MAILING LIST HISTRIA

Rassegna Stampa settimanale

a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri

 

N. 890 – 14 Ottobre 2013

                                 
Sommario


468 - Il Piccolo 13/10/13 Aperto "Pinocchio" primo asilo italiano nella città di Zara (Andrea

Marsanich)

469 - Zadarski List 13/10/13 Kalmeta: “ L’apertura di questo asilo è un vantaggio per la città” - Kalmeta: "Otvorenje ovog vrtića je dobitak za grad"

 (Ante Rogic)

470 - Radio Capodistria 12/10/13  Ora in onda - Asilo di Zara: Non resta che rimboccarsi le maniche (Stefano Lusa)

471 - Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani Dalmati 13/10/13 Comunicato Stampa - A Zara, ricominciamo dai giovani

472 - Mailing List Histria Notizie 13/10/13 Dall’Australia una nota augurale per l'asilo di Zara

473 - Il Piccolo 07/10/13 Il consolato di Spalato chiude a novembre (Andrea Marsanich)

474 - Il Piccolo 12/10/13 Il vice ministro degli Esteri Marta Dassù: «Non abbandoniamo la minoranza italiana» (g.tom.)

475 - La Voce del Popolo  09/10/13 Abbazia - Alcide De Gasperi: L'italiano venuto dal futuro per unire l'Europa

476 - Coordinamento Adriatico - Luglio-Sett. 2013  n°3 - Bilinguismo revanscista? (Liliana Martissa)

477 – La Voce del Popolo 05/10/13 E & R - «Muli del Tommaseo»: il timone passa a Egone Ratzenberger (R.Palisca - R.Decleva)

478 - Il Piccolo 05/10/13 Niente Regione, l'Istria si ribella a Zagabria (p.r.)

479 - Il Piccolo 14/10/13 Partigiani titini ammettono i crimini (Andrea Marsanich)

480 - Il Piccolo 11/10/2013  Trieste territorio libero uno stato già morto (Raoul Pupo)

481 - Il Piccolo 07/10/13 Trieste - Inaugurata la biblioteca di Boris Pahor (Pierpaolo Pitich)

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

468 - Il Piccolo 13/10/13 Aperto "Pinocchio" primo asilo italiano nella città di Zara

Aperto “Pinocchio” primo asilo italiano nella città di Zara

 

Dopo 60 anni la realtà prescolare della Comunità dalmata All’inaugurazione presente il viceministro degli Esteri Dassù

 

di Andrea Marsanich

 

ZARA Finalmente, è il caso di dirlo. Dopo un decennale impegno, anzi dopo una battaglia, la città di Zara ha un’istituzione prescolare italiana, la prima in Dalmazia da più di 60 anni a questa parte. È l’asilo italiano “Pinocchio”, inaugurato ufficialmente ieri alla presenza, del viceministro degli Affari Esteri, Marta Dassù, del sottosgretario al ministero croato della Scienza, Istruzione e Sport, Sabina Glasovac, e del ministro plenipotenziario Francesco Saverio De Luigi, presidente del Comitato di coordinamento per la minoranza in Croazia e Slovenia. A conferma dell’importanza dell’evento la partecipazione dell’ambasciatore d’Italia a Zagabria e del console generale a Fiume, Emanuela D’Alessandro e Renato Cianfarani, dei massimi esponenti dell’Unione italiana e dell’Upt, del mondo degli esuli, della Regione Veneto, della Città e Regione di Zara. Ospiti importanti, che hanno voluto essere presenti alla cerimonia solenne, commovente in alcuni passaggi, nè poteva essere diversamente. Fortemente voluta dalla nostra Comunità nazionale, la scuola materna di Zara ospita 25 bambini che giocano, parlano e vengono istruiti in lingua italiana. Nel suo intervento, il viceministro degli Esteri, Marta Dassù, ha rilevato come “Pinocchio” sia uno strumento che tutela i diritti, la memoria e i simboli della storia di Zara, di una città che in passato ha conosciuto uno stravolgimento etnico, alla pari (o anche peggio) del destino riservato ad altre città dell’Adriatico orientale. “Pinocchio”, primo asilo privato fondato dalla nostra minoranza, è ora realtà dopo anni di sforzi, quasi sempre frustrati da problemi di natura politica. Lo ha sottolineato pure il presidente dell’Unione italiana, Furio Radin: «Non è stato facile realizzare questo progetto ma ora abbiamo una splendida struttura che avremmo voluto fosse pubblica, ma che per il momento è privata. Zara merita l’asilo infantile italiano, anzi merita molto di più per la sua storia che è stata italiana e in cui la lingua di Dante non può, non deve essere considerata straniera». Prima dell’ inaugurazione, l’alta rappresentanza ospite è stata ricevuta da Rina Villani, presidente della Comunità degli Italiani di Zara, che conta più di 200 iscritti.

 

 

 

469 - Zadarski List 13/10/13 Kalmeta: “ L’apertura di questo asilo è un vantaggio per la città” - Kalmeta: "Otvorenje ovog vrtića je dobitak za grad"

 

Kalmeta: “ L’apertura di questo asilo è un vantaggio per la città”.

 

L’asilo Italiano Pinocchio è frequentato da una ventina di bambini, cui badano due maestre d’asilo, Maja ed Ana. La maggioranza dei bambini non ha origini italiane, ma tutti hanno atteso con gioia l’apertura dell’asilo.

 

Giornata storica per gli Italiani di Zara è stata la cerimonia di ieri, nella casa d’un tempo del giocatore di pallacanestro, Stipe Sarlija. Dopo il 1953, allorché tutte le scuole italiana di Zara furono chiuse, ieri è stato ufficialmente aperto per la prima volta  l’asilo italiano “ Pinocchio”.

 

Alla cerimonia ufficiale hanno presenziato un gran numero di invitati, cosa raramente vista sinora,  trattandosi di adunanza , diremmo,  piuttosto ridotta.

 

Per gli Italiani, persone di nazionalità italiana, non s’è trattato, tuttavia, di giorno ordinario. Giorgio Varisco, rappresentante dei Dalmati Italiani nel Mondo, ha pertanto sottolineato come si trattasse di evento storico di grande significato, perché significa che “ questa, consentitemi, ‘nostra’ città, ha fatto un passo avanti sulla strada della democrazia e della libertà “.

 

Per secoli a Zara persone e famiglie di origine diversa hanno scelto se essere italiani o croati. La scelta della nazionalità è un diritto inalienabile della persona in tutte le costituzioni del mondo e nel diritto internazionale. Per questo non ho paura di parlare di una “nostra Zara”, come altri hanno diritto di chiamarla “Zadar naš” – ha detto Varisco.

 

L’asilo Italiano Pinocchio è frequentato da una ventina di bambini, cui badano due maestre d’asilo, Maja ed Ana. La direttrice, Snjezana Susa, ha ringraziato, all’inizio della cerimonia,  tutti coloro che si sono dati da fare per l’attivazione dell’asilo.

 

Il Sindaco di Zara, Bozidar Kalmeta, ha dichiarato che l’apertura di questo asilo rappresenta un vantaggio per la Città di Zara. Ha sottolineato che la Città tiene conto dei propri asili, finanziando la loro attività, e che similmente avverrà anche per quel che riguarda questo asilo.

 

Alla manifestazione di ieri hanno presenziato il Viceministro degli Esteri della Repubblica d’Italia, Marta Dassu; la Segretaria del Ministero delle Scienze, dell’Istruzione e dello Sport della Repubblica di Croazia, Sabina Glasovaz; le rappresentanze diplomatico-consolari della Repubblica di Croazia e della Repubblica di Slovenia; le autorità della Città e della Contea, nonché i rappresentanti dell’Associazione Dalmati Italiani nel Mondo.

 

Ante Rogic

 

 

 

470 - Radio Capodistria 12/10/13  Ora in onda - Asilo di Zara: Non resta che rimboccarsi le maniche

Non resta che rimboccarsi le maniche

 

E’ stata dura, ma alla fine la cocciutaggine degli zaratini e quella dei vertici di Unione italiana ha avuto ragione dei molti ostacoli frapposti sulla strada dell’asilo. Una struttura privata, bella, unica nel suo genere, che ora c’è. Dopo molte chiusure, delle precedenti amministrazioni, il sindaco di Zara, BoĹžidar Kalemeta, ha assicurato che anche il comune farà la sua parte e che nel 2014 ci saranno dei finanziamenti.

Il viceministro italiano degli esteri, Marta Dassù ha auspicato la creazione in città di una vera e propria rete scolastica, mentre il presidente di Unione Italiana, Furio Radin si è ripromesso di chiamare presto il sindaco, per discutere del futuro. I due si conoscono bene. Quando Kalemeta era ministro dell’infrastruttura, avevano, infatti, negoziato la spinosa questione del bilinguismo sulla ipsilon istriana.

Durante l’inaugurazione, s’è parlato molto di Europa e di spirito europeo. Non si può negare, però, che la storia ha pesato (e forse continua ancora a pesare) su Zara e non si può nascondere nemmeno che la città si è a lungo crogiolata (e forse si crogiola ancora) nel suo ardore patriottico croato.

La palla da oggi non è però più solo nelle mani dei politici, ma anche in quelle degli italiani di Zara. Ora devono gestire un asilo che ha il fine di insegnare l’italiano in un ambiente dove la lingua si parla poco e non sempre in maniera impeccabile. Il lavoro da fare è tanto. Da quello che si è potuto percepire, comunque, sembra che si siano già rimboccati le maniche.

 

Stefano Lusa

 

 

 

 

 

 

 

471 - Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani Fiumani Dalmati 13/10/13 Comunicato Stampa - A Zara, ricominciamo dai giovani

 

Comunicato stampa

 

A Zara, ricominciamo dai giovani

 

E ad un certo punto succede, un sogno lungo 22 anni diventa realtà. “Avevo preparato una relazione dettagliata sulle tappe, sofferte, che ci hanno portati al risultato finale” – ha detto la presidente della Comunità degli Italiani di Zara, Rina Villani, rivolgendosi al numero pubblico di autorità ed attivisti accorsi sabato mattina scorso alla cerimonia  d’inaugurazione dell’asilo italiano Pinocchio allestito all’interno di una moderna villa nel rione Spada, nella parte nuova della città.

Ma alla fine sono state le prospettive ad affermarsi sulla consapevolezza di avere alle spalle una lunga lotta. Quali? Sintetiche e concrete, ribadite dal Vice Ministro italiano agli esteri, Marta Dassù che auspica uno sviluppo della realtà scolastica in una verticale che un giorno apra la possibilità ai ragazzi di frequentare anche la scuola elementare e possibilmente anche il Liceo in lingua italiana. Le fa eco il Sindaco di Zara Bozidar Kalmeta sottolineando che il comune destina il 20 per cento del proprio bilancio al finanziamento degli asili frequentati da 2600 ragazzi in una rete, comunale e privata, che soddisfa tutte le esigenze. “Ogni bambino – ha affermato – che lo desideri, può contare su un posto all’asilo”. Le rette sono uniformate, per tutte le istituzioni prescolari. I costi aggiuntivi, laddove si rendono necessari, come nel caso dell’asilo italiano, vengono sostenuti dal comune. La speranza di crescita e la stabilità confermata rappresentano un volano di sicuro sviluppo di una realtà che schiude a tanti significati. Primo fra tutti, ribadito dai numerosi ospiti, l’eccezionalità di un momento “epocale e storico” che ha dell’incredibile. A quasi settant’anni dalla chiusura delle scuole italiane, rinasce come araba fenice, un’istituzione della minoranza, legata alla comunità, all’Unione Italiana, supportata dall’associazione Dalmati Italiani nel Mondo, con il plauso delle altre associazioni degli esuli che hanno voluto, con la loro presenza, significare la condivisione di un momento focale.

Ecco perché, alla Comunità degli Italiani hanno voluto partecipare in tanti: il viceministro degli Affari esteri italiano, Marta Dassù, il ministro plenipotenziario Francesco Saverio De Luigi, presidente del Comitato di Coordinamento per la minoranza italiana in Croazia e Slovenia, l'ambasciatore italiano a Zagabria, Emanuela D'Alessandro, il console generale d'Italia a Fiume, Renato Cianfarani, i rappresentanti dell'Unione Italiana, il presidente Furio Radin e il presidente della Giunta esecutiva, Maurizio Tremul, nonché la titolare dei Settori Cultura e Teatro, Arte e Spettacolo, Marianna Jelicich Buic il vicepresidente dell'Università Popolare di Trieste, Fabrizio Somma, il direttore generale Alessandro Rossit, Renzo Codarin (Federazione delle Associazioni degli esuli Istriani Fiumani e Dalmati), Giorgio Varisco, Guido Crechici, Elio Ricciardi (Associazione dei Dalmati italiani nel mondo), Antonio Ballarin (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) ed Emanuele Braico e Carmen Palazzolo Debianchi (Associazione delle Comunità Istriane), l'assessore della Regione Veneto, Roberto Ciambetti, referente per il bilancio e le finanze, per i rapporti con gli enti locali ma anche per la cooperazione transfrontaliera e transnazionale. Nelle parole della Dassù, la sensibilità del Governo italiano per le esigenze della comunità italiana alla quale intende rivolgere una continua attenzione affinché si affranchi uno spirito europeo di condivisione delle ricchezze delle diverse culture. Quasi a ribadire che è il momento di trasformare in speranza di sviluppo dinamiche che hanno significato nel passato divisioni e tragedie. L’Europa è un’opportunità da cogliere, per tutti.

Ne son ben convinti i rappresentanti politici, di Zagabria e Zara che, durante la cerimonia, all’asilo, - sono intervenuti il Sindaco di Zara, Kalmeta, il vicesindaco Valencic, la rappresentante del Ministero dell’istruzione Sabina Glasovac, rappresentanti della regione e delle istituzioni culturali – hanno sottolineato la ferma volontà di impegnarsi per una crescita nello spirito europeo di una pacificazione che sia foriera di successi.

Su tutto poi ha avuto il suo momento di sintesi la cultura: in Comunità con il saggio dell’Ottetto Pietà che ha dedicato al pubblico anche un brano del grande Verdi e con la lettura di un brano di una “maestra di scuola materna di Zara negli anni della guerra”. Caterina Fradelli Varisco nel suo scritto-testimonianza lasciato ai posteri, letto da una giovane della Comunità, ha commosso l’uditorio caricando di emotività un momento già denso di pensieri e riflessioni. La sensazione, concreta, di essere dentro la storia, senza riserve.

All’asilo sono stati i bambini a cantare un girotondo, a ballare, a recitare innestandosi in un  programma di musiche scelte, proposte dal quartetto di cui fa parte il Presidente della CI di Spalato Damiano D’Ambra.

Ed infine le considerazioni dei genitori e degli altri partecipanti: l’asilo è accogliente, moderno, dotato di tutte le caratteristiche che lo rendono un’eccellenza con l’intenzione di crescere e migliorare.

“E’ con grande soddisfazione – ha dichiarato il Presidente di FederEsuli, Renzo Codarin – che abbiamo partecipato a questa giornata intensa ed emozionante. Abbiamo toccato con mano una realtà che è diversa da quella istriana ma proprio per questo da seguire con attenzione, passo passo, per amore di una ricomposizione che avviene attraverso il contributo delle nuove generazioni sulle quali dobbiamo investire tutto il nostro impegno”.

Per Unione Italiana che ricorda i momenti della chiusura delle scuole italiane (a Zara come ad Abbazia ed Albona) nel 1953 con la Circolare Perusko, quello di Zara è un momento di riscatto ma anche la tappa di un percorso che segnerà a breve un altro successo – come hanno ricordato Tremul e Radin – con l’inaugurazione dell’asilo di Abbazia e anche la costruzione di un nuovo asilo a Fiume. Un ringraziamento è stato rivolto, da tutti, ai presidenti delle rispettive repubbliche – Giorgio Napolitano e Ivo Josipovic - che dopo gli incontri di Trieste e Pola hanno indicato un percorso senza precedenti, sognato da tanto.

 

 

 

 

472 - Mailing List Histria Notizie 13/10/13 Dall’Australia una nota augurale per l'asilo di Zara

Dall’Australia una nota augurale per l'asilo di Zara

CIAO STEFANO

 

PROVO UN PO' DAPPERTUTTO NELLA SPERANZA DI FAR PERVENIRE - PRIMA DI SERA -UNA NOTA AUGURALE A QUANTI OGGI ASSISTERANNO ALL'INAUGURAZIONE UFFICIALE DELL'ASILO INFANTILE "PINOCCHIO" DI ZARA (CITTA' NATALE DI MIA MOGLIE ETTA).

 

PUOI FARTI INTERPRETE,CON CHI CONTATTABILE, DI QUANTO DESIDEREREMMO FAR NOI DA QUI' DI SOTTO ?

 

GRAZIE

 

ENRICO ED ANTONIETTA RIMANI PIMPINI    

MELBOURNE

 

 

 

 

473 - Il Piccolo 07/10/13 Il consolato di Spalato chiude a novembre

Il consolato di Spalato chiude a novembre

 

L’ambasciatore a Zagabria D’Alessandro conferma: «Decisione definitiva». E invita la comunità italiana a un ruolo più attivo

 

di Andrea Marsanich

 

SPALATO È stato l’ambasciatore d’Italia a Zagabria, Emanuela D’Alessandro, a confermare ufficialmente che il prossimo mese il consolato italiano a Spalato chiuderà i battenti. Lo ha fatto sabato nella sede della Comunità degli italiani spalatina, in via Baiamonti, nel nucleo storico della città di Diocleziani e alla presenza di numerosi e preoccupati connazionali dalmati. Accompagnata dal console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, la D’Alessandro ha sgombrato il campo da equivoci e speranze, rilevando che dopo più di 100 anni di vita la sede consolare italiana a Spalato cesserà l’attività, seguendo così il destino di diversi altri consolati in Europa e nel mondo. «La decisione è definitiva – ha detto l’ambasciatore – il ministero degli Affari esteri ha optato per tagli finanziari, dettati dalla crisi che investe il Paese. Dobbiamo sacrificare la rappresentanza consolare spalatina perché ha una piccola mole di lavoro, attività che in futuro saranno sbrigare dal consolato generale italiano presente a Fiume. Inoltre voglio ricordare ai nostri connazionali dalmati che i documenti si possono inviare anche tramite posta o grazie ad Internet.

I cinque dipendenti di questo consolato si trasferiranno a Fiume e a Zagabria». Nel motivare i tagli voluti dalla Farnesina, la D’Alessandro ha spiegato che l’anno scorso più di mille diplomatici italiani sono andati in pensione e nel contempo non ne è stato assunto nemmeno uno. «Abbiamo in piano di nominare il console onorario italiano di Spalato – ha aggiunto l’ambasciatore – e nel contesto voglio rilevare che per la futura collaborazione culturale tra questa città e l’Italia mi attendo un ruolo più attivo della locale Comunità degli italiani». La decisione della Farnesina non è piaciuta proprio agli italiani che vivono a Spalato. Il quotidiano Slobodna Dalmacija ha voluto riportare l’affermazione di uno di essi, che ha voluto mantenere l’anonimato: «Cosa crede l’ambasciatore che io, con i miei

65 anni, so usare il computer, Internet e cose del genere? E poi sono avanti con gli anni per venire a Fiume in tutta tranquiliità. Voglio ricordare che i connazionali di Spalato sono persone soprattutto anziane, fortemente attaccate alla Comunità e al consolato. Purtroppo non ci hanno dato ascolto». Nel corso dell’estate, va ricordato, il sodalizio di via Baiamonti aveva promosso una raccolta di firme a favore del mantenimento della sede consolare e che aveva riscosso molto successo. Più di mille italiani dalmati, compresi gli esuli, avevano sottoscritto la petizione, appoggiati anche da appartenenti alla maggioranza croata. Ad apporre la firma era stato pure il sindaco Ivo Baldasar, socialdemocratico, amico della Comunità degli italiani ed egli stesso di origini italiane. Gli sforzi si sono purtroppo rivelati inutili.

 

 

 

 

 

474 - Il Piccolo 12/10/13 Il vice ministro degli Esteri Marta Dassù: «Non abbandoniamo la minoranza italiana»

«Non abbandoniamo la minoranza italiana»

 

«L'Italia non abbandonerà le comunità italiane dell'Adriatico orientale. Il nostro dovere è dare loro servizi, e questo non verrà certo meno con la chiusura del consolato di Spalato». Il vice ministro degli Esteri Marta Dassù, ieri a Trieste, ha rimarcato la scelta di riorganizzazione del sistema consolare che ha portato il ministero a concentrare le sue attività sul consolato di Fiume, chiudendo quello di Spalato. Il vice ministro Dassù si sposterà oggi nella città di Zara in Dalmazia per inaugurare l’asilo italiano «Pinocchio». Alla cerimonia parteciperanno anche le Associazioni degli Esuli, insieme a rappresentanti della Regione Veneto e della Città di Zara. Dassù ha anche ribadito la posizione del governo rispetto al Territorio libero di Trieste: «La nostra valutazione della storia è quella espressa in sede di interrogazione parlamentare e non riteniamo ci sia più una discussione possibile su questo tema». (g.tom.)

 

 

 

 

 

 

 

 

475 - La Voce del Popolo  09/10/13 Abbazia - Alcide De Gasperi: L'italiano venuto dal futuro per unire l'Europa

 

L’italiano venuto dal futuro per unire l’Europa

 

ABBAZIA Alcide De Gasperi fu il principale protagonista del primo decennio della Repubblica Italiana. Presidente del Consiglio dei ministri dal 1945 al 1953, incarnò, a partire dal 1947, la linea politica del centrismo, fondata sulla collaborazione tra democristiani e laici. I suoi governi guidarono la ricostruzione postbellica e ancorarono l’Italia al mondo occidentale e all’Europa. E se oggi l’Italia, nonostante la crisi che l’attanaglia, rimane uno dei Paesi più progrediti, industrializzati e benestanti al mondo il merito in gran parte è suo. Oltre ad essere stato uno dei Padri costituenti, De Gasperi è considerato pure uno dei Padri fondatori dell’Unione europea.

 

La scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di conoscere e intervistare a Villa Antonio, nella sede della Comunità degli Italiani di Abbazia, Maria Romana De Gasperi, figlia e collaboratrice di Alcide, intervenuta in veste di ospite d’onore al 51.esimo Congresso internazionale dell’Associazione dei giornalisti europei (EJ), per raccontare l’esperienza di giornalista di suo padre. Nel corso del nostro colloquio, dopo averci svelato di essere per la prima volta ad Abbazia e di ritenerla una località incantevole, la signora De Gasperi ci ha svelato alcuni aspetti molto interessanti e aneddoti inediti su suo padre.

 

Il tricolore a Trieste

 

Tra i collaboratori di suo padre c’erano personaggi originari di Fiume o dell’Istria?

 

“Da quanto mi ricordo qualcuno c’era. Non però nella cerchia dei collaboratori più stretti. Mi ricordo che ogni tanto nell’ufficio dove stavo io arrivava qualcuno che aveva lasciato qui i propri beni a causa della guerra. Venivano a chiedere aiuto o protezione”.

 

Talvolta quando si parla dell’Esodo giuliano-dalmata qualcuno punta il dito contro suo padre sostenendo che pur di mantenere in Italia l’Alto Adige abbia sacrificato Fiume e l’Istria. Le risulta che possa esserci un fondo di verità in queste teorie?

 

“Non è assolutamente vero. Ha fatto tutto il possibile per queste terre. D’altra parte gli altoatesini rinfacciano a mio padre di averli privati dell’indipendenza. Inoltre, sappiamo che l’Austria non poteva avere quei territori.

 

Mi torna in mente il discorso pronunciato da mio padre nella grande piazza (Piazza dell’Unità d’Italia, nda), quando Trieste non era ancora ritornata all’Italia. Sebbene fosse vietato, i bambini presenti nella piazza erano vestiti con la bandiera italiana e quando nel suo discorso mio padre fece riferimento all’Italia le tantissime persone presenti iniziarono a scandire Italia, Italia, Italia. Persino le navi nel porto iniziarono a suonare le sirene. Qualcuno porse a mio padre il tricolore e sebbene non avrebbe potuto farlo lo sventolò scatenando l’urlo entusiasta dei triestini”.

 

Fede e cultura

 

Cosa rappresentava l’Italia per suo padre?

 

“Quando era studente a Vienna scrisse ad amici in Italia che ogni qualvolta superava il confine si sentiva venire incontro il Sole. Dobbiamo tenere presente che all’epoca i trentini, pur essendo di mentalità italiana, erano ottimi sudditi dell’Impero Austroungarico. Il Sole in questo caso è un sinonimo di cultura. Mio padre aveva una cultura molto vasta, conosceva benissimo il tedesco, ma amava soprattutto la letteratura italiana. Conosceva Dante quasi a memoria. Quando eravamo piccole (De Gasperi aveva quattro figlie, nda), la sera ci leggeva e poi spiegava i brani del Paradiso e dell’Inferno”.

 

Il fatto che fosse molto religioso non è certamente un segreto per nessuno. Sa dirci che ruolo abbia avuto la fede nella sua attività di uomo politico?

 

“Tutte le mattine appena svegliato leggeva sempre qualche frase de l’Imitazione di Cristo (il testo religioso più diffuso di tutta la letteratura cristiana occidentale dopo la Bibbia. L’oggetto dell’opera medioevale è la via da percorrere per raggiungere la perfezione ascetica, seguendo le orme di Gesù, nda). Tutta la sua vita era impostata sul suo credo. Naturalmente essendo stato per molti anni presidente del Consiglio dei ministri, e trovandosi a dover interagire anche con collaboratori laici ha sempre fatto attenzione a non far prevalere questa sua caratteristica per poter interagire in modo imparziale con i propri interlocutori, che magari avevano una visione diversa dalla sua in merito a questi temi”.

 

 

Una mostra che parla ai giovani

 

La Croazia è entrata da poco a far parte dell’UE. Suo padre è stato uno dei fondatori del progetto europeo. Le piacerebbe portare in Croazia la mostra a lui dedicata e allestita dalla Fondazione Alcide De Gasperi nella quale ricopre il ruolo di presidente onorario?

 

“Molto volentieri. Bisogna però tener conto che si tratta di una mostra molto grande, che comporta degli oneri organizzativi non indifferenti. Eventualmente è possibile allestire un’edizione ridotta della mostra. La mostra (Alcide De Gasperi - Un europeo venuto dal futuro, nda) ha girato moltissime città italiane ed è stata allestita anche a Strasburgo. Lo scopo della mostra, strutturata in modo tale da poter risultare interessante anche a chi non è italiano, consiste innanzitutto nel far conoscere l’opera di mio padre alle giovani generazioni. La sua forse non è stata una vita molto lunga, ma indubbiamente è stata molto ricca e variegata. Ricordiamoci ad esempio che è stato deputato in due Parlamenti, quello viennese e quello italiano”.

 

A proposito dell’esperienza di suo padre nel Parlamento viennese, le risulta forse che in quel periodo abbia collaborato con i rappresentanti del popolo croato?

 

“Non posso escluderlo. Purtroppo non ho elementi per poter citare dei nomi concreti”.

 

L’idea europea

 

Alcide De Gasperi è uno dei fondatori dell’UE. Com’è nata l’idea di creare la Comunità europea del carbone e dell’acciaio?

 

“Mio padre, Robert Schumann e Konrad Adenauer parlavano tutti il tedesco e questo li ha aiutati a comprendersi l’uno con l’altro. L’idea di un’Europa unita è nata dal terrore suscitato da una guerra spaventosa, che aveva coinvolto tutti i Paesi europei. Avevano capito che il modo migliore per evitare nuovi conflitti era quello di condividere le risorse, iniziarono con il carbone e l’acciaio.

Devo dire, però, che la loro idea di Europa era diversa rispetto a quella odierna. Loro speravano in un’Europa politica. Quando trattavano l’argomento sembravano tre giovanotti. Erano pieni di entusiasmo ed energia. E sarebbero certamente riusciti nel loro intento se non fosse stato per la bocciatura della Comunità europea di difesa da parte francese. Se l’iniziativa fosse passata, oggi l’Europa probabilmente assomiglierebbe all’America, con tanti Paesi sia piccoli che grandi uniti sotto un’unica volontà di lavoro e difesa, e con un unico futuro. Oggi restano poche le persone che continuano a credere veramente negli Stati Uniti d’Europa”.

 

L’attualità politica

 

Prima di concludere il nostro colloquio ci conceda un’ultima domanda. Come crede che si sentirebbe suo padre considerata la situazione politica in Italia?

 

“In questo caso posso solo sperare che da lassù non si possa vedere cosa sta accadendo quaggiù. A parte questo, penso che non si possa essere sempre negativi. Credo che i giudizi negativi alla fine non portino alla voglia di fare qualcosa di positivo, anzi. Credo che soprattutto ai giovani sia necessario dare il buon esempio. Guardi che in tante nostre famiglie c’è della gente molto perbene che forse vorrebbe anche dedicarsi alla politica, ma purtroppo non riesce a trovare la strada. La storia ha i suoi cicli che avvengono a prescindere dalla nostra volontà. Non resta che auspicarci che la crisi ci faccia diventare più forti aiutandoci a pensare, meditare, a farci capire dove abbiamo sbagliato e cosa dobbiamo cambiare”.

 

 

 

 

476 - Coordinamento Adriatico - Luglio-Sett. 2013  n°3 - Bilinguismo revanscista?

Bilinguismo revanscista?

 

Ancora una volta ci sentiamo di dover fare alcune considerazioni sull’uso dei toponimi italiani per le località dell’Adriatico orientale, poiché recentemente la questione è tornata a galla su “ Il Corriere della sera” del

4 settembre scorso.

 

In risposta a una lettera di Giuseppe de Vergot- tini che auspicava una maggiore attenzione al loro impiego da parte dei nostri quotidiani, delle guide turistiche e dell’editoria più in generale per tutelare la realtà storica di Istria, Fiume e Zara, Sergio Romano esprimeva il dubbio se ciò fosse pratico e utile, fra l’altro ravvisando nella “nostalgia istriana e dalmata” una “componente revanscista e, in qualche caso, un vecchio pregiudizio antislavo”

 

È il caso, a questo punto, di analizzare come, in generale, ci comportiamo nella scelta toponomastica per località che hanno più denominazioni, sia in seguito a mutamento di sovranità, sia per altre ragioni.

A) Riguardo al primo gruppo, osserviamo che per città di una certa importanza ( che hanno subito un cambiamento del nome in seguito a un mutamento di confini nazionali) usiamo abitualmente il nome storico.

Parliamo di Danzica (Danzig), anche se il suo nome attuale è Gdansk e di Konigsberg per ricordare la città natale di Kant, anche se oggi si chiama Kaliningrad. E nessun italiano chiamerebbe Lviv la celebre Leopoli, per la cui conquista si combattè tanto accanitamente durante la Grande Guerra.

Non dimentichiamo poi che, caso ancora più eclatante, denominiamo ancora Nice Nizza e la Savoie Savoia, anche se le suddette località sono state cedute alla Francia nel lontano 1860. Ciò avviene senza che a nessun commentatore venga in mente di considerarlo frutto di una “nostalgia revanscista” o di un “vecchio pregiudizio”, in questo caso, antifrancese.

Anche nelle carte geografiche o stradali, spesso riportiamo la doppia denominazione per facilitare il riconoscimento del toponimo originario, non più attuale ma meglio conosciuto per ragioni storico-culturali. Oltre alle citate Konigsberg e Danzig, leggiamo Stettin o Stettino (accanto a Szczecin) e Breslau o Breslavia (accanto a Wroclaw).

B) Per le città che non hanno subito variazione di confini, ma che per la loro notorietà hanno acquisito una denominazione diversa all’estero, è prassi comune che ciascun popolo usi il toponimo nella propria lingua, qualora esso esista. Ecco allora Venedig, Florence, Rome, anziché Venezia, Firenze e Roma. Noi d’altra diciamo tranquillamente L’Aia, Parigi, Zagabria, Colonia, mentre sarebbe più corretto dire ‘s-Gra- venhage, Paris, Zagreb, Koln.

 

Premesso questo, appare piuttosto incoerente e illogico che, unicamente (si badi bene) per le località di Istria e Dalmazia, sia considerato disdicevole usare il toponimo italiano, l’unico, fra l’altro, riportato per secoli da tutta la cartografia europea, non solo durante il periodo veneziano ( cioè fino al 1797) ma anche successivamente sotto il dominio francese e austriaco. Perché? Forse perché ricordare la realtà storica può dare fastidio, tanto da essere considerato

 

addirittura un sintomo di revanchismo?

 

È probabile che si tratti di un riflesso pavlovia-no determinato da ragioni

politico- ideologiche. Dal momento che Istria, Fiume e Zara furono cedute dall’Italia (liberata dal fascismo) alla Jugoslavia di Tito (comunista), scatta l’ identificazione italiano-fascista-revanscista. E anche se è caduto da qualche tempo il tabù sulle vicende del confine orientale in seguito al collasso del comunismo, permane ancora, in nome dell’antifascismo, il tabù della toponomastica italiana riguardante le terre dell’Adriatico orientale.

 

A ciò si assomma, a mio parere, anche un altro sentimento, il timore reverenziale di urtare la sensibilità degli slavi del sud, ricordando loro il passato delle terre giuliano-dalmate. In altre parole, mentre dire Nizza è concesso, dire Pa-renzo, Pola o Zara presupporrebbe, come suggerisce Sergio Romano, un “pregiudizio antislavo” da evitare.

 

È allora forse il caso di ricordare che l’uso del bilinguismo (anche

toponomastico) in Istria è addirittura tutelato da leggi e Trattati internazionali. Per le zone appartenenti al mai costituito Territorio Libero di Trieste ( cioè i distretti di Capodistria, Isola, Pirano, Buie) lo impongono il Memorandum di Londra e il Trattato il Osimo, mentre per la restante parte dell’Istria (attualmente croata), l’estensione dei medesimi diritti al territorio di insediamento storico della comunità nazionale italiana è previsto dall’art. 3 del Trattato di Zagabria del 1996.

 

È anche il caso di fare presente che la tutela del retaggio linguistico riguarda i diritti delle mi- noranze sanciti dalla Convenzione europea dei diritto dell’uomo del Consiglio d’Europa e che in Istria riguarda perciò la Comunità degli italiani “rimasti” che proprio della salvaguardia di lingua, tradizioni e cultura italiane hanno fatto la loro ragione di essere, lottando per oltre sessantanni.

 

Per quanto concerne poi la popolazione slava, si può osservare che dopo il fallimento della costruzione di una identità jugoslava fortemente voluta da Tito, anche nella componente maggioritaria dell’Istria oggi comincia a farsi strada l’aspirazione a una identità regionale, che non può prescindere dal passato bimillenario e dalla toponomastica autoctona del territorio. Così, a poco a poco, antichi nomi di città e di strade tornano a galla e vengono ripristinati insieme a vecchie tradizioni e a festività dimenticate, proprio per riaffermare una appartenenza non tanto croata o italiana, quanto semplicemente istriana.

 

Sicché si assiste al paradosso di una proliferazione di nomi italiani in Istria, quando nel contempo in Italia il loro uso è sconsigliato e dai più ignorato. E può capitare d leggere la cronaca di uno stesso avvenimento, riportato sulla stampa dei due paesi, con toponomastica curiosamente diversa. Riguardo al gemellaggio fra Castel S. Pietro Terme (Bologna) e alcune località del Quarnero, per fare un esempio, da anni Leggiamo su “Il Resto del Carlino” che gli emiliani si sono recati a “Opatija”, mentre su “La Voce del popolo” (edito a Fiume, Croazia) apprendiamo che sono stati ad “Abbazia”. Mah.!

 

Liliana Martissa

 

 

 

 

477 – La Voce del Popolo 05/10/13 E & R - «Muli del Tommaseo»: il timone passa a Egone Ratzenberger

 

A cura di Roberto Palisca

 

Rinnovato a Garda, il Consiglio direttivo dell’Associazione degli ex allievi dell’istituto brindisino

 

«Muli del Tommaseo»: il timone passa a Egone Ratzenberger

 

Con l’Assemblea ordinaria, tenutasi sabato 28 settembre, sotto la presidenza del “genovese” Com.te Aurelio Cosatto, si è concluso l’incontro, durato  quest’anno quattro giorni, della “Libera Unione Muli del Tommaseo”, fondata a Lazise 28 anni fa, quando il desiderio di poter rivivere l’atmosfera armoniosa del tempo passato al Collegio “Niccolò Tommaseo” di Brindisi portò gli ex allievi dell’istituto alla creazione dell’Associazione.

 

Quest’anno la scelta della sede dell’Assemblea è caduta sulla ridente cittadina lacustre di Garda, che ha interrotto il ventennale appuntamento che si svolgeva a Colle Isarco presso il “Soggiorno Montano”.  La sofferta decisione è stata presa in considerazione che la località trentina ai confini con l’Austria risulta ormai sempre più distante ogni anno che passa.

 

Il nuovo Direttivo, per il biennio 2013-2015, è così composto: il fiumano Egone Ratzenberger è stato nominato Segretario Generale; Bruno Brenco, di Pola, sarà Tesoriere; Ennio Milanese, di Zara, avrà l’incarico di Zanzariere mentre  Ennio Di Stefano (Neresine) e Fiorenzo Faraguna (Albona) saranno consiglieri.

 

Il fiumano Egone Ratzenberger, che in questo incarico subentra  al Primario ortopedico Renato Campacci, è stato Console  generale d’Italia a Zurigo  e Ambasciatore d’Italia in Colombia, Uruguay e Slovacchia. L’altra new entry è  Fiorenzo Faraguna, ingegnere meccanico.

 

Un po’ di storia del «Tommaseo»

 

Fu nel 1946 che, accogliendo le insistenti pressioni del Comitato Giuliano di Roma, il governo italiano prese la  splendida decisione di riservare agli studenti profughi giulianodalmati la struttura brindisina, appena lasciata libera dagli  accademisti livornesi che vi furono trasferiti nel 1943 per evitare i bombardamenti alleati , in modo da poter concludere i loro studi con l’acquisizione di un diploma o maturità.

 

Protagonisti di quel nobile e fraterno interessamento furono Padre Flaminio Rocchi, francescano, esule da Neresine  (Lussino), allora dirigente del Comitato, Pietro Troili, già professore di Lettere al Liceo Scientifico di Fiume, che poi divenne anche il primo rettore del Collegio, e Giuseppe Doldo, esule fiumano a Brindisi, che collaborava per i contatti con le autorità locali.

 

Circa 500 studenti profughi conclusero gli studi nei sei anni di vita del “Tommaseo”, bene accolti dalla generosa popolazione brindisina e ricambiarono la città con nuovi stimoli nella cultura e nello sport.    Brindisi si arricchì di nuove scuole fino ad allora carenti, tra  cui l’Istituto Nautico “Carnaro”,  e incrementò l’attività sportiva, dato che oltre al calcio e all’atletica, i collegiali praticavano pure il rugby, il canottaggio e la pallavolo.

 

Le rette che il ministero dell’Assistenza postbellica erogava al Collegio erano 250; insufficienti per la gestione di una forza effettiva di giovani che era di 320, perché il  Benemerito Rettore Troili accoglieva anche coloro che si presentavano direttamente a Brindisi senza il preventivo foglio di accettazione ministeriale.

 

«Li Giuliani» che passano cantando

 

La famiglia lontana, la terra perduta, la fame, l’impegno a fare tutti, grandi e piccoli, il proprio dovere di studenti, erano stati gli ingredienti che  hanno unito i “muli” come fossero fratelli.  E i piccoli copiavano dai grandi il comportamento, mentre l’educazione dei padri era da guida per tutti.    Nei tempi liberi della ricreazione le canzoni giuliane ricordavano le radici e quando gli allievi ottenevano  la libera uscita a Brindisi - in divisa e in fila per sei - i brindisini li guardavano con ammirazione ed affetto.   In testa  i “muli” più grandi, per finire con i più piccoli, che dovevano sforzarsi nel tenere il passo dei loro compagni più anziani, con il petto bene in fuori.    Alla periferia di Brindisi, la  gente era seduta fuori della porta di casa e i si chiamavano l’un l’altro per godersi lo spettacolo de “li Giuliani” che passavano cantando.

 

Fu nel 1986, cioè 40 anni dopo gli studi a Brindisi, che i “muli” si incontrarono a Lazise e da allora ripetono quell’incontro  tradizionalmente, ormai da 28 anni.  Hanno un notiziario trimestrale,  battezzato “Zanzara” e la loro storia è riportata da varie pubblicazioni: “Come  eravamo” di Mario Pillepich  e Umberto Smoquina, e – scritti da Ennio Milanese – “La Nave Tommaseo”, “Il Collegio Tommaseo”, “La Nave  d’argento”, “Alzando le vele”. Il  loro canto ufficiale è “Oh Bella  Dalmazia”. L’oggetto sociale: il  Raduno e la solidarietà verso i  propri associati,

 

Rudi Decleva

 

 

 

 

 

478 - Il Piccolo 05/10/13 Niente Regione, l'Istria si ribella a Zagabria

Niente Regione, l’Istria si ribella a Zagabria

 

Il nuovo assetto prevede una riduzione a sole 5 amministrazioni rispetto le 20 attuali. Partono le accuse di centralizzazione

 

POLA. Ritornano i toni di fuoco tra l’Istria e il potere centrale in seguito alla proposta di Zagabria di snellire l’assetto territoriale–amministrativo del paese introducendo cinque regioni al posto delle attuali 20.

Non è una novità assoluta, se n’è parlato anche in passato, poi la questione finiva nel cassetto visto le aspre reazioni dalla base, non solo dall’Istria. Quest’ultima in base alla proposta verrebbe accorpata alla nuova Regione Alto Adriatica assieme all’attuale Regione Litoraneo Montana e alla Lika. Ebbene la Dieta democratica istriana ha mostrato i denti a Zagabria dicendo “No passaran”, per tutta una serie di argomentazioni storiche, culturali e linguistiche.

Alla conferenza stampa convocata dai massimi esponenti dello schieramento regionalista escluso il leader Ivan Jakovcic ,il deputato Valter Boljuncic ha affermato trattarsi di un perfido tentativo di eliminare l'Istria come regione.

Alcuni visibili passi ha spiegato, Zagabria li ha già compiuti sopprimendo il Tribunale commerciale di Pisino le cui competenze sono passate a quello di Fiume, trasferendo sempre a Fiume le direzioni delle dogane e delle imposte e soffocando il traffico ferroviario in Istria diventato un binario quasi morto. Per il vice presidente della Dieta democratica istriana Giovanni Sponza, stiamo assistendo a un’altra storia senza capo nè coda in salsa croata. Per gli Istriani ha detto, la nuova geografia territoriale significherebbe un tonfo della qualità della vita.

Ogni riforma radicale cosi ancora Sponza,deve partire dai cittadini e non venir imposta.

Secondo l’altro vice presidente del partito Boris Miletic il potere vorrebbe accentuare ulteriormente la centralizzazione di cui la Croazia è campione mondiale. I paesi e le società più evolute, ha aggiunto, tendono al massimo decentramento decisionale e delle risorse finanziarie. Noi in Istria ha detto ancora, abbiamo dimostrato di saper offrire in tempi rapidi ai cittadini, tutti i servizi di cui hanno bisogno. Figurarsi cosa succederà ha concluso, se dovranno attendere dei permessi o altri documenti da Fiume e Zagabria.

Anche su questo tema la Dieta democratica istriana è su posizioni opposte al Partito socialdemocratico che è il partner nella coalizione di centrosinistra al potere. Inutile dire che il declassamento dell’Istria comporterebbe dolorose conseguenza e implicazioni per la Comunità nazionale italiana. Innanzitutto non vivrebbe più in una regione bilingue come è ora l’Istria, e nella tutela dei suoi diritti non potrebbe più contare sull’appoggio delle strutture regionali. (p.r.)

 

 

 

 

 

479 - Il Piccolo 14/10/13 Partigiani titini ammettono i crimini

Partigiani titini ammettono i crimini

 

I reduci della Brigata dalmata ricordano le 32 vittime vicino a Spalato uccise nel ’45

 

di Andrea Marsanich

 

SPALATO Prima storica ammissione degli ex partigiani di Tito sui crimini commessi durante e dopo la Seconda guerra mondiale. A quasi 70 anni da quelle tragedie, rimaste impunite, gli antifascisti della Regione spalatino-dalmata hanno voluto fare luce su vicissitudini che ancor oggi spaccano in due l’opinione pubblica. Nei giorni scorsi a Kozica e Vrgorac, due piccole località dell’entroterra spalatino, è stato ricordato l’anniversario di fondazione della X Brigata dalmata, che ha avuto tra le sue fila in 600 giorni di lotta circa 3500 combattenti, di cui 533 morirono, 69 ricevettero la più alta onoreficenza partigiana e 3 diventarono eroi popolari.

 

La brigata partecipò anche alle operazioni militari a Fiume e Trieste, proprio sul finire del conflitto. A Kozica il presidente delle associazioni dei combattenti antifascisti e degli antifascisti della Contea spalatina, Kresimir Srsen, ha detto: «Nel corso delle azioni che portarono alla liberazione di Vrgorac – le sue parole – i partigiani liquidarono 32 innocenti. Per tali crimini chiediamo perdono ai familiari delle vittime, osservando anche un minuto di raccoglimento per onorare queste persone barbaramente uccise».

 

È seguito il discorso del sindaco accadizetiano di Vrgorac, Boris Matkovic: «Sono molto soddisfatto per l’ammissione di Srsen, che reputo assai coraggiosa. È bello ricordare quanto avvenne nella Lotta popolare di Liberazione, alla quale parteciparono i nostri padri e nonni, con la Guerra patria (il conflitto croato-serbo di vent’anni fa, ndr) seguita a questi gloriosi avvenimenti».

 

Il suo intervento è stato però criticato con toni assai duri dalla sezione di Vrgorac dell’Accadizeta, che ha parlato di opinione personale e non del partito. «Questa formazione partigiana – è stato rilevato – è responsabile dell’uccisione di migliaia di prigionieri militari croati e di decine di frati francescani dell’Erzegovina». Critiche sono piovute da tutti gli schieramenti di destra, che hanno stigmatizzato le parole del primo cittadino. Non è mancato un intervento di fra Miljenko Stojic, a capo dell’Apostolato francescano di Siroki Brijeg (Erzegovina), che si occupa dei crimini partigiani contro gli appartenenti all’ordine: «Altro che glorificazioni. Questa brigata va condannata e spedita nel dimenticatoio della storia. Si sono scordati volutamente di dire che nel dopoguerra prelevarono anche un centinaio di civili a Novo Groblje, Ljubuski e Siroki Brijeg, per fucilarli sul monte Biokovo». Mai dagli ex partigiani istriani di Tito è giunta un’ammissione pubblica sui crimini che furono perpetrati ai danni degli italiani nel corso e dopo il conflitto.

 

 

 

 

 

480 - Il Piccolo 11/10/2013  Trieste territorio libero uno stato già morto

STORIA

 

Trieste territorio libero uno Stato nato già morto

 

Nell’autunno ’47 inglesi e americani cominciarono a dubitare della “creatura” le fratture politiche e l’insussistenza economica la rendevano impraticabile

 

Raoul Pupo, esperto dell’esodo e delle vicende del confine orientale

 

 Raoul Pupo è professore di Storia Contemporanea all'Università di Trieste, e uno dei massimi conoscitori del fenomeno delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata. Alla fine degli anni ’80, a distanza di oltre quarant'anni dalla tragedia giuliano dalmata, fu uno dei promotori della revisione storica della storiografia relativa ai massacri delle foibe, descrivendo nei suoi libri il dramma perpetrato nei confronti di migliaia di cittadini italiani durante e successivamente alla seconda guerra mondiale in Venezia Giulia e Dalmazia. Ha dedicato diverse pubblicazioni all'esodo istriano ed ha ricostruito le vicende storico-politiche che hanno riguardato la nascita e l'estinzione del Territorio Libero di Trieste, curando in particolare i trasferimenti forzati delle popolazioni coinvolte. Si è occupato della rifondazione della politica estera italiana curando i rapporti e le vicende storico-politiche tra l'Italia e gli stati che, nel tempo, si sono avvicendati sul confine orientale italiano. È membro sin dal 1996 delle commissioni miste storico-culturali italo-croata e italo-slovena (quest'ultima ha terminato i lavori nel 2000) e del comitato scientifico dell'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia.

 

di RAOUL PUPO

 

L’idea di costituire il Tlt maturò fra il maggio e l’aprile del 1946 di fronte all’impasse registrato in sede di Consiglio dei ministri degli esteri del Quattro grandi potenze sul problema della definizione del confine italo-jugoslavo. La base fu costituita da una serie di studi condotti parallelamente dal Foreign Office britannico e dal Dipartimento di stato americano. Scopo principale della proposta era quello di evitare che Trieste cadesse in mano jugoslava cioè comunista, il che sarebbe accaduto nel caso sia dell’annessione alla Jugoslavia, che del suo mantenimento in uno stato italiano troppo debole ed isolato per difenderla dalle mire jugoslave. La preoccupazione anglo-americana per la sorte di Trieste non era dovuta a particolari simpatie per la causa italiana, quanto piuttosto a considerazioni strategiche: senza poter contare sulla base di Trieste appariva assai arduo poter sostenere l’occupazione alleata dell’Austria.

 

Si trattava delle stesse motivazioni che alla fine di aprile del 1945 avevano spinto gli anglo-americani alla "corsa per Trieste" e che nel maggio/giugno dello stesso anno avevano guidato i governi di Londra e di Washington nel confitto diplomatico con Belgrado, concluso con l’accordo del 9 giugno, che ha impose il ritiro delle truppe jugoslave dal capoluogo alleato e consentì la costituzione di un Governo militare alleato ad ovest della "linea Morgan". La soluzione del Tlt garantito dalle Nazioni Unite sembrava dunque mettere provvisoriamente Trieste al riparo da un colpo di mano jugoslavo. Nello stesso tempo, la previsione di un esecutivo forte, in cui il governatore disponesse di ampi poteri e prevalesse nettamente sugli organismi elettivi, pareva sufficiente ad evitare il rischio di sovversione interna da parte comunista. La proposta. Formalmente presentata dal ministro degli esteri francese Bidault, venne discussa ed accolta nella seduta del 3 luglio 1946.

 

Successive trattative internazionali e negoziati diretti fra Italia e Jugoslavia non produssero soluzioni alternative e pertanto la previsione del Territorio Libero venne inserita nel Trattato di pace. Peraltro, il Trattato medesimo non portava alla costituzione ipso facto del Tlt, perché l’atto formale che gli avrebbe dato vita - cioè la nomina del governatore incaricato di mettere in atto lo Statuto previsto dal Trattato - veniva demandato al Consiglio di sicurezza dell’Onu. In attesa di tale atto fondante il territorio rimaneva diviso in due zone, A e B, sottoposte ad amministrazione militare provvisoria rispettivamente anglo-americana e jugoslava. Il governatore. La questione della nomina del governatore si trascinò a lungo, attraverso una lunga serie di veti incrociati fra potenze occidentali ed Unione Sovietica. Peraltro, nell’autunno ’47 le diplomazie britannica ed americana cominciarono a sospettare che il Tlt non sarebbe in ogni caso stato una creatura vitale.

 

Le ragioni erano almeno due: la prima, le gravi contrapposizioni politiche e nazionali esistenti all’interno della società giuliana, che rendevano impossibile o perlomeno del tutto marginale la costruzione di una nuova identità locale capace di sostenere il nuovo stato; la seconda, l’impossibilità del Tlt di reggersi autonomamente dal punto di vista economico, il che lo avrebbe posto alla completa mercè degli stati confinanti (Italia e Jugoslavia) in competizione fra loro, oppure lo avrebbe condannato al collasso economico, che avrebbe favorito la presa del potere comunista. Pertanto, costruire effettivamente il Tlt non avrebbe stabilizzato la regione e, soprattutto, non avrebbe rimosso il rischio che Trieste cadesse in mano comunista jugoslava. Rimanevano quindi due alternative: procedere immediatamente alla spartizione del mai nato Tlt restituendo la zona A all’Italia, oppure prendere tempo in modo da mantenere il Governo militare alleato a Trieste.

 

Venne preferita la seconda ipotesi, perché la garanzia offerta dalla presenza militare anglo-americana era considerata superiore a quella offerta dallo stato italiano. Di conseguenza, i rappresentanti occidentali al Consiglio di sicurezza si comportarono in modo da rendere impossibile la nomina del governatore, bloccando così l’effettiva nascita del Territorio Libero. Tale posizione fu mantenuta per alcun anni, cioè fino a quando la Jugoslavia rimase inserita nel blocco sovietico. I governi occidentali si spinsero fino a riconoscere pubblicamente il diritto dell’Italia a recuperare l’intero Tlt con la dichiarazione tripartita del 20 marzo 1946, mentre nella zona A il Gma si impegnò a sostenere la componente filo italiana e svolse una politica tesa a rendere quanto più semplice possibile la restituzione della zona all’Italia. Nell’estate del 1948 scoppiò la crisi fra Tito e Stalin, che spinse la Jugoslavia ad avvicinarsi all’occidente. Americani ed inglesi ne trassero le debite conseguenze ed a partire dall’estate del 1949 la loro politica mutò: il nuovo obiettivo divenne quello della spartizione il più ravvicinata possibile del mai nato Tlt fra Italia e Jugoslavia. A tal fine, i governi di Londra e Washington cominciarono a premere su quelli di Roma e Belgrado affinché pervenissero ad una soluzione concordata, ma senza esito.

 

Nel frattempo, nella zona B il regime comunista consolidava la sua presa, mentre nella zona A si registrava un’evoluzione politica significativa. Fino a quando il destino di Trieste era incerto, prima dell’entrata in vigore del Trattato di pace, le forze politiche si dividevano fra quelle favorevoli all’annessione alla Jugoslavia (i comunisti) e all’Italia (le altre). Quando apparve la possibilità che venne costituito il Tlt i partiti filo-italiani continuarono a chiedere il ritorno dell’Italia, mentre i comunisti si schierarono per il Tlt e mantennero tale orientamento, seppur per diverse ragioni, anche dopo che il partito comunista della Venezia Giulia si spaccò tra cominformisti guidati da Vittorio Vidali e titini. La previsione della costituzione del Tlt indusse anche la formazione a Trieste di alcuni movimenti indipendentisti, che trovarono il loro bacino elettorale principalmente in elementi della piccola e media borghesia e sottoproletari. Due furono le ragioni principali della loro fortuna. La prima, i benefici diretti connessi alla presenza della guarnigione alleata, dotata di molte esigenze e buona capacità di spesa, ed all’attività del Gma, che creò un nuovo apparato amministrativo in grado di occupare un discreto numero di persone.

 

La seconda, la politica economica del Gma. L’unico obiettivo del governo militare alleato era quello di mantenere il controllo dell’ordine pubblico. Per far ciò, appariva indispensabile elevare il tenore di vita dei triestini, in modo da evitare il diffondersi della protesta sociale. Di conseguenza, gli ingenti fondi messi a disposizione dal piano Marshall furono utilizzati per una ricostruzione rapida dell’apparato produttivo così com’era prima della guerra, senza porsi il problema delle prospettive economiche della città, perché tanto il Gma di prospettive non ne aveva. Inoltre, venne avviata un’imponente politica di lavori pubblici. In questo modo, la popolazione triestina cominciò a sperimentare, dopo le privazioni del tempo di guerra e dell’immediato dopoguerra, un primo momento di relativo benessere e si diffuse l’idea che il mantenimento di un regime speciale come quello del Gma avrebbe garantito durevole prosperità. In realtà, si trattava di un’economia drogata, sostenuta artificialmente dai fondi Erp e dai contributi del governo italiano. Il benessere. L’impressione di benessere (ovviamente rapportato ai criteri del tempo) era rafforzata dall’incredibile quantità di denaro fatta affluire a Trieste a sostegno della propaganda sia dei partiti filo-italiani che di quelli comunisti. A giovarsene non furono solo gli apparati di partito, ma una miriade di associazioni del più diverso tipo, che attingevano a piene mani ai finanziamenti provenienti da una parte o dall’altra. La città quindi succhiava denaro in misura sbalorditiva e molti triestini cominciarono a farsi l’idea che tale situazione sarebbe potuta durare anche in futuro. Alle prime elezioni del dopoguerra, nel 1949, l’insieme delle forze favorevoli all’annessione all’Italia prevalse nettamente (...) .

 

Tre anni dopo, il margine si assottigliò (...) per la crescita delle forze indipendentiste (...). Le ragioni di tale affermazioni vanno ricercate in due direzioni. La prima, la delusione per gli scarsi sviluppi della situazione verso il ritorno dell’amministrazione italiana. La seconda, la nuova politica del Gma. Fino al 1949 il Gma aveva favorito la tendenza filo-italiana, nella prospettiva di una rapida restituzione all’Italia almeno della zona A. Successivamente, per le diplomazie occidentali divenne prioritario esercitare una pressione sul governo di Roma per renderlo più docile ad un compromesso sulla sorte del Tlt. A tal fine, il Gma di Trieste assunse una posizione molto più distaccata nei confronti degli italiani, accentuò l’immagine autonoma della zona A e cominciò a sostenere discretamente i movimenti indipendentisti: ovviamente, non perché nessuno, nelle capitali occidentali né all’interno del governo militare alleato desiderasse effettivamente la costituzione del Tlt, che a quel punto nessuno voleva più, ma per infliggere un po’ di punture di spillo agli italiani, in modo da renderli più malleabili a livello diplomatico. Nel frattempo, a livello giuridico erano state elaborate due diverse teorie sull’esistenza o meno della sovranità del Tlt.

 

Entrambe concordavano sul fatto che, non essendo state attuate le disposizioni del Trattato di pace che prevedevano la nomina del governatore e l’entrata in vigore dello statuto, il Tlt non era mai nato ed i territori che avrebbero dovuto costituirlo rimanevano sotto occupazione militare provvisoria. La prima però, la cosiddetta "dottrina Cammarata", al nome del rettore dell’Ateneo triestino che la elaborò, sosteneva che, non essendo mai stato costituito il Tlt, la sovranità italiana non era mai cessata. Tale dottrina, seppur minoritaria fra gli studiosi, venne fatta propria dal governo italiano. La seconda riteneva invece che il territorio fosse diventato res nullius. Il negoziato. A livello internazionale la situazione si sbloccò solo nel 1954, a seguito di un complesso negoziato in più fasi condotto dai rappresentanti anglo-americani separatamente con quelli jugoslavi ed italiani. Il risultato fu il Memorandum di Londra entrato in vigore il 26 ottobre 1954. Formalmente, il Memorandum prevedeva solo il subentro dell’amministrazione italiana a quella del governo militare alleato nella zona A e dell’amministrazione jugoslava a quella del governo militare jugoslavo nella zona B. Tale formula venne adottata perché il governo di Roma non era in grado di far accettare alla propria opinione pubblica la rinuncia alla zona B. Da parte sua, il governo di Belgrado la accettò perché ottenne la garanzia anglo-americana che la soluzione raggiunta, e cioè l’incorporazione della zona A in Italia e della zona B in Jugoslavia, ancorché formalmente provvisoria, andava considerata come definitiva.

 

La formalizzazione della definitività veniva quindi rinviata a quando le due parti si sarebbero sentite pronte a tale passo, dopo un tempo sufficiente a far decantare i contrasti e a far dimenticare la questione alle rispettive opinioni pubbliche. Ciò accadde agli inizi degli anni ’70, dopo che nel frattempo le due parti avevano proceduto ad una sorta di "annessione fredda" delle due zone: la Jugoslavia incorporando il Capodistriano nella Slovenia ed il Buiese nella Croazia, l’Italia incorporando la provincia di Trieste nella regione autonoma Friuli Venezia Giulia. Le sollecitazioni per una definizione formale degli assetti confinari avanzate dal governo di Belgrado e discretamente sostenute da quello americano, trovarono corrispondenza nel governo italiano per due ragioni. La prima, comune a tutte le diplomazie occidentali, la preoccupazione per il dopo Tito. Era infatti forte il timore che la Jugoslavia potesse precipitare in una fase di instabilità che, in un contesto di guerra fredda, si sarebbe potuta rivelare pericolosissima per la pace in Europa: si tenga presente che la pianificazione militare della Nato considerava un’eventuale disgregazione della Jugoslavia, con un conseguente intervento sovietico, come un possibile innesco della terza guerra mondiale. Il consolidamento quindi dello stato jugoslavo costituiva una priorità per l’occidente ed in è particolare per l’Italia, di cui la Jugoslavia rappresentava il cuscinetto strategico.

 

La seconda, il desiderio italiano di migliorare i rapporti con tutti i paesi dell’Europa centro-orientale, sia a fini di stabilizzazione dell’area che di moltiplicazione delle opportunità di sviluppo economico. Osimo. Il risultato del lungo negoziato fu il Trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975. Il Trattato fissava la frontiera tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia, per la parte che non era indicata come tale nel Trattato di Pace con l’Italia del 10 febbraio 1947, nonché la frontiera marittima fra i due stati. Ovviamente, il Trattato non faceva alcun riferimento alla sovranità del Tlt perché per i contraenti questa non era mai esistita né i firmatari del Trattato di pace del 1947 avevano mai sollevato la questione. Dopo aver regolamentato altre questioni, il Trattato prevedeva all’art. 7 che: "Alla data dell’entrata in vigore del presente Trattato il Memorandum d’intesa di Londra del 5 ottobre 1954 e i suoi allegati cessano di avere effetto nelle relazioni tra la Repubblica Italiana e la Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia. Ciascuna parte ne darà comunicazione al Governo del Regno Unito di Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord, al Governo degli Stati Uniti d’America ed al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, entro un termine di trenta giorni a partire dall’entrata in vigore del presente Trattato". Ciò in effetti accadde e di conseguenza il punto riguardante la nomina del governatore del Tlt venne tolto dall’ordine del giorno del Consiglio. Il Trattato ebbe ottima accoglienza a livello internazionale, in particolare dai firmatari del Trattato di pace del 1947. Il Trattato di Osimo infatti si proponeva come prima applicazione pratica degli accordi di Helsinki sulla stabilità delle frontiere in Europa, cui l’Urss era fortemente interessata; nel contempo, favoriva la stabilizzazione della Jugoslavia, cui erano fortemente interessati gli Usa, come pure la Gran Bretagna e la Francia.Con tale atto quindi, la "questione di Trieste" cessava anche formalmente di esistere.

 

481 - Il Piccolo 07/10/13 Trieste - Inaugurata la biblioteca di Boris Pahor

Inaugurata la biblioteca di Boris Pahor

 

Gli oltre 5mila volumi raccolti dallo scrittore saranno presto consultabili a Contovello

 
di Pierpaolo Pitich


Una collezione infinita di libri, raccolti e conservati nel corso di una vita intera di studio e di lavoro: migliaia di volumi, oltre 5.000, tutti sistemati con cura sugli scaffali e dietro a ognuno dei quali si celano altrettante storie. La raccolta personale dei libri dello scrittore Boris Pahor, ha adesso una sua collocazione ufficiale, grazie all'iniziativa promossa dalla Cooperativa della Casa di cultura di Prosecco-Contovello, che ha deciso di ospitare al secondo piano della propria struttura la biblioteca personale dello scrittore triestino di lingua slovena, cui è stata recentemente conferita la Civica benemerenza del Comune di Trieste. Ieri l'inaugurazione ufficiale della sala, in cui trovano spazio anche quadri e foto storiche dello stesso Pahor e della sua famiglia, oltre ad alcuni dei numerosi premi e riconoscimenti che sono stati conferiti all'autore di “Necropoli” in tutto il mondo. «Per me è una grande soddisfazione vedere riuniti in un unico luogo tutti questi volumi per i quali ho cercato una sede nel corso di molti anni - ha dichiarato Pahor, che ha tagliato il nastro davanti a un folto pubblico -. Credo che poter inaugurare una biblioteca come questa sia un grande risultato, se pensiamo che ai tempi del fascismo le biblioteche e i libri sloveni venivano bruciati». Accanto agli scaffali, in cui trovano spazio volumi di letteratura, storia, saggistica e politica, per la maggior parte in lingua slovena ma anche in italiano, francese, tedesco e inglese, spicca il tavolo da lavoro originale di Pahor.

Sarà a disposizione di coloro che saranno interessati alla consultazione dei testi. «I primi libri che mi vengono in mente - ha continuato Pahor - sono quello sugli orrori del fascismo, scritto e pubblicato in numerose lingue, dal fisico Lavo Cermelj, prima condannato a morte e poi fortunatamente graziato, e il romanzo “Il silenzio del mare”, del francese Vercors, sulla Francia occupata dalle truppe naziste». L'inaugurazione è poi proseguita con una rappresentazione teatrale tratta da una novella scritta dallo stesso Pahor e con un filmato di Tatjana Rojc, autrice del libro sulla vita di Pahor. «Poter conservare questa preziosa raccolta di libri è per noi un grande traguardo - ha commentato Jan Sossi, presidente della Cooperativa della Casa di Cultura -: è un enorme tesoro che possiamo custodire e diffondere, un grande progetto per la nostra comunità». Come spiegato dallo stesso Sossi, a breve saranno comunicati orari e modalità della biblioteca mentre da gennaio, dopo la catalogazione di tutti i volumi, sarà possibile anche il prestito. Anche se alcune opere, proprio per l’importanza storica, saranno consultabili solo all'interno della biblioteca.


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia


Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
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