a badare ai suoi cittadini. Cosi, anche se fossero stati gli uomini di Tito a causare la strage di Pola, almeno quelle vittime morirono subito. Ma i profughi dell’Istria furono condannati invece ad anni di sofferenza causata da loro connazionali.

Larry Southgate (Ex soldato inglese, veterano con 6 anni di servizio a Trieste e Pola.)

 

 

 

 

 

 

403 - Il Piccolo 30/08/13 Lettere -  Noi, "miserabili profughi" in una Italia che non ci voleva

Noi, “miserabili profughi” in una Italia che non ci voleva

 

 LA LETTERA DEL GIORNO

 

Questa mia segnalazione non è un commento alla Lettera del giorno “Vergarolla e l’Esodo” pubblicata sul Piccolo del 25 agosto, ma è, e vuole essere, l’espressione del mio sincero grazie al suo autore: il signor Larry Southgate, ex soldato inglese, veterano con sei anni di servizio a Trieste e Pola. Un grazie per quelle non molte, ma importanti parole, che trascrivo alla lettera. “... causare la strage di Pola... almeno quelle vittime morirono subito. Ma i profughi dell’Istria furono condannati invece ad anni di sofferenza causata da loro connazionali”. Noi, fiumani, istriani, dalmati, eravamo un fastidioso, oneroso peso per le casse dello Stato italiano. “Miserabili profughi”, così eravamo qualificati. Nel 1948/’49, al Provveditorato agli studi di Genova, il dottor Bartolini così mi insultò: «Per una miserabile profuga qualsiasi ossicino va bene e basta». Altri furono insultati ancor peggio. Contavamo zero. Eravamo zero. I nostri morti suicidi non ebbero mai diritto di cronaca. Il Ponte monumentale di Genova era un sito invitante e sicuro per morire all’alba. E lo fu per più di un esule di Fiume.

 

E chi mai si ricorda di quel giovanissimo fiumano che, a scopo di rapina, stava tallonando un uomo che teneva una borsa in mano? All’inizio di via Balbi (a Genova), preso dalla vergogna, estrasse la pistola e si sparò. Cadde per terra e morì, senza un grido, fra i passanti increduli, certamente non atterriti, perché erano tempi terribili per tutti. Ma voglio anche ricordare i moltissimi vecchi, che più o meno consciamente si lasciarono morire, lentamente, per malnutrizione, senza lavoro, senza punti di riferimento, guardando il giorno che nasceva e moriva. Col pensiero bloccato. Inerti. Questi vecchi settantenni grosso modo vivevano in baracche o qualcosa di simile, di soli 42 metri quadrati con moglie, figli sposati, nipoti piccoli e anche preadolescenti. Morendo lasciavano il loro unico bene: la brandina e un po’ di spazio.

 

Col volgere del tempo, l’Italia si accorse che eravamo un popolo tutto alfabetizzato, di grande cultura e civiltà, mai violento e sempre rispettoso delle leggi. Spero solo che qualche sprovveduto non si metta a parlare di integrazione, o dell’attuale sproloquio dello jus soli (per fortuna non si è ancora invocato lo jus sanguinis). In chiusura, ripeto ancora il mio grazie all’ex soldato Larry Southgate, per aver ricordato senza retorica ma con poche parole il dramma e la grande sofferenza che mai hanno abbandonato noi, fiumani, istriani, dalmati, mai, nemmeno quando da “miserabili profughi” siamo diventati “esuli in patria”.

 

Giosetta Smeraldi

 

 

 

 

 

404 - Osservatorio Balcani 30/08/13 Slovenia, prigioniera del suo passato

Slovenia, prigioniera del suo passato

 

Stefano Lusa -  Capodistria 30 agosto 2013

 

Commemorato in Slovenia il settantesimo anniversario della costituzione delle unità collaborazioniste dei Domobranci. La cerimonia si è svolta la scorsa settimana a Rovte, vicino a Lubiana, ed ha visto come ospite d’onore nientemeno che il leader del centrodestra Janez Janša

Le polemiche sono scoppiate sin dall’annuncio della celebrazione. È la prima volta, infatti, che un personaggio politico di primo piano partecipa a simili iniziative. A contestare la manifestazione, sulla strada che portava al paese, non è mancata una contromanifestazione, davanti ad un monumento dedicato ai caduti della resistenza, dove i partecipanti hanno esibito i tipici berretti partigiani e le solite bandiere con le stelle rosse.

 

Ad aggiungere benzina sul fuoco, anche il fatto che, a dir messa, era stato chiamato il vicario militare Jože Plut. L’ufficiale, all'ultimo momento, s'è tirato indietro, ma al suo posto si è presentato un altro cappellano militare, che ha presenziato alla cerimonia in uniforme dell’esercito.

La Slovenia non è nuova a simili manifestazioni, lo scorso anno a Šentjošt venne celebrato il settantesimo anniversario della costituzione delle scolte contadine, che le forze occupanti italiane inquadrarono, poi, nell’ambito della Milizia volontaria anticomunista. Da quelle unità nacquero successivamente i Domobranci.  Nella cerimonia, organizzata quest’anno a Šentjošt, per la prima volta, è comparso un  picchetto d’onore che ha rispolverato addirittura le vecchie uniformi dei Domobranci e la bandiera di quelle unità.

 

Dibattito storico

La tesi propugnata è che all’epoca si scontrarono sul campo  due eserciti sloveni: il primo, quello filosovietico vinse la battaglia nel 1945 e annientò brutalmente i suoi nemici;  il secondo, che voleva una Slovenia democratica, vinse la guerra nel  1990, dopo le prime elezioni libere.

Da una parte, così, ci sarebbero i valori della Slovenia indipendente e democratica dall’altra quelli della barbarie comunista. In Slovenia, come nei paesi Baltici, quindi, la lotta anticomunista avrebbe in qualche modo giustificato un’alleanza strategica con gli occupanti.

Una tesi inaccettabile questa per il centrosinistra, secondo cui era evidente chi stava dalla parte della ragione e chi dalla parte del torto, chi lottava per la libertà e chi invece consegnava gli oppositori ai nazisti e sorvegliava i treni che portavano i prigionieri nei campi di sterminio.

Il tutto si colloca in una serrata discussione sulla Seconda guerra mondiale. Gli studiosi dei movimenti collaborazionisti sottolineano, che questo fenomeno riguarda soprattutto la Slovenia centrale e la Bassa Carniola e coinvolge meno le altre regioni del paese. Il  fenomeno, spiegano, nacque dalle errate valutazioni della Chiesa cattolica e di maggiorenti del Partito popolare, che credevano inevitabile la vittoria nazista e che perciò cercarono di trovare un modus vivendi con i nuovi padroni. La formazione di unità collaborazioniste viene letta, però, anche come  una risposta all’ardore rivoluzionario che i partigiani, nel 1942, misero in atto nelle zone da loro liberate.

 

In questo contesto viene posto l’accento sulla specificità del collaborazionismo sloveno, che pur giurando fedeltà alla Germania nazista ed appiattendosi, forse senza eccessivo entusiasmo, all’ideologia del Terzo Reich, mantenne una dimensione locale e fortemente legata ai valori nazionali; tanto che riorganizzò la scuola slovena anche nelle zone a forte presenza slovena del regno d’Italia occupato dai nazisti.

Ciò non mise a riparo i collaborazionisti da una atroce resa dei conti. A guerra finita le truppe jugoslave li passarono per le armi senza processo. La stessa sorte toccò a quelli che si erano rifugiati in Austria, per arrendersi agli Alleati. Gli inglesi li riconsegnarono alle truppe di Tito che li giustiziarono nella suggestiva e inquietante Selva di Kočevje.

 

Fosse comuni

All'epoca tutta la Slovenia venne riempita di fosse comuni. Il regime eliminò quei nemici senza preoccuparsi di riconsegnare i corpi alle famiglie. Su quella strage cadde il silenzio. Tornò alla luce negli anni Settanta, grazie allo scrittore Edvard Kocbek, che ne parlò per la prima volta in pubblico e poi fu uno dei temi ricorrenti negli anni Ottanta, al tempo della democratizzazione della società in Slovenia.

Agli inizi degli anni Novanta andò in scena anche quella che doveva essere una cerimonia che segnava la riconciliazione, a cui partecipò anche il capo dello Stato Milan  Kučan, che prima di ricoprire quel prestigioso incarico era stato per lunghi anni un funzionario di spicco e poi anche leader dei comunisti sloveni. A quel punto sembrò assolutamente lecito che ognuno commemorasse e celebrasse i propri morti.

 

La questione, però, non era risolta. Il problema era che mancavano le tombe, per chiudere una tragedia, che aveva sin troppi richiami con quella di Antigone. Si trattava di dare degna sepoltura a tutti. La spinosa questione non sembra essere stata mai affrontata con la seria volontà di chiuderla definitivamente. Si è fatto ben poco, infatti, per trovare una soluzione per le oltre 600 fosse comuni che sono disseminate in tutto il paese.

Attualmente ne sono state monitorate circa una quarantina. La più celebre è quella di Huda jama, dove, in una miniera dismessa della Slovenia centro orientale, sono stati trovati i corpi di centinaia di persone. Ad anni di distanza i tutti resti non sono stati ancora del tutto riesumati. Le ossa estratte, in attesa che si decida sul da farsi, per ora giacciono in misere cassette di plastica, più adatte al trasporto della frutta al mercato che a conservare ossa umane. Ufficialmente: mancano i soldi.

 

Guerra culturale

Ad ogni modo la Slovenia sembra, oramai, essere sempre più prigioniera del suo passato. Ad accendere la polemica è stato il mancato invito, nel giugno del 2012, dei vessilli con le stelle rosse, alla cerimonia che celebrava l’indipendenza del paese. A quello  che fu considerato un inaudito affronto si è risposto ostentando, in ogni occasione possibile in faccia all’allora capo del governo, Janez Janša, i simboli partigiani e comunisti.

Lo scorso 27 aprile, per celebrare la giornata della resistenza, i leader del centrosinistra  hanno presenziato ad un concertone di canti partigiani e rivoluzionari, che si è concluso con tutti i vertici dello stato in piedi sulle note dell’Internazionale. La premier Alenka Bratušek è stata persino beccata dalle telecamere mentre, seduta in prima file, cantava con un certo vigore Bandiera rossa.

Adesso alle stelle rosse si contrappongono i simboli dei Domobranci e alla partecipazione ai raduni partigiani degli esponenti del centrosinistra si risponde con la presenza alle celebrazioni delle unità dei collaborazionisti. La guerra culturale continua.

 

 

 

405 - La Stampa 28/08/13  Croazia-UE, è già lite sui criminali di guerra.

SE LA LEGGE NON VERRÀ CAMBIATA, RISCHIA DI RIMANERE FUORI DA SCHENGEN

 

Croazia-Ue, è già lite sugli ex criminali di guerra

 

L`Unione bacchetta Zagabria: modificate le norme sull`estradizione

 

Con l`«emendamento Perkovic» si salvano molti ricercati. Bruxelles

minaccia lo stop ai fondi

 

MARCO ZATTERIN

CORRISPONDENTE DA BRUXELLES

 

Il primo litigio, dopo neanche due mesi di luna di miele. La Croazia e l`Unione europea, sodalizio di cui Zagabria è membro da 59 giorni, sono già ai ferri corti per una violazione che non promette nulla di buono. Bruxelles rimprovera alla repubblica balcanica di aver modificato tre giorni prima dell`adesione le norme sul mandato di arresto europeo e, in pratica, di averle ammorbidite in modo sospetto. La nuova legge stabilisce che l`estradizione sarà possibile solo per i reati commessi dopo il 2002. Sono così esclusi i crimini della guerra nell`ex Jugoslavia, ma anche il caso di Josip Perkovic, ex capo dei servizi segreti all`epoca socialista, ricercato in Germania per un omicidio politico che avrebbe compiuto a Monaco ne11983. Non è un caso che, dall`altra parte dell`Adriatico, la stampa l`abbia battezzato l`«emendamento Perkovic». La Commissione europea, guardiano dei

Trattati e arbitro del processo che ha condotto la Croazia a diventare, il ventottesimo Stato dell`Unione, l`ha presa male. Il mandato d`arresto europeo, norma fondamentale della cooperazione comunitaria, era una delle disposizioni alle quali i croati avevano accettato di adeguarsi per il via libera all`intesa con Bruxelles. La modifica all`ultima ora, senza preavviso e quando ormai tutto era pronto per la festa di nozze, non è piaciuta affatto. Il 29 luglio la responsabile Ue per la Giustizia, Viviane Reding, ha scritto all`omologo croato Orsat Milijenic minacciando ritorsioni qualora non avesse fatto chiarezza sull`«emendamento Perkovic» entro venerdì scorso. Non ha ottenuto risposta. Ora Zagabria fischia

delle sanzioni se non si spiegherà e cambierà la norma. Potrebbe vedersi congelata una parte dei fondi europei o anche ritrovarsi tagliata fuori dalla possibilità di entrare nel sistema di Schengen che legittima la sospensione dei controlli di frontiera sui cittadini all`interno dei confini comunitari. Il caso sarà esaminato dalla Commissione nella sua prima riunione ufficiale in programma mercoledì prossimo, anche se ci vorranno settimane prima che sí arrivi a una decisione concreta contro i croati. I quali, argomentano che la modifica al mandato di arresto europeo è del tutto analoga a quella vigente in altri paesi - come Italia, Francia e Austria - che hanno cancellato l`estradizione ante 2002. Il Parlamento di Zagabria, insomma, non avrebbe fatto altro che adeguarsi.

 

Fonti dell`esecutivo Ue rifiutano il ragionamento. L`esenzione, spiegano, è stata concessa solo a chi ha siglato l`atto originale di nascita del mandato d`arresto europeo e, comunque, dopo un`apposita trattativa. I croati, invece, non hanno mai chiesto trattamenti speciali durante il negoziato di adesione e hanno agito senza consultarsi. Il risultato è che potrebbero diventare dei monitorati speciali, come Romania e Bulgaria. «Sono comportamenti che fanno male all`Unione e non aiutano a corroborare la fiducia reciproca», ammette una fonte europea: «A meno di due lune dall`adesione, non ce lo aspettavamo proprio».

 

 

 

 

 

 

406 - Il Piccolo 28/08/13 L'Hdz vuole mettere al bando la "jugonostalgia" in Croazia

PROPOSTA DI MIKULIC

 

L’Hdz vuole mettere al bando la “jugonostalgia” in Croazia

 

BELGRADO Passatisti, nostalgici di Tito e della defunta Jugoslavia, comunisti irriducibili, attenti. Per voi il futuro, in Croazia, potrebbe essere quantomeno complicato. Potrebbe, se alle prossime elezioni dovesse vincere l’Hdz e se dovesse passare la controversa linea “anti-totalitarismo”

lanciata nei giorni scorsi nella capitale croata da Andrija Mikulic, numero uno in città dell’Unione democratica croata (Hdz) e importante esponente del partito di centrodestra che fu di Tudjman e che è oggi guidato da Tomislav Karamarko. Mikulic che ha sferrato un vero attacco a gamba tesa contro il sindaco di Zagabria e contro la “Jugonostalgia”, diffusa anche in Croazia, dando il via a un aspro dibattito. Attacco diffuso durante una conferenza stampa battezzata provocatoriamente «Milan, sei per una Zagabria balcanica o europea?», in cui Mikulic ha denunciato la partecipazione del sindaco della capitale, si dice con all’occhiello una spilla con l’effigie del Maresciallo, alla manifestazione intitolata “Dani balkanske ljubavi”, raduno di un pugno di antifascisti balcanici e di nostalgici del regime socialista di Tito. Un atto vergognoso, anche perché Bandic non avrebbe invece, a detta di Mikulic, celebrato adeguatamente la Giornata europea del ricordo delle vittime dei regimi totalitari, il 23 agosto scorso. Un’offesa che deve essere lavata. «Chiedo ai cittadini che hanno votato per Milan Bandic se sanno che il sindaco è uno degli ammiratori di uno tra i più grandi criminali, Josip Broz Tito». «Non voglio - ha aggiunto Mikulic - che Zagabria diventi un buco nero in Europa», una città dove «si onora il totalitarismo». Infine, le richieste più controverse. Il cambiamento del nome di Trg Marsala Tita in Kazalisni trg, quello in uso dal 1945 al 1946. E poi un appello: «Quando in Croazia diventerà un reato penale auspicare il ritorno della Jugoslavia?» Un ritorno al passato, al «progetto Jugoslavia» che, secondo il controverso discorso di Mikulic, sarebbe addirittura sostenuto in gran segreto dal presidente Josipovic, dal suo predecessore Mesic oltre che da Bandic. Sogni inconfessabili che dovrebbero essere puniti, seguendo il modello moldavo o ungherese. (s.g.)

 

 

 

 

 

407 - Il Piccolo 28/08/13 In Alto Adige la montagna vuole parlare solo tedesco

In Alto Adige la montagna vuole parlare solo tedesco

 

L’accordo fra il governo e la Provincia di Bolzano cancella 135 toponimi in italiano Nel mirino i cartelli che indicano sentieri, malghe, rifugi e vette. Guide inservibili

 

 

di Claudio Ernè

 

TRIESTE Rischia di innescare un effetto-domino su tutte le Alpi la recente decisione assunta dalla Provincia di Bolzano e dal governo di Roma di cancellatore definitivamente la versione italiana di 135 toponimi altoatesini o meglio, per restare in tema, sudtirolesi. Sui cartelli e sulle segnavie che indicano i percorsi che portano alla malga, alla forcella, al rifugio o alla vetta, da oggi gli escursionisti potranno leggere solo il nome tedesco della loro meta. Saranno così inservibili in buona parte le guide che dovrebbero essere presenti nello zaino di molti appassionati di montagna. Diverranno più difficili da interpretare la carte al 25mila e risulteranno inservibili le “tavolette” stampate dell’Istituto geografico militare di Firenze. Non si sa se e quando dovranno adeguarsi all’accordo politico - linguistico i navigatori satellitari. Fin qui i disagi per gli escursionisti.

 

Ma la cancellazione dei 135 toponimi in lingua italiana rischia di innescare la discesa a valle di una valanga che dall’Alto Adige – Südtirol non potrà non coinvolgere altre aree della catena alpina in cui da secoli vivono gruppi linguistici e culturali diversi da quello italiano. Perché in provincia di Bolzano si può fare e da noi invece no? Perché il presidente Luis Durnwalder ha convinto il ministro degli affari regionali Graziano Del Rio e i nostri rappresentanti, al contrario, segnano il passo? Questi interrogativi a breve coinvolgeranno i rappresentanti politici di altre popolazioni alpine, gelose della loro lingua e diffidenti verso le scelte che vengono dalla capitale. Le richieste si faranno a sempre più pressanti perché i 135 toponimi italiani sacrificati alla ragion di Stato, rappresentano solo la prima tranche di una cancellazione più estesa e numerosa perseguita dai partiti del gruppo etnico tedesco. Südtiroler Volkspartei in testa, ma in buona compagnia di altre formazioni radicali del gruppo etnico tedesco.

 

Già quattro anni fa l’Alpenverein – il Club alpino tedesco - aveva tentato un blitz piazzando sui sentieri e nei boschi atesini sessantamila cartelli segnalatici, la maggior parte dei quali monolingui. Molti turisti italiani avevano protestato perché la mancanza di informazioni in italiano sui percorsi aveva reso meno sicure o solo più incerte le loro escursioni e passeggiate. Quei sessantamila cartelli in tedesco erano stati pagati con soldi pubblici provenienti da Bruxelles e da Roma. Va aggiunto che questa spallata al bilinguismo nei cartelli segnaletici non aveva avuto il supporto istituzionale di un accordo politico; ma aveva avuto il merito di preparare il terreno all’attuale cancellazione di 135 toponimi italiani introdotti forzatamente dal governo di Roma negli anni successivi alla Grande Guerra e alla dissoluzione dell’Impero asburgico. Il confine si era spostato al Brennero e a Tarvisio e tante popolazioni fedeli all’Impero erano entrate a far parte del Regno di casa Savoia, subendo anche le violenze del regime fascista. Come scrive Patrizia Dogliani sul “Dizionario del fascismo”, edito da Einaudi, “l’Italiano diventò in Alto Adige l’unica lingua ufficiale dell’amministrazione civile e della Giustizia, mentre si procedette a italianizzare capillarmente la toponomastica”. Ecco uno dei motivi per cui oggi a fare le spese del nuovo assetto linguistico è anche la parte sommitale della “Via Vetta d’Italia”, in valle Aurina, Ahrntal per i tedeschi. Grazie alla monolingua introdotta per spirito di “revanche” nella toponomastica alpina dai tirolesi del Sud, si chiama Lausitzer Weg. Niente più vetta, niente più Italia.

 

Ma alla Klotz non basta: storia falsificata

 

BOLZANO La toponomastica è l’ultima, grande sfida di Durnwalder. Chiede tempo il governatore, mentre il ministro Delrio spiega come «le denominazioni approvate dall’accordo sono ben 1.526, individuate dalla Commissione istituita sulla base del Protocollo d’intesa. Per meno di un decimo, cioè 132 denominazioni, analiticamente esaminate dal commissario di governo e dal ministero, si è utilizzato il toponimo tedesco originario, ritenendolo non correttamente traducibile in italiano, ma accompagnandolo, in italiano, con la descrizione tipologica: malga, cima, monte e così via». Secondo Durnwalder «ci sono ancora alcuni punti aperti, inoltre servono una norma d’attuazione e alcune modifiche di legge. Questo richiede tempo...». Ma l’accordo Delrio-Durnwalder non piace però all’opposizione, italiana come tedesca. La consigliera provinciale Eva Klotz accusa Durnwalder di «sancire la falsificazione della storia altoatesina». «Vietato - è invece il commento di Alessandro Urzì (Alto Adige nel cuore) - usare la lingua italiana, in Italia. Che lo abbiano deciso le forze di governo italiane Pd-Pdl-Forza Italia-Scelta civica è quanto di più mortificante e incredibile potesse accadere». Secondo il verde Riccardo Dello Sbarba «questo è sempre il destino degli accordi presi nelle stanze chiuse e lontane, da quattro persone quattro. Non potevate chiedere, che so, magari al consiglio provinciale, cioè al potere legislativo democraticamente eletto?», scrive Dello Sbarba in una lettera aperta al ministro.

 

Boomerang turistico per la voglia di enclave

 

La chiusura sudtirolese mina i “diritti” degli escursionisti che potevano contare su una Babele di nomi

 

 TRIESTE A colpi di bomboletta spray. Per marchiare il “proprio” territorio e per ribadire quello che ritengono l’incontrovertibile loro “diritto”, maggioranze e minoranze linguistiche che vivono in aree cosiddette miste, non esitano ad agire su cartelli indicatori di questa o quella località. Nottetempo coprono di vernice il toponimo altrui o aggiungono il proprio. Poi via verso altri cartelli da correggere o da oscurare. Una marchiatura non dissimile da quelle che i cani maschi compiono alzando una delle zampe posteriori affiancati a un albero, un muricciolo, una ruota d’automobile. “Questo è mio”. Quando però sono i poteri dello Stato, della Regione, della Provincia autonoma di Bolzano a oscurare e cancellare definitivamente 135 toponimi introdotti quasi un secolo fa e massicciamente presenti sulle carte topografiche, la situazione si avvicina al livello di guardia. Quei cartelli dovrebbero rappresentare un aiuto all’orientamento per i turisti e gli escursionisti. La gente del luogo conosce bene il proprio territorio. Negando questo diritto al bilinguismo o trilinguismo perché in Alto Adige-Südtirol esiste anche il gruppo etnico ladino, si compie un atto che stride con i valori dell’Europa e si ripropongono antistoriche

contrapposizioni. Il passo dello Stelvio per i tirolesi si chiama Stilfersjoch; l’Ortler in italiano diventa Ortles; il Gran Zebrù è lo Koenigs Spitze. Il nostro Plan de Corones in tedesco viene chiamato Kronplatz; Sappada è Plodn per i suoi abitanti germanofoni, Sapade per i friulani e Sapada per i ladini. Il nostro Jof di Montasio, lambito dai recente da un devastante incendio boschivo, ha quattro nomi: in friulano è Jof da Montas, Spik nad Policami in sloveno, Bramkofel in tedesco. Una minuscola Babele che fa salvi i diritti di ognuno e consente a quasi tutti di orientarsi seguendo i cartelli stradali e le segnavie del Club alpino. Ecco perché la recente decisione di azzerare 135 toponimi italiani rischia di far slittare ulterioremente l’Alto Adige-Südtirol verso uno scenario da enclave assediata, costretta a difendersi dall’invadenza italiana. Una contraddizione palese per un’area che come la provincia di Bolzano fa del turismo uno dei settori trainanti della sua economia: cinque milioni di arrivi, 28 milioni di presenze, tre miliardi di euro di fatturato nelle statistiche del 2012. (c.e.)
 

408 - Il Piccolo 30/08/13 Trieste: Quando in città c'erano più calzolai che banche

Trieste - Quando in città c’erano più calzolai che banche
Viaggio nelle professioni del dopoguerra attraverso le “pagine gialle” di ’46 e ’47

I rigattieri erano 97 e i negozi di vestiti erano molto meno numerosi delle sartorie
 di Laura Tonero

C’erano più callisti che sportelli bancari, più calzolai che ragionieri. Una vecchia “Guida commerciale del 1946-47 della Venezia Giulia - Trieste e Pola”, ritrovata tra gli scaffali di un rigattiere, fotografa un tessuto professionale cittadino decisamente diverso rispetto all’attuale. Con mestieri oggi dimenticati o praticati da pochissimi abili artigiani. Sono tante anche le attività commerciali scomparse. Basta analizzare alcuni dati per evidenziare i netti cambiamenti. I calzolai a Trieste allora erano 338, e altri 39 se ne contavano nella provincia di Pola. Uno in ogni angolo di città. I calzaturifici aperti erano invece 78.

Oggi, di calzolai a Trieste, se ne contano 13, un paio di botteghe dedicate a questa attività sono state aperte negli ultimi due anni. «Volete fare un affarone? Comperate alla bottega dell’Occasione», recitava la pubblicità di una delle 97 botteghe di rigattiere sistemate non solo nella parte della città più vecchia ma pure in via Molino a Vento, in via Broletto o a Roiano. Erano allora solo 12 i negozi di abbigliamento femminile, otto quelli dedicati all’uomo, a fronte però di 37 importanti sartorie che confezionavano abiti per signora e 72 dedicate solo ai tagli maschili. A fianco 18 camicerie, sei laboratori per la realizzazione di busti per signora, cinque rivendite unicamente di impermeabili, 22 cappellerie dedicate all’uomo (due delle quali per la creazione su misura di cappelli di paglia) e 66 modisterie che confezionavano copricapo da donna. Non mancavano di conseguenza nemmeno i laboratori (nove) specializzati nella riformatura e nella pulitura dei cappelli.

Ma per chi doveva fare piccole riparazioni e rammendi c’erano quattro “mendaresse” e pure sei laboratori che aggiustavano calze. Non esistono più gli ombrellai, gli artigiani che riparavano ombrelli sostituendo bacchette rotte e manici spezzati, eseguendo anche rattoppi alla stoffa. Sono spariti i carrai che progettavano e costruivano carri in legno, i nove sellai e i maniscalchi ma pure i bilanciai e i cinque bottai che costruivano botti in legno. La nostra città con il passare dei decenni e l’avanzare degli strumenti tecnologici ed elettrici ha detto addio alle rivendite di ghiaccio, al riparatore di sedie, allo stagnino e all’arrotino.

Alla cura della bellezza e al benessere della persona si dedicavano i 274 saloni di barbieri e parrucchiere per signora ma pure i 14 callisti, per lo più uomini. Tra le professioni riportate allora sulla guida anche quella dei musicisti. Se ne contavano 59. Sfogliando il curioso volume si trova anche la lista dei 19 scultori che allora operavano nelle loro botteghe. Tra loro anche Ugo Carà con il suo laboratorio in via Ponchielli 3 e Marcello Mascherini che lavorava al civico 20 di via Fabio Severo. Nutrita anche la lista dei registi e degli scenotecnici (22), dei pittori (79) tra i quali Edgardo Sambo e Carlo Sbisà o degli autori e scrittori (115).

Le banche presenti allora a Trieste erano 13, per un totale di 15 sportelli bancari. Tra questi quello della Banca Triestina che aveva sede al civico 7 di via Mazzini, quello della Banca nazionale Giuliana di via Cassa di Risparmio 5 e via San Nicolò 9 oppure della Cassa triestina di Credito e Depositi di via Torrebianca 19. Erano 26 allora i notai: 23 gli attuali che operano con uno studio. I ragionieri nel ’47 erano 186, 312 gli avvocati, 209 gli architetti, 19 i veterinari, 73 gli amministratori di stabili. Non mancavano già allora coloro che si occupavano di vendite e rate (sette) e i “sensali” (10), sorta di mediatori in affari e contratti di vario tipo che fungevano da intermediari tra venditore e acquirente nella stipula di accordi.

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it