MAILING LIST HISTRIA

RASSEGNA STAMPA SETTIMANALE

A CURA DI MARIA RITA COSLIANI, EUFEMIA GIULIANA BUDICIN E STEFANO BOMBARDIERI

 

N. 893 – 02 Novembre 2013

                                   

Sommario

 

512  - Panorama Edit 15/10/13 Etnia - L'asilo a Zara è un atto di civiltà (Ilaria Rocchi)

513 - Il Gazzettino 28/10/13 Cristicchi: «Dopo Trieste porto in Istria la storia degli esuli giuliano-dalmati»

514 - Il Piccolo 30/10/13 "Magazzino 18" di Cristicchi in gennaio diventa un libro (Pietro Spirito)

515 - Mailing List Histria Notizie 01/11/13 Claudio Antonelli: Simone Cristicchi merita l'imperitura riconoscenza degli esuli e discendenti di esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia (Claudio Antonelli)

516 - Il Piccolo 01/11/13 L'Intervento - Cristicchi non poteva sapere cos'è l'astio causato dai soprusi (Claudio Cossu)

517 - Il Piccolo 31/10/13  La Pola italiana "rivive" tra le lapidi di Monte Ghiro (p.r.)

518 – La Voce del Popolo  31/10/13 Fiume:  Il cimitero di Cosala emblema di fiumanità (Ilaria Rocchi)

519 - Il Piccolo 31/10/2013 Fiume, tombe italiane a rischio nel cimitero monumentale (Andrea Marsanich)

520 - Termoli On Line.it 30/10/13 Tre Finanzieri molisani sulle tracce delle Fiamme Gialle in Istria (Emanuele Bracone)

521 - La Voce del Popolo 30/10/13 L’Istria deve rimanere autonoma (Branko Ljuština)

522 - Libero  01/11/13 Una verita' silenziata per decenni, «Io, nelle foibe tra i cadaveri saponificati» (Giuseppe Parlato)

523 - Il Piccolo 30/10/13 Trieste - «Tlt ectoplasma di uno stato mai nato» (Piero Rauber)

 

 

 

 

Rassegna Stampa della ML Histria anche in internet ai seguenti siti  :

http://www.arcipelagoadriatico.it/

http://10febbraiodetroit.wordpress.com/

http://www.arenadipola.it/

 

 

 

512  - Panorama Edit 15/10/13 Etnia - L'asilo a Zara è un atto di civiltà

Etnia

L’inaugurazione alla presenza del viceministro degli Affari esteri Marta Dassù

L’asilo a Zara è un atto di civiltà

 

di Ilaria Rocchi  

 

Dopo un percorso molto diffici­le, durato 22 anni, Zara ha fi­nalmente un asilo italiano. Sa­bato 12 ottobre la Scuola dell’Infan­zia “Pinocchio” ha avuto la sua bel­la festa d’inaugurazione, ma la cosa forse più importante, a questo punto, è che ha ottenuto delle garanzie per il futuro. Gestirlo non sarà semplice: prima istituzione privata nell’univer­so della Comunità nazionale italiana in Croazia e Slovenia, dovrà confron­tarsi sia con questa nuova dimensio­ne “proprietaria”, che la rende par­ticolare rispetto ad altre, sia con un ambiente che porta ancora i segni delle ferite della storia. Ce la farà se continuerà ad avere sempre vicine le istituzioni che hanno permesso la sua realizzazione: gli Stati italiano e cro­ato, l’Unione Italiana e l’Università Popolare di Trieste, la Città di Zara, gli Esuli. Tutti hanno promesso so­lennemente il loro sostegno, alla luce di una ritrovata unità adriatica, di uno spirito europeo, di un’identità condi­visa, ma senza minimizzare né morti­ficare le differenze nazionali, nell’in­tento di dare un contributo alla cre­scita e formazione delle nuove gene­razioni, ai cittadini di domani.

“Siamo qui oggi a celebrare un importante atto di civiltà. Nella casa costruita da un grande sportivo, dove i bambini di un tempo raccoglieva­no le more, oggi altri bambini gio­cheranno, impareranno a leggere e a stare insieme parlando l’italiano e il croato. Atto storico, di grande signifi­cato, perché questa, consentitemi, la ’nostra’ città, ha fatto un passo avanti sulla strada della democrazia e del­la libertà - ha detto Giorgio Varisco, esule zaratino. Sua madre, Caterina Fradelli Varisco, è stata una maestra di scuola materna nella Zara degli anni segnati dalla guerra, benvoluta da tutti, sempre pronta ad aiutare il prossimo. “La fierezza è il tratto co­mune dei dalmati per l’amore appas­sionato per la Patria, anche se diver­sa, e la fedeltà agli ideali. Le guerre e le ideologie ci hanno diviso: naziona­lismi e sciovinismi contrapposti han­no lacerato le nostre famiglie e le no­stre città - ha proseguito -. Ma qui sia­mo in mezzo a bambini, non trasmet­teremo loro sentimenti di rivalsa e di frustrazione, ma fiducia nell’avvenire di un’Europa più giusta e civile”.

 

Le prospettive prevalgono sulla consapevolezza di avere alle spalle il fardello della storia. E le prospettive sono lo sviluppo della realtà scolasti­ca in una verticale che un giorno apra la possibilità ai ragazzi di frequentare anche la scuola elementare e possibil­mente anche il Liceo in lingua italiana, come auspicato dal viceministro italia­no agli Esteri, Marta Dassù. Il sindaco di Zara, Bozidar Kalmeta, si è limita­to, per il momento, a sottolineare che il Comune garantirà gli stipendi delle educatrici - le giovani Anna Blatnjak e Maja Tolie - e una retta uniformata a quella delle istituzioni prescolari pub­bliche, con agevolazioni per favorire i ceti meno abbienti.

 

Tutti soddisfatti. L’asilo si mo­stra accogliente, moderno, con un bel giardinetto con tanto di vasca con i pesciolini rossi. L’intenzione pale­se è di crescere e di migliorare. Il la­voro da fare è tanto. E da quello che si è potuto capire, a Zara si siano già rimboccati le maniche. Se a settem­bre “Pinocchio” ha aperto con due sezioni, in tutto 25 bambini dai 3 ai sei anni, l’anno prossimo, appena ri­assettato un ulteriore spazio, ne verrà attivata pure una terza. Insomma, si va avanti. •

 

 

A quasi settant’anni dalla chiusura delle scuole rina­sce un’istituzione degli italiani, legata alla comunità e all’UI, supportata dall’associazione Dalmati Italiani nel Mondo con il plauso delle altre associazio­ni degli esuli che hanno voluto, con la loro presenza, condivide­re un momento focale. Non stu­pisce, quindi, che all’evento dell’ 11 ottobre al viceministro de­gli Affari esteri italiano, Marta Dassù, si siano affiancati il mi­nistro plenipotenziario France­sco Saverio De Luigi, presiden­te del Comitato di Coordina­mento per la minoranza italiana in Croazia e Slovenia, l’amba­sciatore a Zagabria, Emanue­la D’Alessandro, il console ge­nerale a Fiume, Renato Cianfarani, il presidente dell’UI e rispettivamente della Giunta, Furio Radin e Maurizio Tremul, la titolare dei Settori Cul­tura e Teatro, Arte e Spettaco­lo, Marianna Jelicich Buie, il vicepresidente e il direttore ge­nerale dell’UPT, Fabrizio Som­ma e Alessandro Rossit, Renzo Codarin (Fed. Associazioni de­gli esuli Istriani Fiumani e Dal­mati), Giorgio Varisco, Guido Crechici, Elio Ricciardi (Asso­ciazione dei Dalmati italiani nel mondo), Antonio Ballarin (ANVGD), Emanuele Braico e Car­men Palazzolo Debianchi (Ass. Comunità Istriane), l’assessore della Regione Veneto, Rober­to Ciambetti, referente per il bilancio e le finanze, i rappor­ti con gli enti locali e la coope­razione transfrontaliera e tran­snazionale, il sottosegretario al Ministero della Scienza, Edu­cazione e Sport della Croazia, Sabina Glasovac, responsabi­le per l’Italia del Dipartimento Affari europei della Repubbli­ca di Croazia, Ivana Skracic, il sindaco e vicesindaco di Zara, Bozidar Kalmeta e Zvonimir Vrancie, il vicepresidente della Contea, Rudolf Dvorski, la pre­sidente della CI zaratina, Rina Villani, e la direttrice di “Pi­nocchio”, Snjezana Susa.»

 

 

 

 

 

 

 

 

513 - Il Gazzettino 28/10/13 Cristicchi: «Dopo Trieste porto in Istria la storia degli esuli giuliano-dalmati»

Cristicchi: «Dopo Trieste porto in Istria la storia degli esuli giuliano-dalmati»

 

Simone Cristicchi porterà la storia degli esuli istriani e dalmati in Istria. Dopo aver dovuto aggiungere uno spettacolo serale extra ai sei già previsti a Trieste, il cantattore romano ha affossato le polemiche della vigilia grazie a uno spettacolo efficace, commovente, condotto sul filo del racconto e dell’emozione e che ora, dopo qualche data in giro per l’Italia, si appresta ad andare oltre confine dove la "storia cancellata" ha avuto inizio, con  una serie di repliche dal 9 al 12 dicembre da Rovigno a Umago, a Pola, a Fiume dove il lavoro è stato richiesto.

 

LE DIVISIONI - "Magazzino 18" ha molto diviso alla vigilia, contestato da sinistra e da destra a priori, criticato senza vera cognizione di causa. Simone aveva fatto girare alcune copie del testo già mesi fa, una era anche in mano mia per competenza familiare. «Le uniche modifiche - spiega Cristicchi - sono state fatte per teatralizzare il testo perchè un conto è una storia scritta altro metterla in scena. Avevo aggiunto una frase di Pahor, ma sono tornato poi alla versione originaria togliendola, unpo’ per motivi stilistici, un po’ perchè Pahor è un personaggio che divide e non è questo lo scopo di "Magazzino 18"».

 

La contestazione alla vigilia da sinistra e da destra, indica che forse Cristicchi ha colpito nel giusto. Ma da che parte sta l’autore romano?

 

«Da quella di chi non ha avuto voce per sessant’anni. Sono un artista libero. Ovvio che ci sono delle semplificazioni. Per il lavoro sui manicomi ho usato le lettere dei matti. Voci silenziose che ho sposato. Come in "Magazzino 18". Oscar Wilde diceva che quando in artista non mette d’accordo tutti, ha fatto bene il suo mestiere. Questo argomento è stato fin troppo strumentalizzato da ogni parte e di questo gli esuli sono stanchi. Basta».

 

L’ARCHIVISTA - Il lungo racconto dell’Archivista romano che capita ignaro fra i mobili, le masserizie, i libri, i giocattoli abbandonati dagli esuli nell’esodo di fine guerra, i fantasmi delle foibe, dei campi di internamento, dei senza patria, che raccontano la loro storia, le vicende che portarono all’abbandono di interi paesi da parte di 350mila istriani e dalmati sono interpretati da Cristicchi con l’aiuto di un’orchestra sinfonica nascosta, filmati e immagini, oggetti, e un coro di bambini che entrano a far parte dei vari "quadri". Le canzoni sono poche, ma in linea con la storia, in un musical che è fatto prevalentemente di parole ma che ha in alcune canzoni come "Dentro la buca", "Magazzino 18" il giusto complemento.

 

I BAMBINI - «I bambini hano diversi significati, rappresentano l’innocenza e il futuro, le nuove generazioni a cui verrà consegnato il testamento della memoria. C’è la nambina slovena che ha perso il padre ad Arbe e quella italiana morta a Vergarolla. Sono dolori che non hanno un contrappeso. Non c’è un dolore più importante dell’altro».

 

IL CONTROESODO - Ancora i bambini rappresentano la marcia del controesodo dei duemila operai comunisti che scelgono di spostarsi da Monfalcone in Jugoslavia, destinati a essere travolti dal’imminente "strappo" di Tito da Stalin. «Partono verso il sol del’avvenire e trovano un’ideologia che si sgretola. Una storia incredibile anche questa. Si trovarono in trappola, a far la fame nel lager di Goli Otok, dove gli aguzzini erano gli stessi prigionieri».

 

DESTRA E SINISTRA - Teatro pieno per l’intera settimana, con rappresentanti degli esuli, di varie associazioni, alcuni da oltre confine. La tensione della vigilia si è stemperata al primo applauso, dopo qualche minuto di attesa, per poi diventare una commossa standin’ ovation finale: «Ci voleva. Ad alcuni non andava giù che questa storia fosse raccontata da un artista di sinistra, sia pure all’acqua di rose, come me. Ma alla sinistra va imputato il fatto di aver lasciato che questa storia diventasse patrimonio della destra. Ma non è una storia di destra o di sinistra. È una storia di gente, italiana, che ha davvero pagato per tutti. Ed è ora che si conosca davvero».

 

 

 

 

514 - Il Piccolo 30/10/13 "Magazzino 18" di Cristicchi in gennaio diventa un libro

“Magazzino 18” di Cristicchi in gennaio diventa un libro

 

di Pietro Spirito

 

Diventa un libro “Magazzino 18”, lo spettacolo di Simone Cristicchi che ha trionfato al Teatro Rossetti e che adesso parte in tournée in Istria e in altre città italiane. Il libro sarà in libreria tra la fine di gennaio 2014 e l’inizio di febbraio, avrà lo stesso titolo dello spettacolo, appunto “Magazzino 18”, e lo pubblica Mondadori nella collana Arcobaleno, dove sono già usciti gli altri due libri di Cristicchi, “Centro di igiene mentale. Un cantastorie tra i matti”, e “Mio nonno è morto in guerra”.

 

Il primo racconta la vita di alcuni “matti” che Cristicchi incontrò durante il servizio civile in una casa famiglia di Roma, e ha ispirato la canzone “Ti regalerò una rosa” che ha vinto Sanremo nel 2007. Il secondo è tratto dall’omonimo spettacolo teatrale portato in scena dal cantante e attore, e narra le storie di soldati italiani durante la seconda guerra mondiale.

 

Anche “Magazzino 18” avrà lo stesso impianto, riportando le vicende dell’esodo così come Cristicchi le ha messe in scena, nonostante la complessità dello spettacolo richieda un intervento più mirato sul testo. Come sul palco, sembra che anche il racconto del libro sarà affidato alla voce di Persichetti, l’archivista romanaccio un po’ imbranato e un po’ ignorante che, inviato dal Ministero a Trieste per fare l’inventario degli oggetti e dei mobili abbandonati dagli esuli nel Magazzino 18 del Porto Vecchio, si imbatte nello “spirito delle masserizie”. Sarà lui, fantasma tra i fantasmi, a ripercorrere storie e vicende del tormentato Novecento giuliano, dall’avvento del fascismo ai campi di internamento italiani fino all’8 settembre con il “ribalton” e tutto ciò che accadde dopo: l’invasione jugoslava di Trieste, le foibe, l’esodo, la vita nei campi profughi, la strage di Vergarolla, senza dimenticare “i rimasti”.

 

Una storia narrata sul palco con poesia ed equilibrio, la stessa poesia ed equilibrio, assicurano alla Mondadori, che si ritroveranno nelle pagine del libro.

 

 

 

 

515 - Mailing List Histria Notizie 01/11/13 Claudio Antonelli: Simone Cristicchi merita l'imperitura riconoscenza degli esuli e discendenti di esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia

Claudio Antonelli : Simone Cristicchi merita l'imperitura riconoscenza degli esuli e discendenti di esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia

 

Simone Cristicchi merita l'imperitura riconoscenza degli esuli e discendenti di esuli d'Istria, Fiume e Dalmazia per lo spettacolo "Magazzino 18" (scritto con Jan Barnas, e regista Antonio Calenda) la cui prima a Trieste si è conclusa con un trionfo tale da lasciare increduli. E dire che il geniale, umanissimo cantore degli ermarginati, dei dimenticati, dei vinti non aveva avuto vita facile nel preparare questo spettacolo, a causa del tema scelto: l'esodo dei giuliano-dalmati costretti ad abbandonare la propria amata terra in un quadro di violenze e sopraffazioni (quando non fu di morte). Aspre critiche erano provenute contro di lui da quegli ambienti della sinistra che coltivano con passione, ancora oggi, lo spirito della guerra civile e che vedono, in ogni barlume di sentimento patrio, pericolose nostalgie nazifasciste. Qualche critica preventiva era anche giunta da chi tra i rappresentanti degli esuli sostiene una linea poco indulgente nei confronti dei "rimasti", da loro sospettati di dichiararsi italiani – oggi – per pura convenienza.

 

Qual è il segreto dello straordinario successo di "Magazzino 18"? I sentimenti, l'umanità, la genialità, l'arte, la vera arte che prescinde totalmente dal discorso "partitico". Cristicchi: "Mi sono lasciato guidare dall’istinto, ho scelto tra le mille storie in cui mi sono imbattuto, trovando quelle a me più affini. Alla fine non ho preso la parte di nessuno, racconto la storia dell’esodo, anche se io sono sempre dalla parte di chi non ha voce, di chi è nel silenzio, come provano i miei precedenti lavori." Respingendo la politicizzazione di quei lontani eventi, Cristicchi si è aperto senza preclusioni etniche o ideologiche a tutti coloro che subirono e soffrirono.

 

In Italia, la politicizzazione ad oltranza investe ogni evento che da vicino o da lontano sia suscettibile di essere inserito in un quadro ideologico. E nella penisola tutto è ideologia, tutto è politica... Immaginarsi quindi i forti tabù esistenti nella penisola al riguardo degli eventi della seconda guerra mondiale, i quali indubbiamente smentiscono la vulgata del "lieto fine" della guerra con le acclamate liberazione e la vittoria sulle forze del male. Perché, in realtà, l'Italia subi' un'amputazione territoriale, di cui noi esuli siamo i testimoni viventi: essa perse le nostre amate della sponda orientale dell'Adriatico, cedute dalle potenze vincitrici alla Jugoslavia e finite sotto lo zoccolo del comunismo. Nessun gioco di bussolotti potrà mai cambiare questo fatto. Eppure ancora oggi si vuole continuare a guardare attraverso la lente deformante di una politicizzazione ad ogni costo quegli avvenimenti di cui fu vittima un'etnia intera colpevole d'"italianità" e che pagò da sola il prezzo della sconfitta.

 

Ed ecco che avanza in scena Simone Cristicchi, mosso da spirito di umanità, e anche di curiosità verso questa pagina rimossa dai nostri libri di storia. Avanza in scena con passo lieve, senza secondi fini, al di sopra delle "querelles", risentimenti, pregiudizi ideologici. Bisogna dire che il nostro Simone, geniale autore dell'"Italia di Piero", tutt'è fuorché un cittadino in regola di quest'Italia dell'esagerazione, dell'esibizionismo, dell'urlo fazioso: "l'Italia di Piero"; rappresentata, purtroppo, molto bene anche da un Benigni, il quale ama pavoneggiarsi nelle vesti di geniale comiziante da tribuna di stadio, questo terreno ideale della faziosità italiana dove al gol fatto dalla propria squadra corrisponde automaticamente un gol subito dalla squadra avversaria. Per Cristicchi, invece, in quella tragica partita tutti noi subimmo dei gol, e nessuno di noi vinse lo scudetto.

 

Ed ecco che grazie a questo cantante-attore, magnifica espressione di concordia, umanità, autenticità, e genialità artistica, sulle tavole del palcoscenico e nell'intero teatro triestino è apparsa un'Italia che non è un'Italia da stadio, perennemente divisa tra due squadre nemiche, ma un'Italia che vuol ricomporre il suo passato, in nome di un destino collettivo cui nessun partito, fazione, parrocchia, campanile della penisola, pur volendo, riuscirà mai a sottrarsi...

 

Claudio Antonelli

 

 

 

 

516 - Il Piccolo 01/11/13 L'Intervento - Cristicchi non poteva sapere cos'è l'astio causato dai soprusi

 Cristicchi non poteva sapere cos’è l’astio causato dai soprusi

 

L’INTERVENTO DI CLAUDIO COSSU

 

È la solita, vecchia storia che ritorna puntuale, in maniera quasi ossessiva, in ogni occasione in cui si parla -inevitabilmente- di oppressione fascista e di genocidio culturale in questo nostro confine orientale e di quel che a questi fenomeni seguì, come reazione crudele, ma sempre quale azione di difesa, secondo la tesi accoglibile dello storico Enzo Collotti, nei confronti dei gerarchi e dei militi del regime nonchè di parte delle genti istriane compromessa con il ventennio. Dapprima l’onomasticidio e la violenza delle squadre fasciste, e non solo, nei confronti degli alloglotti e, in genere, di chi parlava la lingua di Preseren e di Ivo Andric, e conseguentemente, le foibe, fenomeno doloroso ma già oggetto di devastante e martellante propaganda da parte dei nazisti, durante l’occupazione tedesca dell’Istria, dopo il settembre 1943. Vista, peraltro come “Ordine” ristabilito, dopo le menzionate dolorose vicende, ma ordine del terzo Reich, beninteso, da parte di una fetta della popolazione istriana di lingua italiana. E, infine, la storia dell’Esodo, storia dolente e ancora controversa, ma che trascina ancor oggi sentimenti di livore e rancore di una tale violenza, da coinvolgere le ultime generazioni di ignari figli e nipoti. Il profondo rancore di chi ha lasciato tutto, terre ed affetti, anche antichi , e lontani ricordi, di per sè degni di commozione e rispetto, ma trasmessi in maniera astiosa e richiedente rivalsa ai discendenti. Da parte di chi ha abbandonato proprietà e beni ed è voluto andare esule in altre terre, talvolta meno ospitali, a Trieste, Torino, Roma o Fertilia. Ed è questo spirito di rivalsa e di ripicca il male che attanaglia ancora questo nostro confine orientale d’Italia, questo cancro formato da cellule irrazionali di malanimo ed astio, trasmessi alle nuove generazioni, che possono recepire questo veleno, ma senza arrestare la spirale malvagia. Di questo male perverso, che non vuole lasciarci, ma anzi che alcuni rinfocolano, indubbiamente non poteva sapere Simone Cristicchi che non aveva sentore della relativa entità dello stesso nè del suo lento e inarrestabile procedere nel tempo. Fino ai nostri giorni, trasformato da una inevitabile mutagenesi che l’ha visto ingigantito dai moti irrazionali dell’animo umano, di una indubbia pericolosità . Chi scrive, a soli nove anni, in tempi ormai lontani, è stato bersaglio, unitamente ai suoi compagni di classe, nella Scuola elementare Emo Tarabocchia, di Roiano, delle invettive del maestro Ottone C., il quale parlava, con l’intendimento di coinvolgerci ed istigarci l’odio, di foibe ed efferatezze varie ed inenarrabili, che sarebbero state effettuate dalle genti slave verso gli italiani della Venezia Giulia. Ma non ci parlava certo di ciò che c’era dietro quel fenomeno, oltre quegli scenari e dietro quelle quinte, nè cercava di indagare, analizzare o spiegarci il perché di quegli accadimenti.

Non ci ha mai parlato delle vittime di Arbe, Visco o di Gonars. E non cercava nemmeno di spezzare quella lunga catena perversa di odio, rancore e livore, tramandata, da allora, e giunta fino a noi. Nè cercava di arrestare quella lugubre spirale, formata da rigide linee fatte di risentimento, astio e animosità. Anelli concatenati di accuse e addebiti, insistenti e ripetitivi, che si alternavano ad altre accuse, senza appello , senza ascoltare nessuna obiezione a discolpa e difesa. Era sempre quel rancore che induceva i bambini a picchiare un altro bimbo, un coetaneo di circa dieci anni, me lo ricordo bene quell’episodio, era del Rione di Gretta, per il solo fatto che parlava male il nostro italiano, ma si esprimeva nella lingua di Preseren. L’esempio di Marisa Madieri, o di Guido Miglia o, ancora, di Fulvio Tomizza non ha rischiarato le menti di certi esponenti di oscure associazioni o enti, e sento, ancora, esaltare personaggi che insegnavano la mistica fascista, quali Maria Pasquinelli, e che la Storia ha ormai condannato per sempre. Da Marisa Madieri, pur esule ed ospite del Silos, a Trieste, mai ho sentito parole di odio, mai ho letto scritti in tal senso o rancore verso le genti che, sospinte dall’oscuro vento del fascismo, l’avevano allontanata dalle sue terre di origine. Ecco il mio auspicio, quasi un sogno, che quei semi gettati da quelle persone di cultura producano, finalmente, fratellanza e solidarietà, aiutino a dare serena obiettività nell’esaminare la nostra travagliata Storia e spezzino, dunque, quella catena di risentimenti di cui parlavo. Per comprendere, anche, le ragioni degli altri. Anche di un testimone ancora vivente del secolo trascorso, il grande scrittore triestino Boris Pahor.

 

 

 

 

 

517 - Il Piccolo 31/10/13  La Pola italiana "rivive" tra le lapidi di Monte Ghiro

La Pola italiana “rivive” tra le lapidi di Monte Ghiro

 

  POLA Almeno al cimitero di Monte Ghiro di Pola gli italiani sono in maggioranza, lo si evince dall'elegante volume “Il cimitero civico di Monte Ghiro a Pola dal 1846 al 1947”, che porta il n° 35 della Collana degli Atti del Centro di ricerche storiche di Rovigno. Comprende un migliaio di pagine, un catalogo di circa 1500 schede ognuna delle quali riporta il nome del titolare del fondo, la trascrizione dell'epigrafe, la ricostruzione di tutte le persone sepolte e la foto del monumento. L'autore Raul Marseti„ ci ha lavorato per ben 6 anni. Nei cento anni trattati, le sepolture sono state circa 50.000. La presentazione del libro ha attirato alla Comunità degli italiani il pubblico delle grandi occasioni, abbiamo notato anche due classi della Scuola Media Superiore “Dante Alighieri”.

 

Tanto interesse si può spiegare con l'attaccamento dei polesani alla loro memoria e alla storia di un periodo sicuramente più felice sul piano della loro presenza sul territorio, precedente alle profonde trasformazioni civili, amministrative e politiche che li hanno mortificati. Come ha dichiarato l'autore stesso l'identità italiana della Pola a partire dal 1947 è in fase di continuo ridimensionamento e la causa principale è stato il massiccio esodo postbellico che ha spopolato la città. Un dato esemplificativo sono le sole tre sepolture del settembre 1947, dunque Pola era pressochè vuota. E qua ci sembra opportuno aprire una piccola parentesi per dire che tre anni fa l'amministrazione cittadina ha fermato lo scempio nei confronti del patrimonio cimiteriale di matrice italiana emanando una delibera con la quale 27 tombe sono state classificate di grande valore storico e altre 37 di precipuo valore monumentale, architettonico, storico, culturale o legato all'importanza dei personaggi sepolti. Purtroppo la delibera come ha riferito Raul Marseti„ viene spesso violata senza che i trasgressori incappino in sanzioni.

 

La presentazione del volume è stata introdotta dal professor Giovanni Radossi direttore del Crs. In questa occasione d'incontro, ha detto, è comprensibile esprimere le nostre legittime preoccupazioni perché la componente romanza del territorio vistosamente ridotta negli ultimi sei decenni, non soccomba ulteriormente ai deleteri effetti di una stravolgente assimilazione nazionale ed etnica. (p.r.)

 

 

 

 

 

518 – La Voce del Popolo  31/10/13 Fiume:  Il cimitero di Cosala emblema di fiumanità

Il cimitero di Cosala emblema di fiumanità

 

Ilaria Rocchi

 

“All’ombra dei cipressi e dentro le tombe, confortate dal pianto dei vivi, forse la morte è meno crudele?” Secondo Ugo Foscolo, per il defunto una tomba, una lapide che distingua le sue ossa dalle tante sparse dovunque, non serve a niente se non a nutrire l’illusione di un uomo di poter rimanere vivo nel ricordo dei vivi, dei suoi cari. Nell’epoca in cui il Foscolo componeva il suo carme una legge (l’Editto di Saint Cloud, in Francia del 1804) intendeva imporre l’allontanamento dei cimiteri dalle città e tombe tutte uguali, arrivando così a negare l’illusione di cui si parlava prima e la giusta memoria a chi indubbiamente la meritava.


La storia del Novecento fiumano, con le sue drastiche, drammatiche rotture interrompe la suggestiva “corrispondenza di amorosi sensi” tra i vivi e i morti già cantata dal poeta italiano, che si perpetrava al Cimitero di Cosala.


Memoria che sbiadisce


È la nostra memoria che rischia di sbiadire, irrimediabilmente. In un mucchio di 2.600 tombe il cui status è in predicato o da accertare ci sono anche quelle dell’ingegner Giovanni Biagio Luppis, l’inventore del “salvacoste” (siluro) e di Smith&Meynier&Gunft, alias, i primi due, delle famiglie degli imprenditori della Cartiera fiumana, l’inglese Walter Crafton Smith e Charles Meynier, noto disegnatore. Non ci sono gli eredi, le tombe potrebbero finire sul mercato. A tale proposito l’azienda municipalizzata “Kozala” ha cercato l’aiuto del Consolato Generale della Repubblica Italiana e del Consolato d’Austria. Le tombe Luppis e Smith& Mexnier&Gunft sono state classificate dalla Soprintendenza per i beni a Fiume come patrimonio ambientale e non monumentale, per cui non sono state poste sotto tutela individuale né sono state fornite delle indicazioni precise, da parte degli esperti, sui resti delle persone che in esse sono state sepolte.


Si può fare qualcosa? È un problema che si trascina da anni, difficile, che si acutizza con il passare del tempo, con il mancato rinnovo del canone, con l’assenza di nuove sepolture. Ci vorrebbero risorse, e anche ingenti, che non ci sono. Orietta Marot, presidente del Consiglio della minoranza italiana della Regione Litoraneo-montana, ha deciso di muoversi. Agendo per il momento su tre fronti: informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla questione, documentare lo stato attuale delle cose e, infine, individuare le personalità importanti per la fiumanità e per la città, nonché le tombe da conservare.


Tre momenti


Racchiude infatti in sé tutti e tre i momenti la mostra “Fiumani all’ombra dei cipressi”, che il citato Consiglio allestisce a Palazzo Modello – con il supporto dell’Istituto Nazionale Confederale di Assistenza INCA GIL e l’adesione del Consolato Generale d’Italia a Fiume – e che si inaugura domani 31 ottobre alle ore 18.

Un progetto che ha coinvolto quattro studiosi di diverso profilo, ma animati da un comune sentire: l’amore per la città, il suo patrimonio artistico, culturale e storico, e la volontà di preservarlo, di promuoverlo. C’è lo storico dell’arte Daina Glavočić, che sulla spinta anche della compianta Radmila Matejčić era arrivata a occuparsi del cimitero monumentale di Cosala e a contribuire alla monografia pubblicata per il 130.esimo di quest’ultimo (curata da Velid Đekić, con gli scatti di Egon Hreljanović, saggi di Irvin Lukežić, Nenad Labus, Rastko Schwalba, Dobrila Kraljić, Ivan Šugar e contrbuti di Tatjana Dunatov e Laura Marchig).


Ci sono pure Irvin Lukežić, che da anni studia i fiumani illustri, e i connazionali Egon Hreljanović, fotografo, e Mauro Stipanov, pittore, che, tra l’altro, dal campo santo di Cosala ha tratto ispirazione per un ciclo di paesaggi “mistici”. Che cosa è stato fatto? Sono state fotografate oltre 1.500 tombe recanti epigrafi in lingua italiana; tra queste sono state selezionate prima 800, poi 300 e infine una ventina di immagini da esporre al pubblico come rappresentative, esplicative del valore di questi beni nel loro insieme.


Un primo passo

 

“Visti i modesti mezzi di cui disponiamo, il nostro è solo un segnale simbolico, una testimonianza fotografica di quello che troviamo oggi in questo luogo di riferimento per la fiumanità, dove ancora si ha l’occasione di sentire parlare il nostro dialetto”, ci dice Orietta Marot, e aggiunge: “Ho contattato diverse istituzioni, le ho informate del progetto e sono convinta che unendo le forze riusciremo, magari in parte e nel tempo, a salvare parte della storia del nostro tanto caro cimitero”.

La Marot ha scritto al Libero Comune di Fiume in Esilio – che avvalendosi della legge 72/2001 e sue modifiche, ha in corso d’opera il restauro di alcune tombe di notabili fiumani –, alla Società di Studi Fiumani e all’Archivio-Museo Storico di Fiume a Roma, al Centro di Ricerche storiche di Rovigno, all’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata di Trieste e al Consolato Generale d’Italia, che circa sei mesi fa è stato contattato dalla municipalizzata che gestisce il cimitero alla ricerca dei recapiti degli eredi delle tombe.

 “Il cimitero comunale di Cosala è considerato patrimonio culturale però, nonostante l’impegno delle istituzioni, sono riscontrabili da un lato diversi segni di fatiscenza e dall’altro lato numerose tombe e nicchie senza eredi o semplicemente antiche, che rischiano l’esproprio, cosa fatta manifesta da un tagliando apposto alle lapide che intima il pagamento del rinnovo del contratto – prosegue la Marot –. Il tema del cimitero è particolarmente sentito e delicato, le tombe hanno un valore intrinseco per la città, sono un ricordo, un legame affettivo, ma sono soprattutto una testimonianza.

Non possiamo permettere un ulteriore deperimento”, ribadisce. “Il passo successivo sarà andare a parlare con la direttrice del Cimitero, Nives Torbarina, e spero in futuro di trovare delle soluzioni. Per tombe abbandonate, e quindi che potrebbero venir messe in vendita, si intendono quelle per le quali nessuno da oltre 10 non paga il canone, oppure non sono state effettuate nuove sepolture da 30 anni per le nicchie e 15 per le tombe”.

“Ho aderito all’iniziativa con entusiasmo, del resto è una tematica che mi appassiona, che seguo da quella tavola rotonda sull’argomento che si tenne alla Comunità degli Italiani di Fiume nel 1964”, rileva Daina Glavočić. “È un fenomeno che riguarda solo Cosala (nel Fiumano, ndr) e che si ricollega alla vicenda dell’esodo, di quei fiumani che per tanti motivi a lungo non se la sono sentita di tornare, ma anche alla multiculturalità della città.

 Dobbiamo tutelare questo patrimonio, soprattutto ora che di fronte alla dilagante globalizzazione c’è il bisogno sentito di un ritorno alle origini, di ricerca delle radici della propria identità”, precisa la studiosa. Quali sono stati i criteri di selezione adottati per la mostra? “Abbiamo cercato di raggiungere un equilibro tra diversi fattori che ci hanno fatto da guida, da quello estetico al significato artistico-architettonico alla dimensione storica dei proprietari delle tombe, personaggi chiave per il loro apporto nei vari campi, per la città e il suo sviluppo”. A Irvin Lukežić è spettato il compito di tratteggiare le loro biografie.

 

 

 

 

519 - Il Piccolo 31/10/2013 Fiume, tombe italiane a rischio nel cimitero monumentale

Fiume, tombe italiane a rischio nel cimitero monumentale

 

Sono 2.600 i posti salma che potrebbero essere messi in vendita La municipalizzata a caccia degli eredi. Tra i sepolcri in pericolo quello di Luppis

 

di Andrea Marsanich

 

FIUME. La vicenda è nota e rischia di “defiumanizzare” (consentiteci il termine) il cimitero monumentale di Cosala, testimone muto ma preziosissimo della storia della città dell’aquila bicipite. Ben 2 mila e 600 posti salma, circa l’8 per cento del totale dei 33 mila e 200 posti cimiteriali, stanno attendendo di sapere il loro destino: la municipalizzata Kozala (le Pompe funebri fiumane) è impegnata nelle ricerche dei titolari o degli eredi per risolvere lo status di queste tombe, molte delle quali recano la scritta in italiano, segno che conferma storia, cultura e lingua della popolazione fiumana. Purtroppo parecchie di queste tombe rischiano di passare ad un altro proprietario, con relativa cancellazione delle scritte in lingua italiana, in quanto da anni nessuno si fa avanti per pagare la tassa cimiteriale. Si prospetta un “culturicidio”, uno stravolgimento che nessuno dei fiumani si augura e qui ci mettiamo anche gli appartenenti al popolo di maggioranza, ai quali sta a cuore il passato dell’amata città.

 

Due in particolari i sepolcri che potrebbero cambiare proprietari, essendo stati inseriti nella lista del patrimonio ambientale che gode di un minor grado di tutela: parliamo delle tombe Luppis e Smith&Meynier&Gunft. Per il primo sepolcro, le Pompe funebri hanno contattato il Consolato generale d’Italia a Fiume, chiedendo aiuto per poter risalire all’ultimo titolare. Per il secondo, è stata inviata una lettera al Consolato generale d’Austria a Fiume contenente la stessa richiesta. Intanto a muoversi in questo senso è stato il Consiglio della minoranza italiana della Regione quarnerino–montana, promuovendo una mostra intitolata Fiumani all’ombra dei cipressi che sarà inaugurata oggi a Palazzo Modello, nella sede della Comunità degli Italiani.

 

Grazie al supporto dell’Istituto nazionale confederale di assistenza Inca Cgil e al Consolato generale d’Italia a Fiume, è stata eseguita la fotomappatura del camposanto di Cosala. Ha riguardato tombe e nicchie presentanti la scritta in italiano e che rischiano l’esproprio perché abbandonate.

 

Il lavoro di mappatura è stato fatto dal fotografo Egon Hreljanovic, dallo storico dell’arte Daina Glavocic, dal pittore Mauro Stipanov e dal professore Irvin Lukezic. L’esposizione rimarrà aperta quattro giorni.

 

Al di là dei meriti storici e culturali della mostra sta di fatto che un altro pezzo del passato di Fiume sarà inesorabilmente cancellato. Non dimentichiamo che se vogliamo conoscere l’anima di una città la cosa migliore è visitare il suo cimitero. Lì si trova tutto.

 

 

 

 

520 - Termoli On Line.it 30/10/13 Tre Finanzieri molisani sulle tracce delle Fiamme Gialle in Istria

Tre Finanzieri molisani sulle tracce delle Fiamme Gialle in Istria

 

Emanuele Bracone

 

TERMOLI. Cercare non è facile. Cercare all’estero è ancora più difficile.

“Pola 2013, appunti gialloverdi, in sinergia” inizia proprio così. Una ricostruzione foto-giornalistica in stampa per i tipi della San Giorgio di Campobasso, relativa alle caserme della Regia Guardia di Finanza in Istria –ed a Pola in particolare- nel periodo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale.

L’hanno curata tre Finanzieri residenti in Molise (Antonio Lanza, Attilio Urso Attilio e Francesco Petrillo) e fa seguito ad una prima puntata edita lo scorso giugno. Stavolta la novità è la “sinergia”: le ricerche sono state infatti svolte in collaborazione con studiosi Croati, tra cui il giovane e preparato Prof. David Orlovic di Pola. Un approccio squisitamente artigianale all’indagine storica (peraltro senza alcun fine commerciale) ma non per questo privo di impegno e costanza, che certamente presenta importanti elementi innovativi: interazione con le cronache del tempo, interazione tra Archivi e fonti documentali sia Italiane che Croate e soprattutto interazione tra uomini. Alcune brevi anticipazioni del lavoro sono state pubblicate nei mesi scorsi sull’autorevole mensile “L’Arena di Pola”. Importanti spunti di ricerca sono saltati fuori dall’indagine complessivamente esperita sul campo anche a mezzo di specifici sopralluoghi:

la Scuola Finanzieri istituita nel 1920 non era presso la Caserma “Nazario Sauro”, come sin qui sostenuto da molteplici fonti, ma era ubicata in un’ala laterale di un altro edificio poco distante: quello che oggi a Pola è noto come Karlo Rojc. Proprio lì, co-abitavano Finanzieri e Marinai, essendo la parte frontale dello stabile destinata a Comando Crem, Corpo dei Reali Equipaggi Marittimi.

Ed ancora, le ricerche hanno consentito di localizzare i noti “baraccamenti” di Veruda, destinati all’addestramento degli Allievi ramo mare. L’indagine prosegue poi al “Riviera”, lussuoso hotel di epoca austriaca, Scuola Nautica Regia Guardia di Finanza dal giugno 1928, oggi nuovamente albergo. Qui gli Autori hanno focalizzato importanti elementi logistici relativi a spazi retrostanti l’edificio, un tempo destinati a “piazza d’armi” e che oggi non esistono più, in ragione di nuove costruzioni residenziali. E dalle cronache del tempo, interessanti profili sulla figura dell’illustre Capitano delle Fiamme Gialle Vittorio G. Rossi, mitico uomo di mare, primo Comandante della Scuola Nautica di Pola.

Dalle colonne del “Corriere Istriano – L’Azione”, atti di autentico eroismo delle Fiamme Gialle, nonché stralci di vita operativa. Un foto-album che mantiene la tecnica del reportage e che pone a confronto scenari d’epoca con l’attuale stato dei luoghi. Spunti e curiosità spulciate anche negli archivi della Fondazione Pietas Julia, prestigioso Club Nautico, oggi in Italia, ma un tempo a Pola proprio a due passi dalla Scuola del Corpo. Ricerche incessanti che non si fermano qui: in programma un terzo approfondimento per il quale l’appuntamento rsta fissato alla primavera del 2014.

 

 

 

 

521 - La Voce del Popolo 30/10/13 L’Istria deve rimanere autonoma

L’Istria deve rimanere autonoma

 

Scritto da Branko Ljuština

 

PISINO | Il Consiglio della Dieta democratica istriana (IDS-DDI) ha approvato la Dichiarazione sullo sviluppo regionale, con la quale si vuole sottolineare l’importanza che l’Istria rimanga una Regione autonoma e si esprime disaccordo con la proposta di Legge sullo sviluppo regionale. Il presidente della Regione Istriana, Valter Flego, ha asserito: “Vogliamo inviare un chiaro messaggio. L’Istria è una Regione autonoma e non accettiamo di essere accorpati all’Adriatico settentrionale né alla Lika”.

 

“La questione dell’autonomia della Regione Istriana sorpassa ogni ideologia. L’Istria ha il diritto storico, economico, politico e sociale, di rimanere una Regione autonoma”, ha dichiarato il vicepresidente della Dieta, Boris Miletić, dopo la sessione del Consiglio. Ha ribadito che un mese fa è stato celebrato il 70.esimo anniversario dell’unione dell’Istria alla Croazia, rilevando che “i nostri antenati non ci perdonerebbero se passassimo con leggerezza sopra a questa decisione e, semplicemente, cancellassimo l’Istria come Regione”.

 

“La condizione perché la Dieta entrasse nella coalizione Kukuriku era la considerazione dell’’Istria come Regione – ha continuato Miletić –. I cittadini istriani hanno votato la coalizione proprio perché il suo Piano 21 prevedeva la realizzazione della decentralizzazione, territoriale e finanziaria, che ora chiediamo sia veramente messa in atto. Credo fortemente nel dialogo e nella comprensione. La Dieta invita costantemente al dialogo, perché se questo manca non si possono risolvere i problemi”, ha concluso Miletić.

Nella tarda serata di ieri la Dichiarazione è stata discussa anche dall’Assemblea regionale. Nel documento si evidenzia che i cittadini dell’Istria sono consapevoli della difficile situazione in cui versa tutto il Paese, ma che sono altresì convinti che nelle attuali condizioni avverse si deve applicare la razionalizzazione di tutta la gestione, sia politica sia economica, del Paese.

Inoltre, si esprime la valutazione che il mancato funzionamento interno della Croazia non dipende, dal numero delle unità di autogoverno locale, ma dall’eccessiva centralizzazione. Perciò si prodiga per una politica di sviluppo regionale, in armonia con l’autonomia delle unità di autogoverno locale e regionale. Dunque, la politica di sviluppo regionale deve essere concepita per migliorare lo sviluppo economico del Paese, creare le condizioni che permetteranno all’Istria di rafforzare la concorrenzialità, al fine da divenire una Regione attraente, giusta, salutare ed ecologica.

 

Branko Ljuština

 

 

522 - Libero  01/11/13 Una verita' silenziata per decenni, «Io, nelle foibe tra i cadaveri saponificati»

Una verità silenziata per decenni

 

«Io, nelle foibe tra i cadaveri saponificati»

 

Nell`estate del 1957 Mario Maffi fu il primo militare italiano a calarsi, in missione segreta,negli inghiottitoi friulani e istriani. Ora racconta in un libro la sua sconvolgente esperienza

 

GIUSEPPE PARLATO

 

Nel 1957 il governo italiano aveva notizie abbondanti sulle foibe e su quanto era accaduto sulla frontiera orientale fra il 1943 e il 1945. Le notizie provenivano dai vari rapporti dei corpi militari di stanza in Istria,a Trieste, a Fiume prima e dopo1`8 settembre. Relazioni, a cominciare da quelle puntuali della Guardia di Finanza, che concordavano tutte nel descrivere una tragica

verità: la sistematica eliminazione degli italiani, soprattutto dei semplici servitori dello Stato, aldilà delle ideologie e delle appartenenze politiche. Bastava, com`è noto,essere italiani per rischiare l`eliminazione. Quindi il governo italiano,che pure iniziava ad avere rapporti commerciali con la vicina Belgrado, sapeva bene che cosa era successo. Forse, però, ignorava l`entità della strage, o comunque ne aveva una superficiale informazione, come per altro anche noi oggi non riusciamo a sapere esattamente quanti sono state le morti violente in quei tragici mesi. Peraltro, da parte jugoslava – allora come oggi - si tentava di ridimensionare il numero delle vittime, derubricandolo a poche decine, in genere biechi fascisti, già torturatori di slavi innocenti.

Ma evidentemente i governi centristi non erano così convinti che quella di Belgrado fosse la verità. Stiamo parlando della primavera-estate del 1957 e al governo c`era Antonio Segni con una coalizione Dc, socialdemocratici e repubblicani,fino al maggio, poi Adone Zoli, con un monocolore democristiano sostenuto dai voti determinanti del Movimento sociale italiano. Due governi, quindi, di centrodestra,come oggi si direbbe.

Per cui l`ipotesi che potessero volere verificare l`entità della tragedia e soprattutto verificare che le foibe fossero piene dello ro tragico carico di morte è più che verosimile. Sta di fatto che in quell`estate, un alpino del Genio fu incaricato di scendere in diverse foibe, due vicino a Trieste, altre in territorio jugoslavo.

L`operazione fu coperta da assoluto segreto e il giovane ufficiale non poté parlarne né prima né durante con nessuno, neppure con i familiari, come oggi mi confermano l`interessato e sua figlia. L`alpino in questione, il sottotenente del Genio Pionieri Orobica, Mario Maffi, 25 anni, cuneese, un tipo calmo e razionale, un bel pizzo alla Italo Balbo. Il segreto militare sull`intera operazione è venuto meno in questi ultimi anni e allora Maffi si è deciso a scrivere la sua storia in un bel libro nel quale racconta non solo la vicenda delle foibe, ma un po` tutta la sua vita: 1957. Un alpino alla scoperta delle foibe (Gaspari editore, pp. 126, euro 15,80).Scelto perché provetto speleologo, Maffi fu incaricato di perlustrare e fotografare il fondo delle foibe di Monrupino e di Basovizza,   vicino a Trieste, le uniche in territorio italiano.

 

L`emozione e lo stupore provato alla prima discesa in foiba erano pari soltanto all`orrore che provò nel constatare che, dopo essersi calato con la corda, stava camminando su quello che credeva fosse il fondo della foiba; in realtà sin trattava di un blocco compatto di almeno 500 cadaveri ormai saponificati dall`umidità che costituivano una sorta di "pavimento",ma il fondo della foiba era ancora più in basso. In superficie al blocco saponificato, abituandosi all`oscurità, Maffi distingueva ossa, mandibole,pezzi di stoffa, crani. Nella foiba di Basovizza,la stessa scena, ma con un blocco di cadaveri decisamente più ampio,sì da rendere l`aria del tutto irrespirabile.

 

Poi fu la volta delle foibe jugoslave.

 

Di notte, in borghese e con la qualifica di fotografo, accompagnato da carabinieri italiani armati, senza sapere dove operava, ma sicuramente oltre confine, Maffi fu fatto calare in assoluto segreto in quattro foibe.Il suo ricordo è nitido: «Al fondo di quelle foibe riscontrai diversi resti umani, non in quantità esorbitanti, ma purtroppo in condizioni atroci: un paio di crani più o meno sfondati, mani e piedi avvolti da filo di ferro, alcune costole ancora unite alla spina dorsale avvolte da filo spinato. In tutte le foibe notai che quei resti erano ricoperti da pietrisco: evidentemente con l`esplosivo erano fatte saltare le rispettive imboccature». Ma l`operazione fu scoperta e ne parlarono i giornali. Fu così che le missioni si interruppero. Maffi redasse una relazione per il comando, della quale poi non si seppe più nulla. Ma per fortuna la stampa parlò solo della missione a Basovizza e questo impedì un incidente diplomatico con la vicina Jugoslavia.Unico ricordo della missione furono le fotografie che Maffi scattò all`interno delle foibe e che sono riprodotte nel volume. Pochi mesi dopo si congedò il comandante lo avvertì di non recarsi in Jugoslavia perché il suo nome era stato certamente segnalato. Così finiva una storia tenuta segreta per anni. Anche questo tassello è servito a comporre la strategia del silenzio e dell`oblio, strategia alla quale tutti si sono attenuti, dai governi ai politici, dagli amministratori locali di quelle zone a coloro i quali sapevano perché testimoni diretti o indiretti. E il fatto che dopo 56 anni possiamo presentare come una novità un fatto che si sarebbe dovuto conoscere diffusamente è un altro segnale delle responsabilità della classe dirigente che ha voluto tenere all`oscuro generazioni di italiani. Non è certamente mai tardi per sapere come sono andate le cose, ma è assai grave che mezzo secolo di silenzio o di false verità si sia stratificato nei libri di storia e nell`immaginario collettivo.

Una rimozione che pesa sulle coscienze di chi ha voluto e organizzato questo silenzio e che ancora di più pesa nel vissuto e nel ricordo di chi sa di avere i propri cari laggiù, in quel blocco saponificato nel buio della storia.

 

523 - Il Piccolo 30/10/13 Trieste - «Tlt ectoplasma di uno stato mai nato»
«Tlt ectoplasma di uno stato mai nato»
Il Tar: «Il Trattato di pace fu legittimamente modificato sia dal Memorandum di Londra che successivamente da Osimo»
IL CASO - LA SENTENZA
 di Piero Rauber
Fantasioso, contraddittorio, illogico, paradossale, pericoloso, eversivo. Il ricorso presentato (e perso) al Tar da Roberto Giurastante (ricorso che sostiene la non validità delle elezioni regionali poiché si è votato nello «Stato denominato Tlt» in base al Trattato di pace del ’47) è secondo lo stesso giudice amministrativo (dal quale proprio il leader spirituale di Trieste libera reclamava una risposta di diritto) un concentrato d’aggettivi

- e non solo quelli - destinato di sicuro a non passare inosservato. Questo anzitutto sotto il profilo giurisprudenziale, benché lo stesso Giurastante (che era difeso ufficialmente dall’avvocato Sandra Cisilino e che ha annunciato appello al Consiglio di Stato) e i suoi più tenaci proseliti abbiano già criticato - o meglio disconosciuto in toto, in quanto prodotto di un organo dell’Italia “occupante” - ciò che ha scritto il Tar. A guardarla bene, la lunghissima sentenza depositata lunedì - prima firma quella del presidente del Tar Umberto Zuballi, pure relatore della causa ed estensore del provvedimento - è una bocciatura secca, assoluta, incondizionata delle tesi degli indipendentisti, cui il collegio dei magistrati amministrativi non risparmia giudizi severissimi. Il Tlt - la sostanza dell’esame fatto dal Tar - più che morto non è mai nato. Di fatto un fantasma. È letteralmente «l’ectoplasma di uno pseudo-stato mai nato e da decenni improponibile dal punto di vista giuridico internazionale e nazionale». L’inizio del viaggio in questa sentenza non può che essere la fine della stessa: «Il cosiddetto Territorio libero di Trieste non è mai esistito e non esiste», si legge nelle conclusioni del pronunciamento del Tar, che in parte rigettando il ricorso e in parte dichiarandolo inammissibile (sulla partecipazione ad adiuvandum di altri 55 cittadini che hanno sottoscritto identico reclamo e sulla richiesta «subordinata» di trasmettere gli atti al Governo italiano o all’Onu «perché provvedano a iniziare l’iter della nomina del governatore del Tlt») condanna Giurastante al pagamento a Regione e Stato di cinquemila euro di «spese e onorari di giudizio», cui si sommano i quattromila a carico degli altri «interventori», più «gli oneri accessori nella misura di legge». «Il pilastro su cui si fonda il ricorso - si legge nella sentenza - risulta giuridicamente privo di pregio. Da un lato, sulla base dei principi riconosciuti dal diritto internazionale e trasfusi nella Convenzione di Vienna, il Trattato di pace poteva, come è avvenuto, essere legittimamente modificato da vari trattati successivi stipulati tra alcuni solo dei suoi firmatari, tra cui il Memorandum di Londra (del ’54, ndr), il Trattato di Helsinki e il Trattato di Osimo (del ’75, ndr). D’altro lato ogni sua modifica ad opera solo di alcuni firmatari è espressamente consentita dallo stesso Trattato di Parigi, in particolare dall’articolo 46». «L’instante - scrive il presidente Zuballi riferendosi a Giurastante nella premessa di un chilometrico approfondimento

- ignora il contenuto completo dello stesso Trattato di Parigi, trascura la portata giuridica del Memorandum di Londra, omette l’esame dettagliato della Convenzione di Vienna, ignora il Trattato di Helsinki, erra sui contenuti basilari e sugli effetti giuridici del Trattato di Osimo, travisa il concetto giuridico di interpretazione autentica e ignora infine i numerosi trattati internazionali successivi che hanno sancito in modo indiscutibile i confini all’epoca tra Jugoslavia e Italia e oggi tra i territori soggetti a sovranità italiana, slovena e croata». Il pilastro di cui sopra poggia fra le altre cose sul fatto che «la designazione del governatore non avvenne mai e quindi il Tlt non venne mai ad esistenza e non si ebbe alcun trasferimento di sovranità. Pertanto la parte del Trattato di pace relativa al Tlt non è mai stata attuata e venne formalmente abrogata dal trattato chiamato Memorandum di Londra, che ha conseguentemente fissato il nuovo confine tra Italia e Jugoslavia, confermato poi con maggiore precisione e incisività dal Trattato di Osimo». Ma com’è che il Trattato di pace del ’47 poteva essere modificato già nel ’54 sulla base di principi giuridici che sarebero stati codificati 15 anni dopo nella Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati? Tale Convenzione - spiega il Tar - «recepisce una prassi e una consuetudine internazionalmente riconosciute». A cominciare dal «principio di effettività, pacifico nel diritto internazionale, da ben prima che venisse normato nella Convenzione di Vienna», per cui «la previsione astratta di un trattato deve trovare il suo riscontro nel mondo reale, altrimenti con il trascorrere del tempo perde efficacia, consentendo sia una disapplicazione del trattato stesso sia una sua modifica. Il principio di effettività, a sua volta derivante dal più generale principio di certezza del diritto, svolge nell’ambito del diritto internazionale la stessa funzione che nel diritto civile spetta all’istituto dell’usucapione e nel diritto penale alla prescrizione». Tlt, insomma, mai nato nella sostanza, prescritto nella forma.


 Si ringraziano per la collaborazione della Rassegna Stampa: L’Università Popolare di Trieste e l’Assoc. Nazion.Venezia Giulia e Dalmazia - ANVGD di Gorizia

Vi invitiamo conoscere maggiori dettagli della storia, cultura, tradizioni e immagini delle nostre terre, visitando i siti :

http://www.mlhistria.it
http://www.adriaticounisce.it/
http://www.arupinum.it