Mailing List Histria
Rassegna stampa a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri

                          N. 886 – 10 Settembre 2013                               

Sommario

 

409 – Mailing List Histria Notizie 09/09/13 Aperto a Zara l’asilo italiano

410 -  CDM Arcipelago Adriatico 04/09/13 Trieste: torna la Bancarella dal 17 al 22 ottobre

411 -  La Repubblica 05/09/13 Lettere – Firenze : Non si cancelli via Zara (Severino Bergamo)

412 - Il Piccolo 01/09/13 Fiume divisa sulla revisione di piazza Tito (Andrea Marsanich)

413 - Il Piccolo 29/08/13 Il Caso - La strage di Vergarolla fu organizzata dall’Ozna (Rodolfo Ziberna)

414 - Il Piccolo 01/09/13 Lettere - Storia :  Le sofferenze degli esuli (Livio Ceppi)

415 - L’Arena di Pola  26/09/13   L' Ente croato per il Turismo riscopre le denominazioni italiane (Antonio Ballarin)

416 - Corriere della Sera 04/09/13 Lettere a Sergio Romano - Fiume, Pola e Zara come ricordare il passato (Giuseppe de Vergottini)

417 – L’Arena di Pola 26/08/13 L'Italia abbandona Pola: 9 settembre 1943 (Lino Vivoda)

418 - Radio Capodistria 07/09/13 Il dolore degli altri (Stefano Lusa)

419 - Il Piccolo 04/09/13 L'Intervento - Usiamo i nostri dialetti per aprirci al prossimo (Marco Coslovich)

420 - Il Gazzettino 06/09/13 Boris Pahor attacca Enrico Letta: «Il rigassificatore non si deve fare»

421 - La Voce del Popolo  03/09/13 Vukovar, reduci contro il cirillico Prese a martellate le tabelle bilingui (Erika Blečić)

422 - Il Piccolo 01/09/13 Matvejevic spera nell'Europa: «Basta con le jugonostalgie» (Stefano Giantin)

 

 

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

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409 – Mailing List Histria Notizie 09/09/13 Aperto a Zara l’asilo italiano

 

Aperto a Zara l’asilo italiano

 

L'ASILO ITALIANO ITALIANO DI ZARA  - "IL PINOCCHIO"


Oggi, 9 settembre 2013, dopo un’attesa durata quasi, 69 anni, a Zara è stata aperta la prima scuola dell’infanzia dove alunni ed educatrici parleranno in italiano.

L’asilo, chiamato con il nome di “Pinocchio”, non a caso, il nome… Pinocchio, un simbolo dell'identita culturale Italiana, di fatto il libro di Collodi può a buon diritto essere inserito in questo filone «nazional-pedagogico».L’asilo dispone di due sezioni, che ospitano 20 alunni ciascuna. La sede in un edificio situato nella zona nuova della città dalmata...Gli arredi e le attrezzature, acquistate dall’Unione Italiana grazie ad un fondo di 32 mila euro ricevuti dalla Regione Veneto.

 
Dopo l’annessione della Dalmazia e dell’Istria alla Jugoslavia, Zara fu una delle città rimaste più isolate dalla propria “italianità”,  specialmente dopo la chiusura delle scuole italiane avvenuta nel 1953.


Nel 1991 però è stata ricostituita la Comunità Italiana che attualmente è una delle più attive, dispone di un’importante biblioteca e di un archivio storico, organizza di frequente eventi ed iniziative ed ha mantenuto i rapporti con i zaratini fuggiti in Italia subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Un ringraziamento al lavoro di Rina Villani (presidente della comunità italiana di Zara) e di Maurizio Tremul (presidente dell'Unione Italiani) assieme agli amici dalmati tutti.

 

 

 

 

410 -  CDM Arcipelago Adriatico 04/09/13 Trieste: torna la Bancarella dal 17 al 22 ottobre

Torna la BANCARELLA dal 17 al 22 ottobre 2013

 

Il CDM di Trieste, grazie ad un contributo del MIBAC, ripropone ancora una volta a Trieste “La Bancarella – Salone del Libro dell’Adriatico Orientale”.  Dopo l’ultima edizione svoltasi nel 2008 (con ben 13.000 visitatori) sotto ad una tenso-struttura in P.zza S. Antonio, in attesa di finanziamenti congrui, la manifestazione (a costo zero) era stata trasferita, dal 2009 al 2012, all’interno del Civico Museo di Via Torino con visibilità limitata a soci e simpatizzanti. Vista ora la disponibilità finanziaria, torniamo in un luogo centrale di Trieste, la Galleria Tergesteo, dal 17 al 22 ottobre 2013, per ampliare il diapason d’interesse e catturare l’attenzione di un pubblico vasto che poco conosce l’evoluzione dell’editoria e dell’offerta culturale di esuli in Italia e all’estero e della comunità italiana in Slovenia e Croazia.

 

L’edizione 2013 (intitolata STORIA e PERSONAGGI) sarà dedicata– come da progetto presentato al MIUR - al contributo delle nostre genti all'Unità d'Italia (con particolare cenno alla Prima Guerra mondiale), alla scuola e al dibattito su possibili sinergie tra esuli e rimasti e con le altre comunità del territorio adriatico su vari campi d'intervento nello "Spirito di Trieste", dando seguito al messaggio veicolato dai Presidenti di Italia, Slovenia e Croazia ai loro incontri di Trieste e Pola e nella nuova realtà determinata dall’allargamento dell’UE anche alla Croazia che ne è diventata il 28.esimo Stato. Lo spazio espositivo con i libri delle varie associazioni in Italia ed in Istria – Associazioni degli Esuli a Trieste e Comitati ANVGD nel resto d’Italia, Centri studi, il CRS di Rovigno, l’Edit di Fiume, La Società di Studi Fiumani di Roma, l’IRSML di Trieste ed altri – che trattano le tematiche specifiche, saranno messi in vendita dalla libreria UBIK in Galleria Tergesteo.

 

Ampio spazio – con pedana e un centinaio di posti a sedere all’interno della Galleria, nella sala UBIK al primo piano della Libreria e nella Sala Enel al primo piano dell'Agenzia – sarà riservato alle presentazioni dei libri di particolare importanza ed attualità, alla presenza degli autori con relatori di spicco. Nello stesso perimetro si svolgeranno dibattiti e gli spettacoli serali in collaborazione con Istituti e Centri culturali, l’incontro con i ragazzi per raccontare le nostre terre attraverso il gioco..   Il Programma dell’incontro, prevede l’inaugurazione ufficiale il 17 ottobre con i saluti delle autorità. A seguire la presentazione dei libri Freschi di Stampa, lettura di brani e accompagnamento musicale.

 

Nell’ambito della Bancarella, la prima parte del Convegno dedicato alle possibili sinergie tra gli Istituti storici d’Italia nella ricorrenza del 10 Febbraio, ovvero riflessioni su conferenze e lezioni dedicate alle vicende dell’Adriatico orientale, in collaborazione con l’IRSML. Lo scopo è di creare una rete di servizio qualificato degli Istituti, coordinato da Trieste per le necessità di Comuni, scuole ed altre realtà. Altri due Istituti, di Gorizia e Gradisca, presenteranno le loro iniziative di contatto con il mondo mitteleuropeo. Evento di punta sarà l’incontro del Touring Club con le scuole italiane, per la premiazione dei lavori del Concorso che viene realizzato in collaborazione col MIUR, le associazioni degli esuli e l’Unione Italiana.

 

Presentazioni ad oltranza si susseguiranno con letture e accompagnamento musicale. In serata gli spettacoli di musica e prosa. Per terminare il 22 ottobre con l’invito a teatro per seguire lo spettacolo di Simone Cristicchi dedicato al Magazzino 18 in sinergia con il Teatro Rossetti. Il programma sarà a getto continuo durante le giornate per permettere ad autori ed editori di proporsi ed incontrare il pubblico. Previsto l’allestimento di mostre di fotografia per rendere elegante ed accogliente lo spazio della Bancarella.  La comunicazione avverrà attraverso locandine, conferenze stampa, la messa in rete di tutte le notizie sul nostro sito www.arcipelagoadriatico.it, la collaborazione con il quotidiano La Voce del Popolo (Pagina FVG) ed altre testate locali, regionali e nazionali, la stampa giuliano-dalmata in Italia e nel Mondo grazie alla collaborazione con l’Associazione Giuliani nel Mondo.

L’iniziativa si inserisce nelle finalità della Legge sul Giorno del Ricordo (votata nel 2004) che mira a far conoscere la cultura e la civiltà dell’Adriatico orientale in varie forme, puntando sul messaggio forte dell’eccellenza (scrittori, storici, uomini di spicco del mondo economico) legata a queste terre, al fine di produrre un collante tra le genti sparse dell’Adriatico orientale ma anche una rete di conoscenza in grado di produrre ricchezza per il territorio ed i suoi abitanti.

 

 

 

 

411 -  La Repubblica 05/09/13 Lettere – Firenze : Non si cancelli via Zara

Non si cancelli via Zara

 

5 settembre 2013 —   pagina 6   sezione: FIRENZE

 

Severino Bergamo

 

LEGGO sul quotidiano "La Repubblica" che il sindaco Renzi ha lanciato l' idea di abolire un cospicuo numero di strade fiorentine per sostituirle con altrettanti personaggi di recente attualità. Chi scrive è esule dell' Istria e Dalmazia, noi come noto abbiamo dovuto patire sofferenze morali e materiali (con le nostre terre abbiamo pagato i danni di guerra soltanto noi e non il resto d' Italia d' allora) per un esodo forzato negli anni ' 40 del secolo scorso: l' unica nostra colpa essere italiani, e abbandonare per sempre la nostra amata terra d' impronta italianissima. Fra i personaggi citati nell' articolo mi ha colpito la giusta esternazione della signora Sandra Bonsanti presidente di "Libertà e Giustizia" che dichiara: "Non si debba cancellare la storia", osservazione veritiera.

 

Non mi trova altrettanto in sintonia il sig.nor Leonardo Gori, scrittore di gialli di ambientazione storica che è tra i pochi ad aver chiaro cosa buttare via dichiarando: "Zara non mi piace, se ne può fare a meno tranquillamente". Consiglio a questo scrittore di dedicarsi più e con attenzione alle vicende storiche del confine orientale: Istria e Dalmazia, scoprirà che la loro cultura monumentale e pittorica parlano veneziano. Quindi non si cancelli via Zara o altri siti dedicati a codesti luoghi, fanno parte dell' Italia storica. Nel presente l' Italia contribuisce con stanziamenti per la loro conservazione.

 

 

 

 

 

 

412 - Il Piccolo 01/09/13 Fiume divisa sulla revisione di piazza Tito

Fiume divisa sulla revisione di piazza Tito

 

La proposta dell’ex deputato popolare Doric incassa pochi consensi. Il sindaco Obersnel: «Non era mica Stalin o Hitler»

 

di Andrea Marsanich

 

FIUME Dopo Zagabria, anche a Fiume è stato avviato l’iter per la ridenominazione di Piazza Tito, ex Piazza Bano Jelacic e che si trova nel rione di Susak, toccando il noto albergo Continental. A firmare l’iniziativa, consegnata alla commissione cittadina per l’autonomia locale, è stato un noto esponente locale del Partito popolare ed ex deputato parlamentare, Miljenko Doric. «Ho agito a titolo personale – ha detto il politico – senza consultarmi con il mio schieramento. Josip Broz Tito è stato il leader di un regime antidemocratico, che ha fatto numerose vittime e dunque il suo nome non merita di comparire nella toponomastica fiumana. Non intendo in questo modo equiparare comunismo e nazifascismo, né intendo negare i valori dell’antifascismo, ma è pur vero che dal 1945 in poi nell’ ex Jugoslavia si commisero numerosi crimini, con vittime coloro che non accettavano il sistema. Tito era al vertice di quel regime». La procedura per l’eventuale modifica è semplice: ora sarà la suddetta commissione ad esprimersi se accettare o meno la proposta di Doric che, quand’era attivo in seno al Consiglio d’Europa e deputato al Sabor, votò le dichiarazioni di condanna dei regimi totalitari.

 

Se l’organismo non accetterà l’iniziativa, significherà la sua definitiva bocciatura. In caso contrario, la questione sarà sottoposta all’ attenzione del sindaco di Fiume, il socialdemocratico Vojko Obersnel, che in qualità di esponente del potere esecutivo dovrà dare una sua valutazione. Infine, l’ ultima parola spetterà al consiglio comunale. Il primo cittadino non si è tirato indietro nel commentare un’iniziativa che nemmno i partiti di destra hanno voluto avviare a Fiume: «Tito non è stato mica perfetto, ma di questo debbono occuparsi gli storici. Nessuno può però mettere in dubbio che Tito abbia avuto dei meriti eccezionali e grazie ai quali Fiume, l’Istria e altre aree dell’attuale Croazia non fanno parte dell’ Italia. Josip Broz non può esere paragonato a dittatori come Stalin e Hitler».

 

L’iniziativa di Doric, che difficilmente centrerà l’obiettivo (Fiume vota da sempre centrosinistra), ha sorpreso il suo collega partitico, Miroslav Matesic, presidente della sezione fiumana dei popolari e vice sindaco: «Non ne sapevo nulla e comunque si tratta di una vicenda complessa, dalle tante sfaccettature. Il mio parere è che il nome di Piazza Tito debba restare». L’identico concetto è stato espresso dalla presidente della commissione comunale per le autonomie locali, Ljiljana Cvjetovic, che fa parte del Partito dei pensionati.

 

 

 

 

 

413 - Il Piccolo 29/08/13 Il Caso - La strage di Vergarolla fu organizzata dall’Ozna

La strage di Vergarolla fu organizzata dall’Ozna

 

IL CASO Leggo con rammarico la lettera di Larry Southgate sulle Segnalazioni del 27 agosto, con cui da una versione della strage di Vergarolla per decenni sostenuta dalla propaganda del maresciallo Tito: non sono stati i titini anche perché a loro non giovava, le mine erano lontano dalla spiaggia, nessuno poteva sapere che quel giorno ci sarebbero state persone sulla spiaggia. Non voglio sapere la ragione per cui vengono scritte ancora queste cose, ampiamente smentite dagli storici, ma pretendo almeno rispetto per i morti di quella che fu una vera e propria strage. Per agevolare la comprensione al lettore sintetizzo gli accadimenti. Il 18 agosto 1946 l’esplosione di 28 mine accatastate sulla spiaggia di Vergarolla, affollata di bagnanti e persone che assistevano alle programmate gare natatorie della Coppa Scarioni organizzate dalla società Pietas Julia, provocò la morte di un centinaio di persone (64 furono le vittime identificate, tra cui 15 sotto i 12 anni) e il ferimento di decine di altre. Alle mine artificieri italiani avevano da tempo tolto il detonatore, che successivamente qualcuno aveva

rimesso: dunque non poteva che trattarsi di un attentato. Recenti ricerche al Public Record Office di Londra confermano tale ipotesi: gli autori sarebbero stati italofoni legati all’Ozna (ciò venne confermato dopo l’apertura degli archivi inglesi del 2008, ma sul settimanale “Globus” di Zagabria del 7.11.2003 erano apparse articolate conferme). Il governo italiano indennizzò le famiglie delle vittime e dei feriti. Una commissione di indagine britannica escluse lo scoppio fortuito, ma non individuò i colpevoli per evitare attriti con la Jugoslavia. Questa strage rafforzò la convinzione che l’esodo fosse ormai inevitabile quale garanzia di sopravvivenza, oltre che di libertà e di mantenimento della cittadinanza italiana.E infatti nel gennaio del ’47 ebbe inizio il trasferimento in massa della cittadinanza grazie alle motonavi messe a disposizione dal governo italiano. Alla fine circa 29.000 polesani optarono per l’esilio, mentre soltanto 3mila decisero di restare sotto la nuova amministrazione jugoslava.

Si concludeva così l' ”operazione” comandata da Tito a Gilas e lasciata scritta da quest'ultimo: «Fummo mandati Kardelj e io in Istria. Bisognava mandare via gli Italiani con ogni mezzo. E così fu fatto!». Fu fatto anche con la strage di Vergarolla organizzata dall'Ozna a Pola. Non si superano i drammi della storia dimenticandoli, ma anzi promuovendone la conoscenza.

Voglio sperare che la lettera del signor Southgate sia frutto solo di non conoscenza (la maggior parte degli italiani non conosce i drammi dell’esodo e delle foibe) e non si innesti invece nel filone di coloro che per decenni hanno cercato prima di negare i fatti e ora che ciò è impossibile, di minimizzarli o giustificarli.

 

Rodolfo Ziberna Vice presidente mazionale dell’Anvgd

 

 

 

 

 

 

414 - Il Piccolo 01/09/13 Lettere - Storia :  Le sofferenze degli esuli

STORIA Le sofferenze degli esuli

 

nSono rimasto molto colpito da un’affermazione letta domenica 25 agosto su questo giornale, fatta da un ex militare inglese in servizio a Pola in quegli anni difficili, che in riferimento alla strage di Vergarolla ha detto che quei poveri morti in fondo hanno patito molto meno di tanti connazionali che hanno dovuto abbandonare la loro terra per subire poi sofferenze e umiliazioni ben più gravi. Niente di nuovo per chi ha voluto capire quelle storie documentandosi, e per comprendere meglio i motivi di quell’esodo basterebbe leggersi qualche rara copia di un giornale clandestino di allora intitolato “Il grido dell’Istria” , che denunciava le nefandezze estreme che quotidianamente venivano fatte di proposito verso gli italiani di quelle terre solo in quanto tali e quindi rimaste impunite, mentre la madre patria attraverso i servizi era cosciente ma assente perché per quelle terre erano già stati presi impegni diversi e irrinunciabili.

 

Eppure sembra, per qualcuno, che le sofferenze in queste zone siano state patite da una sola parte, anche se non dobbiamo dimenticare che per la difesa del Balkan è morto anche un ufficiale italiano. Al di là delle teorie estreme e incommentabili di qualche ideologo dei primi‘900 alle quali qualcuno sembra affezionato, la popolazione di Trieste nei numeri ha avuto queste proporzioni solo perché ha risentito della dimensione dei due paesi limitrofi, una semplice logica di vasi comunicanti. Quello che sorprende è che alcune idee in auge presso i circoli più estremi di allora possano avere ancor oggi nei racconti una sorta di rilancio, in un clima ormai sereno e di reciproca stima. Sorprende ancor di più che vengano apprezzate e premiate in loco le testimonianze della sofferenza di quella parte quasi a istigare sentimenti lontani, che non risparmiano neppure risentimenti verso l’Italia (non ha capito se quella di allora o anche di oggi), mentre prendiamo atto ancora una volta che dall’altra parte un intero popolo, che ha dovuto lasciare la propria terra per poi essere disperso, è stato per il proprio Paese e i suoi politici solo motivo di imbarazzo e disagio, allora come oggi.

 

Personalmente la vedo in modo diverso tanto che qualche anno fa, in occasione del funerale di mio padre che ho voluto riportare a Capodistria, quando il Parroco mi disse che non disponeva di un prete che parlasse italiano, io gli dissi con spirito sincero che per me questo non era un problema perché la religione cattolica è universale; mi guardò zitto per un momento e poi sorrise: alla fine con mia sorpresa è venuto un prete che parlava italiano, cosa che ho molto apprezzato.

Voglio concludere dicendo che a nessuno conviene andare troppo indietro nella storia rimescolando ogni cosa, anche se pochi di quei testimoni diretti sono arrivati ai cent’anni, dato che in ogni casa c’è qualcosa da raccontare, mal’hanno fatto di rado e con garbo: in fondo qualcuno queste cose può ancora raccontarle a casa propria mentre altri no.

 

Livio Ceppi

 

 

 

 

 

415 - L’Arena di Pola  26/09/13   L' Ente croato per il Turismo riscopre le denominazioni italiane

L' Ente croato per il Turismo riscopre le denominazioni italiane

Un po’ sommessamente da qualche anno a questa   parte, oggi più  decisamente, gli antichi toponimi italiani dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia vengono finalmente ncitati nelle comunicazioni e nelle newsletters  dell’Ente croato per il Turismo, l’Istituzione che da alcuni decenni cura in Italia la promozione di viaggi e soggiorni in quei luoghi ad alta densitàdi storia e di arte italiane.

La storiografia titoista, che si èinventata letteralmente i nomi, sovente, purché  non “suonassero” italiani e, successivamente,  l’ultranazionalismo di Tuđman hanno imposto per anni indicazioni di cittàe luoghi su déliant e guide esclusivamente nella versione balcanica. Oggi, finalmente, vengono introdotte per le cittàistriane e dalmate le denominazioni originarie accanto ai toponimi in lingua croata.

Tale segnale di significativa apertura –si spera –viene accolto con estrema soddisfazione dalle Associazioni dell’esodo che hanno ostinatamente proclamato la verità storica e culturale dell’Adriatico orientale e richiesto a gran voce un segno di rispetto per i luoghi a cui l’intero popolo dell’Esodo appartiene.

Non si tratta, com’èevidente, di sciovinismo –come sessant’anni di propaganda jugoslava e nazionalista hanno con protervia voluto far credere –ma di rispetto della complessa identitàdell’ampia regione ceduta nel 1947 alla Jugoslavia di Tito e dell’intera Dalmazia:  un’identitàstorica eminentemente italiana nel suo costume sociale, nel suo profilo architettonico ed artistico e  nella sua lingua d’uso, e tuttavia caratterizzata da un plurisecolare tessuto di relazioni e di convivenze con comunitàdiverse, etniche e religiose.

Recuperare i nomi originari delle care cittàdell’Istria, del Fiumano e della Dalmazia restituisce ad esse la loro originaria bellezza in maniera completa, dona argomenti  per una memoria attiva al concetto di identitàe valorizza, al contempo, il lavoro tenace dell’Associazionismo degli esuli, che dal dopoguerra, in solitudine, hanno custodito  la storia e proclamato il diritto al rispetto della civiltà cui appartengono essi stessi ed i luoghi dai quali furono costretti a fuggire dal nuovo regime totalitario di Tito, ma ai  quali rimarranno indissolubilmente legati, nonostante le distanze fisiche e le fratture dell’anima.

Antonio Ballarin

Presidente nazionale ANVGD

 

 

 

 

416 - Corriere della Sera 04/09/13 Lettere a Sergio Romano - Fiume, Pola e Zara come ricordare il passato

Lettere al Corriere

 Risponde Sergio Romano

 Fiume, Pola e Zara come ricordare il passato

 La Associazione Coordina­mento Adriatico è attiva dal 1993 nella tutela e valorizzazione del patrimonio storico-culturale della Venezia-Giulia e della Dalmazia, insieme con le più risalenti sigle sorelle dell’associazionismo degli esuli. Giova in questo senso ricordare come la Legge 30/03/04 n. 92 sia giunta allo scopo di «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime dette foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Note dolenti del recente panorama culturale, turistico ed editoriale del nostro Paese rimangono ancora in questo senso la toponomastica e la cartografia piana di quelle terre — Istria, Quarnero, Fiume e Dalmazia —che con le loro province (Pola, Zara e Fiume) e territori furono prima e lungamente venete e poi italiane per lingua, tradizione e cultura e quindi lo divennero a tutti gli effetti politici e amministrativi in parte dopo i trattati seguiti al primo conflitto mondiale (1919) e nel loro complesso con il successivo Trattato di Roma (1924). Non ritiene, come crediamo noi, finalmente auspicabile — da parte dei nostri quotidiani, delle guide turistiche e dell’editoria più in generale — una maggiore attenzione con l’uso dei toponimi originari accanto a quelli attuali (magari anche in forma bilingue) a tutela della memoria storica di quelle terre e in coerenza alla realtà storica effettiva del nostro Paese?

 Giuseppe de Vergottini Bologna

 

Caro De Vergottini

Conosco il dramma degli italiani di Fiume, Zara, Pola e so che hanno buo­ni motivi per lamentare la fret­ta con cui una buona parte del­la società italiana si è sbarazza­ta dell’ingombrante ricordo del­le loro sventure. La freddezza e l’ostilità con cui il treno degli esuli fu accolto alla stazione di Bologna è una brutta pagina di storia nazionale. Il passato di quelle città è un patrimonio culturale italiano che andrebbe rispettato e coltivato.

Ma ho qualche volta l’im­pressione che nella nostalgia istriana e dalmata vi sia una inutile componente revansci­sta e, in qualche caso, un vec­chio pregiudizio antislavo. Pola e Zara sono state indubbia­mente italiane. Fiume era pro­babilmente più mitteleuropea che italiana, ma anche i suoi cit­tadini ungheresi e croati parla­vano italiano ed erano legati al­la penisola da un forte vincolo culturale. La loro sorte, tutta­via, non è molto diversa da quella che ha colpito, fra la pri­ma e la Seconda guerra mondia­le, molte città europee. Breslau si chiama Wroclaw, Kònigsgberg si chiama Kaliningrad, Danzig si chiama Gdansk, Pressburg si chiama Brati­slava. Come Zara, molte di que­ste città hanno perduto i segni distintivi della loro identità ar­chitettonica. Tutte sono abitate da nuovi «indigeni» che parta­no la loro lingua, hanno i loro ricordi e non vogliono essere trattati  come estranei in casa d’altri. È pratico e utile chiama­re queste città con il loro vec­chio nome nelle guide turisti­che e nelle carte geografiche di viaggiatori contemporanei? È  utile per i nostri dalmati e istriani vivere con gli occhi constantemente rivolti al passato?

 Questo non significa che sul passato italiano di Fiume, Pola e Zara occorra calare definitiva­mente il sipario. Ma riuscire­mo a conservare le loro memo­rie italiane soltanto se anche i loro nuovi cittadini ne saranno orgogliosi Durante un viaggio a Kaliningrad, qualche tempo fa, ho constatato che i suoi abi­tanti (tutti russi, ucraini, bielo­russi e più generalmente po­stsovietici) sono lieti di appar­tenere a una città che fu patria di Kant e sede regale della Prus­sia orientale. Coordinamento Adriatico potrebbe promuove­re iniziative per suscitare lo stesso orgoglio negli abitanti slavi di Fiume, Pola e Zara. Cre­do che sarebbero bene accolte e che tutti potremmo trarne vantaggio.

 

 

 

 

417 – L’Arena di Pola 26/08/13 L'Italia abbandona Pola: 9 settembre 1943

SETTEMBRE 1943: L'ITALIA ABBANDONA POLA

 

9 settembre 1943: l’Italia abbandona Pola

 

All’alba le navi della Regia Marina lasciano il porto, mentre il 12 settembre alcune decine di migliaia di soldati italiani si arrendono a poche centinaia di tedeschi

 

Cosa successe a Pola e in Istria esattamente 70 anni fa, dopo la caduta del fascismo e in particolare dopo l’armistizio? Lino Vivoda ne parla nel suo libro In Istria prima dell’esodo - Autobiografia di un esule da Pola, Edizioni Istria Europa, Imperia 2013. Proponiamo in questo numero i capitoli che trattano del periodo dal 25 luglio 1943 all’arrivo, dopo l’8 settembre, dei partigiani titoisti. Il prossimo mese pubblicheremo invece i capitoli riguardanti le foibe e l’occupazione nazista. Invitiamo i lettori a fornirci anch’essi la loro testimonianza diretta per contribuire a far piena luce su tale periodo. Scriveteci!

Quella tragica estate del 1943 in Istria:

25 luglio a Gallignana

Sino all’estate del 1943, Pola non aveva ancora conosciuto la guerra nel vero termine della parola. Si viveva un’atmosfera anacronistica, da lontana retrovia, dove l’eco dei combattimenti giungeva smorzata. Oltre ventimila uomini appartenenti a tutte le armi s’erano aggiunti ai circa quarantamila abitanti. Era ripresa la solita solfa degli allarmi quasi ogni sera. Ma ormai la città, che si estende su sette colli come Roma (Castello, Zaro, San Michel, Castagner, Monte Ghiro, San Martin, Monte Paradiso), era stata traforata come il formaggio gruviera e ad ogni dove c’era un’entrata di rifugio antiaereo. Ormai non dovevo correre sino allo Zaro, ma avevo due rifugi vicini: percorrendo via Kandler in clivo San Rocco, vicino alla Catolica, o al clivo Gionatasi, percorrendo via Sergia. Questo nuovo rifugio, che faceva tutto il giro della città vecchia sotto al Castel, aveva anche altre due entrate: a Porta Gemina a fianco del Museo e accanto a Porta Ercole ai Giardini.

Finito l’anno scolastico ritornammo a Gallignana per le solite vacanze estive. Come ogni estate ero arcifelice di andare al paese di Mamma, dove conoscevo un sacco di ragazzi e incominciavo anche ad interessarmi alle ragazzine. Ma non avrei immaginato quante cose sarebbero capitate quell’estate del ’43. Avvenimenti che avrebbero cambiato completamente il corso della nostra vita.

Una sera di luglio (il 25 per la precisione) ero in parrocchia con don Mauro, il parroco, quando sentimmo alla radio l’annuncio dell’arresto di Mussolini e della nomina a capo del Governo del maresciallo Badoglio. Don Mauro commentò con una frase che ricordo ancora oggi perché contrastava con l’opinione che avevo io di Badoglio: «Speriamo che Badoglio salvi l’Italia come ha fatto nella prima guerra mondiale». Non obiettai nulla ma mi rimase strano il giudizio del prete sul comportamento del maresciallo che io collegavo alla disfatta di Caporetto.

Uscito dalla Canonica vidi che alcuni ragazzi avevano già strappato dal muro l’insegna ovale di metallo con la bandiera tricolore ed il fascio ch’era davanti la porta dopolavoro, sotto la loggia della porta d’entrata al paese, e la prendevano a sassate. Al vedere ciò mi prese un amaro in bocca: era pur sempre la bandiera italiana che veniva oltraggiata assieme al fascio. Andai nella vicina osteria dei Salamon, dove i minatori giunti da Pozzo Littorio con la corriera nera (la “minadora”) che li portava e riportava al lavoro raccontavano di una grande confusione dappertutto.

Quasi due mesi più tardi, alle ore 17 di un pomeriggio di sole dell’8 settembre, la radio italiana annunciava la firma dell’Armistizio.

 

L’ 8 settembre del ’43

Il silenzio della notte settembrina fu rotto da un continuo rumore di macchine verso Santa Caterina: sapemmo poi che erano gli automezzi della 2a Armata che abbandonavano precipitosamente i Balcani, passando da Fiume diretti a Trieste. Anche da Gallignana incominciarono a passare delle automobili, non autocarri, facenti chiaramente parte del parco macchine di corpi speciali: Guardia alla Frontiera, Capitaneria di porto e uffici militari di Fiume. Il colore verde indicava che erano macchine militari. Poi incominciò la lunga teoria di soldati appiedati: affamati, affranti, sbracati. Dopo i quattro chilometri in salita da Pedena a Gallignana appena arrivati si sdraiavano nel Klenja, il grande parco con alberi secolari a margine del paese. Dopo essersi riposati proseguivano per Pisino, diretti a Pola dove speravano di imbarcarsi sulle navi della Marina da guerra italiana per attraversare l’Adriatico e raggiungere le famiglie.

Correva voce infatti che Trieste era bloccata dai tedeschi e non si poteva passare. All’inizio la gente del paese offriva acqua e fette di polenta a quei poveri disgraziati, poi dato il numero fu impossibile aiutarli. Intanto le donne partigiane approfittavano per farsi consegnare le rivoltelle e le bombe a mano di quelli che ne erano ancora provvisti: nessuno aveva più il fucile.

Guardavo sgomento quei poveri uomini, una volta soldati, abbandonati allo sbaraglio senza ordini né direzioni di marcia: ARRANGIATEVI, TUTTI A CASA, E SI SALVI CHI PUO’! Mi domandavo: ma possibile che nessuno degli Alti Comandi avesse pensato di diramare l’ordine di ripiegamento inquadrati e armati sino alle caserme di presidio da dove erano partiti per la guerra?

Più tardi negli anni, leggendo parecchia memorialistica, mi feci la convinzione che la fuga di re e generali a Sud era stata barattata in qualche modo coi tedeschi. Un ricognitore tedesco Cicogna infatti sorvolava la lunga teoria di macchine in fuga da Roma a Ortona dove tutti si imbarcarono sulla Baionetta, venuta da Pola, diretti a Brindisi.

Ricordavo che in Istria dopo un simile sorvolo ricognitivo era susseguito il bombardamento degli Stukas a Pisino e Gimino sulla colonna di automezzi partigiani. Sugli Alti fuggitivi invece niente.

Secondo quanto risultò poi (e lo lessi anche su un giornale svizzero che parlava della resa di Pola), allora a Pola, i primi giorni dopo l’8 settembre 1943, si trovava insediata una presenza militare di circa 40mila soldati.

Date le circostanze il Comitato dei leader antifascisti di Pola aveva deciso di organizzare un meeting di protesta, al grido di «Fuori i tedeschi da Pola» (quelle poche decine di sommergibilisti di Scojo Olivi), che sarebbe dovuto iniziare alle 14. Oratore avrebbe dovuto essere il prof. Nicola De Simone, napoletano, uno dei capi comunisti di Pola ritornato in città dal confino.

La massa di gente radunata nella piazza del Mercato, un centinaio di persone, era stata più volte scacciata da una formazione mista formata da militari del battaglione “San Marco”, da carabinieri, da poliziotti e da sottufficiali della Scuola della marina da guerra italiana, al comando del capitano dei carabinieri Casini, che infine avevano aperto il fuoco.

Negli scontri ai Giardini avevano perso la vita Giuseppe Zahtila, già condannato dal Tribunale speciale a 14 anni di carcere in quanto membro del Partito comunista, quindi Carlo Zuppini e il marinaio Giuliano Cicognani, un sottocapo di Marina appartenente al picchetto di sorveglianza presso la sede della TELVE, mentre i feriti furono più di una decina.

 

Secondo “Ribalton”: la resa di Pola

Intanto i poveri soldati sbandati del XVIII Corpo d’Armata giunti a Pola coi loro automezzi, poi abbandonati perché privi di benzina, ebbero un’amara delusione: tutte le navi in grado di galleggiare avevano tagliato la corda! Il porto era vuoto. Infatti, dopo l’annuncio dell’armistizio l’8 settembre ’43, le navi della Regia Marina abbandonarono precipitosamente la città già nella nebbia di primo mattino del giorno successivo. Prime a partire furono le unità della Divisione Navi Scuola Colombo, Vespucci e Palinuro, sulle quali erano imbarcati gli Allievi Ufficiali di complemento dell’Accademia Navale trasferita a Pola (isole Brioni) da Livorno per motivi di sicurezza, poi la corazzata Giulio Cesare, che uscì dal porto coi cannoni da 381 puntati su Scoglio Olivi, dove nella base sommergibili vi erano anche unità tedesche, e via via l’incrociatore Pompeo Magno, il cacciatorpediniere Sagittario, le corvette Urania e Baionetta (quest’ultima con disposizioni delle prime ore del 9 settembre dell’ammiraglio de Courten di recarsi con la massima velocità verso Pescara per imbarcare a Ortona il re e le Alte Autorità fuggiasche, per portarli a Brindisi), la torpediniera Insidioso, i sommergibili Serpente, Pisani e Mameli, la cisterna Verbano, la motonave Eridania, il naviglio leggero (dragamine, MAS, rimorchiatori) e qualsiasi imbarcazione in grado di raggiungere la sponda opposta. L’Italia abbandonava Pola!

Nel frattempo circa duecento sommergibilisti tedeschi della Kriegsmarine si prepararono a resistere in una città dove ai circa ventimila uomini di presidio si erano aggiunti le migliaia di soldati rimasti imbottigliati dalla fuga dai Balcani. Piazzarono alcune mitragliatrici prelevate dai sommergibili all’estremità del ponte in ferro che unisce l’isola Scoglio Olivi alla terraferma ed attesero gli sviluppi della caotica situazione.

Il primo reparto tedesco giunse a Pola la sera dell’11 settembre. Si trattava di uno squadrone di cavalleria motorizzata al comando del capitano Weggand. Con loro l’italiano capitano di corvetta Umberto Bardelli, come mediatore tra l’ufficiale tedesco e l’ammiraglio di divisione Strazzeri, comandante la piazzaforte marittima di Pola.

Più tardi giunse il maggiore delle SS Hertlein, che assunse il comando, ed al quale l’ammiraglio Strazzeri firmava la resa consegnando la piazzaforte, di decine di migliaia di uomini, senza sparare un solo colpo, alle scarso nucleo di truppe del Terzo Reich [Vedi Ennio Maserati, Il periodo badogliano a Pola e nell’Istria, in “Trieste”, Trieste luglio-agosto 1962].

Ai militari italiani venne subito offerta la possibilità di tre scelte: continuare a combattere coi tedeschi; collaborare coi tedeschi come lavoratori; essere internati in Germania come prigionieri. Incominciò così il trasferimento coi treni e con la motonave Vulcania dei prigionieri in Germania, che nel frattempo venivano ammassati nelle caserme, con le sentinelle tedesche che sparavano in continuazione per evitare fughe.

Intanto, saputo che a quella massa di prigionieri i tedeschi distribuivano solo una brodaglia al giorno, le donne e i ragazzi di Pola, guidati dal parroco del Duomo mons. Angeli e da don Felice Odorizzi che parlavano perfettamente il tedesco, per tre giorni sfamarono i prigionieri, raccogliendo cibo tra la popolazione, che si privava delle scarse razioni di guerra per cucinare polenta e minestroni di verdura «per quei poveri fioi che mori de fame».

E la città assistette muta e angosciata alla partenza nei vagoni bestiame dei prigionieri per i Lager della Germania.

Come dimenticare e perdonare i responsabili della mancata difesa dell’Istria nonostante l’enorme quantità di mezzi e forze disponibili!

La mancata difesa dei confini orientali d’Italia, per la fuga della monarchia e l’insipienza di Badoglio, fece sì che in tutta l’Istria, ad eccezione di Pola e Fiume, e naturalmente Trieste, dilagasse l’insurrezione dei partigiani di Tito.

Sempre a Pola, intanto, il cap. di corvetta Bardelli, insieme al comandante in seconda delle Scuole CREM, col. di fregata Mirone, costituirono un Battaglione di Marinai, al comando di Mirone, con compiti di ordine pubblico, coadiuvati da un gruppo di carabinieri ed una trentina di uomini del Deposito 60a Legione MVSN.

Infine, agli ordini del Capitano del Genio Covatta, giunse a Pola una colonna di automezzi con resti del XVIII Corpo d’Armata. Erano circa 1.200 ufficiali e soldati racimolati strada facendo dai Corpi più svariati, già dislocati in Balcania con la 2a Armata, che giungono inquadrati, superando anche combattimenti, con la volontà di non cedere le armi agli Slavi. Rimarranno in servizio a Pola sino alla fine della guerra.

Il 12 settembre si ricostituì a Pola la Federazione dei Fasci di Combattimento dell’Istria con un triumvirato guidato dall’ex Consigliere Nazionale on. Bilucaglia, che già il prefetto Zanelli aveva incaricato prima dell’arrivo dei tedeschi di formare una “milizia cittadina” per fermare i tentativi di assalto alle polveriere ed agli acquedotti verificatisi il 10 settembre.

Essendo io nei giorni dell’Armistizio a Gallignana, le notizie relative a Pola sono tratte da appunti manoscritti in mio possesso del giornalista Antonio Carbonetti, direttore del “Corriere Istriano”, quotidiano di Pola, sino alla chiusura a fine aprile 1945.

 

Dichiarazione di Pisino

A Pisino intanto si riuniva una specie di assemblea promossa e presieduta nella caserma dei carabinieri da emissari titini venuti dalla Jugoslavia. Veniva eletto un “Comitato regionale del potere popolare”. Tre i presidenti: Joakim Rakovac, Vjekoslav Stranić e Ante Cerovac. Il 13 settembre 1943, in un palazzo vicino ai giardini del centro, proclamarono la volontà dell’Istria di venir annessa alla Jugoslavia, decisione ribadita in un raduno di una quarantina di partigiani nei giorni 25 e 26 settembre. Quaranta partigiani si assunsero il diritto di rappresentare la volontà del popolo istriano, volontà che si vide poi espressa con l’esodo plebiscitario di oltre 300.000 giuliano-dalmati ed alcune decine di migliaia di sloveni e croati! Il proclama venne stilato dal partigiano Ljubo Drndić, e divenne il punto fermo della volontà dell’Istria, secondo i croati, di riunirsi alla Madrepatria jugoslava, alla quale peraltro mai era appartenuta!

Intanto si andavano formando gruppi di partigiani, mobilitati dagli agitatori venuti dalla Jugoslavia, e nelle tetre celle del Castello dei Montecuccoli di Pisino venivano ammucchiati italiani, prelevati da tutta l’Istria, e poi di notte avviati a gruppi e scaraventati nelle foibe del territorio, molti ancora vivi perché legati col filo di ferro ad altri sventurati uccisi a colpi di mitra. Comandava il Tribunale del popolo il famigerato “giudice” Motika.

Verso la fine del mese una colonna partigiana di una ventina di minadore (le caratteristiche corriere che trasportavano i minatori al e dal lavoro – una faceva servizio ogni giorno anche a Gallignana – tutte nere col cassone di legno, con la porta in fondo e senza finestre, con due file di panche alle pareti) si arrampicò lentamente per i quattro chilometri di salita che portavano da Pedena a Gallignana.

Giunti, si fermarono e parecchi partigiani già armati alla bell’e meglio scesero a bere all’osteria “Salamon” che era nel piazzale davanti la porta della cinta muraria.

Erano i primi partigiani che vedevo. Rimasero un po’ di tempo. Qualcuno intonò «Avanti popolo alla riscossa bandiera rossa trionferà». Non avevano ancora imparato la canzone partigiana slava: «Druže Tito ljubičice bijela» (compagno Tito violetta bianca) con la quale poi balleranno il Kolo, la caratteristica danza slava, allacciati in cerchio con le mani dei due compagni di fianco strette dietro la propria schiena.

Poi ripartirono e quando l’ultimo automezzo si fu appena mosso dal paese sentimmo il rumore di un aereo. Era una cicogna tedesca da ricognizione che fotografava la colonna.

Fu una fortuna che si fossero appena mossi in direzione di Pisino, perché poi subirono a Pisino e Gimino il bombardamento in picchiata di due Stukas tedeschi. Io li vidi dal terrazzo di zio Giacomo piombare su Pisino (giù a valle nel buco detto ombelico d’Istria), circa cinque chilometri in linea d’aria, essendo Gallignana posta a 454 metri di altezza. Sentii così il caratteristico urlo lacerante della loro sirena in picchiata.

Gran parte di quei partigiani furono massacrati a Gimino.

 

Lino Vivoda (continua)

 

 

 

 

418 - Radio Capodistria 07/09/13 Il dolore degli altri

Il dolore degli altri

 

A Okroglica commemorato il sessantesimo anniversario di quello che è stato definito il più grande raduno sloveno. Nel 1953, nella località, poco lontana da Gorizia, il maresciallo Tito parlò davanti ad una folla oceanica. Si era nel pieno della crisi di Trieste e la tensione tra Italia e Jugoslavia era alle stelle. Per ricordare quell’evento è stato inaugurato un monumento su cui non manca l’effige di Tito, la stella ed un frammento di quel discorso.

 

Se la guardiamo sul piano interno, quella di Okroglica, è stata l’ennesima manifestazione all’insegna dell’uso pubblico della storia, l’ennesimo tassello di un confronto politico che passa attraverso un serrato scontro sull’interpretazione del periodo bellico e postbellico, in cui la società appare sempre maggiormente polarizzata e dove dialogo e sintesi sembrano oramai impossibili. Il passato resta un terreno di confronto comodo ed i politici sloveni si dimostrano in questo campo molto più abili che nel trovare le ricette per risolvere la crisi economica.

Se la guardiamo da un punto di vista locale, per gran parte degli sloveni del Litorale, la resistenza, le stelle rosse e di conseguenza anche Tito, più che simboli del regime, furono i simboli della fine di 20 anni di fascismo e dell’unificazione con la madrepatria. Diverso, ovviamente, il discorso per gli italiani, nelle zone passate sotto sovranità e amministrazione jugoslava. Tito, in quel discorso, diede ad intendere che stavano benissimo ed in effetti stavano così bene che pochi scelsero di restare nella federazione socialista.

Da questo punto di vista, a Okroglica, sono stati, soprattutto, ricordati i tanti, troppi, torti che gli italiani ed il fascismo inflissero agli sloveni. Nel ricordare il proprio dolore, nessuno spazio è stato dato al dolore degli altri.

 

Stefano Lusa

 

 

 

 

419 - Il Piccolo 04/09/13 L'Intervento - Usiamo i nostri dialetti per aprirci al prossimo

L’INTERVENTO DI MARCO COSLOVICH

 

Usiamo i nostri dialetti per aprirci al prossimo

 

Credo nella poesia dialettale senza toglier nulla alla poesia dotta. Ritengo anche che i nostri poeti dialettali, con la dovuta eccezione di Biagio Marin, siano trascurati. Più propriamente quelli legati al dialetto triestino, segnatamente Virgilio Giotti e il nostro coevo Claudio Grisancich (solo per citare comunque i più noti), non godano della considerazione che meriterebbero. Non lo affermo da linguista, ma da amante della poesia ed estimatore delle nostre contrade poetiche. Ma questo non basta. Mentre la poesia - come definirla senza inviperire i linguisti ? - in lingua italiana, secondo il collaudato standard umbro-tosco-emiliano, fa parte organica nell'uso comune tra i media, fa cioè parte di un sistema formalizzato di comunicazione nazionale, le varianti vernacolari hanno mantenuto un tessuto linguistico meno contaminato dalla regola e dalla grammatizzazione. Il vernacolo ancora aderisce alla vita, ne registra i cambiamenti e i capricci.

Va da sè che il vernacolo ha subito un potentissimo attacco dalla lingua nazionale e soprattutto dal sistema di comunicazione nazionale, ma quando resiste, quando ancora mantiene, in qualche modo, una sua forma, un suo modo di dire, presenta sempre qualcosa di originale, di immediato, di vissuto.

Tanto ci siamo uniformati allo standard linguistico nazionale, che ormai quasi non sappiamo più leggere, quando ne abbiamo la possibilità, il dialetto e tanto meno la poesia. Allora ci appare ridicola, cacofonica, straziante. E questo avviene in contesti nei quali, come nel caso dei dialetti di area veneta, il dialetto è ancora in buona misura praticato e non solo dal "volgo", ma è adottato, ancora, dalle più diverse classi sociali. Insomma parliamo in dialetto e leggiamo e scriviamo in italiano.

C'è in questo semplice aspetto un non so che di curioso e rilevante. C'è uno sdoppiamento permanente tra la comunicazione materna, usata nei gesti comuni, nella vita, e la parte indotta, scolastica, appunto grammaticata e riconoscibile nelle comunicazioni standard e nel lavoro e nella vita civile.

Permangono così nel dialetto espressioni e parole che non sono traducibili nella lingua standard, come se la vita, e i suoi caratteri salienti e locali, vivessero accanto, per quanto pacificamente, con l'uso formale.

Questa enclave di sordità linguistica va conservato, non come in un museo, ma come una pratica esistenziale, un modo di relazionasti al prossimo. In questa direzione non è un linguista, un grammatico che possano far molto, ma è solo il poeta che scrive la vita o, meglio, la sua esistenza con la lingua parlata. Ecco il custode della lingua parlata. Egli rinuncia all'ampia cerchia del successo di un vasto pubblico standardizzato, egli rinuncia a sperimentazioni audaci e a giochi linguistici, ma coglie sempre le stesse identiche cose, senza posa, senza ambizione che non sia quella di dire in dialetto, nel suo dialetto. Mi piace pensare a Giotti, così ascoso e solitario, e a Grisancich, un vero e proprio mentore della poesia "senza ambizione". In questo modo di essere c'è molto di Trieste, di questa nostra città che così tanto fatichiamo a capire: isolamento cercato e disperato bisogno di interlocuzione, immobilismo e apertura mentale strabiliante, scetticismo e ironia e slancio ideale raro e unico, chi più dei nostri poeti dialettali sa cantare queste contraddizioni? Più spazio culturale si dovrebbe offrire alla nostra poesia dialettale e bisognerebbe saperla accennare a scuola. Queste cose hanno rilievo politico, sì politico. Non fanno certo il verso a quell'approccio xenofobo della Lega, legata ad un'idea malnata di "fuori lo straniero". No. Anzi è vero l'esatto contrario, perché più conosciamo noi stessi più siamo pronti al confronto con l'altro, più decliniamo il nostri stile di vita, più abbiamo da offrire a chi chiede ospitalità. Questo è vero a parole e poco vero nei fatti, ma, appunto, la poesia è parola per eccellenza ed è la quintessenza dell'apertura dal piccolo verso il grande.

 

 

 

 

420 - Il Gazzettino 06/09/13 Boris Pahor attacca Enrico Letta: «Il rigassificatore non si deve fare»

Boris Pahor attacca Enrico Letta: «Il rigassificatore non si deve fare»

 

Lo scrittore sloveno contro il progetto di Zaule:

«Il governo tiene sotto scatto anche il premier Bratusek»

 

TRIESTE - Lo scrittore sloveno di Trieste Boris Pahor, che ha da poco compiuto i 100 anni, ha oggi ribadito la propria contrarietà al progetto del rigassificatore di Zaule, dalle colonne del Primorski dnevnik, quotidiano della minoranza slovena in Italia. Dopo un periodo in cui era parso che il progetto del rigassificatore fosse stato accantonato, scrive Pahor, il presidente Enrico Letta si è di nuovo detto favorevole.

 

«E da quanto si può dedurre, tiene sotto scacco la premier slovena Alenka Bratusek, che è contraria al rigassificatore, come contraria è la maggior parte della pubblica opinione», scrive ancora Pahor, che vede nel rigassificatore un pericolo per la popolazione di Trieste e per le attività portuali.

 

Pahor ha sottolineato anche «l'atteggiamento inerte dei rappresentanti responsabili di Trieste riguardo a questo problema», per poi osservare che «è pur vero, che il Comune di Trieste e la Regione FVG si sono detti contrari al rigassificatore. Evidentemente però Letta non se n'è accorto.

Bisognerà perciò un po' alzare la voce».

 

 

 

 

421 - La Voce del Popolo  03/09/13 Vukovar, reduci contro il cirillico Prese a martellate le tabelle bilingui

Vukovar, reduci contro il cirillico Prese a martellate le tabelle bilingui

 

VUKOVAR - Sono durate lo spazio di poche ore le insegne bilingui a Vukovar. Un centinaio di reduci di guerra infuriati hanno rimosso a martellate le tabelle scritte a caratteri cirillici che campeggiavano all’ingresso degli uffici dell’amministrazione statale, del fisco e della stazione di polizia. Le insegne erano state apposte nella notte, con il favore delle tenebre, sotto l’occhio vigile di un centinaio di agenti delle forze speciali della polizia. Ma a nulla è valsa la loro presenza. Verso le 11 del mattino i reduci hanno spezzato il cordone delle forze dell’ordine e spazzato via i primi segni dei bilinguismo visivo, croato e serbo nella città martire sul Danubio. Negli spintonamenti con i manifestanti sono rimasti feriti tre poliziotti e una poliziotta. Il comando per la difesa della Vukovar croata ha avvertito che anche in futuro verranno rimosse a forza eventuali nuove tabelle bilingui. La situazione dunque è estremamente tesa. Il governo di centrosinistra al potere a Zagabria ha mantenuto fede all’impegno di introdurre le scritte a carattere cirillico in città. Il ministro dell’Amministrazione, Arsen Bauk, ha dichiarato che tutto è stato fatto nel pieno rispetto della legalità e che le proteste contro il bilinguismo hanno matrice politica.

 

 

Mezzogiorno di fuoco

 

Quella di ieri è stata, dunque, una mattinata infuocata nella città martire. Entro mezzogiorno a Vukovar un gruppo di cittadini, munito di martelli, ha infranto tutte le tabelle bilingui. Una ventina di minuti dopo, Tomislav Josić, presidente del Comitato per la difesa di Vukovar croata, ha raccolto intorno a sé i cittadini coinvolti nella protesta per rimandarli alle proprie case. Con l’invito di ritrovarsi l’indomani, se le tabelle bilingui dovessero ricomparire.

Appena messe in sito le prime tabelle, tra i residenti c’è stato un passaparola velocissimo e in pochissimo tempo un folto gruppo di contestatori si è radunato davanti al palazzo che ospita gli uffici dell’Amministrazione statale, dove le tabelle in scrittura latina e in quella cirillica erano state appena affisse. Visto l’accalcarsi della popolazione, che senza inviti particolari si era decisa a protestare, a difesa delle tabelle sono stati chiamati gli agenti delle forze speciali. Però i cittadini si sono fatti strada a spintoni tra gli agenti e a suon di martellate hanno provveduto a frantumare le tabelle.

Dalle 7 del mattino l’edificio dell’Amministrazione statale è rimasto praticamente bloccato. Infatti, una cinquantina di poliziotti erano stati chiamati a difesa delle insegne, mentre circa altrettanti cittadini cercavano di impedire che venissero affisse. Goran Bošnjak, rappresentante dell’Amministrazione statale, era in attesa di istruzioni da parte del relativo ministero, mentre Tomislav Josić asseriva che “questo è solamente l’inizio del blocco. Entro venerdì Vukovar sarà in completo fermento. Nessuno entrerà o uscirà dalla città”. Secondo Josić, quella del governo non è stata una buona mossa: “Pensano di mettere in atto la Legge, ma si tratta di una violazione della Legge, perché noi abbiamo consegnato a vari organismi del Sabor la richiesta che Vukovar sia proclamata città di omaggio imperituro. Se al governo la ignorano, si rendono ridicoli”.

 

 

Carri armati e polizia

 

Josić ha fatto riferimento anche al premier Zoran Milanović, il quale “aveva dichiarato che noi non ci siamo battuti contro il cirillico. Io dico che lui non può capire le vittime e i nostri sentimenti. Il cirillico a Vukovar è entrato sui carri armati e ora vi giunge scortato dalla polizia. Però le tabelle non resteranno. L’unica questione è quando le toglieremo. Il governo qui non sarà più il benvenuto. Se a Knin ha dato loro fastidio qualche fischio, a Vukovar li attenderà molto peggio”.

Il collaboratore di Josić, Vlado Iljkić, ha puntualizzato che a Vukovar nessuno impedisce il bilinguismo nelle istituzioni, che le cause penali si svolgono in due lingue e scritture e che le carte d’identità sono anch’esse bilingui. “Però qui si tratta di sminuire un simbolo”. Iljkić ha espresso rammarico per la poliziotta rimasta leggermente ferita e nel contempo ha lodato tutte le forse dell’ordine coinvolte per la loro estrema professionalità, perché con il proprio comportamento hanno impedito il verificarsi di danni maggiori.

 

 

Inviti alla violenza

 

Commentando il fatto, Milorad Pupovac, rappresentante dell’SDSS al Sabor, ha dichiarato che lo Stato non deve indietreggiare davanti all’illegalità e alla distruzione dei beni statali. Ritiene che quelli di Vukovar siano “messaggi di intolleranza e inviti alla violenza”, mentre secondo lui è vergognosa la “stigmatizzazione” della scrittura cirillica.

“Credo che sia il governo sia l’autogoverno locale, come i rappresentanti della comunità serba, abbiano dimostrato sufficiente comprensione e pazienza. Il perseverare di quelli che si oppongono all’attuazione delle leggi, della Costituzione, degli obblighi europei per quanto concerne la realizzazione dei diritti linguistici delle minoranze, rappresenta un serio problema. Impedire l’attuazione della Legge, aggredire pubblici ufficiali, distruggere proprietà statali e incitare alla violenza sono atti che devono essere materia di reazioni molto serie”, ha concluso Pupovac.

Anche il governo ha condannato duramente gli atti di violenza a Vukovar. Il presidente della Repubblica, Ivo Josipović, ha dichiarato, da parte sua, che tutti i partiti devono spiegare all’opinione pubblica perché è un bene rispettare il bilinguismo.

 

Erika Blečić

 

 

 

 

422 - Il Piccolo 01/09/13 Matvejevic spera nell'Europa: «Basta con le jugonostalgie»

Matvejevic spera nell’Europa: «Basta con le jugonostalgie»

 

Il monito dell’intellettuale davanti al nazionalismo mai sopito dei Balcani: «Solo l’adesione all’Ue eviterà le guerre e costringerà ad accettare i principi»

 

Quelle cattedre in Italia e Francia fra esilio e asilo

 

ALLARGAMENTO DIFFICILE Bosnia e Serbia sono lontane, il piccolo Montenegro è avanti

 

IL PROBLEMA DELLA SRPSKA Se s’inizia separando la Bosnia, pacificazione impossibile

 

Nato nel 1932 a Mostar da padre russo e madre croata, sul ricco curriculum di Matvejevic figurano le cattedre di letteratura alla Sorbona e alla Sapienza e, tra le tante onorificenze, una laurea honoris causa concessagli dall’Università di Trieste. All’inizio del conflitto nell’ex Jugoslavia, ha scelto una strada «tra asilo ed esilio» prima in Francia e poi in Italia. Tra i suoi libri più noti, “Breviario Mediterraneo”, centomila copie, tradotto in 23 lingue, “Epistolario dell’altra Europa”, lettere aperte in difesa dei dissidenti e per un socialismo dal volto umano, “Ex Jugoslavia. Diario di una guerra”.

 

di Stefano Giantin

 

BELGRADO Il futuro dei Balcani è in Europa. Ma il nazionalismo strisciante ancora ne rallenta lo sviluppo e ne mina la stabilità. La pensa così Predrag Matvejevic, anima multiculturale, fra i massimi intellettuali europei. Matvejevic che è stato recentemente premiato con la cittadinanza onoraria di Sarajevo per i suoi meriti nell’aver narrato in modo imparziale gli orrori della guerra nell’ex Jugoslavia.

 

Professore, è rimasto qualcosa della Sarajevo di prima della guerra?

 

È rimasta una parte dell’intellighenzia, costernata da quanto succede e da quanto si ripete, dal nazionalismo. Io sono stato in città tre volte durante l’assedio di Sarajevo, di fronte alla Biblioteca nazionale divorata dalle fiamme. La situazione ora è diversa, non ci sono armi, non c’è la possibilità di un conflitto, di ripetere quanto accaduto. I nazionalisti sono disarmati. Ma le armi sono anche verbali, si può fare la guerra anche senza di esse.

 

Come vede la Bosnia di oggi?

 

I bosniaci di fede musulmana sono divisi, una parte è sorpresa dai problemi del Paese, ma c’è pure una minoranza islamista, un fatto che crea un nuovo problema in Bosnia, Paese che diventa un centro esplosivo dell’ex Jugoslavia. Dall’altra parte, la leadership della Republika Srpska, dove c’è un nazionalismo feroce, come dimostrano i festeggiamenti al criminale di guerra Krajisnik.

 

Nazionalismo che rinasce o che non è mai morto?

 

Che è rimasto e che rimane in tutte le etnie e nazionalità. Ne vedo le tracce qui a Zagabria, lo leggo sui giornali di Belgrado che dicono che i croati in Serbia sono molto più protetti dei serbi in Croazia, che sono qui da cinque secoli. Si risvegliano le stesse ideologie, gli stessi atteggiamenti del passato. La Bosnia poi economicamente va male, il tenore di vita è più basso che in Serbia e in Serbia più basso che in Croazia.

 

Qualcosa di positivo però accade anche nei Balcani, come l’entrata della Croazia nell’Ue.  Zagabria era veramente pronta per il gran passo?

 

La Jugoslavia era preparata ad aderire, pronta a entrare integralmente. Era più avanti in confronto alla Polonia, alla Cecoslovacchia, ai Paesi baltici, economicamente e socialmente. Adesso le cose sono completamente cambiate. La Croazia, preparata male, ora si trova nelle ultimissime file dell’Unione europea. Ma entrare in Europa è stato il male minore. Ci sono poi aspetti positivi, come il presidente Josipovic, persona onesta ma che non può reggere tutto da solo. Josipovic che, prima delle elezioni, ha detto di essere agnostico e ha ricordato che i suoi genitori erano stati partigiani, due cose odiate dai nazionalisti, sia serbi sia croati.

 

Lei in passato ha parlato di “democrature”, anche riferendosi alla Croazia. Vale ancora questo concetto?

 

Sono ancora più forti di prima. Ora sono molto più nascoste, sono dappertutto, implicite nelle cose quotidiane. La democratura oggi, ad esempio, è fornire alle persone ubbidienti, vicine a un partito, un posto di lavoro.

 

E la Serbia?

 

Ci sono cambiamenti positivi, vi si trova un’opposizione ancora debole, che non riesce a rovesciare quanto è stato seminato dal regime di Milosevic, ma più forte che in Croazia e in Slovenia. Già col presidente Tadic, ma anche ora dimostrano una volontà di collaborare con i vicini. È importante, perché dopo Sarajevo, Vukovar, Srebrenica non è più possibile ricreare uno Stato comune, ma è possibile avvicinare le nazioni, creare Stati che s’intendono, con frontiere aperte. Non è importante rifare la Jugoslavia, questo è finito, sono nostalgie di persone che non sanno leggere il testo politico, un’illusione che bisogna abbandonare.

In pratica, il futuro di tutti i Balcani è quello di puntare sull’Ue?

La Croazia e la Slovenia sono già insieme nell’Unione, se anche la Serbia, la Macedonia, la Bosnia vi entreranno si potranno avere condizioni migliori che in Jugoslavia. Ognuno risponderà del proprio territorio, dell’economia, del commercio. Entrata che eviterà guerre, che costringerà ad accettare principi, modi di comportarsi europei, perché da questi dipendono fondi e aiuti. Questa sarebbe la soluzione, ma purtroppo è abbastanza lontana, sia per la Bosnia, sia per la Serbia. Forse il piccolo Montenegro è quello più avanti in questo senso.

Nel frattempo l’Europa continua spesso a vedere i Balcani come un problema.

Il problema dei Paesi balcanici che hanno fatto la guerra è di conservare una pace a cui sono stati costretti, una costrizione che produce ipertensioni politiche. Tensioni ad esempio come quelle causate dal presidente Dodik, in Republika Srpska, che vuole unire l’entità dei serbo-bosniaci alla Serbia. Ma se s’inizia separando la Bosnia, il lavoro di pacificazione non sarà mai finito.
Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it