MAILING LIST HISTRIA
RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE
A CURA DI MARIA RITA COSLIANI, EUFEMIA GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI 

N. 888 – 25 Settembre 2013

                                             Sommario

 

437 - Corriere della Sera 19/09/13 Tuttifrutti - L`asilo italiano a Zara che chiude una ferita (Gian Antonio Stella)

438 - Il Foglio 18/09/13 Preghiera - Asilo di Zara (Camillo Langone)

439 - La Voce del Popolo 14/09/13 Intervista -  Antonio Ballarin: Uniti dall’amore per un’unica terra (Mariano L. Cherubini)

440 - L'Eco di Bergamo 23/09/13 Giorno del Ricordo 2014 - Regione Lombardia: La memoria delle foibe un concorso per le scuole

441 - L'Arena di Pola 19/09/13 Cogliere i frutti dell'alleanza italo-sloveno-croata (Paolo Radivo)

442 - La Voce del Popolo 24/09/13 Chiude il consolato di Spalato: siamo condannati all'emarginazione (Krsto Babić)

443 - Il Piccolo 17/09/13 L'Istria reclama i quadri "trafugati" dall'Italia (Mauro Manzin)

444 -  Anvgd.it 25/09/13 Venezia: festa per i 90 anni di Tullio Vallery (Anvgd Venezia)

445 - Rinascita 16/09/13  Pola, il tradimento continua (Maria Renata Sequenzia)

446 - East journal 18/09/13 Fertilia, l'ultima spiaggia dei giuliani-dalmati (Davide Denti)

447 - La Voce del Popolo 21/09/13 Trieste -  Magazzino18: Il deposito dei destini infranti (Gianfranco Miksa)

448 – La Voce del Popolo  16/09/13 Rovigno - Gabriele Bosazzi: Una guida alla ricchezza storica, culturale e identitaria (Cristina Golojka)

449 - La Voce in più Dalmazia 14/09/13 Maria Pasquinelli e gli italiani di Spalato (Rosanna Turcinovich Giuricin)

450 - La Voce del Popolo 18/09/13 Goli Otok – Silverio Cossetto:  Andata e ritorno all’isola dei dannati (Gianfranco Miksa)

451 - Il Piccolo 17/09/13 Grande guerra:  Il lungo calvario dei prigionieri che l'Italia non aiutò a tornare (Marco Mondini)

452 - Il Piccolo 17/09/13 Lettere - Ziberna tace sulle responsabilità del fascismo (Julijan Cavdek)

453 - Il Piccolo ediz.Gorizia 18/09/13 Lettere - I filo-titini non si arrendono (Rodolfo Ziberna)

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

437 - Corriere della Sera 19/09/13 Tuttifrutti - L`asilo italiano a Zara che chiude una ferita

Tuttifrutti 
di Gian Antonio Stella

 
L`asilo italiano a Zara che chiude una ferita


II grande Ottavio Missoni, che aveva lasciato il cuore laggiù tra le calli della «sua» città gentile, della quale era rimasto per decenni «sindaco in esilio», non ha fatto in tempo a vederlo. Ma sessantanove interminabili anni dopo, finalmente, in un asilo di Zara una maestra ha accolto l`altro giorno gli scolaretti con le parole: «Benvenuti, bambini!» In italiano. Gli ultimi che erano stati accolti così, verso la fine della seconda guerra mondiale, sono oggi dei vecchi ultrasettantenni.

C`è voluta una trattativa interminabile ed estenuante, per aprire finalmente una scuola materna italiana nella città dalmata. Proprio perché Zara era, come scrisse Luigi Federzoni, presidente del Senato e dell`Accademia d`Italia, la più veneziana di tutta la Dalmazia veneziana: «Venezia non partorì mai, nella sua lunga e copiosa maternità, figliola più somigliante di questa, né più degna, né più devota. Zara è adorabile. Zara dovrebbe essere in cima ai pensieri di tutti gli italiani. Per il labirinto delle calli pittoresche formicola tanta festevole, graziosa e appassionata venezianità». E questa sua storia, questa sua identità, doveva essere a maggior ragione rimossa, dimenticata, cancellata dai più fanatici cultori del nazionalismo slavo. Quelli che a Spalato si spinsero anni fa a mettere sotto la foto di un Leone di San Marco, su un depliant, la seguente didascalia: 93 «Leone post-illirico». Ridicolo.


Ha vinto la Ue dove i confini stanno diventando di seta, ha Ha vinto la vinto la nuova Croazia europea e aperta al dialogo, ha vinto la volontà di lasciarsi finalmente alle lasciarsi alle spalle gli odi e i rancori del passato, ha vinto il buon senso. spalle i rancori Quello mancato ancora nel 2009 del passato quando l`apertura di una sezione italiana sembrava imminente e fu invece fatta saltare dagli ultimi rigurgiti di ostilità anti-italiana. È una notizia bella, l`apertura di quell`asilo a Zara. Dovuta all`insistenza di tanti esponenti della nostra comunità nell`Istria, nel Quamero e nella Dalmazia tra i quali il presidente dell`Unione degli italiani Maurizio Tremul, il deputato istriano a Zagabria

 
Furio Radin e la presidente della Comunità italiana zaratina Rina Villani. Al ministero degli Esteri, che ha messo i soldi per comprare un villino e ristrutturarlo e assistere passo passo l`asfissiante 
procedura burocratica. Alla Regione Veneto che ha finanziato l`arredamento e contribuirà alla gestione. Dall`anno prossimo, par di capire, la città pagherà gli insegnanti. Evviva. Si tratta di un asilo privato, almeno per ora. Ma va bene così. Tanto più che fra italiani e croati è stato raggiunto l`accordo anche sul nome bilingue, un passaggio che sembra ovvio ma che per molto tempo ha rappresentato nella Zadar croatizzata un problema. Tutto superato. La scuola materna, dove si parla in croato io ore la settimana, si chiama: «Talijanski djecji vrtic Pinokio - Scuola italiana dell`infanzia Pinocchio». E una ferita che si chiude. Ed è bello che accada nel nome del burattino di Collodi.

 

 

 

 

438 - Il Foglio 18/09/13 Preghiera - Asilo di Zara

PREGHIERA

 

di Camillo Langone

 

A Zara è stato aperto un asilo italiano. Ci sono vo­luti sessantanni ma alla fine gli italiani di Dalmazia sono riusciti nell'intento, anche grazie al contributo della regione Veneto (Zaia sia lodato). Gli italiani d'I­talia dovrebbero prendere esempio. In­vece di lamentarsi per le classi strapie­ne di zingari e di cinesi dovrebbero aprire anche loro scuole italiane. Ci fu un tempo in cui per sprovincializzarsi, per aggiornarsi rispetto a soluzioni e problemi, veniva auspicata la gita a Chiasso: oggi io auspico la gita a Zara.

 

 

 

 

439 - La Voce del Popolo 14/09/13 Intervista -  Antonio Ballarin: Uniti dall’amore per un’unica terra

Uniti dall’amore per un’unica terra

 

Mariano L. Cherubini

 

LUSSINGRANDE Antonio Ballarin, un’altra volta a Lussingrande, nell’isola del padre, per parafrasare Stuparich e la sua indagine sulla ricchezza delle radici, “terra mia e non mia, che m’ha cresciuto e sempre m’abbandona” scriverà il poeta fiumano Ramous, esule in casa. Riflessioni che sono anche nel pensiero di Ballarin, e non solo perché ricopre l’alta carica di presidente dell’Associazione Nazionale Venezia-Giulia e Dalmazia, ma perché è sua abitudine interrogarsi sulle vicende del ‘suo mondo’.

 

Negli ultimi anni, a dire il vero, una realtà mutata, in che modo?

 

“Molti, soprattutto i potenti, pensavano che le vicende umane legate alla nostra storia ed a quella dei nostri genitori che hanno vissuto l’esodo, la stagione delle foibe, quella dei campi profughi, le discriminazioni di ogni sorta subite in Italia e nella terra da cui proveniamo, si sarebbero concluse con l’ultimo nostro anziano che se ne va. Ed invece così non è. In questi anni, le nostre comunità di esuli, anziché diluirsi e perdere forza, sono cresciute nell’impegno per la rinascita di un positivo senso di appartenenza e di italianità, largamente in disuso. Vedi l’esempio di Grosseto, di Foggia, di Cagliari, di La Spezia. E altre stanno nascendo, come Pavia e Lucca. Insomma, l’Associazione cresce, ne ho la precisa percezione, sia per numero di presidi territoriali, sia per numero di associati, nonché per le aumentate relazioni con altre associazioni, fondazioni, strutture, che ruotano intorno alla nostra realtà”.

 

Un volano di indiscussa importanza

 

Qual è, a suo parere, la molla che ha prodotto questa inversione di tendenza?

 

“Innanzitutto la Legge che nel 2004 ha istituito il Giorno del Ricordo, che è diventata un volano di indiscussa importanza. La Legge è andata ad alimentare quella capacità del nostro popolo di fornire consistenza ideologica e sostanza operativa alla sua dimensione. Abbiamo posto in opera convegni, presentazioni, lezioni, eventi e quant’altro, presso scuole, istituzioni, sedi culturali, centri sociali e comunità di ogni genere, senza mai lasciarci intimidire da coloro che, ancora oggi, negano, minimizzano o giustificano l’esodo ed il periodo delle foibe. La nostra storia è sconosciuta nel mondo, sia vicino che lontano, tuttavia, quando la si racconta, basandoci su dati e fatti storici, scientifici, magari espressi da autorevoli ed imparziali personalità, ci ritroviamo circondati da un inevitabile entusiasmo ed una simpatia umana per le nostre istanze. Finalmente abbiamo potuto denunciare e colmare le lacune che ad arte sono state introdotte nei testi scolastici in Italia, tutti tesi a cancellare, sistematicamente e con premeditazione, la nostra storia (a breve uscirà un volume che mette in luce, in maniera analitica, anche questa operazione). La gente sta capendo sempre più che la vicenda giuliano-dalmata appartiene alla storia italiana e non è semplicemente un fatto ‘regionale’. Poi ci sono meccanismi interni che determinano l’allargamento della nostra Associazione: i contatti diretti facilitati dal mondo di Internet, che permettono di ricompattare il nostro mondo; l’affiliazione dei discendenti dei protagonisti dell’esodo e di tutti coloro che si dimostrano sensibili alla nostra vicenda tanto da considerarla parte della loro cultura”.

 

Questo mondo eterogeneo riesce a convivere?

 

“È un cosmo diversificato e variopinto dove c’è posto per tutti. Dove inevitabilmente non manca la dialettica. Dove trovano dimora personaggi di destra, di sinistra, andati, rimasti, gente di ogni tipo. Insomma, un popolo a tutti gli effetti, in cui la diversità di opinioni non è un cancro, tutt’altro, è una fonte di riflessione, un dibattito interno, che converge sull’unico punto che veramente importa: l’amore per la nostra terra, poiché questa, un concetto fisico non ideale né idealizzato, è il nostro vero punto di unità”.

 

Ciò significa avere obiettivi ben definiti. Quali?

 

“Il riconoscimento dei nostri diritti ancora oggi negati e la loro proposizione entro ambiti sensibili alle istanze sollecitate dal rispetto dei diritti umani. Spiego: il 1.mo luglio la Croazia è entrata a far parte della UE con una grande festa celebrata nelle sedi istituzionali dell’Unione, il 2 una delegazione ANVGD, da me guidata, è stata invitata al Parlamento Europeo di Strasburgo. Volevano conoscerci, capire 60 anni di silenzio della politica italiana sulle tematiche che ci riguardano. C’è stato un colloquio franco con alti esponenti del Parlamento Europeo che saranno al nostro fianco in futuro. Come Minoranza chiediamo: una relazione stabile con il Parlamento Europeo al fine di proteggere e difendere i nostri diritti in Italia, Slovenia e Croazia; il ‘diritto al ritorno’, da sviluppare insieme per dargli consistenza e fattibilità. Non vogliamo essere trattati da stranieri nei luoghi da cui siamo dovuti andare via, per dare una risposta civile ed alta alla sofferenza subita.

 

Il diritto a rientrare in possesso dei beni ingiustamente sottratti, eventuali facilitazioni all’acquisizione di beni equipollenti, e non solo truffaldini risarcimenti erogati con fatica in tanti anni. Il diritto a seppellire degnamente chi ancora giace nei luoghi dei massacri. Il diritto al bilinguismo laddove vive la minoranza italiana in Slovenia e Croazia, il rispetto della toponomastica originale nei nostri luoghi storici lungo tutto l’Adriatico orientale, perché quei nomi costituiscono il patrimonio di duemila anni di civiltà”.

 

Crede che l’allargamento dell’UE alla Croazia possa facilitare questo processo di superamento dei nostri nodi storici del Novecento?

 

“L’entrata della Croazia in UE chiude un ciclo perverso di odi e di inimicizie che hanno caratterizzato il secolo che ci lasciamo alle spalle. Abbiamo pagato molto per mantenere la nostra identità, è giusto che ora i diritti vengano rispettati in un mondo sovranazionale come quello europeo al quale denunciare le azioni discriminatorie. La nostra speranza, e lo dico come membro di un Popolo decaduto, nell’arco di un secolo e mezzo, dai fasti della dominazione culturale, artistica ed economica all’inferno della persecuzione, della ghettizzazione e della minimizzazione, è quella di potercene tornare da dove siamo venuti ripopolando le nostre terre con ciò che resta della nostra cultura e della nostra tenacia. Oppure avere riconosciuto il diritto di poterlo fare. Nel caso dovessimo ancora oggi riscontrare azioni discriminatorie nei nostri confronti ci si potrà appellare ad un Parlamento, ad una Commissione, ad un Tribunale che, per nostra grazia, non sono né italiani, né sloveni, né croati. Ecco il nostro ‘entusiasmo’: nessuno mi potrà dire: “voi ‘taliani’ andatevene via”, perché l’Europa è una casa comune. Nessuno mai mi potrà dire: “tu qui non hai diritti”. Certo, l’Europa e l’entrata della Croazia in essa non risolverà magicamente né il problema della nostra esistenza né il problema della nostra identità. A questi ci dobbiamo pensare noi. Lo possiamo fare senza più essere divisi da tre confini. Sarà necessario creare il giusto spirito, ed è esattamente quanto intendiamo fare”.

 

La crisi economica sta mettendo a dura prova l’UE. Non le sembra che il processo di adesione della Croazia sia stato dominato da una sorta di accelerazione?

 

“Non vi è alcun dubbio. L’economia oggi domina il mondo. La posizione geopolitica della Croazia, presente sul Mediterraneo e proiettata verso i Balcani, la pone in un ruolo ponte verso le grandi regioni dell’Est Europa e dell’Eurasia. Ma per noi l’entrata nell’UE è all’insegna della ritrovata identità e in tale ottica la questione dello sviluppo economico della nostra gente, nella nostra terra, è un punto chiave. Il popolo dell’esodo può fungere da volano per la rinascita culturale, sociale, spirituale ed economica delle terre che amiamo. Detto ciò, non ha senso indebolire - come nell’intenzione del Governo italiano con la chiusura dei consolati - la presenza delle istituzioni italiane in Istria e Dalmazia. Viviamo un momento storico importantissimo, in cui i nostri esuli possono essere come un ‘innesco’ socio-economico per la vita delle nostre Comunità Nazionali residenti”.

 

Esuli e rimasti

 

In varie occasioni ha avuto modo di precisare che non le piace la locuzione “rimasti” perché è riduttiva. Come considera il rapporto tra esuli e Comunità autoctone?

 

“L’amore per un’unica terra: è questo il vero collante del nostro rapporto,ovvero un concetto fisico, non ideale né ideologico. La divisione è stata strumento di chi non voleva una nostra presenza forte sulla sponda orientale dell’Adriatico. Ciò vale sia per quello che riguarda il mondo degli ‘esuli’, sia per i ‘rimasti’, nonché all’interno delle singole rispettive comunità. Per cui non è certo con l’affaire Perković che veniamo a sapere che ‘dentro’ le nostre stesse realtà hanno agito e continuano a farlo elementi che soffiano sul fuoco della divisione. La nostra unità è un pericolo per chi non ci ama perché rafforza un’identità, ed una identità coesa rende meno permeabile agli interessi di parte, siano essi politici, oppure tesi allo sfruttamento economico di una Regione dalle caratteristiche uniche, la nostra. Per cui, per chi senza scrupoli vuole trarre vantaggio da un’area geografica come la nostra, ben venga la nostra non-unità.

Se la Terra e l’amore per essa è il vero elemento unificante, le storie e le vicende personali di chi, da un lato, ha patito l’esodo e le foibe e di chi, dall’altro, ha continuato a mantenere una presenza autoctona, sono complicate e diverse tra loro. Come lo sono le motivazioni, o il caso che ha determinato le rispettive scelte componendo un mosaico di tante storie che solo oggi conosciamo in parte. Per esempio, non abbiamo stime di quanti ebbero l’opzione respinta; ne abbiamo conoscenza solo giostrando tra dati e informazioni ufficiose. In ogni caso lo svuotamento di città, paesi e frazioni oscillò tra l’85 ed il 95 per cento. La nostra terra si svuotò. Come se non bastasse, alla caduta del Muro di Berlino, in Slovenia e Croazia presero vita movimenti ultra-nazionalisti che hanno cercato di distruggere ulteriormente ciò che restava della nostra presenza. Ho visto con i miei occhi amputare opere d’arte per cancellare la venezianità di questi luoghi, come la ‘risistemazione’ di cimiteri in cui nel frattempo venivano anche cambiati i nomi sulle tombe, e così via. Con quanta fatica le comunità italiane autoctone hanno cercato di affermare una presenza. Un percorso che caratterizza ora le storie personali di ciascun esule o ciascun membro della comunità autoctona che devono essere accolte con spirito di condivisione, nel reciproco ascolto di ciò che l’altro ha da dire. Non si tratta di non essere dialettici, ma di spostare l’attenzione dalla polemica per vicende del passato alla costruzione di percorsi che guardino alla nostra amata terra, a cosa fare per renderla prospera. Molti esuli come me, di seconda o di terza generazione, indicano una strada semplice e forte, ovvero il ‘dovere morale’ di tornare alle proprie radici il più spesso possibile. A poco a poco, questa generazione di ‘intellettuali organici’ ridiventa punto di riferimento per usanze e tradizioni. Un percorso possibile che è già in atto da diverso tempo. Queste relazioni tra esuli e rimasti possono essere messe a fattor comune e potenziare la memoria e la presenza delle comunità autoctone, secondo una visione in cui la nostra civiltà continui nella storia”.

 

In questo scenario di ampio respiro che Lei descrive sussistono, però, ancora sempre, polemiche tra le comunità degli esuli da un lato e quelle autoctone, come l’ultima cerimonia a Vergarolla. Qual è il suo giudizio in merito?

 

“Si tratta di atteggiamenti sterili e nocivi che fanno il gioco di chi ci vuole deboli, poiché tendono alla nostra divisione. Quella di Vergarolla è una cerimonia importantissima. È stata quella strage ad inoculare la paura definitiva nelle menti delle persone, ed ha dato l’avvio allo svuotamento della città e del resto della nostra terra. Una strage di cui conosciamo mandanti ed esecutori.

 

Ho letto la cronaca delle celebrazioni di quest’anno, e ne deduco che un Paese è tanto più civile quanto più sa ascoltare il dissenso. Davanti ad una cerimonia, ed alla presenza di tante autorità istituzionali, è impensabile che si ‘inviti ad andarsene’ un gruppo che manifesta silenziosamente esponendo uno striscione e che sventola il Tricolore (simbolo non solo dell’Italia ma anche della Comunità Nazionale).

Inoltre, è amaramente beffardo che ad una manifestazione che ricorda i tragici eventi che diedero il via al nostro esodo, si sentano cori inneggianti a quel regime che fu causa dell’esodo stesso. Piuttosto è necessario dialogare con chi dissente, mettersi in gioco e confrontarsi. Perché di certo la verità farà bene ad entrambe le parti. In ogni caso credo che chi abbia voluto esporre uno striscione con la scritta “giustizia per i ventimila italiani infoibati ed uccisi in Istria, Fiume e Dalmazia” abbia tutto il diritto di poterlo fare, ma che, allo stesso tempo, se proprio quella giustizia la desidera, abbia sbagliato il metodo. Chi davvero vuole giustizia storica, deve coinvolgere la magistratura ad indagare e perseguire gli autori dei crimini e sappiamo bene quanto ciò sia difficile, vista la scarsa attenzione che la nostra causa ha sempre sollecitato. Ma è quella la strada, non ve ne sono altre, non possiamo pensare ad una giustizia fai da te. E non basta, la nostra vera giustizia, quella morale, quella che storicamente ci dà ragione, è non far morire la nostra comunità nei luoghi di insediamento storico, potenziandola e rendendola sempre più prospera. Un simile striscione, se va nella direzione opposta a questa strada, pone ostacoli ed è, seppur veritiero, inutile, massimalista, demagogico. Se poi aumenta la divisione allora è anche distruttivo, costruito ad hoc per indebolire un progetto in cui la presenza autoctona italiana non venga più esclusa. Insomma, non mi sembra un’azione dotata di grande intelligenza”.

 

Il popolo dell’esodo

 

Quali sono le leve su cui agire per far decollare una rinascita in cui, come dice lei, il popolo dell’esodo funzioni come volano di sviluppo di una terra e della comunità che ancora la popola?

 

“Occorre guardare allo sviluppo economico, culturale e spirituale della sponda orientale dell’Adriatico. È necessario sfruttare questo momento storico in cui i confini non esistono più per avere coraggio e tessere instancabilmente relazioni comuni di interesse concreto, aventi come perno la nostra terra, la sua storia e la sua cultura. Questa nostra regione ha due macro-attività economiche da cui far partire iniziative condivise o condivisibili di sviluppo tra ‘esuli’ e ‘rimasti’. Mi riferisco all’agro-alimentare ed al turistico-alberghiero. Dobbiamo cercare di intraprendere percorsi comuni, magari aiutati dalla stessa Unione Europea, in questi settori, poiché la ricchezza che essi racchiudono è notevole. Organizzarci in maniera coordinata tra chi risiede in Italia e chi vive in Slovenia e Croazia, offrendo ai visitatori pacchetti in grado di raccontare la nostra storia, la nostra cultura, i nostri luoghi, le loro ricchezze e poi, ancora, instradarli alla scoperta dei frutti della nostra terra, il tutto in maniera sistematica, capillare, al di là delle visite standard che già oggi i pacchetti turistici offrono: tutto ciò porterebbe vantaggio alla gente delle nostre comunità autoctone attestando, contemporaneamente, l’esistenza di un’identità che tutti credevano o in via di estinzione, oppure già scomparsa. Il tutto enfatizzando la questione legata alla comunicazione.

 

Abbiamo tanto da fare. Dal posizionamento del ripetitore (speriamo che sia la volta buona) di TeleCapodistria sul Monte Maggiore, in modo da poter diffondere la nostra lingua, privi della paura di poterlo fare, in Quarnero e Dalmazia, alla costruzione di stazioni locali, non importate dall’Italia, e la progettazione di radio e Web-radio che divulghino cultura, partendo da contenuti che richiamando la nostra storia pubblicizzino attività commerciali e culturali, eventi, saghe, manifestazioni, luoghi cari alla nostra identità”.

È un percorso lungo, “lo abbiamo cominciato ora – conclude Ballarin - sulla spinta di un’Europa che corrisponde alle nostre aspettative. Qui in questa terra che ha visto soprusi di ogni tipo e ferite ancora aperte, chiediamo che la tutela della nostra identità venga perpetrata con dignità, nella fiducia della costruzione di una casa aperta a tutti, dove la paura di dichiararsi appartenente ad una certa particolare cultura ed identità, piuttosto che ad un’altra, non trovi mai più cittadinanza”.

 

 

 

440 - L'Eco di Bergamo 23/09/13 Giorno del Ricordo 2014 - Regione Lombardia: La memoria delle foibe un concorso per le scuole

La memoria delle foibe Un concorso per le scuole

 

Un concorso per le scuole in occasione del Decimo anniversario del Giorno del ricordo. È quanto deliberato dall'Ufficio di presidenza che intende ricordare la solennità civile nazionale istituita nel 2004 e promossa dal Consiglio regionale della Lombardia con la legge regionale del 14 febbraio

2008 “per l'affermazione dei valori del ricordo del martirio e dell'esodo giuliano-dalmata-istriano”.

 

La Commissione giudicatrice (composta dal Presidente del Consiglio regionale Raffaele Cattaneo, dai consiglieri Luca Daniel Ferrazzi e Paola Macchi, dai componenti dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia Sissy Corsi e Antonio Maria Orecchia, e del rappresentante dell'Ufficio scolastico regionale, Marcella Fusco) si è insediata venerdì 20 settembre e ha steso i contenuti del bando del concorso regionale rivolto agli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado della Lombardia.

 

Il tema del concorso per l'anno scolastico 2013-2014 è: “10 anni di “Giorno del ricordo: la memoria delle foibe e dell'esodo raccontati dai libri di storia, dalla televisione, dai giornali e dai nuovi media”.

 

Gli elaborati potranno spaziare dal tema alla ricerca, dal canto alla poesia, dallo spot al cortometraggio, dallo striscione al sito web fino al

musical: ogni forma artistica e letteraria è ammessa. Il bando completo verrà pubblicato a breve sul sito del Consiglio regionale.

 

“L'iniziativa del Consiglio regionale, che si ripete dal 2008, quest'anno ha un particolare significato perché ricorre nel decimo anniversario dalla decisione del Parlamento di istituire il giorno del ricordo – spiega il presidente Cattaneo –. Il 10 febbraio è il giorno in cui tutto il Paese fa memoria della tragedia delle foibe. è importante non dimenticare ed è altrettanto importante che gli studenti delle scuole lombarde abbiano l'occasione di entrare nel merito di questi eventi attraverso un concorso che il Consiglio regionale intende promuovere con la partecipazione di molti istituti”.

 

Ai vincitori un viaggio d'istruzione di due giorni (si svolgerà nel periodo marzo-giugno 2014) nelle terre della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia, secondo un itinerario che comprende la visita al Sacrario di Redipuglia e alle foibe di Basovizza e Monrupino.

 

 

 

 

441 - L'Arena di Pola 19/09/13 Cogliere i frutti dell'alleanza italo-sloveno-croata

Cogliere i frutti dell’alleanza italo-sloveno-croata

 

Il quadro politico-culturale è in rapido sviluppo sia nello scacchiere geografico di nostro interesse sia sul “fronte interno”. Si scorgono delle linee di tendenza importanti e durature, malgrado alcune antipatiche controtendenze. “L'Arena di Pola” serve proprio a monitorare questa realtà pubblicando sia le buone sia le cattive notizie per fornire gli elementi utili ad orientarsi, in modo da poter agire con cognizione di causa. Ci sono poi ricorrenze storiche per noi decisive: il 70° anniversario dall'8 settembre e di quanto ne conseguì dalle nostre parti. Ecco perché usciamo anche questo mese con 16 pagine fitte fitte. Sì, lo sappiamo: risultano sempre insufficienti tanto a darVi tutte le informazioni che vorremmo quanto ad approfondire quelle che riportiamo in forma sintetica per imprescindibili ragioni di spazio. Ma sono sempre 4 pagine in più, che comportano uno sforzo intellettuale e finanziario non da poco. Poter offrire ancora un giornale così ricco dipenderà soprattutto dal Vostro sostegno, ora che le casse pubbliche sono vuote e i contributi si fanno desiderare.

 

Ma cosa vede il nostro osservatorio?

Un progressivo avvicinamento fra gli Stati e i popoli delle due sponde adriatiche, cui l'ingresso della Croazia nell'UE sta dando grande impulso.

La novità più clamorosa è l'alleanza strategica italo-sloveno-croata sancita il 12 settembre dai premier dei tre Paesi rivieraschi nel loro primo vertice trilaterale (p. 2). L'ambientazione del cordiale e proficuo incontro non poteva essere più eloquente: Venezia, che per secoli unì e fece interagire alcuni territori adriatici, sia pure da Dominante e dunque in base ai propri specifici interessi. Il presidente del Consiglio Letta ha definito questa inedita “intesa adriatica” «la spina dorsale della politica estera, economica e commerciale italiana», che trasforma il confine orientale da problema a risorsa. Non una riedizione dell'infausta Triplice Alleanza, ma un moderno e lungimirante modo per fare massa critica a Bruxelles in difesa dei rispettivi territori e delle rispettive popolazioni, ora che la pur annaspante Europa ha incorporato (quasi) tutto l'Adriatico.

 

In un'Unione Europea che si divide sempre più, tre Paesi prima non troppo amici avviano un'unione regionale. Si dirà che è l'unione di tre debolezze, ed è vero, tanto più in questa fase di ristrettezze economiche. Ma la divisione è senz'altro più nociva. Possiamo dire: mal comune mezzo gaudio.

L'incipiente asse italo-sloveno-croato, alimentando un clima più disteso e costruttivo, non può che giovare indirettamente alla nostra causa: la salvaguardia dell'italianità residua nell'Adriatico orientale e la preservazione dell'identità giuliano-dalmata nella diaspora. Il percorso tracciato dall'LCPE si inserisce perfettamente in tale nuovo indirizzo di marcia. Sta a noi piegare a nostro favore le opportunità offerte, evitando di venire nuovamente sacrificati sull'altare delle buone relazioni internazionali. Peraltro i frutti benefici del riavvicinamento si notano da tempo. Vediamo gli ultimi.

Le recenti cerimonie per l'annessione dell'Istria e del “Litorale” rispettivamente a Croazia e Slovenia sono apparse ancor meno anti-italiane dello scorso anno, benché stavolta ricorresse il 70° anniversario (pp. 3 e 8).

 

Lo “spirito adriatico” toglie forza agli anti-italiani agevolando una pacificazione che attende ancora di essere compiuta fino in fondo.

A differenza dell'Italia, il 23 agosto Croazia e Slovenia hanno celebrato entrambe la Giornata europea del ricordo delle vittime dei regimi totalitari e autoritari (p. 4). Una cerimonia ufficiale ha avuto luogo presso una foiba vicino a Zagabria dove i titoisti nel 1943 gettarono 250 ustascia e nel 1945 anche diversi domobrani e civili anticomunisti. A Zagabria ci si continua a battere per togliere il nome di Tito da una piazza e perfino nella “rossa”

Fiume c'è chi osa presentare una petizione in tal senso. Inoltre l'arcivescovo di Spalato e Macar- sca ha chiesto che venga stilata una lista di tutte le vittime dei regimi totalitari e dei collaboratori dell'UDBA. In Slovenia poi il capo del centro-destra ha addirittura preso la parola a una cerimonia per il 70° anniversario della costituzione dei domo- branci accusando i comunisti di aver prima trescato con nazisti e fascisti e poi commesso stragi per conquistare il potere.

A Zara ha aperto i battenti il primo asilo italiano dopo 60 anni di cancellazione o emarginazione dell'italianità (p. 12). Certo, è solo privato a causa del mancato sostegno delle autorità municipali, ma è pur sempre un notevole passo avanti.

 

Nell'ultimo mese e mezzo ben quattro associazioni di esuli istriani hanno effettuato i rispettivi raduni o compiuto viaggi di ritorno nelle località d'origine incontrando i propri

compaesani/connazionali ancora residenti: quella di Collalto, Briz e Vergnacco, quella di Montona, quella di Buie e, dulcis in fundo, quella di Rovigno (p. 16). Un'ottima notizia.

Persiste il lodevole attivismo di tante Comunità degli Italiani (p. 10) e del Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, capaci di produrre italianità e rinfocolare l'autoctonia (pp. 11 e 13).

Alcune vittime istro-italiane della violenza bellica e postbellica vengono commemorate sia a Trieste che in Istria anche tramite edificanti viaggi della memoria (p. 15).

La collaborazione transfrontaliera sia fra italiani sia fra genti di confine produce belle iniziative congiunte (pp. 10 e 13).

Sul “fronte interno”, a Roma il sindaco Marino ha, sia pure con ritardo, rettificato le deplorevoli dichiarazioni del suo vice Nieri sulle foibe (p.

2). In Canada poi gli esuli giuliano-dalmati “resistono” ancora malgrado l'inesorabilità del tempo (p. 12).

A Sesto San Giovanni ricominciano le lezioni sulla storia e la cultura dell'Adriatico orientale realizzate a livello volontaristico per i frequentanti l'Università della Terza Età (p 12).

Nella Sicilia più profonda si sono ricordati «i morti a causa della Seconda guerra mondiale», infoibati compresi (p. 8).

Ma veniamo ora alle dolenti note, ai tristi segnali di continuità con un brutto passato da dimenticare.

 

A Okroglica, presso il confine italiano, il presidente del Parlamento sloveno ha partecipato alla cerimonia per il 70° anniversario del discorso irredentista che Tito pronunciò il 6 settembre 1953 davanti a 300.000 sostenitori (p. 3). Nell'occasione è stato inaugurato un monumento a ricordo dell'adunata. Ciò rappresenta un'oggettiva provocazione anti-italiana incompatibile sia con i principi europei di pacifica convivenza infra-comunitaria e rifiuto dei simboli dei regimi totalitari sia con l'“alleanza adriatica” sancita dal Governo Bratusek solo pochi giorni dopo a Venezia. Come è proibita in Italia ogni apologia del fascismo e di Mussolini, così dovrebbe esserlo del comunismo e di Tito tanto in Slovenia quanto in Croazia.

 

Preoccupa l'irriguardoso atteggiamento del premier croato Milanovic verso la Commissione Europea su una legge varata di soppiatto due giorni prima dell'ingresso nell'UE per impedire l'estradizione di cittadini croati sui quali pendono mandati di cattura di altri Paesi comunitari per reati commessi prima del 7 agosto 2002. Una vicenda che sembra riassumersi nella difesa di un ex alto dirigente dei servizi segreti jugoslavi accusato dalla magistratura tedesca dell'omicidio di un dissidente croato in Baviera nel 1983. I contegni ben più concilianti del presidente della Repubblica Josipovic e della vice-premier Pusic non sono bastati a smuovere il Governo.

A Fiume è stata allestita con il sostegno della Regione Lito- raneo-Montana una mostra sull'annessione dell'Istria alla Croazia che ripropone vecchie tesi titoiste anti-italiane, e dunque anti-europee, ignorando esodo e foibe (p. 7).

 

I ritardi nell'erogazione dei finanziamenti governativi alle associazioni degli esuli stanno mettendo a rischio non solo le attività delle stesse, ma anche l'effettuazione del Seminario 2014 su scuola e confine orientale (p.

10).

La smaterializzazione del confine orientale italiano e la parziale caduta di quello sloveno-croato stanno rafforzando a Trieste il movimento indipendentista, ma inediti segnali in tal senso giungono anche dall'ex Zona B del TLT (p. 2).

 

La mancata consegna italiana delle opere d'arte istriane messe in salvo durante la Seconda guerra mondiale sta creando irritazione in un parlamentare sloveno che non gradisce il miglioramento dei rapporti bilaterali (p. 2).

A Capodistria il bilinguismo continua a trovare difficoltà applicative, ma c'è chi reagisce alle violazioni (p. 10).

L'Associazione dei Combattenti e degli Antifascisti dell'Istria croata ha chiesto al presidente della Regione di rimuovere il parco della rimembranza realizzato dalla Famiglia Montonese a Cava Cise nel 2001. Una pretesa che, se accolta, costituirebbe un affronto non solo alle vittime, ma agli esuli e all'intero popolo italiano. Lo stesso sodalizio ha lamentato «errori procedurali» durante le cerimonie polesi per le vittime di Vergarolla (p.

3), nel mentre la stampa triestina ha dato spazio a interventi polemici su quella strage cui non abbiamo mancato di rispondere (pp. 3 e 6).

Ma a rattristarci di più è stato leggere sul sito de “Il Giornale” un articolo, accompagnato da un video, sulle cerimonie del 18 agosto a Pola, che da un lato rovescia la realtà, elevando i prevaricatori a vittime e riducendo le vittime a prevaricatori, e dall'altro ribalta la notizia, anteponendo una sparuta contestazione finale alle ben più corpose e affollate cerimonie ufficiali. I pochi attivisti del Movimento Nazionale Istria Fiume Dalmazia hanno compiuto due illeciti punibili in qualsiasi paese del mondo: manifestazione non autorizzata e disturbo di manifestazione autorizzata. Si sono opportunisticamente attaccati a un evento in corso per avere pubblico gratuito e fare notizia. Era ovvio che avrebbero suscitato la reazione di qualcuno: estremisti chiamano estremisti. Nella logica della strategia della tensione poteva andare anche peggio... Invano abbiamo pregato cortesemente i dimostranti di desistere poiché stavano danneggiando sia noi sia la causa italiana. Poco dopo tuttavia lorsignori si sono lasciati sfilare lo striscione da un poliziotto in borghese, che ha agito con tatto. Egli stava tutelando sia la legalità sia i nostri diritti violati. Che lo slogan dello striscione fosse condivisibile non ha alcuna

rilevanza: non era autorizzato e interferiva con la regolare conclusione delle uniche cerimonie autorizzate.

Questa ennesima piazzata di pochi irresponsabili rovina il nostro lavoro, rendendo più difficile completare in tempi rapidi il monumento alle vittime della strage (p. 5). Costoro, inconsapevolmente, fanno il gioco sia degli jugo-tito-comunisti sia degli altri anti-italiani. Ma noi non demorderemo, bensì continueremo ad agire nella legalità per ottenere risultati.

 

Paolo Radivo

 

 

 

442 - La Voce del Popolo 24/09/13 Chiude il consolato di Spalato: siamo condannati all'emarginazione

Chiude il Consolato di Spalato: «Siamo condannati all’emarginazione» -

 

La decisione definitiva della Farnesina di chiudere il Consolato Italiano a Spalato ha suscitato grande delusione nelle file dei connazionali dalmati. A confermarcelo è stata la segretaria della Comunità degli Italiani di Spalato, Antonella Tudor Tomaš. “Siamo rimasti molto dispiaciuti, anche in considerazione dell’impegno profuso nell’agosto scorso nel tentativo di salvaguardare il nostro Consolato”, ha dichiarato la nostra interlocutrice. Lo scorso mese, infatti, gli attivisti della CI di Spalato, nel tentativo di dissuadere Roma dall’idea di chiudere il Consolato, hanno promosso una petizione che in seguito è stata estesa anche a Lesina (Hvar), Zara, Sebenico e persino sulla Rete. Nell’arco di pochi giorni i connazionali in Dalmazia sono riusciti a raccogliere oltre 3.000 firme di sostegno alla loro causa. Sforzi che però non hanno prodotto il risultato sperato.

 

 

“Da quanto ci risulta – ha osservato Antonella Tudor Tomaš – in merito alla sorte del nostro Consolato al ministero italiano degli Affari esteri si è discusso molto, ad ogni modo di più rispetto alle altre sedi consolari (circa una dozzina, nda) che si apprestano a condividere la sorte di quella di Spalato”. “Suppongo – ha proseguito – che ciò sia dovuto alle nostre molteplici iniziative. Purtroppo si tratta di una magra consolazione”.

 

 

La segretaria della CI di via Baiamonti ha ricordato che, oltre alla raccolta di firme, i connazionali in Dalmazia hanno anche inviato diversi appelli al MAE, ai deputati e ai senatori del Parlamento Italiano. “Sembra che sia nel nostro destino rimanere emarginati e isolati. Ora non ci resta che sperare che a Spalato l’Italia nomini perlomeno un console onorario”, ha rilevato Antonella Tudor Tomaš.

 

 

Stando allo stato attuale delle cose, il Consolato d’Italia a Spalato dovrebbe chiudere i battenti il 30 novembre prossimo. Le sue competenze passeranno al Consolato generale d’Italia a Fiume. Nell’illustrare in Parlamento il piano di razionalizzazione delle sedi consolari all’estero, il viceministro degli Esteri italiano, Marta Dassù, ha puntualizzato che la Farnesina si è attenuta a quattro direttrici: si punta al risparmio economico dovuto alla spending review, a razionalizzare le risorse umane, a liberare le risorse per una presenza negli Stati emergenti, nonché a offrire servizi sostitutivi alle collettività residenti nelle circoscrizioni dove chiuderanno le sedi.

 

Krsto Babić

 

 

 

 

 

443 - Il Piccolo 17/09/13 L'Istria reclama i quadri "trafugati" dall'Italia

L’Istria reclama i quadri "trafugati" dall'Italia

 

Interrogazione parlamentare a Lubiana sulle tele custodite a Trieste ma la trattativa italo-slovena latita

 

di Mauro Manzin

 

TRIESTE. Tra Italia e Slovenia (tre incontri in due mesi tra il presidente del Consiglio Enrico Letta e la premier Alenka Bratušek a Roma, a Bled e a Venezia) si parla di tutto.

 

Un solo tema resta tabù: la sorte delle opere d’arte e degli archivi che durante il fascismo sono stati trafugati dalle chiese e dalle loro originarie ubicazioni in Istria.

 

Il problema è stato sollevato al Parlamento di Lubiana dal deputato socialdemocratico Samo Bevk con un’interrogazione.

 

La risposta, come riportato dalle Primorske Novice, è giunta dal sottosegretario ai Beni culturali Aleš ‹rni› il quale ha annunciato che in Slovenia è stata costituita da poco una apposita commissione interministeriale la quale però, sono parole del sottosegretario, non ha mai concretamente affrontato la questione cosicchè dall’indipendenza della Slovenia a oggi non c’è stato, secondo il socialdemocratico Bevk nessun serio confronto tra i governi di Italia e Slovenia (ne hanno parlato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il “collega” ora ex capo dello Stato Danilo Türk in occasione dell’ultima visita di quest’ultimo al Quirinale).

 

Il deputato ha quindi sollecitato un incontro tra esperti dei due Paesi e anche un incontro tra i due governi sul tema. Il sottosegretario ha precisato che la Slovenia vuole ricorrere anche ai contenuti della direttiva dell’Europarlamento presa nel 1993 proprio sulla questione della restituzione di beni culturali trafugati. La direttiva non è retroattiva ma prevede che si possano intavolare trattative anche per casi che riguardano il passato. Il governo comunque assicura che della questione si è discusso anche durante l’incontro romano tra Letta e Bratušek del giugno scorso.

 

Il problema è che attorno a un tavolo bisogna sedersi almeno in due per concludere una mediazione. E finora l’Italia è rimasta sorda alle pressioni, a dire il vero neppure tanto forti, di Lubiana.

 

Roma ha sempre sostenuto in questi anni che il “trasferimento” dei beni contesi è stato semplicemente dettato da questioni di sicurezza (la guerra si avvicinava) per mettere le opere d’arte al sicuro. Ricordiamo che i quadri in oggetto sono opera di Paolo Veneziano, Alvise Vivarini e Vittore Carpaccio mentre tra le opere librarie si annovera soprattutto quella del liutaio triestino Giacomo Gorzanis datata 1561 scirtta in onore di Janez Khisl del castello di Fusine presso Lubiana e che è la prima testimonianza dell’esistenza di una tradizione musicale slovena. Il libro fu acquistato nel 2007 dalla Slovenia per 2mila euro da un antiquario. Subito di sospettò che l’opera fosse rubata. E lo era infatti, sottratto furtivamente da una biblioteca di Genova alla quale nel 2009 è stato restituito.

 

Le opere d’arte “trafugate” sono anche state oggetto di una mostra nel 2005 a Trieste al Mueso Revoltella con una mostra dal titolo “Histria. Opere restaurate da Paolo Veneziano al Tiepolo”. In tutto 21 tele. Alla fine il tutto è stato riposto nelle cantine del Museo Sartorio dove si trovano tutt’ora. Sono di proprietà dello Stato e ogni loro spostamento viene deciso dall’assessorato alla Cultura della Regione Friuli-Venezia Giulia.

 

 

 

 

444 -  Anvgd.it 25/09/13 Venezia: festa per i 90 anni di Tullio Vallery

Venezia: festa per i 90 anni di Tullio Vallery

 

Tullio Vallery, figura storica dell’associazionismo veneziano e nazionale, ha compiuto 90 anni. E’ stata l’occasione per un incontro di festa organizzato dalla Scuola Dalmata SS. Giorgio e Trifone di Venezia a cui ha partecipato anche una rappresentanza del Comitato di Venezia dell’ANVGD.

 

Tullio Vallery arriva a Venezia nel 1948 esule da Zara e nel settembre inizia la collaborazione a “Difesa Adriatica” con decine di articoli nel corso degli anni tra cui il diario in 14 puntate “Zara sotto il terrore titino” nel 1954.

Viene eletto consigliere del Comitato di Venezia dell’ANVGD nel 1954, poi ne sarà presidente nel 1970, ruolo che conserverà fino al 2009 diventando poi presidente onorario.

Nel 1961 viene eletto consigliere nazionale dell’ANVGD e viene poi rieletto ad ogni congresso fino al 2006, quando poi viene nominato consigliere onorario.

Nel 1980 diventa anche presidente della Consulta Veneta dell’ANVGD, carica che mantiene fino al 2003.

Nel 1988 entra nella giunta della Federazione degli Esuli presieduta da Aldo Clemente in rappresentanza del Libero Comune di Zara all’interno del quale già nel 1963 venne eletto Assessore, carica che manterrà fino al 2006.

 

Nel 1954 viene eletto Cancelliere della Scuola Dalmata di Venezia, ruolo che manterrà fino al 1992 quando poi diventerà Guardian Grande, carica che mantiene tuttora. Dal 1966 ha fondato e dirige la rivista culturale della Scuola Dalmata di cui finora sono stati pubblicati 63 numeri.

 

Tra le sue numerose pubblicazioni si possono citare: “L’esodo giuliano-dalmata nel Veneto” (2001), “Il giorno del ricordo” (2005), “La poesia dialettale dalmata” (2006), “Personaggi dalmati” (2009), “La scuola dalmata di Venezia” (2010), “La… ‘liberazione’ di Zara - 1944-1948” (2011), “Personaggi dalmati 2” (2013).

 

(fonte ANVGD Venezia 25 settembre 2013)

 

 

 

445 - Rinascita 16/09/13  Pola, il tradimento continua

Pola, il tradimento continua

 

di Maria Renata Sequenzia

 

L’estate 2013  ha offerto ai superstiti italiani che durante anni passati della loro esistenza ebbero modo di conoscere le terre orientali allora italiane bagnate dall’estremo mare  nord Adriatico, quel “Carnaro” che Italia chiude e i suoi termini bagna”,( Inf.Dante) con la loro romana città di Pola, anche diverso modo  di ritrovare in questi giorni una occasione straordinaria di rinnovare i propri ricordi ad essa legati.

 

Ricordi fissati a motivi familiari essendovi  nati, o vissuti , per caso, o come ex combattenti della oggi svalutata  prima guerra mondiale, o per lavoro, di cittadini in essa trasferiti o accasati, o, infine per l’esperienza dello straziante obbligato suo abbandono per cause  belliche.

 

Questa data estiva, quella del 18 agosto 1946, richiama per coloro che ne sono ancora in grado di farlo, (67 anni passati!) un evento incancellabile per chiunque l’abbia vissuto, non solo da cittadino di quella città coinvolto in esso, ma da tutto ciò che esso ha provocato nella comunità storica di tutta l’Italia. A cominciare dalla impossibilità di sopravvivere da liberi cittadini  nella città di Pola da parte degli oltre 29 mila -su poco più di 30 mila-  suoi abitanti  dopo avere subito l’attacco di una gigantesca esplosione provocata dal terrorismo antiitaliano.

 

Già da  oltre un secolo favorito dall’Austria, sviluppato dopo la fine della I guerra mondiale  da mai  soppresso odio mascherato e giustificato da “antifascismo”, fu potenziato dal comunista Tito  per utilizzare attaverso di esso la pulizia etnica (attenzione: oggi è finalmente evidente come metodo universale di un sacco di  altri governi  dalla Europa agli Usa  in ogni epoca e parte del mondo) non certo solo dal comunismo per primo e in tutte le sue varianti  per convincere popoli autoctoni ad abbandonare una loro terra  avita facendola divenire inabitabile preda di incessante violenza  d’ogni genere, il più  ingegnosamente  efferato.

 

Quella che, accanto a tante altre, tipiche  interbalcaniche, usate nelle recenti loro guerre, tra cui le foibe, ignorate  fin dal 1943 e rimaste tali fino ai nostri giorni, ha invece suscitato un inusitato risveglio di rifiutata a lungo attenzione nella città rimasta vittima del suo terrificante verificarsi, tramite quello che è ancora oggi chiamato l’attentato di Vergarolla. L’oscuro (oggi non più) provocato esplodere di masse di residuati bellici bombe granate  mine ecc, accatastate presso una località balneare, una spiaggia frequentata da tutto il popolo abituale, italiano, quella di Vergarolla, causando centinaia di dilaniati, solo in parte riconoscibili  corpi. Il successo dell’inqualificabile massacro ottenuto fu  la desolazione   programmata ( vedi testi Gilas ,Cardelj) degli incessanti esodi conseguenti  fino alla massa degli  antichi cittadini polesani, illusi di essere accettati dal creduto, ma   respinto, abbraccio di  altrettanto ingannati fratelli della vicina penisola materna. La supposta  residua anonima indifesa minoranza  italiana (neppure 3 mila) mal sopportata dal  subentrato regime titoista, se non ciecamente  prona ai diktat del trionfante  feroce “antifascismo” imposto, e\o appagata dalle sue  (fasulle !) promesse e\o terrorizzata dai suoi “democratici” rieducativi  metodi, subì il suo coatto ripopolamento  bastardo e spoliazione completa grazie ad accorsi immessi  sradicati occupatori allogeni misti  balcanici, senza  tentare  qualunque resistenza organizzata  neppure morale.

 

A sostegno dell’unica azione dimostrativa compiuta contro l’acquiescenza delle alleate forze di occupazione britanniche  verso le  violente immediate imposizioni dei loro complici slavi, nessuna reazione , appello ad essa, suscitò  l’uccisione disperatamente  sperata del generale britannico Winton ad opera della già volontaria  assistente dei  sacrificati ultimi combattenti difensori della Patria e delle abbandonate  popolazioni civili,l’eroica (unico fiore nel fango la celebrò Montanelli) Maria Pasquinelli.

 

Trascurando i commenti, già riproposti, connessi  integralmente alla stessa vicenda richiamata da Vergarolla, è utile alla informazione ancora castrata in ideologici i spazi, riportata  in  modo come sempre   sotto distorta falsata luce,   precisare anzitutto un  sempre sottovalutato dato statistico: chiedere a  chi esalta la partecipazione dei cittadini attuali di Pola, considerati tutti “rimasti”  quali  e quanti rappresentino la popolazione  a cui la stampa governativa dei rispettivi paesi-Italia Croazia, soprattutto italiana, ligia a sempre più “riconciliative” infondate  pacificatrici interpretazioni annullatrici di ben differenti (per l’Italia stravolti) rapporti con il passato della Repubblica di Tito, non ha nessun ritegno di attribuire questo entusiastico risveglio.

Come mai così tardivo? Da quali sentimenti resuscitato doveroso omaggio a loro poco probabili  etnicamente affini , ancor meno discendenti  diretti delle poche migliaia di rimasti?  O non piuttosto sudditi ciechi, non interessa quanto volenti, risulta invece certo ben poco dimostratisi  nolenti dal condividere il  significato e soprattutto  il risultato del gesto  dell’ erede  massimo di secoli di odio antiitaliano, come mai  improvvisamente  sostituito da un susseguirsi di manifestazioni  amichevoli ufficiali - condivise dalla presenza dell’ambasciatore d’Italia, a Zagabria,di cerimonie popolari approvate all’unisono, si fa credere, da esponenti di comunità di locali “ italofoni”, ( ma di quale imprecisato tipo di autentico   - suo dialetto? quale Istro-veneto?” italofoni “rappresentanti della nazionale (?) politica della Associazione di Roma, Venezia Giulia Dalmazia...

 

Grazie alla  inerzia e  inefficienza della stessa ai distratti e indifferenti continuerà  a -sfuggire la qualità  e il significato di quest’ ultima  pretesa “attualità”  politica. Tale è la rinnovata strumentalizzazione  di uno ben strano proclamato  recupero di  sempre negati obblighi di rispetto di verità storiche, trasformato in ostentazione  propagandistica di un  ben poco confermato livello di  raggiunta democrazia,oltre che di sensibilità umana: Livello  dimostrato nel comportamento, e nelle direttive applicate dai “tutori dell’ordine   cittadino  della Croazia, nuovo  membro della Comunità europea. Durante le  celebrazioni  della assicurata imminente ma già praticabile riconciliazione” celebrata sui cadaveri di tutto un passato, così ben evocato il 18 agosto a Pola, la Croazia è stata pronta a impedire il pacifico, modesto,  l’unico, esemplare intervento di patrioti (subito denunciati fascisti!)  italiani  giunti  da Milano e Verona, a chiedere, con la semplice  esibizione di uno striscione, la mai riconosciuta realtà di altre decine di migliaia di vittime di altri analoghi  sacrifici.

 

Immediata democratica antifascista  espulsione dei  “ disturbatori”. Totale disinteresse del presente ufficiale tutore  della dignità dello stato  italiano, ambasciatore a Zagabria. Stato intento, nelle stesse ore, dell’esemplare  giorno pacificatore 18 agosto ,a festeggiare con  ben  diversamente servili onori la gradita  presenza nelle vie di Trieste della rappresentanza  di una tanto civile nazione, quale il 28.mo membro della Unione Europea.      

 

 

 

446 - East journal 18/09/13 Fertilia, l'ultima spiaggia dei giuliani-dalmati

Fertilia, l’ultima spiaggia dei giuliano-dalmati

 

di Davide Denti

 

“Per altre terre andrò, per altro mare”, dice il poeta. Qualcuno ha potuto farlo, qualcuno vi è stato costretto. AFertilia, borgo sul mare a metà strada tra la città vecchia catalana di Alghero e l’aeroporto della Ryanair, via Pola termina in uno spalto sul mare, a mò di prua di nave, dove si innalza una stele di travertino con il leone di Venezia, su cui si legge:

 

Qui nel 1947 la Sardegna accolse fraternamente gli esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia”

 

Una città di profughi dalla pulizia etnica, nell’Istria occupata dai partigiani titini, che si affaccia al capo nord del golfo di Alghero, con la città catalana che le fa cenno dall’altra parte della baia. Quell’Alghero di orgogliosa identità catalana, anch’essa frutto di un atto di pulizia etnica ante litteram, quando tra 1354 e 1372 i catalani, conquistata la città e repressa una rivolta, ne espulsero tutti gli originari abitanti sardi sul monte, a Monteleone.

 

Nata nel 1936 come città di fondazione, il borgo di Fertilia proseguiva gli sforzi già ottocenteschi per la bonificadella piana della Nurra e della laguna di Calich. Il fascismo stese l’impianto urbano secondo i canoni dell’architettura razionalista di regime, mentre l’Ente Ferrarese di Colonizzazione si occupò di condurre le prime 100 famiglie dalla bassa ferrarese in nuovi poderi colonici.

 

Fu dopo la seconda guerra mondiale, e l’esodo giuliano-dalmata, che Fertilia si trasformò in centro di raccolta per quegli esuli che non avevano trovato accoglienza in altre parti d’Italia. “C’è una piccola città incompiuta. Occupiamola, e sarà nostra“, si sente dire nel bel video di Giampaolo Penco e Diego Clericuzio. Fertilia dei Giuliani, ultima spiaggia, per chi era già stato rifiutato sul continente. Con l’arrivo degli esuli, Fertilia iniziò a vivere di vita propria. Le strade vennero rinominate: via Pola, via Fiume, via Orsera, via Istria, via Dalmazia, via Parenzo, lungomare Rovigno, piazza Venezia Giulia. Sulla piazza, nel 1957, alla chiesa parrocchiale intitolata al “Sacro cuore di Gesù e San Marco”, venne affiancato un campanile che riprende le forme di quello della Cattedrale di Venezia.

 

Col tempo, agli originari ferraresi e ai giuliano-dalmati si aggiunsero sardi e algheresi attratti dal basso costo delle abitazioni. Oggi gli esuli non sono più la maggioranza, il borgo è una società integrata; ma ne resta la traccia indelebile. Nei nomi delle vie, in quel leone di San Marco che guarda ad ovest, come se dovesse fare il giro del mondo per tornare con lo sguardo all’Istria natìa.

 

Fertilia è l’immagine della nostalgia, con il leone di san Marco che rimanda al quadro “Le mal du pays” di René Magritte, dove un angelo nero si sporge da una balaustra, mentre alle sue spalle giace immobile un tranquillo leone.

 

 

 

 

447 - La Voce del Popolo 21/09/13 Trieste -  Magazzino18: Il deposito dei destini infranti

Il deposito dei destini infranti

 

Gianfranco Miksa

 

Oggetti personali, strumenti di lavoro, mobili, ricordi, bagagli carichi soprattutto di dolore: sono le masserizie degli esuli, tracce materiali di vite passate e delle ferite inferte dalla Storia al popolo-giuliano dalmata che, a seguito del Trattato di Pace di Parigi del 1947, intraprese la via dell’esodo. Fardelli ingombranti, abbandonati perché difficili da trasportare nel tragitto verso una nuova esistenza; altri depositati solo provvisoriamente, nella speranza di poterli riprendere un giorno, e insieme a loro forse anche le terre lasciate. Un’illusione, un’utopia. I proprietari di queste masserizie non ritorneranno nelle città e nei paesi d’origine, e neppure a recuperare le loro cose. Ancor oggi giacciono lì, da oltre mezzo secolo, accatastate nel Magazzino numero 18 del Porto vecchio di Trieste. Coperte da uno strato di polvere e di oblio. Un luogo solitario, che offre uno scenario irreale quasi sospeso nel tempo. Impressionante. La sensibilità artistica del cantautore romano Simone Cristicchi ne è rimasta profondamente colpita. Ne è nata prima una canzone, inserita nel CD di quest’anno “Album di Famiglia”, e ora pure uno spettacolo, che debutterà il 22 ottobre al Rossetti di Trieste.

 

Il museo delle cose abbandonate

 

Il Magazzino 18 è gestito dall’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (IRCI), che ha usato una parte delle tonnellate e tonnellate di mobili, suppellettili, attrezzi, quadri, fotografie, giocattoli, vestiario e tanto altro per allestire un percorso espositivo al Civico Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata di via Torino 8. Il resto è ancora in attesa di una destinazione. Grazie alla disponibilità dell’IRCI e del suo direttore, Piero Delbello, il “guardiano” delle masserizie, abbiamo potuto sbirciare tra gli oggetti, alla riscoperta delle vicende di cui sono testimoni silenziosi. Presto, come dicevamo, torneranno sul grande palcoscenico, anche se, ovviamente, in modo indiretto.

 

“Queste sono le masserizie mai riprese dagli esuli – introduce il nostro cicerone, Piero Delbello –. Molti degli esuli, una volta sistemata la loro esistenza, si sono ripresi i loro averi. Altri non l’hanno invece mai fatto. Per svariati motivi. Ad esempio, non trovando lavoro in Italia si sono imbarcati per l’America, il Canada o l’Australia”.

Nella stragrande maggioranza si tratta di “anonimi”. Ma nel percorso ci imbattiamo anche in dei nomi. C’è una sedia che, sul retro, porta scritto: Mohoraz Carolina, matricola d’esodo 2967. C’è poi un armadio appartenuto a Gastone Benussi. I numeri sono quelli d’identificazione delle schede dell’Acomin, l’Agenzia commerciale internazionale incaricata dello smistamento da Pola. E poi addirittura un vero e proprio “fogoler”, la cucina di una tipica casa istriana, ma anche i più moderni “spàrcher”. Circa duemila metri quadrati, sale con i muri scrostati, zeppi di fotografie ingiallite, utensili, posate, specchi, sedie, cucine, letti, macchine da cucire, utensili per officina di ogni genere, vasi di vetro con dentro quello che non si butta mai: bottoni di foggia varia, pezzi di spago, aghi. Ma ci sono anche le scatole del Comando Militare Marittimo di Pola. L’entrata poi, è un murale di immagini, di ritratti disposti l’uno accanto all’altro. Delbello specifica: “Questa parte è il frutto dell’esposizione ‘Volti senza nome’, che abbiamo recuperato tra le masserizie degli esuli. Sono i volti dell’esodo. Purtroppo non sappiamo chi siano gli individui delle foto. Qualche volta è riportato un nome, ma nella maggior parte dei casi niente che ci aiuti a ricostruire l’identità del proprietario”.

 

Il suo primo impatto con questo sito? “Ho trovato il magazzino che era tutto in scompiglio, una grande muraglia di mobili che a malapena permetteva di passare per entrarci. Le masserizie sono giunte da tutte le Prefetture d’Italia dove c’era stato un campo profughi giuliano-dalmata e sistemate dapprima al Magazzino 22. Poi, negli anni ’80, è stato deciso di demolirlo per costruire l’Adriaterminal. Ricordo che all’epoca furono avanzate delle proposte assurde, raccapriccianti, come sbarazzarsi di tutto, darle al rogo. Ovviamente la comunità degli esuli si è opposta fermamente, mentre la Prefettura e l’Avvocatura di Stato fecero un ultimo appello ai proprietari, dopodiché arrivò la dichiarazione ufficiale di ‘res nullius’, ossia cosa di nessuno. Venne concesso il Magazzino 26. Da soli, con una fatica mostruosa, le abbiamo traslocate, pezzo per pezzo al Magazzino 18. In mezzo a questo lavoro scoppiò effettivamente un incendio e penso che andò perso almeno il 50 p.c. dei materiali. Con una poderosa opera di accatastamento e scaffalatura, fatta dall’IRCI con il concorso di tanti volontari, i giganteschi vani sono diventati corridoi di almeno 30 metri di lunghezza l’uno, che hanno per pareti gli armadi, in fila, e uno sopra l’altro. Mezzo salone è occupato da pile di testiere per letti. Un’intera ala è dominata da una montagna di sedie messe l’una sull’altra. Ed è proprio in questa zona, quasi un nido di ragno composto da sedie, che l’urlo degli esuli è palpabile”.

 

Qual è, secondo lei, l’oggetto di maggior significato storico ed emotivo di questa collezione?

 

“C’è una sola risposta possibile a questa domanda. Non esiste un particolare oggetto che, preso da solo parli, parli di questa vicenda più o meglio degli altri. Prese singolarmente, tutte queste cose non comunicano assolutamente niente. Riescono a trasmettere un messaggio unicamente se prese come un grande insieme. Ed è lì in quel momento che si percepisce la dimensione dell’esodo, del suo dolore”.

 

L’Ellis Island degli esuli

 

Il futuro?

 

“È un futuro da interpretare come l’Ellis Island di New York, ossia quello che fu il principale punto d’ingresso per gli immigranti che sbarcavano negli Stati Uniti e che oggi ospita, invece, il Museo dell’Immigrazione. Secondo me, il futuro delle masserizie degli esuli è il Porto di Trieste. Siccome da 60 anni le masserizie sono ubicate in questo luogo, dovrebbero rimanere qui come museo etnografico. Nessun altro museo potrebbe ospitarle con altrettanta forza narrativa. Occorrerà aspettare per vedere cosa succede con questa parte del Porto, e sperare in una sua riqualificazione. In questo modo le masserizie potrebbero essere conservate così come sono. Messe in sicurezza, chiuse con delle pareti di vetro, in modo che chiunque, e sono tanti che lo desiderano, sarebbe portato a vederle. Solamente così è possibile captare la sensazione di cosa significhi andarsene portandosi via con sé tutto quello che si poteva portare via, abbandonando la propria terra natia. Un luogo simbolico che raccolga e dia testimonianza della nostra gente che se n’è andata”.

L’auspicio è che, con i riflettori puntati su questa questione, grazie anche allo spettacolo, si crei il clima favorevole per la realizzazione di questo progetto.

 

 

 

 

 

448 – La Voce del Popolo  16/09/13 Rovigno - Gabriele Bosazzi: Una guida alla ricchezza storica, culturale e identitaria

Una guida alla ricchezza storica, culturale e identitaria

 

ROVIGNO In occasione del 56.esimo raduno della “Famìa Ruvigni∫a”, che quest’anno si tiene a Rovigno dal 13 al 17 settembre al Centro multimediale è stato presentato il libro “Rovigno d’Istria: guida storica artistica e culturale” di Gabriele Bosazzi, edita dalla “Famìa Ruvigni∫a”.

 

A salutare il pubblico, le autorità e gli ospiti presenti in sala a nome della Comunità degli Italiani è stata Orietta Moscarda Oblak, responsabile del settore culturale del sodalizio. “È un volume scritto non solo con competenza, ma soprattutto con il cuore. È una guida soltanto nell’impostazione, nel contenuto è frutto di consultazione di fonti bibliografiche, orali e documenti con nozioni sulla storia, sull’arte e sulla cultura della città ed è un pregevole contributo alla cultura rovignese rivolto non solo ai turisti ma anche ai cittadini residenti”, ha constatato.

Il presidente della CI rovignese, Gianclaudio Pellizzer ha accolto con saluti e ringraziamenti gli esuli rovignesi della “Famìa” e l’autore Gabriele Bosazzi. “Grazie a voi avremo un tassello in più che farà sì che la nostra storia, le nostre tradizioni e la nostra cultura rimangano scritte nella storia dei tempi. Sono convinto che quest’opera sarà gradita a tutti quanti e sarà uno scrigno di informazioni da cui dovremo attingere per conoscere più da vicino la nostra città”, ha ribadito. A rendere la serata ancora più piacevole sono stati i bitinadori della SAC “Marco Garbin”, diretti da Riccardo Sugar, che hanno presentato alcune delle più belle bitinade della tradizione canora rovignese come “Nuvola”, “Li va in sun par li ca∫ale” e “La Viecia Batana”.

Francesco Zuliani, presidente della “Famìa Ruvigni∫a” ha parlato della produzione editoriale dell’Associazione fondata nel 1956 da esuli Rovignesi che abitavano a Trieste e che oggi conta ben 8mila soci. “La Famìa è nata con lo scopo di mantenere uniti i rovignesi sparsi per il mondo e coltivare l’amore verso la nostra città. Abbiamo cominciato con “Rovigno nostra”, un giornalino di sole 4 pagine che ha avviato un’attività editoriale che oggi si è sviluppata acquistando peso e valore con un periodico di 60 pagine e pubblicazioni di libri come “Pascaduri e sapaduri”, di Raimondo Devescovi, la quarta edizione di “Storia documentata di Rovigno”, di Bernardo Benussi, che è andata completamente esaurita e l’antologia “Rovigno d’Istria”, realizzata in collaborazione tra esuli e residenti, nonché “L’esodo da Rovigno”, a cura di Francesco Zuliani e oggi anche questa guida, realizzata soprattutto grazie ai contributi degli esuli rovignesi sparsi nel mondo, ma anche con il sostegno finanziario del Ministero dei beni culturali italiano”, ha spiegato Zuliani, aggiungendo anche che il libro è stato già distribuito in 400 copie agli esuli più lontani residenti negli Stati Uniti che si sono detti tutti entusiasti soprattutto dell’amore dell’autore verso Rovigno che traspare dai testi.

L’autore Gabriele Bosazzi, triestino di nascita, nipote di rovignesi esuli, ha illustrato con tanto di immagini proiettate il contenuto del volume, esprimendo grande onore e orgoglio di presentare il suo libro nella città che tanto ama e con la quale ha sempre sentito un forte legame, un richiamo delle sue radici. “Questo lavoro nasce da un grande amore per Rovigno, dal desiderio di indagarla nei suoi angoli più remoti, dalla ricerca della sua storia, delle sue tradizioni e forse di un ricordo dei miei nonni, bisnonni e avi più lontani, sempre con la sensazione, forse l’illusione, di trovarmi a casa. L’idea di scrivere una guida sorge però dalla constatazione che, spesso, le miriadi di turisti che affollano l’Istria ricevono informazioni storiche parziali o addirittura distorte da parte dei canali ufficiali del turismo di massa”, ha spiegato. L’autore ha colto l’occasione per ringraziare tutti coloro che l’hanno aiutato con le loro informazioni, tra cui anche la Comunità degli Italiani e il Centro di Ricerche Storiche di Rovigno, nonché la “Famìa ruvigni∫a” per il sostegno. I testi della guida, che l’autore ha voluto definire “culturale-identitaria” oltre a contenere dati, informazioni e curiosità sono accompagnati da splendide e colorite immagini che donano ancor più onore alle bellezze della città.

 

Cristina Golojka

 

 

 

 

 

449 - La Voce in più Dalmazia 14/09/13 Maria Pasquinelli e gli italiani di Spalato

STORIA  di Rosanna Turcinovich Giuricin

 

TESTIMONIANZE SULLA PARENTESI DALMATA DELLA SUA LUNGA VITA

 

MARIA PASQUINELLI E GLI ITALIANI DI SPALATO

 

La recente scomparsa a Bergamo di Maria Pasquinelli, che a marzo aveva compiuto cent’anni, ha risvegliato l’interesse sulla sua vicenda umana.

Maestra di scuola, ha saldato la sua vita ad un episodio tragico della storia delle nostre terre. Il 10 febbraio 1947, aveva sparato al generale de Winton a capo della guarnigione alleata di Pola. Processata e condannata a morte dal tribunale del governo militare alleato di Trieste, s’era vista commutare la pena in ergastolo. Dopo 18 anni di galera le era stata concessa la grazia. Solo superati i novant’anni s’era concessa la testimonianza sulle proprie motivazioni e sulla dinamica del gesto, non su eventuali coinvolgimenti o disegni orditi altrove. Una parte della sua lunga esistenza è legata pure alla Dalmazia, al periodo quando era stata inviata a insegnare a Spalato durante la Seconda guerra mondiale. Riprendiamo pertanto alcuni stralci interessanti delle testimonianze di Maria Pasquinelli, tratti dal volume “La giustizia secondo Maria” di Rosanna Turcinovich Giuricin, legati per l’appunto alla parentesi spalatina.

 

Bergamo, ottobre 2007 Margherita, la dama di compagnia, ci viene incontro

sorridente: entrate vi sta aspettando! Eccola Maria, ci accoglie seduta davanti alla libreria del salotto. Sulla faccia rotonda spiccano i grandi occhi scuri che parlano per lei muovendosi curiosi, appena celati dagli occhiali, ad abbracciare la nuova situazione. I capelli ricci ancor sempre corti le incorniciano il volto. Saluta Giuditta, chiamandola Jolly così come fanno i parenti e gli amici, rivolge un mondo di complimenti all’Annibale che le ha messo di fronte un vassoio di pasticcini, stringe la mano a Guido, nipote della Giuditta e conferma a chi si appresta ad intervistarla che è ben lieta di rispondere. A che cosa?

Si scattano alcune foto di lei, del gruppo. Che cosa vuole che si scriva di lei? Che sono una personale insuperabile, la verità purtroppo bisogna dirla.

Non è un invito a continuare, non è disposta a parlare, non di tutto, ma poi sorprende chi l’ascolta con alcuni flash, come degli squarci in una cortina di riserbo che continua a mantenere come per una promessa che il tempo non ha incrinato. Lo fa con voce ferma, di donna di carattere, e forte quasi stridula, come di chi non sente a sufficienza.

 

La gente di Dalmazia          

 

E infatti, le domande si ripetono più volte, scandendo le parole, passando sulle labbra degli astanti impegnati a guidarla, ma non ne ha bisogno.

Quando riesce ad ingabbiare la frase, la rimastica, la ripete, risponde.

 

Com’era Spalato in quegli anni? A Spalato ho dissotterrato i morti, anche ragazzi, Dio ne ho combinate di tutti i colori. E quei giovani, poverini...

La gente di Dalmazia che incontravo per strada invece, uomini e donne, bellissimi, di grande volontà e di carattere. Insegnavo l’italiano all’Istituto provinciale: molti studenti lo parlavano bene perché erano di famiglie italiane che non avevano lasciato la città dopo la prima guerra mondiale. Lei lo sa che da gran parte della Dalmazia il primo esodo è avvenuto proprio dopo la Grande Guerra? Ma l’Italiano non lo avevano dimenticato quelli che vi erano rimasti. Era più difficile per quelli che erano arrivati in città dall’entroterra e dalla Bosnia ma ce la mettevano tutta e soprattutto mi volevano bene. A Spalato avevo trovato sistemazione presso una famiglia in via Marchi sulla strada che portava verso la città romana di Salona, proprio di fronte alla Questura. Anche loro parlavano l’italiano perché la nonna aveva insegnato a tutti la propria lingua.

Ricordo che ogni tanto mi offrivano il caffelatte con la torta fatta in casa con farina gialla, zucchero, uvetta e pinoli. Era buona come questi pasticcini, ora arriva il caffè, ah che bello!

 

L’impressione è che conti le parole, dopo alcune frasi s’impone lo stop e non c’è verso di riprendere il discorso.

Si complimenta con l’Annibale per le calze colorate, con Guido perché è un bell’uomo, le donne non le degna di un’attenzione. Margherita glielo fa notare ma Maria non si scompone e le risponde in Bergamasco con una frase che ai nostri orecchi suona così: “Ma che l’è che vuole chella lì?”. Io - dice, alzando la voce - ero sempre con uomini bellissimi. E continua a scherzare dall’alto dei suoi novantaquattro anni di vita. Vita? Maria Pasquinelli è nata a Firenze, nel 1913, un caso, visto che la sua famiglia ritornò immediatamente in Lombardia. Si diploma maestra elementare e successivamente consegue la laurea in pedagogia a Bergamo. Fascista fervente decide di frequentare anche la Scuola di Mistica Fascista. Che cos’era, che cosa si insegnava?

Che la fonte, la sola, unica fonte della mistica è Mussolini, esclusivamente Mussolini. Che il fascismo non è istinto ma educazione e perciò è conoscenza della sua mistica, che è conoscenza di Mussolini. Nello studio di Mussolini vero e proprio “vangelo del fascismo” i giovani della mistica troveranno tutte le risposte, che solo la Sua parola può dare la risposta esatta e perfetta ai dubbi, può placare le ansie, può diradare le foschie. Mussolini come unico Vangelo.

 

Tutto questo non lo rammenta, Maria Pasquinelli - ci devo pensare, risponde.

Poi ricompone il mosaico. La scuola era stata fondata e diretta da Nicolò

Giani: ricordo come s’offese quando gli posi il quesito se fosse mistico volere un diploma di mistica fascista. Allora mi disse che potevo anche non prenderlo. Ed io di rimando: infatti non lo voglio. Tra noi si diceva

spesso: chi mastica non mistica e chi mistica non mastica. Era un gioco di parole, ma non soltanto. Non ricordo che cosa s’insegnasse ma io sapevo già tutto.

 

Insegnò l'italiano a Spalato 

 

Fu nel gennaio del 1942 che chiese di essere inviata come maestra in Dalmazia e per qualche tempo insegnò l’italiano a Spalato (allora annessa all’Italia nel Governatorato di Dalmazia. Il decreto di annessione della Dalmazia all’Italia fu pubblicato il 7 giugno

1941 nella Gazzetta Ufficiale del Regno. Il Governatorato della Dalmazia durò circa un anno e mezzo e fu retto da due governatori: prima da Giuseppe Bastianini e, negli ultimi mesi, da Francesco Giunta. La Dalmazia annessa contava circa 250.000 abitanti e fu divisa in tre province: Zara, Spalato e Cattaro.

Il Governatorato dalmata durò fino al 7 agosto 1943, quando fu soppresso dal governo Badoglio. Ragusa non fu mai compresa nella Dalmazia italiana voluta da Mussolini e Ciano, ma l’esercito italiano rimase in città fino all’8 settembre del 1943).

 

Il cimitero di San Lorenzo   

 

Sul finire del 1943, un’iniziativa pietosa la spinge a ottenere dal governo militare jugoslavo, tramite alcuni ufficiali tedeschi, il permesso di procedere all’esumazione dei centosei italiani fucilati dai partigiani slavi nelle fosse del cimitero di San Lorenzo. Identifica, tra le salme, quella del provveditore agli studi di Spalato, Soglian, del presidente del ginnasio, Lungilbuhl, e altre di noti antifascisti. Lo ricorda stringendo le palpebre come per scacciare un pensiero che trattiene invece nelle parole.

Alcune di quelle persone le conoscevo, erano miei colleghi e anche alunni.

Perché non si poteva fermare quel massacro? La domanda continuò ad esploderle dentro per tanto, troppo, tempo. Ma con questo suo generoso atto di giustizia, provoca sospetti e si attira aperte minacce di morte. Si imbarca, allora, sulla nave “Mameli” e si rifugia a Trieste, dove si dedica all’assistenza dei profughi. Sì, me ne andai da Spalato via mare. Sulla nave trovai un libro e mi immersi nella lettura, volevo dimenticare. Sbarcata a Trieste, portai quel romanzo con me, infilato sottobraccio, fino a San Giusto, spirava una leggera brezza, non era Bora che altrimenti mi avrebbe travolta, e spalancai le braccia come per diventare una vela e andare “Via col vento” come nel titolo del romanzo che avevo appena letto. Via, volevo volare via. Maria invece si fermò a Trieste.

 

 

 

450 - La Voce del Popolo 18/09/13 Goli Otok – Silverio Cossetto:  Andata e ritorno all’isola dei dannati

 

Andata e ritorno all’isola dei dannati

 

Gianfranco Miksa

 

Un tempo nelle sue strutture finirono detenuti politici provenienti da tutta la Jugoslavia. Il gulag di Tito oggi non è che un mucchio di macerie, un posto fatiscente, abbandonato. Un totale, assurdo silenzio sovrasta tutto. È la sensazione che si prova a visitare Goli Otok, pietraia in mezzo all’Adriatico, riarsa dal sole d’estate e battuta dalla bora gelida d’inverno. Uno spuntone di roccia alto fino a 230 metri, posto in mezzo al Canale della Morlacca, tra l’isola di Arbe e la costa dalmata. È proprio qui che il “maresciallo” fece deportare, dal 1949 al 1956, tra i 16 e i 30mila prigionieri politici, prima i “cominformisti” – dopo la grande rottura con Stalin – e successivamente criminali “semplici”. Diverse centinaia morirono a causa dei trattamenti disumani subiti. Le cifre variano e nemmeno oggi, a distanza di tanti anni, è possibile conoscere i dati reali. Del resto, chi è sopravvissuto è rimasto profondamente segnato nel fisico e nello spirito, spesso reticente a ricordare la terribile eredità portatasi dietro al ritorno dall’Isola Calva.

 

 

Un marchio che porta ancora oggi

 

Il fiumano Silverio Cossetto, 84 anni portati bene, era uno studente ventenne quando conobbe in prima persona l’inferno di Goli. Era un comunista libertario. Subì un processo farsa, fu condannato a 6 mesi di reclusione, che alla fine si trasformarono in 26. Cossetto, dopo un periodo passato nelle carceri di Fiume, giunse sull’isola nell’aprile del 1950 e ne rimase fino al gennaio 1951. Entrò poi nelle Brigate di lavoro dislocate in Bosnia, per essere liberato definitivamente alla fine del ’51. Visse, specialmente all’inizio, fra varie difficoltà, con la continua sensazione di essere braccato.

 

“Ho avuto paura in continuazione – ci racconta oggi, facendoci da cicerone nell’ex penitenziario –. Per me, ma soprattutto per la mia famiglia. Dai vent’anni in su la mia vita è stata un tormento. Goli è un marchio che porto ancora oggi e per il quale ho subito vessazioni, provocazioni, umiliazioni, maltrattamenti e discriminazioni di ogni genere”.

“E per cosa? Per aver avuto un momento d’indecisione a schierarmi politicamente nel dissidio tra Tito e Stalin. Insomma, per avere ragionato con la mia testa, rifiutando la dottrina imposta. Quando fu condannato ne rimasi molto scosso – ci dice – e ancora ignoravo che i sei mesi si sarebbero trasformati in anni. Quello che mi attendeva a Goli non me lo sarei mai immaginato”.

 

 

Trovare i «carnefici» per avere risposte

 

Che cosa si prova a tornare sul posto, sessant’anni, dopo?

 

“Le emozioni sono oramai sbiadite, sostituite da un senso di vuoto, quasi d’indifferenza. Provo comunque l’interesse di trovare le persone che hanno prodotto un simile regime e domandargli il perché. Chiedere delle spiegazioni: perché abbiamo dovuto subire cose del genere, quando oggi crimini ben più gravi rimangono impuniti?”.

 

Come trova oggi Goli Otok?

 

“Vedo soltanto le rovine degli edifici eretti dopo la mia permanenza sull’isola. Ed è la testimonianza diretta che neanche il governo è riuscito a conservare la macchina penitenziaria per coloro che non la pensavano allo stesso modo. Oramai è un luogo abbandonato da tutti, eccetto che dai curiosi che vengono a vedere dove e in che condizioni vivessero i detenuti”.

 

Animali randagi

 

Ci descriva il sistema adottato dal penitenziario.

 

“Tutto era predisposto, nei minimi particolari, per togliere al detenuto ogni briciolo di dignità. Nei campi della Germania e della Siberia veniva annientato il corpo, mentre a Goli era eliminato l’essere umano nella persona. Questa era la logica di base. Le guardie avevano il compito di vegliare che nessuno potesse fuggire, mentre i detenuti si confrontavano da soli. E ciò rappresentava la massima atrocità. Ogni prigioniero, appena arrivato, doveva fare relazione all’‘isljednik’, un funzionario omologo al referente, al quale confessava le proprie ‘colpe’ e quelle degli altri. Ossia comportamenti scorretti o frasi scappate in momenti di debolezza. Tutti erano delle possibili spie, non potevi fidarti di nessuno. Anche il minimo cambiamento nell’abituale atteggiamento poteva far nascere dei sospetti per i quali venivi richiamato. E lì iniziavano i maltrattamenti. Arrivando all’isola si perdeva il proprio nome e si diventava parte della Banda. Il nostro lavoro era spaccare pietre. Ma non con il martello, bensì pietra contro pietra. E portarli con la ‘civiere’, una specie di carretta senza ruote, di lunga portantina. Per ogni minima infrazione erano pronte punizioni severe. E così ci trasformarono in animali randagi educati nel più puro egoismo, al fine di salvare la propria vita. Una massa di individui isolati e disperati, pronti alle bassezze più infamanti pur di sopravvivere”.

 

Il «benvenuto» e l’aiuto di Gino Kmet

 

Camminando per Goli, Cossetto ci indica il luogo dove fu prelevato dalla pancia della “Punat”, sollevato come un gattino, per i capelli e le spalle, e gettato di peso sulla riva, per metterlo davanti a un budello, formato da due lunghe file, una di fronte all’altra, di detenuti indemoniati e urlanti. Era il “Kroz stroj”, l’abituale pratica educativa/punitiva che fungeva anche come benvenuto.

“Da una folla che gridava ‘Banda’, ‘Tito Partija” ricevetti una dozzina di colpi, graffi e sputi – confessa Silverio Cossetto –. I pugni vennero avanti e indietro come stantuffi. Capii subito che dovevo correre il più velocemente possibile verso la fine della fila per incassare quante meno botte, ma dopo pochi passi caddi a terra. Fui sollevato dal fiumano e amico Gino Kmet, che mi disse ‘Cossetto, anche tu qui?’, fece finta di darmi qualche pacca e la cosa mi permise di correre ancora più velocemente verso la fine. Ero completamente nero, ricoperto di lividi e sangue”.

 

Una cicatrice interna mai rimarginata

 

Come si svolgeva la vita all’interno del campo?

 

“Botte e violenza in continuazione. Una cosa immonda. Non era solamente il castigo fisico a lasciare il segno nel corpo e nell’anima, ma anche le trovate dei ‘sobnik’ (i kapò, ndr) che avevano una baracca apposita in cui picchiavano i detenuti nel corso dell’intera notte. Strilli, urla, pianti non permettevano a noi altri di chiudere occhio. Alcuni morti sono stati seppelliti a Goli, altri nel cimitero di Fiume e altri ancora sono finiti in mare. C’era poi l’Ora politica, un mezzo di lavaggio di cervello, dove commentavamo gli articoli dei giornali. Dovevamo dimostrare di essere pentiti del nostro ‘tradimento’. Impossibile uscirne mentalmente indenni”.

“Ancora oggi non riesco a scacciare dalla mente certe cose. Porto una cicatrice interna che continua a sanguinare. Comunque, non ho mai dato o confessato alcuna informazione. Non ho permesso, a rischio della vita, di diventare uno strumento dell’Udba. Anche una volta libero, quello che mi abbatteva era la continua pressione esercitata nei miei confronti di collaborare con i servizi. Non lo feci mai. La mia dignità è pulita”.

 

«Ho vinto, sono sopravvissuto»

 

Prova rancore?

 

“Non posso negare che proverei del piacere a riservare a un qualsiasi aguzzino dell’Udba l’1 p.c. di quello che ho subito io. Ma ormai sono vecchio e la forza mentale è l’unica che mi sia rimasta. Poi tantissimi di loro sono morti. In qualche modo posso considerarmi vincitore perché sono riuscito a sopravviverli”.

 

Proseguendo nel nostro percorso di visita all’Isola, Silverio Cossetto, ci mostra anche il punto dove fu sepolto da pietre mentre caricava un vagonetto: persi l’equilibrio su un terreno franoso, scosso dalle mine, e finii in mare in una notte di tempesta.

 

Un po’ di fortuna tra i pescatori

 

Come vi arrangiavate per le cose quotidiane, tipo l’igiene personale, la rasatura dei capelli e della barba?

 

“In nessun modo. Non esisteva alcuna igiene. Ogni tanto ci spidocchiavamo e ci toglievamo di dosso la sporcizia, almeno dalle parti del corpo in cui questa era ben visibile. Tutte cose facili a dirsi ma impossibili a farsi senza un po’ d’acqua dolce e sapone. Anche con la bora nei mesi invernali sapevamo lavarci in mare e come sapone adoperavamo dei sassi che ci portavano via anche la pelle. I pidocchi rappresentavano un grande problema. L’intero campo era infestato da questi parassiti, ai quali di notte s’aggiungevano anche le cimici e pulci. La mancanza di una dieta corretta provocava seri danni al fisico. Soffrivo di avitaminosi e andavo camminando con i piedi gonfi e mezzo cieco. Dai 70 chili di peso che avevo prima di giungere a Goli, scesi a soli 42 chili. Le ‘opanke’ nel contatto con le rocce dell’Isola si consumavano velocemente e avevo dei continui dolori ai piedi”.

 

Nella disgrazia Cossetto ha avuto un po’ di fortuna: “Per puro destino fui trasferito a lavorare con un gruppo di pescatori impegnati a procurare il pesce per la mensa dei sorveglianti. Il nuovo lavoro era completamente diverso da quello precedente. In pratica, trovandomi in barca e seppure sorvegliato, non subivo le angherie praticate nel campo. Poi entrai nei ranghi della Brigata di lavoro. Assieme ad altri fui dislocato in Bosnia per la costruzione della ferrovia. Lì la vita nel campo era tutta un’altra cosa rispetto a Goli, e presto fui dichiarato libero. Una volta tornato a casa, tutti mi evitavano come se avessi la peste. Per molto tempo rimasi isolato da tutti, ma nonostante ciò sono riuscito ad avere una splendida famiglia, con tante soddisfazioni”.

 

 

 

 

 

 

451 - Il Piccolo 17/09/13 Grande guerra:  Il lungo calvario dei prigionieri che l'Italia non aiutò a tornare

Il lungo calvario dei prigionieri che l’Italia non aiutò a tornare

 

C’è anche il tema della Grande guerra tra gli argomenti in vetrina al Festival con le storie dei morti in battaglia e dei 100mila abbandonati a se stessi

 

Collection Day perché nessuno dimentichi

 

 Voci riunite in un convegno Due sessioni per mettere a fuoco le ricerche sul conflitto

 

In vista del centesimo anniversario della Prima guerra mondiale nel 2014, pordenonelegge e l'Associazione culturale Ww1 - dentro la Grande Guerra, con Turismo Fvg, promuovono un Collection Day in Friuli Venezia Giulia. Grazie alle nuove tecnologie, tutti hanno la possibilità di contribuire a preservare le loro storie di famiglia. Pordenonelegge propone il Collection Day di sabato 21: al Ww1 Point nell’ex negozio Cevolin (Corso Vittorio Emanuele II 60), dalle 9 alle 20, chiunque possegga immagini, lettere, cartoline, cimeli o altri oggetti, potrà affidarli a questo prezioso archivio online. Sempre sabato 21, si terrà un convegno articolato in due momenti. Interverranno per il primo tavolo (10, Convento di San Francesco) Sergio Frigo, Giambattista Marchetto, Michail Paschalidis. Per il secondo incontro (11.30) Patrizia Marchesoni, Marco Mondini, Emanuela Zilio.

 

di MARCO MONDINI

 

Quando finisce una guerra? Quando è terminata la Grande guerra per gli italiani? In qualsiasi manuale di storia si può leggere che la prima guerra mondiale sul fronte italo-austriaco terminò il pomeriggio del 4 novembre 1918, quando entrò in vigore l’armistizio firmato a Villa Giusti. Ma per centinaia di migliaia di uomini in uniforme il silenzio delle armi non significò necessariamente la fine della guerra. Svestire l’uniforme, mettersi in cammino verso casa, ritrovare la propria esistenza da civile e riabbracciare i propri cari: sono questi i passi necessari per chiudere i conti veramente con l’esperienza del conflitto. Per molti combattenti, l’armistizio fu solo l’inizio del lungo viaggio di ritorno alla vita. Per i tre milioni di combattenti del Regio Esercito la conquista della pace fu molto più lenta di quanto fosse ragionevole sperare. Trattenuti in servizio per timore di una rivoluzione bolscevica internazionale, per il segreto desiderio di una nuova guerra contro il neonato regno serbo, croato e sloveno (la futura Jugoslavia) o semplicemente per timore del caos che sarebbe venuto congedando in massa centinaia di migliaia di maschi adulti senza un’occupazione, gli ultimi soldati italiani vennero smobilitati solo nella primavera 1920. Come il padre di Matteo ne “L’anno della vittoria” di Rigoni Stern, tornarono a casa recando come ricompensa un piccolo pacco di vestiario e una modesta somma di denaro (la «polizza del combattente»), per trovare magari la propria abitazione distrutta, moglie e figli scomparsi, profughi in terre lontane. Ricominciare da niente, spesso dovendo ricostruire l’intero mondo degli affetti andato in frantumi nei lunghi anni di assenza, fu il destino riservato a molti esponenti della «generazione della Vittoria».

 

Per alcuni il viaggio di ritorno fu ancora più lungo. Nel corso della conflitto l’Esercito italiano aveva perso oltre seicentomila uomini «caduti per la Patria», ma più o meno altrettanti erano stati catturati dal nemico (quasi trecentomila solo a Caporetto). Cadere in prigionia significava sì sfuggire al rischio morte quotidiana in trincea, ma anche andare incontro ad una lunga agonia. Sottoposti ad un trattamento durissimo e abbandonati da governo italiano (che non fece nulla per assisterli come facevano gli altri governi alleati), i prigionieri (specie i soldati semplici) morirono a decine di migliaia per inedia e malattia: forse 100mila alla fine, ma la cifra non è certa. Per il mezzo milione che restava in vita, il 4 novembre 1918 fu una liberazione solo relativa. A volte a piedi, o con mezzi di fortuna, a volte con tradotte più o meno autogestite, arrangiate con fantasia tutta italiana nel caos totale di quei giorni, la fiumana dei prigionieri si mise in marcia verso il paese per il quale avevano combattuto e da cui si aspettavano ora un’accoglienza onorevole. Fu un’amara disillusione. Il governo aveva a suo tempo etichettato come traditori tutti coloro che si arrendevano. A questa infamante accusa, si aggiungeva ora il timore che con i prigionieri venisse importata in Italia «l’idea rivoluzionaria». In una lettera riservata del maggio 1918, il ministro della guerra Zuppelli proponeva già al presidente del Consiglio Orlando di rallentare ogni rimpatrio dei prigionieri potenzialmente pericolosi, perché «infettati dalla propaganda bolscevica».

 

Pochi mesi dopo, il Comando Supremo avrebbe rilanciato, suggerendo di deportare tutti gli ex prigionieri, in via precauzionale, in Africa o in Macedonia. Di questi agghiaccianti progetti non si fece nulla. Tuttavia, appena valicato il confine italiano, l’ex prigioniero, debilitato dalla fame e dal lungo viaggio, veniva fermato dai carabinieri e avviato verso uno dei campi di concentramento sparsi nella penisola. Lì decine di migliaia di soldati e ufficiali rimasero per mesi, in condizioni sanitarie pessime, spesso esposti alle intemperie, in attesa di un interrogatorio che appurasse le cause della loro cattura. Il porto di Trieste, che funzionava come punto di approdo e raccolta per i prigionieri che rientravano da oriente, divenne in poche settimane un immenso carcere a cielo aperto, male organizzato e privo di ogni misura igienica. Quasi 160mila reduci ebbero come prima accoglienza della madre patria un lungo soggiorno coatto tra i moli, malnutriti, poco assistiti e sorvegliati da carabinieri armati. La situazione era talmente avvilente che lo stesso governatore del Friuli Venezia Giulia, generale Petitti, scrisse una lunga relazione al presidente del consiglio Orlando per denunciare il pericolo che soldati e ufficiali, che già avevano cominciato a scappare spontaneamente, dessero vita ad una rivolta. Il campo fu svuotato e chiuso in gennaio, ma non prima che 1300 soldati vi trovassero la morte per malattia.

 

Per altri, infine, il cammino verso casa fu meno amaro, ma non meno complicato. Nel 1918 si trovavano nel cuore dell’impero zarista ancora alcune migliaia di “ex a.u.”. Erano soldati e ufficiali di lingua italiana del vecchio esercito austro-ungarico, parte degli oltre 100mila trentini, triestini, istriani e dalmati che nel 1914 erano stati mandati a morire sui campi della Galizia. Fin dal maggio 1915, era stata data loro la possibilità di dichiarare la propria lealtà al Regno d’Italia, transitando dallo status di nemici a quello di alleati. L’organizzazione del rimpatrio, per gestire il quale il governo inviò alcune missioni ufficiali andò per le lunghe. Sorpresi dallo scoppio della rivoluzione e della guerra civile, questa variopinta armata di irredenti si organizzò attraversando la Siberia in una marcia epica che ha dello straordinario. Un primo scaglione giunse fino a Tientsin nel settembre del 1918, altri si raccolsero a Vladivostok l’anno successivo, ma fu solo nel 1920 che la maggior parte (poco più di 10.000) riuscirono a tornare in Italia. Ancora nel gennaio 1921 i resti di questa straordinaria anabasi, 2000 trentini e istriani, erano dispersi in Asia centrale.

 

 

 

452 - Il Piccolo 17/09/13 Lettere - Ziberna tace sulle responsabilità del fascismo

Ziberna tace sulle responsabilità del fascismo

 

8 SETTEMBRE

 IL CASO

 

In riferimento alla lettera del Consigliere regionale Rodolfo Ziberna, pubblicata oggi sul Vostro giornale, desidero esprimere le seguenti valutazioni. La fa troppo semlice il consigliere regionale Rodolfo Ziberna riguardo la data dell’8 settembre, cercando di spiegare con capriole storiche le sue teorie sul movimento partigiano. Sia ben chiaro che non è mia intenzione nascondere le responsabilità del presidente Tito e del partito comunista jugoslavo nel controllare a suo favore il movimento partigiano sloveno e jugoslavo. Ma parlando dell’8 settembre bisogna parlare in primo luogo di un altro regime, quello fascista di Benito Mussolini, che portò, soprattutto nelle nostre terre e alla nostra gente, terrore, violenza, gravi violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo e morte. L’8 settembre è il risultato finale del regime fascista, risultato al quale arriva prima o poi ogni regime autoritario, come ci insegna la storia, quando viene letta ed interpretata con onestà e sincerità. Ed è su questo punto che sarebbe doveroso, ogni anno, fare una seria, serena e onesta riflessione, invece di dimenarci con le solite prese di posizione ideologiche, che risultano essere ormai del tutto anacornistiche.

 

Julijan Cavdek segretario provinciale SSk

 

 

 

453 - Il Piccolo ediz.Gorizia 18/09/13 Lettere - I filo-titini non si arrendono

I filo-titini non si arrendono

Leggo assai sorpreso la lettera di Julijan Cavdek, segretario provinciale SSk, intitolata “Ziberna tace sulle responsabilità del fascismo”, con cui si afferma che si dovrebbe riflettere anche sulle violenze del fascismo.

Mentre non leggo nella lettera di Cavdek alcuna ammissione delle responsabilità dei parigiani nel tentativo di asservire le nostre terre al regime comunista di Tito, come è noto, invece, in molteplici occasioni ho riconosciuto le responsabilità del regime fascista nel tentativo di italianizzazione del confine orientale a danno della minoranza slovena. L’ho dichiarato e scritto pubblicamente più volte, anche in incontri ufficiali con la minoranza slovena.

 

Nella stessa lettera oggetto delle critiche di Cavdek ho espresso “rispetto e gratitudine per i partigiani che in tutto il paese hanno combattuto per liberare l’Italia dal regime fascista e dall’occupazione nazista”.

Guai a giustificare un atto di violenza con altra violenza! Ogni violenza deve essere condannata, sempre!

E’ un peccato, però, che una simile autocritica certi ambiti fortemente ideologizzati non siano capaci di farla e che sempre più spesso si critichi e si scriva senza verificare prima l’attendibilità di ciò che si sta per scrivere.

Insieme agli amici del SKGZ, il mondo degli esuli ha da tempo avviato una comune riflessione sulle reciproche responsabilità. Le componenti più estreme, sia da una parte che dall’altra, hanno mal digerito questo processo ineludibile di condivisione di una storia. Ma su questa strada del dialogo e della reciproca comprensione dei torti subiti noi andremo avanti, pronti a subire le provocazioni di chi come il signor Cavdek evidentemente la pensa in modo diverso.

                                                                               

Rodolfo Ziberna consigliere regionale PDL

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

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