MAILING LIST HISTRIA 

La Gazeta Istriana  a cura di Stefano Bombardieri, M.Rita Cosliani e Eufemia G.Budicin

anche in internet ai seguenti siti  :

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http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

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Agosto - Settembre  2013 – Num. 39

 

 

 

52 - Accademie & Biblioteche d'Italia 3-4 / 2012 Temi e problemi - La biblioteca della Società Dalmata di Storia Patria (Carlo Cetteo Cipriani)

53 - La Voce del popolo  10/09/13  Cultura - L'eterno femminino nell'opera di Tomizza (Patrizia Venucci Merdžo)

54 -  Controluce  giugno - luglio 2013 Dall'Adriatico al Tevere: Arte dell'Adriatico orientale a Roma e nel Lazio dal V secolo ad oggi (Eufemia Giuliana Budicin)

55 - La Voce del Popolo 21/08/13 Il viaggio della riscoperta e del riscatto, romanzo che parla anche di Vergarolla (Ilaria Rocchi)

56 - L'Eco di Bergamo 25/07/13 Il medico Poletti legionario a Fiume con D’Annunzio (Gianluigi Ravasio)

57 - Il Piccolo 13/06/13 Dalla Carinzia a Trieste il treno che fece la storia (Marco Di Blas)

58 - La Voce del Popolo 23/07/13 Venezia - Viaggio tra i capisaldi fortilizi dello Stato da Mar (Ilaria Rocchi)

 

 

 

 

 

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52 - Accademie & Biblioteche d'Italia 3-4 / 2012 Temi e problemi - La biblioteca della Società Dalmata di Storia Patria

 

Temi e problemi

 

LA BIBLIOTECA DELLA SOCIETÀ DALMATA DI STORIA PATRIA

 

Carlo Cetteo Cipriani *

 

Le complesse vicende che nel corso del XX secolo coinvolgono la Società Dal­mata di Storia Patria si riflettono anche sulla storia della sua Biblioteca.

La Società fu creata, dopo lunghi dibattiti, solo nel 1926 in Zara, congiunta al Regno d’Italia solo dal 1920, in seguito al Trattato di Rapallo. Non si trattava però della Dalmazia dell’antico dominio veneto - quella che per oltre un secolo aveva costituito il Regno di Dalmazia all’interno dell’Impero d’Austria, che i Dal­mati avrebbero voluta unita all’Italia - né di quella, coi limiti più stretti, che il Patto di Londra del 1915 aveva promesso all’Italia. Ma Zara, quale antica capitale, po­teva ora rappresentare spiritualmente tutta la Dalmazia, dal Golfo del Carnaro alle Bocche di Cattaro1 e custodirne la memoria storica.

 

Per questa particolare posizione geo-politica che, nel primo dopoguerra, con­traddistinse Zara rispetto all’Italia peninsulare, la Società Dalmata presentò fin dal­l’inizio molti aspetti comuni alle Società e Deputazioni di Storia Patria delle altre regioni del Regno d’Italia, ma anche alcune diverse peculiarità. I primi soci della Società Dalmata di Storia Patria svolsero così un duplice ruolo: quello di studiare la “storia patria” (storia regionale, si direbbe al giorno d’oggi) compito assolto an­che dalle Società consorelle e quello di tramandare la memoria dell’apporto dato dai Dalmati alla civiltà italiana fin dall’epoca romana. Nel XX secolo la Società af­frontò continue difficoltà dovute al primo dopoguerra, alle tragiche vicende de­rivanti dalla seconda guerra mondiale e infine al secondo dopo-guerra.

La R. Prefettura di Zara assegnò alla Società una piccola sede all’interno del pa­lazzo del Governo. La ristrettezza del territorio dalmata assegnato all’Italia com­portò non solo problemi economici, ma anche di difficile convivenza fra gli stu­diosi; conseguentemente, le attività sociali subirono un progressivo rallentamento.

Eppure la Società era partita con grande slancio: accanto alla pubblicazione di numerosi volumi nelle collane editoriali Atti e memorie e Studi e Testi aveva pro­mosso una ricca attività culturale, legata, in particolare, al riordino scientifico degli archivi di Zara e delle sue belle ed antiche biblioteche, la cui ricchezza non aveva reso necessaria l’istituzione di una biblioteca sociale. Nel 1935 affrontò nuove dif­ficoltà a seguito della riorganizzazione centralizzata degli studi storici, operata dal fascismo in una delle tante azioni di razionalizzazione che talvolta investono l’I­talia2. La Società Dalmata fu dunque formalmente sciolta e unita alla Regia De­putazione di Storia Patria per le Venezie quale “Sezione Dalmata”; le sue attività si ridussero al minimo3. Venne poi la guerra, la distruzione della città, la fuga de­gli abitanti italiani ed ovviamente il blocco d’ogni attività scientifica. Negli anni successivi il Governo non si adoperò per la ricostruzione della Società nonostante una legge del 19474 ricostituisse le Società storiche disciolte dalla riforma fascista.

 

Solo dopo qualche anno i Dalmati, dopo avere in qualche modo risolto in esi­lio le questioni private e di sopravvivenza, si posero l’obiettivo di tutelare la pro­pria identità, per non dimenticare la persecuzione etnica e l’esilio, consapevoli della necessità di salvare la memoria della millenaria tradizione dalmata italiana. Alcuni Dalmati esuli in Italia presero così l’iniziativa, nel 1961, di ricostituire a Roma la Società Dalmata di Storia Patria. Da allora la Società ha ripreso le sue attività cul­turali, nella sede di Piazza Firenze. Nell’impossibilità di accedere alle biblioteche presenti sul territorio dalmata, la Società decise di istituire una biblioteca specia­lizzata. Iniziata negli anni ’60 con acquisti, e soprattutto con donazioni private di opere rare, opuscoli, periodici, volumi ottocenteschi, raggiunse una consistenza di circa 2000 unità. Negli anni ’80 vicende burocratiche complesse costrinsero la So­cietà a lasciare la sede di Palazzo Firenze, trovando rifugio prima in un angusto lo­cale della Fondazione Primoli e poi in un seminterrato al Villaggio Giuliano-Dal­mata all’Eur. Nel trasferimento la maggior parte dei volumi della Biblioteca sociale fu ceduta ad altre associazioni dalmate. Fu a fine anni ’90 che si iniziò nuo­vamente la costituzione d’una biblioteca sociale.

 

All’inizio si trattava di acquisire volumi che andassero ad arricchire il piccolo nucleo di poche decine di volumi residui delle precedenti raccolte: si avvia così una collezione di opere di settore, ma inizialmente disordinata e faticosa. Temi portanti del fondo librario furono, in un primo momento, la storia regionale, la tradizione e la cultura, in senso lato, della Dalmazia; si aggiunsero in seguito anche opere sul­l’Adriatico, inteso come area culturale.

Fu nei primi anni del XXI secolo, con l’attuazione della legge 16 marzo 2001, n. 72 che sovvenziona le attività per la conservazione del patrimonio culturale de­gli Esuli Giuliano-Dalmati, che si potè iniziare una campagna di acquisizione più sistematica ed un primo riordino, avviato dalla dottoressa Laura Fortunato, sotto la direzione di chi scrive. Dopo qualche anno ci si pose il problema dell’organiz­zazione e della sistemazione dei volumi. Il primo passo fu l’adesione, nel 2008, al Servizio Bibliotecario Nazionale con la partecipazione al polo delle Biblioteche pubbliche statali di Roma5.

Nel gennaio 2009 s’iniziò l’inserimento del patrimonio bibliografico nel Sbn6; nel dicembre 2012 il processo di ricostituzione e riordino della Biblioteca poteva dirsi completato. Attualmente la biblioteca possiede circa 2120 volumi, di cui 947 periodici. Un consistente numero di monografie e periodici risulta posseduto, in Italia, solo dalla biblioteca della SDDSP: si tratta per lo più di pubblicazioni stra­niere, soprattutto croate, ma sono presenti anche opere italiane.

La Biblioteca non possiede opere stampate prima del 1830; si è provveduto, invece, per una serie di considerazioni di carattere storico - scientifico relative alla storia politica e culturale della regione dalmata, a dedicare una sezione ai volumi pubblicati anteriormente al 1915.

Nell’ordinamento a scaffale, i volumi sono stati divisi in sezioni7 e sub-sezioni, tenendo conto del soggetto dell’opera e dell’altezza del volume. Fra i documenti più importanti: la collezione completa dell’Archivio Storico per la Dalmazia, rivista edita dal 1926 al 1940, che contiene una raccolta straordinaria di scritti sulla Dalmazia8.

 

Alcune criticità condizionano il più completo esplicarsi delle attività culturali: principalmente la difficoltà dell’apertura al pubblico della sede, che allo stato non è neppure sufficientemente decorosa9. Ciò rende impossibile garantire una facile accessibilità ai volumi: per accedere alla Biblioteca è necessario, infatti, contattare preventivamente la Società. La Biblioteca non effettua prestito. La sua finalità è, in primis, quella di fornire sostegno alle ricerche dei soci; quando possibile tale so­stegno si estende a tutti gli studiosi. Oltre all’attività di reference bibliografico, il personale della Biblioteca fornisce indicazioni di ogni genere sulla Dalmazia: dalla disponibilità di fonti archivistiche, alle informazioni su personaggi e acca­dimenti. In ciò un aiuto viene dal sito internet dove si cerca di render disponibile al più vasto pubblico, il patrimonio culturale della Società.

Anche se la ricchezza di una biblioteca è data dal numero di frequentatori, con­siderando la specializzazione del patrimonio bibliografico10 e le tante difficoltà che l’istituzione si trova ad affrontare, il rateo d’utilizzo di alcune unità al mese, può esser valutato soddisfacente.

 

Società Dalmata di Storia Patria.

 

1 - L’area delle Bocche di Cattaro è il territorio che, nel linguaggio burocratico di Venezia, era denominato Al­bania veneta.

2 - Operazioni di ‘razionalizzazione’ spesso condotte con l’accetta, non tenendo conto delle necessità particolari degli Istituti, né delle eccellenze, riducendo tutto ad unum e disperdendo inestimabili patrimoni di conoscenza.

3 - Questo provvedimento, che invece di sostenere la Società con 15.000 lire annue preferì chiuderla, chiarisce i termini della pretesa protezione del fascismo verso i Dalmati.

4 - ‘Restituzione di autonomia alle Deputazioni di Storia Patria e Società storiche istituite e riconosciute dallo Stato anteriormente al 28 ottobre 1922’ (Dlcps 24 gennaio 1947, n. 245).

5 - Codice RML043.

6 - II lavoro fu condotto in successione da Valentina Stazzi, Stefano Colletti, Carlo Maria Biscaccianti.

7 - Sono state così definite: B: edizioni ante 1915, C: libri sulla Dalmazia in italiano, F: personaggi dalmati, L: Adriatico orientale; T: volumi in lingua straniera; U: letteratura (soprattutto riferita alla Dalmazia o di scrittori dalmati); V: varia in lingua italiana; la sezione W riunisce i volumi molto danneggiati dall’allagamento dell’at­tuale sede subito ad inizio del 2000.

8 -  L’indice digitalizzato della rivista è disponibile sul sito internet < www.sddsp.it/> alla pagina “ausili per gli studi dalmatici”.

9 - Dalla rinascita la Società fu ospitata al piano terra di Palazzo Firenze in Roma, insieme all’Associazione Na­zionale Dalmata, in una sede ben accogliente. All’inizio degli anni ’80 il Ministero delle Finanze ebbe da ecce­pire e la Società si dovette ritirare in uno sgabuzzino, in affitto a caro prezzo, presso la Fondazione Primoli. Sfrat­tata anche da lì, a fine anni ’90, riuscì a sistemarsi in un seminterrato al quartiere Giuliano Dalmata di Roma, dove gran parte del patrimonio bibliografico e d’archivio fu distrutto a causa di un allagamento delle sede.

10 - Forse sarebbe opportuno definire la Biblioteca, secondo la classificazione dell’IFLA, “biblioteca speciale”, es­sendo destinata a un’utenza qualificata e ristretta e possedendo materiale documentario ben determinato, ag­giornato e tendenzialmente completo (quindi non solo libri e periodici, ma anche documenti come tesi di lau­rea, relazioni scientifiche, ecc).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

53 - La Voce del Popolo  10/09/13  Cultura - L'eterno femminino nell'opera di Tomizza

L’eterno femminino nell’opera di Tomizza

«Personaggi femminili nella narrativa di Fulvio Tomizza”, a cura di Irene Visintini e Isabella Flego, è il quinto volume e l’ultimo progetto editoriale della Collana di saggistica degli Italiani dell’Istria e del Quarnero “L’identità dentro”, della casa editrice EDIT, uscito in coedizione con la Comunità degli Italiani “Fulvio Tomizza” di Umago. L’opera contiene i risultati di una ricerca condotta grazie anche al sostegno dell’Unione Italiana – rispettivamente del ministero degli Affari esteri della Repubblica Italiana – e rappresenta l’unico studio specialistico, sistematico e organico sulle figure muliebri presenti nella produzione tomizziana.


Il volume contiene diciassette saggi a firma di Irene Visintini, Isabella Flego, Amalia Petronio, Claudia Voncina e Cristina Sodomaco e si divide in cinque capitoli: “Identificazione della figura della moglie, icona dell’amore coniugale nella narrativa di Fulvio Tomizza”, “Figure femminili vittime della violenza sociale e familiare, della guerra e dell’esodo”, “Voci femminili della storia e della vita”, “Rappresentazione del femminile tra particolari contesti storico-sociali, private vicissitudini e drammi di frontiera” e “Considerazioni sulla condizione presente e passata della donna”. 

Emblemi di un mondo che si estingue

 

Emerge una galleria molto differenziata di donne emblematiche, che le varie autrici affrontano sotto diversi profili, sorrette dalla consapevolezza che esse rappresentano da un lato il riflesso dell’ideologia, della poetica e della maturazione del percorso letterario di Tomizza; mentre dall’altro lato sono pregne di un valore autonomo e intrinseco, documentaristico, storico e sociologico, con il loro muoversi in tempi e contesti sociali vari, nel passato come nella contemporaneità.
Come fa notare Irene Visintini nella Premessa, la raccolta di saggi si propone come un lavoro-testimonianza di una civiltà ormai in via di estinzione, ma anche “dell’evolversi, del mutare della condizione della donna e dei suoi rapporti con l’uomo in vari momenti storici e politici… Si è dipanato così l’intreccio tra il vecchio e il nuovo, trasformazioni, incertezze, pregiudizi sociali, ambizioni, aspettative, sentimenti contradditori”.


Il suo centro di gravità permanente


Profili di donne protagoniste tracciati a trecentosessanta gradi, psicologicamente minutamente indagati, oppure personaggi femminili “comprimari” toccati quasi di sfuggita, tratteggiati velocemente nel loro alveolo culturale e storico, compongono l’universo muliebre di Tomizza. Un mondo che può dare il proprio apporto pure nell’ambito dell’attualissimo dibattito culturale e politico sulle pari opportunità, sulle discriminazioni ancora presenti nei confronti delle donne e quindi influire sulla creazione e l’applicazione di necessarie politiche sociali, di lavoro, di sostegno alla famiglia.

Personaggio femminile predominante nell’opera di Tomizza è la moglie, l’ebrea triestina Laura Cohen. Urbana, colta, raffinata, borghese, unico punto fermo nei suoi rapporti con le donne, è la sola che riuscirà a comunicargli quel senso di equilibrio che sarà “il centro di gravità permanente” contro le labilità dello scrittore, preso a volte da vere e proprie crisi morali, atroci depressioni, pensieri di suicidio. Apparirà nei scuoi scritti come Miriam (“La città di Miriam”), come Ester (“I rapporti colpevoli”), e Cinzia (“L’amicizia”). Laura è I’icona della moglie, alla quale è legato da un rapporto di complicità, confidenza, ironia, conoscenza umana; una donna che nella sua paziente e lungimirante tolleranza e solidarietà mai gli ergerà steccati di gelosia o possessività.

Amalia Petronio si sofferma sull’opera teatrale “Vera Verk” – rappresentata dal Teatro Stabile di Trieste nel 1963, con Paola Borboni nel ruolo principale. Il dramma è ambientato nell’Istria contadina, retrograda, ipocrita, piena di pregiudizi degli anni ’30 del secolo scorso. Vera Verk è emblema della donna istriana, sottomessa, maltrattata, che non conta nulla, alla quale viene strappata la bambina Rosa, frutto di una relazione con il cognato, e che per impedirle le nozze incestuose compie un gesto estremo mettendo fine alla sua infelice vita, riuscendo a distogliere Rosa dai suoi intenti matrimoniali.


Rinunciare alle radici o a una nuova vita?

Nella sezione “Figure femminili vittime della violenza sociale e familiare, della guerra e dell’esodo”, Cristina Sodomaco si concentra sul personaggio di Giustina, de “La ragazza di Petrovia”. Orfana di madre, con un padre ubriacone, la giovane cresce senza una guida che le insegni come affrontare la vita e quali siano i comportamenti saggi o meno da assumere nelle varie situazioni dell’esistenza. Istintiva e incosciente come un animaletto, incomincia a frequentare diversi uomini del villaggio, fino a incontrare Vinicio, con il quale rimane incinta. Lo sfondo storico sociale è quello dell’esodo, in questo caso degli istriani a Trieste. Lei rimane a Petrovia mentre Vinicio con la famiglia si trasferisce nel campo profughi a Trieste. Quando lo va a trovare per dargli la notizia, presa da timidezza e confusione non riuscirà a rivelargli la novità. Impaurita da una rissa al campo profughi, Giustina istintivamente, spasmodicamente desiderosa di rifugiarsi nel nido della sua casa di Petrovia, incomincia una folle corsa verso il confine dove, sorda alle intimazioni del soldato jugoslavo, verrà falciata da una raffica. Come scrive Carmelo Aliberti “… tra le inquiete lacerazioni e la scelta tra due microcosmi contrapposti, (Giustina) sconta, con la soluzione fatale, il suo pendolarismo, oscillante tra attaccamento alle radici ed esodo…”.

Figure sullo sfondo di contesti diversi


Nel capitolo “Voci femminili della storia e della vita”, c’è – tra l’altro – il saggio di Claudia Voncina “Maria Janis nel romanzo ‘La finzione di Maria’”, in cui lo scrittore narra un fatto storico del ’600, sulla base di documenti trovati per caso a Venezia. Maria Janis da Vertona (Bergamo) e il suo parroco Pietro Morellis furono processati dall’Inquisizione per “finzione di santità” in quanto lei – così affermava la donna – si sarebbe nutrita unicamente dell’ostia consacrata. Come fa notare Voncina, la diciottenne e prosperosa Maria Janis – inserita nel contesto della Riforma e Controrifroma – “è una figura letteraria davvero ricca e complessa, che comprende in sé, in un unico insieme, qualità femminili, forze quasi mistiche e vigore morale”.


“Figure femminil in ‘Dove tornare’”, di Isabella Flego, prende in esame “Dove tornare”, ottavo libro di narrativa tomizziana. È un intreccio di racconti ben distinti, nati da fatti concreti che si sfiorano e s’incontrano attraverso le figure dal carattere distintivo e in cui Tomizza, con “affanno leopardiano”, illustra i due mondi a cui appartiene: quello capitalistico e quello comunista. Nella miriade di situazioni, interessa in maniera particolare il suo ritorno a Momichio, in cui una parte di primo piano ha, ancora una volta, la saggia e fantastica moglie Miriam; la quale nella sua volontà di avere completamente il suo uomo vuole condividere, con lui “in completo rispetto e delicatezza”, anche l’amore per l’Istria e la sua casa di Momichia. E allora eccola, lei la cittadina, che impara a maneggiare la zappa, a faticare nell’orto e nel giardino, a conoscere ed apprezzare la natura, il canto degli uccelli, gli animali selvatici… Insomma, “una lunga canzone d’amore”, come scrive Laura Marchig nell’introduzione. L’intrigante copertina e iconografia è di Sergio Morosini.

Patrizia Venucci Merdžo

 

 

 

 

 

54 -  Controluce  giugno - luglio 2013 Dall'Adriatico al Tevere: Arte dell'Adriatico orientale a Roma e nel Lazio dal V secolo ad oggi

DALL’ADRIATICO AL TEVERE : ARTE DELL’ADRIATICO ORIENTALE A ROMA  E NEL LAZIO DAL V SECOLO AD OGGI

 

Eufemia Giuliana Budicin

 

Nell’autunno del 2005 presso Palazzo Venezia si tenne la mostra “Il Settecento a Roma”. Nella prima sala c’era il ritratto del giovane cardinale Ottoboni opera di Francesco Trevisani, pittore nato a Capodistria nel 1656 e giunto ventenne a Roma, dove visse fino al 1746. Il ritratto era molto espressivo, emblematico di quel mondo settecentesco, ultima stagione di predominio dell’arte italiana. Mi sono chiesta allora come fosse possibile che a Roma, dove sono giunti artisti da ogni luogo, non si sia mai indagato in maniera più approfondita su quelli provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico. Così mi sono messa sulle cospicue tracce che, dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente ai giorni nostri, testimoniano la presenza e l’attività in campo pittorico, architettonico e scultoreo di artisti nati in Istria, Fiume e Dalmazia e operanti  nel Lazio. Grazie al Comitato di Roma  dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, si è tenuta nel febbraio scorso a  Roma una mostra che rendesse  testimonianza di questo lungo e fecondo legame.

L’arte illustrata dalla mostra parte dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, de facto finito con l’imperatore dalmata Giulio Nepote, morto a Salona nel 480. In quei tempi, l’Istria e la Dalmazia vennero risparmiate dalle prime invasioni barbariche, rimanendo un’oasi di pace e prosperità. Oltre a Diocleziano e Giustiniano, diversi imperatori  furono d’origine illirica. Dalmata è anche il papa Caio, cugino di Santa Susanna e parente di Diocleziano. Dopo la fine dell’Impero d’occidente la basilica che fungeva da Cappella palatina degli imperatori quando risiedevano a Roma venne dedicata a Sant’Anastasia di Sirmio, santa patrona di Zara, allieva di San Crisogono, anche lui patrono di Zara e della Dalmazia;  secondo la tradizione, in quella chiesa predicava e celebrava messa il dalmata San Girolamo. Tra il 422 e il 432 venne costruita la basilica di Santa Sabina,  molto ben conservata e modello per le altre basiliche, grazie ad un ricco sacerdote dalmata, Pietro d’Illiria. L’iscrizione in esametri latini, sul grande mosaico della controfacciata, attesta l’intervento del sacerdote  di Sabbioncello, a dimostrazione di come la Dalmazia fosse prospera e importante per le finanze dell’impero. L’età dell’oro per l’Adriatico orientale termina nella seconda metà del VI secolo con le invasioni degli Avari e  Slavi . Alcune città come Zara e Traù costruite su isole riuscirono a salvarsi, ma altre come Salona, capitale della Dalmazia romana, vennero distrutte tra la fine del VI e gli inizi del VII secolo. Il papa dalmata Giovanni IV (640-642) inviò un suo messo in Istria e Dalmazia per riscattare i prigionieri e le reliquie dei santi: quest’ultime vennero raccolte in una cappella appositamente costruita nel Battistero Lateranense, adornata da uno splendido mosaico:  dopo quello di S. Agnese, è certamente il più importante della produzione romana del sec. VII, assai significativo non solo per il livello d'arte raggiunto ma anche per il particolare momento stilistico  cui appartiene.

Dopo gli sconvolgimenti causati dalle predette invasioni in Istria e Dalmazia, la calma e la prosperità ritornarono solo con la dedizione alla Serenissima delle città istriane e dalmate. Nel 1400 assistiamo ad un vero “Rinascimento adriatico”, tanto importante ed ammirato che molti artisti istriani e  dalmati furono chiamati dalle  varie signorie italiane e lasciarono opere eccelse. Luciano e Francesco Laurana, Bernardo Parentino, Giorgio da Zara detto Orsini, Domenico da Capodistria, Giovanni Dalmata, Nicola dell’Arca, Michelangiolo da Segna, Andrea da Valle, Andrea Meldola sono i protagonisti del Rinascimento Adriatico, in cui la maestria nel lavorare la dura pietra d’Istria e di Dalmazia unita alla possibilità di studiare dal vero i cospicui resti romani, permisero il sorgere di una corrente artistica di grande bellezza e importanza non ancora compiutamente valorizzata dagli storici dell’arte. I reciproci scambi e influssi artistici continuarono intensi, tanto che i fratelli Crivelli vissero a lungo a Zara, Vittor Carpaccio a Capodistria dove morì. Persino il sommo Michelangiolo disegnò l’Arco dei Sergi di Pola, le cui colonne binate si ritrovano nella cupola di San Pietro. Andrea Palladio fece vari viaggi in Istria, disegnandone le vestigia romane, chiaramente ispiratrici delle classiche ville. Fra i protagonisti di questa fortunata epoca artistica nel Lazio e a Roma furono attivi Domenico da Capodistria e Giovanni Dalmata di Traù, autori dello splendido tempietto votivo di Vicovaro, commissionato dalla famiglia Orsini.  Giovanni Dalmata giunse a Roma chiamato da papa Paolo II Barbo e conquistò  anche il favore del nipote, il cardinale Marco Barbo,  del cardinale  Berardo Eroli e altri illustri committenti. Papa Barbo e il cardinale Eroli stimavano così tanto il Dalmata da commissionargli le loro tombe, erette a San Pietro

Dopo la splendida stagione del “Rinascimento adriatico”, gli artisti delle sponde orientali furono meno creativi. Quando alla fine del ‘600 Francesco Trevisani, di Capodistria, giunse a Roma accolto dal cardinale Flavio Chigi, si inserì a pieno titolo nel clima artistico romano e dipinse moltissime opere e affreschi presenti nelle più importanti chiese e gallerie.Un’opera del Trevisani è custodita anche nel Museo Chigi di Ariccia, che gli ha dedicato   una mostra/convegno due anni fa. Anche nell’ottocento,  sotto il dominio austriaco, i legami con la madrepatria continuarono, tanto che artisti quali Giuseppe Lallich, Tullio Crali, Vincenzo Fasolo  e Giuseppe Pagano giunsero a Roma lasciando testimonianza della loro arte, spesso all’avanguardia. Nel secondo dopoguerra, pur con l’immane tragedia dell’Esodo massiccio della popolazione italiana, numerosi artisti riuscirono ad emergere nel panorama artistico laziale e spesso le loro opere riflettono la triste condizione dell’esule. Per la mostra sono stati prescelti Amedeo Colella di  Pola; Giovanni Gortan di Pinguente, Secondo Raggi Karuz e Franco Ziliotto di Zara;, Mario Gasperini di Rovigno, Oreste Dequel di Capodistria, Carlo Ostrogovich e Carminio Butcovich Visintin di Fiume. Anche gli italiani rimasti hanno continuato a mantenere i legami artistici e culturali con l’Italia. Due autori, Giulio Ruzzier di Pirano e Adam Marusic di Zara, hanno voluto prestare per l’esposizione opere originali raffiguranti le loro città, dove vivono la difficile condizione di estraniati in patria, oramai popolata in maggioranza dai nuovi abitanti di altra lingua e cultura.

 

 

 

 

 

55 - La Voce del Popolo 21/08/13 Il viaggio della riscoperta e del riscatto, romanzo che parla anche di Vergarolla

Il viaggio della riscoperta e del riscatto

 

Co-protagonista di questo romanzo dal titolo curioso e accattivante è la nostra storia, quella dei giuliano-dalmati, omessa e sottaciuta per quasi mezzo secolo, e che negli ultimi anni si cerca di recuperare, ricomporre. Denis Bortolato, il personaggio principale dell’avvincente e gradevole noir di Paolo Ganz, “Perché a nessuno piace il mio caffè” (La toletta edizioni, Venezia, 2013, 335 pp.), non ne sapeva praticamente nulla di esodo, foibe e dei drammi vissuti degli italiani dell’Adriatico orientale dopo la Seconda guerra mondiale. Eppure è un veneziano doc e la sua città, un tempo Serenissima, ha non solo dominato le sponde istriane e dalmate, ma ne ha forgiato la civiltà, lasciando tracce indelebili.

Sotto questo aspetto Denis Bortolato non è diverso dai milioni di connazionali che ignorano ciò che avvenne e che ancora oggi esiste al di là del confine orientale dello Stivale. Lui lo scoprirà nel corso di una pericolosa avventura, in trentasette tappe, che da Venezia lo porterà a Trieste e nella penisola istriana, per costringerlo alla fine a trovare la salvezza in altri lidi, imbarcandosi da clandestino su una nave diretta in Libano.

 

Tutta colpa della curiosità

 

Ma procediamo per ordine. Allora, Denis Bortolato, questo appunto il nome del nostro eroe, è un uomo che non è stato proprio accarezzato dalla fortuna. Dopo aver affrontato la galera per essersi lasciato coinvolgere in una rapina rocambolesca, finita male, ha cercato di rifarsi un’esistenza più tranquilla, tra un caffè e una canzone di Joaquín Sabina, un pasto in trattoria e una passeggiata solitaria lungo il mare invernale. Ripara cellulari fuori garanzia in un piccolo laboratorio, convive con la madre anziana e malata, nelle stanze una volta occupate dalla servitù a Palazzo Muazzo, dimora dei conti De Conciliis. Ha ancora l’obbligo di firma in questura; un appuntamento fisso con il commissario Ettore Premoli tutti i lunedì.

 

Spesso va a trovare Duilio Benussi – che molto più tardi apprenderà essere un esule di Rovigno – al Lido, un anziano custode che gli fa quasi da “padre”. Le sue giornate sono movimentate soltanto dalla relazione con una donna sposata e capricciosa, capace ai limiti del buon gusto, Simonetta Fassini-Rossi, mentre si diverte in modo un po’ voyeuristico a esplorare i contenuti della memoria dei telefonini dei clienti. E sarà proprio la curiosità a farlo finire nei guai. Un giorno infatti gli capita di vedere, in un banale Nokia N70, un filmato terrificante, scene di sevizie a un minore, cose che non avrebbe dovuto vedere. Dietro c’è la malavita, che per Denis ha il volto brutale di due tirapiedi, Osvaldo e Balestra. Denis viene catapultato così in un tunnel di paura, violenza, minacce... E un ricatto, fattogli da un sedicente e misterioso avvocato, Leone Licari: l’avrebbero lasciato in pace se, per loro, avesse recuperato un carico di oro che era stato “depositato” in Croazia, in un paesino abbandonato dell’Istria. Era la contropartita per della merce che la banda italiana aveva fornito, in mezzo all’Adriatico, agli uomini di un tale Kajetan, comandante di una formazione invischiata nella guerra nell’ex Jugoslavia.

 

Spedizione rocambolesca

 

Denis riaccende così la sua vecchia Renault 14 rosso sbiadito e si mette in moto, imbarcandosi, suo malgrado, in una pericolosa spedizione, che però gli consente di fare anche delle esperienze particolari, di vivere passioni intense, di confrontarsi con le terribili vicende di conflitti troppo a lungo dimenticati, ma anche di crescere, di scoprire un’audacia, una destrezza e un coraggio insperati.

Non è solo, però: lo segue a vista una squadra messagli alle calcagna dal perspicace commissario Premoli, convinto che Denis non si sia messo improvvisamente a fare il turista ma stia nascondendo qualcosa. La prima tappa del viaggio è Trieste – dove l’amante Simonetta gli ha assicurato un pernottamento (e non solo quello, come capirà dopo) in casa di Donata Drescig, nel quartiere popolare di Rozzol Melara –, per proseguire in direzione di Kastel, anzi di un villaggio fantasma verso sud est in mezzo alle colline.

Giunto a destinazione, incontra una vecchia megera, che gli spara e lo ferisce, ma poi lo accoglie maternamente, gli fa bere la Slivovitz e gli racconta la sua triste odissea.

 

Vergarolla e la fine di ogni speranza

 

Sono pagine molto belle (addirittura splendide invece le descrizioni di Venezia e delle sue atmosfere), dense di particolari, che denotano un’accurata ricerca e una certa familiarità con i luoghi e i fatti descritti (da rivedere con maggiore attenzione la non facile grafia del dialetto polesano). Paolo Ganz ci regala così una storia intensa, narrata come lo sa fare solo un gran affabulatore, un cantastorie. Ada era nata a Pola italiana, in una famiglia benestante, aveva sposato Michele, che lavorava allo Scoglio Olivi, avevano avuto due bimbi... poi il cataclisma, la guerra, “el ribalton”, l’occupazione dei “cruchi” e, alla fine, “‘riva i s’ciavi e se zé andadi de mal in pezo! Co’ Michele, mio marì, ierimo sposadi solo da cinque ani, che i zé lo gà portà via i drusi una sera, e no lo gò più visto”, gli dice l’anziana, che gli parla della divisione dell’Istria in zona A e zona B, della posizione degli italiani: “

 

Ierino abastanza liberi de continuar a eser italiani: ze stampava L’Arena di Pola, el giornal italian, podevino dir la nostra insoma, e ze sperava. Inveze no, no iera destin, e el dicioto de agosto del quarantasei, el giorno di Sant’Elena, me lo ricorderò fin che vivo, iera de poco pasade le dò e iera domemega, e stavino tuti su la spiagia a Vergarola perché iera gare de nuoto, e ti sa come che ze, in qualche modo se zercava de tornar a viver...”.

 

In quella strage Ada perderà i figli e la voglia di vivere e si rintanerà nel paesino dell’interno dell’Istria, restando la sua unica abitante. Una notte, poi, arriverà un “druso”, con un grosso sacco pieno di oro “roba de compagni partigiani”. La donna ucciderà l’indesiderato ospite e getterà in una foiba l’oro. Denis riuscirà a recuperarlo, a portarlo in Italia, dove finirà nelle mani delle forze dell’ordine, come pure Balestra e Osvaldo. Denis (nel frattempo gli muore la madre) riprende la vita di sempre, si lascia andare ai piaceri del sesso con la cinese Nu. Insomma, tutto finisce bene, o quasi. L’evasione di Ovaldo, che gli aveva giurato vendetta, costringe Denis a intraprendere un’ulteriore “traversata”: scappa a bordo del cargo “Darinka” in cerca di una nuova vita. Un po’ come le migliaia di polesani e istriani saliti sul “Toscana” alla fine della Seconda guerra mondiale, costretti ad abbandonare le loro terre.

Quale sarà il destino di Denis? Tornerà a Venezia? E in Istria? Attendiamo di scoprirlo, se è vero che questo è solo il primo episodio dell’epopea di questo simpatico personaggio.

 

Ilaria Rocchi

 

 

56 - L'Eco di Bergamo 25/07/13 Il medico Poletti legionario a Fiume con D’Annunzio

Il medico Poletti legionario a Fiume con D’Annunzio

 

Un libro ne ripercorre la vita, gli episodi dell’amicizia con lo scrittore Medico dello stabilimento Dalmine, fece ricerche sulla tubercolosi

 

Un medico generoso e un letterato, ma anche un legionario che ha partecipato al fianco di Gabriele D’Annunzio alla vicenda di Fiu­me del 1919: la vicenda umana e professionale di Eugenio Maria Poletti, bergamasco d’adozione, viene ripercorsa nel volume di Leonardo Malatesta, appena pubblicato, «D’Annunzio e i suoi legionari. Eugenio Maria Poletti e i rapporti fra Legionari e mili­tari regolari durante l’impresa di Fiume» (edizioni Reverdito). La pubblicazione è promossa dal­l’Associazione Archivio e Biblio­teca Dall’Ovo - Onlus, con sede a Dalmine. Paolo Merla, vicepresi­dente dell’associazione e storico dalminese, delinea i contenuti es­senziali del volume e presenta la figura e l’opera di Poletti

 

Quale è lo scopo del volume?

«Il libro è stato pubblicato in oc­casione dei 150 anni della nasci­ta di Gabriele D’Annunzio e dei 75 anni della sua morte. Queste ricorrenze sono state l’occasio­ne per uno studio approfondito dei tanti documenti in possesso della nostra associazione che ri­guardano Eugenio Maria Polet­ti, legionario di Fiume che par­tecipò a quella drammatica vi­cenda tra il 1919 e il 1920. Il libro presenta alcune figure di legio­nari fiumani e ripercorre, in particolare, le vicende di Polet­ti».

 

Chi era Eugenio Maria Poletti?

«Un bergamasco d’adozione. Na­sce a Parman el 1893, vive a Geno­va e, infine, arriva a Bergamo al­l’inizio degli anni Venti: prima è medico condotto a Ranzanico. In seguito si trasferisce a Dalmine e, sino alla morte, è il medico di fa­miglia dei Comuni che all’epoca facevano capo a Sabbio e medico della Dalmine. In questi anni non segue solo lo stabilimento, ma tutte le attività della Pro Dalmine come le colonie marittima, mon­tana ed elioterapica».

 

Quali i tratti essenziali della sua per­sonalità?

«Ha sempre curato con grande passione i suoi studi e le sue ri­cerche in ambito medico, ma è stato anche un letterato: da gio­vane pubblica numerosi testi di letteratura e promuove la pubbli­cazione di alcune riviste. Negli anni Trenta fonda, tra l’altro, la rivista "La Verità medica". Si è sempre distinto come uomo di cultura. Dopo la laurea pubblica oltre venti volumi relativi soprat­tutto alla medicina del lavoro. Al­cuni di questi testi sono ancora oggi un punto di riferimento per questo ramo della medicina; si impegna, tra l’altro, in ricerche contro la tubercolosi. Nel 1943, poco prima della morte improv­visa per infarto, ottiene la libera docenza in ortogenesi».

 

Come è arrivato a condividere la vi­cenda di Fiume?

«Poletti partecipa come tenente medico alla prima guerra mon­diale con ben 64 mesi di servizio militare. Al momento del conge­do le vicende delle terre istriane lo portano ad avvicinarsi al mo­vimento dannunziano: tra il set­tembre 1919 e il settembre 1920 partecipa alla marcia su Fiume e alle vicende che ne seguirono. E soprattutto il medico della Bri­gata Regina; diviene insegnante nella scuola dei legionari di Fiu­me insieme a Tullia Tanzi, altra bergamasca di Alzano lombardo, direttrice della scuola. Anche in questo caso Poletti abbina il suo essere medico e uomo di cultura».

 

Quale il suo rapporto con D’Annun­zio?

«Conosceva il Vate di persona e lo frequentava spesso. Ci sono al­cune lettere che testimoniano il loro legame. Alcuni documenti conservati nella biblioteca del­l’associazione riportano l’auto­grafo di D’Annunzio; c’è anche un documento dove il poeta ringra­zia Poletti per la sua opera di me­dico prestata durante la vicenda di Fiume. In altri scritti D’An­nunzio lo cita come un letterato e come suo migliore allievo; in al­tre occasioni lo invita anche a te­nere alcuni discorsi».

 

Come vive la sua professione di me­dico?

«Ha dedicato la sua vita alla po­polazione prima di Ranzanico e, poi, di Dalmine, dai bambini agli anziani. Era davvero il classico medico di famiglia. Era molto vi­cino alla sua gente, viveva con grande trasporto i problemi del­le famiglie del distretto dove ope­rava e aveva profondo rispetto dei bisogni dei suoi pazienti. Tro­viamo una testimonianza di tutto questo in alcun suoi diari. Era una persona dalla profonda umanità».

 

Come si configura il suo legame con Bergamo?

«Giunge a Ranzanico come me­dico vincitore di concorso indet­to dal Comune. Quando si trasfe­risce a Dalmine conosce la cro­cerossina Bianca, figlia del gene­rale De Chaurand de Saint Eustache, che sposa nel 1925. Gra­zie alla sua professione e alla sti­ma della quale godeva Poletti in­tesse legami di profonda amici­zia con importanti personaggi dell’ambito medico bergamasco: è molto amico di Silvio Gavazze­rà, padre di Mauro al quale sono oggi intitolate le Cliniche Gavaz­zeni; è pure molto legato a Carlo Castelli, nonno di Mario Castel­li, attuale consigliere delegato della Clinica Castelli. La nostra associazione è in possesso di una ricca documentazione che atte­sta queste amicizie e le ricerche mediche condotte insieme a que­sti colleghi Dal matrimonio con Bianca nascono Antonio, Uberto e Ildefonso. Antonio, pure lui me­dico dello Stabilimento Dalmine, sarà il padre di Eugenio Maria Poletti de Chaurand, a sua volta medico, oggi chirurgo presso l’o­spedale Papa Giovanni XXIII nonché autore di oltre novanta pubblicazioni a carattere scienti­fico, attuale presidente dell’Asso­ciazione e, quindi, nipote del le­gionario Eugenio Poletti».

 

Quali i suoi insegnamenti?

«Ci ha lasciato un esempio di at­taccamento allafamiglia, ai figlie al lavoro; ha sempre curato i suoi pazienti con estrema professio­nalità e con grande rispetto della deontologia medica; è stato un grande professionista. La sua è unafigurachemerita di essere ul­teriormente studiata e approfon­dita come già ben fatto nel libro di Leonardo Malatesta».

 

Gianluigi Ravasio

 

 

 

 

 

 

 

57 - Il Piccolo 13/06/13 Dalla Carinzia a Trieste il treno che fece la storia

Dalla Carinzia a Trieste il treno che fece la storia

Centocinquant’anni fa il primo convoglio raggiunse la stazione di Klagenfurt cambiando

 profondamente i destini del Land e i suoi rapporti con l’Adriatico

 
IL CASO

Centocinquant’anni di ferrovie in Carinzia. Un anniversario importante, ma dimenticato dalle Ferrovie austriache e dallo stesso Land Carinzia. Non ci sono state cerimonie pubbliche per il “giubileo”, né mostre o convegni. Nessuno ne avrebbe fatto menzione, se non se ne fosse ricordato Christoph Posch, ingegnere delle Ferrovie austriache, dove lavora come responsabile della comunicazione. L’interesse di Posch per i treni va oltre i suoi obblighi d’ufficio. È un’autentica passione. Per questo è stato lui a richiamare l’attenzione pubblica sull’anniversario e a darsi da fare per raccogliere foto d’epoca e materiale da mettere in mostra. L’esposizione si terrà in settembre.

di Marco Di Blas

VIENNA Centocinquant’anni fa, proprio di questi giorni, il primo treno faceva il suo ingresso nella nuova stazione di Klagenfurt. Giungeva da Maribor e aveva percorso i 125 chilometri di binari, anch’essi appena posti in opera, fino al capoluogo della Carinzia. Un evento destinato a segnare una svolta nello sviluppo del Land consentendogli di uscire da uno storico isolamento. Circondata da ogni lato da montagne, dai Tauri alla Koralpe, la regione aveva avuto fino ad allora limitati contatti con il “mondo esterno”. L’arrivo di quel treno segna una cesura con il passato. Nulla sarà più come prima. Finalmente anche i carinziani possono raggiungere rapidamente e a costi ragionevoli Trieste e l’Adriatico. Perché a Maribor la nuova linea ferroviaria (che prenderà il nome di “Kärntenbahn”) interseca la Ferroviameridionale (la “Südbahn”), che già qualche anno prima, grazie allo stupefacente superamento del Semmering, aveva reso possibile il collegamento fra Vienna e il capoluogo giuliano. E, viceversa, i triestini possono ora raggiungere facilmente la Carinzia, fino ad allora quasi “terra incognita”. Negli anni immediatamente successivi la “Kärntenbahn” e altri collegamenti ferroviari attraverso i Tauri verso Salisburgo, lungo la valle del Glan verso la Stiria occidentale, avvicineranno la Carinzia al resto dell’impero absburgico e ai Paesi del bacino danubiano, segnando il decollo turistico del Wörthersee. Il grande lago carinziano, ormai raggiungibile dalla capitale in poche ore di treno, diventerà da allora il luogo prediletto di villeggiatura dell’aristocrazia viennese e del mondo artistico e imprenditoriale. E sulle sue sponde sorgeranno una dopo l’altra villette e palazzine in quel particolare stile che sopravvive ancor oggi e che rappresenta un adattamento dello storicismo viennese, ma che per la sua identità autonoma è stato definito “Wörtherseearchitektur”, l’architettura del Wörthersee. Lo scenario viene sconvolto in soli cinquant’anni, ma è quel primo treno del giugno 1863 che segna l’inizio della rivoluzione. In realtà le cronache riferiscono di un primo treno giunto già la sera del 31 maggio di 150 anni fa, ma è un trasporto speciale, riservato a soli ospiti invitati per la festa inaugurale. Erano partiti la sera del giorno precedente dalla “Südbahnhof” di Vienna, stazione di arrivo di tutti i treni provenienti dal sud dell’impero e per questo contraddistinta nel suo salone centrale dalla scultura di un leone di San Marco. Il treno aveva viaggiato durante la notte sulla linea del Semmering, un tracciato aperto nove anni prima dal progettista veneziano, di famiglia albanese, Karl Ghega, con viadotti e gallerie fino a mille metri di altitudine di straordinario impegno ingegneristico, tuttora in esercizio e dichiarate dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. A Maribor il convoglio inaugurale, anziché proseguire per Trieste, era stato deviato sul nuovo tracciato per Dravograd e Bleiburg in Carinzia (ora separate da un confine di Stato, ma allora parte dello stesso impero) e infine Klagenfurt-Celovec, nella doppia denominazione tedesca e slovena, per il rispetto che lo Stato multietnico absburgico nutriva nei confronti delle minoranze presenti all’interno dei sui Länder. Nei giorni successivi il tracciato era stato aperto al normale traffico passeggeri e ai convogli merci, che per la prima volta potevano facilmente effettuare traporti da e verso Trieste e il mare a sud e il bacino danubiano a nord. Ma Klagenfurt era soltanto la prima, più importante destinazione del nuovo tracciato della “Kärntenbahn”. Mentre nel capoluogo carinziano si festeggiava l’arrivo del primo treno, squadre di operai erano già al lavoro per portare i binari fino a Villach, lungo la sponda settentrionale del Wörthersee. A Villach il treno arriva il 30 maggio 1864, esattamente un anno dopo. La società concessionaria della linea ha progetti ambiziosi. Punta a risalire la valle della Drava, per arrivare attraverso Lienz e San Candido (Innichen) alla val Pusteria e quindi collegarsi alla ferrovia del Brennero, che a quell’epoca è già in esercizio tra Verona e Bolzano, ma l’impegno finanziario supera le sue possibilità ed è costretta ad arrendersi. Cede la concessione a Creditanstalt che a sua volta la trasferisce alla Ferrovia meridionale. Il collegamento est-ovest, dalla Carinzia verso il Tirolo orientale e quello che noi oggi chiamiamo Alto Adige, fino alla linea ancora in fase di progetto del Brennero viene per il momento accantonato. Ma è uno stop che dura poco. Ragioni politiche e strategiche, prima che commerciali, lo fanno riprendere in mano e in tempi che a noi oggi sembrano rapidissimi. Già il 20 novembre 1871 il treno da Villach raggiunge la val Pusteria fino a Fortezza (Franzenfesten). Di lì a qualche anno la Grande guerra sconvolgerà la geografia politica dell’Europa e la “Kärntenbahn” (ribattezzata “Drautalbahn”, dopo il prolungamento lungo il corso della Drava) si ritroverà spartita fra tre Stati differenti, perdendo quindi molta della sua importanza. Potrebbe riacquistarla oggi, in un’Unione Europea che vorrebbe lasciare che i confini siano segnati soltanto sulle carte geografiche.

 

 

 

 

58 - La Voce del Popolo 23/07/13 Venezia - Viaggio tra i capisaldi fortilizi dello Stato da Mar

Viaggio tra i capisaldi fortilizi dello Stato da Mar

 

Ilaria Rocchi

 

Zara, Tenin, Clissa, Signo, Sebenico, Traù, Spalato, Almissa, Lesina, Curzola, Almissa, e poi giù verso Cattaro, Castelnuovo, Budua e l’Albania veneta. Accanto a Candia, Cerigo, Corfù, Famagosta, Malvasia, Modone, Negroponte, Paleocastro, Suda e tante altre piazze disseminate tra Grecia, Creta e Cipro costituirono, tra il XVI e il XVIII secolo, i baluardi del Mediterraneo, i luoghi nevralgici difensivi delle rotte marittime e commerciali della Serenissima verso il Levante.

 

Una Repubblica retta con saggezza, intelligenza tattica e astuzia, quella di San Marco, che mise in atto tutta una serie di strategie volte a prolungare la sua supremazia nel mare nostrum. A ricostruire i complessi sistemi militari veneziani adottati a tutela dello Stato da Mar, tra piazze, forti e fortezze, è un’originale esposizione, “Fortezze veneziane nel Mediterraneo”, curata da Camillo Tonini e Diana Cristante, visitabile fino al 22 settembre nel cuore del potere della potenza adriatica, il Palazzo Ducale.

 

Tesori ritrovati da ammirare

 

Dalle preziose teche disseminate nella evocativa Sala dello Scrutinio (così detta perché appunto vi si svolgevano gli scrutini delle votazioni per le elezioni delle varie cariche statali, compresa quella del doge), emergono opere grafiche comprese tra il Cinquecento e il Settecento, realizzate con straordinaria perizia dai tecnici al servizio della Repubblica.

Piante, disegni, prospetti, mappe, documenti ufficiali, saggi, tavole, rare pergamente e persino un atlante illustrano le fortezze disseminate lungo le coste o sulle isole; fortezze diventate via via sempre più massicce e inespugnabili di fronte all’irruenza turca che minacciava i territori e gli interessi veneziani, che testimoniano il percorso di militarizzazione compiuto dalla città marittima più importante dell’epoca durante i gloriosi anni della Serenissima.

I materiali esposti provengono dal Gabinetto di Cartografia e della Biblioteca del Museo Correr; fanno parte di quei “Tesori ritrovati”, ossia di quelle opere provenienti dai vasti e articolati fondi artistici e bibliografici della Fondazione Musei Civici di Venezia, che normalmente non sono esposte al pubblico e che invece ora si ha intenzione di rendere accessibili. “Fortezze veneziane nel Mediterraneo” è la prima tappa di questo ambizioso progetto culturale. Imperdibile per tutti gli appassionati di storia e tradizioni veneziane, nonché utile contributo alla comprensione e all’approfondimento del passato dell’Istria e della Dalmazia.

 

L’impero commerciale

 

Lo Stato da Mar (o Domini da Mar) è il termine con cui la Repubblica di Venezia indicava i suoi domini marittimi, cioè i territori oggetto del primo moto d’espansione del potere veneziano – Istria, Dalmazia, Morea, isole egee, Candia, ecc. – e assieme al Dogado, con Venezia, e allo Stato da Tera, costituiva una delle tre tipologie territoriali nelle quali era complessivamente suddiviso il territorio della Repubblica.

 

Quest’“impero” commerciale nel Mediterraneo cominciò a sorgere verso l’anno 1000, in seguito alla conquista della Dalmazia, e raggiunse la sua massima espansione al termine della Quarta Crociata, con l’acquisizione di tre ottavi dell’Impero Romano d’Oriente. Nel corso degli anni, sotto la crescente pressione ottomana, tali territori finirono col ridimensionarsi e alla caduta della Repubblica, nel 1797, Venezia controllava ancora le sole Istria, Dalmazia, Ionie (Corfù, Zante, Cefalonia) e isola di Cerigo all’entrata del Peloponneso.

 

Per amministrare i possedimenti oltremare, Venezia aveva ideato un complesso sistema politico e militare di funzionari, la cui organizzazione venne più volte mutata nel tempo, adattandosi alle esigenze contingenti. Nel tempo, però questo sistema finì per essere centralizzato, strutturandosi attorno alla figura del Provveditore che, tra una delle sue principali incombenze, aveva il dovere di riferire sullo stato delle fortificazioni e dei capisaldi militari, che dovevano garantire la sicurezza della Serenissima e il successo dei commerci veneziani.

 

Zara e Sebenico: i punti chiave nel ’500

 

La mostra propone una selezione per exempla di progetti di forti e fortezze veneziane nel Mediterraneo tra Cinquecento e Settecento, opere abitualmente conservate presso il Gabinetto di Cartografia storica e la Biblioteca del Museo Correr e provenienti dagli archivi delle famiglie patrizie veneziane da cui sortirono i protagonisti della fortuna marittima della Repubblica.

È un viaggio per immagini, dal quale emerge il ruolo nodale, e a tratti simobolico, rivestito da Corfù, Cipro e Candia (ora Creta), ma anche la particolare attenzione che la Dominante riservò nei secoli alla rete difensiva delle coste dalmate e dell’Albania Veneta.

Nel ’500 la Repubblica di Venezia avviò una radicale revisione delle sue difese, che necessariamente coinvolse anche lo Stato da Mar. Dopo una fase di ispezione e valutazione strategica i progetti e i lavori si concentrarono nel rendere efficienti le difese esistenti. Questo compito venne affidato all’architetto Michele Sanmicheli e alla sua cerchia di ingegneri.

 

Sulla costa dalmata furono individuati i punti chiave di Zara e di Sebenico, dove si focalizzarono le principali opere di ammodernamento. La pianta di Zara, databile tra il 1564 e il 1567, ci documenta un ambizioso progetto, mai portato a compimento, che prevedeva l’ampliamento delle mura difensive oltre l’area del porto per proteggere le strutture e per accogliere gli abitanti del territorio circostante in caso di attacco turco; la stessa carta evidenzia anche le nuove costruzioni che, a quell’epoca, erano state già realizzate.

La difesa di Sebenico venne concepita da Gian Girolamo Sanmicheli con la protezione della parte verso il mare affidata principalmente al forte di San Nicolò. Questo fu realizzato su una penisola che venne trasformata in isola artificiale e racchiusa in una forma geometrica regolare a triangolo.

 

Nel XVIII secolo si adottano nuove tecniche

 

Le conoscenze del territorio e delle applicazioni pratiche acquisite nel tempo furono sfruttate nel XVII secolo, unitamente alle nuove tecniche nelle costruzioni militari che nel frattempo venivano elaborate in Francia e nelle Fiandre. I progressi compiuti nelle tecniche per lo scavo di trincee, gallerie sotterranee e nell’uso delle artiglierie – sottolineano gli autori della mostra –, obbligavano ad ampliare le piazzeforti e a rafforzare le mura con possenti bastioni. Venezia concentrò l’attenzione nella strategia difensiva dell’isola di Candia, ma nonostante gli sforzi, dopo un conflitto durato dal 1645 al 1669 e un lunghissimo assedio (1668), la città fu costretta ad arrendersi agli assalti dei Turchi.

La perdita di Candia assottigliò lo Stato da Mar, ma la conquista del Peloponneso (per i veneziani Morea) da parte di Francesco Morosini – durante la guerra del 1684-1699 – diede nuove speranze di rilancio politico e commerciale della “Signora dei Mari”. Altri progetti difensivi si concretizzarono dopo la firma del trattato di pace di Carlowitz (26 gennaio 1699), che pose fine agli scontri tra la Lega Santa – Venezia inclusa – e l’Impero Ottomano.

 

Nel XVIII secolo, ingegneri e uomini d’armi pensarono al potenziamento di fortificazioni nel Peloponneso e nell’arcipelago greco, e dopo il trattato di Passarowitz (1718) tra la Sublime Porta e la Serenissima, si rese necessaria una riconsiderazione di tutta la rete, che fu affidata al maresciallo germanico Johann Matthias von der Schulenburg (1661-1747).

 

Il progetto di von Schulemburg

 

Ancora una volta il porto di Zara venne a costituire il luogo d’eccellenza per la difesa del “Golfo di Venezia”. La grande mappa di Pietro Corponese, “Pianta della città e fortificazioni di Zara”, datata 1765, illustra un progetto proposto da Schulemburg per costruire tre forti a protezione dell’importante porto. Gli spalti dei forti, mai eseguiti, sono disegnati su foglietti pieghevoli e s’ispiravano alle esigenze già rilevate nel corso dei secoli precedenti. Per la realizzazione della pianta, di notevole precisione topografica, l’autore si era avvalso dei disegni contemporanei degli ingegneri Giorgio Tramarini e Giovanni Battista Bragadin.

Tra le rappresentazioni più raffinate, quelle delle fortezze dell’isola di Candia, realizzate da Angelo degli Oddi (1603) e Francesco Basilicata (1618), o i progetti di Matthias Johann von der Schulemburg per Corfù, che sarà definita “la più bella e forte piazza di quante ve ne sono in Europa”, qui rappresentati da una pianta del 1727.

Suggestive memorie iconografiche legate ai lunghi secoli della prosperità della Repubblica Veneta e della civiltà che esportò nel Mediterraneo. Un’eredità da riscoprire. Fa ben sperare l’interesse dimostrato all’incontro di Cividale, avuto anche con il ministro italiano Massimo Bray (Attività culturali e il Turismo), in occasione dell’inaugurazione del Mittelfest, da parte del viceministro croato alla Cultura, Tamara Perišić, zaratina, per la proposta di valorizzare le fortificazioni veneziane presenti lungo l’Adriatico orientale.

 

 

 

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