MAILING LIST HISTRIA

Rassegna stampa settimanale 

a cura di Maria Rita Cosliani, Eufemia Giuliana Budicin e Stefano Bombardieri

 

N. 892 – 26 Ottobre 2013

                                   
Sommario


 

497 - Il Piccolo 23/10/13 Trieste: Cristicchi - L'applauso spezza le polemiche, successo al Rossetti per la prima di “Magazzino 18”, nessuna contestazione in sala (Fabio Dorigo)

498 – Il Piccolo 23/10/13 Cristicchi: Musica e versi stemperano il sapore amaro dell’esodo (Roberto Canziani)

499 - Arcipelago Adriatico 24/10/13 Cristicchi:  Ha rivoltato la nostra storia come un calzino facendo la più bella sintesi che sia mai stata scritta...e rappresentata! Un miracolo...

500 - Corriere della Sera 22/10/13 Il musical di Cristicchi sull'esodo dall'Istria tra liti e ferite riaperte (Gian Antonio Stella)

501 - La Bora 23/10/13 - Simone Cristicchi, una voce per gli esuli (Paolo Stanese – Sabina Viezzoli)

502 - Avvenire 21/10/13 Cristicchi: «Io, un palco, una sedia e le vite rimosse d'Istria» (Lucia Bellaspiga)

503 -  Il Fatto Quotidiano 24/10/13 Intervista a Cristicchi: Io schierato? Sì, con le storie che racconto (Elisabetta Reguitti)

504 - Il Piccolo 22/10/13 No grazie dicono i teatri al “Magazzino 18” da Napoli fino a Torino (Pietro Spirito)

505 -  CDM Arcipelago Adriatico 24/10/13  La rabbia di Toth: Magazzino 18 deve andare in tutti i teatri (Lucio Toth)

506 - L'Arena di Pola 16/10/13 Passi avanti di grande rilievo (Paolo Radivo)

507 - Il Piccolo 22/10/13 Pola: Vandali feriscono l'Arco dei Sergi (p.r.)

508 - La Voce del Popolo 21/10/13:  Trieste -  I libri dell'EDIT, l'identità italiana alla Bancarella (Emanuela Masseria)

509 - La Voce del Popolo  25/10/13  Fiume - Bilinguismo, un valore aggiunto per i bambini (Marin Rogić)

510 - La Voce del popolo  21/10/13   Cultura - Il cammino ha un ritmo che diventa poesia, incontro con Paolo Rumiz  (Marin Rogić)

511 - Il Piccolo 22/10/13 Jovanka sarà sepolta nel mausoleo di Tito (Stefano Giantin)

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

497 - Il Piccolo 23/10/13 Trieste: Cristicchi - L'applauso spezza le polemiche, successo al Rossetti per la prima di “Magazzino 18”, nessuna contestazione in sala

L’applauso spezza le polemiche

 

Successo al Rossetti per la prima di “Magazzino 18”, nessuna contestazione in sala

 

 di Fabio Dorigo

 

 Molto rumore per nulla. “Magazzino 18” termina con dieci minuti di applausi ininterrotti. Nessuna polemica, nessun boicottaggio. I fischietti annunciati sono rimasti in tasca. E in gola il “Va pensiero” che qualcuno aveva pensato di intonare nell’intervallo che non c’era. Il musical di Simone Cristicchi dedicato all’«esodo di italiani cancellati dalla Storia» spalanca la stagione 2013-14 del Rossetti. Una prima molto attesa viste le polemiche della vigilia. Tutti presenti all’appello: dal sindaco Roberto Cosolini all’ex sindaco Roberto Dipiazza, dall’assessore regionale Gianni Torrenti alla presidente della Provincia Maria Teresa Bassa Poropat. Dalla comunità degli italiani dell’Istria è arrivato Maurizio Tremul. Tra il pubblico anche l’ex parlamentare Roberto Menia. Tra i rappresentanti degli esuli ci sono il presidente nazionale dell’Anvgd Antonio Ballarin e delle comunità Renzo Codarin. Dieci minuti finali di applausi quasi liberatori. Tanto che l’Inno di Mameli, intonato a sipario chiuso e alla meglio dai ragazzi della Pro Patria (con le magliette con l’alabarda tricolore), è sembrato un omaggio a Cristicchi più che all’italianità offesa. Il pubblico della prima sembra aver accolto l’invito lanciato nel pomeriggio da Stefano Curti, direttore amministrativo del Rossetti: «Portate i fazzoletti, non i fischietti». E la commozione non è mancata al Rossetti. La prova del nove si è avuta quando una bambina ha letto in sloveno la lettera sulla morte del papà nel campo di prigionia fascista di Arbe. Nessuna contestazione. Neppure un accenno. Non è volata una mosca. Un silenzio assoluto. «Questo lavoro che una volta avrebbe diviso la città - commenta a caldo Cosolini - ora la unisce. Ci siamo tutti commossi. L’applauso finale è stato liberatorio. Un grande lavoro». Uno «spettacolo bellissimo molto poetico e commovente con un testo molto bello. Quindi siamo tutti felici, davvero!» dice Torrenti. «Cristicchi e Calenda hanno saputo dare il massimo di sè e hanno saputo interpretare questa grande tragedia con anche leggerezza. Mi auguro che questo spettacolo giri veramente tutta l'Italia» aggiunge Bassa Poropat. «È la prima volta che la nostra storia viene detta con questa semplicità e con questa intensità assieme - dice il rappresentante degli esuli Ballarin -. Interpretazione magistrale la storia è ricostruita in maniera adeguata e molto emozionante ma non solo». Alla fine non c’è rimasto nessuno a contestare “Magazzino 18” sommerso da una standing ovation. Alle 15.40 di ieri lo spettacolo ha ottenuto il nulla osta dell’Unione degli Istriani che aveva annunciato il boicottaggio con ritiro delle foto. «Dopo le rettifiche del copione ritengo non vi siano più elementi ostativi» ha dichiarato Massimiliano Lacota che ieri sera non era al Rossetti per altri impegni. Ha avuto ragione chi sosteneva che uno spettacolo va visto. Si sarebbero risparmiate un mucchio di inutili parole

 

 

 

 

498 – Il Piccolo 23/10/13 Cristicchi: Musica e versi stemperano il sapore amaro dell’esodo

 

Musica e versi stemperano il sapore amaro dell’esodo

 

Cristicchi porta in scena talento, sensibilità e grazia: la memoria storica e il punto di vista politico si sciolgono in ballate e canzoni che offrono emozione

 

di Roberto Canziani

 

Se lo vedi davvero, se partecipi a un debutto “elettrico”, come quello di ieri, “Magazzino 18” non è soltanto la controversa frase tratta dalla narrativa vasta di Boris Pahor. Righe che ieri al Rossetti non si sono sentite. E non è solo la voce di una bambina che in lingua slovena racconta gli stenti del campo di internamento italiano di Arbe-Rab. Questo è soltanto ciò che finora aveva fatto notizia. Se ti siedi in poltrona, e attendi con curiosità e un po’ di ansia che le luci si abbassino, “Magazzino 18” è anche altro. È un segnale per il teatro. Controverso, magari animoso, che vuol dire ancora scottante. Significa che quanto accade sui palcoscenici non è solo argomento per intellettuali a riposo, pensionati che hanno sottoscritto l’abbonamento, studenti inviati dagli insegnanti. È invece tutta una comunità, magari da posizioni che arcaicamente si fanno ancora chiamare “destra” e “sinistra”, che al teatro riconosce il calore vivo della proposta e la necessità della discussione. Bene. Purché se ne parli dopo. E non prima dello spettacolo. Perché visto da qua, “Magazzino 18” è soprattutto una tempestosa corsa in 60 anni di storia, che fra nomi, oggetti, immagini, approda, come tappe in porti più quieti, nel ritmo familiare di ballate e canzoni. Musica che lima l’amaro delle notizie. Accento romanesco che stempera i filmati dell’esodo giuliano-dalmata. Un po’ stupefatto, un po’ sornione, Cristicchi si inoltra nei corridoi abbandonati del Porto Vecchio, lascia che sia tu a conversare col magazzino 18. E ti fa pure incontrare lo Spirito delle Masserizie, e tanti fantasmi che ancora abitano quei mobili, le sedie, i quadri, gli affetti materiali. La domanda di fondo è questa: se sia riuscito Cristicchi, e con lui Antonio Calenda, che ha sorvegliato l’andamento registico, e con loro Jan Bernas, coautore dei testi, Valter Sivilotti con l’Orchestra Mitteleuropa Fvg e il piccolo coro dello StarTs Lab; se tutti insieme insomma siano riusciti a fare di questa materia di ceneri e braci non spente, ciò che avrebbero voluto fare: un “civile teatro-canzone”. Non un evento di rottura, ma il prodotto di un’arte imprevedibile e momentanea - lo spettacolo - in cui anche la memoria storica si scioglie in musica e visione, e il punto di vista politico soccombe all’emozione che fa sgorgare abbandonanti le lacrime, ma invita le labbra anche alla forma discreta e malinconica del sorriso. Nella rincorsa di un giudizio immediato, buttato giù quando le luci non si sono del tutto spente, la risposta è sì. Perché ha talento, sensibilità, grazia, l’avventuroso Cristicchi. Con grazia parlava di morte e passeggiava per cimiteri nella recente canzone di Sanremo: “La prima volta (che ero morto)”. Quella stessa grazia la sa mettere anche qui, quando canta l’esodo e la sofferenza. “Grazia sotto pressione” diceva il massiccio Hemingway parlando di coraggio. Grazia sotto pressione, coraggio, determinazione si addicono anche al ragazzone Cristicchi, e al suo “Magazzino” che il pubblico saluta infine con una standing ovation.

 

 

 

 

 

499 – CDM Arcipelago Adriatico 24/10/13 Cristicchi:  Ha rivoltato la nostra storia come un calzino facendo la più bella sintesi che sia mai stata scritta...e rappresentata! Un miracolo ...

 Cristicchi tocca le corde di un mondo provato dalla storia: è standing ovation

 

Un pubblico commosso, in piedi, ha accolto a Trieste lo spettacolo di Simone Cristicchi  Magazzino 18.

 

Ha rivoltato la nostra storia come un calzino facendo la più bella sintesi che sia mai stata scritta...e rappresentata! Un miracolo...




Trieste. Politeama Rossetti. “Come vorrei essere un albero, che sa dove nasce e dove morirà” è tutta qui l’essenza di uno spettacolo straordinario che racconta il dramma di un popolo intero, esuli e rimasti. Con le parole della canzone di Sergio Endrigo il cantautore romano Simone Cristicchi suggella un sentimento profondo, il dolore dello sradicamento che non è solo l’abbandono della propria terra per altri lidi, è il sapere di non poterci tornare, di non ritrovare le stesse cose, gli stessi posti, perché non ci sono più le stesse persone; è il dramma di chi è rimasto, perso in un mondo non più suo, con la sola certezza di essere italiano. E il rimpianto è tutto racchiuso in quelle poche parole di Pietro Soffici, grande musicista, esule istriano, che in una bellissima canzone si domanda “Coreva andar pel mondo? e tanto tribolar, per capir che tuto il mondo, lo gavevimo qua”.

 

La musica, si sa, è motivo di elevazione spirituale, è il mezzo che tocca il cuore della gente; e quella di Cristicchi è semplice, quasi una ballata popolare, che snocciola storie e filastrocche, ma è potente, penetrante, risolutoria.  “Masserizie abbandonate e mille facce in bianco e nero”  canta mentre scorrono le immagini di cataste di sedie abbandonate nel Magazzino 18, “come si fa a morire di malinconia per una terra che non è più  mia.  Che male fa aver lasciato il mio cuore dall’altra parte del mare” e il Toscana imbarca a Pola povera gente, dignitosa nel dolore della partenza; immagini grigie, che il tempo ha sbiadito, ma proprio per questo ancor più evocatrici  di quei tragici momenti.


Non dimentica niente nel suo musical civile, non tralascia alcunché della storia di quel disgraziato ‘900. Con poche e significative parole racconta di un mondo in subbuglio, dei gravi screzi tra italiani e slavi, già prima dell’avvento di Mussolini, dei militari ammazzati a Spalato, del Balkan bruciato a Trieste, dei soprusi del fascismo, mai ammessi, sulle popolazioni slave, della Risiera, del campo di internamento di Arbe, dove muore di stenti il padre di Tomislav. Una bambina legge una breve nota dell’accaduto in sloveno mentre la traduzione scorre sul fondo della scena. Il dolore, che avvolge tutto il teatro, immerso in un silenzio fragoroso, impedisce che su questo fatto si scateni il putiferio. La voce girava prima dello spettacolo, diceva che “si sarebbe fischiato” chiudendo così le polemiche degli ultimi giorni.

Sconfitti, sono stati sconfitti dalla bellezza dello spettacolo, dalla sua poeticità, dalla sua intoccabilità. Cristicchi prosegue, racconta delle vendette dei partigiani di Tito, delle nefandezze non solo sui capi politici, sui gerarchi, in qualche modo responsabili di qualcosa; racconta dei prelievi di massa. Donne, uomini, vecchi e bambini finiranno nelle foibe senza sapere il perchè. “Li prendono – dice Cristicchi – solo per una formalità. Ma in quanti siamo su questo camion solo per una formalità!”. Non torneranno più. “Dentro la buca” canta un coro di bambini pestando all’unisono un bastone per terra. E’ il fragore dei corpi che cadono nelle foibe, mezzi ammazzati e mezzi vivi. E’ il sogno di Tito che vorrebbe compiersi, annientare la popolazione italiana, arrivare fino all’Isonzo con una nazione tutta e solo slava. E dentro la foiba finisce Norma Cossetto, bella, giovane, amica di un comunista italiano e sventuratamente figlia di un fascista del paese. Violentata per una notte intera da diciassette energumeni.  Una donna dalla finestra di fronte – dice il cantante - vede tutto. E poi la fine, è il18 agosto 1946 a Vergarolla, lo scoppio di nove tonnellate di tritolo, cento morti e duecento feriti. Cristicchi racconta l’atto eroico del dottor Geppino Micheletti, che nonostante avesse perso nell'esplosione i figli Carlo e Renzo, di 9 e 6 anni, continuò ad adoperarsi per salvare le vite di altri. E L’Unità – dice – difende gli interessi jugoslavi definendo gli istriani "i servi del fascismo e dell'Italia fascista".


Ma non finisce qua, il suo racconto non si esaurisce, un’ora e mezza abbondante di narrare fitto, il pubblico piange, si commuovono anche gli uomini. Mostra la foto di Marinella, un anno solamente, morta di freddo nel campo profughi di Padriciano, quell’inverno la temperatura era scesa a meno sedici. E gli uomini, tanti anonimi, che affogarono la loro sventura nell’alcol mentre una donna fu trovata impiccata ad un ulivo, non aveva retto lo strazio di non vedere più la sua casa. L’ultima tappa del suo racconto è Goli Otok, il calvario dei tanti italiani, cantierini emigrati in cerca del sol dell’avvenire, che avevano trovato la fine del loro sogno nel “campo di rieducazione” dell’isola calva, una pietraia. Era comunisti stalinisti caduti in disgrazia nel momento in cui ci fu lo strappo tra il baffone e Tito.


La FVG Mitteleuropa Orchestra, diretta dal maestro Valter Sivilotti, suona dietro un fondale. Apparirà solo al momento degli applausi. Il filo conduttore del racconto sono due personaggi. Uno è Persichetti, archivista romano mandato dal Ministero per l’inventario e il trasferimento di tutti i materiali del Magazzino 18. Il personaggio, che Cristicchi interpreta con la bravuta di un attore consumato, conferisce allo spettacolo pochi momenti lievementi comici, affondando nei luoghi comuni dei nomi delle città istriane, del Giuliano Dalmata , “chi è costui?”  chiede il simpatico archivista al telefono con il direttore romano. Tolto l’impermeabile Persichetti diventa il fantasma delle masserizie, l’anima del racconto.


“Che cos’è il teatro se non la celebrazione di un rito, la lungimiranza della pìetas: gli uomini capiscono se stessi, gli altri e anche i propri nemici” diceva poco tempo fa Antonio Calenda, regista dello spettacolo. L’importante ora è che lo spettacolo sia visto, per compiere questa catarsi, ma soprattutto perché l’odissea del popolo istriano tutto sia finalmente conosciuta dai tanti che, come il Persichetti, l’hanno sinora ignorata.

 

 

 

500 - Corriere della Sera 22/10/13 Il musical di Cristicchi sull'esodo dall'Istria tra liti e ferite riaperte

l'Istria, un Musical e le Ferite mai Chiuse

 

di GIAN ANTONIO STELLA

 

Il caso Le storie degli esuli e le dispute sulle foibe. Per l'Anpi è revanscismo, gli ex An all'attacco per l'ipotesi di citare Boris Pahor

 

Il musical di Cristicchi sull'esodo dall'Istria tra liti e ferite riaperte

 

L'artista accusato da destra e sinistra

 

Quando smetteranno di buttare sangue le ferite degli esuli dall'Istria? Mezzo secolo dopo, Simone Cristicchi è alle prese con le solite etichette: di qua è un mezzo fascista, di là un mezzo comunista.

L'accusa, da sinistra e da destra, è la stessa a parti ovviamente rovesciate: col nuovo recital teatrale non racconta la tragedia dell'esodo vista per schemi: tutti i buoni di qua, tutti i cattivi di là. Basterebbe ascoltare la canzone «Magazzino 18» che dà il titolo al «musical civile» che debutta stasera allo «Stabile Rossetti» di Trieste per capire da che parte sta il cantautore che, dopo aver vinto Sanremo, ha sempre più allargato i suoi interessi dalla musica al teatro e ai libri. Sta con quei 350 mila italiani che, pressati dalla pulizia etnica titina, vennero buttati fuori dall'Istria, dal Quarnero, dalla Dalmazia.

Comincia così, quella canzone dolente: «Siamo partiti in un giorno di pioggia/ cac­ciati via dalla nostra terra / che un tempo si chiamava Italia / e uscì sconfitta dalla guer­ra». E in un monologo su YouTube dove ri­prende «1947» di Sergio Endrigo dedicata a Pola («Da quella volta non l'ho rivista più...») Cristicchi chiarisce ancora meglio il peso che dà alle ragioni e ai torti.

«Processi sommari ed esecuzioni di mas­sa non risparmiarono nemmeno antifascisti e comunisti perché, in realtà, tutto quello che era italiano era considerato "fascista"», dice nel monologo pubblicato in «Mio non­no è morto in guerra», «Amici e parenti spa­rivano dal giorno alla notte, senza lasciare traccia, portati via con violenza dalle milizie tirine e spesso gettati nelle foibe a due a due: il più fortunato si prendeva una pal­lottola in testa, l'al­tro veniva trascinato giù dal compagno, ancora vivo».

Una tesi più che sufficiente perché, ha raccontato al Giornale Jan Bernas, l'autore di «Ci chia­mavano fascisti. Era­vamo italiani» e co­autore dello spetta­colo teatrale, arri-

vassero «da ambienti di estrema sinistra e sezioni lo­cali dell'Anpi degli attacchi molto duri» e l'accusa a Cristiccii di essere «un revansci­sta che nega i crimini del fascismo». Simone conferma: «Se prima mi pensavano di sini­stra, a un certo punto mi hanno visto come un destrorso».

 

Ora, di colpo, è tornato «comunista». O comunque filotitino. O come minimo servo inconsapevole degli «slavi informatori». Gli è bastato inserire in «Magazzino 18», che rac­conta la tragedia dell'esodo partendo da quel deposito portuale dove furono ammas­sati duemila metri cubi di sedie e comò, scarpe e tegami e perfino un «balighetto» (la bustina di cuoio in cui era riposta la placenta dei neonati «nati con la camicia») la lettera di sei righe di una bambina slovena che ri­corda la morte del papà nel campo di prigio­nia fascista di Arbe.

Non l'avesse mai fatto! «È una visione giustificazionista degli eccidi slavo-comu­nisti e dell'esodo», ha detto al Piccolo il lea­der di Fratelli d'Italia Fabio Scoccimarro. Spiegando che inserire delle letture «nella lingua degli aguzzini degli esuli in uno spet­tacolo che ne ricorda il dramma è una pro­vocazione».

Più ancora che la lettera della bambina, in realtà, a far infuriare gli esuli più accesi sa­rebbe stata un'ipotesi. Quella che lo spetta­colo desse voce anche a una frase dello scrit­tore Boris Pahor sull'incendio appiccato dalle camice nere nel 1920 al «Narodni dom», la casa del popolo degli sloveni triestini cono­sciuta anche come Hotel Balkan: «Tutta Tri­este stava a guardare l'alta casa bianca, dove le fiamme divampavano a ogni finestra. Fiamme come lingue taglienti, come rosse bandiere. Gli uomini neri intanto gridavano e ballavano come indiani che, legata al palo la vittima, le avessero acceso sotto il fuoco». Una cronaca, in sé, non dichiaratamente nemica. Il gmaio è che Pahor è un nazionali­sta sloveno così acceso da essere accusato anche dagli esuli moderati come Lucio Toth di non aver «mai speso una parola, neppure una sulla cacciata degli italiani».

 

Va da sé che, come ha saputo dell'ipotesi, l'ex presidente del teatro aennino (retroces­so dalla sinistra a vice) Gilberto Paris Lippi ha dato fuoco sul Piccolo alle polveri: «Agli autori è statto suggerito di aggiungere la let­tura di una citazione di Boris Pahor che parla del Balkan e la lettura di una poesia recitata da una bamibina in sloveno con i sottotitoli in italiano».. Il tutto per alleggerire le colpe slave: «Cosa c'entrano il Balkan e la lettura in sloveno? È uno schiaffo per Trieste e gli esu­li». E di chi poteva essere mai l'ingerenza se non di Milos Budin, il nuovo presidente già deputato diessino e appartenente alla mino­ranza slovena? Piccantissimo, Budin spiega d'essersi solo accertato che lo spettacolo fos­se «in linea con le condizioni di unità rag­giunte dalla nostra società» e non creasse insomma nuove lacerazioni. Poi si sfoga ri­cordando d'essere stato lui tra i primi a rico­noscere la tragedia della cacciata degli italia­ni fino a tirarsi addosso le ire dei nazionalisti della «sua» minoranza slovena a partire da proprio da Boris Pahor. Come osano dunque dipingerlo come un censore rosso?

«La verità è che quel pezzo avevo già deci­so di toglierlo perché non funzionava e per­ché so che Pahor divide», giura Cristicchi, «Così come ho tolto Maria Pasquinelli, la maestra fascista che uccise nel 1947 il generale Robert de Winton che a Pola rappresen­tava quegli alleati che avevano dato l'Istria alla Iugoslavia. Non voglio che questa storia continui a dividere. Tutto qui».

 

E lì torniamo: pez­zi della sinistra no­stalgica rinfacciano al cantautore di non raccontare la «loro» versione rossa della storia, pezzi della destra di non rac­contare la «loro» versione nera. Come Massimiliano Lacota, che a nome degli esuli più destrorsi ha ritirato l'autorizza­zione a Cristicchi a usare le foto del­l'esodo che gli aveva prestato e ha tuona­to: «La comunità slovena è riuscita a sabota­re il primo spettacolo sull'esodo realizzato da un giovane sensibile ed equilibrato». Sa­botaggio per sabotaggio, al teatro non an­drà. Anzi, qualcuno sarebbe tentato di pian­tare pure casino...

La Federazione degli esuli che rappresenta larga parte delle associazioni, però, la pensa diversamente. E con il suo presidente Renzo Codarin getta acqua sul fuoco. Pahor non an­dava bene («ha sempre avuto parole molto ne­gative sugli esuli») ma tolto lui «Cristicchi porterà in scena il testo che ha deciso e coloro cui non piace se ne scriveranno un altro». An­tonio Ballarin, presidente dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, va più in là: «Avendo avuto la possibilità di leggere una versione del meraviglioso testo dell'opera di Cristicchi...» Ma alla fin fine sono parole: vo­ghamo vederlo, questo musical civile, per par­larne «dopo»?

 

Gian Antonio Stella

 

 

 

501 - La Bora 23/10/13 - Simone Cristicchi, una voce per gli esuli

Simone Cristicchi, una voce per gli esuli (bora.la 23ott13)

 

 di Paolo Stanese


Giorni e giorni di polemiche e accuse incrociate (partite dall’ex-direttore del Teatro Stabile Paris Lippi), l’attenzione cittadina e mediatica che sale, fino ad arrivare sui quotidiani nazionali. Dichiarazioni si susseguono sul contenuto del testo di uno spettacolo che nessuno ha ancora visto, e non ha una forma definitiva; un tema che è un nervo scoperto per moltissimi e un dramma che parla di una pagina di storia ancora ignota per altrettanti. Spettatori in sala che hanno ben chiara in testa la versione dei fatti che vogliono (e non vogliono) sentirsi raccontare.


Quando martedì 22 ottobre va in scena Magazzino 18, Simone Cristicchi deve sentirsi addosso una pressione incredibile. Ma non perde un colpo. Nei panni di un ignaro archivista romano spedito qui per inventariare il contenuto del magazzino e, nello stesso tempo, dello “spirito delle masserizie” che rievoca le storie di quegli esuli che hanno abbandonato lì per sempre quegli oggetti, inizia il suo racconto.


E quando, alla fine della prima canzone, sulle parole “qui troverete soltanto fantasmi/che ormai non fanno paura a nessuno” scoppia un fragoroso, vibrante applauso, il cantautore romano capisce di aver giocato bene le proprie carte: lo spettacolo funziona, il pubblico lo segue. Cristicchi procede, con qualche semplificazione, a tracciare un quadro storico degli anni precedenti (senza concessioni al mito degli “italiani brava gente”), per poi soffermarsi a raccontare toccanti e tragici episodi legati all’esodo istriano. Un altro scrosciante applauso scatta quando il cantautore sottolinea che “nei giorni in cui il resto d’Italia festeggiava la Liberazione, in queste terre cominciava l’occupazione”.


Da quei giorni cupi sono passati più di sessant’anni, e finora non molto era stato fatto (al di fuori dal lavoro degli storici) per dislocare le opposte retoriche calcificate a Trieste, dove prevalgono ancora oggi i proclami ideologici, mentre nel resto del paese le vicende giuliano-dalmate sono sconosciute e ignorate. Ben venga dunque il lavoro di Cristicchi, non solo a Trieste ma in giro per l’Italia: non possiamo che augurarci che Milano, Torino, Napoli e Genova ritirino il “no” allo spettacolo seguito alle polemiche, e propongano al loro pubblico Magazzino 18, che arriverà anche a Fiume, Umago, Rovigno e Pola.


Detto questo, da un punto di vista artistico, ci si può chiedere se il “musical civile” che Cristicchi ha scritto con il giornalista Jan Bernas (autore di Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani, libro di testimonianze sull’esodo istriano cui Cristicchi ha attinto perMagazzino 18) funziona. La mia personale opinione è “abbastanza”: è davvero un’impresa titanica rievocare in due ore scarse una vicenda così delicata e di tale complessità, e trovare un’equilibrio fra la verità stabilita dagli storici, le storie singolari narrate e l’uso della canzone non è facile.


Cristicchi ha fatto molto bene i compiti (canta persino in modo credibile una canzone in dialetto istroveneto), e alcuni tocchi drammaturgici nello spettacolo sono notevoli. Certo, nel complesso lo spettacolo gioca molto sull’emotività, e chi si aspetta di capire potrà restare interdetto da alcuni passaggi logici troppo temerari; certo, per concentrarsi sulle storie Cristicchi ricorre ad alcune semplificazioni di troppo; certo, l’ambizione (per lo meno quella del personaggio) di mettere la parola definitiva su queste vicende per “andare avanti” è sproporzionata rispetto al quantitativo di dolori e di domande suscitate dall’esodo. Ma che sia giunto qui uno straniero, uno che non porta nel sangue la memoria di quei giorni, a offrire un canto catartico per i protagonisti della diaspora giuliana, finalmente rammemorati, è già una gran cosa.


Che brutta figura, accogliere questo straniero con quel vespaio di polemiche sempre identiche. Ci auguriamo che, nel complesso, la città sia più ben disposta dei soliti noti nei confronti di chi un passo osa muoverlo.


(Scritto in collaborazione con Sabina Viezzoli)

 

 

 

 

502 - Avvenire 21/10/13 Cristicchi: «Io, un palco, una sedia e le vite rimosse d'Istria»

MAGAZZINO 18

 

Cristicchi: «Io, un palco, una sedia e le vite rimosse d’Istria»

 

«Due anni fa attraversai il portone del Magazzino 18 al porto vecchio di Trieste e rimasi ossessionato dal silenzio che respirai là dentro, tra le masserizie degli esuli italiani in fuga dalla Jugoslavia dal 1947 in poi...». Simone Cristicchi si è aggirato in quel luogo della memoria tra letti e specchiere, armadi e giocattoli, valigie e fotografie, vite cristallizzate nel tempo, racchiuse in oggetti che ancora parlano di chi li possedette. È nato così il suo bisogno di far conoscere la storia più dimenticata d’Italia, il grande esodo dei 300mila istriani quando le loro terre furono cedute a Tito: Magazzino 18, che debutterà martedì al Teatro Rossetti di Trieste con la regia di Antonio Calenda, è un «musical civile», un’opera di «educazione alla memoria».


Come è nata l’idea in un cantautore romano, che nulla ha a che spartire con quei luoghi?


Ormai ho capito che in me tutto nasce dai silenzi. In passato mi avevano ispirato il manicomio, l’abbandono della miniera, e ancora il silenzio di mio nonno Rinaldo sulla guerra di Russia. Il Magazzino 18 di Trieste era ciò che Magris chiamerebbe un silenzio oltraggioso, una pagina di storia rimossa anche dai libri scolastici. Dovrebbero farne un museo aperto a tutti!

Da studente aveva studiato le foibe?


Quasi nulla. Ma a me ha interessato ciò che è successo dopo: i morti di esodo, gente che moriva di nostalgia, consumata come candele... Ci sono persone finite in manicomio a causa dello sradicamento. Quando poi mi è capitato di leggere un libro di Jan Bernas, che ha raccolto le testimonianze dirette sia degli esuli che dei "rimasti" in Jugoslavia, mi ha colpito tanto che gli ho proposto di realizzare questo testo teatrale insieme a me. Il risultato è uno spettacolo che ha la presunzione dell’equilibrio e l’intenzione di pacificare, dopo decenni di scontri ideologici.

Tra i tanti esuli e "rimasti" incontrati, chi si porta nel cuore?


Tanti. Una signora mi ha scritto una stupenda e-mail dagli Usa dopo aver ascoltato su YouTube la canzone Magazzino 18, e allora ho capito di aver scoperchiato una pentola enorme. Altri esuli mi hanno cercato da Argentina, Cile, Canada, Australia... E tra i "rimasti" ricordo una signora di Montona, in Istria, appena ha sentito che parlavo italiano non le pareva vero e anche a me sembrava di aver trovato un antico tesoro, sono tanto rari ormai. Suo marito era morto in foiba.



In un’Italia che censura chi non si omologa, non ha temuto di essere marchiato per la sua scelta?


L’ho messo in conto ma non mi tocca. Quando il pubblico vedrà lo spettacolo, capirà quanto lavoro c’è dietro e coglierà la magia del teatro, la potenza dell’orchestra, dei quaranta bambini coristi, di una scenografia imponente. A me importa dare emozioni al pubblico, non occuparmi di beghe ridicole.



La tounée girerà tutta Italia, ma non Milano o Roma...


Purtroppo ci sono piazze "caute", vogliono prima vedere cosa succede altrove.


Il negazionismo sembra duro a morire. Perché a 70 anni dai fatti si ha ancora paura della verità?


Probabilmente perché esce il lato oscuro del comunismo nazionalista. A me danno fastidio i "contabili delle foibe", trovo oltraggioso litigare su quanti morirono davvero in foiba e quanti affogati o nei campi di prigionia di Tito. Ieri si è proposto di estendere il disegno di legge contro il negazionismo dalla Shoà alle foibe e lo trovo giustissimo: non tolgo alcun merito alla lotta partigiana, nei cui valori credo, ma nemmeno è giusto santificare la Resistenza, perché ogni fatto storico ha pure un suo lato negativo. Anche gli italiani durante la guerra hanno compiuto i loro crimini e in Magazzino 18 ne parlo, ma nulla può giustificare ciò che poi avvenne.

 

Quale oggetto da quel Magazzino si sarebbe portato a casa, se avesse potuto?


Piero Del Bello, che custodisce quel patrimonio, in effetti me ne ha offerto uno e io ho scelto una sedia in legno tra centinaia che erano accatastate fino al soffitto come in un groviglio di ragni. Sotto c’è ancora attaccato il biglietto con il nome del proprietario, Ferdinando Biasiol, il "numero del collo", la dicitura "servizio esodo". È il marchio del dolore. Quella sedia verrà con me sul palcoscenico.


Cosa avviene in scena?


Interpreto io tutti i personaggi alternando prosa e musica. I protagonisti sono due, uno sprovveduto archivista romano spedito dal ministero degli Interni a redigere l’inventario di tutti quegli oggetti e lo Spirito delle masserizie, che narra le vicende umane. In dicembre porterò Magazzino 18 in Istria tra la minoranza italiana, reciterò per i "rimasti" di Pola, Fiume, Rovigno e Umago. Sarà un’emozione immensa, in quel momento sul palco salirà davvero la storia.

 

Lucia Bellaspiga

 

 

 

 

503 -  Il Fatto Quotidiano 24/10/13 Intervista a Cristicchi: Io schierato? Sì, con le storie che racconto

Simone Cristicchi


Io schierato? Sì, con le storie che racconto



La generazione precedente non ha fatto i conti con la questione istriana. Chi come me viene dopo ha una visione più imparziale

 

di Elisabetta Reguitti


Quando Simone Cristicchi ha deciso di scrivere e portare in scena Magazzino 18 non si è chiesto cos`è di destra o di sinistra. Voleva narrare le vite spezzate delle famiglie dei"rossi" tanto quelle dei "neri". Raccontare degli esuli giuliano-dalmati e fiumani che nel 1946 lasciarono le loro case e terre assegnate dai trattati di pace alla Jugoslavia di Tito. Loha fatto e il pubblico a nord-est ha dimostrato di aver capito infischiandosenedi tutto il resto. A teatro dunque come nelle urne:i politici o presunti tali parlano, straparlano, ma alla fine sono i cittadini a scegliere.

 

Scommessa vinta con il tutto esaurito e il successo della prima al Rossetti di Trieste?

 

Sì. Una cosa davvero unica penso nella storia di questo teatro.All`inizio si respirava tantatensione che poi si è sciolta anche con qualche risata. Personalmente non mi era mai capitatodi andare in scena in un teatro all`esterno del quale c`erano le forze dell`ordine per timore di disordini. È stata la vittoria della gente che non ha voce,visto che con questo musical siamo riusciti a colmare il silenzio di tanti anni. Il lungo e ininterrotto applauso finale ha postola parola fine su tutte le polemiche.


La diatriba sollevata tra chi prima le dava del comunista e poi del fascio è specchio di quell`Italia che si perde dietro l`ultima corrente politica...Di chi parla senza conoscere, di chi pontifica a prescindere. Di una tendenza a dare per scontato che fossi schierato da una parte o dall`altra. Io sono schierato con le storie che racconto, dalle miniere alla seconda guerra mondiale, con tutte quelle vite che hanno fatto laStoria di questo paese indipendentemente  dalle etichette di destra o di sinistra. È bastato inserire la lettera di una bambina slovena che ricorda la morte del papà in un campo di concentramento per accusarla addirittura di una visione giustificazionista degli eccidislavo-comunisti... Ciò che più mi ha ferito è che qualcuno abbia detto che fossi un artista manipolabile.

Alla vigilia, in conferenza stampa lei aveva affermato: "Nel resto dell`Italia il giuliano-dalmata è scambiato al massimo per un letterato" mettendo tutti a tacere e soprattutto facendo capire che non è guardandosil`ombelico che si fanno passi in avanti...

Lo spettacolo si conclude con una frase che richiama l`attualità di tutti i profughi e gli esuli del mondo che fuggono dall`odio razziale, dalla fame e dalle guerre. Ieri come oggi. Di tutte quelle persone che hanno scelto liberamentedi mettersi in cammino verso la libertà e la democrazia.


Ho solamente voluto allargare la visione di questo fazzoletto di terra estendendola al mondo intero. Un punto di vista molto più ampio che da Trieste arriva fino a Lampedusa. Il pubblico del Politeama Rossetti ha premiato il suo lavoro che replicherà fino a domenica prima di approdare in altri teatri d`Italia e dal 17 al 22 dicembre andare in scena alla sala Umberto di Roma.

 
Che aspettative ha?


Non saprei, magari nelle altre città non riusciremo a riempire le sale come sta accadendo qui, dove tra l`altro vivono 100 mila esuli che attendevano questo spettacolo. Inoltre molti direttoriartistici aspettavano di vedere di cosa si trattasse perché non avevano fiducia. Io sono interessato a portare questo lavoro all`attenzione del pubblico perché si tratta di una vicenda che riguarda tutti noi. Basta pensare ad artisti come Sergio Endrigo, Alida Valli, Fulvio Tomizza o Laura Antonelli tutte famiglie di esuli.




Come ha deciso di dedicarsi a quello che lei chiama "musical civile"?


Posso dire di aver inaugurato questo filone in cui un attore non è solo voce narrante ma interprete di diversi personaggi accompagnati da canzoni appositamente scritte sulla base di testi e testimonianze frutto di una ricerca durata quattro anni.


Un prototipo teatrale che mi è piaciuto molto e che si presta a molti altri argomenti; penso ad esempio che si potrebbe mettere in scena il Risorgimento che con questa formula potrebbe anche coinvolgere le nuove generazioni.


Se il teatro civile si rivolge a un pubblico adulto e colto, il musical civile fa un passo in avanti e guarda ai ragazzi.


Sono loro il futuro .Anche perché i ragazzi, dei 350 mila esuli italiani della Jugoslavia di Tito non sanno molto...Ritengo che la generazione precedente alla mia non abbia fatto i conti con quella vicenda. Chi come me viene dopo ha una visione più imparziale e non intrisadi ideologia che permette di capire che non è stata solo la tragedia bensì una vera trasformazione di un popolo e credo che sia questo l`elemento di interesse per i giovani. Nello spettacolo- con la regia di Antonio Calenda - le nuove generazionisono rappresentate in modo forte e simbolico dal coro di 40 bambini, ma anche dai giovani musicisti della FVG Mitteleuropa Orchestra diretta da Valter Sivilotti che ha composto le musiche. Brani dai forti contrasti, come tutto lo spettacolo del resto.





 

 

 

 

504 - Il Piccolo 22/10/13 No grazie dicono i teatri al “Magazzino 18” da Napoli fino a Torino

No grazie dicono i teatri al “Magazzino 18” da Napoli fino a Torino

 

Prosa - il caso

 

Presentati i primi due spettacoli della stagione dello Stabile dal musical di Simone Cristicchi a “Una giovinezza enormemente giovane”

 

di Pietro Spirito

 

 «Magazzino 18 è un musical civile, un prototipo che non so se andrà bene o male, è una nuova avventura teatrale che si inserisce nel progetto di teatro civile che ho portato fino ad ora sulle scene. Gradirei di essere criticato sull’aspetto artistico, più che su questioni che credevo fossero superate». Alla vigilia della prima assoluta di “Magazzino 18”, stasera al teatro Rossetti alle 20.30, e mentre alcuni direttori artistici di grandi città come Torino e Milano dicono no («per ora») allo spettacolo, Simone Cristicchi, autore assieme a Jan Bernas e interprete principale dell’opera, stempera le polemiche di questi giorni e soprattutto rivendica la libertà artistica delle sue scelte: «Le strumentalizzazioni - dice - mi hanno ferito soprattutto perché si è dato per scontato che io non sia un artista libero. Ho lavorato due anni su questo testo, ho viaggiato e interrogato testimoni di ogni parte, ho avuto l’opportunità e il buon gusto di ascoltare tutte le voci di questa storia, e alla fine ho deciso di dare voce ai testimoni, lascio che sia il pubblico a farsi un’idea». L’occasione per ribadire che “Magazzino 18” vuole esprimere solo «emozioni e poesia», è stata la conferenza stampa di inaugurazione della stagione del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, ospitata dalla Fondazione CRTrieste, tradizionale supporter non solo dello Stabile ma anche degli altri teatri cittadini, come ha sottolineato subito il vicepresidente del Cda della Fondazione, Renzo Piccini. All’incontro hanno partecipato il presidente dello Stabile Miloš Budin, il direttore artistico Antonio Calenda, Simone Cristicchi e Roberto Herlitzka, protagonisti dei primi due spettacoli della stagione, appunto il debutto di “Magazzino 18” e “Una giovinezza enormemente giovane” (alla Sala Bartoli, da giovedì, alle 21) entrambi firmati da Calenda. Alla conferenza stampa hanno partecipato anche il direttore della sede regionale della Rai, Guido Corso, e il direttore generale del Mittelfest Antonio Devetag, a testimonianza di una sinergia anticrisi che sta animando la cultura in regione: per la prima volta la Rai collabora a pieno titolo con lo Stabile (fra l’altro ha fornito e realizzato le immagini video di “Magazzino 18”, e lo manderà in onda in tv su Rai3 regionale), mentre Mittelfest («che punta da sempre alle sinergie e ha nel Dna le produzioni nuove», ha detto Devetag) ha prodotto lo spettacolo di Herlitzka ispirato al pensiero e all’opera di Pasolini, andato in scena la scorsa estate nell’ambito della rassegna di Cividale. Ma è stato inevitabilmente il “casus Cristicchi” a tenere in buona parte banco nel corso della presentazione. Era da tempo che arte e politica non si mischiavano in modo così esplosivo a Trieste, e se da un lato è normale che il teatro sia anche luogo di dibattito e confronto civile, dall’altro il polverone suscitato in questi giorni dalle accuse di ingerenza politica (le citazioni sull’incendio del Balkan tratte dal “Rogo nel porto” di Boris Pahor, poi tolte) rischia di offuscare il valore artistico del musical di Cristicchi. Del resto, che “Magazzino 18” sia destinato a suscitare pruriti a sipario ancora chiuso lo testimonia il fatto che, come ha ammesso lo stesso Cristicchi, lo spettacolo non sarà rappresentato nei teatri di alcune grandi città - a Torino, Milano, Genova, Napoli - «e questo per scelte di cautela, probabilmente, da parte di alcuni direttori artistici; penso che si ricrederanno quando lo vedranno messo in scena; ma me l’aspettavo visto che anche nel resto d’Italia c’è chi pensa che questo sia uno spettacolo pericoloso, per certi versi». Confermata invece la tournée in altre città italiane e, oltreconfine, a Fiume, Umago, Rovigno, Pola, mentre piovono in questi giorni le prenotazioni per le rappresentazioni triestine. Non è la prima volta che l’esodo diventa materia teatrale, ma è la prima volta che uno spettacolo sulla diaspora degli italiani delle terre cedute viene prodotto a livello e diffusione nazionale. «Un’occasione storica - l’ha definita Budin -, e invito tutti coloro che i giorni scorsi hanno giudicato quest’opera prima che fosse definita e messa in scena a venire a vedere lo spettacolo, dopodiché giudicheranno». E se «le scelte artistiche sono solo di un grande poeta qual è Cristicchi», Miloš Budin si è detto pronto, se ci saranno critiche politiche e in veste di presidente dello Stabile, «a difendere quest’opera in tutte le sue parti, convinto che così interpreterò l’umore dell’intera città». Calenda, nel doppio ruolo di direttore artistico e regista, citando “I Persiani” di Eschilo - rappresentata ad Atene a pochi anni dalla guerra di Salamina - ha poi ribadito il concetto di teatro come «democrazia consapevole», luogo «di pietas» e dove «esercitare le contraddizioni delle società per arrivare alla pacificazione». L’arte prima di tutto, dunque, come ancora una volta ha spiegato Cristicchi entrando nel merito del suo lavoro: «Le citazioni dal libro di Pahor - ha insistito - le ho tolte semplicemente per ragioni stilistiche. Così come ho tolto un riferimento alla figura di Maria Pasquinelli (la donna che nel ’48 uccise il generale De Winton, ndr), perchè questi due personaggi non creavano equilibrio, qualcosa di scorrevole nella storia, ma forse avrebbero instillato nello spettatore di un pensiero politico. Ci sarà un capitolo sulle foibe, ma c’è una gran parte dello spettacolo dedicata a quelli che ho chiamato i “morti di esodo”, tutti quelli che non compaiono in nessuna contabilità dei foibologi». «E ci sarà - ha chiarito a margine dell’incontro - la lettera letta in sloveno, la lettera di una bambina internata nel campo di concentramento italiano di Arbe». «Nel mio lavoro - ha detto ancora l’attore e cantante - lo scopo è comunicare emozioni attraverso un racconto che è metafora di ciò che accade oggi: anche i migranti di Lampedusa sono esuli». D’altro canto l’arte non può fare a meno di crescere in un contesto sociale e politico, come è stato osservato presentando il secondo spettacolo in cartellone, “Una giovinezza enormemente giovane”, monologo che si sviluppa «attorno all’idea condivisa dall’autore Gianni Borgna e da Calenda di riflettere, attraverso le parole di Pier Paolo Pasolini, sul mondo attuale». «Ma l’importante - ha detto Herlitzka - è salvare il nucleo poetico di una rappresentazione, tutte le questioni politiche vengono di conseguenza». Nel monologo che andrà in scena alla Bartoli, Herlitzka è un ambiguo fantasma, un Pasolini che vede se stesso massacrato sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Tratto in parte dai testi dello stesso Pasolini, la rappresentazione di Herlitzka («il più grande attore italiano vivente», l’ha definito Calenda) vuole dimostrare quanto Pasolini, come tutti i veri artisti, sia stato profetico nella sua opera.

 

 

 

 

 

 

505 -  CDM Arcipelago Adriatico 24/10/13  La rabbia di Toth: Magazzino 18 deve andare in tutti i teatri

La rabbia di Toth: Magazzino 18 deve andare in tutti i teatri

 

Scocciato per quanto leggo ed entusiasmato da quanto sento ecco una mia dichiarazione.


 Vigliaccheria e pigrizia mentale sono le due caratteristiche eminenti della borghesia intellettuale italiana, preoccupata sempre di salvare la poltrona e priva di ogni slancio di novità che non siano certificate come "politicamente corrette". Per questo il nostro paese è impantanato culturalmente e politicamente in un passato che lo soffoca.


Lo spettacolo di Simone Cristicchi, presentato in questi giorni al "Rossetti", il teatro triestino custode di grandi tradizioni innovative, dal titolo "Magazzino 18", sta incontrando difficoltà ad essere recepito dai direttori artistici di altri teatri, ancora convinti - per ignoranza e paura - che l'argomento dell'esodo degli italiani dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia sia un tabù da rispettare, chinando la fronte nella polvere dell'ignavia, una "cosa di destra".


L'esito dello spettacolo a Trieste e il suo enorme successo di pubblico, le critiche positive della stampa locale - non certo conformista, come ben sa chi conosce Trieste - l'adesione alla rappresentazione delle autorità cittadine, l'entusiasmo del presidente del "Rossetti, il triestino sloveno Milos Budin, uomo di sinistra, amico della verità storica e animato da un profondo desiderio di pacificazione e di ricomposizione della memoria, dovrebbero fugare in ogni mente lucida e rispettosa della libertà dell'arte ogni timore di strumentalizzazione politica.  
Animo, direttori artistici d'Italia, un pò di coraggio! Se volete portare nei teatri un rèfolo di aria fresca e vederli di nuovo pieni...


Lucio Toth

 

Roma, 23 ottobre 2013

 

 

 

 

506 - L'Arena di Pola 16/10/13 Passi avanti di grande rilievo

Passi avanti di grande rilievo

In quest’ultimo mese abbiamo registrato alcuni indiscutibili passi avanti sia nell’Adriatico orientale sia sul “fronte interno”, malgrado qualche nota dolente.

Nei nostri territori d’origine sono stati inaugurati ben tre presìdi di italianità linguistico-culturale: la sede della Comunità degli Italiani di Visignano, la ristrutturata Scuola Elementare Italiana di Rovigno e la Scuola Italiana dell’Infanzia di Zara (pag. 2). All’apertura di quest’ultima si stava lavorando da dieci anni e troppe volte si erano perse le speranze. Ma la sinergia tra istituzioni italiane “genitrici” (esuli compresi) e l’inattesa disponibilità della nuova amministrazione municipale zaratina hanno reso possibile il miracolo: la rinascita in Dalmazia di un ente scolare italiano 60 anni dopo la forzosa chiusura dell’ultimo. «Un premio – avrebbe detto Manzoni – ch’era follia sperar».


Memorabile è da considerarsi la sincera richiesta di perdono rivolta dal presidente della Lega dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti della Regione spalatina Krešimir Sršen ai familiari e discendenti di 32 civili innocenti massacrati dai partigiani il 15 giugno 1942 nell’entroterra dalmata (pag. 6). Non era mai accaduto prima.


Nessun accento anti-italiano si è sentito il 25 settembre a Pisino durante la seduta solenne per il 70° anniversario dell’annessione dell’Istria alla Croazia. Il presidente regionale della Lega dei Combattenti Antifascisti e degli Antifascisti Tomislav Ravnić ha addirittura evocato in negativo le foibe, sia pure sostenendo che non ci sarebbero state senza la pesante offensiva tedesca dell’ottobre 1943. Naturalmente questo legame di causa-effetto è fallace, poiché l’unico nesso tra i due eventi consiste nella volontà dei partigiani jugoslavi di eliminare scomodi prigionieri, già maltrattati o seviziati, che avrebbero potuto denunciarli alle nuove autorità nazi-fasciste. Quegli infoibati erano tutti civili innocenti. Ma l’inatteso richiamo di Ravnić indica che i nostri Percorsi della riconciliazione sul ciglio di alcune foibe del ’43 hanno prodotto qualche esito anche fra i più refrattari. Sempre a Pisino il presidente della Regione Istriana ha ribadito la richiesta di autonomia speciale e rispetto dell’istrianità in risposta ai tentativi di accorpamento amministrativo con il Quarnero e la Lika.


Il presidente del Parlamento croato Josip Leko ha fatto invece un po’ di fatica a celare dietro un omaggio alle minoranze etniche lo spirito sciovinista e anti-italiano della ricorrenza nazionale del 25 settembre istituita dal Sabor nel 2005 in antitesi al Giorno del Ricordo. L’esaltazione acritica di documenti, come le Decisioni di Pisino del 25-26 settembre 1943, che calpestano il diritto all’autodeterminazione democratica dei popoli stride con i principi europei adottati pure dalla Croazia. Nel 1946 il rifiuto jugoslavo del plebiscito per definire il nuovo confine con l’Italia tradiva l’implicita consapevolezza che in realtà la maggioranza degli istriani non voleva Tito.


Segno indiscutibile dei tempi nuovi, oltre che della nemesi storica, è stata l’affollatissima cerimonia di beatificazione, svoltasi all’Arena di Pola, del sacerdote istro-croato Miroslav Bulešič, trucidato da fanatici titini il 24 agosto 1947, a soli 27 anni, in un paese della Ciceria (pag. 5). Come il Beato don Francesco Bonifacio, egli pagò per la sua impavida azione pastorale. Su di lui si è sentita un’unica voce stonata: quella di Tomislav Ravnić, che ha in qualche modo giustificato l’assassinio negando che il mandante fosse l’UDBA.


Altri segnali rinfrancanti sono la coraggiosa condanna dei crimini partigiani da parte del vescovo di Sisak Vlado Košić, accusato per questo di “leso antifascismo” (pag. 6), l’omaggio compiuto da un’associazione slovena alla Foiba di Basovizza (pag. 7) e le cerimonie in memoria di alcune vittime dei titoisti nella Croazia settentrionale (pag. 6).


Fa tirare un sospiro di sollievo lo scampato pericolo per Radio e TV Capodistria, che il 1° ottobre dovevano essere trasferiti sul satellite Eutelsat 16° rischiando di non venir più viste da gran parte dei telespettatori in Slovenia, Croazia e Italia, ma che invece, grazie ad un’efficace mobilitazione transfrontaliera, sono rimaste sul satellite HotBird di Eutelsat  e nella piattaforma digitale italiana TivùSat (pag. 8).


Una buona notizia è anche la resa del Governo croato alle richieste di Bruxelles riguardanti la legge sull’estradizione. Si sono così poste le basi affinché l’ex dirigente dei servizi segreti jugoslavi Josip Perković possa essere processato in Germania per l’omicidio di un dissidente croato nel 1983. Il Sabor ha inoltre istituito una Commissione d’inchiesta parlamentare sui crimini dell’UDBA e le complicità successive.


Quanto alla collaborazione tra esuli e residenti per preservare la fiammella dell’italianità nell’Adriatico orientale, segnaliamo il pellegrinaggio dell’Associazione delle Comunità Istriane a Santa Domenica di Visinada a 70 anni dal martirio di Norma Cossetto, in memoria della quale verrà eretta una stele a Bolzano e si vuole intitolare una scuola a Roma (pagg. 4 e 5), l’omaggio congiunto dei capodistriani esuli e residenti alla tomba dei dieci concittadini uccisi dai tedeschi il 2 ottobre 1943 (pag. 7), due iniziative a Lussinpiccolo e l’incontro della Delegazione gradese dell’ANVGD con la CI di Abbazia (pag. 16). Proponiamo inoltre due riflessioni sul recente riuscitissimo Raduno di Rovigno (pag. 16). Un bel frutto dell’interazione tra soggetti delle due parti del confine per rivitalizzare l’italianità in Istria è pure la XX edizione dell’Ex Tempore di Grisignana (pag. 8).


Un ulteriore segnale confortante è poi l’avvio del sito internet e del coro giovanile della CI di Pola (pag. 8). Rincuora altresì constatare che una persona singola volonterosa riesca ad ottenere “giustizia linguistica” persino in località difficili come Arbe (pag. 8). Insomma: potere è volere…

Sul “fronte interno” una novità di grande rilievo è l’interrogazione parlamentare al Ministro degli Esteri sulla strage di Vergarolla presentata dall’On. Laura Garavini e sottoscritta dai suoi colleghi Ettore Rosato, Gianni Farina e Marco Fedi. E’ la prima in assoluto riguardo tale spinosa tematica. Le puntuali argomentazioni e richieste contenute non solo recepiscono le istanze del Libero Comune di Pola in Esilio e degli esuli tutti, ma rendono onore alle Vittime, conferendo finalmente una dimensione politica nazionale, anzi internazionale, a una vicenda per troppo tempo sottaciuta o sminuita. L’auspicio è che tale encomiabile iniziativa contribuisca a far sì che la Repubblica Italiana riconosca ufficialmente quella di Vergarolla come la prima e più micidiale strage (impunita) della sua storia, contribuendo ad acclararne mandanti, esecutori, complici, motivazioni e numero esatto di morti e feriti.


Positivo è che FederEsuli sia stata ricevuta alla Farnesina (pag. 10) e il Gruppo di lavoro tra il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e le Associazioni degli esuli abbia prodotto il bando di concorso per le scuole primarie e secondarie sulla letteratura italiana d’Istria, Fiume e Dalmazia (pag. 11).

 

Lo scorso mese si sono radunati in Veneto gli esuli dalmati e fiumani nonché i Muli del Tommaseo (pag. 10). A Trieste l’IRCI ha ripreso la sua attività divulgativa (pag. 10), mentre l’Associazione delle Comunità Istriane ha ospitato una mostra sulla marineria delle due sponde adriatiche (pag. 11). A Milano inoltre due musicisti esuli hanno suonato nell’ambito di un progetto legato all’Expo 2015 (pag. 11) e a Busalla è stata dedicata una piazza a Padre Rocchi (pag. 15)

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Ma veniamo ora alle cattive notizie.


Stride con l’apertura dell’asilo zaratino la riconfermata chiusura del Consolato d’Italia a Spalato dal 1° dicembre per ragioni di cassa (pag. 3). Rimane senza risposta un interrogativo: come mai nel 1998 la Farnesina reputò strategico istituire una così alta rappresentanza diplomatica che appena quindici anni dopo giudica superflua e sacrificabile? La levata di scudi dei connazionali dalmati, di alcuni parlamentari e di non poche realtà degli esuli ha contribuito a mitigare la radicalità dello smantellamento, vista l’annunciata nomina di un Console onorario. Il Ministero degli Esteri ha inoltre ribadito la propria attenzione verso gli italiani di Dalmazia.


Ha spiazzato tutti noi l’improvvisa dipartita di Licia Cossetto a 70 anni esatti dal sacrificio della sorella Norma. Tale sorprendente coincidenza le ha però ricongiunte nel ricordo dei vivi. A loro abbiamo dedicato un congruo spazio (pagg. 4 e 5). Altrettanto abbiamo fatto con il nostro illustre Socio Mario Frezza (pag. 13).


Questo numero de “L’Arena” esce nuovamente a 16 pagine per poter dare conto di tutti questi fatti significativi. In realtà sono sempre troppo poche, tant’è che per carenza di spazio abbiamo dovuto rinviare diverse notizie, racconti o documenti. Siamo però riusciti ad approfondire anche stavolta alcuni temi economici relativi all’Adriatico orientale: nello specifico quello dei trasporti, che interessa tutti coloro che vi si recano (pag. 9). Abbiamo altresì pubblicato nuove testimonianze sui tragici eventi del settembre-ottobre 1943 in Istria (pag. 7). Inoltre abbiamo inaugurato una rubrica sull’etimologia e la storia dei cognomi polesi e istriani a cura del valente studioso piranese esule Marino Bonifacio (pag. 12).


L’appuntamento è per tutti il 4 novembre a Pola, il 24 novembre a Rovigno e il 6-7-8 dicembre a Padenghe (pag. 3)!


Paolo Radivo

 

 

 

 

507 - Il Piccolo 22/10/13 Pola: Vandali feriscono l'Arco dei Sergi

Vandali feriscono l’Arco dei Sergi

 

Il monumento romano di Pola è stato danneggiato con le colonnine spartitraffico divelte nella notte

 

POLA Ha superato indenne due guerre mondiali, il bombardamento della città da parte delle forze alleate nel 1945 e numerosi allagamenti in tempi recenti, ma risulta vulnerabile ai colpi inferti dai vandali, che lo hanno “ferito” due volte dal 2011 a questa parte. Ci riferiamo all'Arco dei Sergi, costruito a Pola nell'anno 27 avanti Cristo, considerato il terzo monumento per importanza in città dopo l'Anfiteatro romano e il Tempio di Augusto.

Ebbene, durante la scorsa notte i vandali sono purtroppo entrati in azione e hanno divelto dall'asfalto 7 colonnine in pietra collocate al bordo di Piazza Port'Aurea, per far rispettare il divieto di parcheggio, e le hanno fatte rotolare in direzione del vetusto monumento. Una colonnina ha colpito l'arco alla base, causando il distacco di un pezzo dalla grandezza approssimativa di quindici centimetri per venti. Al mattino i passanti sono rimasti costernati per l’atto inconsulto, atto che offende la storia di Pola. Sul luogo è subito accorso il direttore del Museo archeologico dell'Istria, Darko Komso, che ha parlato di danno inestimabile. «Sì, riusciremo a riattaccare il pezzo staccato, senza troppi problemi, come abbiamo già fatto la volta scorsa - osserva Komso - però rimarrà per sempre il danno a questo capolavoro architettonico. A questo punto, prima che si arrivi a qualche cosa di ancora più grave, dobbiamo chiederci cosa si può fare per tutelare meglio i nostri monumenti». «E' evidente - dice ancora il direttore museale - che non possiamo fare più affidamento sulla coscienza dei cittadini, per cui si rende necessaria una tutela attiva, come avviene in altre parti del mondo». Non si è fatta attendere la dura reazione del sindaco Boris Miletic: «Una cosa del genere può essere compiuta solo da persone senza cultura, senza educazione, che non amano e rispettano la propria città». Il sindaco ha auspicato che le forze dell'ordine riescano a individuare e a portare in tribunale i colpevoli, che si ipotizza possa essere un gruppo di adolescenti. La polizia ha tempestivamente provveduto a compiere il sopralluogo e ha attivato le indagini. Si spera che riesca a individuare e ad arrestare i colpevoli, a differenza di quanto avvenne nel

2011 quando era stata fatta rotolare una sola colonnina che aveva fatto staccare un pezzo di pietra alla base. All'epoca si pensava che sarebbe stata d'aiuto la videocamera di sorveglianza collocata sulla facciata di un edificio di rimpetto. Invece lo strumento non funzionò e per tale motivo venne rimosso per venir riparato o eventualmente sostituito. Cosa che non avvenne, per cui la videocamera non c'è più. Una mancanza sicuramente ingiustificabile nei tempi in cui gli occhi elettronici vigilano un po’

dappertutto, dalle banche ai supermercati. Viene allora ironicamente da chiedersi se la vigilanza dedicata agli scaffali di frutta e verdura sia più preziosa di un monumento romano. (p.r.)

 

 

 

 

 

508 - La Voce del Popolo 21/10/13:  Trieste -  I libri dell'EDIT, l'identità italiana alla Bancarella

I libri dell’EDIT, l’identità italiana alla Bancarella

 

TRIESTE  Fin dagli esordi, la Bancarella, Salone del libro dell’Adriatico orientale di Trieste, ha sempre riservato uno spazio importante ai libri dell’Edit, in un segmento considerato ormai inseparabile nel quadro della ricomposizione, anche culturale, di un popolo sparso che si esprime, pensa e sogna nella stessa lingua. Forse più difficile far capire a un più ampio pubblico che esiste una letteratura italiana d’oltreconfine con una sua specifica identità che merita di essere scoperta, anche nelle sue mutazioni.

 

A Trieste, tra l’altro, in questi giorni ci si sta interrogando sulle incertezze nella distribuzione, venendo a mancare la libreria Svevo, mentre proprio con la Bancarella, come ricordato dalla giornalista Rosanna Turcinovich (del Cdm, che organizza la manifestazione), si sono intessuti i primi contatti con la libreria Ubik, nuova realtà inaugurata alla Galleria Tergesteo.

 

Ci sono poi i singoli contenuti universali che distolgono l’attenzione dalle tematiche commerciali e poi, ovviamente, etnico-politico-storiche, per cercare un ricongiungimento ideale nella singola espressione artistica.

 

Si è svolta quindi nel segno della varietà la presentazione di venerdì alla Bancarella di alcuni titoli dell’Edit rappresentativi di una serie di collane di narrativa, prosa e poesia, nate per dare “voce” agli autori della minoranza. A presentare i volumi, oltre agli autori, c’era anche il direttore dell’Edit, Silvio Forza, che ha introdotto il pomeriggio facendo inizialmente riferimento a “un’area di confine abbastanza travagliata, dove a causa di piccole percentuali di persone che si sono veramente macchiate di fascismo e comunismo, ha preso vita una storia falsata, colma di pregiudizi e ignoranza”.

 

Ma se poi la letteratura in questo contesto è stata “luogo di fuga e terapia balsamica” oggi si può riconoscere l’effetto di aver conosciuto “i sentimenti e le ragioni di tutti, compreso il dolore degli altri”. In quest’ottica il messaggio è che, grazie a questa letteratura, hanno avuto modo di esprimersi pulsioni e punti di vista di una produzione che si è sviluppata in sessant’anni, passando dalle antologie che non finivano mai nelle librerie a collane, come “Altre lettere italiane”, con quasi 30 titoli che entrano invece a pieno titolo nella letteratura italiana.

 

Quindi, oltre alle catastrofi del Novecento, la tentazione del futuro e la certezza della sopravvivenza, come ad esempio ha dato modo di pensare Alessandro Damiani nel presentare la sua raccolta poetica “Il fiore gelido” e il suo “Ed ebbero la luna”, con il giornalista Ezio Giuricin. Se i due hanno parlato del disincanto dopo il fallimento delle ideologie, non hanno negato nemmeno “il cumulo fecondo di sventure da dove sboccia la poesia” o “il dubbio universale che si accompagna al coraggio di guardare in faccia il destino”. Permane, insomma, la voglia di esserci ancora, magari proponendo “un diario lirico di un’esperienza individuale e collettiva” e costatando che “il gruppo etnico ha saputo resistere alla crisi, contrariamente al pessimismo e ai mali del mondo”.

 

Di tutt’altra ispirazione per “Freschi di stampa”, in primo piano c’era il volume “Personaggi femminili nella narrativa di Fulvio Tomizza”, a cura di Irene Visintini e Isabella Flego, di cui molto si è parlato in questi giorni nelle pagine culturali del nostro giornale. Da quanto emerso in questo lavoro corale, si può riportare non solo l’importanza delle molteplici figure di donna nel Tomizza, ma anche l’indagine e il confronto delle autrici sulla parità dei sessi nel contesto del tormentato mondo moderno.

“Itinerari istriani”, di Romano Farina, fa invece parte della nuova collana “Il contapassi”. A presentare questo lavoro c’erano Gianfranco Abrami e Mario Simonovich, caporedattore di “Panorama”. Nel divertito e accorato ricordo di Simonovich, si scopre che il giornalista nato nel ‘29 a Visignano ha passato “tutta la vita a sinistra, nell’anticlericalismo, dando una sua particolare veste alle esperienze vissute all’interno di minoranza e maggioranza”. In oltre 50 capitoli dove “non si fa cenno dell’esodo” si parla però, come ricordato da Abrami, che ha curato l’impianto fotografico del volume, “di decine di paesi di cui nessuno sa nulla”.

 

Nella collana “Identità dentro” figura “Patacca globale”, di Roberto Dobran, curioso lavoro che parte da un’esperienza pluriennale, di quelle un po’ “da provare per credere”, in quanto si tratta di un volume originale espresso in un linguaggio poetico diverso dal solito. Di lui l’autore dice: “Non l’ho scritto io, la parte narrativa poi è opera di critici letterari, di mio ci sono solo le 3 pagine di ringraziamenti”. Per capire di cosa stiamo parlando possiamo far riferimento a “una mosca rosso-nera”, animale che si pone “in una via di mezzo tra futurismo e dadaismo”.

 

Emanuela Masseria

 

 

 

 

509 - La Voce del Popolo  25/10/13  Fiume - Bilinguismo, un valore aggiunto per i bambini

Bilinguismo, un valore aggiunto per i bambini

FIUME Al motto di “Voi siete gli archi dai quali i vostri figli vengono proiettati in avanti, come frecce viventi”, citazione tratta da “Il Profeta” di Kahil Gibran, è stata presentata alla facoltà di Lettere e Filosofia – Dipartimento di Italianistica dell’Università di Fiume, la prima conferenza dedicata ai genitori e agli insegnanti delle sezioni prescolari italiane Belveder, Zvonimir Cviić, Gabbiano, Gardelin, Mirta e Topolino, dal titolo “Il bilinguismo in età prescolare con la lingua al futuro”.

L’appuntamento nasce a seguito del corso di aggiornamento lingua, comunicazione e cultura italiana, organizzato dal Dipartimento di Italianistica nel giugno scorso, durante il quale è stata presentata la giornata dedicata alle educatrici delle istituzioni prescolari della CNI. A seguito di questa, che ha trattato le questioni relative al bilinguismo, all’importanza delle lettura e della percezione linguistica dei giovani, le educatrici hanno richiesto un incontro che riunisca genitori e insegnanti riguardante il bilinguismo, l’importanza dell’uso della lingua italiana come lingua materna e il rapporto che deve esserci tra questa e quella della maggioranza.

Appello ai genitori

Portavoce di questa richiesta è stata la maestra dell’asilo Topolino, nonché coordinatrice degli asili italiani del capoluogo quarnerino, Viviana Cesarec, in collaborazione con la rappresentante dell’Agenzia per l’educazione e la formazione – Dipartimento di Fiume, prof.ssa Patrizia Pitacco. A rispondere con entusiasmo all’appello, sono state le professoresse del Dipartimento di Italianistica dell’Università di Fiume, Gianna Mazzieri Sanković e Corinna Gerbaz Giuliano, che hanno dato un contributo fondamentale alla riuscita del convegno. “Per noi come Dipartimento è importante collaborare con le nostre istituzioni e cercare di aiutare e seguire quella che è la realtà della CNI” – ha detto a proposito la prof. Mazzieri Sanković, che ha poi voluto inviare un messaggio ai genitori –.

 “Ci vogliamo rivolgere ai genitori che hanno iscritto i bambini nelle istituzioni prescolari, per ribadire l’importanza dell’uso della lingua materna, l’importanza del suo uso continuo e continuato. Fondamentale è che comprendano che quello che stanno facendo è di grande importanza per il futuro dei loro figli, ovvero che stanno dando una carica in più, una marcia in più ai loro piccoli. Le ricerche hanno dimostrato che i bambini che crescono in un contesto bilingue, si inseriranno meglio nella società futura, e questa è una cosa assolutamente da non sottovalutare”. L’importanza del coinvolgimento dei genitori è stata ribadita anche dall’educatrice Viviana Cesarec. “Si tratta del primo incontro per tutti i genitori delle nostre realtà prescolari – ci spiega la Cesarec –. All’interno delle nostre scuole materne abbiamo 142 bambini iscritti e proprio ai loro genitori vogliamo dedicare questa importante conferenza sul bilinguismo.”


L’importanza del bilinguismo

L’incontro ha visto la presentazione da parte delle interlocutrici di tematiche che hanno fortemente dimostrato che il bilinguismo in giovane età, non solo semplifica la comunicazione e la capacità di comprendere meglio popoli di diverse culture, ma comporta anche diversi altri vantaggi, provati come vantaggi cognitivi. I bambini bilingui sono più flessibili e creativi in quanto nel loro vocabolario ci sono due o più parole per esprimere la stessa idea o lo stesso oggetto, i bambini bilingui ottengono migliori risultati accademici, migliori risultati nella soluzione di problemi ed esercizi di logica e sviluppano una maggiore autostima, sono più interessati ad apprendere una terza lingua e hanno migliore capacità di analisi sia nella propria lingua madre che nelle lingue straniere.

 Il bilinguismo, e ancor più il multilinguismo, semplificano la comunicazione favorendo più ampi contatti e sviluppando la capacità di comprendere popoli di diverse culture. Il bambino, attraverso l’apprendimento di diverse lingue, sviluppa una maggiore apertura e tolleranza nei confronti delle culture straniere, mantenendo comunque uno spiccato senso di appartenenza alla propria cultura e lingua materna. I bambini che imparano le lingue in giovane età e ne continuano il processo di studio fino all’età adulta, svilupperanno un sicuro vantaggio competitivo nei confronti dei loro colleghi al momento dell’ammissione all’università e nella loro carriera professionale.

A fine convegno ai presenti si è rivolta anche la prof.ssa Norma Zani, titolare del Settore scuola dell’UI, che ha ribadito l’importanza di questo appuntamento perché “sono temi quotidiani che riguardano le nostre famiglie. La scelta poi di ospitare qui all’Università il convegno, è un forte segnale di continuazione di un percorso di vita che un giorno magari passerà anche da questa istituzione universitaria”. La prof.ssa Zani si è poi augurata che questo tipo di appuntamenti continuino anche in futuro perché “grazie al confronto tra le varie parti si può costruire un futuro migliore per i nostri figli”.


Marin Rogić

 

 

 

510 - La Voce del Popolo  21/10/13   Cultura - Il cammino ha un ritmo che diventa poesia, incontro con Paolo Rumiz

Il cammino ha un ritmo che diventa poesia

 

Con Paolo Rumiz è un incontro in corsa col tempo, poco prima della conferenza “Scrivere con i piedi. Storie narrabonde”, uno degli appuntamenti più attesi della seconda edizione delle Giornate della Cultura e della Lingua italiana a Fiume, che lo hanno visto protagonista.

 

“Odio essere schiavo del tempo; ecco perché deve viaggiare, il viaggio rende liberi, il tempo perde la sua forma, non esiste, per questo le consiglio di viaggiare molto”, esordisce sorridendo Rumiz. E capisci subito di trovarti di fronte a una persona che ha una marea di cose da raccontare. Così si inizia.

 

Quale è il suo rapporto con queste terre, Fiume e Istria, il Quarnero in generale?

 

“Sono estremamente legato. Una ventina di giorni fa, dopo non so quanto tempo, vi ho trascorso le vacanze estive. Con la mia compagna Irene abbiamo fatto un tour in bici: partendo da Icici abbiamo proseguito verso Brestova, Cherso, Lussino, tutta la punta di Pago, Arbe, Veglia e, attraversato il ponte siamo rientrati a Fiume. Un viaggio bellissimo. Ho sempre girato per questi luoghi in barca e sono rimasto sorpreso di quante salite abbiamo trovato. Quando viaggi in bici assapori l’aria, i profumi, gli odori prendono vita. Tanto per dire quanto sono legato a queste terre: ho scelto, dopo non so quanti anni, di trascorrere una vacanza unica nel Quarnero”.

 

La sua conferenza ha come titolo “Scrivere con i piedi. Storie narrabonde”. C’è un rapporto tra il cammino e la scrittura?

 

“Assolutamente si. L’uomo che viaggia ha una storia da raccontare. Colui che cammina le sa raccontare meglio degli altri, perché il cammino ha un ritmo che diventa fatalmente poesia. L’uomo che cammina non ragiona in prosa ma ragiona in versi”.

 

Che significato ha oggi per lei il concetto di ‘partenza?

 

“Tagliare i ponti con il proprio mondo, con le proprie certezze, e mettersi in discussione. Io voglio incontrare e conoscere, gente diversa da me, che mi faccia guardare dentro in modo diverso; questo è il senso del viaggio. Le faccio un esempio. Un giorno ho conosciuto in treno una donna ucraina; dopo cinque minuti di conversazione mi ha chiesto se ero felice. Mi sono accorto che nessuno mi faceva questa domanda da tantissimi anni. A quel punto ho dovuto guardare dentro me stesso e rispondere onestamente”.

 

Per curiosità, ci può dire che cosa ha risposto?

 

“Beh, in quel momento non ero particolarmente felice, però quella domanda mi ha fatto piacere, mi ha fatto pensare al perché non sono felice e mi ha aiutato a trovare la strada per diventarlo. Ora lo sono”.

 

In una sua dichiarazione diceva: “Colui che cammina è disarmato, è un viaggiatore leggero”. Ci può spiegare meglio?

 

“Dunque, si comincia da bambini, ‘viaggiando’ nella propria casa, poi nel proprio quartiere, poi nel proprio habitat. Poi si incomincia a conoscere la terra in cui si vive e infine si incomincia a conoscere il mondo. Quest’ultimo, nella maggior parte dei casi, quando si è maturi. Credo che quando si passa la maturità si entra nella vecchiaia ed è giusto ritornare alle proprie origini per rileggere la propria heimat, il luogo della genius loci, con gli occhi di chi ha conosciuto il mondo. L’uomo che ha molto viaggiato, che ha molto conosciuto, dà il massimo di sé stesso quando torna a casa. Questa è la bellezza del viaggio. Colui che sta per intraprendere un viaggio è ‘vuoto’, pronto a riempire il proprio essere di sensazioni ed emozioni nuove ed è un viaggiatore leggero”.

 

Come sceglie la sua destinazione?

 

“Non amo il luoghi dove c’è troppa mondanità, che considero dei ‘teatri’. L’umanità vera la trovi lontano, dove non ci sono le luci della ribalta. A me interessa molto più il territorio che la città, in quanto sento cose che il palcoscenico delle città non dice. Per esempio, ho capito che la Jugoslavia andava all’autodistruzione non frequentando gli uffici stampa di Belgrado, ma viaggiando per la profonda Šumadija e la Vojvodina, dove mi resi conto che c’era qualche cosa che stava accadendo, che stava cambiano. La stessa cosa la notai anni fa in Italia, quando mi resi conto che la DC stava per morire nel giro di poco tempo. Me ne resi conto non stando a Roma, ma viaggiando in alcuni paesi del Nord dove si vedeva chiaramente che stava per nascere un movimento nuovo”.

 

In un mondo dove il contatto tra le persone è dominato dal contatto virtuale, quanto è importante riscoprire il contatto fisico tra persone e culture?

 

“Questa è una domanda molto importante. Internet è un grandissimo strumento di conoscenza che però ci allontana dalle persone che abbiamo vicino. Le strade sono piene di telefonini ambulanti che si ignorano l’uno con l’altro. Non c’è niente di più importante del parlarsi guardandosi negli occhi, toccandosi, dandosi la mano. Io credo molto in questi messaggi che passano attraverso il corpo. Un display non è sufficiente”.

 

Lei ha scritto: “Molte decisioni importanti della vita le ho prese per istinto”. Nella scelta del partire quanto conta per lei la ragione e quanto l’istinto?

 

“La ragione non conta quasi niente. Si parte come uccelli migratori che hanno bisogno di cambiare terreno quando la stagione cambia. È un prurito che si sente e ti spinge a partire. Il nomade che abita dentro di noi reclama i suoi diritti: quando non ne può più di stare rinchiuso ci obbliga a viaggiare”.

 

E ancora: “Decidere di cambiare vita e di andarsene è una decisione che si prende in pochissimo tempo”. Com’è possibile?

 

“Non è mai un cambiamento casuale; consciamente o inconsciamente abbiamo dei desideri, ma non succede ogni giorno che si apre la porta che ti aiuta a realizzarli. Faccio un esempio. Tu fai un certo lavoro ma non sei sodisfatto, desideri essere utile all’umanità in modo più diretto. Un giorno ti chiama un amico e ti dice: “Senti si è liberato un posto in un azienda in Africa centrale, che ne dici? Ti lascio mezza giornata per decidere…”. Tu ti bevi un bicchiere di vino, rifletti un attimo e dici: proviamo. Ecco, non è che cambi idea improvvisamente; se c’è già dentro di te qualche cosa che si muove, quando una porta si apre la si prende in un attimo”.

 

Esiste un cosiddetto ‘fattore umano’ che accomuni tutti gli uomini?

 

“Per quanto riguarda il nostro mondo, quello euro-mediterraneo, ci sono grandi differenze, ma c’è una regola che funziona sempre: se ti presenti alle persone in modo modesto, senza arroganza, spostandoti con i loro mezzi di trasporto e cercando di parlare la loro lingua (anche malissimo), vieni immediatamente ‘adottato’. Questo avviene più facilmente verso Sud, però è una regola che generalmente funziona dappertutto”.

 

Qual è il viaggio che le è rimasto più impresso e quale quello che deve ancora fare?

 

“Quelli da fare sono infiniti: non mi basterebbero dieci vite per fare quelli che vorrei. Adesso vorrei fare viaggi meno lunghi però più attenti, quelli in cui contano i dettagli non tanto il numero di chilometri. Due viaggi sono stati molto importanti: il primo grande viaggio della mia vita a 50 anni, l’attraversamento in bicicletta, nel 2001, dei Balcani, da Trieste a Istanbul. È stata un’esperienza che mi ha aperto la mente, che ha cambiato il mio modo di scrivere, in grado di rompere tanti stereotipi. Per esempio, la Serbia era appena uscita dai bombardamenti della NATO, io rappresentavo un territorio da dove partivano i caccia che poi andavano a bombardare la Serbia; una volta arrivato nel Paese da noi bombardato, venni accolto straordinariamente bene e ne rimasi stupefatto. Non mi sono mai sentito tanto sicuro. L’altro grande viaggio è stato lungo la frontiera dell’UE, dal Nord della Scandinavia fino a Istanbul, del 2008. Lì mi sono reso conto che il vero centro dell’Europa non è quello che noi chiamiamo Mitteleuropa, ma è ancora più ad Est, nei territori che vanno dalle Repubbliche baltiche, all’est della Polonia, all’Ucraina occidentale fino giù a Odessa. Vi ho trovato quello che noi abbiamo perduto: i segni di una forte presenza ebraica che non c’è più, i segni di una presenza tedesca, in un contesto umano di origini slave. Era impressionante notare come Paesi come la Polonia, appena entrati nell’UE, siano diventati meno solidali, siano cambiati in peggio dal punto di vista umano”.

 

Qual è oggi la sua casa?

 

“È una bella domanda! La mia casa sono queste terre, Trieste, l’Istria e il Quarnero. Io le chiamo le ‘nostre’ terre, non nel senso che ne rivendico l’italianità, le chiamo ‘nostre’ perché sono le terre in cui si riconoscono i popoli di diverse lingue e culture. Qui il mare è roccioso, è nell’anima, è ventoso; chiunque si riconosca in questi elementi fisici, per me è gente ‘nostra’. Tra i miei amici usiamo comunicare in una lingua che è una mistura di tutte le lingue dell’Alto Adriatico. Mi riconosco in questa internazionalità intrisa di radicamento, che è la caratteristica di questi luoghi”.

 

Qual è per lei il senso della vita?

 

“È un argomento difficile. È incontrare i propri simili, cercandoli non uguali a noi stessi, ma quanto più differenti, affinché ci facciano crescere spiritualmente e umanamente. Il senso della vita si riassume nelle favole che un nonno racconta al suo nipotino. Un uomo che sa raccontare una storia è un uomo fortunato perché lascerà un segno di sé stesso a quelli che verranno dopo di lui”.

 
Marin Rogić



511 - Il Piccolo 22/10/13 Jovanka sarà sepolta nel mausoleo di Tito

Jovanka sarà sepolta nel mausoleo di Tito

 l governo serbo accoglie l’ultimo desiderio della vedova del Maresciallo. Sabato i funerali con gli onori militari

 di Stefano Giantin

 BELGRADO Il dado è tratto, il suo ultimo desiderio doveva assolutamente essere soddisfatto. La vedova di Tito, Jovanka Broz, sarà sepolta vicino al Maresciallo. Così ha stabilito ieri il governo serbo, che ha specificato che la salma dell’anziana ex compagna del leader jugoslavo, morta domenica a Belgrado, sarà inumata «nella Casa dei Fiori, parte del complesso del Museo della storia della Jugoslavia», dove da trenta e più anni riposano le spoglie di Tito. I dettagli della cerimonia e la logistica sono stati delegati a un comitato organizzativo, istituito ad hoc dall’esecutivo serbo e guidato dal ministro Rasim Ljaji„, assieme al primo ministro, Ivica Da›i„, uno dei politici più vicini alla defunta. Comitato, riunitosi ieri pomeriggio, che ha deciso che i funerali di Jovanka – a cui saranno tributati gli onori militari, poiché Jovanka si fregiava del grado di maggiore grazie al coraggio dimostrato da partigiana durante la guerra di Liberazione – si terranno sabato prossimo, a mezzogiorno. Il corpo di Jovanka dovrebbe essere tumulato in una delle grandi stanze accanto alla tomba di marmo che custodisce i resti di Tito, magari quella dove oggi sono esposti i “testimoni” più belli delle Staffette della gioventù dedicate a Tito. Impossibile, per motivi tecnici, legali e non solo, sistemare Jovanka nello stesso mausoleo edificato a uso esclusivo del leader jugoslavo, protetto da una lapide pesante quasi dieci tonnellate, visitato in 30 anni da 17 milioni di persone. In ogni caso, il desiderio di Jovanka e dei familiari a lei più vicini è stato appagato. Familiari che, tuttavia, anche nel momento del lutto si sono dimostrati almeno in apparenza piuttosto divisi, come già accaduto nel caso ancora aperto e scottante dell’eredità di Tito. Nada Budisavljevi„, provata dalla morte della sorella più anziana, ha respinto ogni tentativo di approccio da parte della stampa. Più loquace invece un altro dei nipoti di Tito, Joška Broz, fondatore del minuscolo Partito comunista serbo, super jugonostalgico, che ha affermato ieri al “Telegraf” di Belgrado che, malgrado tutto, Jovanka «è stata fino alla fine la moglie legittima» di Tito e per questo «ha diritto a essere sepolta vicino a lui». Molto critica, invece, un’altra nipote del Maresciallo, Saša Broz, che via Facebook ha esordito spiegando per prima cosa che Tito dovrebbe essere in una tomba «a Zagabria», città che amava tanto. «Era un cittadino del mondo», l’imbeccata polemica, «ma prima di tutto era un croato». E Jovanka? Dopo la separazione «mio nonno non la menzionava mai», fate voi. Riferimenti a go-go sui giornali serbi invece alla figura di Jovanka. Perché trent’anni d’isolamento? Chi aveva paura di lei? Impossibile rispondere, illustra l’analista Zoran Dragiši„. Certo «è che era molto vicina a Tito», tutto fa pensare «che fosse un grande amore, il loro». E che Jovanka, da first lady e «alto ufficiale dell’esercito, conoscesse molte cose segrete sulla guerra», la Seconda mondiale, e sui processi interni alla Jugoslavia titina. «Aveva le chance per fare male a persone molto importanti», Dragiši„ suggerisce una spiegazione realistica alla sua caduta nel fango. Certamente, conclude l'analista, «cosa accadde fra lei e Tito nessuno potrà mai veramente saperlo». Cosa accadde fra i due sembra però non interessare ai nostalgici che arriveranno a Belgrado sabato, difficile ancora prevedere in quanti. «Ci saremo, è tutto organizzato», promette al telefono da Biha„, in Bosnia, Hakija Abdi„, presidente della Lega degli Antifascisti dell’Europa sudorientale. Ci saranno perché, assicura Abdi„, i funerali della «moglie del Maresciallo» e soprattutto «di una coraggiosa partigiana», ultimo simbolo della Jugoslavia, devono essere celebrati come si deve.


Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia
Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :
http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it