MAILING LIST HISTRIA

RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE 

a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri

 

N. 891 – 20 Ottobre 2013

                                   
Sommario

 
482 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 15/10/13 La Voce del Popolo: Zara - "Pinocchio" farà crescere cittadini europei (aise – Ilaria Rocchi)

483 - Anvgd.it 15/10/13 Ballarin (ANVGD) : asilo a Zara cambia corso della nostra storia (Antonio Ballarin)

484 - Targato CN 15/10/13 Fossano - In ricordo di Licia Cossetto, instancabile testimone delle atrocità che dovettero subire gli istriani (Anna Mantini)

485 - L'Arena di Pola 16/10/13 Ieri & Oggi - Il "testimone" di Licia (Rossana Mondoni)

486 - Il Piccolo 17/10/13 Dall'Olocausto alle Foibe il negazionismo sarà reato (Roberto Urizio)

487 - Il Piccolo 19/10/13 Trieste - «Hanno modificato l'esodo di Cristicchi» (Laura Tonero)

488 - Il Piccolo 19/10/13 «Hanno modificato l'esodo di Cristicchi» - L'autore: «Perplessità a inserire la lettura di Pahor» (l.t.)

489 - Il Piccolo 20/10/13 Trieste - Cristicchi "modificato": «Sbagliato inserire Pahor» - Vigini (Irci): basta polemiche ci fidiamo dell'autore (Gabriella Ziani)

490 - Libero 18/10/13 Cristicchi racconta le foibe "Ora mi danno del fascista" (Simone Paliaga)

491 - Mailing List Notizie 17/10/13 Appello al Governo italiano per chiedere l'apertura degli Archivi segreti di Belgrado (Rodolfo Ziberna)

492 - Il Piccolo 19/10/13 Riapre la sezione periferica di Sicciole della scuola "Vincenzo e Diego de Castro" (f.b.)

493 - La Voce di Romagna 15/10/13 Storie e Personaggi - Palatucci e la famiglia Berger (Aldo Viroli)

494 - Firenze post 18/10/13 Firenze - Ricordo dello zaratino don Luigi Stefani, il prete alpino.

495 - La Voce del Popolo 19/10/13 Umago - Con Tomizza il nostro mondo in tutto il mondo (Franco Sodomaco)

496 - East Journal 20/10/13 Serbia : Addio a Jovanka Broz, vedova di Tito (Alfredo Sasso)

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

482 - Agenzia Italiana Stampa Estera - Aise 15/10/13 La Voce del Popolo: Zara - "Pinocchio" farà crescere cittadini europei

LA VOCE DEL POPOLO (CROAZIA)/ “PINOCCHIO” FARÀ CRESCERE CITTADINI EUROPEI –

di Ilaria Rocchi

 

ZARA\ aise\ -  “”Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. È la frase che Giuseppe Tomasi di Lampedusa, fa pronunciare a Tancredi Falconeri, nipote del Principe Fabrizio, ne “Il Gattopardo”.

 

A Zara, invece, con l’inaugurazione della Scuola italiana dell’Infanzia “Pinocchio”, avvenuta sabato scorso, è stato messo in moto un percorso di mutamenti socio-culturali affinché nulla possa più rimanere com’era finora. In tal senso, la favola di Pinocchio – che usciva come libro 130 anni fa, pubblicato dalla Libreria Editrice Felice Paggi, con le illustrazioni di Mazzanti – si fa parabola di un’avventura che, dopo un cammino lungo e travagliato, con molti ostacoli, porta alla saggezza, alla maturità, quest’ultima intesa come maturazione di un’identità nuova, di una coscienza europea. A ragione, dunque, la data del 12 ottobre 2013 è stata definita a più riprese storica, una festa”. La tanto attesa inaugurazione dell’asilo italiano a Zara, cui ha partecipato anche il viceministro degli esteri Marta Dassù, è al centro di questo lungo e dettagliato articolo pubblicato oggi da “La voce del popolo”, quotidiano edito a Fiume dalla Edit di Silvio Forza.

 

“Una giornata radiosa

Sono le prime ore di una mattinata che si preannuncia radiosa: dopo il fortissimo acquazzone della notte precedente, il lastricato in pietra della Calle Larga di Zara si sta lentamente asciugando sotto i raggi di un timido sole, mentre la città riprende le sue attività. Ma non è il solito sabato, e i passanti del centro se ne stanno accorgendo. Non sono ancora le ore 9 e cominciano a confluire verso via Borelli (già calle del Tribunale) delle delegazioni di persone importanti che si fermano davanti all’ingresso dell’ex Palazzo Fozza, sede della Comunità degli Italiani di Zara. Ad accoglierli è il presidente, un’emozionatissima Rina Villani, che sul petto indossa con orgoglio la Stella della Solidarietà Italiana che, con il grado di Cavaliere, le è stata conferita dal presidente della Repubblica Italiana.

Tra le antiche calli della città

Tra i primi ad arrivare gli attivisti del sodalizio e quelli della sua klapa; poi giungono i rappresentanti dell’Unione Italiana, il presidente Furio Radin e il presidente della Giunta esecutiva, Maurizio Tremul, nonché la titolare dei Settori Cultura e Teatro, Arte e Spettacolo, Marianna Jelicich Buich; ben presto si uniscono a loro il console generale d’Italia a Fiume, Renato Cianfarani, il vicepresidente dell’Università Popolare di Trieste, Fabrizio Somma, il direttore generale Alessandro Rossit, e una foltissima delegazione di esponenti dell’associazionismo dell’esodo – tra cui Renzo Codarin (Federazione delle Associazioni degli esuli Istriani Fiumani e Dalmati), Giorgio Varisco (Associazione dei Dalmati italiani nel mondo), Antonio Ballarin (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) ed Emanuele Braico e Carmen Palazzolo Debianchi (Associazione delle Comunità Istriane) –, quindi l’assessore della Regione Veneto, Roberto Ciambetti, referente per il bilancio e le finanze, per i rapporti con gli enti locali ma anche per la cooperazione transfrontaliera e transnazionale. L’atmosfera è gioviale, pare un incontro tra amici di vecchia data.

Stanno tutti aspettando l’ospite d’onore, il viceministro degli Affari esteri italiano, Marta Dassù, che arriva poco dopo, fermandosi qua e là per l’antica calle, osservandone i palazzi e salutando con grande affabilità le persone che le vengono incontro e che le vengono presentate. Con lei c’è il ministro plenipotenziario Francesco Saverio De Luigi, presidente del Comitato di Coordinamento per la minoranza italiana in Croazia e Slovenia, e l’ambasciatore italiano a Zagabria, Emanuela D’Alessandro.

 

Pensiamo al patrimonio cimiteriale

Guidata da Rina Villani, la nutrita comitiva raggiunge gli ambienti della Comunità degli Italiani, il tempo di un caffè preso al bar sociale e di una veloce visita agli spazi, e l’incontro ufficiale ha inizio. La sala è gremita. Esordisce la presidente della CI, ricordando il tragitto compiuto da questa piccola, ma molto attiva Comunità, dalla sua costituzione nel 1991 a oggi. Una realtà che, all’indomani della Seconda guerra mondiale e del Trattato di Pace di Parigi del 1947, aveva rischiato di scomparire del tutto, ma che dopo l’indipendenza della Croazia e l’avvento della democrazia ha cominciato a riprendersi, con tenacia e impegno. Merito innanzitutto di alcuni zaratini che hanno fermamente creduto in quest’idea – come Libero Grubissich, Bruno Duka, Gastone Coen, Silvio Duiella –, del sostegno dell’Italia, dell’Unione Italiana, dell’Università Popolare di Trieste, degli Esuli, della Regione Veneto.

Gli spazi dell’ex Palazzo Fozza sono stati infatti acquistati e restaurati con fondi assicurati dal governo italiano, come pure le iniziative della CI si svolgono con finanziamenti da Roma. Villani sottolinea come non sia stato facile essere italiani a Zara, ma ha anche accennato al clima mutato, alla collaborazione con la Regione e la Città.

E se per due decenni l’asilo è stato il progetto verso il quale sono stati convogliati grossi sforzi, ora i pensieri sono rivolti alla tutela del patrimonio storico-culturale, della memoria: si intende infatti avviare una ricerca sulle tombe italiane dal Medioevo a oggi. Sul versante più pratico, invece, per i tanti servizi che la CI presta ai connazionali (imprenditori italiani compresi) sarebbe importante professionalizzare il lavoro della segretaria.

 

Ricordiamo il passato ma guardiamo al futuro

“Vi trasmetto i saluti del ministro degli Affari esteri Emma Bonino, che vi segue con grande attenzione”, premette Marta Dassù, per la prima volta a Zara, anche se suo padre, giovane soldato della Marina, fu catturato durante la guerra proprio nel mare zaratino, per poi essere internato in un campo in Austria.

Un ricordo e un’esperienza personale, quelli del viceministro, che si ricollega al messaggio chiave lanciato il 3 settembre 2011 nell’Arena di Pola dai presidenti Giorgio Napolitano e Ivo Josipovi? (citati in più momenti): far prevalere il tanto che ci unisce, lanciando la nuova frontiera Alto Adriatica, come fatto recentemente a Venezia dai premier di Italia, Croazia e Slovenia. Non insistere su passato, dunque – su quello che ci ha dolorosamente divisi in un tormentato periodo storico, segnato da conflitti tra Stati ed etnie –, ma nemmeno dimenticare i lati oscuri della storia comune.

L’imperativo è comunque guardare all’avvenire, che con il decisivo apporto delle generazioni più giovani porterà all’edificazione di un’Europa sempre più rappresentativa delle sue molteplici tradizioni, delle sue identità, e sempre più saldamente integrata dinanzi alle nuove sfide della globalizzazione.

Dassù ribadisce anche in tale ottica la necessità di riaffermare l’identità italiana a Zara e di guardare al domani: “E non c’è modo migliore per farlo che rivolgerci a questi bambini che parleranno italiano. Spero saranno felici come lo sono io oggi”, conclude.

 

Progetto comune tra esuli e rimasti

Percorsi europei caldeggiati anche dal presidente dell’UI e deputato della Comunità nazionale italiana al Sabor,Furio Radin, il quale auspica che, da parte di una Croazia appena entrata nella grande famiglia europea, ci sia maggiore apertura nei confronti della cultura italiana in queste terre, di una cultura il cui peso e valore sono imprescindibili, ed è ben maggiore di quello che è il dato numerico, statistico, sulla componente italiana.Maurizio Tremul, che ha seguito da vicino la travagliata genesi dell’asilo, accenna alla difficoltà del progetto – ben 22 anni di impegno –, ma ciò che gli preme è sottolineare la “bellezza di questa giornata che vede la ritrovata unità di un popolo lacerato dalla Storia”, riferendosi a esuli e rimasti, entrambi partecipi a questo progetto comune dell’asilo, con il concorso dell’Italia e della Regione Veneto. “Nei confronti di Zara c’è già tanta attenzione – ha detto, ricordando che la CI è, in quanto a finanziamenti UI, al terzo posto dopo Fiume e Pola – e questa dovrà continuare”.

Una giovane zaratina, Carmen Bevanda, rievoca la dolorosa storia dell’esule Caterina Fradelli Varisco, commovendo tutti e commuovendosi lei stessa. La klapa della CI propone alcuni canti tradizionali. Poi tutti a raggiungere la Porta di terraferma, per recarsi – grazie a una “navetta” – verso l’asilo “Pinocchio”.

 

La Città farà la sua parte

La sede è decorata con un’infinità di palloncini; la targa al cancello è bilingue, quella posta sull’edificio reca solo la scritta Pinocchio e l’immagine del celeberrimo personaggio collodiano. I ragazzini sono scatenati, giocano in quella che dall’inizio di settembre è già la loro “casa”; ospiti, genitori e mass media prendono posto all’interno, troppo piccolo per dare sistemazione comoda proprio a tutti. La direttrice della Scuola italiana dell’Infanzia, Snježana Šuša, ispira bontà e comprensione materna. È di poche parole. “Chiamatemi Gianna”, dice presentandosi. Lei, i genitori, le educatrici e i bambini sono tutti molto orgogliosi e felici. Rina Villani accenna all’iter dell’asilo, ringrazia quanti hanno reso possibile che si realizzasse: UI, UPT, MAE, Veneto, esuli. E la Città di Zara.

Giusto, la Città di Zara. Venendo al dunque, il sindaco Božidar Kalmeta mette subito le cose in chiaro: la Città farà la sua parte. L’amministrazione municipale investe ogni anno il 10 per cento dei mezzi a bilancio per gli asili pubblici, ossia 30 milioni di kune, e altri 10 milioni per finanziare gli asili privati, come questo italiano di Zara, di proprietà UI (il primo in assoluto nel mondo comunitario). Le spese per gli stipendi delle due educatrici, dichiara Kalmeta, saranno a carico della Città. “È una bella coincidenza che l’asilo italiano venga inaugurato dopo che la Croazia è entrata a pieno titolo nell’Unione Europea – osserva –. È un’ulteriore testimonianza della possibilità di un percorso comune, che in tale contesto europeo vede unite Italia e Croazia”.

 

Un fiore dal quale crescerà un albero

“Non so se gli alberi di questo giardino sentiranno le filastrocche della nostra infanzia, certo questi bambini impareranno a usare table e ipad in italiano e croato e ad amare le poesie e i racconti più belli della letteratura italiana, i versi migliori dei poeti di tutto il mondo e anche la musica di un altro italiano che lasciò la sua Pola, l’istriano Sergio Endrigo, che cantò ‘Per fare un albero ci vuole un fiore…’. Questo è il fiore che oggi noi piantiamo insieme e, ne siamo certi, negli anni futuri diverrà un bell’albero”, è la speranza di Giorgio Varisco, intervenuto in rappresentanza dei Dalmati italiani del mondo (il presidente Franco Luxardo, assente per lavoro, era “presente” con alcuni dei prodotti più noti del suo marchio esposti al rinfresco, tra cui Sangue moralcco, Maraschino e altri liquori).

 

Le istituzioni croate hanno fatto una scelta europea

Fabrizio Somma, vicepresidente dell’Università Popolare di Trieste (ha trasmesso pure i saluti e le congratulazioni del presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Debora Serrachiani), ha donato all’asilo un’antica copia di “Pinocchio” e ha rimarcato la sensibilità di UI e UPT nei confronti della CNI, auspicando nuovi percorsi formativi e di interscambi volti alla crescita della coscienza europea (ha parlato di “pedagogia europea”).

“Per secoli noi Veneti e voi Dalmati abbiamo avuto la stessa bandiera, il Leone di San Marco – afferma l’assessore della Regione Veneto, Roberto Ciambetti –. E oggi ci troviamo qui per quardare al futuro attraverso gli occhi di questi bambini che parlano italiano, e che sono europei. Io credo che questi bambini debbano essere fieri di essere cittadini di Zara, una bellisima città, Dalmati con una straordinaria storia alle spalle, cittadini croati e proprio per questo cittadini europei. Le istituzioni croate che hanno permesso la realizzazione e l’apertura di quest’asilo hanno fatto una scelta europea”.

 

Un altro negoziato con Kalmeta?

Maurizio Tremul pronuncia un discorso molto complesso, in cui rimarca la tenacia di chi ha saputo resistere tutti questi decenni in queste terre, mantenendo sempre viva l’italianità, ma ha anche detto che si sente il bisogno di un nuovo Umanesimo, in cui le istituzioni della CNI saranno centri di cultura e di lingua. E chiede l’estensione degli strumenti di tutela della CNI, alla luce del Trattato italo-croato del 1996. Poi, rivolgendosi al sottosegretario Sabina Glasovac, Tremul sollecita la soluzione di alcuni problemi attuali, come ad esempio i criteri per l’iscrizione alle scuole medie superiori italiane, l’equipollenza piena e completa dei titoli di laurea conseguiti all’estero; mentre al viceministro Dassù fa capire quanto sarebbe fondamentale riuscire ad avere una legge d’interesse permanente dell’Italia nei confronti della sua unica minoranza autoctona.

All’implementazione dei diritti della CNI fa riferimento pure Furio Radin: “Insieme con Kalmeta (quando questi era ministro dei Trasporti, infrastrutture e mare, nda) abbiamo negoziato il bilinguismo sulla Ipsilon istriana. Sono sicuro che con Kalmeta sindaco intavolerò a breve un altro negoziato sulla valorizzazione dell’apporto dato attraverso la storia dalla lingua e dalla cultura italiane a Zara”.

 

Le lingue, veicoli di convivenza

Un apporto al sistema educativo-formativo presente a Zara, nonché all’insegnamento della lingua italiana, che farà crescere le nuove generazioni in uno spirito europeo, imprimeranno delle basi sane, quella della convivenza, dell’amicizia e del rispetto delle reciproche identità ai piccoli zaratini: è così che Sabina Glasovac vede l’apertura dell’asilo “Pinocchio”, al di là di quella che sarà la sua funzione di corrispondere alle necessità della CNI.

“L’italiano è cruciale, è la lingua della cultura, ed è importante non solo per la comunità autoctona, perché la lingua è fattore d’identità, ma è una delle cinque lingue più studiate nel mondo. I bambini di Zara, che verranno a studiarlo qui, italiani o croati, avranno uno strumento in più per la loro vita futura. Studiare l’italiano è non solo un contributo alla memoria, ma consente anche di vivere nel mondo di oggi, le sfide del futuro – dice Marta Dassù –. E all’asilo dovrà fare seguito altro, la scuola elementare, il liceo. Il piccolo progetto del futuro sarà riuscire ad avere l’italiano anche nel percorso successivo di studi”. E parafrasando Massimo D’Azeglio, ha concluso: “Dopo l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea, possiamo dire abbiamo fatto l’Europa, ora dobbiamo fare gli europei. E quest’asilo serve proprio a ciò, a fare dei cittadini europei””. (aise)

 

 

 

483 - Anvgd.it 15/10/13 Ballarin (ANVGD) : asilo a Zara cambia corso della nostra storia

Ballarin (ANVGD): asilo a Zara cambia corso della nostra storia

 

Zara prima della seconda guerra mondiale, contava, più o meno, 22mila abitanti. Dopo la guerra, terminati gli ultimi rimasugli del colossale esodo, la popolazione era ridotta a circa 3mila anime. In mezzo a tale arco temporale, si sono succeduti: gli abbandoni delle famiglie dopo la dichiarazione di indifendibilità della città, 54 bombardamenti aerei, l'invasione titoista e la decapitazione degli ultimi rimasugli di una spaurita classe dirigente italiana con più di 300 esecuzioni sommarie, principalmente precipitati nella Foiba Blu.

 

I bombardamenti, interminabili per una guarnigione di circa 400 tedeschi, rasero al suolo la città, provocando la morte di 2000 civili: gente inerme, padri di famiglia, donne, bambini; tutti senza colpa. In pratica il 10% degli abitanti morì. Non vi fu famiglia che non subì almeno un lutto.

 

Alcune dittature usano bruciare i libri per riscrivere la storia ed altre, più semplicemente e brutalmente, annichiliscono la storia stessa, fatta di case, opere e vite umane.

 

All'accurato dissodamento fece seguito il meticoloso spargimento di sale su tutto ciò che restava e soprattutto sugli animi impietriti dalla catastrofe. Il sale era formato da cristalli di ideologia real-socialista, in grado di sconvolgere le basi della verità, instillare l’odio e la paura come sistema e costruire palazzi di ferro ed acciaio, tutti tesi all’annientamento dell’umano in ogni sua forma

 

Fino alla fine degli ’80 si visse l’imposizione di un modello di persona dove non poteva trovare posto alcun elemento se non la nuova barbarie, rivelatasi tale alla sua fragorosa caduta all’inizio dei ’90.

 

Durante la ricostruzione della città, travasando le migliaia di tonnellate di detriti di una città arata dalla criminalità omicida di operazione belliche militarmente insensate, scavando e ripulendo i resti di case, palazzi, monumenti costruiti in secoli di civiltà, emerse un'inattesa e fastidiosa sorpresa: quelle case, quelle calli, quelle piazze, avevano delle radici di pietra che continuavano nelle viscere della terra a da essa riemergevano. Ciò che era stato distrutto erano costruzioni in muratura dotate di propaggini ancora più profonde, non semplici fondamenta, ma testimonianza di una storia che a dispetto di tutta la fatica fatta per creare la nuova realtà nazional-comunista, riappariva con caparbietà. Come se, dal profondo della terra, tante anime si fossero risvegliate a difesa di diritti basilari che umani insensati avevano fatto di tutto per soffocare. Radici di pietra animata per toglier le quali sarebbero occorsi altri 54, altri 108, altri 216 bombardamenti.

 

Ciò che apparve furono ruderi romani che raccontavano, a chi entrava in città, una storia distante anni luce da ciò che evocavano, invece, i palazzoni squadrati sgradevolmente adagiati su lastricati veneziani.

 

Quelle pietre antiche, animate e tutt’altro che immobili, hanno indotto una memoria. La memoria ha suscitato un desiderio di verità mai sopita. La ricerca di verità ha indotto l'attesa per una giustizia negata e, quest’ultima, ha generato instancabili opere, pazienti, laboriose, pervicaci fino a ristabilire le basi di una prospettiva.

 

È questa la civiltà: non la distruzione nella menzogna, ma la costruzione nella verità. Piccole, umili e laboriose persone, disperse per il mondo e con una radice di sasso che le connette alle viscere della propria amata Terra, capaci di incarnare con la loro stessa semplice vita, cultura e saggezza, hanno fatto sì che quelle pietre partorissero un fiore. Un essere animato, una comunità, fatta di carne e sangue, che da un’altra comunità, sparsa ai quattro venti, si ricompone in una realtà tangibile ed incontrabile, guidata da gente che non per sangue o appartenenza ma per amore, ricrea.

 

Una comunità allargata al mondo che, prima spaurita e poi sempre più sicura di sé e della propria capacità di accoglienza, nella propria città è in grado di edificare una scuola! A 60 anni dalla sua cancellazione ed a testimonianza che il male non può vincere sulla verità.

 

È questo il senso della celebrazione dell’inaugurazione dell’asilo di Zara, avvenuta il 12 ottobre 2013, una data epocale che cambia il corso della nostra storia.

 

E la cosa ancor più bella è stato il coinvolgimento di autorità ed istituzioni, italiane e croate, le quali, ora per un verso ora per un altro, avevano dimenticato, soffocato e trascurato per decenni la nostra esistenza.

 

La loro presenza è la nostra vittoria morale, perché ci conferma la fatica di una vita, la certezza e la dimostrazione che la ragione è dalla nostra parte, la consolazione delle nostre anime per tutta la violenza e l’ingiustizia subita.

 

 Quell’asilo è un piccolo tributo a diritti ancora negati, un buon auspicio per la ricomposizione di una dolorosa frattura e la strada per la ricostruzione di una presenza che sia segno di civiltà.

 

Ora, quell’asilo, parla di futuro e prospettiva. È il piccolo fiore nato da una pietra per una storia che rinasce.

 

È un’opera che abbraccia la memoria e costruisce, senza pretesa, una storia futura.

 

Antonio Ballarin, presidente nazionale ANVGD

 

 

 

484 - Targato CN 15/10/13 Fossano - In ricordo di Licia Cossetto, instancabile testimone delle atrocità che dovettero subire gli istriani

ATTUALITÀ
In ricordo di Licia Cossetto, instancabile testimone delle atrocità che dovettero subire gli istriani

Licia era sorella di Norma Cossetto, medaglia d’oro al valor civile, trucidata in Istria dai partigiani comunisti di Tito: a lei è dedicata una piazza a Fossano

Com’è noto proprio una settimana fa è improvvisamente scomparsa LICIA COSSETTO, 90 anni sorella di NORMA – medaglia d’oro al valor civile, trucidata in Istria dai partigiani comunisti di Tito – proprio mentre da Ghemme si recava a Trieste per ricordare i Martiri delle Foibe e il settantesimo anniversario della tragica morte di sua sorella, uccisa proprio il 5 ottobre 1943, esattamente 70 anni fa. Il sindaco di Ghemme ha indetto una giornata di lutto cittadino. Protagonista instancabile di incontri e conferenze per trasmettere la memoria della strage delle foibe, Licia Cossetto ricevette nel 2005 la medaglia d’oro al valor civile per la sorella Norma dalle mani del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Nel settembre 1997 era rimasta vedova del ghemmese capitano dell’aeronautica Guido Tarantola. Lascia la figlia Norma e tre nipoti.                                   

Scompare con Lei una testimone importante e scomoda di fatti ormai persi nel tempo, ma che non saranno dimenticati da quei pochi che ancora ricordano ed onorano il sacrificio degli italiani di quelle terre. Licia Cossetto era venuta a Fossano nel 2011 in occasione dell’intitolazione della piazza a sua sorella Norma ed ho avuto il piacere e l’onore di averla ospite a casa mia. Licia era una persona anziana distinta, lucida, attenta. In ogni momento il suo pensiero correva alla sua terra di origine, l’Istria, dove visse gli anni della sua giovinezza. Si era sposata prima della fine della guerra con un ufficiale dell'aeronautica ed è a lungo poi vissuta a Novara e successivamente all’estero stabilendosi infine a Ghemme, dopo aver terminato la sua lunga carriere come  insegnante. Ormai quasi novantenne non aveva peli sulla lingua nel raccontare i fatti di quegli anni che portarono all’uccisione di suo padre e di sua sorella Norma e che hanno lasciato tracce indelebili nella sua esistenza, così come per decine di migliaia di italiani che furono obbligati con la forza a lasciare ogni loro bene, e  lo ha fatto con molta precisione e pacatezza, catalizzando l’attenzione dell’uditorio in occasione dell’incontro al Castello d’Acaja - con gli allievi e le allieve delle scuole superiori fossanesi ed i loro insegnanti - svoltosi prima della cerimonia d’intitolazione, alla presenza del sindaco e delle autorità cittadine: «Ho insegnato per 42 anni e mai in un libro di testo una riga sulle nostre disgrazie. Ora finalmente si rende giustizia a un popolo dimenticato - così aveva detto - Ho perso otto persone della mia famiglia in quella tragedia. Poi ho dovuto subire l’umiliazione dell’oblio». Era molto commossa mentre scopriva la targa con il nome della sorella Licia e, pur non essendo la prima volta che presenziava ad un evento analogo (molte città d’Italia hanno intitolato luoghi pubblici a Norma Cossetto), ogni volta per lei era una grande emozione. Ha vissuto la sua vita come fedeltà ad una missione, quella di far conoscere al mondo la storia negata di quelle terre e di quel popolo con la memoria della sorella barbaramente uccisa. E’ stato bello e gratificante averla conosciuta e aver goduto della sua stima e della sua amicizia. Persone come lei e vite come la sua siano di esempio per tutti noi.

Anna Mantini

 

 

485 - L'Arena di Pola 16/10/13 Ieri & Oggi - Il "testimone" di Licia

ieri & oggi

Il “testimone” di Licia

 

Eravamo gioiosi tutti e tre: tu, Daniele ed io, quando per­correvamo l'autostrada quel mattino del 5 ottobre, felici di andare a Trieste, a pranzo dalla cugina Erminia che, per l'oc­casione, aveva allestito una tavola da sposi. Ci attendeva, ci attendevano in tanti: il cugino Pino e la sua numerosa fami­glia, tanti altri parenti e amici, le autorità del Comune, della Provincia e della Regione, per la commemorazione del 70° del martirio di Norma, prevista nel pomeriggio, poi la visita al cimitero di Santa Domenica il giorno successivo e l'incontro con la Comunità istro-veneta locale. Alle 11, all'autogrill di Cessalto, a meno di un'ora dalla meta, mi hai chiamato per sorreggerti. All'improvviso accade tutto: senza dire nulla, hai salutato con un sorriso e ti sei accasciata tra le mie braccia. Il tuo viaggio terreno è finito. Confesso che non ero pronta.

Ora, guardo il feretro davanti all'altare della chiesa dell'As- sunta, a Ghemme, sopra al quale sono stati posati dei fiori e una piccola scatola contenente la terra rossa d'Istria, davanti un piccolo tuo ritratto. Sono la testimonianza che tu cara Li­cia, piena di energia e di voglia di vivere, sei pas­sata alla Storia.

In giovane età sei sta­ta trascinata nella trage­dia di tua sorella Norma, di tuo padre Giuseppe e di molti altri familiari, do­po di che sei diventata portavoce e testimone di quella storia del confine orientale che alla fine della seconda guerra mondiale ha coinvolto centinaia di migliaia di italiani, strappati dalle lo­ro terre solo perché vole­vano rimanere italiani e non accettavano il regime comunista del maresciallo Tito.

La chiesa è gremita di persone, davanti sul lato sinistro so­no schierati i labari delle ANVGD provinciali di Novara, Mon­za e Varese, seguito da quello del Movimento nazionale Istria Fiume Dalmazia. Rassicura la presenza del grande gonfalo­ne della città di Pola tenuto dritto da Tito Lucilio Sidari, vice- sindaco in esilio, che non manca mai, accorso un'ultima volta per abbracciarti. Davanti a tutti il gonfalone del Comune di Ghemme. Nei primi banchi, tua figlia Norma con gli amati ni­poti, seguiti dalle fasce tricolori del presidente del consiglio comunale di Arona e del sindaco di Ghemme, che ha procla­mato il lutto cittadino a rimarcare l'affetto della comunità e la solennità del momento. Il celebrante don Piero ha parole toc­canti nella sua predica. Tutti i presenti rendono onore alle battaglie che hai condotto per far emergere la verità dei fatti contro chi tende a confondere e sminuire gli eventi storici. Vengono alla mente i tuoi racconti di quei terribili giorni di fine settembre del 1943 quando, insieme a tuo cugino Pino, an­davi in bicicletta all'ex caserma di Visignano prima e poi in quella di Parenzo a cercare Norma, per portarle qualcosa da mangiare, qualche indumento per la notte sperando che qualcuno dei feroci carcerieri dal berretto con la stella rossa provasse pietà e te la lasciassero portare a casa. Invano.

Sei stata una donna molto forte e saggia, sapevi ricordare senza odiare: «Rispetto tutti i morti, so bene che di angherie e crimini di guerra ce ne sono stati sia da una parte che dall’altra, allora non sapevamo degli orrori dei campi di ster­minio nazisti, vorrei che venissero riconosciute anche le foibe e la sofferenza che ha dovuto patire il popolo giuliano, fiuma­no, istriano e dalmata».

Hai dimostrato coraggio, così quando tua madre te lo chie­se, col cuore in gola, acconsentisti a lasciare la tua amata Istria e a partire di notte con una zia, passando attraverso i boschi, alla volta di Trieste lasciandoti alle spalle la casa di famiglia, che non avresti mai dimenticato. Anticipasti di oltre due anni quello che sarebbe stato l'esodo di 350mila italiani verso una patria, l'Italia, che si dimostrò poco ospitale.

«Sono stata fortunata - mi dicevi - perché non sono finita in un campo profughi, grazie a mio marito che mi ha dato una casa e tutto quello che mi era stato strappato, compreso il calore di una famiglia». Il marito Guido Tarantola, pilota dell'aeronautica, conosciuto a Gorizia a casa di parenti nel settembre 1944, ti ha portato in Piemonte, a Novara e a Ghemme, dove dopo vicende alterne ti sei stabilita definitiva­mente negli anni Settanta. E' lì che ci siamo incontrate quan­do la mia vicenda si è intrecciata con la tua e ho scoperto, non senza rammarico, che i miei studi di storia all'università di Milano erano stati condizionati da molta ideologia. Con delicatezza, per non offendere la mia suscettibilità, mi hai aperto la strada del mondo degli esuli, facendomi conoscere molti testimoni e leggere i loro scritti. Insomma, ho imparato ad affacciarmi alla storia, quella vera, priva di pregiudizi ed io, figlia di deportato civile nel campo di Mauthausen, ho ap­preso quello che non immaginavo fosse accaduto, della tra­gedia delle foibe avvenuta per mano dei partigiani comunisti di Tito aiutati spesso da partigiani italiani. Mi raccontavi di non festeggiare il 25 aprile, perché al confine orientale quella data non rappresenta la “liberazione”, ma l'inizio di atroci sof­ferenze. Bisogna raccontare questo pezzo della storia italia­na, senza aver paura della verità. Questo è stato l'intento del nostro primo libro, pubblicato da Marco Pirina nel 2007, dal titolo La verità per la riconciliazione, e del successivo Nel nome di Norma, di riconciliare gli animi senza dimenticare di rendere onore a chi ha sofferto. Un compito che è stato pe­santissimo. Hai bussato a tutte le porte, scritto a ministri e politici di ogni colore, fino a quando nel 2004 è stata final­mente riconosciuta la tragedia del tuo popolo, con la legge istitutiva del Giorno del Ricordo e nel dicembre del 2005 sono state assegnate le prime onorificenze, tra le quali la medaglia d'oro al merito civile a Norma, che esibivi orgogliosamente sul petto in tutte le manifestazioni ufficiali.

La stessa che ora porta tuo nipote Vittorio, salito al pulpito al termine della messa a leggere la toccante preghiera dell'Esule che previdentemente avevi lasciato in consegna.

La preghiera è molto bella, mi spinge con decisione a rac­cogliere il Tuo “testimone”, morale e storico, proseguendo sulla strada che hai indicato.

 

Rossana Mondoni

 

 

 

 

486 - Il Piccolo 17/10/13 Dall'Olocausto alle Foibe il negazionismo sarà reato

Dall’Olocausto alle Foibe il negazionismo sarà reato

 

In commissione al Senato passa una norma che prevede pene sino a 7,5 anni

 

Ma è scontro sui tempi di approvazione: M5S e il socialista Buemi contro Grasso

 

di Roberto Urizio

 

TRIESTE Chi negherà il dramma delle Foibe, così come la Shoah, rischierà oltre 7 anni di carcere. Lo prevede la nuova norma anti negazionismo approvata dalla Commissione Giustizia del Senato, che ora dovrà essere esaminata dall'aula. Chi istiga o fa apologia relativa a «delitti di terrorismo, crimini di genocidio, crimini contro l'umanità o crimini di guerra, la pena è aumentata della metà. La stessa pena si applica a chi nega l'esistenza di crimini di genocidio o contro l'umanità». Poche righe che vengono associate comunemente alla Shoah ma che vanno a coinvolgere anche altre realtà. Foibe comprese. «Il testo della legge parla chiaro» conferma il senatore del Pdl, Carlo Giovanardi che, al pari del socialista Enrico Buemi, si è astenuto dopo che è stata bocciata la sua proposta di limitare la norma all'Olocausto, lasciando fuori altre questioni ancora aperte, tra cui quelle relative al confine orientale. L’emendamento approvato dalla Commissione Giustizia del Senato va a modificare il codice penale e comporta una pena massima di sette anni e mezzo. La norma, presentata da tutti i gruppi e votata a larghissima maggioranza, va a modifica l’articolo 414 del codice penale, che riguarda l’istigazione a delinquere.

 

Se qualcuno istiga a commettere reato la pena può variare da 1 a 5 anni, con l’articolo approvato in Commissione Giustizia si aggiunge un aggravio del 50% di pena da scontare nel caso l’istigazione riguardi atti terroristici o crimini contro l’umanità e nel caso si negazione di genocidi o crimini di guerra. Il provvedimento è al centro anche di un caso politico-istituzionale: il presidente del Senato, Pietro Grasso, aveva avanzato la richiesta di approvare in sede deliberante il ddl, facendolo appunto diventare legge direttamente in Commissione senza il passaggio in aula. Ma il Movimento 5 Stelle ha detto no insieme a Buemi; quest'ultimo avrebbe prima minacciato le dimissioni («non si può fare carta straccia delle regole», ha dichiarato) salvo poi cambiare idea a favore della richiesta di Grasso. Troppo tardi, però, perchè il provvedimento è tornato alla presidenza che ora dovrà convocare i capigruppo per calendarizzare l'esame del disegno di legge.

 

I grillini, tramite il senatore Maurizio Buccarella, hanno accusato Grasso di volere attuare un colpo di mano. «Noi vogliamo che decida il parlamento, l'Aula del Senato in un dibattito pubblico su una materia delicatissima e piena di rischi anche alla luce del testo oggi redatto» ha aggiunto l'esponente pentastellato. Grasso ha parlato di «occasione mancata» e ha spiegato che la sua richiesta era soltanto «il tentativo che un'iniziativa parlamentare fosse finalmente accelerata in un momento simbolicamente importante. Non ci siamo riusciti per la democrazia, adesso ne discuteremo in Aula». Forti le critiche nei confronti del Movimento 5 Stelle, da Anna Finocchiaro (Pd), secondo cui i grillini «dicono no a tutto» a Renato Schifani (Pdl) che si rammarica di come « anche un disegno di legge di così grande civiltà, diventi strumento di un'incomprensibile lotta politica». «Sono convinto che sarà presto completato l’iter parlamentare» sostiene il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, secondo cui siamo di fronte a «una affermazione importante di attaccamento a principi di libertà e tolleranza». Secondo il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Maria Ferri, la norma «rappresenta un importante strumento innovativo per tentare di arginare alcuni fenomeni di antisemitismo e di negazione di gravi fatti storici. Esistono infatti episodi del nostro passato storico la cui valutazione negativa è pacifica e non può essere messa in discussione, costituendo la base culturale, l’origine fondante della nostra democrazia.

 

Ai fini dell’individuazione dei crimini, alla luce della consolidata giurisprudenza della Corte Costituzionale, dovrà comunque sussistere - spiega Ferri - per la sussistenza del reato, una attività di apologia concretamente idonea a provocare la commissione di delitti da parte di altri». Renato Schifani, presidente dei senatori del Pdl, l’approvazione del testo di legge in Commissione Giustizia «è un risultato di grande valore per il nostro Paese. Tanto più importante perché arriva alla vigilia di una giornata di enorme significato per le vittime della ferocia nazista. Da oggi in poi sarà impossibile negare l’evidenza di una tragedia che ha segnato drammaticamente il secolo scorso». Giuseppe Lumia, capogruppo del Pd in Commissione, sottolinea come «finalmente si recepisce quanto previsto dalla Convenzione internazionale di New York sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale e si contrasta il risorgere di una subcultura dell’intolleranza che ha generato violenza e morte». La nuova legge che punisce il reato di negazionismo è, secondo il presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici, «una medicina contro gli spacciatori di odio. L'Italia si allinea ad altri 14 Paesi che hanno già normative simili - ha aggiunto davanti alla sinagoga della Capitale prima della cerimonia per i 70 anni dal rastrellamento nazista del Ghetto -. La nuova legge darà serenità agli ultimi sopravvissuti alla Shoah, che ieri alla notizia dell'approvazione hanno pianto».

 

 

 

 

 

487 - Il Piccolo 19/10/13 Trieste - «Hanno modificato l'esodo di Cristicchi»

«Hanno modificato l’esodo di Cristicchi»

 

Già polemica sullo spettacolo di apertura (il 22 ottobre) del Rossetti.

Paris Lippi: «Imposti testi in sloveno, schiaffo agli esuli»

 

di LAURA TONERO

 

Lo spettacolo che porta per la prima volta su un palcoscenico il dramma dell’Esodo rischia di innescare una polemica infinita e di diventare un caso politico nazionale. Il 22 ottobre prossimo, ad inaugurare la nuova stagione sul palcoscenico del teatro Stabile Rossetti sarà Simone Cristicchi con il suo “Magazzino 18”. L’artista non ha caso ha scelto Trieste per la prima assoluta di una rappresentazione che poi farà il giro dei più importanti teatri italiani. Ma il testo originale è stato modificato, suggerendo all’artista alcune “aggiunte”. A denunciare il fatto è Gilberto Paris Lippi, ex presidente dello Stabile del Friuli Venezia Giulia (ora vicepresidente), che mesi fa ha potuto leggere il testo dello spettacolo quando Cristicchi e il suo entourage presentarono per la prima volta il progetto al Rossetti.

«Un mese fa mi è giunta voce che lo spettacolo avrebbe subito alcuni cambiamenti – spiega – così mi sono interessato alla vicenda venendo purtroppo a conoscenza che agli autori è stato suggerito di aggiungere la lettura di una citazione di Boris Pahor che parla del Balkan e la lettura di una poesia recitata da una bambina in sloveno con i sottotitoli in italiano». «Ma non è finita qui - continua Lippi – sembra che questa versione verrebbe messa in scena solo a Trieste e non sui palcoscenici degli altri teatri d’Italia che ospiteranno lo spettacolo. Uno scandalo». E il presidente del Rossetti, Milos Budin, cosa dice? Non smentisce ma specifica:

«Non capisco perché si faccia riferimento ad un testo originale visto che l’originale è quello che andrà per la prima volta in scena martedì prossimo», osserva. «Qualsiasi rappresentazione teatrale dalla sua stesura alla messa in scena è in work in progress, in divenire – specifica – io comunque non ho ancora visto lo spettacolo e non sono né il regista né il direttore artistico». Ma cosa pensa Budin di quelle modifiche? «Mi sono solo accertato che lo spettacolo sia in linea con le condizioni di unità raggiunte dalla nostra società – dichiara – e che non metta a repentaglio la capacità dimostrata da Trieste di superare certe divergenze e lacerazioni.

Anzi, - aggiunge – auspico che questo spettacolo contribuisca a questo percorso e consiglio a chi vuole giudicare di venire prima a vedere lo spettacolo. Invito tutti a voler bene a questa città - conclude il presidente dello Stabile – e di lavorare affinché Trieste vada avanti godendo di buona considerazione dal mondo circostante vicino e lontano». Ma Lippi, che ha ricoperto anche l’incarico di ultimo presidente provinciale di Alleanza Nazionale, non digerisce la vicenda e alza ulteriormente i toni.

«Questo è uno schiaffo per Trieste, per gli esuli soprattutto, – tuona – la sinistra chiede libertà di parola e di pensiero ma guai a toccare i suoi nervi scoperti. Cosa c’entrano il Balkan e quella lettura in sloveno?», si chiede. «Non c’è stato il coraggio di lasciare in pace quel testo, - aggiunge – non si è voluto evitare di prendere ancora a bastonate la dignità e il dolore di chi schiaffi ne ha già presi per tutta la vita». Il caso politico è servito, di certo “Magazzino 18” adesso non passerà inosservato.

 

 

 

 

 

488 - Il Piccolo 19/10/13 «Hanno modificato l'esodo di Cristicchi» - L'autore: «Perplessità a inserire la lettura di Pahor»

NON HA GRADITO LE SUE DICHIARAZIONI PRO TLT

 

L’autore: «Perplessità a inserire la lettura di Pahor»

 

«L’idea di introdurre la poesia recitata da quella bambina in sloveno l’ho trovata forte a livello teatrale, d’impatto – spiega Simone Cristicchi, autore del testo di “Magazzino 18” assieme a Jan Bernas – mentre sulla citazione di Boris Pahor ho ancora delle perplessità e mi prendo ancora questi giorni che ci separano dalla prima per decidere». L’intervento della bambina che in sloveno leggerà una lettera dedicata al padre morto nel campo di concentramento di Arbe dunque ci sarà, con i sottotitoli in italiano. «Io intendevo fare un riferimento ad Arbe – racconta il cantante che ha anticipato il contenuto dello spettacolo con un brano presentato nella passata edizione di Sanremo - e Roberta Torcello dello staff del Rossetti mi ha portato questo libro con varie lettere: sono stato io a scegliere proprio quella che andrà ad inserirsi in un momento dello spettacolo in cui io accenno al momento storico tra la prima guerra mondiale e l’Esodo».

Cristicchi sottolinea come da parte del direttore artistico dello Stabile, Antonio Calenda, sia stata lasciata massima libertà ai due autori. «Nello stendere il testo dello spettacolo – precisa il cantante - mi sono avvalso del contributo di tanti collaboratori e ho raccolto opinioni e consigli da tanta gente». Quale introduzione dello spettacolo dovrebbe venir letta una citazione tratta dal libero “Il Rogo del Porto” di Boris Pahor. «Nei prossimi giorni decideremo cosa fare, – dichiara Cristicchi che a Trieste è quasi di casa – perché sono rimasto perplesso da alcune recenti dichiarazioni di Pahor, come quelle a favore del Territorio Libero di Trieste». Lo spettacolo “Magazzino 18” debutterà il prossimo 22 ottobre e resterà in scena al Rossetti fino a sabato 27 ottobre. (l.t.)

 

 

 

 

 

489 - Il Piccolo 20/10/13 Trieste - Cristicchi "modificato": «Sbagliato inserire Pahor» -

Cristicchi “modificato”: «Sbagliato inserire Pahor»
Falchi e colombe tra gli esuli. Lacota: non andremo a teatro. Codarin: lasciare libertà E Spadaro: ok citare quanto subito dagli sloveni, ma lo scrittore è un nazionalista

IL SINDACO : «Si dimetta Budin? Neanche rispondo»


STABILE DI PROSA - IL CASO

 

Gabriella Ziani

«Dimissioni di Budin? Ma non rispondo neanche, sono solo le solite esibizioni sguaiate che il centrodestra nostalgico deve ritirar fuori non rassegnandosi al fatto che la città è cambiata». Il sindaco Cosolini di fronte alla “bagarre” invita Cristicchi «a portare in scena tutto e solo ciò di cui è convinto, in piena libertà, perché questa è una tempesta sul nulla. A che titolo un vicepresidente del Rossetti (Paris Lippi, ndr) ha letto il testo in anticipo? Io certo non l’ho fatto. Inoltre la tragedia dell’esodo e delle foibe è di tutta la città, mentre qui assistiamo di nuovo al tentativo di farne il patrimonio di una sola parte. Sia le righe sul campo di concentramento di Arbe e sia quelle sul Balkan mi risulta - aggiunge Cosolini - essere state presenti fin dall’inizio. Io non mi sognerei di sindacare un testo teatrale nato dal confronto con gli ambienti storici e culturali della città, e consiglio a tutti di non farlo, esiste la libertà di pensiero». di Gabriella Ziani Altro che pace per sempre. Si sfiorano esuli e sloveni e scoppia una guerra civile di parole. «Anche se danno fastidio a qualcuno, qui troverete soltanto fantasmi che ormai non fanno paura a nessuno». Così canta Simone Cristicchi in “Il cimitero degli oggetti”, uno dei brani di “Magazzino 18”, lo spettacolo che da martedì a domenica porterà sul palcoscenico del Teatro Stabile Rossetti con la regia del direttore Antonio Calenda (ieri irraggiungibile) il “museo suo malgrado” delle masserizie degli esuli custodite nel Magazzino 18 di Porto vecchio. Ma la malinconia dei testi, l’omaggio a “una grande tragedia d’Italia”, “storia che appartiene a tutti” (sempre Cristicchi, autore di testi e musica) è ormai finita in una piazza acida di rabbie e risentimenti, dopo che Paris Lippi, Pdl ex An, ex presidente del Rossetti e oggi vicepresidente, ha denunciato la presenza nel testo di frasi di Boris Pahor sull’incendio dell’hotel Balkan nel 1920. Il presidente dell’Unione degli istriani, Massimiliano Lacota, ieri ha ritirato l’autorizzazione a usare in scena foto dell’esodo che erano state prestate e annuncia che lui stesso e molti iscritti diserteranno il Politeama «pur avendo il biglietto»: «Sabotaggio. La comunità slovena è riuscita sabotare il primo spettacolo sull’esodo realizzato da un giovane sensibile ed equilibrato». Roberto Menia, già parlamentare An-Pdl: «Non si uccida lo spirito delle masserizie. Inserire a forza testi o premesse è operazione che sa di regime, un minculpop alla rovescia e rischia di ricreare lacerazioni e fratture». Lo stesso mondo degli esuli e della destra si divide però in falchi e colombe. Piero Delbello denuncia che «ogni volta che si parla dell’esodo bisogna aggiungere un “ma” pregiudiziale per cui i drammi degli italiani d’Istria hanno sempre una diminuzione in quanto mera conseguenza dei danni causati dai fascisti agli sloveni». La stessa cosa sostiene la deputata Sandra Savino (Pdl): «Parrebbe quasi che i fatti delle foibe e dell’esodo tenuti nascosti agli italiani per quasi mezzo secolo debbano sempre pagare un dazio storico alla sinistra». L’inserimento della frase incriminata (che poi non si sa se andrà in scena) viene per di più attribuita a Milos Budin, presidente del Teatro Stabile e storico esponente della comunità slovena, tanto che il consigliere comunale ex An e ora Fratelli d’Italia Claudio Giacomelli chiederà con una mozione al sindaco le sue dimissioni. «Le mie dimissioni? Richiesta scontata» risponde ironico Milos Budin. Che nel merito però non ride affatto: «Lo spettacolo è stato visto da qualcuno? La vicenda del Balkan era scritta fin dall’inizio. E io, ribadisco, non sono drammaturgo, né regista, né direttore artistico, né letterato. Come presidente ho solo il dovere di conoscere ciò che il teatro produce, e sono convinto che questo spettacolo contribuirà a riportare quel clima che nei decenni siamo riusciti a costruire consolidando l’unità, superando e lacerazioni di un difficile passato. Da qui a dire che faccio “l’autore”, ce ne passa». Cristicchi aveva fatto leggere il testo a tanti per evitare errori e omissioni, oggi Renzo Codarin, presidente dell’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e della Federazione degli esuli esce dal coro: «L’autore ha accolto un suggerimento costruttivo, una bambina leggerà in sloveno una poesia sul campo di concentramento di Arbe dove dal 1942 furono rinchiusi sloveni, e va bene. Ma Pahor non va bene, perché ha sempre avuto parole molto negative sugli esuli. L’autore è in gamba, Budin subisce ancora pressioni molto forti dalla sua parte etnica, ma in definitiva - dice Codarin - bisogna lasciare libertà: Cristicchi porterà in scena il testo che ha deciso, coloro cui non piace se ne scriveranno un altro». Paolo Rovis (capogruppo comunale Pdl) taccia Budin di essere «un ex dirigente del Pci per il quale il Muro di Berlino e i regimi totalitari dell’Est non sono mai caduti». A metter luce prova Stelio Spadaro, esponente del vecchio Pci triestino e oggi storico attento e “pacifista”: «A Trieste siamo capaci di capire e aver presenti tutte le parti della nostra storia - premette -, non abbiamo più bisogno di dividere i buoni dai cattivi. Non è male premettere al testo sull’esodo notizie su quanto subìto dagli sloveni. Ma - aggiunge - non era Pahor l’autore giusto. Perché Pahor è nazionalista, e noi siamo contro ogni nazionalismo e separatismo».

 

 

 

 

 

 

490 - Libero 18/10/13 Cristicchi racconta le foibe "Ora mi danno del fascista"

Magazzino 18

Cristicchi racconta le foibe "Ora mi danno del fascista"

di Simone Paliaga

Il cantautore porta in scena un musical sugli orrori dei comunisti titini e l'esodo degli italiani dalmati. "Sfido l'estrema sinistra: venite a vedermi"

«"Chi è Giuliano Dalmata?" si chiede in una battuta del musical, confondendo due aggettivi per un nome e cognome, il funzionario inviato da Roma a catalogare il materiale dei profughi italiani provenienti dall’Istria e dalla Dalmazia. Probabilmente questi sono gli stessi pensieri che balzano alla mente quando a Roma ci si imbatte nel Villaggio giuliano dalmata», ci racconta Simone Cristicchi. In questi giorni che la parola negazionismo rimbalza ovunque il cantante si trova a Trieste per inaugurare il Salone del libro dell’Adriatico Orientale Bancarella (17-22 ottobre con oltre cento incontri) e per togliere il velo a una storia negata e dimenticata da anni. Si tratta di un altro negazionismo di cui pochi si ricordano: l’esodo di 300 mila italiani dalle terre italiane di Istria e Dalmazia alla fine della Seconda guerra mondiale a causa dell’occupazione jugoslava e con il beneplacito inglese. Per riportarlo al centro dell’attenzione al Politeama Rossetti di Trieste il 22 ottobre, con repliche fino al 27, verrà presentato in anteprima nazionale lo spettacolo di Simone Cristicchi e Jan Bernas Magazzino 18, per la regia di Antonio Calenda.

Cristicchi, prima che le venisse in mente di scrivere il musical sapeva di questo episodio storico?

«Vagamente. È un argomento che non si studia a scuola. L’ho conosciuto attraverso un libro che ho trovato a Bologna. Si tratta di “Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani” (Mursia) di Jan Bernas  che poi è diventato il coautore del musical. Tra quelle pagine ho trovato testimonianze di coloro che hanno vissuto l’esodo, il controesodo di molti monfalconesi poi andati in Jugoslavia e finiti a Goli Otok… Questi fatti nessuno li conosce».

Che cosa è il Magazzino 18?

«Mi trovavo a Trieste per fare delle ricerca sulla Seconda Guerra mondiale e ho sentito dell’esistenza di un deposito dove si trovano accatastate le masserizie degli esuli, il Magazzino 18. Dopo un po’ di traversie sono riuscito a visitarlo. E mi è sembrato di rivedere Ellis Island, l’isola dove gli emigrati italiani venivano tenuti in una sorta di quarantena prima di poter sbarcare negli Stati Uniti».

Perché ha pensato di ricavare uno spettacolo dalle vicende dell’esodo?

«Perché è una storia che merita di essere raccontata. Non è stato un lavoro di poco conto. Tra ricerche e scrittura mi ci è voluto un anno di fatiche. Prima ho cominciato a lavorare al testo e poi ne sono uscite anche le canzoni… Si tratta di un musical civile con una scenografia imponente, un coro, un’orchestra. Un lavoro che senza l’aiuto del teatro stabile non avrei potuto realizzare».

Cosa ha provato quando è entrato per la prima volta nel Magazzino 18?

«Avevo l’impressione di trovarmi in un luogo quasi sacro… era ricolmo degli oggetti degli italiani che erano stati costretti a lasciare le loro terre in Istria e Dalmazia. Mobili, poltrone, attaccapanni, tutto insieme. I numeri della tombola si trovavano a fianco di un cuscino. Su ogni sedia era appiccicato il nome del proprietario… era come se questi oggetti parlassero. Avevo l’impressione si essere immerso in una atmosfera fiabesca. In questo magazzino era finito il contenuto di un’intera città. È per questo che ho deciso di ambientare il musical dentro quelle pareti, dentro quel Magazzino».

La canzone che lo racconta ha scatenato una valanga di polemiche…

«Quando l’ho pubblicata sono rimasto colpito dalla quantità di critiche dell’estrema sinistra che mi sono piombate addosso. Se prima per i temi che toccavo mi consideravano di sinistra a un tratto sono diventato un fascista. Io invece sono un artista, voglio raccontare storie. Non mi interessano questi giochi politici. Mi sento libero di occuparmi delle storie che voglio. Più mi attaccano e più io mi incaponisco. Sfido queste persone che mi accusano. Spero vengano a teatro e si ricredano. Nel testo non c’è niente di revanscista. È equilibrato e intende raccontare un pezzo dimenticato della nostra storia di italiani».

Chi ha strumentalizzato questa vicenda penalizzandone la diffusione?

«La strumentalizzazione politica è stata fatta dall’estrema destra come dall’estrema sinistra. Negli anni Settanta gli uni lo hanno impiegato come mezzo di propaganda mentre a sinistra provavano a giustificarlo. Ma il giustificazionismo è pericoloso. Si può finire con avallare qualsiasi cosa».

Cosa ha provato la gente non ideologizzata… quella che non sta né da una parte né dall’altra?

«Una reazione di vergogna. Un po’ quella che ho provato io quando ne sono venuto a conoscenza per la prima volta. Ci si chiede come sia possibile che questa tragedia sia stata rimossa dalla nostra attenzione, che se ne trovino scarse tracce anche nei manuali scolastici…».

Ha intenzione di continuare in questo filone artistico?

«Certo. È un linguaggio ideale per raccontare la nostra storia. Il teatro civile attira un pubblico di intellettuali mentre la musica  è più coinvolgente. Dai bambini agli anziani, tutti possono godere dello spettacolo e imparare qualcosa sulla storia italiana. E se dovesse funzionare questo spettacolo potrei anche continuare, magari occupandomi del Risorgimento».

 

 

 

 

 

491 - Mailing List Notizie 17/10/13 Appello al Governo italiano per chiedere l'apertura degli Archivi segreti di Belgrado

APPELLO AL GOVERNO ITALIANO PER CHIEDERE L'APERTURA DEGLI ARCHIVI SEGRETI DI BELGRADO

 

Egregio Signor Presidente, egregio Signor Vice Presidente, gentile Signora Ministro,

 

il consolidamento dell’Unione Europea ed il suo allargamento ad altri paesi costituisce una delle priorità di questo Governo. Ciò è emerso anche nel recente vertice bilaterale Italia-Serbia ad Ancona, ove Vi siete incontrati con il premier serbo Ivica Dacic ed una nutrita delegazione di suoi ministri. In particolare è stato ribadito nella circostanza come l’Italia sia il principale sostenitore dell’ingresso della Serbia nell’Unione europea e come essa continuerà incessantemente a supportare l’avvicinamento il più rapido possibile della Serbia quale 29.ma stella della Ue.

 

Da parte sua il premier serbo Dacic ha parlato di Roma come miglior amico tra i paesi  occidentali, sottolineando come Belgrado “se lo merita per gli sforzi fatti”. Sono consapevole della priorità degli aspetti economici nelle regole che disciplinano le relazioni tra gli stati, considerato soprattutto che l’Italia è divenuta primo partner commerciale di Belgrado.

 

Vi è un aspetto, però, su cui mi permetto di focalizzare la Vostra attenzione: la necessità di ottenere, da parte del governo serbo, l’apertura di quegli archivi a Belgrado per far uscire dalla segretezza i documenti che vi sono custoditi, e far emergere i documenti dell’ex Jugoslavia, fino a oggi rimasti nascosti, in modo da fare luce definitivamente sul dramma delle foibe e chiarire le troppe pagine ancora oscure degli anni che precedettero e seguirono le deportazioni, la loro pianificazione e le modalità con cui vennero attuate, le indicazioni precise sulla sorte dei deportati, molti dei quali anche a guerra finita; in quale foiba trovarono la morte, in quale campo di prigionia furono detenuti, o in quale fossa comune siano state poi gettate le loro spoglie mortali.

 

Non si chiedono processi a singole persone, anche perché i responsabili di queste stragi oggi quasi certamente non saranno più in vita, ma lo chiediamo per sapere dove poter poggiare un fiore e pregare i nostri morti. Solo da Gorizia furono ben 665 le donne e gli uomini sottratti a guerra finita alle loro famiglie con l’unica colpa di rappresentare un ostacolo alle velleità annessionistiche che il Maresciallo Tito nutriva sulle nostre terre. Sono passati 68 anni da quel maggio del 1945 quando le milizie fecero il loro ingresso a Gorizia aprendo i giorni del terrore, che non bastano a cancellare il dolore dei parenti e la rabbia per i silenzi che da decenni accompagnano questa pagina lacerante della storia del confine orientale.

 

Non possiamo ritenere che la Serbia entri in Europa senza aver aperto, come hanno fatto gli altri paesi, i suoi archivi ancora secretati ed a maggior ragione se si dichiara così amica dell’Italia e se essa riconosce l’essenzialità del ruolo italiano nel processo di adesione alla Ue.

 

Vi sarò grato, pertanto, se vorrete dare nuovo impulso ai contatti diplomatici per l'apertura degli archivi storici dell'ex Jugoslavia per favorire il lavoro degli studiosi e

contribuire a far emergere nuove indicazioni sulla sorte dei deportati italiani, che furono relegati nei campi di prigionia o che trovarono subito la morte nelle foibe. Non possiamo credere che non si voglia spezzare questo assordante e doloroso silenzio!

 

Il comune modo di sentire in Italia è mutato su questi temi, sebbene sia drammatico constatare come l’80% degli italiani non conosca la storia dell’esodo e delle foibe. Segnale del nuovo orientamento senza dubbio è stata l’istituzione del Giorno del Ricordo, entrato in vigore con la legge del 30 marzo 2004. La legge recita: “La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale Giorno del Ricordo al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Come noto la legge è stata votata in Parlamento con solo una ventina di voti contrari, tra Camera e Senato, dell’estrema sinistra.

 

Con questa legge lo Stato e le altre pubbliche istituzioni si sono affiancate alle Associazioni degli esuli giuliano dalmati nella acquisizione di una memoria collettiva, tenendo in vita il ricordo delle vicende che hanno portato 350 mila italiani ad abbandonare i territori passati dalla sovranità italiana a quella jugoslava alla fine della seconda guerra mondiale e di approfondire la riflessione storiografica sui temi legati a tali vicende.

 

Converrete come in questo contesto e per questi fini ciò che Vi chiedo costituisca un passo imprescindibile.

RingraziandoVi per l’attenzione e per ciò che voglio essere certo opererete nel senso auspicato nella presente lettera, Vi invio i miei migliori saluti rimanendo a Vostra disposizione per qualsiasi eventualità.

 

GRUPPO CONSILIARE REGIONALE

IL POPOLO DELLA LIBERTA’

REGIONE AUTONOMA FRIULI VENEZIA GIULIA

Il Vice Presidente

comm. dott. Rodolfo Ziberna

 

 

 

492 - Il Piccolo 19/10/13 Riapre la sezione periferica di Sicciole della scuola "Vincenzo e Diego de Castro"

Riapre la sezione periferica di Sicciole della scuola “Vincenzo e Diego de Castro”

 

A Sicciole è stata inaugurata nei giorni scorsi la sede ricostruita della sezione periferica della scuola elementare italiana “Vincenzo e Diego de Castro di Pirano”. L'edificio, che ospita anche l'asilo italiano “La Coccinella”, era chiuso da due anni per inagibilità. I bambini rientreranno nelle loro vecchie–nuove classi agli inizi di novembre, subito dopo le vacanze autunnali. Alla cerimonia del taglio del nastro sono intervenuti i massimi esponenti del comune, il sindaco Peter Bossman e il vicesindaco Bruno Fonda, la preside della “Diego e Vicenzo de Castro” Nadia Zigante, la direttrice dell'asilo Nives Matijasic, nonchè la presidente dell'Assemblea dell'Unione italiana Floriana Bassanese Radin e il deputato italiano al Parlamento sloveno Roberto Battelli, il quale fin dall'inizio della vicenda si è adoperato per garantire quanto prima i fondi per l'intervento. (f.b.)

 

 

 

 

493 - La Voce di Romagna 15/10/13 Storie e Personaggi - Palatucci e la famiglia Berger

STORIE E PERSONAGGI

UN PO’ DI CHIAREZZA SULLA VICENDA DI UN GRUPPO DI EBREI FIUMANI RIFUGIATI IN ROMAGNA

 

Palatucci e la famiglia Berger

 

IL QUESTORE è stato ingiustamente accusato di aver collaborato con i nazisti. I colpevolisti citano uno scambio di documenti tra le

Questure di Fiume e Ravenna

 

Il messaggio urgente, datato 23 maggio 1944, è firmato “pel reggente”e non può avere comportato conseguenze per i Berger

 

La Società di Studi Fiuma­ni conserva la copia del biglietto urgente di servi­zio della Questura di Fiu­me per il questore di Ra­venna, datato 23 maggio 1944, in risposta ad un telegramma del 12 maggio che riguarda i Berger, nota famiglia fiumana titolare di un mobi­lificio. Da tempo Storie e Personaggi si occupa delle famiglie ebraiche delle Comunità di Fiume e Abbazia rifugiate in Romagna, soprattutto nella provin­cia di Ravenna, dove erano assistite da Vincenzo Tambini e Antonio Dalla Val­le. Senza dimenticare il maresciallo E­zechiele Maccaccaro, comandante della stazione dei carabinieri di Bagnacavallo; Maria Dalla Valle, figlia di An­tonio, ha riferito che era lui ad allertare sulle imminenti retate. Ecco il conte­nuto del documento, citato da Storie e personaggi il 15 novembre 2010, ri­preso recentemente da alcuni studiosi come prova contro Palatucci: “trattasi di ebrei apolidi fiumani qui irreperibili che identificansi per...” e prosegue con i dati del nucleo familiare. E’ fir­mato “pel reggente Palatucci”, quindi la firma non è del questore. I Berger - erano in otto, nessuno si è salvato - so­no stati arrestati a Cremenaga (Vare­se), il 4 maggio 1944 mentre cercavano di espatriare in Svizzera, seguendo la stessa sorte toccata ad altri ebrei fiu­mani, traditi dai cosiddetti passatori, che scoperti in occasione di un espa­trio, pur di salvare la vita, avevano sot­toscritto un patto scellerato con i na­zisti. Tra i loro effetti personali un fo­glio con l’indirizzo di Tambini, che provocherà l’arresto di Vincenzo, rila­sciato due giorni dopo. Visto che i Ber- ger sono stati arrestati il 4 maggio e i­dentificati, che il telegramma della Questura di Ravenna è del giorno 12, non si comprende come avrebbe dan­neggiato la famiglia fiumana il bigliet­to urgente del 23, non firmato da Pa­latucci. Una testimonianza prò Pala- tucci viene da Elena Berger, anche lei rifugiata a Bagnacavallo e parente dei Berger arrestati a Cremenaga. Riguar­da l’aiuto fornito al marito Lazar Aschkenasy, mai giunto in Romagna, che risulta in libertà a Bari il 1° ottobre 1944. La donna, stabilitasi nel dopo­guerra in Israele, ha dichiarato che Pa-latucci si stava adoperando per favo­rire l’espatrio in Svizzera dell’intera fa­miglia. Nel suo libro “Capuozzo accon­tenta questo ragazzo”, Angelo Picariello racconta del rapporto di fraterna a­micizia tra Palatucci e il commissario Feliciano Ricciardelli, allora capo dell’Ufficio politico della Questura di Trieste. Tra i due funzionari c’erano anche intensi rapporti di collaborazio­ne. Si consultavano e confrontavano su come portare avanti i salvataggi più impegnativi e rischiosi; il più delle vol­te era Palatucci che andava a Trieste per chiedere consigli a Ricciardelli, che più anziano di 11 anni era senza om­bra di dubbio il suo maestro. Il com­missario di Trieste si recherà a Fiume per prelevare con successo i congiunti di un ebreo del capoluogo giuliano che temevano di non passare indenni i posti di blocco tedeschi. Ricciarelli, nel dopoguerra questore di Ravenna, era finito come Palatucci a Dachau; tornato in Italia rilascerà una toccante testimonianza sul loro incontro nel la­ger. Sempre in “Capuozzo accontenta questo ragazzo”, Picariello riporta la testimonianza del brigadiere Amerigo Cucciniello, collaboratore di Palatucci, che si era recato a Ravenna dove pres­so amici fidati aveva trovato rifugio u­na famiglia fiumana. Il compito era di condurla a Bergamo, dove con l’aiuto del commissario Mario Scarpa, già in servizio a Fiume, avrebbe raggiunto la Svizzera. Scarpa incamminò il marito verso la vicina Confederazione, men­tre sistemò la donna, Elena Weits, presso amici di Torino dove rimarrà fi­no al termine della guerra. Nel libro “Le comunità israelitiche di Fiume e Abbazia tra le due guerre mondiali” dell’ingegner Federico Falk, non ci so-

no tracce di Elena Weits; la grafia non è corretta, oppure si tratta di una delle tante persone dell’ex Jugoslavia che Palatucci aiutava ad entrare in Italia. Sugli attacchi a Palatucci interviene Marino Micich per la Società di Studi Fiumani. “A nostro avviso, esistono an­cora molte ombre, non sull’onorabilità di Palatucci e sulla sua azione svolta in favore degli ebrei del fiumano o dei territori del più distante retroterra quarnerino, ma sul numero di persone che egli ha contribuito a porre in salvo dalla deportazione nei lager tedeschi. Noi sappiamo che anche Riccardo Gi­gante si adoperò per agevolare alcuni ebrei presenti a Fiume sin dal 1939 perché potessero espatriare. Ma su Gi­gante (che aveva la moglie ebrea) nes­suno, a parte noi, ha mai speso ricer­che in tal senso o messo in risalto le qualità morali. Noi sappiamo anche che alcuni fedeli aiutanti di Palatucci vennero stranamente risparmiati dall’Ozna (la polizia politica jugoslava) il 4 maggio 1945, mentre gli altri 90 a­genti della Questura di Fiume furono tutti infoibati nei pressi di Grobnico e di Costrena. Per Palatucci, che ritenia­mo senz’altro meritevole, si è messo in moto un meccanismo tale che non deve però gettare ombra sulle altre tra­gedie vissute e purtroppo continua­mente ignorate accadute a Fiume in quel triste periodo”. Riguardo la tragica fine degli agenti della Questura di Fiu­me, Storie e personaggi lo scorso 13 marzo ha pubblicato la testimonianza della figlia di Luigi Bruno, che aveva prestato in precedenza servizio presso la Questura di Bologna. La signora An­na Maria parla di un collega del padre, definito un “giuda”, che il 3 maggio 1945 si era presentato in casa per ac­compagnarlo in Questura; lui tornò re­golarmente a casa, mentre Luigi Bruno e gli altri sventurati agenti sono spariti nel nulla. Sull’arresto di Palatucci re­stano ombre inquietanti; il fatto che la polizia tedesca sia andata a casa sua con la certezza di trovare materiale compromettente - una trasmittente e un documento sulla ricostituzione dello Stato autonomo di Fiume - fa pensare che a tradirlo sia stato qual­cuno a lui molto vicino. Nel maggio 1945 i primi a cadere nella repressione dell’Ozna saranno proprio gli autono­misti. Importante l’articolo di Giovan­ni Preziosi sull’Osservatore Romano dello scorso 3 agosto con documenta­te testimonianze sull’opera del que­store a favore degli ebrei. Così conclu­de Preziosi: “Chi era, dunque, Giovan­ni Palatucci? Un eroe, un “giusto”, un collaboratore dei nazisti, un fedele e­secutore degli ordini superiori per l’i­dentificazione e la schedatura degli e­brei? Forse, più semplicemente, fu un uomo - e qui sta la straordinarietà del­la sua opera - che, constatando la per­fidia dei nazi-fascisti che si consumava sotto i suoi occhi ai danni di tante per­sone innocenti, non riuscì a restare in­differente, pur nel timore di essere scoperto, e cercò, per quanto gli era possibile, di impedire questo orrore”.

 

 

Aldo Viroli

 

Il caso è emerso recentemente

Tutto nasce da un convegno del Centro Primo Levi

 

C’è una sorta di lega­me tra la Romagna e Giovanni Palatucci, reggente della Que­stura di Fiume (l’odierna Rijeka in Croazia) allora italiana, e la Roma­gna. Nei mesi scorsi in occasione di un incontro organizzato a New York dal Centro Primo Levi erano state mosse gravi accuse a Palatuc- ci, beatificato dalla Chiesa e pro­clamato Giusto da Israele, riportate da Alessandra Farkas in un articolo pubblicato su Corriere.it del 23 maggio. Il questore, morto nel lager di Dachau, avrebbe salvato solo u­na donna ebrea e addirittura colla­borato coi nazisti. A parte le nume­rose e documentate testimonianze a proposito dell’opera umanitaria di Palatucci verso gli ebrei, è op­portuno ricordare che numerosi appartenenti alle forze dell’ordine dopo l’8 settembre 1943 erano ri­masti al proprio posto, non certo per collaborare con i nazi-fascisti. Per non andare lontano, basti pen­sare al maresciallo dei carabinieri Osman Carugno, che rimanendo al comando della stazione di Bellaria aveva contribuito in modo deter­minante al salvataggio di una qua­rantina di ebrei provenienti dall’ex Jugoslavia ed evitato a diversi gio­vani del posto la chiamata alla leva della Repubblica sociale. Angelo De Fiore e Feliciano Ricciarelli, che nel dopoguerra saranno questori a Forlì e Ravenna, evitarono a Roma e Trieste la deportazione di nume­rosi ebrei.

 

 

 

 

494 - Firenze post 18/10/13 Firenze - Ricordo dello zaratino don Luigi Stefani, il prete alpino.

Manifestazioni oggi 18 e domani 19 nel centenario della nascita

 

Ricordo di Don Luigi Stefani, il prete alpino

 

FIRENZE - Don Luigi Stefani, il «sacerdote alpino» che fu per 30 anni cappellano dell’Arciconfraternita della Misericordia di Firenze, viene ricordato oggi 18 e domani 19 ottobre a Firenze nel centenario della nascita. Una serie di eventi che culmineranno con una messa celebrata dal cardinale Silvano Piovanelli.

 

Conosciutissimo in città Don Stefani (Zara 1913-Firenze 1981) è stato per tanti anni punto di riferimento per chi soffre e chi necessita di opere di carità. Già cappellano delle carceri a Zara sua città natale, fu quindi cappellano degli Alpini in Albania durante la guerra, un’appartenenza che non ha mai dimenticato tanto che lo si vedeva in più occasioni a Firenze con il suo cappello da alpino.

 

Arrivò nel 1945 a Firenze, dove divenne punto di riferimento dei profughi dalmati e istriani. Si dedicò per molti anni all’insegnamento presso vari istituti fiorentini, fra cui l’Istituto Agrario, il Sacro Cuore, il Liceo linguistico di via Ghibellina e il Don Gnocchi di Pozzolatico. Per primo a Firenze creò un consultorio familiare e, nel 1955, fondò l’Opera giovanile del fraterno soccorso «Antonio Rosmini», in cui coinvolse centinaia di giovani in attività di carità e aiuto ai bisognosi. Andò in Ungheria nel 1956 ad aiutare i ribelli in fuga dai carri armati sovietici, riuscendo a portarne diversi in Italia. Nel 1959 fondò lo «Sprone», spazio per giovani artisti in Oltrarno. E negli anni ’70 fu parroco di Santa Margherita in Santa Maria de’ Ricci di via del Corso, con l’annessa chiesa di Dante, che riuscì a far restaurare e riconsacrare al culto cattolico, e a cui dedicò ben tre pubblicazioni.

 

Il programma degli eventi

venerdì 18 ottobre 2013 : Auditorium di Santa Apollonia – via San Gallo 25a – Firenze

 

 ore 17,00 – Reading dell’attrice Marcellina Ruocco da «Una eredità di fede e di amore» l’ultimo saluto-confessione di Don Luigi Stefani

 ore 18,00 – Concerto del pianista Riccardo Sandiford, musiche di W. A. Mozart, L. van Beethoven, J. Brahms

sabato 19 ottobre 2013

 

ore 10,30, Cimitero di Soffiano: cerimonia a cura dell’Associazione Nazionale Alpini

ore 16,30, Via delle Oche 4  benedizione del bassorilievo del Maestro Marko Lukolic presso la dimora fiorentina di Don Stefani

ore 17,30, Cappella della Misericordia, piazza del Duomo 20 – Santa Messa celebrata dal Cardinale Silvano Piovanelli con il Coro degli Alpini

 

 

 

 

 

495 - La Voce del Popolo 19/10/13 Umago - Con Tomizza il nostro mondo in tutto il mondo

Con Tomizza il nostro mondo in tutto il mondo

 

UMAGO Oltre a regalarci tanti libri, Tomizza ha fatto anche questo: il nostro mondo in tutto il mondo! L’ultimo non l’ha scritto lui, ma Irene Visintini, Isabella Flego, Amalia Petronio, Claudia Voncina e Cristina Sodomaco. Un libro che parla dei personaggi femminili di Tomizza e che è stato presentato giovedì sera alla Comunità degli Italiani di Umago, che porta il suo nome. Il teatrino era gremito di gente e questo ha fatto piacere a tutti, perché si voleva parlare di un argomento importante, com’è il mondo femminile in un contesto storico-sociologico non facile. Presenti la vicepresidente della Regione, Giuseppina Rajko, e i vicesindaci di Umago, Mauro Jurman e Floriana Bassanese-Radin.

 

“Si tratta del quinto volume, l’ultimo progetto editoriale della Collana di saggistica degli Italiani dell’Istria e del Quarnero ‘L’identità dentro’, della casa editrice EDIT, uscito in coedizione con la CI “Fulvio Tomizza” di Umago - ha detto Silvio Forza, direttore dell’EDIT, dopo i saluti di Pino Degrassi, presidente della CI locale -. L’opera contiene i risultati di una ricerca condotta grazie anche al sostegno dell’Unione Italiana – rispettivamente del Ministero degli Affari esteri della Repubblica Italiana – e rappresenta l’unico studio specialistico, sistematico e organico sulle figure femminili presenti nella produzione tomizziana”.

Il volume contiene diciassette saggi e si divide in cinque capitoli: “Identificazione della figura della moglie, icona dell’amore coniugale nella narrativa di Fulvio Tomizza”, “Figure femminili vittime della violenza sociale e familiare, della guerra e dell’esodo”, “Voci femminili della storia e della vita”, “Rappresentazione del femminile tra particolari contesti storico-sociali, private vicissitudini e drammi di frontiera” e “Considerazioni sulla condizione presente e passata della donna”.

 

“Figure femminili” in “Dove tornare”, di Isabella Flego, prende in esame l’ottavo libro di narrativa tomizziana. È un intreccio di racconti ben distinti, nati da fatti concreti che si sfiorano e s’incontrano attraverso le figure dal carattere distintivo e in cui Tomizza, con “affanno leopardiano”, illustra i due mondi a cui appartiene: quello capitalistico e quello comunista. Nella miriade di situazioni, interessa in maniera particolare il suo ritorno a Momichio, in cui una parte di primo piano ha, ancora una volta, la saggia e fantastica moglie Miriam; la quale nella sua volontà di avere completamente il suo uomo vuole condividere, con lui “in completo rispetto e delicatezza”, anche l’amore per l’Istria e la sua casa di Momichio. E allora eccola, lei la cittadina, che impara a maneggiare la zappa, a faticare nell’orto e nel giardino, a conoscere ed apprezzare la natura, il canto degli uccelli, gli animali selvatici…

 

A parlare sono state tutte le autrici, e ciascuna ha svolto un capitolo diverso. Un modo per esaminare le figure emblematiche, che come detto da Irene Visintini, “rappresentano da un lato il riflesso dell’ideologia, della poetica e della maturazione del percorso letterario di Tomizza; mentre dall’altro lato sono pregne di un valore autonomo e intrinseco, documentaristico, storico e sociologico, con il loro muoversi in tempi e contesti sociali vari, nel passato come nella contemporaneità...”. La raccolta di saggi si propone come un lavoro-testimonianza di una civiltà ormai in via di estinzione, ma anche “dell’evolversi, del mutare della condizione della donna e dei suoi rapporti con l’uomo in vari momenti storici e politici”.

Profili di donne protagoniste tracciati a trecentosessanta gradi, psicologicamente minutamente indagati, oppure personaggi femminili “comprimari” toccati quasi di sfuggita, tratteggiati velocemente nel loro alveolo culturale e storico, compongono l’universo muliebre di Tomizza. Personaggio femminile predominante nella sua opera è la moglie, l’ebrea triestina Laura Cohen. Urbana, colta, raffinata, borghese, unico punto fermo nei suoi rapporti con le donne, è la sola che riuscirà a comunicargli quel senso di equilibrio che sarà “il centro di gravità permanente” contro le labilità dello scrittore, preso a volte da vere e proprie crisi morali, depressioni, pensieri di suicidio. Apparirà nei scuoi scritti come Miriam (“La città di Miriam”), come Ester (“I rapporti colpevoli”) e Cinzia (“L’amicizia”). Laura è I’icona della moglie, alla quale è legato da un rapporto di complicità, confidenza, ironia, conoscenza umana.

Amalia Petronio si è soffermata sull’opera teatrale “Vera Verk”, rappresentata dal Teatro Stabile di Trieste nel 1963, con Paola Borboni nel ruolo principale. Il dramma è ambientato nell’Istria contadina, retrograda, ipocrita, piena di pregiudizi degli anni ’30 del secolo scorso. Vera Verk è emblema della donna istriana sottomessa, maltrattata, che non conta nulla, alla quale viene strappata la bambina, Rosa, frutto di una relazione con il cognato, e che per impedirle le nozze incestuose compie un gesto estremo mettendo fine alla sua infelice vita, riuscendo a distogliere Rosa dai suoi intenti matrimoniali.

 

Nella sezione “Figure femminili vittime della violenza sociale e familiare, della guerra e dell’esodo”, Cristina Sodomaco si concentra sul personaggio di Giustina, de “La ragazza di Petrovia”. Orfana di madre, con un padre ubriacone, la giovane cresce senza una guida che le insegni come affrontare la vita. Istintiva e incosciente, frequenta diversi uomini del villaggio, fino a incontrare Vinicio, con il quale rimane incinta. Lo sfondo storico sociale è quello dell’esodo, in questo caso degli istriani a Trieste. Lei rimane a Petrovia mentre Vinicio con la famiglia si trasferisce nel campo profughi a Trieste. Quando lo va a trovare per dargli la notizia, impaurita da una rissa al campo profughi, Giustina, spasmodicamente desiderosa di rifugiarsi nel nido della sua Petrovia, incomincia una folle corsa verso il confine dove, sorda alle intimazioni del soldato jugoslavo, verrà falciata da una raffica.

 

Nel capitolo “Voci femminili della storia e della vita”, c’è – tra l’altro – il saggio di Claudia Voncina “Maria Janis nel romanzo ‘La finzione di Maria’”, in cui lo scrittore narra un fatto storico del ’600, sulla base di documenti trovati per caso a Venezia. Maria Janis da Vertona (Bergamo) e il suo parroco Pietro Morellis furono processati dall’Inquisizione per “finzione di santità”, in quanto lei – così affermava la donna – si sarebbe nutrita unicamente dell’ostia consacrata.

L’intrigante copertina e iconografia è di Sergio Morosini.

 

Bello il finale, con gli omaggi floreali della CI per le autrici e la firma dei libri.

 

Franco Sodomaco

 

 

 

496 - East Journal 20/10/13 Serbia : Addio a Jovanka Broz, vedova di Tito

SERBIA: Addio a Jovanka Broz, vedova di Tito

Stamane a Belgrado è morta a 89 anni Jovanka Budisavljević Broz, vedova del maresciallo Tito. Era ricoverata dal 23 agosto in una clinica della capitale serba per gravi complicazioni di salute. Nata nel 1924 da una umile famiglia contadina, Jovanka  aveva partecipato al movimento partigiano jugoslavo. In seguito entrò in contatto con gli alti vertici del Partito Comunista Jugoslavo, arrivando a far parte dello staff di gabinetto del Maresciallo Tito come segretaria. Il matrimonio con il leader jugoslavo, di trentadue anni più anziano di lei, fu celebrato nel 1952.

Negli ultimi anni della vita del marito, Jovanka entrò in conflitto con diversi membri dell' êlite politica e militare jugoslava, in particolare con il leader comunista sloveno Stane Dolanc e con il generale serbo Nikola Ljubicic (come avrebbe in seguito dichiarato la stessa Jovanka). L'accusa reciproca era quella di approfittare dell'indisposizione fisica di Tito, poi scomparso nel 1980, per influenzarlo, plagiarlo e appropriarsi del suo potere, nonché delle ricchezze e dei documenti che il capo di stato jugoslavo avrebbe lasciato in eredità.

Secondo diverse fonti, la coppia si separò di fatto nella seconda metà degli anni '70, e già dal 1977 Jovanka non partecipava più agli atti ufficiali in qualità di moglie del presidente. In seguito Jovanka fu emarginata dalla vita pubblica, relegata in un modestissimo appartamento di proprietà statale, dove visse in condizioni economiche assai precarie: fu infatti privata di tutte le sue proprietà (i beni della coppia furono nazionalizzati) e dei documenti personali. Di fatto, fu relegata a una sorta di arresti domiciliari durati trent'anni: solo nel 2009 infatti avrebbe riottenuto a la carta d'identità, dopo una visita con i ministri serbi Ivica Dacic (oggi premier) e con Rasim Ljaljic. Da allora ricomparse nella sfera pubblica, rilasciando alcune (benché sporadiche) interviste alla stampa. Nonostante le tensioni degli ultimi anni, Jovanka affermava di rimanere legata alla memoria di Tito e ha espresso recentemente il desiderio di essere sepolta al suo fianco nella Casa dei Fiori a Belgrado. Come ha commentato la storica Milica Popovic, "Jovanka ha passato i suoi ultimi anni dimenticata da tutti, proprio come l'anti-fascismo in Serbia".
Secondo diverse fonti, la coppia si separò di fatto nella seconda metà degli anni '70,
Alfredo Sasso

Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it