MAILING LIST HISTRIA
RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE A CURA DI MARIA RITA COSLIANI, EUFEMIA GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI

N. 889 – 05 Ottobre 2013

                                   

Sommario

454 - Anvgd.it 05/10/13 Morta Licia Cossetto, sorella della martire istriana Norma

455 - CDM Arcipelago Adriatico 01/10/13 Raduno dalmati ad Abano: attesa per l'inaugurazione dell'asilo di Zara ( Rosanna Turcinovich Giuricin)

456 - Il Piccolo 03/10/13 Conto alla rovescia per l'apertura a Zara dell'asilo italiano (Andrea Marsanich)

457 - La Voce del Popolo 30/09/13 Fiume: «Il ritorno del bilinguismo a Fiume? Una responsabilità legale della città» (Gianfranco Miksa)

458 – La Voce del Popolo  01/10/13 :   Consolato di Spalato: perché la chiusura?

459 - Il Piccolo 04/10/13 Trieste:  La bancarella apre nel segno di Missoni (Pietro Spirito)

460 - La Nuova Voce Giuliana 16/09/2013  L'importanza delle Comunità degli italiani (Olga Milotti)

461 - La Nuova Voce Giuliana 16/09/13 Editoriale - Il rispetto per gli altri (Carmen Palazzolo Debianchi)

462 - La Voce del Popolo 03/10/13 Abdon Pamich una marcia lunga ottant'anni

463 - La Nuova Voce Giuliana 16/09/13 Intervista di Carmen Palazzolo a Lino Vivoda autore del libro "In Istria prima dell'esodo"

464 - Difesa Adriatica Ottobre 2013 - Maburzio ricorda Missoni e gli dedica le sue medaglie (Armando Maburzio)

465 - Meridiana Magazine.org  25/09/13 Associazione slovena rende omaggio alla Foiba di Basovizza

466 - La Voce del Popolo  03/10/13 Fiume e Alto Adriatico nuove ricerche storiche (ir)

467 - Il Piccolo 29/09/13 La Croazia allo stremo chiede aiuto all'Ue (Mauro Manzin)

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

454 - Anvgd.it 05/10/13 Morta Licia Cossetto, sorella della martire istriana Norma

MORTA LICIA COSSETTO, SORELLA DELLA MARTIRE ISTRIANA NORMA

Era in viaggio per Trieste, proprio per partecipare alla cerimonia del 70° del martirio della sorella Norma. Così se n'è andata l'istriana Licia Cossetto.

 

Testimone diretta della tremenda tragedia di cui fu protagonista alla fine della seconda guerra mondiale, non smise mai di chiedere a gran voce un giusto riconoscimento per tutti gli istriani, fiumani e dalmati e naturalmente per la sorella Norma, seviziata, uccisa e infoibata dopo lunghe torture da una banda di titini.

 

Nel 2005 ricevette dalle mani dell'allora Presidente della Repubblica Ciampi la Medaglia d'oro al valor Civile per Norma, con la motivazione: «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio.»

 

Con l'ANVGD partecipò al Congresso nazionale di Varese nel 2009 e più volte accettò inviti a celebrazioni e manifestazioni, sempre disponibile e generosa nonostante l'avanzare degli anni. Comparve anche con la sua preziosa e dettagliata testimonianza nel documentario ANVGD "Esodo", edito in occasione della promulgazione della legge istitutiva del Giorno del Ricordo.

 

 Televisioni e media hanno riportato spesso la ricostruzione da lei fornita di quei giorni drammatici, specchio di una cruda realtà assai più diffusa di quanto la nostra opinione pubblica fosse disposta a pensare.

 

La sua determinazione e la sua dolcezza lasciano un vuoto assolutamente incolmabile in tutto il popolo dell'esodo giuliano-dalmata. Tra i rimpianti che porta con sé, anche quello di aver inutilmente atteso che Roma dedicasse a Norma un istituto scolastico.

 

L'ANVGD partecipa con immenso dolore alla perdita di Licia, volto conosciuta a sua insaputa in ogni città e in ogni casa dove i nostri esuli hanno ricostruito il loro focolare e dove ora potranno ricordarla con affetto e continuare a portarla sempre nel loro cuore.

 

 

 

455 - CDM Arcipelago Adriatico 01/10/13 Raduno dalmati ad Abano: attesa per l'inaugurazione dell'asilo di Zara

Raduno dalmati ad Abano: attesa per l'inaugurazione dell'asilo di Zara

Quando venne organizzato il primo raduno dei dalmati a Venezia, nel 1953, s'era pensato all'adesione di un centinaio di persone visto che era difficile comunicare tra persone sparse in tutta Italia. Arrivarono in tremila con il passaparola e fu la risposta al desiderio di stare insieme. Per altro mai sopito visto che quest'anno l'incontro ha segnato la sua sessantesima edizione, svoltasi nel fine settimana ad Abano, nei pressi di Padova.

Certo il tempo ha giocato le sue carte, le ragioni del ritrovarsi sono mutate negli anni, risolte le questioni esistenziali e di inserimento nella società italiane, altre mete hanno focalizzato l'attenzione dei Dalmati e sono state evidenziate in questo giubileo. Su tutto e' emersa la fatalità degli eventi, qualche mese fa se n'è andato Tai, per anni il sindaco del Libero comune di Zara poi Associazione dei Dalmati italiani nel mondo. Franco Luxardo, il Presidente che è sempre stato al suo fianco ricorda la sua elezione: "andammo in delegazione a Sumirago per proporgli di diventare Sindaco, ci rispose in modo semplice che non lasciava spazio a nessun dubbio: va ben accetto, basta che non me faxe' lavorar". Ai raduni fu sempre presente, ad abbracciare la sua gente, a scendere in pista per il tradizionale ballo delle ciacole? Ebbene, in questo primo anno senza Ottavio, Rina Villani da Zara arriva con la notizia per tanto tempo attesa: l'asilo italiano ha iniziato ad operare con 27 bambini, il 12 ottobre ci sarà l'inaugurazione ufficiale con la partecipazione di alti rappresentanti del Governo italiano, crisi permettendo. Alba e tramonto s'intersecano. Dall'Italia si attendono ancor sempre le attenzioni da tempo disattese - rileva Luxardo - che dia una risposta in merito alla questione della medaglia d'oro al gonfalone di Zara per i fatti del 1943-44; che chiuda il contenzioso sui beni abbandonati; che riveda la decisione sulla chiusura del consolato di Spalato; che prenda in considerazione le proposte della federazione sul futuro delle associazioni degli esuli legato alla creazione di una Fondazione che ne gestisca le sorti - così come sottolineato negli interventi del presidente Renzo Codarin, del sindaco dei fiumani, Guido Brazzoduro, del presidente dell'Associazione delle comunità istriane, Manuele Braico, del sindaco del libero comune di Pola, Tullio Canevari, intervenuti alla manifestazione. Argomenti per altro sottolineati anche nelle relazioni dei consiglieri che si sono susseguiti numerosi dopo la mattinata dedicata alla cultura.

Adriana Ivanov ha proposto un'appassionata relazione sui titoli usciti nell'ultimo anno che affrontano il tema dell'Adriatico orientale in tutte le sue sfumature. Decine di autori che spaziano sulle tematiche più disparate, in lingua italiana ma anche in lingua croata che a volte s'intersecano, a volte s'allontanano ma che vanno a costruire un mosaico ricco di spunti che avrebbero bisogno di una più capillare ed attenta divulgazione e promozione, soprattutto delle opere pubblicate in proprio dalle associazioni. In attesa dell'assemblea di domenica con l'intervento di Lucio Toth, il sabato sera s'è concluso con lo spettacolo dedicato ad un personaggio dalmato di chiara fama: Francesco Demelli, ovvero Franz Von Suppe' per la storia musicale, padre dell'opertta viennese, nella mssinscena delll'Associazione internazionale dell'Operetta dell'FVG ed offerta dal Centro di Documetazione multimediale della cultura giuliana Istriana fiumana e dalmata grazie ad un progetto della legge 92/2011. Divertito il pubblico che ha seguito la vicenda di uno spalatino che consumava i suoi giorni all'osteria del Pappagallo a Trieste in attesa di un successo che non sarebbe mancato.

Pregna di significato la mattinata di domenica con l'assemblea e la consegna del Premio Tommaseo 2013 al professor Ulderico Bernardi, già professore della Ca' Foscari di Venezia, un veneto innamorato delle vicende adriatiche che ha esplorato, studiato e reso magistralmente nei suoi numerosi scritti, interventi e pubblicazioni. In perfetta sintonia con Lucio Toth hanno esaltato il ruolo di due grandi intellettuali tra Ottocento e Novecento, vale a dire Tommaseo e D'Annunzio che ebbero chiaro il ruolo di un piccolo popolo adriatico, ponte tra le culture ma anche crogiolo di sentimenti e situazioni che anticipavano di un secolo e più ciò che l'Europa avrebbe raggiunto attraverso la terribile esperienza di due guerre mondiali, di contrapposti nazionalismi e di ideologie totalitarie.

 Rosanna Turcinovich Giuricin

 

 

 

 

456 - Il Piccolo 03/10/13 Conto alla rovescia per l'apertura a Zara dell'asilo italiano

Conto alla rovescia per l’apertura a Zara dell’asilo italiano
L’inaugurazione solenne è in programma il 12 ottobre Parteciperà il viceministro degli Esteri Marta Dassù

di Andrea Marsanich

ZARA Sarà un evento di eccezionale importanza non solo per gli italiani di Zara e della Dalmazia, ma per tutta quanta la Comunità nazionale italiana che vive in Croazia. Probabilmente il 12 ottobre, sarà inaugurato l’asilo italiano di Zara, progetto fortemento voluto dal locale sodalizio dei connazionali e dall’Unione Italiana, con quest’ultima che ha dovuto superare una strada lastricata da mille difficoltà, problemi e incomprensioni di natura politica. “Pinocchio”, questo il nome della scuola materna dove già si insegna l’italiano, sarà dichiarato ufficialmente aperto grazie ad una cerimonia solenne alla quale parteciperanno numerose personalità di spicco dei due Paesi, tra cui Marta Dassù, vice ministro degli Esteri italiano. La conferma della prossima inaugurazione è giunta dalla presidente del sodalizio zaratino, Rina Villani, intervistata da Radio Capodistria. La Villani, che guida la Comunità da diversi anni, ha fatto sapere che il giardino d’infanzia è operativo dalla prima settimana di questo mese, con i suoi ambienti che ospitano ben 25 bambini. Si tratta del primo asilo privato fondato dalla nostra Comunità nazionale ed in esso attività e giochi si tengono esclusivamente in lingua italiana, evento storico per la città del maraschino dove istituzioni prescolastiche e scolastiche italiane risultano scomparse da più di 65 anni. «Voglio ricordare che il progetto teso ad avere un asilo italiano in città ha sicuramente più di 10 anni – è quanto puntualizzato dalla Villani – negli ultimi quattro o cinque anni c’è stata, pur tra mille ostacoli, un’accelerata ed ora finalmente questa scuola materna è una piacevolissima realtà di cui andiamo orgogliosi. Sono molto felice che l’idea sia stata realizzata grazie al contributo dei connazionali zaratini e specialmente dei vertici dell’Ui. Ora i bambini della nostra città possono finalmente apprendere l’italiano non tra le mura domestiche ma in un’istituzione prescolare, la prima dopo decenni nella regione dalmata». In base ai dati scaturiti dal censimento nazionale tenutosi nell’aprile del 2011, a dichiararsi italiani nella contea di Zara sono stati in 123, ossia 9 persone in meno rispetto al rilevamento svoltosi dieci anni prima.

 

 

 

 

 

 

457 - La Voce del Popolo 30/09/13 Fiume: «Il ritorno del bilinguismo a Fiume? Una responsabilità legale della città»

«Il ritorno del bilinguismo a Fiume? Una responsabilità legale della città»

 

Gianfranco Miksa

 

FIUME | Dopo le polemiche nate attorno all’introduzione delle tabelle bilingui, scritte in caratteri latini e in cirillico a Vukovar, abbiamo voluto paragonare la situazione con il capoluogo quarnerino. Le generazioni più mature ricorderanno che a Fiume vigeva il bilinguismo. Questo fu, infatti, introdotto “de iure” - per legge - nel 1947, ma “de facto” anche prima, nel ‘45. Accadde però che le numerose insegne furono selvaggiamente tolte nell’ottobre del 1953, quando Trieste venne assegnata all’Italia. Le contestazioni territoriali tra Italia e Jugoslavia, legate alle Zone A e B, ebbero come ripercussione una situazione di tensione, e quindi di stallo, tra i due Paesi interessati.

 

Circostanze che inevitabilmente provocarono anche dei contraccolpi nei confronti della Comunità Nazionale Italiana nella Jugoslavia di allora. Da qui nuovi e forzati, cambiamenti di nomi, intimidazioni di ogni genere, altri abbandoni imposti, e la rimozione forzata – senza alcun ordine legale – delle tabelle bilingui a Fiume.

 

Una rimozione messa in atto da persone che, molto probabilmente, agirono su ordini superiori. Le tabelle bilingui – sinonimo di civiltà e convivenza multietnica – non furono mai più rimesse, e fino a oggi in tal senso non è stata presa alcuna decisione ufficiale.

 

Dal punto di vista giuridico la Città di Fiume ha una responsabilità legale che è rimasta completamente ignorata per ben 60 anni. Ecco perché ne abbiamo voluto parlare con il giovane connazionale Marin Tudor, mediatore culturale ed economista con la passione per la storia di Fiume, amore che coltiva, ci dice, da quando aveva 6 anni.

 

I primi passi li fece nella ricca biblioteca di famiglia a cui seguì una solida preparazione di livello accademico in storia dell’Europa Orientale e soprattutto di varie espressioni del diritto pubblico, sia statale sia internazionale. Marin Tudor si è riproposto come obiettivo di impegnarsi per il ritorno del bilinguismo nella segnaletica a Fiume.

 

Come nasce questo suo interesse?

 

“Sostanzialmente per amore verso la mia città, ma anche per amore di giustizia, com’è intesa a livello europeo, nella sua forma riconciliante e pluriculturale. Io sono per il multilinguismo, cioè il multiculturalismo. Avendo vissuto dei periodi in 6 Paesi molto diversi, dalla Francia alla Russia, dalla Svezia a Cipro, non posso che amare il bilinguismo e auspicare come fine ultimo il multilinguismo. So quanto siamo distanti rispetto all’Europa in tema di rispetto e soprattutto valorizzazione delle minoranze e delle specificità locali.

 

Ma il nostro futuro, come una delle città maggiori del GECT ‘Euroregio Senza Confini’, di cui faremo parte dall’anno prossimo, è, volenti o nolenti, multilingue. A Fiume, i cittadini e i professionisti di successo potranno parlare al contempo croato, italiano, sloveno e tedesco. Il bilinguismo italiano, che è un dovere e diritto costituzionale a Fiume, rappresenta in questo senso il primo passo per aiutare i nostri figli e nipoti in un futuro di successo in Europa”.

 

Perché ritiene che a Fiume ci siano le condizioni giuridiche per un ritorno del bilinguismo?

 

“Pola aveva una situazione molto simile a Fiume a livello legale e l’ha utilizzata per costruire l’attuale bilinguismo in città. Consultando i vari statuti, non ho trovato notizia di una sospensione ‘de iure’ di quella legge. Sempre ammesso che non si sia fatto qualche reset generale, nel 1991.

 

Lo stato jugoslavo aveva un approccio un po’ complicato verso le etnie, a livello legale. C’era un triplice concetto di Comunità Nazionale: le etnie che avevano la loro ‘nazione’ nella Federazione, come croati, serbi, ecc. erano considerate minoranze. Le etnie che avevano un proprio stato nazionale esterno, e quindi italiani, ungheresi, cechi, ecc., erano considerate popoli. Le etnie che non avevano uno stato, infine, come i valacchi o i rom, erano considerate gruppi etnici.

 

 Il bilinguismo in Jugoslavia esisteva in varie forme. Il Kosovo, ad esempio, era interamente bilingue, parti della Macedonia e della Vojvodina pure, come alcuni comuni dell’Istria. In questi luoghi vigeva un bilinguismo totale, i toponimi erano bilingui e gli impiegati pubblici erano tenuti a conoscere l’italiano (nel nostro caso), mentre lo Stato era tenuto a finanziare le scuole come anche il resto delle attività. Queste regole sono state poi riprese dalla Slovenia e dalla Croazia, cosa che era anche tra le condizioni richieste per essere riconosciuti come Stati.

 

Ma esisteva pure il bilinguismo limitato, che vigeva nei comuni di Fiume e Pola. Gli italiani avevano diritto a una traduzione delle toponimie più blanda, nonché alle proprie scuole. Potevano contattare con le istituzioni comunali e giudiziarie in lingua italiana; gli impiegati pubblici non erano tenuti a sapere l’italiano, ma l’ufficio era obbligato ad avere almeno una persona che lo parlasse.

 

Pola, negli anni ’90, su questa legge ha emendato il proprio bilinguismo al livello di quel bilinguismo superiore, riconosciuto in Croazia e ancor prima in Jugoslavia. Fiume non l’ha fatto, ma credo che la legge dovrebbe essere ancora vigente. Va aggiunto che la costituzione croata per quanto riguarda le etnie è la copia della costituzione della ex Jugoslavia”.

 

Quali sono, secondo lei, i possibili sbocchi per un ritorno delle insegne bilingui a Fiume?

 

“In primo luogo andrebbe richiesta un’analisi approfondita da parte di un legale. Magari portata avanti a livello istituzionale, ma anche da privati, attraverso una ‘class action’, ossia un’azione legale condotta da più soggetti che hanno a cuore il bilinguismo. Al di là delle regole, a mio avviso si tratta di un diritto che andrebbe studiato tramite il framework europeo, soprattutto con un grande appoggio dell’Italia e degli esuli. Con delicatezza, evitando di far chiudere a riccio le istituzioni e i media croati.

 

A livello di richiesta non vi sarebbe niente di strano. Capodistria ha esattamente le stesse caratteristiche numeriche di Fiume sia adesso sia prima dell’esodo. E lì c’è un bilinguismo totale. Idem per i tanti esempi in ogni parte d’Europa. Romania e la Serbia (Vojvodina) hanno maggiore rispetto delle minoranze rispetto alla Croazia”.

 

Quanto è realizzabile tutto ciò?

 

“Secondo me è realizzabile perché è la legge a imporlo. Secondo il Trattato tra la Repubblica Italiana e la Repubblica di Croazia – concernente i diritti delle minoranze del 5 novembre 1996, e ratificato nel ’97 dal Sabor croato con la firma dal Presidente Tuđman –, la Croazia s’impegna a estendere al massimo i diritti della minoranza italiana autoctona.

 

Perciò, nel quadro dei diritti della Comunità Italiana di Fiume, gruppo autoctono, ne risulta che lo Stato croato non rispetti il trattato. Poi c’è la legge costituzionale sulle minoranze autoctone in cui lo Stato s’impegna con tutte le misure necessarie a non far scomparire le minoranze. La Croazia, quindi, ha il dovere costituzionale di intervenire”.

 

 

 

 

 

 

458 – La Voce del Popolo  01/10/13 Consolato di Spalato: perché la chiusura?

Consolato di Spalato: perché la chiusura?

 

ROMA | Dal senatore del Pdl Francesco Maria Amoruso è stata presentata al Senato un’interrogazione in cui si chiede al ministro degli Esteri italiano “di conoscere quali ragioni abbiano portato alla decisione di chiudere il consolato d’Italia a Spalato” e se “il ministro ritenga di avviare un’ulteriore istruttoria in merito”.

 

Prevedibili effetti negativi

 

Nell’interrogazione Amoruso segnala di aver ricevuto segnalazioni dagli italiani residenti a Spalato (Croazia) sui prevedibili effetti negativi che potrebbero scaturire dalla decisione annunciata dal MAE di chiudere il consolato d’Italia in quella città.

 

Intensa presenza di imprenditori

 

“Nella zona di Spalato – ricorda Amoruso - vi è un’intensa presenza di imprenditori italiani che, tanto più oggi, dopo l’ingresso della Croazia nell’Unione europea, necessitano di un appoggio e di un’assistenza concreta da parte del loro Paese; inoltre è notevole il numero di turisti italiani che ogni anno si recano, per periodi più o meno brevi, a Spalato e i dintorni; ricordando l’intensità e il valore storico dei legami che da sempre legano la Dalmazia all’Italia - scrive nell’interrogazione Amoruso - a parere degli italiani di Spalato l’annunciata revoca dell’iniziale decisione di chiudere anche il consolato d’Italia a Capodistria non può essere sufficiente a compensare i prevedibili disagi sopra delineati, in quanto la distanza tra quest’ultima città e Spalato è pari a quasi 600 chilometri; al ministero degli Affari esteri – ricorda poi Amoruso - è già stata mandata, per invitare gli organi competenti a rivedere questa decisione in base a motivazioni concrete, una lettera con allegate 3.180 firme raccolte tramite petizione, mentre ulteriori 1.000 firme sono state raccolte e verranno mandate; vi è poi – conclude il senatore Francesco Maria Amoruso – un’ulteriore considerazione di cui tenere conto in relazione alla necessità di mantenere a Spalato una presenza istituzionale dell’Italia di fronte ai contenziosi (in alcuni casi sfociati in sequestri da parte delle autorità croate) che periodicamente coinvolgono i pescherecci del nostro Paese nel Basso Adriatico”.

 

 

 

 

 

 

459 - Il Piccolo 04/10/13 Trieste:  La Bancarella apre nel segno di Missoni

La Bancarella riparte nel segno di Missoni

Con cento appuntamenti e 150 ospiti dal 17 al 22 ottobre in Galleria Tergesteo torna il Salone del libro dell’Adriatico orientale

 di Pietro Spirito

 TRIESTE «Sì, son mi». È questo il motto dell’edizione 2013 de “La Bancarella - Salone del libro dell’Adriatico orientale”, la rassegna nata nel 2007 su iniziativa del Centro di Documentazione multimediale della cultura giuliana, istriana, fiumana e dalmata (Cdm) con lo scopo di dare visibilità e continuità alla produzione culturale di lingua italiana delle terre cedute alla Jugoslavia con il Trattato di pace del ’47.

 Dopo sei edizioni, una delle quali a Roma, quest’anno la rassegna propone un ampio ventaglio di appuntamenti, e apre i battenti dal 17 al 22 ottobre nella rinnovata Galleria Tergesteo, con l’appoggio della libreria Ubik e dell’Enel che ha concesso la sua sala convegni.

Un modo, è stato detto ieri durante la presentazione dell’iniziativa proprio alla Ubik a cura di Rosanna Turcinovich Giuricin, del presidente del Cdm Renzo Codarin e alla presenza del presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini, per rilanciare il Tergesteo, con un calendario che prevede più di cento appuntamenti fra presentazioni di libri, incontri e spettacoli (cinque, fra prosa e concerti), e con 150 ospiti - un terzo dei quali provenienti da fuori Trieste - fra scrittori, giornalisti, storici, artisti.

 «Sì, son mi», dunque, che sta a significare - ha detto Giuricin - «noi ci siamo, e siamo qui», ma che è anche l’anagramma usato dal grande stilista Ottavio Missoni, cui la rassegna è dedicata, con la presentazione, fra l’altro, del libro biografico “Una vita sul filo di lana” (a cura di Paolo Scandaletti, giovedì 17 ottobre alle 16), mentre il logo della Bancarella 2013 è un suo disegno originale che evoca colorate onde del mare.

Con il contributo del Mibac e di una nutrita schiera di enti e associazioni non solo di esuli - dal Centro ricerche storiche di Rovigno all’Edit di Fiume agli Istituti regionali per la storia del movimento di liberazione di varie parti d’Italia, Irci ecc. - la Bancarella di quest’anno - è stato detto - si propone non solo come vetrina delle espressioni culturali di esuli e rimasti delle terre adriatiche, ma come conoscenza «a tutto campo della cultura e civiltà dell’Adriatico orientale nello spirito - ha detto Codarin - del messaggio veicolato dai Presidenti di Italia, Slovenia e Croazia nella nuova realtà determinata dall’allargamento dell’Ue anche alla Croazia».

 Una rassegna, dunque, che pur nel rispetto dei temi e delle istanze maturate dalla diaspora del dopoguerra (dall’esodo alle foibe: l’iniziativa si inserisce nelle finalità della legge sul Giorno del Ricordo) vuole allargare il raggio d’azione per cercare, al di là della custodia delle memorie, di cogliere nel presente e nelle nuove realtà geografiche e politiche l’eredità della cultura italiana nata sulle sponde orientali dell’Adriatico.

 Perciò, se Missoni è il simbolo di «un esule che ha portato nel mondo le sfumature della sua terra perduta, la Dalmazia», ad aprire e chiudere la rassegna sarà Simone Cristicchi, il giovane cantante e attore diventato l’artista simbolo di una rappresentazione attuale delle storie legate alla diaspora.

 Sarà Cristicchi a inaugurare la Bancarella giovedì 17 ottobre alle 10 al Tergesteo, e sarà lui a chiuderla il 22 ottobre, alle 20.30, con la prima di “Magazzino 18”, per la regia di Antonio Calenda, spettacolo d’apertura della nuova stagione di prosa al Rossetti.

 Ma sono molti gli appuntamenti organizzati in collaborazione con diversi enti e istituzioni. Se il coordinamento di alcuni incontri a carattere storiografico è stato affidato a Giuseppe Parlato con una serie di approfondimenti sulla Prima guerra mondiale (ad esempio la tavola rotonda su “La politica adriatica di Gabriele D’Annunzio e l’impresa di Fiume, sabato 19 alle 18.45), gli spettacoli avranno, Cristicchi a parte, ospiti quali Lorenza Bohuny (con il concerto “Amara terra mia” il 17 ottobre alle 20.30 al Tergesteo), Maurizio Soldà (con lo spettacolo “Esuli in casa” prodotto dal Circolo culturale Jacques Maritain, il 19 alle 10), Marzia Postogna (recital “Ti te ricordi...”, il 20 alle 20), mentre non mancherà la cucina con degustazioni (a cura di Francesca Angeleri,il 19 alle 15). Fra i tanti ospiti, storici, scrittori ci saranno Gianni Oliva, Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Silva Bon, Fabio Todero, Silvia Cuttin, Livio Dorigo, Piero Delbello, Cristina Benussi, Patrizia Vascotto, Nino Benvenuti e altri (info www.arcipelagoadritico.it).

 Assente, al contrario degli altri anni, il Comune di Trieste, che non partecipa né patrocina, «perché - ha spiegato Giuricin - come ci hanno detto il suo regolamento non prevede l’appoggio a manifestazioni dove c’è la possibilità di vendere libri».

 

 

 

 

460 - La Nuova Voce Giuliana 16/09/2013  L'importanza delle Comunità degli italiani

L’IMPORTANZA DELLE COMUNITA’ DEGLI ITALIANI

 

Olga Milotti

 

A chi ignora l'importanza delle Comunità degli Italiani di Slovenia e Croazia, anche quelle più piccole, vorrei dire che esse segnano per quei siti una rinascita per la conservazione delle radici, per mantenere i nostri usi, le tradizioni, la lingua. Bisogna aiutare questa presenza. E gli Italiani rimasti segnano la presenza atavica in Istria.

Nel passato, molte scuole italiane sono state chiuse da un giorno all' altro (es. Montona, Albona e tante altre) per cui l'esistenza delle Comunità è stata determinante per l'organizzazione di conferenze con insigni personalità giunte dall'Italia, di seminari ed altro. E' stato fatto il possibile, tanto, ma sarebbe stata necessaria una cura anche maggiore.

 

Le Comunità sono fra loro solidali e si aiutano con le ricerche e la fondazione di qualsivoglia attività che possa richiamare la nostra gente.

A dimostrazione di quanto ho esposto sopra, io vorrei raccontare la mia esperienza:

sono stata eletta presidente della Comunità degli Italiani di Pola alle prime libere elezioni (ci tengo a precisarlo), nel 1991.

Non posso elencare tutta la vastissima attività svolta, mi ci vorrebbero tante pagine, perciò mi soffermerò solo su alcuni grossi impegni e sui conseguenti risultati raggiunti, a cominciare dalla soluzione della proprietà della sede, che non costò allo stato italiano neanche un centesimo. Ma quanti “papiri” abbiamo dovuto compilare i miei collaboratori ed io! a cominciare dall'estratto tavolare nell'archivio storico di Pisino; quanta burocrazia! quante scartoffie e testimoni abbiamo dovuto reperire! anche dall'estero (uno da Bari e uno da Firenze). E quanti giri per i tribunali di Pola e di Fiume! (quasi due anni di tempo, fino al settembre del '92),  un lavoro immenso, tanta fatica, ma il risultato fu raggiunto. La sede è nostra.

 

Nell' estate del '92, dietro suggerimento del compianto ing. Giampiero Musizza, di Parenzo, e con l'aiuto del prof. Masseni (ferrarese, ma originario di Orsera) e della dott. Carrà, della Dante di Ferrara (che ci indicarono tutto l'iter necessario), rifondammo finalmente la Società Dante Alighieri, con la partecipazione del dott. Giuseppe Cota, allora segretario generale della Dante di Roma e alla presenza del console Luigi Solari, primo socio onorario.

Nel dicembre '92 organizzammo delle Giornate del nuovo cinema italiano.

Ma non ci siamo occupati soltanto di cultura. La guerra dei primi anni '90 aveva ridotto in miseria tante famiglie polesi e noi ricevemmo cospicui aiuti da associazioni amiche e addirittura da famiglie, cui siamo stati sempre molto riconoscenti. I primi soccorsi giunsero dai signori Luciano e Wanda Scomazzetto di Venezia - Mestre e seguirono molti altri (la lista sarebbe troppo lunga). Si trattava soprattutto di generi alimentari, che noi distribuivamo, in base a precisi elenchi, alle famiglie in difficoltà. Anche questo era un lavoro lungo e faticoso: smistamento delle derrate, confezione dei pacchi e loro distribuzione a domicilio. Ci fu chi ci rimise la macchina e non c'erano mezzi per risarcire il malcapitato, anzi la malcapitata, che rinunciò alle quattro ruote e nemmeno si sognò di pensare a un risarcimento.

Vedo dai miei appunti che nel '92, assistemmo ben 140 famiglie di Pola, Dignano, Gallesano e Fasana.

 

Né io, né alcun altro membro della mia giunta, ricevette mai, dico MAI, un centesimo per questo lavoro e per tutto il resto dell'attività, che facevamo col cuore, fieri di essere utili alla nostra gente, che confluiva sempre più numerosa in Comunità, e questo per noi significava far sentire a tutti che continuavamo ad essere quello che eravamo stati da sempre: ISTRIANI ITALIANI, e ci bastava, e valeva molto di più della vil pecunia.

Era sottintesa e perseguita la convivenza pacifica con tutti gli abitanti dell'Istria.

 I più giovani si dedicavano anche ad altre attività, tante, fra le quali vorrei ricordare la commedia "Istriolina", portata con grande successo per tutta l'Istria, isole comprese, e presentata niente di meno che al Cristallo di Trieste, ospiti della Contrada. Anche lì applausi eccezionali.

Avrei ancora mille cose da far sapere (e anche oggi la battaglia continua, poiché sembra che si prospetti una ristrutturazione - leggi impoverimento - della redazione italiana di Radio Pola) ma non voglio approfittare della pazienza dei lettori; ci potranno essere altre occasioni per approfondire l’argomento.

 

Olga Milotti

 

 

 

 

461 - La Nuova Voce Giuliana 16/09/13 Editoriale - Il rispetto per gli altri

Il rispetto per gli altri

 

Quando c’è, base di ogni rapporto umano positivo – quando non c’è, origine di ogni possibile offesa all’altro… fino alla sua eliminazione

 

Qualche giorno fa, parlando con alcuni esuli e loro discendenti si convenne sul fatto che esuli e rimasti non possono avere storie condivise ma io sostenevo che entrambe le parti dovessero rispettare le rispettive scelte. Mi fu risposto che la nostra gente - gli esuli - non sono ancora pronti.

Ma quando lo saranno? E lo saranno mai?

 

E mi sovviene la prima volta che ne scrissi. Sarà stato intorno al 2.000 quando, in un editoriale del periodico “Comunità Chersina, foglio dei Chersini e dei loro amici”, scrissi che gli esuli, che pretendono il rispetto della loro scelta di andare, dovevano concedere lo stesso rispetto a chi ha scelto di rimanere. Nella ristretta cerchia delle persone che lessero il mio scritto prima della sua pubblicazione nacque un forte dissenso… ma l’articolo, grazie al sostegno del direttore del periodico, l’arcivescovo Bommarco, fu pubblicato e non provocò nessuna delle reazioni eclatanti previste. Per contrasto, mi viene pure alla mente un episodio delle memorie di Padre Flaminio Rocchi, delle quali  l’ANVGD cura in questo periodo la pubblicazione, in occasione del centenario della nascita e decennale della morte, in cui il noto “apostolo degli esuli” di Neresine, nel ricordare il periodo trascorso come cappellano militare, durante la seconda guerra mondiale, in Corsica, dove c’erano contingenti militari di diverse nazioni e anche dei lavoratori jugoslavi, riferisce quanto segue:

 

“Questa gente (gli jugoslavi) disorientata, umiliata, spesso arrabbiata, mi preparava l’altare in una tenda per celebrare la Santa Messa. A fianco del crocifisso metteva le fotografie, tolte da riviste americane, di Stalin e di Tito. Per loro erano due santi liberatori. Io guardavo sorridendo il mio crocefisso tra quei due ladroni. Eravamo ai primi del 1944. Ho rispettato la loro libertà e anche la loro ignoranza”.

 

Penso che le parole e l’atteggiamento di P. Rocchi - denotanti carità cristiana (era un frate!) ma anche grande apertura e rispetto umano - non abbiano bisogno di commento e dovremmo cercare di prendere il suo comportamento a modello di civiltà.

 

Nella mia concezione del termine, per rispetto per gli altri si intende rispetto nel senso più pieno e completo della parola, cioè innanzitutto rispetto per la persona fisica, come essere vivente appartenente al genere umano, indipendentemente dal colore della sua pelle, dalla sua nazionalità, razza, religione e secondariamente rispetto per le sue idee, politiche e di altro genere, per i suoi sentimenti, le sue scelte, insomma per tutto ciò che lo riguarda, esattamente come desideriamo essere rispettati noi. E’ una questione di reciprocità. E questo è un valore universale, al quale vanno educati i giovani in famiglia, nella scuola e nella società tutta perché non accadano episodi come quelli di razzismo negli stadi o non si sentano parole ingiuriose nei confronti di un essere umano dalla pelle di colore diverso dal nostro come quelle pronunciate dal ministro Calderoli che, in un comizio leghista ha detto: “Quando vedo il ministro Kyenge penso a un orango”. Per non parlare degli orrori per intolleranze etniche e/o religiose della guerra degli anni ’90 in Jugoslavia, simili a quelli perpetrati negli anni 40/50 in Istria, in Dalmazia, a Fiume, a Zara, nelle Isole del Quarnero perché… quando il rispetto per gli altri non c’è si può arrivare a tutto: agli insulti, alle percosse, alle torture,… fino all’eliminazione fisica dell’altro.

 

Gli uomini non imparano proprio niente dalle esperienze del passato!

 

C’è, in alcuni di loro, una cattiveria e un’aggressività che, in certe circostanze - come la guerra e ancor di più la guerriglia e i disordini che le succedono - si scatenano, diventano incontenibili, soprattutto se essi occupano posizioni di potere.

 

Penso che quanto ho affermato sopra a proposito del rispetto per gli altri come un valore sia condivisibile.

 

Certo, a volte sorgono dei dubbi. Si debbono rispettare anche gli assassini, gli infoibatori, gli stupratori, i pedofili, ….?

 

Penso che la risposta potrebbe essere che questi sono comportamenti devianti e che la società deve assumersi il carico di punire, contenere, curare o rieducare - a seconda dei casi - le persone che li commettono. Il singolo può cercare di capire.

 

E chi ha sofferto del comportamento deviante?

 

Anche lui va aiutato, ma non me la sento proprio di dire che deve essere aiutato a capire, e meno ancora incoraggiato a perdonare. Deve essere aiutato a sopportare le sofferenze subite e a superarle.

 

Ma, ritornando  al mondo della diaspora, rimango dell’idea che gli esuli, che pretendono il rispetto della loro scelta di andare, devono concedere lo stesso rispetto a chi ha scelto di rimanere. E’ un’affermazione che ha la sua inevitabile ricaduta nei rapporti con gli italiani rimasti nelle nostre terre natie e con queste stesse terre, ove qualcuno non è mai più tornato, né vuole tornarci… ed è libero di non farlo. Non sono però assolutamente d’accordo, per le ragioni esposte sopra, con chi vorrebbe che tutti si comportassero come lui e cerca di mettere in atto tutte le strategie possibili per convincere o impedire agli altri di tornare nelle nostre terre e avere rapporti con la minoranza italiana che ci vive. Ancora una volta, questa divergenza di idee rischia di essere fonte di divisioni, più che mai devastanti nell’attuale situazione, in cui la vecchia generazione è ormai quasi completamente scomparsa o anziana e i suoi discendenti attivi nell’associazionismo molto pochi. Ma, se rispettiamo gli altri e le loro scelte questo diventa un falso problema: chi desidera ritornare nelle sue terre natie e avere rapporti con chi ci vive, lo faccia; chi non lo desidera non ritorni e non condizioni gli altri.

 

A conclusione di queste riflessioni vorrei informare chi non mi conosce personalmente che io appartengo alla prima generazione dell’esodo, essendomene andata via coi miei genitori dalla natia Puntacroce - villaggio dell’isola di Cherso - nel 1947 e non posso essere dunque accusata di mancanza di sensibilità verso la condizione dell’esule, perché l’ho vissuta e ne vivo tuttora la complessità. Penso di poter inoltre affermare che sono una delle ultime persone della mia generazione - a cui apparteneva anche il direttore Tomasi - che occuperà il posto di direttore responsabile di un giornale o avrà altri incarichi del medesimo genere per l’inevitabile cambio generazionale, che ha già portato alla presidenza dell’Associazione delle Comunità Istriane Manuele Braico, a quella della Federazione degli Esuli Renzo Codarin, a quella dell’ANVGD Antonio Ballarin ed altri, tutti bravissimi figli di esuli di prima generazione. Con le mie considerazioni non ho neppure inteso dire di dimenticare le atrocità che sono state commesse; esse devono passare dai ricordi personali alla storia; chi le ha commesse doveva essere punito. Non ho neppure voluto invitare chicchessia a perdonare; questo è un fatto personale. Ma, questo sì, vorrei sollecitare gli esuli a non trasmettere alle nuove generazioni un messaggio di odio, anche se hanno subito personalmente gravi torti o l’hanno subito loro congiunti.

 

Carmen Palazzolo Debianchi

 

 

 

 

462 - La Voce del Popolo 03/10/13 Abdon Pamich una marcia lunga ottant'anni

Abdon Pamich una marcia lunga ottant’anni

 

Buon compleanno, carissimo Abdon Pamich. Il leggendario marciatore fiumano compie oggi 80 anni. È stato uno dei più grandi e longevi marciatori della storia, almeno prima che la specialità subisse le innovazioni proveniente dall’Europa orientale. L’esperto inglese Mel Watman lo ha definito “the most consistently great long distance walker of all time”. In un ventennio di attività si presume che Pamich abbia percorso a piedi almeno due volte il giro del mondo. Ha partecipato a cinque Olimpiadi, conquistando la medaglia d’oro nel 1964 (e salendo altre due volte sul podio), e a sei edizioni dei Campionati d’Europa, vincendo due titoli consecutivi nel 1962 e nel 1966. La marcia è esercizio atletico di rigore estremo e Pamich l’ha interpretata sempre con esemplare correttezza stilistica. Erede della gloriosa scuola italiana che si rifaceva agli Altimani e ai Frigerio, ha contribuito alla sua continuità con una dedizione e una tenacia quasi ascetica. Sempre molto riservato e fin troppo taciturno, ben proporzionato nel fisico (1.83 per 74 chili le sue misure standard), ha avuto le armi vincenti nella determinazione estrema e in un temperamento capace di sostenerla.

Specialista dei 50 chilometri, la “distanza della verità”, possedeva la rara capacità di emergere nella parte conclusiva delle gare, quando più crudelmente la fatica mordeva muscoli e volontà.

 

In occasione del suo compleanno un gruppo di amici del sito specializzato Marcia Italiana, fra i quali Maurizio Damilano, Augusto Frasca, Vanni Loriga e Vittorio Visini, si è fatto promotore presso la Presidenza federale affinché si faccia una giornata di festa anche per ricordare il 49° anniversario della sua vittoria Olimpica di Tokyo 1964. Il Presidente federale Alfio Giomi si è dichiarato senz’altro d’accordo nel supportare questa iniziativa, la cui data è stata fissata il prossimo 18 ottobre, alle ore 11.30, presso la sede della Federazione Italiana di Atletica Leggera a Roma.

Nato il 3 ottobre del 1933 a Fiume, figlio di un commercialista, una lontana discendenza per parte di nonna da un Solomon doge veneziano, l’inconsueto nome da protomartire cristiano, nel 1947 fu costretto a rifugiarsi con la famiglia in un campo profughi. Dopo gli studi di agrimensura, ha conosciuto l’atletica a Genova, seguendo le orme del fratello maggiore Giovanni, presso la gloriosa AAA creata da Tullio Pavolini e dove il prezioso e riservato Giuseppe Malaspina lo ha trasformato in animoso marciatore da lunghe distanze. Sposato a 24 anni, due figli (Tamara e Sennen, altro nome da martire cristiano), ha gareggiato quasi tutta la vita con la maglia della società per la quale lavorava nel campo dei petroli, la Esso. E contro la quale, a fine stagione agonistica, ha battagliato a lungo in sede legale per vedersi riconoscere diritti d’immagine e prebende economiche.

In nazionale dal 1954 al 1973 (con la maglia azzurra ha collezionato 43 presenze), Pamich ha fatto il suo esordio internazionale con un settimo posto nella 50 chilometri agli Europei di Berna del 1954. Due anni più tardi, ai Giochi di Melbourne, distrutto dal caldo, fu quarto nei 50 e undicesimo nei 20 chilometri. Nel 1958, ancora agli Europei di Stoccolma, salì per la prima volta sul podio con il secondo posto nei 50. Alle Olimpiadi di Roma, malgrado le grandi attese, dovette contentarsi della medaglia di bronzo, alle spalle del piccolo inglese Thompson e dell’anziano svedese Ljunggren, che l’avevano distanziato nella prima parte del circuito.

Nel 1961 ha conquistato il primo successo internazionale vincendo i 50 nell’edizione inaugurale del Trofeo Lugano. Il 19 novembre dello stesso anno, sulla pista dello stadio Olimpico, ha stabilito i primati mondiali delle 30 miglia e dei 50 chilometri. Nel settembre 1962, a Belgrado, chiudendo la prima parte della sua stagione agonistica, si è laureato campione d’Europa (4h19’46”6) lasciando a quasi 5’ il secondo classificato.

Il successo più importante lo ha ottenuto a trentun’anni appena compiuti, il 18 ottobre 1964, in un giorno di pioggia e di vento, vincendo a Tokyo l’oro olimpico in 4h11’12”4 al termine di un lungo duello con l’inglese Vincent Nihill, arresosi solo nel finale (4h11’31”2 il tempo conclusivo). La gara, per Pamich, fu resa ancora più drammatica da un attacco di violenti dolori gastro-intestinali causati da un bicchiere di the freddo, risolto al 38° chilometro con una sosta dietro un cespuglio. Due anni più tardi, agli Europei di Budapest, allungò la sua serie d’oro vincendo ancora il titolo continentale (4h18’42”). Il prosieguo della carriera lo ha visto ancora impegnato in sede olimpica al Messico, nel 1968, quando da precarie condizioni fisiche fu costretto al ritiro. Nel 1969, ai Campionati d’Europa di Atene, tornato sui 20 chilometri, si fece ancora valere con un sesto posto. Molto amara invece risultò l’ultima presenza olimpica, nel 1972, quando alle soglie dei quarant’anni venne squalificato sui 50, un infortunio nel quale non era mai incappato prima. Nella sua lunga attività – tra il 1955 e il 1971 – il silenzioso Pamich ha conquistato 40 maglie tricolori, equamente distribuite tra 10 chilometri su pista, 20 e 50 chilometri su strada. Ancora oggi nessun altro italiano è giunto a tanto.

 

 

 

 

 

463 - La Nuova Voce Giuliana 16/09/13 Intervista di Carmen Palazzolo a Lino Vivoda autore del libro "In Istria prima dell'esodo"

“IN ISTRIA PRIMA DELL'ESODO”

 

Autobiografia di un esule da Pola, Edizioni Istria Europa, Imperia 2013,

è l'ultimo volume di Lino Vivoda. Lo descriverei sinteticamente come la storia di Pola del periodo 1930/46, cioè fino all'esodo, vista attraverso agli occhi di un ragazzo intelligente, vivace e soprattutto curioso, che tutto vede e sa perché su tutto si informa e poi narra anche gli avvenimenti più atroci in modo distaccato, non intriso da sentimenti, senza aggettivazioni.

 

Una delle cose che mi hanno colpito nel volume è stata infatti questa; un'altra me l'hanno fatta rilevare degli amici a cui parlai di Lino Vivoda e di questa sua ultima fatica aggiungendo che l'avevo visto a Pola per la celebrazione della strage di Vergarolla, nella quale aveva perso un fratello.

 

“Come el pol!” fu l'esclamazione di uno di essi. E' la domanda che rivolgo all'Autore.

 

 

 “Come el pol!” E' sottinteso che il mio amico intendesse dire: “Come el pol tornar, nonostante il fatto che in quel luogo gli avessero ucciso un fratello” perché le persecuzioni personali o la perdita di qualche congiunto sono fra le motivazioni addotte da quelli che non tornano e non vogliono ritornare nei luoghi natii. E' una motivazione comprensibile ma lei ha scelto un'altra strada. Può descrivere ai nostri lettori l'itinerario spirituale che l'ha portato a questa scelta?

 

 Sono partito da Pola, poco più che quindicenne, nel febbraio 1947 col "Toscana". All'inizio - dopo aver sperimentato l'accoglienza socialcomunista ad Ancona e Bologna, dove ci fu negata dai comunisti con la minaccia di sciopero generale ferroviario la possibilità di sfamare bambini e vecchi, dopo oltre dieci ore di viaggio sulla paglia di carri bestiame, e le esperienze a La Spezia, città rossa - la possibilità di contatti con quella parte politica era comprensibilmente negata.  D'altra parte i democristiani non ci trattavano meglio. Con l'ordine di Scelba, ministro dell'Interno, di schedare tutti i profughi (tutti, compreso l'arcivescovo di Pola, mons. Radossi, esule a Spoleto) con foto, impronte digitali e scheda segnaletica, suscitando comprensibili rivolte nei campi profughi, che costrinsero a soprassedere a quell'odiosa e incomprensibile imposizione. Quindi, inizialmente, come la maggioranza dei profughi, guardavo con simpatia alla destra italiana: missini, monarchici e un po' meno liberali, che dimostravano di comprenderci. Poi, verso l'inizio degli anni '70, dopo un incontro con Bruno Salvadori, leader degli autonomisti valdostani, e una permanenza in Austria, dove avevo studiato la soluzione tedesca delle Euroregioni per le regioni miste di confine, mi orientai sulla soluzione del problema istriano in ambito europeo, impegnandomi con tutte le mie possibilità in questa direzione, l'unica possibile prescindendo da azioni di guerra che, avendola sperimentata, non auspicavo in nessun modo. Ciò implicava anche la frequentazione e i contatti con la minoranza degli italiani rimasti. Il che avvenne a Pola, mentre ero Sindaco del Libero Comune di Pola in Esilio, nei primi anni ’90, con la prof.ssa Olga Milotti, presidente della Comunità italiana, dopo un  nostro incontro a Brescia, durante la “Rassegna giuliana” con la partecipazione di esuli e rimasti.

 

Il ritornare o non ritornare nelle terre natie è uno dei motivi su cui attualmente gli ultimi esuli viventi si stanno spaccando. Secondo me è una falsa motivazione: chi lo desidera e se la sente di farlo ritorni, chi non lo desidera e non se la sente non ritorni, purché nessuna delle due parti pretenda che tutti condividano le sue scelte pena il distacco o quant'altro ci si può inventare.

 

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Più che giusta l'osservazione. Siamo venuti in Italia per un'ansia di libertà e democrazia. Ognuno ha il diritto di pensare come vuole. Basta non demonizzare chi la pensa diversamente. Siamo tutti fratelli d'esilio e non facciamo come i quattro polli di Renzo beccandoci tra di noi. Chi vuole vada, chi non vuole resti.

 

 In più parti del suo libro lei narra di ex fascisti, che all'occupazione titina furono fra i primi a sparire o ad essere arrestati, interrogati, torturati, infoibati. Da anni questo è un argomento che non si può toccare pena l'accusa di giustificazionismo, eppure queste situazioni vengono descritte in ogni cronaca del tempo, anche in quella di Albona che abbiamo pubblicato in questo numero del giornale e in quello precedente.

 

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Più che di ex fascisti si trattava di pesci piccoli con cariche governative, come maestri, messi comunali, semplici iscritti al PNF, come la maggioranza a quei tempi. I pesci grossi erano già rifugiati in Italia. Ma la gran parte degli infoibati erano semplici italiani, uomini, donne, bambini, preti ed anche antifascisti e partigiani italiani. Gente del popolo. A Gallignana, dove ero sfollato, in due notti a settembre del '43 infoibarono 44 persone lasciando il paese nel terrore della rappresaglia tedesca. Quando vennero poi i tedeschi presero 30 persone e le deportarono a Dachau da dove ritornarono in quattro, io stesso mi salvai perché riuscii a spiegarmi con due parole di tedesco che conoscevo, imparate a Pola dai sommergibilisti tedeschi a Scoglio Olivi, dove lavorava mio padre.

 

 

A proposito della situazione, oggi si usano molto  i termini conciliazione e riconciliazione che, onestamente, non mi dicono nulla. Preferisco parlare di pace, educazione alla pace, purificazione dell'odio perché,  a mio avviso, quello che la nostra generazione non deve assolutamente passare è un messaggio di odio perché l'odio genera odio, la violenza genera violenza, l'ha detto giorni fa anche papa Francesco. E' una maturazione che l'anziano deve aver acquisito, che deve far parte del patrimonio maturato durante una lunga vita che, se non è un itinerario di crescita costante e continua, è stata in qualche modo a mio avviso sprecata.

 

Personalmente non ho mai pensato a una riconciliazione, ma a riannodare i legami tra un popolo diviso da eventi bellici ed ingiusti trattati di pace ai fini di preservare la cultura, le tradizioni e la lingua italiane, che solo i rimasti potevano fare in Istria. La stessa Maria Pasquinelli, non sospetta di intese coi comunisti,  quando uscii col mio giornale “Istria Europa” per dibattere temi rifiutati da tutta la stampa degli esuli, mi incoraggiò a questo fine. Ma venendo alla mia storia personale, poiché a Vergarolla avevo perso il fratello di otto anni con i santoli Mery e Francesco Toniolo, non ho mai cessato dal ricercare la verità sugli attentatori e cercare di far ricordare sempre, a fini propedeutici  per le generazioni future, l'orrendo  misfatto. Il secondo obiettivo l'ho ottenuto con l'aiuto di Livio Dorigo, mio amico d'infanzia a Pola, e con quello dell'allora vicesindaco italiano di Pola, Mario Quaranta, con l'erezione del cippo ricordo della strage nel giardino accanto al Duomo. La mia ricerca poi, guidata dallo scritto di Gilas, braccio destro di Tito: -  "Fummo mandati da Tito in Istria io e Kardelj con la scopo di cacciare gli italiani con ogni mezzo. E così fu fatto"- fu coronata da successo quando riuscii a scoprire la confessione di un agente dell'OZNA, uno degli autori della strage, prima di impiccarsi, rendendo noto il suo nome nel mio ultimo libro. Quindi tutta la mia azione, dettata da un grande amore per l'Istria, la terra che mi ha visto nascere, mi ha consentito di superare comprensibili risentimenti. E andando avanti verso l'Europa, come avevo sperato, spero che un giorno vedremo finalmente riconosciuta l'Ingiustizia operata sulla nostre carni, causa una guerra persa da tutti, ma pagata soprattutto da noi.

 

Lino Vivoda

 

 

 

 

 

 

 

464 - Difesa Adriatica Ottobre 2013 - Maburzio ricorda Missoni e gli dedica le sue medaglie

Maburzio ricorda Missoni e gli dedica le sue medaglie

 

Ha conquistato due argenti nei 400 e 800 stile libero ai Campionati italiani Master tenutisi in luglio a Trieste, ma il dalmato Armando Maburzio dedica questa volta i suoi trofei all’indimenticabile Ottavio Missoni, con lui compagno di tanti campionati master di nuoto.

 

Era il 13 luglio 2012 quando i due inseparabili amici nello sport, a Bari si cimentarono nell’ennesimo confronto con i coetanei. Maburzio conquistò l’argento nei 100 stile libero, mentre Missoni mise al collo per l’ultima volta una medaglia, quella d’oro per i 50 dorso.

 

Così ricorda quei giorni l’atleta e soprattutto l’amico.

 

Ho tanti ricordi di questi anni di nuoto con Ottavio Missoni. Io nel mio piccolo, nella mia carriera agonistica, ho avuto il grande onore di vivere momenti felici assieme ad un atleta olimpionico, uomo di grande talento e volontà. Ricordo gli ultimi Campionati italiani master a Bari, quando prima della gara dei 50 dorso gli tolsi alcuni cerotti che aveva sulla schiena e che i giudici non permettevano rimanessero. Vinse la sua ultima medaglia sportiva della vita. Eravamo vicini di corsia: lui all’ottava, io alla settima. Poi dopo cena ci ritrovammo nel giardino dell’hotel a prendere un grappino e parlavamo di Dio. Si chiedeva come potesse essere a sua immagine e somiglianza. Parlavamo del futuro come fossimo nati ieri, dell’aldilà, di politica, dello sport, della nostra Dalmazia.

 

Dopo la gara di Bari, con tanta gente che gli chiedeva autografi, rientrammo con un semplice autobus, senza prendere un taxi. Ottavio, allungato sul sedile, umile fra gli umili, con la moglie Rosita che gli telefonava spesso per sapere come stava. Eravamo felici, come ogni anno, per quella esperienza.

 

L’ho accompagnato l’ultimo giorno alla sua camera. In un abbraccio fraterno mi ha detto “Armando, te vojo ben”. Ti porterò sempre nel cuore,onorato di esserti stato amico, Ottavio mio. Quest’anno sono andato ai campionati di

Trieste: ne avevamo parlato insieme. Senza di te, la piscina era davvero vuota. Lo hanno ricordato tutti, commossi. Ciao Ottavio.

 

Armando Maburzio

 

 

 

 

465 - Meridiana Magazine.org  25/09/13 Associazione slovena rende omaggio alla Foiba di Basovizza

ASSOCIAZIONE SLOVENA RENDE OMAGGIO ALLA FOIBA DI BASOVIZZA -

 

Gesto storico a Basovizza. L’attiva e riconosciuta associazione culturale slovena “Anka Kolenc Family Theater” ha chiesto al Comitato 10 Febbraio di deporre, presso il monumento ai martiri delle foibe, per loro conto, una ghirlanda bordata dai colori della bandiera slovena . Un omaggio floreale come segno della storica relazione allacciata fra le due associazioni in occasione del bando “Memoria” della Comunità Europea.

 

Scopo delle iniziative finanziate dal bando era raccontare episodi di coraggio e solidarietà. Ad aprile, in Italia, è stato rappresentata l’impresa di alcuni partigiani sloveni che, insieme alla popolazione, hanno consentito a 106 militari alleati di scappare da un campo di concentramento presso Maribor durante la II guerra mondiale. Dopo la toccante esperienza, una delegazione del Comitato si è recata a Vace per partecipare all’atto finale del progetto, proponendo una rappresentazione teatrale riguardante un avvenimento storico, esempio di sacrificio, avvenuto in Italia: il toccante monologo su Salvo D’Acquisto – “Un eroe semplice” –, interpretato dall’attore Giuseppe Abramo, scritto e diretto da Emanuele Merlino, capodelegazione e responsabile per il Comitato 10 Febbraio delle attività teatrali e della progettazione.

 

“L’incontro ha evidenziato – sottolinea Michele Pigliucci, presidente del Comitato 10 Febbraio – come sia possibile, attraverso un costruttivo confronto culturale senza pregiudizi e ricco di curiosità, superare le divisioni causate dalla tragica storia del nostro confine orientale ed avviare così un dialogo costruttivo tra diverse realtà storicamente distanti mantenendo la propria storia e la propria identità”.

 

(fonte www.meridianamagazine.org 25 settembre 2013)

 

 

 

 

466 - La Voce del Popolo  03/10/13 Fiume e Alto Adriatico nuove ricerche storiche

Fiume e Alto Adriatico nuove ricerche storiche

 

Si terrà a Fiume il 19 ottobre prossimo il XIV convegno annuale di studio della Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia, che si svolgerà presso il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Fiume. L’incontro rientra nell’ambito delle Giornate della Cultura e della Lingua italiana organizzate dal Consolato Generale d’Italia in collaborazione con la Città e l’Ateneo, le locali istituzioni italiane, tra cui l’Unione Italiana e la casa editrice EDIT.


Il tema della giornata di studi è “Intorno a Fiume e l’area Alto adriatica. Nuove ricerche storiche”. È prevista la partecipazione di ricercatori ed esperti di letteratura, linguistica, archeologia, storia, arte, economia di varia provenienza. Aprirà i lavori, dopo gli indirizzi di saluto (ore 9.30) degli organizzatori (la Deputazione è retta dal 2007 da Grazia Tatò), l’archeologa e consulente museale Jasminka Čus Rukonić (Museo di Cherso, Museo di Lussino – Collezione di Ossero), che offrirà uno sguardo storico sulle ricerche archeologiche sulle isole di Cherso e di Lussino negli ultimi cento anni. Marina Vicelja Matijašić e Palma Karković Takalić, del Dipartimento per la Storia dell’arte della Facoltà di Filosofia di Fiume, illustreranno le nuove conoscenze acquisite sulle recenti ricerche archeologiche nel capoluogo quarnerino, mentre Silvano Cavazza, del Dipartimento di storia e storia dell’arte di Trieste, che si occupa di storia religiosa e intellettuale europea dei secoli XVI e XVII, affronterà la figura e l’operato di Marcantonio de Dominis vescovo di Segna, in relazione anche alla presenza degli Uscocchi.

La relazione dello storico dell’arte Nina Kudiš (Università di Fiume) si intitola “Dalla Dalmazia e Istria a Venezia: contributi per i pittori veneziani del Cinquecento, Seicento e Settecento”, e legato all’aspetto artistico è pure il contributo del suo collega fiumano Damir Tulić, incentrato sulla scultura veneziana del Seicento e del Settecento. Il croatista fiumano Irvin Lukežić analizzerà la tradizione poliglotta di Fiume, soffermandosi sui più rinomati poliglotti fiumani del XVIII e XIX secolo. Concluderà la prima parte dell’appuntamento l’intervento di Liliana Ferrari, del Dipartimento di Studi Umanistici di Trieste, su “Liturgia paleoslava: il revival del XIX secolo”.

Nella sezione pomeridiana lo storico Bojan Mitrovic (Università degli Studi di Trieste) parlerà di Haim Davičo, console generale del Regno di Serbia a Trieste (1897-1900) e della comunità serbo-ortodossa; Giulio Mellinato (Università degli Studi di Milano-Bicocca) rifletterà su Fiume, l’Alto Adriatico e la globalizzazione (1891-1938); Anna Millo (Scienze politiche, Università degli Studi di Bari), ripercorrerà le vicende del Regio Consolato d’Italia attivo a Fiume tra il 1907 e il 1913.

 

Seguirà una serie di apporti di professori del Dipartimento di Italianistica, rispettivamente del Dipartimento di Storia dell’Ateneo fiumano: Gianna Mazzieri Sanković e Maja Đurđulov si soffermeranno “Intorno agli scambi epistolari di Osvaldo Ramous”, Corinna Gerbaz Giuliano su “Antonio Widmar, mediatore culturale e traduttore” e Vanni D’Alessio su “Maestre e scolari italiani nella Fiume Jugoslava. Tra integrazione e assimilazione”. William Klinger (Centro di Ricerche storiche di Rovigno) affronterà invece la pagina del “corpus separatum” di Fiume (1773-1923).

A margine del convegno verrà presentato – a cura di Sanja Roić (ordinario di letteratura italiana, Università di Zagabria) – il libro di Corinna Gerbaz Giuliano e Gianna Mazzieri Sanković “Non parto, non resto... I percorsi narrativi di Osvaldo Ramous e Marisa Madieri”, edito quest’anno dalla Deputazione di Storia Patria per la Venezia Giulia. (ir)

 

 

 

 

467 - Il Piccolo 29/09/13 La Croazia allo stremo chiede aiuto all'Ue

La Croazia allo stremo chiede aiuto all’Ue

 

Rapporto deficit-Pil attorno al 5%. Non ci sono soldi per pagare gli interessi sui prestiti. Manovra durissima per i cittadini

 

di Mauro Manzin

 

TRIESTE Se il governo della Slovenia, nonostante l’evidenza, continua testardamente a dichiarare di potercela fare da solo a superare la crisi economico-finanziaria del Paese, chi getta la spugna e realisticamente ammette di dover chiedere il sostegno della Commissione europea o del Fondo monetario internazionale è l’esecutivo croato. Quest’anno il rapporto tra debito pubblico e Pil sfiorerà il 5%. Se poi si calcola che la Croazia ha già speso il 4% del suo Pil solo per pagare gli interessi del debito pubblico pregresso si capisce come il buco nero rischi di fagocitare l’intero sistema economico e produttivo del Paese. Il governo Milanovi„

(centrosinistra) sta cercando di correre ai ripari con la predisposizione di una serie di misure d’emergenza che colpiranno pesantemente i cittadini sotto forma di tasse e tagli soprattutto nei pubblici servizi. Il primo provvedimento sarà l’aumento del primo scaglione dell’Iva dal 10% al 13%.

Salirà così il prezzo del pane, del latte, dello zucchero, ma saranno aumentati anche i costi dei servizi turistici per i quali proprio il governo Milanovi„ a inizio stagione 2013 aveva optato per un abbassamento, per l’appunto al 10%, mossa che a posteriori si è dimostrata essere un grandissimo flop per le casse dello Stato. Ovviamente saranno aumentate le accise con il conseguente rincaro del prezzo della benzina e dei tabacchi.

Ma quello che più appare come una sorta di “grande mistero” è come agirà l’esecutivo per tagliare gli enormi costi della macchina pubblica. Secondo alcune stime entro il 2014 sarebbe indispensabile un taglio tra i dipendenti pubblici pari a 20mila unità. Le intenzioni sarebbero quelle di emanare una legge ad hoc per incentivare il prepensionamento con la politica delle buone uscite, di dare vita auna riforma salariale tenendo conto che già oggi sono vietate le promozioni nel settore pubblico e in quello dell’istruzione. Le cosiddette “pensioni privilegiate” subiranno un taglio del 10% ma non ci sarà alcun taglio per le pensioni inferiori alle 5mila kune (650 euro) mensili e a quelle degli invalidi di guerra senza altro reddito, dei loro figli e delle vedove. Sarà razionalizzato il sistema scolastico con la chiusura degli istituti con pochi alunni che saranno accorpati ad altre scuole, così come sarà varata un’armonizzazione del sistema ospedaliero nazionale. C’è poi il capitolo dedicato alle privatizzazioni. È stato calcolato che lo Stato venderà la propria quota di partecipazione e di controllo di 59 aziende. Entro l’anno sarà privatizzata la Banca della Posta e la Croatia Osiguranje e inoltre le autostrade saranno date in concessione.

Da queste tre operazioni l’esecutivo stima di introitare 3,5 miliardi di euro tutti destinati a coprire il buco pubblico. Ma ancora non basta. Da qui l’aiuto chiesto alla Commissione Ue o al Fondo monetario internazionale.

 

 

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

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